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Gli effetti collaterali della felicità

Anna Nicoletto
Copyright testi © Anna Nicoletto
ISBN: 978-1-64633-568-8
I Edizione: luglio 2019
Tutti i diritti riservati.

Questo romanzo è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore


o utilizzati in modo fittizio. Qualsiasi analogia con fatti, eventi, luoghi o persone, vive o
scomparse, è puramente casuale.

Copertina realizzata da Catnip Design - Be Sophisticated © | http://www.catnipdesign.it


Photographer © Pavel Anton
Model: Jonatan Mujica

https://www.facebook.com/annanicolettoauthor/
Instagram: @anna_nicoletto
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Gli effetti collaterali della felicità
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Ringraziamenti
Altri libri dell’autrice
Playlist

La musica è stata fondamentale per la stesura di questo romanzo.


Potete trovare la playlist su Spotify, a questo link:
https://spoti.fi/2YFTFge
Buon ascolto!

Cold – Maroon5 feat. Future


Shot Me Down – David Guetta, Skylar Grey
I Don’t Wanna Live Forever – Boyce Avenue
Natural – Imagine Dragons
Sweet but Psycho – Ava Max
1-800-273-8255 – Logic, Alessia Cara, Kahlid
Closer – The Chainsmokers
Bad Liar – Imagine Dragons
Idfc – blackbear
Impossible – James Arthur
Zero – Imagine Dragons
Speachless – Robin Schulz, Erika Sirola
Swim – Chase Atlantic
Take me to church – Hozier
Without You – Avicii, Sandro Cavazza
What It’s Like to Be Lonely – Tyler Ward
Freeze You Out – Marina Kaye
REMEDY – Alesso
Happier – Marshmello, Bastille
Sign of The Times – Harry Styles
Runnin’ (Lose It All) – Naughty Boy, Beyoncé, Arrow Benjamin
Always – Gavin James
Happy Now – Kygo, Sandro Cavazza
Painting Flowers – All Time Low
In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e
l’altro nell’abisso.
Paulo Coelho

Lei era come l’arte, e l’arte non doveva essere bellissima: doveva
farti provare qualcosa.
Rainbow Rowell
Tommaso

«Tommaso, abbiamo un problema. La Sports Joy.»


Dicono che la fortuna aiuti gli audaci, tuttavia questa telefonata è
la prova che non importa quanto tu sia disposto ad adeguarti per
sopravvivere: esisterà sempre qualcuno pronto a ricordarti che le
cose possono peggiorare.
Massimiliano è uno di questi.
«La palestra non vuole firmarci il rinnovo della convenzione. Lo
stronzo di Ginetti sta ritrattando i termini.»
E Ginetti viene subito dopo.
«Cristo.»
Ficco la mano libera in tasca mentre, un passo dopo l’altro, fendo
la nebbia che avvolge il tratto di strada dalla fermata della
metropolitana all’appartamento dove sono tornato ad abitare dopo…
dopo Los Angeles.
«Me ne occupo io» propongo.
«American boy, quello odia te ancora più di me. Quando ti vede
gli parte il tic nervoso solo perché sua sorella ti ha puntato! Non che
lei abbia fatto qualcosa di male. Sei tu che non cogli.»
«Massi.» Sospirando, lo blocco. «Sono le dieci e mezza di sera e
non sono ancora rientrato. Dammi tregua.»
«Di quale tregua parli? Sei in sciopero con il genere femminile da
quanto? Un anno? Più tregua di così!»
Non è un anno.
Sono trascorsi diciotto mesi, quattro giorni e una manciata di ore
dal momento esatto in cui il mio cuore si è inceppato, come un
vecchio orologio rassegnato a indicare la stessa ora.
Da allora, due sono le notizie degne di nota: la prima è che sono
tornato a vivere in Italia abbandonando un pezzo di me oltreoceano.
E la seconda è che quel pezzo non lo riavrò più indietro, perché l’ho
affidato a una donna che l’ha spappolato tra le dita e gettato senza
ripensamenti nel bidone dell’indifferenziata.
«Non possiamo aumentare la retta mensile dei ragazzini ad anno
inoltrato» ragiona Massimiliano.
«E allora rinunciamo al sette percento e accettiamo» borbotto,
rassegnato.
«Grandioso. Comincio a cercarmi un altro lavoro. E, a proposito di
altri lavori, qualche segno vitale dalla Galleria?»
La Galleria, ovvero il nome in codice per “l’application per la
mostra del Gala di Capodanno alla TownHouse Galleria”. È un
evento così prestigioso che non so neanche perché mi sono
candidato. E infatti l’eco del vuoto è tutto ciò che ho ricevuto in
ritorno, e il silenzio che echeggia nel telefono è l’unica risposta che
do al mio amico.
«Si faranno vivi» mi rassicura Massimiliano, ma è chiaro che
nessuno dei due ci creda. Me ne sono fatto una ragione. Succede. I
rifiuti succedono. Sono necessari al processo di crescita. Certo, uno
spera che prima o poi il processo abbia il buongusto di fermarsi o
perlomeno di rallentare, ma i miei ventinove anni dimostrano che
sulle belle speranze non si costruisce niente.
Forse avrei più successo abbracciando i suggerimenti strategici
della mia migliore amica, la Marte, all’anagrafe Caterina: resuscitare
il mio account Instagram, pubblicare robe acchiappa follower, farmi
notare perché “disegno mezzo nudo in diretta” e stronzate simili. A
ripensarci, sto ancora ridendo tantissimo.
Una folata di aria fredda mi punge il viso mentre riattacco. Milano
stasera è una stronza senza cuore, e più senza cuore di lei c’è solo
l’amministratore di condominio che non ha fatto aggiustare la luce
esterna e mi costringe a illuminare la serratura del portone con il
flash del cellulare.
Nell’atrio tirato a giorno dai neon regna il solito caos. Televisioni
che starnazzano, odore di minestrone che impregna il vano scala, le
voci degli inquilini del primo piano che si rincorrono nell’ennesimo
litigio serale. Tutto come da programma. Sto salendo le scale
crogiolandomi nella prospettiva della cena da scongelare davanti al
prossimo episodio su Netflix e contemporaneamente resistere alla
tentazione di sbirciare i siti di gossip oltreoceano, quando mi scontro
con un particolare fuori posto.
C’è una donna, seduta sul mio pianerottolo.
Indossa un soprabito scuro, sbottonato, sotto il quale intravedo un
bustino che si tuffa in una nuvola di tulle rosa. Le gambe sono
scoperte, nude e lunghissime e terminano su dei tacchi alti che
sfiorano una bottiglia satinata dall’aria piuttosto costosa.
Tento di agganciare lo sguardo di questa fata urbana uscita da un
quadro di Degas, se non altro perché è davanti alla porta del mio
interno e anche volendo non potrei oltrepassarla senza calpestare la
distesa di stoffa morbida sparsa sul pavimento. Ma lei tiene la testa
abbassata, i capelli biondi le scendono sulle spalle e in parte le
nascondono gli occhi. Sta imprecando a fior di labbra verso il
cellulare.
La visione bizzarra mi ferma a mezza rampa. Il borsone della
palestra plana sul fianco, mentre mi riservo qualche secondo per
elaborarla. E subito dopo mi rendo conto che potrei prendermi anche
una giornata, ma approderei alla medesima conclusione.
È perfetta.
Così perfetta che vorrei chiederle di restare con il soprabito storto
e il tulle sparpagliato attorno come zucchero filato, per sempre. O
almeno per il tempo che mi serve per imprimere i particolari sulla
retina, metterli in ordine sulla punta delle dita e riprodurli su carta o
tela.
È così perfetta che dopo diciotto mesi, quattro giorni e una
manciata di ore, ho di nuovo lo stimolo a dipingere qualcuno che
esiste al di fuori dei ricordi.
La sto ancora studiando quando lei alza di scatto la testa.
Si guarda attorno spaesata e mi trova.
A dieci gradini di distanza e altrettanto spaesato, la osservo
anch’io.
Quattro centimetri di occhi verdi. Zigomi alti. Viso affusolato.
Proporzioni e simmetria impressionanti.
Potrebbero invitarla come modella nelle classi di ritrattistica.
Registrerebbero un incremento di partecipazione del tremila
percento, restando pessimisti.
La donna arriccia il naso mentre scruta i miei pantaloni della tuta,
risale sul giaccone e infine pianta gli occhioni nei miei. Se all’inizio
erano cauti, ora sono diffidenti.
«Ehi» esordisco, perché temo che se la lascerò parlare per prima
mi assegnerà di diritto il titolo di “guardone maniaco del condominio”.
«Ehi» increspa le labbra, facendomi il verso.
Il suo tono di voce ammazza la composizione.
Impiego un microsecondo per capire che non mi piace come
parla, né come mi guarda mentre parla. Sembra una tipa da
piedistallo, e io con le tipe da piedistallo ho già ampiamente dato.
All’improvviso non mi va più di restare impalato a domandarmi
come accidenti ci sia finita sul mio pianerottolo. Voglio solo entrare in
casa e salutare questa giornata infinita.
Indico la porta dell’appartamento alla sua destra. «Dovrei
passare.»
«Oh.» Lei piega le ginocchia, abbranca il tulle con una mano, con
l’altra si sporge per afferrare la bottiglia di vetro nero. Si alza in piedi.
Avrà all’incirca la mia età. È alta, è bella, ha un’aria altezzosa da
prima classe che cozza con il condominio impestato dall’odore di
cipolla soffritta.
Di nuovo mi chiedo che cosa ci faccia qui, poi ricordo a me stesso
cosa è successo l’ultima volta in cui mi sono posto una domanda
simile con una donna simile e mi dico che è meglio non sapere.
Mi impedisco di indugiare sul bordo di raso cipria che occhieggia
sotto il soprabito e, ignorandola, la supero e infilo la chiave nella
toppa.
«Scusa» mi chiama, all’improvviso. «Che telefono hai?»
«Prego?» chiedo, voltandomi.
«Il telefono.» Lei solleva il suo, rivolge verso di me lo schermo
spento. «Il mio è un Samsung ed è scarico. Se hai il cavo
compatibile… senti, ti do questa, se me lo fai ricaricare da te.»
E ora solleva la bottiglia nera.
Ammetto che sono perplesso.
«Vuoi darmi dell’alcol in cambio di una presa della corrente?»
«Non è dell’alcol. È un Bollinger Grande Année del 2007. Annata
eccezionale per le vendemmie. Grande corpo, indiscutibile eleganza,
bollicine setose. Ed è rimasto per anni ad affinarsi in una cantina
aspettando che il suo futuro proprietario trovasse il momento perfetto
per stapparlo.»
Come volevasi dimostrare: tipa da piedistallo.
Accenno un sorrisetto. «Mi dispiace deludere il tuo vino, fatina in
rosa. Se dovessi adeguare l’alcol sul livello di perfezione della mia
giornata, al massimo potrei affogarmi di birra analcolica.»
Faccio per dare le spalle a quel faccino sconvolto, ma lei mi
afferra sopra il giaccone tenendo il telefono in bilico nella mano. Il
verde brillante dei suoi occhi è alienante, sembra finto. Il disappunto
che le leggo in viso, invece, è più reale delle dita che mi
ghermiscono l’avambraccio.
«È una bottiglia da centoventi euro» sillaba, come se fossi
deficiente.
«Già.» Sporgo il viso verso di lei. «Un bello spreco usarla per una
festa senza invitati sul vano scala di questo condominio. Mi sa che la
perfezione oggi è ben lontana anche per te.»
Lei vacilla e io considero che ci ho preso. La lingerie di lusso e il
vino sono precisi tasselli di un piano generale che non conosco, ma
il fatto che siano qui invece che a generare i risultati sperati mi
suggerisce che anche a lei qualcosa sia andato storto.
Con il gomito libero, abbasso la maniglia della porta
dell’appartamento.
«Aspetta!»
La fatina spalanca gli occhioni, tenta di rimettersi addosso
l’espressione da creatura intoccabile.
Fallisce.
«E va bene, hai ragione» ammette. «Sì, è stata un’orrenda serata.
Giornata. Diciamo pure settimana.»
A quel punto, mette il broncio e sbatte le ciglia in un modo che
vorrebbe essere provocante, ma all’atto pratico è il blando tentativo
di portare a casa la sufficienza. Come se non fosse abituata a
ricoprire posizioni di svantaggio.
Il pensiero che ne consegue è cristallino.
La fatina porta guai.
Non riesco a pensare ad altro mentre lei resta appesa al mio
braccio, indispettita dal fallimento della tattica.
«Senti» capitolo, se non altro per umana solidarietà. «Sali una
rampa e suona il campanello tutto a sinistra. È un appartamento di
universitarie. Sono sicuro che almeno un paio stiano facendo nottata
per qualche esame. Fatti ricaricare il telefono, così puoi chiamare
qualcuno e farti dare un passaggio per tornare a casa.»
«Non mi serve un passaggio.» Scuote la testa e indica la porta
d’ingresso accanto alla mia. «Abito qui.»
Ma davvero.
Strano, perché ho lasciato casa alle nove di stamattina e
l’appartamento confinante con il mio era vuoto. Lo è da tre
settimane, da quando Melissa e Sabrina si sono trasferite.
Era bello avere le ragazze nerd come vicine.
«Qui» ripeto, incredulo.
«Esatto. Sono la nuova inquilina.»
Ah, che grandiosa notizia di merda.
«Resto poco» ci tiene a precisare. «Ho firmato il contratto per tre
mesi, ma conto di andarmene via prima.»
«O… kay?»
«Quindi mi fai entrare per caricare il cellulare?»
Aggrotto al fronte, come a dire: «perché non entri da te?»
Lei capisce e tira fuori qualcosa dalla tasca del soprabito. «Mi si è
spezzata la chiave dentro la serratura» confessa, mostrandomi i resti
sul palmo. «Stavo per chiamare il proprietario, ma la batteria del
telefono mi ha mollata.»
Non riesco a silenziare gli avvertimenti che mi rimbombano nel
cervello.
La fatina porta guai.
Tanti, grossi guai.
«Per favore.» Lei piega impercettibilmente le ginocchia, in bilico
sui tacchi. «È stata una serata davvero pietosa. Le mie cose sono
dentro un appartamento che non riesco ad aprire e ho appena
ricevuto una porta in faccia sbattuta dal mio ex fidanzato. Non farmi
finire la serata in mezzo a delle ragazzine appena uscite dalla
pubertà.»
Ed eccoli, i guai.
«Ti prego» modula la voce in una supplica che mi scava dentro.
«Solo mezz’ora, il tempo di ricaricare la batteria, fare una telefonata
e capire dove dormire stanotte. Non ti chiedo niente di più.»
Forza, ragiona, mi sprono. Non conta che lei sia l’esatta
incarnazione di tutto ciò che eviti in una donna da quando hai
lasciato Los Angeles. Non conta che il suo breve e raccapricciante
riassunto ti abbia fatto soffermare più del dovuto sulla specifica “ex”
prima di “fidanzato”. Non conta nemmeno che lei sia assurdamente
attraente. Qui si tratta di un’opera di bene. Trenta minuti di buona
azione quotidiana e poi te la levi di torno. Il karma ringrazierà.
«Mezz’ora» le accordo con un sospiro.
«Grazie!» si illumina. «Davvero, grazie!»
Tenendole aperta la porta, guardo la nuvola di tulle rosa sparire
nel mio appartamento.
Sarà la mezz’ora più lunga di sempre.
Tommaso

In piedi sui tacchi, bottiglia di vino stretta tra le dita e soprabito


dondolante sulle gambe nude, la fatina ruota la testa scannerizzando
il posto dove vivo.
Di riflesso, mi guardo attorno anch’io.
Non so a cosa sia abituata, ma immagino che ai suoi occhi la
piccola cucina con il mobile dozzinale di finto ciliegio, la moka
abbandonata sul ripiano e la porzione di muro tra la portafinestra e il
frigo ricoperta di schizzi a mano non raggiunga gli standard di
decenza.
È proprio sulla parete che la fatina termina la sua ispezione. Si
concentra sui disegni, incurante della bolla ovattata in cui siamo da
quando ci ho chiusi dentro casa.
«Tieni» rompo il silenzio, infilando il caricatore nella presa accanto
ai fuochi. «Attacca il cellulare. Io vado un attimo di là.»
Tiro su il borsone della palestra abbandonato in ingresso e poco
dopo lo riappoggio sul pavimento del bagno. Afferro alla rinfusa i
vestiti sporchi, li getto nel cestone, quindi mi risciacquo il viso e
scambio un’occhiata sospettosa con il tizio nello specchio.
Al pensiero della fatina nel mio spazio personale, mi scopro
nervoso. Il che è assurdo perché io non ho problemi con gli estranei.
Mai avuti.
Deve centrare il fatto che da quando sono tornato dalla California,
a parte mia sorella e mia nipote, qui non è entrata nessuna donna.
«Sei un idiota» mi rimprovero, sfilando la felpa dalla testa. «È solo
una tizia che se ne andrà tra pochi minuti.»
Prendo una profonda boccata d’aria e torno in cucina.
Ciò che trovo, però, mi blocca sulla soglia.
La fatina mi dà la schiena, sistemandosi lo sbuffo di tulle che le
circonda i fianchi e la copre fino a metà coscia. Poi tamburella le dita
sul ripiano della cucina e inclina la testa, lasciando cadere una
pioggia di capelli dorati dalla spalla nuda. Il fatto che si sia tolta il
soprabito mi costringe a notare la completa illegalità di ciò che
indossa.
Il bustino di quell’affare è semitrasparente, la gonna è
vaporosissima, l’insieme è progettato per fare colpo e andare
brutalmente a segno. Non mi stupisce che l’abbia sfoderato per
cercare di riconquistare il suo ex. Quello che mi stupisce è che lui se
la sia ritrovata sullo zerbino in modalità “voglio farti mio tutta la notte”
e sia riuscito a rimbalzarla. Deve essere una specie di eroe
nazionale.
Di nuovo mi assale una sgradevole sensazione a cui non so dare
un nome.
Non mi piace come mi fa sentire l’idea di essere da solo con lei
nel mio appartamento.
Non mi piace perché, in realtà, comincia a piacermi un po’ troppo.
Faccio un passo avanti e lei si volta di scatto.
Gli occhi sgranati si incollano sulle mie braccia scoperte, si
soffermano sulla T-shirt sgualcita. Scendono sui piedi nudi per
tornare al viso.
Di norma evito i viaggi mentali alla “ci guardiamo e, boom, stiamo
pensando la stessa cosa”, ma… accidenti, qui il biglietto è di sola
andata.
«Avevo caldo» mi anticipa, indicando il soprabito gettato di
traverso sulla sedia.
«Figurati…» Cerco di non fissare troppo il bustino dotato di
spalline sottili e un reggiseno a balconcino che le sta come la fine
del mondo. «Vuoi qualcosa per coprirti? Una maglietta?»
«Sei la seconda persona che mi invita a coprirmi stasera.
Qualcosa non va in questo babydoll? È difettoso?»
«No, per niente» mi scappa.
«E allora il problema sono io? Okay, domanda stupida. Certo che
sono io. Ce l’hai un apribottiglie?»
Sorrido in automatico. «Hai deciso che la serata è diventata
all’improvviso degna del tuo vino?»
«Bollinger» mi corregge. «E no, ho deciso che siccome peggio di
così non può andare, tanto vale toccare il fondo mentre non sono
sobria.»
Incrociando le braccia, adagio la schiena allo stipite della porta.
«Non provocare la sorte. Può sempre andare peggio.»
«Dio, spero proprio di no. Gradirei fermarmi su questo gradino
della scala dell’umiliazione.»
Non dovrei farmi gli affari suoi, eppure non riesco a tacere.
«La serata è andata così male?»
Lei inarca le sopracciglia, come a dire “non vedi quanto?”.
«Quindi, l’apribottiglie?»
«Non per essere scortese, fatina» la squadro, «ma non dovresti,
che so, cercarti un posto dove dormire?»
«Ah, giusto» risponde. «Allora, attualmente le mie alternative sono
la casa dei miei genitori con annessa perdita della faccia per i
prossimi dieci anni, oppure il vano scala di questo condominio.» Si
ferma a pensarci su. «A meno che tu non voglia prestarmi trenta
euro e indicarmi un motel economico che posso raggiungere a piedi
senza venire scambiata per una prostituta. Ci credi che nelle mie
tasche, telefono escluso, c’è solo una mezza chiave rotta e un
pacchetto di preservativi? Perché giuro, giuro che io non ci sto
credendo.»
Non pensare ai preservativi, mi ordino.
E, soprattutto, non guardarle le tette strizzate in quel coso
fantastico e poi pensare ai preservativi!
La fatina si porta le mani sulle tempie, si para indietro i capelli.
«Dio, devo sembrarti pazza. Ti assicuro che di solito non sono così.»
Lo squillo del cellulare la distrae.
Si sporge sul piano cottura per afferrarlo e legge freneticamente
sullo schermo. «Okay, domattina alle nove il proprietario ha fissato
l’appuntamento con il fabbro per sistemare la serratura.» Tira un
sospiro di sollievo. «Ora devo solo trovare il coraggio di chiamare
mia madre. In fondo non sono né la prima né l’ultima adulta che ha
mandato all’aria la propria vita per delle scelte discutibili, e che ora è
costretta a giocarsi l’ultimo brandello di stima dei propri genitori in
cambio di un tetto sopra la testa, quindi…»
Ci trovo troppe assonanze con me, nel suo discorso.
E sono le assonanze a fregarmi.
A formulare idee stupide.
A farmi aprire la bocca.
«Puoi restare qui.»
Per un attimo penso di averlo solo immaginato, ma poi la fatina
allarga adorabilmente gli occhi. Il suo sguardo setaccia il mio, come
se non trovasse la chiave per decifrare l’invito e cercasse uno
straccio di aiuto. È così acceso che mi sembra di sprofondarci, in
quel verde alieno.
Cazzo.
«È tardi. Non hai soldi per un taxi. Sei vestita in modo assurdo.
Tra meno di dieci ore devi essere su questo stesso pianerottolo. A
meno che i tuoi non abitino nel raggio di cinque chilometri, arrivare
puntuale domattina equivale a un viaggio all’inferno» ragiono a voce
alta, anche se la mia sparata non ha proprio nulla di ragionato. «Ti
preparo il divano letto. Ti do la chiave della porta che divide il
corridoio dal salotto, la puoi chiudere se non ti fidi.»
«Oh.»
Dice solo questo.
Oh.
Il pensiero che nella sua condizione disagiata trovi comunque
insufficiente l’offerta, mi infastidisce.
«Altrimenti ti presto trenta euro e vai dove vuoi.»
«Sei sicuro?» mi chiede.
«Certo. Sei la mia nuova vicina di casa, non avrò problemi a
trovarti per riscuotere il debito.»
La fatina si imbroncia. È bella mentre lo fa. No, mi correggo,
potrebbe anche non fare niente, è bella a prescindere.
«Intendo dire, sei sicuro che non sia un problema ospitarmi per la
notte?» si accerta. «Non sai neanche come mi chiamo.»
«Non chiedermi come, ma ho l’incredibile presentimento che tu
stia per rivelarmelo.»
Lei rotea gli occhi verso il soffitto. È divertita, credo. «Olivia.»
«Bene, Olivia. Io sono…»
«Tommaso Cattaneo» mi precede. «C’è scritto sul tuo
campanello.»
«Giusto. Be’, ti confermo che sono io.»
Mi avvicino al mobile della cucina, apro l’anta sopra il microonde e
agguanto una confezione di biscotti. La cena surgelata è uno
spettacolo che mi risparmio volentieri, con lei come pubblico.
La fatina osserva la mia mano che afferra la confezione. Poi
passa al braccio. Al busto. Mi soppesa come una professoressa
indecisa su quale voto assegnare allo studente che la fa andare fuori
di testa.
«Vuoi qualcosa da mangiare?» le chiedo. «Io non ho ancora
cenato.»
«Il Bollinger» ribatte a colpo sicuro.
Seguo la traiettoria del suo sguardo temendo di avere la maglietta
sporca. In realtà è solo un po’ sollevata, lascia scoperta una
mezzaluna di pelle sul fianco. La tiro sul bordo dei pantaloni e mi
metto in bocca un biscotto al cioccolato, prima di pulirmi con le dita
le briciole attorno alle labbra.
«Vuoi davvero bere il tuo vino.»
La voce le esce strozzata. «S-scusa?»
«Il tuo vino, o come accidenti si chiama.»
«Ce n’è anche per te.»
Oh, sì. Che meravigliosa idea bere a stomaco vuoto con una tipa
della Milano bene che gira in casa mia in babydoll e con l’avviso
“Pericolo massimo” cucito addosso. Caspita, perché non ci ho
pensato prima?
«Hai intenzione di ubriacarti? Non ti tengo i capelli sollevati
mentre vomiti sul mio tappeto, fatina.»
Lei incassa con un’altra dose di incredulità. Cerco la causa in
qualcosa di bizzarro che ho detto. Non la trovo. Deduco che non sia
abituata a qualcuno che le parla così. Ma di cosa si stupisce? Non
sono io quello in lingerie, con del vino da centinaia di euro e dei
Durex in tasca.
«Sul serio» continuo. «Una sbronza non farà bene alla tua faccia,
quando ti sveglierai domani mattina.»
Le strappo un sorriso veloce. «Purtroppo ho una resistenza
alcolica incredibile. E dico purtroppo perché stasera mi concederei
volentieri il lusso di dimenticare.»
«Assieme al divano gradisci anche il pacchetto confidenze?»
«Non sto per mettermi a piangere, se è questo che ti preoccupa»
fa una smorfia storta. «Però stavo per metterti al corrente su una
sequenza di riflessioni non richieste per mero tornaconto personale»
aggiunge. «Perché, sincera? Io non capisco niente delle relazioni
umane. Niente, Tommaso Cattaneo. Se dovessi riassumere la mia
vita, a questo punto la descriverei come troppi container riempiti di
legami sbagliati, uno dietro l’altro, in fila, come vagoni di un treno
merci che non finisce più di correre sbarrando il passaggio.»
«Ahia.»
«Ma non voglio straparlare, quindi dammi un calice, e se non hai
un calice va bene un bicchiere per l’acqua, e se non hai un bicchiere
per l’acqua va bene un usa e getta di plastica. Versami il Bollinger e
lasciami brindare alla disperazione.»
E ora sono ancora più intrigato.
Dio, ho davvero qualcosa che non va.
Darei la colpa alla genetica, non fosse che i miei genitori sono una
rispettabilissima coppia affiatata che sta insieme da trentacinque
anni. E anche mia sorella è sulla loro strada: ha sposato l’uomo che
ama e un anno fa ha dato alla luce la nipote più intelligente e carina
che esista. Insomma, niente a che vedere con il disastro che ho
combinato io.
«E vino sia» mi arrendo. «In fondo, è tuo.»
Dalla dispensa recupero un calice dell’IKEA. Il botto del tappo che
salta amplifica la beffarda imperfezione del momento.
Sto osservando lo champagne zampillare nel calice, quando mi
ricordo che io e le decisioni di merda siamo uniti da un sacro vincolo
indissolubile. E così mi gioco la carta della prudenza per togliermi la
curiosità.
«Ne sei ancora innamorata?»
La fatina – Olivia, si chiama Olivia – si porta il calice alle labbra e
inspira il profumo dell’alcol. «Del Bollinger? Sempre. È il mio più
grande amore.»
«Spiritosa» la prendo in giro. «Del tuo ex fidanzato.»
«No.» La sillaba secca non contiene ombra di dubbio, eppure lei
riapre subito la bocca per correggere il tiro. «Non credo di essere
mai stata innamorata, in realtà.» Si blocca, sorpresa. «Ecco, questa
cosa non l’avevo mai detta a nessuno. E tu?»
«Io, cosa?»
«Ne sei ancora innamorato?»
Mi guardo attorno, guardingo. «Di chi?»
Lei indica la parete di disegni appesi al muro.
«Non so di cosa parli» rispondo.
«Della tipa… dài, è chiaramente la stessa persona riproposta in
un centinaio di versioni differenti.»
«Sul serio, non so di cosa parli.»
«Oh. Okay, ho capito. Ci arrivo da sola.» Prende un abbondante
sorso dal calice. «Mi hai invitata a restare per la notte senza
avvertire nessuno, quindi o sei impegnato e sei uno stronzo o sei
single. Non mi sembri stronzo, quindi diamo per assodato che non
stai con qualcuna. Dunque quella donna» indica di nuovo i disegni
appesi, «è stata la tua ragazza e ora non state più insieme. Visto
che la disegni ovunque e da parecchio tempo – hai datato gli schizzi
– è probabile che tu provi ancora dei sentimenti per lei e quindi che
la decisione di troncare non sia stata tua. Potrebbe essere morta
oppure è la parte della coppia che ha deciso di rompere.»
Cala un silenzio letale.
Lei lo utilizza per esibire una smorfia di puro compiacimento.
Io, invece, lo uso per riacquistare la capacità di articolare il
pensiero.
«Ma chi sei, Veronica Mars?!» boccheggio.
Lei aggrotta la fronte. «Chi?»
«Non so, fai la psicologa criminale per mestiere?»
«Ci ho preso?»
Non ho intenzione di confermarle l’evidenza.
«Okay, ci ho preso. Cavolo, spero che non sia morta e questo non
sia il suo altarino votivo.»
«Ma che!?» farfuglio. «Sono solo esercizi di ritrattistica.»
«Sei un…» Inclina il calice, pensierosa. «Stavo per dire
“ritrattista”, ma non sono certa che questo lavoro sia sopravvissuto al
diciannovesimo secolo. E, se lo è, davvero farlo ti consente di
pagare l’affitto ogni mese?»
Non lo domanda con tono provocatorio.
È sinceramente interessata a sapere quanto l’arte mi faccia morire
di fame. Non me la prendo. Subisco la stessa allusione da anni,
cambiano le persone eppure il concetto è lo stesso, ogni volta,
riproposto pari pari senza un minimo di immaginazione.
È così abusato che di per sé non mi ferisce più.
Però ha la capacità di disseppellire recriminazioni di persone che
contano moltissimo. E rivangare quelle sì, che fa male.
«Fatina, se continuiamo su questa strada me lo scolo tutto, il tuo
vino del cazzo» la avverto.
«Perché no? Mi sembra una buona idea. Fallo.»
Prende la bottiglia per il collo e me la porge, e io perdo il conto
delle volte in cui mi ha sorpreso nell’ultima mezz’ora. È un numero
che non sono pronto ad accettare.
«Tu porti guai» sottolineo, con un lamento.
«Non sei il primo che lo dice.» In piedi contro la mia cucina,
continua a tenere la bottiglia sospesa verso di me. «Però sei il primo
che lo dice senza avercela con me.»
Non chiederglielo.
Morditi la lingua, datti una martellata sulle palle, ma non
chiederglielo.
Fallisco due volte.
La prima quando accetto la bottiglia.
E, la seconda, quando parlo ancora.
«Il tuo ex fidanzato ce l’ha con te?»
Lei ingolla un altro abbondante sorso di champagne. Vuole
mostrarsi indifferente ma ne esce un’espressione strana, mezza
acquerellata e mezza a matita, il lavoro di uno che ci ha provato ma
si è scocciato a metà.
«Lui, la sorella scapestrata di lui…. la tipa insulsa con cui lui sta
adesso, con la quale ho appena scoperto che convive… nel modo
peggiore, visto che è stata lei ad aprirmi la porta del loro nido
d’amore» elenca. «Ah, e il mio ex suocero. Non dimentichiamo il mio
ex suocero che, senza esagerare, è quello che ce l’ha di più con me
in assoluto.»
«Il tuo ex suocero? Cos’hai combinato, gli hai fatto stampare le
partecipazioni del matrimonio e poi te la sei data a gambe?»
La fatina accenna un mezzo sorriso avvilito. «Magari. Non ci sono
mai arrivata, al matrimonio.» Si gira il calice tra i polpastrelli,
sorseggia un altro po’ di vino. «È proprio quello il problema, sai. Il
padre del mio ex fidanzato è un uomo influente, concreto, uno che
non si persuade facilmente e che quando investe lo fa perché si
aspetta determinati risultati.»
Temo di non voler sapere in che senso lui “abbia investito” su di lei
e, allo stesso tempo, dentro di me si solidifica una convinzione: io e
lei, i nostri mondi, il nostro stile. Non c’entriamo niente. E lo dico
senza retorica spiccia. Questo incontro è un mero prodotto del caos
e sono certo che le sue conseguenze ricadranno nella medesima
definizione.
«Devo dargliene atto» continua la fatina, «con gli altri di norma è
uno squalo, ma con me è stato di una pazienza inaudita. Mi ha dato
fiducia, ha tollerato mesi senza alcun progresso personale.
Giustamente si aspettava dei risultati anche al di fuori dell’azienda
che ho fondato con il suo beneplacito, ma io non sono stata
all’altezza delle sue aspettative. Non sono mai riuscita a legarmi a
suo figlio. Per quanto, giuro, ci ho provato. Ci ho provato in passato
quando ricoprivo il ruolo di fidanzata e ci ho provato stasera,
nell’ultimo tentativo disperato con lo champagne e l’abbigliamento da
prostituta d’alto bordo. Ma ora capisco che non avrebbe funzionato
qualsiasi cosa mi fossi inventata. Ne è la prova il fatto che suo figlio,
non appena è sopraggiunto sulla porta e mi ha vista conciata così
sul suo zerbino, mi ha sollevato il bavero del soprabito come se
avessi cinque anni e mi fossi persa mentre giocavo al parco, e poi mi
ha gentilmente accompagnata alla porta per mettermi su un taxi
pagato da lui.»
Inclina il bicchiere, constata che è vuoto, me lo piazza sotto la
bottiglia in modo che glielo rabbocchi.
«È stato il punto più basso della mia vita.»
Assorbo il discorso per qualche lungo secondo. Non riesco a
decidere quale, tra tutte, sia la notizia che mi sta allucinando di più.
«Stavi per rimorchiare il tuo ex fidanzato per disperazione?»
scelgo alla fine.
Scrollando le spalle, lei si porta il bicchiere alla bocca. «Per
cos’altro avrei dovuto farlo?»
È una domanda retorica, ma stasera mi sento molto coraggioso –
oppure molto stupido – da imboccare la strada lastricata opposta al
buonsenso.
«Per amore? Per il sesso?»
«Ah, giusto, il sesso» enfatizza. «Mai stata interessata al sesso.»
Non chiederglielo.
Non chiederglielo, accidenti a te!
«Perché no?» chiedo.
«Lo trovo noioso» dice, neanche stesse parlando della nebbia in
tangenziale. «Trovo noioso tutto quello che ci ha a che fare, a partire
dal conoscere qualcuno. È faticoso. Gli appuntamenti sono faticosi.
Ti costringono a sforzarti, a misurarti, a fingere interesse per
particolari che fino a due secondi prima, nella migliore delle ipotesi,
ignoravi. È straziante.»
A questo punto, ho bisogno di alcol anch’io.
Inclino la bottiglia e bevo direttamente dal collo. Il sapore dello
champagne è corposo, le bollicine pizzicano la lingua, sembra di
innaffiarsi di paradiso in formato liquido.
«Ehi!» protesta lei.
«Colpa tua. Mi stai deprimendo, e il cielo solo sa quanto non ho
bisogno di trovare ulteriori motivazioni per evitare gli appuntamenti.
Ci penso già da solo.»
«Non è colpa mia, è la verità. Fosse per me le relazioni
comincerebbero in un unico modo: via il supplizio del contorno, via i
dico-non-dico, via i fronzoli. Bisognerebbe fare come nei rapporti di
lavoro. Partire tutti e due con una base comune ripulita dalle inutilità
e mettere subito in chiaro gli obiettivi che ci si aspetta di
raggiungere. Ti sta bene? Si procede. Non ti sta bene? Ognuno per
la propria strada.»
Rettifico: qui siamo ben oltre i guai.
Qui siamo proprio nella merda.
E non so, davvero, non so cosa mi spinga a controbattere alla sua
logica agghiacciante.
Eppure, grazie a un altro sorso infinito di champagne, lo faccio.
«Con queste premesse non troverai un nuovo candidato a breve.»
«Scherzi? Perché no?»
«Non fraintendermi. Sei molto bella ma, ecco, questo discorso al
primo appuntamento potrebbe destabilizzare la controparte.»
«Tu ti senti destabilizzato?»
La studio. Come le fate della mitologia nordica, è una creatura
affascinante. E pericolosa. Non voglio neanche immaginare quanto
potrebbe destabilizzarmi. Sono certo che lo farebbe nel più brutale
dei modi.
Decido per la diplomazia.
«Sono… titubante.»
«Titubante» si stizzisce. «Solo perché la mia teoria non si esprime
esplicitamente sul sesso? Per me anche quello si adegua alla linea
generale. Come posso spiegarti?» Si illumina. «Ecco, ti sarà capitato
di stare dietro a qualcuna che sulla carta ti piaceva un sacco. La
corteggi, la insegui, la baci, magari vai oltre, la chimica è pietosa, ti
rendi conto di aver buttato giorni, settimane, a volte anche mesi della
tua vita. Con il mio metodo, non succede. Ottimizzi il processo.»
«Quindi tu sei più per un “ehi, ciao, potresti interessarmi, posso
baciarti subito così se non va ti elimino dalla lista”?»
Lei prende un sorso di champagne e ride. «Se fossi interessata al
sesso, sì. Farei esattamente così.»
Il sogno di ogni uomo, in pratica.
«Ma non lo sei.»
«No. Però i baci dati bene mi piacciono» aggiunge. «Molto.»
Compare un’ombra di innocenza nei suoi occhi. Un’ombra di
innocenza in mezzo a un mare di altre cose che non hanno niente a
che vedere con l’innocenza.
Non lo sta pensando sul serio.
Cioè, me lo sto immaginando.
Me lo sto immaginando che lei, qui, adesso, con la schiena
appoggiata al bancone della mia cucina economica, il vestito da
sogno erotico che le svolazza attorno e il calice di vino racchiuso
nella mano, stia considerando quello che penso.
Cerco di ripristinare la salivazione ma non ci riesco.
Cerco di dimenticare l’ultima volta in cui ho baciato qualcuna che
non fosse Allyson ma, ahimè, lo ricordo eccome.
A questo punto cerco di ingerire altro vino, ma quando inclino la
bottiglia mi bagno le labbra solo con un paio di gocce e deduco che
l’abbiamo finito.
«Cazzo, fatina» mormoro, passandomi una mano tra i capelli.
«Non credi alla mia teoria? Conosco un metodo sicuro per
dimostrartela.»
Come prima sulle scale, azzarda gli occhi dolci.
E sarà l’alcol che le fa brillare il viso, sarà il discorso
sconclusionato, sarà che siamo troppo vicini, ma stavolta va a
segno. Sono intrigato da questa regina di ghiaccio. Sono ipnotizzato
dai suoi occhi freddi in cui naviga una scintilla di calore inaspettato.
Sono tentato di afferrare quella scintilla e vedere se riesco a
trasformarla in fuoco e poi incantarmi a osservarlo mentre ci brucerà.
Lei si sporge verso di me.
Il passo di distanza che ci divideva ora non c’è più.
Mi accorgo che ho del tulle addosso perché mi solletica il braccio.
«Vuoi provare?»
È il vino. È ubriaca. Rifiutata da un riccone che l’ha fatta sentire
inadeguata, e ubriaca. Proprio una pessima combinazione per una
persona la cui autostima normalmente si assesta su scala
provinciale.
«Fatina…» la ammonisco.
Lei sorride, mi posa una mano sull’avambraccio. Le sue dita sono
delicate, eppure basta quel tocco per immaginarmele dappertutto.
Faccio l’errore di abbassare lo sguardo e mi fisso su quel coso
allucinante che indossa, che non sai se sia meglio togliere oppure
avere tra i piedi mentre scopi. Okay, diplomazia: una volta con e una
senza.
«Ho letto da qualche parte che bastano trenta secondi» dice, con
un candore solo apparente.
Deglutisco. «Ah sì?»
«Proprio così, trenta secondi di labbra su labbra altrui. Cosa vuoi
che siano, trenta secondi. Considerali in una vita e avrai la misura di
quanto sono poco importanti.»
È il suo modo per ripristinare la posizione di superiorità.
Me la spaccia come pratica applicata a una teoria da quattro soldi,
ma lo fa unicamente perché vuole dimostrare a se stessa che, se
vuole, può.
Cristo, un altro uomo non se lo farebbe ripetere.
L’avrebbe già presa e sbattuta contro la cucina.
«Okay» la sfido, se non altro per capire fino a dove vuole
spingersi. «Trenta secondi. Quindi adesso dobbiamo fissare un
obiettivo, secondo la tua teoria. Qual è il tuo?»
«Io…» Lei tentenna, quasi si aspettasse di restare sul campo
delle ipotesi, e non di trasferirsi su quello più scomodo della realtà.
«Dimostrarti che ho ragione. Il tuo?»
Non ci credo neanche un attimo. Ma, se non vuole essere sincera,
non lo sarò nemmeno io. «Dimostrarti che non hai ragione.»
«Oh. Okay. Quindi adesso… non so, procedo?»
Devo concentrarmi per non scoppiare a riderle in faccia.
«Sì, fatina, permesso al lancio accordato» le faccio il verso.
«Procedi quando preferisci.»
«Mhn.» Annuisce, tuttavia sul subito non fa niente. Pare nervosa.
Solo dopo qualche secondo di tentennamento sposta le mani
verso i miei fianchi. Si ferma una manciata di centimetri prima di
appoggiarle sopra la maglietta e incrocia il mio sguardo.
«Posso…»
«Fai pure come se ti avessi rimorchiata sulle scale del
condominio.»
Le scappa un mezzo sorriso. Realizzo che mi piace vederglielo
addosso, e mi piace che sia uscito per merito mio. Realizzo anche
che sono nella merda, ma ci passo sopra perché lei mi distrae
posandomi i palmi sul punto in cui si incontrano l’elastico dei
pantaloni e il bordo della maglietta. Le dita si infilano sotto la stoffa,
accarezzandomi la pelle. Mi spezzano il fiato, non tanto perché sono
abbastanza fredde ma perché le consentono di tenersi mentre si
spinge completamente addosso a me.
E grazie al cielo c’è la nuvola di tulle tra noi, perché le prove di
quanto il periodo di astinenza forzata mi abbia ridotto male si stanno
ingrandendo secondo dopo secondo, solo perché lei mi sta fissando
come se non avesse mai toccato un uomo prima di stasera.
Le sue labbra sulle mie arrivano l’attimo seguente e ammazzano il
resto.
Non le preme, le posa e basta.
Respira.
Aspetta che i ferormoni e la curiosità facciano il resto.
Lo fanno.
Una scarica di eccitazione sale al cervello e poi scende in mezzo
alle gambe. O forse prima in mezzo alle gambe e poi al cervello.
Chissenefrega.
Il fatto è che lei ha un odore diverso da quello a cui sono abituato,
eppure altrettanto intossicante. Ho vivisezionato il modo con cui il
corpo umano affronta ogni stato d’animo, so disegnarlo quando
prova dolore, so comporre l’assetto di nervi e muscoli per
rappresentarlo teso. Eppure mi incanta sempre la velocità con cui sa
trasformarsi. Da malinconico a felice. Da indifferente a eccitato. In
così poco tempo.
Sì, perché mezz’ora fa volevo la fatina fuori dalla mia casa e dopo
appena dieci secondi di esperimento voglio che il tempo si fermi e si
consumi all’infinito.
Cerco di tenere fede all’obiettivo e resistere.
Invece gliela do vinta e cedo.
Schiudo le labbra tra le sue.
Sanno di champagne. Sono morbidissime, sono deliziose, sono
labbra che potrei baciare per ore. Chiudo gli occhi e le passo una
mano dietro la nuca, la tengo contro la mia bocca. Lei non protesta.
Emette un sospiro compiaciuto e mi sfiora la lingua con la sua.
E io brucio.
Brucio e rinasco mentre le sue dita si infilano nei miei capelli
pregandomi di non smettere.
Sono così su di giri che neanche mi ricordo che forma ha la
stanchezza con cui sono rincasato. Senza lasciarle le labbra, la
spingo di schiena sul frigorifero, le blocco i polsi sopra la testa. Le
sbarro ogni via di fuga. La fatina mi morde il labbro, poi allevia la
pena baciandomi come se stessimo scopando.
Non voglio pensare ad Ally, non voglio pensare a niente.
Assecondo l’istinto pazzesco di sprofondare in lei e con la mano
sollevo il tulle, percorro la coscia fino a incontrare l’elastico delle
mutande o quello che sono.
Di colpo, lei smette di baciarmi.
Mi blocco anch’io.
«O-okay» articola, dopo un lungo attimo di niente. «Okay.»
«Okay?»
«Sì, voglio dire… non me l’aspettavo.»
Tiro il fiato, la mano ben piantata sul fianco sotto la nuvola di tulle.
«Non ti aspettavi di avere ragione?»
«Ah, giusto. La prova dei trenta secondi» ricorda. «Mi sa che sono
passati.»
«Da un po’.»
Non dice niente.
Adagia la nuca sul frigorifero e sfila i polsi dalla presa della mia
mano.
Esperimento finito.
Dovrei spostarmi, credo. Ma nessun neurone è intenzionato a
lanciare il comando motorio. Il mio corpo ha improvvisamente deciso
di voler tenere la posizione il più a lungo possibile.
D’altronde, nemmeno lei dà segnali di volersene andare. Se ne
sta lì, a guardarmi con la meraviglia dell’alcol che luccica negli occhi
sgranati, come se possedessi ogni risposta a domande che neanche
conosco.
La distraggo accarezzandola con la mano che si sta godendo il
provvisorio soggiorno sotto il tulle. Lei sbarra le palpebre, inarca
istintivamente la schiena.
In attesa.
«Quindi…» La sua voce danza incerta tra noi.
«Quindi, hai vinto.» Gioco pigramente con l’elastico che le stringe
il fianco. «Mi arrendo alla tua teoria. Davvero valida, dovresti
prodigarti per diffonderla in giro.»
«Spiritoso. E adesso?»
«Cosa?»
«No, intendo…»
«Intendi, cosa succede adesso che l’abbiamo sperimentata con
successo?»
La fatina addenta il labbro inferiore. Annuisce.
Si aggrappa alla T-shirt, mi tira appena verso di lei. Il mio bacino
scompare nella matassa di tulle. Cerco un segnale sul suo viso, ci
trovo una quantità di presunta innocenza che mi disarma.
Dio!
La quantità di pensieri sconci che mi si sta accavallando nella
testa è preoccupante. Sono così tanti che tolgono lo spazio vitale al
buonsenso.
«Sei ubriaca?» indaga quel che resta della ragione.
«No.»
Aggrotto la fronte.
«Davvero» insiste. «Mi sento un po’… leggera, ma sono
cosciente.»
I suoi palmi si infilano sotto la maglietta, mi accarezzano i fianchi,
si allacciano dietro la schiena. Un concentrato di piacevolezza si
riversa lungo la spina dorsale, mentre aderisco a lei.
Anch’io sono cosciente.
Sono cosciente del fatto che in un anno e mezzo non ho mai
desiderato nessuna e stasera ho rotto un record che pareva
infrangibile.
Le fermo il viso con la mano libera.
«Vuoi procedere un altro po’?»
Ci pensa.
Sorride.
Appoggia le labbra sulle mie, me le fa aprire con la lingua. In un
attimo torniamo a divorarci. Con una mano le tengo il fianco, l’altra
finisce tra i suoi lunghi capelli biondi. Glieli sollevo, li avvolgo attorno
al palmo. Vorrei fingere che sia routine, il naturale proseguimento del
suo esperimento. Ma il modo in cui ci incastriamo è molto lontano
dal campo delle ipotesi. Mi si scarica direttamente nelle vene.
È incredibile come stia fremendo di aspettativa per lei. Sposto la
mano sotto il tulle e azzardo di sfiorarla tra le gambe.
Sorpresa, lei si sistema sul frigorifero.
Ma non mi ferma.
Si inarca per sentire meglio le dita, mi attira sulla sua bocca.
Mi consente di condurre.
E, sarà che in linea generale non sembra incline a cedere il
comando, l’idea che questa regina di ghiaccio si lasci andare mi
manda in pura estasi.
La accarezzo ancora. Lei sospira, trema.
È interessata. Molto interessata.
Sapere che mi vuole polverizza le ultime remore.
Ignoro il fatto che fino a due ore fa non sapevo nemmeno che
esistesse e la penetro con un dito. E poi ne aggiungo un altro. Mi
sembra incredibile che stia succedendo, eppure per il mio istinto non
è strano. È solo nuovo e, allo stesso tempo, tanto naturale che
sembra più illogico non farlo piuttosto che farlo.
«Oh. Cavolo» mormora. «È una cosa troppo… cioè, io non ero…
davvero, troppo…»
La fatina si muove sulla mia mano, cerca sollievo, geme. E io la
bacio, la assedio, mi impegno più che posso per farla cedere.
Registro l’interferenza del respiro, il fiato le si spezza come un vetro
rotto. Capitola e viene sulla mia mano, letteralmente. Sulla mia
mano.
È una cosa folle.
Così folle che vorrei già ricominciare.
La bacio ancora. «Dove hai detto che sono i preservativi?»
«P-perché, tu non ne hai?»
«Dovrei?»
«Be’, è che… Credevo, sai, visto…»
Non so cosa credesse e non lo scoprirò mai perché, trovata la
confezione nella tasca del soprabito abbandonato di traverso sulla
sedia della cucina, la sollevo verso la camera da letto.
La fatina si allaccia a me con le caviglie e appiccica la bocca alla
mia finché la schiena tocca il materasso. In un attimo sono sopra di
lei. Finisco tra le sue gambe, in mezzo al tulle che, a questo punto,
catalogo di troppo.
«Quante volte l’hai fatto con una che non conoscevi?» domanda,
sprofondando con i gomiti nelle lenzuola stropicciate.
«Una» confesso. «E poi l’ho sposata.»
Lei si irrigidisce.
Mi sa che l’ho spaventata.
«Giuro che non ti sposo, fatina» aggiusto il tiro. Faccio per
baciarla, lei però me lo impedisce tappandomi la bocca con la mano.
«Sei sposato?»
«Divorziato, per la precisione.»
Il suo stupore rientra nella gamma di reazioni normali alla notizia.
So di essere un caso disperato. I miei amici coetanei non stanno
neanche considerando l’idea di sposarsi, figurarsi quanto sono vicini
al divorzio.
«Miglioro la situazione se aggiungo che è successo contro la mia
volontà?» aggiungo.
«Il matrimonio o il divorzio?»
Mi impongo un sorrisetto per dissimulare. «Indovina.»
Non che lei sia scioccata o altro. Sembra solo curiosa.
«La ragazza degli schizzi. Capisco.»
Solleva il braccio. Le sue dita temporeggiano qualche secondo,
prima di disegnarmi le labbra con una premura che mi fa sciogliere.
Sì, fallo ancora.
«Mi assomiglia un po’» conclude.
«Non ti assomiglia per niente.»
Chiudo gli occhi per sbarazzarmi del viso che si sta
sovrapponendo al suo. Ally con i capelli mossi e la parlata stretta del
Colorado. Ally che mi fa trovare la chiave del suo appartamento
dentro un barattolo di Smarties. Ally che solo perché esiste rimarca
l’assoluta inutilità di chi verrà dopo.
Eppure adesso sei tra le gambe di un’altra.
Stai per tradire il suo ricordo.
«Ehi» mi richiama la fatina, «torni a baciarmi, per favore?»
La sua voce composta mi strappa al ricordo della persona che,
anche se aspettassi cento anni, per cento anni non tornerebbe da
me.
«Per favore?» la prendo in giro.
«Cerco di essere educata.»
«E c’è qualcos’altro che vorresti chiedere educatamente?»
«Sì. Possiamo farlo in piedi? Odio il missionario.»
Mi spiazza.
Lei è spiazzante.
Però, ehi, apprezzo la propositività.
«Come no.» Mi tiro su, la aiuto ad alzarsi. In due passi siamo
contro l’armadio, l’attimo seguente la mia T-shirt plana sul
pavimento. Mi incanto a guardare le dita esili della fatina che
sciolgono il nodo dei pantaloni della tuta e li abbassano. Abbassano
tutto, scoprendomi l’erezione e lasciandomi nudo.
La fatina fa su e giù con la testa più volte, assemblando l’insieme.
«Oh.»
«Cosa?»
«Niente» deglutisce. «Anche senza vestiti sei molto… bello.»
«Grazie?»
«Prego.»
Mi concentro sulla bustina di alluminio colorato che tengo in
mano. Al pensiero che non fosse destinata a me stasera mi si
stringe un po’ lo stomaco, ma mi rendo conto che sia una reazione
stupida. È colpa della mia estrema monogamia, una malattia di cui
non riesco proprio a sbarazzarmi.
E qui, siamo sinceri, si tratta di una botta e via.
Dicono sia normalissimo scopare con una donna per una sola
notte. Lo fanno tutti, è il sogno di tutti, per cui sicuramente ne uscirà
un’esperienza bellissima. E non la cazzata della settimana.
Le dita della fatina mi afferrano l’erezione, conquistano ogni
grammo di attenzione. Assaporo il movimento lento della sua mano.
Si muove tentennando, come se non fosse del tutto certa dell’effetto
che fa, ma lo stesso mi toglie l’aria dalla gola. Mi piace come mi
tocca; forse è perché non scopo da un anno e mezzo ma, stretto tra
le sue dita, mi sembra passato un secolo. In ogni caso, anche se è
solo per stasera, ci tengo a fare bella figura e non finire in cinque
minuti.
«Fatina.»
La distraggo facendola girare. Le bacio la schiena, le scapole,
dietro le orecchie mentre sollevo la nuvola di tulle rosa. Lei sussulta,
si plasma sotto il mio tocco. Incredibile la semplicità con cui i nostri
corpi si modellano. Parlano un linguaggio segreto, disseminano
indizi per una prossima volta che non esisterà.
Però c’è l’adesso, e nell’adesso percepisco la sua impazienza
mentre constato che è su di giri quanto me.
In quel momento due verità mi colpiscono in fronte.
La prima, lei è stupenda.
La seconda, il suo ex fidanzato è un pazzo.
E poi arriva anche una terza verità: non mi piace pensare al suo
ex fidanzato. Questo fantomatico riccone che l’ha scaricata e le ha
fatto trovare il rimpiazzo ad aprirle la porta di casa mi dà fastidio e
non so neanche il perché.
«Tommaso, ti prego» sussurra la fatina.
E io, che non sono noto per farmi pregare, la accontento.
Accontento entrambi con una spinta lenta che mi stravolge
definitivamente. Lei sospira, la voce altezzosa distorta. Si adegua al
ritmo e a me sembra di sprofondare, di delirare, mi sembra che non
ci sia altro al di fuori di questa stanza e se anche ci fosse,
chissenefrega, può restare dov’è.
«Olivia» testo il suo nome come per misurare il riverbero di un
microfono stonato.
«Non smettere» mi esorta. «Per favore, non smettere.»
«Non smetto, fatina» le prometto.
Lascio che chimica, rimpianti e champagne troppo costoso ci
ubriachino di finta felicità prima di precipitare in un uragano di effetti
collaterali.
È una bugia, però funziona.
Funziona quando masochisticamente faccio di tutto per ritardare
l’orgasmo e funziona quando lei viene e funziona anche quando mi
puntello sull’armadio per non darle peso, mentre il piacere spazza
via il resto e io ricordo a me stesso cosa significa il sesso con
qualcuna per cui non provo niente.
Stravolto, senza fiato, la testa affondata nella sua spalla, assaggio
l’illusione della beatitudine. Ho avuto un incontro occasionale
un’unica altra volta nella vita e non è andata bene, ma stasera è
diverso. Quindi decido di godermelo.
È Olivia a scostarsi per prima.
Scivola via, si rassetta la gonna di tulle.
«Quindi…»
Mi volto, liberandomi del preservativo. «Quindi?»
«Dormo sul divano?»
La sua compostezza, dopo la pazzesca corsa a due, mi confonde.
Sono appena uscito dal suo corpo ed è come se non ci fossi mai
stato. È mezza nuda ma mentalmente si è già ricomposta.
Okay, non è una da romanticherie post orgasmo.
Non che fossero in programma.
«Ti lascio metà del letto, se la vuoi» propongo, calmando il battito
cardiaco. «Dubito che ormai ti spaventi l’idea che io ci provi con te.»
«Dovrei spaventarmi?» sorride.
«Sei entrata nell’appartamento di uno sconosciuto con cui hai
fatto sesso. Molti thriller cominciano così. Poteva finire peggio.»
Lei si accuccia per sfilarsi le scarpe con il tacco. «Ero la prima
della mia classe di difesa personale.»
«Se è una gara, la vinco io. Sono un maestro di karate, cintura
nera.»
«Be’, wow. Potevamo avere un altro tipo di incontro ravvicinato,
allora» scherza. «Vado in bagno. Secondo round, dopo?»
Senza attendere una risposta, imbocca il corridoio.
Approfitto della solitudine per appoggiare la schiena all’armadio e
prendere fiato. Mi smarrisco nei dettagli, il letto in disordine, la pianta
di ficus assetato nell’angolo, lo sgabello scrostato di vernice bianca
che uso come comodino.
Mi domando chi accidenti ho invitato a restare per la notte e mi
dico che non è nessuna, che tra un mese l’avrò dimenticata.
Ma sono palle.
Mi sa che ho appena combinato la cazzata della settimana.
Olivia

Dicono che la fortuna aiuti gli audaci.


Tuttavia questo momento è la prova che non importa quanto tu sia
incline ai compromessi per raggiungere la vetta: esisterà sempre
qualcosa che sfuggirà alla perfezione della pianificazione e ti
annienterà.
D’altronde quando decidi di nuotare assieme agli squali, sai in
partenza che finire male rientra tra le possibili conseguenze.
Ieri è affogata un’altra Miss Nessuno.
Io.
Olivia Ranieri, ventinove anni, curriculum accademico da fare
invidia, promettente fondatrice di una start up di licensing industriale,
un futuro organizzato dall’età di quindici anni e mandato all’aria da
un’unica puntata sbagliata. La mia scommessa aveva l’aspetto di un
modello, il cervello di un genio e il cognome dell’azienda milionaria di
suo padre.
Stefano Marte, il mio lasciapassare per l’olimpo dell’industria
internazionale.
Impeccabile sotto più punti di vista.
Siamo stati insieme dall’ultimo anno di università fino all’anno
scorso. Grazie a lui ho fatto gavetta nella MarsTech, l’azienda della
sua famiglia. Ero brava. La migliore del mio reparto. Sono stata
promossa. Ho festeggiato l’avanzamento di carriera con del Bollinger
e del sesso formale con l’erede d’oro. Ero a un passo dalla felicità.
Avrei dovuto cominciare a sospettare di aver scelto un cavallo
zoppo quando Stefano ha scoperto che stavo influenzando le sue
scelte di carriera su richiesta del padre e mi ha scaricata.
Mi sarei dovuta tirare indietro.
Avrei dovuto scegliere un altro cavallo vincente.
Ma suo padre aveva insistito.
Giordano Marte diceva che non poteva concepire l’idea di un’altra
donna accanto a suo figlio. Ero addestrata al ruolo, un talento in cui
lui si rivedeva. Era questione di tempo, mi ripeteva, mi sarebbe
bastato costringere suo figlio a rendersi conto di quanto aveva perso
rinunciando a me, perché insieme eravamo una coppia a prova di
bomba. Mi aveva incitata a essere coraggiosa e giocarmi ogni carta
per riprendermelo.
Così l’ho fatto. Giordano Marte ha avallato con grande gioia la mia
proposta e, tempo un mese dalla rottura, ho fondato la mia azienda
esternalizzando i servizi che offrivo come dipendente. Tutti i contratti
di licenza della MarsTech passavano sulla mia scrivania, obbligando
suo figlio a rapportarsi come me ogni giorno per lavoro.
A ventotto anni possedevo un’azienda nominale.
Quattro mesi dopo, gli stipendi di tre persone dipendevano dalle
mie decisioni.
Due mesi più tardi, il mio lasciapassare per l’Olimpo si è invaghito
di una tizia insulsa di nome Melissa che lo ha convinto a licenziarsi
dalla MarsTech.
Di nuovo, mi sarei dovuta tirare indietro.
Era chiaro che non ci fossero speranze.
Ma Giordano aveva insistito ancora.
Diceva che suo figlio era in piena fase ribelle, ma che sarebbe
rinsavito. Diceva che Stefano e la tizia insulsa erano un fuoco di
paglia, un errore delle circostanze. Nulla di duraturo.
Sbagliava.
Ho sbagliato anch’io, perché sono andata contro il mio istinto.
Il prezzo per avergli creduto è arrivato tre settimane fa.
Di punto in bianco, i miei contatti con la MarsTech sono cessati.
Giordano ha smesso di rispondermi al telefono. Le e-mail sono
rimbalzate indietro. Tutte le ultime commesse non sono state
corrisposte e quelle programmate sono state cancellate senza
spiegazioni.
Il signor Marte ha deciso che non valevo più la pena.
Tre dipendenti da stipendiare e solo quattro mesi di liquidità
attuale nel conto corrente aziendale.
Fino a poco fa brillavo nei salotti, mi destreggiavo tra finanzieri e
magnati, corteggiavo alleanze sotto l’ala dell’uomo più importante
della mia vita. Poi il mio mentore mi ha spinta con la testa sott’acqua
fino a farmi piegare sulle ginocchia e implorare pietà.
Non che la pietà fosse contemplata.
Nessuno sconto per le Miss Nessuno.
È così che ho rinunciato al mio appartamento in zona Brera.
È così che mi sono trasferita nell’hinterland come una qualunque
provinciale.
È così che ieri sera sono finita sullo zerbino di Stefano Marte,
davanti al suo lussuoso appartamento nel Bosco Verticale, nel
disperatissimo tentativo di convincerlo a ricucire i rapporti con suo
padre.
È così che ho scoperto che lui ora convive con la sua tizia insulsa
– motivo per cui suo padre si è arreso con me.
È così che mi sono risvegliata tra le lenzuola dell’appartamento
confinante, accanto a lui.

***

Il sole entra di taglio dai fori della persiana.


La camera da letto del mio vicino di casa è anonima, di uno
spoglio ponderato. Come se non gli importasse abbastanza.
Lo guardo mentre sta dormendo a pancia in su, occupando l’altra
metà del letto.
Osservo il naso, la bocca carnosa, osservo le palpebre che
nascondono un azzurro perforante. Una testa di scurissimi capelli
ribelli e la barba di qualche giorno.
Ha dei lineamenti pazzeschi.
È tutto pazzesco, constato scivolando con lo sguardo sui pettorali
che si intravedono dal bordo delle lenzuola.
Di solito sono indifferente alla bellezza maschile. Non mi tocca.
Eppure, la scorsa notte lui mi ha toccata eccome. Lo ha fatto così
bene e così a lungo che ho ancora le gambe indolenzite. Sono
indolenzita ovunque.
Non ci sono più abituata, o forse non lo sono mai stata.

***

Quando mi alzo dal letto, sono nuda.


La casa è silenziosa.
Recupero il babydoll dal pavimento e lo rindosso. Il riscaldamento
deve essersi spento in automatico durante la notte, perché fa più
freddo rispetto a ieri sera. Noto una felpa grigia abbandonata sulla
sedia addossata al muro e infilo anche quella sopra il pezzo d’arte
firmato Victoria’s Secret, prima di avventurarmi fuori dalla stanza.
L’appartamento ha le stesse metrature del mio. Mi affaccio sulla
seconda stanza e capisco perché Tommaso non mi abbia offerto di
passare la notte qui invece che sul divano: da lui questa non è una
camera da letto, bensì un atelier. Alcuni quadri finiti sono addossati
alle pareti, per terra, e un contenitore trasparente ospita una pila di
tele vergini mescolate in disordine. Sui due davanzali è allineata una
discreta fila di piantine e, sopra, fili di luci colorate dondolano appese
di traverso. In angolo il cavalletto è inclinato verso la luce naturale
delle finestre e, accanto, c’è un carrello a tre piani carico di colori,
tempere e vasi di pennelli.
La curiosità mi spinge ad avanzare di qualche passo.
Non me ne intendo di arte, ma riconosco che la maggior parte dei
lavori è roba pop. Cammino per la stanza fino alla tela incompleta
sul cavalletto. Il soggetto è femminile, un fumetto, una donna
biondissima, esasperata, che sta fumando in una guêpière rossa. È
la stessa donna ritratta innumerevoli volte in cucina.
La sua ex moglie.
«Dio, quanto sei innamorato di lei, Tommaso Cattaneo…»
mormoro, costeggiando il lungo bancone sul lato opposto alle
finestre.
Vago con lo sguardo su vasi, chincaglierie, un asciugamano
accartocciato e abbandonato, un portaposta di legno che trabocca di
carte e lettere.
Non credo gli farebbe piacere sapere che ficcanaso tra le sue
cose. Nemmeno io dovrei provare interesse per le sue cose, in
effetti. Abbiamo trascorso una notte fantastica, okay, ma finisce lì.
Tuttavia, mi sorprendo di quanto sia piacevole vagare a piedi nudi
tra le tele e i colori, con la sua felpa addosso. Si respira
un’atmosfera confortante nella sua casa arredata con mobilio
svedese economico. L’insieme è gradevole, forse perché mi
tranquillizza sapere che in questo angolo dimenticato io sono la
vicina svampita che si è chiusa fuori in babydoll e ci ha provato con
un uomo che in circostanze normali non avrebbe mai preso in
considerazione.
Nel portaposta sono incastrate la ricevuta di ritorno di una
raccomandata postale indirizzata alla TownHouse Galleria, alcune
bollette ancora sigillate e una fotografia con l’angolo sinistro piegato.
Senza riflettere, la sfilo dal mucchio per guardarla.
È stata scattata di notte. L’uomo che nelle scorse ore mi ha fatto
sentire un’altra, cancellando le brutture per qualche ora, è seduto sui
gradini di un vecchio ufficio comunale. Indossa una giacca nera
sbottonata e ha un sorriso così aperto che potrebbe illuminare il
quadrilatero della moda, tutto rivolto alla ragazza seduta accanto a
lui.
La riconosco all’istante.
È la secondogenita scapestrata di Giordano.
La sorella ribelle di Stefano.
Caterina, l’unica della famiglia Marte che non sono mai riuscita a
ingannare. Volto la foto alla ricerca di una data. È stata scattata a
fine maggio, appena sei mesi fa.
La riguardo e stavolta controllo lo spazio tra i loro corpi.
Sono amici. È chiaro che lo siano.
D’un tratto, questo angolo di paradiso non è più scollegato
dall’inospitale resto del mondo.
La felicità del momento si crepa di un’amara verità.
Per quanto bene ci si nasconda, da se stessi non si scappa.
Tommaso

È un tonfo metallico a svegliarmi.


Mi stropiccio gli occhi e controllo l’ora sul telefono. Sullo schermo
trovo alcuni messaggi e il conto alla rovescia della sveglia. Di solito
non mi alzo presto, ma di solito non ospito neanche donne che
restano a dormire da me e la mattina dopo tendono trappole alla
moka facendola cadere sul ripiano della cucina.
Con una certa forza di volontà mi alzo, raccolgo i pantaloni della
tuta dal pavimento e passo dal bagno per sciacquarmi la faccia.
Alcuni uomini non sopportano i risvegli del mattino dopo neanche
quando seguono notti meravigliose come quella appena trascorsa,
eppure mentre mi avvio con passo addormentato verso la cucina
scopro che non mi dispiace l’idea di trovarci la donna di ieri sera. Mi
piace l’odore del caffè che si sprigiona nell’aria e mi piace anche la
fatina che armeggia con scarso successo con il tappo del barattolo
che contiene la miscela.
Visto che mi dà le spalle, ne approfitto per studiarla. Si è rimessa
addosso quel coso rosa illegale che stanotte ha raggiunto i miei
vestiti a terra, ma il bustino è coperto da una felpa grigia che le sta
larghissima sulle spalle, scende informe e termina penzolando sul
tulle. La riconosco, è una delle mie. L’ho comprata al mercato delle
pulci a Praga, quest’estate. Massimiliano mi ha costretto a salire su
un aereo nel periodo di fermo dei corsi sostenendo che bere birra
ceca e rimorchiare bionde fosse una terapia accreditata per
dimenticare la donna della mia vita. Be’, chi l’avrebbe detto?
Non ha funzionato.
«Ehi, ciao» entro in cucina, scompigliandomi i capelli.
Non so bene cosa lei si aspetti da me, quando si gira, ma so cosa
pensa il mio uccello alla vista del logo Praha Drinking Team che
occhieggia sopra le sue tette.
Persino con la felpa, struccata e con i capelli sistemati alla meno
peggio è attraente. Forse anche più che nella versione studiatissima
della sera precedente.
«Sto facendo il caffè» mi avverte. «O almeno, ci sto provando.
Una Nespresso mica ce l’hai?»
Ed ecco che, con la magia dell’alcol fuori dai giochi, è tornata la
tipa da piedistallo.
La supero puntando l’anta sopra la sua testa, dalla quale recupero
il sacchetto di biscotti al cioccolato.
«Buongiorno anche a te, fatina. Per caso hai un déjà-vu»
controbatto porgendole la confezione aperta, «di me che ti offro dei
biscotti e di te che conseguentemente mi salti addosso?»
Per un secondo, sembra confusa.
«Sì» si riscuote. «È stata un’esperienza istruttiva.»
«Istruttiva.»
«Esatto. Molto formativa.» Scosta una sedia dal tavolo e si siede.
«Grazie.»
Grazie.
Il passo successivo è richiedermi l’attestato di partecipazione,
immagino.
Mi rendo conto che senza caffè non posso affrontarla. Sbircio
dentro la moka mentre scorro i messaggi sul cellulare. I miei amici
hanno perso il pollice opponibile, così abbasso il volume e,
portandomi il cellulare all’orecchio, faccio partire il messaggio vocale
di Massimiliano.

TomTom, ancora dormendo, stai? Ho capito, ti stai ricaricando per i


corsi con le milf della pausa pranzo. Il solito stronzo con i turni
migliori! Comunque, sto andando in cantinetta da Gabriele. Ci
troviamo per un piano B, se la Galleria non va.
Che poi, B. Un po’ ottimista, la B. Diciamo che ormai stiamo alla V,
manca poco e si rifà il giro.
Dài, american boy. Alza il culo dal letto e raggiungici.

La voce del mio amico si spegne nel silenzio della cucina.


Ignoro la fatina che pur con il volume basso ha sentito tutto e
digito una giustificazione in risposta. La moka borbotta. Prendo due
tazzine decenti e le deposito sul tavolo.
«Perché il tuo amico ti chiama con il nome di un navigatore?»
chiede.
Le elargisco un sorrisetto. «Perché sono un faro nella vita degli
altri.»
«E funziona anche con te?»
Solo per il fatto che tu sei qui, no, vorrei risponderle. Ma taccio,
smanetto con la seconda chat piena di notifiche; inavvertitamente,
mi parte un altro vocale.

Tommaso TomTom Bresso Cattaneo, non indovinerai mai, mai, mai


dove sono! Baretto delle lezioni del Photography and Art Center,
Burbank, California. Oh mio Dio, sono qui che parlo con una Ceasar
Salad da sola per l’emozione! Troppi, troppi ricordi! Comunque,
mentre tu dall’altra parte del mondo starai dormendo, io sto
controllando il tuo profilo su Instagram. Ma lo sai che non pubblichi
niente da tre settimane? Io posso anche taggarti nelle mie stories,
ma tu inquadrali ogni tanto quegli occhioni azzurri! Se poi la
fotocamera ti scappasse su un mezzobusto senza vestiti, così, per
dire, sarebbe perfetto. Riuscirei a sponsorizzarti a meraviglia. Proprio
non capisco perché ti rifiuti di ascoltarmi.

