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Dal blog “Selvatici”

L’epopea di Biscotti detto Gianni con gli “Zappatori senza padrone”

per la mia storia sono arrivato a piambaruccioli nella cucina ” A ” il 21 gennaio del’79 e
grazie a tutti ci ho lasciato qualcosa ma è niente in confronto a quanto ho ricevuto
conservo ancora una copia del libro bianco, che racconta le prime storie di amore ed
anarchia della valle: anni ‘76, ‘77,’78, ma questo è solo l’inizio
è stato un seme particolarmente infestante forse credi che sia morto o dimenticato, ma
ogni tanto qualcuno lo ripianta e quello rispunta particolarmente vigoroso

intanto grazie per quel che è stato


grazie per come è ora
grazie per quel che verrà

gli zappatori senza padrone sono un qualcosa che non è prigioniero del tempo o dello
spazio, non sono esclusiva di nessuno, ma il nostro seme è scritto che non può morire
abbiamo trovato la felicità nella miseria e nell’ ignoranza reciproca ma con dignità, forse
anche ingenuità, ma lasciando la porta sempre aperta, perchè da noi se si presenta un
ladro è probabile che ci lascia qualcosa e si porta via un bel ricordo.

giambardo, enca, tonino, snella, jerry, marisa, ulisse, prana, piera, puiana, il romano, le
romane, peppino, ciarly e tanti, tanti, tanti, altri

la befana del ‘79. lasciai mamma e babbo a firenze, ero quasi maggiorenne e girovagavo un
po’, i miei amici più cari erano la chemise lacoste, i barros con la punta, i rayban.
gli altri, tutti gli altri una sfida, qualcosa da umiliare oppure evitare (era il mio concetto di
sfida e convivenza)
vidi sulla copertina di “re nudo” la foto di uno schifoso capellone che abbracciava un
tacchino.(ulisse e astolfo)
dovevo fare qualcosa per salvare quel tacchino: almeno fargli un bel bagno insaponato
perchè potesse riaversi dal puzzo e dalle grinfie di quel sudicione;
i pidocchi erano su un gradino sociale sicuramente superiore alla razza dei capelloni.
l’articolo di quel giornale parlava di un gruppo di… ? esseri… ? giovani che vivevano tutti
insieme di una comune: uomini, ragazzi, donne, animali – una c o m u n e libera…?!?!? la
mia testa navigava anche senza i remi di internet la cosa mi intrigava molto: allora gli extra
terrestri esistevano davvero?
dovevo andarci, vedere, toccare con mano,
di solito le persone vivono nella società, sole, in famiglia, in chiesa, in galera, in ospedali…
per forza, è logico,
come può essere, che cosè, come si fa in ” una c o m u n e ? ”
telefonai alla redazione del giornale e mi spiegarono che la comune si trovava a
pianbaruccioli nei pressi della valle dell’ acquacheta (risposta più evasiva e nebbiosa non
me la potevano dare) cominciai a pensare che fosse tutto uno scherzo; in quel periodo
faceva mooolto freddo ed in giro c’era ghiaccio e neve, dai dai seppi da un ortolano
appassionato di dante che la valle dell’ acquacheta esisteva perdavvero: al confine tra la
romagna e la toscana ma ne parlavano come di una chimera mitologica alla stazione degli
autobus mi dissero che da firenze dovevo arrivare fino a san godenzo e poi da li prendere la
coincidenza per la romagna fino a san maledetto in alpe un paesino sperduto in montagna,
di conseguenza mi organizzai; comprai una belstaff nuova (per me era inconcepibile
indossare vestiti prestati da altri o peggio ancora usati) uno zaino, gli scarponi e lo
skeitbord (poteva essermi utile, non si sa mai per i tratti in discesa) salii sulla sita,
arrivato a san godenzo ci fermammo per la troppa neve, non si poteva proseguire, l’
alternativa per evitare quel muro di neve era di fare un lunghissimo giro pesca: da san
godenzo a dicomano,poi borgo san lorenzo, ferrovia per marradi, faenza, forlì, autobus per
il muraglione; così provai a fare e dopo due giorni di questo giro l’autobus ci scaricò tutti a
rocca san casciano, 20 km. prima della meta: c’era troppa neve, gli unici mezzi che
proseguivano erano i carabinieri e lo spazzaneve,
chiesi ai carabinieri un passaggio per pianbaruccioli, il marasciallo mi rispse che quel posto
non esiste, poi aggiunse che ero ancora in tempo asalvarmi e se facevo domanda di
arruolarmi mi avrebbero ospitato in caserma, con me scesero dall’autobus altre persone e
tra queste due ragazze romane, anche loro giovani, di bella presenza e con l’ aria un po’
spaesata

