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PIERLUIGI CASTALDI anno

ANNA MARIA ROSSI A

VANGELO
A COLAZIONE
Commento
al Vangelo
di ogni giorno
in famiglia
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

SHEMà
Ascolto e Annuncio
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

PIERLUIGI  CASTALDI
ANNA MARIA  ROSSI CASTALDI

VANGELO
A COLAZIONE
Commento
al Vangelo di ogni giorno
in famiglia

Anno A
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Ringraziamo l’amico Gabriele Bottai


che, con la sua preziosa collaborazione,
ha reso possibile la pubblicazione di questo libro.

Copyright © 2010 per i testi biblici


Libreria Editrice Vaticana
Città del Vaticano

Imprimatur
Padova, 26 agosto 2010
Onello Paolo Doni, Vic. Gen.

ISBN 978-88-250-2710-5

Copyright © 2010 by P.P.F.M.C.


MESSAGGERO DI SANT’ANTONIO – EDITRICE
Basilica del Santo - Via Orto Botanico, 11 - 35123 Padova
www.edizionimessaggero.it
Prima edizione digitale 2010
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Questo eBook non potrà formare oggetto di scambio, commercio,
prestito e rivendita e non potrà essere in alcun modo diffuso
senza il previo consenso scritto dell’editore.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Presentazione

Genesi del libro

Sono passati molti anni da quando i nostri figli erano pic-


coli e noi insegnavamo loro a pregare, a non dire bugie, a fare
i compiti e ad andare in bicicletta. Ora sono cresciuti, hanno
tutti il loro titolo di studio e un’attività professionale. Molti si
sono formati una loro famiglia e ci hanno resi ricchi di nipoti e
tutti, ormai, sono usciti dalla casa paterna.
Per ben trent’anni, al mattino, ci siamo alzati e abbiamo ini-
ziato la giornata, tutti seduti intorno al tavolo del tinello lungo
più di quattro metri, a far colazione, attratti dal profumino del
pane tostato e lieti di pregare e meditare le Sacre Scritture. Poi,
dopo una mezz’oretta, ciascuno andava verso i propri impegni
della giornata: noi genitori al lavoro, i figli a scuola o all’asilo,
e la nonna a casa a preparare il pranzo e a tenere in ordine i ve-
stiti per tutti. Così, un giorno dopo l’altro, siamo tutti cresciuti
alla luce della parola di Dio.
Le parti fondamentali del nostro pregare insieme erano, e
sono tuttora, la lettura delle Sacre Scritture – con preferenza
per il vangelo della liturgia del giorno – seguita da qualche ri-
flessione, la lode e il ringraziamento al Signore per tutti i doni
di cui continuamente ci ricolma, oltre alla richiesta di interces-
sione per i bisogni nostri e delle persone che vivono momenti
di particolare difficoltà. Ed è sempre stato molto bello passare
dalla preghiera di richiesta per una grazia particolare, a quella
di ringraziamento per averla ottenuta.
Poiché alcuni figli sono stati adottati e sono giunti, già ab-
bastanza grandi, da paesi lontani, noi genitori ci siamo trovati
a dover gestire, educare e far crescere giovani di età diversa, di
cultura diversa, di formazione diversa e anche di lingua diversa.
In realtà eravamo tutti da educare, noi come genitori e loro
come figli. Così, su suggerimento degli amici Chiara e Alberto
Natali, che qualche anno prima si erano trovati in una situa-

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zione molto simile alla nostra, abbiamo deciso di andare tutti a


scuola affidandoci alla parola di Dio che ogni giorno la chiesa
ci propone nella liturgia.
Grazie a Dio, noi genitori, pur con qualche acciacco dovuto
agli anni che passano, godiamo di buona salute; sembra ci sia
ancora abbastanza sabbia nella parte superiore delle nostre cles-
sidre, e vorremmo impiegare bene questo meraviglioso tempo
della «sera che non imbruna». Così siamo andati a ritrovare, a
volte attualizzandolo, ciò che il Signore ci ha detto nel corso
degli anni, durante le nostre preghiere del mattino.
È un desiderio nato qualche tempo fa; lo abbiamo lasciato
covare sotto la cenere, poi ne abbiamo parlato a padre Raniero
Cantalamessa, che ci ha incoraggiati con queste parole: «L’idea
mi sembra ottima, risponde all’invito di Gesù dopo la moltipli-
cazione dei pani: “Raccogliete i pezzi avanzati perché nulla va-
da perduto”» (Gv 6,12). Poi è arrivato l’amico Gabriele Bottai,
che ha raccolto le nostre riflessioni, battute e organizzate nella
forma in cui oggi si possono leggere.
Nel raccogliere i pensieri è nato in noi il desiderio di offrirli
anche ad altri: a tutti coloro che desiderano arricchire le gior-
nate di nuovi significati e nuove speranze. In particolare vor-
remmo essere d’aiuto alle famiglie nella fatica quotidiana di
far crescere i figli. Molti genitori, infatti, desiderano educare
cristianamente i figli, ma spesso non sanno come fare e da dove
cominciare, perché non conoscono un metodo facile e sicuro.
Quante volte abbiamo riflettuto sull’importanza di alimen­
tare in noi e nei nostri ragazzi l’atteggiamento della gratitudine
e del ringraziamento, spesso aiutandoci con la lettura dei salmi,
che ne sono ricchissimi! Via via che questo sentimento vie-
ne assimilato, l’occhio e il cuore divengono sempre più capaci
di riconoscere e di gioire per tutte le meraviglie che il Signo-
re opera ogni giorno nella nostra vita, nella creazione e nella
storia. Questa è anche la medicina più efficace per debellare
tristezze, incontentabilità e depressione, oggi sempre più diffu-
se. Se i genitori, che dicono di non riuscire a trovare il tempo
per pregare con i figli, sapessero quanto ne guadagnerebbero e
quante delusioni e dispiaceri si risparmierebbero, troverebbero
subito il tempo di farlo.

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Per concludere aggiungiamo che ancor oggi, dovunque i no-


stri figli siano andati, con le loro nuove famiglie o nei contesti
nei quali si sono trovati a vivere, hanno mantenuto l’abitudine
della preghiera e della meditazione della parola di Dio, al mat-
tino durante la colazione.
Noi genitori, che nel frattempo siamo diventati nonni già
sedici volte, siamo tornati a essere in due, come quando ci
siamo sposati, ma la preghiera del mattino va sempre avanti.
All’inizio si pregava con i figli, ora si prega per i figli, per le loro
famiglie, per i nipoti, per gli amici, per la società e per quanti
ci chiedono un «memento» per loro. Così, anche se siamo ri-
masti in due, continuiamo a essere in comunione di preghiera
con tutti.

Pierluigi e Anna Maria

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tabella  annuale  dellE  celebrazioni  mobili
Settimane  del  Tempo  Ordinario
Ciclo Ciclo I  domenica
Anno Ceneri Pasqua Ascensione Pentecoste prima  della  Quaresima dopo  il  Tempo  pasquale
dom. feriale di  Avvento
n°  settim.   fino  al  giorno da  settim.     dal  giorno  
2011 A I 28  nov.  (2010)   9  marzo 24  aprile   5  giugno 12  giugno 9   8  marzo 11 13  giugno
2012 B II 27  nov.  (2011) 22  febbr.   8  aprile 20  maggio 27  maggio 7 21  febbraio 8 28  maggio
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2013 C I   2  dic.  (2012) 13  febbr. 31  marzo 12  maggio 19  maggio 5 12  febbraio 7 20  maggio
2014 A II   1  dic.  (2013)   5  marzo 20  aprile   1  giugno   8  giugno 8   4  marzo 10   9  giugno
2015 B I 30  nov.  (2014) 18  febbr.   5  aprile 17  maggio 24  maggio 6 17  febbraio 8 25  maggio
2016 C II 29  nov.  (2015) 10  febbr. 27  marzo   8  maggio 15  maggio 5   9  febbraio 7 16  maggio
2017 A I 27  nov.  (2016)   1  marzo 16  aprile 28  maggio   4  giugno 8 28  febbraio 9   5  giugno
2018 B II   3  dic.  (2017) 14  febbr.   1  aprile 13  maggio 20  maggio 6 13  febbraio 7 21  maggio
2019 C I   2  dic.  (2018)   6  marzo 21  aprile   2  giugno   9  giugno 8   5  marzo 10 10  giugno
2020 A II   1  dic.  (2019) 26  febbr. 12  aprile 24  maggio 31  maggio 7 25  febbraio 9   1  giugno
2021 B I 29  nov.  (2020) 17  febbr.   4  aprile 16  maggio 23  maggio 6 16  febbraio 8 24  maggio
2022 C II 28  nov.  (2021)   2  marzo 17  aprile 29  maggio   5  giugno 8   1  marzo 10   6  giugno
2023 A I 27  nov.  (2022) 22  febbr.   9  aprile 21  maggio 28  maggio 7 21  marzo 8 29  maggio
2024 B II   3  dic.  (2023) 14  febbr. 31  marzo 12  maggio 19  maggio 6 13  febbraio 7 20  maggio
2025 C I   1  dic.  (2024)   5  marzo 20  aprile   1  giugno   8  giugno 8   4  marzo 10   9  giugno
2026 A II 30  nov.  (2025) 18  febbr.   5  aprile 17  maggio 24  maggio 6 17  febbraio 8 25  maggio
2027 B I 29  nov.  (2026) 10  febbr. 28  marzo   9  maggio 16  maggio 5   9  febbraio 6 17  maggio
2028 C II 28  nov.  (2027)   1  marzo 16  aprile 28  maggio   4  giugno 8 29  febbraio 9   5  giugno
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Introduzione

La pedagogia di Gesù

Offriamo questa breve riflessione sulla «pedagogia» di Gesù,


perché i genitori cristiani, che lo desiderano, possano farla pro-
pria per l’educazione dei loro figli.
Il Figlio di Dio, e Dio egli stesso, si è incarnato nella perso-
na di Gesù di Nazaret, è venuto sulla terra per la salvezza del
mondo e l’ha realizzata tramite la liberazione e la redenzione
dell’uomo dal peccato. Il riscatto per quest’opera di salvezza è
stato pagato, una volta per tutte, da Gesù Cristo stesso sulla
croce, ma perché quell’evento non fosse un episodio ristretto
agli uomini della Palestina del suo tempo e potesse coinvolgere
ogni uomo, di ogni tempo e luogo, egli ha istituito la chiesa.
La costituzione della chiesa richiedeva, da parte di Gesù, la
formazione di alcuni uomini i quali, dopo la sua morte e risur-
rezione, avrebbero dovuto prenderne le redini.
I vangeli, che in futuro sarebbero stati scritti da quelle stes-
se persone, mettono chiaramente in evidenza la strategia della
loro formazione. È vero che Gesù ha dedicato buona parte del
suo tempo alle folle, ma dalla lettura dei vangeli risulta chiaro
che il suo impegno prioritario è stato rivolto alla crescita di
quel ristretto numero di uomini, che egli chiamò apostoli.
Perché Gesù ha dedicato gran parte della sua missione alla
formazione di pochi uomini? Con gli annunci appassionati di
Giovanni il Battista che risuonavano nelle orecchie delle molti-
tudini, egli avrebbe potuto facilmente avere un seguito di mi-
gliaia di persone, se avesse voluto. Perché non lo ha fatto? La
risposta a questa domanda mette a fuoco la strategia del suo
piano di evangelizzazione.
Lo scopo di Gesù non era quello di far accorrere le folle,
ma di introdurre un regno che si allargasse fino a raggiungere
ogni uomo, di ogni luogo e di ogni tempo. Per realizzare questo

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progetto egli aveva bisogno di pochi uomini, adeguatamente


formati e preparati che, in futuro, potessero guidare moltitudi-
ni di persone.
Una folla, come egli stesso l’ha più volte definita, è un gregge
senza pastore, disposta a seguire chiunque le prometta un po’
di benessere, allora come oggi. Dopo la sua morte, una folla sa-
rebbe stata facilmente dispersa dalle autorità religiose che, nella
Palestina di quel tempo, controllavano completamente la vita
e gli affari di tutto il popolo. Gesù, del resto, ben conosceva la
volubilità della natura umana e la realtà delle forze sataniche
di questo mondo, da sempre in guerra per invadere e occupare
l’umanità, e tramite questa il mondo intero.
Le moltitudini di persone confuse e senza pastore erano
pronte a seguirlo, ma egli decise di concentrare la sua attività
apostolica su poche persone, che poi avrebbero diffuso la buo-
na novella in luoghi sempre più lontani, fino a raggiungere, nel
corso dei secoli, gli estremi confini della terra.
Anche noi genitori, oggi in particolare, ci troviamo nella
stessa situazione di Gesù di Nazaret: abbiamo l’opportunità di
collaborare alla salvezza del mondo, non soltanto per come ci
impegniamo nella società, nella professione e nella chiesa, ma
ancor più per come educhiamo i nostri figli alla fede e ai valori
cristiani.
Ecco, allora, che il vangelo ci offre un metodo e un pro-
gramma formativo, ideato da Gesù stesso, che ci permette di
collaborare alla salvezza del mondo. Ma soprattutto ci offre il
modo di conoscere lui, il suo stile di vita, il suo modo di co-
municare e di comportarsi nei vari momenti della giornata, che
costituiscono i capisaldi del suo metodo formativo.
I testi del vangelo non sono libri solo da leggere, sono da
ascoltare e da meditare. Essi sono stati ispirati dallo Spirito San-
to e nello Spirito Santo devono essere ascoltati, allo stesso mo-
do in cui i due discepoli di Emmaus, ascoltando Gesù dopo la
risurrezione, hanno capito tutto: «Ed ecco… due di loro erano
in cammino per un villaggio di nome Emmaus, e conversavano
di tutto quello che era accaduto… Gesù in persona si accostò
e disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi
durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste… Ed egli

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disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei
profeti!...”. E cominciando da Mosè… spiegò loro in tutte le
Scritture ciò che si riferiva a lui» (Lc 24,13-27).
L’esperienza di quei due discepoli ci suggerisce come trovare
Cristo anche oggi: lo si deve cercare tra di noi, sulla nostra stes-
sa via, ma non lo possiamo riconoscere se, come loro, viviamo
le nostre giornate con il volto triste e se il Signore non invia
il suo Spirito ad aprirci la mente e il cuore alla comprensione
delle Sacre Scritture.
«“Che cosa cercate?” – sono le prime parole di Gesù ai di-
scepoli nel Vangelo di Giovanni –. Gli risposero: “Rabbì (che
significa Maestro), dove abiti?”. Disse loro: “Venite e vedrete”
(Gv 1,38-39). Anche in questo nostro tempo il Signore rivolge
le stesse domande a quanti annaspano per venire a capo dei loro
problemi esistenziali: «Che cosa cercate?… Venite e vedrete».
Noi possiamo testimoniare che lo si può incontrare, ascolta-
re e contemplare nella sua parola, ed egli stesso prende dimo-
ra presso di noi se ogni giorno rimaniamo nella sua parola. È
tramite le Sacre Scritture che il Signore ci parla, ci attira a sé,
ci modella e risponde, uno dopo l’altro, ai molti problemi che
assillano la nostra mente e il nostro cuore durante la giornata.
Le Scritture, partendo dalla Genesi fino all’Apocalisse, ci par-
lano di Gesù Cristo, la Parola vera che il Padre ci ha mandato,
perché in lui possiamo trovare «la via, la verità e la vita», che
ciascuna persona va cercando.
In questo cammino di conoscenza progressiva del Signore
noi non siamo soli: siamo guidati, un passo dopo l’altro, dallo
Spirito Santo, il quale non solo ci illumina le Scritture, ma fa
anche in modo che ne ritroviamo le orme nella nostra vita. A
poco a poco succede che, per un meraviglioso effetto di osmosi,
non ci sia discontinuità tra ciò che leggiamo e ciò che vivia-
mo. La verità confluisce nella nostra vita e questa nella verità,
finendo per farci vivere e pensare sempre più come il Signore,
seppure con molte contraddizioni, indotte dal nostro peccato e
dai nostri limiti umani.
È in questo modo di vivere le nostre giornate che ci educhia-
mo tutti, genitori e figli, alla fede e ai valori del vangelo. È il
Signore il vero Maestro.

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Avvertenza per i lettori


«In una mano la Bibbia e nell’altra il giornale», diceva il teologo
svizzero Karl Barth per affermare che la Parola di Dio e la vita di
tutti i giorni si illuminano a vicenda. Non si può capire l’una se non
alla luce dell’altra. È per questo motivo che, nelle brevi meditazioni
familiari che si trovano in questa raccolta, si incontrano, di tanto in
tanto, dei riferimenti alla nostra vita personale e di famiglia. Sono
il frutto dell’osmosi tra vangelo e vita che, con l’andare del tem-
po, tende a realizzarsi. Quando il lettore incontra queste pagine,
gli suggeriamo di prenderne atto e di ricercare anche nelle proprie
esperienze personali le stesse correlazioni, che certamente esistono e
che costituiscono le orme del Signore nella vita di ciascuno.
Possiamo assicurare che la pratica del «vangelo a colazione», con
il passare degli anni, modella sempre più i pensieri, i sentimenti,
le parole e le azioni di ogni persona della famiglia, avvicinandola
sempre più a lui, origine e fine ultimo della nostra vita.

Il nostro sito internet


Terminata la stesura di questa raccolta di riflessioni sulle Sa-
cre Scritture della liturgia del giorno, ci siamo resi conto che oc-
correva trovare il modo di farle vivere nel tempo, perché la pa-
rola di Dio è viva e ogni giorno aggiunge qualcosa a se stessa.
Una sera, a cena, ne abbiamo parlato ai nostri amici Marina
e Maurizio Degioanni, che operano nel campo dell’informatica e
sono entusiasti della loro professione. Quella sera Marina e Mauri-
zio hanno deciso di regalarci il sito internet «Vangelo a colazione»,
coinvolgendo nostra figlia Maria Francesca per la parte grafica. Per-
tanto, coloro che lo desiderano, possono entrare in comunione di
preghiera con noi e trovare le nostre riflessioni giornaliere all’indi-
rizzo www.vangeloacolazione.it.

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TEMPO DI AVVENTO
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I settimana di Avvento – Domenica


La fine dei giorni
«Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo.
Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano,
prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò
nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse
tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini
saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne
macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate
dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate
di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene
il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi
tenetevi pronti». Mt 24,37-44

Nei suoi ultimi anni il nonno Renzo trascorreva lunghe ore


seduto nel giardino della casa di Castiglioncello. Si godeva i
nipoti, ai quali amava raccontare le storielle della sua infan-
zia, le prime bravate scolastiche, e il gironzolare scalzo per i
campi assolati, durante l’estate. Il ricordo preferito della sua
fanciullezza era, infatti, quel suo andare sempre in giro per la
campagna in cerca di frutta da rubacchiare o, come diceva lui,
citando il Manzoni, ad «alleggerire ai contadini la fatica della
vendemmia». Quando i nipoti erano al mare e rimaneva a casa
da solo, il nonno Renzo si sedeva spesso in giardino a guardare,
attraverso il cancello, il passeggio delle persone sulla strada; e
pensava alla nonna Rita, morta qualche anno prima, alternan-
do ai ricordi qualche preghiera. Il suo modo di pregare più vero
era quel riflettere sul mistero della vita, godendone e, al tempo
stesso, prendendo le distanze da tutto ciò che gli appariva su-
perfluo, per prepararsi all’incontro con il Signore. Era il suo
modo di «trafficare» gli ultimi spiccioli dei talenti che aveva
ricevuto.
Il sipario del nuovo anno liturgico si apre proprio con lo
scenario della fine dei giorni: è una visione escatologica della
storia, della creazione, dell’universo. Non ci è dato conoscere
come la fine del tempo avverrà, ma, per fede, sappiamo che
avverrà, perché tutto ciò che è stato creato o che nasce, alla
fine muore. E anche il tempo, creato da Dio con il mondo,

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avrà fine. Sappiamo solo che sarà una fine gloriosa e gioiosa,
una festa dell’uomo e di tutta la creazione, finalmente liberata
dal peccato e salvata da Gesù Cristo, nostro Signore. Altro non
sappiamo, ma questo ci basta. Possiamo solo intuire come tutto
ciò avverrà riflettendo sulla fine dei nostri giorni terreni. Ogni
creatura di questo mondo, anche la più piccola ed effimera, ri-
specchia infatti tutta la storia dell’universo, allo stesso modo in
cui – direbbe padre Raniero – «una goccia di rugiada sulla siepe
di una strada di campagna, riflette tutta la volta del cielo».

I settimana di Avvento – Lunedì


La fede del centurione
Entrato in Cafàrnao, gli venne incontro un centurione che lo
scongiurava e diceva: «Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato
e soffre terribilmente». Gli disse: «Verrò e lo guarirò». Ma il centurione
rispose: «Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma
di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito. Pur essendo anch’io
un subalterno, ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va;
e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene; e al mio servo: “Fa’ questo!”, ed egli
lo fa». Ascoltandolo, Gesù si meravigliò e disse a quelli che lo seguivano:
«In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così
grande!». Mt 8,5-11

La figura del centurione sembra venirci incontro da un libro


di storia, più che da una pagina del vangelo. Egli non viene
chiamato per nome, bensì viene indicato con il suo ruolo mi-
litare, che ci evoca uno degli imperi più grandi mai esistiti, la
forza e l’orgoglio di un esercito vincitore, in contrasto con la
debolezza di un popolo vinto, di un paese occupato. Tuttavia
il nostro animo non prova avversione per questo uomo d’armi,
perché le sue parole sono ispirate dalla fede nel Signore e da
carità fraterna nei confronti del suo servo. E le nostre categorie
mentali, con le quali solitamente giudichiamo e cataloghiamo
persone ed eventi, ne risultano scompigliate.
È un ufficiale dell’esercito occupante, è uno dei dominatori,
ma sa riconoscere la propria indegnità ad accogliere la perso-

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na di Gesù come Salvatore. Chiede la guarigione con umiltà,


ma, al tempo stesso, con una logica stringente, paragonando
la propria autorità militare alla signoria di Gesù sul male. E
Gesù, non solo accoglie la sua richiesta, ma indica ai presenti,
e anche a tutti noi, questo militare romano come esempio di
umiltà e di fede. Quella fede che strappa le grazie al Signore
può fiorire sotto una corazza militare o inaridirsi in chi ne ha
fatto una scelta di vita, quando diventa routine. Sarà forse per
tutto questo che ci suonano così dolci le parole di questo pa-
gano quando riecheggiano in chiesa, ogni volta che stiamo per
ricevere l’eucaristia: «Signore, io non sono degno».

I settimana di Avvento – Martedì


Dio abita nell’uomo
In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti
rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto
queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre,
perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal
Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre
se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai
discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete.
Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate,
ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
 Lc 10,21-24

Nel vangelo di oggi Gesù ci parla del legame che unisce il


Padre al Figlio e il Figlio al Padre. Non lo spiega, è un an-
nuncio, e mentre lo annuncia Gesù esulta nello Spirito Santo,
perché Dio ha rivelato i misteri del regno dei cieli ai piccoli e
li ha nascosti ai sapienti. «Queste cose», come egli le chiama,
non vanno capite: sono verità che devono essere ascoltate e alle
quali bisogna prima credere, per poterle capire. Una di queste
verità, quella che ci viene annunciata oggi, è il rapporto di co-
noscenza e di comunione che intercorre tra il Padre e il Figlio:
«nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se
non il Figlio». È un rapporto che, anche se in forma umana,

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tutti abbiamo sperimentato. Quando Gabriele chiama Gian


Mario o Claudia chiama Giannandrea, essi si voltano, perché
riconoscono la voce dei figli; e le persone presenti realizzano,
dall’immediatezza delle risposte e dalla naturalezza dei com-
portamenti, che sono i loro padri. È la stessa sensazione che
proviamo noi quando, nei vangeli, Gesù parla del Padre.
Ma c’è di più: in quel legame profondo che unisce in modo
inscindibile Gesù al Padre, siamo trascinati anche noi. Lo dice
sant’Agostino: «Dio non avrebbe potuto elargire agli uomini
un dono più grande di questo: ci unì a lui come membra in
modo che egli [Gesù di Nazaret] fosse Figlio di Dio e figlio
dell’uomo, unico Dio con il Padre, un medesimo uomo con
gli uomini». È per questo motivo che, giorno dopo giorno,
meditiamo il vangelo e le Sacre Scritture: per familiarizzarci
con Gesù e con il Padre, in modo da assimilarne lo spirito e il
pensiero. Poi, durante la giornata, abbiamo il dovere di trasfe-
rirlo nelle opere e di trasmetterlo alle persone che incontriamo.
Se rimaniamo fedeli, un giorno dopo l’altro a queste nostre
riflessioni del mattino, alla fine potremo dire, con san Paolo:
«Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16).

I settimana di Avvento – Mercoledì


Nel deserto si con-divide
Gesù si allontanò di là, giunse presso il mare di Galilea e, salito sul
monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé
zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi,
ed egli li guarì, tanto che la folla era piena di stupore nel vedere i muti
che parlavano, gli storpi guariti, gli zoppi che camminavano e i ciechi che
vedevano. E lodava il Dio d’Israele.
Allora Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e disse: «Sento compassione per
la folla. Ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare. Non
voglio rimandarli digiuni, perché non vengano meno lungo il cammino».
E i discepoli gli dissero: «Come possiamo trovare in un deserto tanti pani
da sfamare una folla così grande?». Gesù domandò loro: «Quanti pani
avete?». Dissero: «Sette, e pochi pesciolini». Dopo aver ordinato alla folla
di sedersi per terra, prese i sette pani e i pesci, rese grazie, li spezzò e li dava

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà. Portarono


via i pezzi avanzati: sette sporte piene. Mt 15,29-37

Quando abitavamo a Castellanza ci capitava, ogni tanto,


di ricevere la gradita visita della signora Corsignana, sempre
preceduta dal profumo della sua focaccia pugliese: nessuno la
sapeva fare come lei e tutti ne erano golosi. Io approfittavo di
quelle occasioni per farmi raccontare episodi della sua vita: un
cammino faticoso, perché era rimasta sola a far crescere i suoi
ragazzi. Lei voleva che tutti studiassero, ma i soldi che aveva a
disposizione, facendo e rifacendo bene i conti, non sarebbero
stati in alcun modo sufficienti. Ella, tuttavia, invece di scorag-
giarsi, pregava e si affidava alla Provvidenza. Mi raccontava che,
quando andava a prendere il denaro «nel tiretto del comò», ce
ne trovava sempre abbastanza e anche un po’ più del necessa-
rio. Io l’ascoltavo con ammirazione e mi rafforzavo nella fede.
Penso che ciascuno di noi, durante il proprio cammino spi-
rituale, attraversi dei periodi in cui si trova in luoghi solitari,
con tanti bisogni, come quella folla di malati che seguiva Gesù.
Porsi alla sequela del Signore significa sfidare il deserto, dove la
vita è più libera, ma più difficile. Nel deserto si fa l’esperienza
del Signore, e ogni evento è un motivo per rendergli gloria. Nel
deserto la vita è un miracolo continuo e ci sentiamo fratelli.
Nel deserto siamo disponibili a condividere i «sette pani» e i
«pochi pesciolini», che nella matematica divina si trasformano
in abbondanza, poiché il Signore moltiplica tutto ciò che si
con-divide. Al termine dei suoi racconti la signora Corsignana,
alta e forte, mi salutava stringendomi con un grande abbraccio
e io tornavo alla mia giornata con il cuore ricolmo di fede e di
gioia. Erano le «sette sporte piene» che mi rimanevano dopo
aver ascoltato i suoi racconti.

