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CAPITOLO SECONDO

Obbligo di fedeltà
I. L’adulterio: causa perentoria di divorzio?
Il Code Civil imponeva la fedeltà coniugale come un dovere reciproco dei coniugi, ma ne
sanzionava le violazioni soprattutto nei confronti della donna. L'adulterio della donna, commesso in
ogni tempo, giustificava la domanda di divorzio da parte del marito. Il tradimento del marito,
all'inverso, non era invece causa di divorzio per la moglie, a meno che non fosse accompagnato
dall'aggravante della presenza della concubina nella casa coniugale. Tale divario fu superato solo
con la legge 27 luglio del 1884. L'adulterio, una volta provato, era causa perentoria di divorzio e
non era contrastabile. Difficile è il caso in cui il coniuge compie l'adulterio in buona fede, cioè
quando crede di non essere soggetto a vincolo coniugale. Alcuni giudici ritennero non legittima la
richiesta di divorzio per assenza di volontà. La Cassazione però ne ammise la possibilità poiché la
legge civile non può essere influenzata dall'assenza di intenzione colpevole. La legislazione
francese influenzò naturalmente il codice civile italiano del 1865 che disciplinava l'adulterio
femminile in modo diverso dal maschile.

II. Le implicazioni del ‘concubinato’


In Francia, con la legge Naquet, scomparve, come abbiamo visto, la distinzione tra donna e uomo
ma prima era possibile la sanzione civile per il marito solo se la concubina abitava nella casa
comune, mentre il codice civile italiano permetteva la sanzione anche nell'ipotesi in cui la
concubina fosse stata mantenuta notoriamente in altro luogo o qualora fossero concorse circostanze
tali da produrre ingiuria grave verso la moglie. Se esso può considerarsi come una violazione del
vincolo coniugale e della fedeltà conseguente, non può avere le tristi conseguenze che spesso
scaturiscono dall’adulterio della moglie ed i figli, che per avventura possono nascere dall’unione
illecita del marito con altra donna, non possono mai entrare a far parte della famiglia fondata col
matrimonio legittimo. Ecco perché il nostro legislatore ha richiesto che l’adulterio del marito, per
dar luogo alla separazione, sia accompagnata da tali circostanze, che, mentre costituiscono
un’offesa alla moglie, rendano impossibile l’ulteriore convivenza dei coniugi.
La giurisprudenza italiana accoglieva una nozione di casa coniugale e di concubinato coincidente
con quella della giurisprudenza francese. Non c'era bisogno di domicilio, bastava la stessa residenza
o la semplice abitazione per essere considerata come casa coniugale. Si ritenne in giurisprudenza,
addirittura, che anche durante la separazione di fatto se il marito avesse convissuto con altra donna
in casa coniugale, era comunque colpevole di concubinato. Le Corti italiane ritennero, come la
magistratura d’Oltralpe, che la casa del marito non cessasse di poter essere considerata come
dimora coniugale neppure qualora i coniugi vivessero separati di fatto e che, pertanto, il marito che
durante l’allontanamento, anche volontario della moglie, avesse convissuto nella casa coniugale con
altra donna, prima che fosse intervenuta sentenza di separazione, continuava ad essere imputabile di
concubinato.
Per la nozione di concubinato se era la donna bastava anche una sola volta per essere in
concubinato, per l'uomo invece c'era bisogno di una vera e propria relazione continuativa tanto da
far sorgere il dubbio di una sostituzione di moglie. Un solo atto di adulterio, quand’anche
consumato nelle pareti domestiche, non basta a fornire il concetto di concubina nel senso proprio di
questa parola. Nonostante ciò, era però ammesso il divorzio anche se a seguito di una relazione non
continuativa se era accompagnato da circostanze tali da configurare l'ingiuria grave (sorpreso il
marito in flagrante, scandalosa consuetudine, pubblicità dei rapporti adulterini in famiglia e davanti
i figli, pericolo per l'economia domestica).
L'articolo 150 del codice civile italiano, inoltre, permetteva di configurare l'adulterio anche se la
relazione fosse stata consumata fuori casa coniugale, ma fosse notoria; rientra in questo articolo
anche l’ipotesi dell'amante che avesse mantenuto notoriamente fuori la casa coniugale la concubina
convivente con il proprio marito. Anche in Italia si ritenne che se il concubinato non fosse provato a
pieno si poteva comunque chiedere separazione per ingiuria grave. Per quanto riguarda le prove,
queste erano ammesse in ogni forma e anche le presunzioni (purché concludenti e solide). Tra
queste vi erano le lettere prive che nell’essere prodotte in giudizio, scatenavano nel magistrato una
reazione assai severa nei confronti della donna in quanto non potevano essere prodotta in giudizio
contro una delle persone che la scrissero, soprattutto se ottenuta ingannevolmente, per attestare
l’adulterio. Il divieto gli viene da un alto principio morale: dal principio della inviolabilità del
segreto epistolare, che è scritto, prima ancora che nei codici, nella coscienza universale, ed è
principio che non può essere offeso senza grave perturbamento dell’ordine sociale, del regime
domestico e della pace delle famiglie.