in quel mentre entrò suo figlio Rino, in compagnia delle due romane, la Maria fu
curiosamente sorpresa di vedere suo figlio in compagnia di due così belle ragazze: da quelle
parti di novità non cen’erano molte, era più facile che le ragazze del posto scappassero da lì
piuttosto che arrivarne di nuove (le romagnole sono sicuramente meglio rinomate) anche
se avevo fato la conoscenza della signora Maria solo da pochi minuti, avevo l’impressione
che ne fosse molto felice, e senza mettere troppo tempo in mezzo decise di invitarci tutti a
cena.
Vi assicuro che una cena organizzata da una mamma felice per suo figlio ha un sapore
veramente speciale; durante la cena facemmo le rispettive presentazioni, la padrona di
casa fu contrariata quando le comunicai la mia ferma intenzione di andare a
pianbaruccioli, io poi rimasi sorpreso quando appresi che anche le romane erano lì per
andare a piamba; la signora Maria invece non fu per niente contenta, a differenza mia le
romane davano l’aria di essere colte e scaltre oltre che belle, Rino ne era affascinato, e
questa associazione di idee forse preoccupava la signora Maria, è vero che Rino è una
persona che sa ragionare con la sua testa, ma le ragazze erano veramente belle.
Per quella notte mi trovai a dividere l’ unica camera riscaldabile con le romane, e non
dormii molto, perché anche solo col pensiero non mi era mai capitata una simile
compagnia (che cosa avete capito?),
il mattino dopo mi svegliai che le ragazze erano già uscite, la signora Maria mi invitò a fare
colazione e non mi permise di pagare il conto, anzi mi diede un fagottino con un po’ di
biscotti e due panini e una coperta, “se tornerai a trovarci ci farà piacere” .
era una mattinata particolarmente fredda, uscii dall’albergo, attraversai la strada ed entrai
dentro l’osteria; In paese c’era l’osteria delle sorelle dove oltre al vino che era intriso anche
nelle pareti e nel soffitto, lì potevi acquistare anche le retine per le lampade a gas ed il
caglio per fare il formaggio, poi c’era il tabaccaio che vendeva il trinciato forte e le alfa a
tutte le ore anche della notte bastava bussare, l’alimentari più conosciuto come il ladro per
ovvie ragioni, il fornaio che riusciva a fare delle composizioni che dopo un ora che erano
uscite dal forno se le tiravi nel muro si rompeva il muro, la benzinaia, che tremava come
una foglia e se lo sconosciuto le si rivolgeva si faceva il segno della croce e tre passi
indietro, a volte si rinchiudeva nel suo gabbiotto e non ne usciva finquando non scorgeva
qualcuno di rassicurante, il meccanico, che aveva il fucile sempre carico e pronto per quelli
lassù, il vigile che bastava che il meccanico gli desse il via e lui era pronto ad aggregarsi in
corteo spalleggiato da tutto il paese con tanto di prete e santo in testa, il maresciallo coglio
al secolo Di Matteo Pierluigi pensava di essere in un posto sperduto e tranquillo ma aveva
fatto male i suoi conti, l’albergo valtancoli: 3 camere 700 lire a notte 900 in coppia.
quando alla mattina alle 6 le sorelle aprivano i portoni all’ interno entravano
automaticamente a fare da arredamento il postino e yuri il becchino, la posta arrivava con
la postale (la sita) e raramente il postino si spostava dal suo” ufficio” i destinatari venivano
direttamente in osteria a ritirare la posta oppure si facevano ausiliari e passamano della
corrispondenza, se arrivavano tra i primi era ancora lui a consegnare la corrispondenza,
altrimenti eri costretto a sbirciare e cercartela da solo nel borsone perché il vino aveva
preso il sopravento , al tavolo accanto risiedeva il becchino, quando era sveglio parlava di
poesie e guerre perdute, quando poi il vino vinceva sprofondava anche lui accanto al
bicchiere e farfugliava qualcosa in latino e sloveno non so perché ma avevo comunque la
particolarità di riuscire a fare breccia in queste persone e quando parlavo loro in fiorentino
della (loro) toscana gli luccicavano gli occhi e mi ascoltavano sognanti. (i san maledettini
avevano una idea tutta particolare della rossa toscana: quella ricca terra baciata dal sole, in
mano alle persone sbagliate, e già perché loro erano più vicini a Predappio che alla
toscana).Tra san maledetto e la toscana anche se il territorio comunale confina, nel mezzo
tra queste due distinte civiltà c’e un muro largo 20 km. Si parlano due lingue ben diverse, e
nella confinante toscana si ignorava e tuttora si ignora l’esistenza di questo angusto
paesino
-nell’osteria oltre i suddetti elementi di arredo dietro al bancone c’era radio maria sempre
accesa e le sorelle propietarie dell’osteria che uscivano da li solo per andare a votare
oppure a turno a messa (che poi era la stessa cosa). Quel posto era sicuramente un
confessionale, li vendevano vino da sempre, ed il vino spesso fa parlare più del dovuto, le
sorelle tra di loro non parlavano ma si confessavano perche era un mormorare e bisbigliare
continuo, se poi entrava una paesana allora la messa era servita, se entrava uno
sconosciuto, i loro sguardi ed i silenzi forzati erano altrettanto eloquenti, per poi
riprendere la messa con rinnovato vigore quando questi fosse uscito.
Sull’uscio dell’osteria c’era un capannello di signori intenti a sbirciare all’interno, chiesi
gentilmente permesso mi fecero passare con il rispetto che si deve ad un carabiniere (i
paesani all’inizio fecero anche questo errore di valutazione nei miei confronti) e vidi le
romane in chiacchiera con uno strano tipo, era Jo’.
Jo’ era talmente preso d’entusiasmo per questo incontro che non vedeva altro, gli fui
presentato, ma si manteneva un po’ guardingo nei miei confronti, raramente e controvoglia
rispondeva alle mie domande, il postino era stranamente sveglissimo e quando ha capito
che andavamo tutti a piamba insistette per consegnare la posta alle romane nominandole
postine pro tempore e benedicendo l’avvenimento con un brindisi, poi volle fare un
abbraccio alcoolico alle neo assunte ma quelle evitarono il peggio spostandosi all’ultimo e
l’abbraccio del postino rovinò addosso a yuri, quindi uscimmo dall’osteria, jò si fermò
sull’uscio del ladro per caricarsi un pesantissimo zaino era forse mezzogiorno e partimmo
tutti e quattro alla volta di piamba
Per me era tutto una novità, a cominciare dal fatto che non mi ero mai ritrovato in mezzo a
tanta neve diretto verso aspettative decisamente ignote, non sapevo come figurarmi o
prepararmi per l’ingresso in una comune, i miei compagni di viaggio avevano qualche anno
più di me e dai discorsi di jo anche lassù erano quasi tutti sulla trentina, jò pareva avesse
inguiato la puntina di un grammofono, parlava in continuazione e non so dove trovasse
l’energia per portare tutto quel peso, provai ad abbozzare un ti posso aiutare, mi fece capire
che non potevo trattarlo da vecchio paralitico ed io non avevo i muscoli che si era fatto lui
su e giù per “l’arrabbiata”. Quando cammini nella neve i rumori lontanisono attutiti, ma se
cammini al buio in un posto che non conosci anche i rumori più vicini posono avere una
assonanza preoccupante, ebbene strada facendo Jò mi raccontava di serpenti, lupi, che dal
circo di marradi era fuggito un puma e non riuscivano a trovarlo, di un pazzo armato di
coltello che si aggirava per i boschi, di alcuni figuri del paese che si erano armati per venire
a caccia fin lassù e non guardavano troppo per il sottile quando sparavano, tanto anche se
sbagliavano a chi mirare,non lo veniva a sapere nessuno, si narrava poi di qualcuno che
avesse trovato delle uova di pterodattilo¸
Ebbene tutte queste potevano sembrare fantasie per spaventarci nel buio della notte
imminente, ma purtroppo non scomparivano tutte col far del giorno
La strada per andare dal paese a piamba: strada comunale per Marradi, dopo un km. di
tornanti in salita si lascia sulla destra il poggio, che poi era la parte alta del paese, ancora
un paio di km. di salita e si arriva in un punto dove a monte della strada c’è la casa di un
pastore ed a valle c’è un cancellino che si vede a malapena, da lì si abbandona la strada ed
infilato il cancellino (ricordati poi di chiuderlo, perché il pastore comunque è arrabbiato
ma poi si arrabbia due volte) si scende , quasi si scivola giù per un sentiero di circa 400 mt
fino ad una casa disfatta, da li si attraversa un ponticello da dove partono diversi sentieri ,
se in una sera fredda prendi quello sbagliato sarai seriamente inguaiato, se invece indovini
quello giusto sei sul sentiero dell’Arrabbiata. Prima di iniziare la salita anche se fa freddo
devi spogliarti il più possibile
Non è un caso questo nome: circa due km per risalire dal torrente al crinale, in un sentiero
particolarmente stretto ed irto, con balzi e tornanti che non farebbe neanche una capra,
pieno di bivi che ti invitano a sbagliare e perderti in continuazione, quando sei arrivato
quasi in cima sei dimagrito di tre kili circa dieci passi prima del crinale nel sentiero c’è una
nicchia che ancoa ti può riparare dalle tormente che ti aspettano di lì a poco anche in piena
estate e se ci tieni alla salute devi fermarti un momento e possibilmente ricoprirti\ripararti
alla meglio, ancora pochi passi ed entri nell’ imbuto del vento: sembra difficile a credersi
ma tutte le correnti più fredde si danno appuntamento proprio li dove sei spuntato tu in
cima al crinale; da li ti trovi a dover camminare per circa trecento metri una leggera
depressione del terreno,(forse un antico lago\cratere chissà per poi attraversare una
piccola gola al di la della quale

