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LA GIOVANE LAVANDAIA

INDICE

La giovane lavandaia 3
Il lavatoio parlante 11
Il sogno di Arianna 15
Il lenzuolo volante 17
Una partenza entusiasmante 21
Un viaggio meraviglioso 23
Un giorno indimenticabile 26
La nostalgia di casa 28
Un nuovo inizio 30
La lavanderia di Arianna 32
La vecchia lavandaia 37
L’antico lavatoio 39
LA GIOVANE LAVANDAIA

La giovane lavandaia

C’era una volta... è così che iniziano le fiabe vero?

Beh, c’era una volta, non troppi anni fa, ma


nemmeno di recente, una giovane lavandaia di
nome Arianna che viveva nel borgo di
Acquafondata, in quel di Frosinone. In questa
terra ricca di storia e di leggende, la fanciulla
svolgeva ogni giorno il suo mestiere e si recava
ogni mattina al lavatoio del paese, in cui lavorava
con le sue colleghe. Arianna veniva da una
generazione di lavandaie: la mamma era
lavandaia, la nonna era lavandaia, la mamma
della nonna pure e la nonna della nonna... beh,
non me lo ricordo, ma sicuramente avrà lavato i
panni anche lei.

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Arianna, però, sognava segretamente di fare la


principess... ma no!, Arianna sognava di viaggiare
e di vedere il mondo intero, conoscere i vari regni
del pianeta, incontrare tante persone e fare
shopping nelle più belle boutique francesi.

Per ora, però, doveva fare la lavandaia, "la bella


lavanderina che lava i fazzoletti", come dice
quella vecchia filastrocca per bambini, e mentre
lavava i panni, ascoltava le malefatte e le sciagure
familiari raccontate dalle sue colleghe.

Ogni santissimo giorno la ragazza si recava al


lavatoio con il suo sapone in saccoccia: polvere di
Marsiglia grattugiata fina fina. Lavare i panni,
all’epoca, era un mestiere molto duro e faticoso,
ma Arianna non si lamentava perché, nonostante
il male alla schiena a fine giornata, le piaceva stare
ad ascoltare i racconti delle donne chine sul

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lavatoio. Veniva a contatto con l'esperienza delle


massaie e scopriva dei trucchi che nemmeno i
migliori chimici di oggi conoscono.

Era un po’ come raccogliere il riso, come le


mondine, sempre a mollo, con la differenza che
con il sapone di Marsiglia, ad Arianna piaceva fare
le bolle e immaginare dove terminasse il loro
tragitto nel vento. Perché le bolle sono un po’
così, come i sogni, le fai ma poi non sai dove
vadano a finire. E Arianna ne aveva tanti di sogni,
tanti desideri e tanti progetti in testa, ma per ora
faceva la lavandaia.

Dovete sapere che, tra le mansioni di una


lavandaia, esisteva una pratica che fa rima con
empatia: in poche parole bisognava ascoltare,
ascoltare e ascoltare... e dare consigli, con una
certa gerarchia che non si doveva assolutamente

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sgarrare. Come le bariste di oggi che sono le


confidenti dei clienti frustrati al bancone che
alzano un po’ troppo il gomito, Arianna, mentre
strofinava i panni al lavatoio, ascoltava le
lamentele delle proprie colleghe lavandaie, i
pettegolezzi del paese e anche qualche infamia
poco carina sulla più bella del borgo o sui nuovi
sposi. C’era la moglie che aveva rinchiuso
nell’armadio l’amante, il marito che aveva fatto le
corna alla moglie, gli screzi e alcune maledizioni.

Sì, perché soprattutto in inverno, lavare i panni


diventava davvero un inferno... le mani si
screpolavano a contatto con l’acqua e
diventavano viola, a volte quasi nere come la
pece... con il risultato che, dalle bocche delle
lavandaie, non potevano che uscire imprecazioni,
stregonerie e intimidazioni. Spesso, anche dei veri
e propri sortilegi!