I settimana di Avvento – Giovedì


Convertirsi nei fatti
«Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei
cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli… Perciò

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chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un


uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma
essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste
mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha
costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi,
soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua
rovina fu grande». Mt 7,21.24-27

Nella parabola del seminatore Gesù ci esorta ad accogliere la


sua parola come un terreno buono accoglie il seme, per portare
molto frutto e per resistere alle tribolazioni e alle persecuzioni.
Oggi il vangelo ci parla di due modi diversi di accogliere la sua
parola: come due case, una costruita sulla sabbia e l’altra sulla
roccia. Al cader della pioggia, allo straripare dei fiumi e al sof-
fiare dei venti, la prima cade e la seconda rimane stabile. Con
immagini diverse questi due brani del vangelo ci richiamano a
una conversione vera, calata nella concretezza di tutti i giorni,
nei rapporti familiari e sociali, e nella professione. Non una
conversione emozionale, come di chi dice «Signore, Signore»
e basta, ma ricca di scelte di vita, di impegni autentici. Vi rac-
conto due fatti.
Nel 1980, quando frequentavamo gli incontri di preghiera
del Rinnovamento Carismatico, che suor Francesca organizza-
va presso le suore del Cenacolo di Lentate, cominciò a parteci-
parvi anche fratel Ettore, missionario camilliano. Venne tre o
quattro volte e poi sparì, tant’è che tutti pensavamo che si fosse
stancato o che la spiritualità del Rinnovamento, tutta impron-
tata alla lode, non fosse fatta per lui. Non era così. Era venuto,
era stato colpito da una parola, il Signore aveva rinnovato la
sua chiamata e lui era partito, iniziando una stupenda opera di
evangelizzazione e di assistenza verso i barboni di Milano.
Nel 1986, don Pigi Perini, parroco della parrocchia di
Sant’Eustorgio, in Milano, frequentò, anch’egli, per un po’ di
tempo il Rinnovamento Carismatico, poi il Signore lo chia-
mò a rinnovare la sua parrocchia ed egli partì. In pochi anni
ha lanciato, prima nella sua realtà parrocchiale, poi in Italia e
in Europa, una stupenda opera di evangelizzazione per mezzo
delle cellule di preghiera. Queste sono scelte concrete, non solo
preghiere.

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I settimana di Avvento – Venerdì


I primi annunciatori del vangelo
Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguirono gridando:
«Figlio di Davide, abbi pietà di noi!». Entrato in casa, i ciechi gli si
avvicinarono e Gesù disse loro: «Credete che io possa fare questo?». Gli
risposero: «Sì, o Signore!». Allora toccò loro gli occhi e disse: «Avvenga per
voi secondo la vostra fede». E si aprirono loro gli occhi. Quindi Gesù li
ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». Ma essi, appena usciti,
ne diffusero la notizia in tutta quella regione. Mt 9,27-31

Gesù ha chiamato i primi discepoli che, per tre anni, hanno


vissuto con lui, hanno ascoltato le parabole, hanno assistito ai
miracoli e, giorno dopo giorno, hanno assimilato il suo modo
di vivere. È stato un cammino di fede e di conversione che
lentamente li ha portati a riconoscere, in Gesù di Nazaret, il
Messia atteso da Israele. È stata questa la pedagogia di Gesù nei
loro confronti. Nel vangelo di oggi, mentre i discepoli stanno
compiendo questo lento cammino, al termine del quale rice-
veranno il mandato a evangelizzare il mondo e a essere i primi
pilastri della chiesa, questi due ciechi passano improvvisamen-
te dalla completa cecità, degli occhi e della fede, all’illumina-
zione sulla signoria di Gesù e diventano i primi annunciatori
del vangelo. Probabilmente sanno poco di Abramo, di Mosè e
dell’Antico Testamento, sanno solo che prima non ci vedevano
e ora ci vedono. Questo è tutto il contenuto del loro annuncio
evangelico.
Per quale motivo i due ciechi colgono, in un lampo, quel-
la verità che i discepoli, invece, raggiungono così lentamente?
La risposta è solo una: perché si sono fatti toccare da Gesù e
sono guariti. Questo fatto nasconde un grande insegnamento
anche per noi. Il segreto del nostro cammino di fede non sta
solo in un lento approfondimento della signoria di Gesù me-
ditando, giorno dopo giorno, le Sacre Scritture. Nemmeno la
preghiera che facciamo insieme, nel suo nome, è sufficiente.
Sono momenti di crescita importanti, ma il vero salto nella
fede in Gesù lo faremo quando, consapevoli della nostra inca-
pacità a penetrare le verità del vangelo e ad amarci come lui ci
ama, andremo come questi due ciechi a pregarlo di guarirci. A

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un certo punto dovremo urlare anche noi: «Figlio di Davide,


abbi pietà di noi!», che non sappiamo amare e che meditiamo il
vangelo solo con la mente, non con il cuore. Il Signore, allora,
personalmente ci sussurrerà all’orecchio: «Credete che io possa
fare questo?». Se in quel momento noi risponderemo come i
due ciechi: «Sì, o Signore», i nostri occhi e le nostre orecchie
si apriranno, capiremo veramente le Scritture e diventeremo
testimoni credibili del vangelo.

I settimana di Avvento – Sabato


La strategia di Gesù
Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite
come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La
messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore
della messe, perché mandi operai nella sua messe!»… Chiamati a sé i
suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli
e guarire ogni malattia e ogni infermità… «Strada facendo, predicate,
dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate
i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete
ricevuto, gratuitamente date». Mt 9,36-10,1.7-8

Oggi ci troviamo di fronte al brano del vangelo che meglio


evidenzia la strategia di Gesù per realizzare il piano di salvez-
za universale. È un piano strategico infinitamente più lungi-
mirante di quelli, seppur notevoli, che ai giorni nostri hanno
attuato Henry Ford e Bill Gates nel lanciare i piani industriali
dell’automobile e del computer per tutti. Gesù, come Messia,
è stato rifiutato dal potere religioso della Palestina, per cui già
da tempo si rivolge alle «folle... stanche e sfinite, come pecore
che non hanno pastore». Nel brano di oggi, però, comincia a
mettere in atto la sua strategia missionaria definitiva. Come
prima mossa chiede ai suoi discepoli di pregare «il signore della
messe, perché mandi operai nella sua messe!». Successivamen-
te, per prendersi cura di ogni persona della folla, costituisce
un gruppo di dodici uomini, ai quali dà il nome di apostoli, e
decide di dedicare tutto il tempo necessario alla loro formazio-
ne. Essi, dopo la sua morte in croce e risurrezione, dovranno

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iniziare l’opera di salvezza delle moltitudini. Questo gruppo di


operai per la sua messe è stato il primo embrione di chiesa. Essi
lo seguono, lo ascoltano e vivono con lui già da tempo, per cui,
nel vangelo di oggi, li invia a fare la prima esperienza missio-
naria, dopo aver conferito «loro potere sugli spiriti impuri per
scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità».
Questi due momenti, del vivere in comunità con Gesù e
dell’andare poi in missione, costituiscono anche oggi la stra-
tegia della chiesa. Essi, pur essendo distinti, sono inseparabili
e non devono mai essere confusi, riducendone uno a favore
dell’altro. Se non coesistono entrambi, si cade o in una fede
disincarnata dalla realtà del mondo, o in un puro efficientismo
cieco e vuoto. Quest’ultimo orientamento sembra essere il di-
fetto predominante nella chiesa del nostro tempo, molto dedi-
ta ai problemi sociali, ma forse non sufficientemente sorretta
dalla preghiera e dalla forza della fede.

II settimana di Avvento – Domenica


Vivere da convertiti
In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della
Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli
infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce
di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate
i suoi sentieri! E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello
e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e
miele selvatico. Allora… accorrevano a lui e si facevano battezzare da
lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei
e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi
ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un
frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di
voi: “Abbiamo Abramo per padre!”… Io vi battezzo nell’acqua per la
conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono
degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco».
 Mt 3,1-12

Un giorno la tartaruga volle uscire nella notte. «Dove vai? –


le disse il rospo – Come fai a vedere dove metti i piedi?». La tar-

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taruga uscì lo stesso, e difatti inciampò e si rovesciò. «Te l’avevo


detto! – le disse di nuovo il rospo – E ora come fai a vivere gi-
rata al contrario?». «Non lo so – rispose felice la tartaruga – ma
ora vedo le stelle!». È questo il senso della conversione: vivere al
contrario di come vive il mondo per contemplare il cielo stellato.
La conversione della quale parla oggi Giovanni il Battista,
però, è diversa da quella a cui si riferisce Gesù. Egli chiede di
accogliere lui come Signore della vita, mentre Giovanni parla
del presupposto per poterlo accogliere: raddrizzare i nostri sen-
tieri tortuosi. Giovanni, inoltre, con la sua franchezza e il mo-
do di vivere essenziale, insegna che cosa significhi raddrizzare i
sentieri tortuosi per essere liberi di accogliere il messaggio del
vangelo. È difficile, oggigiorno, essere franchi, perché la comu-
nicazione viene usata più per nascondere che per comunicare
la verità. Non sempre questo avviene perché i nostri pensieri
non sono presentabili; spesso non siamo franchi per timidezza,
per falsa modestia, per insicurezza o per eccessivo rispetto del-
le opinioni altrui. È difficile anche essere essenziali, perché il
modo di vivere semplice che il Battista oggi propone è in con-
trasto con le continue offerte del mercato, che tende a creare
nuovi bisogni, per poi soddisfarli. La franchezza nel parlare e la
semplicità nel modo di vivere, in controcorrente con il mondo,
costituiscono i primi frutti di conversione. Altrimenti rischia-
mo di far la fine di quel fico del vangelo, che, non avendo dato
frutti, si inaridì. Meglio fare come la tartaruga: usciamo di not-
te e viviamo al contrario per contemplare le stelle.

II settimana di Avvento – Lunedì


I tempi messianici
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come
fiore di narciso fiorisca… la gloria del Signore, la magnificenza del nostro
Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite
agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio… Egli
viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno
gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia
la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno

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torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso
sorgenti d’acqua. I luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno
canneti e giuncaie. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via
santa… Non ci sarà più il leone, nessuna bestia feroce la percorrerà… Vi
cammineranno i redenti. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e
verranno in Sion con giubilo. Is 35,1-10

Questa pagina del profeta Isaia è un annuncio, come si usa-


va fare nei tempi antichi quando il messaggero del re giunge-
va al galoppo in mezzo alla piazza, fermava il cavallo, srotolava
la pergamena e proclamava ai sudditi il messaggio reale. Og-
gi il profeta Isaia ci annuncia che il Signore ha vinto la guer-
ra di liberazione del suo popolo, per il quale si apre un futuro
di splendore, di gloria e di pace: «Coraggio, non temete! Ecco
il vostro Dio… Egli viene a salvarvi». È un proclama di vittoria
su Satana, il serpente antico che teneva schiava l’umanità e la
creazione: «Si rallegrino il deserto e la terra arida… fiorisca la
steppa… Irrobustite le mani fiacche… le ginocchia vacillanti…
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi… gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua
del muto…».
Dopo che il Signore ha vinto la morte e ha trionfato nella
risurrezione, questa liberazione dell’umanità e della creazione
è già avvenuta o dobbiamo ancora attendere che avvenga? Da
uno sguardo globale sul mondo e sulla storia, constatiamo che le
carestie e le malattie, le violenze e i soprusi, il dolore e la morte
esistono ancora e quindi dovremmo dedurre che questa profe-
zia si debba ancora realizzare. In effetti, nella sua pienezza si re-
alizzerà nei tempi escatologici, ma in modo parziale è già in atto
da duemila anni e lo è anche oggi, grazie agli uomini di buona
volontà che spendono la loro vita per il bene e per la salvezza
del mondo. Purtroppo non è una vittoria definitiva, anche se il
Signore ha già vinto. Il fatto è che l’umanità non ne ha ancora
presa coscienza piena, per cui molti continuano a combattere
dalla parte di Satana, come quel manipolo di giapponesi che,
non avendo saputo che la seconda guerra mondiale era finita,
continuavano a guerreggiare in una piccola isola del Pacifico.
Per coloro, però, che ne prendono coscienza, la profezia di Isaia,
in modo misterioso, ma reale, si sta avverando oggi.

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II settimana di Avvento – Martedì


Dio e l’uomo nella Bibbia
«Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce,
non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è
smarrita? In verità io vi dico: se riesce a trovarla, si rallegrerà per quella
più che per le novantanove che non si erano smarrite. Così è volontà del
Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda».
 Mt 18,12-14
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro
Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il
dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come
un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli
agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Is 40,9-11

«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e di riverenza


sempre nuove e crescenti, quanto più spesso e a lungo il pensie-
ro vi si sofferma: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in
me». Questa affermazione del filosofo tedesco Immanuel Kant
è forse lo scalino più elevato al quale l’indagine del pensiero
umano sia arrivata. Per poter vedere oltre, occorrono gli occhi
della fede. È il solo mezzo che permetta di cogliere, nella storia
umana, il cuore di Dio in continua ricerca dell’uomo, come il
pastore nella parabola della pecorella smarrita, la quale sintetizza
il senso di tutta la storia della salvezza. È dai tempi del peccato
originale che Dio sta cercando l’uomo per ricondurlo nel «para-
diso terrestre», come il pastore cerca la pecorella smarrita. Più di
quattromila anni fa Dio ha chiamato un uomo, Abramo, con il
quale l’umanità ha iniziato una storia nuova, che poi è diventa-
ta quella della sua famiglia e, con il trascorrere dei secoli, quella
del popolo di Israele, per costituire il quale Dio ha chiamato
un altro uomo, Mosè. Duemila anni dopo, quando ha ritenuto
che i tempi della storia fossero maturi, Dio ha mandato addi-
rittura suo Figlio, incarnatosi nella persona di Gesù di Nazaret,
il quale, tramite la chiesa, ha esteso la salvezza a tutti i popoli.
Durante il dipanarsi di questa storia, Dio si è fatto man ma-
no conoscere sempre di più, finché in Gesù Cristo si è rivelato
completamente. Di questa continua rivelazione si ha la perce-
zione pensando a come si è evoluto il concetto di Dio nell’uo-

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mo, dal tempo di Abramo al Nuovo Testamento. Leggendo le


Sacre Scritture sembrerebbe che Dio, lungo la storia della sal-
vezza, si sia evoluto, ma, in realtà, è la conoscenza che l’uomo
ha di Dio che è cresciuta. Quello che nella storia sembra essere
il cammino di Dio, è, in realtà, quello dell’uomo riflesso in Dio,
come in uno specchio. La conoscenza di Dio nell’uomo ha il
suo apice in Gesù Cristo, il quale ha rivelato tre verità che da
soli non avremmo mai percepito: Dio è Padre, è amore, è per-
dono. Arrivare a prendere coscienza di queste verità vuol dire
essere stati ritrovati da Dio e ricondotti all’ovile, come il buon
pastore della parabola di oggi vi riconduce la pecorella smarrita.

II settimana di Avvento – Mercoledì (1)


La preghiera del cuore
«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile
di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e
il mio peso leggero». Mt 11,28-30

Per i primi discepoli che hanno seguito Gesù per le strade


della Palestina, andare a lui voleva dire avvicinarlo, ascoltarlo, e
riceverne in cambio quella pace interiore che possiede solo chi
è arrivato alla sorgente della vita. Gesù di Nazaret possedeva la
pace del cuore perché conosceva il progetto che il Padre aveva
predisposto per lui, lo aveva accettato con mitezza e umiltà, e
questo è stato il suo giogo che, senza ribellarsi, si è portato fin
sul monte Calvario. Quando i discepoli, stanchi e oppressi da
preoccupazioni e impegni, molti dei quali inutili, si avvicina-
vano a lui, trovavano la tranquillità di una persona serena che
aveva ben chiaro il suo ruolo e il suo scopo in questa vita che
passa. Incontrarlo e stare con lui, voleva dire essere aiutati, per
induzione, a conoscere e sposare il proprio progetto di vita, con
mitezza e umiltà di cuore. E questo era il «giogo dolce» e il «pe-
so leggero» che ne ricevevano, dopo aver depositato ai suoi pie-
di preoccupazioni, altri gioghi e altri carichi con i quali erano

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arrivati. Anche noi, quando siamo stanchi e oppressi, abbiamo


la stessa necessità di incontrare il Signore per conoscere meglio
il nostro progetto di vita, per dare un senso ai nostri giorni,
accettando con mitezza e umiltà il suo giogo e il suo carico,
che sono leggeri, perché commisurati ai talenti che abbiamo
ricevuto. Come e dove possiamo incontrare, oggi, il Signore,
per giungere anche noi alle sorgenti della vita, dove il nostro
progetto è scritto con chiarezza? Lo possiamo incontrare nel
silenzio e nella preghiera interiore, dopo aver dato il tempo di
cadere a terra alla polvere delle preoccupazioni, delle stanchezze
e delle oppressioni, che vivendo via via accumuliamo. In questa
«preghiera», che viene detta «del cuore», quando abbiamo de-
positato il bagaglio del nostro orgoglio, comincia il colloquio
con il Signore. Chi si trova all’inizio del cammino spirituale,
pone un certo tipo di domande, quelle che riguardano i grandi
interrogativi dell’uomo: Chi sono io? Perché mi trovo in questo
mondo? Qual è il significato del male, del dolore e della morte?
Che cosa c’è dopo questa vita? Chi è Dio?…
Con il passare del tempo, però, quando le risposte a que-
sti interrogativi sono state ricevute e interiorizzate, si pongono
altre domande e si fanno altre richieste: Signore, aumenta la
mia fede… Fammi conoscere meglio il mio progetto di vita…
Dimmi che cosa devo fare oggi, in questa circostanza… Aiu-
tami a perdonare e ad amare… Donami la calma, la pace e la
pazienza nelle situazioni che sono chiamato a vivere…
Donami, Signore, un sorriso per gli altri e la gioia per me!

II settimana di Avvento – Mercoledì (2)


Il Signore guida i suoi servi
«A chi potreste paragonarmi, quasi che io gli sia pari?» dice il Santo.
Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Egli fa
uscire in numero preciso il loro esercito e le chiama tutte per nome; per la
sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuna. Perché
dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: «La mia via è nascosta al Signore e il
mio diritto è trascurato dal mio Dio»? Non lo sai forse? Non l’hai udito?

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Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si
affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo
stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani faticano e si
stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore
riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi,
camminano senza stancarsi. Is 40,25-31

Oggi il profeta Isaia ci svela un grande mistero: è il Signore


a muovere la danza degli astri nell’universo e a donare la forza a
chi ha scelto di realizzare il suo progetto di vita. Nella creazio-
ne, oltre alla terra, ci sono astri e pianeti con la quale formano
il nostro sistema solare. Insieme a esso ci sono altri sistemi che
fanno parte della nostra nebulosa la quale, insieme a molte altre,
costituisce una galassia. Ma ci sono altre galassie che, insieme
alla nostra, compongono l’universo. E poi, dicono gli scienzia-
ti, ci sarebbero altri universi che fanno pensare all’esistenza di
uno spazio infinito come Dio. Niente è fermo nella creazione,
tutto si muove e vive di una vita ricevuta da Dio in ogni istan-
te: «Egli non si affatica né si stanca». Il poeta inglese George
Byron, in una poesia, ha immaginato la fine del mondo come
la perdita di questa vita divina, per cui gli astri non si muovono
più armonicamente guidati da forze invisibili, ma si perdono e
cozzano tra loro nello spazio, come ubriachi nella notte. È Dio a
guidarli, a mantenerli in vita e a chiamarli come fa il cacciatore
coi suoi cani: «Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e
li chiama tutti per nome». Lo stesso fa il Signore con gli uomini
che accettano di realizzare il suo progetto di vita: «Egli dà forza
allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato». Se così non fos-
se non si spiegherebbe ciò che hanno realizzato Madre Teresa di
Calcutta e papa Giovanni Paolo II nell’arco della loro vita. Ma,
nel nostro piccolo, nemmeno noi riusciremmo a spiegarci, ora
che siamo anziani, come abbiamo fatto a mettere al mondo,
educare e far crescere nove figli nostri e a fare altrettanto con gli
altri cinque arrivati da terre lontane. È il Signore che, insieme
a impegni e fatiche, ci ha donato anche lo spirito, la forza e la
sua Provvidenza, giorno dopo giorno. È stato lui a illuminarci
e a guidare i nostri passi, anche tramite gli angeli, dei quali
abbiamo avvertito sempre il brusìo. È un meraviglioso miste-
ro che scopre chi si apre alla vita in modo completo e totale.

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II settimana di Avvento – Giovedì


I privilegi del Regno
«In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande
di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande
di lui. Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli
subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono. Tutti i Profeti e la Legge
infatti hanno profetato fino a Giovanni. E, se volete comprendere, è lui
quell’Elia che deve venire. Chi ha orecchi, ascolti!». Mt 11,11-15

I personaggi della storia della salvezza sono sempre in viaggio,


alla ricerca di una realtà diversa da quella nella quale si trovano.
È un’irrequietezza che riflette quella del cuore umano, alla con-
tinua ricerca di Dio. Abramo esce dalla sua terra di Ur, in Meso-
potamia, per andare verso un’altra terra, senza sapere nemmeno
quale fosse; e Giacobbe, con tutta la sua famiglia, lascia la Pale-
stina per andare verso l’Egitto. Nei quattrocento anni di perma-
nenza in Egitto la famiglia di Giacobbe cresce di numero fino a
diventare il popolo di Israele, che, però, è schiavo del faraone.
Per tornare a essere libero Israele, guidato da Mosè, esce
dall’Egitto e va verso la Terra Promessa, la Palestina. Poi ci sa-
ranno i cinquant’anni di deportazione in Babilonia e infine il
ritorno in patria nel 583 a.C. In Palestina il cammino di Israele,
da spostamento geografico, diventa un itinerario spirituale ver-
so la nuova realtà del regno dei cieli, che Gesù stesso definisce
non di questo mondo, pur essendo calata nella storia di questo
mondo. In quel periodo emergono le figure dei profeti, che
additano continuamente la strada da percorrere, come i cartelli
stradali indicano la città alla quale siamo diretti. Di questi car-
telli indicatori, Giovanni il Battista è l’ultimo, colui che indica,
in Gesù di Nazaret, il Messia, il Figlio di Dio che finalmente
instaurerà la nuova realtà del regno dei cieli. Giovanni il Batti-
sta, tuttavia, non entra nel Regno, si ferma al confine, e quindi
non gode dei privilegi del nuovo stato. È ciò che succede anche
oggi a un cittadino straniero: può essere anche una persona im-
portante, ma, non avendo diritto di voto, non gode di potere
decisionale. Il più piccolo del regno dei cieli, dice Gesù, è più
grande di Giovanni il Battista, perché gode dei privilegi di esse-

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re cittadino del Regno. Per i primi discepoli i privilegi sono stati


la conoscenza di Gesù, l’ascolto diretto della sua parola, l’assi-
stere ai miracoli. In seguito, con l’inizio della chiesa, i privilegi
sono diventati lo Spirito Santo, che riceviamo nel battesimo,
il dono dell’eucaristia, gli altri sacramenti e le Sacre Scritture.

II settimana di Avvento – Venerdì


Il vangelo della gioia e della pace
«A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che
stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato
il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete
battuti il petto!”. È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono:
“È indemoniato”. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono:
“Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”.
Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie».
 Mt 11,16-19

La generazione qui descritta è simile a quella odierna, per-


ché oggi sembra proprio che niente riesca a rendere le persone
contente di quello che hanno e di quanto fanno. Sebbene non
manchino uomini di fede che vivono grati al Signore per i beni
di cui li ricolma, la cultura dominante è ben diversa. I messaggi
che ogni giorno invadono i nostri spazi, continuano a sottoline-
are gli aspetti negativi della realtà, creando sensi di scontentezza,
insoddisfazione o, addirittura, di ribellione. Si è visto, nel giro
di alcuni decenni, passare da accanite proteste e scioperi inter-
minabili per far diminuire di qualche ora l’orario settimanale di
lavoro, a cortei, in tutto e per tutto simili, organizzati per recla-
mare il lavoro, che era venuto a mancare. Il problema più grave,
tuttavia, consiste in un semplice dinamismo psicologico che è
venuto instaurandosi: spesso gli atteggiamenti si autoalimenta-
no e tendono a ingigantirsi da soli. Chi è tendenzialmente in-
soddisfatto trova sempre nuovi motivi per esserlo ancor di più.
Chi invece ne è esente è il cittadino del regno dei cieli, che riesce
sempre a scorgere i segni dell’amore di Dio nella realtà che lo
circonda: dallo sguardo dei bimbi al susseguirsi delle stagioni,
al pane quotidiano. Per lui cessano il desiderio di avere altro e la

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smania di essere altrove. Con questa pace nel cuore è possibile ri-
conoscere più chiaramente il progetto che il Signore ha predispo-
sto per noi e adoperarci per portarlo a compimento. Collocarsi
in tale dimensione significa, come abbiamo più volte sperimen-
tato, vivere con lievità di spirito, passando oltre gli inevitabili
ostacoli che la vita ci oppone e godendo delle gioie che ci offre.

