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Claudio Sabelli Fioretti & Giorgio Lauro


intervistano

Mogol
Il mio amico
Lucio Battisti
Al iberti editore
Claudio Sabelli Fioretti & Giorgio Lauro
intervistano

Mogol

Il mio amico Lucio Battisti

Aliberti editore
Con il contributo di

EP
1 4Q R kr
«.., kkizemefioe,43
COMUNE DI
REGGIO EMILIA

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Il mio amico Lucio Battisti
NON CHIAMATEMI PAROLIERE

CLAUDIO SABELLI FIORETI1 e GIORGIO LAURO: Perché l'autore della musica si chiama autore della
musica e l'autore delle parole si chiama paroliere?

MOGOL: L'autore della musica per la Siae si chiama compositore. Chiamare l'autore dei
testi "paroliere" è un tentativo di dequalificazione. E mancanza di rispetto. Noi non
possiamo opporre che un richiamo civile, che rimane inascoltato. Chi usa il termine
,
`paroliere" è insensibile e anche un po' ignorante. Tutte le volte che leggete "parolie-
re" pensate che è una parola scritta da una persona ignorante o, peggio, volontariamen-
te irrispettosa.

Non sei un po' esagerato?

Esagerato? No. Sarebbe come definire i giornalisti scribacchini.

Come vuoi essere chiamato?

Autore. Nel mondo della musica autore è colui che scrive i testi.

Ma nessuno chiamava compositore Battisti.


Perché lui era compositore e cantante e arrangiatore.

E come andrebbe chiamato uno così?

Musicista. Un termine che comprende tutto, molto nobile.

A te non piace nemmeno la parola cantautore.

I cantautori io li chiamo artisti.

Che rapporto c'è tra testo e musica?

Io dico agli allievi: «Cercate il testo che c'è scritto nella musica». La musica, se è bella,
dice cose che sfuggono al compositore. Tocca all'autore dei testi trovarle. Servendosi
della sua vita.

L'autore delle parole sarebbe un maieuta che cerca dentro la musica le parole che quella musica contiene?

L'autore delle parole riceve una spinta forte sull'onda di una colonna sonora che gli fa
rivivere dei passi della sua vita.

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IL GIORNO DOPO LA CANZONE ERA NATA

Tu scrivi le parole canticchiandole sopra la musica... Spesso lo fai in macchina...

Una canzone, Molecole, musica di Lavezzi, l'ho scritta al cinema mentre vedevo un film,
al buio. Facevo una fatica enorme perché dovevo ricordarmi a memoria la musica.

Che film era?

Il film ovviamente non l'ho visto. Il cinema era il Mignon di Milano.

E in macchina?

Molte ne scrivo guidando.

Emozioni l'hai scritta guidando...

L'ho scritta metà al Dosso, la mia casa di campagna a Molteno. L'altra metà sulla stra-
da per Genova, dalle parti di Ovada, guidando la mia giardinetta 500 con a bordo i miei
figli e mia moglie. Ripetevo musica e parole a mente, finché non l'imparai a memoria.

Altre?

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Una canzone che poi cantò Celentano mi commosse, Le parole che non ti ho detto mai. La
musica era di Gianni Bella. Il testo parlava del fatto che morivo e spiegavo a una donna,
la mia compagna di allora, che cosa mi sarei aspettato da lei. L'avevo scritta col cuore e
mi misi a piangere. Da solo, in macchina, al volante. È l'unica volta che mi è capitata una
cosa del genere.

Anche E penso a te...

L'ho scritta nei diciannove minuti di autostrada tra Milano e Corno. Eravamo su una
macchina piccolissima. Uno guidava. Lucio stava accanto al guidatore e io dietro. Lucio
canticchiava davanti e io trovavo le parole dietro.

Le parole poi le riscriveva sempre Lucio...

Alle fine le ricopiava in bella. Lui era un precisino. Preferiva riscriverle con la sua cal-
ligrafia, magari perché la mia non sempre era leggibile.

Avete mai fatto qualche errore?

Nell'album Anima latina c'erano canzoni bellissime. Lucio abbassò la voce nel missag-
gio, per cui si faceva fatica a capire le parole delle canzoni. Purtroppo vendette molto
meno, nonostante fosse uno dei dischi più belli.

E non hai chiesto a Lucio perché l'aveva fatto?

Certo che glielo chiesi. Mi rispose: «Così cercheranno di capire le parole prestando più
attenzione».

Sembrerebbe una sciocchezza.

Era una chiara volontà di spingere tutti a cercare di capire che cosa diceva il testo.

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Ma se abbassi il volume non capisci proprio niente.

Io infatti non ero d'accordo, gli dissi che non era un'idea felice. E lui non lo fece più. Si
persero due terzi delle vendite, peccato. Era un album straordinario. C'era Anonimo, la sto-
ria della mia infanzia, il cane che mi aveva messo un dente nella palpebra e mio padre che
pensava che mi avesse mangiato l'occhio, e la ragazza di ventitré anni che era rimasta sola
e c'erano gli americani che andavano e venivano, lei era giovane e io la vedevo rossa in viso
e che stendeva i panni e ricordo le gambe nude. Ero un bambino.

Hai mai scritto una musica, magari solo per gioco...

Mai. Ho scritto un pezzettino di musica. Ma mi vergogno. Non dirò mai quale, né il


titolo né l'autore. Se la canto, ridete tutti.

Perché, è brutta?

Sì, è molto brutta.

Ma che cosa è?

È un pezzettino di una cosa musicale molto famosa.

.1.1 sigla dell'Eurovisione, quella di Carosello, quella del Tgi ?

È molto famosa ma è la parte meno bella di una canzone splendida, che tutti però
conoscono. È un'aggiuntina che ho fatto.

una canzone comunque?

È un pezzo musicale. Se l'avesse fatto quello che ha fatto la canzone, l'avrebbe scrit-
to meglio. Quel pezzettino li muore con me. Non lo saprà mai nessuno. Sono tre-quat-
tro battute, si ripetono, una cosa piccola. Sarebbe immorale dirlo.

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Hai firmato anche il testo di una canzone senza parole.

Battisti aveva scritto una canzone che non mi piaceva, erano divagazioni elettroniche.
Io non volli scrivere le parole. Mi disse: «Dimmi almeno il titolo». Risposi: «È da brucia-
re. Chiamala il fuoco». Divenne il titolo della canzone, solo musica. E lui volle lo stesso
darmi i diritti perché gli avevo dato il titolo. Io la firmai per fargli piacere.

Non è l'unica canzone con sola musica.

Io insistevo perché lui facesse canzoni di sola musica. Qualche volta lo faceva. Io gli
sceglievo i titoli, perché lui aveva questa voglia di stare sempre insieme artisticamente.
Io facevo dei titoli lunghissimi per accontentarlo. C'era tra di noi un sentimento nobile.

Viene da pensare che Battisti scrivesse la musica molto influenzato da te.

Dopo ogni album ci trovavamo per commentare che cos'era successo e come impo-
stare un nuovo discorso. Quella era la fase in cui io commentavo e influenzavo forse un
po' le sue scelte musicali, ma sinceramente non ne sono sicuro.

Come scrivevate le canzoni?

Lucio veniva con le musiche. Io ci mettevo sopra le parole. Il giorno dopo la canzo-
ne era nata. Lucio è l'unico autore con cui ho lavorato che il giorno dopo che io gli avevo
consegnato le parole si presentava senza foglietti. E cantava a memoria. Lui tornava a
casa e il mattino dopo me la cantava tutta. L'assorbiva in una notte. Una volta mi disse:
«Quando c'è una nuova canzone, io la canto e me la incido quattro volte. Poi la risento
nei quattro modi in cui l'ho cantata. Quella che mi stanca di meno, la scelgo».

È vero che le canzoni appena composte le facevate ascoltare per primo a un amico giardiniere?

Un caro amico, Pier Luigi Ratti, un architetto giardiniere. Ha un'impresa grande: vivai,
giardini, fa anche addobbi floreali. Fa i più importanti matrimoni nel mondo. Una volta

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ha lavorato per il presidente degli Stati Uniti. Spesso andavamo a cena da lui e da sua
moglie Elena, e gli facevamo ascoltare la canzone appena scritta. Pier Luigi è molto
dolce, Elena è di polso. Le ho dedicato una canzone in cui lui è obbligato a far tutto
quello che lei gli dice. Una canzone ironica.

Qua/tua altro ascoltava le canzoni appena composte?

Gli ammalati dell'Istituto dei Tumori. Andavamo là, io e Lucio, io presentavo e lui
cantava tutto l'album ancora prima di inciderlo. Stare vicino a chi soffre è una cosa fan-
tastica. È consolante. Fa bene.

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QUANDO LUCIO DIVENTAVA NERVOSO

Dicono che nelle tue canzoni ci siano molti personaggi di Poggio Bustone, il paese di Lucio.

Non direi. Lucio mi aveva sempre detto di aver imparato a suonare la chitarra dallo
scemo del paese. Era un povero ragazzo che gli aveva insegnato i primi accordi. Io non
so nient'altro di Poggio Bustone. Lucio parlava poco di se stesso.

Non ti sembrava un po' strano che Battisti cantasse i tuoi amori?

No, perché lui si identificava in me. Era una vera e propria simbiosi. Lui cantava i miei
amori come li avrei cantati io. Quando io avevo finito il testo lui voleva sapere tutto, lo
vedeva in modo totale, lo cantava come se lo avesse vissuto.

Ho letto che Battisti diceva: «Di venti canzoni ne teniamo buona una»...

È una bugia assoluta. Di tutte le canzoni di Lucio io ne ho scartata una sola, che mi
sembrava debolina. Tutte le musiche che lui mi ha presentato, e io ho scritto, sono state
pubblicate. A eccezione di li paradiso non è qui.

Quindi è impossibile che esistano degli inediti...

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Che io sappia non ce ne sono.

Alberto Radius dice che nel '68 Battisti gli confessò di avere «degli inediti che ammazzerebbero
tutti».

Non lo so, non ho mai avuto notizia di questo. E comunque non sarebbero canzoni
scritte da me.

Lucio era geloso di te?

Non l'ha mai dimostrato, però secondo me sì. Ti posso dire un particolare. Lucio
diventava nervoso, e anche un po' duro, con chi, mentre io stavo parlando con lui, si
intrometteva. Specialmente con i cacciatori di autografi.

Gira voce che avesse paura di essere derubato della sua musica e girasse sempre con un borsello gon-
fio di nastri e scarti di registrazioni Possibile?

Non l'ho mai visto con questo borsello.

Hanno scritto che Il nostro caro angelo si tifirisce alla nascita di un figlio.

Il nostro caro angelo è il meglio di noi. È l'ideale che qualche volta noi perdiamo, la purez-
za.

Magari una metafora...

Ma quale metafora. Il nostro caro angelo si ciba di radici e dorme nei cespugli.., è l'idea-
le che noi perdiamo, la purezza. Alcuni hanno scritto tantissime stupidaggini su Battisti,
su me, sulle nostre canzoni.

Fa parte del mito! Le voci diventano realtà.

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Ho capito, ragazzi, ma c'è un limite alle balle.

Sono usciti molti libri su di voi.

Con tante balle. La maggior parte degli episodi non è vera. Forse la colpa non è tanto
degli scrittori ma di chi inventa e racconta.

Vediamone altre: Mi ritorni in mente è la storia di un amore adulterino di Sandro Colombini,


direttore artistico della Ricordi.

È una follia. Se ci fosse Lucio Battisti si squasserebbe dalle risate. L'amore adulterino.
Che stronzata! Raccontatemene altre perché sono divertenti.

Ma quindi Mi ritorni in mente a chi si riferisce?

A nessuno, è una storia che ho inventato, l'ho scritta con l'immaginazione.., non è
riferita a nessuno. È una canzone un po' drammatica. Recentemente Paolo Liguori, una
persona simpatica, sulla costa amalfitana, a una grande festa di calciatori, sul palco disse:
«Un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso». Come fosse una citazione di straordi-
naria poesia. Mi fece piacere, me l'ero quasi dimenticata quella frase.

Fiori rosa, fiori di pesco era una tua storia con una ragazzina...

Altra balla terrificante. t la storia di uno che esce di casa per andare dalla sua donna,
che non vede da un anno, arriva, questa gli apre tutta imbarazzata, lui le tocca le mani
che sono fredde, e lui pensa che sia per amore, invece poi arriva uno, che si presenta.
Era in camera da letto con lei e quindi...

29 settembre è la storia di un tradimento... e 29 settembre era la data del compleanno di tua


moglie, la prima moglie.

È la storia di un uomo che aveva vissuto un tradimento, anche questa inventata, non

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c'è riferimento a una persona. Che fosse la data di compleanno di mia moglie me ne sono
accorto dopo. Ho avuto sempre il rimpianto di non averle dedicato questa canzone. Mi
sarebbe piaciuto andare a casa e dire: «Ecco, questo è per il giorno del tuo compleanno».

1/29 settembre è del tutto casuale?

Del tutto casuale.

Hanno detto che gli accordi sono gli stessi di Michelle dei Beatles.

Non posso dirlo. Non sono un musicista, non ho una cultura musicale che mi può far
dire se sono gli stessi o sono diversi. Ma è la prima volta in vita mia che sento un'accu-
sa del genere. Lucio ascoltava e amava la musica bella del mondo, e lo faceva con entu-
siasmo, analizzando però profondamente tutto. Non era il tipo che andava copiando a
destra e sinistra.

Titti, la bambina della Canzone del sole, era la stessa di Pensieri e parole?

No. In Pensieri e parole era mia moglie. Tini è la stessa del Salame. È una canzone trat-
ta dall'album Anima latina.

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NEL CUORE DI OGNI RAGAZZO C'È UNA CANZONE NOSTRA

Parlaci delSalame.

È una canzone che dura, trii sembra, trenta secondi, comincia così: «Alzati in punta di
piedi!» Sono due bambini che immaginano di fare l'amore, ma ovviamente non ci rie-
scono, non sentono niente e allora presi dalla fame, aprono il frigorifero e urlano: «Urca,
il salame».

Non è un'allusione?

No, no, il salame è come dire la pastasciutta, la torta, il cibo! È una canzone purissima.

Il disco più venduto di tutta la carriera di Mosol-Battisti risulterebbe Una donna per amico.

Non te lo so dire. Può essere.

I successi Mogol-Battisti sono più o meno dei successi Lennon-McCartng?

In Italia sono stati fenomeni quantitativamente simili. E anche in Europa, ma solo tra
gli artisti.

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Quando entri in un autogrill e senti una tua canzone, che impressione tifa?

Come ricevere una carezza. Mi sento gratificato. Mi fa piacere, perché negarlo? Fa


parte delle soddisfazioni umane che la tua opera piaccia. Io sono arrivato in posti dove
cori di bambini cantavano le mie canzoni. Un'emozione.

Però la gente ricorda il cantante, riconosce lui, non l'autore dei testi.

La gente riconosce anche me. Sapete perché? Non solo per le canzoni che ho scritto
ma perché gioco anche nella nazionale cantanti.

Che cosa ti dice la gente per strada? Ti chiedono l'autografo?

La parola più ricorrente è «grazie». Mi dicono: «La posso ringraziare?» Il rapporto che
la gente ha con me è un rapporto molto affettuoso, non da fan. E poi mi dicono anche:
«Sei grande». Non c'è niente più gratificante dell'affetto della gente.

Tu hai colpito basso: gli affetti, l'amore, i sentimenti, le emozioni. Trovami un giovane che non abbia
corteggiato una ragazza usando una tua canzone...

Sì, è vero, una qualche mia canzone è entrata nella vita di molti ragazzi italiani.

Quando ti dicono che sei un genio come reagisci?

Ho avuto un destino benevolo, anzi, molto di più. Ma non sono un genio, sono un
canale, una parabola, un'antenna.

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IO SAPEVO DEI CAMPI DI GRANO

Perché sei venuto a vivere qui in Umbria? Perché hai costruito questa università della musica, il Cet?

Un giorno mi sono svegliato e mi è venuto in mente che stavo vivendo in una città,
che non ne avevo alcuna voglia e che nessuno mi obbligava a starci. Milano si stava dete-
riorando. Forse valeva la pena che io cambiassi vita. Mi resi conto che mi sarebbe pia-
ciuto vivere in un luogo ameno, vicino alle foreste. E poi volevo far qualcosa per tra-
smettere la mia professione ai giovani.

Tu eri un metropolitano?

Avevo sempre abitato a Milano, ma non avevo mai perso il contatto con la natura.
Abitavo nell'ultima strada della città che era la prima strada della campagna.

Tu sapevi dei campi di grano...

Abitavo in via Clericetti, cento metri prima del ponte di Lambrate. Davanti a me c'era-
no i prati, i campi di grano e poi la ferrovia, il ruscello dove andavo a sguazzare. Avevo
costruito con i sassi una piscina di due metri per due. Questo contatto con la natura l'ho
vissuto da sempre. Poi sono sfollato a Carugo. Il mio papà, non avendo trovato casa,
aveva affittato un sotto terrazza che aveva chiuso con quattro muri. Uno stanzone.
Dormivamo e mangiavamo tutti li.