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Narra la leggenda che le lavandaie in epoca


preistorica fossero una sorta di fiere, come
Medusa e le Erinni, figlie del demonio e fautrici di
disgrazie al povero viandante, al quale ordinavano
di torcere i panni assieme a loro. Se il vagabondo
o il viaggiatore avessero strizzato il cencio dalla
stessa parte della lavandaia, beh allora apriti
cielo!, il poveretto sarebbe morto all’istante.

Le lavandaie portavano sfortuna, poverette...


erano viste come bruttissime streghe e malvagie
megere, oppure come delle bellissime e avvenenti
sirene che con il loro canto ipnotizzavano giovani
Ulisse e li conducevano all’inevitabile morte. Delle
Circe, solo che al posto di trasformare il
malcapitato in maiale, lavavano i fazzoletti, arme
del delitto che nemmeno Otello se le sognava! Se
non ci credete, andatevi a leggere le storie
maledette sulle lavandaie dei miti nordici, o dei

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racconti sardi: basta digitare quattro paroline


magiche su Google e troverete un mondo a voi
sconosciuto, un dark web che profuma di bucato.

Ma torniamo a noi, alla nostra amichetta di


Acquafondata, in quel borgo nei pressi di
Frosinone. Arianna lavava, lavava e lavava, e lava
lava sognava a occhi aperti, si immaginava di
viaggiare su uno di quei panni stesi al sole come
se fosse il tappeto volante di Aladino, sopra alle
dune del deserto, nella savana, sopra alla foresta
pluviale, fino a Parigi, dove andare a fare shopping
e comprarsi un paio di Chanel a tacco medio.

Arianna spesso si interrogava su queste leggende


metropolitane sulle lavandaie e si sentiva anche
lei stessa un po’ streghetta... ma si limitava a fare
giochi con le bolle di sapone e ogni tanto a

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schizzare con l’acqua la più anziana delle colleghe,


tanto così, per tenere su gli animi.

Invece, le sue antenate, sempre secondo le storie


medievali, beh quelle dovevano essere proprio
cattive, iettatrici e senza empatia… sulle lavandaie
se ne diceva proprio di ogni! Beh, un po’ come le
bariste di oggi che nei paeselli sono viste come
donne di malaffare, un po’ fru fru. Le lavandaie
sapevano tutto ma proprio tutto sugli abitanti del
borgo: c’era chi i segreti li custodiva e chi, invece,
faceva orecchie da mercante e bocca della
migliore Barbara d’Urso della situazione.

In sintesi, è vero, la curiosità è femmina: questa


era la fama della lavandaia nel passato e nelle
leggende che ancora si tramandano le donne di
generazione in generazione.

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Ma Arianna no, a lei bastava lavare i panni,


giocare con le bolle di sapone e sognare di volare
in alto sopra a un lenzuolo magico ed esplorare il
mondo.

Fu così, che un giorno, il lavatoio di Acquafondata


le parlò.

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Il lavatoio parlante

Era un bel giorno di primavera, quelli in cui non fa


né troppo caldo né troppo freddo, c'è un bel
freschetto e si sente nell'aria il profumo di glicine.

Arianna stava lavando come di consuetudine i


panni delle persone ricche del paese, forse di un
medico o di un notaio, non mi ricordo. Il caso volle
che dalle tasche dei calzoni dei clienti cadessero
delle monete d'oro che tintinnavano nella pancia
del lavatoio. Dopo un rumoroso flop, seguì un
echeggiante bling bling, e una risata sonora che
proveniva proprio dal fondo dell'acqua. Arianna si
era guardata attorno, ma non vedeva nessuno
perché quel giorno era toccato a lei lavare tutto il
bucato da sola, mentre le sue colleghe erano
andate a prendere il sole.

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Dopo aver capito che non c’era davvero nessuno,


la fanciulla realizzò che quelle risate provenissero
proprio dal lavatoio, e pensò che tutto quel
sapone le avesse dato alla testa come un cocktail
il sabato sera.