-preambolo:
ciao michele… non posso pesare troppo quel che vi racconto, se e quanto ne valga la pena
anche io posso essere un giudice molto critico del mio operato e ad ogni piè sospinto mi
trovo davanti a un bivio dove una scelta mi conduce all’errore e l’altra non so’, comunque
ne è valsa la pena e grazie al cielo anche ora che è passato un po’ di tempo devo ammettere
che le cose molto raramente sono andate come speravo e mi organizzavo, ma non posso
dire di aver cavalcato solo fallimenti, le sorprese che mi arrivano ogni giorno anche se non
sono sempre positive, sono qualcosa di speciale, che mi fa dire grazie ogni volta che mi alzo
e grazie per essere comunque arrivato a vedere il tramonto, quando poi tutto sembra buio,
c’è ancora un firmamento di stelle che mi aspetta per spedire i miei sogni e non solo a 361°
Ringrazio il cielo perché sarebbe riduttivo ringraziare solo dio, ringrazio la Merda che
pesto e devo comunque portarle rispetto,anche lei fa parte di me, ringrazio quella Vipera
che si è impegnata con tutte le sue forze per farmi conoscere a fondo l’odio e l’amore, anche
se non le ho mai detto che l’amo. Non la auguro a nessuno ma son contento che sia capitata
proprio a me. ringrazio le scureggie che hanno annunciato la mia presenza, almeno quelle
mi son venute proprio bene; se poi la parola “grazie” non ti piace sostituiscila pure con un
“vaffanculo”, … il senso non cambia.
-Ormai si era fatto buio pesto ho perso il conto di quanto abbiamo arrancato nella neve,
ogni passo era come sollevare e trascinarsi dei quintali oltre allo skeitbord, per poi
risprofondare nel passo successivo, non sentivo freddo,anzi caldo il sudore mi annebbiava
la vista, anche il mio zaino era diventato un sacco di sudore… laggiù in fondo nel buio con
l’onda del vento ogni tanto si sentivano dei campanelli ed il ragliare di un ciuco, poi ho
visto un lumicino, mi sono fermato , ho chiesto l’avete visto anche voi? La ragazza che mi
precedeva si è fermata e senza dire una parola mi ha abbracciato, non so perché ma mi
sentivo un leone e di colpo mi era passato tutto l’affanno, ormai ci stavamo
pericolosamente avvicinando alle case: avevo un po’ di inquietudine non riuscivo a
prefigurarmi come dovevo pormi\presentarmi, Jò cacciò un urlo prolungato degno di un
lupo, per tutta risposta arrivo il suono di un corno eravamo quasi sull’uscio, da una fioca
luce che traspariva da una finestrina si intravedeva all’esterno un curioso albero di natale
da cui penzolava uno scarpone un paio di mutande una mano di cartone che faceva il verso
delle corna, quel che rimaneva di un calzino, un pitale come puntale; accanto c’era una
porticina, mentre continuavano gli scambi di urli tra Jò e quel che c’era là dentro qualcuno
ci apri la porta era così stretta che dovemmo toglierci gli zaini per entrare