II settimana di Avvento – Sabato


L’attuale battaglia sui valori
Allora sorse Elia profeta, come un fuoco; la sua parola bruciava come
fiaccola… Tu sei stato assunto in un turbine di fuoco, su un carro di
cavalli di fuoco; tu sei stato designato a rimproverare i tempi futuri…
 Sir 48,1.9-10
Allora i discepoli gli domandarono: «Perché dunque gli scribi dicono
che prima deve venire Elia?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà
ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto;
anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio
dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che
egli parlava loro di Giovanni il Battista. Mt 17,10-13

Per avere un’idea della situazione che si era creata in Palesti-


na quando comparve Giovanni il Battista, potremmo pensare a
quella che si era formata nelle cittadine americane fondate dai
primi pionieri che, in carovana, erano andati all’Ovest. Erano
arrivati portandosi dietro la legge dei luoghi di provenienza,
ma, con il passare del tempo, i primi arrivati, diventati ricchi
e potenti, hanno cominciato a manipolare la giustizia a loro
vantaggio, non disdegnando di corrompere gli sceriffi e i pochi
uomini di legge che si trovavano tra loro. Qualcosa di simile
era successo in Palestina quando comparvero Giovanni il Bat-
tista prima e Gesù di Nazaret dopo. Il popolo di Israele era
arrivato in quella Terra Promessa portandosi dietro la legge di
Mosè e la propria tradizione, ma, con il passare del tempo, gli
scribi e i farisei, che erano le classi sociali dominanti, le avevano
manipolate così bene a loro favore, da farne degli strumenti di
potere. Quando è apparso Giovanni il Battista, che ha comin-
ciato a denunciare quello stato di fatto, anziché essere accolto

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come il nuovo Elia, è stato osteggiato e combattuto da tutto il


potere religioso costituito. Questa situazione potrebbe sembra-
re d’altri tempi, se non fosse per il fatto che, anche oggigiorno,
le stesse vicende di Giovanni il Battista le vive il messaggio
del vangelo. È in atto una grande tendenza a manipolarlo da
parte della cultura dominante, spesso asservita al potere costi-
tuito, per crearne uno strumento di conferma e di supporto del
proprio stato e delle proprie opinioni. Ringraziando Dio, gli
ultimi pontefici hanno mostrato una fermezza sui principi cri-
stiani degna di Giovanni il Battista; ma c’è stata, ed è ancora in
atto, una grande battaglia che ha per oggetto i valori cristiani,
in particolare nei campi della famiglia e del rispetto della vita.

III settimana di Avvento – Domenica


La fede è ricordo e attesa
Siate dunque costanti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate
l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché
abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi,
rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non
lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il
giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di
costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore. Gc 5,7-10

Immergiamoci oggi nello spirito di questo brano della Let-


tera di Giacomo, per vivere in pienezza il tempo dell’Avvento.
Noi dobbiamo avere due certezze, una storica e l’altra nella fe-
de: quella storica è radicata sul fatto che Gesù Cristo, colui che
doveva venire, è già venuto; la certezza nella fede proviene dal
fatto che egli dovrà ritornare nel mondo perché l’ha promesso.
Viviamo tra il ricordo del passato e l’attesa del futuro, come
l’agricoltore che, sapendo di aver piantato il seme, «aspetta con
costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le
prime e le ultime piogge». La nostra è una certezza escatologi-
ca, che si realizzerà secondo i tempi del Signore, legati all’arri-
vo delle piogge, che sotto terra fanno marcire il seme e fanno
crescere la spiga della nuova umanità. Queste piogge sono le
vicende della fede e della storia: l’evangelizzazione, le conver-

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sioni, le persecuzioni, i tradimenti e le benedizioni del Signore,


in una dinamica nella quale sono coinvolti il cielo e la terra.
Quella del morire e risorgere a vita nuova è stata l’esperienza
umana di Cristo ed è continuamente l’esperienza della chiesa
nei secoli, e quella di ogni uomo di fede nella vita di tutti i gior-
ni. Dobbiamo, come dice oggi Giacomo, attendere la seconda
venuta di Cristo, con la stessa «sopportazione» e «costanza» che
ebbero i profeti nell’attesa della prima. Alcuni, in questa attesa
che è più lunga di quella immaginata da Giacomo, si scorag-
giano perché è facile perdere la consapevolezza che Gesù Cristo
sia già venuto nel mondo, ma la chiesa non si scoraggia. Essa
conosce da dove viene e dove va. E aspetta la seconda venuta
di Cristo nella fede e nell’amore, come la sposa nel Cantico dei
Cantici: «Una voce! L’amato mio! Eccolo, viene saltando per
i monti, balzando per le colline. L’amato mio somiglia a una
gazzella o ad un cerbiatto. Eccolo, egli sta dietro il nostro mu-
ro; guarda dalla finestra, spia dalle inferriate» (Ct 2,8-9).

III settimana di Avvento – Lunedì


L’autorità e la libertà di Gesù
Entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei
sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste
cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò
una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità
faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli
uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci
risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli
uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni
un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora
anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste
cose». Mt 21,23-27

Ci sono dispute di Gesù che riguardano la sua libertà dalla


legge e altre, come quella odierna, che riguardano la sua libertà
dal potere costituito, ma entrambe discendono dall’autorità di-
vina. Non si tratta di un’autorità qualunque, ma di quella della
sua parola che opera quello che dice, vincendo lo spirito del

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male, come la prima parola di Dio aveva vinto il caos primitivo.


Nel vangelo di oggi i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo,
vedendo minata la loro posizione di privilegio da un uomo
che abbatte ogni potere costituito, dichiarando che «il Figlio
dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire»
(Mc 10,45), gli pongono una domanda che è un vero e pro-
prio processo: «Con quale autorità fai queste cose?». Gesù non
risponde e il suo silenzio coinvolge anche noi, perché riguarda
il modo di addivenire alla fede. Nelle lunghe passeggiate con il
mio amico Sergio, in continua ricerca di prove inoppugnabili
per credere in Gesù Cristo, ho cercato più volte di dimostrargli
la sorgente della mia fede, ma non ho ottenuto grandi risultati,
perché nel campo della fede chi prova troppo non prova nien-
te. Resomi conto di questo, un giorno ho cambiato strategia:
«La fede è un rischio – gli dissi –, è un salto nel buio, è accettare
la persona di Gesù di Nazaret come Figlio di Dio, nell’oscurità
dell’intelligenza e nel vuoto di ogni sicurezza umana. Non che
manchino dei segni che conducano alla fede, perché tutta le
realtà è un segno, ma questo può essere recepito e letto solo alla
luce della fede stessa». Questo discorso Sergio lo ha accettato
e credo si sia messo silenziosamente in cammino. È la strada
maestra per addivenire alla fede, e oggi ci aiuta a comprendere
il rifiuto di Gesù ad autenticare e giustificare la sua autorità.
Essa proviene direttamente dall’alto, dal Padre, ma affonda le
radici nella sua libertà: Gesù è libero dall’egoismo, dalla ricerca
del potere e del successo, dai legami e dalle imposizioni della
legge giudaica che ha il suo centro nella sinagoga. Forse il segno
più grande della sua divinità è proprio questa libertà da tutto,
anche da se stesso, tanto da essere pronto a morire in croce.
E anche la non-risposta di Gesù ai sacerdoti e agli anziani del
popolo, nel vangelo di oggi, è un segno della sua libertà.

III settimana di Avvento – Martedì


Salvati dalla misericordia del Signore
E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi
passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via

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della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece


gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi
siete nemmeno pentiti così da credergli». Mt 21,31-32

Stanotte ho fatto un sogno. Mi trovavo nella sala d’attesa del


regno dei cieli, e stavo parlando con un vescovo e un teologo,
che erano seduti accanto a me. A un certo punto sono entrate
tre signore di colore, abbastanza scollacciate, con tacchi a spillo
e minigonna rossa, che si sono sedute in disparte. Mi sembra-
va di conoscerle, ma non ricordavo dove le avessi incontrate.
«Forse mi sbaglio», mi sono detto; ma, guardandole meglio,
mi sono convinto che da qualche parte le avessi proprio viste.
Frugando ben bene nella memoria, alla fine mi si è accesa una
lampadina: «Ecco!... sono le prostitute che cantavano nel co-
ro della chiesa di Castelvolturno, quando hanno celebrato il
matrimonio di quella coppia nigeriana». Un anno fa, infatti,
quando ero andato a Castelvolturno a far visita a Gianluca, mi
era successo di partecipare alla santa messa celebrata per quel
matrimonio. «Vedi babbo – mi aveva detto Gianluca – quelle
donne, che cantano nel coro, sono tre prostitute». «Ma davvero!
– risposi – non avete nessun altro da far cantare?». «No – preci-
sò Gianluca – qui la maggior parte degli abitanti sono nigeriani
o ghanesi, e fra di loro vi sono molti spacciatori di droga e pro-
stitute. Sono professioni ben rappresentate fra quelli che vedi
oggi in chiesa». Stavo ancora rovistando tra i ricordi, quando si
apre la porta d’ingresso del regno dei cieli, compare un angelo
che, rivolgendosi alle tre signore, dice: «Prego, accomodatevi».
«Veramente sono arrivato prima io», ha commentato il teologo
con il quale stavo parlando. «Non si preoccupi – ha risposto
l’angelo – chiameremo anche lei». Il vescovo e il teologo si sono
guardati perplessi, e tutti e tre abbiamo continuato a conversa-
re. Dopo un po’ la porta si apre di nuovo, l’angelo chiama me
e sono entrato. Quando sono stato dentro non ho potuto fare
a meno di commentare: «Complimenti! finalmente un posto
dove si dà la precedenza alle signore». «Non è per cavalleria –
ha risposto l’angelo –, è per meriti, che sono entrate prima le
tre signore». «Ah, sì! – ho ribattuto – e quali meriti particolari
hanno?». «Ne hanno due – ha soggiunto l’angelo –. Anzitutto
sono consapevoli di essere state accolte per la misericordia del

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Signore e non per i meriti propri. Eppoi, avendo fatto la vita


che hanno fatto, sono state sempre clementi con il peccato de-
gli altri». «Ho capito – ho risposto – e grazie per avere accolto
anche me». «Questo è stato il sogno, e così ve l’ho raccontato»,
ho detto alla preghiera del mattino.

III settimana di Avvento – Mercoledì


La forza della preghiera
[Giovanni] li mandò a dire al Signore: «Sei tu colui che deve venire
o dobbiamo aspettare un altro?». Venuti da lui, quegli uomini dissero:
«Giovanni il Battista ci ha mandati da te per domandarti: “Sei tu colui
che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”». In quello stesso momento
Gesù guarì molti da malattie, da infermità, da spiriti cattivi e donò la
vista a molti ciechi. Poi diede loro questa risposta: «Andate e riferite a
Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi
camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano,
ai poveri è annunciata la buona notizia. E beato è colui che non trova in
me motivo di scandalo!». Lc 7,19-23

La fede ha bisogno di conferme. È una realtà delicatissi-


ma, come quei fiori della campagna toscana che, da bambini,
chiamavamo soffioni. Si coglievano e... bastava un soffio per
rimanere con lo stelo nudo in mano. Nel vangelo di oggi an-
che Giovanni il Battista ha bisogno di essere confermato nella
fede, tant’è che manda i suoi discepoli a chiedere a Gesù se lui
fosse veramente il Messia. Gesù non risponde con argomen-
tazioni, ma con i segni: rende la vista ai ciechi, fa camminare
gli storpi e fa parlare i muti. Anche per noi, oggi, i miracoli
sono mattoni con i quali costruiamo l’edificio della nostra fede.
All’inizio i mattoni sono pochi, ma, con il passare degli anni,
aumentano velocemente, perché il nostro occhio diventa sem-
pre più esperto nel cogliere il susseguirsi dei miracoli nella vita
di tutti i giorni. Alla fine ci rendiamo conto che tutta la vita
è un miracolo. Quasi sempre non ne dobbiamo nemmeno far
richiesta: è la Provvidenza stessa che ci raggiunge in tante for-
me che sono la risposta concreta dell’amore di Dio: il lavoro,
il pane quotidiano, una persona che ci consiglia al momento

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giusto. A volte le situazioni della giornata si incastrano così


bene tra loro da far pensare che tutto sia Provvidenza, e che il
Signore sia disposto a combinar le cose in modo che la nostra
fede trovi continua corrispondenza negli eventi. Un giorno mi
trovavo in Tunisia insieme a tre colleghi di lavoro. All’ora del
tramonto stavamo attraversando il deserto di sale, dal quale il
sole mandava gli ultimi riflessi della giornata. A un certo punto
uno dei miei compagni di viaggio propone di raggiungere in
fretta la città di Tunisi per trascorrere la serata in un famoso
night club dove – diceva lui – le signore erano particolarmente
disponibili. Non ero d’accordo con il programma, ma il mio
dissenso non avrebbe affatto scalfito i loro propositi; così mi
sono messo silenziosamente a pregare, perché il Signore mi to-
gliesse da quell’imbarazzo. Dopo qualche chilometro puff, si
fora una gomma. Scendiamo, sostituiamo la ruota forata con
quella di scorta e si riparte. Facciamo ancora qualche chilo-
metro e... puff, si fora anche una seconda gomma. Abbiamo
passato la notte nel deserto di sale, aspettando un soccorso che
è arrivato sul far del mattino.

III settimana di Avvento – Giovedì


Lo stile dell’apostolo
Quando gli inviati di Giovanni furono partiti, Gesù si mise a parlare
di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una
canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo
vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che portano vesti sontuose e vivono
nel lusso stanno nei palazzi dei re. Ebbene, che cosa siete andati a vedere?
Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale
sta scritto: Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero, davanti a te egli
preparerà la tua via. Io vi dico: fra i nati da donna non vi è alcuno più
grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di
lui». Lc 7,24-30

Nell’arco dell’anno liturgico abbiamo spesso occasione di


riflettere sulla figura di Giovanni il Battista, cogliendone di
volta in volta aspetti diversi. Nel vangelo di oggi Gesù stesso
ci parla di Giovanni, definendolo il suo «messaggero» e sotto-

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lineando che questo ruolo è più importante di quello di «pro-


feta». Vediamo, allora, qual è la sottile differenza tra «profeta»
e «messaggero», e chiediamoci se noi siamo chiamati a essere
questo o quello. Il profeta è colui che parla in nome di Dio
perché da lui «illuminato», il messaggero parla a nome di Dio,
perché da lui «inviato». Isaia, Ezechiele e Daniele sono profeti:
essi prevedono, ricordano, annunciano e ammoniscono. L’ar-
cangelo Gabriele, che è il messaggero direttamente inviato da
Dio a Maria, annuncia e dispone: «Non temere, Maria, perché
hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo
darai alla luce e lo chiamerai Gesù» (Lc 1,30-31). Anche l’apo-
stolo del Nuovo Testamento, direttamente inviato dal Signore
ad annunciare il vangelo, è un messaggero: «E Pietro disse loro:
“Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di
Gesù Cristo”» (At 2,38). Giovanni il Battista, che ha vissuto
nella sua carne il passaggio tra l’Antico e il Nuovo Testamento
può essere considerato contemporaneamente l’ultimo profeta
e il primo messaggero del Signore. All’inizio del brano di og-
gi, Gesù ci dice anche come deve vivere il messaggero di Dio:
non deve agitarsi come una canna sotto i venti del suo tempo,
e deve vivere in sobrietà stando lontano dagli eccessi e dalle
mollezze della società. Credo che questi debbano anche essere
il nostro ruolo e il nostro stile.

III settimana di Avvento – Venerdì


La fede arde e risplende
«Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha dato
testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma
vi dico queste cose perché siate salvati. Egli era la lampada che arde e
risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che
il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo,
testimoniano di me che il Padre mi ha mandato». Gv 5,33-36

Giovanni Battista è stato l’ultimo profeta dell’Antico Testa-


mento e, al tempo stesso, il primo seguace di Gesù Cristo, pur
precedendolo. «Egli era la lampada che arde e risplende». Il

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calore e lo splendore sono le caratteristiche della fede che fanno


di un uomo una lampada che permette di vedere Cristo nella
persona di Gesù di Nazaret. Essi illuminano le menti e scal-
dano i cuori di coloro che aderiscono alla verità del vangelo.
I discepoli di Emmaus erano a conoscenza dei fatti avvenuti a
Gerusalemme, ma non avevano creduto alla risurrezione: «Ma
alcune donne... affermano che egli è vivo» (Lc 24,22-23). Solo
dopo che Gesù li ha avvicinati e ha spiegato loro ciò che essi sa-
pevano già, vi hanno creduto: «Non ardeva forse in noi il nostro
cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci
spiegava le Scritture?» (Lc 24,32). A quel punto i due discepoli
sono diventati testimoni della risurrezione e sono tornati a Ge-
rusalemme a spiegare agli altri ciò che era veramente successo.
Il testimone annuncia il vangelo perché gli uomini possano sal-
varsi, ma è il Signore che dà potenza, senso e significato alle sue
parole. È Gesù che accredita Giovanni Battista, non viceversa:
«Io non ricevo testimonianza da un uomo». Solo il Padre testi-
monia la divinità del Figlio facendogli compiere le sue opere:
«Le opere che il Padre mi ha dato da compiere… testimoniano
di me che il Padre mi ha mandato». Anche oggi sono le opere
– i miracoli e il modo di vivere – a rendere credibile il missio-
nario. È Gesù che l’ha promesso: «Andate in tutto il mondo e
proclamate il Vangelo a ogni creatura... Allora essi partirono e
predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con
loro e confermava la Parola con i segni che la accompagna-
vano» (Mc 16,15.20). Succede anche oggi quando un uomo
testimonia il vangelo. Occorre solo avere lo sguardo abbastanza
attento da saper riconoscere i segni della presenza del Signore.

IV settimana di Avvento – Domenica


Giuseppe, padre di Gesù
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa
di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per
opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non
voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre
però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo

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del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere
con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene
dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù:
egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»… Giuseppe fece come gli
aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa. Mt 1,18-24
Nel concepimento di Gesù, Giuseppe non ha avuto alcun
ruolo, ma è stato chiamato a essergli padre e a essere sposo di
Maria. Ciò significa che per Dio è stato importante che suo Fi-
glio crescesse e fosse educato in una famiglia. Quella di Nazaret
è una famiglia normale, ben inserita nel contesto sociale del suo
tempo, gode del giusto benessere, assicurato dal lavoro di Giu-
seppe e dall’attività casalinga della madre. Maria e Giuseppe si
amano, si rispettano e collaborano all’educazione di Gesù. Nel-
la sua semplicità è il modello della famiglia cristiana. Su Maria,
durante l’anno liturgico, avremo ancora occasione di riflettere;
oggi meditiamo la figura di Giuseppe, per conoscere il profilo
dell’uomo scelto da Dio per essere il capo della Santa Famiglia di
Nazaret. Giuseppe riflette l’immagine del Padre celeste: è buo-
no, misericordioso e provvidente; si prende cura della famiglia,
lasciandosi illuminare e guidare da Dio, come deve fare un servo
fedele e di buon senso. La bontà e la misericordia di Giuseppe si
rivelano, in tutta la loro grandezza, nel brano del vangelo di oggi.
Giuseppe, non ancora informato dall’angelo che Gesù era sta-
to concepito per opera dello Spirito Santo, decide di licenziare
in segreto Maria per non esporla alla pubblica accusa, e successi-
vamente alla lapidazione, come le donne infedeli. La sua docili-
tà a lasciarsi guidare da Dio si rivela, invece, nell’obbedienza ad
eseguire ciò che, via via, gli angeli a lui inviati gli suggeriscono:
«Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Ma-
ria, tua sposa», «fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò:
Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo» (Mt 2,13),
«va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano
di uccidere il bambino» (Mt 2,20). E Giuseppe ubbidisce ed
esegue sempre. Egli, dalla Galilea, decide di andare con Maria
a Betlemme, in Giudea, per il censimento, perché è rispettoso
degli obblighi sociali; porta Gesù al tempio per la circoncisione
e, quando è adolescente, lo riconduce al tempio secondo l’usan-
za, perché è ligio nel rispetto della legge di Israele. Giuseppe a

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Nazaret è stimato e rispettato da tutti, tant’è che Gesù, in quella


città, è sempre stato considerato il figlio del falegname. La gran-
dezza di Giuseppe è autentica, perché si manifesta tanto nelle
situazioni eccezionali quanto nei comuni bisogni della vita quo-
tidiana. Egli è il modello perfetto di marito, padre e cittadino.

Ferie di Avvento – 17 dicembre


La storia della salvezza
Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo
generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò… Iesse generò
il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie
di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia… Dopo
la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatièl, Salatièl generò
Zorobabele… Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è
nato Gesù, chiamato Cristo. In tal modo, tutte le generazioni da Abramo
a Davide sono quattordici, da Davide fino alla deportazione in Babilonia
quattordici, dalla deportazione in Babilonia a Cristo quattordici.
 Mt 1,1-17

Trent’anni fa, quando abbiamo iniziato a meditare le Sacre


Scritture, questa pagina del vangelo ci procurava lo stesso en-
tusiasmo di quando si consulta la rubrica telefonica, perché ci
sembrava solo un elenco di nomi. Con il passare del tempo,
però, avendo acquisito una certa familiarità con la storia del-
la salvezza, quei nomi, al solo leggerli, si animano e prendo-
no vita, come quando si sfoglia un vecchio album di famiglia.
L’elenco delle persone che compare nel vangelo di oggi è la sin-
tesi dell’Antico Testamento: esso ci evoca i fatti accaduti a quei
personaggi e al popolo di Israele. L’insieme di quegli eventi
costituisce l’antica storia della salvezza, alla quale seguirà quella
del Nuovo Testamento.
La Bibbia non è altro che il resoconto scritto di una storia
vera, alla quale, nella nostra meditazione, dobbiamo restituire
la vita che non ha più. Quei personaggi, tuttavia, non costitu-
iscono un elenco di santi, ma di uomini, con le loro grandezze
e le loro miserie, con il loro peccato e la loro santità, nei quali
noi ci riconosciamo come in uno specchio. Solo alcuni costi-

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tuiscono un modello di vita. Abramo può esserci modello per


la fede; Mosè può illuminare i genitori a essere servi di Dio e
di una famiglia, come lui lo è stato per il suo popolo; Maria
ci illumina sul modo di essere al servizio della storia della sal-
vezza; Gesù ci illumina sull’amore del Padre, sulla fedeltà al
progetto di vita e sulla preghiera; san Paolo ci insegna a esse-
re missionari. La chiesa, infine, trova il suo modello in quella
comunità descritta all’inizio degli Atti degli apostoli: piccola,
ma perfetta. Leggendo la Bibbia con questo spirito, come da
trent’anni stiamo facendo, la parola di Dio diventa una storia
affascinante e viva, come se i personaggi di gesso del presepio,
improvvisamente animati dallo Spirito di Dio, cominciassero
a muoversi e a vivere, trasformando il memoriale di una storia
passata in vita che si rinnova ogni giorno.

Ferie di Avvento – 18 dicembre


Dio è un gran signore
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa
sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta
per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto
e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un
angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di
prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei
viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai
Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati»… Quando si destò
dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e
prese con sé la sua sposa. Mt 1,18-24

Dopo l’evento dell’Annunciazione il Signore invia, in sogno,


un angelo a Giuseppe per informarlo sul concepimento di Ge-
sù e coinvolgerlo nella storia della salvezza. Prima però attende
che egli si dimostri degno di quel ruolo. La prova alla quale vie-
ne sottoposto riguarda la giustizia, che è qualcosa di molto più
grande della legalità. La legge, infatti, gli avrebbe permesso di
ripudiare Maria; ma Giuseppe decide di «ripudiarla in segreto»,
evitandole il pubblico disonore. La mamma e io, da giovani, ab-

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

biamo avuto il privilegio di conoscere una persona con un tale


senso della giustizia. Era padre Cipriano Ricotti, allora priore
del convento domenicano di San Marco, in Firenze. Padre Ci-
priano ci ha guidato durante tutto il periodo del fidanzamento,
e alla fine ha celebrato le nostre nozze nella chiesa di San Mar-
tino a Mensola. Una sera di molti anni fa, stavamo guardando
un programma televisivo dedicato alla religione ebraica, duran-
te il quale hanno parlato di quel «viale degli uomini giusti» che,
in Gerusalemme, è stato dedicato alle persone che, durante la
seconda guerra mondiale, hanno salvato degli ebrei dalla per-
secuzione, a rischio della propria vita. A un certo punto è stato
intervistato padre Cipriano Ricotti, insieme ad alcuni ebrei mi-
lanesi, che egli aveva salvato e che lo hanno voluto ringraziare
pubblicamente. Siamo rimasti colpiti, perché non ne sapeva-
mo niente: padre Cipriano non ne aveva fatto alcun accenno.
Ci siamo subito informati e abbiamo scoperto che, a Firenze,
aveva messo in salvo un gran numero di ebrei, cominciando
a nasconderli nelle soffitte del convento e poi in tutta la città.
Padre Cipriano non solo era giusto, era anche un uomo di
misericordia. Un giorno, dopo aver celebrato la santa messa
durante la settimana di Passione, ci raggiunse, come sempre,
per salutarci. Aveva gli occhi lucidi: «Scusatemi – ci disse – ma,
celebrando l’eucaristia in questa settimana, mi capita spesso
di commuovermi». Era una persona grande, ma noi eravamo
troppo giovani per comprenderlo pienamente. Con il passare
degli anni, però, i suoi insegnamenti e il suo esempio hanno
continuato a guidarci in molte scelte della nostra vita.

Ferie di Avvento – 19 dicembre


Gli angeli e i bambini
Al tempo di Erode… vi era un sacerdote di nome Zaccaria… che aveva
in moglie… Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio… Essi non
avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli
anni. Avvenne che, mentre Zaccaria svolgeva le sue funzioni sacerdotali…
Apparve a lui un angelo del Signore… Quando lo vide, Zaccaria si turbò
e fu preso da timore. Ma l’angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua
preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, e tu lo

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chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza… sarà colmato di Spirito


Santo fin dal seno di sua madre… Egli camminerà innanzi a lui con lo
spirito e la potenza di Elia, per… preparare al Signore un popolo ben
disposto». Zaccaria disse all’angelo: «Come potrò mai conoscere questo?
Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni». L’angelo gli rispose:
«Io sono Gabriele, che sto dinanzi a Dio e sono stato mandato a parlarti
e a portarti questo lieto annuncio…». Dopo quei giorni Elisabetta, sua
moglie, concepì… e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore,
nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna fra gli uomini».
 Lc 1,5-25

Oggi lasciamo ai sacerdoti, durante la messa, l’esegesi di que-


sta pagina del vangelo; noi, nella chiesa domestica della nostra
famiglia, ne facciamo una tutta nostra. Da due anni viviamo
un meraviglioso periodo di nascite. A Giannandrea e Francesca
è arrivata Claudia; ad Anna Rita ed Eugenio sono arrivati Car-
lotta e Paolo; a Gianmario e Francesca è arrivata Luisa; a Maria
Letizia e Gianluca sono arrivati Chiara e Mattia, a Maria Fran-
cesca e Davide è arrivato Edoardo, a Marcos e Valentina è arri-
vato Pierluigi, che si sono aggiunti a Elisabetta, Maria Serena,
Gabriele, Sara, Paola, Alicia e Letizia Maria, nati in preceden-
za, e Maria Letizia è in attesa di un terzo bambino. Ogni figlio
che nasce è una benedizione del Signore per la famiglia, è un
segno che egli ha fiducia in noi: è la vita che si rinnova, men-
tre noi nonni serenamente stiamo invecchiando. Non ci sono
parole per esprimere queste meraviglie della vita. Nella storia
della salvezza, quando Dio vuol dare un impulso nuovo al cam-
mino dell’umanità, manda sempre gli angeli come messaggeri;
e dopo gli angeli arrivano i bambini. Da Abramo e Sara è nato
Isacco, da Anna è nato Samuele, da Zaccaria ed Elisabetta è
nato Giovanni, da Maria e Giuseppe è nato Gesù. Sono stati
tutti concepiti in modo eccezionale, quando i genitori erano
già anziani o, nel caso di Maria, addirittura per opera dello Spi-
rito Santo, perché fosse chiaro il segno che quelle nascite sono
avvenute con l’intervento diretto di Dio. Ogni bambino che
nasce, tuttavia, è un segno dell’amore di Dio per gli uomini,
dovunque e comunque venga alla luce; è un segno che il Signo-
re vuole rinnovare il mondo, perché insieme a un bambino che
nasce c’è un nuovo progetto di Dio per l’umanità. Di fronte alla
meraviglia di ogni nascita, sentiamo solo il desiderio di pregare.

