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La virtù dominante sarà anzitutto la serietà impo­

sta dalla verità. Forse ne possiamo vedere le premes­


se in quella obiettività che ci è dato scorgere da molti
indizi. Questa serietà vuol sapere che cosa è realmen­
te in gioco in mezzo a tutte le chiacchiere sul progres­
so e sulla penetrazione del mistero della natura; e
prende su di sé la responsabilità imposta dalla nuova
situazione.
La seconda virtù sarà il coraggio. Un coraggio sen­
za pathos, spirituale, personale, che prende posizione
di fronte al caos minacciante. Deve essere un corag­
gio più puro e più forte di quello che si esige di fron­
te alle bombe atomiche ed alla guerra batteriologica,
poiché deve affrontare il nemico universale: il caos
che sale nell’opera stessa dell’uomo. Come ogni co­
raggio veramente grande esso avrà contro di sé i mol­
ti, l’opinione pubblica, la non-verità condensata negli
slogan e nelle organizzazioni.
Dobbiamo aggiungere un terzo elemento: la liber­
tà. Libertà interiore dalle catene della violenza, in tut­
te le sue forme; dal potere suggestionante della pro­
paganda, della stampa, della radio, del cinema; dalla
sete del potere, dalla sua ebbrezza e dal suo carattere
demoniaco che agisce fin neU’intimo dello spirito.
Quella libertà può essere raggiunta solo attraverso
una vera educazione, interiore ed esteriore. E attra­
verso una ascetica. Il sentimento moderno rifuggiva
totalmente di fronte all’ascesi; essa rappresentava l’in­
sieme di ciò da cui intendeva liberarsi. E proprio per
questo quell’epoca si è interiormente addormentata,
abbandonata a se stessa. L’uomo deve imparare a di­
venire signore di sé superandosi e rinunciando a se
stesso, e diverrà così anche signore della sua potenza.

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La libertà in tal modo acquisita si applicherà allora
seriamente alle opzioni effettive, mentre oggi vedia­
mo rivolgersi a cose risibili una gravità quasi metafìsi­
ca. Essa trasformerà il semplice coraggio in una vera
forza, e smaschererà gli illusori eroismi nel cui nome
l’uomo moderno, preda di apparenti assolutezze, si
sacrifica.
Da tutto questo dovrà nascere finalmente una spi­
rituale arte di governo, nella quale la potenza s’eserci­
terà sul potere. Essa distinguerà il vero dal falso, il fi­
ne dai mezzi. Troverà la misura e nella tensione del
lavoro e della lotta creerà un luogo dove l’uomo pos­
sa vivere in dignità ed in gioia. E solo questa sarà au­
tentica potenza.
Ho voluto chiarire che non si deve parlare qui di
pessimismo alcuno. O meglio di alcun falso pessimi­
smo, poiché esiste anche un giusto pessimismo, senza
del quale non si fa nulla di grande. Esso è la forza
amara che rende il cuore coraggioso e lo spirito ope­
roso capace di opere durevoli.
Dovremmo realmente rappresentare questo pessi­
mismo, e dovremmo insieme indicare la sola ed au­
tentica opzione, che è al di là di tutte le singole opzio­
ni particolari che in ogni dove si impongono. Le sue
possibilità sono o la fine attraverso una distruzione
interiore ed esteriore, ovvero una nuova forma del
mondo, dove vivrebbe una umanità cosciente del
proprio significato e capace di futuro.
Non ci inoltriamo qui nelle questioni relative alla
natura ed al carattere di questa forma del mondo. Se
si ravvicinassero gli indizi che in molti luoghi si rivela­
no, se si indagassero le particolarità delle forme e del­
le strutture in divenire, se ci si preoccupasse di com­

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prendere i motivi e le attitudini in atto, ci sarebbe certo
molto da dire. Ma ciò supererebbe il quadro di questo
breve scritto, e lo rimettiamo ad un’altra occasione.