-entrammo? No entrai perché anche se eravamo in 4 io mi sentivo da solo ad affrontare


quanto segue; un ingresso con un piccolo camino sul fondo ed un acquaio di lato, a fianco
si entrava in una stanza di circa 3 per 4 con un tavolo delle panche ed un cucina economica
con un tubo ritorto e trasudante fumo e condensa, un odore assai particolare di umanità
compressa nel buio fioco di qualche candela, i miei occhi facevano veramente fatica ad
abituarsi, la parte superiore di questi locali era per buona parte affumicata da un camino
che non tirava,fuori faceva così freddo che forse questa “gente“ si scaldava anche con il
fumo, le piccole finestre non avevano vetri ed erano riparate da plastica.
Logica, matematica e giometria, erano rimaste fuori al freddo perché che ci crediate o no in
quelle due stanzine c’erano non meno di 35 persone, la più parte fumatori, questo
contribuiva a dare spessore e corpo alla coltre di nebbia che si respirava li’ dentro; ebbene
prendo fiato e vado in apnea, se fossi entrato in un gabinetto sporco mi avrebbe fatto meno
senso: su tutto: muri, soffitti, pentole,tavola, panche, c’era un dito di schifo, per terra forse
era il posto più pulito,due signori si spulciavano il capo l’uno con l’altro, sensa curarsi
troppo se il risultato finiva sulla tavola dove si apprestavano a mangiare, Jerry e Marena
giocavano alla maraffona (carte), il Romano (presidente) scriveva e ogni tanto urlava
qualcosa per dare più forza alle lettere, qualcuno decantava proclami e pianificava battaglie
politiche e non solo, chi urlava per farsi valere, Ciarly meditava, chi suonava, poi c’ era una
catena di montaggio per preparare i chapati (piadine di acqua e farina) che sarebbero poi
servite anche da scodella, l’impastatore di farina quello più vicino alla stufa, era
completamente nudo (Ulisse) il sudore gli colava nell’impasto per dare un valore aggiunto
alla pietanza (l’energia del fuoco esalta tutti i batteri), Puiana recuperava i muci delle
sigarette ormai finite per confezionarne di nuove, con un occhio al bottiglione e si
accompagnava con un crescendo di “quel mazzolin di fiori.. “ seguito subito da altre voci
bianche, mister X impastava della maria, Padova ed Enka preparavano con cuoio, perline e
filo di rame della bigiotteria, Prana raccontava o pianificava viaggi di ogni tipo, uno si
lavava con il mom e impasto di cenere bagnata per allontanare i parassiti, la Marisa e la
Snella confezionavano con paglia e stoffa, delle bambole da portare a qualche fiera, sulla
stufa un pentolone ribolliva ortiche cipolle e patate, sopra il pentolone erano stesi a
grondare dei calzini (il coperchio non c’era), qualcuno puntava le ragazze altri puntavano il
bottiglione, Giambardo parlava di semine, orti e quella capra da curare; fece una pausa per
dirci:
Benvenuti a Piambaruccioli !!
Il cinema che mi si presentava davanti divenne per un momento una foto silenziosa, solo
mister X faceva dei rapidi movimenti; l’unico riconoscibile era Jò noi altri eravamo fin
troppo imbacuccati, le romane cominciarono a scoprirsi e tutti ne furono ben contenti, loro
invece si sentivano un po’ impacciate ed impressionate da tanta attenzione, allora la
Marisa andò loro incontro con un gran sorriso rassicurante ed un abbraccio, io entrai per
ultimo e quando cominciai a scoprirmi, i più cominciarono a guardarsi l’un l’altro
preoccupati, mister X scomparve, forse si aspettavano che tirassi fuori il tesserino di
ordinanza o che appresso a me seguisse la più temuta delle irruzioni, si fece avanti una
ragazza, mi prese tutte e due le mani e mi disse:
“devi essere molto stanco”
Io divenni rosso come un peperone, poi il presidente al quale luccicavano gli occhi, mi
chiese:
“quanti anni hai, sei venuto da solo o c’è anche la tua mamma?”
Io risposi che per me è stata una impresa molto impegnativa arrivare fin quassù.
In mezzo a tutta quella marmaglia c’era un pistoiese: Enka e quando capi’ che ero toscano
gli si alzarono le antenne gli si allargò un sorriso fino alle orecchie e mi disse:
“ oh te? chi ti ci ha mandato?, finalmente qualcuno che parla la mi’ lingua”
e mi tese la mano per una stretta, io mi ritrassi,
“se voi darmi la mano devi prima disinfettarla”
Allora Ulisse, quello tutto igniudo mi disse che lui era caduto nel disinfettante da piccolo
ed era allergico al sapone, e senza mettere tempo in mezzo mi abbracciò senza possibilità
di scampo, così tutti risero a crepapelle,
si fece avanti Giambardo che mi invitò a sedermi e mi parlò di orti, semine,della sua
mamma che non stava troppo bene,e che dopo l’inverno viene la primavera …
solo allora mister X si è rimaterializzato

