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DEPUTAZIONE DI STORIA PATRIA

PER LA VENEZIA GIULIA

QUADERNI GIULIANI DI STORIA

ANNO XXXIX

N. 2 LUGLIO-DICEMBRE 2018
© Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia

ISSN 1124-0970
QUADERNI GIULIANI DI STORIA
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Adriatico inquieto (1918-1925)
Contributi e saggi al XIX Convegno annuale di studio
della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia

a cura di Roberto Spazzali

Trieste, 18 ottobre 2018


CE

A R AT C U ET (1918 192 ). Contributi e sa i al Conve no


annuale di studio della e utazione di Storia Patria er la Venezia Giulia
(Trieste, 18 ottobre 2018)

R S , Un inquieto Novecento giuliano . 189


L G. M , Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a
Trieste (1918-1925) 19
P , Violenza politica e “bolscevizzazione” del socialismo
adriatico nella transizione post-asburgica (1916-1921) 20
R S , Rivoluzione e Repubblica. Il Diciannovismo dei
Repubblicani giuliani nelle carte del Commissariato generale civile per la
Venezia Giulia 223
C A P , Storia e memoria. Diffidenze delle autorità italiane
militari e civili verso una popolazione ed un territorio ritenuti infidi: la
“redenta” Venezia Giulia 24
A A , Politica scolastica e prassi didattica nell’ex Litorale
austriaco dal Governatorato militare alla riforma Gentile 283
C , L’esodo di popolazione di cultura tedesca e slava dopo la Prima
guerra mondiale 29
L S , Diffidenze e risentimenti tra la popolazione rimasta fedele
alla Casa d’Austria e in genere al mondo tedesco 313
S , Difficile inserimento dei cattolici del Friuli austriaco nel
Regno d’Italia 32

Abstracts 329

orme redazionali 333


UN FUOCO FATUO. RINASCITA E SCOMPARSA
DELLA MASSONERIA A TRIESTE (1918-1925)

Un difficile dopoguerra

Alla conclusione del primo conflitto mondiale le classi dirigenti di


Trieste si trovarono ad affrontare una realtà locale e uno scenario inter-
nazionale completamente mutati. L’auspicata redenzione era finalmente
arrivata e, con essa, la necessità di ritagliarsi uno spazio nell’incerto
panorama politico che andava profilandosi 1. A desiderare lo stacco
dall’impero in favore del regno era stata una fetta della comunità italo-
fona: gli intellettuali, gli studenti, la borghesia media e piccola, persino
gli operatori economici di livello, i quali, consapevoli d’essere legati
a doppio filo al protezionismo austriaco, avevano purtuttavia aderito a
un irredentismo di tipo sentimentale, in ossequio a quella che Claudio
Schiffrer ha chiamato una «moda d’obbligo» 2.
Non per tutti, a ogni buon conto, fu semplice moda. Non lo fu per i
giuliani che nella penisola avevano combattuto le guerre d’indipendenza
in quantità tutto sommato apprezzabili 3; non lo fu per coloro che tra fine
Otto e primo Novecento erano riparati in Italia per sottrarsi alle maglie
della polizia austriaca; non lo fu per chi, a Trieste, clandestinamente cospi-
rava contro il trono di cui era suddito, rischiando sanzioni o addirittura il
carcere. Pochi e ininfluenti, si dirà, e ciò è vero, ma fino a un certo punto,
poiché il soggetto che nella città alabardata aveva con più efficacia incar-
nato le istanze del patriottismo italiano, pur tra mille equivoci e titubanze,
era il partito liberal-nazionale, saldamente al timone del comune tergestino

1
Vedi Silvio B , Gli ultimi anni della dominazione austriaca a Trieste, Milano, Casa
editrice Risorgimento, 1919, 3 voll.; Salvatore Francesco R , Trieste ottobre-
novembre 1918. Raccolta di documenti del tempo, Milano, All’insegna del pesce d’oro,
1968, 3 voll.; Ester C , Dal nesso asburgico. Legislazione e amministrazione
a Trento e a Trieste (1918-1928), Milano, Giu r , 1922 An elo V , L’Italia
a Trieste. L’operato del governo militare italiano nella Venezia Giulia, 1918-1919,
Gorizia, Leg, 2000; Almerigo A , Dagli Asburgo a Mussolini. Venezia Giulia
1918-1922, Gorizia, Leg, 2001.
2
Claudio S , Prefazione, in Claudio S , Dalla redenzione al fascismo.
Trieste 1918-1922, Udine, Del Bianco, 1959, pp. V-XVI: VI.
3
Vedi Luca G. M , assoneria e irredentismo. eografia dell’associazionismo
patriottico in Italia fra Otto e Novecento, Trieste, Irsml FVG, 2015, p. 59 nota 52.
196 Luca G. Manenti

