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Il diritto Longobardo, "barbaro" o "civile"?

Elena Percivaldi, da Terra Insubre n 18, 2001 Uno degli aspetti forse meno noti ma senza dubbio pi importanti della civilt longobarda il diritto. E' ormai fatto risaputo, soprattutto dopo gli studi che sono stati condotti nel secolo ormai trascorso dal grande medievista Gian Piero Bognetti, che per quanto concerne le questioni giuridiche i Longobardi scrissero un capitolo decisivo nella storia del diritto europeo. Negli ultimi anni chi si occupato della questione non ha potuto fare a meno di sottolineare come il diritto longobardo fosse in realt assai meno barbaro di quanto comunemente - complici una certa storiografia paludata e sempre poco generosa nei confronti di tutto quanto non sia ascrivibile al mondo romano, e un certo malcostume diffuso presso gli estensori dei libri scolastici - si creda. Lo dimostrano alcune norme in vigore presso questa "perfida e nefandissima stirpe" (l'espressione, datata anno Domini 774, di papa Stefano III ed contenuta in una celebre lettera che il pontefice sped a Carlo Magno suo alleato), norme in alcuni casi assai pi illuminate di quelle introdotte da regimi che ebbero pi fortuna e forse anche per questo passarono alla storia come dispensatori di civilt. Come vedremo, il diritto longobardo ebbe vita lunga, anzi lunghissima. Sopravvisse ai suoi ideatori per molti secoli, e ci malgrado le forze messe in campo da quanti - Federico Barbarossa in primis - si diedero da fare per riportare in auge il cosiddetto diritto romano, richiamandosi cio a quella serie di norme codificate nel VI secolo dall'imperatore Giustiniano e universalmente note con il nome di Corpus Iuris Civilis. Studiare il diritto longobardo e i suoi princpi fondamentali diventa quindi cosa necessaria e imprescindibile per chiunque abbia a cuore la storia delle genti che abitarono, tanti secoli fa, la "Langobardia" - e quindi, in ultima analisi, l'area che ebbe il suo epicentro nella zona padano-alpina. In questo breve articolo cercheremo di descrivere dunque del diritto longobardo i suoi aspetti fondamentali, ripromettendoci di approfondire le singole questioni magari in altri interventi successivi. Le norme giuridiche furono per i Longobardi, una volta conquistata la Pianura Padana, un fondamentale fattore di differenziazione rispetto alle popolazioni dei territori occupati. A tal proposito, conviene rimarcare che essendo un popolo nomade, i Longobardi non conoscevano (o non applicavano) il principio della "territorialit del diritto" ma si basavano sul concetto di "personalit del diritto": le norme da seguire erano cio applicate non in base allo stanziamento geografico (come nell'Impero romano: tutti i popoli governati da Roma erano soggetti alla stessa legge), ma all'appartenenza etnica. La giustizia (che veniva amministrata tramite l'assemblea dei guerrieri - il gairethinx) e le norme giuridiche, quindi, seguivano i Longobardi nel corso dei loro vari spostamenti. La distinzione che abbiamo fatto poc'anzi fondamentale perch sar alla base del modo di amministrare la giustizia non solo durante il periodo immediatamente successivo alla conquista longobarda dell'Italia, e non solo durante l'esistenza del Regnum longobardo (dal 568-69, quando Alboino invase la penisola, al 774, quando il regno cadde nelle mani di

Carlo Magno), ma per molti secoli a venire. Gli istituti giuridici pi diffusi presso i Longobardi erano la faida (cio il diritto di vendicarsi da parte dell'offeso o della sua famiglia), l'ordalia o giudizio divino, che consisteva in una serie di prove fisiche che gli accusati o i contendenti dovevano superare per stabilire la verit, e il guidrigildo o composizione pecuniaria (in denaro o in beni) per riparare a un danno alla persona o ai beni, stabilita secondo il rango dell'offeso. Fu re Rotari (che visse nella prima met del VII secolo) a mettere per iscritto nel 643 (il 22 novembre, secondo la tradizione) l'intero patrimonio giuridico longobardo. Ma fino ad allora, la sua diffusione avvenne sempre e solo in via consuetudinaria e verbale. Tale Editto, che si rivolgeva ai soli Longobardi, era in sostanza la trasposizione scritta delle consuetudini (in lingua longobarda, cawarfide) le origini delle quali si perdevano nella notte dei tempi e che erano state tramandate di generazione in generazione, per via orale. In esso solo gli uomini liberi avevano piena personalit giuridica e diritto di portare le armi, mentre i non liberi erano sottoposti al potere del loro signore (detto mundio) e non potevano agire autonomamente. Diversa era la condizione degli aldii, o semiliberi, che, pur avendo pochissimi diritti, tuttavia almeno potevano agire seppur in modo limitato. Era possibile comunque per un servo acquisire la libert grazie al padrone, che lo poteva renderlo libero. I matrimoni tra liberi e schiave erano di norma proibiti, ma si poteva aggirare l'ostacolo rendendo la donna libera. I matrimoni misti tra Longobardi e Romani invece non erano espressamente proibiti, anche se dovettero essere piuttosto rari. Proibite sotto pena di morte erano per le unioni tra donne longobarde libere e schiavi, sia longobardi sia italici. Queste restrizioni furono tolte quasi un secolo dopo - sotto l'influsso del Papato - dal cattolico Liutprando, che riconobbe formalmente i matrimoni tra donne longobarde libere e uomini italici liberi, stabilendo anche che i figli nati da queste unioni fossero "romani": in tal modo Liutprando sanc di fatto l'equiparazione giuridica tra Longobardi e Italici. Come abbiamo sottolineato poc'anzi, l'Editto di Rotari poneva molta attenzione alla "composizione pecuniaria" (guidrigildo), cio alla multa che doveva essere pagata dal colpevole come risarcimento in seguito a danni da lui provocati a persone, animali o cose, beni mobili e armi. La quantit di denaro da versare variava in base allo status sociale e giuridico dell'offeso, e naturalmente era pi alta se a subire il danno era stato un uomo libero piuttosto che un semilibero o uno schiavo. Si spesso - e a torto - insistito sul carattere sanguinario e violento di questa popolazione, ignorando che invece i Longobardi preferivano sempre la composizione pecuniaria alla pena capitale, anche per reati piuttosto gravi. Erano puniti con multe pi o meno pesanti crimini quali la profanazione della tomba, la spoliazione e l'occultamento di cadavere, l'oltraggio o lo sbarramento della via, il disarcionamento di un cavaliere, la violenza gratuita e ingiusta - soprattutto se perpetrata ai danni di una donna (nel qual caso si pagava una multa specifica) -, l'irruzione con la forza in casa altrui. La pena di morte agli uomini liberi veniva riservata solo per casi estremi (attentato alla vita o congiura contro il sovrano, sedizione, tradimento e abbandono del compagno in battaglia). Di certo, quindi - e anche considerando i tempi - non si trattava certo di un diritto barbaro come finora si cercato di far credere. Notevole da questo punto di vista anche la presa di posizione di Rotari nei confronti della