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La guerra...

C'erano i bombardamenti. Mio papà mi portava a pescare i gamberi d'acqua dolce nel
ruscello. Li mangiavamo anche crudi.
Poi il ritorno a Milano...

Alla fine sono andato ad abitare a Milano San Felice ma il weekend andavo in Brianza,
a Molteno.

La natura...

Quella Brianza dove andavo io ormai era circondata dagli stabilimenti. Insomma,
volevo una vita più naturale. Poi pensai di trasmettere la mia professione ai giovani.

Che ti era preso? Una missione?

Mi sono accorto che era in atto un fenomeno terribile. La cultura popolare stava
diventando cultura di marketing. Stava scomparendo lo spazio per i creativi puri.
Programmazione, tutto studiato, niente più espressione libera, di gente libera che canta.
Oggi se nascesse un nuovo Battisti sono convinto che avrebbe poche chance.

Non si potrebbe pensare che il marketing lo facessi inconsapevolmente tu?

Io non l'ho mai fatto. Io scrivevo la mia vita, bella e brutta che fosse. Il novanta per
cento di quello che ho scritto era legato alla mia vita o a quella di qualcuno che avevo
conosciuto. Io non sono assolutamente capace di programmare una canzone. Non
seguo un iter, un modo di fare. Seguo la vita, i sentimenti, gli amici, le delusioni.
Fotografando la vita, la fotografia rimane spesso viva.
Si potrebbe pensare che tu avessi dentro di te un sesto senso per il marketing, spontaneo. Sapevi sem-
pre che cosa piaceva...

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Fortunatamente questo non è mai successo. Magari è successo che una parte della tec-
nica che tu assorbi ti fa preferire un certo tipo di parola a un altro. Ma sempre partendo
da una grande autenticità. Se cerchi l'effetto non è arte. L'effetto è un surrogato dell'arte.
Vive del clamore. L'arte è respiro. Naturalezza. Semplicità. L'arte è piacere. Non è sforzo
cerebrale. Tutte le volte che uno ce la mette tutta, nell'arte, ottiene risultati scarsi.

Parliamo del Cet.

Sono partito per fare la mia casa e la scuola. Volevo creare una didattica per la creati-
vità: compositori, autori, musica da film. Avevamo fatto praticamente un'università. Ma
non potevamo sostenere tutti questi corsi e abbiamo scelto quelli più ambiti dagli stu-
denti, i corsi per compositore, autore e interprete. I risultati che abbiamo ottenuto sono
straordinari.

Il Cet è praticamente un campus...

In questo momento abbiamo cinquantasei camere doppie, centodieci persone, però


stiamo preparando altre ventidue camere, per cui arriveremo a quasi duecento persone.

Una cosa grandiosa.

Quando spiegavo quello che mi sarebbe piaciuto fare avevo tutti contro. Ho avuto
tutti contro anche quando ho detto che volevo venire a vivere qui. La compagna, i figli,
gli amici... tutti a dirmi: «Ma tu sei matto!» Ho costruito una cittadella in mezzo ai
boschi... Mio papà quando venne qui vide tutte le gru, i macchinari, i camion, le case in
costruzione e si spaventò. Mi disse: «Giulio, portami a casa!» Io gli dissi: «Papà, perché?»
«Perché ho paura!» Ebbi paura anche io. Fu la prima volta che ebbi paura. Io sono un
fegatoso. Ma ebbi paura. Nella mia natura c'è questa ebbrezza un po' folle di allargare le
dimensioni della vita. Ma non perdo mai di vista il burrone.

Una volta ti sei lamentato che qui non è mai venuto un ministro della Cultura.

Ho invitato anche il ministro Bondi. Spero che venga. È giusto che prendano atto di
questa realtà.

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HO ANCHE FIRMATO CANZONI CHE NON HO scRrno

Molte tue canoni hanno un riferimento alla tua vita.

Nella Canone del sole c'è molta della mia infanzia. La protagonista era una bambina
che non ho più rivisto per tanto tempo. Mi ha telefonato qualche mese fa. Abitava
nella casa accanto alla mia. Nella canzone immaginavo di rincontrarla grande. E ho
scritto una canzone ispirata alla paura di quello che poteva aver vissuto, così diverso
dalla nostra innocenza. Ho immaginato di farle una colpa di tutte le storie che aveva
vissuto. La gelosia come paura di una certa vita che non hai vissuto. Il dialogo tra per-
sone che non si sono mai viste.

E il mare nero, mare nero...

Quello è proprio l'inquinamento. Io l'ho sempre sofferto, non come discorso politi-
co, ma come problema personale. Se tu vedi le mie canzoni, c'è sempre questo proble-
ma, anche quando non era nemmeno di moda l'ecologia. L'ho sempre visto come un'ag-
gressione terribile, un attentato alla natura. Fa parte della mia vita, della sofferenza della
mia vita. Il mare inquinato è una ferita che mi fa male, male veramente. Non credo che
sia una cosa solo mia. Ma io la scrivo. Altri se la tengono dentro senza scriverla.

Torniamo al Cet

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Stiamo creando anche sale convegni per trecento persone. Stiamo crescendo. Anche
perché il Cet adesso deve portare avanti il reparto medicina, reparto molto importante
perché puntiamo alla qualità della vita. C'è una relazione tra gli esseri viventi, che siano
piante, animali, uomini. C'è una meccanica che governa il creato. Vedi quella pianta di
gardenie? Non faceva più fiori. Abbiamo chiamato un grandissimo esperto, e lui ci ha
detto: «Ma le parlate?» Mia moglie Daniela mi ha guardato: «Ma questo qui è matto».
«Provi a parlarle, la consideri». E noi abbiamo cominciato a parlarle. «Ciao bella», «Come
va?» Sette giorni dopo era tutta un fiore.

Morale?

Le leggi che non conosciamo siamo portati a non considerarle. Apparteniamo al


mondo noto ed escludiamo l'ignoto. Chi crede solo alla scienza nota compie un atto di
ottusità clamorosa.

Parlami della tua vita.

Mio papà era impiegato alla Ricordi, faceva il copista, e mia mamma era casalinga. Mio
papà integrava il suo stipendio facendo il pianista. Ma alla Ricordi poi diventò molto
importante creando una divisione Musica leggera.

Tuo padre scriveva anche canzoni.

No, è un equivoco.

Ha scritto Vecchio scarpone.

Vecchio scarpone l'ha scritta Pinchi, un professore di educazione fisica, un uomo tutto
d'un pezzo, legato al partito fascista. Era una brava persona, luminosa, molto energica,
di quelli che preparavano i balilla!

E perché la firmò tuo padre?

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Allora gli editori usavano firmare delle canzoni con i nomi fittizi di chi aveva fatto l'esa-
me della Siae, per poter acquisire i diritti. Anche io ho firmato un paio di canzoni che non
avevo mai scritto. Il compenso per quelle che scrivevo era cinquemila lire a canzone.

Anche tuo padre usava uno pseudonimo: Calibi.

Usava questo nome per conto della ditta, e i soldi andavano alla ditta.

Tu facevi all'inizio le versioni italiane di canzoni straniere.

Sì, ma invece di tradurle a volte le riscrivevo. I miei erano testi originali almeno al cin-
quanta per cento. Tipo Senza luce (A Whiter Shade Of Pale), Ma che colpa abbiamo noi
(Cheg15. Going Home), È la pioggia che va (Remember The Rain).

C'è dibattito su quale sia la tua canzone più venduta. Al di là? Una lacrima sul viso?

La canzone italiana di maggior successo in assoluto da quando è stata creata è


L'emozione non ha voce, mia e di Gianni Bella, cantata da Celentano. È in testa per incassi
di diritti da allora. Una canzone magica che la gente ama moltissimo.

Al di là aveva venduto un milione di copie.

Di più. Fece il primo posto in ventisette nazioni. Stiamo parlando di cifre grandi.

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LA MUSICA PROPRIO NON MI INTERESSA

Tu quanto guadagni?

Sono sicuro che non ci credi, ma io non ho mai aperto le buste dei rendiconti della Siae.

Hai vinto. Non ci credo.

Va bene, guardo l'assegno. Ma per mentalità rifiuto l'aspetto burocratico. Adesso me


lo segue un po' Daniela, mia moglie.

Parliamo dell'assegno.

È una cifra comunque inferiore a quella di un giocatore di pallone.

A quale giocatore di pallone?

A un giocatore di media portata.

Non sei un Ronald°.

No.

Nemmeno un Del Piero?

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Tieni presente che comunque sono uno degli autori più pagati. Mi avevano detto che
il record era di Morricone per la musica e mio per i testi.

Quindi sei il più pagato. I giornali hanno scritto che ricevi di diritti d'autore un milione di euro
all'anno.

I guadagni di un autore, non il mio, sono modesti. Molto modesti.

Tu scrivi degli evergreen. Ogni anno guadagni anche per canzoni che hai scritto quarant'anni fa.

È vero, ma la somma finale è quella li, la metà di quella di un medio allenatore di serie A.

Che ne fai di tutti questi soldi?

Hai visto il Cet, se ne sono andati e se ne vanno tutti lì. Noi viviamo sicuramente e
tranquillamente bene, ringraziamo il Signore di avere questa possibilità, ma ti assicuro
che qui nessuno fa follie. Perché i nostri soldi sono tutti utilizzati per costruire e pagare
stipendi e mutui. Non bisogna dimenticare che il Cet ha chiuso in pareggio per la prima
volta nel 2007 anche grazie al fatto che ha iniziato a interessarsene mia moglie Daniela.

Tra le canzoni firmate Mogol-Battisti quali sono le più diffuse?

Io faccio una valutazione sulla base di quelle che ascolto in giro. Ieri sono andato a una
festa di paese, qui in Umbria fanno le tavernette, c'è una bella tradizione, i paesi diventano
come una famiglia e fanno da mangiare per tutti gli ospiti. Anche novecento pasti, e i ragaz-
zi servono a tavola, le mamme in cucina. C'era la balera con due o tre cantanti, due sax e
una fisarmonica, e li eseguono le canzoni che la gente ama. E ascolti ancora
Abbronzantissima. Poi senti tanto Battisti: // mio canto libero, Pensieri e parole, I giardini di marzo,
La canzone del sole, Mi ritorni in mente. Però mi è capitato di ascoltare Se stasera sono qui, che ho
scritto con Tenco.

Uno pensa che le canzoni di Tenco fossero scritte tutte da

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Mi chiese anche di riscrivere le parole di Ciao amore ciao. Io non lo feci. La sentii. Non
mi entusiasmava ma soprattutto gli dissi: «Guarda, io un testo migliore di questo non rie-
sco a fartelo. Le parole che hai scritto tu sono le migliori possibili». Poi litigammo.

Si arrabbiò per il rifiuto?

No. litigammo perché aveva deciso di andare a Sanremo. Lui non era da Sanremo, ma
ormai aveva questo pallino. Diceva: «Celentano vende i dischi che non vendo io».

Andò a Sanremo e si uccise. Se ti avesse dato retta...

Andai al suo funerale, in un paesino dell'Appennino. C'erano tre persone.

Hai mai suonato?

No. Non suono niente.

Un figlio di musicista che non suona neanche la chitarra?

Mio padre voleva che imparassi a suonare il pianoforte. Il fratello di Donida, che era
un grandissimo pianista, veniva a farmi lezione. Io mi annoiavo a morte. Avevo capito
che se gli davo un bicchiere di cognac per affrontare la lezione lui se lo beveva. Quando
arrivava si trovava il bicchiere già pronto. La sonnolenza poneva fine alle lezioni. E alla
rottura di scatole.

Perché era una rottura di scatole?

Non avevo alcun interesse. Ancora oggi la musica non mi interessa.

Che cosa ti interessava?

Le donne. Mi piacevano le donne. Ero affascinato dalla bellezza femminile. E poi mi


piaceva scrivere. Scrivevo sul giornale scolastico, «Il Caffè», dell'istituto Pietro Verri, a
Milano. E scrivevo novelle. Novelle molto ingenue.

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PENSAVO A UN MONDO SU PATTINI A ROTELLE

Passione per la scrittura... ma in quinta elementare eri andato malissimo in italiano.

C'era l'esame di stato. Allora era molto importante perché decideva il destino di un
ragazzo. In pratica la commissione d'esame decideva se il ragazzo poteva andare avanti
a studiare o se aveva finito. Dissero che ero andato fuori tema.

Il tema qual era?

Era "Come si svilupperà il mondo futuro nelle città?"

E tu che cosa hai scritto?

Scrissi che il futuro del mondo sarebbero stati i pattini a rotelle. Costavano poco e
consentivano una velocità maggiore. Scrissi anche che erano pericolosi se si andava a
fare la spesa perché le uova rischiavano di cadere e di rompersi.

Ti bocciarono.

Non capirono che già da allora ero un pragmatico che cercava di risolvere i problemi
della circolazione. Se tutti, invece di prendere la macchina, fossero andati sui pattini a

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rotelle oggi le città sarebbero molto migliori, no? Niente inquinamento.., fisici sani...

Sarebbero fallite le compagnie petrolifere.

Furono spietati e mi bocciarono. Dovetti fare le commerciali. Poi andai in una scuola
privata, feci l'integrazione e passai a ragioneria.

Bocciato in italiano, un paroliere...

Un autore dei testi...

Bocciato in italiano, un autore dei testi...

Anche Jovanotti fu bocciato in italiano.

Le tue aspirazioni quali erano?

Erano molto modeste. Volevo cercare di sopravvivere dignitosamente. Lo considera-


vo già una conquista straordinaria. Avevo paura del futuro. Non mi ritenevo all'altezza
degli altri. Il mondo competitivo mi spaventava. Un lavoro, una casetta, riuscire a tirare
avanti. Mi sarebbe bastato.

Quando hai deciso che potevi vivere scrivendo canzoni?

Guadagnavo quarantaduemila lire al mese. Avevo diciannove anni. Era uno stipendi-
no minimo. Con le canzoni miglioravo le mie condizioni del sessanta per cento.

La prima canzone tua.

Briciole di baci. La cantò Mina. Poi scrissi Prendi una matita.

C'è qualche canzone di cui sei pentito? Che disconosci?

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Non disconosco niente. Ho scritto anche Stessa .spiaggia stesso mare e non me ne vergo-
gno. La cantano ancora. Poi, devo dire la verità, la media è soddisfacente.

In tutto quante ne hai scritte?

Non lo so, non fa testo la quantità. Quando qualcuno viene da me, mi porta dieci can-
zoni e mi dice: «A casa ne ho settecento», penso subito: «Non vale niente».

Non ci credo che non lo sai.

Ho smesso di contarle a milleottocento.

Allora diciamo quante sono le canzoni di qualità, quelle che la gente ricorda.

Centocinquanta circa.

Delle quali di Mogol-Battisti?

Quaranta, cinquanta.

Hai mai avuto la tentazione di cantare?

Mai. Ma una volta feci uno scherzo a Battisti. Fra noi c'era una grandissima stima reci-
proca, una stima esagerata. Io pensavo che lui fosse un musicista straordinario, lui pensa-
va che io fossi un grande poeta. Lui mi chiamava così, "il poeta". Ma lui aveva anche una
grande considerazione del mio modo di interpretare le canzoni. Aveva una tale prepara-
zione che capiva cos'era il feeling. Diceva: «Calante crescente non me ne frega niente».
«L'importante» diceva «è che ti arrivi l'emozione». Quando io, scrivendo le parole, cantic-
chiavo sottovoce, lui stava ad ascoltare con attenzione. Un giorno gli dissi: «Lucio, ho deci-
so che questa volta lo incido anche io questo album». Lui mi guardò perplesso e tutto serio
mi rispose: «Va bene, ma sei mesi dopo». Scoppiai a ridere. Mi aveva creduto. Mi fece pia-
cere perché era l'unico al mondo che poteva avere una considerazione di me così grande.

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Comunque tu canti...

Adesso sono diventato abbastanza bravo. Ormai ho fatto così tanta didattica che sono
persino diventato intonato. Ai ragazzi del Cet a volte canto per far ascoltare un testo
nuovo. Ho affinato il modo di trasmettere. Anche con la voce che mi ritrovo, una voce
gracchiante, riesco a comunicare.

Qual è la canzone per la quale la gente ti ricorderà?

Non c'è una sola canzone. Se io lascerò una traccia sarà per più canzoni.

Tra trent'anni i ragazzini cosa canteranno?

Non lo so. Può darsi che non cantino niente di appartenente ai miei tempi. Io sono
spaventato da una sola cosa: la perdita di sensibilità nei confronti della qualità musicale.
Non è più recuperabile.

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LA PRIMA VOLTA CHE VIDI LUCIO

Quando tu hai incontrato Battisti per la prima volta gli hai detto che le sue cose erano modeste.

E lui mi disse: «Hai ragione».