Si era fatto tardi, per chi? Per che cosa? Non so, ma ero davvero stanco di tutta quella
camminata nella neve, forse la mia testa girava ancora veloce ma il mio fisico non riusciva
a starle dietro, dovevo stendermi da qualche parte e magari farmi una bella dormita, dove?
Provai a domandare, a Jò, mi disse che per lui era troppo presto e non aveva sonno, da altri
ricevetti una serie di risposte, quella più sensata cantava più o meno così:
“esci dalla porta dove sei entrato gira un paio di cantonate sulla destra e se non entri nello
stalletto del maiale, vuol dire che sei entrato nel palazzo, ci sono delle scale, stai attento
perche alcuni gradini sono rotti e gli altri mancano, su di la dovresti trovare un letto se non
ci vedi perché è buio fai domanda all’ Enel.
Presi le mie cose e mi apprestai a seguire le indicazioni della reception, Fuori c’era un
metro di neve e ancora ne veniva, pensai di girarmi per chiudere la porta ma la mia mano
imbracciò in qualcosa di morbido: le romane mi stavano appiccicate dietro, arrancando di
nuovo nella neve (che ci permetteva un minimo di bagliore) arrivammo al portone del
palazzo, a tasto trovai la scala di petra e mentre salivamo sentimmo aprirsi l’uscio,
capimmo dalla voce che era uno di casa, salendo ancora per quelle scale la prima porta non
si apriva ed aperto la seconda mi accesi l’unico fiammifero che avevo; dovevo memorizzare
molto velocemente quello che vedevo perché di lì a pochi secondi sarebbe stato buio pesto:
in un angolo c’era della paglia, nel mezzo un buco di circa un metro, poi ciarpame, un
aratro e scritte sui muri;
si spense il fiammifero e quel figghio n’drocchia solo allora accese una candela, invitando le
romane a dormire in camera sua, che ci aveva un letto con le coperte e la borsa dell’ acqua
calda, “buonanotte Gianni” cosi mi salutarono tutti e tre. In quel momento ho apprezzato
più dell’oro il regalo di Maria: la coperta.
Non so quanto è passato, ma mi svegliai, sentii dei rumori, delle voci bisbigliate ed una
porta che forse si apriva nella notte più nera, ma prima ancora di riconnettere chi fossi e
dove mi trovavo avevo riconosciuto la voce delle ragazze, mi affrettai a ricordare loro che
dovevano camminare raso alle pareti perché la stanza in mezzo era sprofondata, mi si
spalmarono accanto una per lato e si addormentarono praticamente subito, forse volevo
domandare loro qualche spiegazione, capire il perché ma mi tenni tutto per me; loro mi
dormivano appiccicate, io ci misi un bel po’ a prendere sonno ma ero felice, per la testa mi
girava di tutto e tutto positivo.

Una collezione di chicchirichì continuava a risuonarmi nella testa, avevo gli occhi ancora
chiusi, non capivo se erano la coda dell’ultimo sogno, ma questo gallo era insistente:
insisteva, con questo pensiero mi si aprì quella tendina che c’è tra i sogni e le palpebre
degli occhi ancora chiusi, mi sentivo addosso un piacevole abbraccio, insomma mi sentivo
felicemente e morbidamente, compresso; mi tornava in mente come una velocissima
moviola,l’accaduto della sera precedente, ma in questo delizioso quadrettino c’era qualcosa
che non quadrava: sentivo sui piedi un peso che si muoveva lentamente e non potevano
essere i piedi delle ragazze e tanto meno gli zaini; cercai di ritrarre i piedi mentre
sbottonavo gli occhi, ma non fu facile ne’ l’uno ne’ l’altro: i miei piedi erano diventati un
materasso per un cane. Ero sveglio? Si ero sveglio.
Le ragazze cominciavano a svegliarsi e mentre una si stirava tra me e il muro, l’altra, che
aveva ancora gli occhi chiusi mi fece un abbraccio dalla testa ai piedi che melo ricordo
ancora… ed aprendo gli occhi disse: ma che ore sono? Le dissi barando che era ancora
notte fonda, mentre me la avvinghiai per non fare scappare tutto questo, l’altra che era
dietro di me mi diede un bacio sul collo e mi esortò: alzati scemo !
L’unica finestra era aperta per metà, perché aveva solo una anta con i vetri di un tempo,
faceva molto freddo, anzi freddissimo
Il cane scodinzolava felice, anch’io sentivo qualcosa che scodinzolava, mentre cercavamo di
riassettarci un po’ alla meglio saltellando e tremando, valutai che la c o m u n e.. aveva
degli aspetti decisamente apprezzabili.
La stanza aveva oltre il pavimento sfondo anche il soffitto aperto, e si intravedevano delle
trecce di cipolla e granturco appese al trave del piano superiore, le pareti mezze stonacate
facevano intravedere vecchi disegni e scritte di nuovi proclami:
“la famiglia è ariosa e stimolante come una camera a gas”
Aprimmo la porta con circospezione e scendendo quel che rimaneva delle scale mi resi
conto che la sera prima, qualche santo ci aveva aiutati a non romperci l’osso del collo,
scendendo si incontravano altre porte che portavano chissà dove ma la curiosità di vedere
il fuori era troppa,di sottofondo su sentivano urla dilungate e confuse, tintinnare di
campanelli, gente che chiamava, altri che rispondevano;
-preambolo al vento:

