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Canone inverso

Antologia di teoria queer

a cura di
Elisa A.G. Arfini e Cristian Lo Iacono

artiniloiacono_book.indb 3 02/05/12 16.50


www.edizioniets.com

Immagine di copertina di Vito Perrone

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Piazza Carrara, 16-19, I-56126 Pisa
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Distribuzione
PDE, Via Tevere 54, I-50019 Sesto Fiorentino [Firenze]

ISBN 978-884673127-0

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Indice

Avvertenza 7

La Cosa Queer: saggio introduttivo 9

I Simon Watney
Lo spettacolo dell’AIDS 53

II Judith Butler
Atti perfomativi e costituzione di genere:
saggio di fenomenologia e teoria femminista 75

III Samuel R. Delany


Avversione/Perversione/Diversione 101

IV Sandy Stone
L’“Impero” colpisce ancora:
un manifesto post-transessuale 133

V Eve Kosofsky Sedgwick


Queer e ora! 155

VI Lauren Berlant
La sfera pubblica intima 175

VII Michael Warner


Normali, sempre più normali:
oltre il matrimonio gay 201

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VIII Ann Cvetkovich
Trauma e Tocco: sessualità butch-femme 223

IX Lee Edelman
No Future 245

X Leo Bersani
Vergogna 271

Un percorso bibliografico tra le riviste 297

Bibliografia 303

Glossario 327

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Avvertenza

Le indicazioni bibliografiche sono riportate nel testo secondo


il sistema (autore anno: numero di pagina). Gli unici accorgi-
menti che chi legge deve tener presente è che l’anno di pubbli-
cazione è sempre quello dell’edizione in lingua originale citata,
mente il numero di pagina è quello della traduzione italiana,
laddove esistente.
I riferimenti bibliografici sono stati così distribuiti:
- Bibliografia relativa all’introduzione
- Riferimenti bibliografici dei singoli testi
- Bibliografia finale
Si tratta di tre bibliografie indipendenti l’una dall’altra. Oc-
corre tuttavia spiegare il senso di questa distribuzione. Poiché
nell’introduzione proponiamo un quadro dei presupposti teori-
ci e politici degli studi queer, abbiamo deciso di raccogliere qui,
piuttosto che nella bibliografia finale, i testi di maggior impor-
tanza pubblicati prima della seconda metà degli anni Ottanta,
periodo che teniamo come ideale spartiacque tra una altrimenti
introvabile – e peraltro non necessaria – data di fondazione del-
la queer theory. Vi si troveranno, ad esempio, il primo volume
della Storia della sessualità di Michel Foucault (1978), ma anche
anche testi che retrospettivamente sono stati identificati come
anticipazioni del queer, come ad esempio L’idea omosessuale di
Guy Hocquenghem (1972).
I riferimenti interni ai singoli saggi sono i più disparati ed
eterogenei. Si va dai testi fondatori a testi coevi e anch’essi ri-
conducibili ad una metodologia queer, fino a testi di avversa-
ri teorici o politici o semplici estranei: da Andrew Sullivan a
Hillary Clinton, da Habermas ai fondamentalisti cristiani. Ci è

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sembrato del tutto inopportuno raccoglierli in una bibliografia


finale, e per questo abbiamo considerato qualche ripetizione co-
me un danno non eccessivo verso chi legge.
Le lacune ai testi, che si sono dovute imporre per ragioni di
uniformità e spazio, sono segnalate con i convenzionali punti
di sospensione tra parentesi quadre […]. L’intervallo completo
dei testi sarà indicato nel colophon che li precede. Nel tradurre
dall’inglese, si è persa la conveniente indeterminatezza di gene-
re. Abbiamo scelto, per quanto possibile, di non appesantire il
testo con doppie desinenze [es.: i/le perversi/e], convinte che il
contenuto dei testi stessi fosse abbastanza inclusivo da non do-
verci costringere a precisazioni nominaliste (sono altre le le sedi
in cui si rendono necessarie).
Le note di contenuto sono generalmente da riferirsi all’au-
tore o all’autrice del saggio, mentre le rare note dei curatori e
quelle dei traduttori sono chiuse dalle convenzionali sigle tra
parentesi (N.d.C.), (N.d.T.).

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La Cosa Queer: saggio introduttivo

In our view, it is not useful to consider


queer theory a thing.
Lauren Berlant & Michael Warner

Il tentativo di costruire un canone queer non può che essere


proposto sotto il segno dell’ironia. Di fatto, nonostante alcuni
degli autori e delle autrici che presentiamo abbiano assunto un
ruolo quasi eroico nella rappresentazione della teoria queer, e
nonostante i testi che presentiamo siano, ciascuno a suo modo,
testi-chiave, sappiamo con certezza che questa è la nostra sele-
zione e che ciò ha aggiunto un portato performativo al contenu-
to espressivo dei testi. Sappiamo che questo effetto è coesten-
sivo a qualunque operazione di reiterazione, e dunque anche a
quella forma particolare di reiterazione che va sotto il nome di
traduzione culturale. Secondo Paul de Man:

La traduzione è un modo di leggere l’originale che dell’origina-


le rivelerà le debolezze intrinseche, non nel senso che così l’originale
non sia più un’opera di valore o che altro, o che non sia più degna di
ammirazione […], ma in modo più radicale: l’originale non è canoni-
co, l’originale è uno scritto di lingua comune, in un certo qual modo
– prosaico, comune – che, in quanto tale, rientra in quella categoria
quanto nella categoria di originale. È desacralizzato. Decanonizzato,
decentralizzato in modo radicale (de Man 1987 : 46).

In un’ottica decostruzionista che attraversa tutto il queer, il


canone non è tanto l’espressione del nucleo imprescindibile,

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originario, essenziale, di una determinata cultura o di un’intera


epoca storica, o addirittura di una civiltà, quanto il dispositivo
atto a consolidarlo, il prodotto e la figura di una stabilità che ha
bisogno di essere continuamente puntellata. È proprio questa
instabilità dello stabile a rendere possibile intercettare – “sous
rature”, sotto la cancellazione della crepa, o della traccia, per
dirla con Derrida, tra le righe e negli interstizi della narrazione
principale – la presenza di quegli elementi che il canone ha lo
scopo di escludere. Se il queer può essere identificato come una
modalità della pratica decostruttiva e desacralizzante delle scrit-
ture del sesso, la tematica del canone applicata alla teoria queer,
può avere a nostro avviso un benefico per quanto paradossale
effetto: rendere leggibile e decifrabile quello che “per definizio-
ne” si pone sotto una sfuggente aura dell’indedicibilità quasi sa-
crale: il queer appunto – ed è sintomatico il fatto che il termine
stesso ‘queer’ non venga tradotto. Il nostro Canone è dunque
inverso nel senso che, oltre a (de)canonizzare gli studi su quella
che in altre epoche veniva definita l’“inversione sessuale”, sotto-
stà a quelle stesse condizioni antimonumentali, ironiche e autoi-
roniche che sole rendono plausibile un canone queer.
I saggi che abbiamo raccolto coprono un arco temporale che
va dalla fine degli anni Ottanta del secolo passato alla fine del
primo decennio di quello presente. L’estrazione geografica delle
autrici e degli autori – volendoci tenere agganciati alle “origini”
– è essenzialmente angloamericana. Abbiamo cercato di dare
una rappresentazione “plastica” della diffusione internazionale
degli studi queer nella Bibliografia che chiude il volume, ampia
e volutamente variegata. I testi scelti sono introdotti ciascuno
da una breve presentazione a cui rimandiamo chi legge. È bene
tuttavia dichiarare il criterio della scelta, posto che, ovviamente,
nessuna scelta è mai libera da vincoli di vario tipo, anche lega-
ti all’industria editoriale globale, Abbiamo deciso di presentare
il sorgere degli studi queer come l’effetto combinato di fattori
teorici ed extrateorici (l’epidemia dell’AIDS da un lato, il dibat-
tito sul costruttivismo dall’altro): Simon Watney e Judith Butler.
Abbiamo poi seguito le riflessioni sull’identità sessuale (Samuel

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Introduzione 11

Delany) e di genere (Sandy Stone) attraverso due testi che sono


anche due mirabili esercizi di scrittura autobiografica e politica,
fino all’autodichiarazione performativa del “Queer e ora!” di
Eve Sedgwick, il testo denso di partecipazione, di sapiente scrit-
tura e di scrutinio critico che occupa il centro della raccolta. La
seconda parte del volume dà conto dell’intensificazione dell’in-
teresse di studiose e studiosi queer per temi “classici” della po-
litica quali la sfera pubblica, la democrazia, l’uguaglianza1. Il te-
sto di Lauren Berlant analizza con un approccio materialista il
conflitto attorno alla cittadinanza, che vede coinvolte la destra
conservatrice e le istanze delle soggettività stigmatizzate. Per
certi versi complementare a questa operazione è il testo di Mi-
chael Warner, che svolge un discorso critico rivolto alla comuni-
tà gay e lesbica e ai suoi rappresentanti intellettuali2. Gli ultimi
tre testi, di Ann Cvetkovich, Lee Edelman e Leo Bersani apro-
no uno squarcio su due temi che ci sentiamo di definire come
cruciali per i destini della teoria: socialità e affetti. Anche se se-
parati per motivi di ordinamento cronologico dal testo di Edel-
man, lo scritto di Cvetkovich e quello di Bersani dovrebbero es-
sere letti come due modi diversi di abbordare il tema del tocco,
dell’intimità, dell’affettività, di quanto ne va del corpo nel suo
rapportarsi all’altra o all’altro. Allo stesso tempo i testi di Edel-
man e Bersani potrebbero essere letti come documenti di una
riflessione sul tema dell’antisocialità queer, da far risuonare (e
non da opporre) alle riflessioni sugli affetti queer rintracciabili
nei testi di Berlant e Cvetkovich, e naturalmente in Sedgwick.
Concludiamo questo breve schizzo senza evolverci in un atteg-
giamento prescrittivo. Chi legge rintraccerà un’intertestualità
che in questa sede introduttiva non abbiamo voluto ridurre o
chiudere in un percorso di lettura predeterminato.
Nelle restanti pagine di questa introduzione ci poniamo es-
senzialmente tre obiettivi: fornire una ricostruzione del qua-
dro di riferimento entro cui gli studi queer sono sorti; definire
la differenza tra studi gay e lesbici e studi queer; presentare le
tendenze attive e quello che potremmo definire il “lascito” della
teoria queer.