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Ferie di Avvento – 20 dicembre


Il matrimonio tra cielo e terra
Al sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della
Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo
della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te».
A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse
un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai
trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce
e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo;
il Signore Dio gli darà il trono di Davide… e regnerà per sempre… e il
suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà
questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo
scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra.
Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed
ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un
figlio…: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del
Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da
lei. Lc 1,26-38

Il vangelo di oggi permette di meditare il matrimonio te-


ologico tra cielo e terra, tra Dio e l’umanità. È terminato il
lungo fidanzamento iniziato, duemila anni prima, con il «sì»
di Abramo, e si celebra il matrimonio con il «sì» di Maria, che
rappresenta tutta l’umanità. È un matrimonio effettivo, perché
da questa unione nascerà Gesù che, come tutti i figli, asso-
miglierà sia al padre che alla madre. In Gesù coesistono due
nature: quella umana di Maria e quella divina di Dio. Tra qual-
che giorno celebreremo il Natale, la nascita del Figlio, e si farà
festa in cielo e in terra; alla capanna di Betlemme ci saranno
invitati celesti, gli angeli, e invitati terrestri, i pastori e i Magi.
Oggi, però, siamo chiamati a meditare e a partecipare spiritual-
mente alle nozze tra Dio e l’uomo, che si sono celebrate nella
casa di Maria, nella città di Nazaret. Grazie a quell’unione, il
matrimonio tra Dio e l’umanità dura anche oggi e durerà per
sempre; e noi, per il battesimo che abbiamo ricevuto, siamo
diventati, come dice san Paolo, figli adottivi di Dio e di Maria.
Possiamo pertanto chiamare Dio col nome di Padre e Maria

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

col nome di Madre. Ringraziamo i nostri genitori che ci hanno


donato la vita fisica e, facendoci battezzare, hanno permesso
che diventassimo anche figli di Dio. Lo sa bene la nostra ami-
ca Renata, donna di fede inesauribile che, nel combattere le
molte battaglie della sua vita, quando deve sostenere qualche
confronto difficile, usa dire al suo interlocutore, tra il serio e il
faceto: «Lei non sa chi è mio Padre!».

Ferie di Avvento – 21 dicembre


L’aborto è un omicidio
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa,
in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel
suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce:
«Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa
devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto
è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha
detto». Lc 1,39-45

Da quando, in Italia, è entrata in vigore la legge 194/1978,


ogni anno il Ministro della Sanità denuncia ufficialmente due-
centocinquanta mila aborti. Ciò vuol dire che quelli effettivi
dovrebbero essere trecento-trecentocinquanta mila. Ogni an-
no scompare, senza lasciare alcuna traccia, una potenziale città
come Firenze. E l’incredibile è che ciò avvenga non per mano
della malavita, ma in applicazione della legge e con la collabo-
razione delle strutture sanitarie. Il brano del vangelo di oggi
racconta che «appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria,
il bambino sussultò nel suo grembo». Dunque quel feto, che in
futuro sarebbe diventato Giovanni il Battista, al saluto di Ma-
ria fu pieno di Spirito Santo, ancor prima di sua madre. È un
fatto che fa riflettere: quel bambino non ancora nato, per vie
misteriose ma reali, ha avvertito immediatamente la presenza
del futuro Messia nel grembo di Maria. Siamo di fronte al mi-

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stero della vita: fin dal suo concepimento, un essere umano ha


una sensibilità e anche una vita spirituale, seppur inconsapevo-
le. Sono verità da annunciare a ogni donna che si presenti in
ospedale a chiedere l’aborto. «Il bambino che porti nel grembo
– occorrerebbe dirle – ha già avvertito la tua volontà di soppri-
merlo. Torna a casa, chiedigli perdono e amalo come Dio già
lo ama». Non è bene affidare il mistero della vita e della morte
alle mani di medici senza fede. Il nostro amico Franco Pianetti,
ostetrico-chirurgo, un giorno ci ha confidato: «La mia gioia più
grande, ora che sono anziano, è la consapevolezza di aver aiu-
tato a venire alla luce quasi quindicimila bambini e di essermi
sempre rifiutato di procurare aborti volontari». Tutte le volte
che ci incontriamo mi viene in mente un pensiero di Plutarco:
«È bello invecchiare con l’animo onesto, come in compagnia
di un amico sincero».

Ferie di Avvento – 22 dicembre


La preghiera del Magnificat
Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito
esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora
in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per
me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua
misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti
dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha
rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi
della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la
sua discendenza, per sempre». Lc 1,46-55

Di fronte alla preghiera del Magnificat, con la quale Maria


dà inizio ai tempi messianici e alla storia della chiesa, la nostra
meditazione si fa silenzio, come quando contempliamo il mi-
stero della grotta di Betlemme. Ogni commento rischierebbe
di appannare il fulgore delle parole di questa donna ebrea, che
risplendono come stelle nel cielo. Ve n’è una, in particolare,
che ci fa riflettere, perché appare in netto contrasto con le ca-

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tegorie del pensiero contemporaneo: è la parola «umiltà». Sem-


brerebbe indicarci atteggiamenti di pochezza, di insignificanza,
di scarso valore. Ed è proprio in questo senso che, talvolta, si
sceglie di presentarsi in maniera umile, allo scopo di evitare le
fatiche e i rischi di progetti grandi, coraggiosi. Ma questa non
è vera umiltà, bensì un comodo alibi. Maria ci insegna la vera
umiltà: quella che deriva dalla consapevolezza di essere tanto
piccoli, ma strumenti di un Signore tanto grande e disposto ad
affidarci i suoi progetti. Allora la fronte si alza e il pensiero vola
alto, sulle ali della stessa fede che spinge san Paolo a scrivere,
nella Lettera ai Filippesi: «Tutto posso in colui che mi dà la for-
za» (Fil 4,13). Le parole del Magnificat ci esortano a metterci
umilmente al servizio del Signore che, secondo i suoi piani,
opererà in tutti noi cose grandi, a lode e gloria del suo nome.

Ferie di Avvento – 23 dicembre


Richieste e ringraziamenti
A te, Signore, innalzo l’anima mia, mio Dio, in te confido: che io
non resti deluso!… Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami
i tuoi sentieri. Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei
tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno. Ricòrdati,
Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre. I
peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare:
ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore…
Volgiti a me e abbi pietà, perché sono povero e solo. Allarga il mio cuore
angosciato, liberami dagli affanni. Vedi la mia povertà e la mia fatica e
perdona tutti i miei peccati… O Dio, libera Israele da tutte le sue angosce.
 Sal 24

Era proprio una bella giornata d’estate quella in cui mi re-


cai per la prima volta, insieme a Pierluigi, al santuario della
Madonna di Montenero. Con la nostra vecchia Kadett, aveva-
mo percorso tutti i tornanti della strada che sale in mezzo alla
macchia mediterranea, assolata e cespugliosa, fino ad arrivare
in cima alla collina che sembra proteggere il porto di Livorno,
con le sue navi che vanno e vengono.

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Tanta bellezza, tuttavia, riusciva a fugare soltanto un poco


i pensieri tristi che mi affliggevano per il mio desiderio inap-
pagato di maternità. Erano ormai trascorsi due anni di matri-
monio e mi ero anche sottoposta a un impegnativo intervento
chirurgico per rendere possibile la gravidanza che tanto desi-
deravo. Cercavo di rassegnarmi, di ipotizzare altri modi per
riempire quel vuoto, ma spesso piangevo di nascosto, per non
rattristare Pierluigi.
Inginocchiata in quel santuario, mi misi silenziosamente a
pregare, guidata dai versetti del salmo di oggi. «A te, Signore,
innalzo l’anima mia, mio Dio, in te confido... Volgiti a me e ab-
bi pietà... Vedi la mia povertà e la mia fatica». A un certo punto
rivolsi lo sguardo verso l’immagine della Madonna e mi accorsi
che era circondata da una corona di angeli dal volto tondo e
sorridente, simili a tanti bambini felici. Di slancio rivolsi una
preghiera alla Madonna: donami tanti bambini quanti sono
questi tuoi angeli! Poi li contai e vidi che erano quindici. Poco
prima di Natale mi accorsi che era in arrivo il primo bambino
e, con il rapido passare degli anni, ne sono arrivati altri tredici,
o nascendo in un reparto di maternità o giungendo in volo da
paesi lontani. Ogni estate torno a Montenero per ringraziare la
Madonna con il cuore colmo di gratitudine, e mi interrogo su
chi sia quell’angioletto che non è mai arrivato. Penso che tale
posto sia riservato alle persone che, di volta in volta, hanno
bisogno di essere accolte, come Davide, il ragazzo che abbiamo
avuto in affido.
Ti ringrazio, Maria, perché hai presentato la mia preghiera
al Signore.

Ferie di Avvento – 24 dicembre

Il senso vero del Natale


Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo:
«Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo
popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente… E tu, bambino,
sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a

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preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza


nella remissione dei suoi peccati. Grazie alla tenerezza e misericordia del
nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli
che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi
sulla via della pace». Lc 1,67-79

Giriamo per le strade della città tra insegne luminose e ne-


gozi luccicanti. La gente carica di pacchi colorati si incrocia
per la strada e si augura «Buon Natale». I giornali, la televisio-
ne e tutto il mondo della comunicazione e dello spettacolo ci
augura «Buon Natale». Ovunque incontriamo persone vestite
da Babbo Natale e non esiste casa dove non ci sia un albe-
ro scintillante di luci e palle colorate. «Buon Natale» di qua,
«Buon Natale» di là, «Buon Natale» da tutte le parti. Sono ma-
nifestazioni di gioia che allietano il cuore, suscitando attese e
trepidazione nei piccoli e in coloro che sanno tornare piccoli.
Se questa atmosfera di festa, che illumina il cuore dell’inver-
no, non si riduce solo a questo, è cosa bella. Occorre, tuttavia,
evitare il rischio di trasformare il Natale in una festa avulsa dal
suo vero significato e dal suo potere di rigenerarci nello spirito.
L’uomo, sempre più «stanco e oppresso», ha un bisogno pro-
fondo di vivere il Natale, trovando momenti di silenzio e di
meditazione per prepararsi ad accogliere il Signore che viene.
Questo cantico di Zaccaria, sgorgato dalla felicità per la nascita
di quel figlio che da grande diventerà Giovanni il Battista, ci
indica la strada per ricuperare il senso vero del Natale. Trovia-
mo allora, dentro di noi, dei momenti di silenzio per meditare
il meraviglioso evento del Natale, come ci viene annunciato dal
vangelo di oggi: Dio «ha visitato e redento il suo popolo, e ha
suscitato per noi un Salvatore potente». Questa verità di fede
che, in Gesù di Nazaret, Dio entra a far parte della nostra uma-
nità, ha bisogno di tempo e di silenzio per attecchire e mettere
radici nel nostro cuore. Tempo e silenzio, per far nascere anche
in noi quel bambino che, una volta cresciuto, diventerà «pro-
feta dell’Altissimo» e andrà «innanzi al Signore a preparargli
le strade». È questa la via per diventare testimoni del vangelo,
negli ambienti nei quali siamo stati chiamati a vivere.
Fa’, Signore, che questo cantico di Zaccaria diventi il nostro
cantico, la nostra testimonianza gioiosa.

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TEMPO DI NATALE
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25 dicembre – Natale del Signore


Il Natale tra i barboni
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza
di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la
luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno
vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni…
Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel
mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo… Venne fra i suoi, e i
suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere
di diventare figli di Dio… E il Verbo si fece carne e venne ad abitare
in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come
del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità…
Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia…
Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno
del Padre, è lui che lo ha rivelato. Gv 1,1-18

Gesù nasce a Betlemme, in una stalla, tra i poveri, lui che ap-
parteneva alla buona famiglia di un artigiano. È Dio che ha vo-
luto così e, perché questo accadesse, ha silenziosamente sugge-
rito all’imperatore Augusto di indire il primo censimento della
storia. Si sono messi in moto tutti i cittadini dell’impero roma-
no per andare a farsi registrare nel luogo di origine. Anche Ma-
ria e Giuseppe, che abitavano a Nazaret, in Galilea, son dovuti
andare in Giudea, dove aveva origine la famiglia di Giuseppe,
che era discendente di Davide. In quel movimento di persone,
gli albergatori hanno preferito dare ospitalità a persone meno
impegnative di una donna che stava per partorire; così Maria e
Giuseppe non hanno trovato posto nell’albergo e Gesù è nato
tra i poveri. È proprio Dio a pilotare gli eventi della storia: gli
uomini sono solo strumenti! Questa vicenda ci fa ritenere che
anche le migrazioni e la globalizzazione del nostro tempo, con
tutto l’intreccio di culture, di religioni, di razze e di lingue che
comporta, siano opera sua. Anche il fatto che Gesù sia nato tra i
poveri, significa che Dio ha una predilezione per loro. E i pasto-
ri, i primi ad accorrere alla capanna di Betlemme, all’epoca di
Gesù, erano i più poveri e i più emarginati della Palestina. Anche
noi, negli anni Ottanta, abbiamo avuto il privilegio di rivivere,
in un certo qual modo, la natività nel «ruolo» di Maria, Giusep-

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pe e il bambino. Doveva essere un presepe vivente, ma per noi


è stato molto di più. Fratel Ettore, che da poco aveva iniziato la
sua avventurosa missione di dare assistenza e dignità ai barboni
di Milano, ci chiese di impersonare la Sacra Famiglia, insieme a
Gianluca che era nato da poco, nella santa messa di Natale tra
i barboni. Accettammo e fu un’esperienza irripetibile. Ci tro-
vammo a rivivere il Natale nel ruolo di Maria e di Giuseppe, in
quell’ambiente un po’ oscuro, con le facce dei barboni che guar-
davano stupefatti e che dovevano essere poco diversi dai pastori
del presepe. È stata una vera immersione nel mistero del Natale.

I Domenica dopo Natale – Santa Famiglia


Ascolto e libertà
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati,
prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché
non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo»…
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe
in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’
nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il
bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra
d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao
al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno,
si ritirò nella regione della Galilea. Mt 2,13-15.19-23

Credo che, per un ingegnere, il lavoro più affascinante sia


quello del project manager. Ti viene affidato un progetto, un
budget di spesa e un tempo per realizzarlo. Da quel momento
il progetto è tuo: hai l’autorità di operare scelte e di prendere le
decisioni necessarie; però, alla fine, devi render conto della sua
realizzazione a chi ti ha affidato l’incarico. È ciò che succede a
ogni persona che viene al mondo: ha un progetto da realizzare,
un tempo a disposizione, dei talenti da spendere e la libertà
di prendere le decisioni opportune. Il progetto esiste fin dalla
nascita, ma il Signore lo comunica dopo, nel corso degli anni,
via via che la persona diviene capace di recepirne l’importanza
e i contenuti. Per poterlo conoscere, tuttavia, è necessaria la co-
munione con il Signore. Ecco il motivo della preghiera, ed ecco

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perché Gesù andava sempre sul monte a pregare il Padre! È nel-


la preghiera e nella comunione con Dio che il progetto ci viene
man mano comunicato, come il dipanarsi di un gomitolo di lana.
A Giuseppe, nella storia della salvezza è stato affidato un
compito unico e un ruolo fondamentale, tanto che le deci-
sioni importanti da prendere per realizzare il suo progetto, gli
vengono suggerite direttamente dagli angeli, i messaggeri di
Dio: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con
te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei
viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). «Àlzati, prendi con te il
bambino e sua madre, fuggi in Egitto», «Àlzati, prendi con te
il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele». Giuseppe
ha sempre ubbidito fedelmente ai comandi del Signore, sen-
za rinunciare, però, alla libera iniziativa per la soluzione dei
problemi alla sua portata di uomo, come mostra il vangelo di
oggi: «Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Ar-
chelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi». In
colui che vive in comunione con il Signore nella preghiera, si
instaura un meraviglioso equilibrio tra illuminazione e libertà,
ma la decisione finale è sempre dell’uomo. Il modo di comuni-
care che il Signore sceglie è assai vario: può essere una persona,
un’intuizione improvvisa, un versetto del vangelo o un angelo;
oppure può essere una porta che, senza motivo apparente, si
chiude e un’altra che si apre nella vita quotidiana. Noi dobbia-
mo solo vivere in preghiera e in ascolto.

26 dicembre – Santo Stefano


Il martirio di santo Stefano
«Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi
flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti a governatori e
re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando
vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi
sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare,
ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. Il fratello farà morire il
fratello e il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li
uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà
perseverato fino alla fine sarà salvato». Mt 10,17-22

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Ieri abbiamo vissuto un gran bel Natale. Tornati dalla prima


messa del mattino, abbiamo alzato il riscaldamento e ci siamo
rintanati in casa a preparare il pranzo insieme all’amica Mary,
la cui presenza per questa festa è per noi un’istituzione. A
mezzogiorno sono arrivati Gianmario, Giannandrea, e Maria
Francesca con le loro famiglie e alcuni amici. A tavola eravamo
diciotto persone. La domenica a pranzo siamo normalmente
di più, ma ieri alcuni figli hanno festeggiato il Natale con i
nostri consuoceri. La comunione tra noi, un ottimo pranzo,
la preghiera insieme, lo scambio dei doni, lo scorrazzare dei
bambini e gli auguri telefonici, hanno riempito la giornata di
cose vere, genuine e, nella loro semplicità, anche sante.
Oggi la chiesa celebra la prima persecuzione dei cristiani e
il martirio di Stefano, per ricordarci che la vita di tutti i giorni
non è solo festa: è anche lavoro, fatica, missione e persecuzione.
Realtà, queste, che abbracciano tutti i campi e i vari aspetti
della vita: la professione, la famiglia, la politica, lo sport, gli
impegni sociali e il tempo libero. In ogni momento della
giornata, il bene e il male, le vittorie e le sconfitte, le gioie e
le persecuzioni, si intrecciano come fili diversi di uno stesso
arazzo. Intendiamoci, la persecuzione non è un privilegio solo
dei cristiani, perché è forse la manifestazione più comune e
lampante del male esistente nel mondo; però lo è il motivo.
Mentre le altre persecuzioni sono mosse da ciò che si ha o non
si ha, che si fa o non si fa, la persecuzione contro i cristiani è
mossa da ciò che si è.
Gesù ci dice, oggi, che il fatto stesso di essere cristiani è
motivo di persecuzioni. «Se hanno perseguitato me – dice il
Signore –, perseguiteranno anche voi» (Gv 15,20). Il vivere
in modo semplice, lineare e in pace, l’abitudine alla preghiera
e l’avere impresse sul volto una gioia e una speranza che il
mondo non ha, è talvolta motivo di ammirazione, ma, molto
più spesso, di invidia e di persecuzione. «E spesso – dice oggi
il Signore – sarete chiamati anche a difendervi in qualche
tribunale, sia esso familiare o sociale. Ma non preoccupatevi
di ciò che direte e di come lo direte, sarà lo Spirito Santo a
illuminarvi e a farvi rendere testimonianza al Signore». Come è
successo a santo Stefano.

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27 dicembre – San Giovanni apostolo ed evangelista


Il mistero dell’amore di Dio
[Maria Maddalena] Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro
discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il
Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora
uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme
tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per
primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse
intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò
i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con
i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo,
che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Gv 20,2-8

Come a tutti i nonni, succede anche a noi, di quando in


quando, di dar consigli a figli e nipoti, alla luce delle esperienze
vissute e degli errori commessi nel corso degli anni. Oggi Le-
tizia Maria, la bambina più grande di Anna Rita ed Eugenio,
mentre pranzavamo con gli avanzi del pranzo di Natale, ha
domandato: «Perché quando uno è più grande dà sempre con-
sigli?». «Perché la vita, come i romanzi gialli, si capisce bene alla
fine!», ho risposto. Lo stesso è per la vicenda umana di Gesù
di Nazaret, il Figlio di Dio fatto uomo. L’evento dell’Incar-
nazione, che abbiamo vissuto in questi giorni del Natale, per
quanto lo si mediti, rimane sempre un mistero dell’amore di
Dio per l’uomo. Tuttavia lo si penetra un po’ di più alla luce
della manifestazione d’amore, ancor più grande, che è la morte
in croce di Gesù, per la nostra liberazione dalla schiavitù del
peccato. San Paolo la chiama «lo scandalo della croce» (Gal
5,11). Questi due eventi che si illuminano a vicenda, tanto da
divenire un unico mistero dell’amore di Dio per l’uomo, sono
solo la porta d’ingresso per accedere al primo gradino del mi-
stero d’amore ancora più grande che è la risurrezione: mistero
d’amore del Padre per il Figlio, che non avrebbe potuto farsi
superare dall’amore di Gesù Cristo per l’uomo. Stiamo par-
lando di vette d’amore per noi inarrivabili e incomprensibili,
sulle quali, però, è bello cercare di arrampicarci fino a dove
sia possibile. È per questo motivo che la chiesa, subito dopo i
giorni del Natale, ci propone di meditare la morte in croce e la
risurrezione di Gesù.

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28 dicembre – Santi Innocenti martiri


L’eterna lotta tra bene e male
Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati,
prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non
ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si
alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove
rimase fino alla morte di Erode… Quando Erode si accorse che i Magi si
erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che
stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni
in giù. Mt 2,13-18

Ogni giorno, sfogliando le pagine dei giornali, siamo colpiti


dalla incessante lotta delle forze del bene e del male che, all’in-
terno degli eventi narrati, si contrappongono come eserciti in
battaglia. E il campo di battaglia è l’uomo. Da una parte forze
che vogliono eliminare, soffocare, distruggere la vita; dall’altra
persone che la vogliono difendere, alimentare, salvare. Da una
parte si uccide, dall’altra si donano gli organi; da una parte si
spaccia la droga, dall’altra nascono le comunità di recupero dei
tossicodipendenti; da una parte si procura l’aborto, dall’altra si
adottano i bambini. Nel brano del vangelo di oggi questa dina-
mica assume dimensioni teologiche: Gesù nasce a Betlemme e
si immolerà sul Calvario per liberare e salvare l’uomo dai suoi
limiti e dal suo peccato. È una strategia divina chiara anche alle
forze del male che, sin dall’inizio, si scatenano per combatterla
con ogni mezzo, perché vogliono che l’uomo sia soggiogato,
schiavizzato e schiacciato dal peccato. Questa continua lotta
tra le forze del bene e quelle del male porta alla luce un gran-
de mistero, che la rivelazione spiega con il peccato originale
dell’inizio dei tempi. In effetti, che il male sia connaturato con
l’uomo è evidente anche nel bambino che comincia a parlare,
le cui prime parole, insieme a quelle di «babbo» e «mamma»,
sono «no» e «mio». Tra i nostri molti figli ce ne fosse stato uno
che, cominciando a parlare, avesse detto: «sì», «tuo» o «nostro»!
Nemmeno uno. Il loro grido di battaglia è sempre stato «no!»,
oppure «è mio!». Tuttavia, nonostante la rivelazione biblica e
le molte conferme quotidiane, permane un mistero: perché le

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forze del male hanno dei diritti sull’uomo?… A questa doman-


da non c’è, a parer nostro, una risposta esauriente, ma solo
una certezza: al disopra del bene e del male c’è Dio, che opera
continuamente perché il bene abbia il sopravvento sul male.
Il fatto che, nel vangelo di oggi, il Signore mandi un angelo a
parlare, in sogno, a Giuseppe per illuminarlo su come mettere
in salvo Gesù, è la certezza che Dio sostiene coloro che com-
battono dalla parte del bene. E questo ci basta.

29 dicembre
Lo Spirito soffia sulla chiesa
Quando furono compiuti i giorni… portarono il bambino a Gerusalemme
per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore… Ora
a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che
aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito
Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima
aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e,
mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù… lo accolse tra le braccia
e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua
salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle
genti e gloria del tuo popolo, Israele». Lc 2,22-35

Alla fine degli anni Sessanta, dopo che lo Spirito Santo ave-
va soffiato potentemente sui vescovi del concilio Vaticano II,
cominciò a soffiare su tutta la chiesa. Vi fu un grande fiorire
di movimenti, associazioni e correnti spirituali che, in breve
tempo, si propagarono in tutto il mondo, come il fuoco spinto
dal vento della savana. Ovunque sorsero gruppi di preghiera e
incontri spirituali, che infusero vita nuova in molte persone,
la cui fede si era un po’ atrofizzata. Vi fu un risveglio generale
che ricordava il rivivere delle ossa aride nella visione del profeta
Ezechiele: «Il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella
pianura che era piena di ossa... lo spirito entrò in essi e ritorna-
rono in vita e si alzarono in piedi» (Ez 37,1-10). In quella nuova

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primavera della chiesa, era nato a Milano un gruppo del Rin-


novamento Carismatico, nel quale un bel numero di persone si
incontravano per pregare e lodare il Signore in un modo libe-
ro, più spontaneo e gioioso rispetto alle vecchie consuetudini.
Viveva in quel tempo, a Milano, padre Tomaso Beck, un
gesuita che, venuto a conoscenza di quegli incontri, mosso dal-
lo Spirito, si recò a vedere che cosa succedesse. L’incontro di
padre Tomaso con quella nuova realtà spirituale ebbe un esito
straordinario: fu come se l’uno e l’altro si cercassero da tempo.
Avvenne che il Rinnovamento Carismatico di Milano trovò
la sua guida spirituale e quel sacerdote incontrò la chiesa che
aveva sempre sognato. Lo Spirito che aveva suggerito a padre
Tomaso di recarsi in quel gruppo di preghiera era lo stesso che
duemila anni prima aveva suggerito al vecchio Simeone di re-
carsi al tempio, nello stesso momento in cui Giuseppe e Maria
vi portavano il bambino Gesù per farlo circoncidere. L’anziano
sacerdote, illuminato dallo Spirito, riconobbe in quel bambino
il Messia, e dal suo cuore ricolmo di gioia proruppe il meravi-
glioso cantico del Dimittis: «Ora puoi lasciare, o Signore, che
il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei
occhi hanno visto la tua salvezza».

