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Fuori l'Autore!

"...acciocchè si conosca dal sol levante, e dal ponente, che non vi è alcun Dio fuor che me. Io sono il Signore, e
non ve n'è alcun altro; che formo la luce e creo le tenebre; che fo la pace e creo il male. Io sono il Signore, che
fo tutte queste cose" (Isaia 45:7 Diodati).

L'acclamazione "Fuori l'autore!" è il grido che si sente tradizionalmente al termine delle prime di
rappresentazioni teatrali o musicali di successo e che si eleva dal pubblico che chiede a gran voce
di vederne l'autore per poterlo applaudire insieme agli interpreti. Gli esecutori dell'opera sono
importanti, ma ancor di più lo è l'autore che quell'opera ha composto in ogni suo dettaglio. È lui,
l'autore, infatti, che ha scritto lo spartito, il copione, che ne delinea lo svolgersi della trama,
determinandone ogni suo aspetto, il punto di partenza e di arrivo, ciò che devono dire e fare gli
interpreti, l'ambientazione, le scene, luogo, tempo, ecc. Quand'anche l'opera implicasse da parte
degli esecutori un certo spazio di improvvisazione, anch'essa è stata prestabilita e comunque il
tutto si deve muovere verso quel fine che egli, l'autore, ha prescritto. Spesso l'autore è anche
regista e conduttore. È lui stesso che sceglie gli interpreti più adatti per realizzare al meglio la sua
opera. Gli spettatori che assistono all'opera spesso si dimenticano che essa è il prodotto del suo
autore, che è in un certo qual senso,direttamente o indirettamente. "dietro le quinte" e che ne
controlla lo svolgimento. Gli spettatori si immergono nella trama, si identificano o parteggiano per
uno o l'altro dei suoi personaggi, si sorprendono per come interagiscono e per ciò che accade
attendendone l'esito, "come andrà a finire" la storia, storia che non conoscono, sperano o
immaginano. Tutto, però, è già stabilito dall'autore per il quale nel suo racconto non vi sono
"sorprese". Vi sono quindi due livelli della realtà che sta di fronte agli spettatori, quanto avviene
sulla scena e quanto è nascosto dal retroscena, fra la "fisica" degli avvenimenti rappresentati, e la
"metafisica" che la trascende. Vale la pena di rammentarci che cosa sia la metafisica: "La
metafisica è quella parte della filosofia che si occupa degli enti secondo una prospettiva che
aspira ad essere la più ampia e universale possibile (quindi anche a prescindere dal loro aspetto
sensibile), a differenza della fisica e delle scienze particolari che generalmente si occupano dei
singoli aspetti della realtà empirica, secondo punti di vista e metodologie particolari. Nel tentativo
di andare oltre gli elementi instabili, mutevoli, e accidentali dei fenomeni, la metafisica concentra la
propria attenzione su ciò che ritiene essere eterno, stabile, necessario, assoluto, con l'intento di
riuscire a cogliere le strutture fondamentali dell'essere" (da Wikipedia). Il seguente articolo del
teologo e filosofo Vincent Cheung, spiega in che modo, da una prospettiva metafisica, sulla base
dell'insegnamento delle Sacre Scritture, Dio sia l'Autore di ogni cosa che accade nel mondo, nulla
di escluso.

Dio è sovrano - la volontà di Dio è suprema. Questo non significa semplicemente che Dio potrebbe controllare
qualcosa se solo lo volesse, ma che nulla può succedere a meno che Egli decida che debba accadere e poi fa
sì che accada. Egli è sua causa ultima ed esercita la Sua potenza in modo attivo e senza che niente e nessuno
Glielo possa impedire.

Questa distinzione è di cruciale importanza. Non riconoscerla significa cadere in ragionamenti assurdi e
incoerenti, il che accade persino fra coloro che si considerano strenui difensori della sovranità di Dio. Dio non
solo può attivamente e direttamente decidere se controllare ogni cosa, ma lo fa di fatto - come se fosse
possibile per Lui lasciare che alcune cose metafisicamente regolassero sé stesse, incluso ogni pensiero ed
azioni umane, sia buone che cattive.