Quella voce squinternata mi illude per un attimo di essere in


California, seduto al tavolo davanti a lei.
Caterina Marte è l’unica che capisce quanto sia doloroso amare a
distanza l’unico posto che è stato casa e ora è solo un punto
lontanissimo del mappamondo. Lo sa perché, per un certo periodo,
questo dolore l’ha provato anche lei.
Mi basta ascoltarla per tornare indietro a un periodo bellissimo, a
quando l’ho conosciuta a Burbank, al Molo di Santa Monica, al caldo
di Los Angeles, alle lunghe sessioni artistiche, all’appartamento che
profumava di candele speziate che dividevo con Ally, a un attimo di
felicità a cui mi aggrappo come un naufrago alla deriva. Sorrido di
nostalgia e, sopra le tazzine piene di caffè, incrocio gli occhi della
fatina.
È così che mi accorgo che qualcosa non va.
Il suo viso si è trasformato in una maschera di gesso.
«Come la conosci?» mi chiede, indicando il telefono.
Per un secondo mi stupisce che l’abbia identificata dalla voce, ma
poi ricordo a me stesso che Caterina Marte non è solo la mia
migliore amica: lavora nel campo della moda, cura un blog
seguitissimo e ha qualcosa come sei milioni di follower che riempie
quotidianamente di aggiornamenti sui social.
Oltretutto, la sua è una famiglia molto nota a Milano.
Il padre è un severissimo magnate informatico, la madre è una ex
modella e suo fratello, dopo aver rotto con la stronza di lusso che è
stata per anni la sua fidanzata storica, è stato brevemente tra gli
imprenditori single più desiderati del Paese. Aver scelto poco dopo
la ragazza nerd della porta accanto – e quando dico “accanto”
intendo letteralmente, visto che Melissa fino a poco fa abitava sul
mio pianerottolo nell’appartamento che ora è della fatina – ha
aggiunto una nuova sfumatura al significato di fiaba moderna.
«L’ho incontrata due anni fa in California, quando non era ancora
così famosa. Eravamo gli unici italiani alla scuola di arte e
fotografia» racconto. «Siamo amici.»
«Quanto amici?»
«Molto» sottolineo. «Perché, qualcosa non va?»
La fatina sta in bilico. Mi fissa come se stesse passando in
rassegna le variabili, sacrificandole a una a una sull’altare del male
minore.
«Niente» fa spallucce, «a parte che è la sorella del mio ex
fidanzato.»
Lo dice come se niente fosse.
Lo dice e a primo impatto sembrano parole innocue, mera
conversazione di cortesia.
Ma poi, pian piano, emerge la verità.
E lei, non so come, se l’aspetta.
Si accorge che sto pian piano allacciando le sue mezze verità alle
verità intere che già possiedo. Se ne accorge e non fa nulla per
fermare il processo. Il passato ci espone, ci rivela contro il nostro
volere e nessuno può impedirlo, neanche le fatine di ghiaccio.
È lei la stronza di lusso.
Ripenso al suo discorso sconnesso della sera prima da brilla e do
un nome e una faccia a tutti.
«Stavi con Stefano Marte» collego, in apnea.
Lei incassa con una scrollata di spalle.
«Sei anni insieme.»
«È lui il tuo ex» ripeto, nella speranza che ripetere mi aiuti a
crederci. «Quello da cui sei andata ieri sera.»
«Già.»
Conosco Stefano, un po’ perché è il fratello della mia migliore
amica, un po’ perché è il compagno della mia ex vicina di casa.
È un uomo brillante, altruista, innamoratissimo della sua ragazza.
Stanno insieme da un anno, ormai.
Da un cazzo di anno.
L’ipocrisia della fatina mi lascia di sasso.
A quel punto raccatto altri pezzi della storia dai discorsi casuali
con i fratelli Marte collezionati nel tempo.
Olivia Ranieri è un pescecane con i tacchi alti.
Il tipo di donna che prima di accettare di bere qualcosa assieme
consulta i trimestrali del tuo conto corrente.
Nei dizionari sotto la definizione di “arrampicatrice sociale” viene
stampata la sua foto segnaletica.
I polmoni mi si svuotano di colpo. Mi manca l’aria. Non so cosa mi
scatti dentro, ma all’improvviso mi sento… derubato. Ecco, sì, mi
sento derubato della briciola di felicità acerba con cui mi sono alzato
dal letto.
Sarà anche stata una botta e via, niente di serio. Ma, porca di
quella miseria, perché? Perché doveva succedere proprio con lei?
«Be’, complimenti fatina. Te lo eri lavorata bene.»
Per un attimo sembra dispiaciuta, ma è solo un attimo.
«Non abbastanza» ribatte con una punta di noia. «Poco male,
cercherò altrove il mio prossimo investitore.»
«Investitore?»
Lei sposta i capelli biondi da una spalla all’altra. Lo fa con una
noncuranza ponderata, come se fosse altamente addestrata a
gestire i micromovimenti rivelatori. «Ho un’azienda da tenere in
piedi. Me la stanno smantellando da sotto le dita e ho assoluto
bisogno di liquidità societaria.»
«Stai cercando un socio?» mi stranisco.
«Già» sorride brevemente. «Il tipo di socio che investa su di me»
piega le labbra in una smorfia maliziosa, «in ogni senso, Tommaso
Cattaneo.»
Se la fatina di ieri sera gridava guai, la regina di ghiaccio di
stamattina è un’esemplare capace di somministrarti del veleno per
topi nel latte e poi compiacersi davanti agli spasmi di sofferenza che
ti fanno contorcere sul pavimento.
Ripenso a ieri sera, alla facilità con cui ho creduto che… «Dio, che
idiota sono.»
«Sono stata sgradevole in qualche modo?»
«Cioè, sei seria? Non sei stata sgradevole, sei stata una
maledetta bugiarda!»
«Bugiarda? Io?» si stupisce. «Ti assicuro che non lo sono stata.»
«Tutti quei discorsi, le tue teorie da quattro soldi…»
«Non ho mentito su niente» ci tiene a sottolineare. «Quello che ti
ho raccontato è vero. Da quello che penso sulle relazioni a quello
che mi è successo.»
«Stavi con un fottuto uomo perfetto!»
«E non l’ho amato un singolo secondo.» La sua impassibilità è
agghiacciante. «Ti ho detto la verità. Non ho amato nessun uomo,
nessun ragazzo. Alle superiori, le mie compagne si prendevano una
cotta dietro l’altra mentre io pensavo solo a quanto i ragazzi mi
annoiassero a morte. Quanto speravo che la smettessero di fissarsi
con me e mi lasciassero in pace! Certo, questo prima di capire come
sfruttare gli interessi a mio vantaggio, ma…»
Che diamine sto ascoltando?
«Ma con te sono stata sincera. Avrei potuto nascondermi,
infiocchettare la realtà, mentire, ieri sera e anche adesso. Ma non
l’ho fatto. Non lo vedi quanto sono sincera? Se fossi bugiarda,
queste cose non te le rivelerei mai.»
«Allora non sei bugiarda. Sei solo stronza!»
«Cos’è, preferisci che ti dica che ero innamorata del mio ex
fidanzato come tu lo sei della tizia disegnata ovunque in questa
casa, anche se non è vero?»
La sua frecciata va a segno. Mi colpisce.
Mi ferisce.
«Oppure ti comporti così perché hai sentito qualche voce su di
me?» Il suo sorriso storto acquista mezzo centimetro per parte.
«Perché, sai, se le hai sentite, è probabile che siano vere. Il mio ex
fidanzato per me era un’assicurazione sulla vita, la nostra relazione
è stata uno scambio mutuale di favori. Lui mi ha permesso uno
tenore pieno di agi e io in cambio gli ho dato me stessa. Chiamami
superficiale, ma trovare un uomo che mi consenta di disporre di un
patrimonio, di andare via da questa topaia e di smettere di
affannarmi per tenere a galla la mia azienda mi attira eccome.»
Non ci vedo più.
Appoggio la tazzina sul tavolo con una lentezza innaturale.
«Esci, per favore.»
«Prego?»
«Mi hai sentito. Alzati ed esci dalla mia casa.»
Seduta al tavolo, lei ripone la tazzina da caffè senza cedere di un
millimetro. «Ti ho offeso, per caso?»
Non so cosa di preciso mi offuschi la mente.
Ma sono furioso.
Con lei che è così diversa da come me l’ero immaginata. Con i
suoi baci così pieni, così belli. Con il mio stomaco che si attorciglia in
protesta all’idea che, per quanto sia stato incredibile, è già tutto
finito. Con me stesso perché mi sono concesso un azzardo, solo
uno, perché ho voluto giocare sapendo che con il fuoco si finisce
sempre e solo in un modo.
Bruciati.
«Fuori» ordino.
«Tommaso» mi chiama, e perlomeno ha il buongusto di allarmarsi
mentre mi alzo dalla sedia.
Non le do il tempo di contrattaccare. Sono certo che,
concedendole altri cinque minuti, riuscirebbe a convincermi che la
terra è piatta e Galileo non è mai esistito.
Mi dirigo a grandi passi in camera, dove raccatto dal pavimento le
sue scarpe alte e lucide con la suola rossa. Quando torno nella
cucina, la trovo sulla soglia ad aspettarmi. Con uno scatto, la supero
e agguanto il soprabito rimasto sulla sedia dalla sera precedente.
«Le tue cose» le dico, mollandogliele nelle mani.
«Tommaso! Ma che accidenti… perché…»
«Non sono ricco, non sono di tuo interesse, non sono nemmeno
disponibile. Abbiamo chiuso.»
In due passi arrivo all’ingresso e abbasso la maniglia, ma la fatina
non si schioda.
Dietro le scarpe e il soprabito malamente ammucchiati tra le
braccia, mi fissa. Incredula.
Oh, non ha assolutamente idea di quanto io sia serio.
Spalanco la porta. «Non ti voglio nella mia casa. Se non esci da
sola, ti prendo in braccio e ti sposto di peso.»
«Tommaso» azzarda. «Pensavo fossimo d’accordo che ieri sera è
stato una specie di… rilassamento reciproco…»
«Non costringermi a sfrattarti con la forza. Non ti piacerebbe.»
«No, infatti.» Rinsalda la presa attorno alla sua roba. «Non quanto
piacerebbe a te.»
«Brava» annuisco, alzando gli angoli della bocca. «Tre passi
avanti e ce l’hai fatta.»
A malincuore, lei si esibisce nella camminata della vergogna.
Incede piano, forse nella speranza che io ci ripensi. Come no. Non
appena oltrepassa il traguardo, le sbatto dietro la porta.
Appoggio la fronte sul legno e trattengo il fiato. La coscienza
cerca di farmi sentire in colpa per averla cacciata mezza nuda, ma la
silenzio all’istante. Nessuna pietà per le arrampicatrici sociali come
lei.
«Non puoi chiudere qualcosa che non è neanche cominciata»
borbotta Olivia, dall’altro lato. «Hai capito? Non puoi!»
Seguono un fruscio e un breve ticchettio sulle mattonelle.
Deve essersi infilata le scarpe.
«Ci vediamo, Tommaso» grida, allontanandosi verso le scale.
«Contaci, fatina» mormoro. «Non ti guardo più neanche se mi
inciampi addosso.»
Finalmente i ticchettii si allontanano verso le scale.
Ce l’ho fatta. È sparita dalla mia vista.
È andata.
Spero che togliermela dalla testa sia altrettanto facile.
Tommaso

«Sei un deficiente.»
Schivo lo Shuto Uke di Massimiliano e cerco di afferrargli il polso,
ma lui è più veloce: flette le ginocchia e sguscia via. «Perché?»
«Perché» sospira, aggiustandosi la casacca del kimono. «Perché
la madre di Nicolò non sa più cosa inventarsi per farsi invitare fuori
mentre tu te ne stai a sorriderle, appoggiato al tavolo delle iscrizioni,
con i tuoi pettorali in vista mentre fai il coglione prezioso.»
«Cazzate» taglio corto.
Mi muovo lateralmente, con la guardia alta, aspettando il
momento migliore per attaccare.
Le lezioni di oggi sono terminate, dovremmo chiudere la sala ma
in questi giorni sia io sia Massimiliano siamo nervosi, neanche
quattro turni di allenamenti ci hanno tolto la tensione di dosso.
Ci controlliamo a distanza, ci scrutiamo per mirare dritti alla falla.
Ognuno si porta dietro una falla.
Ci si nasce insieme, la si coltiva, si fa di tutto per sradicarla,
eppure quella se ne sta accozzata a ricordarci che nessuno diventa
invincibile: solo più esperto a nasconderla. Noi due ci conosciamo da
così tanti anni, ci siamo presentati le nostre e ora lui usa le mie
debolezze contro di me.
«Massi, oh, i tuoi tentativi di distrarmi solo perché non sopporti
quando ti batto sono patetici.»
Scatto in avanti e tento un pugno sull’addome, ma lui lo devia con
l’avambraccio. «Sei fiacco stasera, TomTom.»
«Le tue chiacchiere mi stremano.»
Ma non è vero.
Sto lasciando che si trastulli, prima di abbatterlo.
«Hai paura di rimetterti in gioco» sancisce.
Il suo piede mira dritto ai gioielli di famiglia. Blocco il tentativo e
rispondo con una finta. Massi arretra, si asciuga il sudore sulla
fronte. Sorride.
«La madre di Nicolò è divorziata come te» parte con l’invettiva,
«ha due anni in meno di te, è gentile, ti guarda come se fossi una
specie di fantasia sessuale ambulante. E, devo dirlo? È molto
scopabile.»
L’escalation della sua argomentazione renderebbe fiero ogni
manuale di dialettica.
Rispondo simulando un attacco di braccia. Massimiliano lo para
con prontezza, ma non è quello il mio obiettivo. Dopo averlo distratto
con la finta, spazzo il suo piede d’appoggio e lo sbilancio. Lo afferro
per il bavero del kimono. Prova a colpirmi. Faccio un passo indietro
e il calcio esterno va a segno sfiorandogli il collo dietro l’orecchio.
«Cazzo!» esclama, saltellando via.
L’orgoglio lo fa contrattaccare subito; mi caccia in sequenza una
finta, due pugni e un calcio esterno. Paro i primi, schivo il secondo,
poi perdo stabilità e lo trascino con me nella caduta.
«Sei un infame, Tommaso» sbotta il mio amico, rotolando sul
tatami. «Un vero infame. Sono il tuo maestro.»
«Eri il mio maestro» prendo una boccata d’aria. «Adesso sei il mio
socio. Di una società che sta a galla per sbaglio.»
«Agonizzanti eppure ancora vivi. Alla faccia di Ginetti.»
Nessuno dei due specifica che, con la nuova convenzione, alla
fine dell’anno sportivo i corsi non basteranno per stipendiarci
entrambi. Non che sia preoccupato. Assieme alla laurea al DAMS ho
ottenuto di diritto anche l’attestato di “specialista dei lavori
occasionali diversamente ben pagati”.
Il karate ci rientra a pieno titolo, ma la soddisfazione che mi
restituisce è senza prezzo. Il peso specifico, la monumentale
solennità della tecnica. La vivisezione chirurgica del movimento. La
stessa dose di disciplina di quando disegno.
«Senti, TomTom» il mio amico si tira in piedi, «hai visto
l’application per l’estemporanea che ti ho mandato?»
«Stavolta salto» lo precedo, alzandomi. Domani mattina la sala
verrà usata per dei corsi di ginnastica premaman ed è compito di
ogni istruttore non far trovare le proprie attrezzature in mezzo alle
palle, così comincio a smontare i pezzi che compongono il tatami.
«Solo perché dalla Galleria niente?» chiede lui, aiutandomi.
«La Galleria non c’entra.» Accatasto una pila di tasselli in un
angolo. «Ma tu e Gabriele provateci.»
Non commenta.
Conosce la mia falla, non ne ha bisogno.
Dopo aver rassettato il tavolo e riposto il quaderno ad anelli con le
ricevute dei pagamenti, getto la felpa di traverso sulla spalla e
scendiamo le scale. La sala pesi ormai è chiusa e, alla reception, è
rimasta solo Gloria. Massimiliano la saluta fissandola come un
diabetico a dieta di fronte a un tiramisù e lei alza la testa dal
computer per scannerizzargli le chiappe. È stata Gloria a porre la
regola dell’Unica Volta tra loro, chissà per quale motivo, ma Massi
non si è ancora arreso ad accettarla. Dice che una sola volta,
quando il sesso è ottimo, è limitante. Uno spreco di risorse. Lo ripete
anche adesso, mentre entriamo negli spogliatoi deserti. Ignorando le
analogie con altre recentissime prime e ultime volte, mi libero dei
vestiti e lascio che l’acqua calda della doccia allevi la morsa che mi
serra la gola da una settimana.
Da quando io e la fatina ci abbiamo dato dentro.
Se Massimiliano sapesse di lei, mi grazierebbe risparmiandomi i
discorsi da fratello maggiore. Ma non lo sa e non lo saprà, perché
non glielo rivelerò mai. Né a lui, né a Caterina Marte, né a nessun
altro.
Che io sia fulminato, porterò il segreto con me fino alla tomba.

***

La metro si ferma con uno stridio di freni che rimbomba nella


galleria.
Borsone sul fianco, scendo dal vagone semideserto che poco
dopo riprende a sferragliare sulle rotaie. Imbocco le scale e infilo gli
auricolari, prima di sbucare fuori nella notte. La foschia notturna mi
fa compagnia dalla fermata della metro al portone di casa con la
solita lampadina bruciata.
Dire che vivere qui fa schifo non è poi un’esagerazione. Eppure
oggi rincasare illuminando la serratura con il flash del cellulare mi
rende quasi felice, perché so che quel poco che ho è dignitoso fino
al midollo.
L’atrio del condominio stasera puzza di pesce bruciacchiato. Le
urla e i commenti che accompagnano la telecronaca di una partita di
calcio allietano la tromba delle scale e, quando raggiungo il
pianerottolo, non ci trovo nessuna fatina. L’istinto mi spinge a
sbirciare la porta accanto alla mia. Sette giorni che non la vedo,
sette giorni che il suo appartamento è silenzioso. O la mattina parte
prestissimo da casa e la sera torna ancora più tardi, oppure è
mummificata lì dentro assieme alle cimici da letto.
Non che mi interessi di lei.
Non me ne frega proprio un cazzo.
Quella sera avrei dovuto ascoltare l’istinto e spedirla dalle
universitarie, o da qualsiasi altro inquilino dotato di più buonsenso di
me. Lei è ciò che non tollero in una persona. È arrivista, è
calcolatrice. È la definizione umana di problemi, e poi ancora
problemi, e alla fine ulteriori problemi, una cascata di drammi pronta
a investire chiunque capiti sul suo tragitto.
Sfilo gli auricolari. La musica dei Boyce Avenue prosegue nelle
cuffiette, mentre rovisto nella tasca esterna del borsone alla ricerca
delle chiavi di casa.
«Tommaso?»
Il mio nome lanciato nell’aria mi blocca mentre sto abbassando la
maniglia.
È stata solo un’allucinazione uditiva.
Nient’altro.
«Tommaso» ripete la voce, e a quel punto non mi resta che
voltarmi.
È così che, dopo sette giorni, la rivedo.
La fatina non ha niente di fiabesco stasera. Indossa dei pantaloni
scuri elegantissimi e una giacca con un unico bottone centrale
allentato sulla camicetta di alta sartoria. I capelli biondi sono raccolti
in un severo chignon e tra le mani tiene un cubo di morbida stoffa
grigia.
La mia felpa di Praga.
«Offerta di pace» annuncia.
Be’, dopo come l’ho cacciata, le riconosco del coraggio.
«Che dolce vicina premurosa. L’hai anche lavata e stirata?»
Ci provo, ma non la intimidisco. Lei sostiene il mio attacco con
una facilità che mi manda in bestia.
«Sì» risponde. «Cioè, lo ha fatto la mia assistente.»
«Giusto, la tua assistente.»
La fatina sospira, azzarda un passo avanti.
All’ultimo decide di restare dov’è.
«La settimana scorsa eri più gentile» nota.
«La settimana scorsa non ti conoscevo.»
«Non mi conosci neanche adesso.»
Lapidaria.
«Dài, prendila» mi esorta, porgendomi la felpa. «Non l’ho
spruzzata di pesticida, se è questo che ti preoccupa.»
«Non hai bisogno di comprare dei pesticidi per procurarti del
veleno. Lo secerni di sicuro dalle ghiandole salivari, come gli altri
della tua specie.»
Gesù, vorrei avere una macchina fotografica per immortalarla.
Si impegna un sacco per non reagire ma la bocca le disubbidisce,
si spalanca come un sipario all’inizio dello spettacolo.
Decisamente nessuno le parla così.
Evito di fissarle le labbra che sette giorni fa ho divorato di baci. Le
stesse che mi hanno mappato in svariati modi, tutti piacevolissimi, e
che il mio corpo traditore eleggerebbe anche oggi a candidate ideali
per… quale definizione aveva usato? Una sessione di rilassamento
reciproco.
Sporgendomi in avanti, abbranco la felpa con le mani. È mentre
gliela sottraggo che mi accorgo di un biglietto incastrato nel colletto.
«E questo?» chiedo, sospettoso.
Lo tolgo da sotto i lacci del cappuccio e me lo rigiro tra le dita. È il
talloncino di un party al Gessi Showroom. La scritta in oro su carta
intarsiata porta la data del prossimo fine settimana.
«Cos’è, stai cercando un accompagnatore?» la provoco.
Ovvio che non sono materiale della sua lega. Non mi vorrebbe
accanto a una festicciola per ricconi neanche se fossi l’ultimo uomo
disponibile.
«Prendilo come un debito saldato» replica con tono inespressivo.
«Se vuoi partecipare all’esposizione di Capodanno della TownHouse
Galleria devi far sapere alle persone giuste che esisti. Devi
presentarti, parlare con gli agenti, fare colpo su chi conta.»
La felpa quasi mi cade dalle braccia.
«E tu come sai che…»
«Sei molto disordinato, Tommaso» si limita a rispondere. «Questa
è la tua occasione. Presenzierà l’organizzazione del Gala e ci sarà
anche il dottor Guarnieri, che è sempre incuriosito dalle nuove leve.»
Inclina la testa, poi si sente in dovere di aggiungere: «Il dottore è un
noto agente artistico che…»
«So chi è Guarnieri» la interrompo, sventolando il cartoncino per
aria. «Quello che non so è che cosa ti passi per la mente al punto da
arrivare a darmi questo.»
«Te l’ho detto, ero in debito con te. Lo sto saldando.»
«Ah, sì? Lo saldi spedendomi a una festa fuori dalla mia portata,
vestito in smoking, a provarci con un dio dell’arte? E io che pensavo
di non piacerti.»
«Non indosserai lo smoking.»
«Giusto, mi presenterò alla serata con il tuo maledetto invito e il
vestito dei grandi magazzini appeso nel mio armadio» deduco,
esasperato.
«No. Ti presenterai tre ore prima nell’orario degli addetti ai lavori.
Chiederai di Émile, il maître, indosserai la divisa dei camerieri e ti
darai da fare per farti assegnare alla sala. Starà a te, mentre svolgi il
lavoro, trovare il modo per farti notare dal dottor Guarnieri.»
Una risata folle mi ribolle in gola.
Riesamino il talloncino e mi rendo conto che non è un invito: è
solo la parte riassuntiva dell’invito vero e proprio. Quello della fatina.
Perché sarà anche in caduta libera, ma lei non gioca nel mio
girone.
E ogni occasione è buona per ricordarmelo.
«Raccomandarti quel posto mi è costato due chiamate» prosegue,
laconica. «Ho usato quel che resta del mio cognome e delle mie
connessioni.»
«Sei davvero eroica, fatina.» E, per cominciare a spiegarle quanto
mi entusiasma la sua proposta, strappo in due il talloncino e le
schiaffo i resti sfilacciati nel palmo.
«Risparmiati la carità. Non sono il conto di un Bed and Breakfast
che non hai pagato la mattina dopo.»
Faccio per darle le spalle ma lei fa un passo avanti, mi cattura il
polso con la mano. Vorrei affermare che non mi fa alcun effetto, ma il
suo corpo è una pessima calamita per il mio.
Lo accende come le luci sui terrazzi nel periodo natalizio.
Senza nessuna intenzione, ruoto il capo e me la trovo vicina.
Troppo, troppo vicina.
«Non è per il posto letto» sussurra in un soffio, «ero in positivo di
un orgasmo. Con questo andiamo pari.»
Tanto nonsense in una sola frase mi fa emettere l’ennesima risata
frustrata.
«E poi ti chiedi perché Marte ti ha mollata. C’è solo un modo per
pareggiare un orgasmo, e di certo non è questo. Ti sei sprecata per
niente.»
Ruoto il polso spezzando la sua debolissima presa. Due secondi
dopo, rincaso sbattendo la porta.
L’appartamento è buio, pieno di quiete. Accendo la luce e
appoggio il borsone della palestra ai piedi del divano, quando la
sento di nuovo.
«Tanto lo so che ci verrai, Tommaso!»
Dice questo, il resto lo lascia all’immaginazione.
“Perché, andiamo, sarà pure un’umiliazione, ma quale alternativa
ti resta?”
E la risposta è semplice.
Resto io, fatina.
Resto io.
Tommaso

Temporale in casa Jerrod?

Liam Jerrod e la sua fidanzata Allyson restano divisi nel primo giorno
post tour del Canada!
La coppia, appena riunita a Los Angeles dopo il ritorno di Liam J, ha
deciso di trascorrere la giornata di ieri separatamente, nonostante
fosse la prima dopo tre settimane di lontananza.
Uscito di corsa di casa, il frontman degli Space Predators si mostra
particolarmente cupo mentre sale su un taxi (foto 1). Quindici minuti
più tardi, Allyson lo imita nascosta sotto un cappellino e, sguardo
assente, rimane al telefono tutto il tempo mentre si reca al suo
consueto allenamento in palestra a West Hollywood, Calif (foto 2).
Proprio prima della partenza, Liam J ha dichiarato di essere
innamoratissimo della sua musa al punto da volerla sposare.
Litigio di routine o aria di tempesta?

Leggi anche: Celebrities, Liam J. euforico dopo Toronto: “Allyson


Ford? La sposo entro un anno”

***

Celebrities, Liam J. euforico dopo Toronto: “Allyson Ford? La


sposo entro un anno”

Liam Jerrod è vulcanico!


In partenza dal terminal del Toronto-Pearson, il frontman degli Space
Predators, alla domanda su dove sia diretto compone un cuore con le
mani verso i paparazzi e risponde: “Torno dalla mia futura moglie.
Scrivetelo pure che me la sposo entro un anno!”.
Un periodo d’oro per il cantante, che colleziona un successo dietro
l’altro sui palchi internazionali. La bellissima PR ed ereditiera Allyson
Ford avrà già ricevuto la tanto sospirata proposta di matrimonio?

***

«Mettici più intensità.»


«In cosa?»
«Devi essere più trucido, per far esplodere il cellulare con il
pensiero» mi prende in giro Massimiliano.
So che dovrei torcermi le falangi, staccare la batteria, bruciare il
telefono pur di non leggere queste puttanate. Non mi aiutano mentre
lo faccio e dopo averlo fatto sto anche peggio.
Succede ogni volta.
Matematico.
Ma la nostalgia è una dipendenza e io sono un drogato che
arranca alla spasmodica ricerca della prossima dose.
Il cuore si getta in una corsa contro il tempo mentre i polpastrelli
scivolano sullo schermo, zoomando la fotografia. I paparazzi l’hanno
ripresa da lontano, lo scatto è un po’ sfocato.
Ma è senza dubbio Ally.
Sta camminando su uno spazioso marciapiede di Beverly Hills,
con un cappellino che le copre la fronte e la borsa da palestra a
tracolla. Telefono all’orecchio, è immersa in una fitta conversazione
con chissà chi. Non si è accorta dei fotografi, per questo non
esibisce il sorriso di plastica che sono abituato a vederle addosso
quando viene paparazzata.
È chiaramente incazzata.
È chiaramente…
Lo scotto del mio stalking a distanza arriva puntualissimo. Un
pugno alla bocca dello stomaco. Il dolore cieco per la donna che è
stata tutto per me e che ora vive a un mondo di distanza mi
comprime i polmoni. Spezza la sottilissima volontà di dimenticarla
che il cervello imbastisce ogni volta che tento di disintossicarmi da
lei.
Mi sto comportando come un idiota a raggranellare briciole di lei,
dopo tutto questo tempo. Il nostro matrimonio è morto e sepolto, non
è sopravvissuto niente, Ally ha fatto terra bruciata di ciò che
eravamo… eppure il mio stupido cuore si rifiuta di accettarlo. Non c’è
verso di convincerlo che è finita, basta, nessun ultimo atto, nessuna
speranza per un noi che è esistito solo per me.
Guardo di nuovo la foto.
Sembra sul serio furiosa.
Magari si stanno lasciando.
Magari stavolta per davvero, non come gli altri diecimila articoli
scritti per un clic in più.
«Ehi, TomTom.» Massimiliano lancia per aria uno strofinaccio che
mi atterra sulla spalla. «Metti via quella merda e aiutami a sistemare
la scenografia di Pinocchio.»
Spengo il telefono e lo getto sul divano sfatto, incassato tra
scaffali grezzi pieni di tempere e acrilici.
Il covo dei nostri ritrovi artistici appartiene a Gabriele, un cugino di
secondo grado di Massimiliano. Non importa che la palazzina si
affacci su un’interstatale a un buon quarto d’ora a piedi dal capolinea
della metro rossa: il condominio ha sole due unità e l’altra è di un
signore che non si lamenta dei raduni nel seminterrato.
«Quando saranno gli spettacoli?» domanda Gabriele,
comparendo sull’imbocco delle scale nel disordine di tele, cornici da
limare e verniciare, pezzi incompleti di scenografie.
«Durante le vacanze di Natale» risponde Massimiliano.
«L’associazione culturale che organizza la rassegna ha dato alla
nostra compagnia quattro appuntamenti del programma. Speriamo
che le famiglie abbiano voglia di portare i bambini, tra una mangiata
e l’altra.»
«Andrà benissimo» pronostica Gabriele, passandomi il barattolo di
tempera blu. Massimiliano stende sui tavoloni il fondale della scena
ambientate nel mare, tra balena e zattera, rovinato durante il
trasporto dell’ultima esibizione, e la successiva ora la trascorriamo
ricostruendo il disegno e sistemando il telaio della finestrella dove
verranno proiettate immagini scenografiche.
Sono immerso nella rilassante composizione delle onde del mare,
quando Gabriele si decide a parlare.
«Potresti chiedere alla Marte.»
Pennello gocciolante a mezz’aria, aggrotto la fronte. «Cosa?»
«Per la Galleria» specifica Gabriele. «Lei ti aiuterebbe.»
Certo che lo farebbe.
Dio solo sa cosa devo inventarmi ogni volta per placcare
quell’uragano di buone intenzioni che risponde al nome di Caterina.
È un vero peccato che le sue buone intenzioni provochino quasi
sempre dei disastri annunciati.
«Non mi farò raccomandare dalla mia amica.»
«Perché tu sei mister Integrità» gli dà man forte Massimiliano. «Le
basterebbe un niente per spingerti. L’unica volta che le hai lasciato
carta bianca sull’organizzazione di una mostra, che per noi era un
successo con dieci visitatori e un quadro prenotato oggi e pagato
nell’anno del mai, lei ti ha portato così tanta gente che non si riusciva
neanche a entrare. Oltre al fatto che hai venduto tutto. E quante
follower hanno cominciato a seguirti solo perché lei era presente?»
Qualcosa come diecimila in un paio d’ore.
«Le sue fan commentano i miei post chiedendomi di dipingere
senza la maglietta» borbotto.
Massimiliano ride. «Figa, che sacrificio!»
Evito di menzionare come mi fa sentire la pioggia di complimenti
che mi scrivono quando pubblico una foto. Per carità, mi lusingano,
ma non è per questo che voglio essere notato.
«Non è così che intendo arrivarci» ribadisco.
I miei amici si scambiano un’occhiata silenziosa. Apprezzo che
non sottolineino quanto il mio metodo sia fallimentare.
Ne sono consapevole.
Lo sa addirittura la fatina, a cui ho fatto così pena che mi ha
raccomandato per un maledetto posto da cameriere.
«Stasera c’è un evento al Gessi» butto lì, mentre ritocco il profilo
del mare. «Ci sarà anche la direzione artistica del Gala di
Capodanno.»
Massimiliano per poco non fa cadere il bicchiere che usiamo per
lavare i pennelli. «Be’, grazie per l’invito TomTom, ma ho già un
impegno con la Ferragni e marito» mi sfotte. «Tu come pensi di
entrarci, scassinando una finestra secondaria?»
Scrollo le spalle. «C’è il mio nome sulla lista dello staff del
catering.»
Sopra l’altra estremità del fondale, Massimiliano si incuriosisce.
«E chi ce lo ha messo?»
«Un… amico.»
«Un amico con la vagina?»
Non molla, ma quando mai lo fa?
«Uno che mi doveva un favore» insisto.
«Non è che ti avanza un favore?» interviene Gabriele. «Li porto
volentieri due piatti in cambio di una chiacchierata con qualche
agente.»
«Tu sei completamente incapace, cugino. TomTom, invece, è un
veterano del servizio ai tavoli.»
«Dovresti andarci» mi incita Gabriele. «Male che vada, ti rifai gli
occhi con le esposizioni.»
«Certo che ci va. Altrimenti si scorda di tornare in palestra lunedì»
chiude la discussione Massimiliano.
Con le setole del pennello, ritocco la curva degli schizzi d’acqua
che lambiscono il profilo della zattera. Il colore chiazza la tela e io mi
intontisco a fissarlo mentre conquista il suo spazio, impregnando la
superficie.
«E niente.» Massimiliano allarga le braccia. «American boy se ne
va al Gessi e reagisce alla notizia standosene a contemplare la
scenografia di Pinocchio neanche fosse un Andy Warhol originale.»
«Perché finirà in un niente di fatto» ribatto, studiando l’asciugatura
del colore sul fondale.
«O perché il tuo amico con la vagina sarà lì stasera?» azzarda lui.
Alzo lo sguardo una sola volta.
La fregatura di avere amici che ti conoscono molto bene è che è
difficile nascondere qualcosa: loro sanno dove cercare. Lo sanno
meglio di te. E così succede che quando cerchi di lanciargli
un’occhiata di biasimo, nello spazio di un secondo ti ritrovi inchiodato
dalla consapevolezza che non c’è motivo di biasimare nessuno al di
fuori della tua cecità, che scopri esistere perché riflessa nel loro
sguardo.
«Buona fortuna» conclude Massimiliano, con un mezzo ghigno.
Già.
Me ne servirà molta.
Tommaso

«Esci, sorridi, parli solo se interpellato, distribuisci la portata,


rientri in cucina, prendi il vassoio successivo, esci di nuovo. È tutto
chiaro?»
Abbasso lo sguardo sul completo nero e la camicia della mia
misura che mi ha fornito Émile, il responsabile del catering.
La mia ultima esperienza come cameriere risale a poco meno di
tre anni fa per la Diamond Cozy, una compagnia di catering di Los
Angeles specializzata in vip party. Mi ero trasferito dall’altra parte del
mondo in fretta e furia e, siccome avevo investito ogni risparmio nel
biglietto aereo, nell’iscrizione al corso d’arte a Burbank e nell’affitto,
non ero nella posizione di fare lo schizzinoso. Le notti dei primi mesi
californiani le ho trascorse quasi tutte nel Sunset Boulevard a servire
starlette, sceneggiatori che arrancavano nel mare magnum, cantanti
di belle speranze e registi a un passo dal salto di carriera.
Ho scoperto così quanto Hollywood fosse dinamica.
Arte in ogni angolo, follia nell’aria, eleganza trasandata.
Mi manca.
Certo, mentre versavo costoso vino della Napa Valley dovevo
anche destreggiarmi tra agenti viscidi e le loro insistenti proposte di
lavoro come modello per dubbi ingaggi. Ma persino loro erano meno
fastidiosi dell’élite che si sta raggranellando nel salone espositivo del
Gessi.
Mi accodo al gruppo dei camerieri deputati al servizio su vassoio,
riuniti sulla soglia, e considero che essermi prestato a questa
pagliacciata si piazza gloriosamente nella Top Ten delle cretinate
dell’anno che sta per finire.
La serata è organizzata da una software house fondata da un
genio ventenne che ha commissionato a noti esponenti artistici una
serie di opere d’arte ispirate ai suoi prodotti per il web.
Émile sopraggiunge dal salone, dà le ultime istruzioni al gruppo e
poco dopo si entra in scena.
Oltrepasso la porta di servizio tenendo un vassoio carico di
antipasti di terra e di colpo vengo catapultato in una realtà parallela.
Il posto di per sé è stupendo con le sue esposizioni da paradiso
segreto: cascate zampillanti, incredibili giardini verticali, giochi di luci
e acqua che si rincorrono lungo il marmo nero delle pareti. L’unico
difetto sono gli individui che di norma non avvicinerei neanche con
un bastone, e che stasera sono pagato per ossequiare.
Si tratta di un evento numeroso.
Il pubblico è elegantissimo e variegato e, nonostante l’ampiezza
della sala, schivo con difficoltà gli invitati che fingono di ignorarmi
quando passo o mi fermo per servire qualcuno. Dopo mezz’ora mi
sono riabituato al ritmo di lavoro. Porgo vassoi al bisogno, sorrido,
mi fermo, monitoro la sala alla ricerca del dottor Guarnieri.
«Olivia, sei un incanto.»
E poi arriva quel nome.
Lo pronuncia una voce maschile alle mie spalle. È cavernosa,
apre le vocali e mi fa andare di traverso ogni buon proposito.
Non ho bisogno di voltarmi per verificare.
So già che, da qualche parte poco distante, c’è lei.
Ovviamente è lei.
«Scusa, ragazzo.»
La voce cavernosa ritorna mentre una signora con un lungo
vestito giallo e un tucano di capelli cotonati sta vagando sopra le
tartine alla ricerca del Santo Graal. E poi arriva una mano, cade
decisa sulla mia spalla rischiando di far precipitare il vassoio a terra.
Cafone del cazzo.
«Ehi, ragazzo, qualcosa per la signora?»
Dio, perché ho accettato di venire?
Perché?
Inghiottendo l’orgoglio, o quel che ne rimane, raddrizzo la schiena
e mi volto. Sono preparato solo in parte a trovarmela davanti, ma la
mia scarsa preparazione batte la sua che è pressoché nulla.
Gli occhi della fatina si allargano vistosamente quando incontrano
i miei. I capelli acconciati in una coda alta le ricadono sulla spalla. Il
trucco nero risalta il verde incredibile delle sue iridi e le labbra si
aprono in una morbida O che mi innesca il primo istinto di mollare
vassoio e pietanze sul pavimento, metterla seduta su uno sgabello e
disegnarla tutta la notte.
No, okay.
Onestà.
Il primo istinto è portarla a letto. Anzi, farlo contro l’armadio perché
a lei piace in piedi.
Poi dedicarci al bis, che so, addosso a un muro qualunque
dell’appartamento.
Eventualmente dormire un po’.
E, la mattina dopo, con calma, disegnarla.
Nuda.
«Ragazzo, dormiamo? Sveglia.» Il tizio dalla voce molesta mi
schiocca le dita davanti agli occhi. «Quando te la senti, ci racconti
cosa porti a passeggio su quel vassoio?»
Aspetto che lei intervenga, che perlomeno dia segno di
conoscermi. Ma Olivia si nasconde dietro una lunga sorsata di un
calice. Muta.
Fanculo all’armadio!
Pattuisco con me stesso che se mai la toccherò di nuovo sarà in
casi estremi come la disostruzione delle vie aeree se le andasse
qualcosa di traverso, e anche lì solo perché non mi va di avere una
morte per soffocamento sulla coscienza. La lascio perdere e mi
dedico al tizio che si sta candidando per vincere il premio di Cliente
di Merda della serata.
Trentasette, quarant’anni al massimo. Capelli corti quasi rasati
sopra le orecchie, curatissimi, con una spruzzata di sale e pepe.
Sguardo da squalo affamato, sorriso da venditore. Una faccia da
culo che starebbe bene su un manifesto di propaganda politica.
L’insieme è confezionato in un completo costoso da far schifo.
Il prototipo ideale dell’investitore, immagino.
«Dario.» Olivia gli poggia una mano sull’avambraccio. È un tocco
che non chiede il permesso e mi sbatte in faccia informazioni non
richieste sulla confidenza tra loro. «Sei davvero gentilissimo, ma non
ho appetito. Lascia pure che il ragazzo vada a servire qualcun altro.»
Lascia pure che il ragazzo vada a servire qualcun altro…
Il. Ragazzo. Vada. A. Servire.
«Donne! Sempre a dieta, state» sbuffa l’uomo, ma si è già
ammorbidito. O meglio, lo hanno ammaestrato le dita di lei
aggrappate alla giacca sartoriale.
Alla vista di come lo artiglia, mi viene da vomitare.
I polmoni mi fanno esalare un sospiro di frustrazione, mentre
comando alle labbra di sollevarsi in un grottesco sorriso di cortesia.
Coerente fino in fondo, la fatina continua a fingere di non
conoscermi: prende a braccetto il tizio consentendogli di trascinarla
in mezzo alla folla.
Non appena scompaiono dietro un muro di schiene agghindate,
allento il primo bottone della camicia alla ricerca di ossigeno.
L’eventualità di rincontrarli in qualche anfratto buio mentre lei tenta
l’esperimento dei trenta secondi con lui è soffocante.
Per fortuna faccio presto a svuotare il vassoio tra gli invitati, così
posso dirigermi in cucina con una scusa decente per prendere una
pausa da questo ambiente pomposo e artefatto.
Il locale di servizio è tutta un’altra storia rispetto al salone.
Camerieri affaccendati fanno avanti e indietro. Dai fuochi si
sprigionano vampate di vapore mescolate a profumi e sfrigolii. I due
chef, chini a comporre delle piccole opere d’arte culinaria, abbaiano
ordini ai loro aiuti. Mi appoggio al bancone e scambio un cenno
complice con una cameriera che si sta aggiustando il colletto della
camicia.
«Non mi sono vestita così elegante neanche per la discussione di
laurea» si lamenta lei.
Sorrido. «Non è nemmeno il mio stile.»
Lei si prende qualche secondo per squadrarmi. La ricambio.
Ventiquattro, venticinque anni, faccia pulita da studentessa fuori
sede, capelli ricci raccolti in una treccia professionale.
«Sei nuovo» nota, scendendo sulla targhetta che Émile ci ha fatto
appuntare alla giacca. «Tommaso.»
In un altro punto della mia vita avrei riempito il margine nella
conversazione che lei lascia volutamente vuoto.
Non stasera.
«Già.»
L’aiuto chef mi allunga un vassoio di preparazioni a forma di
farfalle colorate. Lo tengo saldo e le rivolgo le spalle. «Ci vediamo.»
Profondo sospiro, esco di nuovo.
Il concentrato di lusso e ipocrisia è irrespirabile. Mi sforzo di
ricordare il motivo per cui sono qui. Guarnieri. Commissione del
Gala.
Setaccio con discrezione gli invitati, quando una mano fluttua sul
vassoio. Appartiene a un uomo che avrà forse un paio d’anni più di
me. Magro, alto, occhiali da hipster, capelli ribelli. Anche lui è pronto
per sfilare in passerella, come d’altronde il resto dei presenti.
«Fa quasi dispiacere mangiarle» commenta, con un accento
marcatamente americano. «Contengono carne?»
«No» assicuro, memore delle lezioni sulle portate che ci hanno
impartito gli chef prima di uscire. «Piatto vegetariano, solo verdure e
frutta a guscio.»
«Quali verdure?»
«Se vuole le elenco gli ingredienti, ma se non è allergico a niente
indovinarli da soli è più divertente.»
Il tizio non sembra trovare fuori luogo la battuta non richiesta.
«Giusta osservazione. Quindi…» Assaggia un boccone. «Mandorle.
Del vino?»
«Una riduzione di rosso. Applicato in un modo così maniacale
dallo chef che il tonalismo veneto può solo imparare.»
«Prego?»
«No, scusi. Rimasugli degli studi universitari.»
Lui si insospettisce. Mi fissa come per mettermi a fuoco. «Nuova
Accademia delle Belle Arti?»
«DAMS.» Mi guardo attorno a disagio. «E un corso al
Photography and art center di Los Angeles.»
«Ah, casa dolce casa» risponde il tizio, ironico.
Per poco non mi va di traverso la saliva.
Il maître si è raccomandato di non sconfinare in conversazioni
personali con i clienti durante il servizio, ma Los Angeles è una
tentazione troppo grande. E comunque, non è che ci stia provando
con lui.
«È di Los Angeles?»
«Purtroppo sì» replica.
«Purtroppo?»
Il tizio alza gli angoli della bocca. «O la ami o la odi. Io mi schiero
con Kerouac. La più solitaria e brutale tra le città americane. Una
maledetta giungla urbana» asserisce. «Me ne sono scappato
appena ho potuto. Ma i miei colleghi e amici che lavorano là non la
lascerebbero per niente al mondo, quindi immagino che sia… be’,
una questione di prospettive.»
«Andy Wharol la amava.»
«Sì, il Drella e la sua venerazione per la plastica… questo
dimostra che anche i grandi hanno dei difetti. Non che si possa
biasimare uno che ha cambiato la concezione di fare arte. In fondo,
senza il suo operato io non sarei qui a bere champagne gratis e
mangiare farfalle fatte con l’insalata.»
Cerco di sembrare il più disinvolto possibile, ma le mani
cominciano a sudarmi. Forse accettare la carità della fatina non è
stata un’idea stupida. Anche se io sto reggendo un vassoio e lui
sembra uno che si fa portare la colazione in camera nelle suite degli
hotel a cinque stelle.
«Lavora nel settore artistico?» chiedo.
Il tizio indica il piedistallo di una delle app protagoniste della
serata. Si tratta di un nuovo social network dove gli utenti pongono
domande anonime agli altri iscritti. Accanto c’è un’installazione
artistica piuttosto vistosa: un uomo stilizzato di metallo sta
scappando a gambe levate, riparandosi la testa con le mani dalla
pioggia di meteoriti appuntiti che gli stanno piovendo addosso.
È senz’altro una metafora casuale.
Il tizio fa una smorfia, prima di infilarsi in bocca il resto della tartina
a forma di farfalla.
Ora sì che sono a disagio.
«Be’, caspita, complimenti.»
Lui scrolla le spalle con noncuranza. «Per cosa? Il proprietario
della baracca non voleva nemmeno esporla, diceva che era un
insulto alla sua creazione e che gli rovinava il marketing. Chi se ne
frega del marketing? Mi hanno chiesto di rappresentare a
piacimento, io ho rappresentato a piacimento. Tu come l’avresti
fatta?»
«Io?»
«Sì, tu» ribatte. «Sei o non sei un artista?»
Memore dei discorsi motivazionali della fatina, vado alla ricerca
della strada più veloce per fare colpo. Ma poi mi ricordo che io sto di
qua e lui sta al di là della barricata; è solo un tizio annoiato alla
ricerca di uno che gli faccia da specchio mentre parla da solo.
«Su tela. Supereroe che beve birra, con la pancetta, disteso su un
divano mezzo sfondato» sparo la prima scemata che mi viene.
«Scrollando la home del social sul cellulare riceve la richiesta di
salvataggio del mondo.»
Stranamente, il tizio scoppia a ridere.
Deve aver bevuto troppo.
«Interessante. E dopo?»
«Dopo, cosa?»
«La richiesta di salvataggio del mondo. La accetta oppure no?»
«Forse. Dopo che ha finito di guardare un video su gattini che
fanno cose.»
Di nuovo, il tizio ride. Non è da escludere che sia brillo, ma la sua
poca lucidità depone a mio favore. Sicuro come l’oro che conosca
Guarnieri, tutti lo conoscono nell’ambiente.
«Scusi» azzardo, «per caso ha visto il dottor Guarnieri in sala?»
«Ah!» esclama, neanche mi avesse beccato a rubare. «Ecco
perché uno come te è a servire a questa tristissima festa di questa
tristissima gente. Guarnieri.»
A quanto pare, non è così ubriaco.
«Mi dispiace che ti sia dovuto sorbire la pagliacciata per niente.
Guarnieri all’ultimo non è venuto. Motivi personali.»
Non ci credo.
Merda, non ci credo di aver assassinato le mie convinzioni
sull’altare del nulla. Il mio umore sprofonda così in basso che potrei
palleggiarlo con i piedi.
«Senti… Tommaso.» Il tizio legge il nome sulla targhetta sulla
taschina della giacca, prima di porgermi un biglietto da visita. «Ora
sei di fretta, ma perché non mi telefoni, quando hai tempo. Mi
piacerebbe chiacchierare mentre non stai lavorando.»
«Certo.» Accetto il biglietto con un gesto automatico. «Grazie.»
Il resto della serata trascorre senza intoppi. Macino chilometri tra
la sala e la cucina, sostituisco il collega alla postazione degli alcolici
come supporto al sommelier.
Ogni tanto Olivia Ranieri entra nella mia visuale.
Vorrei non provare una fitta di fastidio quando la intravedo, invece
ogni volta aggiungo alla mia collezione mentale particolari di lei che
farò una fatica bestia a cancellare.
Scopro che il suo tubino nero è arricciato sul fianco e che porta le
stesse scarpe di quando abbiamo scopato. Scopro che quando
qualcuno le si avvicina lei attua una gestione impeccabile delle
reazioni, mette in scena sottigliezze e ammiccamenti come il miglior
addomesticatore di animali selvatici. Scopro che tale Dario quando
discorre con altri invitati la sorveglia a distanza come farebbe con
una Lamborghini posteggiata tra due utilitarie scassate.
Scopro che la cosa non mi piace.
Vorrei… non so, vorrei prenderlo a pugni, il che è fuori da ogni
logica perché aver puntato Olivia Ranieri è di per sé una punizione
sufficiente.
Sono al tavolo degli alcolici a servire amari a una coppia di signori
in camicia, cravatta e gemelli personalizzati, quando li intravedo
l’ultima volta. C’è aria di fine nella sala, i primi invitati defluiscono in
una passerella di alta moda verso il guardaroba e anche la fatina e il
tizio che l’ha marcata stretta per tutta la sera si accodano per ritirare
i soprabiti.
È il momento che definisce gli equilibri della notte.
Lo so io e lo sa l’investitore designato, che casualmente si
avvicina sporgendosi sul collo di Olivia.
Smetto di versare l’amaro e sbircio la coppietta da sopra le spalle
dei signori.
Nonostante lei non mi abbia degnato di mezzo sguardo durante la
serata, io non riesco a distogliere il mio da loro. La osservo mentre
raddrizza la schiena. L’uomo le posa una mano appena sopra il
sedere, sulla stoffa sottile del vestito nero.
Al contatto, lei si irrigidisce.
Ma non lo scosta.
Lascia che lui le si spalmi sul fianco e la baci indugiando in un
punto della guancia più vicino all’orecchio che allo zigomo. Piega il
soprabito sull’avambraccio e sparisce verso l’uscita. Con la mano di
lui premuta sulla parte bassa della schiena.
Bene.
La caccia al nuovo investitore è durata meno del previsto.
Il collega degli alcolici torna al tavolo per darmi il cambio. Mi
rintano in cucina, mi sbarazzo della divisa elegante e, di nuovo nei
miei comodi pantaloni della tuta, aiuto la squadra a riordinare.
Imballiamo la strumentazione dei cuochi e aspettiamo che gli ultimi
ospiti se ne vadano. Poi ci spostiamo lì e accatastiamo tavoli,
impiliamo le sedie, io aiuto a caricare tutto sul furgone del catering.
Impegnarmi le mani aiuta a dimenticare quello che sta
succedendo sul letto sfarzoso del tizio con cui è andata via.
E d’altronde la fatina è stata chiarissima: gli investimenti vanno
ponderati, Cliente di Merda è un investimento ponderato.
La vera sorpresa però arriva a fine turno, quando scopro di essere
stato un buon investimento almeno per Émile. Il maître mi tira in
disparte, si scusa per le modalità dell’assunzione, mi spiega che
doveva un favore alla signora Ranieri da quando lei lo ha ingaggiato
per una serie di catering alla MarsTech. Dichiara che all’inizio era
titubante ma dopo avermi visto all’opera è entusiasta del mio
operato. Mi fa completare una ricevuta che firmo sopra uno
scatolone traballante e mi stacca un assegno per le ore svolte.
Leggo la cifra e quasi mi casca il foglietto.
È uno sproposito.
È davvero uno sproposito.
Émile mi chiede se sono disponibile per altri eventi, aggiunge che
è intenzionato a ufficializzare con un regolare contratto a chiamata e
che posso pensarci qualche giorno. Le tre di notte non è l’orario
migliore per prendere decisioni, ma sull’onda dell’entusiasmo
accetto. In fondo, questa è la prima cosa che mi va bene da un po’ di
tempo e non mi pare il caso di sputare nel piatto, anche se non è il
piatto che ho ordinato.
Qualche minuto più tardi, esco su via Manzoni.
L’aria pungente si intrufola dentro il collo del giaccone. Tiro su la
cerniera fino al mento e, mani al caldo nelle tasche, mi sposto nella
strada che taglia il cuore pulsante di Milano.
«Ciao.»
La voce mi raggela in mezzo al marciapiede deserto.
Mi volto, per accertarmi di non averla immaginata.
Non ho immaginato niente.
La fatina è seminascosta nella rientranza della vetrina adiacente
all’ingresso dello showroom. Tiene le braccia allacciate attorno alla
vita, come se il soprabito non riuscisse a proteggerla a sufficienza.
Le labbra sono così rosse e screpolate che verrebbe voglia di dirle
che può anche smetterla di farsi del male torturandosele con i denti.
«Che cazzo ci fai qui fuori, da sola, alle tre di notte?»
«Niente.» Scrolla la coda di capelli che, nonostante tutto, sono
ancora perfettamente raccolti. «Come torni a casa?»
«Come torno…» esalo, incredulo di tanta faccia tosta. «Be’,
signora, torno da solo. Ecco come torno.»
L’occhiata che mi riserva è la stessa di una scienziata che sta
studiando la sua prima cavia. Dieci a zero che sta componendo le
possibili strategie mentre finge di essere soprappensiero.
«Tommaso» pronuncia poi, come se il mio nome fosse la parola
magica che apre la Caverna delle Meraviglie. «Mi dispiace se ti ho
fatto arrabbiare. Ho cercato di darti meno scocciature possibili,
stasera.»
«Mi complimento per l’intenzione, ma la tua esistenza lo esclude a
priori.»
Lei reagisce sfoggiando una calma oltre l’umano limite. «Pensi
che ti comporterai così per sempre, con me?»
«Per sempre? Sei esilarante. Ho in programma di smettere di
vederti tra un minuto. Mi spiace perdermi lo scadente cabaret che
stai per mettere in scena, ma sono in piedi da circa venti ore e sono
più interessato ad andare a casa e svenire sul letto.»
Lei si stringe le braccia addosso, fa un passo avanti.
«Posso venire con te?»
La sua faccia da poker è allucinante.
«Cioè» tento di raccapezzarmi, «hai per caso fatto fuori il tizio che
ti stava addosso e ora ti serve un alibi? No, perché questo è l’unico
motivo che mi viene in mente per giustificare questa
conversazione.»
«Dario è tornato sano e salvo a casa sua.»
«E perché non sei andata con lui?»
«Ecco…» La fatina si strofina le mani sul soprabito, temporeggia.
«È troppo presto per quel passo.»
«Giusto. Il manuale “Come accalappiare un buon partito” dice che
è troppo presto.»
Per noi la prima sera mica era troppo presto, però.
«E, siccome lo hai mandato in bianco, il gentiluomo ha pensato
bene di lasciarti in mezzo a una strada. Caspita, tu sì che te li scegli
bene, gli uomini.»
Olivia scuote la testa. «L’ho mandato via io. Voleva
accompagnarmi a casa ma io… non voglio che scopra dove vivo
adesso.»
In una topaia, ricordo. Accanto alla mia.
«Potevi chiedere un passaggio a qualche tua amica della festa.»
«Sì. Già.» Si liscia la coda, fingendo interesse per le punte delle
sue scarpe alte. «Io non ho amiche.»
«Che notizia sconvolgente! Quindi ti vesti come una modella, ti
comporti come la titolare cattiva de Il diavolo veste Prada e poi non
hai i soldi per un taxi?»
«Esatto» ammette, con una punta di fastidio. «Posso venire con
te? Non ti darò fastidio.»
Tenace, la ragazza.
«Non fare promesse che non puoi mantenere.»
«Sul serio! Farò la brava. Ma non farmi tornare di notte, da sola.
Ti prego.»
Non mi spiego come le sue bugie riescano a toccare nervi
sensibili. Eppure la sua supplica si conficca nella spina dorsale e poi
fin nelle viscere. Il palesemente finto candore con cui mi fissa
aggrava una situazione peraltro già imbarazzante.
Butto fuori l’aria con uno sbuffo, tuffando la mano nei capelli.
Ecco un’altra decisione di cui domani mi pentirò tantissimo.
«Cristo, fatina, cosa ho fatto di male per meritarti?»
Lei non risponde.
Sa che questa partita è appena diventata sua.
Affiancandomi si alza il bavero del soprabito, mi elargisce un
sorriso incantevole che mi fa mancare un incauto battito del cuore.
«Andiamo?» chiede.
È l’ultima occasione per fermarla.
Non la fermo.
È così che si scende all’inferno: a piccoli innocui passi, senza
nemmeno accorgersene.
Tommaso

«Per piacere, lascia stare la radio.»


Due minuti.
Non devo aspettare domani, sono trascorsi solo due infimi minuti
da quando siamo saliti sull’utilitaria del servizio di car sharing
raccattata in via Monte della Pietà e io sono già pentito di aver
accettato di darle un passaggio.
La fatina mi ignora, cambia tre stazioni e smanetta con il
riscaldamento, che setta al massimo di potenza e temperatura.
«Non ero mai salita su una macchina a noleggio» rivela, eccitata.
«È la mia prima volta.» L’aria esce gelida dai bocchettoni, così lei
riabbassa tutto e torna a maneggiare la radio.
«Fatina, non sei in gita. Piantala di toccare dappertutto.»
Le sposto le dita dalla rotella del volume e gliele appoggio sulle
cosce, sopra il vestito. Purtroppo, toccarla sembra essere la risposta
a domande che non vorrei pormi. La sua mano è congelata, eppure
mi piace tenerla nella mia. Credo che piaccia anche a lei. Mi regalo
un secondo di troppo racchiudendole lievemente il dorso.
È un vero peccato che lei sia… lei.
Davvero frustrante.
Ritraggo il braccio verso il volante.
«Quanto sei scontroso» mi rimbecca. «Hai l’umore guastato
perché il dottor Guarnieri non c’era?»
No.
Ho l’umore guastato perché capisco che lei sta recitando una
parte, ma non capisco che scopo abbia nel grande quadro della
patetica commediola generale.
«È perché mi distrai.»
«Ti distraggo» ripete. «Stando seduta al mio posto.»
«Ascoltando musica orrenda» la correggo, indicando l’autoradio
che riempie l’abitacolo.
Finalmente partiamo.
Mi concentro sulla guida, consapevole che c’è qualcosa di stonato
in lei stanotte.
L’insensata soddisfazione mentre canticchia è stonata. Le spalle
rilassate contro il sedile sono stonate. È stonato persino il modo in
cui ammira il cielo, come se non avesse mai visto le luminarie
natalizie che dondolano tra gli alti palazzi storici del centro.
«Bella, questa canzone» esclama, alzando il volume.
I tre secondi di parlato su chitarra acustica mi colpiscono come un
cazzotto ben assestato sulla bocca dello stomaco.
La voce graffiata di Liam J esplode dalle casse dell’utilitaria e,
nello stesso istante, io smetto di respirare.
Reggo l’urto alla meno peggio, con le mani aggrappate attorno al
volante, in apnea, mentre l’uomo che ora sta con mia moglie canta
“Wish you were here”.
Vorrei che tu fossi qui.
Il dolore è così beffardo nella sua semplicità.
Mi domando quante volte gliel’abbia sussurrata sottovoce nella
sua casa di Bel Air, al risveglio, Ally in cucina con la maglietta del
suo staff addosso e lui che la raggiunge nudo e la stringe da dietro.
O quando si imbucavano nei camper della band durante la loro
prima tournée, per strapparsi le mutande a vicenda, mentre io ignaro
le telefonavo per sapere come stava e quando sarebbe tornata a
casa.
Basta.
Fermati.
Così è solo peggio.
Giro la rotella dell’autoradio e la musica si spegne.
Nell’utilitaria torna a regnare il borbottio del motore mescolato
all’attrito delle ruote che corrono sull’asfalto.
«Perché l’hai spenta? Mi piaceva!»
«Logico che ti piaccia. Avete tutte gli stessi gusti.»
«Tutte chi?» chiede.
«Lascia perdere.»
Riaccendo la radio, con l’accortezza di cambiare stazione, e mi
concentro sulla tangenziale quasi vuota che si snoda oltre il
parabrezza.
«Avrei giurato che gli Space Predators fossero il tuo genere»
azzarda, dopo qualche attimo.
«Oh, lo erano.» Metto la freccia per uscire dallo svincolo. «Prima
che il cantante si mettesse con mia moglie.»
«No, aspetta, non ho capito bene» mormora, e per la prima volta
è davvero sorpresa. «La tua ex moglie sta con quello degli Space
Predators?»
Il mix di incredulità e ammirazione con cui lo dice è sale sulla
ferita aperta. Come se, in un certo senso, l’eccezionalità delle
attenuanti diminuisse la portata del fatto. “Ehi, sì, sei stato tradito, il
tuo matrimonio ha fatto la fine dei sorci, tu stai di merda da quasi un
anno e mezzo, ma andiamo, lei sta con quello degli Space
Predators!”.
Stringo i denti, ringraziando il cielo che guidare mi fornisca il
diversivo per non guardarla. «Non mi va di parlarne.»
«Scommetto che a te non va mai di parlarne.» Fa per aggiungere
qualcosa, tentenna, ma alla fine cataloga l’argomento di scarso
interesse, come capita alla maggioranza dei drammi che non ci
riguardano. Tira fuori il cellulare dalla borsetta e si mette a scrivere
messaggi a chissà chi.
Trascorrono dei minuti di silenzio, fino a quando parcheggio l’auto
a noleggio davanti a una fila di costruzioni anni Ottanta intramezzate
da fazzoletti di terra secca. Sotto la flebile luce dei lampioni,
l’abitacolo diventa un cubo di ombre.
«Okay» esordisce Olivia. «Sono pronta.»
«Per scendere dalla macchina?»
«Per discutere di Allyson.» Fiera di se stessa, mi rivolge la
schermata del telefono su cui campeggia un sito di gossip, quello
che visito anch’io.
«Perché fai quella faccia? Ho ottimizzato la conversazione. Ora
che conosco l’argomento, posso porti domande mirate.»
Io giuro che non so chi sia, questa.
È totalmente fuori!
«Insomma, è chiaro che tu abbia delle questioni irrisolte»
prosegue. «Sai, per via dell’altarino votivo in cucina e, be’, perché al
tuo appartamento manca solo l’insegna “attenzione, togliersi le
scarpe prima di entrare nel santuario”. Informarmi mi sembrava il
minimo.»
Mi pizzico la base del naso tra le dita. «Olivia…»
«Sei tornato dalla California per causa sua?»
«Olivia.»
«Lo traduco con un sì. Qualche giorno fa mi sono presa la libertà
di chiedere all’amministratore di condominio da quanto vivi qui e lui
mi ha informata che sei arrivato quasi un anno e mezzo fa. Circa un
paio di settimane dopo che gli Space Predators hanno terminato il
tour di cui Allyson era la PR. Che, negli articoli che ho letto, viene
identificato come l’inizio della loro storia.»
La pressione mi sale fino alle orecchie.
«Olivia.»
Ma, di nuovo, l’avvertimento le scivola addosso.
«È anche un’ereditiera di terza generazione, al momento è suo
padre a gestire la società di investimenti di famiglia, ma lei possiede
un bel po’ di quote. E voi eravate sposati. Lei ti ha tradito. Quindi la
mia domanda è questa.»
Smetto di riprenderla, perché affogo nella vergogna di voler
sapere per quale motivo si è sbattuta così tanto.
«Perché l’ex marito di Allyson Ford vive in un minuscolo
appartamento dell’hinterland e arriva a mala pena a fine mese?
Dovresti essere ricoperto di soldi per gli alimenti.»
Ogni parola è un sasso che sprofonda nello stomaco.
Ogni parola.
Scava e cade giù, ricordandomi che la fatina angelica sul sedile è
solo un’illusione. Non esistono versioni dolci e comprensive di lei,
solo effetti collaterali della sua vera natura, un predatore che
nasconde il marcio sotto delle labbra morbide e l’aria sperduta da
damigella in difficoltà.
Per assonanza, il flash di come è finita con Allyson mi riempie il
cervello.
Le luci della vetrata del nostro appartamento a Los Angeles. Il
profumo frastornante della Yankee Candle alla ciliegia. Lei che
rincasa dopo venti giorni di tournée, la sua prima prova importante
da PR. Io che mollo i bozzetti del corso a metà e le vado incontro per
baciarla. I suoi occhi arrossati, l’espressione distrutta che mi
congelano. Lei che si accascia sul pavimento accanto alle valigie e
comincia a piangere coprendosi il volto sfatto con le mani.
Un ricordo che diventa interminabile.
«Davvero?» formulo a fatica, nell’utilitaria che ora mi sembra
troppo stretta per contenerci entrambi. «Davvero, di una storia che
finisce, l’unica cosa che riesci a pensare è perché non ci ho
guadagnato niente?»
«Be’, non solo quello» si arrabatta. «Ma è la domanda più logica.»
«Sì, ovviamente per te è la più logica.» Lo dico e non sembra
neanche la mia voce. «Ho firmato un contratto prematrimoniale.»
«Non ci avevo pensato. Sai, visto che in Italia non hanno valore
legale. Il padre di lei avrà voluto proteggere il patrimonio…»
Mi fa incazzare che possa anche solo considerare che io stia così
in basso nella scala evolutiva da sposare qualcuna per i soldi – o per
la green card.
«L’accordo l’ho chiesto io» rivelo, insofferente.
«Tu?!»
«Sì. Io! Allyson non voleva, diceva che non ce n’era bisogno
perché tanto non sarebbe mai finita. E, nel caso remoto, sarei stato
io a…»

“Se mai ci lasceremo, tu sarai diventato famosissimo e dovrai


dipingere un sacco per mantenermi, signor Ford!”
“Non prenderò il tuo cognome.”
“Io però voglio il tuo! Allyson Cattaneo… avrò un cognome
italiano, le mie amiche moriranno di invidia.”
“Io muoio adesso. Adesso, piccola strega. Con te sopra di me.”
“Ti amo, Tommy. Ti amo così tanto che mi fa male.”

Ti amo.

«Hai gli occhi lucidi» mormora la fatina, la tempia appoggiata al


sedile dell’auto.
La sua voce mi àncora a una realtà che non mi piace, distante,
ingiusta.
«Non è vero.»
Il silenzio notturno del quartiere viene squarciato dal passaggio di
un’auto, i palazzoni anonimi ci circondano come testimoni dell’errore
in questo attimo di confidenza.
«Scendi» ordino.
Ovviamente, lei non mi ascolta.
Si sporge in avanti, posa con delicatezza una mano sul mio
avambraccio.
«Non volevo offenderti.»
Combatto per cacciare in fondo il sentimento ingombrante, che mi
porto appresso contro la mia volontà, il punto debole che non voglio
che lei usi contro di me.
«Ti conosco da tipo due ore e ho già perso il conto delle volte in
cui hai detto che ti dispiace. Comincio a sospettare che non lo pensi
sul serio. Che cazzo ci fai qui con me?»
Lei si irrigidisce. «Te l’ho detto, non avevo un passaggio,
andavamo entrambi nello stesso posto…»
«Stronzate» taglio corto. «Perché mi hai aspettato dopo il turno?»
Mi immergo a fondo nel suo sguardo. «Ti sentivi in colpa per
qualcosa?»
«In colpa? No!» È spiazzata, e io mi maledico perché per un
secondo l’ho assimilata alla specie umana assegnandole d’ufficio la
capacità di provare dei sentimenti.
Scendo dall’auto sbattendo la portiera.
Scende anche lei, si ferma sul marciapiede. «Non prenderla dal
verso sbagliato» imposta un passo avanti, ma all’ultimo decide di
non compierlo, «ma mi fa piacere che tu sia venuto, stasera.»
«Come darti torto. Si notava la tua gioia, quando hai fatto finta di
non conoscermi davanti al tuo amichetto.»
Lei fa una smorfia storta. «Avevo dei buoni motivi. Dario è…
particolare.»
«Non mi dire! Così educato e di classe. Con tali qualità, non ci
sono dubbi sul motivo per cui l’hai scelto.»
«No, l’ho scelto perché di cognome fa Lodisini ed è socio di una
famosa compagnia che si occupa di arredi per alberghi» aggrotta la
fronte, come se fosse inconcepibile non possedere tale
informazione. «È interessato alla mia azienda perché è un
competitor del mio precedente finanziatore.»
Non dovrei incupirmi. So chi è lei, so cosa fa per sopravvivere.
E lei, obiettivamente, è stata onesta con me. O meglio, attenta a
ponderare le parole, quindi mai una bugia: in un certo suo modo,
onesta.
«Non si arriva dove sei tu senza capacità, e non intendo quella di
scegliersi gli investitori» le rinfaccio.
«Mi stai chiedendo se sono brava nel mio lavoro? Perché la
risposta è sì. Sono brava. È l’unica cosa che so fare e la faccio
bene.»
«E allora perché hai bisogno di Lodisini?»
La domanda la confonde.
Ci pensa un attimo di troppo.
«Perché devo risanare in fretta.»
«Banche? Prestiti? Mai sentito parlare?»
«Troppo lungo, inoltre non ho garanzie da offrire. Per colpa di una
scelta personale sono bloccata sul piano professionale. Ho bisogno
di un nome che mi risollevi e di un’iniezione monetaria nella mia
società.»
Dice questo, ma intende: “mi smutanderò per i soldi di quel
coglione”.
L’ammissione mi irrita da morire.
«È così, quindi?» Sono io ad accorciare la distanza che ci divide.
Le vado quasi addosso. «Non basta quello che sai fare, peraltro
molto bene, devi mettere sul piatto anche quella poca dignità che ti
resta, svendendola al primo stronzo che passa?»
Nonostante stia sconfinando nel suo spazio ristretto, Olivia non
arretra.
Alza il mento, sostiene il mio sguardo indagatore.
«Non osare giocarti questa carta» mi ammonisce. «Ho ventinove
anni e un master in economia alla Bocconi. Sono l’AD di un’azienda,
in crisi, ma pur sempre azienda, che ho costruito da sola!
Risparmiati la morale dal basso del tuo “preferisco vivere di aria
piuttosto che sporcarmi le mani nella vita vera”. Risparmiatela e,
soprattutto, non trattarmi come se fossi una criminale che si è
coperta di chissà quale reato, Tommaso, perché la vita è mia e…»
Non so se è per la furia con cui si scaglia, per l’ardore che la
infiamma di colpo o solo per via del mio nome pronunciato dalle sue
labbra, che mi viene voglia di farla smettere subito.
Lo faccio nel modo più sbagliato che conosco. Passandole le
mani dietro la nuca e chiudendole la bocca con la mia. La fatina si
immobilizza. Non se l’aspettava.
Non me l'aspettavo nemmeno io.
Il cervello processa l’errore in pochi millesimi di secondo.
Le sue mani tra i miei capelli lo cancellano all’istante.
Olivia si aggrappa al mio collo, si spinge su di me come se non
aspettasse altro. Schiude le labbra.
E io non capisco più niente.
Così mi condanno al secondo errore della serata: la bacio.
La bacio e mi sento in paradiso e di merda insieme, perché non la
voglio e la desidero da star male. Perché tutto di lei mi manda in
bestia, eppure è l’unica capace di infilarsi sotto lo spesso strato di
apatia. Perché mi fa dimenticare le ferite che mio malgrado non
riesco a rimarginare da solo.
Le impegno la bocca e la spingo di schiena contro la portiera della
macchina a noleggio. Non è un bacio, è un attacco, una
rivendicazione di equilibri che restano comunque sbilanciati. Infilo le
mani sotto il soprabito, mi aggrappo al bordo inferiore del tubino per
sollevarlo.
Indossa delle calze nere e sottili. Conoscendola, costeranno una
fortuna. Considero che potrei strappargliele, così non se le
metterebbe più per fare colpo su mister Imprenditore di sto cazzo.
La fatina esplora la mia bocca, gioca con la mia lingua. Mi fa
desiderare di entrare dentro di lei e restarci per la notte, e poi per un
altro po’ ancora.
«Lo stai facendo per punirmi?» sussurra, tra un bacio e l’altro.
«Perché, se sì, non importa. Va benissimo, non smettere.»
E io la ascolto.
Non smetto.
Salgo con le dita e arrivo al fianco. Quando il palmo si riempie
delle sue natiche, lei emette un gemito strozzato che mi manda fuori
di testa.
«Perché mi hai aspettato?» le chiedo in affanno. «Perché ti sei
fermata e mi hai aspettato?»
«Io…» Si tormenta il labbro inferiore tra i denti. «Non lo so.»
Le pizzico la natica.
«Dico davvero.» Mi marchia a fuoco con una sola occhiata. «Non
lo so. Tu mi hai fatto stare bene.»
«Si chiamano orgasmi, fatina. Tendono a farti stare bene a
prescindere da chi te li procura.»
«Non è vero. Non fraintendermi, tu hai impostato uno standard
così alto che non credo lo toccherò di nuovo con qualcun altro. Ma
non è per quello. Quando sono con te io mi sento… rilassata.»
«Rilassata» ripeto.
«Sì.»
Fa per baciarmi di nuovo, ma io reclino la testa di lato. A
malincuore, sfilo la mano da sotto il vestito attillato.
«Non succederà di nuovo, Olivia.»
«Cosa?»
«Noi due, questo.» Con un notevole sforzo, rinuncio ad averla
addosso e compio un passo indietro. «Non succederà un’altra
volta.»
Lei si chiude il soprabito tirandolo con le mani.
«Perché?»
«Perché dovrebbe? Tu stai per accalappiare mister Soldoni e io…
io non sono interessato a nessuna relazione, neanche a una
tappabuchi.»
«Sul serio? Nessuna?»
«No. Non sono disponibile. E, anche se lo fossi, anche se qui ci
fosse la ragazza perfetta, mi sfianca l’idea di dover ricominciare tutto
da capo. Hai ragione tu, frequentare qualcuno è faticoso. Abitudini
da imparare da zero, incastri da limare tentativo dopo tentativo. Si
parte sempre da un niente e si finisce imprigionati in promesse
troppo grandi che prima o poi uno dei due smetterà di mantenere.»
Olivia accetta il discorso con un attimo di esitazione.
«Okay, sei contro le storie durature» constata. «Ma esistono
anche le relazioni occasionali. La prima sera, a casa tua… mi hai
detto che non ne hai avute.»
«È vero.»
«È perché non ti accorgi dell’effetto che fai?»
Niente. La sua logica arrivista non le consente di concepire che,
quando si ama, non si decide sull’evidenza dei vantaggi. Solo su una
straziante fedeltà all’ideale. Ma, d’altronde, ha ammesso di non aver
mai amato nessuno: non possiede i presupposti per capire.
«Accorgermene, non accorgermene. Non è questa la domanda
giusta.»
«E qual è?»
«Chiedimi quanto me ne frega di piacere a qualcuna che non sia
lei.» Infilo le mani nelle tasche dei jeans e strascico un passo
indietro. «Niente. Non me ne frega niente.»
«Tommaso…»
«Tempo scaduto, fatina, la carrozza è tornata zucca. Buonanotte.»
Approfitto del suo stordimento per rivolgerle le spalle. Cammino
spedito verso il portone del condominio. Qualcuno non ha chiuso
bene la serratura, mi basta spingerlo per entrare nell’atrio.
Sto salendo le scale con i ticchettii stizziti di Olivia in lontananza,
quando mi viene in mente il biglietto da visita che mi ha dato l’artista.
L’ho dimenticato nella tasca della divisa del catering, ora sta in un
sacco chiuso verso una lavanderia industriale.
Merda.
Sono nel lato del mondo sbagliato, in balìa di un tempismo
sbagliato, attratto dalla persona sbagliata.
Arrivo sul pianerottolo e, prima di rincasare, fisso la porta di casa
della fatina.
Spero che se ne vada in fretta. Io e lei… non ne uscirà niente di
buono.
Niente.
Olivia

«E c’è…» La mia assistente controlla l’agenda. «Una richiesta via


mail da visionare. Gliela giro subito.»
«Bene. Altro da inserire nelle attività quotidiane?»
«Al momento, no.» Fa una pausa, poi azzarda: «Con la MarsTech
che ha cancellato le date programmate per seguire i loro progetti,
non c’è una lista inbox molto folta…»
Teresa è con me dall’inizio della mia avventura solista.
È una donna di quarantatré anni, due figli maschi adolescenti, un
marito che l’ha mollata per una psicologa che scrive manuali di auto-
aiuto. Lavorava come assistente personale in un’azienda che gestiva
portafogli finanziari, prima che la silurassero perché era in atto una
“riorganizzazione interna”: il suo nuovo capo, trentaseienne, uomo,
single, aveva sostituito il suo vecchio capo, quarant’anni, donna,
sposata, a sua volta silurata perché portatrice di vagina con prole sul
lavoro.
Il nuovo capo non gradiva la presenza a suo dire poco appetibile
di Teresa, inadeguata nell’accogliere i clienti in ufficio, per cui
giunsero a un accordo: sei mensilità pagate in anticipo e risoluzione
consensuale del contratto a tempo indeterminato, a cui sono seguiti
mesi e mesi di curriculum inviati a vuoto.
Incredibile come nessuno, prima di me, si sia accorto di quanto è
resiliente questa donna: io non sono per nulla attirata dall’idea di
avere figli, e proprio per questo sono convinta che crescerne due da
sola sia un incredibile allenamento in termini di continuità, strategia e
pazienza. Nel momento in cui abbiamo terminato il colloquio ci
siamo alzate in piedi, le ho stretto la mano e l’ho assunta.
Teresa ha sbarrato gli occhi, è ripiombata seduta sulla sedia e si è
messa a piangere.
Mi ha imbarazzata.
Ho temuto di averla valutata male.
Il tempo mi ha confermato che il mio istinto è stato lungimirante.
«Okay» concludo, «intanto vediamo di gestire quello che abbiamo
per le mani.»
Cioè pochissimo.
Rammento a me stessa che non si arriva in alto senza
compromessi. La scalata richiede una continua dose di sacrificio che
finora ho sempre pagato: lo storico delle mie rinunce è la prova che
non sono una che si arrende alla prima difficoltà. Eppure sta
cadendo tutto lo stesso. Troppo dall’alto, troppo veloce. La discesa è
il mio personale conto alla rovescia.
«Ah, Olivia, quasi dimenticavo.» Teresa ha già un piede fuori dalla
porta. Sfoglia l’agenda e si sofferma su una nota a margine. «Hanno
chiamato i trasportatori del… mobilificio. Chiedono conferma sul
recapito a cui spedire. L’ordine è stato fatto con la sua carta di
credito personale ma l’indirizzo non lo conosco, quindi mi sono
permessa di rispondere che probabilmente c’è stato un errore e che
avrei verificato.»
«Quale mobilificio?»
«Ehm, l’IKEA» arrossisce la mia assistente, «per questo c’è un
malinteso. Ricordo bene quando dovevamo comprare le tazze per
l’angolo caffè dell’ufficio e io le ho proposto l’IKEA, e lei mi ha detto
che sotto Villeroy&Boch vanno bene giusto per far giocare i bambini,
quindi…»
Se lei fosse un’amica, le direi che del vecchio appartamento ho
venduto tutto. Mura, mobili, arredi, persino le stoviglie. Ho salvato
solo i vestiti a cui avevo già tolto il cartellino e una bottiglia di
Bollinger che ho bevuto con il mio vicino di casa, la prima sera in cui
mi sono trasferita nella topaia.
La topaia all’indirizzo che Teresa sta ripetendo a voce alta.
La stessa topaia nella quale, per delle coincidenze assurde, fino a
poche settimane fa abitava la tizia insulsa che ora sta con il mio ex
fidanzato.
Solo che quando sono intenzionali non si chiamano coincidenze.
Si chiamano giochi di potere.
In ogni caso, metà topaia non era ammobiliata e sul letto dove la
tizia insulsa e Stefano Marte hanno scopato non ci volevo dormire
per principio. Così l’ho regalato a un’associazione di volontariato e
ne ho ordinato uno nuovo assieme a un altro paio di cose nell’unico
negozio accessibile alle mie tasche.
«Sì. Giusto.» Picchietto le unghie sulla scrivania. «Ho garantito
l’ordine con la carta per un mio… cugino. L’indirizzo è il suo. Può
dire ai trasportatori di procedere.»
«Perfetto, che nome devo comunicare sul campanello?»
«Tommaso Cattaneo.»
Teresa si appunta tutto, esce dall’ufficio e io sprofondo con la
schiena nella soffice poltroncina dietro la scrivania. Fisso lo schermo
in stand-by del computer e poi lo skyline della città che amo e odio,
oltre la finestra.
Oggi il quartiere di Isola è popolato di gente che sfreccia
imbacuccata in giacconi e berretti di lana. Ma neanche la vista
panoramica dal piedistallo del mio ufficio troppo costoso riesce a
darmi la forza.
E poi c’è Tommaso.
Dopo averlo spedito a fare il cameriere, indicarlo come parente
per raccattarmi le consegne abbasserà ancora le mie quotazioni con
lui, sempre che non abbiano già toccato lo zero.
La sua opinione non dovrebbe interessarmi, dovrei averlo
dimenticato già dalla mattina dopo il mio trasferimento. Invece sono
trascorsi tre giorni da quando mi ha riportata a casa con l’auto a
noleggio e io avverto ancora il suo bacio furioso sulle labbra.
Non so cosa mi prenda, con lui. È una pericolosa sintesi di
idealismo mescolato a ribellione dei poveri, e solo questo dovrebbe
tranciarlo di netto fuori dalla mia testa. Se non bastasse, è senza un
lavoro fisso, senza prospettive di carriera, è materiale emotivamente
danneggiato. Non c’è niente di giusto in lui, niente di ciò che cerco
io.
Non mi stupisce nemmeno che mi disprezzi, considerato che fino
a un certo punto la cosa è reciproca. Ecco, fino a un certo punto,
perché da un certo punto in poi, lui… lui è pazzesco.
Un messaggio in entrata mi distrae dal ricordo delle sue mani a un
soffio dallo strappare il mio Armani nero in mezzo alla strada.
La cosa folle è che glielo avrei lasciato fare…
Afferro lo smartphone, ma il sollievo dura poco.
Dario: Hai ricevuto il mio regalo?