E invece no, il lavatoio cominciò a parlare:

- Ciao Arianna, mi riconosci? Sono io, il lavatoio di


Acquafondata, come stai? Lo sai che queste
monetine mi fanno proprio tanto tanto solletico?
Mi fanno proprio ridere! Hai voglia di diventare
amici? Ti racconterò tante storie e ci faremo
compagnia durante il lavoro!

E Arianna, visto che il suo nuovo compagno di


avventure con lei rideva ed era sempre felice, lo
chiamò Gaio, il lavatoio più simpatico del borgo.

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Tra i due nacque una bellissima amicizia e


finalmente la fanciulla smise di dover ascoltare
sempre le ingiurie e le maldicenze delle sue
colleghe lavandaie: aveva escogitato con il
lavatoio un codice segreto, un loro personale
linguaggio che nemmeno la CIA poteva tradurre.
Infatti, le sue adorabili colleghe spesso la
beccavano a confabulare da sola e, col tempo,
cominciarono anche a ridere assieme a lei.

Arianna stava ore e ore a parlare con il suo nuovo


amico lavatoio, lo riempiva di acqua fresca tutte
le mattine all’alba, e quando lui aveva sete, lei
andava a piedi fino al pozzo di Acquafondata per
rifornirsi.

Non c’erano fiumi, o torrenti, né grotte e ruscelli


nei pressi di Gaio il lavatoio. La fanciulla si
riforniva al sorgere del sole in questa sorta di

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pozzo magico e lo riempiva di nuovo durante la


notte: il loro rapporto era diventato un legame
fortissimo.

Il lavatoio le faceva compagnia durante il turno,


con tutti i racconti, le leggende e le innumerevoli
storie che aveva ascoltato dalle donne del paese,
sin dalla sua costruzione, nei primi del ‘900.
Arianna, in cuor suo, amava ascoltare tutti quegli
aneddoti e si divertiva a vagare con la mente, ma
un bel giorno disse al suo amico lavatoio:

- Caro Gaio, voglio andar via, voglio viaggiare e


scoprire le meraviglie del mondo.

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Il sogno di Arianna

Arianna allora cominciò a narrare a Gaio tutti i


suoi sogni e i suoi desideri, che avrebbe voluto
viaggiare in giro per il mondo, ma per ora, come
Julius Verne quando scriveva seduto al suo
scrittoio, aveva solo immaginato con la mente
posti esotici e lontani, usanze e costumi, colori e
profumi.

La fanciulla aveva voglia di mangiare qualcos’altro


invece delle solite patate, voleva assaggiare il
sushi! Voleva andare sulla Tour Eiffel e al Louvre,
al MoMA di New York, sulle Ande e sull’Everest, a
Cuba e al Polo Sud a fare amicizia con i pinguini.
Per ora, invece, si limitava ad ammirare l’Orsa
Maggiore con gli occhi all’insù al cielo e a lavare i
panni, facendo le bolle di sapone.

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Il suo amico lavatoio, però, aveva in serbo una


bella sorpresa:

- Ma ti aiuto io! Ti confiderò l’antico trucco per…

Sssssh, lo sto dicendo solo a voi, cari lettori, quindi


attenzione alle orecchie delle altre lavandaie!

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Il lenzuolo volante

Gaio spiegò ad Arianna che per rendere i lenzuoli


volanti e per farli parlare bisognava fare del bene
alla gente e, in particolare, elargire consigli e
aiutare le donne che si recavano al lavatoio di
domenica, quando diventava un ameno luogo di
aggregazione femminile. A ogni buona azione
fatta e a ogni sorriso accumulato la giovane
lavandaia avrebbe ottenuto una sorta di gettone
presenza per acquistare il proprio lenzuolo
magico personalizzato, con tutti i comfort, chiavi
in mano!

Arianna accolse con piacere questa nuova


missione, quella di rallegrare la vita delle donne
del paese, con un sorriso, una battuta e un buon
consiglio fatto con il cuore.

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Tutti in paese cominciarono a chiamarla Fata, da


bella lavandaia a Fata, da mani di velluto a mani
di fata: Arianna con la sua gentilezza e i suoi bei
modi era voluta bene da tutti, anche dalle più
antipatiche del borgo.