Questo è vero per la necessità stessa delle cose, perché Dio è l'unica e pervasiva potenza metafisica esistente.
Questo implica, naturalmente, che, metafisicamente, Dio sia pure l'autore del peccato e del male. Egli è stato
Colui che crea Satana buono e perfetto, e che poi volge il suo cuore al male. Egli è Colui che crea Adamo
buono e perfetto e poi fa in modo che Satana lo tenti. La Scrittura dice che Dio stesso non tenta alcuno, dato
che tentare significa persuadere a fare ciò che è sbagliato, e per Dio persuadere qualcuno direttamente a fare
qualcosa, per definizione lo renderebbe un atto buono e giusto; quindi, è logicamente impossibile per Dio
tentare direttamente qualcuno. Dio fa sì che Adamo soccomba e che il suo cuore si volga al peccato. I teologi si
ritraggono con orrore da questa idea e quasi sempre cercano di distanziare Dio dal male difendendolo da
qualsiasi accusa che Lo rappresentasse come malvagio. Però, se noi distanziamo metafisicamente Dio dal
male, questo implicherebbe l'esistenza di un'altra potenza metafisica che causa il male. Se fosse così, Dio non
sarebbe in controllo di ogni cosa e, a sua volta, questo implicherebbe che questo "Dio" non sia realmente Dio.
In altre parole, contrariamente alla nozione popolare che sia una bestemmia suggerire che Dio sia l'autore del
peccato e del male, in realtà è bestemmia dire che non sia così. Dio deve essere l'autore del male, altrimenti il
male non sarebbe mai sorto. Dio deve essere l'autore del peccato, altrimenti esso non sarebbe mai comparso.
Questo è molto diverso dal dire che Dio sia malvagio. L'una cosa non implica l'altra. Al contrario, Dio è Colui
che definisce che cosa sia bene e che cosa sia male, e il male è ciò che viola i Suoi precetti morali. Sebbene
sia subentrato il male, la Bibbia ancora considera Dio buono. Perché? Questo necessariamente significa che
Dio non ha mai imposto un precetto morale su Sé stesso affermando che Egli non debba mai far sì che le Sue
creature violino i Suoi precetti morali! Quindi, non è un male per Dio far sì che le Sue creature violino i Suoi
precetti morali, ma è un male per le creature causate da Dio violare questi precetti morali.

Per quanto riguarda poi il perché Dio avrebbe creato il male e fatto si che le Sue creature violassero i Suoi
precetti e poi Egli ne redimesse un certo numero, è sorprendente come persino quei teologi ai quali tanto piace
riferirsi al racconto biblico come al "dramma della redenzione", non vedano la chiara risposta a questa
domanda. Chiedete ad uno scrittore perché, nel suo proprio racconto, vi siano personaggi che si oppongono al
suo eroe. Non è forse lo scrittore in completo controllo di quanto avviene nel suo mondo? Se seguiamo le
assurde teorie di quasi tutti i teologi, dovremmo dire che "i cattivi" nel loro racconto appaiano spontaneamente
e poi scrivano quanto loro riguarda nel manoscritto stesso dell'autore, e che poi quest'ultimo debba dirigere il
suo eroe a sconfiggerli? O forse lo scrittore, in qualche modo, "permette" ai cattivi di apparire e di creare
disastri, senza che lo scrittore in alcun modo sia direttamente implicato nel racconto in quanto avviene? I cattivi
del racconto prenderebbero controllo della penna dello scrittore per raccontarvi sé stessi persino prima ancora
che compaiano nel racconto! Oppure i personaggi buoni della storia prendono controllo della penna dello
scrittore e liberamente introducono in sé stessi il male, persino prima ancora che in loro sia comparso il male
che li muova a farlo! Ci si domanda così se i personaggi siano infinitamente più potenti del loro autore! A
questo, di fatto, si riducono tutti i discorsi che si fanno sul decreto "passivo" di Dio e del "permesso" che Egli
accorderebbe al male. In ogni caso, se la Bibbia riporta il "dramma" della redenzione, e se Dio ne è lo scrittore
ed il regista, allora la ragione, il proposito e il senso dell'esistenza del male nel mondo dove Dio possiede
diretto e completo controllo, è subito chiaro anche per quelli che non comprendono a fondo il dramma.