Certo che l’ho ricevuto.


Mi ha “regalato” un appuntamento conoscitivo con la Sound
Industry. Si ventila una possibile cessione dei diritti di un prototipo di
diffusione musicale all’avanguardia e l’azienda sta cercando un
agente esterno per la gestione del licensing. Dario, invece, è
interessato all’acquisto e cerca un accordo vantaggioso. Per questo
ha proposto me come mediatrice: io gli darei un accordo
vantaggioso… a discapito del mio potenziale cliente.
Questi sono i fatti, ma la sostanza è che mi sta chiedendo una
prova di fedeltà.
Sono stata dalla parte dei Marte – be’, la parte genitoriale, almeno
– per tutta la mia vita lavorativa. Dario Lodisini è interessato a me in
più di un senso, ma ogni squalo esige la sua quota di sangue.
Accettare il colloquio, accaparrarmi la commessa e portare avanti i
suoi interessi con la Sound Industry è quella che lui ha fissato per
me.
Accettando, allungherei la vita della mia azienda di un po’.
Si parla di stipendi garantiti per Teresa, Giulia, Iacopo e me.
Digito una risposta cortese in cui lo ringrazio, mi dico lusingata e
aggiungo che amo le sfide. È una conversazione automatica, un
botta e risposta propedeutico per un altro tipo di partita che non si
gioca durante l’orario di lavoro.

Dario: Sapevo che avresti gradito. Mi piacciono le donne competitive.

Dozzinale da far tristezza.


Tommaso non mi avrebbe mai risposto così.
Ripenso all’espressione di disgusto che gli si appiccica addosso
ogni volta che si rende conto che non sono una principessina da
salvare, e scaccio il pensiero con uno sbuffo.
Il cellulare suona di nuovo: Teresa mi ha girato la mail di richiesta
informazioni di un potenziale cliente. Piccola software house che
possiede i diritti su un programma di logistica di basso profilo. Scorro
gli allegati e quantifico l’introito previsto: irrisorio. Normalmente ci
avrei riso sopra e l’avrei cestinata, ma con il portafoglio clienti quasi
azzerato le possibilità di fare la schizzinosa sono nulle. Torno al PC
e valuto una risposta.
Un’altra vibrazione del cellulare.

Dario: Invece non mi piacciono le donne che visualizzano e non


rispondono… facciamo che ti fai perdonare discutendone insieme
sabato mattina, al Tennis Club?

Rassegnata, mi massaggio le tempie con i polpastrelli.


Odio questa fase del corteggiamento. È pietosa. Non ho voglia di
giocare a tennis con Dario sabato, come non avrò voglia di uscirci a
cena, di lasciare che mi baci quando arriverà il momento, di andare
oltre quando saremo pronti per il passo successivo. Sono stanca al
solo pensiero di dover tenere in piedi la recita a tempo
indeterminato.
D’altronde, sarei disinteressata a qualcun altro dal punto di vista
fisico ed emotivo indipendentemente dalla sua identità: persino
Stefano Marte, un perfetto equilibrio di bellezza, ricchezza e talento,
mi aveva lasciata indifferente sotto ogni punto di vista, e mi rendo
conto che gli Stefano Marte siano esemplari in edizione molto
limitata. Per cui, se non posso avere l’esperienza completa, tanto
vale che scelga un uomo determinante almeno in altri campi. È uno
sforzo che ho sempre ritenuto accettabile.
Lo ritengo tuttora accettabile, ovviamente.
È solo che, non so perché, continuo a pensare a Tommaso. Al
modo gentile in cui mi ha trattata la prima sera, senza nemmeno
conoscermi. E poi a come mi ha plasmata, baciata, toccata, come se
fossi la persona più preziosa che avesse avuto tra le mani.
Chiaro che non fosse vero.
Allyson Ford è quella persona.
Io sono stata quello che lui è stato per me: un segreto di cui
entrambi ci vergogniamo. Una distrazione tossica di cui fatico a
sbarazzarmi.
Il cellulare squilla rompendo il silenzio dell’ufficio.
Mamma: Sabato vieni a pranzo da noi? Ci saranno anche tua cugina
Miriam e il suo quasi marito. Non ti fai vedere da una vita…

E così sabato diventa una tappa obbligata.

Olivia: Non riesco, mamma. Impegni di lavoro.

Il primo passo di una nuova alleanza.

Olivia: Dovresti sapere che sono parecchio competitiva anche sul


campo da tennis. Nessuna pietà per i dilettanti.

La mia prossima scommessa vincente.

Dario: Mi sembra corretto, tesoro. Nessuna pietà.


Dario: Non vedo l’ora.

Oppure quella che mi affosserà.


10
Tommaso

«Oh mio Dio, mi stai rispondendo! È un miracolo.»


La voce di Caterina prorompe dal vivavoce del cellulare. Scuoto i
capelli bagnati con l’asciugamano e con la mano libera frugo
nell’armadio alla ricerca dei pantaloni.
«Ciao, Marte. In che punto del mondo sei, oggi?»
«Germania.»
«Giusto.»
In effetti me lo aveva detto, l’ultima volta in cui ci siamo sentiti.
Purtroppo, ho difficoltà a restare aggiornato sugli spostamenti dei
miei amici al di là dell’oceano: le loro vite sono frenetiche, ballano sul
mondo per la grande gioia delle compagnie aeree a cui aumentano il
fatturato. Cate è un’influencer e giornalista di moda, James ha
firmato delle commesse come fotografo per alcune importanti riviste
di settore.
«James?» domando.
«Lui è a casa. A Los Angeles.»
Casa.
Io e Caterina siamo milanesi di nascita, ma per entrambi casa è
affacciata su spiagge oceaniche, incastrata nelle strade sciccose
che dopo qualche miglio diventano un susseguirsi di edifici squallidi,
baciati per la maggior parte dell’anno da un sole spettacolare.
Inghiotto il groppo in gola, perché non è colpa di nessuno se la
sua vita si è aggiustata mentre la mia è rimasta un ammasso di
compromessi.
«Sei silenzioso» nota Cate. «Sicuro di stare bene? Con le tue
croste dipinte come procede?»
«Bene» rispondo in automatico.
«Che vuol dire che non stai facendo nulla per farle conoscere» mi
smaschera, a riprova che la distanza non cancella i legami, né quelli
salvagente come il nostro, né quelli che dovrebbero morire ma non
muoiono nonostante tutto. «Scommetto che in questo momento sei
bellissimo. Dài, apri Instagram e fotografati! Il tuo business ne
risentirà positivamente.»
«Marte, indosso solo un accappatoio aperto.»
«Ah, questa sì che è un’ottima notizia! Accendi la fotocamera.
Inquadrati, sorridi. Oppure resta imbronciato, va bene qualsiasi
cosa.»
«Sapevo che il mio fascino prima o poi ti avrebbe conquistata, ma
non credevo che volessi condividerlo sfacciatamente con tutti.»
«Quanto la fai difficile! Vuoi l’elenco dei fumettisti che hanno
successo sui social?»
«Loro disegnano da vestiti.»
«E allora mettiti una camicia e fallo anche tu! Perché sei allergico
alla fotocamera frontale? Che ti avrà mai fatto?»
Rido e provo a passare oltre. Caterina Marte è sopra le righe,
esagerata, è una testarda di proporzioni cosmiche, ma come tutti i
buoni amici ha la grande capacità di raddrizzare le storture con un
niente.
«Pensa un po’, sono ridotto così male che mi manca averti
attorno» la prendo in giro. «Quando ci vediamo? Vieni in Italia
prossimamente?»
«Non al momento. Dicembre è un periodo incasinato.»
Lo dice e se ne pente all’istante.
«Scusa, non volevo. So che per te è ancora peggio.»
Lo è davvero.
«Non fa niente. Sarà solo un giorno come un altro.»
Sempre che non finisca in caduta libera come l’anno scorso. Ah,
ma chi voglio prendere in giro? È esattamente così che andrà.
Il fatto è che il tempo sta scorrendo senza mantenere le
promesse. Tutti mi garantivano che sarebbe passata, che l’avrei
dimenticata, invece la sua assenza continua a far male. E forse per
questo non mi importa abbastanza di quello che faccio. Non ci trovo
significato. È un continuo di giorni che si riempiono di niente e poi si
svuotano in attesa di riempirsi di altro niente.
«Stai con qualcuno, quella sera» si incupisce la Marte. «Vorrei
esserci io, ma resto in Germania fino a domani e poi vorrei tornare in
tempo…»
Vuole tornare in tempo per festeggiare con James, a Los Angeles.
E questo invece mi ricorda che gli amici possono sostenerti, ma
non possono muovere il culo al tuo posto. Devi essere tu a
rimboccarti le maniche e scendere in campo.
Per un secondo mi viene in mente la fatina, ed è un pensiero così
inopportuno mentre parlo con Cate che mi assale il timore che lei se
ne accorga.
Mi domando quanto mi odierebbe se sapesse quello che è
successo tra me e la donna che ha preso in giro suo fratello e usato
la sua famiglia.
Olivia Ranieri è stata la causa che ha incrinato il rapporto di
Stefano con suo padre. Ha aiutato suo padre a manipolarlo pur di
tenersi stretta la posizione sociale e goderne dei vantaggi. Quando è
stata scoperta, il rampollo Marte ha rotto con lei senza se e senza
ma. Ogni famiglia ha un collante sul quale si assestano gli equilibri e
Stefano era il loro. Perso lui, Caterina ha smesso di fingere di avere
un rapporto di facciata con i suoi genitori. Non ci parla da mesi.
Mi odierebbe se lo sapesse?
Probabilmente no.
Probabilmente le farei solo pena.
L’assalto notturno alla fatina contro la macchina a noleggio ha
fatto pena anche a me, nella stessa misura in cui mi ha deluso, in
questi sei giorni, rincasare e mettermi in ascolto sul divano per
decifrare i movimenti dietro il muro che ci divide. È stupido, è
sbagliato, eppure non riesco a sedare l’istinto incomprensibile di
saperla nell’esatto posto in cui non la voglio.
«Marte, devo staccare.» Leggo l’ora sul telefono. «Tra poco
comincia il mio turno.»
«Di sabato alle tre del pomeriggio? Cosa devi fare?»
«Sono un professionista del catering, adesso.»
Il silenzio tombale dall’altro lato della conversazione termina in un
urlo isterico.
«Tommaso! Accidenti a te! Quando la finirai di accettare lavori di
cui non ti importa niente e ti concentrerai sull’unica cosa su cui
dovresti investire?!»
«Ciao, Marte.»
«Aspetta! Prima promettimelo.»
Sfilo un maglione dalla gruccia e lo lancio sul letto. «Cosa?»
«Che non resterai da solo il 22 dicembre» specifica. «Per favore.»
«So badare a me stesso.» Circa.
Riattacco e mi vesto. Passo nell’atelier, raccolgo i documenti per il
contratto che Émile mi ha chiesto di portargli e in un attimo sono sul
pianerottolo. Chino la testa armeggiando con la serratura.
Poi mi volto e le chiavi precipitano spiaccicandosi tra lo zerbino e
le piastrelle.
Olivia è sull’imbocco delle scale.
Sotto il giaccone indossa un completo sportivo azzurro, porta un
borsone di marca a tracolla e ha l’aria esausta.
«Fatina» la saluto con un cenno sbrigativo, accucciandomi a
raccogliere le chiavi.
Lei mi scruta, stralunata. Stringe la mano attorno alla cinghia del
borsone, le labbra le tremano, affloscia le spalle. Se la dipingessi
adesso, intitolerei l’opera “ragazza fantasma sul ballatoio”.
«Tutto bene?» mi accerto perché, sarà pure una stronza, ma non
mi piace l’attuale equilibrio della composizione. I suoi tratti sono
rovinati, c’è troppa tristezza sopra, dentro.
Non va bene.
«S-sì» deglutisce. «Sono stata fuori.»
«Questo lo vedo.»
«Ho giocato a tennis. Ho vinto quattro set.»
Okay.
La situazione comincia a farsi strana.
«Ehm, brava?»
«Avrei potuto vincerli tutti, ma gli altri ho dovuto lasciarglieli»
prosegue, con il timbro piatto. «La chiamo “quota autostima”. Una
donna che batte un uomo non facilita una successiva fase di
negoziazione a proprio favore. Lui gioca malissimo, ho dovuto
sacrificarli.»
Non le chiedo a chi si riferisce, già lo so.
È uscita con l’investitore.
Un conato di fastidio si palesa all’imbocco dello stomaco.
Indico il vano scala che lei sta occupando con la sua borsa di
traverso. «Okay, ora che mi hai aggiornato sui tuoi passatempi
sportivi, mi fai passare?»
«Hai un minuto?»
«No.»
Lei si accanisce a stritolare la cinghia del borsone tra le dita.
Non si sposta.
«Per favore, Tommaso. Solo un minuto.»
«Perché?»
Compie un titubante passo avanti. «Ho… io… vorrei farti una
proposta.»
«Che genere di proposta?» m’insospettisco.
«Ho… cioè, vorrei… insomma…» Si scosta un ciuffo di capelli
dalla fronte. «Senti, Tommaso, che cosa sono per te?»
Che razza di domande fa?
«Niente, fatina, cosa dovresti essere per me?»
«Esatto. Intendo proprio questo!» gesticola. «Non ti piaccio oltre il
mio aspetto. Non mi stimi, non mi sopporti. E tu chiaramente non sei
nella mia rosa di scelte quando si tratta di pensare a qualcuno con
cui cominciare una relazione.»
Chiaramente.
«Tu sì che sai come far sentire speciale un uomo.»
«Perché» ribatte, un lampo le passa sul viso, «non ti ho fatto
sentire speciale, la prima sera?»
B .
Fottuto.
Fottuto alla grandissima.
«Io sono convinta che sia successo» si tortura il labbro inferiore.
«A tutti e due» aggiunge. «E voglio… riprovarlo.»
«Riprovare cosa?» mi allarmo.
Un altro passo avanti.
Siamo troppo vicini. Due nemici che si fronteggiano sul confine di
guerra.
«Pensaci, Tommaso. È una buona soluzione. Siamo già stati
insieme e, per quanto mi riguarda, è stata un’esperienza fantastica.
La migliore della categoria» ammette con un certo sforzo. «E lo so
che tu hai detto che non succederà di nuovo, ma forse non hai
riflettuto sui vantaggi che avresti.»
«Oh, avrei pure dei vantaggi?» domando con una punta di
sarcasmo che lei non coglie.
«Certo! Tantissimi vantaggi. Per esempio, non dovrai faticare per
conoscermi, ne saresti esonerato. Non dovresti incastrarti con le mie
abitudini. Nessuna promessa da mantenere, solo del tempo limitato
per farci stare bene a vicenda, come la prima volta.»
È una proposta talmente cretina che per un attimo sono intrigato
dall’idea di capire quanto lontana si è spinta nella progettazione.
«E come funzionerebbe? Quando ho voglia di scopare, suono il
tuo campanello?»
«Anche, sì, se decidiamo così» risponde pratica. «La base è la
consensualità. Partendo da qui, il resto è esplorabile. Sarebbe un
progetto a tempo determinato, come già sai, ma in questa limitata
finestra temporale io ti garantirei l’esclusività.»
Oh, porca miseria.
È seria per davvero.
«Perché?» contrattacco.
La domanda la coglie impreparata, ma anni di lavoro l’hanno
allenata a gestire la controparte. Sta vendendo una licenza d’uso,
che sia di se stessa non fa differenza.
«Perché so come sei stato la prima sera. O come mi hai baciata la
settimana scorsa. Puoi negarlo quanto vuoi, dire che non ti interessa
piacere a qualcuna, sbandierare fedeltà al team della tua amica
Marte, ma il tuo corpo è schierato con me. C’è un interesse esplicito
da parte tua» conclude.
«Be’, complimenti. Ottima argomentazione. Ma io intendevo
perché tu lo vuoi. Non perché io dovrei accettare.»
«Ah» si stupisce.
Mi chiedo quante volte le capiti di rispondere a qualcosa che la
riguardi in prima persona, e non che riguardi quello che gli altri
vogliono dalla sua persona.
Un dubbio piuttosto concreto mi assale.
«Cos’è successo sul campo da tennis, stamattina, che ti ha
mandato fuori di testa al punto di uscirtene con queste stronzate?
Oltre alle tue sconfitte programmate, cosa è successo?»
«Io…» Olivia temporeggia dondolandosi sulle punte delle scarpe
da ginnastica. «Accetti la mia proposta?»
E la partita si chiude con un bel game over.
«Scordatelo, fatina. È una pessima idea.»
«Non è vero» si difende.
«È vero eccome, considerato che presto sparirai con quel riccone
degno del tuo livello.»
«È lui che ti frena?» s’illumina. «Dario non è un problema, anzi. La
sua presenza ti garantisce i confini del nostro progetto, scadenza
inclusa. Smetteremmo non appena la situazione con lui evolve. Non
si tratterebbe di una relazione tappabuchi» precisa, «bensì di una…
dose di rilassamento quotidiano.»
«Quotidiano?» quasi mi strozzo, mentre incasso il ricordo dei
nostri corpi che ci davano dentro quando ancora non si
conoscevano. La prospettiva di noi avvinghiati, le sue gambe lunghe
agganciate mentre la tengo contro l’armadio della mia camera, mi
inebetisce.
Penso che sia folle e insensatamente allettante. Penso che potrei
sbattermene e accettare. Penso che sì, dei rischi ci sono, senza
contare che mi metterebbe in una posizione tremenda con Caterina.
Ma i benefici compenserebbero e io potrei aggrapparmi a qualcosa
che non sia un ricordo sbiadito e…
Incasso un secondo pugno, più in fondo, in un punto
irraggiungibile.
Anche se non la vedo da un anno e mezzo, stare con un’altra mi
sembra un tradimento. Anche se Ally non merita niente di quello che
provo per lei.
«Non devi rispondermi adesso, puoi rifletterci se vuoi…»
«Risparmiati il tempo e vai a chiederlo al tuo investitore.»
«Quindi è lui che ti infastidisce. Perché? Tu ami la tua ex moglie e
per me non è un problema.»
E questo sancisce i motivi per cui non posso accettare.
Le sposto la borsa con una lieve manata. L’attimo successivo
sono sull’imbocco della rampa, mi sto chiudendo la cerniera del
giaccone.
«Tommaso!?»
Ignorandola, scendo le scale.
Olivia si aggrappa alla ringhiera. «Tommaso, fermati! Te ne vai
così? Dopo quello che ti ho detto?»
Mi blocco mezza rampa più sotto e alzo la testa.
«E come dovrei andarmene? Ho un lavoro, fatina. Due» mi
correggo. «Anzi, tre, con quello che mi hai gentilmente procacciato
tu, che poi è il motivo per cui non posso fare tardi adesso. Ci
vediamo.»
Arrivo nell’atrio e, uscendo, mi immergo nell’aria dicembrina.
Le successive ore le considero una pausa dalla realtà.
Salgo sulla metro, scendo, incontro Émile, mi cambio, firmo il
contratto. La location, una sala rinascimentale di un palazzo del
centro, ospita il lancio del libro di uno pseudo-vip che non si sarà
seduto al computer neanche per digitare il suo nome sulla prima
pagina di Word. Compatisco il ghostwriter che ha scritto quella
porcheria immonda e mi occupo del rinfresco assieme a una
manciata di camerieri che erano al Gessi sabato scorso. C’è di
nuovo Ragazza con la treccia che, dopo un paio di tentativi a vuoto,
mi chiede di bere qualcosa dopo il turno. Le dico che ho già un
impegno con degli amici. Risponde che lei non ne ha e che se non
disturba si unisce volentieri.
Finiamo per andarcene insieme all’una di notte, verso il pub dove
mi aspettano Massimiliano e Gabriele. Ragazza con la treccia non è
male. Ha un viso dolce, fa battute spiritose, ogni tanto mi tocca
casualmente il braccio, si gioca tutto il giocabile mentre camminiamo
tra i palazzi del centro.
Ecco, se proprio fossi costretto a considerare una candidata per
sbloccarmi, dovrebbe essere una come lei. Carina, divertente, che
non presenta segni di squilibrio.
Non una stronza che reputa normale sacrificare tutto sull’altare del
miglior offerente.
Raggiungo questa conclusione e mi sforzo di essere partecipe a
questa specie di uscita a due. Ci provo. Davvero. Le sorrido. Lei dice
che il sorriso mi dona. Mi incoraggia a riprovarci. Lo faccio, ma
penso alla fatina la prima sera a casa mia, a come si è illuminata
quando mi ha baciato. Una statua che prende vita. Anch’io prendo
vita al ricordo. M’invade una nostalgia storta, patisco l’assenza di
un’illusione, una fiaba sbagliata a cui per un attimo ho creduto.
Cristo!
Ho bisogno di cancellarla. Devo cancellare tutto, stasera, e per
cominciare cancello la mia blanda partecipazione alle illusioni che
sto propinando a Ragazza con la treccia che, mi rendo conto, non
avrei dovuto incoraggiare. Divengo muto di colpo.
Ragazza con la treccia finge di non accorgersene. Arrivati al pub,
le tengo aperta la porta e la scorto al tavolo. Gabriele le fa posto
accanto a lui, attacca bottone raccontandole la storiografia del duo
country che allieta l’ambiente e io finalmente mi sento autorizzato a
smettere di sentirmi responsabile per averla trascinata qui. Accendo
il telefono e mi perdo nei messaggi.
Cate mi ha scritto dalla Germania. Mia madre mi ricorda di
passare a Bresso per salutarla prima di non riuscire più a
riconoscermi se mi incontra per strada. Mia sorella mi chiede se
posso tenerle mia nipote dopo Capodanno perché ha un giorno
scoperto nella chiusura natalizia dell’asilo nido e nessun altro
babysitter disponibile. La specifica temporale mi fa controllare la
data e l’ora: essendo passata la mezzanotte, è ufficialmente
cominciato il conto alla rovescia.
Meno due giorni alla Discesa negli Inferi.
Quando la cameriera arriva per le ordinazioni, mi porto avanti
ordinando un whiskey e lascio che il forte odore di legno affumicato
e alcol si mescolino alla stanchezza. Mi confino in un limbo di
pensieri. Ormai Ragazza con la treccia ha cambiato obiettivo e io
non sono più obbligato a fingere.
Meglio per lei, comunque. Stasera non sono una buona scelta. Me
lo conferma il mio riflesso sullo schermo del telefono e, più tardi,
anche quello sul finestrino dell’auto di Massimiliano quando lui mi
scarica davanti a casa. Capelli scompigliati, occhiaie. Sonno. Sono
un’ombra, uno scarto del ragazzo di belle speranze che tre anni fa si
è imbarcato verso la California per inseguire i suoi sogni e la
ragazza che lo aveva stregato.
Apro il portone illuminando la serratura con il flash e mi accorgo
che ho la scarpa avvolta in un volantino pubblicitario.
Lo raccolgo e per associazione conto da quanti giorni non
controllo la posta.
Non lo ricordo neanche.
Forzo i dentelli per girare la chiave nella cassetta. Dallo sportello
esplode una pioggia di dépliant, una lettera dell’Amplifon che mi
invita a una prova gratuita e un’altra busta di carta.
La grammatura è spessa, la superficie non è raffinata. Di un
grezzo ricercato.
Mi cade tutta la pubblicità a terra, mentre strappo la linguetta con
il pollice.
Dentro c’è un foglio piegato in terzi.
Lo apro.
Porta la data di tre giorni fa.

Gentile signor Cattaneo,


la commissione artistica del Gala di Capodanno, che si terrà presso
la TownHouse Galleria di Milano, è lieta di comunicarle che…

Sono sbronzo.
Me lo sto immaginando.
Sbatto le palpebre per mettere a fuoco e ricomincio da “Gentile”.
Il testo non cambia.
È sempre lì.
Corro sul finire della lettera e mi accorgo di alcune parole
scarabocchiate in fondo. Inchiostro nero-blu, tratto stilografico.
Scrittura curatissima, ariosa, di una mano che sa come muoversi
su carta.
Precipita a terra anche il mazzo di chiavi.

Non sarà un supereroe imbruttito sul divano, ma la tua proposta con


la Fata Madrina in versione modella fashion che si sbronza assieme
a Cenerentola Nerd allo scoccare della mezzanotte del nuovo anno ci
si avvicina parecchio.
Non dire grazie.
Ci si vede al Gala.
XoXo,
Aaron

P.S. Non essere richiamati fa schifo.


11
Olivia

Non sopporto quando una donna si colpevolizza per ogni boccata


d’aria che respira o si scusa preventivamente di esistere o, se
qualcosa non va, pensa che deve aver per forza sbagliato lei.
Io non sono così.
Non lo sono mai stata.
Eppure eccomi qui, con indosso l’elegante tailleur pantalone in
principe di Galles e giacca a doppio petto, sulla porta del posto che
non mi abbasso a chiamare casa, mentre gestisco la paranoia di
aver preso una gigantesca cantonata.
Avanzo sul pianerottolo e mi costringo a contestualizzare.
È questo il bello della realtà, con un’appropriata conoscenza dei
meccanismi che la regolano la puoi mettere all’angolo, circoscrivere,
persino controllare.
Me lo ripeto mentre, un passo dopo l’altro, mi dirigo verso
l’appartamento di Tommaso dal quale proviene musica sparata ad
alto volume. Mi fermo e ricostruisco la dinamica che comincia due
giorni fa, sabato mattina, al Tennis Club, dove per un attimo mi sono
distratta.
Sono stata presa alla sprovvista perché ho ricordato le cose
sbagliate nel momento sbagliato.
E, chiaro, su false premesse si costruiscono false conclusioni.
A sua volta, la conclusione sbagliata mi ha portata a ridicolizzarmi
con il mio vicino di casa.
È stato un errore di prospettiva, ma è bastato cambiare
angolazione per riquadrare i cerchi.
E la realtà è che Dario Lodisini è la mia puntata vincente, colui
che garantirà il mio futuro. E Tommaso Cattaneo è una distrazione,
un imprevisto, un malinteso con un corpo che mi deconcentra e un
viso che mi stordisce.
E un cervello che non mi vuole.
Ma non importa più che mi abbia rifiutata, perché adesso sono io
a metterci una pietra sopra. Qualsiasi cosa abbia creduto di sentire,
qualsiasi scintilla abbia provato nei suoi confronti, ora l’ho spenta.
Facendomi coraggio, raddrizzo la schiena e suono il campanello.
Nel primo pomeriggio ho ricevuto la conferma di consegna della
merce dell’IKEA, per cui immagino che lui si aspetti il mio arrivo.
Attendo fiduciosa, ma nessuno apre.
Temo che il baccano all’interno gli impedisca di sentire che
qualcuno è alla porta. Ma che accidenti, sta ospitando una festa per
adolescenti strafatti?
Forse dovrei suonare un’altra volta.
Sto per farlo, quando la porta si spalanca. La musica erompe sul
pianerottolo come coriandoli da un sacchetto aperto mentre
Tommaso compare sullo stipite. Si appoggia con la spalla e incrocia
le braccia. Indossa una maglietta a maniche corte di un blu uniforme
sporca di schizzi di colore e i pantaloni della tuta che aveva la prima
sera in cui l’ho conosciuto.
«Fatina, ma che brava! Sei arrivata puntualissima!»
Mi rivolge un sorriso allegro che mi lascia di sasso.
«Prego?»
«Dài, su. Vieni!» Apre del tutto la porta e mi fa segno di passare.
L’istinto mi allerta prima del resto.
C’è qualcosa che non va.
Di solito mi tratta come se fossi la sintesi di ogni male che affligge
il pianeta.
È davvero troppo felice per avermi appena rivolto la parola.
«Allora, entri o stai lì?» mi rimbecca. «Guarda che finisce la tua
canzone.»
«La mia canzone?»
Alza un indice per aria e lo ruota. «Oh, she’s sweet but a psycho,
a little bit psycho…» canticchia tra le labbra. La voce si confonde tra
i decibel sparati nell’appartamento. Chiude la breve esibizione con
un sorrisetto, prima di sparire dentro a grandi falcate.
La musica strepita da un impianto stereo, il timbro deciso della
cantante insegue le note disco pop della melodia.
E io resto sul suo zerbino come una statuina.
Mi sembra di essere finita dentro una fiaba andata a male.
Non mi sono mai piaciute le fiabe.
Sono subdole, illusorie e pericolose.
Roba da cui mi tengo alla larga da quando ho memoria.
Non mi piace.
«Allora?!» grida Tommaso, disperso dentro da qualche parte.
«Vieni? Stai lì? Vendo la tua roba su eBay?»
Giusto, sono qui per recuperare i miei acquisti.
Ho bisogno almeno del letto, sono stanca di dormire sul
materasso appoggiato sul pavimento.
Ignoro la sensazione di pericolo che si arrampica sui nervi fino alla
nuca e mi addentro nell’appartamento, avendo cura di richiudere la
porta d’ingresso.
L’interno è come lo ricordavo. Mobilio economico e odore di
acrilici. Ogni volta che lo sento sono condannata a pensare a lui, alla
prima sera insieme.
«Tommaso?»
Mi sporgo all’interno della piccolissima cucina.
Lui non c’è, però quello che vedo mi preoccupa.
Il tavolo è ricoperto da una distesa di snack, bottiglie di birra, del
vino scadente e un whiskey di buona qualità con il tappo svitato. La
vista di alcuni fogli sotto gli incarti mi attira verso il monumento della
disperazione. Scosto le cartacce e scopro dei ritratti abbozzati a
matita, la stessa faccia, gli stessi particolari, la stessa cura nel
disegnarla come se invece di un ricordo modellasse con la grafite
un’apparizione divina.
Comincio a odiare questa donna senza neanche conoscerla.
«Tommaso?» sbotto, tornando nel corridoio.
Una festa di luci colorate che spiccano nel buio mi dirotta verso
l’atelier. Ed eccolo. Mi dà le spalle, la maglietta gli si tende sulla
schiena mentre lui lancia dei pennelli facendo canestro dentro un
cestino da carta straccia.
«Tommaso» lo riprendo per l’ennesima volta.
Lui si ferma, inclina la testa sulla spalla. Sorride, ma lo sguardo è
colmo di una felicità patinata, vuota. Il tipo di felicità artificiale che
copre il casino come una zaffata di profumo costoso sopra il sudore.
«Oh, fatina, finalmente sei qui!» esclama. «Grazie per non avermi
avvertito che sarebbero passati quelli dell’IKEA, oggi. È sempre bello
essere i destinatari delle tue sorprese.»
In effetti avrei dovuto, non l’ho fatto perché temevo che mi
avrebbe risposto di arrangiarmi.
Tento di scusarmi ora, ma lui mi precede indicando la struttura di
legno addossata al muro, accanto a lui.
La inquadro. È un letto messo in verticale contro il muro, con la
testiera che fa da base sul pavimento. Per esclusione deduco che
sia il mio.
Me l’ha montato.
«Giustamente l’investitore non ci raggiungerà mai nei bassifondi,
quindi un matrimoniale era proprio uno spreco.» Dà una pacca sul
lato lungo. «Sono d’accordo con la scelta.»
Azzardo un passo in avanti.
«Quanto hai bevuto?»
Gli passa una scintilla negli occhi, un fondo doloroso che viene
sommerso da una risata forzata. «Sono dignitosamente brillo, ma hai
da dire solo questo? Non hai visto che lavoro ho fatto?»
«Sì, grazie per averlo montato, non dovevi…»
Tommaso ferma la mia patetica uscita coprendo la distanza tra
noi. Mi ghermisce un polso trascinandomi davanti alla struttura
impiallacciata. Cerco di dimenticare il suo tocco che mi fa sobbalzare
e mi concentro su quanto lui sia poco lucido.
«Era un po’ dozzinale come l’avevi scelto, mi sono permesso di
migliorartelo» indica un punto in basso sulla testiera.
L’ambiente è illuminato dalle luci colorate che penzolano di
traverso sulle finestre, dunque ci metto un po’ ad abituare la vista.
All’inizio noto che ha dipinto la testiera. C’è disegnato un fumetto.
Una donna che indossa un babydoll rosa di tulle e… sì, stringe delle
banconote tra le dita. Ha banconote dappertutto. Le escono dal
reggiseno, le piovono attorno. Cerco il viso e mi accorgo che la
bambolina mi assomiglia in modo incredibile.
Il colpo di grazia lo dà la scritta che la sovrasta.
Cash only.
Solo contanti.
«Allora, sono curioso! Che ne pensi?»
La bastardata mi toglie le parole di bocca.
Sapevo di non piacergli, ma vederlo schiaffato così mi mortifica fin
nelle ossa. Sono allibita da quanto mi disprezza e allo stesso tempo
sono così indignata che vorrei rispedirgli indietro tutto questo astio
fuori luogo, perché quello che faccio della mia vita non lo riguarda di
striscio.
Sono a un passo dal mettermi a gridare.
Ma all’ultimo decido di no.
Non gli darò la soddisfazione di vedermi ferita.
Prendo la rabbia, l’umiliazione, la delusione, le impacchetto e le
nascondo in un perfetto sorriso di circostanza.
«Non sono esperta di arte, mi dispiace» mi sforzo di mantenere
un tono neutro. «Dovresti chiedere un parere a chi se ne intende di
più.»
Tommaso si acciglia. Si domanda cosa ha sbagliato, perché non
reagisco. Ma non si dà per vinto e ricalibra.
Fa un passo avanti, mi finisce addosso. «Così ti ricorderai di me
ogni volta che andrai a letto…»
Mi è a fianco, la musica ci sovrasta, eppure la sua voce mi arriva
dappertutto.
«Sei di nuovo venuta nella casa di uno sconosciuto, anche se
stavolta ci conosciamo un po’ di più e ti riconosco un abbigliamento
meno… alternativo.» Sento la sua mano sulla vita. Il cuore saltella
verso la gola, mentre mi attira verso di lui. Sfila la camicetta dalla
cinta e percorre con le dita il bordo dei miei pantaloni Hugo Boss.
È ubriaco.
È stato ingiusto con me, mi ha sbattuto in faccia quanto poco
valgo ai suoi occhi.
Dovrei allontanarlo, ristabilire le distanze o quantomeno le
posizioni di potere, ma alla mia pelle non importano i motivi della
ragione.
Registra solo quanto mi piaccia stargli vicino.
Mi piace come non mi è mai piaciuto altro.
Deglutisco.
«Tommaso…»
Lui si sporge sul mio orecchio. «Ogni volta che pronunci il mio
nome, mi assale la voglia di cancellartelo dalla bocca. Questo mi
spinge a fare cose molto stupide.»
«Più stupide di continuare a disegnare ovunque la tua ex
moglie?»
Tommaso emette un verso sofferente. «Per smettere, dovrei
smettere di amarla.»
Ami un’altra, eppure stai toccando me.
Le sue dita si muovono leggere, esplorano la schiena sotto la
camicia come se fossi fatta di carta velina. Allontano la sensazione
troppo piacevole per concentrarmi su di lui. Fa il superuomo, ma è
distrutto. Ha bevuto troppo, si sta punendo per qualcosa di cui non
ha neanche colpa.
D’un tratto la musica cambia. La disco-dance sparisce, arrivano
delle note iniziali lente, struggenti. Quando tocca alla voce, la
mazzata è completa. L’aria si inspessisce di solitudine, mi
smaschera per quella che sono. Una che ha smarrito la rotta e non
sente più niente.
Anche Tommaso perde il sorriso. Abbassa il viso nei miei capelli.
Non riesco a dargli un’espressione quando passa una mano dietro
al mio collo per sorreggersi. Il suo corpo statuario vacilla, mentre si
tiene al mio.
In altre circostanze lo reputerei un contatto inappropriato e
sgradevole.
Non con lui.
Nonostante la pessima opinione che ha di me, tento una
maldestra carezza sulla spalla. «Tommaso…»
«Ci ho provato.» La voce gli esce sottilissima, poco più di un
sussurro. «Ci ho provato così tante volte a smettere, fatina. Così
tante.»
Il suo timbro è rassicurante, le parole però sono veleno.
«Nessuna è lei.» Lo dice così piano, così dolcemente, così
disperatamente, che temo di non essere in grado di accettarlo. «Non
importa quanto faccia male, non si smette di amare solo perché
l’altra persona non ti ricambia più. L’ho amata per il tempo che l’ho
avuta, l’ho amata quando non era più mia e non lo sapevo e
continuo ad amarla anche adesso che l’ho persa.»
Tommaso reprime un sospiro, mentre mi avvolge tra le braccia.
Prima lo faceva per provocarmi, ora cerca solo consolazione.
«Sono condannato, Olivia.»
È sconcertante l’esigenza di volerlo consolare. Non so nemmeno
come si faccia, così lascio che trovi un briciolo di sollievo in questo
abbraccio sbilenco.
«Non tornerà indietro» tento di fargli presente.
«Lo so.»
«Ti ha tradito. Ti ha trattato malissimo…»
«Lo so.»
«E tu continui ad amarla?»
«Non so come si fa a non farlo.» Mi stringe nell’abbraccio, così
profondamente che mi sento una cosa sola con lui. «Tu sei stata
graziata con un cuore di ghiaccio, ma il mio si è pietrificato con lei
dentro. È… è come vivere in una casa traslocata a metà. Mezza viva
e mezza morta.»
Sento il calore del fianco sul mio. La sua faccia affondata nei
capelli, il lieve dondolio dei corpi che non so se ci stia tenendo in
piedi o stia per trascinarci a terra.
«L’avevo scelta per la vita. Per la vita, capisci? No che non
capisci, fatina. Ma fa niente, pazienza. Due anni fa ti avrei detto che
ti stavi perdendo un sacco di belle cose a non amare qualcuno, ma
adesso…»
Il suo braccio scivola giù, si porta dietro la mia mano. Alza la testa
e finalmente posso guardarlo in viso.
Era meglio non vederlo.
Sta piangendo.
Le lacrime gli bagnano le guance senza fare rumore.
«Adesso io ti sto invidiando, Olivia» sussurra. «Ti sto invidiando
perché non sai cosa vuol dire amare qualcuno come si ama un
sabato mattina senza impegni o il caffè quando ti alzi, una tavola che
ti esce in prima bozza esattamente come te l’eri immaginata se non
anche meglio. La amavo come le cose preziose meritano di essere
amate, senza condizioni, senza scadenze, senza clausole. Nessuna
briciola, nessuna frazione, l’avrei amata di un amore intero che
avrebbe continuato a moltiplicarsi all’infinito.»
Mi guarda con tenerezza, mi raccoglie la guancia con la mano.
Con il pollice mi tocca il labbro inferiore. «Ma tu non hai idea di cosa
sto blaterando. E, credimi, sei fortunata.»
A dir la verità non mi sento affatto fortunata, con questa tenaglia
spietata di emozioni che mi stritola la pancia.
Tento di metterle a fuoco.
C’è del fastidio, c’è orgoglio ferito, c’è anche… invidia.
Io invidio Tommaso Cattaneo.
No.
Io invidio la persona che solo per il fatto di esistere si merita
d’ufficio la completa dedizione di Tommaso Cattaneo.
«Sei di un masochismo allucinante» lo rimbrotto. «Come si può
ridursi così per qualcuna?»
«Grazie, fatina. Le tue uscite cadono sempre al momento giusto
con le parole migliori.»
Scuoto la testa. «No, hai ragione. Non sono mai stata un granché
a consolare» ammetto. «Ma forse c’è qualcos’altro in cui non sono
carente. Ora ci provo.»
Allungando la mano, gli asciugo le lacrime con le punte delle dita.
Penso che stia per scostarsi, invece Tommaso si adagia sul mio
palmo, abbassa le sue lunghe ciglia.
Me lo lascia fare.
Gli pulisco il viso dalle lacrime. Più i miei polpastrelli si bagnano,
più mi domando come ci sono finita in questo angolo di mondo con
quest’uomo triste e bellissimo, come ci sono finita a desiderare di
alleviare la sofferenza di qualcuno che non mi riguarda.
Come ci sono finita a desiderarlo e basta.
Abbasso le dita sulla barba appena accennata. È sufficiente
alzarmi di poco per permettere alla mia bocca di posarsi sulla sua.
Tommaso si irrigidisce per un attimo.
Solo un attimo.
E poi schiude le labbra.
Se l’ultimo bacio scoppiava di rabbia, questo è una lentissima
tortura. Mi racchiude la nuca con la mano, ma non lo approfondisce.
Mi bacia così dolcemente che mi si spezza il fiato.
È colpa del suo sapore. È mescolato a quello dell’alcol ma lo
stesso lo percepisco netto, un marchio che mi ha lasciato addosso la
prima volta e che non riesco a dimenticare. Mi è bastato mezzo
secondo per capire che avrei reagito a lui come non avevo mai
reagito con nessuno. E ora, ogni volta che mi tocca, la nostalgia
della prima sera mi trafigge senza pietà. Mi fa patire la sua assenza.
Mi porta a conclusioni stupide, tipo pensare che potrei morirci felice,
su queste labbra che mi reclamano come se fossi importante.
So che non è così.
Questo lunghissimo bacio è solo un lenitivo per il suo cuore
spezzato.
Lo so. Mi sta bene.
Mi spingo sul suo corpo. D’istinto, Tommaso mi afferra un fianco.
«Dio, fatina…»
Mi stringe a lui, mi accompagna a terra scivolando con la schiena
sul muro. Lo lascio maneggiarmi come fossi davvero una fata senza
consistenza. Si siede e io gli finisco a cavalcioni. Non capisco come
riesca a farmi stare così bene, ma deve essere una cosa a doppio
senso perché anche lui è già meno teso.
Puntellandomi con le mani sul torace, gli dischiudo le labbra con
la lingua. Un gemito roco gli risale dalla gola. Tra quel suono
eccitante e il modo in cui ricambia il favore affondando la lingua nella
mia bocca, mi scopro totalmente su di giri.
Oh, benissimo.
Lo desidero. Desidero un uomo ubriaco che mi disprezza!
La ragione tenta di protestare, ma alla fine vince la meravigliosa
agonia, lo struggente punto di arrivo che cancella i miei punti di
riferimento.
«Perché sei così buona da baciare?» protesta.
«È una domanda seria?»
«Mi piacciono i tuoi baci, Olivia. È una domanda seria, questa?»
«No» dico. «Non è nemmeno una domanda.»
«E allora cos’è? Questo che stiamo facendo, cos’è?»
È l’alcol, lo fa straparlare.
«Io che approfitto di te, che hai detto di non volermi neanche
regalata.»
«Quale coglione direbbe mai una cosa simile? Continua, Olivia.
Hai il mio permesso.»
Mi avvicina, ma oppongo resistenza. La sua puntualizzazione mi
costringe a riflettere a parti inverse.
«Meglio di no. Non sono sicura che tu capisca quello che stai
facendo.»
«Certo che lo capisco!» si lamenta. «Chiedimi di disegnartelo e te
lo faccio. Dopo, però. Dopo che abbiamo finito, te lo faccio. Disegno
te, fatina, che mi baci perché ti faccio pena. E poi disegno me» si
indica il petto. «Che sto morendo, ma di una bella morte.»
Mi fa sorridere.
«Oggi è il vostro anniversario, vero?» domando per sapere se
l’alcol, oltre ad aumentargli la stronzaggine, la malinconia e la
bipolarità, gli sottragga anche il filtro delle confidenze.
«Due anni esatti. Ma insieme non siamo arrivati neanche al
primo.» Mi prende una ciocca di capelli, se la gira sull’indice. «Ci
siamo lasciati a quota cinque mesi di matrimonio.»
Okay.
È in modalità “macchina della verità”.
Decido di premere l’acceleratore.
«Perché l’hai sposata?»
Lui emette uno sbuffo. «Perché accidenti me lo chiedete tutti?»
«Tutti?»
«Tutti! Caterina… i miei genitori… i miei amici… persino mia
sorella, che quando è uscito Twilight è andata fuori di testa per la
storia d’amore tra quei due tizi con la pelle chiarissima!» prorompe.
«Persino lei, quando le ho scritto che mi sposavo mi ha telefonato
dicendomi “Tommy, ma sei sicuro, ci hai pensato bene, la conosci da
un anno, siete così diversi, avete abitudini diverse, lei è una fottuta
ereditiera e tu sei un pezzente, cosa ti aspetti che succeda”.»
Digerisco il discorso un pezzo alla volta.
«Caterina era contraria?»
«Hai sentito solo questo, che Cate era contraria?» fa una smorfia,
come a dire che non si aspetta altro da me. «Certo che era contraria!
Mica è una sprovveduta! Cioè, lo è, perché almeno io il matrimonio
me lo sono pianificato, avevo un vestito elegante addosso, c’era un
rinfresco, un abete vero decorato, non c’era la mia famiglia ma
almeno c’era quella della mia donna, c’erano bambini che correvano
da una parte all’altra della tenuta dei Ford e un’infinità di neve fuori
dalla vetrata… e lei invece si è fatta incastrare da quel pazzo di Jay,
che l’ha trascinata di notte fuori dall’hotel in jeans e parka e l’ha fatta
firmare nel posto più triste di tutti gli Stati Uniti.»
L’informazione mi procura una dose di shock.
«Caterina Marte è sposata?»
«Domani saranno due anni anche per lei» annuisce. «Ricordi folli,
fatina.»
Due anni.
Conto all’indietro e realizzo che due anni fa io stavo con suo
fratello.
Il loro padre era il mio mentore.
Ero più inserita di lei nella famiglia Marte.
Nessuno ha mai nominato il lieto evento.
Nessuno.
«Non lo sapevo…»
«Il tuo ex fidanzato lo ha scoperto molti mesi dopo. E lo stronzo di
Marte senior non lo sa ancora» dà risposta ai miei pensieri.
«Piazzerà la sua vita di fronte a milioni di follower, ma quando vuole
sa essere molto discreta. È tombale con i segreti.»
E, a proposito di segreti.
«Le hai detto di noi?»
«Noi?» domanda, spaesato. «Non c’è nessun noi, Olivia.»
«Hai le mani sulle mie natiche.»
Le ha messe senza neanche accorgersene. C’è troppa intimità tra
i nostri corpi. Tommaso si riscuote, le toglie di scatto. Dopo due
secondi, ci ripensa e le rimette dov’erano.
«Fanculo, sì, ho le mani sulle tue natiche perché sono un ottimo
antistress.»
«Non fa una piega» inarco un sopracciglio. «Come le hai chiesto
di sposarti?»
Lui adagia la nuca sul muro.
«Alla vecchia maniera: ginocchio, anello, effetto sorpresa… ho
noleggiato la stanza di una piccola galleria a Downtown.»
«Oh.»
«Avevo inventato che stavo valutando l’affitto per un’esposizione e
che avevo bisogno del suo aiuto per capire se il posto andasse
bene. Lei è arrivata direttamente dal lavoro con la sua Mustang nera.
L’ho guardata parcheggiare attraverso la vetrina. Mi sudavano le
mani, non mi sentivo più le ginocchia. Le sono andato incontro
all’ingresso, la gallerista mi ha tenuto il gioco parlandoci del
locale…» Mi accarezza il sedere, lo stringe. «E poi siamo entrati
nella stanza secondaria.»
La musica dalle casse fa da sottofondo alla confidenza che non
ho intenzione di interrompere.
«E niente, era una galleria, fatina, quindi c’erano dei quadri, tutto
normale. Sul subito lei non se n’è accorta, ma poi… le tele
raccontavano le cose belle che abbiamo fatto insieme. La sera in cui
l’ho conosciuta qui a Milano, in un locale, mentre lei era in vacanza
con le amiche. I cereali al miele dopo la nostra prima volta, quella
stessa sera, in albergo. La sbandata cosmica che mi teneva in piedi
la notte solo per telefonarle nel suo fuso orario. Quando sono
atterrato a Los Angeles e sono sprofondato nel suo abbraccio al
gate degli arrivi. Le gite domenicali a Malibu, i baci che sapevano di
oceano. Lei che mi chiedeva di andare a convivere nascondendo la
chiave dentro un tubo di Smarties. Capisci quello di cui sto parlando,
fatina?»
Faccio di no con la testa.
«Dài, mi prendi in giro. Non lo avrai amato ma ci sei stata sei anni,
con Stefano Marte.»
«Non farmelo dire a voce alta.»
«Invece te lo faccio dire eccome. Dillo che ci sono stati dei
momenti in cui hai tenuto a lui. In cui gli hai voluto bene, in cui lo
desideravi. Dillo che c’è stato qualcosa di vero nella vostra storia.»
In uno sprazzo di lucidità capisco che parla di me senza riferirsi
davvero a me. Come spesso accade alle persone, sta cercando
risposte nei luoghi sbagliati.
«Lo sai che non è così» mormoro.
Lui si fa scuro in volto.
«Ma io non sono Allyson» aggiusto il tiro. «Sono sicura che lei
fosse diversa.»
«Non lo so, fatina, una che parte per la sua prima tournée da PR
con una band famosa, venti giorni, e in questi venti giorni quando le
telefoni ti dice che va tutto uno spettacolo e che le manchi tantissimo
e che non vede l’ora di rivederti e poi, quando torna, entra dalla
porta in lacrime confessandoti che stava per scoparsi il cantante per
cui cura la campagna marketing… ma ehi, si è fermata due
centimetri prima della penetrazione, quindi non è un vero tradimento!
Secondo te, fatina, è davvero tanto diversa da te?»
«Be’, sì» rispondo, ovvia. «Io non ho mai provato attrazione per
un cantante.»
Lui rotea gli occhi al cielo. «Non so neanche perché ti parlo.»
«Perché sei disperato.»
Mi prende per il sedere, mi tira addosso a lui.
C’è vita là sotto, nonostante sia sbronzo.
«A te non sarebbe piaciuta» sentenzia.
«La tua ex moglie?»
«La mia proposta di matrimonio. Con le tele e l’anello che ho
preso con lo stipendio della palestra dove insegnavo. Dài, fatina, sii
sincera. Ti vanti tanto della tua sincerità con me! Sii sincera.
Adesso.»
«Okay» capitolo. «L’avrei trovata inadeguata.»
«Perché?»
«Perché… le tele, i momenti belli della vostra storia disegnati da
te… è tutto così… troppo» concludo. «Un bravo per l’impegno, ma la
galleria dei ricordi felici? Non è reale. Mi rifiuto di credere che
abbiate vissuto nella favoletta fino a quando lei è partita con quello
degli Space Predators. La vita non è così. Tu hai voluto vederla così,
hai guardato solo le cose belle pensando che sarebbero bastate per
dimenticare quelle brutte, ma non è sufficiente far finta di non
vederle per farle smettere di esistere.»
«Il cinismo. Ecco cosa devo aggiungere alla tua lunga lista di
pregi» chiosa. «Se ci fossi stata tu al posto di Ally, cosa avresti
fatto?»
«Niente.»
«Niente?»
Mi stringo nelle spalle. «Non sarei mai arrivata fino a una proposta
di matrimonio con uno che vive di sogni e si inginocchia con uno
zircone.»
Tommaso spalanca gli occhi. «Oh, no. Infatti. Quelli te li scopi nel
tempo libero. Sia mai che la professione di fidanzata sia divertente.»
«Non lo è» confermo senza battere ciglio. «E, come già sai, a me
il sesso non è mai interessato. Anzi, a essere completamente
sincera…» Tento di fermarmi ma, per un misero attimo, non ragiono.
«Per molto tempo ho creduto di essere asessuale.»
Santissimo Dio.
È la prima volta che lo rivelo a qualcuno.
Ed è inconcepibile che sia successo mentre sono sopra di lui, che
non è neanche in completa erezione, eppure mi fa sentire
sconsideratamente interessata.
«Definisci “molto tempo”» deglutisce Tommaso.
«Fino a inizio dicembre di quest’anno. Insomma… la prima sera in
cui mi sono trasferita qui.»
Mi accorgo che il suo cuore perde un battito perché il mio palmo ci
è sopra.
Si ammutolisce contro la parete.
«Ho aspettato che Stefano Marte mi chiedesse di sposarlo per
anni» me ne esco, quando capisco che lui non dirà altro. «Se lo
aspettavano tutti. Era la naturale evoluzione del nostro rapporto, la
firma sul contratto della mia vita. Avrei accettato qualsiasi proposta,
mi sarebbe andato bene tutto, mi bastava solo che me lo chiedesse»
confesso. «Con il senno di poi, però, capisco perché lui non ci abbia
neanche tentato. Stefano ha sempre avuto un istinto sopra la media.
Sempre così fastidiosamente un passo avanti. Dove gli altri
vedevano elementi sparsi, lui connetteva idee. Costruiva sul vuoto.
Credo che il suo intuito gli gridasse a squarciagola quanto scegliermi
fosse un errore.»
La canzone finisce, la musica smette.
Cala un profondo silenzio.
«Si è scansato un fosso» commenta Tommaso, laconico.
Be’, grazie tante!
«Ed è finito con una lagna.»
«Melissa è una ragazza adorabile.»
«È così ingenua che il solo pensiero mi nausea.»
«Scommetto che la tua è una famiglia anaffettiva. È per questo
che sei così stronza.»
Aggrotto la fronte. «Preferisco “realista”.»
«E io preferisco smettere di parlare.» Mi alza il mento, fa per
baciarmi.
Lo fermo poggiandogli un muro di dita davanti alla bocca.
«È tardi. È meglio che tu vada a letto e io me ne vada e basta.»
«No» ordina. «Non vai da nessuna parte. Stai qui e mi baci.»
«Tommaso…»
«Sei stata tu a propormi un accordo esclusivo» mi ricorda. «Dài,
qualche bacio non conta niente. Ce ne dimenticheremo già da
domani.»
Tento di controbattere, lui mi mordicchia i polpastrelli.
Vince le mie difese.
Io vinco le sue.
Cediamo a metà strada.
Stasera ci va di lusso.
Per farci a pezzi avremo tutto il tempo.
12
Tommaso

Un rumore lontano mi riscuote da una lunga, buia apnea.


Se non fosse improbabile, direi di essere appena ritornato da un
viaggio all’inferno.
Ma forse è proprio ciò che è successo.
Sono disteso.
Sto affondando la testa in qualcosa di morbido.
Deve essere il mio cuscino.
Ci infilo un braccio sotto, spiaccicandoci meglio la faccia. Il mondo
gira così veloce che prendere iniziative diverse sarebbe molto
stupido.
Vorrei che anche il resto si potesse spegnere con la stessa facilità
con cui la luce resta confinata fuori dalle persiane.
Il rumore che mi ha svegliato cessa.
Peccato che il martellio dentro la scatola cranica non prenda
esempio. Batte sulle tempie con una costanza fastidiosa.
Mugugno un inutile rantolo in protesta.
È come se il cervello volesse dissociarsi dalle pessime decisioni
delle ultime ore – o da quando ho terminato l’università e sono
entrato nella cosiddetta vita adulta, a seconda della prospettiva – e,
per rimarcarlo, ora voglia scappare dal resto del corpo
abbandonando la nave che affonda.
Serro le palpebre, sprofondando nel pozzo nero ricevuto in eredità
dalla sbornia. Più tengo gli occhi chiusi e più mi sembra di cadere,
cadere, cadere.
La testa precipita e io con lei.
È durante la caduta che arrivano sprazzi confusi del giorno
precedente. Provo ad assegnare un ordine cronologico al marasma
di pensieri.
Alle sette della mattina di ieri mia sorella mi ha svegliato con una
telefonata perché Rachele era ammalata e la sua babysitter di
fiducia era occupata con un altro bambino. Mi sono alzato,
assonnato, ho preso i mezzi, sono andato a San Giovanni a
recuperare mia nipote. Siamo tornati nel mio appartamento, le ho
dato la frutta, non l’ha mangiata. Allora ho tirato fuori i colori a dita e,
mentre lei imbrattava il tavolo della cucina, le ho misurato la febbre.
Abbiamo giocato, lei ha fatto la cacca. Mentre la lavavo, qualcuno
ha suonato il campanello. Mi sono scapicollato al citofono con
Rachele sulla spalla, per scoprire di aver ordinato un letto smontato
a nome di Olivia Ranieri. Ho firmato la consegna. Dopo pranzo ho
riportato Rachele a mia sorella e sono andato in palestra per gli
allenamenti del pomeriggio. Sono uscito alle sei e mezza, pioveva,
mi sono fermato al supermarket.
Da qui entra in gioco l’alcol e le cose si fanno un po’ caotiche, ma
a rigor di logica devo aver mangiato cibo spazzatura e bevuto del
vino scadente e poi essermi messo a dipingere nell’atelier con la
musica sparata dalle casse.
Non so a che ora la fatina abbia interrotto la festa privata, ma
ricordo di averle aperto sullo zerbino ed essermi domandato perché
accidenti la sua presenza mi levasse ogni grammo di ragione.
E poi sono sicuro di averla baciata come fosse aria. Lei se ne
voleva andare, l’ho convinta a restare. E l’ho baciata ancora e poi
l’ho trascinata con me sulle lenzuola. O forse l’ho immaginato?
Dio… ho un tale casino in corpo.
Vorrei dormire altre ventiquattro ore, guadagnare tempo prima di
tuffarmi nella realtà, ma il rumore si ripresenta più ostinato. Non è
lontano e neanche estraneo.
Riconosco che si tratta della mia sveglia.
Allungo a occhi chiusi un braccio sull’altra metà del letto e la
scopro vuota.
Olivia non è rimasta.
Figurarsi se una come lei rimane. Avrà temuto che vomitassi sul
suo costoso completo da ufficio e se l’è data a gambe.
Di malavoglia mi stropiccio le palpebre e agguanto il telefono per
silenziarlo. L’occhio mi cade in automatico sulla data.
23 dicembre.
Oggi è il primo giorno di un nuovo conto alla rovescia a tre cifre.
Il pensiero dovrebbe rassicurarmi, invece non lo fa.
Vorrei essere dispensato dall’alzarmi dal letto e piazzarmi un
sorriso di circostanza e portare avanti la farsa che una
sopravvivenza felice sia credibile. Vorrei tornare giù e continuare a
soffrire senza dovermi giustificare. Perché, mi rendo conto, il dolore
è l’ultima forma di amore che mi rimane e rinunciarci è fuori
discussione.
Scostando il piumino, cerco di alzarmi.
Nella camera sembra tutto regolare, il silenzio nell’appartamento
mi suggerisce di essere da solo. Passo in bagno, dove affogo il viso
in una scodellata di acqua ghiacciata. Mi risciacquo la bocca con il
collutorio e fisso il tizio riflesso nello specchio sopra il lavabo.
Ha gli occhi azzurri, i capelli scapigliatissimi, una faccia distrutta e
indossa solo dei boxer. Non ricordo di essermi spogliato, ma questo
è davvero il problema minore.
Recupero il cellulare e, camminando verso la cucina, digito il sito
di gossip che mi rifornisce le dosi centellinate di Allyson.
Scorro svogliatamente la home senza aspettative, quando noto
l’articolo in fondo alla prima pagina.
E mi pietrifico.

Liam J: altro che temporale, è burrasca!

Liam Jerrod e la sua fidanzata Allyson ai ferri corti!


Dopo il ritorno di Liam J dal Canada, la coppia non è mai uscita
pubblicamente, e ora amici comuni lanciano la bomba: Allyson
passerà il Natale nella splendida tenuta di famiglia in Colorado… ma
Liam J non è stato invitato!
Indiscrezioni danno per certo che il motivo sia il tradimento: che il
cantante degli Space Predators sia caduto in tentazione mentre era
lontano dalla sua fidanzata?

Rileggo l’articolo.
Ancora e ancora.
Il battito cardiaco impenna come dopo una corsa senza ossigeno,
mentre lotto con me stesso per mettere in prospettiva la notizia.
Sono stronzate.
È un sito di gossip, vive di notizie fondate sul niente.
Un’acchiappa clic del cazzo.
Però resta il fatto che lei non lo porta nella tenuta dove noi ci
siamo sposati. In un anno e mezzo non lo ha mai portato lì.
Mai.
Emetto in lungo sospiro.
Mannaggia di quella puttana, ho commemorato la morte di questa
relazione per tutta la notte, quali altre prove mi servono per metterci
una pietra sopra?
«Tommaso?»
E ora mi immagino pure le persone.
È impossibile che la fatina sia in piedi, adesso, appoggiata al
cornicione della cucina, e mi guardi come io guardo i documentari di
Alberto Angela sulle meraviglie dell’arte.
È impossibile, pertanto non è vera.
Comunque, per essere un’allucinazione, mi complimento con
l’emisfero creativo del mio cervello: lo studio dei soggetti è servito a
qualcosa, è così realistica da essere credibile. È credibile il modo
con cui lei allarga gli occhi quando lo sguardo le si posa sul torace
nudo, si sofferma sui boxer e scende lentamente sulle gambe. È
credibile il modo in cui apre la bocca in una simmetrica O, è credibile
persino il broncio infantile che le disegna le labbra.
Invece la cosa incredibile è essermi spinto in là tanto da averle
fornito un’abbinata pantalone e camicetta adeguata al suo raffinato
gusto estetico.
Chapeau a me.
«Ho… preparato il caffè» dice la mia allucinazione.
L’odore della caffeina, in effetti, è piuttosto concreto.
«Sei qui» deduco.
Lei aggrotta la fronte. «Sì, ovvio. Vieni?» Mi gira le spalle e torna
in cucina come se niente fosse.
Sono sconcertato.
«Mi inviti a casa mia?» domando, seguendola.
Olivia non risponde. Prende la moka e le tazzine e le posa sul
tavolo, quindi si siede e si immerge nel suo smartphone.
C’è qualcosa di diverso nell’ambiente stamattina, ma proprio non
riesco a identificare cosa.
Il tavolo è in ordine, la luce grigia di dicembre entra dai vetri della
portafinestra. Cerco risposte sul piano cottura e noto un mucchietto
di fogli accatastati accanto al microonde.
Li riconosco, li ho scarabocchiati ieri mentre “cenavo”.
Quando ci siamo sposati Allyson indossava un abito meraviglioso
con il pizzo che le si arrampicava su per la schiena e poi giù per le
braccia, e il retro era chiuso con qualcosa come centocinquanta
bottoncini che alla sera, in camera io e lei, dopo averli slacciati giuro
che mi aspettavo trenta minuti di applausi.
Lo schizzo sopra la pila raffigura proprio la schiena di Ally che
occhieggia da sotto i bottoncini, il profilo del viso inclinato sulla
spalla, i capelli che le scivolano via dall’acconciatura.
Non so perché, ma mi mette a disagio l’idea che Olivia l’abbia
visto. Sarà tremenda come persona ma anche lei, come Stefano
Marte, è dotata di un istinto affilato per collegare i punti.
Mi siedo in silenzio e riempio la tazzina di caffè.
C’è un imbarazzo inusuale per due persone che fino a qualche
ora fa stavano pomiciando senza ritegno.
«Non dovresti essere al lavoro?» le chiedo.
«Sto già lavorando.» Non alza la testa dallo schermo del telefono.
«Ho scritto dodici e-mail e risposto a tre telefonate, mentre dormivi.»
«Sei una di quelle brutte persone che non staccano mai, eh?»
«C’è chi non se lo può permettere.»
Già.
Temo di essere stato inappropriato in molti modi, stanotte.
«Senti, fatina» esordisco, sotto il giogo di una fitta atroce alla
fronte. «Se sei offesa per il disegno sul tuo letto, lo posso
rimediare.»
«Davvero?» dice, fissa sul cellulare. «Disegnerai dei fiorellini di
campo al posto dei soldi? Perché, in tal caso, sono allergica alle
graminacee.»
L’ultimo ricordo prima del buio sono io che mi annullo sulla sua
bocca, il suo corpo che lenisce il mio. Ricordo noi distesi a letto, le
mie mani che la tengono.
E ora lei si comporta come se non fosse successo.
«Olivia…»
«Tommaso» mi fa il verso. «Mi lasci finire la mail? Dario non è una
persona paziente.»
Sono talmente incasinato, stamattina, che al solo sentire quel
nome un pezzo di stomaco finisce per auto-corrodersi.
Trangugio l’ultimo sorso di caffè e accantono la tazzina di lato.
«Trascorrerai con lui le feste di Natale?»
La domanda finalmente le fa alzare la fronte. È stupita.
Sono stupito anch’io di averglielo chiesto.
«Io vado dai miei genitori a Bresso» dico per riempire il vuoto. «Ci
saranno anche mia sorella e…»
«Tommaso, no» mi interrompe. «Abbiamo già dato ieri sera con le
confessioni. Direi che è stato sufficiente.»
Non so perché il cuore mi sprofondi un po’ più giù.
Galleggia a metà pancia, come una boa alla deriva.
Il cervello – o quel che ne resta – tenta di nuovo la fuga, così
chiudo gli occhi e mi massaggio le tempie per convincerlo a restare
dov’è.
«Avrei dovuto disegnarci anche la coda e le corna, a quella
fatina» borbotto.
«Ed è per questo che io evito di propinare scuse in cui non
credo.»
«No, infatti. Tu la lingua la risparmi per altro.»
Mani sulla tavola, Olivia si alza di scatto. Le gambe della sedia
stridono sul pavimento.
Merda.
Ho esagerato.
Olivia affonda i denti nel labbro inferiore, mi guarda come se
avesse appena pestato una merda con la suola rossa delle sue
scarpe alte. Scuote la testa, scappa verso l’ingresso.
Ho cercato così tanto una sua reazione e, ora che me la schiaffa
in faccia, scopro che vederla ferita fa stare malissimo anche me.
Che diavolo mi succede? Non è la mia ragazza, non mi deve
niente, è liberissima di fare ciò che vuole della propria vita.
Pur con i riflessi rallentati, mi alzo anch’io. Sta tirando la maniglia
d’ingresso, quando con il palmo aperto rimando la porta verso il
cornicione. Il tonfo rimbomba per tutto l’appartamento.
Per sicurezza tengo la mano premuta sul legno. Incastrata tra me
e la porta, Olivia mi rivolge la schiena, le sue spalle si alzano e si
abbassano a un soffio dal mio torace. Incamera un profondo respiro
prima di voltarsi.
«Gradirei uscire.»
Nel suo volto fermo ci vedo riflesso solo il disastro del mio.
Il resto è già tutto sparito.
«Fammi chiedere scusa, prima» la prego.
«Ti concedo dieci secondi.»
«Okay. Quindi…» Mi copro le palpebre con il pollice e l’indice
della mano libera. Il dolore mi frastorna, non riesco a farlo smettere.
«Ho sbagliato.»
«Non sono scuse.»
«Cosa?» biascico.
«Hai detto “ho sbagliato”. È diverso da “scusa”. “Ho sbagliato”
registra l’errore, non il pentimento.»
Sbuffo, trattenendo un’imprecazione. Ho bisogno di un’aspirina,
una doccia e un litro di acqua.
«Sei puntigliosa…»
«Scrivo contratti per lavoro» ribatte. «Quindi è tutto qui quello che
sai fare?»
«Mi hai spogliato tu, stanotte?»
La domanda le lascia uno stupore adorabile sul viso. «Cosa
c’entra?»
«C’entra» m’impunto. «Allora?»
Lei alza gli occhi al cielo. «Mi hai trascinata dall’atelier al letto
promettendomi grandi cose e poi sei semisvenuto nel momento in
cui hai toccato le lenzuola. Eri pesante come una statua, blateravi
che avevi caldissimo e che dovevo assolutamente aiutarti a toglierti i
vestiti perché ti davano fastidio. Alla fine sono riuscita a lasciarti
addosso i boxer.»
Imbarazzante…
«Dunque mi hai spogliato.»
«Ho compiuto questo sacrificio, sì.» Un sorriso velocissimo le
attraversa le labbra. «Abbiamo finito?»
«Scusa.»
Dirlo mi alleggerisce. Peccato che la sua espressione corrucciata
mi restituisca il doppio del peso di cui mi ero appena sbarazzato.
«Okay» dice.
È chiaro che niente sia okay.
Fa per rivolgermi la schiena, ma io le prendo un braccio, la volto,
la blocco tra me e la porta con tutta la delicatezza che mi riesce.
«Aspetta. Non ho finito. Non mi piace che tu vada via incazzata.»
«Non ti importava di come stavo quando mi hai buttata fuori sul
pianerottolo in biancheria intima.»
Cristo! Perché deve essere sempre così, con lei?
Perché, quando mi è vicina, non riconosco più niente di me?
«Dimmi cosa posso fare per pareggiare» insisto.
«Che cosa vorresti pareggiare?»
«La cucina» rispondo, in preda a una rivelazione tardiva. «Sei
rimasta con me ieri sera. Non eri tenuta a farlo, ma l’hai fatto. Mi hai
spogliato, sei rimasta e mi hai sistemato la cucina. Il tavolo… le
immondizie sul tavolo, le bottiglie vuote, le briciole, il colore a dita…»
«Non andrai a tenere i corsi in palestra in questo stato mentale,
spero. Neanche il più illuminato dei datori di lavoro ti risparmierebbe
un licenziamento.»
Le lascio una carezza sul profilo del braccio, le fermo il viso con la
mano. Il pollice mi finisce sulle labbra schiuse.
«Sei carina a preoccuparti per me…»
Lei sbatte le lunghissime ciglia sopra quegli occhi verdi da paura.
Il mio dito resta lì, sulla bocca, e nonostante il mal di testa,
nonostante il cervello in fumo, la trovo una visione così innocente e
allo stesso tempo così erotica che mi viene voglia di chiederle di
aspettarmi mentre recupero la dignità sotto la doccia, per poi
impegnarmi tantissimo a ricordarle che non sono un disastro in tutto.
Il mio corpo traditore si avvicina al suo.
È mentre lo fa che ricordo la faccenda della mail all’investitore. Il
fatto che passerà il Natale con lui e che se lo scoperà vestita da elfa
dei boschi.
La consapevolezza mi fa piegare le ginocchia. Mi sostengo
appoggiando entrambi i palmi sulla porta.
Olivia deve tradurlo come un effetto naturale del post sbornia e,
con parecchio ottimismo, cerca di sorreggermi con le mani.
Il fatto che io sia quasi nudo non aiuta. Reagisco istantaneamente
a lei. Anche lei reagisce. Lo sforzo che fa per mostrarsi
imperturbabile viene tradito da un sospiro.
Con cautela spingo i fianchi sui suoi palmi aperti.
Mi rendo conto di essere in pessime condizioni, eppure riesco
solo a pensare che la desidero con un’intensità che non mi spiego, e
allo stesso tempo odio l’assurdo magnetismo che mi porta verso di
lei.
È un rapporto storto, non fa bene a nessuno dei due.
Credo che lo pensi anche lei perché, seppur con riluttanza, ritrae
le mani e a me sembra di sprofondare nel vuoto.
«Vai a riposarti, Tommaso. Hai una cera pietosa.»
«Fatina…»
«E comprati un vestito per il 31 dicembre. Il Gala di Capodanno è
un evento di rilevanza e dentro il tuo armadio hai davvero un
completo dei grandi magazzini che ti consiglio di gettare
nell’indifferenziata.»
La sorpresa mi fa compiere un passo indietro.
«Ma che accidenti?»
«Non è colpa mia se sei disordinatissimo. Hai lasciato sul tavolo la
lettera della commissione.»
Per assonanza, il cervello mi porta a un’altra questione.
«Cosa è successo sul campo da tennis, sabato scorso?»
«Cos…? Niente!»
«Te lo chiederò finché non risponderai» mi rabbuio.
«Vuol dire che hai tempo da perdere e che ti piace sprecare
fiato.» Si volta, abbassa la maniglia. La tira. «Ci vediamo, Tommaso.
Buon Natale.»
Il rumore della porta chiusa mi vibra fin nelle ossa.
E io mi domando quante scosse siano necessarie per demolire le
certezze che mi sono tanto impegnato a costruire.
13
Tommaso

