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J.

RATZINGER, In cammino verso Gesù Cristo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano)
2004, pp. 135-139
Titolo originale: UNTERWEGS ZU JESUS CHRISTUS ) 2003 Joseph card. Ratzinger, Roma
Traduzione & editing: Bruno Gonella

La dottrina morale cristiana nel "Catechismo"


Diamo infine uno sguardo alla terza parte - «La vita in Cristo» - dov'è trattata la dottrina morale
cristiana. Nelle fasi di preparazione del Catechismo, questo tema si rivelò come il più arduo: in un senso, a
motivo di tutte le discordanze esistenti riguardo ai principi costruttivi della morale cristiana; nell'altro, a
motivo delle difficoltà nell'area dell'etica politica e sociale, e della bioetica (realtà sottoposte ad un continuo
processo evolutivo), come pure in ambito antropologico, dove il dibattito su matrimonio e famiglia, quindi
sull'etica della sessualità, è sempre attuale.
Il Catechismo non intende presentare l'unica forma possibile, o anche solo la migliore, di teologia
morale: questo non era il suo compito. Traccia invece le linee antropologiche e teologiche essenziali,
costitutive dell'agire morale dell'uomo. Base di partenza è la dignità dell'uomo, che è insieme la sua
grandezza e il fondamento del suo impegno morale. Spinta interiore e guida per l'agire morale dell'uomo è il
suo desiderio di felicità: si tratta d'un impulso che nessuno può smentire e al quale nessuno può resistere.
Pertanto la morale - in continuità con i Padri, in particolare Agostino - è la dottrina della vita pienamente
riuscita, è l'illustrazione, per così dire, delle regole per essere felici. Questa tendenza innata dell'uomo, il
Catechismo la mette in relazione con le beatitudini predicate da Gesù, le quali liberano l'idea di felicità da
tutte le banalizzazioni, le conferiscono la sua vera profondità, facendo comprendere il suo legame con il
Bene assoluto, con il Bene in persona, con Dio.
Sono poi sviluppate le componenti fondamentali dell'agire morale: la libertà, l'oggetto e l'intenzione
dell'agire, le passioni, la coscienza, le virtù, la loro violazione col peccato, il carattere sociale dell'essere
umano, infine il rapporto tra legge e grazia. La teologia morale cristiana non è mai semplicemente etica
della legge; oltrepassa anche l'ambito di un'etica delle virtù. È invece etica dialogica, in quanto l'agire
morale del l'uomo si sviluppa nell'incontro con Dio: perciò non è mai soltanto un agire proprio, autarchico e
autonomo, pura prestazione umana, bensì risposta al dono dell'amore, quindi un inserirsi nella dinamica
dell'amore, di Dio stesso, l'unico che libera veramente l'uomo e lo colloca alla sua vera altezza. Il vero agire
morale è totalmente dono, ma proprio per questo è anche totalmente nostro agire; infatti ciò che è
personalmente nostro si esprime soltanto nel dono dell'amore, e d'altra parte il dono non esautora l'uomo,
ma lo restituisce a se stesso.
Ritengo molto importante che, nel quadro della sua etica, il Catechismo abbia inserito la dottrina della
giustificazione, rendendo così meglio comprensibile l'intreccio di grazia e libertà, 1'"essere dall'altro" come
vero essere in se stesso e per l'altro. Nel dialogo intenso, tra cattolici e protestanti, alla ricerca di un
consenso sulla giustificazione, si riproponeva continuamente la questione di come la dottrina della
giustificazione possa risultare nuovamente accessibile e significativa per l'uomo d'oggi. Io credo che il
Catechismo, inquadrando questo tema nel problema antropologico del retto agire umano, abbia dato un
grande contributo per rendere possibile tale nuova comprensione.
Cito tre passi che il Catechismo riprende dalla grande tradizione dei Padri e dei santi. «Sant'Agostino
ritiene che "la giustificazione dell'empio è un'opera più grande della creazione del cielo e della terra",
perché "il cielo e la terra passeranno, mentre la salvezza e la giustificazione degli eletti non passeranno mai"
(In Ev. Joh. 72,3). Pensa anche che la giustificazione dei peccatori supera la stessa creazione degli angeli
nella giustizia, perché manifesta una più grande misericordia» (n. 1994). Altrove Agostino si rivolge a Dio:
«Il riposo che prendesti al settimo giorno, dopo aver compiuto le tue opere molto buone... è una predizione
che ci fa l'oracolo del tuo Libro: noi pure, compiute le nostre opere "molto buone", certamente per tuo dono,
nel sabato della vita eterna riposeremo in Te (Conf. 13,36,51)» (n. 2002). Ed ecco le meravigliose
espressioni di santa Teresa di Lisieux: «Dopo l'esilio della terra, spero di gioire fruitivamente di Te nella
Patria; ma non voglio accumulare meriti per il Cielo: voglio spendermi per il tuo solo Amore... Alla sera di
questa vita comparirò davanti a Te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore, di tener conto delle
mie opere. Tutte le nostre giustizie non sono senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua
Giustizia e ricevere dal tuo Amore l'eterno possesso di Te stesso... (Atto di offerta)» (n. 2011).
L'articolo su «Grazia e giustificazione» lo considero un contributo essenziale al dibattito ecumenico.
Dimostra però anche come non si possa pretendere di scoprire sufficientemente la dimensione ecumenica
del Catechismo qualora ci si limiti a cercarvi citazioni di documenti ecumenici oppure s'indaghi nell'indice
tematico su certe parole ricorrenti; occorre invece esaminarlo integralmente, così da verificare come la
ricerca di ciò che unisce lo caratterizzi nella sua globalità.
La morale oggettiva è trattata con riferimento allo schema del Decalogo, che il Catechismo spiega