Quanti anni aveva?

Venti. Forse meno.

Tu eri già molto famoso.

Ero già da quattro anni al primo posto come autore, votato da tutti quelli del mestiere.

Quando vi siete conosciuti avevate tutti e due il foulard...

Quando andavo in giro con la mia splendida Balilla Coppa d'Oro mi mettevo un follia-
tino. Dopo non ricordo. Ricordo che avevo un giubbetto azzurro di pelle. Ero una specie
di piccolo viveur. Era il mio momento magico. Che poi si trasformò in un periodo triste.

Perché triste?

Perché non mi piaceva quella vita. Non rispettava le promesse. Entri dentro quel

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mondo che sembra di favola, poi ti accorgi che non lo è. Non ha la sostanza. La sostan-
za profonda la ritrovi in altre cose.

Ritorniamo all'incontro.

Gli dissi: «Ascoltami. Tu verso l'una di ogni giorno passa da qui, metti la testa dentro
l'ufficio. Se vedi che non ho niente da fare, ti fermi e proviamo a scrivere una canzone.
Attenzione. Non una canzone di successo. Un esperimento. Non dobbiamo seguire nes-
suna regola. Scriviamo per noi. Facciamo una prova. Quello che salta fuori, salta fuori».
E lui veniva con grande umiltà. «Posso?» «Vieni avanti, vieni avanti». Così scrivemmo la
prima canzone. Dolce di giorno.

Così, in ufficio?

Certo! Lui si era seduto sulla poltrona. Io di fianco. E abbiamo scritto. Tornò la setti-
mana dopo e scrivemmo Per una lira. La terza settimana scrivemmo 29 settembre.

E fu subito trionfo.

Era una sinergia miracolosa. Lui aveva un'eccezionale capacità di valutazione della musi-
ca internazionale, un'attenzione, uno spirito analitico molto profondo, una capacità critica
straordinaria. E aveva anche la capacità di tradurre le mie idee. Se io gli dicevo qualcosa, lui
di questa cosa prendeva il nocciolo d'oro. Lui sapeva che in quello che gli dicevo c'era un
nocciolo. E lo trovava. Era la sua capacità di capire. Lui era verticale, io ero trasversale.

Tu eri un casinista.

Sì, ero una ruspa. Uno che partiva con un discorso e andava fino in fondo. Io gli dice-
vo: «Se fai un buco arrivi al centro della terra». Entusiasmo e coraggio io, riflessione e
analisi lui.

Quand'è che hai capito che stavate facendo il gioco grosso?

Lavorando a 29 settembre. E poi con li vento. Il vento è una canzone di un lacerante terribile.

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SGRANAVA GLI OCCHI E DICEVA: «ME COJONI»

A cinque anni Lucio serviva messa. E poi voleva farsi prete. Ne avete mai parlato?

No. Lui non si confidava mai. Né discorsi politici, né discorsi religiosi. Era monote-
matico. Parlava di musica soltanto. E di congegni tecnici.

Una volta disse: «Da questa mania religiosa sono passato all'opposto. Adesso non vado mai in chiesa».

È nuova per me. E, la prima volta che la sento.

Come è possibile?

Noi non ci frequentavamo. Non parlavamo di cose intime.

Una volta in chiesa i l prete gli diede uno sberlone e da quel giorno Battisti disse: «Basta con la chie-
sa». C'è scritto in un libro.

Io non ci credo ai libri biografici. Quelli di Battisti, per esempio, sono pieni di bugie.

È vero che a Poggio Buffone tutti si chiamavano Battisti?

Credo sia vero. Ci sono molti Battisti. Sono andato due volte a Poggio Bustone. È qui
vicino, sulla strada per Rieti. Gli hanno fatto un monumento.

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Ma non è sepolto lì.

No, è sepolto a Molteno.

Dove avevate casa tutti e due... confinanti...

Lui era venuto a trovarmi e io gli dissi di comprare un terreno accanto al mio. E lo fece.

Due persone che sono state così tanto insieme...

Lucio aveva un senso dell'ironia molto forte. Quando trovava uno che gli raccontava
qualcosa che lo annoiava, lui faceva finta di essere molto interessato. Sgranava gli occhi
e diceva: «Me cojoni...»

Prendeva in giro anche te?

No. Su di me non scherzava mai. Era molto rispettoso.

Di che cosa parlavate?

Di canzoni, di campagna...

Ti raccontava le sue avventure?

Eravamo molto pudichi. Lui per conto suo, io per conto mio. Non lo frequentavo
continuamente. Lo vedevo una decina di giorni l'anno quando veniva da me con le musi-
che. Scrivevo un testo ogni mattina.

Il padre non voleva che lui facesse musica. Te l'ha raccontato?

No, era molto chiuso Lucio. Mi raccontava del suo paese. Un paese povero. Un paese
di montagna, senza grandi risorse, con una forte tradizione al risparmio...

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Tutti sconsigliavano a Battisti di cantare.

Io no. Io feci il contrario. Minacciai le dimissioni alla Ricordi se non lo facevano can-
tare. Insistetti molto anche su di lui. Lucio non ci teneva.

Alla Rai non lo volevano.

Anche alla Rai lo avevano scartato. Non poteva essere trasmesso alla radio, all'inizio.
Alla Rai per cantare bisognava superare una specie di esame e l'avevano bocciato.
Quando andai alla Ricordi per farlo cantare, loro mi dissero: «Tanto non lo trasmettono
alla radio. Ha fatto il provino e lo hanno bocciato».

Effettivamente aveva una voce strana.

Per me era affascinante.


Nel '69 andò a Sanremo.

Non ricordo.
Cantò per primo, e stonò.

Può darsi.
Che rapporti hai con il figlio di Lucio?

Non lo conosco. L'ho visto solo una volta quando era piccolo piccolo. So che era un
bambino delizioso.

È strano che tu non conosca suo figlio.

L'ho perso di vista perché ha vissuto la maggior parte del tempo in Inghilterra. Io
penso che sia più madrelingua inglese che italiana.

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Non hai la curiosità di conoscerlo?

Io non sono invadente. Mio figlio Francesco invece andò a trovare Lucio al Dosso di
Coroldo, nella sua casa in campagna, in Brianza. Un giorno mi disse: «Voglio andare a
trovare Lucio Battisti». Io gli dissi: «Sei libero di andare dove vuoi». Lui si presentò a casa
sua: «Sono il figlio di Mogol, voglio conoscerti, sono un tuo ammiratore». Lucio lo trat-
tò molto bene. Lo invitò a colazione e poi lo riaccompagnò alla stazione a Milano.

Che cosa ti ha raccontato tuo figlio?

Che Lucio era stato gentile, che gli aveva dato dei suggerimenti, che l'aveva accompa-
gnato alla stazione.

Perché ti colpisce il fatto che lo abbia accompagnato alla stazione? Semplice educazione.

Ma Lucio era casalingo, era pigro. Mi stupì che lo avesse accompagnato alla stazione.

È strano che tu invece non sia interessato a conoscere il figlio di Lucio.

È sempre stato via.

È strano che anche lui non voglia conoscere te.

Io non ho mai avuto modo di invitarlo...

Neanche tuo figlio era stato invitato da Lucio.

Mio figlio è un intraprendente, è uno molto attivo, uno sportivo. Era in prima squadra
con la Ternana a sedici anni e mezzo. Poi ha giocato nel Mantova.

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SI VIAGGIARE EVITANDO LE BUCHE PIÙ DURE

Ammettiamo che siano duemila le canzoni che hai scritto. Una canzone a settimana...

C'erano dei periodi in cui scrivevo venti canzoni all'anno e altri in cui ne scrivevo
magari cento. Posso anche scriverne trenta in un mese. Adesso scrivo molto meno. Sto
scrivendo per mio figlio Francesco, per Gianni Bella e per gli Audio2.

Perché l'altro tuo figlio, Alfredo, pseudonimo Cheope, scrive le parole per la Pausini e non per i/ fra-
te/lo Francesco?

Non è vero. Hanno scritto qualcosa insieme.

Tu non volevi che si dedicassero alla canzone...

Ho fatto la guerra a tutti i miei figli perché volevo risparmiare loro delusioni. A
Francesco dicevo: «Lascia perdere la musica. Sei così bravo a giocare a pallone». Poi ho
dovuto ammettere la loro capacità professionale e ho cercato di aiutarli.

Battisti accettava i tuoi testi senza discutere. Cocciante no.

Cocciante mi ha solo contestato inizialmente un testo, quello che poi ha vinto a


Sanremo, Se stiamo insieme.

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Mina non volle cantare Ancora tu e Il mio canto libero.

Il mio canto libero l'avrebbe cantata se le avessi cambiato il testo. Io non glielo cambiai.
Ancora tu proprio non le piaceva.

Il mio canto libero e Ancora tu le cantò lo stesso Battisti e diventarono dei successi. Ne hai più
riparlato con lei?

No. Io rispetto i suoi gusti. Poi Mina mi ha fatto il più grande omaggio. Ha cantato
una canzone che si chiama Mogol-Battisti, ma ti rendi conto?

Succede quando si entra nel mito. «Sotto questo cielo solo tu resisti, sei come una canzone di Mogol-
Battisti».
Ti copiano, ti derubano. Una donna per amico...

... un cane per amico, un'auto per amico, tutto per amico. Non mi pagano i diritti di
niente.

Se entri nel linguaggio della gente non puoi chiedere i diritti. Ma la fiction Una donna per amico
di Rai Uno?

Che devo fare? E la moto? «Sì viaggiare evitando le buche più dure...» per pubbliciz-
zare le Yamaha?

Facesti incazzare le femministe...

Le femministe si sono autocondannate. I discorsi esagerati portano alla mancanza di


credibilità. La mancanza di credibilità è un cancro. Uno è libero di andare avanti nei
dogmi, ma poi lo paga.

Le femministe sono molto suscettibili.

Non capivano. Come tutte le persone un po' esaltate. Leggevano male i testi delle can-

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20flie gli attribuivano significati che non avevano. Quando dicevo «motocicletta 10 1-IP, è
tua se dici sì» non è che offrivo una motocicletta per convincere una a far l'amore con me.

Però sembrerebbe così...

Ma no. Stavo raccontando la storia di uno che è così ingenuo da fare questa offerta
d'amore.

Appunto.

Se non sono riuscito a esprimere in questa canzone l'anima di un uomo semplice, allo-
ra ho fallito io. Ma io credo che sia chiara la canzone. È una canzone nella quale c'è un
uomo che mi fa pena. Non è uno stupratore. È come se fosse un bimbo, uno che non
ha capito il valore delle cose.

Anche perché ki motocicletta 10 HP è praticamente un veipino.

È uno dei miei errori clamorosi, io non sapevo il valore di un HP. L'altro errore era
quello dei capelli verde rame. Volevo dire rosso rame. Me ne sono accorto dopo dieci
anni. Non volevo parlare di una punk.

Però 18 jìmministe...

Shakespeare ha scritto l'Amleto ma nessuno l'ha accusato di essere un assassino. Non


si può scambiare l'autore con il protagonista. In Non è Francesca il protagonista è uno che
non vuole sapere la verità nemmeno morto. È uno che cerca di negare a tutti i costi una
verità evidente. Io non sono fatto così. Non è che tutti i miei personaggi siano sempre
me. Alcune canzoni sono autobiografiche, altre sono solo il frutto di un pensiero.

Se qualcuno non ti capisce, un po' sbaglia lui, un po' non sei stato chiaro tu.

Questo mi sembra un ricciolo orientale. È la voglia di politicizzare tutto. Ma io credo


di essere stato sempre abbastanza chiaro.

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LUCIO ERA CASALINGO, CALMO, TRANQUILLO

Le tue canzoni autobiografiche: Balla Linda. Linda era una ballerina americana. Una tua fidanzata?

Un flirt durato una sera.

Quanti flirt, quante fidanzate?

Non te lo so dire.

Hai cantato tantissime donne...

Di rapporti squisitamente sessuali ne ho avuti pochissimi. Io ho sempre considerato le


donne come esseri umani, non come bambole. Ho bisogno di dialogare, di conoscere.

Ma che dici.., eri un playbg,...

Non ero un playboy. Ero uno che aveva una grande considerazione per il fascino fem-
minile.

Tu e Lucia vi siete mai invaghiti della stessa ragazza?

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No. Ma una volta incontrammo una ragazza in un albergo. Non vi dico chi è perché
la conoscete sicuramente. Era molto bella, affascinante. Mi invitò nella sua stanza. Io
non ci andai perché la consideravo troppo giovane. Lucio mi disse: «Be', andrò io a salu-
tarla». Andò lui però non so che cosa sia successo. Probabilmente ci parlò un po'. Era
disperatamente sola.

Lucio non era un play

Sicuramente lo ero più io di lui. Lucio era casalingo, calmo, tranquillo, amante della
tradizione. Io ero il terremoto.

Non c'è mai la parola "luna" nei tuoi testi, parli sempre di sole.

La luna non m'ispira. Io sono un uomo solare. Di notte dormo.

Hai mai usato le tue canzoni a fini di corteggiamento?

Corteggiamento? Io sono molto distante dalla mia opera. Mio padre qualche volta
usava il mio nome. «Sono Mogol, mi prenotate il traghetto?» Ma io mi vergognavo. Ho
scritto una canzone, Proibito, per mia moglie e non gliel'ho mai detto. Il mio mondo arti-
stico e la mia vita sono proprio separati. Molti miei amici potrebbero non sapere che
scrivo canzoni.

Da guanto tempo ti chiami Mogol anche all'anagrafe?

Dal 30 novembre 2006. Da quel giorno si chiamano Mogol anche i miei figli e anche
i miei nipotini.

Come andò con la scelta dello pseudonimo?

Ne avevo mandati trenta alla Siae. Nessuno andava bene. Ne mandai altri cento e scel-
sero Mogol. Ma a me non piaceva. Quando mi arrivò la lettera con la notizia che aveva-

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no scelto Mogol rimasi terrorizzato. Ebbi un brivido freddo lungo la schiena e dissi:
«Che sfiga, mi chiamano con un nome cinese». Ma poi pensai: «Ma tanto chi vuoi che
arrivi mai a sapere che sono Mogol». Avevo scritto perfino Zippo.

Vuoi mettere Mogol-Battisti con ZOpo-Battisti...

Si, mi è andata bene. Ma quando hai successo suona benissimo tutto.

Tu hai cantato una volta...

Non ricordo, dove?

Da Ce/en/ano.

È vero. Mi fece cantare senza orchestra in apertura di trasmissione. Cantai Dormi


amore. Una canzone a mio parere emozionante. Di un uomo che pensa alla morte.

È vero che vai a dormire alle nove?

Non proprio. Direi alle dieci e mezza.

La leggenda dice che siccome vai a dormire presto non hai visto tuo figlio a Sanremo in diretta.

È passato alle dodici e quaranta, di giorno feriale, ma come puoi pensare che io alle
dodici e quaranta regga dopo tutta l'attività fisica che faccio? Avrei dovuto prendere
duecento caffè. Non è menefreghismo.

Facciamo l'ipotesi che tuo figlio vada a Sanremo l'anno prossimo, vada in finale e si pensi che vince-
rà. Li prendi i duecento caffè oppure te ne vai a dormire?

Lo registro. Il sonno è sempre giustificato. È una cosa naturale. Solo in un caso non
è giustificato: se c'è un'emergenza, se bisogna salvare qualcuno.

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CI SIAMO LASCIATI QUIETAMENTE, SENZA TRAGEDIE

Avete mai litigato tu e Lucio?

Litigi no. Ci sono stati dei silenzi. Periodi di silenzio.

Musi?

No. Non eravamo tipi da tenere il muso. Anche dopo che ci siamo lasciati, quando lo
incontravo, veniva magari a mangiare da me, parlavamo.

Vi siete lasciati proprio come una coppia.

Quietamente, senza tragedie.

Però fino al giorno prima facevate canzoni. E poi il giorno dopo, niente più. Che cosa è successo?
Problemi di diritti, si disse. Soldi.

Problemi di principio. Volevo che fosse chiaro che la proprietà delle canzoni era degli
autori, a metà.

Ma era così. Sei ventiquattresimi a te, sei ventiquattresimi a lui e dodici alla casa editrice.

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Su quei dodici si aprì la questione. Nella società editoriale lui aveva il quaranta per
cento, io il dieci e la Bmg il cinquanta.

E quindi lui prendeva di più e tu di meno.

Proprio così. Poi la società si dissolse e bisognava farne un'altra. Io gli feci sapere che
bisognava fare cinquanta e cinquanta. Era giusto che la divisione fosse equa.

Ne avete parlato?

Non c'è stato questo dialogo. Non ci sono state liti, parole, discussioni. Niente. Anche
perché io e lui eravamo in questo molto simili. Due principi indiani.

Orgogliosi, permalosi.

