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CAPITOLO PRIMO

OBBLIGO DI COABITAZIONE
I. “Circa gli instrumenti di cui può il marito disporre per ricondurre la
moglie al coniugale consorzio”
L’obbligo di coabitazione è il primo dovere degli sposi su cui trovano fondamento tutti gli altri
diritti e doveri che conseguono alla stipula del vincolo coniugale. Il codice civile italiano del 1865
distingue nettamente l’obbligo di coabitazione, che è comune ai due sposi, con il dovere, proprio
della donna di seguire il marito, sancendo, da un lato, l’obbligazione reciproca dei coniugi alla
coabitazione e, dall’altro, l’obbligo della moglie di accompagnare il marito dovunque egli creda
opportuno fissare la residenza. Ed ecco una prima sostanziale differenza con il Code civil che
unisce e confonde il dovere di coabitazione con l’obbligo di accompagnare il marito (distinzione
che emergerà proprio dal giudicato delle Corti).
Quanto agli strumenti di coazione utilizzabili per ripristinare la coabitazione degli sposi allorché la
moglie che si sia allontana dalla residenza coniugale senza giusti motivi rifiuti di tornarci, o per
consentire alla donna di rientrare nella casa da cui si sia allontanata. Pertanto, mentre il Codice
civile non si è limitato a prescrivere l’obbligo della moglie di abitare con il marito, ma ne ha anche
focalizzato, in caso di allontanamento senza giusta causa dal domicilio coniugale, le conseguenze in
tema di obbligazione alimentare, potendo l’autorità giudiziaria persino ordinare il sequestro
temporaneo di parte delle sue rendite parafernali, il legislatore francese non ha fissato la disciplina
conseguente alla violazione degli obblighi imposti a ciascun coniuge dall’art. 214. Si lasciava al
potere sovrano di apprezzamento dei tribunali di valutare il mezzo più opportuno al caso concreto.
Una questione di rilievo che si è posta, sia in dottrina che in giurisprudenza, è quella relativa alla
opportunità di servirsi della forza pubblica per ricondurre la donna al domicilio coniugale manu
militari. A partire dalla promulgazione del Code, la magistratura d’Oltralpe ha manifestato per
lungo tempo una posizione pressoché ricorrente nell’ammettere questo mezzo di costrizione, fino ad
avere, in un secondo momento, sul finire dell’Ottocento, un orientamento incostante e
contraddittorio che rispecchiava le perplessità della dottrina che, ormai in larga parte, riteneva
l’impiego della forza esercitata sulla donna non più adeguato alla coscienza ed ai costumi del
tempo.
La giurisprudenza italiana, invece, fin dal principio, ha mostrato per lungo tempo un indirizzo che
vietava l’uso della forza. A tal riguardo risulta certamente esemplificativa la pronuncia che la Corte
d’Appello di Napoli, nel maggio del 1878, ebbe ad emettere per respingere l’appello di un marito,
che auspicava di potersi riportare la consorte nella dimora coniugale con i mezzi della pubblica
autorità: “la coabitazione costituisce un’obbligazione di fare, alla quale la moglie inadempiente non
può essere costretta con la forza, l’uso della forza per il trasporto della moglie nella casa del marito
è contrario all’indole dell’unione coniugale”. Qualche anno prima il recensore, nel commentare la
sentenza emessa il 31 marzo 1871 dalla Cassazione di Torino rileva che la violenza non può che
irritare viepiù l’animo della donna e spenger anco del tutto quei sentimenti d’affetto che pria si
fossero in lei soltanto illanguiditi; ella può domani di bel nuovo abbandonarlo.
Una voce fuori dal coro fu invece la decisione del 28 novembre 1871 del Tribunale civile di
Genova che si pronunziò in senso favorevole all’uso della forza ordinando alla donna di ritornare
prontamente nella casa e residenza del marito colla comminatoria di esserci costretta nei modi di
legge e che la sanzione non poteva essere che quella generale di ogni condanna, ossia di ricorrere
all’esecuzione forzata. Non mancavano certo pronunzie in cui i giudici chiarivano non essere contra
legem la pronunzia circa l’obbligo della moglie a ritornare al domicilio coniugale, tale dispositivo
costituiva una semplice declaratoria juris, che poteva servire all’istante per ricondurre bonarimente
la moglie al rispetto dei suoi doveri o per garantirgli il diritto, ove la stessa avesse perseverato nel
non voler ritornare, a non prestare gli alimenti ed ottenere il sequestro delle rendite dei bene
parafernali.