Partendo da quanto abbiamo esposto ci si apre an­


che la possibilità di dire qualche cosa sulla religiosità
dei tempi futuri con tutte le riserve che la situazione
impone ad un tale tentativo.
Guardiamo ancora una volta indietro.
Nel Medio Evo la vita era penetrata di religione in
tutti i suoi strati e in tutte le sue manifestazioni. La fe­
de cristiana costituiva la verità universalmente accet­
tata. La legislazione, l’ordine sociale, la morale priva­
ta e pubblica, il pensiero filosofico, la creazione
artistica, le idee operanti nella storia, tutto era in
qualche modo caratterizzato dal cristianesimo e dalla
Chiesa. Con ciò non diciamo nulla sul valore umano
e culturale della singola personalità o della singola
realizzazione; ma anche il modo in cui si commetteva
una ingiustizia era sottomesso alla norma cristiana.
La Chiesa era cresciuta in intima connessione con lo
Stato; ed anche là dove imperatore e papa, principe e
vescovo stavano colle armi alla mano, e si accusavano
e si maledicevano reciprocamente, la Chiesa, come
tale, non veniva posta in discussione.
Bisogna aggiungere un secondo elemento. La fede
cristiana rappresenta un legame personale con Dio
che si rivela, e l’altezza delle sue conquiste è misurata
dalla purezza e dalla fedeltà di tale legame. Ma una
questione diversa è di sapere fino a che punto il sin­

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golo uomo è capace di fare esperienza di una realtà
religiosa, in quale misura egli sente vitale il suo rap­
porto col divino, e con quale immediatezza esso ope­
ra nella sua vita. Profondi erano questi rapporti nel
Medio Evo. L’esperienza religiosa era intensa; svilup­
pata in profondità ed in finezza. Tutte le cose e tutti i
rapporti della vita erano saturati da valori religiosi.
Poesia e arte, forme statali, sociali, economiche, usi,
leggende e vite di santi, anche prescindendo dai loro
singoli contenuti, mostrano che l’esistenza tutta aveva
un carattere religioso. Qui il Medio Evo si riallacciava
intimamente all’antichità e ne era il proseguimento,
anzi, si riallacciava ai tempi primitivi della storia ed in
esso si manifestava l’afflusso di vita portato dai giova­
ni popoli del Nord, al tempo delle grandi migrazioni.
Questo dono di religiosità rappresenta un elemento
diverso dalla pietà cristiana; e ciò che essa consente
di cogliere nelle cose e negli avvenimenti è diverso
dal contenuto della Rivelazione. Ma un rapporto esi­
ste fra questi due campi di esperienza. La religiosità
naturale è purificata dalla Rivelazione e introdotta
nel suo contesto ideale. Dal canto suo porta alla fede
cristiana delle forze elementari, elementi del mondo
e della vita, attraverso ! quali i contenuti della Rivela­
zione sono ricondotti alla realtà terrena.
Nel corso dei tempi moderni tutta questa situazio­
ne si trasforma profondamente.
La verità della Rivelazione cristiana viene messa in
dubbio sempre più profondamente; la sua validità
per la formazione e la condotta della vita viene posta
in discussione in forma sempre più perentoria. In
particolare la mentalità dell’uomo colto si contrappo­
ne alla Chiesa in modo sempre più deciso. Sempre

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più ovvia e naturale appare la nuova pretesa che i di­
versi campi della vita, politica, economia, ordine so­
ciale, filosofia, educazione, ecc. debbano svilupparsi
muovendo unicamente dalle proprie norme imma­
nenti. Si costituisce così una forma di vita non-cristia-
nà, anzi per molti aspetti anti-cristiana, che si impone
in modo così conseguente da apparire assolutamente
normale; e sembra un abuso l’esigenza della Chiesa
che vuole che la vita sia determinata dalla Rivelazio­
ne. Lo stesso credente accetta in buona parte questa
situazione, quando pensa che le cose della religione
costituiscano un settore a sé ed altrettanto le cose del
mondo; ogni settore deve adottare la forma che convie­
ne alla sua natura e deve lasciare che il singolo viva in
un campo e nell’altro nella proporzione che preferisce.
La conseguenza è che da un lato si afferma una
esistenza profana, autonoma, staccata da influenze
cristiane dirette, e dall’altro nasce un cristianesimo
che imita in uno strano modo questa «autonomia».
Come si sviluppa una scienza puramente economica,
una politica puramente politica, così si sviluppa an­
che una religiosità puramente religiosa. Questa perde
sempre più i suoi rapporti diretti con la vita concreta,
diviene sempre più povera di contenuto profano, si
limita in modo sempre più esclusivo ad una dottrina
e ad una prassi «puramente religiose» e non ha più,
per molti, altro significato se non quello di dare una
consacrazione religiosa ad alcuni momenti culminan­
ti dell’esistenza: nascita, nozze, morte.
In genere è a questo stato di cose che si pensa,
quayndo si parla della moderna situazione religiosa.
Ma possiamo ancora aggiungere quel declino della im­
mediata ricettività religiosa, di cui abbiamo già parlato.