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1. Parentele strutturali

La teoria queer raccoglie la ricerca teorica sul tema della ses-


sualità prodotta nella seconda fase dei cultural studies3 di cui è
qui necessario dare un breve accenno.
I primi studi culturali sono il prodotto di un gruppo di stori-
ci di area britannica – tra i quali Edward P. Thompson, Stuart
Hall, Raymond Williams, Richard Hoggart – critici nei confron-
ti del marxismo ortodosso e politicamente schierati con la na-
scente New Left. Alla fine degli anni Cinquanta vengono pub-
blicate nuove ricerche sulla vita quotidiana della classe operaia
inglese (Thompson 1963), un filone di studi che ha antecedenti
tematici nelle indagini di Friedrich Engels sulla Situazione della
classe operaia inglese, mentre dal punto di vista teorico e me-
todologico si fonda sul materialismo storico inaugurato da Karl
Marx e Friedrich Engels nell’Ideologia tedesca. Si rifanno inoltre
a György Lukács per quanto riguarda il tema dell’alienazione e
della coscienza di classe, e ad Antonio Gramsci, da cui derivano
l’interesse per il rapporto tra intellettuali e masse, e la riflessio-
ne sull’egemonia culturale. Il programma dei primi studi cultu-
rali era focalizzato sui rapporti fra Cultura e società (Williams
1958). L’indirizzo degli studi culturali trova una prima istituzio-
nalizzazione con la fondazione del “Centre for Contemporary
Cultural Studies” presso la University of Birmingham nel 1964,
sotto la direzione di Hoggart. Questo marxismo culturalista ri-
fiuta di ridurre i fatti culturali, politici e ideologici ai rapporti
di produzione e anzi valorizza i fatti culturali (e politico-ideolo-
gici), insistendo sulla loro produttività reale e sul loro carattere
determinante nei processi storici. All’interno di questo quadro,
la topica struttura-sovrastruttura e il sotteso concetto di cau-
sazione deterministica collassano. Ma il culturalismo dei primi
anni è critico anche dello strutturalismo, poiché rifiuta di inglo-
bare la soggettività e la capacità di agire dei singoli nei processi
produttivi, o in quelli discorsivi, o nella triangolazione edipica,
o in qualsivoglia struttura che renda i soggetti meri effetti di tali
processi (Hobsbawm 1995).

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Introduzione 13

La seconda fase degli studi culturali è segnata dalla presenza


influente del femminismo e della critica postcoloniale, che “in-
terrompono” – come si soleva dire – il discorso presunto uni-
tario dell’umanesimo eurocentrico, anche quello dei fautori di
una storiografia critica e politicamente coinvolta con le classi
subalterne. L’“infinita condiscendenza” – per usare un’espres-
sione di Thompson – che aveva animato l’interesse irrimedia-
bilmente classista ed elitario delle classi dominanti e dei/delle
loro intellettuali per i “poveri” e le classi abiette delle società
occidentali, e contro cui i primi studi culturali si erano ribellati,
viene ritorta come accusa proprio nei confronti dei “padri fon-
datori” (tutti maschi europei, a parte Stuart Hall) da parte di
intellettuali donne, dei membri di “minoranze” razziali e sessua-
li, dagli intellettuali postcoloniali. Dopo il Sessantotto, sull’onda
di una relativa democratizzazione dovuta alle lotte per i diritti
civili, le università inglesi e americane tendono a dare spazio e
autorevolezza alle voci dei subalterni; si pone il problema anche
teorico della loro presa di parola all’interno di un’istituzione
che non li prevedeva (Spivak 1988). Il contrappunto teorico di
questi processi è la messa in questione dell’identità, che diventa
il prodotto di una determinazione multipla (surdeterminazio-
ne) data da fattori quali “classe”, “etnicità”, “razza”, “sesso”.
La critica dell’universalità di concetti come “popolo”, o “vita
nazionale”, problematizza quella che per i primi studi cultura-
li era una nozione unitaria di “cultura popolare”. Questo cam-
biamento di terreno non è un rovesciamento ma piuttosto una
dislocazione della problematica culturalista, un allargamento
“quantitativo” che comporta un cambio “qualitativo” di posi-
zionamento e di s/oggetto, e non una mera addizione degli at-
tori fino ad allora esclusi. Si tratta dunque di un ripensamento
profondo del posizionamento epistemologico del soggetto co-
noscente.
Paradossalmente questa specie di “svolta riflessiva”, che
rompeva il dualismo conoscitivo tra osservatore e oggetto os-
servato (Melucci 1998; Bourdieu 1992) legittimando la presa
di parola dei soggetti stessi in quanto soggetti attivi del sapere,

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declinò se stessa nei termini di una teoria antisoggettivistica


e antiumanistica. È così che la nuova generazione di studiose
e studiosi si oppose al culturalismo dei primi storici marxisti
inglesi recuperando alcuni temi propri dello strutturalismo e
del post-strutturalismo francese. L’approccio adesso diven-
tava situato, in modo da determinare una contestazione, da
una posizione di immanenza, di qualunque nozione organica
di soggetto e di qualunque nozione ingenua di “esperienza”.
La relazione tesa tra nuovi studi culturali e nuova etnografia
americana, che aveva nel frattempo fatto anch’essa i conti con
la svolta post-strutturalista rinunciando a nozioni “etnofallo-
gocentriche” di alterità, fino a smantellare qualsiasi nozione di
identità e di soggetto, metteva tuttavia in chiaro un secondo
paradosso, quello di smantellare la nozione di soggetto pro-
prio mentre i “subalterni”, tradizionalmente esclusi, cercavano
di appropriarsene.
Gli studi culturali della fase maturata negli anni Ottanta-No-
vanta, pur non abbandonando lo studio della cultura popola-
re, che ora diventava pop, hanno contestato più radicalmente la
classica e classista divisione verticale dei generi letterari, quella
binaria dei generi sessuali, e la correlativa divisione degli ambi-
ti disciplinari, in quanto “formazioni discorsive” che andavano
analizzate e criticate. È quindi stato possibile inserire negli studi
culturali anche studi sulla letteratura “colta”, i cui testi veniva-
no decostruiti per mostrarvi le pratiche discorsive di esclusione,
la costruzione dei soggetti “scritti” da parte dei soggetti “scri-
venti”, le strategie di conferma dell’oppressione o della subor-
dinazione mediante la scrittura, ma anche l’ambiguo gioco di
sovversione e soggettivazione permesso dalla parodia o dalle
posizioni di decodifica oppositiva (Spivak 1985; Bhabha 1984,
1985; Hall 1973).
Questa decostruzione del canone occidentale opera una
contestazione del patrimonio della cultura letteraria ma anche
della nozione di cultura tout court e produce una “inversione”
che consente di leggere il patrimonio culturale come cultura pa-
trimoniale, svelando il sistematico accaparramento che le élites

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Introduzione 15

dominanti hanno operato per secoli sui mezzi di trasmissione


dei codici culturali condivisi, a discapito e a discredito dei do-
minati. Tale inversione passa per una curvatura in senso post-
strutturalista della teoria marxista dell’ideologia (Althusser
1995) e per una ripresa dell’eredità della Teoria critica franco-
fortese al fine di mostrare – ad esempio con i lavori di Evelyn
Fox Keller 1985, Donna Haraway 1988, 1989, 1991, Barbara
Duden 1991 – quanto persino le scienze, dalla medicina alla
primatologia, all’immunologia, alla fisica, potessero essere soli-
dali con le credenze e le ideologie in fatto di differenza sessua-
le o di genere, razza, classe. Le culture dei dominanti, nei lo-
ro prodotti più “universali”, sono chiamate a rispondere di ciò
che hanno dovuto assoggettare ed escludere per costruirsi nella
“propria” integrità. Pertanto, la relazione con il canone lettera-
rio e filosofico è costitutiva della critica culturale sia rivendican-
do la legittimità di vedere registri e prodotti culturali miscono-
sciuti e non autorizzati, sia leggendo tra le righe di testi canonici
storie, figure e percorsi che deviano dalla missione educatrice
alla quale le grandi opere della letteratura a moderna dovreb-
bero servire4. Questo lavoro sul canone è proprio quello svolto
dalle studiose e dagli studiosi che noi identifichiamo con gli stu-
di gay e lesbici.
Gli antecedenti politici della teoria queer vanno invece rin-
tracciati innanzitutto nella cultura politica del femminismo, in
cui tematiche quali l’autodeterminazione dei corpi, il signifi-
cato politico dei confini tra pubblico e privato, il partire da
sé, il diritto al piacere, l’accesso alla sfera pubblica, le pratiche
dell’autocoscienza, e la rivalutazione di figure svalutate, sono
state elaborate e trasmesse generando un portato che è soprav-
vissuto ai profondi mutamenti che hanno interessato il movi-
mento femminista.
Il rapporto tra femminismo e queer si è stabilito, infatti, nel
momento in cui proprio la cultura politica delle donne mette-
va massicciamente in discussione il soggetto unitario del fem-
minismo emancipazionista americano, liberal, bianco. In tale
quadro, sia il lebsofemminismo (Rich 1980; Daly 1979; Wittig

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1992) che il femminismo delle donne nere e chicane (Hull,


Bell-Scott e Smith 1982; Davis 1971; Anzaldúa e Moraga 1981;
Anzaldúa 1987; hooks 1984) hanno progressivamente eroso
l’unitarietà e i fondamenti del soggetto che si sarebbe dovuto
emancipare grazie al femminismo. Il femminismo postcolonia-
le delle donne non-bianche, da un lato, ha posto l’attenzione
sull’aspetto intersezionale dell’oppressione patriarcale – che si
articola non solo in termini di genere, ma agisce di concerto
con gli assi di razza e classe; dall’altro, il lesbofemminismo ha
teorizzato come la lesbica, sottraendosi all’economia relaziona-
le ed erotica eterosessuale, non rientri nella categoria “donna”,
dal momento che

ciò che crea la donna è una specifica relazione sociale con un uomo
[…] una relazione a cui le lesbiche si sottraggono rifiutando di diven-
tare o rimanere eterosessuali (Wittig 1992 [1980]: 19).

