Sei sulla pagina 1di 13

AGNEDA-RIFUGIO MAMBRETTI

Punti di partenza ed arrivo

Tempo necessario

Dislivello in altezza

in m.

Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)

Agneda-Alpe Caronno-Rifugio Mambretti

2h e 30 min.

780

SINTESI. Da Piateda saliamo alle frazioni alte ed a circa 5 km dalla partenza, troviamo, in località Monno, ad
un tornante sx, la stradina asfaltata che se ne stacca sulla destra e si inoltra in Val Venina, tagliandone il
selvaggio fianco orientale. Superata la località di Vedello, troviamo un bivio, al quale prendiamo a sinistra.
Dopo un ultimo tratto abbastanza dissestato, siamo ad Agneda (m. 1228), a 10,5 km circa dal centro di
Piateda. Procediamo poco oltre nella piana e parcheggiamo prima della pista che sale verso la diga di Scais.
Seguiamo la carozzabile fino a trovare, sulla sinistra, le indicazioni che segnalano un sentiero che se ne
stacca (segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 251). Passiamo su un ponte da destra a sinistra del
torrente Caronno e proseguiamo sul marcato sentiero fino alla casa dei custodi della Diga di Scais (m.
1484). Seguendo le segnalazioni, procediamo sul sentiero che costeggia la riva sinistra (per noi) del lago
artificiale, con qualche tratto protetto da una galleria paramassi, fino al limite meridionale del lago di Scais,
poco oltre il quale siamo alle Case di Scais (m. 1510). Ad un bivio andiamo a sinistra ed affrontiamo la breve
salita in pecceta che ci porta ai prati dell'alpe Caronno (m. 1610). Attraversato il pianoro stando a sinistra,
riprendiamo a salire, con pendenza moderata, ed attraversiamo, su tronchi, per due volte altrettanti rami
del torrente Caronno. La salita si fa, ora, più decisa e segue, verso est, il filo di un ampio dosso, si stempera
un po' ad una radura, poco sopra i 1800 metri, per poi riprendere decisa, con varie serpentine. Il sentierino
esce infine all'aperto ed un ultimo strappo ci porta alla capanna Mambretti (m. 2003).

Apri qui una fotomappa della salita al rifugio Mambretti ed al passo Biorco

L'alta via delle Orobie si divide in due grandi tronconi. Quello occidentale è chiamato sentiero Andrea
Paniga, quello orientale sentiero Bruno Credaro. Il tratto sicuramente più interessante ed emozionante del
sentiero Bruno Credaro è la traversata dal rifugio Mambretti, in val Caronno, al rifugio Donati, nell'alta valle
di Quai. Se si hanno a disposizione due automobili e si è buoni camminatori, la si può effettuare anche in
una sola giornata, lasciandone una a Briotti (a cui si sale staccandosi dalla statale 38 a Sazzo, in comune di
Ponte in Valtellina) ed una ad Agneda (a cui si sale da Piateda, staccandosi sulla destra dalla strada che
porta a Piateda alta).
La piana di Agneda

Base di partenza è, dunque, il piccolo nucleo di Agneda (m. 1228), il cui nome significa "luogo piantato ad
ontani" (agno, infatti, è l'ontano). La si raggiunge dal centro di Piateda salendo lungo la strada asfaltata che
porta a Piateda alta; prima di di raggiungere l'antico nucleo, ed a circa 5 km dalla partenza, troviamo, in
località Monno, ad un tornante sx, la stradina asfaltata che se ne stacca sulla destra e si inoltra in Val
Venina, tagliandone il selvaggio fianco orientale. Superata la località di Vedello, troviamo un bivio, al quale
prendiamo a sinistra. Dopo un ultimo tratto abbastanza dissestato, siamo ad Agneda (Agnéeda, m. 1228), a
10,5 km circa dal centro di Piateda. Il paese è posto all'inizio di un'ampia piana che precede l'imbocco della
Val Caronno (Val de Caròn). La Guida alla Valtellina, edita dal CAI di Sondrio nel 1884, ci offre queste notizie
della chiesetta di S. Agostino, testimonianza della vitalità antica del piccolo nucleo (a quel tempo abitato
permanentemente, ora, da circa mezzo secolo, residenza solo stagionale): "Sull'arco della porta della
chiesetta d'Agneda leggesi in numeri arabici la data 1424.14. M. ... Probabilmente ... essa si trasse da
qualche documento, il quale provava che fin quel tempo esisteva quassù una chiesa".