dall’ultimo quarto dell’Ottocento alla grande guerra. Esso godeva i van-


taggi del sistema rappresentativo austriaco, fondato sulle curie: corpi elet-
torali a base sociale costituiti proporzionalmente al censo e non al nume-
ro, congegnato per favorire le classi possidenti e impiegatizie tedesche
dell’impero, che erano italiane, però, nelle regioni costiere dell’Adriatico.
La promozione dell’italianità, che sarebbe fuorviante giudicare sem-
pre e soltanto come l’arma retorica impugnata dai liberal-nazionali per
proteggere una rendita di posizione, nelle mani di questi s’affiancava a
una difesa di classe, anzi, secondo molti osservatori si sarebbe totalmen-
te identificata con essa, divenendo un mero strumento per la preserva-
zione del potere. Eppure, se si rinuncia a una visione ideologica, risulta
difficile stabilire se tale difesa sia stata la sostanza, come spesso si è
ripetuto 4, oppure un semplice aspetto collaterale, ancorché mai derogato,
delle manovre del partito. Insomma, per capire le urgenze dei liberal-
nazionali, per stabilire se reputassero prioritaria la solidarietà orizzontale
verso le altre borghesie nazionali rispetto a quella verticale verso gli ita-
liani, bisognerebbe indagare caso per caso, considerare l’identità di colo-
ro che di volta in volta ne furono gli interlocutori, non essendo possibile
leggerne l’operato per mezzo di parametri interpretativi dati per scontati.
Perché il fattore etnico, che interveniva a complicare i giochi politici a
Trieste come in diverse aree dell’impero, poteva essere discriminante in
senso tanto inclusivo quanto esclusivo, e pesare non meno della volontà
di tutelare il proprio ceto.
Assodata la volontà dei maggiorenti del Comune di proteggere a
spada tratta il ruolo egemone che esercitavano, per essi era innanzitutto
obbligatorio, al fine d’ottenere lo scopo, contenere l’elemento slavo,
reputato una stampella dell’Austria, che sin dal 1866 aveva fatto in
modo che negli uffici distrettuali del Litorale la presenza italiana fosse
adeguatamente controbilanciata da croati e sloveni 5. Nei confronti degli
italiani delle fasce disagiate i notabili che ne condividevano la lingua
ebbero un atteggiamento che potremmo definire paternalistico, piuttosto
che penalizzante, senza con ciò negare il connotato di forte conservato-
rismo di cui erano portatori, né il fatto che a raccogliere le simpatie degli
italiani di bassa estrazione fosse soprattutto il socialismo d’impronta

4
Vedi in proposito i giudizi di S , Prefazione cit., p. X e Giovanni P ,
che estende il giudizio a tutte le borghesie dell’impero austriaco: Muggia operaia e
antifascista. Memorie di un militante, Milano, Vangelista, 1985, p. 36.
5
Luca G. M , eografia e politica nel razzismo antislavo. Il caso dell’irredentismo
italiano (secoli XIX-XX), in Fratelli al massacro. Linguaggi e narrazioni della Prima
guerra mondiale, a cura di Tullia C , Roma, Viella, 2015, pp. 17-38: 30.
Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a Trieste 197

austro-marxista, che era pacifista, internazionalista, antirredentista 6.


Essendo leale alla corona, propenso a ottenere riforme invece che a
conquistare il potere tramite la violenza, quest’ultimo fu individuato da
Vienna, insieme allo schieramento cristiano sociale, come un freno a
ogni velleità di separazione dal corpo imperiale.
È degno di nota che la lista dei candidati liberal-nazionali alle ele-
zioni comunali di Trieste del 1893 contasse, oltre che possidenti, medici
e avvocati, un macellaio e dei negozianti al minuto 7. Insomma, se non
dei proletari, degli appartenenti alla borghesia piccolissima, per dir così,
cui venivano spalancate le porte del municipio. Testimonianza perspicua
dell’afflato pedagogico dell’amministrazione civica verso le classi infe-
riori erano i ricreatori comunali, non per nulla osteggiati dagli sloveni,
che si vedevano minacciati dal disciplinamento, in chiave italiana, che
lì si faceva 8. Speculare, d’altronde, era il modo di questi di plasmare la
fisionomia della propria comunità, in cui ricchi e poveri, imprenditori e
operai, trovavano un cemento coesivo nella meta di salvare la specificità
nazionale, ponendosi sotto l’egida asburgica per bloccare il processo
d’assimilazione alla cultura italiana 9, sebbene, pure qui, non mancassero
distinguo e frizioni, soprattutto fra Edinost e socialisti 10.
La massoneria triestina, tanto intimamente connessa al sodalizio libe-
rale che sarebbe difficile affermare con sicurezza quale dei due fosse il
corpo e quale l’appendice, funse, in tale contesto, da laboratorio culturale,
collante organizzativo, agenzia di reclutamento dei quadri e degli idonei a
entrare nel circuito fidato del patriottismo, a prescindere – fino a una certa
misura, s’intende – dai gusti politici e dalle provenienze di classe, per
quanto nei templi di Hiram la borghesia moderata prevalesse incontrastata.
Appartenne alla libera muratoria la gran parte dei professionisti a
guida del Comune, in primis Felice Venezian, leader e della loggia e del
partito fino alla morte nel 1908. Fu nella prima, nello specifico nell’Alpi
Giulie – un nome, un programma – che i destri riuscirono a blandire la