Se Monique Wittig teorizzava in questo modo la “dissolu-


zione” dell’identità, può essere forse ridimensionato il sospet-
to che dietro una generica dissoluzione delle identità propa-
gandata dal queer si celi una censura dell’identità lesbica da
parte della componente maschile5. In questo senso, è stato il
lesbofemminismo a mettere in atto una prima, massiccia ope-
razione di denaturalizzazione sia dell’eterosessualità che dell’i-
dentità di genere.
Accettando una simile ricostruzione, dobbiamo riconosce-
re che gli spunti anti-identitari e anti-essenzialisti che associa-
mo al queer sono stati in gran parte storicamente preceduti da
posizionamenti teorici prodotti dalle culture politiche delle
donne lesbiche e nere, che non a caso rappresentano tutt’ora
interlocutrici importanti per gli studi queer. Non altrettanto
si può dire del femminsmo emancipazionista angloamericano
– in particolare nella sua versione anti-porno (ad es. MacKin-
non 1987; Dworkin 1981) – né tanto meno del pensiero del-
la differenza sessuale di stampo italofrancese (ad es. Irigaray
1974; Muraro 1981). La teoria queer è quindi debitrice nei

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Introduzione 17

confronti del femminismo di tutte quelle riflessioni che, a par-


tire da prospettive diverse, puntano a una denaturalizzazione
dell’identità di genere6, ovvero a una concezione di genere in
cui la differenza tra uomini e donne è il risultato storico e cul-
turale di un sistema di oppressione sociale, e non espressio-
ne di un’innata e immutabile differenza/disuguaglianza. Ma,
se nel femminismo il genere era oggetto di studio privilegia-
to, nel queer esso viene ricongiunto – e spesso subordinato –
allo studio della sessualità, e l’orizzonte normativo non è più
esclusivamente quello del patriarcato (dimensione di genere),
ma piuttosto quello dell’eteronormatività, un sistema in cui
sessualità corretta e genere convenzionale sono condizioni che
si co-costruiscono e puntellano a vicenda (tant’è vero che la
trasgressione di una porta inevitabilmente a una crisi anche
dell’altra) e che quindi possono essere difficilmente disgiunti,
anche a livello analitico.
La non-separazione analitica delle componenti identitarie ha
il suo correlato politico nell’attivismo anti-separatista, che cer-
tamente caratterizza la politica queer. Ma ovviamente le istan-
ze anti-identitarie e la politica di coalizione del queer non si
collocano in un vuoto genealogico. La politica generata da o
attorno alle sessualità non conformi negli Stati Uniti ha avuto
un’evoluzione interna complessa7, anche al di là delle influen-
ze del femminismo, della sinistra radicale, del movimento per
i diritti civili. Basta ricordare come anche la Seconda Guerra
Mondiale abbia prodotto, in USA come in Gran Bretagna, una
segregazione di genere (gli uomini al fronte, le donne impie-
gate come forza lavoro in patria) e con essa un’occasione per
la creazione di legami omosociali o per scoprirsi omosessuali.
Gli storici (Bérubé 1990) hanno evidenziato come quegli anni
travagliati siano stati fondamentali per la costruzione, se non
ancora del movimento, perlomeno di un abbozzo di comuni-
tà. Gli anni Cinquanta, però, sono caratterizzati da un brusco
ritorno a una struttura sociale cucita sulla rispettabile famiglia
nucleare bianca, di classe media, proiettata verso un futuro di
riproduzione consumistica, che vive in sobborghi di villette a

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schiera, al riparo dalla minaccia del comunista (che mangia i


bambini) e dell’omosessuale (che ne abusa). È in questo conte-
sto che nel 1951 a Los Angeles viene fondata l’organizzazione
omofila Mattachine Society, un gruppo semi-segreto di uomini
omosessuali (ricordiamo che erano gli anni della persecuzio-
ne omofoba maccartista), mentre nel 1955 a San Francisco un
gruppo di lesbiche fonda le Daughters of Bilitis. Simili orga-
nizzazioni rappresentavano un punto di informazione, un luo-
go di aggregazione sicuro, una rete di supporto, e sosteneva-
no una politica assimilazionista ed essenzialista che concepiva
l’omosessualità come naturale variante dell’esperienza umana
che, con la dovuta pedagogia, si sarebbe potuta affrancare da
ogni stigma.
Ma il mito delle origini del movimento gay e lesbico moder-
no ha come protagoniste non gay o lesbiche rispettabili, bensì
Sylvia Rivera e un pugno di drag queen, marchette, e vari im-
probabili avventori, che nella notte del 27 giugno 1969 reagiro-
no all’ennesimo raid della polizia contro i clienti del bar Stone-
wall Inn nel Greenwich Village, a New York. La rivolta di Sto-
newall (ancor oggi ricordata da una festività ormai controversa,
il Pride) pur essendo un episodio minore per la sua carica sim-
bolica si saldava a processi strutturali di vasta portata. La com-
binazione tra esperienze di politica non mediata dalla rappre-
sentanza istituzionale (il movimento studentesco e pacifista, il
movimento femminista e anti-razzista), la repressione aggressiva
a cui contrapporsi, e la percezione acquisita dagli oppressi di
potersi organizzare come gruppo per apportare una trasforma-
zione sociale concreta, fanno facevano sì che il movimento gay
si organizzasse come soggetto politico per la prima volta nella
storia. La parola per autodefinirsi non era più la designazione
clinico-psichiatria “omosessuale“, ma “gay”, e l’obiettivo politi-
co non era più l’integrazione, ma la liberazione e l’autodetermi-
nazione (D’Emilio 1983: 224-225).
Il Gay Liberation Front (la cui designazione si ispira al fron-
te di liberazione algerino) è il prototipo del soggetto politico di
quegli anni: avanguardia della sinistra radicale, esso inseguiva

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Introduzione 19

un obiettivo rivoluzionario in cui la liberazione omosessuale era


parte integrante dello smantellamento del sistema classista, ses-
sista e razzista. Le lotte omosessuali negli anni Settanta non si
si sono concretizzate in rivoluzione sociale, ma certamente han-
no ampliato l’accesso alla sfera pubblica e ad alcuni diritti, ac-
compagnandosi alla creazione di una nuova nicchia di mercato.
Fiorivano in quegli anni luoghi ricreativi, servizi alla persona,
stampa specializzata, case editrici, gruppi religiosi, ecc. La visi-
bilità che la politica liberazionista rivendicava con un orgoglio
quasi rabbioso consentiva a persone apertamente omosessuali
di venire elette a incarichi politici; nel 1974, infine, l’American
Psychiatric Association derubricò l’omosessualità dal registro
delle malattie mentali (APA 1974). Una tale accresciuta visibili-
tà fu però raggiunta solo a patto dell’esclusione, da parte dello
stesso movimento, dei soggetti meno rap/presentabili (trans,
checche, camionare, ecc.). Gli anni Ottanta si aprivano così su
uno scenario di accresciute divisioni interne, dovute principal-
mente alla critica di un movimento gay maschile, bianco e di
classe media da parte di soggetti subalterni come donne, per-
sone non-bianche, transgender. Tutto ciò avveniva in un clima
di accresciuta violenza omofoba e repressione moralizzatrice,
cifra comune delle politiche della destra reaganiana e thatche-
riana. Una situazione che precipitò nel momento in cui scoppiò
l’epidemia di AIDS.
La violenza del virus e la violenza dell’omofobia rinvigori-
ta dalla nuova “cura per l’omosessualità”, che sarebbe l’AIDS,
scatenarono reazioni forti e immediate. Una vecchia figura
dell’abiezione, l’omosessuale, veniva caricata di nuovi contenuti
che ne facevano un veicolo di contagio e di morte dal quale la
maggioranza delle persone, presumibilmente sane ed eteroses-
suali, doveva guardarsi. Contro questa violenza nacque a New
York nel 1987 la AIDS Coalition To Unleash Power, o ACT-
UP, che si sarebbe diffusa in tutto il paese e anche oltreocea-
no8. Accanto a una miriade di soggetti politici effimeri e locali,
nacque poi nel 1990 Queer Nation. Se il GLF aveva sdoganato
la parola “gay”, Queer Nation ora si riappropriava della parola

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20 Canone inverso

“queer” come termine di auto-definizione, di sé e della propria


coalizione politica, con un’operazione che metteva insieme le
caratteristiche peculiari del movimento – la performatività, l’i-
ronia, la parodia, l’uso di linguaggio improprio e del politica-
mente scorretto – neutralizando la sua violenza simbolica e la
rispedendola al mittente. Il tipo di azione diretta performato
da ACT-UP metteva in crisi la relazione spettacolare tra corpi
omosessuali e opinione pubblica nazionale costituita da una
triangolazione fra i discorsi ideologico, medico, e mediatico-
politico. ACT-UP teneva insieme questi elementi così disparati
con grande lucidità: organizzava contestazioni spettacolari e fu-
nerali politici, spargeva le ceneri dei propri militanti morti sul
prato della Casa Bianca e bloccava Wall Street per protestare
contro la sanità americana, ma al contempo l’organizzazione ac-
quisiva le conoscenze scientifiche necessarie e diventava inter-
locutrice accreditata di case farmaceutiche, gruppi di ricerca,
programmi di assistenza. La storia della costruzione scientifica
dell’AIDS è stata infatti profondamente modificata da attori
esterni all’establishment medico-farmaceutico. Questa tattica da
insider-outsider si sarebbe dimostrata vincente e sarebbe dive-
nuta una modalità paradigmatica del movimento LGBT.
È stato dunque lo spettacolo dell’AIDS (Watney, in questo
volume) a rappresentare lo sfondo su cui si è mosso il primo
attivismo queer, e da ciò non può prescindere il nostro sforzo
di concettualizzazione del queer in quanto teoria. L’esempio di
ACT-UP dimostra che la politica queer ha un portato trasfor-
mativo importante. Insistiamo su questo aspetto perché sarebbe
un errore pensare alla nascita degli studi queer come a un even-
to esclusivamente accademico, conseguenza delle modificazioni
tutte interne a un campo teorico.