Il lavatoio Gaio, durante il week end ma


soprattutto di domenica, diventava un luogo
importante di aggregazione per tutte le donne del
borgo che si riunivano per godersi una bella
giornata e chiacchierare. Mancava solo una
spuma e sembrava di stare all'aperitivo all'aperto,
uno spritz e ci si catapultava sui navigli di Milano
o in una spunciotteria a Padova.

La location del lavatoio era il punto nevralgico del


paese per tutte le donne, un gineceo in cui
scambiarsi ricette e stregonerie di bellezza, fare a
maglia e prendersi la tintarella in mezzo al verde.

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Con una carezza e un suggerimento, Arianna


aveva aiutato Gilda con sua figlia, che non ne
voleva sapere di andare a scuola: aveva così
consigliato alla donna di insegnarle il mestiere
della sarta e l’adolescente stava per diventare
un’affermata fashion designer. Angelica, invece, si
vedeva proprio brutta quando si specchiava nel
pozzo: invece di gettarsi tra le braccia del
bullismo, grazie ad Arianna aveva imparato a non
disprezzarsi ma a valorizzare le sue lentiggini con
della senape in polvere. Ora era diventata così
caruccia: una Chiara Ferragni dei nostri giorni.
Greta era vittima di body shaming da parte dei
coatti del paesello, ma con una buona dose di
autoironia era riuscita a placare una volta per
tutte le battutacce dei suoi compaesani.

Con tanta pazienza, intelligenza e generosità,


Arianna cominciava a tessere il proprio filo, ma la

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meta non era il Minotauro, benché meno si voleva


far aiutare da Teseo: lo scopo era di riempire il
salvadanaio magico delle buone azioni come nel
cartone Pollon e diventare una dea! Anche se a lei
già la chiamavano Dea, glielo urlavano già in
mezzo alla strada quando passava, o quando era
china sul lavatoio scoprendo un poco il lato B!

Arianna voleva completare la sua raccolta punti


delle buone azioni quotidiane per ottenere il suo
personale lenzuolo volante e riuscire finalmente a
varcare Acquafondata e a viaggiare per il mondo.

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Una partenza entusiasmante

Un bel giorno la fanciulla salì su Levante, il


lenzuolo volante che sarebbe stato il suo nuovo
compagno di avventure: il cencio, comodo e a due
piazze, era appena tornato dalla Norvegia a fare
la settimana bianca.

Levante sapeva proprio tutto del mondo e di


come ci si doveva comportare là fuori, era un
Cicerone in flanella, cintura nera di arti marziali e
professionista di autodifesa. Arianna poteva stare
sicura, era in una botte di ferro, o meglio, di
morbido cotone: entusiasta, non vedeva l’ora di
salpare per nuove avventure. Allo stesso tempo,
però, era triste perché avrebbe dovuto
abbandonare il suo amico Gaio. Negli ultimi mesi
quella vasca di pietra era stata tutto per lei,
avevano condiviso gioie e dolori, sole e pioggia,

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tramezzini al tonno in pausa pranzo e ogni tanto


qualche broccoletto di rapa.

Ma Gaio disse alla fanciulla che non aveva


nessuna intenzione di abbandonarla e che
l’avrebbe accompagnata con il pensiero ovunque
fosse andata.

Rassicurata da questo bel pensiero, Arianna baciò


il suo amico lavatoio e salì sul suo lenzuolo
magico, pronta a scoprire il mondo là fuori.