6
Vedi Angelo V , Irredentismo adriatico, Trieste, Italo Svevo, 1984.
7
C M S P T , Archivio Circolo Garibaldi di Trieste
Sezione di Milano, fasc. 25, doc. Trieste 6213/29, lettera di Coclite sull’esito delle
elezioni comunali a Trieste (s.d., ma 1893).
8
Luigi M , Politica scolastica ed Irredentismo. I ricreatori comunali a Trieste,
Udine, Del Bianco, 1974.
9
Le nazioni, gli uomini e i gruppi. Trieste mosaico di genti (secoli XVIII-XX), a cura
di Luca G. M e Martina S , Trieste, Deputazione di Storia Patria per la
Venezia Giulia, 2018, p. 38.
10
A , Dagli Asburgo a Mussolini cit., pp. 24-25.
198 Luca G. Manenti

componente repubblicana che partecipava ai lavori rituali, stante la natu-


ra di «camere di compensazione» delle officine, capaci di mediare fra
spinte antitetiche e includerle in uno schema unitario, in cui chiunque,
con uno sforzo conciliativo, potesse riconoscersi 11.
Tornati nella città ormai redenta, i spodestati reggitori del Comune,
che durante la guerra erano stati internati dalle autorità austriache o erano
emigrati nella penisola, cercarono con fatica di ricollocarsi, consci che il
compito precedentemente svolto d’avamposto ufficioso al confine orien-
tale del regno si era esaurito, o meglio: andava riempito di nuovi contenu-
ti. L’impegno che si erano assunti era stato, lo abbiamo detto, non privo
d’ambiguità, considerati i vincoli che avevano unito il centro adriatico al
capitale tedesco, circostanza che cozzava in modo plateale con, ma non
negava per forza il, velato separatismo di cui essi diedero prova lungo i
decenni. Agitata come uno spauracchio dinanzi alla classe politica asbur-
gica per ottenere piccole concessioni in cambio di maggiori rinunce 12, la
loro larvata speranza di diventare cittadini italiani non era falsa, malgrado
il costante oscillare fra i due poli dell’impero e del regno. Un ossimoro,
certamente, che tuttavia non si poteva o non si voleva sciogliere.
Se allora erano entrate in urto idealità e utilità, teoria e pratica, o,
per citare Slataper, «l’elmo di Scipio e il cappello di Mercurio» 13, ades-
so, congiunta Trieste all’Italia, riappariva una tensione fra ambizioni e
possibilità di coronarle. Vale a dire: realizzato l’obiettivo, morale ancor
prima che politico, dell’annessione della città di San Giusto allo stato
dei Savoia, venne alla luce il disorientamento della rediviva – e già
moribonda – leadership cittadina in faccia alla crisi economica del dopo-
guerra, che essa non era preparata a risolvere 14.
Il passaggio di Trieste dall’Austria all’Italia aveva mandato in frantu-
mi la cornice istituzionale al cui interno il gruppo in sella al potere fino
al 1914 aveva affinato le tecniche per salvaguardarsi, decretando la fine
d’un mondo osteggiato, però conosciuto, e l’ingresso in una dimensione

11
M , Massoneria e irredentismo cit., p. 242.
12
Il caso della richiesta di un’università in lingua italiana a Trieste è, in tal senso,
paradigmatico. Così scriveva Felice Venezian il 20 febbraio 1904 a Ernesto Nathan, gran
maestro uscente del Grande riente d talia L a are dell Universit vol e al e io. ra
a Vienna pensano a Trento e più forse a Rovereto e si esclude Trieste [...] Se non ci danno
niente, in fondo ci ho piacere, è nuovo odio che si accumula!» (Alessandro L , Ricordi
della vita e dei tempi di Ernesto Nathan, Firenze, Le Monnier, s.d. [ma 1945], p. 183).
13
Luca G. M , Un patriota atipico. cipio lataper e il confine orientale, in
Irredentismi. Politica, cultura e propaganda nell’Europa dei nazionalismi, a cura di
Luca G. M e Deborah P , Milano, Unicopli, 2017, pp. 105-116: 109.
14
S , Dalla redenzione al fascismo cit., pp. 8-9.
Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a Trieste 199