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La natura viene studiata in modo sempre più spe­
rimentale e razionale; la politica viene sempre più
concepita come un puro gioco di forze e di interessi;
la tecnica viene adoperata come un grande meccani­
smo che può essere utilizzato per qualsiasi fine; l’arte
viene considerata come una creazione di forme ispi­
rata a criteri estetici e la pedagogia come educazione
di un individuo capace di sorreggere questo stato e
questa cultura. Nella proporzione in cui ciò avviene,
declina la recettività religiosa. Recettività che non in­
tendiamo, lo ripetiamo ancora una volta, come fede
nella Rivelazione cristiana e come condotta ispirata a
quella Rivelazione, ma come contatto diretto con il
contenuto religioso delle cose; quel lasciarsi afferrare
dal flusso di mistero che promana dal mondo e che si
ritrova presso tutti i popoli ed in tutti i tempi.
Ma ciò significa che l’uomo moderno non solo
smarrisce in gran parte la fede nella Rivelazione cri­
stiana, ma subisce anche un indebolimento delle sue
disposizioni religiose naturali, e viene sempre più
portato a considerare il mondo come una realtà pro­
fana. E le conseguenze di una tale situazione sono di
vasta portata.
Così ad esempio l’insieme degli avvenimenti di cui
consta la vita non appare più come la Provvidenza di
cui Cristo ha parlato, e neppure come quel mistero
del destino, quale lo sentivano gli antichi, ma come
una semplice catena di cause e di effetti empirici, che
possono essere compresi e guidati. Ciò si esprime in
forme molteplici; esemplare è per tutte l’odierno si­
stema delle assicurazioni. Se lo si considera negli svi­
luppi estremi che ha già avuto in molti paesi, esso ap­
pare come l’eliminazione di ogni sfondo religioso.

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Tutte le eventualità della vita vengono «previste», cal­
colate secondo la frequenza e l’importanza e rese
inoffensive.
Gli eventi capitali della vita umana: concepimento,
nascita, malattia, morte, perdono il loro carattere di
mistero. Divengono fenomeni biologici e sociali di
cui si preoccupa una scienza ed una tecnica medica
sempre più sicura di sé. E quando rappresentano dei
fatti che non possono essere domati, allora si «aneste­
tizzano», si sopprime la loro importanza; e qui, ai
margini, e non soltanto ai margini, della cultura, ap­
pare una tecnica complementare a quella che mira a
trionfare razionalmente della malattia e della morte,
cioè l’eliminazione di quella vita che non appare più
degna di essere vissuta neppure allo stesso vivente, o
non appare più corrispondente ai fini che lo Stato si
propone.
Scompare quell’accento religioso che un tempo
era messo sullo Stato; quel carattere di grandezza
fondato su di una consacrazione considerata in qual­
che modo divina. Lo Stato moderno deriva tutto il
suo potere dal popolo. Per un certo tempo si cerca di
attribuire al popolo stesso un certo carattere di gran­
dezza (si pensi alle concezioni del romanticismo, del
nazionalismo, della prima democrazia). Ma presto l’i­
dea si svuota del suo contenuto e non significa più
nulla, se non che il «popolo», diremo meglio i molti
cittadini che appartengono allo Stato, esprimendo in
una qualunque forma la propria volontà costituisce
l’ultima istanza nella serie delle misure prese dallo
Stato; quando non si tratti in realtà di una frazione
capace di agire, che assuma la direzione del governo.
E molto ci sarebbe ancora da dire: dappertutto si

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costituiscono forme di vita che derivano solo da fatto­
ri empirici.