2. Scientia sexualis, historia sexualis

La tendenza queer all’impurità consente di tenere insieme


nello stesso campo, nello stesso capitale politico, tattiche di

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Introduzione 21

guerriglia mediatica urbana e lessico teorico. Per capire come


sia stato possibile costruire questa complessità vanno considera-
ti altri referenti teorici del queer, in particolare la psicoanalisi e
la storia della sessualità.
La psicoanalisi, una teoria del soggetto che poneva il sessua-
le al centro del suo intero impianto teorico, non poteva lascia-
re indifferenti i teorici omosessuali, soprattutto dopo la forte
curvatura liberazionista impressa alla psicanalisi dall’opera
di Wilhelm Reich e Herbert Marcuse. Il confronto con la teo-
ria freudiana, centrale già nei primi testi teorici gay degli anni
Settanta che ne tentarono una lettura radicale e antinormativa
(Altmann 1971, Hocquenghem 1972, Mieli 1977), maturò un
intenso rapporto di appropriazione e di critica dell’impalcatura
freudiana: dalla questione dell’Edipo, fino allo statuto dell’omo-
sessualità e al suo rapporto con la nevrosi. Una lettura metapsi-
cologica di Sigmund Freud, cioè non limitata alla tecnica tera-
peutica psicoanalitica, forniva gli strumenti teorici per collocare
la sessualità (originariamente “perversa e polimorfa”) e la re-
pressione di sessualità non conformi al centro del più vasto qua-
dro dell’analisi sociale. Se le energie libidiche dovevano essere
incanalate, economizzate, sottoposte a un principio riproduttivo
e sublimate affinché la società potesse reggersi, si poteva dedur-
re che superare la repressione sessuale avrebbe scompaginato
l’intera società.
Da questa rappresentazione eroica dell’omosessualità tipi-
ca dei movimenti liberazionisti degli anni Settanta si sono via
via discostati altri interpreti, gay e lesbiche, che hanno conti-
nuato tuttavia a frequentare i testi freudiani. In effetti le ope-
re di Freud, lette per così dire oltre Freud – e rifacendosi più
alle interpretazioni di Jean Laplanche e Jacques Lacan che al-
le opere dei neofreudiani americani – hanno offerto un arma-
mentario formidabile per il vasto campo degli studi culturali
e per le scienze umane in virtù di una ragione forse ancora
più profonda di quella prima accennata. La teoria dell’incon-
scio ha rappresentato infatti uno dei più radicali atti di de-
centramento del soggetto moderno, il soggetto “cartesiano”,

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22 Canone inverso

concepito come potenzialmente trasparente a se stesso. La psi-


canalisi insinuava l’opacità come una necessità interpretativa
all’interno stesso del soggetto e connetteva strettamente il ses-
suale a questa stessa opacità. Cruciale da questo punto di vista
è stata la ripresa della “cosa freudiana” da parte di Lacan, e
la sua interpretazione dell’inconscio come qualcosa che funzio-
na come un linguaggio. L’interpretazione lacaniana ha dunque
permesso di integrare gli strumenti concettuali della psicanalisi
con quelli dello strutturalismo linguistico e della semiotica, e
dunque con quelli dell’analisi letteraria. Il testo letterario po-
teva dunque essere letto non più come una struttura espressi-
va ma come la sedimentazione di depositi inconsci che a loro
volta potevano essere ricondotti alla sfera del sessuale. Da que-
ste premesse hanno preso le mosse gli approcci psicoanalitici
queer ai testi letterari, di cui forse il libro di Leo Bersani The
Freudian Body (1986) rappresenta il prodotto più sofisticato,
insieme ai lavori di teoria del cinema di Teresa de Lauretis – a
partire da Alice doesn’t (1984) sino a Freud’s Drive (2008) in
cui Freud è letto attraverso Laplanche – fino a giungere ai la-
vori più recenti di Lee Edelman (in questo volume) che segue
un’interpretazione marcatamente lacaniana.
Assieme all’operazione di decentramento del soggetto, la
teoria queer opera una storicizzazione della sessualità che è
debitrice, in particolare, dell’opera di Michel Foucault9. Ten-
denzialmente, si sono rivelati più fecondi per l’analisi del rap-
porto tra sessualità deviante e sessualità normativa due aspet-
ti dell’opera di Foucault: la critica dell’ipotesi repressiva, e la
dimostrazione del legame funzionale tra verità del sé e verità
del sesso. Per quanto riguarda il primo punto, Foucault, an-
ziché immaginare la sessualità come una sorta di primordiale
istinto di cui ogni soggetto è dotato in partenza – salvo poi es-
serne spossessato da un potere negativo, oppressivo, limitante,
censorio – rifiuta l’ipotesi repressiva che concepisce il potere
come una forza che dall’esterno agisce sull’interiorità del sog-
getto, limitandone la libera espressione. Il potere, o piuttosto
le relazioni di potere, agiscono invece in maniera produttiva

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Introduzione 23

creando le condizioni di esistenza della sessualità. Confutando


l’ipotesi che la sessualità sia un argomento “tabù”, Foucault
rintraccia in varie discipline moderne – la psicologia, la psi-
chiatria, la demografia, la pedagogia, ecc. – la costruzione di
una vera e propria scientia sexualis. La “sessualità” è quindi
una variabile storica, un sapere che riunisce in un unico qua-
dro un materiale molto ricco: il corpo, le parti da cui è forma-
to, il suo uso e le sue funzioni, comportamenti, atti, fantasie,
oggetti del desiderio, disposizioni, ecc.
Per Foucault, la confessione è un dispositivo di conoscenza
e definizione di sé; la scienza della sessualità si innesta su un’in-
giunzione confessionale che ha le sue radici nella pastorale cat-
tolica, invitando non tanto a confessare i peccati, quanto a rive-
larne i sintomi; la sessuologia, in particolare, diventa un dispo-
sitivo di produzione e gestione della sessualità, definita come
campo di indagine; verità della sessualità e verità del soggetto
vanno a coincidere:

è sul versante del sesso che bisogna cercare le verità più segrete
dell’individuo; che là è possibile scoprire meglio ciò che è e ciò che
lo determina; e se nei secoli abbiamo ritenuto di dovere nascondere le
cose di sesso perché erano vergognose, sappiamo adesso che è il sesso
stesso a celare le parte più segrete dell’individuo: la struttura dei suoi
fantasmi, le radici del suo io, le forme del suo rapporto con il reale
(Foucault in Barbin 1997: 179).

La sessualità è il nucleo della soggettività, del proprio equili-


brio personale, ed è quindi determinante non solo per il benes-
sere psicologico dell’individuo, ma anche per il benessere della
civiltà. Diventa così il principale sito di gestione dei corpi, un
elemento strumentale del biopotere.
Se dunque la sessualità diventa fonte di verità, confessare
la propria sessualità significa ora scoprire il proprio vero sé,
la propria identità. L’omosessualità può esistere come identità
solo all’interno di un simile regime di verità, e in questo senso
l’omosessualità è un’invenzione. Ovviamente, come fa notare
Thomas Laqueur (1990) che ha dedicato un importante volume

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24 Canone inverso

alla costruzione della sessualità dai greci a Freud, sono sempre


esistiti comportamenti omosessuali, ma solo l’Europa moderna
ha creato l’omosessuale. In culture diverse da quella Occiden-
tale, comportamenti omosessuali non producono identità omo-
sessuali10. Per questo Judith Butler (1997: 133), riassumendo il
portato dell’indagine foucaultiana, ricorda che non sempre ab-
biamo avuto un sesso – perché il sesso è un’invenzione sociale –
e per di più che non siamo sempre stati il nostro sesso – perché
solo all’interno dell’attuale regime discorsivo la verità si trova
nascosta all’interno del sesso.
Il potere che produce sesso e sessualità riesce a combinare
l’azione produttrice con l’azione normalizzatrice. Normalizzare
significa per Foucault non tanto reprimere, quanto comparare,
differenziare, raggruppare, escludere, creare gerarchie. La ses-
sualità, formalizzata nelle scienze mediche, demografiche, peda-
gogiche, psicologiche e psichiatriche, viene organizzata sull’asse
normale/patologico, una dicotomia che agisce sia in maniera
oppositiva che comparativa11. La norma non si limita a sorve-
gliare i confini tra normale e patologico, ma organizza anche
i movimenti all’interno del campo delimitato dai due poli op-
posti. È questa una manifestazione prettamente relazionale del
potere che può esistere solo nelle società “panottiche”, in cui i
comportamenti sono costantemente soggetti a un auto-scrutinio
disciplinante. L’individuo sorveglia se stesso e mette il proprio
comportamento in relazione alla norma statistica. La produzio-
ne di curve di distribuzione statistica è un’altra caratteristica
propria della configurazione sociale tardo moderna, delle so-
cietà “data-oriented”, che misurano costantemente – attraverso
routine consolidate – l’interazione tra la popolazione e lo spa-
zio. In questo modo la normalità sociale viene rappresentata
lungo una curva gaussiana, che non a caso è anche detta “distri-
buzione normale”. Una simile concezione di normalità presenta
corollari interessanti. Innanzi tutto la separazione tra normale
e anormale esiste, ma ha una validità temporanea sempre sog-
getta a ridefinizione; in secondo luogo, i confini tra normalità
e anormalità non sono necessariamente costruiti a priori, ma

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Introduzione 25

vengono definiti ex novo in ogni contesto a seconda della situa-


zione relazionale; in terzo luogo, la flessibilità del dispositivo di
normalizzazione costruisce il desiderio di normatività, perché –
non proponendo confini inviolabili tra il normale e l’anormale
– stimola la competizione tra individui per raggiungere il centro
della curva di distribuzione12. Un’interpretazione in termini psi-
coanalitici di questo effetto discorsivo, è l’elaborazione di Tere-
sa de Lauretis (1997) del concetto di normalità come proiezione,
e non come posizione statica del soggetto.