desiderata, ma colma d’incognite. Collassato lo stato asburgico, venne


meno il meccanismo elettorale che aveva garantito la supremazia liberal-
nazionale, pertanto s’imponeva una ridefinizione degli assetti. Costituito
il 30 ottobre 1918 un Comitato di salute pubblica, dove trovarono posto i
rappresentanti di tutte le anime politiche triestine e della minoranza slo-
vena, di lì a breve i poteri civili e militari furono trasmessi al governatore
generale Petitti di Roreto.
L’ala progressista del raggruppamento liberal-nazionale diede vita in
dicembre a un partito chiamato il Rinnovamento, dal programma demo-
cratico e dalla vena conservatrice, sostenuto dal giornale «La Nazione».
Il nuovo attore politico spinse affinché le elezioni del Consiglio comu-
nale si svolgessero non col suffragio universale, ma col vecchio sistema
austriaco 15, fatto che la diceva lunga sulle intenzioni della scorsa diri-
genza di riacquistare un posto al sole e, insieme, sulle sue difficoltà ad
adeguarsi al mutato stato di cose. Tanto il Rinnovamento quanto «La
Nazione» durarono il tempo d’un mattino, e si rivelarono, scrisse nel
1923 Gabriele Foschiatti, «Spettri... scomparsi in un giorno qualunque...
senza un ricordo, senza un rimpianto» 16.
La struttura chiusa (perlomeno così appariva all’esterno, non essendo
mancati screzi intestini), l’esigenza di farsi blocco per rintuzzare l’avanza-
ta di slavi e socialisti, avevano conferito al partito italiano una fisionomia
tanto compatta, lo avevano indotto ad arroccarsi con così forte tenacia sul
proprio scoglio assiologico, che nel 1918 diventava assai arduo, se non
impossibile, adottare quell’elasticità mentale e capacità di mediazione che
le sopravvenute circostanze richiedevano. Sciolto il Consiglio comunale,
nominato un Commissario straordinario al municipio, nell’estate del 1919
il Governatorato militare delegò le sue funzioni a un Commissario civile.

La resurrezione massonica

Persino la fondazione a Trieste, appena terminata la guerra, di due


logge all’obbedienza del Grande Oriente d’Italia (Goi), l’Alpi Giulie di
Rito scozzese e la Guglielmo Oberdan di Rito simbolico, fu un episodio
congiunto all’esperienza del partito liberal-nazionale da un filo così
tenue che sarebbe azzardato postulare l’esistenza di una filiazione diret-

15
Ivi, pp. 28-29.
16
Galliano F , Dall’irredentismo alla resistenza nelle provincie adriatiche: Gabriele
Foschiatti, Udine, Del Bianco, 1966, p. 57.
200 Luca G. Manenti

ta. Uno dei fratelli della Guglielmo Oberdan, infatti, era il sopracitato
Foschiatti, interventista mazziniano, accolto apprendista l’11 dicembre
1923 17, ossia nel medesimo periodo in cui, dalle pagine della gobettiana
«Rivoluzione liberale», scagliava parole di fuoco all’indirizzo del resu-
scitato assembramento borghese, i cui membri, epigoni della vecchia
guardia liberale, erano da lui giudicati facili prede della propaganda
fascista, che ne avrebbe sfruttato, unitamente, «il nullismo ideologico»
e «il sincero attaccamento all’Italia» 18.
Ciò nonostante, tra i confratelli vi fu un antico aderente alla cerchia
liberal-nazionale, Luigi Candotti, ex direttore del Civico liceo fem-
minile 19, mentre uno dei fondatori dell’officina era Enrico Liebmann,
irredentista di lunga data e tipico rappresentante del fuoruscitismo trie-
stino in collegamento con le logge, nato nel 1866 nella città litoranea e
affiliatosi alla milanese La Ragione nel 1903 20.
Pressoché in simultanea sorse una terza loggia, la Trieste redenta
all’obbedienza della Gran Loggia d’Italia, detta di Piazza del Gesù,
che avrebbe successivamente gemmato la XX settembre, venerabile il
pastore metodista Felice Dardi 21. A erigere le colonne della Guglielmo
Oberdan il 15 dicembre 1918 furono nove fratelli, tra cui il torinese
Giacomo Treves, regista massimo dell’operazione. Cinque giorni dopo,
anniversario dell’impiccagione di Oberdan, l’officina omonima orga-
nizzò in tandem con l’Alpi Giulie una cerimonia in onore del martire
dell’irredentismo, invitando in veste d’oratore Benito Mussolini. Treves
funse da anello di congiunzione fra il Goi e D’Annunzio nell’impresa
fiumana, ricompensato dall’orbo veggente con una cassa di bottiglie e
un biglietto che recitava: «Bevi coi compagni questo fervido vino ita-

