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San Bernardo-Strefodes-Baita Massarescia-Alpe Ron-Vetta di Ron

6h

1860

EE

Boirolo-Alpe Rogneda-Bocchetta di Rogneda-Vetta di Ron

5h e 30 min.

1550

EE

SINTESI. Dopo Sondrio lasciamo la ss 38 dello Stelvio all’altezza di San Carlo di Chiuro (riconoscibile per la
chiesa ed il ristorante S. Carlo), per imboccare a sinistra non la strada che sale verso Chiuro, ma quella che
parte alla sua sinistra, a lato della chiesa di S. Carlo (la via S. Carlo), e che sale verso la chiesa della Madonna
di Campagna ed il cimitero di Ponte in Valtellina. Poco oltre la chiesa, ad uno stop, proseguiamo nella salita,
imboccando la via Europa, volgendo a sinistra e raggiungendo la chiesetta di san Gregorio Magno, sul limite
occidentale di Ponte in Valtellina. Qui dobbiamo svoltare a destra, immettendoci sulla strada provinciale 21,
Panoramica dei Castelli, che proviene da Tresivio e prosegue per Castionetto di Chiuro; dopo un breve
tratto, ignorata una deviazione a destra, svoltiamo a sinistra, seguendo le indicazioni per San Bernardo e la
Val Fontana. Ad un bivio andiamo a sinistra e saliamo con diversi tornanti fino a San Bernardo,
parcheggiando al termine della carozzabile (m. 1280). Imbocchiamo, ora, la pista di sinistra (per chi guarda
a monte; ndicazione per l’alpe Campo), lasciandola subito, non appena troviamo un sentiero che sale nel
bosco, consentendoci di risparmiare tempo. Il sentiero conduce alle baite di Strefodes (m. 1384), dove
ritroviamo la pista sterrata. Seguiamola per un breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la partenza di un
secondo sentiero, che sale deciso nel bosco, e conduce direttamente ai 1704 metri della baita Massarescia.
Ignoriamo la pista alla nostra destra e proseguiamo diritti su un tratturo che sale verso nord e poi nord-
ovest (il primo tratto è molto ripido), fino ad uscire dall’ombra del bosco nei pressi di un casello dell’acqua,
che precede di poco la località il Guado (m. 1959), doveattraversiamo da destra a sinistra il torrente della
Val di Ron. Poi la pista rientra nel bosco, per uscirne di nuovo e definitivamente, dopo alcuni tornanti, sul
limite inferiore dell’alpe di Ron, e terminare nei pressi di alcune baite. Alla nostra sinistra si colloca il lungo
baitone dell’alpe (m. 2164), utilizzato dai pastori che la caricano nel periodo estivo. Alla nostra destra due
baite minori, ed una terza, isolata, poco più in alto (m. 2189): è quest’ultima la sede del rifugio Capanna
Vetta di Rhon. Riattraversiamo da sinistra a destra il torrentello e la raggiungiamo, poi procediamo salendo
diritti alle sue spalle, in direzione nord (debole traccia di sentiero), raggiungendo una prima conca occupata
da un minuscolo specchio d’acqua. Affrontiamo, poi, un dosso erboso, puntando ad un evidente ometto sul
quale si trova un segnavia costituito da un triangolo rosso con bordo giallo (Alta Via della Val Fontana).
Proseguiamo, sempre verso nord, salendo ad una seconda conca, che ospita uno specchio d’acqua appena
più grande (m. 2304), oltrepassata la quale risaliamo un secondo crinale erboso, puntando in direzione
nord, raggiungendo un modesto ripiano, l’ultimo, prima del lungo crinale che conduce alla base della vetta.
Nella prima parte della salita procediamo ancora su un terreno occupato da pascoli, e prendiamo come
punto di riferimento un grande masso isolato. Poi raggiungiamo il limite di una grande ganda, occupata da
sfasciumi di dimensioni medio-piccole. Inizia la parte più faticosa della salita, perché sassi mobili e ghiaietta,
in diversi punti, mettono a dura prova la nostra pazienza, vanificando con irritanti piccoli smottamenti gli
sforzi che mettiamo in atto per guadagnare metro su metro. Se ci portiamo leggermente sulla destra,
troveremo, non distante dal fianco roccioso che scende dalla vetta, anche una traccia di sentiero, che sale a
zig-zag. Non risolve i nostri problemi, ma ci dà almeno l’impressione di aver scelto la via meno dispendiosa.
In ogni caso, dobbiamo puntare alle prime roccette che si trovano appena a destra della verticale di una
marcata spaccatura sul versante meridionale della cima. La salita alla vetta è segnalata da rettangoli
bianchi, il più grande dei quali è ben visibile su una delle formazioni rocciose che chiudono a monte la
grande ganda. Raggiungiamo il grande rettangolo bianco, corredato da una freccia che ci manda a destra
(m. 2800). dopo un breve tratto a destra, effettuiamo, guidati dai rettangoli bianchi, una curva che ci fa
prendere la direzione di sinistra (nord-ovest). Dobbiamo, ora, tagliare l’intero versante, salendo in
diagonale e sfruttando una linea di cengia abbastanza larga e continua da consentire una traversata
relativamente tranquilla. Il ripetuto passaggio di escursionisti vi ha disegnato un sentiero ben visibile, che
porta ad un canalino il quale conduce ad una prima bocchetta nella roccia. Oltrepassata la porta, volgiamo
leggermente a destra, fino ad una seconda meno marcata porta, dalla quale possiamo vedere, in primo
piano, due dei tre campanili posti ad ovest della Vetta di Ron. Dobbiamo volgere ancora più a destra,
proseguendo in direzione nord, verso la croce della vetta, che ora possiamo intravvedere. Nell'ultimo tratto
ci muoviamo su terreno più ripido e fra grandi blocchi, con qualche elementare passo di arrampicata su
facili roccette, che precedono la cima, a quota 3137.