Principi indiani. Quando cominciammo, lo convinsi di una cosa: se non consideriamo


le nostre canzoni come delle cose importanti, non le considererà importanti nessuno.
Una volta lui venne da me e mi disse: «Sai Giulio, mi hanno offerto un miliardo per fare
una colonna sonora». Io gli dissi: «Chi sono i registi?» E lui mi disse dei nomi quasi sco-
nosciuti. E io dissi: «Tu fa' come vuoi, ma se fossi in te non lo farei». E lui disse: «Ho
già detto di no». Lucio Battisti non si vendeva per i soldi. Non l'ha mai fatto.

Però era tirchio...

Era parsimonioso. Era legato a un modo d'essere.

Al ristorante chi pagava?

- Io sono abituato a pagare sempre.

Regali da Lucio?

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Una volta mi ha regalato un fucile da caccia. Ma quasi lo costrinsi a regalarmelo.

Sei un cacciatore?

Ho smesso. Tanti anni fa.

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NON ERA TIRCHIO, ERA PARSIMONIOSO

Sulla tirchieria di Lucio c'è una leggenda. Quando c'erano le cene si alzava sempre un po' prima da
tavola, faceva gli auguri a uno e se ne andava...

Non ci ho mai fatto caso.

Insomma tirchio o non tirchio?

Parsimonioso. Non dimenticare che lui veniva da un paese in cui quando trovano un
chiodo da cavallo storto lo portano a casa e lo raddrizzano. Lucio apparteneva alla cul-
tura di un paese di montagna. Quando io l'ho conosciuto si preparava la pastina a casa
da solo. Era un ragazzo che faceva fatica a campare. Viveva in un appartamento picco-
lo, in periferia. Ha lottato per sopravvivere, può darsi che questo abbia influito. Ma io
non mi son mai posto il problema di chi paga. Quando si andava al ristorante con tutti
questi ragazzi, il più ricco ero io, il più famoso ero io e quindi era giusto che pagassi io.

Il denaro per te...

Non ho mai attribuito grande importanza ai soldi. Credo di essere uno dei pochi al
mondo che non sa quanti debiti o crediti ha.

Che cosa hai fatto con i soldi che hai guadagnato?

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Tranne un appartamentino che ho a Milano e che adesso ho ceduto ai miei figli, tutto
quello che ho guadagnato l'ho speso per il Cet.

Battisti all'inizio era povero. Ma poi è diventato ricco. Tanto ricco. Che cosa facevate quando stava-
te assieme?

La frequentazione era molto piccola, molto breve. Lui veniva e mangiava a casa mia.
Qualche volta a casa di mia madre. Ma avevamo mondi diversi, abitudini diverse, cultu-
re diverse. Non eravamo amici nel senso di amiconi, quelli che si vedono sempre.

Volevo solo dire: anche lui era diventato ricco.

Se lo è meritato.

P mai venuto qui al Cet?

Io lo avevo invitato, ma lui non è mai venuto. Pare che sia stato a Toscolano. Quel
paese lassù. Da li, guardando in giù, si vede il Cet.

C'è qualcosa che non aveva risolto, allora.

Io l'ho saputo dopo! Me lo dissero quelli del paese.

Perché lo fece, secondo te?

Non so. Forse ha avuto dei pudori. Non posso ipotizzare nulla, se non il fatto che lui
è venuto a Toscolano e da lassù ha guardato il Cet.

Ti è dispiaciuto quando l'hai saputo?

Avrei preferito che fosse sceso. Mi sarebbe piaciuto se fosse venuto qui a dirmi:
«Fammi vedere il Cet».

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STANNO UCCIDENDO UNA SUA CANZONE

Chi ha soffirto di più fra voi due per la separazione?

Io sono sicuro che il dispiacere più grande è stato il suo.

Perché ne sei sicuro?

Per lui la musica era tutto, per me no. Nella mia vita la musica conta solo il dieci per
cento.

E nella sua?

Il novanta per cento. Molti musicisti sono tutti tarantolati dalla musica. Io gioco a pal-
lone, vado a cavallo, vado in barca. E mi dimentico della musica. Mi occupo di medici-
na. Mi cerco avventure, tutto quello che mi viene da vivere lo vivo. Dopo aver fatto il
viaggio a cavallo con Lucio gli ho subito proposto un'altra avventura. Discendere il Po
a nuoto fino a Chioggia.

E Lucia?

Disse di no. Disse: «Mi viene l'artrite,» Io ci sono rimasto malissimo. L'avrei fatto con
gioia e determinazione. E tu puoi giurare che sarei arrivato al mare.

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Con l'epatite virale.

No, allora non c'era questo pericolo.

Avevi altri progetti?

Avevo pensato di fare il giro d'Italia in canotto. Ma Lucio non ne fu entusiasta. Io


volevo vivere così.

L'ultimo album fu Una giornata uggiosa. Fu anche l'ultima volta che Battisti finì ai primi posti
delle classifiche. Dopo la vostra separazione, quando le parole di Battisti le scriveva Panella, non ci è
più riuscito.

Sono disposto a parlare solo di una delle ragioni per cui la musica di Battisti è così
cambiata. Allora: alla base di questo cambiamento c'è stato un cambiamento tecnico.
Con me lui scriveva la musica e poi io le parole. Dopo di me lui cominciò a scrivere
la musica sui testi. Erano testi "nonsense" e lui adeguava la musica alle parole. Non
do giudizi di merito. Dico solo che la meccanica era diversa. E che per lui era molto
più difficile.

Se nasce prima la musica, l'emozione è quella del musicista e l'autore cerca di trovare le parole giu-
ste. Se nasce prima il testo l'emozione è dell'autore e il musicista deve adeguarsi...

Non è proprio così. La traduzione dell'emozione musicale è dovuta all'autore, non la


può tradurre il musicista. La musica bella viene interpretata col testo dall'autore. La vita
non è quella del musicista, ma quella dell'autore, e così il feeling. La musica si esprime
liberamente. Quando si parte dal testo, e non dimenticare che nel caso di Pancia era un
testo parzialmente "nonsense", diventa una sfida impari. Un insieme di parole guidate
da un filo logico che è solo nella testa di chi le scrive, e che magari non è poi tanto così
logico, è difficile tradurlo in musica. Battisti aveva davanti un problema grandissimo. Un
salto iperstraordinario.

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C'è una canzone di Mogol-Battisti che gira in Internet ma non è stata depositata e non è in vendita.

Il paradiso non è qui. È tra le più belle canzoni che abbiamo scritto, ancora adesso la
gente si emoziona, però io non ho il diritto di farla sentire. Non è stata depositata e gli
eredi si rifiutano di farlo. Ma tutti la stanno scaricando da Internet.

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NESSUN RAPPORTO CON LA MOGLIE

Scrivendo Una giornata uggiosa sapevi che era l'ultima volta?

Non lo immaginavo neanche.

Ti credo perché debbo crederti. Però è incredibile. Non vi siete mai posti il problema che vi stavate
separando?

Ti racconto una storia: quando c'è stato questo allontanamento, dopo ci siamo visti
un paio di volte. Una volta eravamo in giardino e si avvicinò la moglie, Grazia, che ci
abbracciò tutti e due e disse: «Ma perché avete litigato?» Io le risposi: «Ma io non ho mai
litigato». E Lucio anche disse: «Nemmeno io ho mai litigato con lui».

Tutto questo non ha senso.

Io ne facevo un problema non di soldi ma di principio. Una volta Grazia mi disse: «Ma
io pensavo che tu avresti ceduto. Considerando che tu fai una canzone in un'ora!» Io le
ho risposto: «Il tempo e i soldi non c'entrano, è un problema di equità».

Il motivo del litigio...

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Non c'è stato nessun litigio. Ci fu la sospensione tacita del lavoro dovuta al fatto che
io avevo fatto filtrare per interposta persona che desideravo equità nei diritti editoriali.

Resta il fatto che le sue prime canzoni, dopo Mogol, le firmò Grazia, la moglie, con lo pseudonimo
di Velezia.

Le firmò lei. Ma ho sempre avuto il sospetto che l'avesse aiutata lui.

Comunque...

State ipotizzando che la stratega della situazione sia lei.

Lo escludi?

Non lo escludo. È sicuramente possibile, ma non credo che il motivo siano i testi.
Piuttosto una questione economica. Le donne spesso intervengono nella vita di una
coppia ma per questioni patrimoniali.

Stai dicendo che a Lucio non interessava per niente la storia della divisione dei soldi?

Non gliene fregava assolutamente niente! Non era assolutamente un avido, Lucio.
Parsimonioso sì, avido mai.

E l'episodio del burro?

Chi ve l'ha raccontato?

Affari nostri.

C'era una testimone, Fiammetta, la mia compagna di allora, un'anima candida, gioio-
sa, gli occhi celesti, carina, simpatica. Lei era presente, te la devi far raccontare da lei.

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Provaci tu.

Grazia stava insegnando a Fiammetta come fare una torta. Quando vide che stavamo
familiarizzando e che tra Lucio e me si stava rompendo il ghiaccio, disse: «Lucio, vai a
casa a prendere il burro». Io non me ne resi conto ma Fiammetta, più accorta, mi disse:
«Guarda che l'ha spedito giù perché si è accorta che stavate parlando fra di voi».

Grazia era preoccupata che poteste tornare insieme?

Non te lo so dire. Le conclusioni le tirò Fiammetta. Io stavo solo parlando con Lucio
e c'era un po' di entusiasmo. Non c'era più quella freddezza misurata che era scesa fra
di noi.

Tu non hai nessun rapporto co/figlio di Battisti, e questo si può capire. Ma che tu non abbia nes-
sun rapporto con la moglie è singolare.

Io non ho rapporti con la moglie di Battisti, e non voglio averli. Mi fermo qui.

Ti fermi qui?

Se andate a Poggio Bustone vi raccontano le loro verità. Io non ho voglia di parlare.


Delle persone io dico bene, oppure taccio. È un mio costume. In questo caso taccio.

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LUCIO ERA UN PATATONE

Chi sono gli eredi di Lucio?

La moglie e il figlio. Poi c'è il padre che ha novant'anni. La sorellina Alba, con la quale
avevo un rapporto molto bello, è morta.

Se quel giorno del burro Grazia ti avesse detto: «Giulio, basta con gli equivoci, fifa metà e metà e
si ricomincia da capo», tu che avresti fatto?

Avrei ricominciato a scrivere con lui molto volentieri. E credo che anche lui sarebbe
stato molto felice di farlo. Io penso che la separazione gli sia costata tanto.

In termini affittivi o professionali?

In tutti i sensi. Ma più in termini professionali. Lucio non era attaccato ai soldi. Ed
era simile a me: per ragioni di principio si faceva tritare. A me è dispiaciuto smettere di
scrivere per lui. Ma posso aver pensato tre volte all'anno a questo dispiacere.

E lui quante volte ci avrà pensato?

Di più. Mi verrebbe da dire spesso, ma non lo so. Posso solo dire che lui ha vissuto

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questo nostro lavoro insieme con grandissima gioia ed entusiasmo. Era il mio fan nume-
ro uno. La considerazione che lui aveva di me era esagerata, più di quella che io stesso
avevo di me.

E di sé che cosa pensava?

Aveva coscienza del suo valore.

Diceva: «Nessuno può cantare le mie canoni meglio di me».

Aveva ragione.

C'è mai stato un momento in cui hai detto: «Cbissenrega dei principi.' Voglio tornare a scrivere con lui».

No.

Dissero che vi eravate separati per una lite di confine. Avevate le vostre due case una accanto all'altra.

Una specie di lite di confine c'è stata, ma non è stata la ragione della separazione.
Anche perché è avvenuta dopo.

Che *specie di lite?

Non ve la voglio raccontare perché ne esce una cosa allucinante. Ritengo però che lui
non fosse responsabile di quanto accaduto. Ma non ne voglio parlare pubblicamente.

Che lui fosse influenato dalla moglie ormai è chiaro.

Passiamo ad altro.

Sai una cosa? Resta difficile pensare che vi siate separati per una questione di princzpio e senza
dirvi niente.

68
Lucio era un patatone. Dolce e serafico.

Non ti ha mai chiesto: «Hai sentito il mio ultimo disco?»

Non abbiamo mai parlato della sua produzione.

A Mattia Feltri hai detto: «L'ultima volta che l'ho visto un anno fa ci siamo guardati e siamo
scoppiati a ridere. Ci siamo accorti che ormai non sapevamo più perché avevamo smesso di lavorare
insieme».

No, non è vero. Avevamo sempre presente che cosa era successo.

69
IL DOPO MOGOL-BATTISTI: PASQUALE PANELLA

Quanto è durato l'interregno tra Mogol-Battisti e Panella-Battisti?

Direi quasi un anno e mezzo.

I testi di Pane/la a te non dicono niente?

È un modo di scrivere diverso. Io non sono mai stato un appassionato del "nonsen-
se". Ritengo che sia una forma d'arte lecita ma io voglio avvicinarmi sempre di più alla
semplicità, alla non compiacenza. Io vado verso il popolare semplice, l'efficacia della
parola.

Insomma la poesia ermetica...

L'ermetismo è come il teatro sperimentale, non mi piace. Mi piace l'aderenza alla vita.
Mi piacciono i pezzi di vita vera. Come può interessarmi la vita inventata?

Nessuna canzone di Panella-Battisti ti è piaciuta?

Ho sentito Don Giovanni e poi ne ho sentite un altro paio, ma non riuscivo a seguire la
storia. Quindi ho sentito la parte della melodia e basta. Non ho avuto modo di esaminar-
le profondamente. Tieni anche presente che io non sono molto attratto dalla musica.

71
Dichiarazione sorprendente.

Io sposo la musica, faccio l'amore con la musica in quel momento in cui scrivo le
parole. Ma non è che se vai nel mio studio trovi dei dischi. Trovi solamente i dischi che
sto facendo.

Non ascolti musica?

No. Io ascolto la radio, se c'è una bella canzone mi piace, però sono molto difficile
nei gusti.

Boncompagni disse di aver incontrato Battisti due anni prima della morte e che Lucio gli disse: «C'è
poco da fare, quei pezzi lì non mi vengono più».

Boncompagni è una persona che stimo, è degno di fede. Mi meraviglia quello che ha
detto Lucio, ma io gli credo. Però attenzione. Lucio parlava sempre in modo ironico. Era
la sua maniera per liberarsi di domande alle quali non voleva rispondere.

Sempre Boncompagni, alludendo a Pasquale Pane//a, in una trasmissione televisiva, pensando a


quante belle canzoni Battisti avrebbe potuto ancora scrivere con Mogol, disse: «Dio li fa e poi li accop-
pa». Pane/la rispose su «Repubblica»: «Si tratta di una battuta da porco».

Che vi devo dire? Certo non era una cosa che gli poteva far piacere.

De Greoti ha detto: «Don Giovanni è una pietra miliare, d'ora in poi dovremmo tutti fare i conti
con un nuovo modo di scrivere la musica».

Don Giovanni credo che sia stata la più bella canzone che Lucio ha scritto dopo la sepa-
razione. Non nascondo che su quella musica avrei scritto volentieri un pezzo.

Ci hai provato?

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No, non l'ho fatto. Una cosa del genere non la farei nemmeno per gioco.

Michele Serra sull'«Unità»: «Don Giovanni ridimensiona la musica leggera degli ultimi dieci
anni, la sua invenzione melodica è enorme, la frase musicale finisce sempre in un modo sorprendente,
lasciandoti sospeso nel vuoto in una vertigine, la scelta dei testi è geniale, molto meglio di Mogol.
Contento?

Più che contento, rispettoso. Io sono un uomo democratico. Bisogna rispettare le opi-
nioni. Serra ha scritto questo, e questo è quello che pensa lui.

Non è quello che pensi tu.

Ognuno ha la sua opinione. Ma io sono contento perché la maggior parte delle per-
sone non la pensa come lui. Ma non è che lo critico per questo.

Lasciamoci andare a un atto di coraggiosa sincerità. Meglio Mogol-Battisti oppure Panella-Battisti?

Le mie opinioni sono opinioni personali e le posso anche esprimere ma non preten-
dere che gli altri le accettino.

D'accordo, ma quali sono queste opinioni?

Non mi metto a criticare le canzoni di un collega. Ognuno fa quello che può. Dico
solo che gli autori si vedono nel tempo. Io mi fido del giudizio popolare perché è quel-
lo che seleziona. Per adesso direi che le cose mi vanno bene.

Ma un raffronto_

Non si può fare. Sono due periodi completamente diversi. È cambiato tutto. Non c'è
mai stato nessuno che ha visto una sorta di identità fra i due periodi. Non sono parago-
nabili. Poi riguardo al successo o alla popolarità è un'altra cosa. Ci sono dei dati di fatto
sui quali si possono fare delle valutazioni.

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LA CANZONE DELL'ARCOBALENO

Quella volta che Lucio ti dettò una canzone dall'aldilà...