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Un viaggio meraviglioso

Dopo 6 giorni e 6 notti di volo, la fanciulla e


Levante arrivarono a Timbuktù in Africa, in mezzo
al deserto del Sahara, dove dormirono in tenda e
mangiarono dell’ottimo cous cous, sorseggiando
un buonissimo tè nero. Ripartirono poi per
scoprire i luoghi più freddi della crosta terrestre e
andarono a finire in Islanda, dove ammirarono il
miracolo della natura dei geyser di acqua
zampillante fino al cielo; qui, i due compagni di
viaggio rimasero a bocca aperta davanti allo
spettacolo del giorno che non termina mai e di
quella luce soffusa che tutto avvolge. Volarono
sopra alla muraglia cinese, mangiarono sushi nei
ristoranti giapponesi e fecero amicizia con
Sandokan e la tigre della Malesia, sorseggiarono il
Cuba Libre e parteciparono al carnevale di Rio de
Janeiro. Visitarono il Polo Sud e i pinguini,

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conobbero l’Orsa Polare e la sua proverbiale


vanità: occhio a sporcare la sua candida pelliccia
con un briciolo di polvere! Ballarono la balalaika
in Russia e intrapresero lunghe conversazioni con
la Statua della Libertà, di idee spiccatamente
democratiche. Mangiarono crauti e paella,
biscotti con il tè con la Regina (The Queen) e
tzatzichi in Grecia.

Un viaggio nel mondo, in lungo e in largo senza


una meta precisa, fino ad arrivare in Francia e
finalmente a Parigi, dove Arianna riuscì ad
acquistare dei bellissimi sandali di Chanel.

Tutto filava liscio, il cotone fatato di Levante era


resistente e veloce sulle pendici del pianeta, fino
a quando arrivò un brutto giorno in cui Arianna si
sentì improvvisamente molto, molto triste.

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Le mancava tanto il suo amico Gaio, il lavatoio di


Acquafondata, le mancava mangiare insieme i
fagioli, le patate e quei tanni che non si trovavano
in nessun supermercato della crosta terrestre,
manco a cercare in capo al mondo.

Arianna cominciò a piangere le notti e a bagnare


tutto il lenzuolo Levante che, sinceramente, si
risvegliava tutto fradicio e raffreddato.

- Non ce la faccio più!


Disse un giorno Arianna.

- Ora dormi e domani vedremo il da farsi.


Rispose il lenzuolo Levante, il cencio volante, alla
giovane lavandaia Arianna durante una notte
piuttosto agitata.

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Un giorno indimenticabile

Il giorno dopo, passeggiando tranquillamente per


Versailles, Arianna fece un gridolino di sorpresa e
non seppe trattenere le lacrime.

Gaio, il suo amico lavatoio, era proprio davanti a


lei che l’aspettava a “vasche” aperte!

- Mia cara Arianna, te l’avevo detto che non ti


avrei mai abbandonata!

È proprio così che succede, il tuo trascorso, il tuo


vissuto non ti lascia mai, è come un fedele amico
che ti sta vicino anche da lontano. La tua cultura è
un’impronta che ti accompagnerà per tutta la vita,
un bagaglio necessario per diventare una persona
migliore.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

La fatica della giovane lavandaia fu finalmente


ricompensata e la fanciulla conobbe non uno, ma
due amici, due alleati e due compagni per le
avventure e le vicissitudini della vita.

E fu così che in ogni posto andassero, in mezzo al


deserto o nella foresta dell’Amazzonia, in India
come nelle vette dagli Appennini alle Ande,
Arianna e Levante si ritrovavano la mattina,
sempre puntuale, il loro fidato amico Gaio per
fare colazione assieme con cornetti e cappuccino.

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La nostalgia di casa

È vero che ci si sente a casa dovunque, basta


sentirsi bene, ma è anche vero che alla giovane
lavandaia mancava tanto Acquafondata e i luoghi
in cui era cresciuta. Mancavano le donne del
paesello, così genuine e ruspanti, anche un po’
rustiche e sempre di pasta buona, mancavano
anche le colleghe sempre arcigne e con il boccone
indigesto, mancavano gli spiriti del borgo
montano in quel di Frosinone.

I tre, allora, decisero di ripartire e di tornare in


Italia ad Acquafondata, ma la ritrovarono
completamente rasa al suolo. Durante gli anni dei
loro viaggi attorno al globo e nell’andirivieni tra il
Polo Nord e il Polo Sud, era avvenuta la seconda
guerra mondiale e i bombardamenti avevano
quasi distrutto del tutto l’antico borgo medievale.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Solo il lavatoio Gaio era rimasto intatto perché


pur viaggiando era rimasto ben saldo a terra e
nella memoria degli abitanti, anche se si sentiva
tanto stanco dai frequenti viaggi da un cantone
all’altro.