Nonostante mi sia sposato tre giorni prima del Natale, non lo odio
a prescindere. Ma quest’anno, seduto a tavola dei miei a Bresso, è
dura.
Sono arrivato nel loro appartamento da circa due ore, abbiamo
scollinato la metà del pranzo, mio padre ha aperto la seconda
bottiglia di vino che io ho solo assaggiato, memore della fin troppo
recente sbronza. Mia sorella sorveglia a distanza Rachele, che un
po’ gattona e un po’ tenta di camminare nel salotto, mentre suo
marito ci racconta della promozione nell’azienda edile in cui lavora
da più di dieci anni.
Insomma, all’apparenza va tutto benissimo.
Se non fosse che in realtà non va bene per niente.
Mia madre sforza cordialità, raccoglie i piatti sporchi, ma quando
pensa di non essere vista mi lancia occhiate cariche di
preoccupazioni che non voglio indagare. Mio padre non fa che
congratularsi con mio cognato ed è il suo modo di compensare la
delusione per il vanto che non gli do io.
Aver mollato Statistica dopo il primo anno per iscrivermi al DAMS
e seguire l’arte è stata la prima martellata caduta sul nostro rapporto.
I miei erano quasi rassegnati ad accettare un figlio destinato ad
arrabattarsi tra lavoretti occasionali per mantenere un hobby che
difficilmente sarebbe diventato un vero lavoro. Erano convinti che ci
avrebbe pensato la vita a farmi rinunciare e “mettere la testa a
posto”.
Ma poi mi sono trasferito sulla costa ovest degli Stati Uniti per
frequentare il corso d’arte e seguire la ragazza che amavo, è quella
è stata la seconda martellata. Sposare Ally è stata la terza e tornare
a casa con il cuore spezzato è stata la sublimazione del “te
l’avevamo detto”.
Per tutto il tempo in cui siamo stati una coppia, i miei non hanno
mai conosciuto Allyson a parte qualche breve saluto su Skype.
Hanno sempre dato per scontato che sarebbe stata di passaggio per
me e che non sarebbe mai arrivata ad avere un ruolo rilevante per
loro.
Be’, in effetti avevano ragione.
Ho un gene cretino nel DNA, sono attratto da ciò che sfida il
buonsenso, le probabilità, sono intrigato dall’alternativa sfigata
anche se il banco vince sempre.
«’Io!» Una manina compare sui miei jeans. Sollevo mia nipote per
le ascelle e la faccio sedere sulle ginocchia. Rachele si sporge sul
tavolo, assalta la ciotola delle olive e io aspetto il momento in cui mia
sorella si incazzerà perché ne ha mangiate troppe.
«’Io» mi chiama, «oia» aggiunge, premendomene una sulla
bocca. La assecondo e la inghiottisco. Rachele ride gorgogliando di
piena soddisfazione.
Lei è una delle cose belle dell’essere tornato. Mi piace stare con
questi dieci chili di raffreddore perenne e parole smozzicate. Mi
piace anche che mia sorella si fidi al punto di lasciarmela al bisogno.
Mio padre ride a una battuta di mio cognato, butta giù un sorso di
vino e mi guarda con la coda dell’occhio. Non mi chiede come va il
lavoro, ma se “questo mese riesco a pagare l’affitto”. Mi dice che un
suo amico sta cercando manodopera per la ditta di traslochi e che gli
farebbero comodo delle braccia solide come le mie.
Comando al mio viso di sorridere.
Mando giù.
Rispondo che ci penserò.
Quando, qualche ora più tardi, esco nella strada, ho le mani
infilate nel giaccone invernale e l’umore guastato. Cammino verso la
fermata dell’autobus rendendomi conto di non aver nemmeno
raccontato che un mio lavoro è stato accettato all’esposizione di
Capodanno della Galleria.
Scendo dall’autobus, cambio linea e percorro l’ultimo tratto a
piedi, immerso nel grigiore dei casermoni che toccano il cielo. Cate e
James sono rimasti in Germania per Natale, Massimiliano e Gabriele
festeggiano in famiglia e la fatina negli scorsi due giorni è stata fuori
fino a tardissimo e non si è più fatta viva per raccattare il letto
dell’IKEA.
Nell’atrio del condominio mi accoglie il miscuglio di odori dei menu
natalizi. Salgo le scale silenziando l’idea stupida che si sta
ingigantendo come una spugna immersa nell’acqua.
È il pomeriggio di Natale.
Molto probabilmente non è in casa.
E, nel caso remoto in cui ci fosse, sono l’ultima persona che
vorrebbe vedere.
È stata chiara, l’ultima volta.
Mentre la intrappolavo contro la porta…
Arrivato al piano, ordino a me stesso di proseguire dritto. Le
gambe disobbediscono. Si fermano. Deviano.
Mi ritrovo con le nocche appoggiate sulla porta dietro cui vive lei.
Aspetto, in silenzio, per captare rumori dall’interno.
Non ne sento nessuno.
Busso.
Che accidenti sto facendo?
Busso di nuovo, con più insistenza, poi mi ricordo che esistono i
campanelli e suono.
Passi disordinati si avvicinano. L’attimo successivo la porta si apre
a fessura e il mio cuore si prende un battito o due di sciopero totale,
perché Olivia ci appare all’interno.
Ha i capelli biondi raccolti disordinatamente in una coda alta che
pende da un lato e indossa dei pantaloni sportivi e un morbido
maglione di lana di una taglia più grande.
Nel momento in cui intercetta il mio sguardo, il sospetto le dipinge
il viso.
«Ci tenevi a farmi gli auguri di persona?»
No, ci tenevo a sputtanarmi il cinque percento del cervello che
finora era coraggiosamente sopravvissuto.
«Ho finito lo zucchero» sparo. «Tu invece hai dimenticato il tuo
letto da me.»
Il sorriso le arriva fino agli occhi, anche se sparisce subito dopo.
«Non ho lo zucchero, ma il letto lo rivorrei volentieri indietro.»
«E io vorrei riportartelo. Adesso è in mezzo al corridoio e per
passare lo devo saltare.»
Olivia esita. «Aspettami» dice. «Mi infilo le scarpe e lo
spostiamo.»
Socchiude la porta dell’appartamento e sparisce dentro.
Il mio battito invece subisce una spinta feroce verso la tachicardia.
Il che è assurdo, perché non sono mica sul suo zerbino con una
patetica scusa inventata per rivederla e accertarmi che non fosse
con l’investitore.
Il letto dovevo restituirglielo, era una questione di educazione.
Un dovere di vicinato, ecco.
Sono un idiota.
Un idiota che finirà malissimo!
Olivia ritorna poco dopo con delle scarpe da ginnastica addosso.
«Andiamo?»
Apriamo le porte per facilitarci lo spostamento e le do indicazioni
su come sollevare e inclinare la struttura. Infine, agguanto il letto
dalla testiera e comincio a camminare all’indietro.
Il secondo seguente, un boato mi paralizza.
Olivia è a mani vuote e la struttura è schiantata a terra.
«E tanti saluti alle raccomandazioni» la prendo in giro.
«Mi è scivolata» mormora, accucciandosi. «Mi dispiace.»
«È troppo pesante? Ce la fai?»
«S-sì, è che…» Indica la testiera dipinta. «L’hai cambiata.»
Già.
Ieri, preso da un moto di civiltà, ho cancellato le banconote nelle
mani del soggetto e le ho sostituite con una bottiglia di champagne.
Il resto dei soldi svolazzanti è diventato un tripudio di calici e fragole
e la scritta si è trasformata in Sweet but psycho, dolce ma
psicopatica.
«Meglio o peggio?» le chiedo.
Olivia la scruta qualche secondo.
«Morirai con il dubbio, Tommaso.» Rinsalda le labbra e solleva la
struttura. «Dài, muoviamoci.»
Superiamo il pianerottolo con il letto di traverso e lo giriamo per
farlo entrare nel suo appartamento.
«Da qui in poi mi devi guidare tu, fatina. In quale stanza lo
portiam…»
No, un momento.
Fermi tutti.
Dove accidenti sono finito?
Mi guardo attorno, spaesato, perché ci deve essere un errore.
«Fatina?»
«S-sì, ecco» balbetta. «Non avevo in previsione di investire
sull’arredamento.»
«No, davvero…»
Infatti il salotto è spoglio.
Spoglio del tutto.
Non c’è un divano, una tv, non ci sono mobili o libri. Ci sono solo
tre valigie grandi accatastate in un angolo. E poi un’aspirapolvere,
una scopa e un secchio con dentro stracci e detersivi.
E basta.
«Non sapevo che l’affittuario avesse tolto gli arredi…»
«Non lo ha fatto.» Olivia inghiotte aria. «La maggior parte era
delle inquiline precedenti, si sono portate via le loro cose quando
hanno traslocato. Sono sopravvissuti il mobile della cucina, quello
del bagno e qualcosa nella vecchia stanza della tizia che sta con
Stefano.»
Fingere indifferenza non sembra una missione facile, oggi.
Immagino che sia dura passare dagli appartamenti lussuosi della
Milano bene a… questo.
«Prima di proseguire, le stanze non sono molto meglio» mi
avverte.
«Peggio di così la vedo difficile…»
Una decina di passi dopo, vengo smentito.
Esiste qualcosa di peggio del salottino vuoto, ed è l’ex camera da
letto di Melissa, con un materasso steso sul pavimento e coperto da
un piumino rimboccato. Un armadio. Una vecchia scrivania sopra la
quale è aperto un bagaglio a mano in fase di riempimento. Fine.
«Porca miseria, fatina, dimmi che almeno ti funziona il
riscaldamento.»
La smorfia storta che ottengo viene interrotta dal trillo del
campanello.
Olivia trasalisce.
È chiaro che non aspettava ospiti, presenti inclusi.
Il pensiero corre all’investitore, anche se dubito che lei lo farebbe
entrare. Se il tizio non morisse di infarto precoce dopo essere stato
stordito da tre piani di puzza, il colpo mortale glielo darebbe entrare
in questo posto.
Il campanello trilla ancora, e nello stesso momento il cellulare
della fatina complotta squillando nella sua tasca.
Olivia controlla lo schermo.
«Tutto bene?» le chiedo d’istinto.
Lei fa una smorfia, poi se lo porta all’orecchio. Non so cosa
ascolti, ma non mi piace. Quando finisce, il suo volto è terreo.
Un altro trillo prolungato la fa trasalire. «Merda!»
Vorrei fare il superiore, ma la curiosità mi uccide.
«L’investitore ti ha trovata?» butto lì.
Olivia scuote la testa. «Peggio! Sono i miei.»
«I tuoi» ripeto, confuso.
«Sì, i miei genitori» precisa. «Qui!»
«Qui nel senso di sotto casa?» cerco di raccapezzarmi. «Ma non
sei stata da loro, oggi?»
«Scherzi?! Neanche per sogno. Non potevo, cioè…» Olivia si
chiude la testa tra le mani, sospira. «Loro non sanno niente della mia
nuova situazione. Sapevano» si corregge. «Se sono qui, temo che
qualcosa l’abbiano scoperto.»
Percorre il breve corridoio verso il salotto vuoto. La seguo.
Nonostante il maglione pesante, sta tremando.
«Quindi non sapevano neanche che adesso abiti qui?» indago.
«Soprattutto quello! Io… non gli ho raccontato dei problemi
dell’azienda. E neanche del trasferimento.»
Scuoto la testa. «E allora come…»
«Credo sia colpa di mia cugina. Mi odia! Mi odia perché il mondo
è diviso in due squadre e tu e lei siete tesserati in quella in cui non
sono io.»
«Non sono sicuro di capire» ammetto.
«Su, coraggio. Chiedimi chi mi ha fatto sapere che questo
appartamento era disponibile.»
«Uhm, strano gioco, ma perché no» la assecondo. «Tua cugina?»
«Sì, lei» ribatte piccata. «Deve essersi accorta che stavo
vendendo l’appartamento in Brera… be’, l’annuncio era pubblicato
su Internet. Comunque, una sera ci siamo incontrate per caso a un
evento e Miriam dal nulla ha cominciato a parlarmi di questo
comodissimo appartamento che una sua amica aveva appena
liberato. Mi ha dato il numero di telefono dell’amministratore nel caso
conoscessi qualcuno che fosse interessato.»
«Tua cugina e Melissa? Com’è che vi conoscete tutte?»
«Erano nello stesso team di lavoro alla MarsTech. La tizia insulsa
faceva la programmatrice e lei era la responsabile commerciale del
progetto. So che sono rimaste in contatto» rivela con il timbro piatto.
«Pensavi che fosse un caso essere finita nell’appartamento della
nuova compagna del mio ex?»
«No» dico, «mi è sempre sembrato strano.»
«Non “strano”, Tommaso. La stronza si diverte così. Me l’ha fatta
pagare per tutti gli anni in cui sono stata gerarchicamente più
rilevante di lei alla MarsTech, e poi con la mia avventura solista.»
«Scommetto che non ti comportavi come un agnellino.»
Lei fa una smorfia. «Era una cosa a doppio senso. Io sono figlia
unica, lei è figlia unica, le nostre madri sono sorelle. Ti lascio
immaginare la competizione.»
«Una di quelle sane e pulite alla Gossip Girl, scommetto.»
«Già» si acciglia. «Oggi le nostre famiglie hanno organizzato il
pranzo congiunto di Natale. Ho detto ai miei che non sarei andata e
le ho tolto il piacere di sbandierarmi in faccia i suoi successi davanti
a dei testimoni. Sai, un lavoro lontano dal fallimento, o il fatto che lei
sta per sposare un economista con un discreto portafoglio… Solo
per dimostrare alle nostre madri che sulla lunga distanza non sono io
la figlia di cui essere fieri.»
Dio, che brutta cosa le assonanze.
Che brutta, bruttissima cosa.
Mi fregano sempre.
«E ora per farmela completa ha spedito qui i miei genitori, che
picchietteranno l’entrata del condominio finché non uscirò! E
vorranno salire e accertarsi di dove sono finita…»
E inorridiranno.
Considerando il tipo di famiglia, capisco perché si vergogni a far
entrare un parente stretto qui dentro.
«Aprigli» le ordino.
Il panico dilaga nei suoi occhioni verdi. «No, dico, hai sentito
almeno una parola di quello che ho detto?»
«Le ho sentite tutte. Vai giù e aprigli il portone.»
«Ehm, scusa!» Allarga le braccia spaziando sul salotto. «Ti
sembra un ambiente accogliente e decoroso, a misura di essere
umano, oppure vedi anche tu la concorrenza di una squallida
prigione russa?»
«Mica li fai entrare qui. Li porti da me» ribatto, con tutta la
semplicità del mondo.
Olivia incassa.
Deglutisce.
Il cellulare le vibra tra le mani.
È così scioccata che accetta la chiamata in automatico.
«Ehi, mamma, ciao» prende fiato, massaggiandosi la fronte con i
polpastrelli. «No, come ti ho detto non sto bene. Ah sì, ho fatto la
doccia, avevo il phon acceso, per questo non ho sentito il
campanello. Sì, mi sono appena trasferita, non ve lo avevo ancora
detto perché… Ma non credo sia il caso che voi… suggerisco
piuttosto che sia io a scendere così ci salutiamo in strada…»
Con uno scatto, le sottraggo il telefono e me lo porto all’orecchio.
«Signora, salve, mi chiamo Tommaso. Sono un amico di Olivia.
Piacere di conoscerla.» Olivia si fionda su di me, ma io sono più
veloce a sfuggirle. «Scendo io ad aprirvi il portone, mentre Olivia
finisce di sistemarsi i capelli. Mi dia solo un minuto.»
Una voce delicata si profonde in ringraziamenti, si dice dispiaciuta
di non aver avvisato dell’arrivo, mi assicura che aspetterà volentieri e
che non vede l’ora di conoscermi.
A dirla tutta non sembra così sgradevole, ma aspetto di vederla
prima di pronunciarmi in via definitiva.
«Vedi, non era così difficile» commento, restituendo il Samsung a
Olivia.
Lei lo accetta ma rinsalda le labbra, espira con il naso. Mi osserva
come se le avessi appena rasato i capelli nel sonno.
Potrei giurare che le stia pulsando la palpebra sinistra.
«Che cazzo hai appena fatto?» prorompe.
Seconda parolaccia in meno di cinque minuti.
Lo prendo per un segnale infausto.
«Ripeto» espira, a un passo dall’iperventilazione. «Che cazzo hai
appena fatto?!»
I miei riflessi intercettano il suo braccio in movimento. Ma mi
rendo conto di averla innervosita, così evito di pararglielo e lascio
che mi picchietti il centro del petto con il palmo.
«Accidenti a te, Tommaso! Che cosa ti è saltato in testa!»
«Il mio appartamento fa così schifo?»
«Sono i miei genitori!» esplode. «Viaggiano con una valigia di
aspettative su di me e tu li hai appena invitati ad aprirla e illustrartele
tutte!»
«Capirai, ogni genitore ce l’ha.» Le catturo la mano picchiatrice
nella mia. «E io sono bravissimo con i genitori, anche con gli snob
che crescono figlie anaffettive. Mettimi alla prova. Offro loro un tè e li
stordisco con qualche sorriso mentre tu dimostri che non vivi nella
Batcaverna dei poveri.»
Per un secondo la convinco, poi qualcosa nella sua espressione
muta.
«Hai un altarino votivo dedicato alla tua ex moglie, in cucina!»
Ops.
«E non ci avevi neanche pensato!»
Beccato.
«Non c’è problema: dammi trenta secondi e tolgo tutto.»
Lei trasecola dalla sorpresa. Almeno finché realizza che ho
davvero intenzione di mantenere la parola data.
Sono già nella mia cucina a staccare l’asticella di legno che fa da
supporto ai disegni, quando i suoi passi mi raggiungono. I fogli sono
pinzati a cascata, mi sposto sollevando la specie di tenda di carta in
modo che non strascichi sul pavimento.
«Li hai tolti!» Il suo strillo scioccato mi si conficca tra le scapole.
«Li hai tolti, così!»
«Sì, così, in quale altro modo dovevo toglierli? Vai a sistemarti, io
nascondo questi. C’è qualcosa che devo assolutamente sapere
prima di scendere a prendere i tuoi?»
«Non so neanche da che parte cominciare!»
Okay.
È sconvolta, lo capisco.
Controllo sommariamente la cucina, rassetto il divano, getto un
paio di scontrini accartocciati. Finalmente mi lascio alle spalle le sue
grida di protesta e scendo le scale fischiettando.
Mi dico che lo sto facendo per lei, perché così può almeno in parte
riscattarsi con la sua famiglia, ma l’egoistica realtà dei fatti è che
Olivia Ranieri è un’esemplare indecifrabile e io ho bisogno di sapere
quanto si sia costruita in prima persona e quanta responsabilità
invece se la contende l’ambiente dove è nata.
Voglio conoscere queste persone altolocate e snob che l’hanno
cresciuta, voglio vederli storcere il naso di fronte al mio modesto
appartamento, voglio che lei si trovi costretta a difendere l’alternativa
sfigata che di norma disprezzerebbe.
Oppure voglio qualcosa di ancora più inammissibile e, per
l’ennesima volta, sto mentendo a me stesso.
14
Tommaso

Mi sono offerto di scendere e accogliere i genitori della fatina per


mero spirito di rivalsa, ma le probabilità che succeda precipitano in
caduta libera non appena apro il portone.
Ci sono effettivamente due persone sul marciapiede.
Sono un uomo e una donna, di mezza età, stanno vicini e
discutono sottovoce. Sono tesi.
«Signori Ranieri?»
I due si voltano, e il viso della signora si apre in un sorriso che è lo
stesso della fatina.
«Tommaso, giusto?» mi porge la mano, mi confessa che è tanto
contenta di conoscermi.
Si aggiunge alla conversazione anche il padre, si scusa a nome di
entrambi per essere arrivati a sorpresa. La madre si dice d’accordo e
sottolinea di essere consapevole di quanto Olivia sia “riservata su
certe questioni” ma, aggiunge, non la vedevano da quasi due mesi e
non potevano pensare di passare il Natale senza salutare la loro
unica figlia.
Dicono questo nei loro cappotti, la madre con un filo di trucco e la
tracolla patchwork vintage, il padre con il berretto di lana preso alla
Decathlon, e a me si crepa definitivamente il cuore.
Perché, tralasciando la fisionomia, i genitori di Olivia sono i miei
genitori.
E io non so cosa pensare.
Zero assoluto.
Faccio strada su per le scale scusandomi per l’odore. La madre di
Olivia mi assicura che nel condominio dove vivono succede uguale.
Racconta che si sono trasferiti quando si sono sposati, due anni
prima che nascesse Olivia, e che ormai non ci fanno più caso.
Racconta che Olivia odiava quel posto perché da piccola le altre
ragazzine della palazzina non volevano stare con lei. Aggiunge che
ci ha sofferto molto e che è sempre stata solitaria e che solo alle
superiori si è sbloccata un po’ con i coetanei.
E io sono ancora più spiazzato.
Non faccio che annuire e sperare che la gentilezza basti a
perdonarmi l’errore di valutazione.
Gesù, spero persino che Olivia sia rimasta da me e di non doverli
intrattenere da solo.
Una volta arrivati al piano, li faccio entrare nell’appartamento.
La madre ringrazia, suo padre la affianca togliendosi il berretto di
lana. Sono discreti nel guardarsi attorno. Controllo di riflesso il
divano, le mie tele alle pareti, lo scaffale di libri d’arte che sale fino al
soffitto, e termino la corsa sulla donna bellicosa a braccia conserte
sulla soglia della cucina.
«Mamma» sussurra Olivia. «Papà.»
Si è cambiata i pantaloni, ora ne sfoggia un paio di eleganti che
veste come un’armatura. Il suo modo di mettere distanza.
Anticipo la guerra fredda prendendo i cappotti degli ospiti. Li piego
sul divano, ribadisco loro che sono i benvenuti e chiedo se
gradiscono un caffè o un tè.
Qualche minuto più tardi siamo seduti attorno al tavolo stretto
della cucina, concentrati ognuno sulla propria tazza troppo calda.
«Avete passato un buon Natale?» rompo il silenzio.
La madre lancia un’occhiata a Olivia. «Sarebbe potuto andare
meglio.»
«Se la può consolare, tra avermi a tavola a pranzo da solo e
conoscere lei» indico la fatina con un cenno, «mia madre farebbe
cambio all’istante.»
Olivia mi scocca un’occhiata assassina.
Quando resteremo da soli mi taglierà le palle.
Sarò morto entro la mezzanotte.
Sua madre, però, ride. «A volte i genitori tendono a essere
apprensivi. Presenti compresi. Siamo davvero dispiaciuti di avervi
disturbato.»
«Nessun disturbo» sorrido come da copione. «È un piacere
conoscere qualcuno che appartiene alla vita di Olivia.»
«Credimi, vale lo stesso anche per noi» mormora suo padre,
sorseggiando il tè.
Olivia rotea platealmente gli occhi al cielo. «Sono impegnata,
papà. Ho un lavoro che mi occupa tutto il giorno tutti i giorni!»
«E noi non siamo venuti qui per litigare davanti al tuo ragazzo» la
ammonisce la madre con un’alzata di sopracciglia.
«Amico» mi sento in dovere di specificare.
«Sì, certo. Come preferite» mi asseconda la signora Ranieri.
«Almeno so che non sei sola, Olivia. Ormai è un miracolo quando ci
rispondi al telefono.»
La fatina emette un gemito di frustrazione. «Ho una vita, mamma,
è diverso.»
«Allora non è una bella vita, se non ti lascia spazio per la tua
famiglia.»
Olivia apre la bocca, punta sul vivo. Le leggo negli occhi la
risposta piccata, una che getta litri e litri di benzina sul fuoco.
E che lei sceglie di non pronunciare.
«Tommaso» sospira invece, «perché non racconti ai miei genitori
come ci siamo conosciuti?»
Okay.
È così che preferisce giocarsela.
Scrollo le spalle. «Tramite conoscenze comuni.»
«È un amico di Caterina Marte» specifica la fatina. «Vi ricordate,
la sorella del mio ex che mi ha reso i sei anni di fidanzamento un
inferno dipingendomi come Satana sui tacchi a chiunque
incontrasse.»
«Credo che lei dica la stessa identica cosa di te» ribatto, serafico.
«Fa la influencer… esiste una professione più inutile?»
«Cate è quello che molte persone non saranno mai» mi sento in
dovere di rispondere. Mi sarò pure portato a letto la fatina, ma nel
fuoco incrociato la mia lealtà cade dall’altro lato.
«Cioè? Qualcuno che ha avuto successo con i soldi di papà?»
«No.» Prendo un lungo sorso di caffè. «Una persona amata.»
La sicurezza di Olivia vacilla. È una crepa nello sguardo affilato.
Dentro ci scorgo qualcosa di molto simile alla paura, che si agita nel
fondo.
«Non fateci caso» si ricompone lei. «Tommaso è un artista, tende
a dipingere le situazioni con gli stessi colori esagerati che mette su
tela.»
«Soprattutto quando ci sei tu di mezzo.» Mi rivolgo alla madre.
«Mi direbbe qualcosa che renda sua figlia un’umana?»
La richiesta le strappa un sorriso storto. «A dodici anni era
innamorata dei personaggi dei cartoni animati giapponesi.»
Olivia diventa paonazza. «Mamma!»
«Ehi, lo sapeva chiunque entrasse nella tua stanza. Avevi i poster
appesi. Tecnicamente non è un segreto.»
«Certo che lo è! Qualsiasi cosa accada in adolescenza è
confidenziale! Inoltre, a quell’epoca nessuno entrava nella mia
stanza a parte te e papà.»
«Dentro no, però fuori c’era la fila» suo padre fa una smorfia.
La madre annuisce. «È vero. Durante il liceo i ragazzi le
lasciavano montagne di biglietti d’amore nella cassetta delle lettere
perché lei si rifiutava di avere un cellulare. Sosteneva che fosse una
moda e che nessuno ne aveva davvero bisogno. Incredibile, visto
che ora ci vive attaccata… Comunque, i coraggiosi lasciavano i loro
numeri di telefono e lei con un cipiglio serissimo li portava a suo
padre chiedendogli di sbarazzarsene.»
«Mamma!» La fatina si nasconde il viso con la mano. «Esilarante
questo esperimento, Tommaso. Domani lo proviamo con i tuoi
genitori.»
Il cuore si prodiga in un salto e si incastra in gola.
Per un attimo mi sono scordato di essere in una finzione. È solo
un modo per tranquillizzare la sua famiglia, per dimostrare loro che
lei è ancora padrona della sua vita.
Quando invece non lo è.
Me ne rendo conto mentre i suoi si rilassano: al sollievo nei loro
occhi corrisponde un’ombra scura in quelli di Olivia. Gioca alla
superdonna ma nasconde un sottomondo dietro la maschera ben
confezionata. Un caos di solitudine e disperazione.
L’atmosfera si stempera, sua madre racconta una fila di aneddoti
che ascolto con meno attenzione, concentrato a studiare lei. Olivia
storce la bocca, si imbroncia, quando pensa di non essere notata
sorride e poi cancella ogni traccia, come se mostrarsi felice fosse
una debolezza da uccidere.
«Tommaso?» mi richiama a un tratto la signora Ranieri. «Sii
gentile, ricambiami il favore. Dimmi qualcosa sulla vita di adesso di
mia figlia. Dimmi cosa la fa stare bene.»
La domanda mi spiazza, e la mano di Olivia che ferma la mia sul
tavolo è l’ennesimo colpo basso della giornata. Forte di una nuova
consapevolezza lei raddrizza la schiena, simula un’adorazione fuori
luogo.
«Tu, Tommaso» asserisce. «Tu mi rendi felice.»
È una recita.
Ci tiene a rasserenare i genitori e tenere in piedi il palco.
È tutto finto.
Non l’agitazione che mi sta mitragliando la gabbia toracica.
Quella è vera.
Anche la mia faccia sconvolta è piuttosto realistica, temo.
Suo padre accetta la notizia con grande signorilità, a sua madre
invece escono i lucciconi dagli occhi. Sono brave persone, le ho
attirate qui con l’inganno e ora sto loro mentendo raccontando favole
che non esistono. La cosa mi fa sentire una merda. Mi chiedo come
faccia Olivia a non sentirsi in colpa. Mi chiedo come faccia a fare
quello che fa, e basta.
La signora Ranieri domanda alla figlia come procede il lavoro ma
lei è allenata, glissa senza esitare. Non nomina mai il candidato
investitore né la situazione drammatica in cui versano le sue finanze.
Mezz’ora più tardi, i suoi genitori si alzano e noi li accompagniamo
all’ingresso. Mi salutano come se fossi già di famiglia, dichiarandosi
contenti di avermi conosciuto e augurandosi che ci saranno altre
occasioni.
È Olivia ad accompagnarli giù mentre io resto sulla porta di casa.
Osservo i Ranieri scomparire nella tromba delle scale. Aspetto.
Penso.
Speravo che conoscendo i suoi avrei ottenuto qualche risposta,
invece le domande si sono solo moltiplicate.
Quando Olivia risale sul pianerottolo, stavolta da sola, mi trova
nella stessa identica posizione.
Il suo sguardo si accende agganciando il mio. «Mi pagherai
l’analista, dopo oggi?»
Superandomi, entra nel mio appartamento.
La seguo, ci chiudo dentro.
«Solo se tu lo paghi a me. Mi hai visto mentre toccavo il fondo, tre
notti fa. Una piccola rivincita era doverosa.»
«Capirai, tu mi hai raccattata in babydoll sul pianerottolo! Quello
non si batte.»
Sorride.
Ha un sorriso stupendo.
È dalla prima sera che non la vedo così rilassata. Deduco che in
qualche modo le abbia fatto piacere vedere i suoi, anche se non
capisco perché si vieti di avvicinarli. Comunque, decido che è un
segnale positivo e che è meglio approfittarne.
«Mi avevi detto che la tua era una famiglia anaffettiva.»
«No, tu lo hai detto. Io non ho confermato né smentito.»
Mi torturo nervosamente i capelli con le dita. «Perché non volevi
incontrarli?»
Così com’è arrivato, il buonumore svanisce.
Olivia scrolla le spalle, ma non risponde.
«Sembrano davvero belle persone» insisto. «Insomma, non sono
per niente degli stronzi altolocati.»
«Altolocati? Mio padre fa l’operaio in fabbrica e mia madre lavora
in un’azienda di pulizie. L’unica cosa altolocata che frequenta sono
gli appartamenti agli ultimi piani. Le loro ambizioni, invece, le trovi
immagazzinate dentro gli scatoloni polverosi del seminterrato.»
«Cavolo, fatina, facevo meglio a domandarti come ci sei diventata
tu così, con due genitori come loro a crescerti.»
«Così ottimizzata?»
«No, così stronza!»
Olivia mi mette una mano sulla guancia.
«Oh, Tommaso» si intenerisce, «sai qual è il tuo problema? Che
vivi di definizioni. Cerchi un’etichetta da appiccicare su ogni gesto,
comportamento, persona. Ma la realtà è più sfaccettata di così. Sei
un artista, dovresti saperlo che l’insieme è possibile solo grazie a un
milione di gradazioni distinte. E non è dando un nome a tutte che
avrai il quadro completo.»
Istintivamente le chiudo le dita attorno al polso.
Il suo battito pulsa accelerato.
«Ti piace giocare con le parole.»
«E a te, invece, con cosa piace giocare?»
Cristo… quanto è provocatoria.
«Dimmi cosa è successo sabato scorso sul campo da tennis.»
«Ah no» mi lancia un sorriso beffardo, «fuori discussione. La tua
opinione su di me si schianterebbe sul nucleo terrestre.»
Un’ipotesi mi appanna il cervello.
«Te lo sei fatto negli spogliatoi?»
«Prego?»
«Il tuo investitore. Te lo sei fatto?»
«Dio, no! Ci sono delle regole per quello! Che immagine di me
darei, se mi mostrassi così disponibile con lui?»
Un dolore acuto mi porta a passarle con prepotenza un braccio
attorno alla vita e tirarla a me. Cerco di punirla e le infliggo me
stesso come condanna.
Tuttavia la fatina non protesta. Appoggia una mano ad altezza
degli addominali. Risale piano e si ferma sopra il cuore.
I nostri sguardi si allacciano per un attimo che dura un infinito.
«Perché vuoi la mia storia?» chiede alla fine.
Bella domanda.
Bella davvero.
«Perché sono masochista?»
«Non farlo, Tommaso» mi ammonisce. «Stai facendo l’errore di
cercare in me qualcosa che non mi appartiene, solo per sentirti
meno in colpa per quello che provi.»
«E cosa proverei?»
«Dimmelo tu.»
Mi prende la mano libera, se la piazza a sua volta sul cuore.
Io ascolto il suo, lei il mio.
Stanno scalpitando tutti e due, come cavalli impazziti.
È Olivia a parlare per prima.
«Ora facciamo per un secondo a modo mio. Togli il superfluo di
mezzo. Togli Allyson Ford, togli i Marte e togli anche Dario
dall’equazione. Dimmi cosa ti resta tra le mani. Qui. Adesso.»
«Qualcosa di molto pericoloso» mi incupisco. «E anche molto
stupido.»
La fatina tira dentro una lieve boccata d’aria.
Forse perché i miei polpastrelli la stanno accarezzando sopra il
maglione di cashmere. Forse perché con la mente la sto già
spogliando. Forse perché, mio malgrado, comincio a sentire mia una
persona che non lo sarà mai.
«O-okay, bene» cerca di tenere il punto. «Specifica quanto
stupido.»
«Tantissimo, fatina. Misura fuori scala» mormoro. «Talmente fuori
che ho bisogno che tu mi fermi subito.»
Lei si sporge verso il mio viso.
«Perché dovrei?»
«Perché sto per resuscitare un accordo che ho seppellito.»
Lei smette di respirare.
Arretra di mezzo passo, appiccicando le spalle alla porta.
I miei piedi finiscono tra i suoi, chiudono la distanza tra noi.
«Un accordo che comprende tenerti qui stanotte.»
Le alzo il mento con le dita.
«E poi domattina, fatina. E anche il resto del giorno, se vuoi.»
Lo sguardo di Olivia deraglia nel mio.
Si connette così in profondità che quasi mi fa male.
«Fermami» la imploro. «Fermami adesso, perché uno dei due
deve essere ragionevole e io non ci riesco.»
Non mi ferma.
Le sue mani finiscono agganciate dietro la mia nuca.
La scarica di eccitazione mi si riversa tutta in basso. Mi cade
anche il respiro, mentre la afferro per le cosce e la alzo contro la
porta. Olivia allaccia le caviglie. I nostri bacini addosso, contro, il mio
teso in modo imbarazzante.
Il bacio che arriva è la somma di tutti i baci che non le ho dato
quando avrei voluto. Chiudo gli occhi e mi abbandono sulla sua
bocca. È una pessima idea, tuttavia non riesco a smettere di
toccarla, come se le mie mani volessero impararla a memoria per
poi dipingerla senza l’uso della vista.
Il modo in cui lei si arrende mi manda in paradiso.
Come se fosse mia.
Mi blocco di colpo.
Dio, non devo neanche pensarla, una cosa del genere.
Olivia approfitta del mio stordimento per riportare le gambe a
terra. Non so quando si sia tolta le scarpe, ma con un gesto veloce
si abbassa i pantaloni e li scalcia via. Resta scoperta per metà, il
maglione di lana sopra e niente sotto. Il contrasto è incredibile.
Le afferro le natiche, la premo su di me. Sentirla addosso è una
trappola senza fine.
«Mi desideri?» chiede, sulle mie labbra.
Soffoco una risata canzonatoria. «Vuoi controllare quanto?»
«Sì.»
Lo dice seriamente, e altrettanto seriamente mi sbottona i jeans,
liberandomi i fianchi e conquistando la completa visione di quanto
sono eccitato.
«Okay» esclama, prima di afferrarmi con la mano. «Direi che mi
desideri.»
Il fiato si dilegua dai polmoni, la vista diventa appannata.
Cazzo.
Non so dopo quanto la interrompo prendendola per la vita. La
maneggio in modo che mi dia la schiena. Le sollevo i fianchi. Olivia
si sorregge sugli avambracci, appoggia la guancia sulla porta. Sta
soffrendo l’attesa. La sto soffrendo anch’io.
Nel momento in cui mi faccio strada dentro di lei, il mondo cessa
di esistere.
La fatina mi accoglie con un mugolio di approvazione e io vengo
sommerso dall’eccitazione fino alle punte dei piedi. E poi c’è un
sentimento che non conosco, che sgomita per farsi spazio. Non è
amore e non è odio, si nasconde, si confonde. Tuttavia, esiste.
È qualcosa.
Provo qualcosa per la fatina, ed è così violento che diventa
impossibile ignorarlo. Mi obbliga a dare un significato a quello che
stiamo condividendo, mentre mi muovo in lei con le sue dita che
stritolano le mie. È tutto talmente intenso che mi domando come mai
io la senta così…
Scatto all’indietro, interrompendo tutto.
«Porca puttana, il preservativo!»
Voltandosi, Olivia sbianca.
È una maschera di confusione.
«Merda, fatina!» esclamo. «Perché non mi hai detto niente?»
«Io…» si morde il labbro, è sconvolta. «Cavolo, non ci ho
pensato…»
Sto per dirle che è un’incosciente, ma nemmeno io fino a due
secondi fa ero questo grande esempio di razionalità, per cui che
cosa posso aggiungere che già non direi a me stesso?
«Non ho avuto rapporti, dopo Stefano» mi rassicura. «Cioè, oltre
che con te, intendo. E le mestruazioni mi sono finite da due giorni.
Non è successo niente.»
È successo ben più di niente.
«Tu non hai preservativi?» azzarda.
«No» ribatto, cupo. «A parte l’unica volta con te, dopo Allyson non
sono stato con nessuna, come già sai.»
«Vado a prendere i miei?»
Dille di no.
Dille che è meglio così. Dille che se ne vada a casa sua e basta.
«Sì.»
Madonna!
I criceti al posto dei neuroni, ecco cos’ho!
Olivia si infila i pantaloni senza le mutande e un minuto più tardi è
di ritorno con la confezione. Pesca una bustina colorata e me la
porge tra l’indice e il medio.
Allontanala.
Non faccio in tempo: lei mi allaccia le braccia al torso, si prende la
mia bocca per baciarmi piano.
Torna ad avvolgerci la magia. Mi basta chiudere gli occhi per
precipitare in uno stato di sconsiderata euforia. Mi basta tornare
dentro di lei per dimenticare ogni cosa. Mi muovo, la inseguo. Lei si
lascia inseguire, si lascia prendere. Stavolta la sento di meno attorno
a me e di più dentro di me.
Cado e salgo su una montagna russa che corre senza controllo.
Olivia mi tira le dita, sospira, asseconda la frustrazione, infine
accoglie l’orgasmo per dei lunghi secondi così intensi che scatenano
anche il mio.
Senza fiato, affondo la testa nella sua spalla. La stringo e
recupero il respiro, immerso nell’odore assuefacente della sua pelle.
Restiamo così per qualche secondo. Forse un intero minuto.
Forse un’eternità.
Non parlo unicamente perché ho paura di ciò che potrebbe
uscirmi dalla gola. Nessuna frase è attendibile dopo un orgasmo, e
le mie sono particolarmente impulsive anche in circostanze normali.
Ascolto il respiro di Olivia farsi regolare.
Potessi fermare il tempo, questo sarebbe il momento per premere
“pausa” e godermelo. Non sarà perfetto, ma lo riconosco come il
picco più alto dell’ultimo anno. Azzardo e individuo il barlume che mi
incendia a metà tra polmoni e cuore.
È una scintilla di spiazzante, incredula felicità.
Mi domando se si senta così anche lei, oppure se l’unica vittima
sia io.
Olivia ricambia la stretta, poi scivola di lato. Mi lascia un bacio
veloce sulle labbra.
Sorride.
E questa è la prova che cerco. Anche lei è felice. Il suo corpo lo
dichiara. Postura, espressione, fossette sulle guance. Tutto.
Mi regala una carezza sul viso, prima di lasciar penzolare il
braccio lungo il fianco.
Di’ qualcosa, fatina.
Ti prego, di’ qualcosa.
«Io…» Il sorriso svanisce in una smorfia di rammarico. «Devo
finire la valigia.»
Non ci capisco niente.
«Valigia? Quale valigia?»
Lei raccatta i vestiti sparsi, si infila i pantaloni, chiude il bottone.
«Domani Dario mi porta alle terme private dei Ghisleri. Hanno
organizzato una festa e alla sera restiamo per la loro cena di Santo
Stefano.»
E la magia si spacca.
Prima in due, e poi ancora, e ancora, e ancora, in pezzi sempre
più piccoli, finché nelle mie mani restano un milione di frammenti
rotti, gli effetti collaterali di quello che non saremo mai.
Con un’unica frase, ha tolto il significato a tutto ciò a cui io l’ho
dato.
«Giusto» mi sforzo di riconoscere. «Grazie per avermelo
ricordato.»
Mi rivesto anch’io, spalanco la porta.
Non ci prova a restare. Abbassa la testa e se ne va come una
ladra.
Nel silenzio assordante dell’appartamento, mi risale in gola una
risata isterica.
Due minuti più tardi mi rintano nel vapore caldo della doccia, sotto
lo scroscio d’acqua. Cerco di cancellarmela di dosso eppure, quando
torno in salotto con i capelli umidi, capisco che non è servito a
niente. È sempre lì.
A quel punto noto un pezzo di carta sul pavimento.
È davanti alla porta, deve essere stato infilato attraverso la
fessura. Mi inginocchio, lo raccolgo.

Dopodomani ho un buco in pausa pranzo. Vieni nel mio ufficio alle


13, ti accompagno a prendere il completo per il Gala.
Ti lascio l’indirizzo e il mio numero di telefono.
Liv

Liv.
Be’, ciao Liv.
E grazie per avermi appena ucciso, Liv.
15
Olivia

«Sì, l’articolo 8 del contratto. Esatto.» Puntello i piedi sotto la


scrivania. «Vede la specifica?»
Dall’altra parte del telefono, il cliente borbotta che ho ragione,
anche se è evidente che qualcosa non gli torna. Ne ha motivo. Ma
l’inghippo è nascosto così bene dentro il contratto confezionato ad
opera d’arte che solo un consulente altamente specializzato è in
grado di interpretare la clausola vessatoria.
Quella che ho messo io.
E che ora dovrei indicargli.
E che non gli indicherò.
La Sound Industry allaccerà i contatti con i Lodisini e non con i
Marte e io li sto vincolando per cinque lunghi anni.
Per un attimo spero che i loro uffici legali questionino il contratto e
lo invalidino, ma anni di gavetta presso lo squalo numero uno mi
hanno insegnato a mimetizzare bene le fregature.
Riaggancio e, con uno sbuffo, lancio la matita sulla scrivania.
Dio… è tutto sbagliato.
Va bene giocare con chi sa di essere sulla scacchiera, mai avuto
problemi in quel senso. Ma esistono dei limiti invalicabili. La Sound
Industry si fida di me. E, per quanto ne dicano gli altri, io nutro
infinito rispetto per il lavoro che svolgo.
Fino a oggi, perlomeno.
«Olivia?» La testa di Teresa fa capolino sulla porta.
Raddrizzo la schiena e in automatico mi specchio sul monitor del
pc. I capelli sono in ordine, ma a furia di torturarmi le labbra il
rossetto è sparito ed è comparso un taglietto verticale al centro.
«È arrivato qualcuno, per caso?» le chiedo.
«No…» Mi rivolge un sorriso teso. «Io e gli altri stiamo scendendo
per il pranzo.»
L’orologio segna le tredici e tre minuti.
Sono solo tre minuti di ritardo.
Potrebbe presentarsi in ogni momento.
«Okay. Ci vediamo dopo.»
«Vuole che le porti qualcosa da asporto?»
«No, grazie, forse non ci sarò quando rientrate. Potrei assentarmi
per un po’.»
Evito di confessarle che non riuscirei comunque a mangiare
niente, visto che ho lo stomaco ingarbugliato all’idea di rivedere un
certo artista. Sono trascorse meno di quarantotto ore dall’ultima volta
che sono stata con lui e mi sembrano quarantotto di troppo.
Mi manca.
È una verità così brutale.
Provo nostalgia per lui.
La sento schiacciarmi il petto e non so neanche da che parte
cominciare per analizzarla.
Da quando è entrato nell’appartamento assieme ai miei genitori, il
pomeriggio di Natale, la mia testa è diventata un pot-pourri di
indicibile casino.
È stato così strano vederlo a suo agio con loro, mentre ce ne
stavamo compressi al tavolo del suo cucinino. È stato così strano
vedere loro così amabili con lui. Con Stefano Marte erano sempre
sull’attenti, vivevano la sua presenza come un continuo esame. Gli
piaceva, per carità – Stefano piace a chiunque – tuttavia non lo
hanno mai guardato come hanno guardato Tommaso. Per la prima
volta li ho visti allineati a una mia decisione.
È la tua decisione che non apprezza te.
Silenzio la vocetta fastidiosa e apro il browser del computer per
ingannare il tempo. Niente, tuttavia, riesce a cancellarmi dal cervello
l’espressione schifata di Tommaso mentre scappavo alla chetichella
dal suo appartamento.
Quanto avrei voluto mentirgli, rimanere per la notte. Svegliarmi
per prima e preparare il caffè con la sua moka ammaccata.
Ma alzarmi dal suo letto la mattina dopo e dirgli che avrei
trascorso la giornata al fianco di un uomo che lui detesta mi pareva
ancora peggio.
Per correlazione penso alla differenza di qualità tra la sera di
Natale con lui e il Santo Stefano di me e Dario dai Ghisleri. Il salto è
così in basso che mi viene da vomitare il nulla che ho nella pancia.
Alla tenuta ci siamo arrivati sulla sua Maserati. Quando sono
scesa in parcheggio, Dario mi ha messa al suo braccio e da lì è stato
un susseguirsi di riflettori puntati addosso. Un magnate che si
presenta in società accanto a un’altra donna appena dopo aver
messo il punto al suo secondo matrimonio naufragato? Avrei attirato
meno attenzione se mi fossi presentata come Beyoncé si veste ai
suoi concerti.
Inoltre, al contrario del Gessi e dell’incontro al Tennis Club, ieri si
è trattato di un’uscita ufficiale.
Una dichiarazione di stato.
Presentandomi con lui, ho dichiarato all’élite la mia nuova
posizione sulla scacchiera. Accettando il suo invito, ho dichiarato a
lui che siamo vicini a concludere un affare che va oltre il
professionale.
Devo solo ringraziare i casini burocratici che gli sta dando la sua
seconda moglie, ora ex, se lui ci va piano con me.
«Già» mi accanisco sulla rotellina del mouse, «ci va proprio
pianissimo…»
Chiudo gli occhi. Respiro a pieni polmoni.
In onestà, ci sono stati dei tentativi da parte sua. In grande parte
discreti. Un dito che mi accarezzava la schiena mentre l’avvocato
Fossa ci intratteneva con i commenti sull’ultimo caso di avvocatura
mediatica. Il palmo premuto un po’ più a fondo sul mio fianco,
quando mi ha scortato ai nostri posti per la cena allestita nel grande
salone a vetrata affacciato sulla campagna brianzola.
Gesti semplici, ai limiti del casuale.
Che non riesco più a fingere di tollerare.
Che mi fanno sentire malissimo.
Come se, solo consentendoli, stessi facendo un torto a qualcun
altro.
Considero che è assurdo. La lealtà assoluta che il mio corpo
prova per un uomo che mi considera inaccettabile è assurda. Eppure
è un dato di fatto. Se è vero che siamo fatti di chimica, lui è l’unico
reagente che funziona con me: il resto è un fastidio insopportabile.
È per questo che, dopo la cena, ieri sera mi sono rintanata nella
cucina della villa dei Ghisleri, da sola, a cercare rifugio all’ombra del
gigantesco mobile a muro in noce e marmo.
Ho sradicato uno degli sgabelli alti da sotto l’isola al centro della
stanza e mi ci stavo per sedere, quando ho registrato un movimento
sulla porta.
Dario.
Avermi seguita ha acceso il sospetto. L’ombra scura nei suoi occhi
che mi braccavano è stato il campanello d’allarme.
L’istinto è il meccanismo che ci tiene in vita. E il mio istinto, ieri
sera, mi gridava di fuggire a gambe levate.
Non l’ho fatto.
Invece ho soffocato il brivido di panico e, facendomi forza, ho
sostenuto il suo sguardo mentre si avvicinava.
Lui il predatore, io l’agnellino lontano dal branco.
Per un attimo ho sentito nelle orecchie la voce del mio ex
istruttore di difesa personale.
Non sottovalutare l’avversario.
Difendi la distanza.
Scappa appena puoi.
Non sono scappata.
Se lo avessi fatto, gli avrei dato la misura del mio disagio quando
restiamo da soli, ed è un vantaggio che lui non deve avere.
Grazie al cielo, una tizia del catering ci ha interrotti per recuperare
delle casse di vino. Il padrone di casa è sopraggiunto poco dopo con
un assessore sottobraccio e poco più tardi mi sono dichiarata
stanchissima e ho chiamato un taxi per tornare a Milano. Dario era
scontento, ha insistito perché restassi a “discutere di affari con gli
altri” e poi “dormire in una delle tante stanze della tenuta a
disposizione per gli ospiti”.
Certo. Affari.
Mi domando cosa penserebbe Tommaso di questi affari. O del
fatto che gli ho mentito.
Gli ho fatto credere che il piano di risanare attraverso Lodisini stia
procedendo lento per volontà di entrambi, quando in realtà sono
l’unica che non vuole accelerare. Dario mi avrebbe scopata la prima
sera e tutte quelle a venire, purché avessimo mantenuto la
discrezione per via del suo problematico divorzio.
Ormai è solo questione di tempo.
Mi avvento sul mouse, focalizzando la seconda cazzata di ieri.
Durante la cena un tizio ha nominato il Gala alla Galleria e io ho
incautamente espresso a voce alta il desiderio di andarci.
Sapevo che Dario aveva già confermato la sua presenza a una
festa privata di un deputato milanese molto in vista, e sapevo anche
che io non sarei stata ammessa perché è quel genere di festa
privata a cui non si portano mogli o future fidanzate. In ogni caso, la
regola è fingere di non sapere e per quanto mi riguarda Dario può
portarsi a letto anche i comodini: io volevo solo essere presente
all’esposizione a cui Tommaso ha lavorato così tanto. Vederlo felice
mentre gli altri si rendono conto di quanto è bravo, magari tornare a
casa insieme e convincerlo a stare con me il giorno successivo, noi
nell’ozio tra lenzuola e divano, una parentesi di paradiso prima di
tornare in trincea.
Be’, la buona notizia è che andrò al Gala.
Con il signor Lodisini, che non appena ha captato il mio desiderio
ha disdetto il suo impegno confermando con una mail istantanea la
sua presenza e quella della sua “più uno” alla Galleria.
La rinuncia al festino delle perversioni per trascorrere la notte di
Capodanno con me ha un solo significato: la sua pazienza è
terminata.
Emettendo un sospiro esasperato, controllo l’ora.
Le tredici e trentanove.
Trentanove minuti di ritardo definiscono un bidone, nel gergo
comune?
Sant’Iddio, perché mi sto illudendo così?
È logico che non verrà.
Con un clic, minimizzo la proposta dell’azienda di logistica che sto
concludendo e apro uno dei principali siti di gossip americano.
Digito “Allyson Ford” e poco dopo mi ritrovo a fissare il volto della
donna che ha rubato ogni grammo d’amore di Tommaso. È sul
carpet di un evento musicale con un abito da principessa moderna di
Elie Saab dai toni blu e acquamarina sfumati. Ha i capelli biondi, due
labbra sexy ai limiti del pornografico e tiene le braccia avvinghiate al
torace del cantante degli Space Predators.
Negli scorsi giorni ho letto valanghe di articoli su loro due, e
Tommaso non è menzionato in nessuno. Nemmeno il matrimonio
con Allyson è mai stato nominato. Viene soltanto specificato che
Allyson, all’inizio della relazione con Liam J, “usciva da una relazione
importante”. Niente di più.
Scorro l’articolo che finisce con un video: Liam J, una parolaccia
dopo l’altra, si sposta i capelli lunghi dal viso e attraversa l’aeroporto
di Toronto dichiarando eterno amore alla fidanzata.
Per carità, mi piace la sua musica, ma come accidenti ha potuto
Allyson preferire questo individuo quando aveva lui? Sarà anche
ricco sfondato e adoratissimo da orde di fan, ma Tommaso è… be’, è
così superiore in tutto. Oltre a essere oggettivamente stupendo, è un
amante generoso e dà valore a quello che prova. È uno che, quando
ama, lo fa senza limiti. Non che io godrò mai di tali privilegi, ma
persino quel poco che ho condiviso con lui batte ogni altra
esperienza.
Un link sottostante calamita la mia attenzione.
Con la mano instabile, ci clicco sopra.

Beccato con una rossa! Fidanzamento al capolinea per Liam J?

Los Angeles non è mai stata così calda! Mentre la sua fidanzata sta
trascorrendo le vacanze natalizie sottozero tra la neve del Colorado
con la famiglia, Liam J sembra voler innalzare le temperature del
circondario: una sessione improvvisata di autografi con i fan (foto 1)
si trasforma in un momento hot mentre lui firma il seno a una procace
rossa (foto 2) con cui poi sale in taxi. (foto 3) Termine della corsa? La
residenza di Bel-Air… che lui condivide con Allyson!
L’ereditiera gli perdonerà questo colpo di testa, oppure tra loro è finita
per sempre?

Controllo quando è stato pubblicato.


Porta la data di oggi.
Il particolare mi metta in agitazione, ma non significa niente.
Niente.
Deglutisco il groppo alla gola e chiudo il sito giusto in tempo per
udire i miei dipendenti rientrare dalla pausa pranzo. Giulia sta
ridendo di una battuta sui grafici e Teresa la sta rimbrottando come
al solito.
Qualche secondo più tardi, la porta dell’ufficio si apre.
«Olivia, è ancora qui» si sorprende la mia assistente.
«Sì, certo.» Fingo indifferenza. «Il mio impegno è saltato.»
«Oh.» Sparisce per ripresentarsi subito dopo con un contenitore
per alimenti. «Mi sono permessa di prenderle un bagel con il
prosciutto e l’insalata» dice, appoggiando il bottino sulla scrivania.
Cavolo, è sempre così gentile…
«Lo hai messo in nota spese?»
«Non proprio. Se non lo avesse mangiato lei, lo avrei portato a
casa a una delle idrovore che ho partorito.»
«Teresa!» la rimprovero. «Quante volte devo dirti di mettere in
nota spese le cose che compri per l’ufficio o per me?»
«Tante. Su, lo mangi. Da quando è arrivata, stamattina, avrà
bevuto sì e no un bicchiere d’acqua e un caffè. Nel frattempo, la
avverto che il signor Lodisini ha intasato la casella vocale della linea
fissa.»
Merda!
Sblocco il cellulare abbandonato in un angolo della scrivania. Lo
avevo impostato silenzioso per staccare, e infatti ci trovo troppe
chiamate perse di Dario.
Niente da Tommaso.
«È un tipo insistente, il signor Lodisini» butta lì Teresa.
Non ha idea di quanto riesca a esserlo. Per quanto ne sa lei, è
solo un cliente fastidioso che sconfina nella maleducazione.
«Già.»
Afferro il contenitore con il bagel. Il profumo del pane caldo
innesca un principio di appetito.
«Non mi piace» si sbilancia Teresa. «Lodisini, intendo. Contro i
bagel non ho niente.»
Tendo le labbra in una linea dritta. «Gente come lui non è fatta per
essere amata. Solo per essere temuta o evitata.»
«Lei però non lo teme… e nemmeno lo evita» osserva. «Se
chiama di nuovo, glielo passo?»
«Lo richiamo io. Grazie per il bagel, Teresa.»
«Ma si figuri. Poi Giulia avrebbe bisogno di un controllo per la
consulenza con la Micellar. Da quando sta organizzando il suo
matrimonio, tende a essere molto restrittiva. Dice che si sta
preparando per redigere le clausole di vita a due.»
Sorrido. «Certo. La raggiungo più tardi.»
Lei esce, io chiudo gli occhi e affondo i denti nel pane fragrante.
Lo divoro in pochi bocconi, rendendomi conto di quanto avessi
bisogno di nutrirmi.
Ce la posso fare a tenere in piedi tutto.
Ce la posso fare.
Riprendo il cellulare e chiamo Dario. La sua voce esplode
nell’altoparlante. Lascio che si sfoghi mentre blatera che da me si
aspetta più partecipazione e più sacrificio del tempo personale e, nel
frattempo, inghiotto un sorso d’acqua assieme a una nuova
consapevolezza.
Non ce la sto facendo.
Mi sto illudendo di reggere la pressione, ma sono a un passo
dall’impazzire e l’unico che riesce a tenermi lontana dalla voragine
odia persino l’attrazione che prova per me.
Tamburello la matita sul ripiano. Stasera dopo l’ufficio potrei
presentarmi da lui a tradimento. Sembra uno che butta volentieri via
del tempo sul divano di fronte a un film senza pretese, magari se
gliela vendessi in modo convincente…
Ah, chi voglio prendere in giro?
Gli ho dato il mio numero di telefono e non l’ha usato. Oggi non è
venuto. Non mi aprirebbe nemmeno.
Almeno al Gala mancano pochi giorni.
Lì non potrà evitarmi.
Per il resto, ho bisogno di un miracolo.
16
Tommaso

Beccato con una rossa! Fidanzamento al capolinea per Liam J?

Los Angeles non è mai stata così calda! Mentre la sua fidanzata sta
trascorrendo le vacanze natalizie sottozero tra la neve del Colorado
con la famiglia, Liam J sembra voler innalzare le temperature del
circondario: una sessione improvvisata di autografi con i fan (foto 1)
si trasforma in un momento hot mentre lui firma il seno a una procace
rossa (foto 2) con cui poi sale in taxi. (foto 3) Termine della corsa? La
residenza di Bel-Air… che lui condivide con Allyson!
L’ereditiera gli perdonerà questo colpo di testa, oppure tra loro è finita
per sempre?

***

Tommaso: Sto per fare una cazzata.


Caterina: Quando mi scriverai qualcosa di inaspettato? Che so, un
colpo di scena, boom, ehi, scrivimi che stai per fare qualcosa di
sensato e morirò sul colpo.
Caterina: Dài, sto scherzando. Ti ascolto con un orecchio (con l’altro
sto ascoltando la colonna sonora del videogioco di mio fratello e mia
cognata per addormentarmi.)
Tommaso: Grazie per essere di grande aiuto, Marte.
Caterina: Merda.
Tommaso: Cosa?
Caterina: Tommaso TomTom Bresso Cattaneo, non fare cazzate! Hai
capito? Questa non è un’esercitazione: NON FARE CAZZATE!
Tommaso: Disse miss Casini Infiniti. Comunque, non so a cosa ti
riferisci.
Caterina: Tommaso! Non prendermi in giro! L’articolo!
Tommaso: Quale articolo?
Caterina: Come sarebbe, quale articolo? Non mi hai scritto per
quello?
Caterina: Merda. Non aprire l’articolo che ti ho mandato. NON
APRIRLO!
Tommaso: L’ho aperto.
Tommaso: È una stronzata come gli altri, sai come funzionano
queste cose.
Caterina: Sarà…
Caterina: Bresso, sto crollando addormentata. Ci sentiamo a voce,
ok? Ti chiamo su Skype nei prossimi giorni.
Tommaso: Ok.
Caterina: Ti voglio bene.
Tommaso: Mi devo preoccupare?
Caterina: Un po’. Ma ti voglio bene sul serio.
Tommaso: Dormi, Marte.
Tommaso : Ah, quando ti svegli mi spieghi come accidenti si sceglie
un vestito per un Gala?
17
Olivia

Ritocco il mascara e osservo il risultato finale nello specchio del


bagno, gentile eredità della tizia insulsa e della sua ex coinquilina.
Per salutare l’anno più orrendo della mia vita ho appuntato i
capelli in uno chignon sulla nuca e mi sono infilata dentro uno Zac
Posen bianco lucido, a sirena, che lascia scoperta la schiena fino
alle fossette di Venere. Il trucco sulla faccia, invece, copre gli indizi di
quanto poco stia dormendo in questo periodo.
Sono a pezzi.
Dopo Santo Stefano sono rimasta in ufficio tutti i giorni fino a tardi
a cercare alternative inesistenti per far risorgere la R-Licensing.
La situazione è drammatica, eppure il cervello non fa che deviare
sull’uomo che vive dall’altro lato del muro. Come se non riuscisse a
focalizzarsi su altro.
Ad aggravare il quadro, dopo essere scappata dalla festa dei
Ghisleri, Dario continua a tampinarmi. Mi sono inventata che in
questi giorni sto dormendo dai miei genitori per via di una
ristrutturazione nell’appartamento in Brera che non possiedo più, e
questo è il motivo per cui sono riuscita a evitarlo.
Per questo, e perché Dario si è preso la libertà di prenotare una
suite nell’hotel della Galleria per noi, stasera.
Sbuffando, esco dal piccolo bagno cieco e cerco il muro che
divide l’appartamento da quello di Tommaso.
Quando l’ho sentito uscire di casa, un paio d’ore fa, sono corsa
alla porta riuscendo a vedere i suoi capelli spettinati e una sacca per
abiti gettata di traverso sulla spalla, attraverso lo spioncino.
Ed è esattamente così che mi sono ridotta: a spiare un uomo,
imbucandomi senza il suo permesso all’evento che potrebbe
svoltagli la carriera, solo perché non sono capace di rinunciare a…
cosa? A qualcuno che ama la sua ex moglie, che peraltro è
presumibilmente appena tornata single? Qualcuno con cui, per un
milione di motivi, non è previsto nessun tipo di futuro?
Infilo la trousse da bagno dentro la valigia di Vuitton e chiudo la
cerniera con uno scatto secco. Dentro ci ho messo esattamente
quello che Dario mi ha chiesto di metterci, da gran signore qual è.
Dentro mi sa che ci ho messo anche ciò che resta della mia
dignità.
È quando mi accorgo di quanto sono caduta in basso che il
telefono mi dà il colpo di grazia e squarcia il silenzio. Il cuore
sfarfalla considerando l’unica ipotesi impossibile.
Mi illudo che sia Tommaso, invece sullo schermo compare il nome
di mia madre.
Sto per rifiutare, ma alla fine cedo e prendo la chiamata.
«Olivia! E dire che era un tentativo fatto così, cioè, mica ci
speravo che mi avresti risposto davvero… ma che bello che mi hai
risposto subito.»
«Cosa c’è, mamma?»
«Niente, volevo solo sapere come stavi, come festeggerai l’anno
nuovo. E tuo padre vorrebbe salutarti.»
La contentezza nel suo tono allarga una crepa sottile al centro del
torace.
«Okay» mi arrendo. «Passamelo.»
«Oh. Certo!» Allontana il telefono per gridare: «Alberto! Alberto
vieni che c’è tua figlia al telefono!»
Basta davvero così poco per rompere gli argini, oppure sono
arrivata al punto che persino una piuma mi pesa come cemento?
«Ora arriva» continua mia madre, concitata. «Tommaso sta bene?
Andate da qualche parte stasera?»
«Io…» fatico a parlare, farlo mi costa una fitta. «Cioè, lui espone a
una mostra importante, stanotte. È già là.»
«Stai per raggiungerlo? Non voglio rubarti tempo.»
Non me lo rubi, vorrei dirle. Sono io a non meritarlo.
«Sì, tra poco arriva il taxi» mi sforzo di rispondere.
«Allora fagli tante congratulazioni da parte mia e di tuo padre. E,
Liv…»
Aspetto le sue parole come un assetato d’estate.
«So che sei adulta e che sei in grado di prendere le tue decisioni
da sola, so quanto tu vada fiera della tua indipendenza e so anche
che odi quando mi intrometto, ma ci tenevo tanto a dirtelo. Negli
ultimi tempi mi hai fatto preoccupare un sacco. Sei dimagrita, non
rispondevi mai al telefono. Orari assurdi al lavoro. Sempre così sola,
o con gente che… Non hai idea di quanto io sia sollevata di saperti
felice.»
Il crack è netto, sotto lo sterno.
Netto e crudele.
La realtà è così distante dalla fantasia che mio malgrado io e
Tommaso le abbiamo propinato che un paio di lacrime sfuggono al
controllo, avventurandosi oltre il trucco waterproof.
Lascio che scivolino sul mento e si schiantino sul vestito bianco.
La stoffa le assorbe come un difetto necessario.
Mia madre mi saluta, mi passa mio padre. Saluto frettolosamente
anche lui, riaggancio e scendo in strada. È la prima volta che utilizzo
un taxi da quando sono caduta in disgrazia, ma stasera è
praticamente obbligatorio.
Non si arriva a uno dei più prestigiosi spazi in Galleria Vittorio
Emanuele II prendendo la metro.
La sera dell’ultimo giorno dell’anno esibisce un cielo limpido e
gelido da carta del presepe. Aspetto camminando avanti e indietro,
congelandomi i piedi su costose scarpe scomode, il respiro che si
condensa davanti alla bocca.
Pochi minuti più tardi il taxi si ferma di fronte al portone.
Salgo e do l’indirizzo al tassista, annientata dalla certezza che
dopo stanotte niente sarà più come prima.

***

Non appena le porte dell’ascensore si spalancano sul primo


piano, le luci del corridoio mi accecano.
Di norma il lusso raffinato ha un effetto confortante, mi ricorda che
sono nel punto che ho sempre desiderato, sul gradino sociale che mi
sono guadagnata lavorando sodo.
Non stasera.
Stasera, mentre cammino lungo il corridoio dell’edificio di Milano
più centrale che esista, dove i rumori del traffico sono un ricordo e la
luce è morbida e avvolgente, la distanza che ho faticosamente posto
tra me e la ragazzina quattordicenne che andava a scuola con i
maglioni dei grandi magazzini e i jeans di seconda mano si annulla.
Avanzo sotto gli archi di muratura, tra i divanetti d’epoca e mobilio
classico di alto design, addomesticando per la prima volta dopo anni
la sensazione di essere fuori luogo.
Deve essere colpa del posto in cui sono finita a vivere. Mi ricorda
che a volte la vita non progredisce, come in una pessima partita fa
solo il giro per riportarti di peso al punto di partenza.
Avanzando, sbircio la mia sagoma riflessa sulla vetrata che si
affaccia sulla Galleria.
Il mio Zac Posen sfuma nell’immagine di una comitiva di turisti
giapponesi che percorre il passaggio di sotto, verso i festeggiamenti
in piazza Duomo.
La ragazzina che ero si sarebbe confusa tra loro.
La donna che sono passeggia sopra le loro teste.
Prendendo un sospiro, alzo il bordo del vestito e mi obbligo a
procedere verso la sala.
Ho consegnato la valigia e il soprabito alla reception, come da
indicazioni di Dario. L’addetto è stato gentilissimo, mi ha rassicurato
che non ci sarà bisogno di passare a riprenderli perché li ritroverò
già sistemati una volta arrivata nella suite.
Proseguo. Ogni passo in più è un passo verso il patibolo di una
conclusione orrorifica, e il braccio che mi agguanta non appena
entro nello spazio dedicato al Gala è il cappio che mi sono infilata al
collo da sola.
«Tesoro.» La zaffata alcolica mi arriva dritta in faccia. Dario ha già
cominciato a testare la qualità dell’offerta alcolica della serata.
«Buonasera» lo saluto, cercando di ripristinare le distanze. Non ci
riesco. Lui mi prende una mano, la bacia, mi fa stupidamente
volteggiare sul posto.
«Sei un incanto stasera, Olivia.»
Si sofferma sul punto in cui la stoffa smette di coprire la schiena,
poi scende fino ai piedi. Il modo in cui mi soppesa mi fa sentire una
proprietà di prossima acquisizione.
Non mi piace, ma lui non se ne accorge neanche. Completa
l’opera attirandomi a sé, sento le sue dita arpionarmi il fianco.
«Mentre ti aspettavo, sono passato a controllare la nostra camera»
mi sussurra all’orecchio.
Sarà l’alito che gli puzza di alcol, sarà che il suo profumo è troppo
intenso, ma anche se non mangio nulla da ore mi viene da rimettere.
«Ah, sì?» deglutisco.
Lui sfiora il profilo del mio collo con la bocca. «Sì, tesoro. È
semplicemente perfetta per quello che ho in mente.»
Inclino la testa per sottrarmi, ma lui deve tradurlo come un invito.
«Questo vestito starà una meraviglia sul pavimento.»
Dio!
Ho bisogno di bere.
Sì, ho bisogno di bere e anche di cambiare nome, numero di
telefono ed eventualmente Stato di residenza.
Gli lancio un sorriso di plastica, mentre sguscio di lato. L’obiettivo
a brevissimo termine è dileguarsi. Cerco una via di fuga nel viavai di
persone che ci circondano come sagome di cartone ma le gambe si
irrigidiscono di colpo.
Il passo indietro che compio per sorreggermi non è sufficiente a
sostenere la forza dello sguardo più freddo e inospitale che mi sia
mai stato rivolto.
Il cuore precipita in picchiata libera.
Fermo nella moltitudine di persone che brulicano tenendo calici e
tartine tra le mani, in un vestito sartoriale scuro che gli sta da dio,
Tommaso Cattaneo non mi guarda: mi perfora con un’intensità che
mi toglie il pavimento da sotto i piedi.
Il suo volto è un concentrato di disgusto.
Mi domando cosa abbia visto e cosa abbia capito di quanto ha
visto, ma ho paura che entrambe le risposte non mi piacerebbero.
Lui appiattisce le labbra in una linea, scuote la testa.
Arretra.
«Olivia, tesoro, dove vai?»
Mi accorgo che mi sto spostando solo perché Dario mi trattiene
dal farlo.
«Io…» Nell’istante in cui mi volto, l’ho già perso. «Solo un
attimo… al bagno.»
«Ti aspetto» promette Dario, ma lo ascolto di striscio.
Con il cuore in gola, mi infilo tra le signore in lunghi vestiti eleganti
e uomini in smoking. Lo cerco disperatamente, non lo vedo da
nessuna parte. In compenso sfioro un cameriere, agguanto un calice
dal vassoio e svuoto il contenuto direttamente in gola.
Proseguo costeggiando la distesa di quadri appesi. Il tema della
mostra è la Notte Fiabesca e la selezione presentata è ristretta e
ben selezionata. Non è mia intenzione ammirarla adesso, ma con la
coda dell’occhio scorgo la tela al mio fianco e sono costretta a
inchiodare sul posto.
Una ragazza in jeans e Converse è seduta sul marciapiede, sta
brindando con un aperitivo assieme a una modella fashion che agita
una bacchetta magica per aria. Sullo sfondo una torre con l’orologio
segna lo scoccare della mezzanotte e, poco distante, un cellulare sta
vibrando sull’asfalto. Chiamata in ingresso: principe. Ma nessuna
delle due lo sta badando. Sulla cover del telefono c’è anche scritto
“questa mela non è avvelenata”.
È tutto così colorato, esagerato e chiassoso che mi domando che
razza di spettacolo pirotecnico sia Tommaso quando non è con me.
Ogni forma d’arte costringe l’autore a mostrare qualcosa che in altre
circostanze terrebbe nascosto. L’arte lo mette a nudo di fronte agli
estranei. Chi è dall’altra parte deve solo fare lo sforzo di mettere a
fuoco.
Sui tacchi, nel mio Zac Posen, è quello che cerco di fare.
Ci vedo notti insonni e una mano che si muove consapevole.
Ci vedo capacità di trasformare emozioni in prodotti visivi.
Ci vedo sarcasmo, allegria e una sana dose di autoironia.
Ci vedo talento.
Molto talento.
«Che cazzo ci fai qui?»
E poi la sua voce.
Mi volto. La folla ci comprime, me lo ritrovo più vicino del previsto.
L’aria mi galleggia nei polmoni. «Tommaso…»
«Ti ho fatto una domanda, signora Ranieri.»
Nessuno in particolare sembra fare caso a noi ma, per
esperienza, so che questi posti hanno orecchie ovunque.
«Non parliamone davanti a tutti» lo prego.
«Cioè, sei arrivata così in basso da volerti appartare con me
mentre il tuo fidanzato è nella stessa sala?»
«No!» Due signori in smoking si girano per squadrarci.
Mi mordo la lingua e abbasso il tono. «Per favore, possiamo
discuterne da soli? Giuro che non ti rubo più di un attimo.»
«Mi hai già rubato ben più di un attimo. E, ehi, pensa un po’? È
venuto fuori che non posso chiedere il reso.»
«Il tuo umorismo» alzo gli occhi al cielo.
«Cos’ha?»
«Niente.» Lo prendo alla sprovvista posandogli una mano sul
braccio. Insegna karate, potrebbe liberarsi in due secondi. Però non
lo fa. «Due minuti, Tommaso. Due minuti e poi non mi vedi più.»
«Certo. Non ti vedo più mentre sei nella stessa sala per tutta la
notte, a farti palpeggiare dal tuo prezioso investitore.»
Penso che se ne stia per andare, invece la sua mano mi piove
sulla schiena nuda spostandomi di lato, e l’attimo successivo il
gomito di un tizio svirgola nel vuoto invece che contro la mia spina
dorsale.
Peccato che lui interrompa subito il contatto. Distende e chiude le
dita a pugno, come se toccarmi lo avesse disgustato.
«Non che te li meriti, ma vada per i due minuti» sospira. «A patto
che dopo non mi avvicini più.»
Non mi dà modo di contrattare. Mi rivolge le spalle e io seguo la
sua schiena dentro la giacca elegante nel tripudio di luci, tele e
bollicine come Alice dietro la coda del Bianconiglio.
Imbocca un paio di corridoi fino a una stanzetta appartata, una
bomboniera di tappeti grigi, quadri sobri e poltroncine liberty. Ci
siamo solo noi, il rumore della festa è attutito che quasi sembra di
essere in un altro posto.
Le vetrate si affacciano sulla magnifica vista della Galleria, tuttavia
il motivo per cui ho il fiato sospeso ha le braccia incrociate sulla
giacca aperta, un sopracciglio inarcato e lo sguardo di puro
scetticismo.
«Ho fretta, ho da fare di là» esordisce. «Non penso ti offenderai
se comincio a contare alla rovescia.»
Okay. Dovevo immaginare che non sarebbe stato contento di
trovarmi qui. Non importa.
Vorrei chiedergli come sta andando la mostra, se ha già avuto
modo di conoscere qualche agente, se è già stato avvicinato da
galleristi interessati, ma il tempo mi è nemico così sparo l’unica
cartuccia in mio possesso.
«Mi manchi.»
Le mie parole lacerano l’aria.
Tommaso non riesce a dissimulare. Sgrana gli occhi, la bocca gli
si spalanca dalla sorpresa.
«È la verità. Mi manchi» lo anticipo. «Tanto.»
«No, ferma, aspetta un attimo» sbotta, stropicciandosi la fronte.
«Stai per concorrere al Leone d’Oro alla carriera, per caso?! Perché
la cosa assurda è che sei credibilissima, davvero, cioè io ti crederei
se fino a due secondi fa non ti avessi vista con i miei occhi mentre
eri appesa a mister Soldoni, che ti maneggiava come un trofeo!»
«Tommaso, ascolta. So come può sembrare, ma ti assicuro che
l’unico motivo per cui sono qui stasera sei…»
«Non dire che sono io perché a tutto c’è un limite, cazzo.»
«Non mi lasci nemmeno spiegare. Ho dovuto accettare il suo
invito, altrimenti non sarei riuscita a entrare al Gala. E io volevo
venire per vederti, volevo…»
«Quindi sei stata costretta. Sei stata costretta a venire con lui.»
«Be’, non esattamente costretta, perché in fin dei conti c’è sempre
una scelta, ma questo era l’unico modo per esserti vicina stasera…»
«L’unico modo, certo.» I suoi occhi sono di un azzurro scurissimo.
«E lui lo sa?»
«Cosa?»
«Sa di essere solo un biglietto d’ingresso, oppure è convinto di
aver appena comprato il pacchetto Olivia Ranieri, tutti i diritti
compresi?»
«Tommaso…»
«Sincerità, fatina. Come la prima sera, su. Ha prenotato la suite
dove ti scoperà stanotte, oppure ti lascia il brivido
dell’improvvisazione facendoti credere di avere una scelta?»
«Lui… l’ha prenotata.»
È come ferirlo a morte.
Tommaso ride, un suono deprimente, crudele, che continua a
rimbombarmi nella testa anche dopo essersi spento nella stanza.
«Brava, Liv, complimenti! Stasera ti va proprio di lusso. Obiettivo
raggiunto. Vuoi festeggiare adesso oppure preferisci farlo quando lui
ti toglierà quel mezzo vestito di dosso?»
È arrabbiato.
Parla così solo perché è arrabbiato.
Mi dà le spalle, fa per andarsene.
Non è ancora sulla soglia della stanzetta, quando getto sul piatto
tutto quello che ho.
«Non ho finito! Mi hai chiesto di essere sincera» mi faccio
coraggio, «e la verità è che se ora uscirai da quella porta devi
sapere quanto mi farà male vederti andare via.»
Tommaso si immobilizza.
Si volta, ma non dice nulla.
«È così, che ti piaccia o meno» proseguo. «Ogni volta che ti
penso, mi sento scoppiare di aspettative. Tu vivi di definizioni e io
non ne ho nessuna da offrirti, ma sono certa del caos che mi
sfarfalla dentro quando sei nei paraggi. Stasera sono venuta solo
perché avevo bisogno di vederti senza una porta chiusa di mezzo.
Io… per quanto ci provi, non riesco a smettere di pensarti,
Tommaso. Non riesco a smettere di pensare che magari, non so
come, in un qualunque modo, ci sia una miserrima speranza per
noi.»
Lui vacilla, si passa le dita tra i riccioli scuri. Sospira, esasperato.
«Te l’ho detto, fatina, non esiste nessun noi. Natale è stato uno
sbaglio.»
«Non lo pensi davvero.»
«Mai stato più serio» mi assicura. «Dài, vai di là. Bevi, divertiti. Hai
lavorato tanto per arrivare nel suo letto, sarebbe un peccato
abbandonare la preda a un passo dallo sbranarla.»
Dio, se fa male…
«È solo così che mi vedi?» domando, con un filo di voce. «Valgo
così poco, per te?»
Spiazzato, lui non risponde.
«Credevo che un artista osservasse da più punti di vista. Non sei
un granché come osservatore se ti accontenti solo di una delle tante
prospettive.»
Sollevo il bordo del vestito con le mani per non impigliarlo nei
tacchi e, raddrizzando la schiena, lo affianco verso una dignitosa
ritirata.
«Mi dispiace che i tuoi pregiudizi non ti consentano di vedere un
po’ più in là. Buona serata, Tommaso. E stai tranquillo, non mi
avvicino più.»
Spero che mi fermi, ma lui non lo fa.
Resta immobile mentre lo supero.
Nella sala principale torna ad avvolgermi la confusione di luci,
persone, chiacchiere vuote. Torna Dario, tornano una lunga serie di
facce senza importanza. Agguanto un calice di vino e lo bevo. Fa
niente che sia a stomaco vuoto da stamattina, ne bevo un altro e poi
un altro ancora, finché il peso del mondo diventa più sostenibile.
Tommaso si presenta nella sala dopo qualche minuto. Lo sbircio
da lontano. Si è ricomposto, non ha più l’aria a metà tra lo smarrito e
l’incazzato, conversa con un tipo altissimo con sopracciglia
scurissime, la carnagione caramello e una schiena muscolosa
strizzata in una camicia bianca. Poco dopo lo abborda un artista
della squadra di Guarnieri che ho conosciuto quando lavoravo per la
MarsTech, con cui chiacchiera fitto.
È come se non esistessi, per lui.
Non esisto.
Che cosa mi aspettavo?
Sapevo che sarebbe finita così, lo sapevamo entrambi.
Passa la mezzanotte. Tutti brindano. Dario tenta di baciarmi, lo
evito per un soffio. Le sue mani però arrivano a circondarmi la vita in
una morsa indecente. L’atmosfera è troppo gioiosa, troppo carica.
Uso lo champagne come antidoto alla tristezza. Non dovrei, è
stupido, ma non mi resta altro che la stupidità stasera, mentre l’unico
uomo per cui ho mai provato qualcosa finge che io non sia qui.
Resisto e recito finché riesco.
Dopo troppo, troppo tempo, decido che la mia è una performance
pietosa. Grazie per aver seguito le fatiscenti avventure di Olivia
Ranieri, lo spettacolo termina ora. Appoggio l’ennesimo calice su un
tavolo libero e vacillo verso la stanzetta dove qualche ora prima il
cuore mi si è spezzato per la prima volta in ventinove anni.
Le luci all’interno sono state abbassate, la Galleria fuori risplende
in una magnificenza senza tempo.
Appoggio la schiena al muro e la ammiro oltre la vetrata. La sua
imponenza dorata è abbagliante da essere insostenibile. Così
immensa, così bella.
Arrivano dei passi.
Il cuore accelera.
Il cervello ubriaco si lancia nell’illusione che sia lui.
L’aspettativa si rompe come un vetro rotto.
C’è effettivamente qualcuno sull’imbocco della porta.
Ma non è Tommaso.