Romani 9 dice che Dio vuole "far conoscere la ricchezza della sua gloria". Supponete che uno scrittore pensi
che Riccardo, un personaggio del suo racconto, muoia. Vi sono molti modi in cui può farlo accadere. Può
scrivere senza nessuna spiegazione: "Riccardo muore" e Riccardo sarebbe morto. Può fargli cadere addosso
un fulmine dal cielo e scaraventarlo a terra. Può semplicemente smettere di menzionare Riccardo e, sebbene i
lettori e gli altri personaggi possano non esserne consapevoli, nella mente dello scrittore Riccardo sarebbe
morto.

Siamo qui, però, per descrivere un dramma. Rendiamolo allora più interessante. Lo scrittore può introdurre
nella storia Tommaso. Questi si accende di passione per la moglie di Riccardo e, nel corso di una complicata
ed improbabile serie di macchinazioni, Tommaso spara un colpo di pistola contro RIccardo e l'uccide. È lo
scrittore il "responsabile" ultimo della morte di Riccardo. Questa è la parte che molti teologi e filosofi
dimenticano quando trattano di metafisica. Non è veramente Tommaso che uccide Riccardo. Non è veramente
la pallottola che uccide Riccardo. In una storia dove è lo scrittore ad essere onnipotente, Riccardo non deve
morire solo perché qualcuno gli spara e lo uccide. Se poi Riccardo muore, lo scrittore può farlo risuscitare dai
morti. Difatti, lo scrittore può far risuscitare Riccardo dai morti e fare in modo che questi uccida Tommaso
soltanto con dargli uno sguardo di disapprovazione.

Ecco perché, dal punto di vista metafisico, le cosiddette "cause secondarie" sono un concetto privo di senso.
Quando la discussione è limitata all'interazione fra i personaggi e gli avvenimenti del racconto, allora è
accettabile dire che Tommaso ha ucciso Riccardo. Quando però è necessaria una spiegazione metafisica,
dobbiamo dire che sia stato lo scrittore del racconto a far premere il grilletto di Tommaso e a far partire la
pallottola, come pure a far morire Riccardo. Questi avvenimenti sono indipendenti dal punto di vista metafisico
e riguardano solo il contesto del racconto. Il rapporto, cioè, fra queste persone e gli avvenimenti esiste solo
nella mente dello scrittore e sono poi scritti nella storia.

Qualsiasi suo avvenimento avviene solo per causa diretta dello scrittore. Un oggetto all'interno del racconto non
può scrivere le linee del copione e produrre un effetto su un altro oggetto nella storia. È vero che lo scrittore
uccide Riccardo per mezzo di Tommaso, ed è vero che Tommaso volontariamente assassina Riccardo.
Tommaso agisce in forza del più forte desiderio del momento e non subisce coercizione da parte di qualsiasi
altro fattore nella storia. Di fatto egli non subisce coercizione alcuna nemmeno dallo scrittore. Questo, però,
non significa che egli abbia libero arbitrio e sarebbe sciocco menzionare che il suo desiderio ed azione siano
"compatibili" con il controllo dello scrittore, perché lo scrittore è prima di tutto lo scrittore quello che scrive nel
desiderio e nell'azione. Il "compatibilismo" non è tanto falso, quanto irrilevante, perché equivoca ogni cosa. Egli
non subisce coercizione da parte dello scrittore perché coercizione implica resistenza da parte di chi la subisce,
ma Tommaso non ha nemmeno la libertà di esercitare resistenza alla volontà dello scrittore. Il suo desiderio è
scritto nella sua mente da parte dello scrittore e poi è scritta nella storia un'azione che sia coerente con questo
desiderio.