È un modo "giornalistico" di riassumere. Non direi così di un episodio che mi pro-


voca un disagio naturale. Viviamo in tempi piuttosto volgari, dove quello che conta è
provocare, scandalizzare. Quello che è successo è successo veramente, anche convissu-
to da molte persone. Più di dieci coincidenze guidate da un filo logico fanno pensare a
una volontà che non ci appartiene e che ci spaventa, ma che non possiamo rimuovere
se non dopo molto tempo.

Si parla di fenomeni paranormali, o qualcosa de/genere.

Non li ho mai vissuti da solo. C'era sempre qualcuno. È una storia che puoi sempre
ricostruire parlando con le persone presenti. Non può averla inventata Mogol. Io l'ho
arginata in tutti i modi. Per un anno non ho mai fiatato, per un anno ho sempre negato
che fosse successo qualcosa.

Sostanzialmente L'arcobaleno, di Bella e Mogol, cantata da Celentano, sarebbe una canzone det-
tata da Battisti, dall'aldilà.

All'inizio io negavo tutto. Anche quando mi chiedevano se L'arcobaleno era dedicata a

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Battisti, io negavo perché semmai era il contrario. Poi venne da me un giornalista del
Tg2, che era anche mio amico, e mi disse: «È vero o non è vero? Mi devi dire la verità».
Gli risposi: «Se ti racconto la verità, sembro un bugiardo per tutti». Ma poi decisi che la
verità era la cosa migliore.

E la verità?

Aveva telefonato alla mia segretaria una signora che sosteneva di essere in contatto
con Lucio Battisti e che Lucio le aveva detto che voleva dettarmi una canzone,
L'arcobaleno, appunto. Io rifiutai qualsiasi contatto con lei. Mi sembrava un brutto
scherzo. L'episodio è raccontato bene nel libro L'arcobaleno di Gianfranco Salvatore
edito da Giunti.

Leggiamolo:

Una pittrice italiana residente in Spagna, medium per passione, contatta il Cet, la scuola
diretta da Giulio a Toscolano, e parla due volte con Daniela, la sua segretaria; la seconda
volta le chiede di registrare la telefonata e di farla sentire a Mogol. Dice di aver avuto una
prima visione di Lucio Battisti il 18 settembre, nel bagno di casa sua. Ha visto un grande
arcobaleno partire dallo specchio e inarcarsi fino a un mobile bianco, ha udito mentalmen-
te la voce di Battisti che le dice di volere una canzone intitolata a quello che lei sta veden-
do: una canzone semplice, basata su due note. Risente poi la voce per strada che la invita
ad entrare in una certa libreria (si chiamava "Azzurro"), avvicinarsi a una certa parete, pren-
dere il primo libro da un certo scaffale: il libro s'intitola Oltre l'Arcobaleno.
Giulio, scettico per vocazione, si rifiuta di ascoltare la cassetta. Non ne parla a nessuno,
anzi se ne dimentica.

Il direttore di «Firma», mensile del Dinners Club, pubblica un articolo in cui dice di aver
sognato, una notte di settembre, Battisti com'era a vent'anni, e con un enorme arcobaleno
alle spalle, che gli parlava. Alcune delle sue parole coincidono con discorsi normalmente
attribuiti a Mogol: un anelito all'amore universale, un invito a sfuggire i falsi idoli.
Qualche etnologo fa notare che, nel pensiero simbolico, l'arcobaleno rappresenta il ponte
fra i vivi e i morti.

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Lo scettico comincia a vacillare, ma resiste. Poi un giorno si trova a casa di Celentano, e gli
racconta i due "messaggi". Si rivolge a Claudia Mori e le dice: «Scriverò quella canzone solo
se il destino vorrà che io trovi la melodia veramente adatta, la sua melodia». Gianni Bella,
che era presente, gli dà una cassetta con il provino di una canzone, ancora priva di testo.
La melodia, incantata e tremolante, oscilla su gruppi di due note. Giulio sente che la can-
zone era quella.

Guidando, Mogol ascolta la cassetta, e come ai vecchi tempi ne detta il testo, in tempo
reale, a Roberta che sta in macchina con lui. Un quarto d'ora, senza interruzione, dall'ini-
zio alla fine.
Solo un verso, quello che esprime la speranza che l'arcobaleno «ti riesca a toccare», lo lascia
perplesso. Nel momento stesso in cui concepisce la frase Giulio si domanda fra sé e sé:
«Ma cosa scrivo? Come può l'arcobaleno toccare?»

Una settimana dopo, tornando in Umbria da Roma assieme a Roberta, sull'autostrada


comincia a cadere una pioggerellina.
È un tardo pomeriggio di primavera, verso le sei, al tramonto. Dal lato destro della strada
s'alza un arcobaleno, molto nitido, parallelo al loro percorso; poi subito un altro da sini-
stra. Sembra quasi che li scortino. Che bello, si dicono.
Piano piano l'arcobaleno di destra comincia a scivolare sull'asfalto e va a sedersi sulla mac-
china, come una fascia di colori spruzzata sopra il cofano. La fascia colorata si ferma li,
come in attesa, per un paio di chilometri. L'effetto è ipnotico. Lo scettico crolla.

Celentano non se la sentiva di affrontare la canzone. Poi una notte, verso le tre, si alza e va
a registrarla nel suo studio domestico, una sola volta, non di più, perché la voce gli si spez-
zava. Nel disco si sente.

Mi viene la pelle d'oca ancora a pensarci.

Suggestioni...

Troppe.

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Hai mai parlato con la medium?

Io no. Ha parlato con la mia segretaria. Ha detto che ha avuto questo incontro con
Lucio Battisti. Nel bagno. E Lucio le dice che io dovevo scrivere L'arcobaleno, perché è il
ponte tra i morti e i vivi.

In fondo la medium, alla quale non avevi prestato attenzione, fu la prima a parlarti di
L'arcobaleno.

Lei non mi aveva mai ispirato fiducia. Ma è come se avesse scatenato la scintilla e
messo in moto delle cose che, indipendentemente da lei, erano più credibili di lei.

Dove hai scritto la canzone?

In macchina, da Milano a Lodi. In pochi minuti. Io dettavo le parole e la mia compa-


gna le scriveva.

Ripeto: suggestioni...

Suggestioni collettive, in quanto le abbiamo vissute in molte persone.

E allora come ti spieghi il tutto?

Non è razionalmente spiegabile. C'è una certa logica nel testo della canzone. Si dice
tutto e non si dice niente: un equilibrio che, se dovessi imputare alla mia creatività, direi
una bugia.

Parole che non riconosci come tue.

Bravo. Hai capito. Parole che non mi sembrano mie.

Vediamo le parole:

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Io son partito poi così d'improvviso
Che non ho avuto il tempo di salutare
L'istante è breve, ancora più breve
Se c'è una luce che trafigge il tuo cuore.
L'arcobaleno è il mio messaggio d'amore
Può darsi un giorno ti riesca a toccare
Con i colori si può cancellare
Il più avvilente e desolante squallore.

Son diventato, sai, tramonto di sera


E parlo come le foglie d'aprile
E vibro dentro ad ogni voce sincera
E con gli uccelli vivo il canto sottile
E il mio discorso più bello e più denso
Esprime con il silenzio il suo senso.

Io quante cose non avevo capito


Che sono chiare come stelle cadenti
E devo dirti che è un piacere infinito
Portare queste mie valigie pesanti.

Mi manchi tanto amico caro, davvero


E tante cose son rimaste da dire
Ascolta sempre e solo musica vera
E cerca sempre, se puoi, di capire.

Era Lucio che parlava...

Entriamo in un mondo per cui non ci possono essere affermazioni assolute.

Ma tu sei un pragmatico.

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Io non credo alla parapsicologia. Non sono uno che si fa leggere le carte. Su que-
sto tipo di approccio sono stato estremamente cauto. All'inizio ho fatto resistenza.
Però poi ho trovato una giustificazione a prestare attenzione a questi fatti. La morte
è tranciante. Forse c'è una possibilità di comunicazione che però lascia sempre molti
dubbi comunque sia espressa e nonostante possa coinvolgere molte persone. Alla
fine è meglio non pensarci e vivere questo spazio vitale serenamente. Lo scopriremo
solo morendo.

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MANDAI UNA LETTERA A LUCIO MORENTE

Quando Lucio era all'ospedale prima di morire tu hai cercato di vederlo?


e

Ho cercato di contattare Lucio, scrivendo una lettera che ho affidato a un dottore, che
conosceva un'infermiera che lavorava in quell'ospedale. •

Che cosa avevi scritto nella lettera?

Avevo scritto: «Caro Lucio, spero che la stampa esageri, comunque questo è il mio
numero, se hai bisogno, io ci sono». Non seppi più niente, forse era già in coma, forse
qualcuno ha stracciato la lettera. Mi piacerebbe incontrare quell'infermiera. Parlare un
po' con lei. Scoprire che fine ha fatto la mia lettera. Ma non conosco il suo nome.

La tua opinione?

Lucio non ha mai letto il mio messaggio.

Perché non sei andato all'ospedale?

Avevo una grande voglia di vederlo ma sapevo che non mi avrebbero fatto entrare.
Me l'avrebbero proibito. Ne sono certo. Qualcuno mi disse anche che non facevano
entrare nessuno...

81
Non era facile proibirtelo.

Ripeto: credo proprio che non mi sarebbe stato consentito.

Avrei voluto vedere la scena.

Io no.

Alla fine tu hai scritto la canzone, come ti aveva chiesto la medium, come la medium sosteneva che
ti avesse chiesto Battisti...

Se non fossi stato convinto da numerosi fatti che non hanno spiegazione, alla presen-
za di altre persone, non avrei mai scritto questa canzone. Che motivo avrei avuto di
inventarmi una storia che molti non avrebbero creduto fosse vera, un anno dopo che la
canzone aveva avuto un clamoroso successo? Sapevo che questa storia sarebbe servita a
persone magari interessate a insinuare ogni sorta di sospetto. Per fortuna non ho paura
di nessuno e mi basta sapere che sono sincero.

Quando uscì la canzone, la gente sapeva che era Lucio Battisti che parlava con te?

Non credo che lo capirono molti. La canzone commosse molte persone.

Tu pensi veramente che sia stato lui a scriverla?

Non posso esserne certo, ma se evidentemente l'ho pensato è perché sono accadute
cose inspiegabili che hanno coinvolto più persone, tanto che mi sono convinto che la
richiesta pervenutami potesse esprimere un desiderio autentico.

Quindi potrebbero essere state proprio sue parole...

Potrebbe essere anche così. Io non posso negarlo. Io cerco di esser il più aderente
possibile alla mia sincerità. La mia dignità vive sulla profonda sincerità. E quindi ti dico

82
anche delle cose che non sono certe. Così ti dico che l'ipotesi che ho fatto è questa.
Potrebbe essere un fatto creativo come gli altri recepito attraverso una parabola molto
sensibile. Come se la mia parabola di ricezione fosse diventata in quella occasione molto
più sensibile del normale.

Ti è capitato altre volte?

Mai. Ma una volta, dalle parti di Bologna, sull'autostrada, in una giornata molto bur-
rascosa, insieme alla mia compagna Fiammetta, ho visto fra le nuvole un disco volante
di proporzioni enormi alzarsi lentamente e poi in un decimo di secondo attraversare
tutto il cielo a una velocità impressionante. Fiammetta mi fece giurare che non l'avrei
detto a nessuno perché ci avrebbero preso per matti.

Com'era il disco volante?

Era enorme. Una cosa grigia, convessa, color titanio, immensa, si è alzato con estre-
ma lentezza dalla terra. Pensavo che fosse qualcosa di simile a un aereo ma poi ho visto
la velocità e ho cambiato idea. Non c'era niente di paragonabile.

Altri contatti con fenomeni sconosciuti e inspiegabili?

Un'altra cosa mi è successa ma l'ho rimossa. Incredibile, non la trovo più nella mia
mente, non mi ricordo più cos'era. Il disco volante lo ricordo perché c'era Fiammetta.
Ma l'altra non me la ricordo, ero solo.

Tipo un sogno?

Non me lo ricordo più, ma era una cosa incredibile.

83
QUANDO GLI DISSI DI NON FARE PIÙ CONCERTI

Perché Lucio Battisti smise di esibirsi in pubblico?

Fui io a convincerlo. Erano periodi in cui nei teatri il clima non era ottimo, contesta-
vano di tutto. Quelli dell'Autonomia avevano perfino fatto piangere Francesco De
Gregori, che era un uomo di sinistra. La situazione era assurda. Uno si alzava e gridava
una parolaccia al cantante. Gli altri stavano a guardare. Erano due i divi: quello che aveva
detto la parolaccia e quello che era sul palcoscenico. In Inghilterra l'avrebbero preso e
buttato fuori dal teatro subito. In Italia anarchia, caos, grida, insulti.

Avevi paura che succedesse a Lucio quello che era successo a De Gregori?

Assolutamente sì. Quando ho visto contestare De Gregori, che era dichiaratamente di


sinistra, ho pensato a quello che poteva succedere a Lucio che non si era professato né
di destra né di sinistra e per questo era ritenuto qualunquista.

Tutti dicevano che eravate di destra.

Noi pensavamo a un discorso artistico indipendente dai dogmi politici, ideologici e


partitici.

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Insomma, gli hai consigliato prudenza.

Era rischioso e inutile, anche se lui come artista aveva un carisma straordinario. Essere
neutrali significava essere qualunquisti.

Quando andava in televisione tu lo accompagnavi?

Spesso. E lo seguivo dalla regia. Facevo un po' la supervisione, cercando di tutelano.

Lui diceva che la televisione era peggio dell'olio di ricino, era una tortura.

Sicuramente era un mondo che non gli apparteneva. Non dimenticare che Lucio subì
delle vere aggressioni e delle contestazioni, gli dicevano che lui non era un cantante per-
ché non aveva una bella voce. Lucio riteneva queste affermazioni del tutto stupide e
ignoranti. Dire una cosa del genere dopo Dylan vuol dire che mancava assolutamente
una preparazione da parte dei critici.

Ma in studio era a disagio?

No, assolutamente no. Se guardi le riprese vedi che lui si muove con sicurezza, è a suo
agio. Se ha detto quelle frasi è perché era insofferente a qualsiasi tipo di invadenza: negli
studi appena arrivi cominciano a spostarti di qua e di là come fossi un pacco. Lui era
paziente ma oltre certi limiti era veramente una tortura...

Era un buon lavoratore?

Quando io ero fuso, lui era ancora li che andava avanti. Per le cose che gli interessa-
vano era instancabile. Io avevo dei tempi abbastanza brevi, io lavoro con grandissima
intensità ma mi stanco subito. Ho una capacità di concentrazione molto forte. Scrivo al
cinema, mentre guido una macchina piena di bambini, ma dopo un po' sono esaurito.

Lucio invece...

86
Lucio era un diesel fantastico. Andava avanti a lavorare per ore e ore.

Insomma: non ha lasciato i concerti perché era timido...

Ma scherziamo? Una volta arrivò sul palco vestito con un lenzuolo, con un buco per
la testa, allargava le braccia e cantava. Non aveva paura di niente. Reggeva il suo ruolo
in un modo straordinario. Ti ho detto già: si incazzava solo quando qualcuno si intro-
metteva nella sua vita, interrompendolo in quello che stava facendo. E reagiva in modo
improvviso e a volte duro. Di natura era pacioso. Una volta, a Londra, lo abbandonai
nell'androne di un palazzo. E lo dimenticai li. Tornai dopo qualche ora temendo una sfu-
riata e lo trovai a tavola con i portieri. Tutto felice.

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AMAVA LE DONNE MA NON COME LE AMAVO IO

Ti accorgevi quando Lucio si innamorava?

Lucio era incredibilmente discreto. Non lasciava trapelare niente dalla sua vita. Era un
uomo assolutamente chiuso. Su discorsi culturali, di vita, di musica era apertissimo. Ma
della sua intimità non lasciava trapelare nulla.

Un orso...

Amava la sua privacy. Da giovane, quando l'ho conosciuto io, era molto più socievo-
le. Andando avanti si è dilatata la frattura fra il suo mondo e il mondo esterno. In prati-
ca fuggiva. Cercava di vivere la sua vita senza essere pressato, stimolato, invaso. Quando
qualcuno lo riconosceva e gli diceva: «Ma lei è Lucio Battisti!», lui rispondeva: «Magari!»

C'è gente che quando si innamora non riesce a nasconderlo.

Non lui.

Come si comportava con le donne?

Come con gli uomini. Nessuna differenza. Non aveva un approccio diverso, non cam-

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biava. Il centro del mio mondo, da giovane, era la grazia femminile. Per lui non era così.
Non si può dire che fosse insensibile. Amava le donne, certamente, ma la bellezza fem-
minile per lui aveva un ruolo molto meno importante che per me.

Se a tavola c'era una bella ragaua, chi ci provava eli tu.

