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CAPITOLO TERZO

OBBLIGO DI ASSISTENZA
I. La somministrazione reciproca degli alimenti. Giurisprudenza a
confronto
L' Obbligo di Assistenza, e in particolare l'obbligo di somministrare gli alimenti, nel Code civil, pur
se vincolante per entrambi, è riferito unicamente al marito, stabilendo che spetta a lui fornire alla
moglie tutto ciò di cui ha bisogno per la vita, secondo le sue disponibilità e il suo stato;
sembrerebbe quindi che la donna non dovesse in alcun modo contribuire alle spese familiari. Ma
tale lacunosità si colma guardando il regime patrimoniale vigente in Francia: se non vi è alcun
contratto matrimoniale vige il regime di comunione dei beni, ed essendo il marito il capofamiglia, è
lui il titolare di ogni rendita. Nel regime di comunione convenzionale l'apporto della donna era
limitato per contratto ai beni che cadevano in comunione. Nel regime dotale (dote : complesso di
beni che la donna porta al marito per sostenere gli oneri del matrimonio) invece la partecipazione
era assicurata dal fatto che il marito godeva delle rendite proveniente dei beni sottoposti al vincolo
dotale. Il regime dotale era un regime di separazione dei beni per la cui esistenza non era necessaria
la costituzione di una dote.
Infine, nel regime di separazione giudiziaria dei beni, la donna doveva partecipare
proporzionalmente alle sue facoltà e a quelle del marito, alle spese comuni e all'educazione dei figli
(articolo 1448 c.c.); in tale regime organizzativo, avendo assolto al suo dovere di soccorso mettendo
a disposizione del marito le sue risorse economiche, non poteva essere chiamata a rispondere nei
confronti dei terzi creditori dei debiti contratti per il mantenimento della famiglia. In comunione dei
beni, i debiti contratti dalla donna in nome di una procura generale o speciale ricadevano in
comunione e non potevano essere vantati sui beni personali della donna. (articolo 1420 c.c.). La
giurisprudenza estese questo caso anche a quelli del mandato domestico (cioè quando non vi era
procura) e agli altri casi di regimi patrimoniali. Il mandato tacito riconosciuto alla donna per
sovvenire ai bisogni della famiglia non era illimitato; le Corti francesi ritennero che fosse
impensabile che il marito concedesse alla donna di fare spese superiori a quelle del loro tenore di
vita. Nel caso di separazione di fatto sia nel caso in cui la separazione fosse stata imputabile al
marito che ha allontanato la donna o l'avesse abbandonata, sia che fosse avvenuta per volontà di
entrambi, era riconosciuta alla donna il mandato tacito. Non era ammesso il mandato domestico nel
caso in cui il marito corrispondesse alla moglie una pensione alimentare o la separazione era
imputabile alla donna che si fosse allontanata dalla dimora domestica senza una giusta causa.
In Italia si cercò di temperare il netto sfavore francese contro la donna ma permaneva all'uomo il
controllo dell'intera situazione patrimoniale della famiglia. Il codice civile italiano del 1865
prevedeva l'obbligo alla somministrazione reciproca degli alimenti da parte dei coniugi
distinguendo la posizione del marito che era sempre tenuto a dare alla moglie il necessario per cui
aveva bisogno e la moglie che aveva solo un ruolo sussidiario in caso in cui il marito non aveva i
mezzi sufficienti. L'obbligo di mantenimento dei figli invece era posto a capo di entrambi i coniugi
computando nel contributo della madre i frutti della dote. Gli sposi, ricordiamo che poteva stabilire
anche diversamente la misura della loro partecipazione come si desumeva dall’art. 1426 c.c. “la
moglie che ha beni parafernali, se nel contratto non fu determinata la parte per la quale deve
soggiacere ai pesi del matrimonio, vi contribuisce nella proporzione stabilita dall’art.138”
Nonostante l'acceso dibattito dottrinale rimaneva in vita il regime dotale anche se ai coniugi era
delegata la possibilità, seppur limitata, di scelta dell'assetto economico familiare e stabilire così in
modo diverso le loro partecipazioni. La giurisprudenza ritenne che il contributo proporzionale della
donna dovesse cadere solo nel caso del mantenimento della prole, anche se non mancano sentenza
divergenti (come quella della Cassazione di Napoli che ritenne pesi del matrimonio anche le spese
per la convivenza dei coniugi senza prole). Le Corti riconoscevano alla donna un mandato
domestico nei limiti delle spese per i bisogni domestici e ottemperare l'obbligazione alimentare del
marito, ma il marito poteva essere obbligato al pagamento delle spese della moglie compiute su suo
mandato solo se tali spese non avessero superato il limite della necessità e delle possibilità
economiche. L'onere della prova del mandato spettava al marito non potendo i terzi conoscere gli
aspetti interni dell'organizzazione familiare. Il marito non era tenuto a provvedere nemmeno per
l'utile gestione ai debiti contratti dalla moglie per le necessità sue e della famiglia se il marito aveva
già provveduto adeguatamente a tali bisogni nei limiti della sua condizione economica.

II. Il “diritto agli alimenti” tra coniugi separati e divorziati


Il Code francese prevedeva all'articolo 301 al coniuge che non avesse avuto mezzi sufficienti al
proprio sostentamento una pensione (indennità) alimentare, indennità che era a carico di chi avesse
provocato la rottura del vincolo coniugale; laddove vi era colpa di entrambi, la giurisprudenza non
procedeva a "multare" nessuna delle due parti. La separazione, a differenza del divorzio, non faceva
cessare il dovere di reciproco soccorso stabilito dall'articolo 212. Tra l'altro la pensione data da
separati veniva corrisposta anche agli eredi applicando estensivamente la normativa del divorzio.
Il codice civile italiano prescriveva tutt'altro: era infatti prevista un diritto agli alimenti del separato
solo nel caso in cui esistesse un effettivo stato di bisogno; si permetteva così di dare gli alimenti
anche al coniuge colpevole. Per quanto riguarda la quantità, le Corti ritennero che al coniuge
colpevole spettava la stretta necessità. Solo nei primi del Novecento la giurisprudenza non teneva
più conto della valutazione della colpa come criterio di commisurazione degli alimenti. Se gli
alimenti dovevano essere invece dati da chi aveva colpa le Corti italiane concordemente
affermavano che non potevano essere contenuti nel limite dello stretto bisogno. Dovevano essere
proporzionati alle facoltà economiche del somministrante e indipendentemente dalle sostanze del
coniuge alimentato. Vi furono pero corti giudicanti in senso contrario. Per le separazioni
consensuali la giurisprudenza non era uniforme nel giudizio. Si usava un accomodamento tra
l'articolo 132 c.c. che imponeva all'uomo di dare alla donna tutto ciò che era necessario per vivere e
l'articolo 142 c.c. che imponeva ai coniugi l'obbligo reciproco degli alimenti in casi di bisogno nei
limiti del necessario.