La vetta di Ron vista dalla Corna Rossa. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Vetta di Ron (al centro)

La vetta di Ron (o, come si trova talvolta, con grafia meno corretta, Rhon) è la maggiore elevazione sulla
testata della valle omonima, che si apre, sul versante retico, a monte di Ponte in Valtellina, sopra San
Bernardo. La vetta si affaccia, poi, a nord-ovest sulla Val Painale (alta Val di Togno) e ad est sulla solitaria e
remota Val Vicima, la prima laterale occidentale della Val Fontana. Nonostante i suoi 3137 metri, è una
meta accessibile a qualunque escursionista ben allenato, in quanto la cosiddetta “via normale”, che sale dal
versante sud, cioè dall’alta Val di Ron, non propone difficoltà alpinistiche, ma richiede solo esperienza ed
attenzione. Se a ciò si unisce l’eccezionale panorama che si apre dalla cima, si possono comprendere i
motivi che fanno di questa ascensione una delle classicissime sul versante retico medio-valtellinese.

Alpe Ron e vetta di Ron

Un unico, ma non trascurabile, neo: siccome non vi è alcun rifugio sempre aperto in Val di Ron e nella
limitrofa Val Rogneda che possa servirla, ci si trova nella necessità di lasciare l’automobile a San Bernardo
(o appena sopra, a Strefodes, dove la carrozzabile per l’alpe Campo è chiusa al traffico dei veicoli non
autorizzati), il che comporta un dislivello complessivo di oltre 1800 metri. Solo un buon allenamento fisico
può, dunque, consentire l’ascensione. Per la verità ci si può appoggiare anche al nuovo rifugio Capanna
Vetta di Rhon, allestito al CAI di Ponte nella parte bassa dell'alpe di Ron: in tal caso il dislivello si riduce a
meno di 1000 metri (chiedere per le chiavi alla sezione di Ponte del CAI). Vediamo, comunque, qual è
l’intero itinerario per salire alla vetta.