Ero io. Chi rimaneva affascinato ero io. Lui era analitico, una macchina per scoprire
come funzionavano le cose. Era uno che guardava tutto con la lente di ingrandimento
e un po' di diffidenza. Capiva tutto. Di una canzone non gli sfuggiva niente. In questo
senso mi ha arricchito molto. Era innovativo, informato su cosa succedeva nel mondo.
Io ero uno tutto istinto. Tutto quello che facevo Io trovavo dentro di me. Non leggevo
i testi degli altri. Agivo del mio sapere, delle mie emozioni. Lui guardava tutto, ascolta-
va tutto. Era musicalmente molto colto.

Ti ha insegnato qualcosa?

Mi ha insegnato tanto. Mi ha passato un po' della sua capacità di valutazione dei grup-
pi nuovi, del modo di cantare. Capiva ogni evoluzione della musica pop.

Hai inciso più tu sulla sua musica o lui sulle tue parole?

Lui non ha mai inciso sulle parole. C'era un rispetto dei ruoli totale. Io gli ho mosso
solo una critica: quella volta che abbassò il livello della voce in Anima latina.

Possibile che non vi diceste nulla del lavoro reciproco?

Prima di incominciare il nuovo disco ci incontravamo, noi due soli, non era ammesso
nessuno, e valutavamo il discorso che avevamo fatto, analizzavamo il risultato, individua-
vamo la strada da seguire. Lucio voleva conoscere il mio punto di vista. Io gli davo il mio
parere, che mi sembrava considerasse molto. Mi riferivo sempre a sue canzoni recenti
che mi piacevano più di altre. Cercavo di indirizzarlo verso un genere che lui aveva già
affrontato e che mi piaceva particolarmente.

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E i discografici qualche volta tentavano di dirvi quello che dovevate fare?

Mai. Li avremmo fatti a pezzi. Io per primo. Ma lui mi avrebbe seguito con il martel-
lo. Il nostro era un rigore assoluto. Potevano parlare solo dopo l'incisione del disco. Una
volta il direttore artistico della Numero Uno ci portò la prima copia del 45 giri con
Pensieri e parole. Io e Lucio eravamo nel mio ufficio, lui si affacciò alla porta e sventolan-
do il disco ci disse: «Ragazzi, ve l'ho detto, questa è la fine di Battisti-Mogol». Io guar-
dai Lucio. Era bianco, aveva sulla bocca un sorriso da spaventato. Io gli dissi: «Lucio,
non avere paura. Se cadiamo, cadiamo in piedi». E lui: «Hai ragione». La canzone fu otto
mesi al primo posto delle classifiche. Eravamo un duo armato. Potevamo fare la guerra
à mondo per difendere la nostra coerenza.

Andavi ai suoi concerti?

Di concerti ne avrà fatti al massimo dieci. Io andai una volta in Toscana. Mi ricordo
un grande prato in Toscana, ci saranno state seimila persone.

Poca gente tutto sommato.

Era un campo sportivo...

Stiamo parlando della leggenda della musica italiana...

Erano gli inizi. E poi era un paesino.

91
SUA MOGLIE, GRAZIA

Nel 1982, dopo tanto tempo di isolamento mediatico, Lucio fece un'apparizione in una televisione
svizzera. Si dice per una scommessa persa con degli amici inglesi.

Non ne so niente. Vidi quella trasmissione, una cosa molto cheap, rustica. Lui aveva
un fazzoletto...

Era uno a cui piaceva scommettere?

Direi proprio di no. Era molto attento a tutto quello che faceva. Ponderava tutto. Mi
sembra molto strano che abbia scommesso. Non lo posso negare ma era una cosa che
non faceva parte del suo modo di agire.

Lucio raccontava barzellette?

Che io ricordi no. Lui con me era sempre molto concentrato. E il discorso era sem-
pre di un buon livello.

I giornali parlarono di un finto matrimonio segreto di Lucio e di Grazia in Svizzera.

Non ne so niente.

93
E di quello vero, a Milano?

Non ne so niente.

Non ti ha invitato al suo matrimonio?

No.

Non è possibile.

È possibile e assolutamente lecito. Onestamente quando posso evitare un matrimonio...

Sai almeno che si era sposato?

Io non sapevo neanche che si era sposato.

Neanche dopo?

Non ne abbiamo mai parlato.

Ma non è possibile.

Eravamo molto riservati. Qualche volta scherzavamo. Come quella volta che si era
sparsa la voce che Lucio Battisti e Mogol erano amanti. Due omosessuali.

Scherzavate?

Eravamo al Dosso e passeggiavamo. Io gli dissi che qualcuno ci credeva amanti. Lui
mi passò il braccio sulla spalla e disse ridendo: «Perché, ti arrabbi?» Era sempre molto
Ironico.

Quando si fidanzò, ti presentò Grazia?

94
Sì.

Ti aveva presentato altre fidanzate?

No.

Quindi hai capito che era importante.

Me la presentò dopo tanto tempo che stava con lei. Comunque, conoscendolo, è stato
un atto ufficiale. Ha detto: «Questa è Grazia».

Frequentavi anche Grazia?

No. I rapporti li avevo con Lucio. Grazia l'ho incontrata poche volte. Lavoravamo
quasi sempre da soli.

E dopo la separazione?

Le nostre case a Molteno confinavano. Qualche volta ci fermavamo in giardino a


parlare. Una volta mi chiamò perché volevano parlarmi, lui e la moglie. Io andai a
Molteno ma a casa non li trovai. Risalii in macchina, pioveva, e li trovai davanti al can-
cello di uscita, Lucio da una parte e Grazia dall'altra, con l'ombrello. Allora scesi e
dissi: «Ma che cosa fate qua?» Ero sconcertato perché erano soli, li, nella sera. E Lucio
disse: «Volevamo parlarti». E io ebbi un moto d'amicizia, di affetto. Dissi: «Ma perché
non andiamo tutti a casa, ci beviamo un tè, e risolviamo i nostri problemi?» E lui mi
disse: «Il tè va bene, ma le cose rimangono come sono». Salutai Grazia. Lucio le disse:
«Hai visto?» Lei si voltò verso di me e gridò: «Poeta!» Come se m'avesse detto:
«Stronzo!»

Grazia era nata a Limbiate e lavorava per Celentano...

Sì, era impiegata al clan.

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La prima volta che l'hai vista che impressione ti ha fatto?

Carina.

Simpatica?

Non ho elementi per valutarne la simpatia.

Era la prima fidanata di Lucio che vedevi?

Lui era riservato e io non ero curioso. Io non sono mai interessato ai fatti degli altri.

Abbiamo di Lucio Battisti un'immagine sorridente. Sorriso malinconico, però sorriso. Tu invece
l'avrai visto anche triste...

Io l'ho visto anche molto serio. Ma anche molto ironico.

96
NON ERAVAMO FASCISTI

Perché dicevano che eravate di destra?

A causa di una fotografia che fu messa sulla copertina di un album. C'erano molte
braccia levate in alto.

Il saluto fascista?

Ma quale saluto fascista. Era un'invocazione a due mani. E poi l'immagine di Lucio
con il solito braccio alzato...

Un vizio.

Era stato colto nel momento in cui dava il via all'orchestra durante la registrazione di
Io penso a te. Poi c'era un altro fatto, molto più importante: non parlavamo di politica.
Non dicevamo di essere comunisti. Dicevamo di non fare parte di schieramenti. E poi
non dimenticarti che Lucio era molto individualista. E con il tempo lo è diventato molto
di più.

Tu qualche dichiarazione di voto l'hai fatta.

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Una volta mi ha intervistato Aldo Cazzullo. Mi ha chiesto: «Allora Mogol ma per chi
potresti votare?» Io gli ho detto: «Tutto l'arco democratico». E lui ha insistito: «Ma qual
è l'arco democratico?» E io: «Lo sai benissimo, Margherita, An, Pd, eccetera». Nel sot-
totitolo uscì: «Voterò Margherita».

Ti sei arrabbiato?

Certo. Gli ho telefonato per protestare. «Ma che cosa avete messo nel sottotitolo?» E
lui: «Ringraziami. Volevano metterlo nel titolo».

Dicci insomma per chi hai votato e per chi voti.

Una volta ho votato per il Pci, ma perché c'era una mia amica che si presentava alle
amministrative. Altre volte ho votato Psi, Pri o Pli. Per il resto direi che non sono anda-
to a votare.

Non sei di destra e non sei di sinistra. Posizione singolare.

Il nostro repertorio lo conoscono tutti. Dimmi tu se ci sono nelle nostre canzoni delle
prove che io o Lucio eravamo fascisti. È una cosa che sembrava facesse comodo a tutti.
Anche tu, come vedi, stai insistendo, quasi a voler sostenere una tesi che non ha nulla a
che fare con la verità. Però a via Gradoli, nel covo delle Br, che non erano certamente
dei fascisti, trovarono tutte le nostre canzoni. E mi hanno perfino detto che in un comu-
nicato delle Br hanno citato le nostre parole, <de discese ardite e le risalite».

È una leggenda metropolitana.

A me lo hanno riferito. Non una persona, tante. Per cui ho pensato che fosse vero.

Comunque che effetto ti ha fatto?

L'ho considerato una prova che siamo entrati nel linguaggio popolare.

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Si diceva però che Lucio frequentava e finanziava il Msi.

Viste le sue abitudini parsimoniose, lo escluderei. Sarebbe stato anche troppo se gli
avesse offerto un caffè.
Mettiamo che il Pci avesse vinto all'era di Togliatti, noi saremmo probabilmente
diventati un paese dell'Est, la cosa ti sarebbe piaciuta?

Non mi sarebbe piaciuta ma non sarebbe successo.

Meno male.

Però hai aiutato D'Alema.

D'Alema sono andato ad aiutarlo a Gallipoli, indipendentemente dal fatto che appar-
tenesse a uno schieramento. Sono andato con il gruppo musicale, ero presente per testi-
moniare che, se lo eleggevano onorevole, io ero d'accordo. Un uomo come D'Alema
vale la pena tenerlo. Ma in nome dell'Italia, non in nome dei partiti.

Hai aiutato anche Gasparri.

Sono amico di Gasparri e lo stimo.

Hai aiutato anche altri?

Del Turco in Abruzzo. Bordon a Trieste. Veltroni a Roma per la campagna elettorale
da sindaco.

Se io mi presento, tu mi aiuti?

Se ti comporti bene.

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CON SILVIO BERLUSCONI A PARLAR DI MUSICA

Hai conosciuto Craxi?

Sì, uomo di grande carisma. Sono andato a cena con lui, Tony Renis e Berlusconi.

Una bella cenetta.

Abbiamo parlato di musica.

Berlusconi si è messo al piano... ha suonato...

No. Eravamo in un ristorante, era una cosa serissima.

Che impressione ti ha fatto Berlusconi?

Era molto smart, rideva, scherzava, raccontava barzellette.

È l'unica volta che l'hai visto?

Berlusconi? No. L'avevo visto due o tre volte tanti anni prima. Una volta ero anda-
to a parlargli dell'idea di fare una trasmissione per bambini, perché mi interessava il

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figlio di Morandi che suonava il violino. Volevo scrivere un telefilm per bambini che
vivevano storie poliziesche. Lui disse che non valeva la pena di produrre, che loro
compravano tutto all'estero.

Com'eri capitato in quella cena?

Mi aveva invitato Tony Renis. Io sono molto amico di Tony Renis.

Eri nella sua agendina telefonica accanto ai nomi di Sam Giancana e dei suoi amici mafiosi?

A Sanremo io lo difesi. Intervenni nella conferenza stampa e dissi che vent'anni


prima Tony Renis era stato chiamato dal giudice ma era stato assolto perché non aveva
fatto niente. Dissi che stava dirigendo il Festival di Sanremo con tutta la sua capacità
artistica e tutta la sua onestà. Dissi che chi lo accusava tirando fuori cose ingiuste e
false, lo faceva per cercare di danneggiarlo. Dissi: «È una cosa infame. Lo dovete sape-
re tutti: è una cosa infame».

E poi?

Fine dell'argomento. Dopo la conferenza stampa andai di là perché arrivò Tony che
doveva parlare ai giornalisti. Aveva gli occhiali scuri, un vestito bianco, era l'immagine
stereotipata di un mafioso. Mi disse: «Come sto Giulio?» Lo guardai e dissi: «Stai bene»
e scappai via. Che cosa potevo dirgli? Tony è fantastico. Io l'ho trovato una poesia.
Perché per me le poesie sono queste. Le poesie della vita.

Le poesie della vita.

Ce n'è un'altra, di poesie della vita, che trovo fantastica. Mio padre aveva avuto due
ictus. Era sempre stato un vero dongiovanni. Era troppo forte in lui l'ammirazione per
le donne. Era incontenibile. Quando ebbe il secondo ictus lo portai all'ospedale.
Quando si svegliò guardò tutti i lettini della corsia e mi disse: «Giulio, perché siamo sul
treno?» Io gli dissi: «Papà, non siamo sul treno, siamo all'ospedale». A quel punto ci

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accorgemmo che guardava intensamente da una parte. Stavano arrivando due infermie-
re, una bionda e una mora. Lui si alzò e disse in dialetto: «Non so chi scegliere». Le infer-
miere gli risposero spiritose: «Ma tutte e due, no?» E lui: «Non posso, non sono tanto in
forma oggi». Dimmi che non è poesia di vita questa qui. Meravigliosa poesia visiva.

Tu sei di destra o di sinistra?

Ancora? Io non appartengo a nessuno schieramento, per principio. Non vendo il mio
cervello e la mia anima a nessuno. Chi.considera importante l'appartenenza politica non
ha a mio parere una grande personalità.

Puoi avere comunque le tue idee.

Qui al Cet la prima cosa che predico agli autori è l'indipendenza intellettuale. Bisogna
giudicare caso per caso, indipendentemente da qualsiasi tipo di appartenenza. Bisogna
essere liberi ogni momento di dire la propria opinione. Io non tengo a nessuna squadra
di calcio per poter sostenere la nazionale italiana e le squadre italiane quando giocano
all'estero.

Non hai mai fatto il tifo?

Quando ero bambino tifavo per il Milan perché mio padre tifava per il Milan. Ma poi
basta. Ho smesso quando ho capito che chi ha più soldi fa la squadra più forte. Ci sono
squadre dove non gioca nessun italiano. Che senso ha fare il tifo?

Stai parlando del/Inter...

Certamente. Perché devo attaccarmi a una squadra dove giocano solo stranieri? Io
preferisco parteggiare per squadre italiane a tutti gli effetti. E spesso parteggiò per i più
deboli.

Avrai fatto il tifo per il Chievo.

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Bravo, ero un fan del Chievo.

Se ti piacciono le squadre deboli potresti tifare per la Lazio.

Non esageriamo.

Lucio era della Lazio...

Non lo so. Non gliene fregava niente. Mi ricordo che lo invitai alla prima partita con
la nazionale cantanti, all'Arena di Milano nel 1975. Vennero trentamila spettatori a
vederci. Lucio non sapeva che cosa volesse dire giocare a pallone. Lo mettemmo cen-
troavanti. A un certo punto gli facemmo un passaggio ma la palla passò otto metri sopra
di lui. Incredibilmente lui cercò di prenderla alzandosi sulla punta dei piedi e scatenan-
do una incredibile risata collettiva.

Toccò mai la palla durante la partita?

Non credo.

Ha fatto altre partite Lucio?

Mai più. Ne venne a vedere qualcuna, ma solo per l'amicizia che lo legava a me.

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CAPODANNO CON COFFERATI E DI PIETRO

Tu ti sei dichiarato più volte a favore del divorzio...

Io ho divorziato.

Questo non vuol dire.

Io sono per il divorzio e sono mortificato perché la Chiesa perdona gli assassini ma
non i divorziati. Che non si possa avere l'assoluzione per me è un'ingiustizia.

Tu sei credente?

Io sono credente. Praticante quando posso. Vado a messa volentieri, ma non riesco ad
andarci tutte le volte. Poi mi confesso, le mie confessioni durano un minuto.

Battisti era favorevole al divorzio secondo te?

Credo di sì.

Fini nel '93 disse: «Concetti a noi cari si trovano di più in Battisti che in Dalla ma questo non vuol
dire che uno stava di qua e l'altro di là».

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Molto onesto.

Fini lo conosci?

Gli scrissi una lettera quando cercavo di contattare tutti i politici per spiegare cosa
stavo facendo qui al Cet. Mi ricevette due giorni dopo. Fu molto gentile. Mi mise a mio
agio. Disse: «Molto interessante». Tutto qui.

I politici che conosci...

Rutelli, Palombelli, Veltroni, Bordon, Di Pietro...

Tu eri un grande fan di Di Pietro.

Ai tempi di Mani pulite. Quando lui fece questa operazione, sperai in una nuova Italia,
vidi l'inizio di una nuova era. Oggi non sono più d'accordo che sia stato l'inizio di una
nuova era. E non sono più d'accordo nel condannare Craxi come è stato fatto allora. Se
bisognava condannare tutti quelli coinvolti nel finanziamento dei partiti, le persone da
giudicare sarebbero state molte di più.

Craxi è stato condannato non solo per il finanziamento del Psi.

Non te lo so dire, non siamo così certi di tutto quello che succede.