17
A S G (in seguito A ), Libro matricolare,
Foschiatti Gabriele, n. matricola 72311. Il libro matricolare riporta erroneamente l’anno
di nascita di Foschiatti (1899 invece che 1889), ma che si tratti della stessa persona lo
confermano il giorno, il mese, il luogo di nascita (28 giugno, Trieste).
18
F , Dall’irredentismo alla resistenza cit., p. 57.
19
Gino B , Medea Norsa: gli anni giovanili (1877-1912), in Hermae. Scholars
and Scholarship in Papyrology, edited by Mario C , Pisa, Giardini editori e
stampatori, 2007, pp. 207-221: 215.
20
M , Massoneria e irredentismo cit.; A , Libro matricolare, Liebmann Enrico,
n. matricola 15159.
21
L G. M , Massoneria e società occulte a Trieste tra XVIII e XX secolo, in
All’Oriente d’Italia. Le fondamenta segrete del rapporto fra Stato e Massoneria, a
cura di Massimo R e Andrea V , Soveria Mannelli, Rubbettino, 2013,
. 22 2 2 4. Su ardi vedi il breve ro lo bio ra co in Roberto S , Il
bibliotecario di Ventotene. Mario Maovaz: un rivoluzionario per l’Europa dei popoli,
Trieste, Irsml FVG, 2017, p. 119 nota 3.
Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a Trieste 201

liano alla salvezza di Fiume che è oggi l’eroina della libertà nel mondo
folle e vile. Per Fiume Italiana Alalà» 22.
All’indomani del primo conflitto vi fu, a livello nazionale, un ingres-
so tumultuoso di nuovi adepti nelle officine afferenti alla massoneria di
Palazzo Giustiniani: dalle 1.720 iniziazioni del 1918 si passò alle 3.300
nel 1919, per giungere a quota 5.831 nel 1921 23. I piè di lista dell’Alpi
Giulie e della Oberdan confermano, nel loro piccolo, l’impennata d’a-
desioni alla libera muratoria in quella fase, e, per quanto non esenti da
sviste e omissioni, restituiscono in maniera affidabile i profili sociale e
anagrafico degli affiliati.
L’Alpi Giulie contava 75 fratelli, tra cui 19 impiegati, 8 medici, 6
ufficiali dell’esercito, 6 fra professori, insegnati e ispettori scolastici, 4
fra capitani marittimi e di mercantili, 4 negozianti, 3 ingegneri, 2 bancari,
1 capo stazione, 1 studente, 1 ufficiale amministrativo, 1 costruttore, 1
meccanico, 1 avvocato, 1 pastore valdese e 16 persone il cui mestiere non
veniva specificato 24. Ne usciva confermata la natura borghese della mas-
soneria, sempre ribadita in sede storiografica, anche se nei decenni addie-
tro non erano mancate nella penisola, soprattutto in area toscana, logge
composte da manovali e lavoratori di fatica, compresi fuorusciti triestini 25.
Oltre alla vaga categoria degli impiegati, molti erano i medici, in linea
con una tendenza già invalsa nell’Italia unita e che avrebbe continuato a
caratterizzare la società triestina del secondo dopoguerra, dove le affinità
elettive fra medicina e libera muratoria sarebbero durate pertinaci 26.
Gli ufficiali dell’esercito formavano uno spicchio di riguardo, riflet-
tendo il generale aumento dei professionisti delle armi nelle file masso-
niche a partire dalla guerra libica, sfociato in una partecipazione quanti-
tativamente ragguardevole nel primo conflitto mondiale 27. Il grosso dei
fratelli dell’Alpi Giulie era nato negli anni Ottanta del secolo, seguivano
i nati nel decennio seguente e, meno folti, i venuti al mondo negli anni

22
Aldo A. M , Storia della Massoneria italiana. Dalle origini ai nostri giorni, Milano,
Bompiani, 1994, p. 452.
23
., Gran Loggia d’Italia e questione nazionale. Dalla Grande Guerra al regime
fascista (1915-1926), in «Nuova Antologia», 153, 2286 (2018), pp. 214-236: 227.
24
A , Libro matricolare della loggia Alpi Giulie.
25
M , Massoneria e irredentismo cit., p. 26.
26
Vedi il capitolo Squadra e caduceo in Luca G. M , «Dove gli ammalati hanno
tutti i benefici . toria del anatorio riestino dal 189 a oggi, Milano, Biblion, 2017,
pp. 75-83.
27
Vedi Andrea V , Stellette d’Oriente. Cenni sui rapporti tra l’Esercito Italiano
e la Massoneria dal Risorgimento alla Grande fredda, in All’Oriente d’Italia cit.,
pp. 103-118.
202 Luca G. Manenti