Apri qui una fotomappa degli alpeggi di Rogneda e Ron


A San Bernardo, amena località di villeggiatura estiva e ridente maggengo a monte di Ponte in Valtellina, si
sale sfruttando una comoda carrozzabile. Per farlo, dobbiamo staccarci dalla ss. 38 dello Stelvio all’altezza
dello svincolo sulla sinistra in località San Carlo di Chiuro (per chi provenga da Sondrio), ignorando però la
strada che sale al centro di Chiuro e prendendo subito a sinistra. Superato uno stop, in corrispondenza della
Madonna della Neve e del cimitero, proseguiamo, salendo, fino a duna curva a sinistra, che ci porta ad
intercettare la strada provinciale Panoramica dei Castelli, presso la chiesetta di San Gregorio. Prendiamo,
ora, a destra, per un breve tratto, fino ad incontrare, sulla sinistra, la deviazione segnalata per la Val
Fontana e San Bernardo. Imboccata questa strada, effettuiamo, dopo un tornante destrorso, una lunga
diagonale, superando la splendida chiesetta di San Rocco e raggiungendo un bivio, che propone a destra la
strada per la Val Fontana, a sinistra quella per San Bernardo. Prendiamo, quindi, a sinistra, e cominciamo a
salire, con diversi tornanti, fino ai prati del maggengo.

Laghetto di Ron

La strada termina presso l’edificio dell’ex-albergo e l’agriturismo “Al Tiglio”. Una piazzola a lato della strada
ci consente di parcheggiare l’automobile, ad una quota approssimativa di 1280 metri. Partono da qui due
piste, una verso sinistra ed una verso destra. Un cartello riassume le possibilità escursionistiche di questa
bella zona, e dà la vetta di Ron a 7-8 ore da qui. In realtà 6 ore, ed anche meno, bastano, anche se
rimangono un tempo considerevole. Imbocchiamo, ora, la pista di sinistra (indicazione per l’alpe Campo),
lasciandola subito, non appena troviamo un sentiero che sale nel bosco, consentendoci di risparmiare
tempo. Il sentiero conduce alle baite di Strefodes (m. 1384), dove ritroviamo la pista sterrata. Seguiamola
per un breve tratto, fino a trovare, sulla sinistra, la partenza di un secondo sentiero, che sale deciso nel
bosco, e conduce direttamente ai 1704 metri della baita Massarescia, posta in un bel prato che si trova ad
ovest ed a poca distanza dall’alpe Campo (m. 1680). Guardiamo verso sinistra (nord-ovest): vedremo
occhieggiare dal crinale della Val di Ron due cime, una, più, bassa, a sinistra ed una a destra: si tratta,
rispettivamente, della Corna Brutana e della Vetta di Ron, la nostra meta.

Baitone di Ron

Al prato della baita giunge una carrareccia che parte dall’alpe, e prosegue fino all’alpe di Ron. Il primo tratto
della pista è piuttosto ripido, poi la salita prosegue con inclinazione meno severa. Giunti ad un caratteristico
abete che, con andamento sinuoso, sembra protendersi in direzione della pista, guardiamo davanti a noi:
scorgeremo la cima di un dosso erboso, sulla quale è visibile, con sguardo attento, una croce: si tratta della
Croce della Fine (m. 2392), posta sul punto terminale del crinale che separa la Val di Ron dalla Valle di
Rogneda. Ok, la scusa per prendere fiato era buona, ora ricominciamo la salita, fino ad uscire dall’ombra del
bosco nei pressi di un casello dell’acqua, che precede di poco la località il Guado (m. 1959), dove, come
suggerisce anche il nome, dobbiamo attraversare il torrente della Val di Ron.

Rifugio Capanna Vetta di Ron


Poi la pista rientra nel bosco, per uscirne di nuovo e definitivamente, dopo alcuni tornanti, sul limite
inferiore dell’alpe di Ron, e terminare nei pressi di poche baite. Alla nostra sinistra si colloca il lungo baitone
dell’alpe (m. 2164), utilizzato dai pastori che la caricano nel periodo estivo. Alla nostra destra due baite
minori, ed una terza, isolata, poco più in alto (m. 2189): è quest’ultima la sede del rifugio Capanna Vetta di
Rhon. Alle sue spalle, le cime regine della valle, la Corna Brutana, sul suo angolo di nord-ovest, e, alla sua
destra, la Vetta di Ron. Poche decine di metri a monte del futuro rifugio si trova il rudere di una baita, dal
quale inizia la seconda parte di questa lunga ascensione.