Le sentenze parlano di uso personale dei soldi delle tangenti....

Anche Enzo Tortora è stato condannato per spaccio di droga, comunque di Craxi ho
stima, perché era un uomo estremamente coraggioso. Era uno statista, nel senso che si
faceva rispettare da tutti, era un uomo di un carisma straordinario, un oratore di grande
forza. Lo ricordo con simpatia.

Sei andato ai suoi funerali?

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Non sono andato però ho un buon rapporto anche con il figlio. Bobo è simpatico.

Rimpiangi i tempi passati?

Sono deluso. Sono uno che sperava in qualcosa, avevo scritto una canzone molto bella
che parlava dei mondiali di calcio, di un paese che sta rinascendo. Una canzone emozio-
nante, di appartenenza di un popolo.

Come si chiama?

La nostra canzone. La canzone nostra, degli italiani. Che parla appunto delle nostre isole,
che si abbracciano sopra al mare, della rinascita del nostro paese.

Si disse a un certo punto che avevi scritto una canzone per Di Pietro.

Mai successo.

Hai fatto un capodanno insieme a lui e a Cofferati.

Questo prova ampiamente il mio modo di essere. Cofferati lo stimo molto. Io giudi-
co le persone per quello che sono. Se escludiamo delle persone per le idee che hanno
siamo dei poveracci e anche un po' nazisti.

Capodanno con Di Pietro e Cofferati. Dove, quando, perché?

Erano venuti a trovarmi, qui al Cet. Era una cosa privata. Ma un giornalista presente
decise di ignorare il nostro desiderio di privacy e scrisse un articolo. Mi sembra che fosse
di «Repubblica».

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MARIA DE FILIPPI FA SCUOLA spErrAcoLo, Io SCUOLA SCUOLA

Che la destra vi abbia cooptati è vero.

Risulta anche a me. Hanno stampato un manifesto con la foto di Lucio e ci hanno
scritto sopra: «È dei nostri».

E voi?

Che cosa potevamo fare? Con chi ce la potevamo prendere?

Magari una smentitina...

Ma gliene frega qualcosa a qualcuno? Fai la smentita e il giornale pubblica: «Battisti


conferma che è di destra».

Si parla anche di un manifesto con il testo del Mio canto libero sullo sfondo di una croce celtica.

Veramente siamo alla follia. Non mi stupisco più di niente.

Dario Fo sottolineava l'eccesso di licealità e di crepuscolarismo delle vostre canzoni e la totale assen-
za di realismo di classe.

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E chi l'ha detto. C'è una canzone dove io racconto di uno che arriva a casa ed è umi-
liato perché non ha la possibilità di mantenere la famiglia come vorrebbe. Era poco
informato Fo. Comunque lui tira le sue conclusioni e io le mie.

Gli intellettuali che ti piacciono?

Giordano Bruno Guerri e Marcello Veneziani a destra. Scalfari a sinistra.

E i giornalisti?

Cazzullo, titoli a parte, Francesco Merlo, Gian Antonio Stella, Curzio Maltese, Saverio
Vertone, Ernesto Galli della Loggia.

Travaglio?

Non ho letto niente, non so neanche chi è, l'ho sentito solo nominare.

Cosa vedi in televisione?

Fox Crime, le partite di calcio, i film, qualche documentario, Piero Angela...

San/oro?

La politica mi interessa poco, specie quando diventa spettacolo.

Vesp a?

Piace a mia moglie. La sera, appena mi addormento, mette subito Porta a Porta.

Quali sono le attrici che ti piacciono?

Nicole Kidman. Per il suo fascino, non è una questione di sesso. Mi piacerebbe parlar-
le, è stimolante, mi piacerebbe andare a colazione con lei. Mi sembra molto intelligente.

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Le italiane? La Bellucci?

È una bella donna.

La Feti/i?

La Ferilli è una bonona.

Afef ti piace?

È una bella donna...

La Cucinotta?

Idem...

Cada Bruni?

Bella ed elegante.

La Bignardi?

Non l'ho seguita molto.

Simona Ventura?

Non ho elementi di valutazione.

Va bene, non ti piacciono le italiane.

Ma no, sono carine, ma... Maria Latella. Lei è una donna interessante. Potrebbe esse-
re piacevole parlare con lei. Anche Barbara Palombelli. È simpatica e intelligente.

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Maria De Filippi, con una metodica diversa, si occupa della stessa cosa di cui ti occupi tu: formare
i giovani a un mestiere artistico.

Maria De Filippi fa una scuola spettacolo. Prima è lo spettacolo e poi, di conseguen-


za, è la scuola. La scuola è una scusa. Noi facciamo scuola, scuola, scuola.

Maria De Filppi porta i ragazzi al successo, alla notorietà.

A me interessa la qualità artistica.

Però il successo...

Il successo deve arrivare come conseguenza di una grande qualità artistica.

Qualcuno del Cet si è avvicinato al successo?

Adesso c'è quel gruppo che è andato a Sanremo. I Frankhead. Ma oggi non ci sono
quelli che emergono, si va avanti sul vecchio.

E x Factor?

Sempre scuola spettacolo, come i programmi di Maria De Filippi. Dovrebbero con-


cedere anche a noi la possibilità di fare uno spettacolo così, ma per una scuola vera non
credo che ci sia posto.

Se ti proponessero di farlo, che faresti?

Lo farei. Se fosse una cosa molto seria, perché no? Ma non me lo proporranno.

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IO ERO L'ACCELERATORE, LUI IL FRENATORE

Due caratteri opposti

Una simbiosi perfetta ha bisogno di due mondi opposti.

TOo?

Io freddo e lui vulcanico. Lui conservatore e io innovativo. Lui veniva dalla campagna,
dalla tradizione. Suo papà era il direttore del dazio. La cultura locale non la puoi dimen-
ticare. Aveva una mentalità molto pragrnatica, grandi capacità intellettuali di analisi,
grande forza di volontà, autentiche passioni, grande serietà. Questo era Lucia, un gran-
de tecnico. Io sono il contrario del tecnico. Io ero l'acceleratore, lui il moderatore.

Il più chiuso?

Lui.

più socievole?

Sempre lui. Era paziente, disponibile, nel clima giusto. Era più pacioso di me.

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Hai detto: «Lucio è analitico, matematico, costante».

Sì, sicuramente.

E contraddittorio.

Contraddittorio mica tanto. Io ero disponibile a qualsiasi tipo di esperienza, lui era più
imbinariato, ma anche più preparato.

Tu viaggiatore, lui sedentario.

Più sedentario di me sicuramente.

L'hai trascinato a cavallo da Milano a Roma.

L'ho trascinato anche in Brasile.

Cosa avete fatto in Brasile?

Andavamo a trovare discografici, risiedevamo in un bellissimo albergo, con la pisci-


na... Poi dopo siamo andati in Argentina.

Ruggeri ha detto che siete stati capaci di coniugare al meglio il mercato con l'intelligenza creativa. Ma
chi era di voi due più mercato e chi più intelligenza creativa?

Il mercato non è mai entrato nel nostro lavoro. Era una conseguenza della nostra
opera creativa. Se non fosse stato così sarebbero venute tutte canzoni programmate,
omogenee. Invece sono tutte così diverse, tutte così balzane che non è possibile che fos-
simo dei geni del mercato. Né io né lui lo eravamo. In realtà il mercato ha risposto a una
forma di libertà creativa.

Quindi ogni volta era un rischio?

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Era più importante la libertà artistica del rischio commerciale. A noi non ce ne frega-
va niente. Noi abbiamo sempre rischiato al massimo. Come puoi coniugare La gallina coc-
codè con I/ mio canto libero? O Luisa Rossi? Come avremmo potuto studiare per il mercato
una cosa con così tante varianti?

Chi era il più presuntuoso?

Il più presuntuoso era lui. In realtà era profondamente umile. Bastava che gli dicessi:
«Ma sai che quella canzone...» che subito lui la metteva da parte. Ma all'umiltà di base
aggiungeva una fortissima considerazione di se stesso, la coscienza di essere a un altis-
simo livello. Non era presuntuoso ma cosciente del suo valore. Lucio aveva più di me la
capacità di valutare quello che stava facendo. In realtà eravamo entrambi sintonizzati
sulla stessa onda. Artisticamente eravamo due anime e una voce sola.

Lucio era felice?

Era uno che riusciva a trovare la serenità e la felicità nonostante tutto. Era un grande
studioso, si metteva con la chitarra, suonava, ascoltava i dischi.

Suonava la chitarra quando era in compagnia?

Era disponibile a suonare. Non era avaro di se stesso. Era disponibile.

In una vecchissima intervista, nel 1966, a «Bella», disse: «Perché illudersi in una vita dove le illu-
sioni portano sempre a delle disillusioni? Perché credere nei sogni? Perché credere nell'amore? Io credo
di aver capito che il mondo è cretino. Come posso prendermi sul serio? Cerco di vivere cercando di sfug-
gire dal dolore». Un bel po' pessimista, sembrerebbe.

Aveva vent'anni. Erano i pensieri di un giovane. Lui aveva una visione del mondo un
po' cruda. Lucio era crudo.

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Raccontano che andava alla Standa e comprava dieci paia di pantaloni tutti uguali, dieci paia di
scarpe tutte uguali.

Non gliene fregava niente di come si vestiva. Spesso portava scarpe militari, cose che
costavano poco. Arrivava da momenti duri. Dalla campagna. Dalla povertà. Dalla lotta
per sopravvivere.

Poi si è trovato con tanti soldi.

Ma questa ricchezza non l'ha intaccato molto. Non viveva da ricco. Si era fatto al mas-
simo una bella casa.

Che macchina aveva?

Non me lo ricordo. Ma non si comprò la spider, tanto per capirci. Io sì. Io giravo col
coupé, la 1600 Osca, quarant'anni fa.

È vero che in Unione Sovietica studiavano i testi delle tue canzoni all'università?

Qualcosa del genere. Qualche anno fa l'università e la «Literaturnaia Gazeta» mi invi-


tarono perché tenessi una conferenza. Appena arrivato in Russia fui invitato alla Casa
degli artisti. C'era la loro delegazione e cominciammo una serie infinita di brindisi.
All'Italia, e giù una vodka, al grande soviet supremo, altra vodka, al partito comunista,
ancora vodka, ai patrioti partigiani. Prima ancora di mangiare erano già tutti sotto il tavo-
lo ubriachi. Il giorno dopo arrivò un motociclista con una busta con le domande per l'in-
tervista. Le domande erano: «Deve un poeta essere al servizio del popolo?» «Deve un
poeta essere al servizio del partito che protegge il popolo?» e via così. Io risposi: «No.
Il poeta deve essere un pioniere della società, al servizio della libertà e della sua coscien-
za». Ebbi netta la sensazione che l'intervista non sarebbe mai stata pubblicata e comun-
que cominciai a desiderare di partire. Avevo sentito che avevano buttato giù il boeing dei
coreani. Il mio telefono squillava a vuoto. Notavo agenti del Kgb dovunque attorno alla
mia stanza. Sospettavo microfoni in ogni angolo.

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Il popolo deve sapere.

Iniziavo a vivere un po' di panico. Finché l'aereo dell'Alitalia si è staccato dal suolo
ero un po' terrorizzato: avevo l'impressione di essere seguito. Ho lasciato la Russia con
grande sollievo.

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PERCHÉ NON SIAMO TORNATI INSIEME

Come hai saputo che Ludo era morto?

Me lo dissero. Mi dispiacque molto. Primo perché avevo perso un amico. Secondo


perché veniva a scomparire definitivamente la possibilità di scrivere ancora insieme. Non
moriva solo Battisti. Moriva Battisti-Mogol.

Perché tu non hai mai pensato dentro di te che fosse veramente finita...

No. Ho sempre pensato che ci sarebbe stato un momento in cui la cosa si sarebbe potu-
ta ricomporre. Ma non penso di essere stato il solo. Anche Lucio, secondo me, lo pensava.

E allora? Perché non avete passato un colpo di spugna?

Lucio era dentro una trappola. Correva su rotaie che lo portavano lontano da me e
dalla ditta Battisti-Mogol.

Poteva liberarsi...

Teoricamente. Per fare delle cose spesso bisogna avere anche la possibilità di decider-
lo. Non lo so fino a che punto lui potesse uscire da quella sua decisione iniziale.

119
Ma non potevi cedere tu?

Non si può cedere se ne hai fatto una questione di principio. La Numero Uno non
esisteva più. Bisognava fare una nuova società. Era evidente che doveva essere al cin-
quanta per cento.

Però non ne parlavate.

Non c'era una discussione, non c'era un dialogo, non c'era un litigio.

Ma la trappola?

Non ti attaccare alle parole. Volevo dire che Lucio era dentro una situazione psicolo-
gica nella quale il discorso di carattere economico era importante ma non fondamenta-
le. Il problema era che entrambi pensavamo di avere ragione e ne facevamo una questio-
ne di principio. Io come lui.

Quando Lucio è morto non hai avuto la sensazione di essere stato troppo rigoroso?

No. Avrei avuto quella sensazione se avessi preteso una lira di più. Ma io volevo solo
l'equità. Mi sono semplicemente difeso.

Quello che assolutamente non si riesce a capire è: perché non ne avete parlato?

Perché sarebbe stato inutile parlare con lui. Io l'ho voluto ritenere responsabile. Lui
aveva assoluta libertà come me di fare delle scelte.

Invece?

Invece aspettava che cedessi. O meglio, aspettavano che cedessi. Grazia, la moglie, un
giorno me lo disse: «Noi pensavamo che avresti ceduto dopo un po'».

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Quando hai raccontato del fatto che ti hanno detto che lui stava a Toscolano e guardava quaggiù il
Cet sono rimasto colpito. Lucio, il tuo vecchio amico, non ha il coraggio di scendere. Perché?

Io non gli ho telefonato per chiederglielo. Lui è riservato, io sono riservato. L'ho già
detto: lui è un principe indiano, io sono un principe indiano. Io so che se lui è andato li
e non è sceso, c'era qualche impedimento. Magari di ordine psicologico. Il pudore, l'or-
goglio, qualcosa di simile.

Tu pensi che lui fosse in imbarazzo per come era finita?

Io penso che lui abbia sofferto moltissimo.

Sei andato al funerale a Molteno, vero?

Sono andato.

Ma Grazia, la moglie, non ti aveva invitato. Erano state invitate solo venti persone.

Il funerale si è svolto dentro le nostre proprietà del Dosso. La chiesa è dentro la lot-
tizzazione. Non avevo bisogno di essere invitato.

Resta il fatto che non sei stato invitato.

Ma ci sono andato.

Arrivò un pullman da Poggio Bustone e nessuno fu fatto entrare.

Non ricordo. Ricordo che c'erano poche persone.

Nessun fin?

I cancelli erano chiusi, si trattava di una casa privata dentro una lottizzazione privata.
Ognuno ha il diritto nella sua festa di dire: qui non entra nessuno.

121
Ma fuori dal cancello?

Non li ho visti.

E nel tragitto dalla chiesa al cimitero?

Non ricordo quasi niente del funerale.

Tu non sei andato al cimitero?

Sono andato, ma ho dei vuoti di memoria.

Hai il ricordo di un bagno di folla?

Ricordo pochissima gente.

Hai avuto la sensazione di essere sgradito?

Non mi sono posto nessuna domanda. Ero solo profondamente addolorato.

La moglie non è venuta ad abbracciarti?

No.

E tu non sei andato ad abbracciarla?

Ero in punta di piedi. Io non invado. Stavo pregando per Lucio e basta. Non ho fatto
niente, ero li fuori dalla porta.

Se non avessi avuto la casa accanto a quella di Lucio, non saresti potuto andare al suo funerale.

Non te lo so dire.

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Hai rimosso?

È un episodio facile da rimuovere perché è doloroso.

Ricordi se sei mai andato in seguito al cimitero?

Sì, due o tre volte ci sono tornato.

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QUEL VIAGGIO A CAVALLO FINO A ROMA

Che compensi del Festiva/ di Sanremo?

Così com'è, il Festival è morto. Il regolamento va rifatto completamente. Io ci ho pro-


vato, l'ho depositato. Credo di sapere come si può salvare Sanremo.

Il grande errore del Festival qual è?

Sono tanti. Ma soprattutto manca la considerazione per la canzone, che dovrebbe


essere al centro dell'attenzione.

I grandi cantanti non ci vanno...

Se io fossi Vasco Rossi non andrei a Sanremo.

Ai grandi festiva' cinematografici ci vanno tutti...

Tu prima devi costruire il grande prestigio.

Il Festiva/ comunque promuove le canzoni.

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Oggi no. Non è automatica la trasmissione in radio delle canzoni che vanno al
Festival. Il Festiva! ormai è ignorato dalla metà degli italiani. Così com'è va verso l'asfis-
sia. Bisogna trovare qualcosa di rivoluzionario che lo rilanci. Io ho fatto un progetto.
Finora non ha interessato nessuno perché non vogliono neanche leggerlo.