3. Decostruzioni: queer come decentramento


dei soggetti gay e lesbici

Definiamo il queer è stato definito una pratica più che un


contenuto o un oggetto di studio, una metodologia basata sul
decentramento, su un approccio dai margini, sulla messa in lu-
ce di ipostasi, esclusioni, gerarchie, la contestazione della falsa
complementarietà dei binomi, la storicizzazione e denaturaliz-
zazione, la denuncia del costo culturale, etico e politico, della
stabilità dell’ordine social-simbolico esistente e della definizione
dei confini dell’umano. In tutto questo possiamo riconoscere lo
statuto della decostruzione.
La fine degli anni Ottanta rappresenta infatti l’apice della ri-
cezione di Jacques Derrida negli Stati Uniti (dove egli era Visi-
ting Professor dalla metà degli anni Settanta). La decostruzione
vi s’imponeva – anche in virtù della mediazione di Paul de Man
– come modalità di lettura dei testi letterari. Ma il suo apporto
volutamente ambiguo poteva essere letto anche in chiave politi-
ca. Scriveva lo stesso Derrida in Della grammatologia:

I movimenti di decostruzione non sollecitano le strutture dal di


fuori. Essi sono possibili ed efficaci, aggiustano il loro tiro proprio
abitando queste strutture. Abitandole in un certo modo, poiché si abi-
ta sempre, e ancor più quando non lo si sospetta. Operando necessa-
riamente dall’interno, ricavando dalla vecchia struttura tutte le risorse

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26 Canone inverso

strategiche ed economiche della sovversione, ricavandole da quella in


modo strutturale, cioè senza poterne misurare elementi e atomi, l’im-
presa della decostruzione, è sempre in qualche modo prodotta dal suo
stesso lavoro. (Derrida 1967a : 45).

La pratica decostruttiva è sempre già interna alla struttura


decostruita, che si tratti di un testo letterario, o del proprio cor-
po, o del dipartimento universitario in cui si insegna. Derrida
aiutava a superare un’idea forse eccessivamente entusiastica di
quelle che potevano essere le possibilità di liberazione e di sov-
versione dei canoni letterari così come delle costrizioni sociali
e delle tradizioni, ma allo stesso tempo destituiva tali canoni,
tali costrizioni e tali tradizioni di qualunque statuto ontologi-
co: in origine v’è la “traccia”, la scrittura, la differenza (Derri-
da 1967b). Ancora una volta quindi, la trasmissione avviene sul
piano metodologico più che contenutistico. Si potrebbe anzi ag-
giungere che il concetto di pratica decostruttiva supera anche
la distinzione tra metodo e contenuto, se per metodo s’intende
uno strumento che non si consuma con l’uso, che non lascia re-
sidui o scorie, che attraversa l’oggetto senza esserne modifica-
to o turbato, percorrendo la via più semplice e trasparente con
uno sguardo invisibile, metafora del sogno di dominio. La de-
costruzione interessava dunque come pratica, come posiziona-
mento “trasformativo” del soggetto queer all’interno delle strut-
ture discorsive che questo abita.
Nancy Fraser chiarisce in chiave filosofico-politica la diffe-
renza tra approccio identitario e approccio queer in quanto pra-
tica. Secondo la filosofa femminista americana, le lotte LGBT
sono il modello di tutte le lotte per il riconoscimento dell’iden-
tità di gruppo, poiché rappresentano una forma di lotta politi-
ca che può essere analiticamente ricondotta al campo dei valori
culturali, mentre, ad esempio, le lotte delle donne e delle mi-
noranze razziali sarebbero situate simultaneamente nell’econo-
mia e nella cultura e le lotte operaie sarebbero esclusivamente
riconducibili allo sfruttamento economico. All’interno di questo
quadro Fraser distingue due approcci diversi. Le lotte contro

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Introduzione 27

le disuguaglianze possono essere condotte ricorrendo a rimedi


“affermativi” (ad es. le politiche di azione positiva), oppure a
rimedi “trasformativi”. Nel caso della lotta all’eterosessismo, i
rimedi affermativi consisterebbero nella costruzione di una sal-
da identità del gruppo oppresso attraverso la valorizzazione del-
la sua “storia”, della sua “cultura” specifica e il riconoscimento
dei diritti goduti da altri gruppi. I rimedi di tipo trasformativo,
invece, consisterebbero nella decostruzione della dicotomia ge-
rarchizzante tra eterosessualità e omosessualità:

La “teoria queer” […] tratta l’omosessualità come il correlato co-


struito e svalutato dell’eterosessualità; entrambe sono reificazioni
dell’ambiguità sessuale e sono co-definite solo una rispetto all’altra.
L’obiettivo trasformativo non è solidificare un’identità gay, ma deco-
struire la dicotomia omo/etero in modo da destabilizzare tutte le iden-
tità sessuali fisse. Il punto non è dissolvere ogni differenza sessuale in
una singola universale identità umana; piuttosto è sostenere un campo
sessuale di differenze multiple, de-binarizzate, fluide, sempre in movi-
mento (Fraser 2008: 48).

Sempre secondo Fraser, l’impostazione teorica e politica del


queer tenta di sfuggire alle conseguenze negative del modello
del riconoscimento identitario, che spesso, nel pur nobile tenta-
tivo di valorizzare un’identità e un’esperienza storica preceden-
temente disprezzata e censurata, può finire con il “reificare”,
ovvero trattare come una “cosa” l’identità stessa. Contro questa
tendenza alla reificazione, sostiene Fraser:

La soluzione […] non è il ritorno a forme inadeguate di un uni-


versalismo cieco alle differenze. Per questo si deve aggiungere ancora
un altro livello del riconoscimento – di tipo decostruttivo – che aiuti
a contrastare le tendenze alla reificazione. In parte ciò significa im-
pegnarsi in una mobilitazione culturale orientata a proporre un vivo
senso del carattere costruito e contingente di tutte le classificazioni di
gruppo. Insistendo sulla fondamentale apertura al cambiamento sto-
rico delle identificazioni, tale politica culturale decostruttiva può aiu-
tare ad attenuare i rischi associati con la politica del riconoscimento
delle differenze (Fraser 2008: 104).

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28 Canone inverso

La lettura di Fraser chiarisce la differenza tra approccio poli-


tico-culturale degli studi gay e lesbici e approccio queer. Questa
lettura può essere applicata sia ai movimenti sociali sia ai refe-
renti culturali di tali movimenti, a quegli intellettuali che lavora-
vano, nell’ambito degli studi sulle donne, sui soggetti razzializ-
zati, su gay e lesbiche. Infatti il queer propone la de-reificazione
delle identità, e di conseguenza critica la cultura (anche la pro-
pria) nella misura in cui questa reifica le identità.
Ne deriva che, quando noi ci interroghiamo in questa anto-
logia su cosa qualifica il queer in quanto queer, non abbiamo
intenti programmatici né intendiamo definire caratteristiche
esclusive. Siamo consapevoli che la nostra interrogazione è mos-
sa da un intento normativo al quale dobbiamo tuttavia resistere
perché gli elementi qualificanti del significante ‘queer’, forse i
soli veramente qualificanti, sono la sua instabilità semantica e
l’infedeltà al Significato. Tuttavia, è proprio questo uno dei trat-
ti più difficilmente assimilabili del queer, più faticosi da accetta-
re, più duri da sostenere: la resistenza alla definizione, alla sta-
bilizzazione, a un rassicurante consolidamento che consenta di
dichiarare una volta per tutte che cosa è queer. L’indecidibilità
del queer, pertanto, prende anche le forme del non-referenziale.
Secondo de Lauretis (2011: 244) questo tratto può assumere
preminenza qualificante, ed essere cioè la caratteristica fondan-
te dei testi letterari che possono essere definiti queer. Un testo
non-referenziale recide il rapporto lineare e stabile che dovreb-
be sussistere tra significato e significante: si tratta di un colpo
spesso fatale all’intellegibilità del testo. Un testo non-referen-
ziale funziona in maniera analoga alla sessualità intesa nella sua
dimensione più profonda di pulsione, una pulsione che non ne-
cessita di vincolo qualificante tra desiderio e oggetto del deside-
rio. È solo un testo queer, un testo che rinuncia alla referenziali-
tà, che può dare conto di quell’“ingestibile eccesso di affetto” (de
Lauretis 2011: 245) che è la sessualità. La non corrispondenza tra
significato e significante diventa quindi l’ennesimo legame, l’en-
nesimo vincolo, che il queer mette in crisi. Nel suo essere inge-
stibile, il testo queer disattende le aspettative, non risponde alle

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Introduzione 29

norme del canone o della narrazione, spesso produce effetti di-


sturbanti: non piace, non si capisce, rende difficile quando non
impossibile l’identificazione di chi legge con la realtà narrata.
Tim Dean (2001, cit. in de Lauretis 2011) nota che in questo
senso i testi queer sono più vicini alla cosiddetta “hight art” dei
testi sperimentali e di avanguardia che non ai testi pop, i quali
si mantengono al sicuro all’interno dei confini dell’intellegibili-
tà. Eppure, questa caratteristica azione dissacrante del queer nei
confronti del vincolo di referenzialità e di linearità della narra-
zione può essere non solo una proprietà dei testi, ma anche una
modalità di lettura. Se così fosse, potremmo fare a meno di sot-
toscrivere questa dicotomia tra arte popolare e arte sperimenta-
le, tra testi queer e testi “straight”, e “installare” una possibili-
tà di lettura perversa anche in quei testi che dovrebbero essere
mimetici, teleologici, facili, accattivanti. L’archivio queer, allora,
sarà uno spazio che, come ogni archivio, produce ciò che aspira
a preservare (Derrida 1995).