Sessanta e Settanta. Il più anziano apparteneva alla classe 1856, i due


più giovani alle classi 1904 e 1902; entrambi furono iniziati il 27 luglio
1923, all’età, rispettivamente, di diciannove e ventun anni. L’ossatura
della loggia era costituita, in sintesi, dai poco più che quarantenni, men-
tre solo 28 uomini sul totale erano originari di Trieste.
Le informazioni riguardanti la Guglielmo Oberdan meritano una
più calma riflessione. Nel 1998 Ferdinando Cordova ha riportato in un
volume le professioni dei membri, lasciandoli però anonimi 28, lacuna che
siamo ora in grado di colmare. La lista di Cordova, recuperata all’Archi-
vio Centrale dello Stato, comprendeva, a suo dire, 116 nomi, mentre quel-
la da noi posseduta, proveniente dall’Archivio Storico del Grande Oriente
d’Italia, 108 29. Da questa risultano infatti espunti, per ragioni sconosciute,
i dati relativi ai 9 fondatori, tuttavia recuperabili nella documentazione
pubblicata da Aldo A. Mola nel 1990 30. Sommati questi al nostro elenco
ricaviamo la cifra di 117, discrepante di una unità, dunque, da quella di
Cordova. Se la matricola dello storico calabrese non indicava le profes-
sioni di tutti 31, la nostra è invece, da questo punto di vista, completa.
Vi sono presenti 26 impiegati, 17 medici, 10 ufficiali dell’esercito, 6
commercianti, 12 fra professori, insegnanti, docenti, direttori e ispettori
scolastici, 4 fra avvocati e dottori in legge, 4 fra capitani marittimi e di
mercantile, 3 ingegneri, 3 ferrovieri, 3 studenti, 2 ragionieri, 2 rappresen-
tanti, 1 costruttore, 1 tipografo, 1 agente teatrale, 1 farmacista, 1 maestro
di musica, 1 libraio, 1 agente di cambio, 1 notaio, 1 giornalista, 1 mec-
canico, 1 bancario, 1 negoziante e 4 persone dal mestiere indecifrabile.
Oltre all’omogeneità sociale, spiccano in ambedue le liste i molti
cognomi ebraici, fatto che non stupisce, visto il connubio alquanto stret-
to che sin dalla concessione dello Statuto albertino nel 1848, che aveva
emancipato gli israeliti, si era creato fra ebraismo e patriottismo italiano
in generale, e poi irredentista in particolare, tanto nella penisola che a
Trieste. L’affiliazione massonica si coniugava talvolta con interessi per
l’esoterismo, le religioni alternative e le discipline di frontiera, come nel

28
Ferdinando C , Massoneria in Calabria. Personaggi e documenti 1863-1950,
Cosenza, Pellegrini, 1998, p. 30 continuazione di nota 17 a p. 29.
29
A , Libro matricolare della loggia Guglielmo Oberdan.
30
Aldo A. M , L’ultima impresa del Risorgimento: la Massoneria per d’Annunzio a
Fiume, in La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria, a cura di ., Foggia,
Bastogi, 1990, pp. 261-303: 284.
31
Per l’esattezza 9, almeno così risulta sottraendo il numero di coloro la cui professione
è segnata dal totale dei membri. Cordova si limitava ad asserire mancante l’indicazione
del mestiere «di pochi iscritti» (C , Massoneria in Calabria cit.).
Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a Trieste 203

caso dell’insegnate Menotti Belgrano, vicino alla sezione triestina della


Società Teosofica 32. Accolto trentanovenne nella Oberdan nel 1921, egli
assurse ai gradi di compagno e di maestro nel maggio e nel dicembre
dell’anno successivo 33. Una repentina scalata gerarchica, la sua, emble-
matica dei percorsi compiuti da parecchi fratelli, che nel giro di pressa-
poco un biennio passavano da apprendista al terzo e ultimo grado della
massoneria azzurra. Nel 1943 Belgrano, ormai anziano, si recò presso
l’Ispettorato Speciale di Pubblica Sicurezza per chiedere, senza successo,
un atto di clemenza nei confronti della vedova e della figlioletta di un
partigiano. Raccolte in un memoriale le atrocità commesse dall’organo
fascista, inviò la documentazione al governo Badoglio dopo il 25 luglio 34.
Altro denominatore comune di tanti fratelli era la scelta interventista.
Bruno Bassi-Janovitz (la prima parte del cognome era lo pseudonimo
usato in trincea) 35, triestino classe 1894, era partito volontario in grigio-
verde per combattere gli austriaci, guadagnandosi due croci di guerra 36.
Nel dopoguerra divenne proprietario di un’agenzia pubblicitaria con
annesso stabilimento tipografico, dove si stampava «La Domenica del
Cinema» 37, e nel 1936 ottenne il titolo di cavaliere per decreto reale 38.