Ma qui sorge la questione se una vita così costruita


possa avere possibilità di durare. Ha essa il senso ne­
cessario ad una vita che vuol rimanere vita di uomini?
È capace di raggiungere le mète che di volta in volta
devono essere raggiunte?
Le strutture non perdono la loro forza, quando
non sono considerate che nel loro contenuto empiri­
co? Lo Stato, ad esempio, ha bisogno del giuramen­
to. È la forma che lega di più l’uomo, quando egli fa
una dichiarazione o si impegna ad una azione. E ciò
avviene in quanto chi presta il giuramento riferisce
espressamente e solennemente la sua dichiarazione a
Dio. Che avviene quando - e tale è la attuale tenden­
za - il giuramento non include più questo rapporto
con Dio? In tale caso esso significa semplicemente
che chi presta il giuramento sa chiaramente che sarà
punito con la galera, se non dice la verità: una formula
che ha ormai ben poco senso e certo non ha efficacia.
Ogni essere è più che se stesso; ogni avvenimento
significa più che non il suo stretto compiersi. Tutto si
riferisce a qualche cosa che sta al di sopra o al di là. E
solo a partire di là riceve la sua pienezza. Se esso
scompare le cose e le situazioni si svuotano di senso.
Perdono la forza del proprio significato, non convin­
cono più. La legge dello Stato è più che il semplice
complesso delle norme che regolano una condotta
pubblicamente approvata; al di là della legge si trova
un che d’intangibile che s’impone alla coscienza,
quando la legge sia stata violata. L’ordine sociale è
più che non la semplice garanzia di una vita in comu­

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ne senza attriti; al di là sta alcunché che in qualche
senso trasforma la trasgressione in delitto. Questo
elemento religioso fa sì che le diverse attitudini ne­
cessarie per l’esistenza umana si determinino «da sé»,
anche senza pressione esteriore, che i differenti ele­
menti rimangano in rapporto gli uni con gli altri e co­
stituiscano una unità. Non esiste un mondo pura­
mente profano, e quando una volontà ostinata riesce
a creare un qualche cosa che gli assomigli, esso non
funziona. È un artificio senza forza interiore. La ra­
gione che guida la vita e che sta al di sotto della ra­
gione razionalistica, non si lascia convincere da que-
st’ultima. Il cuore non ha più il sentimento che un tale
genere di mondo «valga la pena» di essere vissuto.
Senza elemento religioso la vita diviene come un
motore che non ha più olio. Si riscalda, ad ogni mo­
mento qualche cosa si brucia, e dappertutto si smuo­
vono pezzi di ingranaggi. Il centro ed i raccordi si
spezzano. L’esistenza si disorganizza e si produce
quel corto circuito a cui assistiamo da trent’anni ed
in proporzioni sempre crescenti: si usa la violenza e si
cerca così una via di uscita alla perplessità impotente.
Dal momento che gli uomini non si sentono più uniti
dal di dentro, vengono organizzati dal di fuori. Ma a
lungo andare si può esistere sotto la costrizione?

Abbiamo visto che dall’inizio del tempo moderno


si viene elaborando una cultura non-cristiana. Per
lungo tempo la negazione si è diretta solo contro il
contenuto stesso della Rivelazione; non contro i valo­
ri ètici, individuali o sociali, che si sono sviluppati sot­
to il suo influsso. Anzi, la cultura moderna ha preteso
di riposare precisamente su quei valori. Secondo que­

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sto punto di vista, largamente adottato dagli studi sto­
rici, valori come ad esempio quelli della personalità e
dignità individuale, del rispetto reciproco, dell’aiuto
scambievole, sono possibilità innate nell’uomo che i
tempi moderni hanno scoperto e sviluppato. Certa­
mente la cultura umana dei primi tempi del cristiane­
simo ha favorito la loro germinazione, mentre nel
Medio Evo sono state ulteriormente sviluppate dalla
preoccupazione religiosa per la vita interiore e la cari­
tà attiva; ma poi questa autonomia della persona ha
preso coscienza di sé ed è divenuta una conquista na­
turale, indipendente dal cristianesimo. Questo modo
di vedere si esprime in molteplici forme ed in modo
particolarmente rappresentativo nei diritti dell’uomo
al tempo della Rivoluzione francese.
In verità questi valori e queste attitudini sono lega­
ti alla Rivelazione, la quale si trova in un particolare
rapporto riguardo a ciò che è immediatamente-uma-
no. Discende dalla libertà della grazia divina, ma at­
trae l’uomo nella sua economia e ne nasce la struttu­
ra cristiana della vita. Così si liberano nell’uomo delle
forze che sono per sé «naturali», ma non si sviluppe­
rebbero al di fuori di quell’economia. L’uomo divie­
ne consapevole di valori che per sé sono evidenti, ma
divengono visibili solo in quell’atmosfera. L’idea che
questi valori e questi atteggiamenti appartengano
semplicemente alla evoluzione della natura umana,
mostra di misconoscere il vero stato di cose; anzi, bi­
sogna avere il coraggio di dirlo apertamente, condu­
ce ad una slealtà che all’osservatore attento appare
caratteristica dell’immagine dell’epoca moderna.
Il carattere di persona è essenziale all’uomo, ma
esso diviene visibile allo sguardo ed accettabile alla