Non sottovalutare l’avversario.


Difendi la distanza.
Scappa appena puoi.

Scappa, piccola Liv.

La porta è troppo lontana.


Io, troppo annebbiata.
E, dopo nemmeno un paio d’ore dai fatidici rintocchi, commetto il
primo errore dell’anno.
18
Tommaso

«E così te la fai con la strega cattiva.»


Massimiliano mi allunga un calice, che accetto con gratitudine.
Sono reduce dalla conversazione più assurda della mia vita dopo
quella in cui la mia ex moglie mi ha confessato di avermi tradito, direi
che ne ho diritto.
«Non so di cosa parli.»
Il vino è di altissima qualità, scende in gola come acqua fresca,
ma lo stesso lo centellino. Non mi pare il caso di far saltare la serata
perché non sono sobrio, come invece sta facendo metà dei presenti
nella sala.
«Volevo adeguarmi al tema fiabesco.» Massimiliano alza il suo
calice nella direzione di Olivia. «La tizia bionda che ti ha seguito
mentre uscivi e che è rientrata casualmente poco prima di te. Sei
appena stato con lei, o sbaglio?»
La fisso anch’io mentre è troppo impegnata per accorgersene.
Impegnata a ricoprire il ruolo sociale che si è tanto sudata.
Impegnata a fare la figa di legno al braccio del suo investitore.
Sopprimo una smorfia. «E allora?»
«Avete scopato?»
«Ma scherzi?! Ti pare che rischierei di farmi beccare durante una
sveltina nella saletta di un hotel di lusso, mandando all’aria
l’occasione più bella che mi è capitata dopo Los Angeles?»
«Quanto sei cretino, american boy» mi riprende il mio amico.
«Non intendevo adesso. Intendevo in generale. È lei l’amico con la
vagina che dobbiamo ringraziare per essere qui stasera.»
Sono concentrato a non mandare di traverso la saliva alla vista
del patetico teatrino che si sta svolgendo a pochi passi da me,
pertanto non smentisco né confermo.
«Figa è figa» conclude lui. «Ma non è una Cenerentola e
nemmeno una Biancaneve, TomTom.»
«Non mi sono mai piaciute le Biancaneve.»
«Già, ma con quelle non rischi di trovarti il gozzo avvelenato… o
altre parti del corpo. Appartiene alla razza Ford anche lei?»
Scuoto la testa. «Allyson, in confronto, era una principessina
immacolata.»
«Cazzo, TomTom, hai una sfiga allucinante» ridacchia,
continuando a prenderle le misure da lontano. «Quindi te la fai con
Maleficent. Oppure Villanelle. Ecco, sembra proprio una
meravigliosa, stronzissima Villanelle.»
Il pensiero va alla sua confessione da due soldi mescolata alla
patetica commediola di persona non corrisposta.
È pazza se crede che mi beva le sue bugie.
Devo darle atto, ha una capacità di rigirare le situazioni da far
invidia a un politicante navigato, ma la realtà dei fatti è che c’è
sempre stato un confine invisibile tra noi. Lei è di là, io sono di qua.
Fine della questione.
«La stai mangiando con gli occhi.» Il mio amico mi dà una lieve
spallata. «Ti ha proprio fatto un bell’incantesimo.»
«Se continuerai con questo discorso, un calice non sarà
abbastanza. E la serata è troppo importante per mandarla all’aria per
cattiva condotta.»
«Okay, niente più battute sulla strega cattiva» alza i palmi delle
mani. «Sul coglione che non la molla un secondo posso esprimermi,
oppure mi tiri direttamente uno Shuto Uke sul collo?»
«Ricordami perché accidenti ti ho portato con me stasera.»
«Perché il tuo nuovo fan numero uno ti ha detto che potevi venire
con una persona e Gabriele ha perso al sorteggio.»
«Aaron Spellman non è il mio fan numero uno.»
«Come no! Mentre ti presentava a Guarnieri, prima, per poco non
ti descriveva come il nuovo Andy Warhol! Senti, sul serio, non lo dico
perché voglio farmi i cazzi tuoi» prende l’ultimo sorso di vino, prima
di sbarazzarsi del calice.
«Ma?»
«Quella tipa porta guai.»
Mi manchi.
Dio, perché continuo a risentire la sua voce in loop nel cervello?
«Lo so.»
«Bene. Insomma, più o meno. Al momento, hai la faccia di uno
che dice di saperlo, ma in realtà non lo sa affatto.»
«E che razza di faccia sarebbe?» mi acciglio.
«Una da “sto per staccare le mani del signor Coglione da lei. E poi
i polsi dalle mani. E le braccia dal tronco, per sicurezza”» ribatte.
«Mossa che, siccome sono un tuo amico e dunque nel caso lo
facessi sarei obbligato a tenerti il sacco, ti sconsiglio
calorosamente.»
«Oh, grazie Massi. La tua presenza qui è un vero faro nella
notte.»
Lui mi dà una pacca sulla spalla. «Certo che lo è, american boy.
Ci pensi? Adesso siamo a uno degli eventi in da morirci di invidia e
domani pomeriggio lo passeremo in una palestra scrostata degli anni
Settanta a Baggio, tu a montare le scenografie e io a intrattenere i
bambini vestito da Mangiafuoco. Quanto è ironica, la vita.»
«Troppo» convengo.
A dimostrazione del concetto, in quel momento ci raggiunge
Aaron, il tipo delle farfalle d’insalata che ho conosciuto al Gessi.
«Tommaso, dimmi che non hai già fermato la tela di Little Paris.
Rocca, dell’agenzia Rocca Management, sta allestendo una
collezione privata in una villa a Como a tema Las Vegas e la
vorrebbe da lui a fine gennaio.»
Porca miseria!
«Sta venendo da te a presentarsi e, conoscendolo, tenterà di
ammanettarti in un contratto. Non cedere alla tentazione, dagli i diritti
solo della tela singola e digli che per il resto ci pensi. Dopo stasera
riceverai più di una proposta, il mio consiglio è di raccoglierle e
valutare cosa farne lontano dallo champagne.»
«Ah. Okay. Giusto» sorrido, come se fossi davvero sul pezzo.
Stasera si volerà pure alto, ma domani sarà già tutto scoppiato,
come una bolla di sapone quando scende e tocca terra. «Grazie,
Aaron, non so davvero come…»
«Perché mi ringrazi? È così che funziona, quando sei all’inizio
prendi un po’ dagli altri e quando sei pronto lo restituisci a chi arriva
dopo. Il ricircolo di conoscenze è un processo naturale nelle
comunità, io sto saldando il mio debito.»
«E io te ne sono comunque grato.»
«Se lavorerai per Guarnieri, te ne sarò anch’io» ammicca.
«Prendo una commessa sui contatti che segnalo alla sua società, e
stasera vedo davanti a me non uno, bensì due potenziali candidati.»
Massimiliano quasi si soffoca.
«Sentite, noi della scuderia Guarnieri più tardi ci spostiamo nella
sua tenuta in Brianza per continuare i festeggiamenti dell’anno
nuovo. Beviamo e fumiamo mentre deliriamo di storie e arte,
fondamentalmente. Non ve lo sto neanche a specificare che, più che
nell’ufficiale, è nel non ufficiale che si definiscono i progetti che
contano.»
«S-sì, logico» trova il fiato per concordare il mio amico.
Io neanche quello.
«Dovreste venire» conclude Aaron. «Gliene ho parlato e a
Guarnieri sta bene.»
«A Guarnieri sta bene» esala Massimiliano. «Voglio dire,
ovviamente veniamo. Sarebbe meraviglioso.»
«Ci conto. Ora, scusate.» Con una mezza smorfia, Aaron indica
un tizio accodato casualmente dietro di lui. «Pubbliche relazioni. Ci
incrociamo più tardi.»
Massimiliano aspetta che lui ci dia la schiena per scoppiare in una
risata incredula. «Merda, TomTom! Strega cattiva o no, la tentazione
di andare là e baciarla per ringraziarla di averci portato qui è
enorme. E non fare la faccia gelosa, è un modo di dire.»
«Io non sto facendo…»
Per un attimo assecondo il bisogno di cercarla tra gli invitati. La
trovo ancora al fianco dell’investitore. Mentre pensa di non essere
vista, storce la bocca in una smorfia e butta giù l’ennesima sorsata di
vino.
Non è affar mio quello che fa.
Basta.
Le do le spalle, concentrandomi sulla carrellata frenetica di facce
e strette di mano che mi riempiono il tempo. Vengo introdotto ad
artisti, gente che espone in grosse gallerie italiane ed estere, satelliti
del mecenatismo e agenti dello spettacolo.
Allo scoccare della mezzanotte, nella pioggia di auguri di buon
anno, la musica si interrompe. Brindisi, sorrisi, promesse appese
nell’aria. Il tempo si dilata. Ma il lungo attimo diventa interminabile
perché, dall’altra parte della sala, l’investitore si avventa sulle labbra
che meno di cinque giorni fa sono state mie.
Il cuore salta un battito e io conficco le unghie nel palmo,
obbligandomi a non attraversare la sala per allontanarlo da lei.
Puro orrore.
Ecco cos’è.
Sono fermo, impotente, bloccato a metà tra la percezione di una
catastrofe imminente e la consapevolezza che non puoi fare nulla
per fermarla.
«Fai esercizi di apnea?» mi domanda Massi.
All’ultimo lei devia in un abbraccio forzato, e io emetto il fiato che
non mi ero reso conto di aver trattenuto.
«No, faccio esercizi di masochismo avanzato.»
«Mi sembra che la signora se la stia cavando bene anche senza
la tua sorveglianza da lontano» commenta Massimiliano.
A me invece sembra che lei abbia bevuto troppo persino per la
sua elevata resistenza.
Cerco di non pensarci. Siamo il prodotto delle nostre scelte, e lei
la sua l’ha fatta presentandosi alla serata con lui.
Non so dopo quanto Aaron si rifà vivo, ma so che nel frattempo i
sorrisi di circostanza di Olivia hanno cominciato ad assomigliare a
degli orologi di Dalì. Ha bevuto troppo e ha addirittura smesso di
impegnarsi a fingere.
L’apoteosi arriva quando molla tutto e si allontana di punto in
bianco. I passi traballanti sui tacchi mi allarmano.
Olivia Ranieri non vacilla.
Non dovrei preoccuparmene, eppure qualcosa stona.
È così arresa che non sembra lei.
«Tommaso, Massimiliano. Noi stiamo per andare. Salite in auto
con me.»
Allungo il collo e la seguo con lo sguardo, la vedo sparire nel
corridoio opposto all’ingresso.
«Tommaso?»
È tornata nella saletta dove abbiamo discusso qualche ora fa.
È un punto cieco, non c’è nulla lì.
«Sì…»
«Tommaso, oh. Che accidenti fai?»
Metto a fuoco le sopracciglia scure del mio amico. Aaron se n’è
andato. Non me ne sono neanche accorto.
In compenso mi accorgo dell’investitore, che scivola furtivo in
direzione della fatina.
«Il tuo nuovo amico recupera la macchina da chissà dove e ci
aspetta giù. Prendiamo il cambio al guardaroba e ce ne andiamo.»
La tentazione di seguirla è forte.
Ma in fondo perché dovrei?
Ognuno paga per le proprie scelte.
Lei ha scelto.
«Sì» annuisco.
Ritiriamo il giaccone e il cambio al guardaroba, aspettiamo
l’ascensore che ci porterà al piano terra.
Le porte si aprono con un cling automatico. Massimiliano è il
primo a entrare nell’elegante cubicolo damascato, mette una mano
sul sensore per far entrare anche me.
Le mie gambe, tuttavia, non si muovono.
«Tommaso?»
Fisso l’interno lussuoso, la parete specchiata, i profili dorati, il
corrimano d’ottone, l’aspettativa di Massimiliano che scalpita come
un cavallo alla corda.
Se entro, accetto di salire sulla corsa insperata che ci porterà
nella fucina segreta degli artisti.
È tutto lì: in quel “se”.
Nel fatto che, nonostante possa farlo, esiste un inspiegabile
margine di dubbio.
«Massi» realizzo. «Prima devo fare una cosa.»
«Adesso?! Ti prego, dimmi che non c’entra la strega cattiva.»
Non lo dico, in effetti.
«Tommaso, no» sbianca. «Ti imploro, per una cazzo di volta. Una!
Ragiona.»
«È quello che sto facendo.»
«No, quello che stai facendo è buttare all’aria l’occasione che
aspetti da una vita per correre dietro a una tizia che, per carità,
gentilissima ad averci portati qui, ma in fondo chi cazzo è?! Lo hai
fatto con l’americana, hai preso la tua vita e l’hai stravolta per lei, e
quando vi siete mollati l’hai ri-stravolta condannandoti a tornare in
esilio in questo buco… hai aspettato anni, anni, per una svolta come
quella di stasera! Non puoi fare lo stesso errore.»

E la verità è che se ora uscirai da quella porta devi sapere quanto


mi farà male vederti andare via.

È la verità, Tommaso.

Valgo così poco per te?

«Voglio solo essere sicuro che stia bene.»


Anche a rischio di sorprenderli mentre si tolgono i vestiti a
vicenda.
«Cristo Gesù» impreca il mio amico.
«Devo, Massi. Voglio la certezza che lei sia a posto. È
importante.»
«Davvero? Lo è più del tuo futuro?»
Sospiro. «Se non arrivo tra due minuti, scusati con Aaron e vai
con loro. Ci vediamo domani alla recita di Pinocchio.»
«Sei un idiota, Tommaso Cattaneo!»
Alzo un angolo della bocca. «Lo so, ma grazie per ricordarmelo.»
Non appena le porte si chiudono, prendo un profondo respiro.
E torno indietro.
19
Tommaso

«Cosa vuol dire che non te la senti?»


«Quello che vuol dire, Dario. Che io, al momento, non me la sento
di… andare oltre.»
«Con me.»
«Cosa?»
«Non te la senti di andare oltre con me.»
«N-no. Esatto. Non me la sento.»
Silenzio.
«Mi dispiace, Dario. Non sei tu. Cioè, un po’ sei anche tu perché i
tuoi modi non sono esattamente così stimolanti…»
«…prego?»
«Sì! Insomma, dài, mi hai mandato il promemoria per questa notte
su Google Calendar accompagnato dalla richiesta di mettere in
valigia della biancheria sexy! Mancava solo che rinominassi l’evento
“fare sesso per la prima volta con Olivia” e mi chiedessi tramite app
di confermarti la partecipazione.»
Nel nulla sbigottito che segue, scoppia una lieve risatina.
La fatina sta ridendo.
È decisamente andata.
«Ma che diamine… Olivia, ti permetti di prendermi in giro? Ho
pagato questa suite settecento euro.»
«E sono sicura che li varrà tutti! Scommetto che avrà un letto non
svedese comodissimo, senza dipinti offensivi sulla testiera.»
Altro silenzio.
Altra risatina.
«Olivia» la redarguisce lui. «Se stai scherzando, sappi che non è
divertente.»
«Perché dovrei scherzare sul mio letto?»
«Perché ti sei strusciata su di me tutta la sera, porca puttana!»
«A parte che non mi sono strusciata proprio su nessuno… non
riesco a collegare il mio letto con quello che hai appena detto.»
«Per forza che non ci riesci. Hai bevuto troppo, non sai cosa stai
dicendo. Vieni con me, ti porto in camera.»
Il cambio di strategia mi fa compiere un mezzo passo oltre la
soglia della stanzetta dove qualche ora fa io e lei ci siamo scontrati,
ma non abbastanza per avere la completa visione di loro.
«Non ci vengo, in camera» si impunta lei.
«E invece ci vieni, piccola ingrata, perché c’è il tuo nome sulla
prenotazione e tu hai fatto di tutto affinché io ce lo mettessi!»
«Dario, ascolta…»
«No, ascolta tu, signora La mia azienda è nella merda. Non sono
stato gentile con te per compassione. Ho investito su di te perché tu
mi hai fatto credere che c’era del margine. Tu, Olivia Ranieri. Nessun
altro.»
«Lo so.»
«Bene.»
«Mi sa che ho cambiato idea.»
Il silenzio è così sordo che temo riescano a sentire il battito del
mio cuore, che si sta spiaccicando contro la gabbia toracica.
«Meno bene, Olivia. Molto meno bene.»
«Capirai, l’unico contratto che mi hai allungato era una fregatura!»
«Benvenuta nel mondo reale, Cappuccetto Rosso. Pensavi che
sarebbe stato facile?»
«No, pensavo…»
«Tesoro, sei bella, ma non sei placcata d’oro. Sei solo una pedina
con le gambe troppo corte per stare al passo con i giganti. Vendi
licenze per lavoro? E allora guarda in faccia la realtà e calcola una
stima del tuo valore sul mercato. Anzi, facciamo che per stavolta ti
do una mano io.»
«Dario» lo ammonisce.
Ma lui non coglie l’avvertimento.
«La tua azienda: un colabrodo affondato dal tuo precedente
committente. Durata stimata: due mesi a essere ottimisti. Valore di
mercato: è più redditizia una sessione dal mio commercialista.»
«Sei ingiusto.»
«E tu più stupida di quanto immaginavo. Pensavi che mi
interessassero i due contatti che ti sono rimasti? O la manciata di
poveracci che hai assunto?»
«I miei dipendenti sono professionisti competenti!»
«Fammi vedere quanto sei competente tu, tesoro. Adesso.»
Il sangue mi gorgoglia nelle orecchie.
Si susseguono rumori che non distinguo.
Ho bisogno di vederli, così faccio altro passo avanti e supero la
soglia.
Nell’elegante saletta immersa nella semioscurità, Olivia è incollata
alla parete. L’investitore le sbarra la fuga tenendo entrambe le mani
posate sul muro, avvicina il volto a quello di lei.
Nessuno dei due mi ha notato.
«E poi ci sei tu, signora Ranieri. Quasi trent’anni. Figa, per carità,
ma per quanto ancora? Il tempo passa in fretta. Intelligente? Fino a
stasera avrei detto di sì, magari esageratamente preziosa, ma te la
stavi giocando bene finché non hai tirato la corda.»
«Dario, te l’ho detto» rimarca, esasperata. «Non sono pronta.»
«E che problema c’è? Posso prepararti io…»
La sua mano rapace si stacca dalla parete e atterra sul tessuto
viscoso del vestito. Scende sul fianco e le palpeggia la coscia.
Olivia cerca di spingerlo via, mugugna un «no» in protesta.
Non ci vedo più.
Tempo due passi e stringo il polso dell’investitore tra le dita.
Lui si accorge di me, si domanda chi accidenti sono, cosa ci faccio
lì. Nel dubbio compie l’errore da principiante di riprendersi la mano
strattonandola invece che spaccare la presa nel punto debole di
congiunzione. Peggio per lui. Rinsaldando la morsa, lo costringo ad
allontanarsi e per sicurezza gli tengo in ostaggio il polso.
«Mi sembra di aver capito che la signora ha detto no.»
Olivia impallidisce. «Tommaso?!»
«Ciao, fatina. Bella serata per essere molestati, vero?» Mi rivolgo
all’investitore. «Ti suggerisco di chiederle scusa all’istante.»
Lui fa una smorfia. La puzza di alcol è nitida, nauseante. Il signore
Imprenditore non è uno che bada ai limiti. «Senti, stronzo, mollami e
levati dalle palle.»
«Vorrei tanto farlo» sospiro, quasi affranto, «ma ho il sospetto che,
se ti liberassi, tu tenteresti di colpirmi.»
In preda all’illuminazione, lui ci prova con la mano libera. La
traiettoria del colpo è ridicolmente mal dosata. La paro con il braccio
libero, gli comprimo il polso verso l’avambraccio e glielo torco,
costringendolo a inginocchiarsi come un fazzoletto accartocciato.
«Dov’è il tuo cappotto, fatina?»
«Tommaso!» si allibisce lei. «Gli stai facendo male?»
«È solo una presa che sfrutta le leve articolari. Al massimo rischia
una lussazione alla spalla, ma se ti chiede scusa gliela risparmio.
Direi che per uno che tocca le donne senza permesso è il minimo.»
«Stronzo, non so cosa vuoi, ma se non mi lasci subito…»
Lo accontento aprendo la mano di scatto. Il contraccolpo lo getta
a terra. È un tale verme che non riesco a credere che lei ci abbia
perso del tempo appresso. Non augurerei uno schifoso come lui a
nessuno.
L’investitore si passa il dorso della mano sulla bocca, si tira su. Un
luccichio gli attraversa gli occhi, la rabbia e l’umiliazione lo
convincono a riprovarci con un secondo pugno.
È un altro tiro maldestro e prevedibile. Glielo paro con un mezzo
sorriso e gli blocco di nuovo il braccio.
Non oso immaginare quanto la mia faccia espliciti il disgusto che
mi sta incendiando le vene, ma deve essere parecchio brutta visto
che un’ombra impaurita attraversa la sua.
Vigliacco infame.
«Non vali neanche la pena» mollo la presa, lasciando che barcolli
all’indietro. «Andiamo, Olivia.»
La fatina quasi non ci crede. «Andiamo, dove?»
«Vediamo di salvare il tuo stomaco mangiando qualcosa che non
sia roba centellinata di alta cucina» dico. «E poi ti porto a casa.»

***

Bollettino dell’anno nuovo: in tre ore ho collezionato un invito


nell’Olimpo, un rifiuto all’Olimpo, una mezza rissa sfiorata.
Non sta partendo nel migliore dei modi.
O forse sì, mi correggo fissando le labbra della fatina sporche di
cioccolata sciolta.
Siamo seduti su una panchina dietro il Duomo, conciati come due
evasi.
Ho dato il mio giubbotto a Olivia e, per non crepare di freddo,
sotto la giacca mi sono infilato il maglione che indossavo prima di
cambiarmi per il Gala. L’insieme è strano, ma Olivia non si cura di
quanto siamo presi male. Sbocconcella una crêpe alla Nutella con la
grazia di una che è approdata al paradiso dei sensi.
Ci avvolge una cappa familiare, una tregua che neanche il viavai
delle persone che defluiscono dalla piazza riesce a intaccare.
Dopo il mega concertone sotto la Madunina le strade si stanno
svuotando.
Gruppetti sparpagliati ci superano senza fare caso a noi, tuttavia
io resto in allerta e faccio caso a tutti. Ho appena pattuito con me
stesso che mi terrò lontano dai casini per almeno tre mesi, non mi va
di aggiungere per distrazione un’altra voce alla tragica lista
compilata a tempo record.
«Dio, quanto è buona!» mugola il mio casino numero uno,
sedutomi a fianco.
Le temperature si sono ulteriormente abbassate, Milano stanotte
festeggia sottozero. Il freddo pungente fa sprofondare Olivia nel
giaccone, ma non è sufficiente per ridonarle la lucidità.
Non che sia un male. Avrà tempo per realizzare domani, quando
si sveglierà con un atroce cerchio alla testa e la consapevolezza di
aver cilindrato una cazzata dietro l’altra.
«Allora» mastica un boccone, «il tuo momento alla Rambo che hai
avuto prima?»
«Rambo?»
«Sì» gesticola e per poco l’ultimo pezzo di crêpe non le si
spiaccica sul vestito immacolato. «Quello che urla Adriana!»
«Quello è Rocky Balboa.»
«Non sono la stessa persona?»
Le rivolgo un sorrisetto. «Non ci provo neanche a spiegarti la
differenza.»
«Provaci, invece! Oppure dimmi perché sei tornato a cercarmi.
Non che mi stia lamentando, anzi.» Mette un broncio serissimo e
aggiunge: «Te l’ho mai detto che vestito così sei la fine del mondo?»
Quasi mi strozzo con la saliva.
«Fatina…»
«Giuro! Apprezzo il casual, ma con l’elegante hai questa cosa che
ti rende… mmm» mormora, leccandosi via la cioccolata dalle dita, «è
che non so scegliere se mi piaci più tu o questa cosa alla Nutella che
mi hai comprato.»
E io non so misurare quanto mi sono condannato, stasera.
Immaginare cosa sarebbe successo se avessi scelto di entrare in
quell’ascensore non mi dà tregua. Continuo a rivedere la mano
dell’investitore su di lei, il tono viscido con cui le si rivolgeva mentre
la toccava. Senza alcun rispetto. Come se stesse rivendicando una
sua proprietà.
Accartocciando l’incarto vuoto tra le dita, Olivia appoggia la testa
sulla mia spalla. «Ti rendi conto che stavi per colpire un Lodisini?»
Ti rendi conto che quell’uomo se ne è fregato del tuo “no”?
«Sì, fatina, scusa se ti ho tolto la soddisfazione di farlo in prima
persona.» Appoggio la testa sulla sua, il mento mi finisce sui capelli.
La sua presenza mi stordisce, mi porta a dimenticare quanto sia
fragile la circostanza che ci tiene insieme stanotte. «Perché se non
fossi arrivato io, gli avresti tirato una ginocchiata sulle palle, vero?»
Olivia mi passa il braccio dietro la schiena, mi si rannicchia
addosso. Mi stringe il torace. Mi stringe un po’ anche il cuore.
«Se tu non fossi arrivato quando, Tommaso? Stasera o nella mia
vita in generale?»
Sento la sua mano risalire la spina dorsale. Il viso affondato nella
giacca. Mi domando perché con lei vicino il mondo rallenti. Funziona
come una cassa di risonanza, disseppellisce sensazioni sepolte e
me le fa bruciare direttamente sulla pelle.
«C’è differenza?» esalo a fil di voce.
«Molta.»
Solleva lo sguardo. Così innocente.
Il verde intenso dei suoi occhi deraglia nei miei.
«Cos’è successo sul campo da tennis?»
Lei si stupisce solo di striscio. «Ho sbagliato.»
Okay.
Come per molte persone, l’alcol le funziona come macchina della
verità.
Decido di indagare. «Cosa?»
«Le valutazioni. Ho stimato male.»
«Cosa?» insisto.
Olivia temporeggia catturandosi il labbro inferiore tra i denti. «Hai
mai baciato qualcuno che non avevi voglia di baciare?»
Merda.
Mi aveva assicurato che non ci aveva scopato.
Già, ma lei pesa le parole al grammo.
Nessuna assicurazione sui baci.
Merda!
«Una volta» ammetto mio malgrado. «Avevo divorziato da
qualche mese, Massimiliano insisteva che dovevo uscire con
qualcuna per togliermi la ruggine.»
La curiosità le accende lo sguardo. «E com’è stato?»
Perché infierisce così?
«Come vuoi che sia stato, Olivia? Ha fatto pietà. La sua bocca era
sbagliata, il modo in cui la muoveva era sbagliato, il suo sapore era
sbagliato. È stato un esercizio per la mandibola finito con della saliva
di una tipa carina nella mia bocca.»
Lei scoppia in una breve risata. «Cavolo, lo fai suonare così
disgustoso!»
«Ti assicuro che non è stato molto meglio. E tu, invece?»
«Io, cosa?»
«Il tuo bacio con l’investitore sul campo da tennis.»
«Quale…» Scuote la testa. «No, c’è stato un malinteso. Non ho
baciato nessuno al Tennis Club, il mio discorso era riferito al prima.
Prima di te, io non ho mai avuto voglia di baciare qualcuno come ho
voglia di baciare te.»
Dio, le sciocchezze che dice…
«Sei stata fidanzata con Stefano Marte per sei anni. Te lo ricordi?
Alto, capelli scuri. È stato nella lista degli imprenditori single più
desiderati del Paese, per un po’. Magari ti dice qualcosa.»
«Certo che lo ricordo, ed era davvero fantastico!» asserisce.
«Cioè, cosa gli puoi dire a un uomo del genere? Niente. Era un
partner perfetto. Intanto, trascorreva il novantanove percento del suo
tempo al lavoro. E poi era così anestetizzato alla vita… non sbottava
mai, non si scaldava mai… non mi faceva alcuna pressione per fare
sesso! E siccome neanche io insistevo, succedeva, tipo, due volte al
mese a star larghi. Non ti dico il sollievo.»
Cristo santo, ma lo sta davvero raccontando con questa
tranquillità?!
«E lo so» continua, «lo so che tu pensi che io sia stata una
stronza con lui perché l’ho usato. Ed è vero. L’ho usato! Ma, se l’ho
fatto, è perché credevo che anche lui fosse un giocatore. Uno che
sta sulla scacchiera perché gli sta bene, benefici e rischi inclusi.»
«Fatina, non ti seguo.»
«Be’, lo credo bene. Tu non sei un giocatore, Tommaso» spiega.
«Se ti mettessero su quella scacchiera, tu daresti fuoco a pedine e
caselle e useresti le ceneri per dipingere l’elogio funebre dei
partecipanti. Perché tu sei tutto d’un pezzo, Tommaso Cattaneo, sei
un uomo che vuole le cose chiare e intere, e non si accontenta delle
briciole dei compromessi.»
«Già, gran bella fregatura la mia…»
«Non per forza» mi contraddice. «Io con te so sempre cosa c’è sul
piatto, nel bene e nel male. È una bella cosa.»
Non chiederglielo, pezzo di idiota!
«Invece con Stefano Marte non era tutto sul piatto?» le chiedo.
Perché sono un idiota.
«Tutto?» Alza un sopracciglio. «Non c’era niente di lui, su quel
piatto. E non c’era niente di me. Io di lui sapevo come prendeva il
caffè, i nomi dei suoi ristoranti preferiti o le sue abitudini mattutine,
sapevo che amava guidare la sua Harley e sapevo fino a che punto
era in grado di spingersi per dimostrare a suo padre di essere degno
delle sue aspettative. Ma non sono mai andata oltre i suoi silenzi e
lui non l’ha mai fatto con i miei. Eravamo un’alleanza, più che una
coppia. Siamo stati due estranei molto funzionali, Tommaso. Sul
lavoro eravamo una bomba a orologeria. C’era elevatissima affinità.
Ma sul personale… lui non si è mai esposto oltre la facciata. Non mi
ha mai dato modo di pensare che fosse diverso dall’automa che
sembrava. Come potevo dubitare? Suo padre è una macchina da
guerra, sua madre è la regina delle nevi perenni. Lui è sempre stato
così impostato. E io…»
«Tu?»
«Io…» Strofina la tempia sulla mia giacca. «Hai conosciuto la mia
famiglia.»
«L’ho conosciuta» confermo. «E quindi?»
«Quindi, quando mi hai detto che loro dovevano per forza essere
anaffettivi visto come sono uscita io, io te l’ho lasciato credere…»
«Perché l’hai fatto?»
«Mi… vergognavo.»
«Di loro?»
«No» esclama, stupita, poi lo sguardo le si spegne. «Anche se
l’ho fatto, per molto tempo. Sono così inconsapevoli, così inadeguati
all’ambiente che mi sono scelta… Ma tu non li vedi così, vero? Tu
vedi quello che conta, la sostanza. E cioè due genitori che ci
tengono.»
«E tu invece cosa vedi? Adesso, come li vedi adesso?»
«Io…» Si cattura il labbro con i denti. «Io vedo che non me li
merito abbastanza. Con il senno di poi la difettosa sono io.»
La lucidità è una grande stronza. Sparisce proprio quando serve.
Nonostante la sua confessione non sposti i fatti di una virgola, di
fronte al suo smarrimento il cuore mi si stringe in una morsa.
Annego nel bisogno di richiuderla in questa prigione di braccia e
tenercela il più possibile, nella speranza che sentendola vicina il mio
cuore smetta di inseguirla come un forsennato.
«Tu non sei difettosa» mormoro.
«Oh, lo sono eccome! Vuoi le prove? Chiedimi qualunque cosa!
Qualunque» sottolinea. «E io sarò sincera.»
«Oh. Okay. Allora… avere figli?»
«Una frode di massimo livello» sentenzia. «Ti si sforma il corpo.
Perdita della libertà personale. Retrocessione della posizione
lavorativa. Se ti separi o divorzi, trasformazione della vita del
bambino e della tua in un inferno. E il rapporto di coppia! Vogliamo
parlare di cosa resta del rapporto di coppia, dopo?»
«Ehi, frena un secondo. Avrei giurato che per te fare un figlio
fosse una buona strategia per accalappiare il riccone di turno.»
«Ah. Sì, giusto, in effetti non ci avevo pensato» confessa
candidamente. «Stavo valutando lo scenario con te.»
«Con me?! Sei proprio ubriaca. Inoltre, grazie per non reputarmi
un buon candidato padre.»
«Al contrario, sono convinta che saresti bravissimo! Sul serio. È
che tra di noi andrebbe tutto in disgrazia. Non solo per i soldi che
mancano, anche se quelli c’entrano sempre. Pensaci: io e te, più
una creatura? Non reggeremmo. Troppa pressione, impegni che non
si incastrano, notti insonni, finirebbe che arriveremmo a sera io con
della pastina per neonati tra i capelli e tre quarti del lavoro da finire,
tu scalzo, disperato e con la barba di sette giorni, non riusciremmo a
parlarci per cinque minuti di fila e quel punto chissenefrega di
incomprensioni, visioni diverse, chissenefrega persino se finisce
l’amore, pur di avere dieci minuti di tregua andrebbe bene qualsiasi
cosa.»
E questo è il risultato, quando tenti di conversare con una fatina
ubriaca.
«Miseria…» Adagiandomi sulla panchina, me la stringo contro.
«Quanto hai bevuto?»
«Boh, in ogni caso cosa c’entra? Guarda che io lo penso anche
quando sono sobria. Perché ti sconvolge?»
«Perché è una visione drammatica?»
«È realista» mi corregge. «A vent’anni anche tu vedevi le cose in
modo diverso. Tra dieci anni saranno nuovamente cambiate. Anzi,
sarai cambiato tu. La vita sporca ogni ideologia, Tommaso. Lo fa in
maniere e tempi diversi per ciascuno, ma l’importante è che lo fa. Ti
escludo l'arte dal discorso, perché l’arte qualcosa di eterno
effettivamente lo ha… Ma non capisco perché ti ostini a conferire
una sorta di sacralità ultraterrena a cose come l'amore o la fiducia. È
tutto umano, si deteriora come il resto di noi.»
«Quindi sei difettosa perché sei cinica, regina del dramma e non
vuoi avere figli. Corretto?»
«No» scuote la testa. «Sono difettosa perché, se non avessi
conosciuto te, io adesso sarei in quella suite da settecento euro
reputandola normalissima amministrazione.»
Cristo!
«Ed è un male? Che ci sia io in mezzo?»
«Non so… forse. Avevo un piano. Era un buon piano.»
«Era un piano di merda, Olivia.»
«Okay, presentava qualche svantaggio» mi concede. «Ma per la
mia azienda era il massimo che potevo ottenere.»
«E ti importa solo di quello? Della tua azienda?»
Mi prende alla sprovvista accarezzandomi la guancia. La
tenerezza del gesto stabilisce chi tra noi due è il ragazzino che non
capisce le regole dei grandi.
«Non è solo mia, Tommaso. Tre persone lavorano per me. La mia
assistente, Teresa, è di mezza età e ha due figli da sola. Iacopo
convive con il compagno e Giulia, tempo sei mesi, sarà incinta. Loro
si sono fidati di me, ho delle responsabilità nei loro confronti.»
Un sentimento che non pensavo avrei mai associato a lei mi si
riversa nella gabbia toracica.
Stima.
Da qualche parte, dentro di lei, c’è del buono. Si manifesta nei
modi sbagliati, ma c’è.
«È una bella cosa che ti preoccupi per loro, ma gli imprevisti
capitano e non è colpa tua se…»
«Non sono stati imprevisti. È stato un errore mio, e loro ci sono
finiti in mezzo senza neanche saperlo. Al Tennis Club avrei potuto
aggiustare, sarebbe bastato non scappare via quando Dario ha
cercato un contatto dopo i set. Avrei solo dovuto girarmi verso di lui,
alzarmi sulle scarpe da ginnastica, lasciare che allacciasse le
braccia sopra la mia maglietta sudata. Labbra su labbra, qualche
secondo e fine dei problemi.»
Fine?
Sarebbe stato solo l’inizio.
«Perché non l’hai fatto?» chiedo invece.
«Perché» ripete. «Tommaso, indovina il motivo.»
«Dimmelo, perché?»
I suoi polpastrelli mi percorrono il viso. Lo mappano con una
premura stupefacente.
«Perché lui non era te.»
Mi si spezza il fiato.
«Lui non era te, Tommaso» affonda il coltello, facendomi
sanguinare. «Io non sono mai stata con nessuno nel modo in cui sto
con te. E lo so… lo so che non sei libero sentimentalmente, e anche
se lo fossi io non ti piaccio e non mi sceglieresti mai, e nel caso
remoto in cui mi volessi e ci provassimo, dureremmo quattro giorni e
mezzo. Ma in quel momento, al Tennis Club, quando Dario ha
provato ad abbrancarmi, io ho capito che ero disposta a qualunque
cosa pur di riprovare come mi hai fatta sentire la prima sera…»
Intrufola le dita sulla nuca, mi tira i capelli.
Spinge il suo volto verso il mio.
«Così ho scambiato quel bacio non dato con un pezzo della mia
etica del lavoro. Ho barato, ho giocato da vigliacca. E credimi
quando ti dico che di norma non lo faccio e che sono la prima a
essere scioccata. Ma forse, se ti ricordi quando ci siamo incrociati
sul pianerottolo e ti ho proposto l’accordo che tu non hai voluto
considerare… forse, se ti ricordi come stavo, mi credi.»
La gola pulsa forte. Lei mi artiglia i capelli, mi fa inclinare la testa
leggermente all’indietro scoprendomi il collo.
«Forse mi credi, se ti dico che ho barattato tutto» appoggia la
fronte sulla mia, «tutto», le mie mani le finiscono sulla vita, la
circondano, la vogliono trattenere sempre addosso a me, «tutto, per
un altro attimo come questo.»
Olivia abbassa le palpebre. Strofina il naso sul mio. Esala un
respiro, prima di baciarmi con una delicatezza che mi devasta.
A quel punto, che lei sia lei non è più un ostacolo: è un motivo.
Che non c’entriamo niente è superfluo. Che non esista un futuro,
irrilevante.
C’è l’adesso.
E adesso sconto la punizione per averla ospitata da me in quella
lontana sera di inizio dicembre.
È una punizione che mi strappa il cuore e me lo mette sulle
labbra. Una punizione che mi riversa un milione di colori come
pioggia nelle vene.
Una punizione bellissima e terribile, composta di tutti gli effetti
collaterali della felicità.
20
Tommaso

Quando apro gli occhi, la prima mattina dell’anno, tutto ciò che
vedo è il viso di Olivia affondato nel cuscino.
Mi sfrego gli occhi per metterla a fuoco.
Nonostante la notte turbolenta, il suo respiro è regolare. Le ciglia
sono un arco scuro interrotto da un ciuffo disordinato di capelli biondi
e le labbra sono piegate in un broncio da sonno pacifico.
Siamo sul mio letto, la camera è immersa nella quiete.
Non riesco a credere che siamo arrivati al punto che per lei è
naturale dormire da me e per me è naturale trovarmela accanto
quando mi sveglio.
Tuttavia è successo, e questo dimostra che non importa se ho già
concorso una volta, a quanto pare posso partecipare anche
quest’anno al premio “Idioti che non imparano dai propri errori” e
vincerlo.
Scacciando l’istinto di avvicinarmi a lei e abbracciarla, rotolo sul
fianco opposto alla ricerca del cellulare. Lo trovo abbandonato sopra
i pantaloni eleganti ammucchiati a terra. L’orologio sul display segna
le nove. Da quando ci siamo tuffati sotto il piumone dopo essere
rincasati prendendo un taxi di fortuna, ho dormito meno di quattro
ore.
Grandioso.
Sto per riporre il cellulare e vedere se riesco a riaddormentarmi,
ma lo schermo si illumina. Al centro rimbalza la foto di Caterina, un
mezzobusto sorridente dietro l’Hollywood Sign della città degli
angeli.
Sorrido. Poi realizzo con orrore chi sta dormendo accanto a me e
ritratto la gioia. Non è mai scorso buon sangue tra la mia migliore
amica e la donna che mi ha invaso l’esistenza senza permesso, non
mi pare il caso di ricongiungerle adesso.
Scosto il piumino, infilo in fretta una maglia e vado in cucina. Un
sole freddo e pallido entra di traverso dal vetro della finestra.
«Ehi, Bresso!» mi saluta la mia migliore amica.
Giganteschi fuochi d’artificio squarciano la porzione di cielo scuro
alle sue spalle. Da lei deve essere appena scattata la mezzanotte.
Un breve calcolo del fuso orario unito al City Hall alle sue spalle
mi aiutano a collocarla nello spazio: è al Grand Park di Los Angeles.
Per un attimo fugace, la sgradevole sensazione di trovarmi dal
lato sbagliato del mondo mi stiletta senza pietà.
«Bresso, com’è andata la mostra stasera? Su, stringetevi tutti che
così vi vede!»
Nell’inquadratura compare James, suo marito e mio amico, con il
quale tra le altre cose ho condiviso troppi turni nella palestra a North
Hollywood e uno straziante periodo di cuore spezzato.
Sto per gracchiare un saluto cameratesco, ma l’aggiunta di due
sagome familiari me lo impedisce.
Stefano Marte è con loro.
Accanto a lui, la mia ex vicina di casa appare felice e spensierata
come una nerd a una Comic Con.
«Ragazzi» li saluto, stropicciandomi il volto con la mano libera.
«Hai un aspetto terribile, Bresso!» mi apostrofa Cate. «Che
diamine hai combinato?»
Me lo sto chiedendo anch’io.
Lancio un’occhiata all’ex fidanzato della fatina e il mio stomaco si
contrae in uno spasmo.
Merda!
Non ha senso.
Conosco Stefano. È una bravissima persona. Sono stato a cena
da lui al Bosco Verticale un paio di settimane prima di conoscere
Olivia! Per cui non ha senso, non ha alcun senso che solo a
guardarlo mi senta travolto dalla necessità di fare pipì per marcare il
territorio.
Non ne ha.
«Oh. Ehm. Bene?»
«Bene» s’insospettisce Caterina. «Ti chiedo che diamine hai
combinato e tu rispondi “bene”.»
Con discrezione controllo l’assenza di segni di vita nel corridoio.
Se Olivia si alza adesso, sono fottuto. Non so che cosa sia in corso
tra noi, ma manca solo lei al quadretto per dare vita a una pessima
puntata di C’è posta per te.
Premo le spalle contro la parete, assicurandomi che niente e
nessuno al di fuori dell’intonaco bianco entri nell’inquadratura. Le
apparizioni divine ce le risparmiamo per un altro giorno.
James si morde il labbro inferiore, divertito. «TomTom, lei dove
l’hai lasciata?»
Bastardo di un californiano!
«Non è nessuno.»
Così ti crederanno di certo.
«Cioè, ha ovviamente un’identità, ma è qui per sbaglio.»
«Dove con “qui” intendi il tuo appartamento, o meglio, il tuo letto?»
sghignazza Jay.
Cristo, ma dov’ero quando veniva distribuita la capacità di
mentire?! Ah già, forse nella fila di quelli che riescono ad aprire una
bottiglia di birra usando i rebbi della forchetta.
Non ho parole.
E nemmeno energie per inventare una scusa decente.
«Ehm. Forse?»
Sbircio di nuovo Stefano e Melissa. Sono belli insieme. Equilibrati.
Mi domando come accidenti la prenderebbero se sapessero a chi mi
sono addormentato avvinghiato stanotte. Come reagirebbe Caterina.
Ci vediamo poco, ma le voglio un bene che non si quantifica. E
Olivia è stata la causa scatenante che ha rotto l’equilibrio della sua
famiglia.
«Oh mio Dio! Sono così felice, Bresso» esclama Cate. «Sarà un
anno fantastico!»
«Più che altro, stando alle premesse, può solo che migliorare»
sussurro, così piano che lei non lo sente.
«Ah, parlando di cose belle: sono incinta!»
Le interferenze di comunicazione transoceanica miste ai fuochi
d’artificio sono gli unici suoni che seguono.
Nessuno parla per un lunghissimo minuto.
E James… il maledetto, sorride.
Bastardo fortunato.
«Ragazzi, io… congratulazioni» bofonchio. «Sono felice per voi.»
«Tommaso, aspetta, non rilasciare dichiarazioni prima del tempo.
Non precipitiamo i giudizi» mormora Stefano, sotto shock. «Ho
capito bene?»
«Sei incinta?» gli fa eco Melissa. «Oh mio Dio, sei incinta?!»
«E quando aspettavi a… quando pensavi di… cioè, come caspita
è…» prosegue suo fratello.
«Ste, non essere il solito maniaco del controllo» lo rimbrotta Cate.
«Concentrati sul fatto che stai per diventare zio.»
Stefano si massaggia il centro del petto con le dita. «Ecco, brava!
Non mi ero ancora ripreso dal sapere che ti sei sposata di
nascosto!»
«Sì, a proposito di quello. Avete impegni il 16 febbraio?» chiede
James.
Un fuoco d’artificio incornicia l’espressione sospettosa di Stefano.
«Perché?»
Jay avvolge la piccola Marte abbracciandola. «Io e Cate ci
sposiamo.»
Un altro lungo silenzio precipita come una bomba tra noi.
«Oddio, no, aspettate un secondo: ma siete peggio delle storyline
secondarie di Game of Thrones! Non eravate già sposati?»
domanda Melissa.
Stefano alza un angolo della bocca. «Amore, temo che qui ci sia
una discrepanza tra i libri e la serie TV.»
«Oh, grazie per averlo fatto notare!» replica. «Datemi una linea
del tempo e nessuno si farà male.»
Caterina ridacchia. «Quanto siete nerd! Non è un vero
matrimonio, vogliamo ripetere lo scambio delle promesse davanti
alle famiglie e agli amici, possibilmente prima che io diventi una
balenottera spiaggiata. Tu riesci a prenderti dei giorni dai tuoi dieci
lavori, Tommaso?»
«Dove lo festeggiate?» chiedo.
«Qui, a Los Angeles. La famiglia di James è numerosa e non è il
caso di spostare tutti a Milano, anche perché la mia non…»
La sua non verrà.
I suoi genitori non ci saranno.
«Pensavi di metterli al corrente?» le chiede Stefano.
«Non era nei piani» risponde Cate. «Preferisco vivermi le
promesse nuziali in tranquillità e temo che, se loro lo sapessero,
rovinerebbero… tutto.»
«Tommaso, tu ci sarai, vero?» interviene Jay. «Avrei difficoltà a
risposarmi senza il mio testimone.»
«Stai scherzando?»
«Assolutamente no! Sei uno dei miei migliori amici, ci hai fatto
conoscere tu. Non potrei chiederlo a nessun altro.»
«Siete degli infami, ditelo che volete farmi secco» borbotto,
sorreggendomi al muro. «Certo che ci sarò. Il tempo di recarmi al
reparto di nefrologia per farmi espiantare un rene e compro il
biglietto aereo.»
«Quanto sei sciocco, ovviamente al viaggio ci penso io» ridacchia
Cate. «Ma in cambio pretendo una tua crosta dipinta in diretta su
Instagram senza maglietta.»
«Cate!» la rimproverano Stefano e James.
La conversazione vira sul viaggio di Stefano e Melissa in
California. Cate mi assicura che mi manderà i dati del volo previsto
per il mese prossimo e io li saluto. Non appena riattacco, la cucina
torna quieta.
Il sonno si è dileguato; la sensazione di trovarmi nel lato sbagliato
del mondo, invece, è di nuovo qui.
Basta così poco per riportare il baricentro al legittimo posto,
oppure non si è mai spostato e la scorsa notte è stata un’illusione?
Sospirando, lancio il telefono sul divano e strascico i piedi verso la
mia camera. Olivia dorme raggomitolata sul fianco. Penso a noi sulla
panchina dietro il Duomo, alla magia di ieri sera. Penso al fatto che
può esserci del buono in lei, ma nessuno cambia così tanto in così
poco tempo.
La sto guardando davvero, o sto vedendo solo quello che ho
disperatamente bisogno di trovare in lei?
«Tommaso…»
La fatina si gira sotto le lenzuola, mi cerca sul materasso. Mi
sporgo sopra il piumone e le fermo la mano tra le mie.
«Dormi, è presto.»
«Cosa… tu… torni a letto?»
«Mi aspettano a teatro. Resta quanto vuoi, hai bisogno di
riposarti.»
In risposta, mugugna qualcosa di incomprensibile. La sua mano
rimane impigliata nella mia. Una forza attrattiva mi sbilancia. Ci lotto
contro.
Vince lei.
Affondo il naso nei suoi capelli. Poi scendo e premo le labbra sulla
fronte.
In che diamine di guaio mi sono cacciato?
Ho bisogno di aria.
Adesso.
Inalo una profonda boccata d’ossigeno, quindi indosso a tempo
record i jeans e una felpa, prima di scappare da casa mia.
21
Olivia

Questo non è il mio materasso.


Il mio è in schiuma, duro, questo invece ti fa affondare in uno
strato di morbida goduria. Per carità, niente a che vedere con quella
cosa illegale che avevo nell’appartamento in Brera: l’avevo pagato
più o meno quanto metà RAL di mia madre, ma valeva tutti i soldi.
Ogni singolo centesimo.
Ti sei venduta persino il materasso.
Scatto seduta e contestualizzo di trovarmi sul letto di Tommaso.
La stanza è immersa nel solito disordine misto a un lieve odore di
acrilici, la luce del sole filtra dalle persiane chiuse.
Immagini della sera precedente arrivano come onde troppo alte
per essere ignorate.
In che diamine di guaio mi sono cacciata?
Ho dato un calcio alla più grossa possibilità di rimettere in sesto la
R-Licensing. L’unica che mi avrebbe consentito di entrare in ufficio
domani e smetterla di sentirmi in colpa nei confronti delle persone
che ho assunto e che hanno fiducia in me.
«Sei un’irresponsabile, Liv» mi chiudo la testa tra le mani, «una
stupida irresponsabile… E per cosa? Per una notte di effusioni da
ubriaca?»
Al pensiero dei suoi baci, mi sfioro le labbra con i polpastrelli.
No, mi correggo, non c’entrano i baci.
Per quanto siano stati stupendi, non c’entrano.
C’entra lui.
C’entra quello che io divento vicina a lui.
Dopo ventinove anni di calma piatta, il mio cuore ha deciso di
risvegliarsi dal letargo per un uomo. Uno con cui la scorsa notte ho
pomiciato per ore sotto i flussi dell’alcol, che mi ha portata a casa
sua e che mi ha lasciata dormire nel suo letto. Che si è preso cura di
me.
Con un po’ di forza di volontà, riesco a mettermi in piedi.
Ho il vago flashback di Tommaso che mi comunica che sta
uscendo. Mi domando quanto tempo sia trascorso da quando è
successo. Mi domando anche perché la scatola cranica stia
riproducendo così bene il rumore di un martello pneumatico.
Deduco che sto scontando la bravata di ieri notte, così mi trascino
in bagno per risciacquarmi il viso e recuperare la lucidità. Lo
specchio mi restituisce l’immagine di una donna con i capelli in
disordine, senza trucco e con una maglietta nera dei Metallica che
dondola sopra le gambe nude.
Mi ha anche prestato il pigiama.
Ispeziono l’armadietto del bagno finché trovo la boccetta del
collutorio. Risciacquo la bocca, quindi esco in perlustrazione
dell’appartamento. L’atelier è deserto, così come il salotto e la
cucina.
Ma non è il fatto di essere sola a stupirmi.
«Non ci credo» mormoro, strascicando i piedi sul pavimento della
cucina.
La porzione di muro tra la portafinestra e il frigorifero è vuota.
Ruvido intonaco bianco al posto del collage di schizzi della donna
che ha l’esclusiva sui sentimenti di Tommaso.
I ritratti scarabocchiati di Allyson Ford non ci sono più.
Non li ha riattaccati, dopo aver incontrato i miei genitori a Natale.
Adagio il palmo sul posto dove dovrebbero essere. Un
concentrato di tachicardia e aspettative folli sostituisce quei due
pensieri razionali rimasti a fingere di governare il cervello.
Non vuol dire niente.
Niente.
Torno in camera, stacco il caricatore del cellulare dalla presa di
corrente e apro il browser per cercare informazioni sulla coppietta in
crisi di Bel-Air. Google, siti di intrattenimento. Cerco ovunque ma non
trovo nessuna nuova notizia, nemmeno sui loro profili social. In
compenso, la pagina Instagram di Tommaso mi rivela dove si trova
lui al momento: è stato taggato nella locandina di una rassegna
teatrale. L’appuntamento di oggi, Pinocchio, si tiene alle cinque del
pomeriggio presso un indirizzo di Baggio.
Il telefono segna le quattro e due minuti.
Non riesco a credere di aver dormito così tanto.
Non riesco a credere a quello che sto per fare.
Ma in fondo so che, se gli lasciassi i suoi spazi, non ci sarebbe più
spazio per me. Ci sono persone che per essere espugnate vanno
prese d’assedio e altre che vanno prese alla sprovvista: Tommaso
appartiene alla seconda categoria.
Spinta dalla rivelazione raccatto il mio Zac Posen ammucchiato
senza grazia per terra, aggancio le decolleté con le dita e scappo sul
pianerottolo verso la desolazione del mio appartamento.
Dieci minuti più tardi, ho legato i capelli in una coda alta, mi sono
messa l’unico paio di jeans che possiedo e un maglioncino sotto il
giaccone, e sto chiudendo la porta di casa diretta alla fermata della
metro.
Mentre il vagone sferraglia sui binari in direzione Bisceglie, mi
interrogo su come io sia passata dai sontuosi concerti di Capodanno
seduta in prima fila con la famiglia Marte a inseguire un uomo sulla
metropolitana, che mi trascina da un lato all’altro della profonda
periferia.
Quando riemergo dalle scale della stazione il cielo è grigio, l’aria
gelida mi punge il viso e io affondo le mani dentro le tasche alla
ricerca di un po’ di tepore.
Lo sconclusionato viaggio termina di fronte a un dozzinale edificio
di cemento armato con i piloni rossi del patio scrostati e l’erba matta
congelata tra le fessure del piastrellato.
Non è un teatro vero e proprio, è solo l’ingresso secondario di un
plesso scolastico.
Temo di aver impostato l’indirizzo sbagliato, però in quel momento
una coppia di genitori mi supera tenendo due bambini per mano che
strillano di Lucignolo e Mangiafuoco.
E quindi sono nel posto giusto.
Per un secondo mi arrovello su quanto sia stupida l’ennesima
invasione del suo territorio. Ma, arrivata a questo punto, le gambe si
muovono da sole. Annullano la breve distanza che mi divide dalla
porta a vetri.
L’atrio all’interno è minuscolo e, davanti all’unica altra porta
agibile, un tavolino ospita due tizie sui vent’anni che vendono i
biglietti bardate nei piumini.
Non c’è più nessuno in fila, così mi avvicino.
«Buongiorno, un ingresso?» mi domanda la ragazza con i capelli
ricci e una marea di lentiggini sul naso.
«Ehm. Sì?»
«Sono sei euro. Però purtroppo Pinocchio è saltato, l’attrice
protagonista ha avuto un malessere ed è al Pronto Soccorso. La
compagnia ha riarrangiato uno spettacolo vecchio, reciteranno alcuni
racconti popolari. Le va bene lo stesso?»
Due anni fa ero al Teatro alla Scala ad assistere al balletto
classico della Cenerentola di Prokof’ev, conclusasi con il Cenone
esclusivo nei foyer e nei prestigiosi spazi del museo affacciati su
Piazza Scala.
E ora sono a Baggio, in un atrio senza riscaldamento, in fila per
uno spettacolo scalcagnato di terz’ordine.
Aspetto l’ondata di sdegno, eppure non arriva.
«Non c’è problema» rispondo, aprendo la borsa. «Solo un attimo,
prendo il portafoglio…»
«Gaia, tesoro, fai passare la signorina» ci interrompe una voce
maschile. «È con me.»
Alzo di scatto la testa e mi scontro con un volto mascolino che si
sporge dal cornicione che collega la sala principale. Il corpo
statuario, invece, è ricoperto da un logoro costume da marinaio
navigato.
Un po’ per come è conciato, un po’ per la sorpresa, mi serve
qualche attimo per collocarlo in un sistema di riferimento. Ma poi
capisco.
Era alla Galleria ieri sera, ha trascorso quasi tutto il tempo al
fianco di Tommaso.
Deve avermi riconosciuta anche lui, in qualche modo.
«Massi!» La ragazza si illumina neanche avesse appena ricevuto
una Birkin originale in regalo. «Tutto bene? Siete pronti?»
«Sì, stiamo per cominciare. Ma se arriva qualcuno fallo entrare.
C’è ancora qualche posto libero» ribatte, poi ferma gli occhi su di
me. «Signorina, vieni?»
«Oh. Veramente, io cercavo…»
«American boy, lo so» mi anticipa. «Ma che vi fa Tommaso, a voi
donne…»
L’altra ragazza si sporge sulla spalla di questa Gaia e ridacchia.
Eccone un’altra tesserata nel suo fan club. Comincio a sospettare
che davvero mieta un sacco di vittime senza accorgersene.
«Sicuro che non…» Sollevo il portafoglio nella mano. «Lo pago
volentieri, il biglietto.»
«Certo, così poi i miei genitori mi tolgono il cognome! Mettilo via
subito. E scusami se insisto sulla fretta, miss, ma tra due minuti una
cinquantina di ragazzini si aspetta che io li intrattenga sul palco.»
«Oh. Sì. Certo.» Sorpasso il banchetto e lo affianco. «Grazie. A
dir la verità, Tommaso non mi aspettava…»
«Non mi dire!» sogghigna. «Bella festa comunque, ieri sera.
Volevo venire a dirti grazie per aver dato il contatto a TomTom, ma
eri impegnata.»
«Non è stata la mia serata migliore» tergiverso, mentre
costeggiamo le tribune spartane del teatro scolastico.
«Facciamo che te lo dico adesso, miss: grazie.» L’uomo scosta il
tendone che separa la zona riservata al pubblico da quella degli
addetti ai lavori. «Mi dispiace solo che Tommaso non ci abbia
raggiunto dopo la festa, nella tenuta di Guarnieri. Se devo essere
sincero, il tizio che ci ha invitato e il padrone di casa non ci sono
rimasti troppo bene.»
Il rumore del teatro. Il brusio della gente. Persone che fremono nel
dietro le quinte. Qualcosa mi ha distratta, perché devo per forza aver
frainteso.
«No, scusa? Cosa?»
Ma sto parlando da sola: Massi ha allungato il passo, sta battendo
la spalla di un uomo accucciato davanti a uno scatolone da cui
strabordano stoffe di scena.
«American boy, hai visite.»
L’uomo raddrizza la schiena, si volta con una montagna
multicolore tra le braccia.
E poi le stoffe svolazzano dalle braccia, precipitano e si
sparpagliano un po’ dappertutto sul pavimento.
«Olivia?!»
«Ragazzi, vi lascio soli. Auguratemi “merda”.»
«Merda!» gli grida dietro Tommaso, e non so se sia un augurio o
un’offesa.
Il rumore delle assi del palco schiacciate da passi veloci zittisce il
chiacchiericcio del pubblico e, qualche secondo più tardi, il suono di
una fisarmonica segna l’inizio dello spettacolo.
Nessuno degli addetti che bazzica nel retro fa caso a noi. Metri di
distanza ci separano, io ancora dentro il giaccone, lui con le scarpe
coperte dalle stoffe.
Stordita dal ricordo di noi stanotte sul suo letto, le gambe
avvinghiate, le mani intrecciate, vicini, le labbra che non smettevano
di cercarsi, aspetto che parli, che reagisca in qualche modo.
Tommaso si massaggia la nuca, mi soppesa. Si accuccia e
raccoglie le stoffe.
«Ti mancavo?»
«Sì» dico semplicemente.
Le sue mani si congelano a metà tra il vuoto e lo scatolone.
Azzardo qualche passo e gli giro attorno finché me lo ritrovo
inginocchiato di fronte.
Lui raccoglie tutto, chiude l’anta di cartone.
«Ti ricordi qualcosa di ieri sera?» domanda.
«Tutto.»
«Io invece vorrei dimenticare.»
Il respiro mi si incrina. «Cosa?»
È a quel punto che lui alza gli occhi e trova i miei.
Sono cristallini, sofferenti.
«Le sue mani su di te.»
Perché gli basta così poco per scavarmi un buco nella gabbia
toracica?
Perché mi sento sul punto di scoppiare a piangere da quanta
completezza riesce a darmi senza nemmeno saperlo?
«Non è successo niente» lo rassicuro.
Tommaso scatta in piedi. «Non provarci neanche a minimizzare o
giustificarlo, cazzo.»
«Non voglio fare né l’uno né l’altro.»
«E allora cosa vuoi? Cosa sei venuta a fare qui, Olivia?»
«A rimandare il domani» ribatto.
«Ah sì? E come si rimanda il domani?»
La fisarmonica smette di suonare.
Una voce maschile, la stessa che mi ha lasciata sgattaiolare
dietro il palco, tuona riverberando tra le pareti.
Risate di bambini si propagano nel ristretto backstage del teatro
scolastico.
«Così.»
Gli afferro il polso, faccio scivolare le dita in mezzo alle sue.
Riconosco parecchia frustrazione nel suo sospiro.
Ma non mi manda via.
Indugia, mi accarezza il dorso della mano con il polpastrello.
Lo fa con un notevole sforzo. Come se stesse combattendo con
centinaia di versioni di sé che gli suggeriscono di non farlo.
«Lo hai detto tu» mormora, a testa bassa. «Durerebbe quattro
giorni e mezzo.»
«Quattro e mezzo sono più di zero.»
«Potrebbe finire parecchio male.»
«Non importa. Sono abituata.» Mi avvicino ancora. Il suo braccio
mi ghermisce, mi attira contro di lui. «Sei sempre innamorato di lei?»
Tommaso appoggia la fronte sulla mia spalla.
Per non guardarmi in faccia.
«Olivia…»
«Okay. Va bene» mi affretto a ribattere. «Va bene. Lo so. So che
sei materiale danneggiato, Tommaso. Capirai se è un problema, io
non sono mai stata integra.»
Affonda la faccia nell’incavo del collo. Mi stringe così forte, così
disperatamente, che mi sembra di averlo perso anche mentre sento
il suo peso su di me.
«Possiamo cominciare a contare?» mi accerto.
Il suo breve sorriso mi riscalda la pelle. «Vuoi già attivare il conto
alla rovescia?»
«Facciamo che intanto mettiamo un giorno in fila all’altro e
vediamo cosa succede» propongo, cauta. «Nessuna promessa,
nessuna pressione.»
«Nessuna pressione» ripete.
«E nessun obbligo. Solo quello che viene. Va bene?»
«Sei brava a trattare, Liv.»
Liv.
«Me la cavo anche in altro. Almeno, credo.»
Tento una dimostrazione pratica alzandogli il mento. E poi gli
copro la bocca con la mia.
Tommaso si arrende al primo contatto. Subito. Chiude gli occhi e
mi consegna le armi, ricambiandomi con inaspettata foga. Tira il
maglioncino, ci infila sotto le dita, mi afferra con prepotenza mentre
mi invade con tutto quello che può. Mi piace quando smette di
resistere e cede, mi fa riconsiderare che ci sia una speranza. Mi
induce a credere a una fiaba impossibile. Mi plasmo nel suo assedio,
prigioniera nel posto più bello che esista.
La voce del suo amico recita battute sul palco che ora sembra
lontanissimo, lo spettacolo continua, il pubblico applaude.
E qui, sotto le fiamme di un folle sentimento non corrisposto, si
scioglie l’ultimo pezzo di ghiaccio.

***

«Lo trovi davvero un bello spettacolo.»