L’assalto alle logge

Più il fascismo montava, più l’orizzonte s’inscuriva per la libera


muratoria italiana. Mussolini l’avrebbe all’inizio usata, quindi combat-
tuta, infine costretta allo scioglimento, nonostante l’affiliazione di cami-
cie nere d’alto rango e di uomini che avrebbero occupato punti strategici

32
A G T G E B , Ts Doc. 3, Pergamena
ratulatoria dedicata al ro essor Menotti Bel rano contenente le rme di tutti i soci del
Gru o di Trieste htt // .teoso ca.or , Sezione n. 1 ocumentazione Storica.
33
A , Libro matricolare, Belgrano Menotti, n. matricola 61588.
34
Galliano F , Trieste in guerra 1940-1945. Società e Resistenza, Trieste, Irsml FVG,
1999, p. 37; Elio A , Italia fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia (1918-
1943), Bari, Laterza, 1966, p. 440.
35
Fabio T , orire per la patria. I volontari del itorale ustriaco nella rande
Guerra, Udine, Gaspari, 2005, p. 166.
36
Federico P , Volontari delle Giulie e di Dalmazia, Compagnia volontari
giuliani e dalmati, Trieste, s.n., 1928, p. 382.
37
Pier Paolo S , C. Schmidl & Co. L’editoria musicale e negozi di musica nel Friuli
Venezia Giulia con integrazioni (sino al 1945) riguardanti Istria e Dalmazia, Udine,
Pizzicato, 2005, p. 156.
38
Gazzetta U ciale del Re no d talia , , 8 (193 ), . 1081 1082.
204 Luca G. Manenti

nello stato totalitario, da Alberto Beneduce, capo dell’Istituto per la


ricostruzione industriale, a Giuseppe Belluzzo, negli anni Venti ministro
prima dell’Economia e poi della Pubblica istruzione 39.
La scure fascista s’abbatté inesorabile sulle logge nel 1925, quando, a
seguito del fallito attentato al duce del massone Tito Zaniboni, complot-
to in realtà eterodiretto dalle frange intransigenti del regime, l’istituzione
divenne il bersaglio degli uomini in fez 40. Il 5 novembre il prefetto di
Trieste Amedeo Moroni, incalzato dal ministro dell’Interno, inviò i
carabinieri a sequestrare arredi e carte delle logge afferenti a Palazzo
Giustiniani 41, risparmiando, a quanto sembra, quelle all’obbedienza di
Piazza del Gesù, il cui gran maestro, Raoul Palermi, si era dimostrato un
acceso fiancheggiatore del regime 42.
La famiglia massonica da lui guidata, acerrima avversaria del Goi,
contava tra gli iscritti i nomi di Italo Balbo, Giuseppe Bottai, Roberto
Farinacci, Giacomo Acerbo, Michele Terzaghi, Cesare Rossi, e svolse un
ruolo notevole nella fase aurorale del fascismo, garantendo aiuti econo-
mici e reti d’appoggio 43. Un appoggio che non l’avrebbe salvata, di lì a
breve, dallo stesso trattamento riservato al Grande Oriente, il quale pure
aveva parteggiato, in principio, per Mussolini 44. Massoneria e fascismo,
d’altronde, avevano un nemico in comune, il bolscevismo. Tra il 1921
e il 1925 i fasci si erano però fusi con i nazionalisti, che portarono in
dote una forte carica di massonofobia. La fratellanza fu messa al bando
e Trieste conobbe una spietata caccia al massone, un destino condiviso
da altre città del regno.