“nella mia vita mi viene di dare tutto per scontato: ormai so difendermi, conosco tutto ciò
che mi necessita ho delle idee precise e non mi lascio fregare, perché io sono furbo”
questo lo pensavo a due anni, ma anche a 18, ogni tanto anche adesso; poi puntualmente
assisto come un baccalà alla smentita delle mie convinzioni passeggere, ma sono
comunque contento, di convincermi,tradirmi e trasgredirmi cosi tante volte, ogni volta
cerco di aprire un qualcosa nella siepe che mi circonda con la speranza che forse riesco a
ritornare e far la guerra contro me stesso e finalmente vincere: con è facile perché sono io
che stabilisco le regole del gioco, sono io che attacco per cui so anche dove devo
difendermi, sono tenace, vedrai ce la farò un giorno a girarmi di scatto e mordermi un
orecchio, e forse anche a correre più veloce della mia ombra.

uscimmo fuori da questo palazzone di pietra grigia decadente, o meglio, non fu facile
perche durante la notte era caduta altra neve, ma in quel momento c’era un po’ di sole che
rispecchiandosi nella neve rendeva tutto particolarmente luminoso, pianbaruccioli è un
insieme di tre case, tre capanne e un rudere all’ingresso, con da un lato il forno e dall’altro
l’osservatorio, c’erano dei solchi nella neve che univano le case evidentemente utilizzate,
sull’ ingresso della stalla era una scritto: “chi non occupa preoccupa”
una ragazza che proveniva dalla stalla aveva un pentolo con il latte delle capre appena
munto, distante era seguita da un caprone con le corna lunghissime, le andammo dietro,
verso la cucina, strada facendo lei superò con noncuranza un asino, noi NO. A quel punto
ci trovammo in mezzo tra l’asino ed il caprone, non si metteva per niente bene,
sopraggiunse un’ altra ragazza che ridendo abbracciò l’asino chiamandolo Luna, era una
asina ! così ci facemmo coraggio e passammo oltre verso la cucina.
La cucina? Si attraversava una massa informe di cenci e zaini poi scavalcando 4 o 5
persone che dormivano per terra, si arrivava al camino che tirava come la sera prima, in
mezzo al fumo si intravedeva un paiolo con dell’acqua a bollire, di lato c’era il cuoco che
tenendo in mano una padella sulle braci, faceva abbrustolire dei grani d’orzo, di fianco
c’era l’aiuto cuoco che anche lui faceva riscaldare qualcosa in una padella: erano delle
foglie ed a guardarlo bene l’ho riconosciuto, era mister X, aveva in testa uno strano
cappello su cui era ricamata la scritta “coldiretti mariù” di fianco al camino sotto una
montagna di pentole, pentolini, padelle e piatti sporchi si scopriva l’acquaio, ai piedi un
secchiello di cenere e due taniche d’acqua, allora un indigeno entrò e molto velocemente si
versò un po’ d’acqua in un bicchiere ed usci altrettanto velocemente, io commentai:
-”andrà a lavarsi i denti ?”
-“ no gli scappa da cacare e va a pulirsi il culo” mi rispose il cuoco,
dopo poco l’indigeno rientrò con aria soddisfatta e buttando il pentolino sull’acquaio
chiese:
“chi vuol fare una maraffona per lavare i piatti?”
Nella stanza accanto c’era il tavolo con sopra ogni ben di dio, tra cui: bottiglioni vuoti, carte
da giuoco, uno zaino, uno sparpaglio di muci, la Marisa sempre sorridente, si era ritagliata
un angolino per bersi una tazza di qualcosa, la stufa riscaldava il latte di capra da
aggiungere poi al paiolo con l’orzo, qualcuno impastava dei chapati, un altro dopo essersi
soffiato il naso su una manica raccattava un po di pane secco dalla cesta con su scritto “per
il maiale” e lo miscelava nel paiolo con l’acqua, l’ orzo e un po’ di manica, una delle panche
era caduta per terra e di lato a questa un giovine di belle speranze russava con la guancia
nel suo vomito.
Entrò la Snella “non ci fate caso anche a me le prime volte faceva impressione, poi ci se ne
fa una ragione, a questo mondo c’è gente che sarebbe ben felice di avere tutto questo, fate
colazione con noi e prendetevi un bicchiere, un pentolino, insomma quello che riuscite a
trovare di là sull’acquaio …”

Dovevo fare la pipì.