Salita alla vetta di Ron

Possiamo seguire una traccia di sentiero, oppure, se non la troviamo, salire a vista, in direzione nord,
raggiungendo una prima conca occupata da un minuscolo specchio d’acqua. Affrontiamo, poi, un dosso
erboso, puntando ad un evidente ometto sul quale si trova un segnavia costituito da un triangolo rosso con
bordo giallo. Si tratta dell’indicazione dell’Alta Via della Val Fontana, che parte da San Bernardo e passa per
la bocchetta di Ron (m. 2639), la marcata depressione ben visibile sul lato destro della testata della valle,
fra la cima del Rovinadone a sinistra (m. 2748) e la cima dei Motti a destra (m. 2773); la bocchetta si affaccia
sull’alta Val Vicima, la già citata laterale della Val Fontana. Se guardiamo, alle nostre spalle, in direzione
opposta, cioè a sud-ovest, scorgiamo una seconda sella, meno marcata e più agevole: si tratta dell’erbosa
bocchetta di Rogneda sud (m. 2365), dalla quale si scende facilmente all’alpe omonima.

Salita alla vetta di Ron

Proseguiamo, sempre verso nord, salendo ad una seconda conca, che ospita uno specchio d’acqua appena
più grande (m. 2304), oltrepassata la quale risaliamo un secondo crinale erboso, puntando in direzione
nord, raggiungendo un modesto ripiano, l’ultimo, prima del lungo crinale che conduce alla base della vetta.

Nella prima parte della salita procediamo ancora su un terreno occupato da pascoli, e prendiamo come
punto di riferimento un grande masso isolato. Poi raggiungiamo il limite di una grande ganda, occupata da
sfasciumi di dimensioni medio-piccole. Inizia la parte più faticosa della salita, perché sassi mobili e ghiaietta,
in diversi punti, mettono a dura prova la nostra pazienza, vanificando con irritanti piccoli smottamenti gli
sforzi che mettiamo in atto per guadagnare metro su metro. Se ci portiamo leggermente sulla destra,
troveremo, non distante dal fianco roccioso che scende dalla vetta, anche una traccia di sentiero, che sale a
zig-zag. Non risolve i nostri problemi, ma ci dà almeno l’impressione di aver scelto la via meno dispendiosa.
In ogni caso, dobbiamo puntare alle prime roccette che si trovano appena a destra della verticale di una
marcata spaccatura sul versante meridionale della cima.

Salita alla vetta di Ron


Durante qualche pausa per tirare il fiato, non potremo non esplorare con l’occhio questo versante.
Capiremo, così, quanto si può leggere nell’edizione del 1884 della Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio:
“La Vetta di Ron…è vergine ancora, e, dal suo lato meridionale almeno, ci sembra assolutamente
inaccessibile.” Non è così, ovviamente, ma, guardando da qui, si ha proprio questa impressione. Stiamo
attenti, ora: dobbiamo individuare il punto di partenza dell’itinerario che risale questo versante. Tale
itinerario è segnalato da rettangoli bianchi, il più grande dei quali è ben visibile su una delle formazioni
rocciose che chiudono a monte la grande ganda. Raggiunto il grande rettangolo, corredato da una freccia
che ci indirizza a destra, guardiamo per un attimo in basso, a sinistra (sud-ovest): riconosceremo facilmente
l’ampia sella della bocchetta di Rogneda settentrionale (m. 2657), fra il poderoso massiccio della Corna
Brutana (m. 2989), a nord, e la minore cima della punta Placidia (m. 2680), a sud.

Salita alla vetta di Ron

Apriamo una breve parentesi: è anche possibile salire alla Vetta di Ron dalla Val Rogneda, sfruttando
proprio questa bocchetta, e guadagnando circa tre quarti d’ora sul tempo complessivo di salita. In questo
caso il punto di partenza è la parte alta del maggengo di Boirolo (termine che deriva dalla radice “bo” di
bue), a circa 1600 metri. Lo si raggiunge imboccando la strada asfaltata che sale da Tresivio. Da Boirolo
parte una pista sterrata che sale fino al baitone più basso dell’alpe di Rogneda (m. 2120 metri). Qui si
aprono due possibilità: salire, con facile percorso verso destra (nord-est) fino alla bocchetta di Rogneda
meridionale, per poi scendere nella media Val di Ron e congiungersi con l’itinerario principale che stiamo
descrivendo, oppure puntare alla bocchetta di Rogneda nord. La traversata a questa bocchetta è più
faticosa: si deve puntare a nord-nord-est, superando anche fasce di gande, fino alla conca del laghetto di
Rogneda (m. 2313), che, in periodi siccitosi, diventa un lago fantasma. Si prosegue, poi, verso nord, in
direzione del ben visibile vallone denominato valle dei Pissi, e salendo faticosamente per gande e sfasciumi,
tendendo a destra ed attaccando la base dell’ultimo strappo che conduce alla bocchetta. Esiste però
un’alternativa meno faticosa per raggiungerla: dal laghetto si sale in direzione del crinale, fino ad
intercettare un sentierino che effettua un lungo traverso in direzione nord (sinistra), fino all’attacco del
crinale della bocchetta. Raggiunta la bocchetta, ci si affaccia sulla Val di Ron e, proseguendo verso nord-est,
prima per magri pascoli, poi per sfasciumi, ci si congiunge con l’itinerario che stiamo descrivendo.