Quanto agli strumenti di coazione indiretta, mentre la giurisprudenza francese non ebbe mai dubbi a
proposito del diritto del marito di negare ogni soccorso pecuniario alla moglie che avesse rifiutato,
senza motivo legittimo, di tornare al domicilio coniugale, il legislatore italiano ritenne di dover
disciplinare, espressamente, gli strumenti offerti al marito per costringere la moglie a ripristinare
quella convivenza su cui si fondava il vincolo coniugale. A riprova di ciò l’art. 133 del c.c. afferma
che l’obbligazione del marito di somministrare gli alimenti alla moglie cessa quando questa,
allontanatasi senza giusta causa dal domicilio coniugale, ricusi di ritornarvi. Questa valutazione è
rimessa al giudice a cui la legge affida la tutela del buon ordine della famiglia, così gli alimenti
venivano riconosciuti alla donna che avesse abbandonato il domicilio coniugale, anche laddove il
marito avesse tollerato l’allontanamento della moglie, non avendone cioè reclamato il ritorno presso
di sé, né promosso il giudizio di separazione.
Affinché potesse ritenersi cessato nel marito l’obbligo di somministrare gli alimenti alla moglie, i
giudici reputavano necessaria la coesistenza di due fattori: non solo l’illegittimo allontanamento
dalla casa coniugale della moglie, ma anche che questa “supplicata” dal marito, avesse rifiutato di
tornarvi (la Corte d’Appello di Trani nel marzo 1902). E conformemente anche circa vent’anni
dopo si espressa la Cassazione di Torino, nel marzo 1927. La magistratura italiana non riteneva
neppure indispensabile che la moglie, separata di fatto dal marito per giusti motivi, per ottenere gli
alimento, avesse dovuto agire in giudizio richiedendo la separazione legale. A tal proposito,
puntuali le argomentazioni presentate dalla Corte d’Appello di Modena nel marzo del 1891 per
motivare il diritto della moglie e né sarebbe stato valido obiettare che, per aver diritto agli alimenti,
la moglie, separata di fatto dal marito, avrebbe dovuto intentare la causa di separazione infatti
andando per questa via il diritto degli alimenti diventerebbe per il coniuge disgraziato un diritto
condizionato, mentre per l’art. 133 succitato questo diritto gli spetta in modo assoluto.
Tale concetto veniva ripreso da una pronunzia per un ricorso generato dalla richiesta di un marito
tesa a rifiutare gli alimenti alla moglie, da cui viveva separato, argomentando che la coniuge non
aveva domandato la separazione legale e che pertanto non poteva vantare una simile pretesa. Nel
respingere la domanda, la Corte di cassazione di Roma riteneva improprie le motivazioni del
ricorrente in quanto non sorrette da alcuna disposizione di legge, è resistito da quanto previsto negli
artt. 149, 150, 151 e 152 c.c. dai quali si rileva che la domanda di separazione è una mera facoltà e
non un obbligo dei coniugi. L’allontanamento della moglie dal domicilio coniugale contemplata
dall’art. 133 può essere giusta senza che costituisca motivo sufficiente per ottenere la separazione
legale. Quanto poi agli altri strumenti di coazione previsti, lo stesso art. 133 stabiliva la prerogativa
per l’Autorità giudiziaria, di imporre a vantaggio del marito e della prole “Il sequestro temporaneo
di parte delle rendite parafernali della moglie”. Non quelle dotali che spettano al marito ma quelle
proprie della donna, anche se queste in parte possono essere colpite da sequestro, per far in modo
che la donna torni a casa.
Tuttavia, la magistratura era concorde nel respingere l’applicazione di tale mezzo in pendenza del
giudizio di separazione personale, sospendendo anche gli effetti del sequestro accordato
precedentemente all’inizio della procedura. La Cassazione di Torino ritenne opportuno cassare la
decisione della Corte d’Appello, reputando come illegale il sequestro che quest’ultima aveva
disposto sui beni parafernali della ricorrente al fine di garantire al marito il pagamento della
pensione alimentare disposta dalla stessa Corte.