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volontà, quando, in grazia della adozione a figli di
Dio e della Provvidenza, la Rivelazione schiude il rap­
porto col Dio vivo e personale. Se ciò non avviene si
può avere una coscienza dell’individuo ben dotato,
elevato, creatore, ma non della autentica persona,
che è determinazione assoluta di ogni uomo, al di là
di tutte le qualità psicologiche o culturali. La cono­
scenza della persona è perciò legata alla fede cristia­
na. La persona può essere affermata e coltivata per
qualche tempo anche quando tale fede si è spenta,
ma poi gradatamente queste cose vanno perdute.
Lo stesso accade per i valori in cui la consapevo­
lezza della persona si sviluppa. Così accade, ad esem­
pio, di quel rispetto che non va ad un dono particola­
re o ad una situazione sociale, ma al fatto in sé della
persona, alla sua qualità di essere unico, insostituibi­
le, inalienabile, in ogni uomo, comunque egli sia di­
sposto e proporzionato ... O di quella libertà, che
non significa la possibilità di espandersi e vivere in
piena misura, ed è per ciò riservata all’uomo privile­
giato in sé o socialmente, ma è la capacità che ogni
uomo ha di decidersi e di essere così padrone del suo
atto e in tale modo padrone di se stesso ... Ovvero di
quell’amore verso l’altro uomo che non significa la
simpatia, l’aiuto reciproco, il dovere sociale, ma la ca­
pacità di dar l’assenso al «tu» nell’altro e di essere in
tal modo «io». Tutto ciò resta vivo fino a quando re­
sta vitale la conoscenza della persona. Ma quando es­
sa impallidisce, assieme al rapporto cristiano con Dio,
scompaiono anche quei valori e quelle attitudini.
Il non avere riconosciuto questi rapporti, l’aver ri­
vendicato a sé la persona ed il mondo dei valori per­
sonali, sopprimendo la Rivelazione cristiana, che ne

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costituisce la garanzia, ha generato quella slealtà inte­
riore di cui abbiamo parlato. Tutto ciò si è del resto
rivelato in modo graduale. Il classicismo tedesco si
regge su valori ed atteggiamenti che sono già vaghi.
La sua nobile umanità è bella, ma manca della supre­
ma radice di verità, poiché rifiuta la Rivelazione dei
cui effetti pur tuttavia si nutre tutta. E così, già nella
generazione seguente il suo atteggiamento umano co­
mincia ad impallidire. E non perché si trovasse ad un
livello meno elevato, ma perché di fronte all’irrompe-
re del positivismo la cultura della persona, tagliata
dalle sue radici, si rivelò impotente.
Questo processo è ulteriormente proseguito, e
quando improvvisamente fece irruzione il sistema di
valori degli ultimi vent’anni, in così stridente contra­
sto con tutta la tradizione culturale moderna, la subi­
taneità e la contraddizione furono solo apparenti: in
realtà si era rivelato un vuoto che esisteva ormai da
lungo tempo. L’autentica personalità, assieme al suo
mondo di valori e di atteggiamenti, era scomparsa
dalla coscienza col rifiuto della Rivelazione.
Il tempo che viene creerà qui una chiarezza terri­
bile, ma salutare. Nessun cristiano può rallegrarsi del­
l’avvento di una radicale negazione del cristianesimo.
Poiché la Rivelazione non è una esperienza soggetti­
va, ma la verità assoluta, manifestata da Colui che ha
anche creato il mondo; ed ogni ora della storia che
rende impossibile l’influsso di questa verità è minac­
ciata nel suo intimo. Ma è bene che si metta a nudo
quella slealtà. Poiché allora si vedrà quale è effettiva­
mente la realtà, quando l’uomo si è distaccato dalla
Rivelazione, e vengono a cessare i suoi frutti.
Ma ci rimane ancora da rispondere alla domanda