Apri qui una fotomappa della salita dal lago di Scais al rifugio Mambretti

In passato Agneda (termine che deriva dal latino "agnus", agnello) non fu borgo insignificante: fu fondato,
probabilmente nel secolo XIV, da pastori provenienti dal versante bergamasco (Val Seriana e Brembana) e,
fin dal tardo medioevo, visse soprattutto dei commerci con il versante bergamasco dell'alta Val Seriana,
legati soprattutto all'estrazione ed alla lavorazione di minerali ferrosi. Nel 1589, al tempo della visita
pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda, vi dimoravano 35 famiglie, mentre il censimento del
1861 contò 27 abitanti, che venivano soprannominati "còòrf" (corvi). Qui vide la luce anche Giovanni
Bonomi, valorosa guida alpina che, fra la fine dell'ottocento ed i primi del novecento, molto contribuì
all'esplorazione di queste montagne.

Il nucleo fu abitato permanentemente fino alla metà circa del secolo XX. Al termine della seconda guerra
mondiale si consumò il definitivo spopolamento, ed è interessante notare che metà dei suoi abitanti
emigrarno nel varesotto.

Da Agneda alla pista per la diga si Scais, sulla base di Google Earth (fair use)

Oltrepassate le case, proseguiamo per circa un km, attraversando l'ampio pianoro della media valle.
Bellissimo e selvaggio lo scenario: sul lato di sinistra (est) esso è chiuso da un versante di ripidi pascoli, con
roccioni e brevi macchie di conifere, che scende dalla punta della Pessa (m. 2472); sul lato opposto si
vedono imponenti roccioni levigati dall'azione dei ghiacciai; sul fondo, infine, si presenta il gradino glaciale
che introduce all'alpe di Scais (ora sommersa dall'omonimo bacino), oltre il quale occhieggiano le cime del
Medàsc (m. 2647) e la Cima Soliva (m. 2710).
Il lago di Scais

Raggiunto lo slargo-parcheggio (con area di sosta attrezzata per il pic-nic) oltre il quale è vietato il transito
ai veicoli non autorizzati (l'autorizzazione a salire fino alla diga è, però, acquistabile presso il municipio di
Piateda - Tel. 0342 370.221; Fax 0342 370.598; e-mail: le baite di Caronno. Foto di Massimo Dei Cas
www.paesidivaltellina.itacpiateda@provincia.so.it; orari di apertura: Martedì e giovedì: ore 08:00 - 13:00 e
dalle 14:00 alle 18:00; Lunedì, mercoledì e venerdì: ore 08:00 - 14:00), parcheggiamo l'automobile e ci
mettiamo in cammino.

Iniziamo a salire verso il rifugio Mambretti (m. 2003) su una stradella, con fondo che alterna sterrato e
cemento, passando a sinistra di un grande roccione e proseguendo verso il bacino di Scais, in un bosco di
pini e larici. Guardando a sud, cominciamo a vedere l'imponente sbarramento della diga. Seguiamo la
carozzabile fino a trovare, sulla sinistra, le indicazioni che segnalano un sentiero che se ne stacca (segnavia
rosso-bianco-rosso con numerazione 251). Passiamo, così, sfruttando un ponticello sospeso su alcune
suggestive marmitte dei giganti scavate dal torrente Caronno (ponte della Padella, m. 1450), sul lato sinistro
della valle. Il sentiero, che diventa comoda e, a tratti, ben lastricata mulattiera, sale all'ombra di una pineta,
con qualche breve tratto all'aperto, e porta alla casa dei Scena bucolica all'alpe Caronno. Foto di Massimo
Dei Cas www.paesidivaltellina.itcustodi della Diga di Scais (diga de scàes, m. 1484; il termine "scais" deriva,
forse, da "scàja", scaglia). Il bacino artificiale, dalla capienza di circa 9 milioni di metri cubi d'acqua, è posto
a 1494 metri, a 3 km da Agneda, proprio alla confluenza della val Caronno e della val Vedello.

Sul lato opposto del bacino, a sud, domina l'affilato profilo conico del pizzo Mottolone; alla sua destra si
intravede l'imbocco della Val Vedello, chiusa, sul fonto, dal pizzo del Salto (che dava un tempo il nome alla
valle, detta, appunto, del Salto).

Seguendo le segnalazioni, procediamo sul sentiero che costeggia la riva sinistra (per noi) del lago artificiale,
con qualche tratto protetto da una galleria paramassi, fino al limite meridionale del lago, poco oltre il quale
siamo alle case di Scais (cà de scàes, m. 1510). Potremmo pensare che si tratta delle baite dell'alpe di Scais,
sommersa dal bacino artificiale, ma così non è: vennero costruite per ospitare gli operai che lavorarono
all'edificazione della diga, terminata negli anni Trenta del secolo scorso.