Bene, in uno modo o nell’altro siamo giunti ai piedi del tormentato versante meridionale della vetta (che da
qui non si vede, nascosta com’è da grandi blocchi rocciosi).

Salita alla vetta di Ron

La freccia ci indirizza, dunque, a destra. Siamo ad una quota approssimativa di 2800 metri e, dopo un breve
tratto a destra, effettuiamo, guidati dai rettangoli bianchi, una curva che ci fa prendere la direzione di
sinistra (nord-ovest). Dobbiamo, ora, tagliare l’intero versante, salendo in diagonale e sfruttando una linea
di cengia abbastanza larga e continua da consentire una traversata relativamente tranquilla. Il ripetuto
passaggio di escursionisti vi ha disegnato un sentiero ben visibile, che ci consente di procedere in sicurezza,
anche se nel primo tratto un paio di punti esposti richiedono particolare attenzione. La presenza di neve o il
terreno smosso da abbondanti precipitazioni, poi, rendono la salita del tutto sconsigliabile.
L’attraversamento di alcuni canalini, infine, espone al pericolo dei sassi che, imprevedibilmente, possono
precipitare dall’alto.

Procediamo, dunque, con la dovuta cautela, fino ad un canalino che conduce ad una prima bocchetta nella
roccia. Guardando a sinistra, rimaniamo colpiti dalla scura, selvaggia e verticale parete orientale della Corna
Brutana, che, vista da qui, sembra proprio meritare il nome sinistro. Oltrepassata la porta, volgiamo
leggermente a destra, fino ad una seconda meno marcata porta, dalla quale possiamo vedere, in primo
piano, due dei tre campanili posti ad ovest della Vetta di Ron. Colpisce, per l’eleganza delle forme, il
campanile di destra. Dobbiamo volgere ancora più a destra, proseguendo in direzione nord, verso la croce
della vetta, che ora possiamo intravvedere, ormai vicina. È un’apparizione che conforta, perché da qui non
si riesce a capire dove sia la cima e, soprattutto, quanto manchi a raggiungerla, e, stanchi come siamo,
sospiriamo ardentemente il meritato termine delle fatiche. Non è però, questo, il momento di rallentare
attenzione e prudenza: nell’ultimo tratto il terreno diventa meno consistente e quindi più faticoso, e
dobbiamo stare attenti a non seguire vie secondarie e tortuose.

In vista della vetta di Ron

Poi, l’ultimissimo strappo, con qualche elementare passo di arrampicata su facili roccette, che precedono la
cima, a quota 3137. Ci accoglie la croce collocata nell’agosto del 1969 dal Coro Vetta di Ponte. E,
soprattutto, ci accoglie un panorama impagabile. A nord, l’intera testata della Valmalenco. Alla sua destra,
in direzione nord-est ed in primo piano, il pizzo Scalino, la punta Painale, il pizzo Calino e la cima Vicima.
Ancora più a destra, le cime dell’alta Valtellina, con la cima di val Viola e la cima Piazzi. Ad est, in
lontananza, i gruppi Ortles-Adamello. A sud, l’intera catena orobica e ad ovest, infine, i Corni Bruciati, il
monte Disgrazia e la testata della Val Sissone. Bella ed impressionante è anche la visuale sulle due valli che
si aprono sotto di noi, la Val Painale, a sinistra (dove si distingue l’azzurro e gentile laghetto di Painale) e la
solitaria Val Vicima, a destra. Sul libro di cima potremo annotare il nostro passaggio, tentando, così, di
fermare le emozioni che si agitano, incontenibili, nell’animo.