«Sì.»
«Cioè, sul serio. Davvero, davvero.»
«Sì-ì!» rido.
Tommaso si acciglia.
«Perché» lo punzecchio, «non mi credi?»
«Ci mancherebbe. Ti credo, fatina. Circa al venti percento, ma ti
credo.»
«Il venti percento non è credermi!» mi fingo scioccata.
«Concedimi almeno il cinquantacinque.»
«Neanche per sogno. Ho bisogno delle prove per darti un
aumento. Sentiamo, cosa ti piace?»
«Be’, per prima cosa…» rifletto a voce alta. «Questi posti a sedere
sono molto privilegiati.»
«Le casse di legno del dietro le quinte? Sul serio?»
«Sì! Alla Scala non ti fanno sedere dietro le quinte.»
«Ah, benissimo! E poi?»
«Poi… uhm… il tuo amico è pazzo.»
«Quindi lo spettacolo ti piace perché il posto è disagiato e l’attore
è matto. Qualcos’altro?»
«La compagnia» vado sul sicuro. «È la prima volta che guardo
uno spettacolo teatrale con qualcuno che mi palpeggia il sedere
senza ritegno.»
In risposta, Tommaso infila meglio la mano sotto la mia chiappa e
la strizza.
«Okay. Su questo punto concordo.»
«Tommaso!» esaspero il suo nome. Mi esce una risata roca, di
pancia, che lui attenua coprendomi la bocca con il palmo aperto.
«Calma, fatina» sussurra, «se disturbiamo, ci buttano fuori. E io
devo riprendermi metà attrezzatura a fine spettacolo.»
«È colpa tua, mi fai ridere» lo canzono, abbassandogli la mano.
Nel momento in cui i nostri sguardi si incrociano, un miscuglio di
sconsiderata felicità mi scivola lungo i nervi, appagante come acqua
fresca dopo una lunga corsa.
Cerco di ricordare l’ultima volta in cui mi sono sentita così viva: è
accaduto la prima sera in cui mi sono trasferita, quando ci siamo
conosciuti e io non avevo ancora un nome che lo disturbava.
«Cosa farai con la tua azienda?» domanda d’un tratto.
«Non lo so ancora. Ho sempre lavorato nel licensing nella
domotica e internistica di lusso, ma per come stanno andando le
cose temo che non ci sarà molto spazio per me, con i due principali
fornitori di mercato che… be’, lo sai. Nessuno dei due è un mio
grande fan, al momento.»
«Mi dispiace.»
Lo dice con una sincerità che mi imbarazza.
Non è una bugia di circostanza.
A lui dispiace davvero, perché quando lui decide che sei
meritevole, spende ogni granello di lealtà per dimostrarlo. È una
mosca bianca rispetto agli uomini a cui sono abituata. È di un
genuino abbagliante.
«Non dispiacerti, l’unica da biasimare sono io.» Dondolo i piedi
contro la cassa di legno. «Evidentemente il piano che ho elaborato a
quindici anni non era così perfetto come credevo.»
«Quale piano? Conquistare il mondo abolendo la diffusione delle
boyband?»
«No» sorrido, mesta. «Io… be’, sostanzialmente sono stata quella
che non si poteva comprare i giochi dei cartoni animati alle
elementari e i jeans di marca alle medie. I miei compagni se la
tiravano per l’ultimo cellulare e io ereditavo vestiti usati e mi
arrabattavo con quel poco che avevo. Odiavo essere quella che non
poteva permettersi niente, così ho cominciato a studiare per entrare
in una prestigiosa scuola privata. Mi ero informata e sapevo che lì si
diplomavano i figli della gente che contava, e io volevo… volevo
rovesciare il mondo, Tommaso, volevo che le persone la
smettessero di compatirmi. Ma le superiori sono state anche peggio,
se possibile, perché ero finita in un covo di ricconi e io ero lì con una
borsa di studio e il divario che tanto odiavo si era persino
decuplicato… avevo solo una cosa dalla mia, Tommaso: che i
ragazzi mi volevano portare a letto. Indovina quanto la cosa
piacesse alle mie compagne.»
«Neanche un po’» indovina, tetro.
«Esatto!» prorompo. «Neanche a me piaceva, comunque, così
tornavo a casa al pomeriggio, mi rinchiudevo in camera ed
escogitavo piani su piani per diventare un’adulta intoccabile. Mi
immaginavo autonoma, potente, volevo che gli altri avessero timore
di me, che per avvicinarmi avessero bisogno di una distanza di
sicurezza. Necessità a te sconosciuta, visto che mi stai strizzando
una natica come se fosse una specie di antistress.»
«È un antistress» chiarisce. «E, a dirla tutta, ti riconosco dei
momenti nei quali la tua psicosi mi ha spaventato in tutto il suo
splendore.»
«Non lo pensi davvero.»
«Chi lo sa… forse. E in tutto questo, ti sei allontanata i tuoi?»
«Sì, anche. Ma da loro l’ho fatto perché… be’, perché i miei si
aspettavano la figlia brava e di buon cuore, media vita e medie
ambizioni, mentre io volevo solo asfaltare il mondo prima che lui
asfaltasse me.»
Tommaso osserva a lungo il punto del palco in cui il suo amico sta
pronunciando le battute finali. Se all’inizio penso lo faccia per
prendere tempo, dopo alcuni minuti capisco che lo fa perché non ha
effettivamente nulla da ribattere.
«Stai bene con la felpa macchiata di colore» gli indico il torace,
per stemperare l’atmosfera.
«Lieto che la mia ribellione silente contro la perfezione sia stata
notata» risponde, eppure non stacca lo sguardo dal palco.
«A me la perfezione piace» persevero. Voglio che si giri, che torni
a trattarmi con la stessa spensieratezza di poco fa.
«È solo una cosa che ci spingono a cercare per farci sentire in
difetto. Non serve davvero a nessuno.»
Sul palco, il suo amico si inchina tenendo per mano i colleghi di
scena. Il pubblico si spertica in un caloroso applauso.
«Non è vero, io ne ho bisogno» rispondo. «Ho bisogno di sapere
che la quadratura esiste e che esiste un modo misurabile per
arrivarci.»
«Ed è per questo che non sarai mai felice, fatina. Dovresti lasciarti
andare alla vita come ti lasci andare quando sei con me. Non è che
la felicità sia una cosa che trovi cercando per terra, tipo un orecchino
che ti è caduto per sbaglio.»
«E allora cos’è?»
«Boh, ma dalla mia brevissima esperienza felice posso dirti che
arriva senza che tu te ne accorga. È in mezzo a quello che fai, alle
scelte che prendi, alle persone di cui ti circondi. È l’effetto collaterale
di ciò che ami.»
«Dio!» Istintivamente, tiro indietro la testa. «Le cose che dici.»
«Cosa?»
«Cose come… Ah, Tommaso, le persone non cambiano solo
perché qualcuno un giorno si alza e comincia a elargire baci che le
stordiscono mescolati a belle parole.»
«E allora quando cambiano?» Finalmente si volta. Scatta come
una nave che aggancia il suo faro, eppure sono io a essere
abbagliata dalla sua intensità azzurra e limpidissima. «Quando non
sopportano più la differenza tra quello che pensano e quello che
fanno?»
«Be’, perché no. Mi sembra una buona motivazione.»
Ci pensa un attimo, poi emette un lungo sospiro.
«Tu come ti sei accorto che i tuoi sentimenti per Allyson erano
cambiati?»
«Cambiati in che senso?» domanda.
«Quando ti sei accorto di provare qualcosa di più?»
«Mai.»
«Mai?»
«Mai, fatina. È stato amore dall’istante numero uno.»
Avrei dovuto immaginarlo.
Da quando ho visto i disegni nella sua cucina.
Il suo grande amore a prima vista culminato in un matrimonio
fortemente voluto e zavorrato dalla gamma completa di effetti
collaterali.
Non può ferirmi sentirglielo annunciare a voce alta.
Non può.
«Capisco» mi sforzo di annuire.
Tommaso mi accarezza fugacemente la guancia. Mi lascia sulla
pelle una scia che brucia anche dopo che ha ritirato la mano.
«Con tutto il rispetto, Olivia, non capisci.»
Forse sto cominciando adesso.
«Tommy! È andata benissimo, alla fine abbiamo coperto tutti i
posti!» Una delle due tizie che vendeva i biglietti avanza con uno
scatolone gigante tra le braccia. «Ehi, con i ragazzi stavamo
pensando di andare a mangiare qualcosa al Bistro, e Massi mi dice
di riferirti che…» Non appena mi nota, passa rapida dall’entusiasmo
al sospetto. «Scusa, credevo fossi da solo.»
Tommaso approfitta dell’intrusione per alzarsi in piedi.
«Lei è Olivia. È… uhm…»
La tentazione di prenderlo per un braccio per marcare il territorio è
enorme, ma la clausola “nessuna pressione” mi lampeggia davanti,
dunque desisto.
«Sono la sua vicina di pianerottolo.»
«Esatto» mi asseconda. «E le ho promesso che l’avrei
accompagnata a casa, il tempo di imballare le scenografie e
caricarle sul furgone e ce ne andiamo.»
«Cavoli, vai già via? Speravo di poterti rubare mezz’ora in privato
per chiederti una mano con la tesi» si imbroncia Tizia. «Facciamo
sabato, dopo la prossima rappresentazione?»
Agguerrita, la ragazza.
Davvero troppo agguerrita.
Mi chiedo con quale frequenza lui rimbalzi inviti di questo genere,
all’apparenza innocenti, ma che persino io riesco a decifrare con un
“dimentichiamoci la tesi e prendimi sui libri di testo aperti per tutta la
notte”.
«Mi spiace, Tania. Sabato non vengo, ho un catering tutto il giorno
a Villa Manzoli per un matrimonio.»
Amo i matrimoni.
«Odio i matrimoni!» Tizia condisce l’esclamazione con una
smorfia annoiata. «Fa niente, allora ti chiamo in settimana così ne
parliamo?»
«Okay» si arrende Tommaso.
Il recupero all’ultimo la illumina come la Tour Eiffel accesa ieri sera
per festeggiare l’anno nuovo. «Ottimo! Ah, fuori c’è un tipo strano
che chiede di te. Un americano…»
In quel momento alcuni attori superano il pesante tendaggio che
divide il palco dalle quinte. Nel mezzo spiccano le spalle muscolose
dell’amico di Tommaso.
«TomTom.» L’energumeno si sfila il costume da marinaio,
restando solo in jeans. «Non crederai a chi è venuto ad assistere
oggi. Io stanotte gli avevo parlato dello spettacolo così, tanto per
raccontare qualcosa, mica credevo che sarebbe venuto sul serio! E
invece…»
Lo sguardo di Tommaso scavalca il suo amico e vira verso lo
shock.
Sull’imbocco del backstage del teatro scolastico di Baggio, c’è
Aaron Spellman in persona.
Il genio ribelle.
L’incauto, lunatico, strafottente Aaron Spellman.
«Tommaso Cattaneo, mi hai bidonato più tu nell’ultimo mese che
le donne che ho frequentato nella mia intera vita.» Si avvicina
allargando il campo di attenzione e ci finisco dentro anch’io. «Ma ora
mi è chiaro il motivo per cui non potevo competere» sancisce.
«Signorina Ranieri, è un piacere rivederti.»
«Aaron» ricambio il cenno. «Spero che tu abbia trascorso
un’ottima nottata.»
«Perché, è di nuovo giorno per caso?»
«Vi conoscete?» si meraviglia Tommaso.
«Abbiamo allestito qualche volta per la MarsTech dei tempi d’oro»
risponde Aaron, serafico. «Quando i Marte organizzavano le loro
feste radical chic, mandavano avanti la belladonna per distrarmi con
le chiacchiere e farmi calare il prezzo.»
Impalco il mio migliore sorriso di scena. «Mi hai appena definito
un veleno letale?»
«Darling, hai frainteso. Mi riferivo esclusivamente alla tua
stupefacente bellezza.»
«Ho capito, sei ancora risentito perché non ho voluto posare per
la tua classe di scultura. Temo che il mio ex fidanzato non avrebbe
apprezzato di sapermi nuda di fronte a quindici sconosciuti.»
«Quasi nuda» puntualizza. «Ti avrei lasciato tenere le mutande.
Piccole e color pelle, ma sarebbero rimaste. E i miei allievi sono
professionisti qualificati. Poco male, mi consola sapere che almeno
un artista riuscirà a beneficiare di tanta ispirazione.» La sua occhiata
furba termina sul volto attonito dell’uomo accanto a me. «Sei il primo
e l’unico al momento, Tommaso. Goditi il privilegio e fanne buon
uso.»
Ecco, queste sue uscite mi frastornano sempre.
Ma mai come frastornano Tommaso.
Il suo corpo si tende, con il braccio mi circonda la vita, attirandomi
a sé.
Aaron monitora la manovra con un ghigno luciferino. «Forse mi
sono spiegato male, signor Cattaneo. Non ho mire sulla signorina
Ranieri, al di là di un certo guizzo accademico. Il mio interesse è
rivolto unicamente a quello che esce dalle tue dita. Ho un amico
gallerista a cui ho parlato di te nelle scorse ore. Gli piacerebbe
conoscerti.»
Per poco Tommaso non si strozza. «Scherzi?»
«No. Gli ho mostrato il tuo portfolio, un’altra reazione non era
possibile. Saresti libero tra un paio di settimane per un colloquio?
Sta cercando artisti per un’esperienza di produzione. Non si tratta di
attività di galleria classica; quello che passa per il suo laboratorio, di
solito, è massivo. Finisce su qualche prodotto distribuito a livello
industriale.»
La presa di Tommaso si rinsalda sul fianco.
«Credo… credo di non aver capito bene.»
«Hai capito benissimo» ribatte Aaron. «Il tuo stile è mainstream,
pop, fun, arriva. E quando una cosa arriva, è tutto. Gli do conferma,
okay?»
Non aspetta neanche il «sì», ha già il cellulare in mano e sta
digitando velocemente sullo schermo.
«Andata. Il volo, ovviamente, è spesato dalla galleria.»
«Un momento» si stranisce Tommaso, «quale volo?»
«Quello per Los Angeles.» Senza alzare la testa, Aaron digita sul
telefono. «L’ho detto che la galleria si trova in quella terribile città con
troppo sole, troppo traffico e troppe tasse?»
D’un tratto, mi sento defraudata dalle circostanze.
Aspetto che Tommaso obietti. Che dica no, che Los Angeles è
fuori discussione, che non esiste proprio, che è costretto a rettificare
e pazienza, ci saranno altre occasioni.
Ma lui se ne esce con qualcosa di peggio.
«Forse ho già un biglietto per Los Angeles» replica. «Ci vado il
mese prossimo perché la mia migliore amica si sposa.»
«Meraviglioso! È destino, allora. Quando di preciso? Incastriamo
le date.»
Tommaso parla di metà febbraio. L’altro si appunta tutto. Nel retro
di questo teatro scalcinato, Spellman ha prenotato un colloquio
all’uomo che mi sta sorreggendo la schiena.
E per fortuna mi tiene, perché ho la certezza che da sola non
avrei reagito alla notizia con altrettanta stabilità.
«Farai grandi cose nella città degli angeli, Tommaso. Grandi,
bellissime cose. Ora scusatemi, ma ho una scommessa in sospeso
con il tuo amico Massimiliano da stanotte e non può restare
impunito.»
Se ne va come è venuto, obbligandomi a gestire le conseguenze
post-apocalittiche del suo intermezzo.
Non so neanche da che parte cominciare per raccapezzarmi, così
do voce alla prima obiezione che si svincola dallo shock generale.
«Pensavo che Caterina fosse già sposata.»
«Lo è.» Tommaso toglie il braccio, mette distanza arretrando,
abbassa gli occhi come se evitare di guardarmi glielo rendesse più
facile. «Lei e James vogliono scambiarsi le promesse davanti alla
famiglia e agli amici, finché Cate entra ancora in qualche vestito.»
«No, aspetta. Entrarci in che senso?»
«Nel senso che pensi tu, fatina. Allargamento di famiglia in vista.»
È bello il modo in cui lo dice, con un tripudio di tenerezza, affetto e
calore che gli attraversa la voce.
È bello e allo stesso tempo è orribile, perché ogni passo che lo
avvicina ai Marte lo allontana da me.
Contribuisce a porre un limite invalicabile.
Io di qua, loro di là.
Lui a Los Angeles, io a Milano.
Lui nella stessa metropoli di Allyson. Io a incollare i pezzi del mio
cuore che si sta già rompendo.
«Così andrai a Los Angeles» ripeto, per convincermene.
«Già…»
Quello che non gli chiedo è se pensa di tornare.
Tutto mi dice che non lo farà.
Tutto mi dice anche che è inutile chiederglielo adesso perché il
suo “no” non avrebbe attendibilità; e quella poca la perderebbe
all’atterraggio, sulle scale di servizio dell’aereo, mentre respira l’aria
losangelina con il sole che gli bacia i capelli, e si rende conto che ha
la possibilità di ricominciare.
Ecco cosa succede quando si gioca agli intoccabili: a un certo
punto permetti a qualcuno di raggiungerti e non sai più come fare a
meno di lui.
Per un secondo sono tentata di afferrarlo, rimetterlo seduto sulla
cassa, convincerlo ad ascoltarmi, dirgli che ha delle alternative, che
io sono un’alternativa, vorrei mettere sul piatto il principio di
sentimento che provo, un germoglio di amore così fragile che va
protetto a ogni costo.
Invece oso l’unica domanda sensata.
«Sei felice?»
Tommaso cerca di evitarmi spaziando sul soffitto, ma fa solo il giro
per tornare a fissarmi più intenso di prima.
«Credo di sì, fatina» mormora. «Sì.»
E mi rendo conto con stupore che il suo “sì”, che è l’ultima cosa
che vorrei, è anche l’unica di cui ho bisogno.
22
Tommaso

«Mi scusi? Sto cercando la signora Ranieri.»


La segretaria dietro la reception chiude il tappo di una penna biro
e mi osserva, sospettosa. «Ha un appuntamento?»
«Non esattamente.» Mi tiro la tracolla della borsa di tela grigia
sulla spalla. «Diciamo…» La tracolla si incastra nel cappuccio della
felpa. Tiro ancora. Si sgancia, ma per poco non mi cade tutto.
Pessima mossa strategica.
«Diciamo che è davvero una questione urgente. Posso
appoggiare qui la borsa? Pesa un casino.»
La segretaria si acciglia, ma indica il ripiano. «Prego.»
La deposito con un tonfo, giocandomi la carta magica. «Scusi un
secondo.»
Scosto il bordo del giaccone e mi rivolgo all’esserino abbarbicato
sul petto, che scalpita per uscire dal marsupio da passeggio.
«Rachele, come devo fare con te? Quante volte ti ho detto che
puoi rigurgitarmi il pranzo addosso solo dopo avermi avvertito?»
«Oh mio Dio.» Un sospiro trasognato si eleva dalla reception. La
donna fa strisciare la sedia girevole sul pavimento per alzarsi in
piedi. «Ma che bellissima bambina!»
«Grazie» dico, «tutto merito del DNA.»
«Infatti le somiglia moltissimo.» Fa il giro della scrivania per
raggiungermi. «Mi dia il piumino, così può togliersi il marsupio e la
piccola può scendere. Cammina già?»
Mi sfilo il giaccone e glielo porgo con riconoscenza. «Passi
instabili, ma si muove. Le educatrici dell’asilo nido dicono che è
brava per la sua età.»
«Quanto ha?»
«Un anno e due mesi.»
«Uh, se penso a quello che combinavano i miei, così piccoli! Ha
bisogno di una mano per sganciare il moschettone?»
«Più che altro, avrei bisogno del bagno. Eravamo a passeggio e la
signorina ha deciso di usufruire dei servizi igienici portatili firmati
Pampers.»
La donna ride. «Non c’è problema. Non aveva un appuntamento
con la signora Ranieri, mi diceva?»
«No, ma Olivia mi ha specificamente detto che potevo sentirmi
libero di passare per la pausa pranzo.»
«Olivia, cioè, la signora Ranieri ha detto questo? Ca… pisco».
La donna allarga considerevolmente gli occhi. Penserei che lo fa
perché ammaliata dalla piccola untrice che sto appoggiando sul
pavimento dell’elegantissimo ufficio minimal su tono perlato, che
sovrasta il quartiere di Isola. Ma lei non è concentrata sulla bambina.
Sta squadrando me.
«Mi può ripetere il suo nome, per favore?»
Lascio Rachele a terra e frugo nella borsa fasciatoio pescando i
pannolini e le salviette umidificate. «Tommaso Cattaneo.»
«Oh.» E, non so perché, abbina quella sillaba a una fugace
occhiata sulla mia mano sinistra. Me la controllo anch’io e poi
controllo anche la destra; con un bambino è davvero un attimo
ritrovarsi sporchi delle più svariate sostanze.
Poco male, le dita sono pulite.
«Quindi lei è Tommaso.»
Aggrotto le sopracciglia. «… sì?»
«Direi che si spiegano molte cose.»
«Quali cose?»
«Niente» mi rassicura con un sorriso. «Le chiamo la signora
Ranieri. Sarà contenta della visita. Da quando è arrivata, stamattina,
non si è staccata da mail e telefono. Una pausa le farà bene.» Torna
dietro il bancone e compone un interno, poi torna su Rachele e le
porge un righello di plastica gialla.
«Assomiglia un po’ anche alla madre?»
«Moltissimo. Copia quasi sputata.»
«Caspita, allora dovete avere gli stessi colori! E, se posso
permettermi, trovo meraviglioso che abbiate la capacità di delegarvi
nella gestione dei bambini.»
Inarco le sopracciglia. «Faccio quello che posso, sa, con il
lavoro…»
Non avrei potuto ottenere più venerazione nemmeno se le avessi
detto che per hobby salvo le foche monache dall’estinzione.
«Meraviglioso» decreta. «Un ragazzo padre come pochi.»
No, cosa?
«C’è stato un malinteso, non…»
Mi interrompe il rumore della porta dell’ufficio principale che si
spalanca.
La fatina compare avanzando a passo marziale.
Non la vedo da tre giorni. Da quando siamo rincasati insieme il
primo gennaio, dopo il teatro. La sera è rimasta da me, la notte
anche. La mattina dopo è andata al lavoro e le successive
settantadue ore è stata risucchiata dalla sua situazione finanziaria.
Non so come, il suo sguardo si fa immenso non appena trova il
mio. Un caos di verde impossibile che mi fagocita. Poi si accorge di
Rachele. E il suo viso acquista una sfumatura impagabile.
«Chi accidenti è questa bambina e perché è seduta sulla mia
reception?» Storce il naso. «E che accidenti è questa puzza?»
«Il segnale che ci serve il tuo bagno. Eravamo a Porta Garibaldi
quando lei ha deciso di usare le armi pesanti. Ho dovuto ripiegare.»
«Ripiega lontano da me» virgoletta la mano per aria, indicandomi
quella che presumo sia la direzione del cesso.
Sto per obbedire, ma la segretaria si schiarisce la gola. Lancia
un’occhiata muta e un’alzata di sopracciglio alla sua capa.
Qualunque sia il suggerimento velato, fa inorridire Olivia. Ma la
segretaria non demorde: le spara un sorriso a metà tra
l’incoraggiamento e l’ordine perentorio.
Olivia si stizzisce, allarga le braccia. La resistenza termina con
uno sbuffo esasperato. «Puoi usare il mio bagno personale,
Tommaso. Ti accompagno.»
Qualche minuto dopo, sto chiudendo il pannolino pulito di mia
nipote sulla scrivania di Olivia Ranieri. Le abbottono il body, tiro su i
pantaloni di velluto e la appoggio sul pavimento sotto lo sguardo
allucinato della fatina.
«In quel punto della scrivania io ci mangio.»
«Tecnicamente sei stata tu a dirmi che potevo passare quando
volevo.»
«Sì, ma io intendevo solo te, Tommaso! Mentre i miei dipendenti
erano fuori per la pausa pranzo!»
«Ho capito.» Mi appoggio alla scrivania e incrocio le braccia al
petto. «Volevi provare l’esperienza del sesso in ufficio.
Comprensibile.»
Il suo incarnato vira verso il fuxia. «Tommaso! Teresa è dall’altra
parte del muro.»
«Capirai, la tua assistente è già convinta che stiamo insieme»
scrollo le spalle. «E comunque, io non ho mai fatto sesso in ufficio.»
«Nean… neanche io» si imbarazza.
Adorabile.
«Strano. Avrei giurato che almeno una volta…»
«Tommaso!» ripete scioccata, e deduco che provi un insano
piacere a usare il mio nome, lo stesso che provo io a toglierglielo
dalle labbra con metodi poco ortodossi. «Non sapevo che facessi
anche il babysitter per arrotondare, comunque.»
«È mia nipote.»
«Ah» esclama, «in effetti vi assomigliate.»
Attaccata con le manine sul bordo, Rachele fa avanti e indietro
attorno al divano. Gorgoglia qualcosa, tenta un passo incerto in
avanti e prosegue con soddisfazione nel suo giro perlustrativo. Sono
contento di averla portata. Un bambino funziona alla grande nelle
situazioni in cui non ci sono argomenti ragionevoli da trattare e quelli
irragionevoli conducono a me e la fatina spalmati su superfici
verticali come la porta chiusa dell’ufficio.
«Non sapevo avessi una nipote» rompe il silenzio lei.
«E io quasi mi stavo scordando di aver promesso a mia sorella
che avrei badato a lei oggi» le faccio eco. «Giovanna lavora due
traverse più in là, dietro la stazione di Garibaldi.»
La sua assistente bussa alla porta. Olivia aggiusta la voce e la
signora entra sorreggendo un vassoio il cui profumo mi apre una
voragine nello stomaco. «Mi sono permessa di ordinare qualcosa
per voi su Deliveroo. La pasta della focaccia è lievitata trenta ore e
non c’è presenza di cipolla o peperone nel condimento.»
Appoggia il ben di Dio sul tavolino di fronte al divano che si
affaccia sul quartiere. Svita il tappo dell’acqua minerale e sfila due
bicchieri di vetro girandoli verso l’alto. «Aspetto un cenno per
portarvi i caffè, più tardi.»
«Grazie, Teresa» la liquida Olivia.
«Buon pranzo. Posso bloccare ogni chiamata in ingresso finché il
suo ospite si trattiene?»
Olivia esita, neanche fosse una richiesta assurda.
«Sì» cede però. «Sì, stacca pure la linea.»
La sua assistente raggiunge la porta praticamente camminando
sollevata da terra. È il comportamento di qualcuno che ci tiene oltre
al livello professionale. È stima guadagnata sul campo.
«Siediti» mi invita la fatina, laconica, indicando il divano che
Rachele ha scambiato per un parco giochi.
Acciuffo mia nipote e me la metto sulle ginocchia. «Sei sicura che
non disturbiamo?»
«Non essere sciocco.» Toglie l’incarto protettivo dal vassoio. «I
bambini mangiano le focacce?»
«Questa bambina mangia anche il cartone della focaccia. Ma l’ho
nutrita prima di venire qui.»
«Premuroso.»
La sua freddezza mi raggela.
La riconosco come il modus operandi di una che vuole mettere
distanza.
E okay, lo sappiamo entrambi che questo posto elegante da far
paura non c’entra niente con me. Ma sono trascorsi quattro giorni da
Capodanno e dello slancio che l’ha spinta a seguirmi nel teatro
scolastico di Baggio è rimasto poco o niente.
So che è stata impegnata, che ha un sacco di problemi, ma per un
attimo ho creduto che…
«Non saremmo dovuti venire.»
Faccio per alzarmi con Rachele in braccio.
Lei mi ghermisce il polso.
Le sue dita sono sottili, ma bruciano come sale sulla ferita.
«Resta» ordina.
«Perché?»
«Perché io voglio che tu resti.»
«Anche con la bambina?»
«No, lei la vendiamo al primo trafficante di minorenni giù in
strada.» Olivia piega la bocca in una smorfia. «Certo, anche con la
bambina!»
«Non sembravi molto felice, prima.»
«È solo che…»
«Non sta andando bene?» le vado in aiuto.
«Eufemismo.» Prende un pezzo di focaccia con il tovagliolo e me
lo porge.
«Pensavo che il tuo consulente del lavoro fosse ottimista. L’altro
giorno, quando mi hai scritto che saresti tornata tardi perché avevi
un incontro con lui…»
«Marte mi ha fatto saltare un altro potenziale contatto con una
nuova azienda che avevo agganciato alla festa dei Ghisleri. L’ho
saputo oggi» rivela. «Giordano, il padre. Non Stefano.»
Non l’ho mai visto, eppure odio quell’uomo a prescindere. Mi fa
incazzare a livelli indicibili.
«Vuoi che ne discuta con Caterina?»
Per poco Olivia non cade dal divano.
«Sei matto? Quella smetterebbe di odiarlo solo per aiutarlo a
togliermi le due mutande che mi sono rimaste!»
«Se anche tu restassi senza mutande, non sarebbe un problema
per me.»
«Tommaso!» Stavolta il suo colorito è decisamente viola intenso.
D’istinto, sfioro la sua mano appoggiata sul divano. Il contatto pur
delicato mi catapulta nell’iperuranio dei pensieri che non si
dovrebbero mai avere in presenza di un infante nella stanza.
«E tu?» mi chiede.
«Io?»
«Hai già preparato il passaporto per il mese prossimo?»
Los Angeles.
Una voragine si apre all’idea di tornare nella città degli angeli,
seppure solo per qualche giorno. Mi rendo conto che sto sorridendo
perché sento i muscoli facciali tirarsi da soli.
«Ho sempre voluto chiederti se possiedi una green card» se ne
salta fuori lei. «Dopo il matrimonio l’hai richiesta?»
«Sì.»
«Immaginavo.»
«È difficile quando sei negli Stati Uniti con un visto diverso, per un
certo periodo ho dovuto abbandonare il lavoro alla palestra a East
Hollywood per dimostrare che non avevo sposato Allyson per
frodare lo Stato.»
«Ah. Non lo sapevo.»
«Ho sostenuto anche gli esami medici e il colloquio con i
funzionari. Girano di quelle leggende sugli interrogatori… Abbiamo
portato foto, messaggi, ogni prova per dimostrare che stavamo
insieme. E, la sera prima dei colloqui, Allyson mi ha tenuto una
lezione sulle nostre date. Era convinta che non me le sarei ricordate,
diceva che la mia memoria fa schifo.»
Mi pulisco la bocca con il tovagliolo, mentre Rachele tenta di
uccidersi buttandosi in avanti per afferrare un altro pezzo di focaccia.
«Invece lo avete superato.»
«Senza problemi. Eravamo gli unici senza avvocato, quel giorno.
Devono aver apprezzato, non ci hanno nemmeno separati per
intervistarci.»
«Quindi ora puoi tornare facilmente.»
«’io!» Rachele si lancia a tradimento nello spazio tra me e Olivia.
La riacchiappo e la appoggio sul pavimento, dove lei si siede per
mangiare i resti di focaccia.
«Be’, sì. Ma non grazie alla green card.»
«Perché no?»
«Perché io l’ho richiesta, fatina, ma non l’ho mai ricevuta. Stavo
aspettando la risposta, la lettera doveva arrivare a giorni, ma poi Ally
è tornata dalla tournée con un bel paio di corna per me, abbiamo
divorziato, e così…»
«Non sei rimasto ad aspettarla?! La cittadinanza ti spettava,
eravate sposati!»
«Ecco, vedi.» Mi scompiglio i capelli, a disagio. «Come forse hai
intuito, non sono bravo a scegliere sulla base di quello che mi
conviene. E poi ero troppo furioso, troppo…» dilaniato a morte.
«Volevo solo andarmene.»
«Giusto» si adombra lei. «A volte dimentico che tu non sei un
giocatore.»
È tutto quello che dice.
E, chissà perché, ho la sensazione che quella manciata di parole
circoscriva un avvertimento. Come una boa che segnala dove
l’acqua è fonda. Non importa quanto ci si sforzi di nuotare in
superficie, il dislivello sotto resterà sempre lì.
Ad aspettare che un incauto ci finisca dentro.
23

Mollati!

Liam J è un fiume in piena sulla sua relazione con Allyson Ford in un


post rimasto online appena tre minuti e subito cancellato da
Instagram!
Il trentatreenne frontman degli Space Predators si è sfogato sulla loro
storia e sulle principali differenze che li hanno divisi.
“Ally sogna cose nella vita che io non sarò mai in grado di darle”
scriveva il cantante alle due della notte, forse ubriaco. “La capisco e
ci ho provato, ma non sarò mai all’altezza delle sue aspettative.
Evidentemente sono tarate troppo in alto anche per me.”
La coppia (foto 1) ha trascorso il Natale e il Capodanno separata e la
sua ormai ex fidanzata ha preso un periodo di ferie da Los Angeles
per restare con la famiglia in Colorado. Nella giornata di ieri i camion
di una ditta di traslochi (foto 2) sono stati avvistati mentre entravano
nella proprietà di Bel-Air.
Liam J si è definito “amareggiato e consapevole di essere spesso un
idiota colossale”, ma anche “nostalgico del meraviglioso tempo
trascorso con lei”, aggiungendo che “il sesso era f****tamente
fantastico”.
Al termine del post, il cantante si è dichiarato sconfitto: “ci ho provato
ma credo che lei non fosse innamorata di me come io lo ero di lei.
Anche se questo è un ca**o di schifo.”

***
Olivia: Sei a casa?
Tommaso: Sto arrivando.
Olivia: Io sono arrivata da poco. Sei libero stasera? Ho ordinato delle
provviste alimentari che vorrei condividere con qualcuno.
Tommaso: Ti prego, dimmi che non è ancora quella zuppa del
ristorante thai che ti piace tanto.
Olivia: Il khao soi è buonissimo!
Olivia : Comunque no, niente zuppa. E non mi hai detto se sei
libero.
Tommaso: Sono già davanti alla tua porta, fatina.

***

Tommaso: Ho appena scoperto che non mi piace svegliarmi e non


trovarti dove ti lascio quando chiudo gli occhi per dormire.
Olivia: Scusami. Giornata folle, mi sono alzata prestissimo. Non ti
volevo svegliare, me ne sono andata più piano che ho potuto.
Tommaso: Come va in ufficio?
Olivia : Il solito delirio.
Tommaso: Novità?
Olivia: Nessuna.
Olivia: A che ora cominciano i tuoi corsi oggi?
Tommaso: È un modo per chiedermi se voglio venire da te per la
pausa pranzo?
Olivia: Forse.
Olivia: Sì.
Olivia: Argh! Lo sai che a questi giochi non so giocare, Tommaso.
Tommaso : Giusto, tu sei per i patti chiari e gli obiettivi comuni.
Dunque, vediamo di essere chiari: vuoi approfittare dell’assenza dei
tuoi dipendenti per una sessione di rilassamento reciproco?

***

Tommaso: Sono fuori per un aperitivo sui navigli con Aaron e


Massimiliano. È passata solo mezz’ora e Aaron mi ha chiesto dieci
volte se ti ho già dipinta.
Olivia: E tu?
Tommaso : Gli ho detto che deve smetterla di pensare a te che
indossi solo delle mutandine, e che cazzo!

***

Tommaso: Ho provato a chiamarti, ma non rispondevi.


Olivia: Stavo dormendo. Sai, visto che è l’una e mezza di notte… Sei
tornato dalla tua Serata Artisti Riuniti?
Tommaso: Sono davanti alla tua porta.
Olivia: Mmm. È previsto un accampamento sul pianerottolo stanotte?
L’amministratore di condominio lo sa che abusi degli spazi comuni?
Tommaso : Pensavo più a un accampamento sul mio letto, a dire il
vero.
Tommaso: Vieni da me, Liv?
24
Olivia

«A che ora hai il check-in, domani mattina?»


«Alle nove.» Tommaso mette un paio di magliette piegate dentro
la valigia. «Ho l’imbarco privilegiato, Cate mi ha prenotato un posto
in prima classe.»
Mi appoggio con la spalla allo stipite della porta per osservarlo
meglio. Anche con i pantaloni della tuta e una T-shirt sbiadita è uno
spettacolo. Sono uno spettacolo i suoi capelli scuri scompigliati e
sono uno spettacolo i suoi occhi chiarissimi colore mar di Sicilia, che
scandagliano la camera da letto alla ricerca dei vestiti.
Ma lo spettacolo principale, quello da sold out e biglietti rincarati
fuori dagli ingressi per intenderci, è invisibile. Lo percepisco in ogni
centimetro del mio corpo. Esplode solitario, esplode e brucia come
un fuoco d’artificio senza fine.
Domani Tommaso parte per Los Angeles. Andrà al matrimonio di
Caterina Marte a Malibu e dopo un paio di giorni sosterrà un
colloquio di lavoro con Giles Hoffman della Hoffman Gallery.
Tommaso parte.
Me lo ripeto ancora, perché mi pare impossibile l’idea che tra
poche ore non lo avrò più dopo averlo costantemente avuto nella
manciata di settimane da Capodanno a oggi.
«Non sono mai stato in prima classe. Qualche consiglio?»
«Sì.» Poso la tempia sullo stipite. «Non provarci con le hostess.»
Tommaso si blocca in mezzo alla stanza con un paio di pantaloni
arrotolati tra le mani. «Sei gelosa, signora Ranieri?»
Da morire.
«I bagni dell’aereo sono scomodi» ribatto invece.
«Giusto.» Ridacchia. «Ehi, mi passi la felpa sulla sedia?»
La abbranco e gliela lancio. Lui la ferma al volo e la gira verso di
me. Sul davanti c’è stampato Praha Drinking Team. È la stessa che
ho indossato la mattina dopo che ci siamo conosciuti.
L’ironia della vita non si smentisce mai.
«Quindi» prosegue, piegandola in valigia, «lo so che mi dovrò
alzare prestissimo e tutto, ma resti da me stasera?»
Faccio spallucce. «Okay.»
Quello che non gli dico è che ho rinunciato alla seconda serata di
un importante evento di settore per trascorrere con lui le ultime ore
prima della partenza. Per carità, decisione per nulla sofferta. A
essere sofferta è stata l’apertura dell’evento di ieri sera: uno strazio,
e non solo perché è complicato mantenere la faccia tosta mentre i
tuoi detrattori fanno gli onori di casa e tutti attorno a te sono
aggiornati sul disastro in cui versi.
«Però non ho un granché per cena» continua, «e devo finire di
imballare le tele per il gallerista.»
Mi limito a un «certo» e spero che sia abbastanza distaccato.
Nelle ultime settimane mi sono adeguata alla massima profondità di
conversazione che ci permettiamo. Ci scambiamo dettagli quotidiani
al limite del superfluo e ci nascondiamo le grandi verità che
sarebbero troppo complicate da gestire.
«Vado un attimo da me» lo avverto.
Me lo tolgo dalla vista e il cuore frena la sua corsa, ma la morsa
che lo stringe resta. Chiudo la porta sul pianerottolo e mi rintano nel
mio appartamento. A quel punto sblocco lo schermo del cellulare.
Trabocca di messaggi non letti.
Sono di Dario.
Sono uno più sgradevole dell’altro.
Mi accascio sulla porta d’ingresso, fissando il salotto vuoto.
In queste sei settimane ho sviscerato la questione da ogni punto
di vista. Mi sono tolta lo stipendio. Ho annullato il rinnovo dell’affitto
degli uffici della R-Licensing nel complesso di Isola e visionato
alternative economiche dislocate dal centro. Ho concluso un accordo
con la software house logistica per appena ventimila euro che
arriveranno tra sessanta giorni.
Non è ancora sufficiente.
Forse dovrei rassegnarmi, ma la cocciutaggine è più forte e
l’orgoglio le dà man forte sostenendo che piuttosto la morte.
Cancello le notifiche di Dario senza leggere i messaggi. Non
lascerò che lui infetti questa serata, l’ultima prima che Tommaso si
renda conto che non tornerà più in Italia.
Da Capodanno siamo andati avanti un giorno alla volta, e il suo
viaggio non è mai stato nominato oltre la circostanza. Lui nega, ma
io so che quel lavoro è suo e che non lo rifiuterà.
Va bene così.
Voglio solo che le ultime ore siano indimenticabili. Voglio restargli
addosso almeno un decimo di quanto lui lo ha fatto con me, e
pazienza se poi le conseguenze le pagherò io.
A Natale ai miei ho detto la verità, Tommaso mi rende felice.
Lo fa in un modo imperfetto, sbeccato. Non ci completiamo, non
siamo destinati e non siamo neanche la scelta fiabesca. Non sempre
lui tira fuori il meglio di me e di certo in alcuni momenti io non ho
tirato fuori il meglio di lui.
Ma per me è stato amore.
Qualsiasi cosa sia stata per lui, è stata reale.
Ne è valsa la pena fino all’ultimo effetto collaterale.
25
Tommaso

Il lieve tonfo della porta d’ingresso mi fa alzare la testa dalla


valigia.
«Liv?»
Mi sono spostato nell’atelier per arrotolare le tele per il trasporto,
visto che Giles Hoffman, che tra le altre cose possiede uno studio di
produzione grafica per cui ho un colloquio tra quattro giorni, vuole
visionarle dal vivo.
Aaron mi ha anticipato che mister Hoffman mi farà disegnare un
soggetto a sorpresa dandomi mezz’ora di tempo. L’informazione mi
ha messo in allarme, ma dopo mi sono ricordato che l’ultima gioia
professionale è stata essere reclutato da Émile nella squadra del
catering. Quindi, in sostanza, peggio di così è dura.
«Liv?» ripeto, arrotolando un’altra tela e infilandola nel tubolare,
«dimmelo se hai lasciato aperto per un ladro, così posso dargli una
mano e cercare qualcosa di valore qui dentro.»
Una risatina mi solletica la nuca.
Incredibile come qualche settimana sia bastata per abituarmi ad
averla intorno. Sarà che casa sua è un disastro, ma posso contare
sulle dita di una mano il numero di notti in cui siamo stati separati,
dopo Capodanno. Non l’abbiamo deciso o programmato. Cercarci è
stato naturale, è successo nel modo in cui sono successe la maggior
parte delle cose tra noi.
«Hai finito?»
«Quasi.» Ripongo il tubolare dentro la valigia e agguanto l’ultima
tela da imballare. «Hai scelto con cosa cenare?»
«Sì.»
«È qualcosa che prevede uno di noi due ai fornelli?»
«No.»
Non la vedo in faccia, ma sento lo stesso il suo sorriso compresso
tra quelle due lettere.
«Okay.»
Infilo l’ultima tela e chiudo la valigia. Olivia sceglie quell’esatto
momento per spegnere la luce principale. Lo studio sprofonda nel
buio solo qualche istante: poco dopo le piante sui davanzali, le tele
che non porto con me in California, il cavalletto, tutto viene illuminato
dalle lampadine colorate appese di traverso sulle finestre. La luce
soffusa è in pieno contrasto con il buio della notte fuori dalle vetrate.
Una sensazione indefinita mi si incolla come sabbia sulla pelle.
Partire mi fa sentire strano.
È come se l’intero mese e mezzo che abbiamo trascorso insieme
mi si stesse condensando addosso, una somma di giorni che
culmina nel suo picco massimo quando mi volto verso il rumore di
passi sul pavimento.
Trovo la fatina a metà stanza. Si è cambiata, non indossa più i
pantaloni neri e austeri da donna in carriera. Ora ha attorno una
specie di kimono colorato di seta, allacciato in vita, il cui bordo
inferiore accarezza le ginocchia.
«Qualsiasi cosa tu abbia in mente, ci sto.»
Olivia arriccia le labbra, divertita, ma resta a una distanza
intollerabile.
«Hai mai dipinto qualcuna dal vivo?» mi domanda.
«Modelle? Parecchie volte. Ai corsi per studiare le proporzioni
corporee, per imparare, e poi…»
«No, non hai capito» mi interrompe e fa scivolare dalle spalle il
kimono, che scende con un fruscio e si accumula attorno ai piedi
nudi.
Risalgo sulle gambe e ammutolisco.
Anche sopra è nuda.
Incredibilmente nuda, fatta eccezione per un paio di
discutibilissime mutande color carne. Mi torna alla mente la
conversazione con Aaron nel dietro le quinte del teatro scolastico su
quanto non le andasse di posare e quasi non ci credo che lo voglia
fare adesso.
Con me.
«Vuoi che ti ritragga così?»
«Come le tue ragazze francesi?» mi fa l’occhiolino. «No.»
«Meno male. Detto tra noi, non credo di avere tanto
autocontrollo.»
Lei sorride. «Intendevo dire se hai mai dipinto il corpo di qualcuna,
come una tela.»
Ah. Ecco.
Ancora peggio.
Deglutisco.
E deglutisco ancora, perché lei sta avanzando verso di me con
un’incertezza che mi fa salire il cuore al cervello. E forse è proprio il
caso che il mio cuore cominci a prendere lezioni di razionalità prima
di subito, perché quello che mi suggerisce è esageratamente
irragionevole.
«Vuoi che ti dipinga?»
Il suo sguardo a metà tra l’innocente e il malizioso mi uccide in via
definitiva. «Sì. Puoi usare le tempere, o gli acquerelli, insomma,
fammi quello che vuoi.»
Fammi quello che vuoi…
Sono fottuto.
Olivia mi arriva vicinissima, ed è la vicinanza a consentirmi di
intravedere l’agitazione. «Quindi? Ci stai?»
«Merda, fatina, come si fa a dirti di no?»
«Si fa che non mi dici di no. Cosa devo fare?»
«Smetterla con domande del genere, per cominciare» dico,
alzandomi in piedi. La prendo per il polso. Lei si lascia prendere. La
sua arrendevolezza mi uccide. Soffoco l’istinto di spingerla sul
davanzale e scoparla sotto le lucine colorate solo perché quello che
lei ha in mente è ancora migliore.
Olivia fa un ultimo passo avanti, la sua integrale nudità finisce
contro i miei pantaloni e la maglietta. Decido che sono troppo vestito
e mi sbarazzo della T-shirt gettandola a caso da qualche parte.
Sentire la morbidezza della sua pelle nuda sulla mia mi eccita da
morire, e il colpo di grazia me lo danno le dita di Liv che mi tirano i
capelli, le labbra che risalgono sul collo.
«Se vai avanti così, gli unici colori che ti mostro sono quelli
dell’orgasmo» la avverto.
Olivia mi lascia un velocissimo bacio sulle labbra. La sua mano
scende in mezzo alle gambe. «Dimmi dove mi devo mettere.»
Le sue dita afferrano l’elastico di pantaloni e boxer e tirano giù
tutto. Mi cade anche il respiro mentre mi guarda dappertutto. Nelle
ultime settimane ci siamo visti nudi così tante volte, eppure oggi
sembra diverso.
Il suo sguardo si scontra con il mio prima di abbassarsi.
Si abbassa tutta e finisce in ginocchio. «Okay, prendo iniziativa io.
Qui va bene?»
La regina intoccabile è davanti a me.
L’attimo successivo, mi azzera ogni pensiero logico accogliendomi
nella bocca.
Non c’è più altro.
Niente al mondo se non lei.
«Cristo…» mormoro. «Cristo, Liv, oddio…»
Le tengo le mani sui capelli, le accarezzo la testa mentre ogni
centimetro di me viene preso, scosso, viene devastato da un
invasore che ho sottovalutato. Sono in suo potere. Con le sue labbra
attorno a me mi viene il dubbio di esserlo sempre stato.
In uno sprazzo di lucidità cerco di capire se le piace e quello che
vedo rischia di farmi finire in tempo zero. Nonostante i propositi lei
ha occupato uno spazio che non sapevo nemmeno di avere, e ora
sta lì, con la sua bocca sul mio cazzo, a farla sembrare la
quintessenza dell’erotismo e allo stesso tempo uno stupendo atto
d’amore.
«Olivia, ehi» la scosto. «Siediti.»
«Dove?»
Mi siedo, la trascino con me sul pavimento. Lei mi finisce in
braccio.
«Qui va benissimo.»
«Oh, o-okay…»
«Volevi essere disegnata, no?» le chiedo, allungando una mano
verso il carrello che uso per metterci i colori. Prendo alla cieca il
barattolo delle tempere, schizzo alla meno peggio una tavolozza di
nero, bianco e rosso tenendomela a cavalcioni. C’è solo uno strato
di stoffa a dividerci, sto pulsando dalla frustrazione di non essere
ancora dentro di lei.
«Mi sposto?» chiede.
«Non osare. Non userò pennelli» la avverto, mescolando i colori
sul ripiano, un po’ come viene. «Solo le dita.»
Compongo un rosa intenso e ci affondo un polpastrello, quindi
traccio una linea sul seno. Al contatto con il colore fresco sulla pelle,
Olivia trattiene il fiato. Apre la bocca, ma la voce non esce. Osserva
rapita le dita che sfumano la tempera come se fosse al cospetto di
Leonardo da Vinci al lavoro. Vario di poco la tonalità e ripeto
l’operazione, stavolta tirando due righe da sotto il seno fino al bordo
degli slip.
La prima volta che l’ho vista volevo fissarla su tela, ora invece sto
mettendo me stesso su di lei. Letteralmente, il mio colore, le mie
dita, la mia visione sul suo corpo.
Liv mi lascia fare, lascia che i miei polpastrelli la sporchino di
tempera, che il colore la ridefinisca, lascia che quello che vedo io di
lei diventi realtà.
È mentre le ombreggio le spalline che capisce.
I suoi occhi si sgranano, pieni di stupore. Le sto accarezzando i
fianchi con piccoli cerchi concentrici per disegnare le arricciature del
tulle quando si alza appena, scostandosi gli slip. L’attimo successivo,
sono dentro di lei.
È un attimo che si dilata all’infinito.
Olivia ruota appena il bacino, i suoi occhi non lasciano i miei
mentre mi circonda il polso e si preme la mia mano sporca di
tempera sul cuore. La tengo, la esaspero, la bacio, la tempera
sporca anche me, ci muoviamo insieme ed è un’esperienza mistica,
noi due, l’impossibilità, la razzia che lei sta compiendo senza che io
ci possa far niente.
Si sporge, mi lecca le labbra, mi fa impazzire.
«Dimmi che ne è valsa la pena.»
«La tua idea?» cerco di restare lucido, anche se non è semplice a
un passo dall’orgasmo. «Totalmente.»
«Io» mi corregge, «dimmi che sono valsa la pena.»
Mi parla con la voce rotta. La guardo meglio. «C’è qualcosa che
non va?»
Ma lei non dice altro.
Mi bacia.
Mi bacia e io so che lo fa perché non vuole che la veda, e io vorrei
fermarmi e chiederle il motivo, ma lei non me ne dà possibilità,
accelera, mi trascina, mi porta al limite. Accoglie un lungo orgasmo
che la fa accasciare sulla mia spalla e getta negli inferi anche me
mentre le vengo dentro.
Restiamo immobili per lunghi minuti. Stretti.
Zitti.
Le lampadine colorate dondolano sopra le nostre teste, il silenzio
ci abbraccia, io cerco di capire perché, perché mi sento così triste
dopo aver condiviso qualcosa di così bello con una persona che non
sarà la santità personificata, ma è spanne sopra ai pregiudizi che la
seguono ovunque.
«Olivia» mi assale un dubbio. «Guarda che torno tra otto giorni.»
Lei tende un sorriso pieno di pena. «Certo.»
«Sul serio» insisto, «nel caso remotissimo in cui mi prendessero,
non mi trasferisco subito. Cioè, magari tra un mese…»
«Sì.» La sua recita sorridente non smette. «Bene.»
L’ipotesi che finora non ho mai considerato mi acceca per un
istante.
«Ma tu vorresti continuare? Questa cosa che abbiamo, la vorresti
continuare lo stesso?»
«Con un oceano e un continente di mezzo?»
«Già. Giusto.»
Lei fa per alzarsi. Potrei lasciar perdere, ma qualcosa me lo
impedisce.
La blocco per un polso. «E se non ci fossero?»
Olivia si stranisce. «Cosa?»
«L’oceano e il continente. Se non ci fossero, continueresti?»
«Non è una domanda che appartiene a questo universo.»
«Okay. Cambiamo universo, allora, così puoi rispondere.» Le
punte dei capelli sporche di tempera rosa le striano le spalle. «Dai,
fatina, di cosa hai paura? Mi hai già detto che non sono la tua prima
scelta. Una volta in più non mi uccide mica.»
Mi copre la mano con la sua, prima di alzare gli occhi nei miei.
Sono così verdi, così pieni di fragili promesse, che mi fanno crepitare
un posto troppo vicino al cuore.
«In un altro universo io continuerei, Tommaso.»
Lo dice e aspetta una risposta.
La aspetto anch’io, ma dalla mia gola non esce niente.
Il nulla assoluto.
«Vado a lavarmi.»
Si alza con la grazia di una regina altera. Sparisce verso il bagno
mentre io fisso il cornicione vuoto del mio atelier.
Quando sento l’acqua colpire il piatto della doccia, realizzo che
sono un idiota. Devo darmi una svegliata e agire, fare una mossa,
una qualsiasi.
Perché questo cambia le cose.
Che lei voglia continuare, cambia.
Cioè, non era nei programmi, ma lei mi piace. Ci sto bene. Mi
piace.
Da Capodanno è stato un bel periodo, non controllo i siti di gossip
per raccattare di notizie sulla mia ex moglie da quando abbiamo
cominciato a vederci. E l’esperimento con Liv sta andando bene.
Funziona, è concreto. Non si scarta una cosa imperfetta ma reale in
nome di una fedeltà ideale a senso unico.
Sarei uno stupido a rinunciare all’unica persona con la quale sono
di nuovo vivo e non un automa disfunzionale, anche se quella
persona non piace a chiunque mi circonda.
Alcuni momenti si definiscono decisivi, e quando mi alzo per
raggiungerla nella doccia so che questo non fa eccezione. Cammino
nel corridoio e quasi inciampo quando vedo il cellulare illuminarsi nel
buio. Tra Caterina e Massimiliano non so chi sia più gasato del
colloquio a Los Angeles, così faccio una piccola deviazione verso la
panchetta su cui è appoggiato, per prenderlo.
Solo che non è il mio.
È quello di Olivia.
E sullo schermo si illumina il nome di Dario Lodisini.
«Che accidenti…»
Sbatto le palpebre, ricontrollo.
Il nome resta sempre lì.
Il nome dello stronzo sul cellulare della mia…
Mi costringo a ragionare.
Da quel poco che ho potuto vedere, appartiene alla tipologia di
uomo incapace di arrendersi al rifiuto.
Lei non mi ha detto che lui la cerca, a dir la verità non me lo
nomina da Capodanno, ma in ogni caso non ho motivo di cedere al
sospetto. Non dopo quello che è appena successo. È impossibile.
Sicuramente l’infame non riesce concepire l’idea che i suoi soldi
non possano comprare tutto, che esista qualcosa di più prezioso da
offrire che a lui è precluso.
Dopo qualche secondo, Dario Lodisini desiste e riattacca.
Il cellulare, però, si illumina ancora.
Non voglio sbirciare, ma l’anteprima del messaggio è davanti ai
miei occhi.
E io cedo.

Dario: Dove sei? Ti aspettavo alla cena, è irritante che tu abbia


ricevuto la mia proposta di fusione e non sia qui per discuterne! Cosa
stiamo aspettando? Ieri sera ero serio, stavolta non ammetto c…

Arretro.
Respiro.
Il cellulare squilla ancora.
È sempre lui.
Non rispondere.
«Pronto?» dico, portandomelo all’orecchio.
Non sono chi si aspettava. L’investitore si blocca, indugia, impalca
il tono professionale. «Sto cercando Olivia Ranieri.»
La cerca alle dieci di sera.
Come se fosse normale, per lui, disporre del suo tempo senza
alcuna restrizione.
Mi viene in mente che nello scorso mese e mezzo Olivia non mi
ha mai spiegato con chiarezza quello che sta facendo per risanare la
sua azienda. Da quel che so lei e il suo consulente stanno ancora
galleggiando nella nebbia.
«Olivia non può rispondere in questo momento. Vuole lasciare un
messaggio?»
«Con chi sto parlando?»
«Il fratello» sparo a caso.
«Ah.»
È incazzato.
Si sta sforzando di fare l’educato, ma è incazzato. È uno stronzo,
uno che non ha rispetto di lei, uno scarto incattivito dell’insuccesso.
«Le riferisca che il mio ufficio legale attende una controproposta
sul contratto che le ho inviato. È da un mese che ci lavoriamo sopra,
gradirei concludere.»
Un mese!
Un maledetto mese.
«Certo, signor Lodisini. Riferisco.»
Riaggancio.
Nel corridoio torna il silenzio, ma ora la luce del bagno si spande
sul pavimento fino ai miei piedi. Non ho bisogno di voltarmi per
sapere che lei è qui. Ma lo faccio ugualmente.
Olivia è bardata nel mio accappatoio, i capelli gocciolano acqua
sulla spugna. Non fa niente per dissimulare. Il suo gemito sorpreso
dice tutto. È sconvolta, ma io la batto.
Abbasso lo sguardo sul telefono ancora in mano, sul mio corpo
nudo, sui pettorali macchiati di colore sceso sugli addominali,
nell’ombelico, e quello che abbiamo condiviso poco fa acquista una
sfumatura così grottesca da far spavento.
Si è sciolto tutto, come la tempera che le imbrattava i capelli. Si è
sciolto ed è finito giù nello scarico assieme all’idea insana di salvare
qualcosa di noi.
Le premo il cellulare al centro dell’accappatoio. «Questo è tuo.»
«Tommaso…»
Scuoto la testa. «Mi sono sbagliato.»
«No, Tommaso, qualsiasi cosa ti abbia detto, lasciami spiegare…»
Non so con quale forza rido, visto che dentro mi sento morto.
«Hai avuto tutto il tempo per spiegare, Olivia.» Mi prendo la base
del naso tra le dita. «Adesso vattene.»
«Tommaso, ti giuro che non è come pensi. Lasciami spiegare.
Non lo frequento, è lui che…»
«Ma per favore! Sei tu che ti sei tenuta uno spiraglio perché ti
servono i suoi soldi! E non importa se lo fai per una nobile causa, hai
dei dipendenti fantastici e okay, non meritano di restare senza
lavoro, ma sai cosa ti dico? A una certa, chi se ne frega! Non sei
obbligata a stringere patti con il diavolo! Quella è una tua scelta, una
scelta che hai preso in totale libertà perché davi per scontato che
questa cosa» indico lo spazio tra me e lei, «sarebbe durata fino a
oggi.»
A vederla così, bagnata, fragile, con il labbro inferiore che trema,
sono costretto a ostacolare l’istinto pazzesco che mi spingerebbe a
consolarla.
Non so neanche perché aspetto la sua risposta come un assetato
nel deserto. Tanto, qualsiasi cosa dirà, sarà una mezza verità per
pararsi il culo.
Tuttavia non riesco a staccarle gli occhi di dosso, a guardarla
come l’ultima sfortunata esposizione prima di un saccheggio d’arte.
Non riesco a impedirmi di morire nel suo sguardo.
«Negalo, se hai il coraggio» la provoco.
Si irrigidisce. La vedo valutare quanto sbilanciarsi, cosa giocarsi
per vendersi al meglio. La morbosità di saperlo mi tiene appeso a un
filo.
Poi lei parla.
«Non è questo, Tommaso» dichiara, «è che… io… sono
innamorata di te.»
Cade il silenzio.
Cade così rumoroso che temo abbiano sentito il colpo fino al
piano terra.
Quattro parole.
Sono sufficienti per pietrificarmi sul posto.
Mi fanno smettere di respirare.
Nello spazio di un battito, constato che pagherei tutto quello che
ho per tornare indietro e non averle sentite. Mi distrugge sapere che,
tra le scuse che poteva usare, abbia scelto di togliere valore proprio
a questo.
«È la verità, Tommaso» prosegue, cauta. «Sono innamorata di te.
Mi sento… non lo so, io con te cammino perennemente sull’orlo del
baratro tra felicità e…»
Patetica.
«Tu non hai assolutamente idea di cosa voglia dire amare
qualcuno.»
«È vero» ammette di malavoglia. «È vero, non lo sapevo prima e
forse non lo so neanche adesso. Ma non ho mai provato niente di
paragonabile per nessuno, prima di te… deve pur significare
qualcosa.»
Altre due battute e le do il numero di Massimiliano per iscriversi
alla compagnia di teatro.
È così convinta che rischio di crederci.
«Sai, Olivia, da quando ti conosco ho sempre apprezzato un’unica
cosa di te. Si chiamava “sincerità”.»
Qualcosa nella mia voce la allarma. «Tommaso, ti prego, lascia
che ti spieghi…»
«Spiegarmi?» domando allibito. «Okay, spiegami come accidenti
siamo tornati a questo punto. Spiegami come riesci a guardare in
faccia quell’uomo fingendo che non ti schifi!»
Lei fa una smorfia. «È stato per lavoro, l’ho visto solo per lavoro,
mai da soli…»
«Quando? Ieri sera?»
«S-sì, ma solo perché eravamo allo stesso evento…»
«E poi?» la interrompo. «Quante altre volte?»
«Due… no, tre, ma erano incontri professionali e…»
«E? No, dài, non essere timida. Spiegami come siete passati da
Capodanno a un contratto di fusione! Perché uno come lui
difficilmente compra aziende azzoppate come se fossero caramelle.
E non è che vi siate lasciati così bene l’ultima volta che vi ho visti
insieme! Quindi? Cosa ha preteso in cambio?»
«Io… lui… le mie scuse» mormora.
«Le tue scuse?! E per cosa?»
«Per quello che è successo a Capodanno.»
«Tu non hai fatto niente a Capodanno. Sono stato io a fermarlo.»
Lei tentenna. «Infatti. Io… mi… sono scusata per te.»
Il bello di essere stati feriti a morte è che quello che arriva in
seguito a confronto è il niente, o almeno è quello che mi sono
raccontato fino ad adesso.
Invece ora vengo sbalzato giù, nel vuoto, ed è esattamente come
lo ricordo.
Caduta troppo lunga, impatto troppo violento.
«Cosa…»
«Tommaso, ti prego» mi anticipa. «Ero al centro di una sala piena
di possibili clienti e lui insisteva. L’ho fatto perché non potevo
permettermi una scenata, solo per quello. Non conta niente che
l’abbia detto, perché non lo penso.»
Olivia fa per prendermi un braccio, ma io sono più veloce a
scostarmi.
«Fanculo alla scenata! Sai cosa non potevi permetterti di perdere?
La tua dignità. Ma ormai è troppo tardi anche per quella.»
In una manciata di falcate sono davanti alla porta di casa. La
spalanco, ma lei non si muove. Stretta nel mio accappatoio, mentre
scuote con vigore la testa, ci mette tutto l’impegno che può per
restare ferma come un albero che non si piega a una folata di vento.
«Non me ne vado, Tommaso. Non stavolta.»
«Tua scelta anche questa» le accordo. «Ma, se vengo lì, ti sollevo
di peso e ti metto sul pianerottolo. E io stavolta sì che lo faccio.»
Olivia tira su con il naso.
«So che sei arrabbiato, ma a mente fredda ti renderai conto che
non è così grave come pensi e che io non ho fatto niente che…»
Come fa a non accorgersene?
«È questo il problema.» La furia mi spinge verso di lei. D’istinto,
Olivia si rinsalda meglio allargando i piedi sul pavimento. «Che tu, a
mente fredda, non ti renda conto di quanto pesano le conseguenze
di ciò che fai.»
Non le lascio altro spazio.
La sollevo, e mi allevia così tanto tenerla addosso che quasi vorrei
non lasciarla. Ma è solo un’illusione: la causa non è mai la cura.
Rinuncio e la deposito sul pianerottolo assieme al cellulare e alle
chiavi di casa.
«Ti lascio i vestiti appesi alla maniglia, quando li ritrovo in giro per
casa.» Sto per sbattere la porta ma all’ultimo ci ripenso, sapendo
che questa è la nostra penosa conclusione.
«Avevi ragione, Liv, io l’avrei distrutta la scacchiera di merda su
cui voi giocate.»
E, a quel punto, la porta si chiude in ogni senso.
26
Tommaso

«Tom!»
Nella folla che occupa il gate degli arrivi del LAX intravedo una
camicia a scacchi riempita da due spalle muscolose. Avanzo tra
gomiti sporgenti e schiene in T-shirt svolazzanti per raggiungerlo.
«Disgraziato di un californiano.» Mollo valigia e bagaglio a mano e
lo stringo in un abbraccio.
La prima volta che sono atterrato al Los Angeles International,
dopo le ore passate alla frontiera, ho trovato Allyson al di là dei vetri
con il cartello “italian hottest artist” sollevato sopra la testa.
L’ultima volta che sono stato in questo aeroporto vagavo nella
zona partenze da solo, con la carta del divorzio in una tasca e i
sogni impacchettati e rispediti al mittente nell’altra.
«È bello che tu sia in questo fuso orario.» Jay mi lascia una pacca
sulla spalla, prima di aiutarmi con il bagaglio a mano. «Hai una
faccia orrenda, ma è bello vederla dal vivo.»
«Grazie.» Mi scompiglio i capelli, prima di trascinare la valigia.
L’aeroporto è trafficato e, fuori, l’aria di Los Angeles è il riassunto di
tutto ciò che mi è mancato nel grigiore dell’inverno italiano. La inalo
e il cervello processa “finalmente”.
Per un attimo è tutto quello a cui riesco a pensare.
Io che, dopo più di un anno e mezzo di assenza autoimposta,
sono tornato nel posto a cui non ho mai smesso di appartenere.
«Allora, cosa hai combinato?» mi chiede Jay, mentre camminiamo
sotto il tiepido sole verso il parcheggio riservato agli accompagnatori.
«In che senso?»
«Nel senso, ti sei guardato allo specchio nelle ultime ore?»
«Nei riflessi del finestrino dell’aereo conta?»
«Cosa hai combinato?» ripete James.
Il freddo qui è un lontano ricordo, come dovrebbe esserlo tutto ciò
che è successo prima della mia partenza e che invece non fa che
tormentarmi da quando sono uscito di casa.
«Un casino» ammetto.
«Perché la cosa non mi stupisce? C’entra la donna di
Capodanno?»
«No.»
«Okay, c’entra lei» deduce il mio amico, aprendo il bagagliaio. La
sua Chrysler rossa è peggio di una Delorean, mi riporta a un passato
lontano che diventa sempre più vicino.
«Viaggi ancora con la macchina a noleggio?» gli domando.
«Io e Cate l’abbiamo riscattata, è nostra. E tu stai cambiando
argomento, strategia che non ti permetterò. Se mia moglie ti vede
così, rischi l’interrogatorio livello CIA. Parlami, lo faccio per il tuo
bene.»
Appoggio la valigia nel baule e mi accascio sul sedile del
passeggero, aspettando che Jay prenda posto alla guida. La luce si
riflette sul parabrezza, dalla radio esce un’allegra canzonetta pop,
l’abitacolo profuma di inchiostro fotografico e pino sintetico.
«Okay, sì. C’entra lei» mi arrendo. «Dove con “lei” intendo la
persona più sbagliata che potevo incontrare. Io… cazzo, Jay, io non
lo so. È inaffidabile, è manipolatrice, Cate la odia…»
«Mia moglie la conosce?» si sorprende James, immettendoci sulla
strada che ci porta nel denso traffico californiano.
«È la sua ex cognata. Quella con cui stava suo fratello prima di
Melissa.»
«Oh.»
Apprezzo che, da gran signore qual è, James si esprima fino a lì,
ma ho bisogno di lui in questa conversazione in cui mi ha gettato a
tradimento.
«Senza filtri, Jay. Parla e basta.»
Lui tamburella le dita sul volante. «Ti sei invaghito di miss
Arrampicatrice Letale. Più che chiederti qualcosa, dovrei consolarti.
È davvero terribile come la descrivono i Marte?»
Ripenso alla cosa pazzesca che abbiamo condiviso la scorsa
notte. A quanto mi abbia devastato stare dentro di lei, sentirla
fondersi con me, un lunghissimo istante senza barriere in cui siamo
esistiti solo noi.
Alla sua bugia che ha rovinato tutto.
«Lei è…» vado alla ricerca della giusta definizione, ma le parole
mi sgusciano via, «non lo so, ma so che sono stato uno stupido a
credere che…»
«Avesse un cuore?»
«Sì. No. È che… Dio, Jay, non la tollero. Non tollero quello che
è.»
«E allo stesso tempo non riesci a farne a meno» conclude per me.
«Ci sono passato.»
Per un secondo sono tentato di chiedergli come si guarisce, ma
poi faccio presente a me stesso che lui, la sua tentazione, se la
sposa domani per la seconda volta.
Le palme fuori dal finestrino si stagliano correndo su un cielo
vagamente opaco. L’interstatale a quattro corsie che ci sta
conducendo nel cuore della città è larga e affollata. Quando ci
fermiamo in coda, qualcuno suona il clacson, un pickup risponde con
una seconda strombazzata.
«È un bene che io sia qui» realizzo d’un tratto.
«A seimila miglia da Milano?»
Annuisco. «E pensare che per un po’ persino il muro che divideva
i nostri appartamenti mi è sembrato di troppo.»
Il traffico è congestionato e, non appena ci muoviamo, James
imbocca il primo svincolo, schivando per un pelo uno scooter
imbizzarrito.
«Tom?»
«Eh.»
«Sei proprio sicuro?»
«Di cosa?»
Jay abbassa la voce. «È che tu dici questo, ma non sembri tanto
convinto.»
«Lo sono» taglio corto. «Io con lei vedo nero. Nessun colore, solo
nero. Questo non è… amore. Questo è desiderare di non averla mai
incontrata.»
Jay si concentra sulla strada, nessuno parla più per quasi un
miglio.
La periferia di Los Angeles pian piano si trasforma, gli edifici si
alzano, diventano più ravvicinati, le insegne pubblicitarie si fanno più
grandi, il traffico più stretto.
È quando parcheggiamo davanti all’hotel in cui starò nei prossimi
giorni che il mio amico torna a rivolgermi la parola.
«Hai intenzione di raccontarlo a Cate?»
«Di me e della sua nemesi? Neanche per sogno» sentenzio. «È
un capitolo chiuso, e voi vi sposate domani. Non voglio rovinarvi la
festa.»
«Non la rovineresti. Sai che lei c’è per te, così come ci sono io.
Matrimonio o non matrimonio» mi rivolge un cenno complice, prima
di scendere.
Il mio cellulare squilla.
Olivia.
Non la vedo da circa ventisei ore che, a seconda della prospettiva,
pesano come un secondo o come una vita intera.
Nei due minuti e mezzo in cui lei è rincasata nel suo
appartamento per togliersi l’accappatoio gocciolante e infilarsi
qualcosa di asciutto, io ho preso le valigie, ho appeso la sua
vestaglia alla maniglia e sono fuggito di casa. Ero già nell’atrio, giù,
quando l’ho sentita picchiare le mani sulla porta implorandomi di
aprirle.
L’unica cosa che ho aperto è stato il portone per uscire in strada.
Rifiuto la chiamata con il pollice e spengo il telefono. Voleva la sua
distrazione, ha avuto la sua distrazione. Si è presa a forza quel poco
che mi era rimasto, non ho intenzione di lasciarle contaminare anche
questa porzione di mondo.

***

Qualche ora più tardi, indosso una maglietta pulita, sono sull’uscio
del piccolo appartamento di East Hollywood di Cate e per poco non
mi cade la mascella dalla sorpresa.
«Ammetto che mi immaginavo un’accoglienza diversa.»
«Proprio tu, Tommaso TomTom Bresso Cattaneo, che con
l’immaginazione ci vivi?»
Il folletto che mi viene incontro ha un sorriso luminoso come un
metallo radioattivo, i capelli mezzi acconciati di lato e un vestito di
pizzo bianco a sirena che evidenzia la lieve curva sotto la stoffa
aderente.
Ho visto questa piccola donna in tutte le salse. Euforica, sull’orlo
della disperazione, caparbia, battagliera, spezzata. Ma mai, mai, mai
l’ho vista piena di una felicità che per disegnarla rendendole giustizia
dovrei inventarmi una nuova corrente espressiva.
L’attimo successivo ho le braccia di Caterina Marte attorno al collo
e la sua pancia che preme sugli addominali. «Quanto mi sei
mancato, Bresso! Sappi che ho litigato con James perché ti volevo io
come testimone!»
«Chi sarà il tuo?»
«Loro.» Staccandosi, Cate indica un punto del salotto accanto al
divano.
Un punto dove ci sono Stefano e Melissa.
«Tommaso, è un piacere rivederti» mi porge la mano Stefano,
cordiale.
Purtroppo, non posso dire lo stesso.
Ad averlo vicino, i nervi si tendono come di fronte a un nemico
sotto copertura.
Dio! Quando finirà questa cosa? Non siamo mai stati in
competizione per la stessa donna! Sospetto anzi che nessuno di noi
due l’abbia mai veramente avuta. Ma questo mi guarderò bene dal
dirglielo.
«Ehi, ciao» ricambio velocemente la stretta e ripiego su Melissa,
reputandola la scelta più gestibile.
Nell’istante in cui la osservo, mi rendo conto che sbagliavo.
Il suo aspetto da brava ragazza, con morbidi capelli castani che le
incorniciano il volto che è la quintessenza della dolcezza, non
sortisce alcun effetto rilassante. All’improvviso anche lei è diventata
pericolosa.
Forse perché indossa un vestito color pesca con il bustino
aderente e la gonna che è un tripudio di tulle, che capisco essere
l’abbigliamento da damigella e non una sottoveste provocante, ma
che inevitabilmente mi sradica dall’adesso catapultandomi indietro
nel tempo.
O forse perché mi fissa come se sapesse tutto.
Datti una calmata, porca miseria!
Nessuno lo sa.
«Quindi, ora che abbiamo appurato che il vestito mi entra
nonostante il marziano in crescita, posso toglierlo così James può
entrare senza rischiare di vederlo» dice Cate. «Melissa, tesoro, vieni
di là ad aiutarmi con la cerniera?»
«Certo» risponde la mia ex vicina di casa.
Le due ragazze se ne vanno. Nel salotto restiamo io e l’erede
della dinastia Marte. Stefano si è spostato a ridosso del muro, sta
fissando la parete tappezzata di fotografie scattate da sua sorella e
James.
Nonostante mi senta un grosso pesce in una vasca troppo piccola
per due, mi impongo di ragionare con il cervello e non con il pene.
Non è che devo saldare un debito d’onore con lui. E comunque le
idee omicide non sono una vera alternativa.
Lo squadro a distanza, mentre è distratto.
Capelli scuri, occhi castani. Profilo molto maschile. Indossa un
paio di pantaloni navy e una camicia bianca aperta sotto il pomo
d’Adamo. Pur riconoscendogli un elevato standard di bellezza,
l’aspetto oggettivo passa in secondo piano rispetto al resto. È
l’eleganza a trasparire. L’incapacità di trovarsi a disagio. È la
padronanza di chi ha sempre la fortuna di trovarsi nell’esatto punto
della vita in cui vuole essere. In un altro mondo sarebbe stato un
principe perfetto. In questo, è un uomo che ha ottenuto ciò che
desiderava. E ciò, se possibile, vale ben più di un reame
immaginario.
È mentre gli sto prendendo le misure che lui si volta.
«Caterina ci ha raccontato che hai un colloquio per una galleria
qui a Los Angeles, lunedì.»
«È così.»
«Dice anche che possiamo farti le congratulazioni perché quel
posto è tuo» prosegue, poi storce la bocca, «ma forse questo era
meglio non dirlo.»
«Caterina tende a esagerare» gli accordo.
Il mio tono però non deve convincerlo molto.
«È per quello che sei preoccupato?»
No.
Mi preoccupa continuare a guardarti in faccia e vederci l’impronta
degli occhi dolci che ti faceva la fatina, nonostante se ne fregasse di
te.
«Scusa, non volevo essere invadente» mi precede Stefano,
infilando una mano nella tasca dei pantaloni. «So che non ci
conosciamo molto, ma Caterina ti considera più di famiglia della sua
stessa famiglia e Melissa garantisce per il tempo in cui siete stati
vicini di casa. Quindi in automatico diventi di famiglia anche per me.»
Ecco, proprio quello che dicevo.
Stefano Marte uguale bella persona.
Non è così difficile da comprendere, pezzo di idiota che sono!
«Grazie» sospiro, e sono sincero. Mi dispiace davvero
soccombere all’istinto di biasimarlo, nella stessa misura in cui mi
dispiace non riuscire a farmelo piacere del tutto.
Per fortuna, passi in arrivo dal corridoio ci distraggono.
«Mannaggia a me che non ho bandito il tulle dalla lista dei requisiti
approvati.» Jeans e maglietta, Melissa compare nel salotto assieme
alla futura sposa bis. «Avrei dovuto dirtelo che ne sono diventata
allergica.»
«Sei la solita ribelle indisciplinata» la riprende Cate. «Non ti fai
mai vestire come dico io.»
«Perché mica faccio Barbie di cognome!»
«No che non lo fai, il cognome di Barbie è Roberts.»
«Ma davvero?» si stranisce Melissa.
«Sì. E ha pure un secondo nome. Millicent.»
«Come quella di Harry Potter?»
«Perché con te si finisce sempre a parlare di cose come Harry
Potter o Star Wars o che ne so? Fa niente, non dirmelo. Tanto,
qualsiasi cosa ti inventerai, sul tulle non cederò.»
«Dovresti, invece! Quando ero piccola mi piaceva, ma ora non
riuscirò più a guardarlo con gli occhi del cuore.»
Melissa lo dice e aspetta una reazione. Quando le è chiaro che
nessuno ha colto la presunta battuta, sbuffa. «Boris! Davvero?
Nessuno?! Argh! Non ci credo» si esaspera. «È una pietra miliare
della serialità italiana!»
«Mmm… e questo Boris cosa c’entrerebbe con il mio tulle?»
mugugna Caterina.
«Lui niente» risponde Melissa, «ma a inizio dicembre ho aperto la
porta dell’appartamento di Stefano a Olivia Ranieri, e lei c’entra
eccome visto che se ne stava sullo zerbino in una tenuta super sexy
da ballerina e con una bottiglia di champagne in mano.»
Per poco non mi soffoco con la saliva.
«No!» trasecola Cate.
«Sì, invece! Ho aperto come se niente fosse, mi aspettavo il
fattorino delle pizze e invece c’era lei. Si è presentata dal nulla e
devo darle atto che era bellissima con quella stoffa rosa che le
svolazzava intorno. Solo che adesso, ogni volta che vedo un pezzo
di tulle, penso a lei.»
Anch’io.
«Oh mio Dio!» le fa eco Cate. «Dovevi dirmelo quando ci siamo
viste a Capodanno, te lo avrei risparmiato.»
«Se tu non mi avessi distratta con la storia della gravidanza…»
«Dettagli irrilevanti. Ma perché è venuta? Era interessata a una
cosa a tre?»
«Caterina» tenta di placcarla Stefano, in imbarazzo.
«Nah, nei suoi piani io ero quella di troppo. Comunque, a parte la
faccia funerea di chi non sa neanche perché lo sta facendo, era
davvero provocante. Cioè, se fossi stata single, lesbica e non
l’avessi già conosciuta, ci sarei stata senza se e senza ma.»
«Melissa!» scandisce Stefano. «Ti prego, non posso sentirti
parlare così della mia ex.»
«Cosa c’entra, Ste, gli occhi ce li ho pure io.»
«Sì, bella è bella, lo è sempre stata. È tutto il resto che le manca»
conviene Caterina. «Che so, l’umanità, i muscoli deputati a un vero
sorriso, la capacità di provare pietà…»
«Però era strana, quella sera. Non so… pareva me quando ho
perso il dottorato. Stessa allegria. Se anche quella era una recita,
una candidatura agli Emmy’s non gliela leva nessuno.»
«Come ti suona il premio “Miglior stronza protagonista”?»
«Male» ammette Melissa. «Al massimo accetto un “non
protagonista”.»
«Che fine ha fatto, adesso?» chiede Cate a suo fratello. «Lavora
ancora con il signor padre?»
Stefano scuote la testa. «È passata alla concorrenza. Lodisini è
peggio, se possibile, ma questo non sembra averla scoraggiata.»
«Scoraggiata? Perché?»
«Non mi tengo aggiornato, Cate» ribatte, insofferente. «Ma si dice
che gli sta vendendo la società. Fusione per incorporazione. Se così
fosse, giocandosela bene finisce con il suo nome sopra una sedia
nel direttivo.»
«Be’, che novità!» ironizza Cate. «Quelle come lei cadono sempre
in piedi.»
L’unica cosa che precipita è il mio umore.
Si schianta con così tanta potenza che per incassare il colpo
appoggio una mano alla consolle d’ingresso, tiro dentro una famelica
boccata d’aria.
«Ehi, Tommaso, stai bene?» si accerta Caterina.
Riemergo dalla confusione e mi tocco la faccia, me la sento
sciolta come acrilico che cola.
«S-sì» farfuglio, «alla grande.»
Poco dopo, il baricentro della conversazione si sposta e io smetto
di ascoltare.
27
Tommaso

«Ma questi nodi infami delle cravatte… l’ho già detto che sono
infami?»
James sorride. Stringo il tessuto, ma il nodo esce comunque
storto. Sciolgo tutto e ci riprovo.
«Fa niente se esce imperfetto, Tom.»
«Non ho tantissimi compiti come testimone. Vorrei portare a
termine almeno il minimo sindacale.»
«Stai andando alla grande.»
«Mani che tremano a parte» mi prendo in giro. «Sul serio Cate è
riuscita a tenere il matrimonio social free?»
«Incredibile ma vero. Vedrai tu stesso, sarà una cosa molto
raccolta. Nessuna lotta all’ultimo post o story su Instagram.» Non
appena finisco di annodargli la cravatta, James si specchia e la
accarezza, soddisfatto. «Grande, Tom! Perfetto quasi quanto quello
che fai sul karategi.»
«Niente è perfetto come il mio nodo sul karategi» ribatto. «Non ti
manca mai, il karate?»
«Ogni tanto. No, spesso» si corregge, indossando le scarpe. «Ma
sono così pieno di commissioni che ho rinunciato a praticarlo anche
come allievo. Di recente sono stato a Città del Messico per un
servizio di moda.»
«Di recente a me è venuta voglia di rovinare il naso dello sposo
con un pugno» gli faccio eco, sarcastico. Infilo la camicia dentro i
pantaloni del vestito, lo stesso che ho usato al Gala di Capodanno e
che la fatina mi ha aiutato minuziosamente a togliere quella stessa
notte.
Il fatto che ogni dettaglio mi ricordi la donna che sto cercando di
dimenticare a tutti i costi non è di buon auspicio.
La rabbia, la delusione, la disperazione arrivano tutti insieme
quando si tratta di lei, e io non me lo aspetto, non sono preparato, ci
affogo dentro.
«Quando vuoi che ci picchiamo, basta dirlo» prosegue Jay. «Ora
che ti ritrasferisci, potrai mostrarmi sul tatami quanto vale
l’allenamento italiano.»
Sospiro. «Perché date tutti per scontato che il posto sia mio?»
«Perché Cate ha sguinzagliato le sue conoscenze e mi ha detto
che il tipo con cui farai il colloquio è noto per essere estremamente
selettivo. Se ti vuole incontrare, è più per una conferma che per una
decisione.» James indossa la giacca, se la liscia. «È il tuo telefono?»
Lotto con i bottoni sui polsini della camicia e dico: «Sì. Fammi un
piacere, guarda chi è.»
«Olivia» legge, sul display. «Che ore sono, in Italia?»
«Mezzanotte» calcolo a mente.
«E…?»
«E non le risponderò.»
Jay si acciglia. «Sembra una cosa urgente.»
«È più urgente evitarla.»
«Come preferisci, non insisto.» Appoggia il telefono sulla scrivania
della sua camera di ragazzo, otto metri quadrati di coppe, poster e
fotografie scolastiche dall’infanzia alle superiori che urlano “ragazzo
popolare”.
Siamo a una trentina di chilometri da Los Angeles, a Thousand
Oaks, la cittadina delle querce dove Jay è nato e cresciuto. Dopo la
notte trascorsa in albergo l’ho raggiunto nella casa della sua famiglia
come da tradizione del testimone. Dal piano di sotto arrivano
andirivieni, gridolini, raccomandazioni gridate da un lato all’altro della
casa. C’è un entusiasmo palpabile, una promessa di felicità nell’aria.
La sua famiglia non vede l’ora di partire verso la cerimonia, ma Jay,
ora vestito di tutto punto, sta chiaramente temporeggiando.
Compie alcuni passi avanti e indietro, si ferma al centro della
moquette.
«Sai qual è il nostro problema, TomTom?» dice, come a
conclusione di un discorso avvenuto solo nella sua testa.
«Che, per quanto ci sforziamo con i vestiti eleganti, il nostro cuore
batte sempre e solo per il Camicie a scacchi club?»
È sarcasmo, ma lui accenna comunque un sorriso complice.
«Anche. Ma no, intendevo che quando tu sei entrato nella palestra a
NoHo per la prima volta, io ti ho riconosciuto subito. Non perché
anche tu eri spiantato. Non perché carburavi a sogni. E neanche
perché hai serie difficoltà a chiedere aiuto, anche se pure questo ci
accomuna drammaticamente. No, la cosa che ti riconosco in
assoluto di me, è la capacità di passare da bravo ragazzo ad angelo
vendicatore incazzato, se qualcuno di cui ti fidi ti ferisce.»
E di nuovo torniamo a parlare di lei.
Capisco che chi è felice pretenda che l’universo colmi il dislivello
per chi non lo è, ma qui si sta esagerando. I casi persi è meglio
lasciarli dove stanno. «E perché sarebbe un problema?»
«Ecco, proprio per questo motivo.»
«Quale?»
«Questo! Questa cosa nera che ti ritrovi davanti alla faccia e che ti
impedisce di vedere altro, come quando dimentichi il coperchio
sull’obiettivo della macchina fotografica.»
Faccio spallucce. «Cos’altro c’è da vedere?»
«Be’, per me c’è stato molto, una volta che ho smesso di
intestardirmi a fissare il copri obiettivo. Ma immagino che la risposta
specifica sia diversa per ciascuno.»
«È il secondo matrimonio con la stessa donna, oppure con l’arrivo
di un figlio ti viene somministrata di diritto una dose di maturità
esistenziale?»
James mi tira una manata sulla nuca.
«Cretino! Sei tu, TomTom. Mi sembra di parlare con me quando
ho rivisto Caterina dopo troppi mesi di vuoto.»
«Ah sì? Sbandavi tra volerle saltare addosso e volerla uccidere
nel giro di un minuto?»
«A volte anche in contemporanea» ridacchia.
In quel momento, sua madre urla un disperato “Jay” dal giardino,
suo padre strombazza il clacson dell’auto.
James si fa serio. «È ora. Ti sorprenderà sapere che una donna
incinta ci sta aspettando assieme ad alcuni invitati in abiti eleganti e
un tizio che si spaccia per officiante di re-wedding.»
«E io che pensavo ci fossimo conciati così per fare i camerieri a
Beverly Hills.»
Raccolgo il cellulare tornato silenzioso e mi tiro in piedi, quindi
incollo un sorriso a beneficio dei miei due migliori amici, pronto a
testimoniare un amore nato da mille splendidi effetti collaterali.