-Scusate da che parte per il bagno ?
Ulisse entrando mi rispose:
-“le persone troppo educate mi fanno impressione,tu credi di essere più leggero perché ti
sei tolto lo zaino, ma mi pare che tu abbia ancora tanto peso inutile che ti porti appresso;
pertanto, lei mi faccia la cortesia di seguirmi”
Ulisse era ben più marcato di come melo ero immaginato prima di conoscerlo: i capelloni
arruffati ed impiastricciati da vecchia data,il naso schiacciato, gli manca qualche dito, e
quando ti squadra ti punta fisso, con lui, quasi tutto si risolve con una risata accomodante,
anche i discorsi più seri scopri che spesso perdono d’importanza, per lui la vita è un serio
scherzo,
comunque rimane estremamente attento a trattare con garbata considerazione chi ha
davanti, insomma nel bene o nel male su di lui ci puoi sempre contare.
Lo seguii fuori nella neve, io ero vestito di tutto punto, avevo anche la belstaf, Ulisse aveva
sulla schiena una pelle di capra, alla cintola quel che rimaneva della copertura di un
conigliolo dove poteva infilare le mani,uno scarpone militare in un piede ed uno stivale
nell’ altro,erano tutti e due sinistri, come cappello uno scolapasta; camminando
incrociavamo qualcuno ed Ulisse lo invitava ad unirsi per un conclave, mentre
camminavamo sotto ai muri del palazzo qualcuno da sopra gridò: “piscio ! ”, Ulisse e gli
altri si acquattarono raso alla facciata ed io feci lo stesso: da una finestra lassù spuntava un
pisello che annaffiava la neve, si sentivano gemiti ansimanti e risate, provenire da dentro le
case, poi di nuovo un lungo e sospirato “piiisciooo” ma questa volta nessuno si acquattò, i
sospiri che provenivano dall’interno continuavano più o meno così: “oh no!, oh si ! dai
mutandina mia non fare così”,
chiesi spiegazioni e mi risposero che Giambardo aveva una discussione familiare con la
Snella. Cammin facendo la comitiva si era incrementata, sia di uomini che di donne, anche
il cane si era unito a noi,arrivammo alla concimaia e mi invitarono a fare un cerchio, tutti si
calarono gonne o pantaloni, chi ce le aveva anche le mutande, (Ulisse non aveva di queste
complicazioni), io rimasi come un imbecille, non sapevo se voltarmi, scappare, o che cosa,
considerai che in qualche modo, mi conveniva stare al gioco,anche chi non gli scappava
rimaneva comunque in quella posizione a fare compagnia
-(questo è stato un passo fondamentale nella vita mia, posso dire una pietra miliare molto
importante, mai avrei immaginato di riuscire a fare questo: finalmente presi coscienza
della “vera” liberazione)
Mentre eravamo così riuniti, facemmo le presentazioni tra sconosciuti e si programmava il
da farsi, quando poi il conclave fu terminato ci avviammo ognuno per la nostra strada, il
cane che fino allora si era tenuto in disparte, si precipitò su quel caldo banchetto.
A me fu assegnato il compito di andare a prendere l’acqua al pozzo

Tonino mi disse:
-“vieni con me che prendiamo la Luna”
ed io:
-??? Come ???
-“Che palle con sti novizi bisogna sempre spiegarci tutto e ricominciare tutto da capo”
Andammo a sellare la ciuca, al basto attaccammo due botti di legno e poi sopra e appese
delle taniche di plastica, quindi
“ ahh”
ci avviammo in giù per la vallata per circa 200 passi sotto gli orti
“ihh”
eravamo arrivati alla fonte
-“Luna è polloglotta: è come se avesse girato il mondo, capiamoci: io sono di Bitondo della
Puglia e ci ho parlato in pugliese, ma se ci parla uno di questi ostrogoti che stanno aqquà in
romagna, lei è molto inteliggende e capiscie lo stesso come se ci parlasse uno del sud:“ahh”
per dire vai, e “ihh” per dire fermati, se poi si rompe i coglioni, non caca più a nessuno e se
ne torna a casa”
La fonte era una piccola costruzione di pietra con il tetto all’ interno della quale trasudava
l’acqua della montagna, le pareti erano un colabrodo e sul fondo si poteva pescare si e no in
10 cm. Per cui il gioco funzionava così: si prendeva un pentolino e con questo si pescava
tante volte per riempire una tanica, quando questa era piena, la si vuotava metà per volta
nelle botticelle di lato al basto: alternando ora di qui, ora di là per bilanciare il peso, e si
continuava questa tiritera fino a quando sia le botti che le quattro taniche erano piene
(mezzora non bastava) solo allora si dava da bere alla ciuca, perché se lo facevi prima
quella se ne andava e tu rimanevi come un baccalà, di seguito dicevi “ahh e quella tutta sola
saliva fin davanti alla porta della cucina dove sapeva che c’era mezza carota marcia che
l’aspettava, l’altra mezza alla fine del lavoro quando era stata scaricata.
-“Perché vedi Gianni la ciuca sa anche parlare ma non lo fa e cosi ci tira fessi a tutti
quandi”
Io domandai:
-“ ma non converrebbe riempire le botti con una gomma? Il sentiero è in discesa, non
avremmo difficoltà a riempirle per caduta”
-“ io non mi intendo e poi sono contento così, quando si corre troppo si perde il gusto delle
cose”
questa ultima risposta che pareva banale, in realtà diceva qualcosa di grande Allora non
capivo e avevo anche il diritto di non capire a 18 anni,