Si era salvato, era ancora vivo e palpitante, ancora


pronto a raccontare la storia di tante donne e
tutto il loro immaginario, le loro favole e il loro
modo di ragionare.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Un nuovo inizio

Arianna, viste le condizioni in cui riversava il suo


amato paese di Acquafondata, decise di fare
qualcosa di concreto e di valorizzare il suo borgo
partendo dalle basi. Erano gli anni del
dopoguerra, in un contesto storico stanco e
avvilito, rassegnato dalle morti e dalle due guerre
ravvicinate. Ma era anche il momento di reagire e
di cogliere a piene mani dalla cultura locale, dagli
usi e dai costumi, che sono la vera ricchezza di un
luogo e il background culturale che si porta dietro
ogni persona, nel proprio profondo.

C’era bisogno di ricominciare a vivere e avere


speranza verso un mondo migliore, più bello e
sereno, partendo dalle fondamenta e ridando
lavoro a quelle donne, instancabili lavandaie,

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sempre chine sul lavatoio a pulire vestiti altrui, la


vera forza motrice del paese.

Una factory al femminile, come la chiamò


Arianna, una lavanderia a conduzione familiare,
utile per tutta la comunità.

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La lavanderia di Arianna

Forti di quello spirito femminile che accomuna le


donne tenaci e appassionate, Arianna riuscì ad
aprire un’attività e assumere una a una le sue
colleghe lavandaie che avevano perso il lavoro
durante la guerra. Dopo aver scelto una bottega,
la fanciulla riuscì, con i finanziamenti della
regione, ad acquistare le moderne lavatrici.

Nel dopoguerra e nella fase della ricostruzione,


dagli Stati Uniti si diffondeva il grande boom
economico, con l’avvento della tecnologia e degli
elettrodomestici come il forno, il tostapane, ma
anche la lavatrice.

Quanta rivoluzione in un solo oggetto, la lavatrice,


che univa almeno dieci lavandaie tutte assieme,

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con le loro due mani e tutta la loro potenza


motrice!

L’idea geniale della giovane lavandaia Arianna,


che ora di esperienza in capo al mondo ne aveva
conquistata davvero tanta, fu quella di salpare
oltre oceano con l’amico Levante raggiungendo
proprio il cuore della nuova industrializzazione e
della contemporaneità.

Le nuove lavatrici erano a dir poco sbalorditive,


bastava aprire l’oblò, caricare il cestello con i
vestiti sporchi, inserire il detersivo e tack!, il
bucato veniva fuori pulito, igienizzato e super
profumato! Mai più giornate intere trascorse
chine sul lavatoio, mai più mani screpolate,
violacee e ferite, mai più mal di schiena e malanni!

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Una scatola pulente magica per lavare il bucato


senza più faticare sul lavatoio: in questo modo
venivano ottimizzate risorse e tempistiche, con il
risultato che le donne potevano avere più tempo
per sé stesse e staccarsi dall’ambito domestico,
per intraprendere altri tipi di professioni.

Gemma poteva diventare un’insegnante e


lavorare nella scuola materna vicino casa, Anna
voleva fare la postina in bicicletta, Franca aspirava
a fare la meccanica e aprire una propria officina.
Quante donne potevano cambiare vita e fare
qualcosa per sé stesse! Arianna, una volta tornata
ad Acquafondata con le nuove lavatrici, mise in
opera la sua missione e dopo una veloce
inaugurazione, la lavanderia iniziò a funzionare e
a lavare tutti i panni del paese.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Oltre ad Arianna, la lavandaia illuminata, nella


lavanderia erano impiegate le sue colleghe, ma il
clima era molto più disteso e rilassato: c’era chi
divideva gli indumenti tra delicati e resistenti, chi
smistava i vari tipi di tessuti e chi procedeva a
caricare i cestelli. Avere a piacimento acqua calda
e acqua fredda fu un vero e proprio portento: con
le temperature più alte si eliminava facilmente lo
sporco più profondo, i capi venivano igienizzati ed
erano più sicuri per neonati e anziani.