stregoneria e della superstizione: punizioni assai severe erano previste infatti per chi catturasse e ammazzasse una donna accusandola di essere una strega (striga o masca). Il sistema di pensiero dei Longobardi era di certo - e per tante ragioni - assai lontano da quello illuminista, vero, ma anche se distante cronologicamente mille anni dall'enunciazione dei diritti fondamentali dell'uomo (e dalla lotta alle famigerate "superstizioni" medievali), era tuttavia pi prossimo a tali conquiste di quanto non lo fosse l'assai pi moderna Inquisizione E' interessante I Longobardi, come tutti i popoli germanici, non concepivano la concessione a titolo gratuito di beni o diritti senza in cambio una controprestazione, anche simbolica: essi adottarono perci in questi casi il launechild o launegild, cio un oggetto che il ricevente consegnava al donatore come corrispettivo. Tale abitudine, propria di genti pratiche, perdur a lungo: lo si ritrova ad esempio ancora in un documento del Comune di Milano datato 1097. Per tutto il Medioevo e anche oltre rimase diffusa l'usanza di dare in pegno (wadia, termine che nei documenti privati si trova in latino come guadia) i propri beni per garantire il rispetto delle condizioni imposte dall'azione giuridica. Non furono solo questi istituti giuridici a sopravvivere per tanti secoli, ben oltre quel fatidico 774 che sanc la caduta del Regno longobardo ad opera di Carlo Magno. Tra le usanze in vigore fino quasi all'et moderna, bisogna infatti annoverare, nel campo del diritto matrimoniale, il faderfio (il dono di nozze che il padre dava alla figlia che si maritava), la meta (cio la somma data dal marito alla moglie in occasione del matrimonio) e il morgengrab (dono fatto dal marito alla sposa la mattina dopo la prima notte di nozze). Del resto, ancora nel 1200 secolo l'80% della popolazione bergamasca dichiara nei documenti privati di seguire la legge longobarda (e non, quindi, quella romana). Il dato a grandi linee estensibile al resto della Lombardia, con punte pi elevate - naturalmente - nelle zone pi periferiche rispetto ai grossi centri. Un fatto clamoroso si registr nel 1427 quando, passando la citt di Bergamo e il suo territorio dalla Signoria dei Visconti di Milano al dominio di Venezia, le nuove autorit furono costrette a mettere fuori legge, per decreto, le norme longobarde, alle quali la popolazione si richiamava ancora correntemente. Tale imposizione a quanto pare non ebbe completo successo, se in un documento bergamasco del 1552 si ritrova ancora la presenza (forse un po' ingombrante) del morgengrab. Questa persistenza - a quasi ottocento anni dalla caduta del Regno longobardo - ha dell'incredibile. Paradossalmente, sarebbe (mutatis mutandis) come se oggi qualcuno di noi, andando a stipulare un rogito o un qualunque altro atto privato, facesse riferimento a istituti giuridici e a norme che avevano validit ai tempi di Federico Barbarossa, della Lega Lombarda e dei Comuni. L'Editto di Rotari e le leggi tramandate oralmente di cui esso la trascrizione e il completamento, era breve, chiaro e di semplice interpretazione. Non abbiamo infatti notizia di "azzeccagarbugli" che a quei tempi ebbero particolare fortuna. Azzeccagarbugli che invece proliferavano (con tutto ci che ne conseguiva) ai tempi dell'antica Roma, e che proliferano anche ai giorni nostri, sguazzando tra le migliaia di leggi e di interpretazioni che rendono possibile,

spesso, tutto e il contrario di tutto. Segno che i tempi (cronologicamente) cambiano, ma che non sempre - forse quello che viene dopo sempre e comunque meglio - in toto - di ci che stato prima.