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di quale natura sarà la religiosità dei tempi futuri.
Non il contenuto rivelato, ché esso è eterno; ma le
forme storiche del suo realizzarsi, la sua struttura
umana. Qui molto ci sarebbe da dire e da supporre, e
ci dobbiamo limitare.
Importante sarà anzitutto ciò che abbiamo da ulti­
mo accennato: il deciso manifestarsi dell’esistenza
non cristiana. Quanto più decisamente il non creden­
te attua il suo rifiuto della Rivelazione e quanto più
conseguentemente lo traduce nella pratica, tanto più
chiaramente si vedrà che cos’è il cristianesimo. Il
non-credente deve uscire dalle nebbie della laicizza­
zione. Deve rinunciare a quell’«usufrutto» che, pur
negando la Rivelazione, si appropria dei valori e delle
forze che essa ha elaborato. Deve attuare onestamen­
te la sua vita senza Cristo e senza Dio che Cristo ha ri­
velato, ed esperimentare che cosa questo sia. Già
Nietzsche aveva ammonito che il moderno non-cri-
stiano non aveva ancora compreso che cosa sia essere
tale. I vent’anni trascorsi ce ne hanno dato una idea,
e non era che l’inizio.
Un nuovo paganesimo si sviluppa, ma di natura di­
versa da quello antico. Anche qui ci troviamo di fron­
te ad un equivoco, che si rivela, fra l’altro, nei rappor­
ti con l’antichità. L’attuale non-cristiano ritiene spes­
so di poter cancellare il cristianesimo e cercare una
nuova via religiosa riallacciandosi direttamente agli
antichi. Ma qui sbaglia. Non si può risalire a ritroso
nella storia. Come forma di esistenza l’antichità è de­
finitivamente tramontata. Quando l’uomo di oggi di­
viene pagano, lo è in forma totalmente diversa dal­
l’uomo prima di Cristo. L’atteggiamento religioso
dell’uomo antico, nonostante tutta la grandezza della

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sua vita e delle sue opere, aveva qualcosa di giovanil­
mente ingenuo. Si trovava al di là di quella opzione
suprema richiesta dal Cristo, per la quale - qualun­
que sia la sua decisione - l’uomo si pone su di un al­
tro livello esistenziale: Sóren Kierkegaard lo ha chiari­
to una volta per sempre. L’esistenza dell’uomo acqui­
sta ora una serietà che l’uomo antico non ha cono­
sciuta, perché non poteva conoscerla. Serietà che
non proviene da una maturità propria dell’uomo, ma
dall’appello che, attraverso Cristo, Dio rivolge alla per­
sona: essa apre gli occhi ed è ora desta, che lo voglia
0 non lo voglia. Quella serietà discende dalla parteci­
pazione secolare all’esistenza di Cristo; dall’esperien­
za fatta, con Lui, di quella tremenda chiarezza con
cui Egli «ha conosciuto ciò che è nell’uomo» e di quel
sovrumano coraggio con cui Egli ha subito l’esistenza
umana. Di qui proviene la singolare impressione di
immaturo arresto di sviluppo che ci dà l’anticristiano
che crede nell’antichità.
Lo stesso vale per la rinnovazione del mito nordi­
co. Fintantoché non serve, come nel nazionalsociali­
smo, a dissimulare mète di dominio, essa è insostan­
ziale quanto la rinnovazione del mito antico. Anche il
paganesimo nordico si trova al di là di quella opzione
che lo ha costretto ad uscire dalla vita difesa ed insie­
me prigioniera di una esistenza immediata, con i suoi
ritmi e le sue immagini, per accedere alla serietà della
persona. E non importa qui stabilire come si sia at­
tuata quella opzione.
E ancora le stesse cose potremmo ripetere di tutti
1 tentativi che sono stati fatti per creare un nuovo mi­
to, attraverso la secolarizzazione dei pensieri e degli
atteggiamenti cristiani, come è avvenuto ad esempio

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nella poesia dell'ultimo Rilke12. Ma ciò che quella
poesia racchiude di spontaneo, la volontà di elimina­
re il carattere trascendente della Rivelazione e di fon­
dare una esistenza puramente terrestre, mostra la sua
impotenza già nella sua incapacità a situarsi nella na­
scente realtà nuova. I tentativi che ad esempio i Sonet­
ti ad Orfeo fanno in questa direzione sono di una im­
potenza commovente ed insieme penosa, se li raf­
frontiamo alle aspirazioni delle Elegie.
Per quanto concerne infine concezioni come quel­
le dell’esistenzialismo francese, la loro negazione del
senso dell’esistenza è così violenta, che ci si domanda
se essa non rappresenti una manifestazione partico­
larmente disperata del Romanticismo, resa possibile
dagli sconvolgimenti degli ultimi decenni.
Un tentativo per porre l’esistenza, non solo in con­
traddizione con la Rivelazione, ma su una base real­
mente indipendente, immanente, dovrebbe essere di
un realismo tutto diverso. Rimane da attendere in
quale misura lo produrrà l’Est e che cosa avverrà allo­
ra dell’uomo.
Ma allora la fede cristiana stessa dovrà acquistare
nuova risolutezza. Anche la fede deve uscire dalle lai­
cizzazioni, dalle analogie, dalle mezze misure e dalle
confusioni. E qui, mi sembra, una grande fiducia ci è
concessa.
È sempre stato particolarmente difficile per il cri­
stianesimo adattarsi all’epoca moderna. Troppo vivo