39
M , Gran Loggia d’Italia e questione nazionale cit., pp. 220, 225.
40
Mimmo F , Il “complotto” Zaniboni-Capello e un gran maestro alla
sbarra, in La massoneria italiana da Giolitti a Mussolini. Il gran maestro Domizio
Torrigiani, a cura di Fulvio C , Roma, Viella, 2014, pp. 139-163.
41
Anna Maria V , entinelle della patria. Il fascismo al confine orientale 1918-1941,
Roma-Bari, Laterza, 2011, pp. 153-154.
42
Michele V , La Gran loggia del Territorio Libero di Trieste. Massoneria a
Trieste 1945-1954, tesi di laurea in Scienze Politiche, Università degli Studi di Trieste,
relatore G. Parotto, a.a. 2004/2005, p. 51.
43
Fulvio C , Palermi Raoul Vittorio, in izionario iografico degli Italiani, LXXX,
Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 2014, pp. 436-438.
44
Vedi la missiva inviata nel 1923 al gran maestro Domizio Torrigiani da un capo del
fascio trentino, che lamentava l’ostilità della Gran Loggia concorrente: «I fascisti
massoni trentini respingono sdegnosamente le vergognose insinuazioni dei signori
di Piazza del Ges e ria ermano tutto il loro attaccamento alla talianissima e ura
nostra organizzazione», citata in Fulvio C , Massoneria e fascismo: dalla marcia
su Roma alla legge sulle associazioni segrete, in La massoneria italiana da Giolitti a
Mussolini cit., pp. 85-108: 92.
Un fuoco fatuo. Rinascita e scomparsa della massoneria a Trieste 205

In contemporanea con l’azione di polizia, le squadre capitanate da


Carlo Lupetina, che cinque anni prima era stato uno dei protagonisti
dell’assalto al Balkan, anzi colui che aveva procurato le latte di com-
bustibile per appiccare l’incendio 45, diedero l’assalto alla sala adibita a
tempio che si trovava nel ridotto del Teatro comunale di piazza Verdi.
Il giorno successivo «Il Piccolo» diede conto dell’accaduto, illustrando
le collusioni e i presunti attriti tra forze dell’ordine e manganellatori in
orbace:
Specialmente in piazza Verdi cominciava l’animazione che doveva dar luogo
all’incidente più caratteristico della serata. Ecco che sopraggiungono i primi
gruppi per raccogliersi. La Questura aveva ordinato il piantonamento della
sede della loggia massonica. Una cintura di protezione di carabinieri ne
impediva l’accesso. Si sapeva che il prefetto di Trieste gr. uff. Moroni, in
ottemperanza agli ordini ricevuti da Roma, aveva disposto precedentemente
a fare occupare la sede. Il gruppo di fascisti diventa massa e – sono le 19.45 –
preme sul cordone dei carabinieri. […] Non si sa come siano saliti lassù. Ma
l’effetto è immediato. Dalle finestre si gettano drappi, qualche piccolo mobi-
le, inse ne. Poi si buttano se iole, o uscoli, s ade, numeri della Rasse na
Massonica . i tutti i libri e i documenti e delle se iole si a un al 46.
Lupetina, processato con l’accusa d’offesa a pubblico ufficiale, fu
assolto per insufficienza di prove. Paradossalmente, le logge giustinia-
nee avevano da poco sloggiato i locali del teatro, ove era rimasta la sola
officina dipendente da Piazza del Gesù, che fu pertanto la vittima non
designata ma effettiva dell’incursione fascista. 47 Non per questo le prime
scamparono il pericolo, ché i saccheggi e le violenze colpirono le abita-
zioni e gli studi professionali dei suoi membri. La legge n. 2029 del 26
dello stesso mese sulla Regolarizzazione dell’attività delle Associazioni,
Enti ed Istituti, passata in Senato con 182 «sì», 10 «no» e una manciata
d’astensioni, tra cui quella di Benedetto Croce 48, poneva termine ai con-
trasti tra fascismo e massoneria, di fatto cancellata dal provvedimento
liberticida.

45
Matteo F , imenticare il al an . a distruzione del Narodni om di rieste
nelle rielaborazioni fasciste (1921-1941), in «Qualestoria», 44, 2 (2016), pp. 7-23: 17.
46
L’articolo è riprodotto in V , La Gran loggia del Territorio Libero di Trieste cit.,
p. 52.
47
Ivi, p. 53.
48
Luigi P , Annales. Gran Loggia d’Italia degli A.L.A.M. 1908-2012. Cronologia
di storia della Massoneria italiana e internazionale, a cura di Aldo A. M , Roma,
Atanòr, 2013, p. 94. Vedi anche Fabio V , Massoneria e Fascismo. Dall’intesa
cordiale alla distruzione delle logge come nasce una guerra di religione 1921-
1925, Roma, Castelvecchi, 2008.
206 Luca G. Manenti

Quattro giorni prima Torrigiani aveva sciolto le logge del Goi. La


massoneria triestina seguiva le sorti di quella nazionale. Come la fenice,
essa sarebbe risorta dalle proprie ceneri all’indomani della liberazione,
riappropriandosi dell’abituale ruolo di custode dei valori della patria,
che alla fine del secondo conflitto significava battaglia per il ritorno in
seno all’Italia della città adriatica, in bilico fra mondo occidentale capi-
talistico e orientale comunista.

L G. M