Sentiero per il rifugio Mambretti, sulla base di Google Earth (fair use)

La Guida alla Valtellina del CAI di Sondrio (cit.) ci offre un'idea di come apparissero questi luoghi prima
dell'imponente manufatto: "Raggiunto in circa venti minuti il fondo del piano in cui giace Agneda, la via sale
a stretti risvolti un gradino di rocce interpolate da pascoli e boschi di piante di parecchie specie. A sinistra,
entro una spaccatura, precipita in ripetute cascate il grosso torrente. La scena è tra le più variate e più
attraenti. In cima il torrente scorre lento in piano, e lo si passa sopra un ponte in legno in luogo così
pittoresco che par proprio di trovarsi in un ridente giardino. Poi si entra in una vasta prateria circondata
attorno da monti coperti di boschi. In fondo stanno le capanne di Scais (1466 m.), in parecchie delle quali si
può passare assai comodamente la notte sul fieno."
Apri qui una panoramica della Val Caronno

Alle case di Scais troviamo un bivio: i cartelli ci segnalano che prendendo a destra (sentiero della GVO) ci
inoltriamo in Val Vedello e ci portiamo alle baite Cornascio in 15 minuti, saliamo al passo del Forcellino in 2
ore e 15 minuti per poi scendere alle baite Cigola (in valle di Ambria) in 3 ore e 15 minuti. Prendendo a
sinistra, invece, proseguiamo sul sentiero 215 (ma anche sulla Gran Via delle Orobie, che giunge fin qui,
appunto, dalla Val Vedello e sale in Valle di Scais o Val Caronno), salendo in 20 minuti alle baite di Caronno,
in un'ora e 30 al rifugio Mambretti ed in 3 ore e 20 minuti al passo della Scaletta (che si affaccia sulla Val
Seriana, poco a monte del rifugio Baroni al Brunone).

Prendiamo, dunque, a sinistra, passando accanto ad un edificio che colpisce per le eleganti decorazioni in
legno che ornano gli spioventi del tetto: si tratta dell'ex-rifugio Guicciardi, riconoscibile anche per la
bandiera italiana. Venne costruito dalla sezione valtellinese del CAI nel 1898, e ceduta all'ing. ed alpinista
Messa nel 1924, dopo la costruzione del rifugio Mambretti: per questo ora viene chiamato capanna Messa.

Dalla diga di Scais al rifugio Mambretti, sulla base di Google Earth (fair use)

Lasciata alla nostra destra un'ultima baita isolata ed attraversata una radura, affrontiamo la breve salita in
pecceta che ci porta ai prati dell'alpe Caronno (caròn, m. 1610, toponimo assai diffuso su questo versante -
cfr. le varianti Carona e Caronella -, forse dal latino "quadra" o da nome di persona), dove si trovano le tre
baite omonime e dove il torrente omonimo scorre pigro, alla nostra destra. Vediamo anche un bel ponte in
legno che lo attraversa, da sinistra a destra, ed introduce all'antico sentiero per il passo della Scaletta, un
tempo assai frequentato. Sul lato opposto si trova anche una caratteristica fascia di grandi massi erratici, i
càmer, ricoveri di pastori; fra questi, la caratteristica "tana de l'ùrs", nel cui nome rimane l'eco suggestiva
del tempo nel quale gli orsi vagavano ancora fra questi monti. Noi, però, restiamo sul lato sinistro,
seguendo le indicazioni di un cartello, che dà il rifugio Mambretti ad un'ora di cammino. Aleggia qui una
sommesa poesia: oltre il limite degli alberi, in fondo ai prati, occhieggiano le prime cime della testata della
valle (il pizzo Brunone), ma si annunciano discrete, mentre non si mostrano ancora le vette più alte e
famose (le punte di Scais e Redorta).

Apri qui una panoramica della Val Caronno

Attraversato il pianoro, riprendiamo a salire, con pendenza moderata, ed attraversiamo, alla bell'e meglio,
aiutati da tronchi, per due volte altrettanti rami del torrente Caronno. La salita si fa, ora, più decisa, ed
accanto ai più recenti segnavia bianco-rossi possiamo vedere ancora qualche "storico" segnavia giallo-
rosso. la salita, che segue il filo di un ampio dosso, si stempera un po' ad una radura, poco sopra i 1800
metri, per poi riprendere decisa, con varie serpentine. Un cartello che invita gli escursionisti a portare legna
al rifugio Mambretti ci fa capire che la prima tappa non è lontana. Qualche fatica ancora, fra rododendri,
pini mughi e larici sempre più radi, ed ecco che il sentierino esce all'aperto: vediamo, in alto, leggermente a
sinistra, il rifugio, con il simpatico tetto rosso, posto su una piazzola che si apre su un largo dosso erboso; un
ultimo strappo ci porta alla capanna, che raggiungiamo dopo circa due ore e mezza di cammino (il dislivello
approssimativo in salita è di 780 metri).