30 dicembre
Al servizio del tempio
C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser.
Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo
matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non
si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e
preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e
parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero
ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si
fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. Lc 2,36-40
Quaranta giorni dopo la nascita del figlio primogenito, la
legge di Mosè prescriveva che i genitori si recassero al tempio di

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Gerusalemme per offrirlo al Signore e per la purificazione della


madre. Nella circostanza del vangelo di oggi, però, non è il
bambino che viene offerto al Signore, ma è il Signore stesso che
viene offerto da Maria e Giuseppe per la salvezza dell’umanità e
del mondo. È questo il mistero che viene colto dalla profetessa
Anna e dal vecchio Simeone, che, illuminati dallo Spirito San-
to, si abbandonano alla gioia e alla lode. Il compimento della
lunga attesa ricolma di gratitudine il cuore del vecchio Sime-
one, che, come abbiamo sottolineato nella riflessione di ieri,
prorompe nel meraviglioso cantico del Dimittis: «Ora puoi la-
sciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace» (Lc 2,29). Oggi,
però, il vangelo è incentrato sulla figura di Anna alla quale,
come al vecchio Simeone, per la sua fedeltà al servizio del tem-
pio, lo Spirito Santo concede di riconoscere nel bambino Gesù
il futuro Messia. Anna mi ricorda una vecchietta del mio paese
delle Sieci che, insieme ad altre signore, andavano a pulire la
chiesa durante la settimana. Finiti i lavori, le altre signore se
ne andavano e lei rimaneva lì, a pregare sola sola. «Questo è il
momento della giornata in cui il Signore è tutto mio – mi disse
un giorno –; lui è contento per ciò che ho fatto e io godo della
sua presenza come una serva cui, finito il suo lavoro, è concesso
di parlare con il suo Signore».

31 dicembre
Gesù Cristo, luce vera
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui…
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini… Venne un uomo
mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per
dare testimonianza alla luce… Veniva nel mondo la luce vera, quella che
illumina ogni uomo… Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito,
che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. Gv 1,1-18

Il russo Yuri Gagarin, primo astronauta della storia, al suo ri-


torno dallo spazio fu intervistato da giornalisti di tutto il mon-
do. Fra le tante domande che gli furono rivolte, gli chiesero:

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«Ha visto Dio, lei, nel cielo?». «In cielo non esiste alcun Dio»,
rispose Gagarin. La nonna Rita, che ascoltò questa risposta,
mandata in onda durante un telegiornale mentre stava sgra-
nando fagioli in cucina, da brava fiorentina non poté fare a me-
no di commentare: «O che s’aspettava, di trovarlo appeso lassù
come un prosciutto?!». È difficile non riconoscere nell’armonia
dell’universo la mano potente di un Dio creatore e ordinatore,
anche se qualche raro scienziato non se n’è ancora accorto. La
fede cristiana, però, va molto oltre: noi crediamo che Dio si sia
incarnato nella persona di Gesù di Nazaret, scegliendo di far-
si uomo tra gli uomini. Non siamo cristiani perché crediamo
nell’esistenza Dio, ma perché crediamo nella sua incarnazione
in Gesù di Nazaret.
È questa la rivelazione dell’evangelista Giovanni nel prologo
al suo Vangelo. Egli annuncia che il Verbo – la parola creatrice
di Dio – che all’inizio dei tempi ha creato il mondo, a un certo
punto della storia si è incarnato in Gesù, e con la sua nascita
«veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uo-
mo». Ogni volta che leggiamo questo versetto, ci vengono i
brividi per l’altezza sublime alla quale ci eleva: è la premessa
che convalida tutta la rivelazione biblica. Gesù di Nazaret ci
ha rivelato verità su Dio e sull’uomo inaccessibili alla mente
umana. Pensiamo al sovvertimento dei valori apportato dalle
beatitudini: «Beati i miti, perché avranno in eredità la terra»,
«Beati i misericordiosi... Beati i perseguitati per la giustizia»
(Mt 5,5-10). Pensiamo alle parabole: raccontini semplici, che
ci rivelano verità assolute, che lo scorrere del tempo non ha mi-
nimamente scalfito. Pensiamo ai miracoli: segni che ci parlano
della compassione e della misericordia di Dio per l’uomo. Al di
sopra di tutto, però, egli ci ha rivelato che Dio è Padre, amore
e perdono: verità, queste, che l’uomo da solo non avrebbe mai
potuto raggiungere. Un giorno, durante un dibattito televisivo
tra scienziati sul tema dell’universo, il conduttore si rivolse con
queste parole ad Antonino Zichichi: «Vedo che siete tutti d’ac-
cordo sull’esistenza di un Dio creatore e ordinatore del cosmo,
ma lei, professore, come è giunto alla fede cristiana?». Rispose
Zichichi: «Per un motivo che nell’universo non è scritto: per-
ché il Dio di cui ci parla Gesù Cristo è soprattutto perdono!».

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1 gennaio – Maria Santissima, Madre di Dio


La festa di Maria Santissima
Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino,
adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del
bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle
cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste
cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e
lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto
loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione,
gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che
fosse concepito nel grembo. Lc 2,16-21

Oggi la chiesa celebra la festa di Maria Santissima, Madre di


Dio. I pastori, avvisati dagli angeli, giungono alla capanna di
Betlemme e vi trovano Maria, Giuseppe e il bambino, che gia-
ce nella mangiatoia. È una scena meravigliosa: Dio nasce nella
pace di una stalla, tra lo stupore dei pastori, lontano dal tram-
busto dell’albergo, pieno di persone che provengono da ogni
parte a motivo del censimento indetto da Cesare Augusto. Se
anche noi, in questi giorni, siamo riusciti a isolarci un po’ dalla
confusione della città e abbiamo trovato il tempo di andare a
contemplare il presepe allestito nella veranda e spesso scosso dai
«terremoti» provocati dai nipotini più piccoli, abbiamo gustato
un po’ di quella pace e siamo entrati nel mistero del Natale. A
me è successo. Quei personaggi di gesso, nel silenzio della pre-
ghiera, si sono come animati e mi hanno trasportato nel clima
del Natale, come nel vangelo di oggi è accaduto ai pastori. È
stata una immersione, non un cammino. Adesso che le feste
sono finite ed è ripresa la vita di tutti i giorni, prego il Signore
perché ci faccia vivere, nei giorni a venire, la gioia festosa dei
pastori che tornano al loro gregge lodando Dio, alternata con
quella più pacata e profonda di Maria, che serba «tutte queste
cose, meditandole nel suo cuore». Sono due atteggiamenti che
si alimentano a vicenda: la gioia bambina dei pastori durerà nel
tempo se sarà alimentata da quella più consapevole di Maria, la
quale, nei trent’anni della vita nascosta di Nazaret, chissà quan-
te volte avrà ripensato alla capanna di Betlemme, per ritrovare
lo spirito di quella notte, l’incanto gioioso di quella maternità.

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Oggi si celebra la festa di questa donna ebrea che, dopo il


«sì» dell’Annunciazione, ha trascorso una vita nella normalità
e nel silenzio, ma è sempre stata presente nei momenti forti
della fede: a Cana, quando Gesù ha iniziato la vita pubblica,
sotto la croce e nel Cenacolo, il giorno della Pentecoste. Da
duemila anni, fino ai nostri giorni, Maria Santissima ha sempre
partecipato attivamente alla storia della chiesa, apparendo in
paesi diversi, per illuminare, per esortare e per farci riprendere
il cammino tutte le volte che siamo divenuti fiacchi o che ab-
biamo perso la strada.
Sii benedetta, o piena di grazia!

II Domenica dopo Natale


La creazione, atto d’amore di Dio
La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere
proclama la sua gloria… Allora il creatore dell’universo mi diede un
ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: «Fissa
la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele». Prima dei secoli, fin
dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno…
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio
potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del
Signore è la mia eredità. Sir 24,1-2.8-12

Questo brano di oggi è tratto dal Siracide, uno dei libri sa-
pienziali, così denominati perché, in modo a volte palese e in
altre tacito, trattano l’argomento della sapienza ebraica, come
dono di quella divina. Il libro del Siracide si può dividere in due
parti: la prima è una raccolta di massime, l’altra è un elogio dei
grandi personaggi della storia di Israele. Di tale sapienza l’espres-
sione e la codificazione concreta è costituita dalla Legge, dona-
ta da Dio al popolo ebreo. Della sapienza divina, di cui si parla
all’inizio del brano di oggi, si dice che «nell’assemblea dell’Altis-
simo apre la bocca», pertanto la chiesa la identifica con la perso-
na dello Spirito Santo, del quale parla Gesù Cristo nei vangeli.

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Nel pensiero di Israele è stata la sapienza di Dio a creare


il mondo, l’uomo e l’universo, i quali vivono e si muovono
seguendo armonie e leggi divine. Nel corso dei secoli e dei
millenni la scienza poi cercherà di dare a queste leggi, intuite
anche dalle altre culture e religioni, una formulazione fisico-
matematica, fino a scoprire una legge di gravitazione universa-
le. Sarà una scoperta progressiva, che inizierà con Galileo, sarà
perfezionata da Newton e quindi da Einstein, fino ad arrivare
alle formulazioni attuali. Qualunque sia la sua espressione ul-
tima, è ormai chiaro che gli astri dell’universo e gli elementi
dell’atomo si muovono su traiettorie armoniche come equili-
brio dinamico delle attrazioni dei corpi tra loro. È la sapienza
di Dio che vivifica tutti i corpi e tutte le cose. Gesù Cristo,
però, ci ha rivelato che l’espressione più elevata di Dio non è la
sapienza, ma l’amore: tutta la creazione è il risultato dell’amore
di Dio. E all’amore di Dio fanno capo non solo le attrazioni e i
moti dei corpi e delle cose, ma anche quelli degli uomini. Negli
uomini, tuttavia, a causa del peccato, quelle che dovrebbero
essere attrazioni divengono spesso repulsioni, quando non si
trasformano addirittura in guerre. La nostra fede, però, ci dice
che il motore di tutto l’universo è l’amore, e quando gli uomini
mettono in atto la pratica del perdono, si uniformano al me-
raviglioso disegno della creazione, e in tal modo entrano nella
circuitazione di Dio.

2 gennaio
Lo spirito del missionario
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono
da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli
confessò…: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque?
Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli
dissero allora: «Chi sei?… Che cosa dici…?». Rispose: «Io sono voce di
uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il
profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo
interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo,

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né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In


mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a
lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Gv 1,19-28

Questo brano del vangelo, che sembra riferito solo a Gio-


vanni il Battista, in realtà è da considerarsi la magna charta di
ogni missionario, di ogni credente e, addirittura, della chiesa
stessa. La chiesa è nata per evangelizzare e se non evangelizza
non è chiesa; e ogni cristiano che non si senta missionario, è un
cristiano in pantofole. Così dovrebbero procedere le cose alla
luce del «mandato»: «Andate in tutto il mondo e proclamate il
Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15).
Purtroppo, oggigiorno, non sentiamo l’urgenza del «man-
dato» all’evangelizzazione, e la chiesa stessa sembra combattere
una guerra di posizione, piuttosto che lanciarsi nella missione.
Si cerca più il dialogo che un franco annuncio della «buona
novella». La missione viene più interpretata come lotta con-
tro le ingiustizie sociali, non come annuncio di salvezza totale
dell’uomo. Quando, invece, il mandato viene vissuto in pie-
nezza e con coraggio, ci troviamo di fronte alla potenza della
grazia che l’accompagna: il Signore compie opere straordinarie
con persone semplici, come Madre Teresa di Calcutta. Il mis-
sionario è, inoltre, soggetto a molte tentazioni: la prima risiede
nel fatto che il mondo tende a trasformare in miti viventi le
persone divenute straordinarie per grazia di Dio. Difficilmente
si accetta che un uomo possa brillare di luce riflessa: si prefe-
risce accreditare ogni merito alla persona, trasformandola in
un idolo. A questo punto subentra la seconda tentazione: il
missionario rischia di credere che l’opera compiuta da lui sia
merito proprio e non del Signore. Finisce, così, per diventa-
re testimone di se stesso, dimenticando che è il Signore che
manda, che dona lo Spirito e che fa compiere cose grandi a
persone piccole. Il risultato finale è l’utilizzo della missione a
proprio vantaggio: nascono le sette e talvolta anche i patrimoni
personali. È la tentazione contro la quale si trova a combattere
Giovanni il Battista nel vangelo di oggi: «Tu, chi sei?», «Io non
sono il Cristo», «Io sono voce di uno che grida nel deserto». Ec-
co che cosa è un missionario: una voce, uno strumento suonato
dallo Spirito Santo.

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3 gennaio

Io non lo conoscevo
Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello
di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto:
“Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io
non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse
manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo
Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non
lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua
mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che
battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è
il Figlio di Dio». Gv 1,29-34

È credibile che Giovanni il Battista non avesse mai incon-


trato Gesù prima che questi iniziasse la sua vita pubblica, dal
momento che il primo aveva sempre vissuto in Giudea e il se-
condo a Nazaret, in Galilea. Tuttavia quando Gesù va da lui
per farsi battezzare nel Giordano, l’affermazione di Giovanni
«Io non lo conoscevo» ha un significato teologico che va al di
là della semplice conoscenza personale. Vuol dire proprio che
Giovanni non sapeva, prima che lo Spirito lo illuminasse, che
a Gesù di Nazaret fosse stato conferito il potere di battezzare
l’umanità nello Spirito Santo, introducendola di nuovo, dopo
la caduta del peccato originale, nella circuitazione della vita di
Dio. Lo stesso potere Gesù, alla fine della sua vita terrena, lo
affiderà alla chiesa, la quale, in modo visibile, battezza in acqua
come Giovanni, ma, di fatto, battezza in Spirito Santo, come
Gesù annuncia a Nicodemo: «In verità, in verità io ti dico, se
uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno
di Dio» (Gv 3,5).
Con l’immissione nella vita dello Spirito, i cittadini del re-
gno dei cieli vivono in un’altra dimensione: vengono loro affi-
dati a poco a poco i segreti di Dio e il progetto di vita che sono
chiamati a realizzare, vivono la gioia messianica e partecipano
del pane della Provvidenza, come gli uccelli del cielo e i gigli
del campo. Avviene tutto gradualmente, come i bambini che,
venuti alla luce, crescendo imparano a conoscere i genitori, il

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mondo che li circonda, la storia che li ha preceduti, insieme


a quanto è loro necessario per vivere e destreggiarsi nella vita
di tutti i giorni. Dobbiamo riconoscere che anche a noi, du-
rante questa preghiera del mattino, vengono confidati segreti
dei quali prima non avevamo avuto la percezione. Avviene nei
modi più diversi, ma la via maestra è la meditazione delle Sacre
Scritture. La cosa più sorprendente, tuttavia, è che abbiamo
scoperto la vita come un miracolo continuo, del quale il pane
quotidiano sulla tavola è solo una manifestazione. In questo
senso, come la luce dell’aurora a poco a poco si fa più intensa e
illumina tutte le cose, alla fine di ogni giorno possiamo anche
noi dire del Signore: «Io non lo conoscevo».

4 gennaio
Giovanni il Battista
Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e,
fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E
i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si
voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli
risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?». Disse
loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e
quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno
dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito,
era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello
Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo –
e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei
Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
 Gv 1,35-42

Capita spesso di mettersi in viaggio per andare a incontra-


re una persona, spinti da un motivo importante. Via via che
ci avviciniamo al luogo e al momento dell’incontro, chiedia-
mo sempre più frequentemente informazioni e conferme sulla
strada da percorrere. Anche la storia della salvezza, nell’Antico
Testamento, può essere pensata come un uomo che all’inizio
si fosse messo in cammino con Abramo e, chiedendo infor-
mazioni ai personaggi che gli sono succeduti nel tempo, fosse

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arrivato fino a Gesù. Alcuni avrebbero dato informazioni mol-


to generiche, ma due di loro sarebbero stati di una precisione
assoluta: Isaia, l’annunciatore del Messia futuro, e Giovanni
il Battista, l’annunciatore del Messia presente. Nel vangelo di
oggi il Battista indica a Giovanni e Andrea, i due discepoli che
erano con lui, la persona di Gesù di Nazaret come il Messia
atteso dall’umanità fin dalla prima chiamata di Abramo. Quei
due discepoli che si staccano da Giovanni il Battista per seguire
Gesù, rappresentano tutta l’umanità che si consegna a lui. In
quel «passaggio del testimone» brillano la grandezza e l’umiltà
del Battista. Egli non va con i suoi discepoli, la sua missione è
compiuta; bisogna che egli diminuisca, perché Gesù cresca. È
ciò che deve fare, anche oggi, ogni annunciatore del vangelo:
cambia soltanto la direzione verso la quale indicare il Salvatore
del mondo. Per Isaia annunciare il Messia equivaleva a indicare
il futuro e per il Battista il presente; per noi vuol dire rivolger-
si a quel passato, per renderlo presente e portatore dell’unico
futuro che davvero valga la pena di essere vissuto. Dobbiamo
indicare la persona di Gesù di Nazaret, vissuto duemila anni fa,
morto in croce sul monte Calvario e risuscitato da morte. La
direzione da mostrare è diversa, ma l’atteggiamento di annun-
ciare e ritirarsi nel silenzio vale anche per oggi. La strategia di
indicare, insegnare e farsi da parte è valida anche per i genitori,
i maestri e le guide spirituali, sebbene non sempre sia facile. La
tentazione, infatti, è quella di rimanere presenti, magari per
raccogliere i frutti del servizio.

5 gennaio
I primi discepoli
Il giorno dopo Gesù… trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!»… Filippo
trovò Natanaele e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto
Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret».
Natanaele gli disse: «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo
gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva
incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».

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Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima


che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi».
Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio». Gv 1,43-51

Tutti i profeti dell’Antico Testamento erano stati espressi


dalla Giudea e anche il Messia, stando alle profezie, avrebbe
dovuto nascere in quella regione, come dice Gesù alla Samari-
tana: «Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che
conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei» (Gv 4,22).
Gesù, infatti, era nato a Betlemme, in Giudea, anche se Ma-
ria e Giuseppe lo avevano condotto ben presto a Nazaret, in
Galilea, dove abitavano. Natanaele, che poi diventerà l’apo-
stolo Bartolomeo, non conosceva questi antefatti e, pertanto,
quando Filippo gli annuncia di aver trovato il Messia, «Gesù,
il figlio di Giuseppe, di Nàzaret», egli, che era uno spirito sem-
plice e immediato, rispose: «Da Nàzaret può venire qualcosa
di buono?». Bartolomeo, che Gesù aveva già visto sotto il fico
a riposare tranquillamente, diceva con franchezza quello che
pensava. Gesù dice di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non
c’è falsità». Anche Filippo era un tipo così, e questa affinità li
rendeva amici.
In tempi successivi, quando Gesù comincerà a parlare agli
apostoli del Padre, Filippo, con altrettanta franchezza, gli ri-
sponderà: «Signore, mostraci il Padre e ci basta» (Gv 14,8).
Chissà come si dovevano sentire, all’inizio, Bartolomeo e Filip-
po, a stare insieme a persone «navigate» come Giuda e Matteo,
o concrete come Tommaso, o con quell’idealista di Simone,
lo zelota, un rivoluzionario contro Roma! Del resto anche Si-
mone, possiamo immaginare, non avrà visto di buon occhio
Matteo, che era esattore delle tasse per conto dei romani. E
anche Pietro, Giacomo e Giovanni, costretti a pagare i tribu-
ti sul pesce che pescavano, non dovevano apprezzare molto la
compagnia di Matteo. Eppure saranno proprio queste persone,
così diverse e nemmeno amiche tra loro, che Gesù sceglierà
come apostoli. Esse, con l’esclusione di Giuda, andranno per
il mondo ad annunciare il vangelo e moriranno da martiri. Se
pensiamo che, insieme a Paolo e a pochi altri, sono stati questi
personaggi a costituire la prima chiesa, ci rendiamo conto del
potere trasformante dello Spirito Santo. Anche oggi!

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6 gennaio – Epifania del Signore

L’Epifania
Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è
colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella
e siamo venuti ad adorarlo»… Gli risposero: «A Betlemme di Giudea,
perché così è scritto per mezzo del profeta…». Udito il re, essi partirono.
Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse
e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella,
provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino
con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro
scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di
non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
 Mt 2,1-12

«Epifania» è una parola di origine greca che significa ma-


nifestazione, rivelazione. In effetti, questa festa celebra la più
grande rivelazione, dopo quella che Gesù è Figlio di Dio, e Dio
stesso: lo è per tutti. Si è lasciato contemplare dai poveri pastori
che si erano recati alla grotta di Betlemme; si è lasciato adorare
da ricchi e sapienti come i Magi; si è manifestato agli ebrei che
lo hanno atteso fin dalla chiamata di Abramo, e ai pagani che
non ne avevano avuta alcuna notizia; e continuerà a manifestarsi
come Dio agli schiavi e ai padroni, ai bianchi e ai neri. Benché
questa grande verità sia stata misteriosamente rivelata da quella
stella che ha guidato i Magi fino alla capanna di Betlemme,
all’inizio della chiesa lo Spirito Santo ha dovuto manifestarla di
nuovo a Pietro, a Paolo e agli altri apostoli. Gesù Cristo è Dio
degli ebrei, degli arabi, degli indiani, dei cinesi e delle tribù
africane, anche se la maggior parte di loro ancora non lo sa o
non ci crede: ma la chiesa è stata istituita proprio per annuncia-
re ovunque questa stupefacente verità. Gli incontri ecumenici
sono un’ottima occasione per portare l’annuncio del vangelo
alle altre religioni; non basta ricercare delle verità comuni, qua-
le base per intendersi, come se si cercasse una super-religio-
ne accettabile da tutti, e come qualcuno ha tentato di fare.
L’unica cosa che dobbiamo aver chiara è che agli ebrei, agli
arabi, agli indiani e ai cinesi, noi dobbiamo annunciare la buo-

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na notizia che Gesù Cristo è morto e risorto anche per loro,


come ha fatto Paolo all’Aeropago di Atene. Non importa se
lo hanno creduto in pochi, meglio pochi convinti che molti
tiepidi. Se i Magi, quando sono arrivati a Betlemme, avessero
incontrato i pastori, sarebbero usciti da quella capanna lodan-
do Dio insieme a loro, perché quando si è incontrato il Signore
non hanno più senso la provenienza, il ceto e il passato: siamo
fratelli in Cristo e basta. È significativo, però, il fatto che per
arrivare a Betlemme, i Magi abbiano ricevuto le informazioni
necessarie a Gerusalemme. Non importa se coloro che li hanno
informati, a Betlemme non ci sono andati – essere informati
non vuol dire credere –, però le informazioni erano a Gerusa-
lemme. Da allora la nuova Gerusalemme è la chiesa, che cu-
stodisce le notizie necessarie per arrivare a Gesù Cristo, perché
egli abita lì.

7 gennaio

L’annuncio è: «Convertitevi!»
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella
Galilea… oltre il Giordano… Galilea delle genti!… Da allora Gesù
cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli
è vicino»… Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro
sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di
malattie e di infermità nel popolo. La sua fama si diffuse per tutta la
Siria e conducevano a lui tutti i malati, tormentati da varie malattie e
dolori, indemoniati, epilettici e paralitici; ed egli li guarì. Grandi folle
cominciarono a seguirlo dalla Galilea, dalla Decàpoli, da Gerusalemme,
dalla Giudea e da oltre il Giordano. Mt 4,12-17.23-25

L’annuncio del vangelo viene trasmesso nella storia come un


testimone che passa da un atleta a un altro, in una staffetta che
si correrà sino alla fine dei tempi. Giovanni è stato arrestato e
ha finito la sua corsa, Gesù raccoglie il testimone e comincia la
propria fino al Calvario; poi toccherà alla chiesa che inizierà la
sua frazione con Pietro, Paolo e gli altri apostoli, e anche loro

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termineranno con il martirio. Questo messaggio, che da due-


mila anni è passato da una persona a un’altra, ora è in mano
della chiesa attuale, della quale anche noi facciamo parte. Pro-
babilmente la nostra corsa non terminerà con un arresto o con
il martirio, come per Giovanni il Battista, ma se correremo una
buona frazione, conosceremo anche noi la persecuzione, che
potrà essere occasione di ulteriore testimonianza, come è stato
per tutti coloro che ci hanno preceduto. Lo stadio nel quale
dovremo correre ce lo indica oggi Gesù, è la Galilea delle genti,
il luogo del nostro quotidiano. Ciò che dovremo annunciare
non è una legge, come accadeva tra gli ebrei dell’Antico Testa-
mento, o delle opinioni, come spesso si tende fare oggi, in que-
sto tempo di relativismo imperante, ma Gesù Cristo, Figlio di
Dio, morto in croce sul Calvario e risorto. È a quest’annuncio
che occorre convertirsi, «perché il regno dei cieli è vicino». È
vicino perché il tempo si è fatto breve, ed è urgente che i popoli
credano al messaggio del vangelo e cambino vita, perché ogni
uomo ha diritto di percorrere quel cammino di liberazione che
Gesù ha percorso per primo. L’annuncio è: «Convertitevi». La
conversione porta un nuovo senso della «giustizia», una nuova
«libertà» dalle cose di questo mondo, la «pace» del cuore di chi
è arrivato alle sorgenti della vita, l’«abbondanza» come frutto
della Provvidenza, la «verità» di chi ha compreso il senso ulti-
mo delle vicende umane e della storia, la «fedeltà» al Signore,
e l’«amore» per gli uomini, chiunque e comunque siano. È un
altro modo di vivere.

8 gennaio
I nostri pani e i nostri pesci
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro,
perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro
molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli
dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che,
andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da

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mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli
dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare
loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a
vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro
di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di
cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al
cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché
li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono
a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto
restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila
uomini. Mc 6,34-44

Le feste del Natale sono finite e noi riprendiamo le nostre


attività abituali. I grandi eventi che abbiamo appena festeggia-
to hanno avuto tutti origine dal «sì» di Maria, dalla sua rispo-
sta all’arcangelo Gabriele, con la quale ha sposato, senza porre
condizioni, il progetto di Dio su di lei. Pensando alle richieste
semplici che il Signore fa a noi tutti i giorni e alle piccole rispo-
ste di fedeltà che siamo chiamati a dare, ci rendiamo conto di
vivere in un’altra dimensione spirituale rispetto a Maria. Noi
possiamo soltanto ammirare la grandezza del suo «sì» e chieder-
le che anche su di noi possa posarsi un raggio della sua celeste
disponibilità ad accogliere la volontà del Signore nella nostra
vita.
Ci è più vicina la dimensione di quei discepoli che, oggi,
mettono a disposizione di tutti i loro cinque pani e i due pesci.
Persone che sono semplicemente di buona volontà, come credo
siamo anche noi. Tuttavia, anche in questo caso il Signore ha
operato un grande miracolo partendo dal loro piccolo «sì» di
disponibilità totale: hanno offerto tutto quello che avevano. Il
Signore si serve sempre dei nostri «sì» per fare delle cose grandi.
Prendiamo allora, oggi, un impegno: ogni volta che facciamo
una scelta di vita, piccola o grande che sia, chiediamoci se ab-
biamo lasciato al Signore lo spazio per «esserci», per illuminar-
ci, per agire in noi e attraverso di noi. Se abbiamo l’impressione
che lui non sia minimamente presente per realizzare cose gran-
di nel nostro piccolo quotidiano, forse abbiamo tenuto troppo
stretti i nostri pani e i nostri pesci.