Dire che il desiderio, la scelta e l'azione di Tommaso siano compatibili con il fatto che lo scrittore sia l'autore
ultimo significa niente di più che lo scrittore sia compatibile con sé stesso, o che l'esercizio del suo controllo sia
compatibile con il fatto che egli possieda questo controllo. Tutto questo è irrilevante e non serve nemmeno agli
scopi che si propone il compatibilista. Fintanto che non si intenda che Tommaso sia libero dallo scrittore,
Tommaso non è libero in nessun senso significativo. Egli potrebbe essere libero rispetto ad altri personaggi del
racconto, ma anche questo è possibile perché è lo scrittore che vuole che sia così. Nell'ambito del racconto, c'è
indubbiamente un rapporto apparente fra l'azione di Tommaso, la fisica della pistola e della pallottola, e la
morte di Riccardo. Ancora, però, è così perché lo scrittore l'ha determinato in quella particolare occasione. In
altre parole, non c'è alcun rapporto necessario fra l'azione di Tommaso, la pallottola e la morte di Riccardo. Il
rapporto è stabilito - in apparenza, se si vuole - per lo scopo della storia o dramma. In realtà la volontà dello
scrittore è la sola spiegazione di qualsiasi condizione o avvenimento del racconto.

Tommaso possiede una libertà relativa - egli è libero dal controllo o interferenza di altri oggetti e caratteristiche
del racconto al punto che è lo scrittore a decidere fino a quanto lo debba essere. Questa libertà relativa non ha
nulla a che fare con la responsabilità morale di Tommaso verso lo scrittore. Se Tommaso è ritenuto
responsabile di qualcosa, è perché lo scrittore lo rende responsabile, non perché Tommaso possieda un
qualche tipo di libertà. Lo scrittore è in grado di ritenerlo responsabile precisamente perché Tommaso non è
libero. Se Tommaso fosse del tutto libero, anche dallo scrittore, allora Tommaso non sarebbe responsabile
verso nessuno. La responsabilità morale di Tommaso si fonda interamente sulla sovranità dello scrittore e la
sua decisione. Così come stanno le cose, lo scrittore può esprimere la sua disapprovazione dell'adulterio e
dell'omicidio disponendo che il destino di Tommaso diventi drammatico. Se poi lo scrittore vuole introdurre una
dimensione spirituale, egli può persino, nella storia stessa, mandarlo direttamente all'inferno.

Sebbene lo scrittore sia causa attiva e diretta dell'adulterio e dell'omicidio di Tommaso, non sarebbe certo
giusto accusare lo scrittore d questi crimini, dato che lo scrittore non ha commesso né adulterio né omicidio e
non c'è legge nel mondo dello scrittore (al di fuori del racconto) che affermi che uno scrittore non possa
legittimamente inserire nel suo racconto un adulterio ed un omicidio. Tommaso, però, commettendo entrambi i
crimini, dato che il mondo del racconto disapprova entrambi e sancisce una condanna per chi li commette, ne è
responsabile.

Potreste protestare a questo punto e rilevare come tutto questo sia sensato solo quando si tratta di scrivere un
racconto e che noi non siamo semplicemente personaggi di una storia. Beh, Dio non è un essere umano, e
quando scrive un racconto, Egli non si limita ad inchiostro e penna. Ciononostante, anche se potreste fare
opposizione alla mia analogia, che cosa direste dell'Apostolo Paolo che, in Romani 9, paragona gli esseri
umani ad argilla in mano ad un vasaio? Rifiutate anche la sua analogia, vi persuade forse maggiormente la sua
oppure essa conferma ancor di più la mia? È Paolo a dire che Dio introduce il peccato, il male ed il conflitto fra
Sé stesso ed il Suo popolo (vv. 17-18), perché Egli vuole "far conoscere" (vv. 22-23). Potreste allora replicare:
"Allora tutto quanto avviene in questo mondo, e noi stessi, è solo una rappresentazione teatrale? Come può
Dio, allora, ancora rimproverarci? Quale personaggio potrebbe fare resistenza al suo autore?".