gente che arrivava, altri che partivano,abbracci,sorrisi, pianti, vaffanculo,che tripp, che ci
hai del fumo?, sei troppo in, e tu troppo yang,che vibrazioni negative, sei cattivo perché
mangi la carne, ti vò in culo e risparmio anche sul fuoco: sono un crudista, amore libero, se
guardi ancora la mia compagna ti scortico e poi ti appendo con le tue budella, solo geova ci
può salvare, hare krisna, ci piace di più il crocefisso a testa in giù, era tanto bono, giulio
andreotti: lui si che ha carattere, l’ msi, gesù era un rivoluzionario, io sono moderno perché
porto i jeans e vado in chiesa a suonare la chitarra, come lui non ne faranno più, rosse
rosse rosse brigate rosse !!, ma padre pio ci protegge, san francesco è sempre attuale, io
rispetto tutte le religioni, il pdup, le religioni mi han rotto i coglioni, w marx, w lenin, w
zaccagnini, ma ora viene Berlinguer a darci il via, ivan della mea, de andrè, nostradamus,i
quaderni dell’ albania, la locomotiva, c’era un ragazzo che come me amava i beatles e i roll
… , son tutte belle le mamme del mondo, pentiti sei ancora in tempo, verdi era
rivoluzionario, i cerchi nel grano, la scala in fondo è il teatro dei rivoluzionari, ci
controllano,i politici son tutti corrotti, il mantra, il mala, rajneesch, gli arancioni, il dalai
lama, il capitalismo, i carabinieri, il femminismo, abbasso il nucleare, le donne son tutte
puttane !! , hanno un dossier su tutti noi, gli alieni, la reincarnazione, la terra è di chi la
lavora, la cioccolata, tra trenta anni siamo tutti negri, no zingari perchè fanno più figli, tra
100 anni tutti gialli, ma nel 2.000 ci sarà la fine del mondo, il vaticano, evviva la
bombatomica, il traffico, riprendiamoci il sesso, loro non ci avranno,tutto natura, ci famo
du’ piste, nilla pizzi, io sono bio, e io sono mio, totò a livella.

-ebbene…questa era l’aria che respiravo, avevo bisogno di qualcosa dove attaccarmi nei
momenti difficili, ma non di un proclama o frasi fatte, ma di una esperienza, che quando
non ne posso più, sia una uscita di sicurezza, e con poco e senza fretta, vivere il quotidiano
con almeno un piccolo pensiero, per esempio, quando mi son sentito perso, una ragazza
che non conoscevo mi prese le mani fra le sue e… giambardo mi ha regalato la sua
primavera, la ciuca si contentava di mezza carota marcia ed il cane scodinzolava per molto
meno ….

-“tragedia, grande tragedia, e ora come si fa?”


- pianbaruccioli- è come un porto dove approdano i più variopinti personaggi, chi per
qualche ora, o giorno poi qualcuno vi si “ammala”, ed il suo soggiorno può durare ben più
del previsto, una idea comune ci richiamava tutti lì; io non so se era proprio così, ognuno
aveva alle spalle storie diverse e non sempre concilianti, per qualcuno era un’ ultima
spiaggia, per me un gioco, chi cercava di scappare dalla consuetudine, oppure dalla legge,
poi c’erano le mattonate mistiche, più svariate e caparbie che degeneravano nelle
manifestazioni più curiose, come la costruzione di veri propri templi, altari, dove
proliferavano, mantra e preghiere delle più tristi e mormorate, inni alla vita, gioia e letizia;
cuochi e filosofi di alta cucina si davano convivio per rimarcare i dogmi più raffinati, con
questi preamboli non era per niente facile conciliare le visioni alimentari di tutti quanti;
uno degli strumenti che riusciva ad unirci quasi tutti era il forno
-Era crollato il forno, quella costruzione di pietra isolata poco fuori la cucina, composta da
una cupola di mattoni sotto la quale si accendeva il foco e poi quando la volta era diventata
bianca, si toglievano tutte le braci per far posto ai pani, teglie, pizze, coraggiosi della sauna
e quant’ altro
La cosa era grave assai, per cercare un rimedio furono interpellati vari oracoli ed
organizzate veglie di meditazione, mentre le riunioni incalzavano, io mi feci una
passeggiata nei dintorni, a circa un km c’era una vecchia casa che crollava ma il forno era
integro quindi mi organizzai per rimetterlo in funzione togliendo quel muro di rovi ed
arbusti che aveva intorno che poi utilizzai per l’ accensione; fin dalle case scorsero i fumi
dei miei tentativi ed allora partì una comitiva di saggi e pompieri in erba, non capivano
cosa stessi combinando, giunti sul posto mi rimproverarono:
-potevi rischiare di incendiare la vallata
-hai tagliato delle piante che facevano parte di un ecosistema laddove la natura si stava
riprendendo i suoi spazi
-siamo una comune e le cose dobbiamo programmarle tutti insieme e fintanto che non
siamo tutti d’accordo qui non si muove foglia
-il tuo Karma è negativo solo un viaggio interiore e tanta meditazione ti può salvare
-sei un pazzo: hai profanato un tempio
-sei stato mandato dalla c.i.a
Intanto calava la sera,il freddo incalzava,il forno era sempre acceso ed i miei inquisitori, si
avvicinarono uno ad uno per riscaldarsi.
Il giorno seguente era diventato il forno ufficiale di tutta la comunità, e la cosa fu
festeggiata con ricche infornate, danze, saune baracca e musica e cilum, fino a notte fonda.
(mister x era indaffaratissimo)

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