4. Affetti antisociali

Quale che sia la declinazione data a questa interrogazione,


i recenti approcci queer battono insistentemente sullo statuto
del legame sociale. In primo luogo sostengono che l’inclusione
sociale sia sempre imperfetta, non suturabile, essendo destina-
ta strutturalmente a lasciare fuori alcune espressioni soggetti-
ve, forme di vita, individualità che di volta in volta non rien-
trano nella cornice vigente. In secondo luogo partecipano di
una rinnovata domanda ontologica materialistica di ascenden-
za spinoziana che vede la dimensione affettiva e la passività
stessa come una forza vitale mediata dal corpo e dal linguag-
gio che andrebbe riconosciuta e valorizzata come medium co-
noscitivo. La teoria degli affetti e la tesi anti-sociale vengono
spesso contrapposte. A noi tale polarizzazione pare sopratutto
analitica, anche se alcuni autori e autrici coinvolti/e in un po-
lo o nell’altro spesso la sottoscrivono a livello sostanziale. Al

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30 Canone inverso

di là delle specificità teoriche, vorremmo interpretarla anche


come segnale di gemmazione interna a un filone di studi che
si è enormemente espanso, e che ha quindi dovuto riorganiz-
zarsi in ragione dell’aumentata competizione per accedere alle
risorse di produzione della conoscenza (competizione che in
genere è più facilmente gestibile quando affrontata in reparti
separati e identificabili). Per semplicità di esposizione, tutta-
via, anche noi le tratteremo in modo distinto.
Quella tendenza negli studi queer che retrospettivamente
è stata denominata “svolta affettiva” (Staiger et al. 2010) ha
tematizzato i concetti di “memoria”, “storia orale”, e “trau-
ma”, cercando le proprie radici nella psicobiologia di Sil-
van Tomkins (Sedgwick e Frank 1995), ma anche negli studi
sull’Olocausto e sulla diaspora postcoloniale Tuttavia sono
due le fonti interne, per così dire, alle quali possiamo ricolle-
gare la genealogia della svolta affettiva. La prima è il trauma
dell’AIDS, che come abbiamo già detto, ha riconfigurato non
solo l’orizzonte di vita di molti uomini omosessuali, ma anche
le forme di attivismo e le relazioni affettive e politiche tra gay
e lesbiche, condizionando direttamente la pratica teorica au-
todefinitasi queer. Oltre a contestare l’omofobia e a richiedere
l’intervento delle istituzioni sanitarie, una delle principali for-
me del primo attivismo queer consisteva nel ricordare in ceri-
monie pubbliche i nomi delle vittime in modo da rimettere le
loro storie in un circuito di narrarabilità e di dignità. In questo
modello comunicativo rientrano anche altre pratiche politiche,
come ad esempio il TDoR (Transgender day of remembrance),
il giorno in cui ogni anno vengono ricordate le vittime della
transfobia. Questo tipo di azioni non mirano solo a costruire
un ambito affettivo condiviso tra le persone coinvolte, ma a
occupare lo spazio pubblico, anonimo, nella città. La seconda
fonte può essere rintracciata nelle riflessioni sulla storia lesbi-
ca, che hanno prodotto una serie di sperimentazioni tendenti
a costruire l’archivio di una controstoria che facesse uscire le
esperienze di affettività e amore tra donne dal cono d’ombra
a cui le aveva condannate la storia del patriarcato, e con es-

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Introduzione 31

se anche la storia delle donne, e persino la storia omosessuale


(Cvetkovich 2003). I due modelli si sono variamente intrec-
ciati e contestati reciprocamente nel corso del tempo, giacché
pongono un diverso peso e interesse nei confronti della sfera
pubblica. Tuttavia hanno un denominatore comune nell’indi-
viduare nella memoria una posta in gioco politica essenziale.
In secondo luogo, dal momento che uno dei luoghi in cui si
costruisce l’accesso alla vita e alla memoria è lo spazio dell’at-
tesa della morte (Sedgwick 2003), ovvero del lutto (Butler
2000), il tema del riscatto e della legittimazione dei processi
attraverso i quali si elabora la perdita degli affetti “sbagliati”,
devianti, per costruire un contro-discorso e un contro-pubbli-
co antiegemonico che lotti contro il misconoscimento del do-
lore per la perdita di qualcuno che non si sarebbe mai dovuto
amare, è comune a tutte le soggettività queer. La sedimenta-
zione di azioni collettive o pubbliche, il numero delle espe-
rienze coinvolte, il fatto che le istituzioni non prevedessero al-
cuna forma di celebrazione né alcuna forma di conservazione
della memoria di soggetti eccentrici – se non sui manuali di
medicina o di criminologia – hanno reso necessario costruire
da sé un archivio, tanti archivi, delle vite, degli affetti e delle
lotte queer, e hanno infine imposto una riflessione metodolo-
gica e politica sull’organizzazione e sul significato di questi ar-
chivi, riflessione che ha coinvolto gli ambiti della storiografia,
della filosofia, degli studi letterari: in un certo senso, hanno
costretto a fare teoria. È così che il concetto di archivio, stret-
tamente connesso con la possibilità di conservare e trasmette-
re una memoria affettiva, è diventato patrimonio della teoria
queer (Cvetkovich 2003).
Sì è gradualmente costituito un nuovo modo di guardare il
sociale: pur restando fedeli all’impostazione metodologica de-
costruttiva, che pone l’accento sul carattere costruito dei con-
tenuti e della categoria stessa di esperienza affettiva, adesso si
raccoglie la sfida di far rientrare questa categoria come stru-
mento di una rinnovata critica dell’ideologia (Ahmed 2004;
2010). Questo passaggio viene arricchito dall’elaborazione

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32 Canone inverso

fatta da Eve Sedgwick (1993) dei concetti di lettura riparativa


vs. lettura paranoica. All’interno della svolta affettiva, il muo-
versi verso letture riparative non rappresenta una ri-naturaliz-
zazione dell’esperienza né una lettura ingenua – perché la let-
tura riparativa è comunque un intervento forte – ma piuttosto
rappresenta una modalità di lettura meno aggressiva, che do-
vrebbe “riparare” i danni del discorso normativo, della violenza
omofobica, piuttosto che denunciare – in maniera paranoica –
le forme sempre più insidiose del suo operare (Hanson 2011).
Partendo dalla considerazione critica che sessualità e identità
di genere normate sono un presupposto fondamentale perché
l’individuo possa accedere alla piena qualifica di soggetto e pos-
sa aspirare a una vita sostenibile e degna di memoria, la teoria
queer giunge a toccare il confine ultimo di interrogazione sullo
statuto ontologico dell’umano. Da questo punto di vista, anche
le riflessioni di Judith Butler sulla vulnerabilità e sulla dimensio-
ne del lutto (2004), che hanno evidenti radici nella problema-
tica storica dei soggetti queer, potrebbero rientrare a far parte
della costellazione degli affetti.
Un’ulteriore e recente riflessione sulla socialità queer mette
in discussione la desiderabilità stessa del suo inserimento in un
qualsiasi statuto di socialità ed ha essenzialmente due sorgenti.
Da un lato può essere ricondotta a un’ispirazione anticomuni-
taria di tipo nietzscheano giunta nella teoria queer attraverso la
mediazione filosofica francese – in questo caso i nomi impor-
tanti sono soprattutto Gilles Deleuze e Félix Guattari (1962,
1972), ma già esplicitamente presente in testi degli anni Settanta
come il già citato L’idea omosessuale di Guy Hocquenghem:

Nell’omosessuale dotato di senso sociale abbiamo a che fare con un


mostro contraddittorio, a meno che “sociale” qui non indichi una cosa
diversa da ciò che si intende normalmente. Se l’espressione diretta del
desiderio omosessuale può assumere un senso sociale, ciò non è pos-
sibile certamente in questa società fondata sul dominio della paranoia
antiomosessuale e della sublimazione come sistema eterosessuale fami-
liare (1972: 114).

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Introduzione 33

Come si vede, a essere negata in questo caso non è la socialità


tout court, ma la socialità dettata da un sistema paranoico fon-
dato sull’omofobia e sull’eterosessismo. In questa formulazione,
tuttavia, si allude alla possibilità di una diversa configurazione
del sociale, ma ciò che viene sostenuto è la non conciliabilità
della soggettività omosessuale con una società presente, il suo
statuto di negatività.
Una seconda fonte può essere rintracciata nelle riflessioni sul
legame di amicizia omosessuale svolte da Foucault nei primi an-
ni Ottanta. Secondo Foucault, il movimento omosessuale, inve-
ce di riferirsi a una scienza della sessualità doveva darsi il com-
pito creativo di praticare “un’arte del vivere” (1982: 1554-ss.).
Dal suo punto di vista, era all’ordine del giorno la:

creazione di nuove forme di vita, rapporti, amicizie, nella società,


nell’arte, nella cultura, di nuove forme che si instaureranno attraver-
so le nostre scelte sessuali, etiche, politiche. Dobbiamo non soltanto
difenderci, ma anche affermarci, riaffermarci non solo in quanto iden-
tità, ma in quanto forza creatrice (ivi: 1555).