Il rifugio Mambretti

Il rifugio è stato costruito nel 1924; su una targa leggiamo che esso è dedicato "alla memoria di Luigi
Mambretti, caduto sulla punta di Scais il 7 settembre 1923", a soli 27 anni, e che è stata posata dalla
sezione valtellinese del CAI il 25 settembre 1925. Ricordiamo che il rifugio non è custodito, per cui chi
desidera utilizzarlo deve procurarsi le chiavi presso il sig. Arialdo Donati, Ispettore della sezione valtellinese
del CAI (tel.: 0342.482.000); si possono, peraltro, ritirare le chiavi anche presso i guardiani della diga di
Scais, pagando una quota per il pernottamento e lasciando in deposito un documento che si ritira alla
riconsegna delle stesse. Ricordiamo che può ospitare fino a 25 persone e che, in caso di emergenza, si può
fruire del localetto invernale (2 posti).

Apri qui una panoramica del rifugio Mambretti

Sostiamo, ora, per breve tempo, quel tanto che basta per ascoltare la storia dell’ultimo orso dell’alpe di
Scais, ucciso sul finire dell’Ottocento. La racconta Bruno Galli valerio, naturalista ed alpinista che molto
amava queste montagne: “E là allora, gli altri raccontarono dell'enorme orso che vagava nel bosco del
Mottolone terrorizzando l'alpe di Scais e di Caronno, dove di quando in quando appariva per impossessarsi
di una capra. Ecco là, sì, era un orso! Un giorno l'avevano visto entrare sotto un enorme blocco che formava
come una specie di caverna. Si apprestarono a cercare su tutti gli alpeggi dei fucili, e li sistemarono intorno
all'ingresso della caverna con un sistema di funicelle e di leve che dovevano uccidere l'animale con una
scarica formidabile. Ma Martino, coi sui piccoli occhi, li guardava fare dal fondo del suo nascondiglio e
sorrideva. E tutti all'alpe di Caronno, là nella notte, tendevano le orecchie. Si aspettavano ad ogni istante la
scarica dei fucili. Ma all'improvviso si udirono i gridi spaventosi di una capra che veniva sgozzata.

- L'orso! tutti esclamarono rannicchiandosi nella piccola baita. - Giunta l'alba, andarono a vedere. Era
scomparsa una capra. Salirono alla grotta: tutti i fucili erano ancora al loro posto e i colpi non erano partiti.
Girando intorno al masso si accorsero che sotto i cespugli, quell'orso aveva un buco che comunicava con la
grotta: Martino se ne era uscito tranquillo da lì lasciandovi solo qualche pelo e aveva ricominciato le sue
scorribande. E un giorno, infine, G. Bonomi andò a cercarlo nel bosco del Mottolone. I due giocarono per
qualche momento a nascondino. Poi si incontrarono faccia a faccia e il Bonomi con un sol colpo di fucile lo
uccise. Quello fu l'ultimo orso di Scais”. (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed
Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

Apri qui una panoramica del rifugio Mambretti


Uno sguardo, infine, alla splendida parata di cime che sta di fronte a noi, a sud. Sul vertice di sinistra della
valle riconosciamo l'appuntita ed adunca del pizzo Porola (m. 2981), che sembra esprimere tutto il suo
disappunto per quei 19 metri che lo privato dell'onore di entrare, come quatro, nell'elite dei "tremila"
orobici. Poi, a destra, l'imponente avancorpo della cresta Corti ci priva della vista della punta di Scais (m.
3038), che si nasconde dietro la sua sommità. Infine, poco più a destra, defilato ma riconoscibile, il pizzo
Redorta (m. 3038).

[Torna ad inizio pagina]

RIFUGIO MAMBRETTI-RIFUGIO DONATI

Punti di partenza ed arrivo

Tempo necessario

Dislivello in altezza

in m.

Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)

Agneda-Alpe Caronno-Rifugio Mambretti-Passo Biorco-Rifugio Donati-Laghetti S. Stefano-Briotti

8h

1420

EE

Apri qui una panoramica del rifugio Mambretti e della testata della Val Caronno

Dopo la sosta necessaria per reintegrare le energie, seguiamo le indicazioni della Gran Via delle Orobie, che
ci indirizzano su una traccia di sentiero molto labile che parte proprio alle spalle del rifugio e sale ripida sul
fianco erboso di un grande dosso. Prestando molta attenzione a non perdere i segnavia, sormontiamo un
grande dosso erboso, raggiungendone il largo crinale e, dopo aver piegato leggermente verso destra (est),
lo seguiamo per un lungo tratto.