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9 gennaio

La vita è un miracolo
E subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo
sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando
li ebbe congedati, andò sul monte a pregare. Venuta la sera, la barca era
in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel
remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò
verso di loro, camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo
camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare,
perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito
parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla
barca con loro e il vento cessò. E dentro di sé erano fortemente meravigliati,
perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.
 Mc 6,45-52

Alla fine della loro esperienza del mare in burrasca, di Ge-


sù che cammina sulle acque, del vento che si placa improv-
visamente e del mare che torna a essere liscio come un olio,
i discepoli – dice il Vangelo di Marco – sono stupiti. Non
stentiamo a crederlo! L’evangelista, però, conclude questo rac-
conto con un commento personale sul motivo dello stupore:
«perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore
era indurito». È mai possibile – verrebbe da pensare – che la
difficoltà dei discepoli a capire in profondità il miracolo della
moltiplicazione dei pani, abbia un nesso con quella burrasca?
È un argomento che è bene approfondire, per tentare di coglie-
re la dinamica spirituale di quell’evento e, al tempo stesso, di
quei contrattempi che accadono anche a noi nella vita di tutti i
giorni. Estrapolando il pensiero di Marco e facendolo confluire
in un’esortazione per noi, il vangelo oggi sembra dirci: «State
attenti, perché, se non cogliete il senso del miracolo nella vo-
stra vita, vi imbatterete in molti problemi». Andando, allora,
a spigolare tra gli eventi del nostro passato, dobbiamo ricono-
scere che quando la nostra fede è stata all’altezza di cogliere che
la vita è un miracolo continuo, gli eventi negativi, che sono
sempre in agguato, sono stati come esorcizzati e noi abbiamo
camminato tranquilli nel campo minato di questo mondo.

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Quando, invece, siamo stati giù di fede, ogni tanto mette-


vamo un piede su una mina. Abbiamo ricercato, in preghiera,
la logica di questa dinamica spirituale, e lo Spirito ci ha dato
questa spiegazione: «Essere persone di fede e cogliere che la vita
è un miracolo continuo è la conseguenza del vivere alla sequela
del Signore, il quale è passato per le strade di questo mondo
senza che le forze del male avessero alcun potere su di lui, fino
a quando il suo tempo si è compiuto. Anche oggi, chi vive alla
sua sequela gode delle stesse protezioni fino alla fine. Quando il
tempo sarà concluso, le protezioni termineranno e le forze del
male otterranno l’effimera vittoria della morte corporale. Poi,
sarà tutta una gloria».

10 gennaio

Alzarsi e annunciare
Gesù… con la potenza dello Spirito… di sabato, entrò nella sinagoga e
si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò
il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo
mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il
lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la
vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del
Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella
sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire
loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti
gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che
uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?».
 Lc 4,14-22

Siamo nella sinagoga di Nazaret, frequentata, il giorno di


sabato in particolare, da anziani, sacerdoti, dottori della legge e
tutta la nobiltà della religione ebraica. Gesù ha da poco ricevu-
to il battesimo da parte di Giovanni Battista, lo Spirito Santo
è disceso su di lui e poi lo ha condotto nel deserto, dove, per
quaranta giorni è stato tentato dal diavolo (Lc 4,1-12). Dopo
aver superato le tentazioni della gloria, della potenza e della

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ricchezza, è pronto per iniziare la sua missione terrena, e oggi


entra in scena nella sinagoga della sua città.
Mentre tutti sono seduti in attesa che venga proclamata la
parola di Dio, Gesù, mosso dallo Spirito Santo, si alza a leggere.
Uno dei presenti, mosso dallo stesso Spirito, gli dà il «rotolo del
profeta Isaia». Gesù lo scorre velocemente con gli occhi e trova
il passo che ufficialmente lo consacra come il Cristo, l’atteso da
sempre: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha
consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri
il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai
ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare
l’anno di grazia del Signore». Poi annuncia personalmente l’in-
vestitura di quel momento: «Oggi si è compiuta questa Scrit-
tura che voi avete ascoltato». Dopo questo incipit sembrerebbe
che la sua missione fosse destinata a essere tutta in discesa, ma
non sarà così. I presenti, infatti, denunciano subito il motivo
principale per cui egli sarà sempre osteggiato: «Non è costui il
figlio di Giuseppe?». Non accettano la sua divinità nella nor-
malità. Tuttavia Gesù, oggi, ci dona una grande testimonianza:
il coraggio apostolico di alzarsi e di parlare nel nome di Dio.
È lo spirito profetico che la chiesa, con gli ultimi pontefici, ha
ritrovato e del quale l’umanità ha assoluto bisogno.
Aiuta anche noi, Signore, ad alzarci per proclamare la nostra
fede e per affermare i valori cristiani.

11 gennaio
Il mistero del peccato
Mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo
vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!». E
immediatamente la lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo
a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua
purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro». Di lui
si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi
guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare.
 Lc 5,12-16

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Nella campagna toscana del Mugello, si narra che Leonardo


da Vinci impiegasse più di vent’anni a dipingere il famoso Ce­
nacolo, che rappresenta l’ultima cena di Gesù insieme agli apo-
stoli. Sembra che all’inizio abbia impiegato molto tempo nella
ricerca della persona che potesse far da modello per dipingere
Gesù. Poi trovò un giovane, con un bel volto dall’espressione
buona e dallo sguardo limpido, e poté iniziare l’opera. Dipinse
Gesù e i primi undici apostoli, poi si interruppe perché non
riusciva a trovare una persona dall’espressione sufficientemente
torva e sfuggente che potesse fargli da modello per dipinge-
re Giuda. Finalmente trovò anche quella e Leonardo si rimise
all’opera per ultimare il suo meraviglioso Cenacolo. Mentre di-
pingeva Giuda, all’uomo che faceva da modello cominciarono
a scendere delle lacrime sul volto. Leonardo gli chiese: «Perché
piangi?». «Perché sono la stessa persona che venti anni fa ti ha
fatto da modello per Gesù», rispose quell’uomo. «Ma davvero?
E com’è che ti sei ridotto così?». Rispose: «È stato il peccato!».
Forse è solo una delle tante leggende toscane, tanto care alla
nonna Rita, che le narrava sempre ai suoi scolari, tuttavia de-
scrive bene l’effetto del peccato sull’uomo. Il peccato è come
la lebbra: deturpa il volto di una persona al punto da renderla
irriconoscibile. Il vangelo oggi ci pone davanti un lebbroso, che
chiede a Gesù di essere guarito ed egli lo guarisce. È un mira-
colo che si pone a cavaliere tra il periodo di Natale, durante il
quale abbiamo meditato il mistero dell’Incarnazione, e la Qua-
resima, che si concluderà con la morte e risurrezione di Gesù.
Esso ci parla dell’umanità, che ha bisogno di essere liberata
dalla lebbra del peccato. Questa schiavitù, che è connaturata
con l’uomo, rimane un mistero. È un mistero che l’uomo trovi
soddisfazione nel falso concetto di libertà che si nasconde nella
«trasgressione». È un mistero che dei giovani, durante la notte,
trovino soddisfazione a distruggere e deturpare la città, come
sono un mistero i tanti atteggiamenti aggressivi contro se stessi
e gli altri, che riempiono le pagine dei quotidiani. Il peccato,
per quanto Gesù lo abbia vinto sulla croce, rimane nel mondo
ed è un mistero, come lo è la lebbra che, subdola e distruttiva,
deturpa le sembianze umane.

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12 gennaio

La vera umiltà è nobiltà


Dopo queste cose, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della
Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. Anche Giovanni battezzava
a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a
farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione.
Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo
riguardo alla purificazione rituale. Andarono da Giovanni e gli dissero:
«Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale
hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui».
Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data
dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il
Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale
appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta
di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve
crescere; io, invece, diminuire». Gv 3,22-30

Una volta, presso la nobiltà, era in uso una certa prassi:


quando un giovane di una famiglia nobile si invaghiva di una
ragazza di ceto inferiore e desiderava conoscerla per sposarla,
anziché farsi avanti personalmente, era la famiglia a rendere
manifeste le sue intenzioni, affidando il primo contatto a un
amico, di solito appartenente a un ceto intermedio. Succedeva
talvolta che la ragazza si innamorasse dell’amico che aveva co-
nosciuto, il quale, da uomo d’onore, non doveva approfittarsi
della situazione, ritirandosi in buon ordine per lasciare il cam-
po libero al nobile che egli aveva avuto l’incarico di rappre-
sentare. È ciò che è successo tra Gesù di Nazaret e Giovanni il
Battista. Dio aveva affidato a Giovanni il mandato di far cono-
scere al mondo le sue intenzioni di apparentarsi con l’umanità,
facendola sposare con suo Figlio, Gesù di Nazaret. La sposa,
a sua volta, entrando a far parte della famiglia divina avrebbe
cambiato nome: si sarebbe chiamata chiesa, non più umanità.
Il brano del vangelo di oggi ci dice che Giovanni il Battista
ha eseguito da vero signore il mandato che gli era stato affidato:
«Non sono io il Cristo», ma: «Sono stato mandato avanti a lui».
Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello
sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello

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sposo: «Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io,
invece, diminuire». Questa è umiltà, e lo è al punto di divenire
autentica nobiltà.

I Domenica del Tempo Ordinario


Battesimo del Signore

La vita donata
Allora Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi
battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono
io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma
Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo
ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì
dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio
discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal
cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio
compiacimento». Mt 3,13-17

La scena del battesimo di Gesù è il preambolo che inqua-


dra e anticipa tutta la sua vita terrena. Egli, pur essendo senza
peccato, è in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di pu-
rificazione amministrato da Giovanni e, nel contempo, per an-
nunciare la morte dell’uomo vecchio e l’inizio della vita nuova.
«Colui che non aveva conosciuto peccato – dirà Paolo –, Dio
lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo
diventare giustizia di Dio» (2Cor 5,21).
Come alla sua morte «il velo del tempio si squarciò a metà»
(Lc 23,45), ora si squarcia il cielo e scende su di lui lo Spirito:
è la proclamazione della sua missione di Messia. Con il batte-
simo nel Giordano, Gesù consacra la sua vita all’obbedienza a
Dio e all’amore per gli uomini. È il mistero dell’Incarnazione
che si riconsacra nel battesimo. È un evento grandioso. A noi
ricorda ciò che fanno i genitori: mettono al mondo i figli, li
educano e li accompagnano nella vita fino a quando cammina-
no con le proprie gambe; e poi li sostengono con la preghiera
per tutto il resto dei loro giorni. È ciò che fanno i missiona-

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ri che consacrano la loro vita all’annuncio del vangelo, quegli


operatori sociali che sposano fino in fondo la causa dei poveri,
e i medici come il dottor Moscati, che si dedicano con tutte le
loro energie fisiche e spirituali alla cura dei malati. Anche la
nostra vita, qualunque sia il progetto che dobbiamo realizzare,
può essere vissuta come una consacrazione alla volontà di Dio.
Il battesimo di Gesù è l’esaltazione dello spirito di servizio e la
condanna di ogni brama di autoaffermazione, di ogni desiderio
di dominio e di possesso. È il segno della vita donata.

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TEMPO DI QUARESIMA
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Quaresima – Mercoledì delle Ceneri


Testimonianza, non ostentazione
«Quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come
fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente.
In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre
tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra… e
il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando pregate, non
siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze…
In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando
tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che
è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. E quando
digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti… In verità io vi
dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni,
profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni,
ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto,
ti ricompenserà». Mt 6,2-6.16-18

Oggi Matteo ci esorta a riflettere sulla differenza tra la testi-


monianza e l’ostentazione della fede. Se il vangelo deve essere
annunciato e testimoniato, se ciò che ci viene detto all’orecchio
dobbiamo urlarlo sui tetti, e se la luce di Cristo non deve essere
nascosta sotto il moggio, perché Gesù ci dice che le elemosine
e la preghiera devono rimanere nascoste? Il fatto è che la linea
spartiacque tra la testimonianza e l’ostentazione non passa at-
traverso chi annuncia il vangelo, ma attraverso l’atteggiamento
suscitato nei destinatari del messaggio. L’autentico messaggio
evangelico genera accoglimento in chi lo accetta e volontà di
persecuzione in chi lo respinge; se è ostentazione viene consi-
derato solo opportunismo, desiderio di farsi pubblicità, e non
genera niente.
Perché uno stesso atto può essere recepito in modo tanto
diverso da chi lo riceve? Crediamo che il nodo di questo dilem-
ma si possa sciogliere pensando a un «detto» della nonna Rita:
«La pubblicità se la fa chi ne ha bisogno». In questa afferma-
zione, che rispecchia tutta la toscanità della nonna, fa capolino
la differenza tra testimonianza e ostentazione: essa si chiama
«coerenza». L’elemosina, la preghiera e il digiuno, dei quali il
vangelo di oggi parla, sono una testimonianza solo se trova-
no riscontro nella coerenza della vita vissuta. Poi – per quanto

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riguarda lo stile – la testimonianza è sempre discreta, mentre


l’ostentazione è palesemente vistosa, come Gesù oggi sottoli-
nea con franchezza.

Quaresima – Giovedì dopo le Ceneri


Perdere per vincere
Poi, a tutti, [Gesù] diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me,
rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole
salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per
causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna
il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?». Lc 9,23-25

Domenica scorsa abbiamo organizzato una festa in un risto-


rante, per festeggiare i settant’anni del babbo. Abbiamo fatto
tutto a sua insaputa, con la complicità della mamma e di Ser-
gio e Renata, loro carissimi amici. Hanno finto di invitarlo a
un pranzetto intimo, solo per loro quattro, e invece, quando
il babbo è entrato nel ristorante, ha trovato un salone pieno di
figli, figlie, nuore, generi, con tutti i nipotini schierati in prima
fila. È rimasto senza parole, felice e commosso al tempo stesso.
Che festa! Che allegria! Tra scherzi, canti, fotografie e lo scor-
razzare dei bambini, abbiamo letto questa poesia umoristica,
scritta da Gianmario, il poeta di famiglia:

Settanta mi dà tanto
Caro babbo, caro nonno, In giornate come questa
,,tu che abiti a Saronno la domenica è una festa,
dove certamente noti anche se alle due ti abbiocchi
non scarseggiano i nipoti. proprio sotto i nostri occhi.
Certo, non ti meravigli Però noi sappiamo che
che, con tutti questi figli, poi resusciti alle tre,
alla fine qui ci sia ora in cui l’adrenalina
sto po’ po’ di dinastia. pompa per la Fiorentina.
La domenica si stenta Così oggi ci si appresta
a restare sotto i trenta. finalmente alla tua festa:

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festeggiamo che in quest’anni del cammin di nostra vita»


non hai fatto troppi danni. sia espressione troppo ardita.
Festeggiamo e ringraziamo Beh non diamoci per vinti:
il buon Dio, perché ti abbiamo casomai saran tre quinti…
sempre in forma e sempre a dieta E se fai due conti al volo
dalle lodi alla compieta. piangi con un occhio solo…
Lo sappiamo che è da un pezzo Che la festa vada avanti:
che tu pensi che «nel mezzo tanti auguri e tanto Chianti!

Al momento del brindisi gli abbiamo chiesto di dire due pa-


role e lui, tanto per cambiare, ha scelto di dire un Padre nostro,
tutti insieme, tenendoci per mano. Il vangelo di oggi ci parla
della vita donata: è un’esortazione che aleggia su tutta la storia
della salvezza. È la vita che rinasce in chi sceglie di perderla per
il Signore: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi
perderà la propria vita per causa mia, la salverà».

Quaresima – Venerdì dopo le Ceneri


Il digiuno sociale
Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non
digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse
come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica? Piegare
come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo
vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo
il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel
dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora
la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.
Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà:
«Eccomi!». Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il
parlare empio. Is 58,4-9

Oggigiorno la pratica del digiuno di penitenza non è molto


di moda. Il cammino spirituale cristiano è più orientato verso
la preghiera, la meditazione delle Scritture e l’eucaristia. A pa-

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rer nostro, senza trascurare quest’ultime, sarebbe ottima cosa


rinverdire anche la prassi del digiuno, non solo come rinuncia
al cibo, ma come regola di vita. Lo spirito del digiuno però – ci
dice oggi Isaia – non deve essere un ripiegamento su noi stes-
si, come se al mondo esistessimo solo noi, ma – al contrario
– un’apertura sociale verso chi è più bisognoso. Il risparmio,
frutto di scelte fatte con vero spirito di sobrietà, dovrebbe es-
sere donato ai poveri, i quali, alla prassi del digiuno, sono fin
troppo abituati, loro malgrado.
Se prenderemo questa abitudine, che ancora non abbiamo,
il nostro digiuno potrà diventare quel modo di vivere la fede,
di cui Gesù parla quando spiega come avverrà il giudizio finale:
«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e
mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e
mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete
venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36). Oggi Isaia anticipa quello
che sarà il criterio del giudizio finale annunciato da Gesù, e ci
propone il digiuno sociale come regola di vita: «Sciogliere le
catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli
oppressi… dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in
casa i miseri, senza tetto… nel vestire uno che vedi nudo…».
Se accoglieremo l’esortazione di Isaia a vivere il digiuno con
questo stile, scopriremo il mistero della vita e il segreto della
gioia e scopriremo anche che il Signore non si fa battere da
nessuno in generosità. Egli risponderà sempre: «Eccomi!»

Quaresima – Sabato dopo le Ceneri


Gesù è venuto per i peccatori
Dopo questo egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al
banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò
e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era
una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a
tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli:
«Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?».
Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i
malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si
convertano». Lc 5,27-32

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Oggi troviamo Gesù a tavola con i peccatori. Poiché pranza-


re insieme è un evento di grande intimità, di pace e di letizia,
non esiste una scena più chiara di questa per annunciare che, in
Gesù di Nazaret, Dio stesso è venuto a ricostituire una nuova
comunione con l’uomo peccatore. Se si pensa che in Israele il
banchetto profetizzava i tempi escatologici, il giorno in cui Dio
si sarebbe finalmente manifestato all’uomo, ci rendiamo conto
di quale significato simbolico abbia questa festa, che Matteo
prepara nella sua casa in onore di Gesù. Nel momento in cui
egli si siede a tavola con i peccatori si ricompone la famiglia
umana: l’uomo si rende disponibile a rinnegare il proprio pas-
sato di ribelle nei confronti di Dio e torna, come il figliol pro-
digo, alla casa del Padre.
Non tutti hanno una conversione istantanea come Matteo,
che immediatamente ha abbandonato tutto. La maggior parte
dei commensali al banchetto di oggi accoglierà il vangelo con
una certa lentezza, ma l’importante è che tutti siano a tavola
con Gesù. Non è importante quel che siamo quando comincia
il pasto, ma quello che saremo diventati alla fine, quando ci
alzeremo da tavola. O, per usare un’altra metafora: non tutti
entrano nel regno dei cieli volando, alcuni ci arriveranno zop-
picando, ma l’importante è entrarci. Di fronte a questa sce-
na meravigliosa gli scribi e i farisei, come il fratello maggiore
della parabola del figliol prodigo, mormorano e si lamentano
per l’iniziativa di quel banchetto e si guardano bene dal sedersi
a tavola, in compagnia degli altri. Anche loro, come il fratel-
lo del figliol prodigo, sono sempre rimasti nella casa paterna,
ma come servi, senza mai giungere alla vera comprensione del
cuore del Padre, senza coglierne l’amore. Nel vangelo di oggi
Gesù conclude con una frase scandalosa: «Non sono i sani che
hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a
chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano». È l’es-
senza di tutto il vangelo, ed è anche un messaggio per i genitori
di fronte ai figli che sbandano o che si perdono: ogni padre si
manifesta tale nel perdono. L’importante per essere perdonati
è che vi sia la sincerità del cuore: nessuno andrebbe dal medico
a nascondere la propria malattia. Se lo facesse, non potrebbe
guarire.

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I settimana di Quaresima – Domenica


Il peccato e la grazia
Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto… Dopo aver digiunato
quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore… gli
disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma
egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola
che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo… lo pose sul punto più
alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto
infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno
sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù
gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio
tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò
tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti
darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose:
«Vattene, Satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui
solo renderai culto”»… Mt 4,1-11

Di fronte a questa pagina del vangelo che ci parla delle ten-


tazioni che ha dovuto vincere Gesù per diventare il Salvatore
del mondo, ci domandiamo che cosa sia il peccato. Il peccato,
andando alla sua radice, è la negazione di Dio come Dio, e del
suo progetto di vita sull’uomo. Peccare vuol dire prendere le
distanze da Dio – cosa che è sempre possibile fare per il dono
della libertà che lui ci ha donato – per vivere la nostra vita
perseguendo progetti diversi dai suoi, i quali divengono auto-
maticamente progetti di Satana. Egli, infatti, non ha progetti
propri, se non quello di distogliere l’uomo dal progetto di Dio
per negarne la sua «signoria». La Bibbia ci racconta che il pri-
mo uomo a prendere le distanze da Dio, per voler essere padro-
ne del proprio destino, è stato Adamo, con il quale il peccato
è entrato nel mondo, seminando odio, guerre, stragi, malattie,
dolore e morte. Da allora Satana ha avuto buon gioco, perché
il peccato è entrato a far parte dell’uomo. Gesù Cristo che,
per tutta la vita, dalle tentazioni nel deserto fino all’esortazione
a scendere dalla croce, ha resistito alle lusinghe del demonio,
ci ha liberati dalla lebbra del peccato, restituendoci la purezza
originaria di figli di Dio.
È, in sintesi, la teologia di san Paolo: «Quindi, come a causa
di un solo uomo [Adamo] il peccato è entrato nel mondo... si è

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riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera


giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione,
che dà vita» (Rm 5,12ss). Per inserirci in questa grandiosa ope-
ra di giustizia, iniziata da Gesù Cristo, noi dobbiamo solo ac-
cettare con gioia la sua signoria e il suo progetto di vita per noi.

I settimana di Quaresima – Lunedì


La fede e le opere
«Allora il re dirà…: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in
eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da
bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi
avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli
risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo
dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai
ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo
vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti
a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che
avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a
me”». Mt 25,34-46

Oggi il Vangelo di Matteo annuncia che, alla fine dei nostri


giorni, saremo giudicati sulle opere di carità. Nella Lettera ai
Romani, Paolo, invece, scrive: «Noi riteniamo infatti che l’uo-
mo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere
della Legge» (Rm 3,28). Sembrerebbero due metri di giudizio
diversi, ma Giacomo, nella sua Lettera, chiarisce l’argomento
affermando che tra carità e fede non c’è divergenza: «Così an-
che la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta».
(Gc 2,17). Poi Giacomo, quasi con parole di sfida, aggiunge:
«Mostrami la tua fede senza le opere, e io con le mie opere ti
mostrerò la mia fede» (Gc 2,18). Confesso che non ho mai
capito il dualismo tra fede e opere che, anche oggi, distingue i
cattolici dalle chiese riformate. San Paolo, infatti, non dice che
l’uomo è giustificato indipendentemente dalle opere di carità,
ma indipendentemente da quelle della legge.

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La differenza è grande. La legge, anche quella ricevuta da


Mosè sul monte Sinai, è legata a un popolo, a una nazione e a
un tempo, mentre le opere di carità hanno un valore eterno e
universale. Ma affidiamo questo argomento ai teologi e rivol-
giamo, invece, lo sguardo verso la famiglia, che è la realtà nella
quale siamo chiamati a crescere insieme. Oggi la famiglia è in
crisi per diversi motivi, alcuni dei quali esulano da questo argo-
mento; ma ve ne sono due per i quali il vangelo di oggi offre la
soluzione. Un primo motivo di crisi è la mancanza di apertura
verso il prossimo. La famiglia, come spesso amiamo ricordare,
funziona come il camino: se non ha un’apertura verso l’esterno,
la fiamma si spenge e fa solo fumo, come l’amore di una coppia
che si chiuda in se stessa e non si apra a chi ha bisogno: di pane
o di amicizia. Un secondo motivo è la mancanza di un progetto
da realizzare insieme, perché l’amore è creativo per sua natura.
È il segreto dei matrimoni che sanno rinnovarsi e arricchirsi
con il passare degli anni, e il vangelo di oggi ci offre una visio-
ne ampia di forme di amore che possono alimentare la vita, la
gioia di vivere e l’unione tra gli sposi.

I settimana di Quaresima – Martedì


Il Padre nostro
«Pregando, non sprecate parole come i pagani… il Padre vostro sa di quali
cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo
regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il
nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li
rimettiamo ai nostri debitori, e non abbandonarci alla tentazione, ma
liberaci dal male». Mt 6,7-15

Perché preghiamo? A questa domanda abbiamo cercato più


volte di dare risposta, e siamo sempre addivenuti al convinci-
mento che i motivi individuati sono solo due: preghiamo per-
ché ne abbiamo bisogno, e perché Gesù pregava. La giornata
di Gesù, così come è descritta nei vangeli, è costituita da tre in-

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contri: con la folla, con i discepoli e con il Padre, in preghiera.


Tuttavia è chiaramente il momento della preghiera con il Padre
ad alimentare il modo di vivere gli altri due. Anche la nostra
giornata è costituita da tre momenti: la vita sociale, la vita fa-
miliare e la vita personale. L’esperienza ci ha insegnato che se
la vita personale è ricca di preghiera, le altre saranno vissute in
grazia e pienezza, perché la preghiera trasforma le persone, le
situazioni e i rapporti umani. Ciascuno ha il suo modo di pre-
gare; comunque il suggerimento di Gesù nel vangelo di oggi, è
che la preghiera sia costituita da poche parole, quindi da molto
silenzio e molto ascolto.
La preghiera di Gesù, il Padre nostro, è al tempo stesso, per-
sonale e universale: usa sempre la parola «nostro», mai la parola
«mio»; e con quel «nostro», egli prega per tutti e a nome di
tutti, anche di chi non sa pregare. Il Padre nostro è la preghiera
più semplice, più grande, più completa e universale che esista.
Essa è composta da tre parti. La prima riguarda il piano di sal-
vezza universale: sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno,
sia fatta la tua volontà. E vi è intimamente presente la richiesta:
«anche attraverso noi!». La seconda riguarda i nostri bisogni: il
pane quotidiano, il bisogno di essere perdonati e quello di per-
donare. E il Signore sa quanto noi abbiamo bisogno di entrare
nella dimensione del perdono! La terza parte è una richiesta di
aiuto per la nostra fragilità: fai che le tentazioni non siano più
forti della nostra capacità di resistervi, e liberaci dal male, che
continuamente si insinua, sottile e velenoso come una vipera,
nei nostri pensieri, nei nostri sentimenti, nelle nostre parole e
nelle nostre azioni. Appena terminata la preghiera del Padre
nostro, noi ci sentiamo più forti, più liberi, in comunione con
il Signore e protetti dalla sua grazia.