12. Spero di poter presto esprimermi in modo più esauriente in una


interpretazione completa delle Elegie duinesi. [Essa è contenuta nel volu­
me di R. Guardini, Rainer Maria Rilke. Le Elegie duinesi come interpretazione
dell’esistenza, Morcelliana, Brescia 1974, pp. 514, nuova edizione in corso
di pubblicazione - n.d.r.].

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era il ricordo della sua rivolta contro Dio; troppo am­
biguo il modo in cui aveva posto tutti i settori della
creazione culturale in contraddizione con la fede, e la
fede stessa in una situazione di inferiorità. E c’era
inoltre quello che abbiamo chiamato la moderna sle­
altà: quel doppio gioco che da un lato rifiuta la dottri­
na e l’ordine cristiano della vita e dall’altro rivendica
a sé le conseguenze umane e culturali di quella stessa
dottrina. Di qui l’esitazione del cristiano nei suoi rap­
porti con l’epoca moderna. In ogni sua parte egli tro­
vava idee e valori la cui origine cristiana era evidente,
e che invece erano dichiarati proprietà comune. Dap­
pertutto egli si imbatteva in valori essenzialmente cri­
stiani, che erano invece rivolti contro di lui. Come
avrebbe potuto avere fiducia? Queste ambiguità verran­
no a cessare. Si considereranno sentimentalismi i valori
cristiani secolarizzati, e l’atmosfera ne risulterà purifica­
ta. Piena di ostilità e di pericolo, ma pulita ed aperta.
Nella stessa direzione opererà anche ciò che abbia­
mo detto circa il rilassamento delle forze religiose
spontanee, la capacità di esperienza e di azione reli­
giosa. La pienezza religiosa aiuta a credere, ma può
anche velare e mondanizzare il contenuto della fede.
Quando quella pienezza si riduce, la fede diviene più
parca, ma anche più pura e più grave. Il suo sguardo
sulla realtà si fa più aperto, il suo centro di gravità pe­
netra più profondamente in ciò che è personale: nel­
la decisione, nella fedeltà, nella capacità si superarsi.

Ciò che è stato detto più su circa questa situazione


di pericolo vale anche per la condotta cristiana. Essa
dovrà avere in modo particolare i caratteri della fidu­
cia e della forza.

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Spesso si è rinfacciato al cristianesimo di offrire al­
l’uomo un rifugio contro i pericoli cui lo espone la si­
tuazione attuale. E c’era del vero, non solo perché il
dogma nella sua oggettività crea un ordine sicuro al
pensiero ed alla vita, ma anche perché nella Chiesa
continua a vivere una folla di tradizioni culturali che
altrove sono scomparse e morte. Nei tempi futuri quel
rimprovero sarà sempre meno giustificato.
Il patrimonio culturale della Chiesa non potrà
sfuggire alla generale decadenza della tradizione e là
dove esso ancora sussisterà sarà assalito da molti pro­
blemi. Ma per quanto concerne il dogma, è essenziale
alla sua natura il sopravvivere ad ogni mutamento di
tempi poiché esso è fondato nel sovratemporale; si
può tuttavia supporre che di esso si avvertirà in modo
particolare il carattere di guida della vita. Quanto più
il cristianesimo si affermerà di nuovo come cosa non
spontanea ed automatica, e si distinguerà decisamen­
te dalla dominante concezione non-cristiana della vi­
ta, tanto più emergerà nettamente nel dogma, accan­
to all’elemento teoretico, quello pratico ed esistenzia­
le. Non c’è certamente bisogno che io sottolinei che
non intendo con ciò alcuna «modernizzazione»; nes­
suna attenuazione qualsiasi né di contenuto né di va­
lore. Al contrario il carattere di incondizionata asso­
lutezza della sua espressione e del suo imperativo si
accentueranno più fortemente. E in questa assolutez­
za si avvertiranno la definizione dell’esistenza e l’o­
rientamento della condotta.
Così la fede sarà capace di resistere nel pericolo.
Nel rapporto con Dio emergerà decisamente l’ele­
mento dell’obbedienza. Obbedienza pura, la quale sa