Dal rifugio Mambretti al passo Biorco, sulla base di Google Earth (fair use)

Dopo una svolta a sinistra, incontriamo un grande masso sul quale è scritta, in caratteri ben visibili,
l'indicazione "Donati", con una freccia che ci indirizza ad un pianoro, occupato da massi e da qualche
nevaietto, che termina ai piedi del ripido fianco montuoso che scende dal crinale che congiunge il pizzo
Biorco (m. 2749) al pizzo di Rodes (m. 2829).
Fotomappa della salita al passo Biorco dal rifugio Mambretti

La val Caronno vista dal passo Biorco. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.itLa salita sulle balze
erbose del fianco porta ai 2641 metri del passo Biorco, il punto più alto della traversata. L'ultimo tratto, il
più ripido ed esposto, è agevolato da corde fisse, che rendono più sicura anche la prima parte della discesa
nell'alto vallone di Quai, discesa che avviene superando una breve fascia di roccette e raggiungendo un
ripido declivio occupato da insidiosi sassi mobili. Scendendo con calma ed attenzione approdiamo ad un
nevaietto, dalla pendenza meno ripida, tagliato il quale dobbiamo superare, guidati dai segnavia, una breve
fascia di massi. La discesa porta nei pressi del lago di Reguzzo (m. 2497), incantevole perla che sembra
illuminare l'ampio pianoro di rocce arrotondate che costituisce l'alto vallone di Quai. Oltrepassato il
laghetto, raggiungiamo in breve il rifugio Donati (m. 2504). Vale la pena di fermarsi un po' in questi luoghi
solitari ma non cupi: vagando fra le modeste formazioni rocciose ad est del rifugio, troveremo alcuni altri
piccoli specchi d'acqua, che ingentiliscono uno dei luoghi più belli delle Orobie centro-orientali.

Lago di Reguzzo e rifugio Donati dal passo Biorco

Giunge però anche il tempo di scendere. La discesa comincia aggirando sulla sinistra la formazione rocciosa
su cui è posto il rifugio, e raggiungendo una fascia di massi posta ai suoi piedi. Scendendo ancora, dopo
aver incontrato un cartello che indica la deviazione per il rifugio Corti, ci portiamo leggermente a destra,
guadagnando il filo di un dosso erboso, sul quale troviamo una traccia di sentiero e qualche segnavia.
Scendiamo ancora, con un tracciato parallelo alla direttrice del fianco roccioso che chiude il vallone ad
ovest.

Lago di Reguzzo

Il sentiero ci porta ad attraversare, verso destra, il torrentello che scende dal vallone, raggiungendo un
secondo dosso erboso, che scendiamo per un buon tratto, finché torniamo a varcare, in direzione opposta,
il corso d'acqua, riportandoci alla sua sinistra. Il sentiero, dopo qualche tornante, termina al baitone di Quai
(m. 1890). Qui dobbiamo imboccare un nuovo sentiero, in direzione nord, che, con andamento quasi
pianeggiante, segue un canale di gronda che aggira il lungo crinale che dalla punta di Santo Stefano scende
verso nord-est.

Il rifugio Ottorino Donati


Giungiamo così alla casa dei guardiani del bacino artificiale di S. Stefano. Seguendo le bandierine rosso-
bianco-rosse, passiamo proprio sotto il muraglione dello sbarramento e ci dirigiamo alla chiesetta di S.
Stefano (m. 1839), che se ne sta, un po' triste, a fronteggiare solitaria l'imponente massa di cemento. Inizia
ora una ripida discesa, fra incantevoli radure e brevi tratti nel bosco, su una ben marcata traccia che ci
porta fino alla baita Spanone (m. 1561), collocata in una bella radura. Entriamo di nuovo nel bosco, per
proseguire in una discesa che, raggiungo il filo di un ampio dosso, lo tiene fino al limite superiore dei prati
di Briotti (m. 1080), dove troviamo un ripido tratturo che, in breve, ci porta al limite inferiore degli stessi (m.
1020), dove una strada sterrata, imboccata verso sinistra, conduce all'ingresso del paese, dove si trova
anche un comodo parcheggio.

Passo Biorco e rifugio Donati, sulla base di Google Earth (fair use)

L'intera traversata, da Agneda a Briotti, richiede circa 8 ore di cammino e rappresenta una delle più belle
escursioni di un certo impegno nell'arco orobico.

Apri qui una panoramica del rifugio Donati e del passo Biorco dalla bocchetta di Reguzzo

[Torna ad inizio pagina]

RIFUGIO MAMBRETTI-RIFUGIO BARONI AL BRUNONE

Punti di partenza ed arrivo

Tempo necessario

Dislivello in altezza

in m.

Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)

Rifugio Mambretti-Forno del Ferro-Passo della Scaletta-Rifugio Baroni al Brunone

2 h e 30 min.