***

Avevo dimenticato quanto fosse piacevole febbraio in questa


parte di mondo.
Mi accomodo sulla sedia divaricando le gambe e afferro il mio
calice dal tavolo. I festeggiamenti si sono svolti in un hotel esclusivo
che si affaccia su una porzione di spiaggia a Malibu. Cerimonia in
una sala con vista oceano, rinfresco in un ampio padiglione privato
con vetrata ottagonale che dà sulla sabbia morbida.
A qualche metro di distanza l’acqua dell’oceano scivola
dolcemente sulla battigia. Il sole tramonta in uno spettacolo di
cromie di imbarazzante bellezza, arancio del cielo e viola dell’acqua
che si fondono al centro dell’orizzonte.
Una delle viste più mozzafiato in assoluto.
Dovrei al minimo studiare tanta perfezione naturale, ma oggi non
la sto degnando di un’occhiata, troppo impegnato a rigirare il calice
tra le dita e fissare un punto indefinito tra le listarelle del parquet.
In compenso, gli altri si stanno godendo la festa anche per me.
Ci sono i miei vecchi amici californiani, Rafael, alcuni compagni
della classe di fotografia di James, persino l’ex inquilina di Melissa e
il suo ragazzo, atterrati dall’Italia appena in tempo per farsi una
doccia, infilarsi il vestito da festa e correre con un taxi a the ’Bu.
La famiglia di Jay detiene la quota di maggioranza tra gli invitati. Il
nipote più grande sgomita tra i tavoli assieme ai suoi cugini, prima di
imboccare la porta verso la spiaggia, farsi acciuffare per un braccio e
trascinarli tutti sulla sabbia. Il grumo di braccia e gambe vestito a
festa si rialza, poi i ragazzini corrono verso l’acqua. Torno a
guardarmi attorno e trovo nonna Thomas sul punto di piangere da
quando ha visto Jay avanzare al braccio del padre tra le sedie
addobbate della sala. Poco distante sua sorella maggiore, Elise,
parlotta con la sorella minore, Maggie, e le cugine Thomas.
Sono in uno dei posti più ammirati al mondo, con le persone che
amo, e mi sento una lince in gabbia.
Vago con lo sguardo sulla vetrata individuando l’ex fidanzato di
Olivia.
Stefano Marte sta passeggiando a piedi nudi sulla spiaggia con
Melissa. Le loro sagome in controluce sono vicine, parlano, lui si
china verso di lei, le dice qualcosa all’orecchio. Lei lo abbraccia. Lui
la ricambia, sprofonda la testa nell’incavo del suo collo.
È stato Stefano ad accompagnare Cate all’altare. In smoking e
bow tie, pareva un principe al braccio della sorella regnante.
«Balli con me, signor testimone?»
Prima del viso, noto la fede brillante fluttuare sulla mano tesa
davanti alla mia faccia.
«Sei la sposa» salgo a incontrare i suoi occhi furbi, «è impossibile
dirti di no.»
Abbandono il calice sul tavolo e mi alzo, prendo Cate tra le
braccia. Lei si allaccia a me mentre riconosco nel padiglione le note
energiche di Without you, Senza di te, che sarà pure stupenda ma
trovo di cattivissimo gusto per un matrimonio.
Tuttavia, le mancanze richiamano altre mancanze e per un attimo
immagino come sarebbe stringere la fatina al centro di questa
cornice meravigliosa e malinconica.
Impossibile.
Ecco come sarebbe.
Se anche fossimo… sopravvissuti, lei non sarebbe mai stata qui.
Ci sono sempre stati molti limiti tra noi, e uno di questi lo sto
abbracciando adesso.
Il dolore torna a piantarsi nelle viscere. Si prende tutto, i colori, la
speranza, mi fa impazzire. Il che è assurdo, perché che cosa
eravamo? Che cosa eravamo insieme? Due che si consolavano
levandosi i vestiti, rubando baci, due che giocavano con un conto
alla rovescia che c’è sempre stato.
Non eravamo niente.
Il nulla assoluto.
«Sei triste» constata Cate, sollevandomi la guancia. «Troppi
ricordi?»
Le accarezzo la testa. «Sono… frastornato.»
«È Los Angeles, baby. Ti ci riabituerai» sentenzia. «Sarà
bellissimo averti di nuovo qui, Tommaso.»
Sforzo l’ultimo di molti sorrisi di circostanza, prima di stringerla. La
canzone finisce, Cate viene agguantata da altre braccia, io torno a
sedermi in disparte. La festa scorre lenta, un susseguirsi di gente
spensierata che mi fa sentire un imbucato.
Non so dopo quanto tempo mi piova una mano sulla spalla.
«Ehi, Tom.» Alzo il mento e riconosco la sorella maggiore di
James, Elise. «C’è una persona nella hall dall’albergo, sta chiedendo
di te. Dice che è importante.»
L’informazione mi fa alzare di scatto. Per poco non rovescio la
sedia. Chissenefrega. Il pensiero corre al telefono spento, alle
chiamate intercontinentali che ho rifiutato. Alla sua incredibile
perseveranza.
Calmati!
È impossibile.
Eppure, oggi anche l’impossibile si sporca di reale.
Esco dal padiglione con il cuore in gola. L’atrio dell’hotel è un
tripudio di sfarzo, colonne di marmo si ergono qua e là tra gruppetti
di turisti accalcati.
Supero la reception dell’albergo, scantono una valigia lasciata in
mezzo, la cerco dappertutto.
Ed eccola.
I capelli biondi sciolti sulle spalle. Gli occhi spalancati che si
agganciano ai miei.
Un’esplosione sbalza via il tappo scuro dell’obiettivo e lascia
entrare la luce, i colori, lascia entrare tutto come un uragano
inevitabile.
Sono così soggiogato che le mie gambe si irrigidiscono.
Tocca alle sue coprire i pochi metri che ci dividono.
Mi perdo nei tratti di quel volto delicato che potrei disegnare a
occhi chiusi.
«Tommy…»
La completezza del suo sguardo che inchioda il mio.
La proprietaria del mio pezzo mancante.
«Ally.»
28
Olivia

«Forza. Ti prego, rispondi.»


Ma niente. Non faccio in tempo a controllare la connessione che
la voce femminile sciorina di nuovo l’annuncio registrato.
Il cliente da lei chiamato non è raggiungibile.
Tamburellando il telefono sulle labbra chiuse, cammino avanti e
indietro nella desolazione del mio salotto.
È la seconda notte che trascorro insonne.
Non che la quantità di sonno mi interessi. L’unica cosa a cui
penso è che Tommaso è a diecimila chilometri di distanza e mi ha
privato dell’unico modo che ho per contattarlo.
Mi ha tagliata fuori, anche se forse è più corretto dire che non mi
ha mai voluta dentro.
«Merda» impreco, prima di ricomporre il numero nell’ennesimo
tentativo.
Dopo quindici chiamate forse dovrei rassegnarmi, ma questo
verbo non compare nel mio vocabolario. Peccato che anche la
sedicesima chiamata finisca nel mucchio delle precedenti.
In preda a un attacco febbrile, apro Instagram alla ricerca di indizi
su quanto sta accadendo a Los Angeles.
Il profilo della sposa è silenzioso da una manciata di ore, quelle
che presumibilmente le sono servite per presentarsi a Malibu e
ripetere le promesse nuziali davanti a testimoni, familiari e amici.
Solo in una storia di ieri ha fotografato Tommaso di sfuggita e ha
aggiunto come didascalia “best friend finally in L.A.”.
Mi fisso sull’immagine sfocata, un corpo maschile preso di spalle
che riconosco come il suo, l’unica prova che lui si trovi lì.
Tommaso aveva ragione, Caterina Marte sa essere riservata
quando vuole. Online non è trapelato nulla, né del suo matrimonio
né della sua gravidanza.
Una volta sarei andata dal capostipite dei Marte per rivendergli le
informazioni e rientrare nelle sue grazie… ma ora mi interessa solo
che il diciassettesimo tentativo sia quello giusto.
Presa dalla disperazione, scorro la rubrica nel cellulare e mi
soffermo sui nomi dei fratelli Marte, gli unici che conosco e che sono
con lui. È un azzardo di quelli grossi. Lei è la sposa, lui il mio ex.
Entrambi mi odiano.
Una gran cazzata, direbbe Tommaso.
Dondolo l’indice tra Stefano e Caterina. Non so cosa mi faccia
optare per lei. Forse il fatto che l’ultima volta che ho visto Stefano mi
ha messa su un taxi in babydoll.
La chiamata intercontinentale ci mette una vita a partire. Il cuore si
allinea al ritmo del segnale telefonico. Batte un colpo ogni tre, e a
me sembra di non sentire più le gambe e neanche il torace o le
braccia, sono solo un cervello e un cuore che non si arrendono
all’evidenza.
Dubito che Caterina vorrà ascoltarmi. Ma non mi resta altro. Nello
spazio dell’attesa mi sembra di non aver mai toccato con mano lo
sconforto prima d’ora.
Arriva un fruscio, segno che la sorella del mio ex fidanzato,
probabilmente la Marte che mi detesta di più, ha accettato la
chiamata.
«Hello?»
A rispondere, però, è una voce maschile.
«Sì, buongiorno, io…»
«Chiama per un contatto professionale?» mi interrompe cordiale,
passando all’italiano. «È stata male indirizzata, questo è il cellulare
privato della signora Marte.»
Allungo l’orecchio per captare qualcosa in sottofondo, ma colgo
solo un trambusto di voci e musica che potrebbe essere qualsiasi
cosa.
«No, a dir la verità ho chiamato il numero giusto, credo. Sono… la
ragazza di Tommaso. Tommaso Cattaneo? Il testimone dello
sposo.»
«Oh, sì. Tommaso. Capisco» dice la voce.
«Ecco» rimarco, perché a quanto pare è la strada giusta,
«Tommaso mi ha dato questo numero per… le emergenze» invento
su due piedi, «il suo telefono non prende. Magari potrebbe farmi la
cortesia di passarmelo?»
«Solo un secondo» ribatte l’altro. «Aspetta in linea» aggiunge, e io
ringrazio la botta di fortuna. Se mi va bene mi evito pure di parlare
con la persona che ho detestato, ricambiata, per sei anni.
Consumo i lunghissimi secondi di attesa camminando avanti e
indietro.
Il mio salotto stanotte è illuminato da una luna chiarissima. Arrivo
all’angolo dove sono accatastati il mocio e i detersivi, mi giro, torno
indietro verso le finestre. Aspetto che la telecomunicazione cancelli
mezzo mondo di distanza, consapevole che non è quella la distanza
che ci sta dividendo adesso. Aspetto e mi sembra di morire d’ansia.
Giungono fruscii confusi, un passaggio di mano, voci trillano in
lontananza. Poi qualcuno prende il telefono.
«Oh mio Dio, allora esisti!»
E non è Tommaso.
«Grazie, sul serio, grazie per avermi chiamata. Mi stavo
preoccupando un sacco, da quando è atterrato a Los Angeles è così
strano… non sembra neanche lui. Comunque, sono felicissima di
conoscerti! Io sono Caterina. Con chi ho il piacere di parlare?»
È quasi un peccato distruggere tanto sincero entusiasmo.
Davvero.
«Sei seduta?»
La conversazione si riempie di silenzio in eccesso.
«Prego?»
«Siediti, Caterina. Sei emotiva e incinta, non voglio averti sulla
coscienza.»
Non credo che ascolti il mio consiglio. Anzi. In una manciata di
secondi la musica si affievolisce, sento passi pesanti, una porta
sbattuta, sbatte anche qualcos’altro, arriva una mezza imprecazione.
A questo punto, resta ancora il silenzio.
Tuttavia, resta.
«È uno scherzo» esala lei. «Chi ti ha detto che… Dio, è uno
scherzo di pessimo gusto. Come accidenti sai che… lo dirai a mio
padre?»
«No.»
«E io ti credo, eh! Olivia, io ti credo un sacco, guarda!» prorompe
con troppo fiato. «Non so perché tu abbia ancora il mio numero di
telefono, ma tu che mi chiami? È folle. Sono al mio secondo
matrimonio con lo stesso uomo e stavo ballando con mio suocero,
prima che mi interrompessi. E sì, sono anche incinta! Quindi non so
quali siano i tuoi piani segreti, né perché tu voglia rovinarmelo, ma ti
avverto che non mi interessa partecipare ai tuoi giochini. Con noi hai
chiuso.»
Già, chi semina vento…
«Voglio solo parlare con Tommaso.» Mi addento il labbro, prima di
aggiungere un diplomatico: «Per favore?»
«Tommaso?! E perché mai dovresti voler parlare con Tommaso?
Tu neanche lo conosci! Cioè, è uno scherzo, spero.»
«Non è uno scherzo, Caterina. E certo che lo conosco.»
Nell’auricolare ronza un sospiro sconvolto.
Gli ingranaggi vanno a posto.
Il risultato è un momento sospeso.
Puro shock.
«Lo conosci» ripete, incredula.
«Sì, lo conosco» replico. «E gradirei davvero parlare con lui.»
Ma lei mi ignora. «A Capodanno» deduce, «eri tu la ragazza che
stava da lui a Capodanno?»
Dio, passamelo e basta! Perché stiamo perdendo tempo così?
«Sì.»
Aspetto che dica qualcosa, ma lei non lo fa. Capisco che se non
scopro il fianco, non otterrò altro.
Così lo faccio.
Raggruppo ogni debolezza e la metto sul piatto.
«Sono finita ad abitare nell’appartamento accanto al suo. Lunga
storia, te la risparmio. Non sapevo che vi conosceste, quando ci
siamo incontrati» spiego. «Lui mi piace davvero, Caterina. Penserai
che lo dica per ottenere qualcosa ma siamo sincere, cosa potrei
volere da lui, oltre che lui stesso? È vero, non mi sono comportata
bene con te, o con tuo fratello, e a dirla tutta nemmeno con
Tommaso. Non risponde alle mie chiamate, ma se non gli parlo,
io…»
La voce mi muore.
«Ti chiedo solo due minuti» azzardo e alzo la posta, «prestagli il
tuo telefono per due minuti.»
Altro silenzio.
Altro vuoto.
«Senti, bella.» Caterina Marte sembra piuttosto provata. «Sei
stata l’ombra di Giuda nella mia famiglia, hai rovinato sei anni di vita
di mio fratello» pronuncia. «Tommaso è un bravo ragazzo, un uomo
stupendo, ora che so che ha avuto a che fare con te, non mi
stupisce che sia arrivato qui traumatizzato!»
«Caterina…»
«Mi hai chiamata perché ci tieni? Bene, se ci tieni davvero,
lascialo in pace! Mi strapperei il cuore per darlo a lui, figurati quanto
sono intenzionata a lasciare che glielo strappi tu.»
Un filo invisibile mi strangola la gola.
Immaginarsi un altro epilogo è stato un ovvio abbaglio.
Era logico che sarebbe andata così.
Ingoio i quintali di letame che mi ha spalato addosso e cerco il lato
positivo: perlomeno non ha ancora riagganciato.
«Puoi almeno dirgli che ti ho chiamata?»
Lei ride, una risata tetra che non si addice a una che si è appena
sposata. «E pensi che questo cambierebbe qualcosa? Allora proprio
non lo conosci. Se lui non ti vuole parlare, niente lo convincerà a
farlo. Nemmeno io.»
Il cuore mi precipita nello stomaco.
Mi rannicchio seduta a terra, accanto al secchio con gli stracci,
appoggio la nuca al muro.
Contengo il dolore come posso. Solo che non posso. Si spande
ed esce, si allarga sul pavimento come detersivo rovesciato.
«Nemmeno se ti supplicassi?»
Lei sospira, ma sotto sotto so che ci gode.
«No, nemmeno in quel caso» stabilisce, poi le si incrina la voce.
«E comunque, non potrei neanche se volessi. Se n’è appena
andato.»
«In che senso se n’è andato?» mi allarmo. «È il testimone dello
sposo, non può andarsene.»
«A quanto pare, può» conferma, atona. «È appena salito su un taxi
con la sua ex moglie.»
29
Tommaso

Jerrod-Ford: nuova svolta?

Allyson Ford non sembra soffrire per la separazione da Liam J: è


stata avvistata mentre lasciava un albergo a Malibu, California,
sabato pomeriggio. E non da sola!
Allyson è salita su un taxi con un uomo alto e moro (foto 1) che
indossava un completo elegante, fotografato di spalle.
Seppure la coppia di Bel-Air non stesse insieme da Natale, sono
trascorse solo due settimane da quando Liam J ha annunciato la fine
della loro relazione, esibendo sul web tutti i postumi di un cuore
spezzato.
Come prenderà la notizia il frontman degli Space Predators?

***

Caro Tommaso,
benvenuto nella scuderia! È un piacere saperti a bordo.
Trovi i documenti richiesti per il contratto in allegato. Data la tua
disponibilità a partire da subito, troverai le date modificate rispetto al
previsto. Per qualunque cosa (anche relativa al trasferimento in
California) sono qui.
Non vedo l’ora di cominciare a lavorare con te!
Buona giornata,
G.

Giles Hoffman
Hoffman Gallery Director
In art we trust!

1068 Zimmerman Lane


Los Angeles CA - 90071

***

Tommaso: Quindi, ti ricordi il mazzo di chiavi che ti ho dato “nel caso


ci fosse un’emergenza”?
Massimiliano: C’è un’emergenza?
Tommaso: Resto.
Tommaso: Qui. A Los Angeles.
Massimiliano: American boy, io lo sapevo che stavi a fa’ la cazzata.
Lo sapevo, porca puttana! Mai lasciarti libero, mai!
Massimiliano: E la nostra società sportiva?
Tommaso: Sappiamo entrambi che uno dei due doveva andarsene
per farla sopravvivere.
Tommaso: Sappiamo anche che me ne sarei andato io.
Massimiliano: Mi lasci con i turni scoperti fino a giugno! Io ti
ammazzo!
Tommaso: Mi sostituirai senza fatica. Ti do già il nome del sostituto.
Massimiliano: Avresti almeno dovuto parlarmene!
Tommaso: Lo so.
Massimiliano: Cazzo!
Tommaso : Sarei ripartito tra un paio di settimane. E avevo già i
giorni di questo visto, era un peccato sprecarli. Cominciare tra tre
settimane o cominciare adesso, non cambia niente.
Massimiliano: Era un peccato anche non salutarci come si deve. Ti
rivedremo tra un altro anno e mezzo?
Tommaso: Non lo so. Intanto resto tre mesi. Forse se ne
aggiungeranno altri sei.
Tommaso: Ah. Ho incontrato Allyson.
Massimiliano: Merda.
Massimiliano: E?
Tommaso: Niente.
Massimiliano: Cristo, american boy! Vi state rivedendo?
Tommaso: Ci stiamo… studiando da lontano.
Massimiliano: Okay, non volevo dirtelo ma quasi quasi preferivo la
strega cattiva!
Massimiliano: Ma perché ci provo ancora? Perché?! Tanto è inutile
farti ragionare. Dimmi, che cosa ci devo fare con le chiavi di scorta
del tuo appartamento?
Tommaso: Se ti lascio una lista di cose da recuperarmi e prenoto
una spedizione internazionale, me le imballi che mando il corriere a
prenderle?
Massimiliano: Come vuoi, Tommaso.
Tommaso: Usi il mio nome intero? Ahia.
Tommaso: Voglio dire, lo so che non approvi.
Massimiliano: Non approvo, no. Ma la vita è tua, e sei nello studio di
Giles FOTTUTO Hoffman. Tempo qualche mese e spaccherai i culi.
Te lo meriti eh, TomTom. Ti meriti tutto. Spero che, sul resto, ci pensi
la tua amica Marte a inculcarti un po’ di buonsenso. Io a distanza più
di così non posso fare.
Tommaso: Caterina è partita per la luna di miele.
Massimiliano: Come non detto. Ciao buonsenso, addio! È stato bello
non conoscerti neanche per sbaglio!
Massimiliano: Mandami la lista. E in bocca al lupo. Davvero.

***

Allyson Ford ricomincia… in compagnia!

Dopo una breve assenza da Los Angeles, la ventinovenne ex


fidanzata del frontman degli Space Predators non si nasconde più. A
passeggio per le vie di Brentwood (foto 1) la PR ed ereditiera è
raggiante in compagnia dello stesso uomo già avvistato con lei a
Malibu (foto 2). Dopo una tenera camminata, i due hanno preso la
funicolare per una lunga gita al Getty Center dopo la quale hanno
fatto perdere le loro tracce.
Ci dispiace che la coppia tanto amata sia scoppiata, ma Allyson
sembra andare avanti serenamente, e noi ci auguriamo che presto
Liam J faccia lo stesso.
30
Tommaso

Sono le certezze a muoverci.


Cerchiamo una parvenza di stabilità. Un ripiano solido su cui
fermarci, che assorba gli inevitabili contraccolpi che arriveranno.
Quanti contraccolpi sono necessari per scoperchiare tutto?
La prima volta ne è bastato uno.
Ben assestato, eh, niente da dire. Scossa violenta, precisa, una
gomitata dritta nel sottomento.
È stata la testa a volare via per la mazzata.
La testa e poi anche il cuore.
È stato qualcosa che non mi spiego a riportarmi da questo lato del
mondo.
Los Angeles entra di taglio nei sette centimetri tra la fine della
tenda verdognola e il cornicione della finestra. Si espande come un
virus all’interno delle quattro mura. La distinguo nel fiato mite
dell’aria che dondola la stoffa, nelle auto che borbottano in una
strada esageratamente spaziosa, la distinguo negli odori del
ristorante pakistano che sta aprendo due civici più in là, nell’accento
americano misto a spagnolo dei passanti giù sul marciapiede.
Mi trovo nella parte a nord ovest di Palms, in pochi metri quadrati
di un edificio incassato in una fila di casermoni che vengono affittati
agli studenti dell’UCLA.
Il monolocale l’ho trovato a tempo zero, un po’ perché non mi
sono formalizzato, ma soprattutto perché ho scoperto che è piuttosto
facile insediarsi per la seconda volta nel posto a cui non hai mai
smesso di pensare.
Anche se la prima volta è andata com’è andata.
È in un certo senso tutto giusto, come quando vai a vedere un film
al cinema senza informarti troppo sulla trama e a metà visione ti
domandi che accidenti stai guardando ma ormai hai pagato il
biglietto e così aspetti la fine sperando che nobiliti l’ammasso di
scene barbare a cui hai assistito in modo non del tutto consenziente.
A dirla tutta spero che la fine sia lontana dai miei quasi trent’anni,
ma una parentesi a questo punto la chiudo volentieri.
E, per sigillarla ancora meglio, apro l’ala di cartone autorizzando
l’entrata dei miei pezzi milanesi in questo angolo del pianeta.
Nonostante l’incazzatura, Massimiliano è stato gentilissimo: ha
stampato la lista di cose da imballare e poi ha chiamato mia sorella,
che ha impostato il pacco internazionale con la sua organizzazione
maniacale.
E stavolta è stata addirittura più ossessivo-compulsiva del solito:
ha diviso gli indumenti per tipologia e poi ha operato una
sottocategorizzazione per colore, per cui ora sto osservando una
specie di cubo di Rubik di felpe, magliette e pantaloni
fortunatamente già risolto. Sarebbe bello riuscire a incastrare con la
stessa presunta facilità anche il resto. Tipo, i pensieri che si rifiutano
di stare nell’angolo in cui li accantoni. Tipo, il fatto che tiro fuori la
pila di vestiti e dal mezzo esce qualcosa che colpisce le piastrelle e
si incastra sotto il letto.
Infilo una mano nell’intercapedine e recupero l’oggetto
clandestino.
È una macchinina rossa e gialla di plastica.
Sicuro che Rachele ci stava giocando mentre mia sorella
imballava.
Me li immagino nel mio salotto di Milano, Giovanna, Massimiliano
e Rachele, la nanerottola che perlustra toccando in giro e
Massimiliano che le delimita il perimetro mentre mia sorella sclera di
ordine ed educazione.
La prossima volta che vedrò Rachele probabilmente saprà
correre, mangiare da sola e dire la “z” di zio – o almeno
un’approssimazione in “s”.
È una bella cosa, no, che cresca?
Una bella cosa.
Appoggio le magliette piegate sul copriletto di cotone blu.
Il monolocale è infimo: ingresso con angolo cottura e miserissimo
tavolo per appena due persone che fa anche da salotto, camera con
letto singolo e bagno con una fenditura spacciata per finestra. Non ci
sarebbe posto per un’altra persona neanche volendo, questo
scatolone è la massima invasione che posso accettare. Ma la cosa
davvero soddisfacente è che i muri che condivido con il resto
dell’edificio appartengono a persone che non vanno in giro vestite di
tulle e non rompono le loro chiavi di casa nelle serrature, auto-
confinandosi nel pianerottolo.
In quel momento, il campanello suona.
Subito dopo lo fa anche il cellulare, un attacco congiunto di
sinfonie.
Ecco, alla sensibilità alle chiamate devo ancora lavorarci. Ogni
volta che il telefono si accende, porta con sé flash di una persona
che in questo lato del mondo non esiste.
Ma poi, è esistita davvero?
Mi sollevo dal pavimento e in quattro passi attraverso l’ingresso
tuttofare e sono al citofono. «Sì?»
«Aprimi, Bresso! E dimmi che non stai al quinto piano, che ho
della roba da portarti!»
«Secondo» la correggo. «Aspettami, scendo e ti aiuto.»
M’infilo le scarpe sui pantaloni della tuta e guadagno le scale un
gradino dopo l’altro. La giornata è chiarissima, il cielo offuscato dallo
smog dà spettacolo sopra il semaforo al centro dell’incrocio.
«Eccoti!» Caterina Marte mi spinge uno scatolone sullo sterno.
«Non mi inviti a salire?»
Rinsaldo la presa sul cartone e le rivolgo un mezzo ghigno. «Mi
prendi per uno così facile?»
«Spiritoso.» Mi supera veloce, per girarsi e sottrarmi le chiavi di
casa dalle dita. È lei che tiene aperto il portoncino mentre passo. Lo
richiude e sale fino al secondo piano.
«Mi hai portato dei sassi dalla luna di miele?» domando,
soppesando il pacco.
«Ti ho portato del cibo da parte della madre di Jay» dice. «La
signora Thomas ti ha osservato al matrimonio, ha visto che non hai
mangiato quasi niente e teme che ti sciupi. Evidentemente ha
parenti italiani da qualche ramo secondario.» Arriviamo al
pianerottolo. «Oppure è perché, da quando sono entrata in famiglia,
si è fissata a imparare a cucinare italiano e vuole degli assaggiatori
nativi. La porta è questa?»
«Sì. E la gravidanza ti rende aggressiva.»
«Ho i miei motivi.» Cate infila la chiave nella toppa, la gira,
avanza, si ferma. Torna indietro sul pianerottolo. «No, mi rifiuto,
Bresso! Mi rifiuto, il mio sgabuzzino è più grande.»
Plateale, come sempre.
«Il tuo sgabuzzino è tuo.»
«Potevi venire da noi!»
«Grazie per la precisazione, Capitan Ovvio.»
«Perché non sei venuto da noi?» ripete, esasperata.
Appoggio lo scatolone sul tavolo dell’ingresso-cucina-soggiorno.
Questo è il periodo degli scatoloni. Effetti collaterali dei traslochi
intercontinentali. Ogni volta mi annoto di smetterla con il brutto vizio
di spostarmi da una parte all’altra della Terra, ogni volta non ascolto
nessuno, men che meno me stesso.
Sto tirando fuori i contenitori di alluminio che mi sfameranno per
un mese, a stare pessimisti, quando la mia amica si decide a
entrare. In un passo conquista la seconda sedia al tavolo e ci si
appollaia come un gufo sull’albero.
Spera di impressionarmi tenendomi fissato, ma io continuo a
impilare la rifornitura alimentare sul tavolo con gesti lenti.
«Stai bene abbronzata» la blandisco, senza alzare la testa dal
cibo.
«Tu non stai bene per niente, invece.»
Non so perché lo dica.
Io sto benissimo.
Cioè, c’è stato un momento in cui stavo ancora meglio. È stato un
picco, una scintilla, lo scoppio di un fuoco. Ma è andato. Cade in
prescrizione, la felicità? Speriamo di no. Insomma, non sarò al
massimo, ma stavolta sono ben lontano dal mio minimo.
«Ho solo birra, ma non analcolica» la avverto. «Vuoi dell’acqua?»
Cate dice sì. Le verso un bicchiere dal rubinetto e glielo allungo
sul tavolo.
La mia migliore amica mi fissa, beve, mi fissa ancora.
«C’è qualcosa di cui vuoi parlarmi?» la interrogo con un’alzata di
sopracciglio.
«C’è qualcosa di cui vuoi parlarmi tu?» mi rimpalla la domanda lei.
«Non particolarmente.»
Riprendo a disimballare, un’azione che mi viene piuttosto bene
anche senza un esplicito ordine del cervello. Un applauso ai neuroni
motori.
«Ho letto gli articoli» cede lei, dopo qualche secondo.
«Li ho letti anch’io.»
«E credi che sia una buona idea?»
«Credo di essere nel campo dove non esistono cose come “buone
idee” e “cattive idee”, solo necessità né buone né cattive.»
«Tommaso…»
«Caterina.» Svuoto del tutto lo scatolone, quindi comincio a
piegarlo. «Fai un favore a te e a me, non girarci intorno.»
Incredibilmente, lei obbedisce.
«È che da quando sei tornato qui, sei… diverso.»
«Perché non sono rimasto fino alla fine del matrimonio?»
«No, quello lo capisco. Sono passati quasi due anni, lei era lì,
avevi aspettato abbastanza.»
«E allora, cosa?»
Cate fa per parlare, ma all’ultimo cambia idea. Si barrica dietro
una lunga sorsata. La incito con un gesto della mano. Tanto vale
arrivarci subito, magari evitiamo di ammazzarmi nell’attesa.
«Sto pensando a cosa dirti da quando sono entrata nella tua…
casa, se vogliamo lusingare questi due metri quadrati affibbiando
loro questo nome» tentenna. «Ma non trovo un modo che non
cominci per “a me è successo così” o “avresti dovuto fare”.»
«Sei mia amica. Hai l’autorizzazione per i predicozzi indesiderati.»
«Non te li voglio fare, è questo il punto» sottolinea. «Spiegami
solo cosa ti ha fatto cambiare idea.»
Tento di tenere su la facciata. «Deve esserci per forza qualcosa?»
«No» ribatte. «Magari però c’è un qualcuno» aggiunge, poi si
corregge: «Oppure c’è stato.»
Se non sapessi che Jay è una tomba, giurerei che Cate sappia
tutto. Ma lui tiene i segreti al pari di un agente governativo, quindi
deduco che i dubbi siano dovuti all’aspetto da scappato di casa che
mi trascino dietro dal matrimonio.
«Sarei venuto a Los Angeles indipendentemente da lei» mi
difendo, e non so nemmeno a chi mi riferisco, se alla donna che ho
amato come nessun’altra al mondo o all’abbaglio letale che mi ha
tramortito.
«Questo lo so.» Cate si acciglia, guarda in alto come per
trattenere un’emozione scivolosa. L’emozione scivola comunque, le
piega le labbra in una smorfia triste. «Be’, hai ragione. Saresti
venuto qui lo stesso.»
«James?» le chiedo.
«Già ripartito. Aveva una commissione a San Francisco. Farà un
servizio fotografico per uno scrittore famoso di thriller, un certo
Richard qualcosa. Sembra che i suoi libri stiano per diventare una
saga cinematografica e servivano delle immagini editoriali.»
«Allora resti per cena? All’improvviso ho un sacco di roba da
mangiare e una bocca sola. L’appetito di una donna incinta mi
farebbe comodo.»
Cate alza un sopracciglio. «Allyson?»
«No, non… funziona così tra noi. Noi, cioè, è complicato.»
«Invece è semplice» mi contraddice, allungando i piedi sul piolo
dell’altra sedia. «Te ne sei andato in fretta e furia da Los Angeles
lasciandoti dietro una voragine di cose sospese e ora siete entrambi
single, entrambi qui, entrambi al cappio di una sequenza infinita di “e
se”. Ci sono dei buchi in mezzo, ma l’inizio e la fine sono questi,
no?»
Annuisco, piano, come se il movimento del capo potesse spostare
la delicata fragilità degli equilibri.
In effetti, non era poi così complicato.
31
Olivia

Non è poi così complicato.


Entro. Faccio quello che devo fare. Esco.
Ecco: entro, faccio quello che devo fare ed esco potrebbe essere
anche quello che sta pianificando adesso il pene di Dario Lodisini,
dall’altra parte del portone massiccio davanti al quale il taxi mi ha
scaricata circa dieci minuti fa. Se mai un pene pensasse in
autonomia invece che essere appaltato ogni tanto dal cervello.
Rafforzo la presa delle dita sulla cartellina e inspiro una profonda
boccata d’aria.
Marzo quest’anno è magnanimo, l’inverno ha smesso di
ghiacciare i parabrezza delle macchine nel preciso istante in cui tu
sei decollato per Los Angeles.
Per amore della precisione, però, allo stato attuale non sto
rabbrividendo per la temperatura percepita, o perché sotto il
soprabito indosso solo un Fendi rosa perlato in raso e organza che
copre appena le cosce.
La residenza vera e propria di Dario Lodisini, una dimora nel
cuore di Milano che dispone di oltre seicento metri quadrati di alberi
secolari racchiusi da mura risalenti all’Ottocento, al momento è
occupata dalla sua ex moglie e la figlia di lei avuta da una
precedente relazione. È per questo che la pulsantiera davanti alla
quale mi trovo non è quella della sua abitazione ufficiale, bensì
quella di un prestigioso palazzo storico in via Cappuccini.
È da quando lo conosco che Dario insiste affinché io veda il suo
appartamento dal vivo.
Insisteva che era un peccato che non fossi ancora stata testimone
della maestosità del soggiorno di rappresentanza, con librerie
antiche lungo la parete e le bowindow che ti immergono nella vista
della città.
Insisteva che dovevo assolutamente provare un risveglio nella
suite padronale seguito da un rilassante bagno nella vasca
idromassaggio in marmo. E la colazione in terrazzo! Diceva che è un
vero spettacolo svegliarsi e ammirare lo skyline da qui. Non come
quei finti ricchi che spacciano per abitabili i loro attici a San Siro.
Insisteva prima e anche dopo, sai. Anche dopo che tu sei andato
via, ha insistito parecchio.
Ma io ho sempre resistito.
Sempre.
Qualcosa deve essere andato storto se la mia resistenza mi ha
condotta ugualmente al qui e ora.
E con “qui e ora” intendo adesso, sul marciapiede, sotto l’attico
vista Milano, con un vestito troppo leggero addosso e un contratto
troppo allettante sputacchiato dal cassetto della stampante
dell’ufficio.
Un portone e alcune rampe di scale dividono me e l’uomo che tu
detesti, e a questo punto mi sento quasi in dovere di ordinare nella
testa i motivi che mi ci hanno condotta, come lanci consecutivi di un
gioco che non si può smettere di giocare.
Penso che sono trascorsi ventidue giorni da quando tu sei partito
per la California.
Penso che è stato straziante tornare a casa e sentire il vuoto
dietro il tuo muro che ha sostituito i rumori a cui mi avevi abituata.
Penso che quasi mi è preso un colpo quando, appena sei sere
dopo la tua partenza, mi sono accorta del cigolio della tua porta
d’ingresso mentre ero accovacciata sul letto singolo svedese che mi
hai dipinto e leggevo un saggio sull’ottimizzazione del processo
lavorativo in team.
Penso all’ansia, alle aspettative, agli strampalati conteggi di voli e
fusi orari che mi affollavano la testa mentre mi scapicollavo sul
pianerottolo nella speranza di vederti. E penso alla scena pietosa di
me che incrocio gli occhi di un’altra donna sull’uscio della tua porta
aperta.
Penso al sollievo che mi ha invaso i polmoni quando ho
riconosciuto tua nipote che la chiamava “mamma” e alla velocità con
cui il sollievo si è dissipato quando, da sopra la spalla di lei, è
comparso il viso grigissimo di Massimiliano.
Penso alla strana delicatezza con cui il tuo amico mi ha
avvicinata, mi ha presa sottobraccio e mi ha condotta nella cucina,
sai, quella in cui abbiamo fatto l’amore così tante volte, così tanto
bene, e che in quel momento lui ha reputato il luogo ideale per
mettermi seduta come se io fossi la bambina e lui l’adulto portatore
di spiegazioni infelici.
Penso alle sue parole caute come bollicine corrosive, penso a tua
sorella che mi ha rinchiusa in un’occhiata di pena mentre elencava
una sequenza di oggetti contenuti in una lista stropicciata, penso alla
bambina untrice che ha confuso la mia gamba per una pista
automobilistica e ci ha fatto scorrere su e giù una macchinina di
plastica rossa e gialla strappandomi un sorriso triste.
Penso al mio “sì” che è seguito alla domanda “te la senti di
restare” e “te la senti di aiutare visto che sei la persona che conosce
meglio questo posto incasinato”. Penso a come ho aiutato a
raccattare le tue maglie, i tuoi jeans, le tue felpe. Penso a come ho
accatastato e piegato tutto con cura. Penso che ho riempito lo
scatolone con le tue cose solo per vedere uno dei tuoi migliori amici
e tua sorella portarle via verso la tua nuova casa.
E poi smetto di pensare, perché a tutto c’è un limite e io ho
raggiunto il mio.
Difatti, perché stasera funzioni ho bisogno di lasciare andare il
resto, lasciar andare te, e restare concentrata su due soli perni.
Il primo è tenere a mente che se tutte le persone che mi
conoscono mi ritengono addestrata e ottimizzata per gestire
compromessi per sopravvivere, allora forse c’è del margine di verità.
E la seconda è che fondamentalmente non importa a nessuno di
quello che accadrà al di là di questo portone: e l’assenza di giudizio
aiuta.
Ciò mi fa dedurre che posso farlo.
Posso sacrificare qualcosa a cui tengo molto.
Posso rinnegare la cosa più bella che mi è capitata.
Se anche la speranza è andata posso, posso sorridere e
contemporaneamente posso entrare nell’androne, salire le scale,
consegnare un contratto firmato che non ho chiesto e che neanche
volevo, posso vendere la mia creatura che lui smembrerà e
assorbirà e stabilire un dignitoso ingresso societario in Lodisini. E poi
posso autorizzare un altro ingresso, un po’ meno societario e un po’
più carnale. Posso farlo. Basta togliermi questo Fendi rosa perlato di
dosso e abbassare lentamente le mutande, centimetro dopo
centimetro, come l’ascia di un boia che esegue una condanna a
morte.
È nient’altro che un pene che entra in una vagina, Tommaso.
Niente di sensuale, niente di significativo, solo un attrito di carne, il
preludio di un accordo che risolverà ogni problema.
Tre stipendi, tre famiglie.
Me.
Vedi, Tommaso?
Avevi ragione.
Non siamo equilibrati, insieme, tu con i tuoi sogni e io con il mio
logico niente.
Non siamo conciliabili.
Compio un passo avanti e il pensiero devia.
Mi riporta a quando mi hai raccattata sul pianerottolo mentre
pensavo di aver toccato il fondo. Da allora ho scoperto che ce n’era
un altro sotto, e poi un altro e un altro ancora. Una continua caduta,
perché avevi ragione anche su questo, esiste sempre qualcosa di
peggio.
Pensavo che mi sarei ammaccata moltissimo una volta a terra,
invece non so come, ma alla fine della discesa mi sono ritrovata in
alto. Sospesa in un limbo di rimpianti.
Quindi, ecco, la mia scelta si riduce tra restare a galla nella
nostalgia oppure attraversare questo portone.
Tutto qui.
Appoggio il palmo sulla superficie del legno intarsiato.
Un altro passo e riparto da zero. In fondo è quello che avrei
dovuto fare fin dall’inizio. È il piano originale, e se l’avevo scelto
avevo di sicuro degli ottimi motivi. Devo solo concentrarmi per
ripescarli e farli di nuovo miei.
Devo, sì… ma poi mi torni in mente tu.
I tuoi baci, il modo in cui ti diverti a prendermi in giro perché so a
mala pena cucinare un uovo. Tu che ridi e mi baci la schiena ed esci
dalla doccia nudo e sfumi nelle braccia di un’altra donna. Tu che
torni a fare con lei tutte le cose che facevi con me.
Perché lei era la tua incancellabile, e io ero solo una di passaggio.
Sarebbe meglio dimenticare, no?
Lo sarebbe.
Ma, addossata al portone in via Cappuccini, mi rendo conto che…
che non voglio rinnegare, non voglio annullare niente.
Voglio restarci, in questo caos che prende il mio cuore a ripetute
mazzate.
È irragionevole, eppure pretendo di continuare a sentirlo.
Voglio… sì, voglio tenerlo stretto, questo dolore infelice, perché è
l’ultima forma di amore per te che mi rimane.
Un passo dopo l’altro, arretro.
Lo faccio finché torno a confondermi nel traffico pedonale della
città, come un fantasma.
A casa ci vado dondolando in un vagone mezzo vuoto della
metro, e poi sui tacchi che stilettano l’asfalto della strada di periferia.
Odio il tuo ex condominio.
È vecchio, dozzinale, la lampadina sopra il portone si brucia in
continuazione, il vano scala puzza di cipolla e sedano bollito. È colpa
tua se mi ci sto affezionando, accidenti. Io, di mio, avrei evitato. La
tua assenza ha lasciato un bizzarro posto vacante, un attaccamento
alle stupidaggini dove prima c’eri tu e ora non ci sei.
Infilo a tentoni la chiave nel portone. L’atrio è illuminato a giorno.
La luce bianca mi brucia gli occhi. No, mi sbaglio, non sono i neon a
irritarmi. È che sto piangendo da quando sono scesa alla fermata.
Come mi sono ridotta?
Non so chi sia questa tizia piagnucolosa che coabita dentro di me
da quando ti ho perso. Ci dev’essere un errore, mi hanno affibbiato
una controfigura innamorata che oltre ad aprire i rubinetti non è di
alcun aiuto pratico.
Potrebbe almeno contribuire a scrivermi il discorso che farò
domani ai miei dipendenti. Abbellire il concetto di “è finita, ma nella
disgrazia consideriamo un successo essere riusciti a evitare il
fallimento”.
«Dio, ce ne hai messo…»
Atterro con il tacco sull’ultimo gradino che precede il nostro
pianerottolo e alzo il mento, sconcertata.
Lì è seduta una ragazza che conosci.
Ha i capelli scuri, lo sguardo da folletto, l’aria di chi è appena
tornata da una vacanza. Ah, e presenta una rotondità sospetta in
zona addominale.
Mi asciugo velocemente le guance con il dorso della mano e
mormoro: «Caterina?»
32
Olivia

«E ora mi spiego un punto in comune.»


Dopo aver appoggiato la valigia al muro d’ingresso, la sorella del
mio ex fidanzato, mani sui fianchi, osserva il salotto – o quello che è.
L’operazione di inventario non durerà molto, visto che in queste
tre settimane non ho aggiunto niente all’arredamento già inesistente,
ma ne approfitto comunque per rintanarmi nel piccolo bagno cieco e
sistemarmi. Mi lavo la faccia, tolgo i residui di trucco, scopro due
occhiaie da paura.
Passo per la camera, elimino il vestito di Fendi e mi infilo un paio
di jeans e una felpa che… be’, che ho rubato dall’armadio di
Tommaso, quando ho aiutato sua sorella e Massimiliano con
l’imballaggio della lista di cose da spedirgli.
Patetica.
Penserei sia solo una mia impressione ma il cipiglio di Caterina,
quando la raggiungo in ingresso, me lo conferma: ho salutato ogni
parvenza di umana dignità.
«Non sei migliorata granché» osserva.
«La gravidanza ti rende ancora più polemica.»
Caterina alza gli occhi al cielo. «E siamo a quota due punti in
comune raggiunti! Va a finire che siete davvero fatti l’una per l’altro,
chi l’avrebbe mai detto.»
«Non ti sto seguendo.»
«Potresti invitarmi a seguirti da qualche parte dell’appartamento
dove c’è una sedia, sempre che tu ne abbia una. Altrimenti mi
accampo qui.» Indica con la mano le piastrelle del salotto. «Dopo
tredici ore di volo, sono così stanca che potrei addormentarmi
mentre ti parlo.»
«Sarebbe una svolta interessante» sospiro. «Seguimi.»
Le faccio strada in cucina.
La piccola Marte non smette di guardarsi intorno, come se d’un
tratto entità spaventose dovessero saltare fuori dalle pareti. È solo in
un secondo momento che comprendo: non sta cercando niente nel
presente, sta collocando nella stanza i ricordi di quello che c’era e
non c’è più.
«Ci sei già stata, qui» deduco.
«Una volta o due. Noto dei cambiamenti.»
«Il minimal è tornato di moda.»
«Davvero! La mia collega, a Vogue, ci ha scritto un articolo il
mese scorso.»
Il suo tergiversare mi innervosisce.
A dir la verità, lo fa l’accesso di lei alle mie condizioni. Sei anni
con Stefano e nessuno dei due mi ha mai vista così.
«Dài, Caterina, coraggio. È tardi, siamo stanche entrambe, sei
venuta qui da chissà dove. Non girarci intorno.»
Le si disegna un’ombra stupita sul volto. «E tre! Non ci credo, vi
siete contagiati a vicenda?»
«Chi si è ammalato?»
«Tu!» gesticola come una teatrante navigata. «Di bressite, a
quanto pare!»
Apro il rubinetto e riempio due bicchieri d’acqua per impegnarmi le
mani. Uno lo tengo per me, l’altro lo faccio scivolare sul tavolo della
cucina.
Cate spalanca quegli occhi scuri che sono uguali spiaccicati a
quelli di suo fratello. Stessi colori, stesse espressioni, il marchio di
fabbrica della dinastia Marte.
«No, ti prego, smettila.» Prende il bicchiere e lo passa ai raggi X,
neanche le avessi appena offerto dell’azoto liquido. «Quanto
accidenti siete stati insieme?»
«Io e Tommaso? Insieme neanche un giorno, credo.»
«Hai la sua felpa addosso.»
Ops.
«È un… prestito.»
«Una volta l’avresti prestata a un canile! Senti, davvero. Quando
hai telefonato, al mio matrimonio, hai supplicato. Mentre salivi le
scale, prima, piangevi. Le streghe cattive non supplicano. Né,
tantomeno, piangono.»
Mi acciglio quanto basta.
«Questa strega cattiva lo fa» mormoro, sorseggiando pura acqua
di rubinetto . «E non si fa scrupoli a buttare fuori dalla propria
casa le donne, anche se incinte, se invadono la loro cucina senza
motivo.»
«Ho dei motivi» mi assicura.
«Illustramene uno.»
Caterina tira lo sguardo sul mio. «Voglio colloquiarti.»
No, ma è seria?
Per carità, è sempre stata un concentrato di arroganza e orgoglio.
Con il senno di poi riconosco che forse lo siamo state entrambe,
stessi momenti, diverse fazioni.
Ma questo è troppo.
«Prendi appuntamento con la mia assistente, signora Marte.»
«Signora Marte-Thomas» mi corregge, «e l’appuntamento non mi
serve, il colloquio lo possiamo fare ora, senza intermediari. Non so
se mi conosci, sono una fashion influencer e sto cercando una figura
che si occupi della gestione delle licenze di una linea di scarpe che
sto progettando con il mio team. Mi pare di capire che non stai
messa benissimo a lavoro» rotea l’indice indicando l’appartamento,
«e so per certo che di moda te ne intendi. Sì, insomma, quando non
indossi le felpe di Tommaso.»
«Temo di non aver capito bene.»
«È che, vedi.» Caterina gioca con il bicchiere sul tavolo,
pensierosa. «Appurato che stai proprio da schifo, e che mi sono fatta
l’idea che c’entra davvero lui, la mia prima scelta sarebbe stata più
diretta. Metterti in mano un biglietto aereo per Los Angeles e
ordinarti di venire là. Mi confermi che non avrebbe funzionato, per
piacere?»
Cristo, avevo scordato quanto fosse faticoso stare dietro ai Marte.
«Caterina…»
«Olivia» mi rimbecca. «Mi hai chiesto di andare al sodo, io l’ho
fatto.»
«Avevi detto che non volevi aiutarmi.»
«Infatti non sto aiutando te» ribatte. «È che lui non sta bene.»
Ignoro la fitta al centro del petto, una sutura i cui punti tengono a
mala pena.
«Lui è dove ha sempre voluto essere. Accanto alla donna che ha
sposato. Sua moglie.»
«Ex moglie.»
«Non fa differenza. Nel momento in cui si è inginocchiato davanti
a lei, le ha dichiarato fedeltà e amore assoluto. E ti posso assicurare
che non c’è stato niente che lo abbia spostato di mezzo millimetro in
quello che abbiamo condiviso, lui non ha mai ceduto, mai, neanche
un istante, neanche mentre…»
Chiudo gli occhi, impedendomi di manifestare i sintomi contenuti
nel Manuale della Perfetta Tizia Insulsa.
«Non so cosa ti aspetti da me» ammetto, «ma ho bisogno che tu
te ne vada.»
In risposta, Caterina si accomoda meglio sulla sedia.
«Neanche tu mi sei mai piaciuta.»
«Grandioso.»
«Ma non hai venduto al tizio stronzo concorrente di mio padre.»
Un momento, come… Ah.
La cartellina con cui sono rincasata.
L’ho lasciata incautamente da qualche parte, in ingresso.
«Sai, Olivia Ranieri, io ti ho odiata fino a due settimane fa»
dichiara. «Mio fratello no, mio fratello sotto sotto ti è infinitamente
grato perché se non fosse stato per come vi siete mollati, lui non
avrebbe mai conosciuto Melissa. E chissà quando avrebbe trovato il
coraggio di guardarsi allo specchio e ammettere che la sua vita
dorata lo portava fuori strada come una scimmia al volante!» sbotta.
«Ma io ti ho davvero odiata» riprende, con la semplicità con cui
commenterebbe quanto sono odiosi i peli che ricrescono d’estate.
«Ho odiato ogni momento che hai trascorso nella mia famiglia. Ho
odiato il modo in cui ti trattava mio padre, con un’ammirazione che,
onestamente, chi l’ha mai vista? E sopra di tutto ho odiato ogni
briciola che ti prendevi da mia madre, quel poco che aveva finiva
tutto a te. Forse perché eri consolante, in te trovava molto più di se
stessa di quanto avrebbe mai trovato in me. E i genitori amano
riconoscersi nei propri figli, no?»
E dire che per anni l’ho considerata solo una piccola viziata.
«Ecco, quindi, se mi fossi fermata qui, non sarei mai venuta»
conclude.
«Qual è il ma?»
«Ma» rimarca, torcendo le labbra, «il senno di poi mi ha fregato.
Mi ha costretto a contrattare con un dato di fatto. Che in fondo quello
che ti ho invidiato, la stima di mio padre, l’affettuoso supporto di mia
madre, contava così poco che non è bastato a salvarti. Sei solo una
delle tante persone che ha gravitato attorno ai Marte e ne è uscita a
pezzi.»
Sorrido amara. Ma non dico niente, perché effettivamente non ho
nulla da aggiungere né contestare.
«Senti, se non vuoi accettare la proposta perché te lo chiedo io,
fallo per la tua azienda. I termini contrattuali sono buoni, avresti una
percentuale molto favorevole» illustra. «Anch’io stipendio delle
persone, sai? Da qualche mese siamo in cinque nella squadra. Mi si
spezzerebbe il cuore se non riuscissi più a garantire un lavoro ai
miei collaboratori.»
«Stai cercando di far leva su una qualche solidarietà
imprenditoriale femminile di cui ignoro l’esistenza?» tengo su la
maschera.
Lei però vede oltre, un mezzo sorriso le ammorbidisce la bocca.
«Te l’ho detto. Mi strapperei il cuore per lui. Il costo attuale mi
sembra ragionevole.»
Cioè io le sembro ragionevole, in termini di costo.
Ammetto che è una grandissima tentazione, ma non posso
considerarlo.
Non posso.
«Se accettassi» domando, «sarebbe un regolare contratto
professionale? Niente di personale?»
La stronzetta sorride.
«Puoi venire a Los Angeles, chiudere la contrattazione e non
vederlo nemmeno. Non metterò nelle clausole “l’altra parte si
impegna a far rinsavire il mio amico”, se è ciò che ti preoccupa.»
Rinsavire? Che idiozia.
Va a spasso con la moglie in lungo e in largo, felice come un
adolescente che è riuscito a conquistare la ragazza alla quale
moriva dietro da anni.
A me non ha saputo perdonare un errore che ho commesso nei
cavilli, con lei ha chiuso entrambi gli occhi di fronte a un tradimento e
un divorzio che lo hanno devastato.
Non si compete contro un amore del genere.
Che sorte pietosa amare qualcuno completamente votato a
un’altra persona.
«Non sai nemmeno se sono in grado di gestire una trattativa
simile» obietto. «Non è l’ambito di cui mi occupo di solito. Ti fidi e me
lo assegni alla cieca?»
Caterina si alza in piedi, lo sguardo mi cade sulla maglia di jersey
nero che le copre la lieve curva della pancia.
«Mio fratello dice che saresti in grado di vendere cappotti imbottiti
all’equatore. Io mi fido ciecamente di mio fratello.»
«Io invece non mi fido per niente di voi.»
«E allora saremo in due a saltare nel vuoto» conclude. «Ti faccio
avere le carte domani in ufficio, signora Ranieri. Ci vediamo dall’altra
parte del mondo.»
E, su quelle parole, tira su la cerniera del giaccone, agguanta la
valigia e se ne va.
33
Tommaso

La luce colpisce il foglio di taglio.


La mano che ci sta disegnando sopra è la mia.
Sarebbe una bella bozza, se non fosse che fa schifo.
Strappo la carta, la appallottolo e ammiro la gloriosa gittata del
lancio verso il cestino.
I cestini dello studio di Giles Hoffman hanno un’imboccatura larga
e svasata e sembrano fatti apposta per divorare gli scarti di
produzione.
Arrivati a questo punto, uno crede che sia semplice.
Hai il lavoro dei tuoi sogni, ti metti d’impegno, produci. Conduci le
idee dal cervello alla punta della matita e poi le plasmi, emozione e
tecnica fuse in un patto d’acciaio come quando nel karate addestri il
corpo a un rigido studio dei movimenti. Quando hai finito arretri i
passi necessari per accertarti che l’insieme funzioni, completi con i
dovuti aggiustamenti. Ed ecco fatto.
Peccato che ogni volta, ogni maledetta volta che penso di esserci
e mi allontano per verificare, la mano devia, la matita sbava, i
pensieri si colpiscono come macchine dell’autoscontro e io torno al
punto di partenza.
Foglio bianco, idea che rimbalza sulla punta delle dita.
E, intendiamoci, qui non si tratta di quadri da cantinetta o ex ufficio
comunale scrostato: Giles mi ha assegnato una commissione per
una casa discografica che deve vestire il prossimo successo pop
con una cover pazzesca.
Ero a Los Angeles da sei giorni quando è arrivato il progetto e,
dopo averlo analizzato con i committenti, lui se ne è uscito con un «è
sicuramente roba che fa per te, Tomàso. Stupiscici».
Ora, se faccia per me, non lo so.
Ma è il primo incarico da Hoffman, quindi per forza di cose il mio
obiettivo è evitare di stupirlo per quanto il risultato finale farà schifo.
Rileggo le linee guida partorite durante la riunione con la
redazione della casa discografica, prima di appoggiare la matita sul
foglio bianco.
Disegnare mi spara fuori dalla frustrazione, dalla nostalgia, dalla
percezione di errore che dovrebbe essere sparita e invece è ancora
qui, ben piantata al centro della gabbia toracica.
Mi dico che è tutta una questione di tempo. Devo riabituarmi. In
fondo sono passate, quante, quattro settimane? Un mese, da
quando sono salito sull’aereo? È un niente.
E qui ho tutto quello che ho sempre voluto.
Il laboratorio di Giles è uno spazio hipster nel retro della sua
galleria a Brentwood, con i successi dello studio appesi ai muri di
mattoni bianchi a vista, luminosi finestroni a parete, postazioni
singole così attrezzate da far schizzare la creatività alle stelle,
sguazzarci dentro e poi morirci felici.
Tutto meraviglioso, peccato che due ore più tardi il mio unico
successo sia aver avuto il coraggio di cestinare altre tre prove.
Dalla disperazione spiaccico la fronte sul palmo della mano
sinistra. La destra decide per l’autonomia e comincia a
scarabocchiare sfogando la tensione da sindrome del foglio bianco.
Non bado a quello che ne esce. Tanto il prodotto della mia
frustrazione è sempre lo stesso. Stesso viso, stessa fisionomia. Non
c’è colore, è un abbozzo in scala di grigi che fa a pugni con il
chiasso cromatico della scrivania.
Grazie al cielo, il capo oggi è in trasferta a Beverly Hills assieme
al team che lavora sulla commessa della MGM, così non può pentirsi
della mia assunzione.
Alzo lo sguardo sull’ambiente che mi circonda.
A quest’ora nel retro siamo rimasti solo in due: io e Cora, una
grafica digitale del Wyoming che ti fa sembrare vero tutto quello che
crea. A presidiare la galleria, invece, c’è David, un argentino di
ventidue anni che sembra stato prelevato dall’angolo costumi di un
telefilm anni Sessanta.
Sopra la mia postazione, il mio telefono squilla. Arriva un
messaggio.

Allyson: Sono qui fuori! Sto parcheggiando, esci?


Controllo l’orologio e scopro che è tardissimo.
Le avevo promesso che l’avrei accompagnata a scegliere delle
mensole per il nuovo appartamento. Rispondo in velocità
assicurandole che sto uscendo. Rassetto il piano di lavoro e,
salutata Cora, attraverso il laboratorio immerso nella calda luce
californiana fino allo spazio espositivo aperto al pubblico.
La mostra che Giles ha voluto allestire sfora ogni parametro di
bellezza esistente.
Nel gigantesco openspace, enormi pannelli bianchi disposti a
labirinto ospitano una personale a tema Inferno dantesco.
Fondamentalmente si tratta di una serie di produzioni che
mescolano mostri e umani con violente pennellate di colore, ossa,
sangue, budella e denti in un tripudio di rosso e nero che contrasta
con il candore quasi asettico dell’ambiente.
È mentre fisso le nubi fumose che avvolgono il Cerbero che
riconosco una sagoma femminile, nella galleria.
È di spalle, perfettamente centrata con la tela in un gioco di
simmetrie, e alza il mento per osservare il mostro a tre teste. I capelli
biondi le dondolano sulla schiena flessuosa, fasciata in un vestito a
fantasia aderente che le arriva sopra le ginocchia.
Per un secondo credo sia Ally, ma a riguardarla bene no, è
impossibile.
Sfumature dei capelli completamente sbagliate.
La schiena, l’altezza, il portamento, è tutto sbagliato.
Il pensiero conseguente è una negazione.
Non può essere lei.
È impossibile, sono impazzito, è la sindrome da foglio bianco che
me la fa comparire in un posto dove è inammissibile che sia.
Non può.
«Olivia?!»
Si volta.
Ed è lei.
Qui.
Nella galleria di Giles Hoffman.
È lei davvero.
O almeno quello è il suo viso, anche se sopra non ci sorride
niente, e quello sotto il viso è il suo corpo, anche se non fa niente
per venirmi incontro.
«Tommaso.»
Due M.
Accento corretto.
Instupidito dal trovarmela di fronte, sono io a cedere e avvicinarmi
senza cognizione di causa. «Che ci fai…»
«Qui?»
Quasi soccombo alla tentazione di toccarla per togliermi il dubbio
che sia reale. Grazie al cielo, mi fermo. Cancello l’aria sconcertata di
dosso. Non sono pronto a fronteggiarla nella stessa misura in cui
non sono pronto a gestire il caos che deflagra come una bomba
nella testa.
Non so leggerle la faccia, le espressioni, non so cosa pensi, non
so niente.
«Non ero neanche sicura di venire» esordisce con una voce
strana, annacquata, «ci ho riflettuto per tre giorni, oserei dire senza
sosta. Ma poi ho pensato che sarebbe stata la mia unica occasione,
e il mio committente tutto sommato mi conosce abbastanza da
sapere che avrei ceduto.»
«Tre giorni? C-cosa… cioè, da quanto sei qui?»
«Nella galleria, due minuti circa. In città, invece, da quattro giorni»
dice. «Bella Los Angeles. Caotica, iper-trafficata, calda, ti si addice.»
Quattro giorni.
Quattro lunghissimi giorni.
Vorrei sapere tutto, perché, come, dove, soprattutto perché. Ma lei
mi anticipa.
«È stata una trasferta molto fortunata. Ho portato a casa una
contrattazione da manuale: fornitore soddisfatto, cliente
soddisfatto… E la mia percentuale era così alta che sospetto di
essere stata raggirata da chi mi ha assunto.»
L’investitore maledetto.
Grandioso, è qui con lui.
Olivia raddrizza le spalle, affila lo sguardo.
«A essere sincera, fino a stamattina ero quasi convinta di non
cercarti. Ma poi mi è tornato alla mente il vergognoso numero di
chiamate intercontinentali che mi hai rifiutato, cadute una dopo l’altra
come mosche sotto insetticida, e così mi è venuta voglia di venire a
dirti in faccia quanto io sia incazzata con te.»
Ah, lei è arrabbiata.
Lei!
«Sì, Tommaso» controbatte, dimostrando di non condividere i miei
stessi problemi sul leggerci a vicenda. «Sono incazzata perché un
po’ ti ho capito, in questi mesi, e invece tu non hai capito niente di
me. Non ti ci sei neanche sforzato.»
Compie un passo in avanti.
«Per cominciare, sei arrivato alle tue conclusioni senza
concedermi il diritto di difesa. E io me lo meritavo» stabilisce. «Se
non mi avessi aggredita, se non avessi mancato di fiducia, io ti avrei
spiegato che non avevo nessuna contrattazione aperta con Lodisini.
Nessun accordo. È stato lui a fare tutto, lui a telefonarmi in
continuazione, lui a far circolare notizie del suo interesse nella mia
società. Dovevo informarti che mi stava ancora addosso?
Probabilmente sì, lo riconosco. Ma stavo così bene nel tuo spazio
ristretto che non me la sono sentita di rovinarlo. Mi bastava stare di
merda mentre ero al lavoro. E diciamocela tutta, tra di noi alcuni
argomenti sono sempre stati fuori dal tavolo, quindi se vogliamo
distribuire la colpa ce la smezziamo. La mancanza di comunicazione
non può essere imputata solo a una delle due parti.»
Lo stupore mi deforma la faccia. «Ma che accidenti…»
«Non ho finito» mi blocca. «Le scuse per quello che hai fatto a
Lodisini a Capodanno. Ero a un evento professionale, ero in mezzo
a dei potenziali clienti e Dario insisteva. Le ho dette per evitare una
discussione e mi sono sentita malissimo, ma lo rifarei, Tommaso,
perché a discutere con gli idioti ci si perde e basta, e nessuno è un
idiota più grande di Lodisini quando si intestardisce. La classifichi
come bugia? Prego. Pensi che io volessi sminuirti? Sbagli. Ti amavo,
Tommaso. Con poca consapevolezza, con molta confusione, senza
sapere come farlo… ma ti amavo.»
Al passato.
Al passato, mi amava.
«Il fatto è che tu non mi hai ascoltata» prosegue, «non lo hai fatto
quando ti sei arrabbiato a morte e non lo hai fatto prima, quando
avresti potuto. E lo so, lo so che abbiamo cominciato in un modo
sbagliatissimo. Non succede così nelle fiabe, ma alla fine che cosa
vuoi che mi importi se non ci siamo adattati alla fantasia collettiva…
va bene uguale, in fondo la perfezione è solo qualcosa che ci
spingono a cercare per farci sentire in difetto, giusto?»
Più parla e più la sua franchezza mi risulta insostenibile.
Fa male guardarla, fa male averla qui.
«E con te sai quanto mi ci sono sentita, in difetto? Tantissimo! Sei
un caos ambulante di sogni ad occhi aperti schiaffato in un barattolo
che scotta, sei sempre stato fuoco vivo. Ingestibile. Be’, indovina:
prima di te, io non ero per niente abituata a scottarmi. Zero! Bruci
così tanto che ti basta pochissimo per partire a mille. Prendi fuoco
ogni volta che non ti sta bene qualcosa e poi non te ne frega niente
di spegnerlo, perché a quel punto te ne sei già andato altrove.»
Fa male anche quando dice la verità.
Il bianco abbacinante intermezzato da barbare scene infernali ci
immerge in una lotta impari, sbilanciata, fatta di ombre e cose
taciute.
«Altro?» la provoco.
«Sì.» Alza la testa, alza anche lo scudo di cui dispone nella
dotazione di difesa di base. «Grazie per aver ceduto il tuo
appartamento a un inquilino che rispetta gli orari del silenzio. Un
premio di consolazione piccolo, ma gradito.»
«Lo ha scelto Massi» dico, atono.
«Ma certo che lo ha scelto Massimiliano» mi fa eco.
La tempesta di neuroni si aggrava.
Mi riempio la mente dei suoi particolari, la postura diritta, la
sicurezza fiera. Incasello i dettagli e li metto al sicuro in disparte,
come un quadro che sai che non vedrai mai più.
Scende il silenzio. La mia esplorazione visiva comincia ad avere
un peso. La mette in difficoltà.
«Tempo scaduto.»
«Aspetta» la blocco. «Se non sei qui per l’investitore, chi ti ha
assunta?»
Olivia fa una smorfia. «Ti lascio indovinare: è mora, bassa, fa un
lavoro inutile e sta per riprodursi.»
«Caterina?»
«Da non crederci, vero?»
Infatti non ci credo.
«Tommy, non arrivavi più! Ho lasciato la macchina nel
parcheggio.»
E quando penso che non possa andare peggio, vengo smentito.
Occhi enormi, scuri, capelli chiari, sandali bassi, una borsa di
paglia che le rimbalza sul fianco.
Merda, Allyson!
«Scusa» si ferma a pochi passi dal Cerbero, non appena registra
la presenza di Olivia, «non sapevo fossi ancora impegnato con il
lavoro.»
Olivia la circoscrive in un’occhiata. La riconosce. Espira
rassegnata, come se fosse preparata a trovarsela davanti.
«Nessun disturbo, abbiamo finito» annuncia in un inglese
impeccabile. Il tono professionale per un attimo illude anche a me di
aver parlato di licenze artistiche da collocare sul mercato fino a due
secondi fa.
Allyson si scusa ancora, Olivia le risponde con una fredda
cortesia, poi mi lancia uno sguardo indecifrabile, un grumo di sottile
disappunto. «Dubito che passerò ancora per la città degli angeli»
conclude in italiano. «Addio, Tommaso.»
Vederla così dignitosamente in bilico ha il potere di mandare
all’aria ogni minima ragione.
Resisto due secondi di troppo, quelli che le servono per lasciare la
galleria.
L’ultimo ricordo di lei è velato dai riflessi allegri del tramonto che le
baciano la schiena, mentre svanisce oltre la strada.
34
Olivia

La sveglia suona alle tre della notte.