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che si tratta delle cose supreme, che solo per l’ubbi­
dienza possono realizzarsi. Non perché l’uomo sia
«eteronomo», ma perché Dio è santità assoluta. Un
atteggiamento assolutamente non-liberale dunque,
orientato con assolutezza verso l’assoluto, ma nella li­
bertà, e per questo distinto da tutte le violenze. Que­
sta assolutezza non è una resa alla forza fisica o psi­
chica del comando: ma l’uomo per essa accoglie nel
suo atto la qualità del comando divino. E questo sup­
pone la maturità del giudizio e la libertà dell’opzione.
Ed una fiducia che solo qui è possibile. Non fidu­
cia in un ordine razionale del tutto, o in un principio
ottimistico di benevolenza, ma in Dio, nella sua realtà
e nella sua azione, in Dio, che è all’opera ed agisce.
Se non sbaglio, l’Antico Testamento va assumendo
un significato particolare: esso mostra il Dio vivente,
che spezza e irrompe sia attraverso l’incantesimo mi­
tico del mondo sia attraverso le potenze politiche pa­
gane della terra, e l’uomo credente che, accettando
l’Alleanza, si ricollega a questa azione di Dio. E si
comprenderà l’importanza di questo. Quanto più cre­
scono le forze anonime, tanto più la «vittoria che vin­
ce il mondo» [1 Gv 5, 4], la fede, si attua in una con­
quista di libertà, nell’accordo della libertà donata
all'uomo e della libertà creatrice di Dio. E nella fidu­
cia in ciò che Dio fa non sòltanto nel suo operare, ma
nel suo agire. E singolare questo presentimento di
possibilità divine, in mezzo alla crescente oppressione
del mondo!
Questo incontro di assolutezza e di personalità, di
incondizionatezza e di libertà, renderà il credente ca­
pace di resistere, senza luogo e senza rifugio, e di ri­

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conoscere la direzione. Lo renderà capace di accede­
re ad un rapporto diretto con Dio, attraverso tutte le
situazioni della violenza e del pericolo; e di rimanere
persona vivente nella crescente solitudine del mondo
futuro, solitudine proprio in mezzo alle masse ed alle
organizzazioni.
Se comprendiamo esattamente i testi escatologici
della Sacra Scrittura, la fiducia ed il coraggio forme­
ranno il carattere proprio della fine dei tempi. L’am­
biente della cultura cristiana, l’appoggio della tradi­
zione perderanno vigore. Questo sarà uno degli ele­
menti di quello scandalo, del quale è detto che «se
fosse possibile, anche gli eletti vi soccomberebbero»
(Mt 24, 24). '
La solitudine nella fede sarà tremenda. L’amore
scomparirà dalla condotta generale (Mt 24, 12). Non
sarà più compreso, e diverrà tanto più prezioso, nel
suo passare da un solitario ad un altro solitario: forza
del cuore che discende immediatamente dall’amore
di Dio, quale si è rivelato in Cristo. Forse si farà una
esperienza tutta nuova in questa carità: della sua so­
vrana originalità, della sua indipendenza dal mondo,
del mistero del suo supremo perché. Forse la carità
acquisterà una profondità d’intimità mai prima esisti­
ta. Qualche cosa di ciò che si esprime in quelle parole
che sono la chiave per comprendere il messàggio di
Gesù sulla Provvidenza: che le cose si trasformano
per l’uomo che ha come suo primo pensiero la volon­
tà ed il Regno di Dio (Mt 6, 33).
Questo carattere escatologico si rileverà, io penso,
nel futuro atteggiamento religioso. Non intendiamo
con ciò annunciare alcuna facile Apocalisse. Nessuno
ha il diritto di dire che la fine si avvicina, quando Cri­

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sto stesso ha dichiarato che solo il Padre conosce le
cose della fine (Mt 24, 36). E se qui si parla di un avvi­
cinarsi alla fine, lo si intende in senso essenziale, non
temporale: la nostra esistenza giunge al traguardo
della opzione assoluta e delle sue conseguenze: delle
possibilità più alte e dei pericoli estremi.

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