560

EE (EEA)

Rifugio Mambretti-Passo inferiore della Brunona-Rifugio Baroni al Brunone

2 h e 30 min.
680

EE

SINTESI. Lasciamo il rifugio Mambretti seguendo il cartello del sentiero 251, che dà il Forno del ferro ad
un'ora ed il passo della Scaletta a 2 ore. Si tratta di un sentierino che traversa a mezza costa, su ripido
pendio erboso, verso sud-est, avvicinandosi alla testata della Valle di Scais (o Val Caronno). Procediamo
quasi in piano, guadagnano molto gradualmente quota, attraversiamo un corpo franoso e, scendendo
leggermente verso destra, ci portiamo al guado del torrente Caronno. Sul lato opposto dobbiamo prestare
molta attenzione ai segnavia bianco-rossi (accompagnati anche da qualche bollo giallo), perché il sentierino
si perde. Dobbiamo salire su un versante di facili roccette, trovando un segnavia che ci segnala che
dobbiamo piegare a destra. Superati alcuni lastroni, approdiamo ad un ripiano di sfasciumi, attraversato il
quale dobbiamo tagliare un nuovo versante di facili rocce montonate, sempre accompagnati dai
preziosissimi segnavia bianco-rossi e gialli. Passiamo a lato di un masso con una scritta che in caratteri gialli
segnala nella direzione dalla quale veniamo il rifugio Mambretti, in quella nella quale procediamo il passo
della Scaletta. Poco oltre troviamo anche un cartello del sentiero 251, che indica nella direzione dalla quale
veniamo il rifugio Mambretti, dato ad un'ora, le baite Caronno, date a 2 ore, ed Agneda, data a 2 ore e 30
minuti. Nei pressi del cartello troviamo i resti di un forno fusore, il cosiddetto Forno del Ferro (m. 2220).
Ora dobbiamo procedere puntando diritti alla testata della valle, a sud. Non si riesce a capire bene dove
possa essere il passo della Scaletta, perché si trova al culmine di un ripido e stretto canalino che da qui non
si distingue ancora. In compenso ora è ben visibile il tracciato dell'antica mulattiera (si tratta della
prosecuzione di un racciato che sale fin qui direttamente dal fondo valle Valle di Caronno o di Scais), che
sale con serrate serpentine un versante di materiale franoso. Dopo un centinaio di metri di salita vediamo
lo stretto imbocco del canalino, e procediamo nella sua direzione. Lo scenario si fa sempre più severo e
quando ci infiliamo nell'intaglio fra scorbutici versanti non possiamo non domandarci come facessero nei
secoli passati a risalirlo gravati del peso di qualche decina di chilogrammi di minerale ferroso. Ci accoglie sul
lato destro un grande rettangolo bianco, segno che procediamo su terreno insidioso. Nel primo tratto
saliamo il ripido canalino fra grandi blocchi, a destra di un antipaticissimo rivolo d'acqua. Ora stiamo sulla
destra, sfruttando le corde fisse che ci aiutano a sormontare alcuni grandi blocchi. Se le condizioni di
terreno non sono ideali, la salita assume la difficoltà PD (in tal caso si può optare per la variante del passo
della Brunona). Dopo l'ultimo e più ostico roccione, ci affacciamo alla parte terminale del canalino, che si
allarga ed assume un andamento meno ripido. Superato un nevaietto, siamo finalmente al ripiano sul
crinale, il passo della Scaletta (m. 2530). Più tranquillo ma sempre non banale il versante bergamasco della
Val d'Aser. Passiamo a lato di un microlaghetto seguendo un sentierino che scende zigzagando una ripida
china erbosa e passa vicino ai ruderi di vecchie strutture minerarie. Seguiamo un valloncello e, prendendo a
sinistra, traversiamo facilmente al rifugio Antonio Baroni al Brunone (m. 2297), che vediamo già dalle prime
balze sotto il passo. Qui la traversata termina. Chi volesse procedere su terreno più tranquillo può optare
per la variante che sfrutta il più alto ma più facile passo inferiore della Brunona, posto ad est del gemello
passo della Scaletta. In tal caso si segue il medesimo itinerario sopra descritto. Giunti però al ripiano di
sfasciumi che segue la salita sui lastroni dopo il guado del torrente Caronno, procediamo prestando
attenzione al versante alla nostra sinistra. Vedremo infatti aprirsi gradualmente un ampio corridoio che sale
al crinale, piuttosto ripido ma non difficile. Lasciamo allora il sentiero per il Forno del Ferro e pieghiamo a
sinistra, salendo verso sud-est, su terreno di sfasciumi e nevaietti. Salendo lungo il canalone ci portiamo ai
piedi di alcune facili roccette che recedono la sella del passo inferiore della Brunona (m. 2680). Scendiamo
quindi sul versante bergamasco, su ripido versante, ed in breve intercettiamo il sentiero sul nostro lato
destro dal passo della Scaletta. Proseguiamo su questo sentiero fino al terrazzo del rifugio Baroni al
Brunone.