I settimana di Quaresima – Mercoledì


Il segno di Giona
Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa
generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le

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sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu
un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per
questa generazione… Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si
alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla
predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di
Giona». Lc 11,29-32

È scritto nell’Antico Testamento che il profeta Giona, per


essersi rifiutato di pregare per la città di Ninive, fu gettato in
mare. Il Signore dispose che fosse inghiottito da un grosso pe-
sce che, dopo averlo ritenuto nel suo ventre per tre giorni, lo
rigettasse sulla spiaggia. Quell’evento, che appartiene alla leg-
genda più che alla storia, prefigura e profetizza la morte di Ge-
sù, il suo rimanere nel sepolcro per tre giorni e la risurrezione.
È il segno di Giona, al quale si riferisce il vangelo di oggi. Dopo
tanti miracoli compiuti da Gesù nella sua vita pubblica, ci sor-
prende che, nel brano odierno, dica che non darà alcun segno
della sua divinità se non il segno di Giona? Che cosa è succes-
so? Ha forse deciso di non fare più miracoli?
La risposta inattesa di Gesù è dovuta al motivo nascosto nel-
la richiesta: gli vengono chiesti i segni della sua potenza, men-
tre i miracoli nascono sempre dall’amore e dalla compassione,
anche se di fatto manifestano la sua potenza divina. Il segno
dell’amore è infinitamente più grande di quello della potenza:
come se avessero chiesto a Michelangelo i segni della sua abilità
di scalpellino. Gesù ha sempre evitato di dare segni della sua
potenza, ma non avrebbe mai potuto sottrarsi al sentimento
dell’amore, egli che è amore infinito. «Salva te stesso, se tu sei
Figlio di Dio, e scendi dalla croce!» (Mt 27,40) gli grideranno
quando starà morendo. Se in quel momento Gesù fosse sceso
dalla croce, si sarebbe manifestata tutta la sua potenza, ma noi
non gli avremmo creduto, così come non crediamo a nessuno
dei potenti della terra. È perché Gesù è morto in croce, tra
atroci tormenti, ma perdonando tutti, che il centurione roma-
no, che di potenza terrena ne aveva vista tanta, ha potuto escla-
mare: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).
Quella della croce è stata la testimonianza del Maestro e deve
essere anche quella di ogni testimone della risurrezione. Non è

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credibile chi annuncia il vangelo e se ne va: noi crediamo a chi


è disposto a morire per il vangelo. È stato questo l’annuncio di
Daniele Comboni agli africani: «Io faccio causa comune con
voi, e il momento più bello sarà quando potrò dare la vita per
voi». E così è stato. Oggi l’Africa è afflitta da tanti problemi,
cominciando dalla povertà, ma siamo sicuri che li risolverà tut-
ti, perché c’è stato un uomo che ha offerto la sua vita per l’Afri-
ca. E il Signore non si fa battere da nessuno in generosità.

I settimana di Quaresima – Giovedì


Il Signore ci ascolta sempre
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della
mia bocca. Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo
tempio santo. Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà:
hai reso la tua promessa più grande del tuo nome. Nel giorno in cui ti ho
invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza… Se cammino in
mezzo al pericolo, tu mi ridoni vita; contro la collera dei miei avversari
stendi la tua mano e la tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue
mani. Sal 137

«Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le


parole della mia bocca». Meditando questo salmo mi vengono
in mente alcune circostanze in cui il Signore, o Maria, hanno
esaudito la mia preghiera, tuttavia quelle che ricordo sono una
minima parte di tutte le volte in cui questo è avvenuto. Il fat-
terello più lontano appartiene alla mia infanzia: ero veramente
un discolo, tutti i giorni ne combinavo qualcuna, e mio padre,
quando lo veniva a sapere, non mi faceva mancare quella che
egli chiamava una sana «ripassata», perché allora i metodi edu-
cativi erano più sbrigativi di quelli odierni. Una sera, mentre
salivo le scale per tornare a casa, dopo averne fatta una molto
più grave del solito, che a mio padre avevano già riportato, feci
questa preghiera: «Madonnina santa, aiutami tu, perché stasera
mi ricoprono di botte». Suonai il campanello e venne ad aprir-

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mi mio padre: «Lavati le mani – mi disse – e vieni a tavola ché


la minestra si fredda».
Dopo quell’evento che costituisce uno dei miei ricordi più
vivi, anche se lontano, l’elenco delle preghiere che ho rivolto
al Signore e che sono state esaudite, sarebbe veramente troppo
lungo e pur sempre incompleto. Le circostanze sono le più va-
rie: i banchi della scuola, gli esami universitari, il lavoro, le ma-
lattie, i figli con i loro problemi, gli amici in difficoltà, i bilanci
familiari. Tra questi motivi, tutti molto seri, quelli che mi piace
ricordare sono le richieste futili che io chiamo le «caramelle del
Signore»: un parcheggio che sembrava impossibile, un pallo-
ne che non entrava in porta durante una partita di calcio o le
chiavi della macchina che non ricordavo dove le avessi messe.
Tuttavia questi sono eventi del passato, mentre il Signore è il
«vivente», è all’opera anche oggi, così mi aspetto che esaudisca
una preghiera che ho appena fatto, perché «nel giorno in cui
ti ho invocato, mi hai risposto… Signore, il tuo amore è per
sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani».

I settimana di Quaresima – Venerdì


Il perdono, vera giustizia
«Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. Avete inteso che fu
detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto
al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà
essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere
sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della
Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo
fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare,
va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con
lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia,
e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché
non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!». Mt 5,20-26

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C’è una parola che aleggia sul brano di oggi, allo stesso modo
in cui lo Spirito Santo aleggiava sulle acque all’inizio della crea-
zione: essa si chiama «perdono». Alcune parole del vocabolario
brillano come le stelle del cielo. Sono quelle che definiscono la
comunione tra persone: «insieme», «amore», «perdono», «ami-
cizia», «compassione» e poche altre. La parola «amore» sarebbe
la più luminosa, ma per il troppo uso che se n’è fatto e che se ne
fa, si è un po’ consumata. «Perdono», essendo stata usata molto
meno, ha mantenuto la sua brillantezza originaria. Se la nostra
giustizia – ci dice oggi il Signore – non supererà quella degli
scribi e dei farisei, non entreremo nel regno dei cieli. La giusti-
zia che supera quella degli scribi e dei farisei e tutte le giustizie
del mondo è il «perdono».
Gesù oggi ci dice che anche parole come «stupido» e «pazzo»
sono sufficienti per essere trascinati nel tribunale del sinedrio
ed essere poi bruciati nel fuoco della Geenna, perché significa-
no che non abbiamo perdonato. Anche il dono della nostra vi-
ta, presentato all’altare, e l’eucaristia che riceviamo hanno poco
senso, se prima non ci riconciliamo con il nostro fratello. Se
noi perdoneremo sempre, i nostri avversari diventeranno nostri
amici lungo la strada della vita. Noi non sappiamo se, alla fine
dei nostri giorni, saremo giudicati più sulla fede o sulla carità,
ma certamente queste grandi virtù non potrebbero esistere se
non fossero continuamente alimentate dal perdono.

I settimana di Quaresima – Sabato

Perdonare è convertirsi
«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo
nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che
vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli
fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli
ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete?
Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri

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fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi,
dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste». Mt 5,43-48
La frase dell’Antico Testamento alla quale Gesù oggi si ri-
ferisce, è scritta nel libro del Levitico, il codice legislativo del
popolo ebreo: «Non ti vendicherai e non serberai rancore con-
tro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te
stesso» (Lv 19,18). Il Levitico è fondamentale per comprendere
il mondo religioso in cui visse Gesù e la potenza liberatrice del
vangelo. Per l’ambiente giudaico, il prossimo da amare e da
perdonare era costituito dal popolo di Israele, gli altri, se non
proprio nemici, erano considerati estranei dai quali tenersi lon-
tani per impedire l’inquinamento della propria mentalità giu-
daica. Questo concetto del prossimo rischia di essere ancora at-
tuale: basta includervi solo la cerchia dei familiari e degli amici
più intimi. Anche oggi si tende a considerare prossimo quelli
della famiglia, del paese, della propria cultura, razza e religione
e gli altri diventano estranei dai quali mantenere le distanze.
Il brano di oggi rompe questi recinti, che continuamente
innalziamo per difendere la nostra tranquillità e ci proietta im-
provvisamente nel cuore del vangelo: «Se amate quelli che vi
amano, quale ricompensa ne avete?… E se date il saluto soltan-
to ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno
così anche i pagani?». Oggi il Signore ci chiede di dare il saluto
e aprire il nostro cuore a tutti, anche a coloro che non cono-
sciamo, con tutti i rischi che ciò comporta: è il rischio insito
nella propagazione del vangelo. Il brano di oggi, però, va oltre
questo atteggiamento e dice di amare i nostri nemici e di pre-
gare per i nostri persecutori. È la scorciatoia della conversione:
convertirsi veramente al vangelo vuol dire arrivare ad amare e
a pregare per i nemici e i persecutori, per essere figli del Padre
nostro celeste, «egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni,
e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».
Allora, ci diamo un compito: esiste nella vita di ciascuno al-
meno una persona che è difficile da amare e da perdonare. Co-
minciamo a pregare per lei e i nostri sentimenti cambieranno:
dopo un po’ ci accorgeremo di amarla e di averla perdonata.
Sarà la nostra conversione.

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II settimana di Quaresima – Domenica

Alzatevi e non temete


Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo
fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti
a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come
la luce. Ed ecco, apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere
qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per
Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con
la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio
mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire
ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.
Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli
occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte,
Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il
Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». Mt 17,1-9

Pietro, Giacomo e Giovanni sono condotti sul monte Tabor


da Gesù, il quale si trasfigura davanti a loro e il suo volto diven-
ta splendente come il sole. Poi appaiono Mosè ed Elia, e questi
tre pilastri della storia della salvezza si mettono a conversare tra
loro. Pietro, in mezzo a tanta santità, vorrebbe rimanere lì per
sempre e si offre per costruire loro tre tende. A quel punto si
ode la voce del Padre che dal cielo annuncia: «Questi è il Figlio
mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascol-
tatelo». Anche Pietro, Giacomo e Giovanni diventeranno dei
pilastri della storia della salvezza, ma in quel celeste contesto si
sentono inadeguati e fuori luogo, cadono a terra e sono presi
da grande timore. Gesù allora si avvicina loro e dice: «Alzatevi
e non temete». Con queste parole vengono ammessi a quella
santa compagnia e, nel contempo, è profetizzato il loro ruolo
fondamentale nella chiesa futura. Accade spesso di sentirsi ina-
deguati di fronte ad alcuni modelli di santità del nostro tempo,
però non ci dobbiamo scoraggiare e cadere a terra.
Quella frase di Gesù «Alzatevi e non temete» oggi è diretta
a noi, tutte le volte che ci sentiamo schiacciati da un progetto
di vita che riteniamo troppo grande per le nostre forze. Dob-

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biamo alzarci e rimetterci in piedi perché lo Spirito Santo soffia


anche su di noi: basta solo crederci e renderci disponibili.

II settimana di Quaresima – Lunedì


La misericordia di Livia
«Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso. Non
giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona,
pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la
misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio». Lc 6,36-38
Livia è una signora sui sessant’anni, che tutte le mattine in-
contriamo alla prima messa celebrata al santuario di Saronno.
È uno scricciolo di donna, forse non arriva a quaranta chili.
Essa gestisce una piccola lavanderia, ricavandone da vivere ab-
bastanza modestamente, ma con dignità. È una persona sem-
pre allegra e sorridente, ma questa mattina, quando ci siamo
fermati a ritirare i pantaloni e le camicie che ci aveva preparato,
era un po’ affranta. «Scusatemi – ci ha detto – oggi sono triste,
perché ieri mi hanno scippata. Due giovani mi hanno urtata e
gettata a terra, e poi sono scappati con la borsa, nella quale ave-
vo i soldi, i documenti, le chiavi di casa e quelle del negozio».
Poi, scuotendo la testa, ha aggiunto con tono profondamente
dispiaciuto: «Sono dei poveracci!».
Avrebbe potuto dire di più e di peggio, ma durante quel
piccolo sfogo, che si è concessa, ha detto solo che sono dei «po-
veracci». In quella parola c’era il concentrato di tutti i suoi pen-
sieri e dei suoi sentimenti: «Chissà da dove vengono? Chissà
quale fanciullezza hanno avuto? Perché dei giovani si riducono
a vivere così? Quale futuro possono avere?». In quella parola
«poveracci» c’era tutto questo e molto di più. Oggi, meditando
questo brano del vangelo ci è venuta in mente la signora Livia
che, con quella frase «sono dei poveracci», ci aveva spiegato che
cosa siano la misericordia, il non giudicare e il perdono. Quel
«sono dei poveracci» voleva dire «Signore, perdona loro, perché
non sanno quello che fanno».

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II settimana di Quaresima – Martedì


Il Signore è l’unico Maestro
Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla
cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate
tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi
dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e
li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure
con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente:
allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti
d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle
piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non
fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti
fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno
solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché
uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro
servo». Mt 23,1-12

L’opposizione di Gesù nei confronti degli atteggiamenti de-


gli scribi e dei farisei attraversa tutto il vangelo ed è radicale.
Oggi li affronta sul loro stesso terreno, mostrando alla folla e ai
discepoli la loro incoerenza tra ciò che dicono e ciò che fanno.
Egli denuncia, senza mezzi termini, il loro pubblico comporta-
mento, sempre mosso dall’ambizione e finalizzato alla ricerca
di prestigio e di privilegi, e come tutto questo si consumi in un
continuo susseguirsi di ingiustizie coperte da finta religiosità:
«Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pon-
gono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli
neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere am-
mirati dalla gente… si compiacciono dei posti d’onore nei ban-
chetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze,
come anche di essere chiamati “rabbì” [maestro] dalla gente».
Quello di oggi è l’ultimo insegnamento di Gesù alla folla prima
della passione, ma è rivolto specialmente ai discepoli, tra i quali
cominciava già a serpeggiare un certo arrivismo spirituale. Non
è una condanna dei soli scribi e farisei – che scompariranno ben
presto, con la caduta del tempio di Gerusalemme –, lo è anche
nei confronti dei capi religiosi e politici di ogni tempo, perché
tutte le istituzioni sono soggette alla tentazione della vanagloria,
del prestigio e dei privilegi. È un attacco portato anche alla fa-

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miglia, in particolare a quella di oggi, nella quale troppi genitori


impartiscono ai figli un’educazione che poi smentiscono nei fat-
ti. Stiamo parlando dell’educazione di sentimenti come l’amore,
il rispetto, la fedeltà e il perdono. L’unico modo per non cadere
in questa contraddizione è di metterci tutti, pur con ruoli diver-
si, alla sequela del Signore: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”,
perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli».

II settimana di Quaresima – Mercoledì


La dinamica della salvezza
Mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli
e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il
Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo
condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso
e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». Mt 20,17-28

Se un’azienda va male l’imprenditore si sfoga con il dipen-


dente, il quale torna a casa e tratta male la moglie e questa il
figlio, che se la prende con il gatto, e questo, pur non avendo
alcuna colpa, paga per tutti. Se, in un grande palazzo, l’inqui-
lino dell’ultimo piano spazza il balcone e butta la sporcizia sul
balcone di quello del penultimo, e questo la getta su quello di
sotto, alla fine tutto lo sporco arriva nel giardino dell’inquilino
del pianterreno, che deve raccogliere la sporcizia generata da
tutti, perché ognuno possa vivere in un ambiente pulito. C’è
nella vita una regola, che assume la dimensione di un mistero,
per la quale ci deve essere sempre un ultimo che paga per le
colpe di tutti, anche se non ne è il responsabile.
È la strategia che Dio ha scelto per liberare il mondo dal pec-
cato. Ha mandato suo Figlio, Gesù di Nazaret, il giusto, che,
per amore verso l’umanità, si è offerto di scendere all’ultimo
posto della scala sociale e di morire per l’ingiustizia di tutti, per-
ché ogni uomo potesse ritornare giusto o, come dice il vangelo,
«giustificato». Il Padre, però, lo ha risuscitato, perché l’amore
vince anche la morte e perché noi non fossimo schiacciati dal
senso di colpa per aver eliminato dalla terra dei viventi l’unico

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giusto. È la dinamica della liberazione e della redenzione che,


iniziata con Gesù Cristo, continua nella storia della salvezza.
Anche oggi ci sono persone innocenti che, volenti o nolenti,
pagano per l’ingiustizia e per il peccato di altri, perché alla fine
ciascuno possa essere liberato e redento, e possa anche addive-
nire alla comprensione della verità. È stato il caso di Eluana En-
glaro, alla quale, in coma, è stata negata l’alimentazione e fatta
morire perché tutti riscoprissimo il senso della sacralità della vi-
ta. Ma Eluana è certamente risorta a vita nuova, perché quello
della storia della salvezza è un mistero buono, oltre che giusto.

II settimana di Quaresima – Giovedì


Ricchezza e povertà, oggi
«C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino
finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome
Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con
quello che cadeva dalla tavola del ricco… Un giorno il povero morì e fu
portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto.
Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo,
e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi
pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e
a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma
Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi
beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu
invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un
grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né
di lì possono giungere fino a noi”». Lc 16,19-31

Nel 2003 mi trovavo a Nairobi, una città nella quale si esal-


tano tutte le contraddizioni e le tensioni sociali dell’Africa e del
nostro tempo: pochi ricchi e molti poveri, grande aggressività
e insicurezza nelle strade. I ricchi vivono in ville circondate da
mura altissime e protette all’interno da mute di cani delle razze
più aggressive; all’esterno borsaioli e bande di giovani di strada
aggrediscono chi dà l’impressione di portare addosso qualcosa
di valore. Anch’io sono stato aggredito da dei giovani che mi
hanno strappato dal collo il crocifisso d’oro, che mia madre mi

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aveva lasciato prima di morire. «Qui sono tutti in carcere – mi


diceva l’ambasciatore italiano –, i poveri perché vivono nel car-
cere della povertà e i ricchi perché non possono uscire di casa».
Nairobi è la città che più mi ha fatto riflettere sul problema delle
disuguaglianze e delle tensioni sociali del nostro tempo: da una
parte i poveri che non accettano più la loro povertà, dall’altra
i benestanti che difendono i privilegi del loro stato sociale con
ogni mezzo. È un inferno in terra. Quell’abisso dell’aldilà, tra
chi in terra era troppo ricco e chi troppo povero, di cui parla il
vangelo di oggi, si costruisce durante la vita, giorno dopo giorno.
Come è possibile invertire questa tendenza diabolica a rite-
nere solo nostro quello che abbiamo: ricchezza, privilegi, intel-
ligenza, tradizioni culturali? E, d’altro canto, come è possibile
esigere, come fosse nostro, ciò che nostro non è? E non stiamo
parlando solo del necessario. E come è possibile fare l’elemosi-
na a una donna che tiene in braccio un fantoccio, fingendo che
sia un bambino, per farti impietosire? È il peccato del mondo
che l’uomo si trasmette di padre in figlio come il Dna. Siamo
di fronte a un problema planetario e complesso, che potreb-
be essere affrontato solo dai più alti organismi internazionali,
se ne avessero l’autorità e l’autorevolezza necessaria. A livello
personale possiamo solo aprirci a una attenta generosità e alla
preghiera.

II settimana di Quaresima – Venerdì


Il piano di salvezza del Signore
«Ascoltate… c’era un uomo che… piantò una vigna… La diede in
affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo
di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi… a ritirare il raccolto. Ma
i contadini… uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo
lapidarono. Mandò di nuovo altri servi… ma li trattarono allo stesso
modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto
per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui
è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”… lo uccisero.
Quando verrà… il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?».
Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto

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la vigna ad altri… E Gesù disse loro…: La pietra che i costruttori hanno


scartato è diventata la pietra d’angolo…» Udite queste parabole, i capi dei
sacerdoti e i farisei capirono che parlava di loro. Cercavano di catturarlo.
 Mt 21,33-43.45-46

Nel brano odierno i sommi sacerdoti e i farisei capiscono


immediatamente che Gesù sta parlando di loro e cercano di
escogitare il modo per catturalo e ucciderlo. Ormai Gesù di Na-
zaret è diventato la «pietra scartata» dal suo popolo e, pertanto,
si può manifestare pienamente come Figlio di Dio, l’erede. È
da questo fallimento che nascerà il nuovo tempio, di cui Gesù
crocifisso e risorto diventerà la pietra fondamentale, quella che
reggerà tutta la costruzione della storia della salvezza. Quella di
oggi è una parabola conclusiva, in cui si riassume il passato e
il futuro di Gesù e del popolo di Israele, del quale è ricordata
tutta la storia come una marea montante di cattiveria e di rifiu-
to della salvezza. Ogni intervento di Dio è stato respinto, ma
egli ha risposto con una misericordia e una fedeltà sempre più
grandi, fino a intervenire direttamente, inviando suo Figlio. È
una strategia così folle che poteva essere concepita solo dalla
mente di Dio: i discepoli la comprenderanno solo il mattino
della risurrezione. Riconoscere in Gesù di Nazaret, morto e
risorto, il Figlio di Dio che ci ha salvati, è l’occasione ultima di
salvezza per l’uomo: altre non ce ne saranno. Di fronte a questo
dono estremo noi possiamo solo accettare o rifiutare.
Noi sappiamo come si è sviluppato fino a oggi il piano di
salvezza del Signore: il centro della storia, dopo che Gesù è
stato rifiutato dal suo popolo, si è spostato da Gerusalemme a
Roma e quelli che a quel tempo erano i pagani sono diventati
il nuovo popolo di Dio. Da allora il cristianesimo si è pratica-
mente identificato con l’Occidente, che ora, nella pratica dei
fatti, si sta letteralmente scristianizzando. Nella rivista «Oasis»
il gran mufti di Bosnia, Mustafa Ceric, ha denunciato i sette
peccati capitali dell’Occidente: benessere senza lavoro, educa-
zione senza morale, affari senza etica, piacere senza coscienza,
politica senza principi, scienza senza responsabilità, società sen-
za famiglia, ai quali possiamo aggiungere fede senza sacrificio.
Che cosa succederà in futuro? Noi non lo sappiamo, ma una
cosa è certa: il piano di salvezza del Signore non si ferma.

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II settimana di Quaresima – Sabato


Grandezza e mediocrità
Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse
al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”… Pochi
giorni dopo, il figlio più giovane… partì per un paese lontano e là sperperò
il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto… Allora ritornò in sé e disse:
“Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio
di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre…”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse
incontro… Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti
a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse
ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare…
Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa…”.
E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi.
Al ritorno… si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a
supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco… tu non mi hai mai dato
un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo
tuo figlio… per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre:
“Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far
festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato”». Lc 15,11-13.17-32

Due personaggi, in questa parabola, rivaleggiano tra loro per


grandezza: il padre e il figliol prodigo. Il primo ci mostra che
cosa sia la misericordia, il secondo che cosa sia il pentimento.
Oltre a loro incontriamo anche la meschinità del figlio maggio-
re, una di quelle brave persone che nella vita non commettono
mai grandi errori. Non per bontà, ma per mediocrità. Spesso
sono queste persone irreprensibili il vero ostacolo all’esercizio
della misericordia e del pentimento, sentimenti fondamentali
nella famiglia, nella chiesa e nella società. Purtroppo, però, la
misericordia e la meschinità non albergano in persone diverse,
ma sono entrambe dentro di noi, perché tutti siamo impastati
di grandezza e mediocrità. Donaci, Signore, la capacità di ri-
flettere su questa nostra realtà. E donaci di crescere nella mise-
ricordia, lasciando il giudizio a colui che distribuisce i talenti e
che conosce tutto di tutti, anche quanti capelli ci sono sul capo
di ciascuno.

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III settimana di Quaresima – Domenica


L’incontro con il Signore
Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa
mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice
Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare
provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu,
che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I
Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se
tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”»…
Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma
chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno…». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia…». Le dice Gesù: «Sono io,
che parlo con te»… La donna intanto lasciò la sua anfora, andò in città.
 Gv 4,5-28

Per Matteo è stato il banco delle gabelle, per Pietro è stata la


spiaggia del mare di Galilea, per la samaritana è stato il pozzo di
Sichem, per me è stata la saletta dell’orfanotrofio delle suore di
Locri, in Calabria. C’è per tutti un posto dove il Signore passa
e chiama. Era il novembre del 1972, eravamo giovani. Aveva-
mo fatto domanda per un’adozione al tribunale dei minorenni
di Milano e al suo presidente, il dottor D’Orsi, era arrivata la
segnalazione che una bambina di Locri doveva essere adottata
prima di Natale. Tanta fretta era dovuta al fatto che, il Natale
precedente, mentre gli altri bambini erano tornati per qualche
giorno in famiglia, lei era rimasta sola, a piangere, nell’istituto.
Ci hanno telefonato, ce ne hanno parlato e siamo partiti. La
mamma era felice, ma io non lo ero affatto, perché quell’ado-
zione non la condividevo molto. Avevo solo accettato di firma-
re la domanda per accondiscendere ai suoi desideri, ma in cuor
mio avevo sempre sperato che quella pratica da qualche parte si
bloccasse, come spesso accade. Invece non si bloccò, filò tutto
liscio come l’olio, e così partii in treno, insieme alla mamma
che era all’ottavo mese di gravidanza, in attesa di Gianfilippo.
Il mattino dopo mi trovavo già nella saletta dell’istituto, ma
non ero affatto preparato per quell’incontro, come non lo era
la samaritana quando si recò al pozzo. «Se tu conoscessi il dono
di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”».

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Queste parole nessuno le ha pronunciate in quella saletta,


ma era come se fossero sospese nell’aria. Le suore e la mam-
ma sorridevano felici, Maria Carmela mi sorrideva con occhi
grandissimi e io ero fermo, bloccato come la samaritana con la
brocca in mano. In quegli attimi bui, che mi parvero infiniti,
balenò in me un lampo di verità. In Maria Carmela, avvertii una
presenza diversa, e mentalmente dissi: «Signore, accolgo questa
bambina come accogliessi te». Le presi una mano, la mamma
le prese l’altra, e ce la portammo a casa. Anche oggi, quando
nel ricordo rivivo quel momento, io so che in quella bambina
mi attendeva il Signore. C’eravamo solo io e lei in quella sa-
letta; tutti gli altri erano scomparsi. Quel giorno la mia vita è
cambiata: è iniziata un’altra storia. Oggi, quando nel vangelo
incontro la samaritana, capisco che cosa vuol dire: «Se tu cono-
scessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”».