Altre donne lavavano ancora a mano i capi più


delicati, ma potevano contare su grandi vasche in
acciaio pulite e igieniche, con acqua tiepida a
volontà e rimanendo in posizione eretta. Altre
donne ancora procedevano ad asciugare i panni e
a stirarli, tra vapori, profumo di fresco e pulito di
bucato appena fatto. Non più fuori alle
intemperie, niente più freddo, pioggia e vento.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

I discorsi non erano cambiati, erano sempre quelli


da femmine, tra ricette di cucina, consigli e
pettegolezzi di paese, ma anche racconti di un
passato doloroso e speranze per un domani
rivoluzionario, femminista, per un’emancipazione
lenta ma graduale e vigorosa.

Ogni tanto, volava qualche imprecazione, ma le


streghe non erano più quelle di un tempo, quelle
megere che intessevano maledizioni, intrugli e
incantesimi, solo con l’utilizzo di una lingua
particolarmente biforcuta! Non esisteva più la
superstizione: le nuove streghe manifestavano
nei cortei, parlavano nei comizi ed esprimevano il
loro pensiero, sia sul lavoro che in famiglia.

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La vecchia lavandaia

Arianna ormai era una donna anziana, nel


frattempo si era sposata e aveva avuto dei figli, tra
cui una bambina. Negli anni, l'originaria attività,
sua e di tutta la comunità di donne di
Acquafondata, si era sempre più evoluta ed era
diventata una lavanderia industrializzata e
tecnologica, a gettoni.

Gli stessi gettoni che Arianna aveva raccolto con


tanta pazienza all’inizio della sua epica avventura
in giro per il mondo. Ora le persone di
Acquafondata potevano portare i propri panni da
lavare nella lavanderia a gettoni e ottenere in
poco tempo un bucato pulito, risparmiando non
solo denaro, ma anche elettricità e consumi.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

Arianna non smise nemmeno un giorno di


accarezzare Levante, il lenzuolo volante, e
soprattutto di visitare e riempire d'acqua fresca
Gaio, il lavatoio parlante.

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LA GIOVANE LAVANDAIA

L’antico lavatoio

Oggi l’antico lavatoio di Acquafondata è ancora là,


dov'è sempre stato e dov’è stato costruito, forte
di una cultura centenaria, bacino di storia e
custode di racconti e vicende femminili, speranze
e passione.

Per questo motivo, anche dopo così tanti anni, è


indispensabile preservare quei monumenti storici
portavoce della propria identità, come l'antico
lavatoio di Acquafondata: immaginazione e
fantasia a parte, rimane il simbolo di una
comunità ancora pulsante nella memoria comune
e di instancabili lavoratrici a cui piace raccontarsi.

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Acquafondata è un piccolo borgo antico da scoprire tutto
d'un fiato, per un tour emozionante tra paesaggi
naturalistici e monumenti di grande interesse. Cultura e
tradizione fortemente rappresentate anche dal
“Monumento alla lavandaia”, un riconoscimento alla
tenacia e alle fatiche delle donne del luogo. L’antico
lavatoio, immerso alla perfezione in uno scenario
caratterizzato da una fitta vegetazione, “racconta” gli
enormi sacrifici fatti dalle donne, dove sono nate molte
storie di vita e di umanità. Un angolo di aggregazione nei
pressi del quale le donne si fermavano a riflettere, a
scambiarsi suggerimenti, a raccontare pettegolezzi, a
intonare canzoni, a sorridere e anche a piangere le proprie
disgrazie. Un ritrovo, un punto di riferimento dell’epoca per
tutte le donne del paese. Oggi, l’antico lavatoio non ha più
la sua originaria funzione, ma fa parte di quel patrimonio
storico-artistico da conservare e custodire gelosamente.

Luglio 2020

Copertina di Giulia Masella