In questo caso prevale un approccio che potremmo defini-


re ricostruttivo e poietico. Ci sembra che la cosiddetta tesi an-
tisociale nella teoria queer oscilli continuamente tra questi due
poli e che persino le sue formulazioni considerate più radicali
(Bersani ed Edelman, in questo volume) non riescano a non al-
ludere a soluzioni etiche. I sostenitori della tesi antisociale, che
potremmo definire una “etica della negatività”, inseguono l’idea
di una temporalità sovversiva delle scansioni del quotidiano, del
desiderio di eternità perpetrato attraverso la riproduzione, del-
la temporalità e della finitezza delle nostre biografie personali
(Caserio et al. 2006). Si potrebbe dire che il desiderio omoses-
suale si è simbolicamente collocato ai margini, negli interstizi o
nei vuoti della temporalità vigente. Se la sessualità tra donne è
stata storicamente vissuta in tempi paralleli a quelli della sfera
pubblica, nei tempi lasciati “liberi” dagli uomini, la sessualità
tra uomini occupa posizioni spesso sotterranee, taciute: non so-
lo i tempi del battuage sono quelli più inconsueti, ma è la stessa

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34 Canone inverso

qualità e quantità cronometrica dell’incontro sessuale a essere


diversa. La tesi antisociale rileva e rivendica questa eredità stori-
ca e simbolica, ben presente non solo nelle pratiche “antisocia-
li” queer, ma anche nella loro rappresentazione veicolata dalla
cultura omofobica dominante. La tesi centrale è che questa
residualità è un elemento costitutivo del sociale stesso. Non
potrà mai essere eliminata, solo sostituita da altre figure della
marginalità.
Evidentemente, l’approccio antisociale critica sia la rivendi-
cazione del diritto al lutto sia un progetto politico finalizzato a
forme di inclusione e allargamento della sfera pubblica, sociale,
civile (Butler 2002). Bersani che riprende i personaggi antisocia-
li di Jean Genet, o si sofferma su modalità rischiose ed estreme
dell’“intimità anonima”, oppure Edelman che se la prende con
il “Bambino” – cioè con la figura che la società considera l’in-
carnazione stessa della vulnerabilità, a cui contrappone il sin-
thomosessuale (sinthomosexual) cioè chi (o, meglio, ciò che) si
rifiuta di riprodurre la società – contrappongono quello che è
considerato degno di cura e di attenzioni a quello che occupa
strutturalmente il posto del minaccioso, il perturbante (il freu-
diano unheimlich); essi non fanno che mettere in scena un di-
scorso figurale. Il punto sta forse nel chiarire – e i dibattiti attor-
no alle tesi antisociali non lo hanno fatto – quale sia, se vi sia, lo
statuto di tale figuralità13.
Gli esiti politici di un’impostazione che si sforza di tenere
conto del carattere strutturalmente antagonistico del sociale
non sono banali se confrontati con l’orizzonte politico entro
cui si muove il movimento integrazionista gay e lesbico. Questo
sostiene che è possibile includere senza escludere; un’imposta-
zione queer sottolinea invece che l’accesso alla cittadinanza può
anche allargarsi, ma non si dà cittadinanza alcuna senza confini
(v. Warner, in questo volume), dunque senza la produzione di
nuove forme di esclusione. È su questa scelta etica che il movi-
mento LGBT contemporaneo è chiamato a rispondere.

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Introduzione 35

5. È «finita»!

La teoria queer ha fatto il suo tempo. La storica collana “Se-


ries Q” della Duke University Press – il cui saggio inaugurale,
Queer e ora!, presentiamo in questa antologia (Sedgwick, in
questo volume) – ha cessato le pubblicazioni nel gennaio del
2012, e sono passati circa vent’anni da quando è uscito il te-
sto che tutte le ricostruzioni sono solite citare come ‘il primo’,
il numero speciale di differences intitolato “Queer Theory: Gay
and Lesbian Sexualities”, curato da Teresa de Lauretis (1991).
Questi e altri testi (Bérubé e Escoffier 1991; Duggan 1992) per
primi mettevano nero su bianco quello che in realtà circolava
da anni, e cioè che era nato un modo diverso di politicizzare lo
spazio pubblico e di dare visibilità alle istanze sociali dei gay,
delle lesbiche e delle soggettività sessualmente non conformi, e
che tale nuovo metodo di lotta extrateorica richiedeva che ve-
nisse tematizzato e reso esplicito un modo nuovo di pensare la
relazione tra omosessualità ed eterosessualità, tra sesso e genere,
tra il sessuale e il politico, l’economico e il culturale.
La teoria queer ha fatto il suo tempo. Vorremmo interpretare
questo ‘fare’ anche nel senso di determinare qualcosa di signifi-
cativo nel/per il proprio tempo: produrre effetti, condizionare
scelte, insegnare qualcosa ai propri contemporanei. In che senso
la teoria queer ha prodotto effetti? Di certo essa si pone oggi co-
me un ostacolo epistemologico nei confronti sia di approcci te-
orici sia di progetti politici che intendono reificare l’identità, la
differenza sessuale, il binarismo di genere, ecc. (Fraser 2008). Ci
sono stati anche effetti positivi, che hanno favorito una nuova
produzione di significati e hanno legittimato forme espressive che
mal sopportavano di restare ingabbiate all’interno degli stereoti-
pi comportamentali dettati dalla visibilità gay e lesbica: modalità
diverse dell’attivismo, un’idea diversa dell’alleanza tra differenti
soggettività sessuate, un diverso coinvolgimento con le questioni
di rilevanza economica, una maggiore attenzione alle differenze
culturali, razziali, religiose, di classe all’interno della comuni-
tà gay forzosamente omogenea o della mitica comunità lesbica.

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36 Canone inverso

Altro effetto positivo del queer è stato quello di legittimare una


concezione meno normativa del percorso transessuale. Il post-
transessualismo, o transgender, sfidava non tanto il desiderio di
raggiungere il “sesso opposto” quanto quello di passare, di di-
ventare invisibili, cancellare la propria provenienza. Al contrario
– come la nuova mestiza Anzaldúa (1987) – l’esperienza transgen-
der vive lungo i confini tra i generi ed è capace di destabilizzare
lo stesso sistema di opposizione che consente di pensare la diffe-
renza tra i generi (Stone, in questo volume).
La teoria queer ha fatto il suo tempo anche nel senso che si
tratta, per parafrasare Althusser (1978), di una teoria “finita”.
Finita in un duplice senso, banale il primo, meno banale il se-
condo. Il primo senso banale è che, avendo fatto il suo tempo,
ciò che da oggi si colloca nell’ambito degli studi gay e lesbici e
degli studi sulla sessualità, sul desiderio, sui corpi, sulle rappre-
sentazioni e sugli orientamenti sessuali, sulle politiche di genere
e sulla democrazia sessuale deve necessariamente tenere conto
di un capitale teorico ormai sedimentato. Il senso meno bana-
le, ma forse ovvio dati i presupposti della teoria stessa, è quello
che la teoria queer non si pone come una teoria generale, un
metadiscorso, ma piuttosto come una pratica teorica che da una
posizione liminare soggettiva e concettuale esercita una critica
dell’economia politica della sessualità, intesa come sito univer-
sale di definizione dei rapporti di potere tra gli individui, e tra
individuo e contesto sociale.
Qualcuno parla oggi di post-queer, ripetendo un gioco di
prefissi che dopo il celebre libro di Jean-François Lyotard La
questione postmoderna (1979), logora i dibattiti culturali da ol-
tre trent’anni. Se ciò fosse vero è chiaro che un’antologia, come
quella che qui proponiamo, più che assimilarsi a un tentativo di
presentazione e diffusione di una corrente di pensiero, andrebbe
intesa come una sorta di raccolta di documenti storici – operazio-
ne sempre più o meno autoritaria, arbitraria, casuale e irrazionale
– che è necessario conoscere per poter dire di sapere qualcosa a
proposito di quella che è stata la teoria queer. È chiaro che noi
non accettiamo questa impostazione. Ma la questione del post-

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Introduzione 37

queer ha un aspetto temporale e performativo che ci interessa:


apre all’attesa di ciò che può venire dopo il queer, ovvero di ciò
che non può più essere pensato senza tener conto del queer, e
al contempo installa il queer come discorso che non può essere
semplicemente tralasciato o superato. Ciò significa che anche chi
prenderà le distanze o insinuerà la retorica del sospetto al cuo-
re del queer – pensiamo all’uso del concetto di “omonazionali-
smo” che mette in luce la complicità di un certo uso del queer
con l’imperialismo neo-coloniale (Puar 2007), o al concetto di
crip [storpio] che ricorda al queer di aver trascurato il legame tra
dis/abilità e costruzione del soggetto normale (McRuer e Mollow
2012) – lo dovrà fare attraverso una metodologia ormai debitrice
nei confronti della stessa teoria queer. Che cosa si può attendere
dal queer al di là del queer è poi come dire: al di là della questio-
ne della sessualità, e della devianza sessuale.
Quando si parla di post-queer si accenna anche a una mes-
sa in discussione di un binomio tra radicalismo e moderatismo
politico. Si è passati da un’impostazione anti-identitaria (nel-
la quale facciamo rientrare anche l’essenzialismo strategico,
in quanto visione strumentale delle politiche dell’identità) a
un’impostazione apparentemente più indulgente rispetto alle
istanze politiche considerate più riformiste (Cvetkovich 2003,
ma vedi già Sedgwick 1993). A partire da una messa in questio-
ne delle demarcazioni identitarie LGBT, il queer ha appreso la
portata e i limiti di un metodo di intersezione che consente di
intervenire su altre demarcazioni, muovendo verso un’apertu-
ra transdisciplinare e transidentitaria, ma anche transculturale
e “trans-comunitaria” (se così si può dire). Soprattutto, negli
anni più recenti, queer è diventato il polo attorno al quale si
coagula l’esigenza di dare conto di multipli e contraddittori po-
sizionamenti di sessualità, di genere, razza, etnia, religione, età,
di/abilità, e infine, classe. Si troveranno disseminate in questa
raccolta (Sedgwick, Berlant, ma anche Edelman) le prime trac-
ce di un tentativo di riarticolazione materialistica delle differe-
renze, difficilmente conciliabili coi sogni multiculturalisti degli
anni Novanta.