Chi sei tu, però, per lamentarti? Un personaggio contesterà forse al suo autore: "Perché mi hai fatto così?" (v.
20). Lo scrittore ha il diritto e la facoltà di manifestare i Suoi valori ed i Suoi talenti nel modo che Egli ritiene più
opportuno (v. 21). Vi dirò che cosa è avvenuto a Paolo. Egli scrive che egli è apostolo di Gesù Cristo "per
volontà di Dio". Questa frase può riferirsi al decreto od al precetto di Dio. Vale a dire, essa può riferirsi o
all'eterna decisione di Dio che Paolo sarebbe stato apostolo oppure al comando nel tempo che Paolo
diventasse apostolo. Sembra che la frase nel nostro testo si riferisca al decreto di Dio. Dio ha decretato ogni
cosa prima della creazione del mondo, ha concepito Paolo ed ha stabilito che egli diventasse un apostolo.

In Galati 1:15 Paolo scrive: "Dio che m'aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la
sua grazia", ma egli non era nato cristiano. Di Giovanni Battista è scritto che fosse stato ripieno di Spirito Santo
fin dal seno di sua madre, ma Paolo aveva vissuto una vita da assassino fino a che era stato interpellato dal
Signore Gesù. Entrambi sono stati ordinati dalla volontà di Dio, ma per loro Dio ha decretato vite diverse. Non è
che Dio abbia "permesso" che Paolo fosse quello che era stato prima della sua conversione. Paolo stesso ce
ne dice la ragione: "Ma per questo mi è stata fatta misericordia, affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per
primo, tutta la sua pazienza, e io servissi di esempio a quanti in seguito avrebbero creduto in lui per avere vita
eterna" (1 Timoteo 1:16). Il dramma della conversione di Paolo serve al più ampio dramma della redenzione.
Dio aveva prestabilito che Paolo diventasse esempio di come un grande peccatore possa ricevere grazia e
misericordia "affinché Gesù Cristo dimostrasse in me, per primo, tutta la sua pazienza". Per quel motivo Paolo
deve vivere come "il primo dei peccatori". Non è stato un caso, un incidente, che Paolo sia diventato esempio di
misericordia divina, né possiamo spiegare questo con qualche ridicola teoria di concorrenza o compatibilismo.
È stato Dio a progettare tutto questo e Dio ha fatto sì che succedesse. Al momento stabilito il Cristo risorto
appare a Paolo e lo affronta. Paolo finalmente si rende conto di aver sbagliato tutto fino a quel momento e che
Gesù è di fatto il Cristo preannunciato dai profeti. Ora Cristo gli comanda di cambiare l'intero corso della sua
vita e lo incarica di essere apostolo. La volontà di Dio è che egli diventasse il più efficace e prolifico
rappresentante della chiesa primitiva

Ora, lo scrittore, se vuole far morire Riccardo, non avrebbe bisogno di Tommaso, ma si tratta della sua storia,
storia che scrive nel modo che più gli piace. Allo stesso modo, per realizzare i Suoi propositi, Dio non ha
bisogno degli uomini, ma questo sta nei suoi piani, nel suo "spettacolo" se volete, utilizzare strumenti umani e
disporre ogni cosa in un certo modo per realizzare i Suoi desideri nel dramma della redenzione. Quando allora
di qualcosa è detto che sta "nella volontà di Dio", nel senso che è decreto di Dio, allora quello sarà realizzato,
perché nella storia che Egli scrive la Sua volontà non può essere frustrata.

Quindi, sebbene Paolo fosse criticato, abbandonato ed imprigionato, i propositi di Dio per la sua vita si
realizzano compiutamente. Egli doveva essere lo strumento chiave per stabilire la presenza dell'Evangelo di
Cristo sulla terra, per assicurare il suo carattere perpetuo attraverso una chiara ed estesa spiegazione scritta
della fede. Questo Egli realizza e ancora oggi siamo in possesso dei suoi scritti, perché la volontà di Dio non
fallisce mai.

God the Author, Vincent Cheung, http://www.vincentcheung.com/library/