Parlaci del viaggio a cavallo con Lucio.

Prima abbiamo dovuto convincere Albert Moyersoen, il grande esperto di cavalli


italo-belga, che eravamo credibili. Lui diceva che eravamo matti e non ce l'avremmo mai
fatta. Disse: «Fino a quando andate avanti, di notte, vengo dove siete arrivati e vi curo i
cavalli». Lui partiva di notte, ogni notte. Io non lo vedevo neanche, andava nelle stalle,
curava i cavalli, con gli impacchi, e alla mattina era già partito. È venuto fino a Grosseto!
Tutte le notti. Non ha voluto una lira. Allora io gli ho regalato la sella che mi aveva fatto
l'ultimo sellaio buttero, un artigiano di Grosseto di ottantasette anni. È stato felicissimo.

Eravate in quattro.

Io e Lucio eravamo a cavallo, Oscar Prudente e Mario Lavezzi guidavano la mia Land
Rover che trainava la roulotte dove dormivamo la notte.

Usavate selle speciali?

No, ed è per questo che mi vennero le fiacche al sedere.

Come hai fatto con le fiacche?

Pannolini, crema e pannolini.

È vero che Moyersoen volle che Lucio si tagliasse i capelli?

Non credo proprio.

126
C'era un servizio su «Oggi». Sembra che dessero fastidio ai cavalli.

Non ricordo.

Il risultato della cavalcata?

La cosa buona è che da allora è nato un progetto, andato avanti diversi anni e che ora
dovrebbe arrivare a conclusione. Il progetto di fare una pista ecologica europea con tutte
le vie storiche unite che tocchi tutti i luoghi ecologicamente più interessanti, con ostelli
e stalle per tutte le famiglie europee che vogliano fare un pezzo di tragitto ogni anno.
Un'idea di vacanza attraverso l'Europa. Una iniziativa ecologica, di straordinario valore,
da società civile vera.

Perché hai deciso di fare il viaggio con Lucio?

Gli ho detto che avevo deciso di andare a cavallo a Roma: «Te la senti di venire?» E
lui: «Posso provarci». Credo che Lucio abbia voluto farmi un piacere. Era un gesto di
amicizia.

Non era mai andato a cavallo prima e non è mai andato a cavallo dopo.

Il più grande gesto di amicizia di Lucio nei miei confronti.

Sei caduto da cavallo?

Mai. Ma prima, durante la preparazione, almeno una trentina di volte. Andavo a caval-
lo con un gruppo di matti. Galoppavano tutti insieme saltando fossi e io li seguivo. Poi
ho imparato a tenere a freno i purosangue.

127
DOPO DUE CANZONI BRUTTE SPENGO LA RADIO

Un giorno Lucio decise di andare a vivere in Inghilterra.

Non mi disse mai perché. Altri mi dissero che aveva paura dei rapimenti.

Quali erano i cantanti che gli piacevano?

Erano tutti inglesi o americani.

E italiani?

Non credo che ce ne fosse uno che gli piaceva in particolare.

Disse una volta: «Il guaio è che in Italia ci sono ancora troppi cantanti alla Claudio Villa».

È possibile. Lucio riteneva che i cantanti tradizionali avessero fatto il loro tempo. Lui
era molto più avanti.

Di De Andttf disse: «Trovo i suoi testi interessanti ma piuttosto goliardici, tant'è vero che piacciono
solo agli studente/li. La parte musicale, poi, è solo accompagnamento».

129
È possibile. De André era un grande uomo, un grande artista e un signore.
Nobiluomo nell'animo, autoironico, con grande capacità autocritica, molto umile.
Faceva delle cose molto garbate, perfette. Il testo non era goliardico come diceva Lucio.
Ma certamente sotto il profilo musicale era easy. Per Lucio che seguiva tutto il mondo
musicale era forse elementare.

Lucio suonava un sacco di strumenti...

La batteria, il pianoforte, la chitarra... qualsiasi strumento che prendesse in mano, lo


suonava con grande tocco. ,

A Liverpool c'è l'aeroporto John Lennon. In Italia Battisti non esiste...

Era stato proposto di dedicargli l'auditorium di Roma. Ma si oppose qualcuno appas-


sionato di musica classica e gli hanno dato subito retta.

A Poggio Bustone c'è un monumento.

A Roma una piazzetta per volontà di Veltroni.

La musica leggera è serie B...

Piano piano le cose cambieranno.

Per celebrare bene la coppia Mogol-Battisti si aspetta che muoia anche tu.

È vero. Ma devono aspettare.

L'aeroporto Mogol-Battisti...

Col tempo. Temo che bisognerà attendere i viaggi cosmici.

130
Senti la musica alla radio?

Pochissimo.

Neanche in auto?

In auto penso. Se accendo la radio e sento due canzoni che sono un disastro chiudo
subito.

Ti piacciono i critici musicali italiani?

Io non sono d'accordo con la maggior parte dei discorsi che fanno i critici. Il maggior
critico deve essere l'artista stesso. Una volta scrissi che il critico cavalca l'arte come la
pulce l'elefante.

Tu sai come ingraziarti i critici.

Io non sono sempre politico.

Con Zucchero hai un rapporto un po' complesso...

Zucchero mi telefonò per chiedermi il privilegio di accompagnarmi alle partite di pallo-


ne e farmi da autista. Mi dava una mano e voleva sapere delle cose da me. Io lo accolsi con
amicizia. Poi mi chiese di fargli delle lezioni. Io gli dissi: «Te le do queste lezioni, ma
poche». E lui: «Una alla settimana». E io: «Ti costerebbe troppo». E lui: «Quanto vuoi?» Io
gli dissi una cifra esagerata: «Trenta milioni» tanto per farlo desistere. La discografica pagò.
La mattina dopo mi arrivò una telefonata: «D'accordo». E cominciarono le lezioni. Diversi
mesi di lezioni.

Che cosa gli insegnavi?

Tutto. L'immagine. Il modo di farsi fotografare con gli altri, la decisione di dedicarsi
al blues.

131
Zucchero ti imita benissimo.

È Morandi quello che mi imita. Zucchero tanto per cambiare copia.

Ti secca che Morandi ti imiti?

Sì. Lui, come molti altri, pensa che imitarmi negli spettacoli faccia molto ridere. Glielo
dico sempre a Morandi: perché non imiti Ramazzotti che ha una voce molto più parti-
colare della mia?

Gli autori delle canzoni hanno delle grossissime responsabilità. Parlano a milioni di giovani.

L'ho sempre detto.

Molte canzoni oggi sono piene di volgarità.

Io non ci penso proprio a scrivere una parolaccia in un mio testo.

Il massimo che ti sei concesso?

"Rincoglionito", nel testo di Una donna per amico.

132
L'ULTIMA VOLTA CHE HO VISTO LUCIO

Quanto ti manca Lucio?

È come se tu avessi conosciuto una cosa bella, un momento bello della tua vita, un
rapporto bello, parli, discuti, è un compagno e poi non ce l'hai più. Ho dovuto abituar-
mi nel tempo.

E ce l'hai fatta ad abituarti?

È rimasto qualcosa di incompiuto. Io sono convinto che la nostra separazione non


fosse voluta da noi due, né da me né da lui. Noi due stavamo bene insieme, scrivevamo
bene insieme, abbiamo avuto fortuna fino all'ultima canzone, siamo stati ammirati, sti-
mati. Non c'erano dei motivi per i quali non continuare a scrivere.

E allora che cosa è andato male?

Qualche cosa che non era imputabile a noi. È quello che penso io. Ma credo che lo
pensino un po' tutti.

A volte il sopravvissuto rimprovera l'altro di essersene andato.

Io no. Penso che lui sia morto troppo giovane.

133
Ha lasciato qualcosa di scritto?

Lo ritengo improbabile. Prendeva appunti solo musicali. La morte sorprende e ha sor-


preso anche lui.

Ti è mai capitato di sognarlo?

Forse una volta, ma non ricordo più bene.

Ricordi l'ultima volta che l'hai visto?

Non vorrei sbagliarmi ma ricordo di averlo trovato in giardino mentre stavo andando
in casa a cambiarmi. Lo vidi con la coda dell'occhio e gli dissi: «Uè, ciao Lucio, scusa ma
devo andare in casa a cambiarmi». E sono andato a mettermi le scarpe da pallone.

E andasti a metterti le scarpe da pallone... E lui?

Ma non potevo fermarmi anche se avevo fretta di cambiarmi le scarpe? Forse perché
i miei tentativi di ristabilire un discorso amichevole erano un po' cessati. Forse il fatto
che avevo preso coscienza che le cose non sarebbero mai cambiate. Comunque sul tipo
di condotta che ho avuto non ho rimpianti. Ci ho pensato e ripensato ma non ho rim-
pianti. Avrei potuto essere più comprensivo anche se ritenevo la sua posizione sbaglia-
ta. Ma io ero ormai certo che con lui avrei potuto ritrovare il dialogo. Ma non fu così.

Stai girando attorno al problema. E il problema era sua moglie Grazia.

Non intravedevo nessuno spiraglio.

Se tu avessi rinunciato alla questione di principio...

... nel tempo l'avrei sicuramente pagata. Avevo cominciato a lavorare con Lucio
Battisti perché mi aveva sorriso. Un niente mi può far decidere di fare delle cose incre-

134
dibili. Se ritengo che sto andando contro un muro la mia voglia di fuggire da un dolore
che io reputo ingiusto mi impedisce di muovermi. È un discorso psicologico un po' con-
torto, vero?

Un nuovo disco insieme avrebbe riacceso la vostra amicizia...

Non sarebbe stato possibile riaccendere niente. Con lui sì, tutto.

Abbiamo capito: c'era un blocco...

Però quando lei ti ha abbracciato e ha detto: «Avevamo pensato che avresti ceduto» ...avresti potu-
to cedere e ricominciare...

... e subito dopo sarebbe successa qualche altra cosa.

Tu sei credente. Quindi rivedrai Battisti

Spero.

Che cosa gli dirai?

Sarà un incontro molto dolce.

Gli potresti dire: «Finalmente soli».

Non glielo direi mai per non urtare la sua suscettibilità.

Sono passati dieci anni dalla sua morte. Se tu fossi ministro della Cultura?

Gli dedicherei qualcosa di importante. Lo merita. È un patrimonio della cultura italia-


na indelebile. Chi se lo merita se non lui?

135
INDICE DEI NOMI

Afef 111 Cazzullo, Aldo 98, 110


Alba (sorella di Lucio) 67 Celentano, Adriano 12, 29, 33, 51, 75, 77, 95
Alfredo (figlio di Mogol) 45 Cheope, mi Alfredo
Angela, Piero 110 Cocciante, Riccardo 45
Audio2 45 Cofferati, Sergio 105, 107
Battisti, Lucio 9, 12, 14, 15, 17-21, 24, 32, 37, Craxi, Bettino 101, 106
39, 41-46, 49-51, 53, 54, 57-61, 63-65, 67, Craxi, Bobo 107
69, 71-73, 75, 76, 78, 79, 81, 82, 85-87, 89- Cucinotta, Maria Grazia 111
91, 93-99, 104, 105, 109, 113-115, 119-122, D'Alema, Massimo 99
126, 127, 129, 130, 133-135 Dalla, Lucio 105
Beatles 20 Daniela (moglie di Mogol) 28, 31, 32
Bella, Gianni 12, 29, 45, 75, 77 Daniela (segretaria di Mogol) 76
Bellucci, Monica 111 De Andrè, Fabrizio 129, 130
Berlusconi, Silvio 101 De Filippi, Maria 109, 112
Bignardi, Daria 111 De Gregori, Francesco 72, 85
Boncompagni, Gianni 72 Del Piero, Alessandro 31
Bondi, Sandro 25 Del Turco, Ottaviano 99
Bordon, Willer 99, 106 Di 'Pietro, Antonio 105-107
Bruni, Carla 111 Dylan, Bob 86
Calibi 29 Feltri, Mania 69

137
Ferilli, Sabrina 111 Pausini, Laura 45
Fiammetta (compagna di Mogol) 64, 65, 83 Pinchi 28
Fini, Gianfranco 105, 106 Prudente, Oscar 126
Fo, Dario 109,110 Radius, Alberto 18
Francesco (figlio di Mogol) 44, 45 Ramazzotti, Eros 132
Frankhead 112 Ratti, Elena 15
Galli della Loggia, Ernesto 110 Ratti, Pier Luigi 14, 15
Gasparri, Maurizio 99 Renis, Tony 101, 102
Giancana, Sam 102 Roberta (compagna di Mogol) 77
Grazia (moglie di Lucio Battisti) 63-65, 67, Ronaldo, Cristiano 31
93-95, 120, 121, 134 Rossi, Vasco 125
Guerri, Giordano Bruno 110 Ruggeri, Enrico 114
Jovanotti 36 Rutelli, Francesco 106
Kidman, Nicole 110 Santoro, Michele 110
Latella, Maria 111 Scalfari, Eugenio 110
Lavezzi, Mario 11, 126 Serra, Michele 73
Lennon, John 21, 130 Shakespeare, William 47
Liguori, Paolo 19 Stella, Gian Antonio 110
Linda 49 Tenco, Luigi 32
Maltese, Curzio 110 Togliatti, Palmiro 99
McCartney, Paul 21 Travaglio, Marco 110
Merlo, Francesco 110 Velezia, vei Grazia
Mina 36, 46 Veltroni, Walter 99, 106, 130
Morandi, Gianni 102, 132 Veneziani, Marcello 110
Mori, Claudia 77 Ventura, Simona 111
Morricone, Ennio 32 Vertone, Saverio 110
Moyersoen, Albert 126 Vespa, Bruno 110
Palombelli, Barbara 106, 111 Villa, Claudio 129
Panella, Pasquale 60, 71-73 Zucchero 131, 132

138
Crediti fotografici

Le fotografie alle pagine 1, 2, 3, 4, 5, 6, 8 dell'allegato fotografico sono di Farabolafoto.


Nello specifico, le foto a p. 6 sono di Alfonso Catalano quella in alto e di Mauro Pomati quel-
la in basso, la foto a p. 8 è di Riccardo Musacchio.
Si ringrazia il Cet per avere gentilmente concesso le foto di p. 7.

clsabelli@tin.it
g.alloro@tiscalinet.it

139
Indice

13. 9 Non chiamatemi paroliere


11 Il giorno dopo la canzone era nata
17 Quando Lucio diventava nervoso
21 Nel cuore di ogni ragazzo c'è una canzone nostra
23 Io sapevo dei campi di grano
27 Ho anche firmato canzoni che non ho scritto
31 La musica proprio non mi interessa
35 Pensavo a un mondo su pattini a rotelle
39 La prima volta che vidi Lucio
41 Sgranava gli occhi e diceva: «Me cojoni»
45 Sì viaggiare evitando le buche più dure
49 Lucio era casalingo, calmo, tranquillo
53 Ci siamo lasciati quietamente, senza tragedie
57 Non era tirchio, era parsimonioso
59 Stanno uccidendo una sua canzone
63 Nessun rapporto con la moglie
67 Lucio era un patatone
71 Il dopo Mogol-Battisti: Pasquale Pancia
75 La canzone dell'arcobaleno
p. 81 Mandai una lettera a Lucio morente
85 Quando gli dissi di non fare più concerti
89 Amava le donne ma non come le amavo io
93 Sua moglie, Grazia
97 Non eravamo fascisti
101 Con Silvio Berlusconi a parlar di musica
105 Capodanno con Cofferati e Di Pietro
109 Maria De Filippi fa scuola spettacolo, io scuola scuola
113 Io ero l'acceleratore, lui il frenatore
119 Perché non siamo tornati insieme
125 Quel viaggio a cavallo fino a Roma
129 Dopo due canzoni brutte spengo la radio
133 L'ultima volta che ho visto Lucio
137 Indice dei nomi
139 Crediti fotografici
Questa parte di albero
è diventata libro
sotto i moderni torchi
di ins Grafica Veneta, Trebaseleghe (PD)
nel mese di settembre 2008.
Possa un giorno
dopo aver compiuto il suo ciclo
presso gli uomini desiderosi di conoscenza
ritornare alla terra
e diventare nuovo albero.
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A sinistra:
Lucio Battisti passeggia per Milano con la moglie
Grazia Letizia Veronesi il 13 marzo 1974.
Sopra:
Lucio Battisti con Grazia Letizia Veronesi
e Alberto Radius negli anni Settanta.
In alto:
Lucio Battisti a Molteno (Le) nel 1997 (foto di Alfonso Catalano).
In basso:
Mogol nel 2008 a Scalo 76 (Rai Due) premia Jovanotti,
vincitore con Fango della prima edizione del premio Mogol
(foto di Mauro Pomati).
Due immagini dcl Cct, la scuola per cantanti, autori e musicisti
fondata e diretta da Mogol in Umbria.
Il concerto per Lucio Battisti tenutosi a Roma l'11 settembre 1998.
(Foto di Riccardo Musacchio).
I Sfit,

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9 788874 243426

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