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38 Canone inverso

Queer certamente non denota una sessualità determinata,


preferibilmente deviante, convenzionalmente detta parafilia o
perversione, vincolata a precisi oggetti del desiderio (uomini,
donne, stivali, ecc.), quanto piuttosto una visione della sessua-
lità, una valutazione della sessualità come dimensione pervasiva
e fondante del soggetto che però non rimane confinata nei re-
cessi più o meno inconsci della psiche individuale, ma che ne-
cessariamente esonda nel rapporto con l’altro e con il sociale,
il più delle volte per metterlo in crisi. Questa valutazione che
va al di là della sessualità “sovversiva” è quantomai necessaria
nel momento in cui la sessualizzazione della cultura mainstre-
am riassorbe le devianze individualizzandole e privatizzandole
(Di Stefano 2010). Per quanto possa disorientare, è necessario
riconoscere che non è più possibile limitarsi a fare affidamen-
to a un’identità subalterna per assicurarsi una posizione critica
rispetto alla norma. La “trasgressione” non meglio qualificata,
ovvero la trasgressione non di un sistema oppressivo ma la tra-
sgressione in quanto prodotto culturale, non assicura esisti tra-
sformativi ma solo innocui e transitori spazi e tempi di sospen-
sione. Il paradigma biopolitico contemporaneo non cancella le
differenze, eppure le neutralizza. La disciplina dei corpi si è fat-
ta sempre più chirurgica: individualizzata e mercificata; la ses-
sualità deviante viene normalizzata più attraverso la consulenza
liberamente ricercata che con la punizione imposta (Rose 2001).
Di fronte a questo scenario, e constatando la normalizzazione
del queer che è avvenuta in ambito accademico ma che si è pa-
lesata nelle sue forme più esplicite in ambito mediatico e com-
merciale (in Italia è del tutto assente il primo fenomeno, men-
tre ci si sta avviando direttamente al secondo), è difficile che il
queer sia all’altezza delle sue promesse. Tuttavia, se non è stato
ancora del tutto addomesticato, nonostante le voci enciclopedi-
che, i necrologi e le antologie che gli sono state dedicate, allora
forse oggi il queer, come la democrazia per Derrida, può essere
solo qualcosa che è ancora da venire.

Roma-Torino, aprile 2012

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Introduzione 39

Ringraziamenti

È consuetudine in testi di questo tipo inserire una lista di


ringraziamenti istituzionali, formali e informali, fino a quelli
“laterali” e affettivi. Nel nostro caso, non abbiamo nessuna isti-
tuzione, nessuna fondazione da ringraziare per un finanziamen-
to, poiché questo volume è il prodotto di un’attività che nella
migliore delle ipotesi potremmo definire collaterale alla nostra
professione. Per le stesse ragioni di gratuità e generosità sono
da ringraziare invece Liana Borghi e Marco Pustianaz, i diretto-
ri della collana àltera, oltre che per la fiducia accordataci e per
il lavoro di supporto critico nella selezione dei testi, nella tradu-
zione e revisione. E sono da ringraziare personalmente, oltre ai
già citati Borghi e Pustianaz, traduttrici e traduttori: Renato Bu-
sarello, Giovanni Campolo, Goffredo Polizzi, Basilio Sciacca,
Tatiana Motterle, Elena Rossi, Barbara De Vivo, e l’artista che
ha ideato la grafica di copertina, Vito Perrone. Il loro lavoro è
stato tanto più prezioso in un momento storico come questo, in
cui la questione del reddito e della conoscenza sono al centro
di un fuoco che non dovrebbe consentire nemmeno il sospetto
di un qualche sfruttamento delle capacità altrui. Ci è grato rin-
graziare di nuovo Giovanni Campolo delle Edizioni ETS per il
puntuale e appassionato aiuto fornitoci lungo tutto il percorso.
Infine, vogliamo ringraziare Fabrizio Marchetto e Cristina Vuo-
lo, a cui abbiamo sottratto innumerevoli serate, feste comandate
e ore al telefono, e che ciò nonostante hanno autorizzato l’affet-
to che si è creato tra curatore e curatrice. Come sempre un libro
è il frutto di un lavoro cooperativo, ma in questo caso la stessa
idea iniziale va fatta risalire a un gruppo e non a una o due per-
sone. Anche se le vicende successive hanno seguito una china
più tradizionale, l’ideazione del presente libro è avvenuta tra le
persone che si sono incontrate più volte tra il 2009 e il 2010 per
discutere di un progetto di Queer reader rivolto ai lettori italiani
che andasse a colmare quella che a noi pareva una lacuna e a
proseguire un altro lavoro collettivo, quello che ha portato al-
la pubblicazione di Queer in Italia, e che senz’altro darà ancora

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40 Canone inverso

altri frutti, altre letture e traduzioni queer. Fatti salvi tutti questi
debiti nei confronti di un’idea collettiva e anche di una concreta
partecipazione collettiva alla produzione del libro, tutte le man-
chevolezze e gli errori sono da ricondurre alla responsabilità
della curatrice e del curatore.

Note
1 Va notato che la maggior parte di questi autori ha ricevuto una formazione e
collocazione accademica nel campo delle discipline letterarie e di letteratura comparata.
Dal punto di vista della pratica teorica di stampo continentale, questo genere d’inter-
venti rappresenta un’insolita trasgressione dei tradizionali confini disciplinari.
2 Non saremmo sinceri se non ammettessimo che la scelta di uno scritto sul matri-
monio gay vuole essere un modo indiretto per intervenire nel dibattito della comunità
LGBT italiana, da anni arenatosi su questa questione. Scritto nel 1999, questo articolo è
già un pezzo di storia.
3 Per un ampio inquadramento dei cultural studies v. i fondamentali Nelson e
Grossberg 1988, e Grossberg, Nelson e Trichley 1992, nonché i numerosi reader pro-
dotti successivamente, tra cui During 1993, Rajan et al. 1995, Gelder 2007.
4 Magistrale, in questo senso, è l’esegesi svolta da Spivak (1985) su Jane Eyre di
Charlotte Brontë ([1943] 1997) e sul suo “prequel”, il Grande Mare dei Sargassi di Jean
Rhys (1980), in cui la studiosa mette in luce il rimosso (figurale e narrativo) colonia-
le che legittima la costruzione della figura femminile emancipata in Brontë. In ambi-
to queer, la più perversa lettrice del canone letterario è probabilmente Eve Sedgwick
(1985) che rileva, nonostante il nascondimento, l’ubiquità e la necessità strutturale del
desiderio omoerotico (maschile) nel canone angloamericano e francese.
5 Per una rassegna (di stampo sociologico e sul contesto britannico) di contributi
di studi lesbici in un mondo “post-lesbico”, si veda il numero monografico di Sexuali-
ties curato e introdotto da Farquhar e Wilton (2000), in cui si affronta anche la proble-
maticità del rapporto tra studi lesbici e queer.
6 Relativamente a questo punto è possibile, seppur in misura meno esplicita e più
difficilmente rintracciabile, riconoscere un debito del queer anche nei confronti degli
studi sociologici di stampo etnografico ed etnometodologico, influenzati dall’interazio-
nismo simbolico e dalla sociologia urbana della scuola di Chigaco, sui ruoli di genere e
i copioni sessuali (McIntosh 1968; West e Zimmerman 1987; Kessler e McKenna 1978;
Garfinkel 1967; Goffmann 1976; Simon e Cagnon 1984).
7 Numerosi sono i contributi storici disponibili per chi volesse approfondire de-
terminati aspetti o periodi nella storia americana come Adam 1995; D’Emilio e Estel-
le 1988; Jay e Young 1992. Per il periodo della Seconda Guerra Mondiale, si veda in
particolare Bérubé 1990. Per il periodo 1940-1970 si veda D’Emilio 1983. Uno studio
importante sulla comunità lesbica è di Kennedy e Davis 1993.
8 Per un interessante lavoro sulle strategie politico-affettive di ACT-UP si veda
Gould 2009. Un magistrale saggio di sociologia della conoscenza di Steve Epstein, intesse

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Introduzione 41

le storie della ricerca scientifica, dei gruppi di pazienti, e della politica di ACT-UP a
partire dall’inizio dell’epidemia (Epstein 1996).
9 Solitamente ci si riferisce al primo volume della Storia della sessualità (1976). Per

quanto riguarda l’aspetto biografico, rimandiamo a Eribon 1992 e Halperin 1995


10 A questo proposito si può citare l’indagine antropologica di Gloria Wekker

(2006) sul Suriname che descrive una particolare configurazione dei vincoli sociali e
sessuali, in base ai quali le donne appartenenti alle fasce di popolazione più povere
intrattengono relazioni sessuali con altre donne, senza che queste si definiscano né
possano essere definite “omosessuali”, e – contemporaneamente o in successione –
relazioni strumentali con gli uomini, che a loro volta non possono essere assimilate al
concetto occidentale di “prostituzione”. Le donne descrivono questa configurazione
relazionale non in termini identitari ma come un comportamento che crea piacere,
discostandosi così dalla concezione occidentale di identità sessuale che, essendo un
descrittore sociale per noi fondamentale, è anche tendenzialmente fisso e poco mal-
leabile.
11 Per una riflessione sulle modalità di azione della norma, si può consultare l’ope-

ra di Jurgen Link (per esempio Link 2004) su protonormalismo e normalismo flessibile.


12 In un celebre saggio del 1975 Gayle Rubin – dopo aver diviso le sessualità in po-

li discreti normale\patologico – rappresenta lungo una curva di distribuzione le pratiche


che le caratterizzano; se il sesso etero, coniugale, riproduttivo, ecc. occupa il centro e il
S/M, la prostituzione, il travestitismo sono relegati ai limiti esterni, esiste un area centra-
le in cui si scontrano normalizzazione e devianza, occupata, tra gli altri, da quelle coppie
omosessuali stabili che non a caso sono agenti e oggetto di assimilazione.
13 Potrebbe essere un tentativo di dialogo con la teoria politica, in quanto non si

tratta di elaborazioni isolate dal pensiero politico contemporaneo, ma di modulazioni


diverse di un’impostazione che potremmo ritrovare, per esempio, nella teoria dell’ege-
monia di Ernesto Laclau e Chantal Mouffe (1985).

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