Apri qui una fotomappa della traversata dal rifugio Mambretti al passo della Scaletta
Sull'opposto versante orobico rispetto al rifugio Mambretti, cioè quello della bergamasca Val Seriana (per la
precisione della Valle dell'Aser) si trova il rifugio Baroni al Brunone (m. 2285), che può essere raggiunto dal
rifugio Mambretti con un'interessantissima traversata per lo storico passo della Scaletta, assai frequentato
in passato per il trasporto dei materiali ferrosi estratti e sottoposti a prima lavorazione sul versante dell'alta
Val Caronno, dove ancora si vedono i resti di un forno fusorio. Storia e fascino di scenari d'alta quota
impervi e non banali rendono questa traversata raccomandabile, anche se si raccomandano in egual misura
esperienza, prudenza e buone condizioni di visibilità e terreno.

La Cresta Corti

Per effettuarla lasciamo il rifugio Mambretti seguendo il cartello del sentiero 251, che dà il Forno del ferro
ad un'ora ed il passo della Scaletta a 2 ore. Si tratta di un sentierino che traversa a mezza costa, su ripido
pendio erboso, verso sud-est, avvicinandosi alla testata della Valle di Scais (o Val Caronno), sulla quale si
distinguono, da sinistra, la punta di Scais (m. 3032), il pizzo Redorta (m. 3038), la poderosa Cresta Corti ed il
pizzo Brunone (o della Brunona, m. 2724). Procediamo quasi in piano, guadagnano molto gradualmente
quota, attraversiamo un corpo franoso e, scendendo leggermente verso destra, ci portiamo al guado del
torrente Caronno, che qui scende spumeggiante al centro di un vallone morenico. Passiamo così da sinistra
a destra del torrente, poco a valle di alcuni ciclopici blocchi.

Dal rifugio Mambretti al passo della Scaletta, sulla base di Gogle Earth

Sul lato opposto dobbiamo prestare molta attenzione ai segnavia bianco-rossi (accompagnati anche da
qualche bollo giallo), perché il sentierino si perde. Dobbiamo salire su un versante di facili roccette,
trovando un segnavia che ci segnala che dobbiamo piegare a destra. Superati alcuni lastroni, approdiamo
ad un ripiano di sfasciumi, attraversato il quale dobbiamo tagliare un nuovo versante di facili rocce
montonate, sempre accompagnati dai preziosissimi segnavia bianco-rossi e gialli. Passiamo a lato di un
masso con una scritta che in caratteri gialli segnala nella direzione dalla quale veniamo il rifugio Mambretti,
in quella nella quale procediamo il passo della Scaletta. Poco oltre troviamo anche un cartello del sentiero
251, che indica nella direzione dalla quale veniamo il rifugio Mambretti, dato ad un'ora, le baite Caronno,
date a 2 ore, ed Agneda, data a 2 ore e 30 minuti.

Guado del torrente Caronno

Nei pressi del cartello troviamo i resti di un forno fusore, il cosiddetto Forno del Ferro (m. 2220). Da un
pannello apprendiamo che “giacimenti di minerali ferrosi, prevalentemente a carbonato di ferro siderite,
sono sparsi lungo tutta la fascia meridionale del versante Orobico. Questi giacimenti hanno rappresentato
in passato la maggiore risorsa mineraria di ferro in Lombardia. La mulattiera che passa di fianco al forno
conduce alle miniere poste sotto il passo della Scaletta, così chiamato per le scale in legno installate per
facilitare il trasporto del minerale ferroso e del carbone. Il ferro estratto, in taluni periodi, veniva torrefatto
in loco (Reglana) ed immediatamente trasportato in Bergamasca, oppure era portato al forno della Val
d'Ambria in località Vedello. Un progressivo abbassamento della temperatura (piccola era glaciale
medioevale) rese assai difficile la vita e il lavoro a queste quote per cui le cave e l'attività estrattiva furono
progressivamente abbandonate. Costi di escavazione troppo elevati e difficili vie di comunicazione
portarono alla definitiva cessazione di ogni attività dopo la metà del 1800.” C'è però da puntualizzare che la
piccola era glaciale non si colloca nei secoli del Medio Evo, quando invece pare che le temperature fossero
anche più elevate delle attuali e quindi la colonizzazione dell'alta montagna più facile, ma nell'età moderna,
diciamo nel Seicento, nel Settecento e ad inizio Ottocento.