Apro gli occhi nel buio più completo della stanza d’albergo e per
un attimo maledico la manciata di ore rabbiose e insonni che ho
trascorso rigirandomi tra le lenzuola.
Le streghe cattive non piangono.
Lo specchio del bagno non sembra essere d’accordo con tanta
saggezza.
È una calma irreale quella che mi circonda mentre mi sorreggo al
lavandino, illuminata da una spietata luce al neon. Ho un colorito
pallido, gli occhi rossi e gonfi e nemmeno il fondotinta prende la
sufficienza. Pazienza.
Raccolgo i capelli in una coda alta, metto da parte gli stivali e il
vestito che avevo preparato prima di coricarmi e tiro fuori dalla
valigia le scarpe da ginnastica, i leggins e la felpa grigia di
Tommaso, dentro cui mi immergo con un’impazienza che sfiora
l’assurdo.
Solo perché è morbida e comoda.
Solo per quello.
Una decina di minuti più tardi, raggruppate le mie cose davanti
alla porta, faccio un giro ispettivo controllando di non aver
dimenticato nulla. L’hotel è silenzioso e, alla reception, un ispanico di
mezza età ignora con garbo il mio aspetto sfatto, autorizza il
checkout e mi prenota un taxi per l’aeroporto.
Aspetto un po’ nella sala d’attesa della hall. Ma le gambe non ne
vogliono sapere di stare sedute, così mi ritrovo a camminare
nervosamente verso l’uscita.
Attraverso le porte automatiche respirando l’aria della notte
losangelina.
È la mia prima volta a Los Angeles e, nonostante la bellezza dei
posti che ho visitato in solitaria gli scorsi giorni dopo il lavoro, sarà
anche l’ultima. È vero che tutti dobbiamo patteggiare con i nostri
limiti, ma questa città mi spiattella quanto poco io abbia significato
ed è francamente un’esagerazione.
Il buio sopra i tetti degli edifici circostanti è una delle ultime
immagini di lei che mi porterò a casa, così cerco di godermela.
Almeno finché mi accorgo di non essere sola.
Poco distante dall’ingresso dell’hotel, un uomo stacca la schiena
dal muro.
Faccio un salto, mi aggrappo alla valigia, il cuore mi schizza in
gola dallo spavento.
E poi lo riconosco.
In un paio di jeans slabbrati e una felpa che fa il paio con la mia,
Tommaso è inconfondibile. Bello da far male. Gli occhi, azzurrissimi,
acquamarina pura. Il naso deciso, il nero vaporoso dei capelli mossi.
Labbra da mordere di baci. Ma questa è solo la superficie. Se vado
più a fondo, vedo un uomo inquieto, agitato, vedo un uomo stupendo
che sta combattendo una battaglia più grande di lui.
«Ti occupi anche di appostamenti notturni, adesso?»
Mi impongo di non voltarmi, ma con la coda dell’occhio noto
ugualmente che mi si è affiancato.
«Non protestare, hai cominciato tu con questa tradizione. Bella
felpa» commenta, infilando le mani nelle tasche dei jeans.
La carreggiata è gigantesca, eppure scorre un’auto ogni mai.
Nessun diversivo a portata di mano per evitare di morire
dall’imbarazzo.
«Ehm… Vuoi che te la restituisca?»
«No, preferisco che parliamo.»
«Mi sa che hai fatto strada per niente, io ho esaurito gli argomenti
qualche ora fa» tengo il punto. «Inoltre, tra pochi minuti arriva il mio
taxi.»
Lui fa spallucce. «Posso accompagnarti.»
«Alla tua donna non dà fastidio che tu sia andato via di casa a
notte fonda solo per parlare con me?»
«Mi sa che un po’ gliene dà, ma spero che dopo che mi sono
spiegato saprà capire.»
«Forse allora è meglio che accorci i tempi e torni da lei»
suggerisco, piccata.
«Sarà un giro piuttosto lungo, ma alla fine è quello che ho
intenzione di fare.»
E allora vattene!
Glielo vorrei gridare, ma non ci riesco. Sono così disperata che mi
sta bene persino fare scorta del niente che c’è, in vista del niente
ancora più grande che seguirà.
In quell’istante, il mio taxi compare all’imbocco della strada per
accostare di fronte a noi.
Tommaso è il primo a reagire. Apre la portiera, saluta il tassista,
mi sottrae la valigia e la carica nel baule senza permesso. Si infila
sui sedili posteriori e aspetta che lo raggiunga.
A corto di alternative, lo faccio. Mi siedo accanto a lui e tiro su il
collo della felpa fin sopra le labbra.
Tommaso sospira, mi prende le dita, riabbassa il bordo della felpa
al suo posto.
Toglie le dita dalle mie.
Dio, lasciale… lasciale, per favore.
«Non abbiamo molto tempo» si giustifica.
«Quando mai lo abbiamo avuto?»
Lui reclina la nuca sul sedile, le gambe leggermente divaricate, le
braccia rilassate sulle cosce, incamera una profonda boccata d’aria.
«Mi dispiace.»
«Dispiace anche a me» replico alla cieca.
Los Angeles dorme, fuori dai finestrini. Lampioni altissimi
illuminano le strade che attraversiamo come proiettili. La grandezza
della metropoli di notte mi suggestiona, ma Tommaso ne è così
abituato che non ci fa caso.
È casa sua, questa.
«Avevi ragione» continua, «ieri, avevi ragione. Su tutto. Ho
sbagliato, meriti tutte le scuse che ho e forse neanche quelle
bastano.»
Ecco, ci mancava pure la pietà dei rifiutati a sublimare la fine.
Lo interrompo poggiando una mano sulla sua, sullo spazio vuoto
dei sedili. «Fa niente. Da un lato, è stato meglio così.»
Lui è incredulo. «Meglio, perché?»
«Nel senso che anche tu avevi ragione. Mantenere le promesse è
un sacrificio e tu non sei uno che si tira indietro quando dà la propria
parola. Se fosse andata diversamente, se ci fossimo promessi
qualcosa, tu ti saresti condannato in un patto che ti sarebbe costato
tutto. Lei l’avresti rincontrata lo stesso, Tommaso. Il lavoro lo avresti
ottenuto lo stesso, qui, a diecimila chilometri da Milano. Sarebbe
stato inutilmente complicato.»
«Per me» specifica, «e per te come sarebbe stato?»
«Che importanza ha?»
«Se te lo sto chiedendo alle tre di notte seguendoti in un taxi
invece che essere nel mio letto, ne ha.»
Nel suo letto con la sua ex – ancora per poco – moglie.
Comando al mio corpo di non tradirmi proprio adesso che
intravedo in lontananza le luci fluttuanti del Los Angeles International
Airport.
«Io sopravvivo, Tommaso.»
«Certo che lo fai. Ti riesce molto bene.»
Ironico, avrei detto l’esatto contrario.
«Ma non mi hai risposto. Tu avresti continuato, Olivia?»
Ecco, e questa invece la catalogo sotto “sadismo”.
Lo shock non lo contengo, stavolta. Mi si spande in faccia, mi fa
tremare le mani.
Non so con quale coraggio riesca a pormi una domanda simile e
allo stesso tempo sembrare una specie di angelo vendicatore sceso
in terra.
Per fortuna il taxi frena di fronte alla zona partenze. Dopo aver
pagato con la carta, mi fiondo fuori dall’auto alla ricerca di ossigeno.
Tommaso apre il baule, recupera la mia valigia.
Faccio per riprendermela, ma lui non la molla.
«Ho un aereo tra un’ora e mezza e devo ancora passare i controlli
della frontiera» gli faccio presente.
Il taxi riparte, ci lascia soli a gestire un altro addio, l’ennesimo.
Tommaso si perde un attimo di troppo a fissare la scia dei fanali
che scompaiono lontani. «Ti accompagno dentro.»
«Anche meno, grazie. Me la cavo benissimo lo stesso.»
Finalmente gli sottraggo la valigia. Mi allontano. Vorrei girarmi e
controllare se mi sta seguendo, ma l’orgoglio mi impone di non farlo.
È l’udito a rivelarmi che lui sta camminando dietro di me. O,
almeno, spero sia lui e non un maniaco notturno che bazzica
nell’aeroporto.
Mi sto orientando verso le scale mobili che conducono ai gate per
i voli internazionali, quando Tommaso riappare al mio fianco.
«Non stiamo insieme.»
Tiro dritta, lui si adegua e accelera.
«Io e Ally» riprende, «non stiamo insieme.»
«Bravi» riconosco, «è giusto non affrettare le cose. Prendetevi i
vostri tempi.»
Velocizzo il passo, nella speranza che camminare più spedita
accorci lo strazio.
«Non che debba giustificarmi, ma noi ci stiamo rivedendo come
due persone che hanno contato molto l’una per l’altra. Tutto lì.»
«Certo. Come preferisci.»
«Olivia.»
Le sue dita attorno al mio polso riescono dove il resto ha fallito. Mi
bloccano. Inchiodo in mezzo all’aeroporto, la valigia mi sbatte dietro
al ginocchio. È vero, quest’uomo è fuoco. Bruciano le sue dita,
brucia persino l’azzurro dei suoi occhi.
«Sono serio» dardeggia tutto di lui, «adesso è il tuo turno di
guardare oltre.»
Il suo sguardo è di una limpidezza da far spavento.
«La ami?» chiedo a bruciapelo.
«Sì, ma…»
Ecco.
«Non c’è un “ma” dopo un “sì” come questo.»
«Ma» insiste, «non nel senso che credi tu.»
«Mi stai facendo male al polso.»
Non è vero. Lo dico solo per allontanarlo. Preoccupato, lui lascia
la presa. Mi massaggio il punto in cui mi ha tenuta.
«Cate mi ha detto in quale albergo ti avrei trovata e a che ora
partivi» torna alla carica, «e ha aggiunto che non accetterai altre
commissioni in California.»
«È così.»
«Dice anche che spacchi i culi quando la controparte si azzarda a
metterti all’angolo, ma questo lo sapevo già…» Il suo sorriso
svanisce. «Non è importante, adesso. Io torno in Italia tra circa due
mesi. Ho un biglietto aereo di ritorno per dimostrare che non voglio
insediarmi sul suolo americano, e ho tutte le intenzioni di usarlo.»
«Fai bene. Sicuramente ci sarà qualcuno disposto a ospitarti per
qualche giorno, ora che il tuo appartamento è andato. Tua sorella,
Massimiliano… la piccola untrice. Saranno felici di rivederti.»
«Sì, non è questo che…» Si passa una mano tra i capelli, sbuffa.
«Possiamo rivederci. Noi due» specifica. «Quando torno.»
«È una domanda o un’affermazione?»
«È…»
Un colpo di silenzio taglia l’aria.
«È che avevi ragione, Olivia. Non ho riflettuto con te. Sono stato
impulsivo. Lo sono spesso, in realtà.»
«L’avevo sospettato.»
«Lo sarei anche adesso, sai. Solo che non posso scappare di
nuovo. Stavolta devo imparare a restare. Ho bisogno di restare»
ammette. «Qui.»
«Certo che devi restare» lo assecondo. E sarà che il suo sguardo
diventa liquido, sarà che mi spezza sapere che una volta atterrata a
Milano saremo divisi dallo spessore di un pianeta, cedo.
Allungo una mano, gli accarezzo la guancia non rasata.
Tommaso copre la distanza che ci divide con una falcata, e poi
copre il mio dorso con il suo palmo.
La mia bocca aspetta la pressione della sua, come se non fosse
concepibile un altro gesto quando ci gravitiamo attorno.
«Quando atterrerò» dice, «io come prima cosa verrò a cercarti.»
Aspetto. Come una disperata.
Aspetto che faccia qualcosa, aspetto, ma non accade nulla.
Tommaso allenta le dita, porta giù la mia mano dalla mascella.
Scioglie le nostre dita intrecciate.
Riportando il braccio parallelo al corpo, compie un passo indietro.
«E questa è una promessa, Olivia.»
Sorride.
Sorrido allo specchio.
Si gira.
Io non riesco a girarmi.
Riparte.
Lo guardo allontanarsi.
E questo è un altro addio.
35

L’ex di Liam J già fidanzata?

Allyson Ford avrà pur rotto con Liam J da pochissimo, ma è già


tornata nel mondo delle relazioni!
La PR ed ereditiera è stata avvistata a Los Angeles questa settimana
con lo stesso uomo misterioso con cui ormai sembra fare coppia
fissa. Peccato che fonti anonime sostengano che lui sia molto, molto
somigliante a qualcuno che appartiene al passato di lei… niente
meno che il suo ex marito! Secondo la fonte, il matrimonio era
naufragato proprio a causa dell’arrivo di Liam J nella vita della PR:
che finalmente la coppia voglia conquistarsi il proprio lieto fine?

***

Sorpresa! Cate from the world si è sposata!

Caterina Marte ha sposato il suo James Thomas il mese scorso!


Sorpresa!
La coppia, circondata dall’affetto di amici e parenti, ha pronunciato il
fatidico sì su una spiaggia appartata di Malibu. Un post della sposa
con tanto di foto in abito bianco nel momento del “sì” rivela il dolce
ricordo a distanza di un mese dalla cerimonia, che ha lasciato
sbalorditi i suoi fan. Ma non è tutto!
Secondo una fonte vicina alla coppia, questa non sarebbe la prima
volta per la fashion blogger italiana e il sexy fotografo losangelino: più
di due anni fa i due si sarebbero regolarmente sposati con una
licenza matrimoniale rilasciata dal Clark County, Nevada.
Esattamente ciò che state pensando: Las Vegas!
Non sono gli unici a essersi sposati in segreto, infatti molte coppie
famose hanno ceduto al fascino di…

***

Cate from the world firma una linea vestiti per XoXo
L’impero Caterina Marte acquisisce un nuovo investimento: Cate
from the world ha concluso un accordo per una linea di abiti per
XoXo Inghilterra, Spagna e Olanda, disponibile nei negozi dal
prossimo autunno.

Fonte: Ufficio stampa


R-Licensing by Olivia Ranieri

***

Sharby DJ: il nuovo successo pop vestito da un italiano

A tre giorni dal debutto, la nuova hit di Sharby DJ è già un successo


mondiale! E mentre le note pop stanno già facendo ballare milioni di
persone, sarà impossibile per i fan di Sharby resistere all’impulso di
avere il CD nella propria collezione fisica. Il merito va anche alla
cover del singolo, un concentrato di pop culture disegnato da un
artista italiano, Tommaso Cattaneo, alla sua prima prova
internazionale brillantemente superata.

***

Allyson Ford e Tommaso Cattaneo nuovamente avvistati!

È ormai sempre più difficile tenersi lontani per Allyson Ford e


Tommaso Cattaneo, che sembrano avere occhi unicamente l’uno per
l’altra.
Nonostante i due abbiano dichiarato di essere “in rapporti civili”, la
loro vicinanza perdura da tre mesi e continua a far mormorare al
punto che persino Liam J, in un post ironico, ha fatto le sue più
sentite congratulazioni all’amore che ritorna.
36
Olivia

«Non credo che sia una buona idea.»


Seduta alla scrivania del mio ufficio, sprofondo con la schiena
nella poltroncina.
«Mi correggo: non è proprio una buona idea portare avanti
questa… relazione tra noi. Non fraintendermi» metto le mani avanti,
«gli scorsi due mesi sono stati piacevoli, ma…»
La voce nell’auricolare mi buca il timpano.
«Ancora con questa storia della carità? Quanto puoi essere
testarda, Olivia?»
Mi alzo di scatto, se non altro per sfogare la tensione che mi si
accumula ogni volta che ci parliamo, e appoggio la fronte alla
vetrata.
La meravigliosa vista del quartiere di Isola se n’è andata per una
visuale più dislocata dal centro, ma quello che abbiamo perso in
prestigio di posizione lo abbiamo guadagnato in serenità, e tanto
bastava in un momento in cui la serenità era solo un pallido
miraggio.
Abbiamo traslocato un mese e mezzo fa, a fine marzo. Poco dopo
il mio ritorno dalla California.
Nessuno dei miei dipendenti ha battuto ciglio di fronte alla notizia
ma, dal giorno in cui li ho avvertiti, Teresa ha fatto magicamente
comparire colazioni in ufficio quasi tutte le mattine e Giulia,
nonostante le mie insistenze, ha rimandato la luna di miele a ottobre
per seguire fino alla fine i due piccoli progetti arrivati prima
dell’uragano targato Marte.
«Ti sono riconoscente per davvero» mormoro, al telefono, «ma
non è così che intendo andare avanti.»
«Cioè, vuoi che ci lasciamo?»
Il suo tono beffardo mi strappa una smorfia.
Mi riporta senza volerlo a una città calda e lontana, a una notte
fresca e pietosa, a un addio inevitabile davanti al terminal delle
partenze del LAX.
Due mesi senza di lui.
Non è poi così tanto, in fondo.
Poteva andare peggio.
Per esempio, avrei potuto scoprire che il mio era solo un fuoco di
paglia, un exploit del momento. Avrei potuto scoprire che quello che
provavo era un’illusione che sarebbe cessata con il tempo. Ma non è
successo. Avrei potuto anche distruggermi di nostalgia, ma neanche
quello è successo. Anche se ci sono andata vicina.
«Se ho pensato a te è perché sei brava» dice la voce dall’altra
parte, «non ho voglia di gestire le tue paranoie, mi bastano già le
mie.»
È la solitudine.
Ecco. È quella che mi ha sorpreso.
Mi sono sempre auto-addestrata a restare sola, spasimavo per
mettere distanza tra me e il resto degli esseri viventi, nessuna specie
esclusa. Ma questa solitudine è diversa, perché per la prima volta
non è un’arma. È una coperta dentro cui finisco ogni sera.
Di giorno si tollera tutto molto meglio, ma le notti sono eterne, i
due mesi sono passati da una manciata di giorni e, dopo un periodo
in cui ho stupidamente creduto a una promessa illogica fatta in un
aeroporto alle tre di notte, ho ricominciato a dormire malissimo.
«E comunque lui è fuori dalla tua porta» conclude la controparte.
«Adesso.»
Do la colpa della mia risposta al grave stato di insonnia in cui
verso.
«Merda, scherzi?»
«Oh mio Dio, hai detto una parolaccia?»
«Non farne una questione di Stato, Melissa» la riprendo.
Il telefono fisso squilla. Teresa mi avverte che Stefano Marte è alla
reception e chiede di me.
Vorrei farle notare che non potrebbe chiedere di qualcun altro,
visto che in questo piovoso tardo pomeriggio di maggio siamo
rimaste solo io e lei a tenere il fortino, ma obiettivamente non ho
parole. Perché, insomma, lui è il mio ex fidanzato e la sua attuale
ragazza ci ha organizzato un appuntamento al buio, e la cosa di per
sé non è convenzionale.
«Ti stai trasformando proprio in una Marte» commento tra i denti.
«Vedi tu se considerarlo un complimento.»
«Resto indecisa.»
«Ciao, Melissa.»
Riaggancio. Mi siedo. Mi rialzo. Rassetto la camicetta.
La porta si apre.
L’uomo che ho affiancato per sei lunghissimi anni entra nel mio
ufficio. Lo riconosco per ovvi motivi, e per molti altri non lo riconosco
affatto. La barba è leggermente più trasandata di come la ricordavo,
i capelli più mossi, le espressioni più distese, come se non portasse
più il peso del mondo sulle spalle.
Dovrei avvicinarlo? Restare dove sono?
«La tua ragazza è di una simpatia unica» esordisco alla fine,
sprofondando nella poltroncina.
«Anche la mia ex si difende bene.»
Sradica la sedia di fronte e ci si siede con un’eleganza che mette
soggezione.
Sei anni rimbalzano tra noi sopra la scrivania.
Sei anni di…
Non riesco neanche a definirli.
Sono esistiti, chiaramente, eppure allo stesso tempo sono così
lontani da sembrare i ricordi di un’altra persona. È questo che ha
provato Tommaso, quando ha rivisto sua moglie? No. Lui l’ha amata,
e poi ha tenuto in vita l’amore rinfocolandolo di rabbia e
autodistruzione. Lui non ha provato questo vuoto anestetico, questa
bizzarra sensazione di essere cordiale con la persona che ti sta
davanti non perché avete condiviso troppo ma perché era tutto così
poco da poter essere cancellato senza sforzo.
«Non accetterò un’altra commissione da voi» lo anticipo.
«Dovresti.»
Il silenzio è l’unica forma di comunicazione che mi viene.
«Sbagli a pensare che sia un’offerta mossa dalla pietà» prosegue
Stefano. «Ma capisco se vuoi tenerti lontana da chiunque faccia
Marte di cognome.»
«Già.»
Altro silenzio.
Altro niente.
Mi domando perché sia venuto qui.
Potevamo dibattere per e-mail o telefono, come è successo dopo
che la commissione a Los Angeles con Caterina è andata a buon
fine e la piccola Marte mi ha raccomandato a Stefano e Melissa per
occuparmi di un paio di brevi trattative per la loro azienda di
videogiochi.
Non ho idea del motivo per cui l’abbia fatto, e comunque non ero
nelle condizioni di mettermi a sofisticare: avevo bisogno di liquidità, a
Los Angeles era andato tutto liscio, la necessità è stata più forte. Mi
dicevo che sarebbe durata solo finché non mi fossi rimessa in
carreggiata. Ma, se collaborando con Caterina ho nutrito un
sospetto, con Stefano e Melissa ho avuto la conferma che l’ultima
generazione dei Marte è forgiata nel sacro fuoco della
professionalità. Loro giocano pulito. Tra le persone con cui ho avuto
a che fare da quando sono nel mondo del lavoro, i fratelli Marte si
piazzano molto in alto sulla scala delle mie preferenze.
Diciamo che, sul gradino sopra di loro, non c’è ancora nessuno.
Realizzarlo è stato anche peggio della mancanza di alternative.
Stefano si schiarisce la gola, si muove leggermente sulla sedia. Mi
rivolge un’occhiata profonda, spiazzante.
«Ho intenzione di chiedere a Melissa di sposarmi.»
Ah.
Bene.
«Congratulazioni?»
«Lei è la cosa più bella che potesse capitarmi.» Inclina la testa
toccandosi la fronte con le dita, neanche fosse in imbarazzo ad
ammetterlo. Poi torna sul mio viso, una quiete di sguardi che non
cercano conferme nell’altro. «La verità è che non sono mai stato
migliore di te, Olivia. Solo più fortunato.»
«Nessuno dei due si è mai sforzato di essere migliore, quando
stavamo insieme» gli accordo.
«Non aveva senso neanche tentare.»
«Immagino che sia quello che si dicono tutti quelli che si
lasciano.»
Stefano soffoca un sorriso. «Sei diversa.»
«Grazie.»
«E lo prendi come un complimento. Sei davvero diversa.» Si
adagia sulla sedia, incrocia le braccia sulla camicia scura. È
rilassato. Il solito cacciatore in vacanza. «Firmerai con noi?»
«È piuttosto ironico che tu me lo chieda, dopo quello che abbiamo
passato.»
«Lo è» afferma, senza battere ciglio.
«Sarebbe strano» continuo. «Quanto mi hai odiata?»
«Nella stessa misura in cui lo hai fatto tu.»
Appunto.
«Un anno fa tu e tua sorella mi avreste aiutato ad affogare, non a
risalire» gli faccio notare.
«La coerenza è contraria alla natura, contraria alla vita. Le sole
persone perfettamente coerenti sono i morti.»
«Un aforisma di tua nonna?»
«È di Aldous Huxley» rivela con un certo compiacimento.
«Melissa mi sta tenendo un corso di aggiornamento sulla
fantascienza moderna.»
Non voglio sapere in che condizioni si svolgano tali “corsi”, ma un
punto per la tizia insulsa e la sua creatività.
«Senti, signor Marte, parliamoci chiaro. Abbiamo collaborato su
due progetti, ottimo sodalizio professionale, siamo sopravvissuti tutti.
Bella cosa. La ragione suggerirebbe di non esagerare e non rovinare
tutto, ma mettiamo il caso che per me non sia un problema avervi
ancora tra i piedi come evidentemente non lo è per voi avere tra i
piedi me. E poi?»
«Poi, cosa?»
«Poi» mi stizzisco. «Io non credo che questo ménage sia
funzionale sul lungo termine.»
Stefano sopprime un accenno divertito. «E pensare che una volta
non vedevi l’ora di mettere i nostri nomi vicini su un contratto legale,
quello sì lungo una vita…»
«Stefano!»
Lui perdura nella sua sorridente vaghezza. «Proviamo. Sei mesi.
E poi vediamo.»
«E alla tua ragazza sta bene.»
«Alla mia socia al cinquanta percento e mia futura moglie ancora
all’oscuro di esserlo sta benissimo, visto che è una sua idea.»
«Ah.»
Questo dovrebbe essere il momento io cui dico “sì”.
Una volta avrei colto l’opportunità senza dilemmi.
Una volta.
«Perché vi fidate di me?» mi impunto.
«Quanto sei testarda» commenta, tra i denti. «Caterina dice che
ha dei fondatissimi motivi per farlo. Melissa si fida di Caterina.»
«E tu sei venuto a controllare di persona se le donne della tua vita
sono impazzite» deduco. «Quindi? Lo sono?»
Stefano si prende del tempo per scrutarmi. Un lampo gli
attraversa gli occhi e io, memore del peso dei suoi sguardi
indagatori, trattengo il fiato. Come se, nonostante tutto, lui fosse
ancora determinante per spostare l’ago.
«Hai già la risposta. Se non fossi stato convinto, sarei uscito da
quella porta da un buon quarto d’ora. Allora, Olivia?»
Tende la mano sopra la scrivania, fluttua fiduciosa nel vuoto.
Non ci credo.
«A quanto pare, i nostri nomi saranno davvero vicini su un
contratto legale» constato.
Non appena metto la mano nella sua attendo il contraccolpo della
cavolata a cui ho appena acconsentito, ma incredibile, non succede.
In quella stretta salda realizzo che mi sta bene demolire le
macerie di un rapporto storto per costruirne uno nuovo, più
distaccato, più dritto, su una reciproca tregua di intenti.
In fondo, pesano di meno sei anni di sbagli con lui che tre giorni
che definiscono una promessa infranta.
37
Olivia

Quella sera rincaso alle otto passate.


L’appartamento mi accoglie con il suo consueto ordine. Mi sfilo le
scarpe, le allineo al muro e tiro dritta fino alla camera.
Nonostante siamo poco dopo la metà maggio, le temperature
sono ancora fresche e la pioggia che cade incessante fuori dalle
finestre rende il cielo grigio e inospitale. Mi rintano in un paio di
leggins e una comoda T-shirt grigia, raccolgo i capelli in una coda
alta e, mossa dalla pietà verso il cesto della biancheria sporca,
passo dal bagno per caricare la lavatrice.
La lavatrice è una recente introduzione assieme al divano, a un
armadio di servizio e a un orologio da parete che si è aggiunto alle
tre tele disegnate da Tommaso che campeggiano sui muri del
salotto. Nessuna delle tre raffigura sua moglie, e forse per questo
Massimiliano ha insistito per farmele tenere invece che accatastarle
nella specie di cantina che è il loro covo. Le ho da quando l’ho
aiutato a svuotare l’appartamento di Tommaso assieme a sua sorella
e all’untrice per fare posto al nuovo inquilino, ma sono rimaste
incartate e nascoste sotto il letto fino al mio ritorno dalla breve visita
in California.
Appena dopo l’atterraggio avevano un significato che ora fatico a
ritrovare.
In cucina, telefono a mia madre. Mi faccio raccontare cosa ha
fatto il fine settimana, le dico due stupidaggini sul lavoro, sulla
routine delle colazioni di Teresa, sul matrimonio di Giulia. Da
Capodanno le cose sono migliorate tra di noi. O meglio, sono scesa
a patti con l’idea che se mia madre e mio padre pensano che io
valga ancora la pena, allora nonostante tutto forse sono in tempo per
meritarmeli come genitori. Saluto anche mio padre, gli prometto che
ci vedremo nel weekend, quindi riattacco e rassetto il piano cottura
dai resti della colazione. Metto la tovaglietta americana sulla tavola e
apro il frigo alla ricerca di qualcosa di commestibile. Ci trovo delle
zucchine e del tonno aperto e decido che per stasera va bene così.
Mi piace la quiete disturbata dai colpi attutiti delle stoviglie, il
vociare degli altri condomini, mi piace il rumore della pioggia fuori
dalla finestra mentre preparo la cena, mi piace prendermi cura di un
posto che è mio come nient’altro lo è stato.
Qualcuno bussa alla porta.
Lascio il coltello sul piano cottura tra le zucchine tagliate a
rondelle, pulisco le mani sullo strofinaccio e apro.
Il fiato mi muore in gola.
Tommaso Cattaneo è davanti a me.
Con un giubbino verde militare bagnato dalla pioggia, la barba
incolta, i capelli nerissimi in disordine che sbucano da sotto il
cappuccio, la faccia stravolta di chi non dorme da secoli. È così
dolorosamente bello che sembra uscito da una fantasia irrealizzata.
Un braccio gli penzola lungo il fianco, mentre compie un incredulo
passo avanti. Registro la presenza di uno zaino sulle spalle e di una
valigia enorme che sta trascinando con l’altra mano.
Nell’istante in cui supera la soglia, si scontra con la mia
espressione stupita, si stupisce a sua volta.
La valigia cade per terra con un tonfo che farà risorgere ogni
inquilino del palazzo. Nessuno dei due le bada. Nessuno dei due
dice niente.
Il secondo dopo, le sue mani mi circondano la schiena sopra la
maglietta, mi attirano a lui.
Tommaso affonda la faccia nel mio collo, la mia sparisce nel
giubbino bagnato.
«Sono qui» mormora. «Sono qui.»
È qui.
Mi aggrappo alle sue spalle, alla schiena, mi aggrappo e mi tengo
e non emetto fiato per un’eternità.
Lascio che elettricità, rimpianti e l’odore della pioggia ci ubriachino
di un’illusione felice, prima di tornare alla realtà.
Tommaso serra la presa attorno ai fianchi, mi stringe come se
temesse che gli svanissi tra le braccia. Dopo un micro-assestamento
dei nostri corpi, non muovo un muscolo. Siamo fermi, stretti,
annullati in una connessione che impatta così a fondo che non potrò
mai più sradicarla.
La luce nel vano scala si spegne lasciandoci nella semioscurità
attenuata dalla lampadina della cucina.
Non so con quale forza lui alzi la testa e posi la fronte sulla mia.
Scende a tracciarmi la tempia con il naso, ci lascia sopra un bacio.
Mi solleva il viso con le mani come un fiore verso il sole. Un altro
bacio piove un po’ più sotto, sullo zigomo. E poi un altro sulla
guancia, e uno ancora sull’altra guancia, come se mi volesse
disegnare il volto con le labbra.
Cerco di dimenticare le condizioni pietose in cui sono chiudendo
gli occhi.
Magari quando li riapro scopro che sto immaginando tutto.
Sì, è probabile che sia uno scherzo della stanchezza.
«Sono ancora in tempo?»
«Dipende» mi sforzo di ribattere. «Quanto scrivono di vero i siti di
gossip?»
Tommaso scende sotto l’orecchio, mi bacia, mi tiene la nuca
avvolta nel palmo. «Niente di niente. Solo due persone in rapporti
civili. Nient’altro. Nulla, mai, neanche una volta, neanche mai
tentato, neanche mai vicini. Zero. Come ti ho detto in aeroporto.»
Non so con quale forza resto rigida, ferma sotto il suo tocco.
«M-ma… lei è stata…»
«Olivia» scandisce. «Mi hanno cancellato il primo volo
intercontinentale, mi hanno reindirizzato a Washington e poi fatto
perdere lo scalo europeo. Sto vagando tra aerei e aeroporti da non
so quanto, ho dormito sui sedili dei terminal e mi sono lavato nelle
docce a gettoni durante lo scalo a Francoforte! Sono atterrato a
Bergamo circa un’ora e tre quarti fa e sono venuto di corsa qui
senza neanche comprare un ombrello» riassume. «Se vuoi farmi
una domanda sensata, chiedimi che cosa mi ha tenuto in piedi
durante questi giorni infernali.»
Però così resistere è impossibile.
Non con le sue mani che giocano con la maglietta. Non con il suo
corpo che aderisce al mio come se non ne potesse fare a meno.
«Cosa?»
Risale con i polpastrelli lungo la schiena, scopre che non indosso
il reggiseno. Scopre anche che sto reagendo alla sua sconsiderata
vicinanza, così decide di regalarmi un tormento equamente
distribuito giocando con i capezzoli. L’attimo successivo, Tommaso si
libera della mia maglietta lanciandola via con un mugugno di
soddisfazione.
«C’è la porta aperta!» protesto, coprendomi.
«Ops.»
La chiude con una manata e ne approfitta per mollare a terra
zaino e giubbino.
Se la nudità parziale mi sembra impari, l’attimo successivo non ne
ho più motivo, perché si leva la maglietta anche lui.
«È colpa della pioggia» si giustifica, guardandosi attorno nella
flebile semioscurità. «Non fa bene restare bagnati.»
Sì, in effetti non fa bene…
«Mi piace il divano. Ottimo acquisto.»
E io vorrei, vorrei davvero dirgli che non può comparire dopo tutto
questo tempo, non darmi uno straccio di spiegazione e comportarsi
come se ci fossimo salutati questa mattina e ora fossimo
allegramente rincasati in una perfetta simulazione di vita domestica
a due… Ma le sue mani tornano su di me, la sua bocca arriva sulla
mia, la mia pancia contro il suo corpo statuario, un concentrato di
endorfine che si accumula nell’infinitesimale spazio tra me e lui.
Pelle contro pelle è la quintessenza dell’andare in guerra
disarmati.
Io esposta, lui esposto, in uno scontro dove tutti vinciamo e tutti
perdiamo, ma almeno per un istante siamo felici.
«Toccarti è sempre stato un delirio» mormora, e per rimarcare il
concetto lo fa di nuovo, e poi di nuovo, non mi lascia scampo.
Da questa visuale noto chiaramente l’erezione che spunta dal
profilo dei jeans a vita bassa, e di conseguenza ricordo l’ultima volta
che lui è stato dentro di me. Patisco una nostalgia tiranna per quanto
l’ho amato mentre mi dipingeva con le dita. Patisco e mi dico che va
bene uguale se rimando a dopo le spiegazioni e ora lascio che lui mi
conduca febbrilmente sul divano. Va benissimo anche che si piazzi
tra le mie gambe e poi va ancora meglio che io lo aiuti a sbottonare i
jeans e a liberarsi di tutto e che è perfetto che io sollevi il bacino per
consentirgli di eliminare il resto di troppo.
Di nuovo la sua bocca copre la mia, il suo peso mi schiaccia.
Tommaso si ferma solo un istante, poi finalmente scivola dentro di
me con un sospiro strozzato, e io muoio e rinasco nella
consapevolezza che sarà lui, sarà sempre e solo lui.
«È da morirci, ogni volta di più» confessa, «o forse è perché mi
mancavi troppo.»
Tiene le mani attorno alla mia testa, mi fissa annebbiato. Caccio
indietro le lacrime che l’assoluta perfezione dell’averlo dentro mi
provocano.
«Cosa ti ha tenuto in piedi per tutte quelle ore?» domando.
Lui muove appena il bacino. È solo il fatto che c’è, a farmi andare
a mille.
Solo perché è lui ed è qui.
«Se dico “questo” è troppo scontato?»
«Non mi interessa che sia scontato. La maggior parte delle cose
lo è. Mi basta che sia reale.»
«Mi sei mancata» ripete, «non c’è niente di più vero.»
Ricomincia a muoversi piano, lento, una danza che solletica ogni
tipo di terminazione nervosa fino alle punte dei piedi.
«Non uso più il cerotto» mi viene in mente. «Non puoi venire
dentro, non lo uso più da quando te ne sei andato.»
«E io non ho preservativi. Immagino non li abbia neanche tu.»
«È il tuo modo per chiedermi se mi sono intrattenuta con
qualcuno?»
Sul suo volto passa un’ombra di puro terrore.
Inarco il bacino per andargli incontro, quindi gli passo una mano
sulla nuca. «Continua e vieni fuori.»
«Mhn» mugugna. «Liv, pessima idea…»
«Sarebbe peggio smettere» dico, nella più totale illogicità.
«Senza protezione e dopo tre mesi senza di te, durerò tre
secondi.»
«Puoi recuperare domani.»
Sempre che un domani ci sia.
Tommaso sorride. Una mano mi strizza una natica. Il suo è un
vizio.
Gli affondi successivi sono così lenti e intensi che sfioro l’orgasmo
due volte. Però gliene do atto, riesce a restare lucido fino alla terza,
un’esplosione di luce e fuochi d’artificio. E poi nemmeno lui tenta di
resistere più. Viene, fuori, accasciandosi su di me.
La consapevolezza di amarlo è devastante. Gli circondo i fianchi
con le braccia, come se quel piccolo gesto avesse il potere di
trattenerlo un altro po’.
Tommaso inarca la schiena, si puntella con una mano sul divano.
Sta per dire qualcosa, ma alla fine opta per un breve sorriso,
prima di chiudermi le labbra con le sue.
Si alza.
Gloriosamente nudo.
«Posso usare il bagno?»
Mio malgrado, trovo la cosa divertente. «Ho un déjà-vu,
Tommaso. Non mi dirai anche che vorresti restare a dormire da me
perché non puoi entrare nell’appartamento accanto?»
Lui si volta.
Sempre gloriosamente nudo.
«Be’, visto che hai tirato fuori tu l’argomento…»
«Ho un letto singolo» gli ricordo.
«Merda.»
«Ma il divano è un divano-letto» specifico. «Matrimoniale.»
E stavolta il suo sorriso cancella tutto il resto.
«L’ho detto subito io, che l’hai scelto benissimo.»

***

Pochi minuti dopo, i miei vestiti sono ancora sparsi a terra.


Li raccolgo come una forsennata. La maglietta torna addosso, il
resto invece lo accantono, optando per tenere le mani e la mente
impegnate in attesa che Tommaso ritorni dal bagno.
Apro il divano-letto, recupero delle lenzuola pulite e una coperta
dalla camera. In cucina, il piano cottura è un mezzo disastro. Metto
le zucchine nella padella, getto gli scarti nel bidoncino dell’umido e
mi sporgo verso il corridoio.
«Hai fame? Mangi qualcosa?» grido.
Dal bagno arriva un bofonchiato «no» mescolato all’acqua del
rubinetto che scorre.
Decido di ignorare la risposta. Poi afferro la scatoletta di tonno e
considero che è preferibile che lui non abbia appetito.
Dio! Queste cose non fanno per me.
Prendo un profondo respiro.
Abbiamo appena fatto l’amore, lui stanotte resta.
Va tutto benissimo.
Tranne per il fatto che non so cosa sia successo in California, né
quando ripartirà, né cosa ne sarà di noi.
Non saranno le zucchine bruciacchiate o la cena in scatola a fare
la differenza.
Anche se mia madre non sarebbe d’accordo.
«Ho finito.» Tommaso appare sulla soglia del cucinino. «Bagno
libero.»
È ancora scalzo, ma ora indossa dei boxer puliti e una maglietta
intima nera. È così meraviglioso che non mi stupisce che si sia preso
tutto quello che c’era da prendere di me.
Non mi stupisce nemmeno che io gli abbia chiesto di farmi sua
nell’istante in cui l’ho conosciuto.
Indico i fornelli. «Se vuoi, ho preparato qualcosa.»
«Oh. Hai fatto lo stesso. Grazie.» Si scompiglia i capelli spettinati
con la mano. «Ti aspetto.»
Lascio tutto così com’è e, in bagno, decido che l’assetto base non
è sufficiente: passo in camera e sostituisco la cosa sformata che
indosso con una gonna e una camicetta.
Torno in cucina che mi sembra di volare.
La padella è ancora sul fuoco, ora spento, e la tavola
apparecchiata per due come l’ho lasciata.
Nessun segno di lui.
Benissimo!
«Tommaso?»
La valigia è accanto alla porta d’ingresso assieme allo zaino e al
giubbino.
Abbasso lo sguardo e lo vedo.
È sul divano, seduto con le gambe divaricate a terra e la testa
reclinata sui cuscini.
E si è addormentato.
«Lungo viaggio per attraversare il mondo» gli riconosco. «Dovevi
scegliere a cosa dedicare le ultime energie…»
In due passi spengo le luci dell’ingresso. Gli alzo le caviglie e lo
aiuto a stendersi sul divano. Tommaso emette una flebile protesta,
prima di assecondarmi. Abbranca un cuscino a occhi chiusi e ci infila
un braccio sotto.
Dispiego le lenzuola, quindi sistemo la cucina, accantono la cena
pietosa in favore di qualche biscotto e recupero il pigiama.
Mezz’ora più tardi, mi siedo sul divano. Nonostante cerchi di fare
piano, i cuscini si abbassano sotto il mio peso e lui si accorge di me.
«Vieni qui» bofonchia nel buio, andando a tentoni.
E io lo faccio.
Sul divano al centro di un salotto senza mobili, circondati dai suoi
quadri alle pareti, mi accoccolo sul suo fianco. Chiudo gli occhi e
sprofondo in una sensazione di pace che sembra non avere fine.
Sogno case ammobiliate a dovere, aerei in ritardo, l’unico uomo
che ho mai amato che ritorna da me.
La mattina dopo apro gli occhi, impaziente.
E lui non c’è.
38
Tommaso

Tre mesi prima

Esco dal padiglione con il cuore in gola. L’atrio dell’hotel è un


tripudio di sfarzo, colonne di marmo si ergono qua e là tra gruppetti
di turisti accalcati.
Supero la reception dell’albergo, scantono una valigia lasciata in
mezzo, la cerco dappertutto.
Ed eccola.
I capelli biondi sciolti sulle spalle. Gli occhi spalancati che si
agganciano ai miei.
Un’esplosione sbalza via il tappo scuro dell’obiettivo e lascia
entrare la luce, i colori, lascia entrare tutto come un uragano
inevitabile.
Sono così soggiogato che le mie gambe si irrigidiscono.
Tocca alle sue coprire i pochi metri che ci dividono.
Mi perdo nei tratti di quel volto delicato che potrei disegnare a
occhi chiusi.
«Tommy…»
La completezza del suo sguardo che inchioda il mio.
La proprietaria del mio pezzo mancante.
«Ally.»
La mia ex moglie copre l’ultimo passo che ci divide, incerta.
E poi fa per abbracciarmi.
Aspetto che il dolore, il rimpianto, la fedeltà assoluta per lei mi
colpiscano con la potenza di una valanga.
Aspetto ma – mi rendo conto d’un tratto – non succede.
La sofferenza, l’intensità… non arrivano.
Non arriva niente.
Allyson mi abbraccia, io abbraccio lei, quasi due anni di distanza
si annullano nei nostri corpi che tornano vicini.
E io non provo nulla.
Mi concentro, costringo me stesso nei ricordi più infami. Penso a
quando è rincasata dalla tournée e mi ha confessato il tradimento. A
quanto mi sono sentito devastato mentre piangeva. A quando sono
ripartito per l’Italia spezzato. Penso e cerco il dolore e più vado a
fondo, più resto attonito dal poco che trovo.
Mi accontenterei anche solo una piccola fitta, un dignitoso
risentimento istituzionale.
Quello che provo è talmente al minimo sindacale che riesco a
mala pena a catalogarlo sotto la dicitura “fastidio”.
Tento di nuovo.
Ma più mi affanno a ricordare, più il cervello devia verso un’altra
persona. Non è lei a mancarmi, a ferirmi. Non è lei a occuparmi ogni
centimetro della testa, non è la sua assenza a spaventarmi, a farmi
interrogare su cosa farci adesso con i rottami superstiti del niente
che è rimasto di noi.
L’ho sempre amata.
Sempre, dal secondo in cui l’ho conosciuta.
Ho amato ogni cosa di lei.
La sua fissazione per le candele profumate e per i detergenti
senza candeggina. Il modo in cui si infervorava di fronte alle notizie
del telegiornale, la testardaggine quando tornava dal lavoro con una
nuova idea che doveva realizzare a tutti i costi. L’ho amata quando
non sapevo il suo cognome e l’ho amata quando lei ha preso il mio.
Ma quel che mi rimane adesso non è più suo.
Inorridisco al pensiero che non so come, o quando, ma è
successo.
È successo.
Allyson alza il viso. Sta piangendo. Di riflesso, le asciugo le
lacrime. La abbranco di nuovo, la rinchiudo in un abbraccio senza
tempo.
Non so dopo quanto tempo, lei incamera una profonda boccata.
«Scusa l’intrusione» si ricompone. «Rafael mi ha detto che saresti
stato qui, dovevo fare un tentativo per vederti.»
«Hai fatto bene» confermo. «Come stai?»
«Io… non bene.»
«Posso immaginare. Mi dispiace.»
«Anche a me. È da quando te ne sei andato da L.A. che mi
dispiace, Tommy. Mi sono sentita un vero schifo per quello che ho
fatto durante la mia prima tournée. E poi Liam…»
«Cosa?» le chiedo.
Lei tentenna. «Lui, voglio dire, noi ci abbiamo provato. In tutti i
modi che conoscevamo. Ma era dura. Eravamo così diversi… e poi,
era come se non fossimo mai soli» abbassa la testa, finisce con la
fronte sul mio petto. «C’erano sempre persone in mezzo. I suoi fan, il
suo produttore, la band… Tu» conclude. «Il tuo fantasma era
dappertutto.»
Anche il tuo lo era.
«Spesso lo sentiva più lui di me» continua. «Era fissato con la
storia del nostro matrimonio che voleva a tutti i costi che anche io e
lui… ma lo voleva per le motivazioni sbagliate. Voleva cancellare
quello che avevamo avuto io e te, come se il confronto lo facesse
uscire perdente.»
«Ah.»
«Abbiamo preso una pausa a Natale, e lui non so neanche
cos’abbia capito. Da un giorno all’altro ha cominciato a trasformare
casa nostra in un centro per appuntamenti. E io lo sto dicendo
proprio a te.» Si ribella all’abbraccio per coprirsi il volto con le mani.
«Dio, sono una persona orribile!»
Un paio di turisti vengono attirati dalla voce spezzata di Ally,
vestita da scappata di casa, piangente, che si strofina gli occhi gonfi.
La prendo sottobraccio nascondendola dalle occhiate giudicanti.
«Vuoi entrare?» le dico.
«A rovinare un altro matrimonio? No grazie. Ho già dato» si
cruccia. «Non ti voglio rubare tempo.»
«Vuoi che ne parliamo da un’altra parte?»
Lei tira su il mento. «Puoi abbandonare i festeggiamenti?»
«Per te sì» decido.
Saliamo su un taxi poco dopo. Sono certo che i ragazzi capiranno.
In fondo, anch’io ho parecchie cose da capire.
Tipo, perché riesco a stare vicino a questa donna e ascoltarla
senza morire di crepacuore.
O il fatto che amo una persona che mi aveva appiccicato addosso
una data di scadenza, per cui non sono valso nemmeno un vero
tentativo.
Sul taxi verso Downtown, Allyson mi ricopre di un milione di scuse
e io scendo a patti con l’idea che smettere di amare qualcuno non è
una colpa e innamorarsi di qualcun altro non è un tradimento.
E finalmente comprendo che ciò di cui avevo davvero bisogno non
era tornare ad amarla, ma imparare a perdonarla.
39
Tommaso

Quando apro gli occhi, la mattina dopo, tutto ciò che vedo è il viso
di Olivia affondato nel divano.
Bella è bella, le va riconosciuto.
Una bellezza da manuale di proporzione fisionomica.
Ma ora, con i capelli scompigliati, la bocca semiaperta e rilassata,
il gomito che si sporge scomposto, è molto meglio di bella.
È reale.
In totale democrazia decido che è questa la prima cosa che voglio
vedere ogni mattina del mio futuro prossimo. E anche più in là, se
vogliamo peccare di presunzione.
La luce solare si spande dalla tapparella della cucina.
L’appartamento di Olivia è tranquillo, ma terribilmente vuoto. La
fatina non ha comprato altri mobili oltre al divano e al muro ha
appeso solo tre… un momento, che diamine ci fanno i miei quadri
qui?
Torno sul suo viso, come se guardarla potesse darmi le risposte
che cerco.
Non nutrendo grande fiducia negli interrogatori durante il sonno,
comunque, opto per alzarmi e lasciarla riposare. Compio il giro del
salotto, raccatto i vestiti e mi affretto a scrivere a mia sorella prima
che porti Rachele all’asilo.
Quasi tre giorni di ritardo hanno sballato la programmazione
serrata del rientro, ho un arretrato da far paura e, se non bastasse,
incontro Aaron in tarda mattinata da qualche parte sui Navigli – il che
significa che il resto del tempo sarà suo d’ufficio.
Lunga, lunga giornata.
Le lenzuola si muovono quando Olivia si gira su un fianco.
La guardo un’ultima volta, prima di alzare la valigia dal pavimento
e sparire oltre la porta del suo appartamento.

***
Dodici ore più tardi, sono dall’altro lato della stessa porta, teso
come un bambino il primo giorno di scuola.
Accantono l’agitazione sotto la faccia da poker e busso. La porta
si apre. Olivia trasecola, si aggrappa al bordo. Assottiglia lo sguardo
come se si trovasse di fronte a uno dei vampiri cattivi delle serie tv.
«Buonasera» la saluto.
«Ho provato a chiamarti tutto il giorno!»
«Ah, scusa» dico, «non ho guardato il cellulare…»
«Mi sono preoccupata!»
Okay, non è l’accoglienza che speravo…
«Non puoi arrivare dal nulla dopo due mesi che non ti vedo, tre se
non contiamo quei dieci minuti in galleria e la mezz’ora di taxi
dall’albergo all’aeroporto di Los Angeles, scoparmi, farmi sentire la
più vergognosa delle fortunate e poi sparire come se niente fosse
mentre dormo!»
«Olivia…»
«Svegliarsi e non vederti dove ti ho lasciato la sera precedente fa
schifo!»
Finalmente qualcosa su cui siamo d’accordo.
Tento una contromossa, ma lei è un fiume inarrestabile.
«Senti, io non so che cosa tu abbia in mente di fare, in generale,
adesso, tra qualche mese, con me, con la tua ex moglie… e non te
lo chiedo neanche, perché non pretendo spiegazioni che magari non
hai ancora. Ma un minimo di decenza!»
«La decenza è la mia missione di vita» le confermo.
«Dio, perché ci parlo, con te?» sbotta. «Se sei tornato perché hai
dimenticato qualcosa ieri sera, puoi pure recarti nel luogo magico e
misterioso dove sei sparito! Non hai lasciato proprio niente qui,
niente di tuo e nemmeno niente che assomigli a un biglietto con
sopra scritto “ehi, sono uscito ma non a prendere le sigarette, torno
prima di sei mesi, ciao”.»
La sua invettiva furibonda mi fa sorridere.
È tenera da incazzata.
«Mi fai entrare?»
«No!»
Mi guarda. Si morde il labbro.
Apre del tutto la porta.
«Solo perché non mi va di fare scenate sul pianerottolo.»
«Abbiamo fatto di peggio, dietro le porte di questo pianerottolo» le
dico con accenno divertito.
Per una frazione di secondo è allineata con me, ma poi ritorna
l’arrabbiatura. Aspetta che entri e poi appoggia la schiena contro la
porta fino al clic della serratura.
Uno di fronte all’altra, tra queste mura così vicine alle mura da cui
è cominciato tutto, siamo due gladiatori nell’arena della resa dei
conti.
E così sei tu.
Tu e il tuo disequilibrio di imperfezioni.
Tu e basta, che mi fissi con gli occhioni sgranati, sconcertati, tu
che ti chiedi come ci siamo arrivati da un caricatore per cellulari
prestato sulle scale a questo gioco del silenzio a cui partecipano due
persone che assomigliano così poco a un american boy e una fatina
di ghiaccio.
«Mi sembra di capire che avresti gradito un post-it» esordisco.
«Ma allora non hai capito niente! Era solo un esempio, Tommaso!
Solo un esempio per…»
Le allungo una cartellina trasparente.
Impreparata, lei la afferra.
«Cos’è questa roba?»
«Ieri sera le cose ci sono sfuggite di mano. Colpa mia, più che
tua. Però è doveroso recuperarle. Mi sono permesso di preparare
una cosa.»
Olivia abbassa lo sguardo sul malloppo, estrae dalla busta di
plastica un plico di fogli A4 pinzati nell’angolo in alto.
Il logo sulla parte superiore della prima pagina è inconfondibile,
difatti lo riconosce subito.
«La mia carta intestata?» si acciglia. «Come fai ad averla?»
«L’ho chiesta alla tua assistente.»
«E quando l’avresti fatto?»
«Oggi. Teresa è stata molto gentile. Le ho telefonato in mattinata
spiegandole che me ne serviva un po’ per una cosa molto
importante. Mentre tu eri impegnata in una riunione telefonica, sono
passato nel tuo nuovo ufficio e lei me ne ha fornita in abbondanza,
per fare le prove.»
«Ma che accidenti dici? Quali prove?»
«Be’, è stata una preparazione piuttosto lunga. Non sapevo se ci
sarebbe stato tutto e se avrebbe funzionato al primo colpo.»
Non sa cosa dire. Cerca indizi sul plico e si stupisce ancora di più.
«Ma che…»
«Leggilo a voce alta, su.»
Riservandomi un’occhiata sospettosa, incolla gli occhi sul
frontespizio e obbedisce.
«Base Comune tra Tommaso Cattaneo e Olivia Ranieri, bozza di
accordo?» Alza la fronte dai fogli. «Che cos’è?»
Compio un predatorio passo avanti.
«Vedi, Olivia, il fatto è questo. Abbiamo svariati problemi, io e te, e
decisamente poche soluzioni. Quindi ho pensato che fosse meglio
evitare di cadere nei quattordici milioni di futuri possibili prima di
beccare quello giusto. Doctor Strange insegna.»
«Non so di cosa tu stia parlando.»
«Immaginavo. Per fortuna ci sono io in questa coppia.»
«C-oppia?»
«Arriveremo anche a quello, a breve. Prima, però, una doverosa
premessa: cinque mesi e mezzo fa ho seguito una lezione sulle
relazioni nell’appartamento accanto. Era tenuta da una fatina vestita
di rosa. Magari la conosci. Ora, forse la docente credeva che io non
la stessi ascoltando perché troppo preso dalle sue tette strizzate
nell’arma letale chiamato babydoll con cui si è presentata. Pensiero
più che legittimo, ma errato. Ho ascoltato tutto e questa che tieni in
mano è la tesina di fine corso. Forza, aprila.»
Assaporo il suo stupore trasformarsi in totale sconcerto. È al di là
del trauma.
Va be’, in fondo anche nella mia testa era una scena allineata al
suo lato romantico pressoché nullo.
«O… kay» cede, se non altro perché dopo aver mappato ogni
centimetro del soffitto non sa più da che parte alzare gli occhi.
Sfoglia la prima pagina con il polpastrello e legge a voce alta.
«Tommaso Cattaneo e Olivia Ranieri, da qui in poi i contraenti, si
impegnano a rendere chiare ed esplicite le condizioni di partenza e
gli obiettivi comuni per progredire nel…» La sua voce si affievolisce.
«Tommaso, ma sul serio?»
«Vai avanti, per favore.»
«Davvero, perché ti sto dando retta?» protesta. «… per progredire
nella loro storia.» Si ferma. «Da quando abbiamo una storia?»
«Non so, da oggi? Oppure preferisci che ce l’abbiamo da ieri? Per
me è uguale, anche se è giusto che tu sappia che mi sono
innamorato di te un po’ prima di questi due giorni.»
Le cade il plico dalle mani. Il viso le si riempie di un’emozione
selvaggia, sui contorni delle palpebre spunta un lucido sospetto.
Ecco, questo è vero shock.
«Tommaso…»
Faccio uno sforzo immane per non affrettare le cose. Mi limito a
inginocchiarmi per raccoglierle il malloppo e restituirglielo.
«Vai avanti, per favore.»
Lei lo riprende, riapre la pagina, sulle prime la voce non le esce.
«C-con la presente scrittura, i c-contraenti…» Si schiarisce la
gola. «I contraenti decidono insieme una serie di variabili atte a
proteggere, orientare e far crescere il loro rapporto. I contraenti
concordano sulla monogamia della loro relazione che si definisce a
carattere esclusivo e stabiliscono che la sede principale della stessa
sarà Milano, salvo futuri stravolgimenti di carriera di cui discuteranno
insieme di caso in caso…» si blocca, spiazzata. «Milano?»
«Esatto.»
«Resti?»
«Resto.»
«Cioè, per più di qualche giorno?»
Sorrido.
«Molto più di qualche giorno.»
Ha la faccia di una che non ci crede per niente.
«E la galleria?» obietta. «Los Angeles? La tua vita là?»
«Il primo contratto con Hoffman era di tre mesi ed è scaduto
quattro giorni fa. Ho scelto di non rinnovarlo.»
Lei impallidisce.
«Cosa vuol dire che lo hai scelto tu? Ma sei impazzito?»
Adoro il modo in cui si sconvolge per così poco.
«Sì, fatina. Completamente impazzito» le confermo. «Del tutto
andato.»
«M-ma… era la tua carriera!»
«Sei carina a preoccuparti per me, tuttavia ti sollevo dal compito:
pianifico il passaggio da due mesi. Dalla mattina dopo che ti ho
accompagnata in aeroporto, per la precisione. Giles Hoffman ha
deciso di tenermi per altri sei mesi come collaboratore a distanza in
smart working per i progetti che lo consentono. Il costo è che ogni
tanto dovrò lavorare sul fuso californiano. E il resto del mio tempo
l’ho venduto all’agenzia con cui collabora Aaron.»
«Ti sei venduto ad Aaron Spellman?!» Si porta una mano sulla
fronte. «È ancora peggio!»
«Già» ridacchio. «Aaron ne è stato felicissimo, ha detto che
chiunque sano di mente scapperebbe da Los Angeles. E poi c’è quel
particolare che è un pazzo stacanovista che mi schiavizzerà a orari
improbabili. Ma è anche grazie a lui se posso restare qui… almeno
finché qui ci sei tu.»
Olivia non dice niente. Non ci riesce, forse non vuole nemmeno.
«Prosegui con la lettura?» le suggerisco.
«No.»
«Dài, dammi fiducia! Leggi, va bene anche a saltelli se non vuoi
seguire l’ordine cronologico.»
«Perché?»
Indico il plico tra noi.
«Perché se vuoi davvero continuare con me, Liv, devi sapere in
cosa ti stai imbarcando. Sono impegnativo nelle relazioni.»
Le sottraggo con gentilezza il fascicolo e lo sfoglio fino al punto
che mi interessa. «Per esempio, senti. I contraenti decidono di vivere
insieme tra tre mesi e mezzo e individuano nell’appartamento di
Tommaso la locazione ideale per fare cose sconce.»
«Non c’è davvero scritto così!» Con uno scatto me lo ruba dalle
mani. «E poi, perché tre mesi e mezzo?»
«Perché da contratto l’inquilino non se ne va fino alla fine di
agosto. Quando gli ho ceduto il subaffitto, ero convinto di restare di
più in California» ammetto. «Ero parecchio incazzato.»
«Tommaso…»
«Anche con te, ma principalmente non con te» specifico. «La fuga
è sempre stata la mia specialità. Non va una cosa? Prendo e vado.
Faccio casini? Il mondo è grande abbastanza per ricominciare da
un’altra parte. Ma quando mi hai fatto capire di aver sbagliato tutto
quella sera, dopo che ti ho dipinta… Non darti fiducia è stato il mio
più grande errore, Liv. E io stavo morendo quando ti ho trovata nella
galleria a Los Angeles, quando ho capito che avevo fottuto tutto da
solo. Ti avrei seguita subito, quella notte in aeroporto, senza
nemmeno le valigie, avrei fatto la pazzia…»
«Non era della pazzia che avevo bisogno, e tu hai fatto bene a
restare» mi ferma. «Anche se potevi evitare tutti quegli articoli,
dopo.»
«Li avrei evitati volentieri. Non ci ero abituato neanch’io. Allyson
ha scritto in ogni dove che non c’era più niente tra di noi. Lei non sta
bene, Liv. Sta soffrendo molto per la sua rottura, e io… io stavo
soffrendo la mia.»
«Avreste potuto tentare altri modi per consolarvi» insinua. «Non ti
è mai passato per la mente?»
«Mai.»
Lei guarda in basso, non dice niente.
«Davvero» le alzo il mento con le dita, voglio che sappia quanto
sono sincero, «mai. Zero. Niente.»
«Neanche una volta?»
«No» scuoto la testa. «Non era lei che volevo. Puoi continuare a
leggere? Altrimenti lo faccio io.»
Le sottraggo dolcemente il plico.
«I contraenti sono consapevoli che la parte maschile della coppia
prima o poi si inginocchierà di fronte alla parte femminile. La parte
femminile si impegna a non fare battute sulla grandezza dello
zircone.»
A questo punto la tensione di Olivia schizza alle stelle. Si copre la
mano con la bocca.
Neanche glielo stessi chiedendo adesso!
«C’è scritto “prima o poi”» le faccio notare.
«Tommaso…»
«Ti verrà un infarto leggendo ogni punto? Perché, se è così, forse
è meglio che per ora saltiamo la parte relativa ai figli.»
«C’è anche una parte sui figli?!»
Ops.
«A me l’idea di diventare genitore piace parecchio.»
«Io non ci ho neanche mai pensato!»
«Quando sarai pronta, allora. Per me va bene quando va bene
per te.»
«Non sarò mai pronta.»
«Nel senso che preferisci tentare la strada delle adozioni?»
«No, nel senso che con i bambini faccio schifo!»
«Non è vero» obietto. «Mia sorella mi ha raccontato che in mia
assenza vi siete incontrate qualche volta per imballare scatoloni e
che Rachele è pazza di te.»
«E tu ti fidi del giudizio di una bambina di un anno?»
Ridacchio. «No, ma di quello di mia sorella sì. E comunque, se
davvero non vuoi figli, questo punto è trattabile.»
«I-io… dammi qui.» Mi ruba a sua volta il fascicolo. «Le parti bla
bla la fiducia bla bla e qualora ci fosse un’incomprensione, le parti si
impegnano a non saltare a conclusioni affrettate e a chiedere
spiegazioni in modo educato e fiducioso. Nel caso la richiesta non
andasse a buon fine la prima volta, si ritenterà l’operazione fino alla
completa eliminazione del malinteso.»
«Quanta saggezza. Non sembra nemmeno scritto da me.»
Olivia non mi bada. Divora altre righe a mente, per fermarsi su un
punto successivo.
«Rapporti con gli ex: le parti si impegnano a reazioni civili qualora
l’altro intrattenga rapporti di diplomatica cordialità con un ex. Nel
caso scaturissero delle incomprensioni, vedi punto precedente»
legge. «Cosa accidenti sono i rapporti di diplomatica cordialità? L’ha
redatto il presidente della NATO questo documento?»
«Orari dell’arte: l’arte non ha orari, ma ha sempre bisogno di
muse. La parte femminile presta il suo consenso a trasformarsi
occasionalmente in musa?»
Socchiude il plico, sospira. «Perché, più vado avanti, più le cose si
fanno folli?»
«Mi sono lasciato prendere la mano, fatina. Quattordici milioni di
scenari possibili sono davvero tanti da gestire.»
«Mica dico di no, ma…» L’occhio le cade su un’altra pagina.
«Tempo di attesa post coito prima di farsi i fatti propri?! Oddio,
Tommaso, dimmi che non lo hai scritto per davvero.»
«Invece sì, sono sensibile all’argomento. Mi piace un minimo di “ti
abbraccio, ti bacio, stai un altro secondo nuda”, dopo essere stato
dentro di te.»
«A-ehm…»
«A te non piace?»
«Sì, cioè…»
«Vuoi sperimentarlo prima di decidere?»
Mi avvicino. La afferro per i fianchi, sento la sua impazienza sotto
le dita.
«Magari una volta sola…» tentenna, «per scopi accademici.»
Sto ancora ridendo, quando mi prendo un bacio che si chiude in
uno sfarfallio di vocali. Tirandomela contro, voglio sprofondare in lei
come un marinaio impazzito per il canto delle sirene.
«Ti amo, Olivia.»
Lei si immobilizza.
Ne approfitto per afferrarla per i glutei e sollevarla verso il divano.
«Lascia che te lo dica anche dopo che abbiamo fatto l’amore. Ti
prometto che ne varrà la pena.»
Mi siedo con lei sopra a cavalcioni. Sfilarle il cardigan è un dovere
morale, toglierle la blusa un obbligo imprescindibile. I suoi leggings
domestici fanno la stessa fine sul pavimento.
In un attimo, sono libero anch’io dai jeans.
Lei completamente nuda su di me.
«È bello da essere quasi doloroso» confessa, scendendo piano.
Io, dentro di lei.
Stupefacente.
Immenso.
Le bacio la spalla nuda. «È bello perché sei tu.»
«Non ho mai detto “ti amo” a qualcuno, credendoci.»
«Te la senti di rompere questo record, oppure stai concorrendo a
un guinness tematico?»
Lei ride.
«Per me non si è mai trattato di scegliere. Sei sempre stato tu.»
Con i palmi aperti, le fermo i fianchi che dondolano su di me. «Ti
amo davvero, Olivia.»
«Lo so. Il passato sta nel passato per entrambi.» Si aggrappa ai
miei polsi. Sorride. «È una reazione civile accettabile?»
«Non c’è nessuna di cui tu debba essere gelosa» le assicuro.
«Nessuna.»
«Ci sono delle cose che vorrei contestare del contratto.»
Lo dice e ruota il bacino, portandomi nell’iperuranio delle
sensazioni preorgasmiche.
«Adesso?»
«Adesso, sì! O hai qualche problema di concentrazione, signor
Cattaneo?»
«Giusto un paio… Se non sono d’accordo, metto il veto. Orgasmo
o meno.»
«Certo. Come preferisci.»
Altra rotazione. Testa reclinata leggermente all’indietro. I capelli le
piovono dalla spalla assieme a un lamento ai limiti del pornografico.
«Sei una strega» bofonchio, «una strega cattiva.»
«Mhm… lo so! Ma i tre mesi e mezzo io non li aspetto. Voglio che
tu venga da me.»
«Dammi un altro po’ di tempo e vengo eccome…»
Lei alza gli angoli della bocca. «Okay, ma fuori!»
La intrappolo tra le braccia. «E poi?»
Olivia si preme contro il mio torace, un braccio dietro la nuca per
sostenersi, la fronte appoggiata nell’incavo del collo.
È vicina in tutti i sensi.
«Cos’è per te la felicità?»
Sono vicino pure io.
In tutti i sensi.
«Perché per me è questo, Tommaso.»
«Questo?»
«Sì» stabilisce. «Quando mi capiti tu, io sono felice.»
Sto per morire.
È una morte bellissima.
È bellissimo vederla rinunciare a ogni prudenza, è bellissimo che
si abbandoni nel piacere. E io non posso fare altro che sorreggerla e
infine scostarla e raggiungerla, stremato, inabile a qualsiasi ulteriore
contrattazione.
È lei la prima a riprendersi.
«Quindi ora mi ricordi quanto mi ami?»
Gran provocatrice che non è altro.
Reclinando la testa sul divano, la tiro a me per la vita. «Dobbiamo
cominciare a usare delle protezioni più sicure, altrimenti dovrai
rivedere il punto sui figli prima del previsto.»
Ride. «Hai ragione.»
«E prometto anche che questa risata la facciamo uscire più
spesso.»
Liv mi prende il viso tra le mani, mi trattiene come per imprimersi
ogni dettaglio di me.
«Non dovrai sforzarti molto.»
«Mi ci impegnerò comunque. Voglio darti tutto, Olivia. Tutto.»
«Io invece non voglio niente di più.»
Questo punto è da ridiscutere ma pazienza, il tempo non mi
manca.
«Ah, un’altra cosa, riguardo al contratto.»
«Cosa?»
Mi scocca un’occhiata furba. «Che lo straccio e lo riscriviamo.»
«Okay.»
«Okay?» si meraviglia. «Non protesti?»
«L’esperta sei tu.»
«Mi dai carta bianca?»
«Rischiando molto, e di questo devi darmene atto, sì. Hai carta
bianca.»
«Ottimo!» Si alza, nuda, prende una penna dalla borsa e raccoglie
dal pavimento il plico ormai spiegazzato, sul quale traccia alcuni
lunghi segni. «Ti faccio avere subito la tua copia.»
«Subito nel senso di ora?»
«Subito nel senso che l’ho già corretto. L’hai detto, sono io
l’esperta. So quello che faccio.»
E chi l’avrebbe mai detto?
Lo sa davvero.

***

Base Comune tra

Tommaso Cattaneo e Olivia Ranieri

Bozza di accordo definitivo


(seconda versione concordata tra le parti)

I contraenti si impegnano a essere felici.


«Liv, prima di tornare sul divano… mi fai un piacere?»
«Siamo già alla fase “visto che sei in piedi”?»
«Be’, lo hai detto tu, ma visto che sei in piedi…»
«Non ho ancora firmato il contratto, sono in tempo per tirarmi
indietro e andarmene via.»
«Tecnicamente è casa tua, dovrei essere io ad andarmene. Ma,
visto che sono un uomo prudente, taccio finché non lo firmi.»

«Tommaso?»
«Sto tacendo.»
«Dài, Tommaso.»
«Shhh.»
«Uff, e va bene! Sto per sedermi, parla.»
«Il contratto ha anche un allegato.»
«E cosa aspettavi a dirmelo?!»
«Aspettavo che tu fossi in piedi per prenderlo.»
«Cominciamo malissimo, signor Cattaneo! E va bene, dimmi dove
si trova questo allegato.»
«Busta di plastica.»
«Non c’è altro nella busta di plastic… oh.
Oh.
OH!
Tommaso!»

«Dimmi, amore.»
«Che accidenti… come… quando… non è possibile!»
«Per fortuna non hai tirato fuori quel plico per primo. Rischiavo di
bruciarmi l’effetto sorpresa.»
«Tommaso!»
«Ti prego di ricordare come mi fa sentire il mio nome pronunciato
da te in bilico tra rimprovero e shock. E ti prego anche di ricordare
che l’abbiamo appena fatto e che c’è bisogno di un minimo recupero,
prima di riprendere.»
«Cretino.»
«Non ti do torto.»
«Pazzo!»
«Neanche su questo ti do torto.»
«Sono bellissimi.»
«Per forza che lo sono. Ci sei disegnata sopra tu.»
«Quando…»
«Andando a memoria, il primo dovrebbe essere stato… il primo
gennaio. Comunque, come sai io dato sempre i miei schizzi, per cui
puoi controllare.»
«Sì, il primo gennaio! Dopo lo spettacolo di Massimiliano?»
«Non appena sono rincasato.»
«Ma io ero rincasata con te!»
«Infatti tu eri in bagno.»
«Oddio!»
«Non è colpa mia. È la tua faccia che ha voluto essere abbozzata
in quel momento, mentre aspettavo che tu uscissi.»
«Quanto sei scemo! L’ultimo invece è di Los Angeles? È datato tre
giorni fa.»
«L’ho fatto durante lo scalo a Washington. Attesa snervante, sedie
scomode, io raggrumato tra zaino e bagaglio, non sapevo cosa fare,
i gate non aprivano mai.»
«E gli altri in mezzo… oddio, ce ne sono tantissimi. Sono sempre
io!»
«Sei sempre tu.»
«Avrò un altarino votivo!»
«Anche no.»
«Mi merito un altarino votivo!»
«Non avrai nessun altarino votivo, signora Ranieri.»
«Perché no, io lo voglio.»
«Ora mi alzo, te li rubo e li nascondo per sempre.»
«Non puoi eliminare l’allegato! Fa parte del documento. Se lo
facessi, si annullerebbe tutto.»
«Mmm, okay allora.»
«Okay? Perché me le dai vinte tutte, oggi? Cos’hai in mente?»
«Niente.»
«Non ti credo! Dimmi cos’hai in mente.»
«Vieni qui, che te lo dico in un orecchio.»
«Sei un maniaco!»
«Lo sapevo che te ne saresti accorta, prima o poi…»

«Tommaso.»
«Eh.»
«Ora che sono in braccio tuo…»
«Nuda. Sempre nuda. Brava, i vestiti sono sopravvalutati.»
«Dicevo, ora che sono qui, e tu tanto per cambiare scambi alcune
parti anatomiche di me per antistress, me lo dici quello che hai in
mente?»
«No.»
«Che stronzo!»
«Stiamo insieme da tipo cinque minuti, e mi hai già insultato dieci
volte.»
«Stiamo insieme da tipo cinque minuti, e tu stai cercando di
portarmi a letto di nuovo.»
«Con “letto” ti riferisci al tuo singolo modello sweet but psycho?
Preferisco il divano. Dobbiamo ammobiliare questo posto.»
«Potremmo cominciare recuperando il tuo atelier dalla cantinetta
di Massimiliano.»
«Davvero?»
«Avrai pure bisogno di un posto dove posso farti da musa.»
«Oh.»
«Ho ancora gli slip color pelle, da qualche parte…»

«Be’, non parli più?»


«Sono stordito.»
«Dai miei slip color pelle?»
«Anche. Ma principalmente dall’ironia delle circostanze.»
«Quella stupisce anche me. Qualcosa di più preciso?»
«Le solite cose. Tu, io, il paradosso del noi, e poi, insomma, la
dimostrazione che siamo tutti ossessionati dalla felicità, ma nessuno
ti dice che è una cosa complicata, delicata e per certi versi molto
costosa. Insegui quello che ami per averla, ma il più delle volte non
sai se quello che paghi ti ritornerà…»
«E poi arriva l’attimo.»
«Esatto! Sì, Liv. L’attimo. Che magari dura quello che dura, una
scintilla, piccola, insignificante. Ma nobilita il resto. Ti spinge a
riprovarci. Perché sai una cosa? La felicità è appagante, ti sbronza,
è un’iniezione di bellezza, ma non è lei a tenerti in tensione, a farti
fremere, a mandarti a giocare a moscacieca con gli imprevisti della
vita. Quello lo fanno i suoi effetti collaterali.»

***

Base Comune tra

Tommaso Cattaneo e Olivia Ranieri

Bozza di accordo definitivo


(seconda terza versione concordata tra le parti)

I contraenti si impegnano a essere felici, effetti collaterali compresi.


Ringraziamenti

Ho pubblicato il primo libro della serie l’8 luglio 2016, e scrivere


questi ringraziamenti esattamente tre anni dopo è un’emozione che
non so quantificare.
Vorrei dire grazie a chiunque sia salito a bordo dell’avventura
chiamata Effetti Collaterali. Grazie a chi si è affezionato alle storie, a
chi le ha aspettate, a chi le ha consigliate, a chi si è lasciato
consigliare. Grazie perché le storie senza lettori restano un po’ a
metà, e voi le mie le avete fatte sentire piene e complete.
Come al solito un enorme grazie va a Emanuela Valle, Claudia e
Lorella, che mi hanno supportato (e sopportato) anche stavolta nella
strada dalla scrittura alla pubblicazione: al prossimo libro vi viene
assegnato d’ufficio il badge della santità.
Grazie infinite a Ester e Veronica, beta e pazze amiche che ci
sono sempre nel momento del bisogno. Le camicie a scacchi non
passano di moda!
Grazie ad Antonia Iolanda Cudil, per esserci sempre, e a Patrizia
che è stata la prima a crederci.
Grazie a Pavel Anton, il fotografo che mi ha concesso la foto per
la cover, a Jonatan Mujica, il modello della cover, e a Pamela di
Catnip Design per averla elaborata: amo il lavoro che ne è uscito ed
è tutto merito vostro.
Alle ragazze del Nico&friends, per rendere più divertente l’attesa
tra una pubblicazione e l’altra.
Grazie alle blogger che hanno accolto il romanzo con tanto affetto:
siete preziosissime.
E grazie a te per aver letto fino a qui.

Anna

FB: @annanicolettoauthor
Instagram: @anna_nicoletto
Altri libri dell’autrice

Serie “Effetti collaterali”:

#1 Gli effetti collaterali delle fiabe, Piemme, 2017


(Stefano/Melissa)
#2 Gli effetti collaterali dell’amore, self, 2017
(Caterina/James)
#2.5 Gli effetti collaterali del Natale, self, 2017
(Caterina/James)
#3 Gli effetti collaterali della felicità, 2019
(Tommaso/Olivia)

Serie “Frisco”:
#1 Vicini, 2018
(Jess/Will)
#2 Nemici, 2018
(Casey/Jackson)
#2.5 Novella, prossimamente
(Logan/Michaela)

Prossimamente:
O.W. (autoconclusivo, stand-alone)