dialogicamente, cioè nel quadro dell'alleanza biblica. Al seguito di Origene ci viene ricordato che la prima
delle "dieci parole" tratta della libertà, di quella libertà che per iniziativa di Dio è diventata un evento: «Io
sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione di schiavitù (Es 20,2; Dt
5,6)» (n. 2061). Pertanto l'agire morale si esprime come «risposta all'iniziativa d'amore del Signore» (n.
2062); secondo Ireneo il Decalogo serviva come preparazione all'amicizia con Dio e alla concordia con il
prossimo (n. 2063). Se dunque il Decalogo, nel contesto dell'alleanza e della storia di salvezza, è
interpretato come compimento della Parola e come risposta, in un altro senso si manifesta anche come etica
razionale, come ricordo di ciò che la ragione era in condizione di percepire. Si cita di nuovo Ireneo: «Fin
dalle origini Dio aveva radicato nel cuore degli uomini i precetti della legge naturale. Poi si limitò a
richiamarli alla loro mente. Fu il Decalogo (Adv. haer. 4,15,1)» (n. 2070). Questo è un aspetto importante
nell'etica presentata dal Catechismo: l'appello alla ragione e alla sua capacità di com-prensione. La morale
fondata sul Decalogo è una morale razionale, che si lascia guidare dalla ragione donata a noi da Dio, il quale
nel contempo con la sua parola ci richiama a ciò che già è inscritto profondamente nelle nostre anime.
Può forse stupire il ruolo relativamente ridotto che nell'etica del Catechismo è riservato alla cristologia.
Nei manuali dell'epoca preconciliare era stato largamente dominante l'influsso del pensiero
giusnaturalistico; il rinnovamento che caratterizzò il periodo tra le due guerre sospinse invece verso una
concezione propriamente teologica della morale, proponendo come suo principio strutturante la sequela di
Cristo, o anche semplicemente l'amore come luogo onnicomprensivo di ogni agire morale. La costituzione
conciliare Gaudium et spes, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, confermando questa presa di distanza
dal pensiero giusnaturalistico, collocò la cristologia, in particolare il mistero pasquale, al centro della
morale cristiana. Si sarebbe finalmente dovuta sviluppare una morale autenticamente biblica - questo
almeno era l'imperativo che si evinceva dal Concilio -, indipendentemente dal fatto che si volesse instaurare
un dialogo col mondo moderno (non cristiano) su tutti i valori essenziali condivisibili (anche se poi in realtà
la menzionata costituzione fa ampio uso, trattando dei singoli temi, di argomentazioni razionali, non
intendendo vincolarsi ad una pura morale della rivelazione).
Ma benché le linee fondamentali del Concilio indirizzassero verso una morale interpretata in modo
essenzialmente biblico, cristocentrico, ben presto nel postconcilio si verificò un capovolgimento radicale:
la Bibbia non può trasmettere alcuna morale "categoriale"; i contenuti della morale vanno sempre mediati
in modo puramente razionale. L'importanza della Bibbia si colloca sul piano delle motivazioni, non dei
contenuti. In questo modo, quanto ai contenuti, la Bibbia e con essa la cristologia si eclissavano dalla
teologia morale in maniera ancora più drastica di prima. Diversamente dall'epoca preconciliare, adesso si
rinunciava anche all'idea del diritto naturale e della legge morale naturale: idea che aveva pur sempre fatto
collocare, a fondamento della teologia morale, la fede nella creazione. Invalse così una morale calcolatrice,
alla quale non restava che assumere come criterio ultimo i presumibili effetti dell'agire, estendendo in
questo modo il principio della valutazione dei beni alla globalità dell'agire morale. In questa difficile
situazione l'enciclica Veritatis splendor (1993) ha offerto dei chiarimenti basilari sul proprium della morale
cristiana, come pure sul corretto rapporto tra fede e ragione nel determinare le norme etiche.
Il Catechismo - senza pretese sistematiche - aveva preparato queste soluzioni. Il principio cristologico è
presente sia nel tema della felicità (beatitudini) sia in quello antropologico, nel rapporto legge/grazia e in
particolare nel Decalogo, in quanto il concetto di alleanza contiene il definitivo concretizzarsi dell'alleanza
nella Persona del Verbo incarnato e nella sua reinterpretazione del Decalogo. Ma dal Catechismo non
emerge un sistema chiuso. Nella ricerca di un'etica cristologicamente configurata, occorre sempre tener
presente che Cristo è il Logos incarnato, e come tale vuole restituire a se stessa la nostra ragione. La
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funzione originaria del Decalogo - restituire all'uomo la coscienza profonda della sua ragione - non è abolita
dall'incontro con Cristo, bensì portata alla sua piena maturità. Un'etica che vuole corrispondere all'incontro
con Cristo che la nuova alleanza rende possibile, saprà essere, pur nell'ascolto della rivelazione, anche
autenticamente razionale.
Chi cercasse nel Catechismo un nuovo sistema teologico o nuove ardite ipotesi, resterebbe deluso.
Questo tipo di "modernità" non era nei suoi progetti. Esso invece offre - attingendo alla sacra Scrittura e alla
multiforme ricchezza della tradizione, e ispirandosi al concilio Vaticano II - una visione organica della
totalità della fede cattolica, che proprio in quanto totalità è "bella", di una bellezza in cui riluce lo splendore
della verità. L'attualità del Catechismo è l'attualità della verità nuovamente detta e nuovamente pensata.
Attualità che permane ben oltre le recriminazioni dei suoi critici.