Forno del Ferro

Ora dobbiamo procedere puntando diritti alla testata della valle, a sud. Non si riesce a capire bene dove
possa essere il passo della Scaletta, perché si trova al culmine di un ripido e stretto canalino che da qui non
si distingue ancora. In compenso ora è ben visibile il tracciato dell'antica mulattiera (si tratta della
prosecuzione di un racciato che sale fin qui direttamente dal fondo valle Valle di Caronno o di Scais), che
sale con serrate serpentine un versante di materiale franoso. Dopo un centinaio di metri di salita vediamo
lo stretto imbocco del canalino, e procediamo nella sua direzione. Lo scenario si fa sempre più severo e
quando ci infiliamo nell'intaglio fra scorbutici versanti non possiamo non domandarci come facessero nei
secoli passati a risalirlo gravati del peso di qualche decina di chilogrammi di minerale ferroso. Ci accoglie sul
lato destro un grande rettangolo bianco, segno che procediamo su terreno insidioso.

Canalino che sale al passo della Scaletta

Nel primo tratto saliamo il ripido canalino fra grandi blocchi, a destra di un antipaticissimo rivolo d'acqua.
Un tempo la salita avveniva stando al centro: le rocce bagnate venivano superate da scalette di legno che si
potevano vedere ancora a metà del secolo scorso. Ora stiamo sulla destra, sfruttando le corde fisse che ci
aiutano a sormontare alcuni grandi blocchi. Se le condizioni di terreno non sono ideali, la salita assume la
difficoltà PD (in tal caso si può optare per la variante del passo della Brunona).

Salendo al passo della Scaletta

Dopo l'ultimo e più ostico roccione, ci affacciamo alla parte terminale del canalino, che si allarga ed assume
un andamento meno ripido. Superato un nevaietto, siamo finalmente al ripiano sul crinale, il passo della
Scaletta (m. 2530). Molto bello, anche se non ampio, il panorama verso nord: dominiamo la Val Caronno,
con la diga di Scais, incorniciata, sul fondo, dalle cime del gruppo del Masino, alla cui destra spicca il monte
Disgrazia, che da qui mostra un profilo insolito, assai più slanciato rispetto alle sua immagini più note. Sulla
sinistra spicca il cono regolare del pizzo del Diavolo di Tenda.

Clicca qui per aprire una panoramica verso nord dal passo della Scaletta (foto, per gentile concessione, di
Marco Brignoli)

Più tranquillo ma sempre non banale il versante bergamasco della Val d'Aser. Passiamo a lato di un
microlaghetto seguendo un sentierino che scende zigzagando una ripida china erbosa e passa vicino ai
ruderi di vecchie strutture minerarie. Seguiamo un valloncello e, prendendo a sinistra, traversiamo
facilmente al rifugio Antonio Baroni al Brunone (m. 2297), che vediamo già dalle prime balze sotto il passo.
Qui la traversata termina.

Valle di Scais vista dal passo della Scaletta

Chi volesse procedere su terreno più tranquillo può optare per la variante che sfrutta il più alto ma più
facile passo inferiore della Brunona, posto ad est del gemello passo della Scaletta. In tal caso si segue il
medesimo itinerario sopra descritto. Giunti però al ripiano di sfasciumi che segue la salita sui lastroni dopo
il guado del torrente Caronno, procediamo prestando attenzione al versante alla nostra sinistra.

Pozza al passo della Scaletta

Vedremo infatti aprirsi gradualmente un ampio corridoio che sale al crinale, piuttosto ripido ma non
difficile. Lasciamo allora il sentiero per il Forno del Ferro e pieghiamo a sinistra, salendo verso sud-est, su
terreno di sfasciumi e nevaietti. Salendo lungo il canalone ci portiamo ai piedi di alcune facili roccette che
recedono la sella del passo inferiore della Brunona (m. 2680).

Discesa dal passo della Scaletta al rifugio Antonio Baroni al Brunone (foto, per gentile concessione, di Marco
Brignoli)

Scendiamo quindi sul versante bergamasco, su ripido versante, ed in breve intercettiamo il sentiero sul
nostro lato destro dal passo della Scaletta. Proseguiamo su questo sentiero fino al terrazzo del rifugio
Baroni al Brunone, dal quale si gode di un'incomarabile colpo d'occhio sul pizzo Redorta, a destra, e sul
pizzo del Diavolo di Tenda, a sinistra. Si tratta di un rifugio ricavato nel 1879 da una vecchia baita di
minatori che lavoravano nelle miniere di ferro appena sotto il Passo della Scaletta. La struttura fu poi
ampliata nel 1894 ed assunse la denominazione di “Rifugio della Brunona”, Nel 1968 il rifugio, nuovamente
ristutturato, venne dedicato alla memoria della guida alpina Antonio Baroni. Per maggior informazioni si
può visitare il sito ufficiale www.rifugiobrunone.it.

Una nota conclusiva: i due percorsi per effettuare la traversata Mambretti-Brunone possono ovviamente
essere combinati ad anello; in tal caso è però del tutto consigliabile utilizzare il passo della Scaletta
all'andata e quello inferiore della Brunona al ritorno.