III settimana di Quaresima – Lunedì


La fede è sapienza e potenza
Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella
sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al
tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu
una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato
Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in
Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non
Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono
di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin
sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino. Lc 4,24-30

I suoi concittadini di Nazaret non avevano alcun problema


a riconoscere in Gesù una sapienza e una potenza divine, che
si manifestavano nei miracoli. Ciò che non riuscivano a com-
prendere è come Dio si fosse rivelato completamente e com-
piutamente in quel figlio del carpentiere e di Maria, del quale
sapevano tutto fin da quando era bambino. È lo scandalo che i

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cittadini di Nazaret non hanno accettato e che anche noi, no-


nostante la sua morte in croce e risurrezione, rischiamo di non
accettare. Ma è proprio nella sua incarnazione in Gesù che si
manifesta fino in fondo la libertà di Dio. Dio, come annuncia
il vangelo di oggi, è libero di mandare Elia solo a una vedova di
Serepta di Sidone e di risanare, tra tanti lebbrosi, solo Naamàn
il Siro. Anche per noi è difficile accettare che Dio si sia rivelato
completamente in un piccolissimo pezzo della storia umana,
come è quella della famiglia di Nazaret. È molto più facile ve-
derlo nell’armonia dell’universo, nelle meraviglie della natura o
negli eventi della storia, ma Dio non si oggettivizza nella storia
come lo «spirito assoluto di Hegel». Dio, nella sua libertà, ha
pensato bene di vivere (la parola «oggettivarsi» sarebbe sbaglia-
ta) nella persona di Gesù di Nazaret.
Noi, come i suoi concittadini, abbiamo solo un modo di
superare questo scandalo: la fede. Più in alto facciamo il sal-
to nella fede, e più si apriranno per noi scenari di sapienza e
potenzialità inimmaginabili. Se ci apriamo completamente al
vangelo, possiamo capire verità insospettabili e operare mira-
coli inimmaginabili, ma non per opera nostra: sarà sempre il
Signore a operare attraverso di noi. Lodiamo Dio per questa
sua strategia di salvezza dell’uomo, perché se ci avesse liberato
e salvato senza passare attraverso la persona e la storia di Gesù
di Nazaret, ci avrebbe donato solo un’altra ideologia in più. La
fede è un’altra cosa.

III settimana di Quaresima – Martedì


Il perdono
Allora Pietro… gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe
contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù
gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette…
il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi.
Aveva cominciato... quando un tale che gli doveva diecimila talenti… lo
supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”…
Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva
cento denari… lo prese per il collo… dicendo: “Restituisci quello che
devi!”… Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo

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malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito… Non dovevi anche tu


aver pietà del tuo compagno?”». Mt 18,21-33

Il corso di studi della facoltà di ingegneria comprende una


trentina di materie, con altrettanti esami da sostenere. Alla fine
si discute una tesi di fronte a una commissione giudicante, su-
perata la quale viene consegnato il certificato di laurea, dove si
attesta che il sig. XY è ingegnere. Tra gli esami da sostenere ce n’è
uno, Scienza delle Costruzioni, che, praticamente, costituisce la
linea spartiacque tra lo studente in ingegneria e l’ingegnere già
abbozzato. La stessa esperienza l’hanno vissuta i primi discepoli
di Gesù e la vivono tutt’oggi coloro che intraprendono un cam-
mino di conversione. La tesi finale, come lo è stata per Pietro
quando il Signore gli ha chiesto per tre volte: «Mi ami?», sarà
sull’amore, ma la linea spartiacque tra il seguace e il discepolo
di Gesù è costituita dall’acquisizione della pratica del perdono.
Il perdono è liberante per chi perdona e per chi è perdonato.
Il perdono è il penultimo gradino nella scala dell’amore: il pri-
mo è la ricerca della giustizia sociale, la solidarietà; il secondo è
la compassione, la disponibilità a partecipare delle vicende liete
e tristi del prossimo; il terzo è il perdono; l’ultimo è la scelta
di donare la vita al Signore e ai fratelli. «Ma perché dobbia-
mo perdonare? È giusto perdonare?» mi sono chiesto qualche
volta, quando il perdono mi risultava molto difficile. A queste
domande, nel corso degli anni, mi sono dato tre risposte. La
prima è che il perdono è un atto di giustizia, poiché tutti, pri-
ma o poi, abbiamo bisogno di essere perdonati; la seconda è
che abbiamo bisogno di sciogliere i nostri nodi del cuore e della
mente per essere persone libere; ma la risposta più vera è che
Gesù, dalla croce, ha perdonato tutti. Un giorno padre Michele
Vassallo, un simpaticissimo sacerdote napoletano, durante la
messa, impostò così l’omelia sul perdono: «Sentite – ci disse –,
prendiamo il Signore alla lettera e impegniamoci a perdonare
settanta volte sette». Poi aggiunse: «Dunque: 70 × 7 fa 490.
Dopo che avremo perdonato 490 volte siamo autorizzati a non
perdonare più. Però – concluse – vi assicuro che, a quel punto,
il perdono sarà divenuto una pratica normale della nostra vita».
Beh, proviamoci anche noi!

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III settimana di Quaresima – Mercoledì


La legge e la libertà
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non
sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico:
finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo
trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà
uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto,
sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li
insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli». Mt 5,17-19

Oggi il Signore annuncia che non è venuto per abolire la


Legge o i Profeti, ma a dar loro compimento. Che cosa ha ap-
portato Gesù nel mondo e nella storia perché la Legge e i Pro-
feti si compissero? La risposta è: la libertà! Tuttavia, la legge
alla quale si riferisce Gesù, non è solo quella giudaica, ma so-
prattutto la legge di Dio. Quando gli uomini parlano di libertà
intendono la capacità di perseguire i propri progetti, senza li-
miti e senza costrizioni. Per il Signore, invece, l’uomo è libero
quando è capace di perseguire il progetto di Dio su di lui.
All’inizio dei tempi era così. Poi, in seguito al peccato che è
entrato nel mondo, la libertà di compiere naturalmente la vo-
lontà di Dio era andata perduta, e l’uomo era diventato schia-
vo del peccato. Intendiamoci, anche oggi l’uomo può essere
schiavo del peccato, ma solo se lo vuole, perché Gesù Cristo
ci ha liberati da quella schiavitù, ridonandoci la libertà origi-
naria di perseguire il nostro progetto di vita. Il modo che Dio
ha scelto per liberarci dall’antica schiavitù del peccato è stato
quello di inviare nel mondo suo Figlio, Gesù di Nazaret, vero
uomo e vero Dio, perché vivesse tra noi da persona libera di
seguire sempre la volontà del Padre: nei pensieri, nei sentimen-
ti, nelle parole e nelle azioni. L’atto supremo della sua libertà è
stato l’obbedienza nell’accettare di morire in croce per ridonare
all’uomo la sua libertà originaria. In quel momento la catena
che teneva imprigionato il mondo si è spezzata, liberando Gesù
stesso dalla morte e dal peccato tutti coloro che lo riconoscono
come il Cristo, il Figlio di Dio. In questo senso Gesù Cristo
ha dato compimento alla «Legge o i Profeti»: ci ha ridonato
la libertà, e con essa la grazia, l’amore e la gioia di compiere la
volontà di Dio, se noi lo riconosciamo come Signore.

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III settimana di Quaresima – Giovedì


Il mondo è una prigione
Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio,
il muto cominciò a parlare e le folle furono prese da stupore. Ma alcuni
dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i
demòni»… Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso
in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana
è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno?… Ma se io
scaccio i demòni… con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che
possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa
via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino. Chi non è con
me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde. Lc 11,14-23

Il vangelo di oggi parla del mondo, rappresentato come un


palazzo-prigione, alla guardia del quale c’è Satana, l’uomo forte
che tiene schiava l’umanità. Ogni carcerato è guardato a vista
da un demonio, che ha il compito di tenerlo prigioniero all’in-
terno della sua cella, possibilmente senza concedergli nemme-
no l’ora d’aria, come per i delinquenti pericolosi nelle prigioni
costruite dagli uomini. In ogni cella la schiavitù si manifesta in
un suo modo particolare: può essere il mutismo, fisico o spiri-
tuale, come nel caso dell’uomo all’inizio del vangelo di oggi, o
un’altra menomazione. Oppure tutti gli eccessi e le deviazioni
che portano a una forma di follia: la droga, il sesso, il gioco
d’azzardo, l’alcol, l’attaccamento al denaro, la ricerca ossessiva
del potere o della carriera. In queste celle l’uomo vive l’infelici-
tà e la disperazione più assoluta.
Ci sono anche celle meno dure, come quelle della depres-
sione, dell’agitazione, dell’irrequietezza interiore, del bisogno
insopprimibile di fumare, dell’attaccamento alle cose, del di-
sordine e dell’ordine eccessivo, del rispetto ossessivo delle rego-
le, della tristezza o della malinconia, e altre. In queste celle non
c’è una vera e propria disperazione, ma una mancanza di gioia
permanente. In quasi tutte, però, l’uomo è così schiavo che
può essere liberato solo con un intervento potente del Signore
che spalanchi la porta, cacci i demoni e lo porti fuori. Solo in
alcune celle la schiavitù lascia dei momenti di libertà, nei quali

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il carcerato si può mettere in preghiera e chiedere al Signore di


essere liberato, perché egli è l’uomo più forte di quello forte,
del quale parla il vangelo di oggi. Quando queste liberazioni
accadono, le persone si abbandonano a manifestazioni di gio-
ia, di lode, di preghiera, di canto e sono pervase da un grande
desiderio di vivere, come quando, alla fine della seconda guerra
mondiale, arrivarono gli alleati e la gente si riversava per le
strade a cantare e a far festa.

III settimana di Quaresima – Venerdì


Il Signore Dio tuo
Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere
e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo
di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il
Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto
il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta
la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.
Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse:
«Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è
altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza
e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti
gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente,
Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il
coraggio di interrogarlo. Mc 12,28-34

Questo scriba è una brava persona, non si avvicina a Gesù


per metterlo alla prova e per coglierlo in fallo. Anzi! Avendo
udito che aveva risposto bene ai sadducei, egli fa a Gesù una
domanda facile, non polemica, quasi per aiutarlo a mettere in
mostra la sua dottrina. Mi ricorda l’ultima domanda di certi
esami universitari – esperienza che, per la verità, ho vissuto
raramente – con la quale il professore, accortosi di trovarsi di
fronte a uno studente ben preparato, vuol dargli l’occasione di
prendere il massimo dei voti. Per un ebreo la domanda su quale
fosse il primo dei comandamenti era veramente facile, e difat-
ti Gesù risponde bene, dimostrando di conoscere il libro del
Deuteronomio: «Il primo è: Ascolta, Israele amerai il Signore

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tuo Dio». Questa risposta sarebbe sufficiente per superare l’esa-


me, ma egli aggiunge che il secondo comandamento, quello
sull’amore per il prossimo, è simile al primo.
In Gesù il primo e il secondo comandamento si saldano
insieme, cosicché l’ascoltare e amare Dio e l’amore per il pros-
simo diventano un comandamento unico. È una identifica-
zione fondamentale anche per la nostra tranquillità, perché ci
permette di dedicare serenamente il tempo sia alla preghiera
che all’attenzione verso gli altri, senza sottrarre niente alle due
forme di amore, che, invece, si alimentano a vicenda. Lo scri-
ba approva la precisazione e, a questo punto, l’esame sarebbe
proprio finito, se non fosse per il fatto che si invertono i ruoli;
Gesù diventa il professore e dice allo scriba: «Non sei lontano
dal regno di Dio». Qual è il piccolo passo che egli deve ancora
compiere per entrare nel Regno? È il riconoscere, nella persona
di Gesù di Nazaret, il Cristo Signore. Ci dispiace per lo scriba,
ma succede anche ai professori, ogni tanto, di trovare qualche
studente che ne sappia più di loro.

III settimana di Quaresima – Sabato


Il fariseo e il pubblicano
Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima
presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono
al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando
in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli
altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano.
Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che
possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno
alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà
di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua
giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia
sarà esaltato». Lc 18,9-14

Questa scena del fariseo e del pubblicano, che sono saliti


al tempio per pregare, ci mostra la differenza tra la preghiera

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pagana e quella cristiana. La prima è egocentrica, la seconda è


teocentrica. Nella preghiera del fariseo, come avveniva e avvie-
ne nelle preghiere pagane, al centro c’è lui stesso: è lui che si
sente giusto, migliore degli altri, che digiuna addirittura due
volte alla settimana, anche se la legge avrebbe richiesto di di-
giunare una volta, ed è in regola col pagamento della decima.
Il suo ringraziamento a Dio è per quello che egli è, non per ciò
che Dio è per lui, e la preghiera la fa in piedi, non ha bisogno
di inginocchiarsi per chiedere perdono. Anzi, attende quasi che
Dio si compiaccia con lui, perché egli è migliore degli altri. Il
pubblicano, invece, che forse a pregare non ci andava nemme-
no tutti i giorni, si inginocchia, mette al centro della preghiera
il Signore e si sente bisognoso della sua misericordia, perché sa
di non essere in regola con la legge e con gli uomini, come lo è
il fariseo. Sarà lui, però, a essere giustificato e a diventare amico
di Dio, non il fariseo.
Questo pubblicano mi ricorda Epifani, un soldato del mio
plotone quando, molti anni fa, svolgevo il servizio di leva come
ufficiale. Alla sera, mentre gli altri andavano in libera uscita a
passeggiare per Vicenza, Epifani rimaneva quasi sempre da solo,
in caserma, perché non era molto spigliato e la sua compagnia
non era gradita ai suoi commilitoni. Una sera gli dissi: «Epifa-
ni, vieni con me, ti invito a una cenetta fuori». Andammo nella
stessa trattoria frequentata dagli altri soldati del plotone e ci
sedemmo in disparte, noi due, a mangiare e a parlare insieme
per tutta la sera. Da quel giorno gli altri soldati, incuriositi dal
fatto che io trovassi interessante la compagnia di Epifani, lo
invitarono sempre in libera uscita con loro. Ma, quando, finito
il servizio di leva, sono andato in congedo, ad accompagnarmi
alla stazione ferroviaria è venuto solo Epifani.

IV settimana di Quaresima – Domenica


La luce della fede
Passando, vide un uomo cieco dalla nascita… [Gesù] fece del fango
con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti

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nella piscina di Sìloe»… Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva…


Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli
rispose: «L’uomo che si chiama Gesù…». Allora dissero di nuovo al cieco:
«Tu, che cosa dici di lui…?». Egli rispose: «È un profeta!»… gli dissero:
«Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello
rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci
vedo… Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla»…
E lo cacciarono fuori. Gesù… quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel
Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?».
Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse:
«Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «… io sono
venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che
vedono, diventino ciechi». Gv 9,1-39

Nel prologo al suo Vangelo, Giovanni, parlando di Gesù,


aveva detto: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumi-
na ogni uomo» (Gv 1,9). Per avere, però, la consapevolezza di
quella luce, occorre poter vedere. Ecco, allora, che Gesù oggi
incontra quest’uomo cieco dalla nascita e lo guarisce, negli oc-
chi e nello spirito. Negli occhi immediatamente, nello spirito
dopo che il cieco ha compiuto il necessario cammino di con-
versione, che in questa vicenda risulta evidente dalle tre rispo-
ste che dà a coloro che lo interrogano su chi lo abbia guarito.
Alla prima domanda risponde: «L’uomo che si chiama Gesù»;
alla seconda risponde: «È un profeta!»; alla terza, dopo che Ge-
sù gli si è rivelato, egli dichiara: «Credo, Signore!».
È stato questo il cammino dei primi discepoli ed è lo stesso,
anche oggi, per chi si pone alla sequela di Gesù di Nazaret.
All’inizio si rimane affascinati dall’«uomo»; poi l’uomo diven-
ta «profeta» per le verità che trasmettono i suoi insegnamenti;
infine viene riconosciuto come il «Signore», il Figlio di Dio,
perché con lui la vita diventa tutto un miracolo. È un cammino
meraviglioso, ma è un privilegio solo per coloro che umilmente
si pongono alla sua sequela, in ricerca di verità e di risposte: «Io
sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono,
vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Gesù è la «luce
vera», come dice Giovanni nel prologo, ma solo per coloro che
si lasciano illuminare.

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IV settimana di Quaresima – Lunedì


La preghiera di intercessione
Andò dunque di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato
l’acqua in vino. Vi era un funzionario del re, che aveva un figlio malato
a Cafàrnao. Costui, udito che Gesù era venuto dalla Giudea in Galilea,
si recò da lui e gli chiedeva di scendere a guarire suo figlio, perché stava
per morire. Gesù gli disse: «Se non vedete segni e prodigi, voi non credete».
Il funzionario del re gli disse: «Signore, scendi prima che il mio bambino
muoia». Gesù gli rispose: «Va’, tuo figlio vive». Quell’uomo credette alla
parola che Gesù gli aveva detto e si mise in cammino. Proprio mentre
scendeva, gli vennero incontro i suoi servi a dirgli: «Tuo figlio vive!»… e
credette lui con tutta la sua famiglia. Gv 4,46-53

«Va’, tuo figlio vive» risponde Gesù, e quel padre ritorna


fiducioso verso casa. Questa scena, nella sua semplicità, mostra
tutta la potenza guaritrice di Gesù, che entra in azione tutte
le volte che preghiamo per la guarigione di qualcuno, sia esso
un figlio, un amico o una persona che non ci vuole bene. In
quest’ultimo caso la preghiera è quasi sempre esaudita, perché,
oltre che sulla fede, si appoggia anche sul nostro perdono. Il Si-
gnore ascolta sempre le preghiere che gli rivolgiamo, ma qual-
che volta succede che non vengano esaudite: vuol dire che il
suo progetto è più grande e lungimirante della nostra richiesta.
Dice l’evangelista Giovanni: «E questa è la fiducia che abbiamo
in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà,
egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che
gli chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo
chiesto» (1Gv 5,14-15). La preghiera di intercessione, in altre
parole, ci protegge dalle lusinghe del demonio, che è la causa di
tutti i mali, ma deve essere intimamente aperta ad accettare la
volontà del Signore. È la condizione posta dall’evangelista Gio-
vanni: la richiesta, perché venga esaudita, deve essere «secondo
la sua volontà». A noi sembra, tuttavia, che il suo desiderio di
esaudirci sia così grande che, qualche volta, il Signore abbia
addirittura messo in atto una modifica dei suoi progetti.
La nostra preghiera può ottenere anche questo, perché un
padre, quando può, cambia sempre i suoi programmi per esau-
dire le richieste di un figlio. Qualche volta, però, può succedere

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che il progetto del Signore sia così grande da non avere alterna-
tive: allora lo dobbiamo accettare, e accettandolo ne entriamo
a far parte. L’unica cosa certa è che noi dobbiamo chiedere,
sempre e comunque, perché attraverso le richieste di interces-
sione si attualizza la nostra fede. Dopo aver ricevuto la grazia
richiesta, dobbiamo, però, far seguire un balzo nella fede, come
fa quel padre nel vangelo di oggi, il quale «credette lui con tutta
la sua famiglia». È ciò che il Signore si aspetta da noi.

IV settimana di Quaresima – Martedì


La carità è generosità
Dopo questi fatti, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a
Gerusalemme. A Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, vi è una
piscina, chiamata in ebraico Betzatà, con cinque portici, sotto i quali
giaceva un grande numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici. Si trovava
lì un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù, vedendolo giacere e
sapendo che da molto tempo era così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose
il malato: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando
l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di
me». Gesù gli disse: «Àlzati, prendi la tua barella e cammina». E all’istante
quell’uomo guarì: prese la sua barella e cominciò a camminare.   Gv 5,1-16

Una volta, in treno, c’era la bella abitudine di cedere il posto


alle persone anziane. Oggi è quasi totalmente disattesa. Anzi,
quando il treno si ferma in stazione si vedono i giovani schizzar
su a occupare i pochi posti disponibili, e gli anziani, che ne
avrebbero più bisogno, ma non hanno la loro sveltezza, sono
quasi sempre costretti a farsi il viaggio in piedi. È ciò che succe-
deva da tempo al paralitico della lettura di oggi. Esisteva, infat-
ti, una leggenda a Gerusalemme: quando le acque della piscina
di Siloe, detta in ebraico Betzatà, si increspavano un po’, si rite-
neva che ad agitarle fosse un angelo, e il primo che vi scendesse
dentro si credeva che guarisse dai mali che portava addosso.
Quel paralitico, poveretto, era da molto tempo che tentava
di arrivare per primo, ma, a causa del suo handicap, non c’era

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mai riuscito e nessuno si curava di aiutarlo. Gesù passa, vede,


intuisce il suo dramma e gli dice: «Vuoi guarire?». «Signore –
gli risponde il malato – non ho nessuno che mi immerga nella
piscina quando l’acqua si agita». Gesù, allora, si muove a com-
passione e all’istante lo guarisce. Quella della piscina di Siloe
era solo una credenza, e il primo che vi entrava dentro quando
l’acqua si increspava, probabilmente non guariva, ma quanto
sarebbe stato bello se qualcuno avesse fermato tutti gli altri e
avesse detto: «Immergiamo nella piscina il paralitico». È ciò
che è successo in treno, qualche giorno fa, nel percorso da Sa-
ronno a Milano. Un giovane, che era salito in fretta, stava per
sedersi in un posto libero quando, vista arrivare una signora
anziana, le ha detto: «Prego, signora, si accomodi». Se fosse
stato presente Gesù, avrebbe moltiplicato i posti e ci sarebbe
stato da sedere per tutti e due, ma quell’atto ha moltiplicato la
gioia di tutte le persone presenti.

IV settimana di Quaresima – Mercoledì


Dio opera sempre
Ma Gesù disse loro: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco»…
Gesù riprese a parlare e disse loro: «In verità, in verità io vi dico: il Figlio
da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello
che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Il Padre infatti ama il
Figlio, gli manifesta tutto quello che fa… Come il Padre risuscita i morti e
dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il Padre infatti…
ha dato ogni giudizio al Figlio, perché tutti onorino il Figlio come onorano
il Padre… In verità, in verità io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede
a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna… è passato dalla morte alla
vita. In verità, in verità io vi dico: viene l’ora – ed è questa – in cui i
morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata,
vivranno… Da me, io non posso fare nulla… perché non cerco la mia
volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato». Gv 5,17-30

È errato pensare che Dio, all’inizio dei tempi, abbia creato


l’universo e le sue leggi, e che tutto si muova e si compia au-
tonomamente per quel primo impulso divino. Dio è sempre

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all’opera, in una continua creazione: «Il Padre mio agisce anche


ora e anch’io agisco». Il Figlio e il Padre – dice Gesù – operano
all’unisono: «Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non
ciò che vede fare dal Padre». Il Padre agisce, cioè, come un im-
prenditore che abbia lasciato l’azienda nelle mani del figlio, del
quale rimane il consulente, ma a operare – dice oggi Gesù – è il
Figlio. «Come il Padre risuscita i morti e dà la vita – aggiunge
poi, riferendosi alle risurrezioni del vangelo e alla sua risurre-
zione futura –, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole. Il
Padre infatti… ha dato ogni giudizio al Figlio». Con quest’ul-
tima affermazione Gesù si riferisce alla risurrezione e alla vita
spirituale che egli dona a chi crede in lui: «chi ascolta la mia
parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna».
Gesù, oggi, dice che Padre e Figlio operano insieme: «Da
me, io non posso fare nulla… perché non cerco la mia volontà,
ma la volontà di colui che mi ha mandato». Dopo la Pente-
coste, con la nascita della chiesa, anche il Figlio non opererà
più direttamente, ma tramite lo Spirito Santo, il quale, a sua
volta, agirà in perfetta comunione con il Padre e con il Figlio.
Con questo passaggio di consegne tra Padre, Figlio e Spirito
Santo, Dio, nelle sue tre persone, ma con un’unica volontà, ha
sempre operato e continua a operare nella storia della salvez-
za del mondo. E questo ci rassicura completamente, perché ci
sentiamo nelle mani di colui che dona la vita e che ci ama di un
amore infinito. Nell’azienda celeste, pur non operando di per-
sona, come sposa dello Spirito Santo ha un ruolo fondamentale
anche Maria, dando consigli al suo sposo e strappando grazie
per noi figli, che ci muoviamo nella sfera terrena.

IV settimana di Quaresima – Giovedì


Le testimonianze su Gesù
«Se fossi io a testimoniare di me stesso, la mia testimonianza non
sarebbe vera… Voi avete inviato dei messaggeri a Giovanni ed egli ha
dato testimonianza alla verità. Io… ho una testimonianza superiore a
quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere… che
io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche

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il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me… Voi scrutate


le Scritture… sono proprio esse che danno testimonianza di me… E come
potete credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la
gloria che viene dall’unico Dio?… Se infatti credeste a Mosè, credereste
anche a me; perché egli ha scritto di me». Gv 5,31-47

«Se fossi io a testimoniare di me stesso – dice oggi Gesù


–, la mia testimonianza non sarebbe vera». Quindi elenca le
testimonianze che si riferiscono a lui come il Messia, e che i
giudei del suo tempo non colgono: la profezia vicina di Gio-
vanni il Battista e quelle lontane sparse nelle Sacre Scritture,
i miracoli che egli compie in nome del Padre e anche Mosè,
che di lui ha scritto. Le stesse testimonianze si rivolgono a noi,
oggi: i vangeli e il Nuovo Testamento sono una continua te-
stimonianza, come lo è l’Antico con le circa trecento profezie
che si riferiscono a Gesù. Tutta la sua storia era già conosciuta
anche prima che egli venisse ad abitare tra noi. Nessuno inve-
ce aveva preannunciato Budda, Confucio e Maometto. Come
Gesù abbia realizzato le profezie riferite a se stesso ce lo insegna
sant’Agostino: «Dio ha disposto che il Nuovo Testamento fosse
nascosto nell’Antico e che l’Antico Testamento fosse chiaro nel
Nuovo». Per capire questo, però, bisogna fare un atto di fede
sulla persona di Gesù come Messia, poi è lo Spirito Santo a
illuminarci. Paolo, finché aveva letto l’Antico Testamento da
fariseo rimase fariseo, solo dopo la conversione scoprì il nesso
tra le profezie dell’Antico Testamento e Gesù Cristo.
Le verità del vangelo, che dopo duemila anni brillano più
di quando Gesù le ha rivelate, sono una testimonianza come lo
è, in un mondo dove tutto è effimero, la sua profezia: «Il cielo
e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Mt
24,35). Sembra impossibile non riconoscere in Gesù di Naza-
ret il Messia! Solo lui ci illumina sul mistero della vita, sul pri-
ma della nascita e sul dopo della nostra morte, sul significato
del dolore, dell’amore e del perdono. Tuttavia le testimonianze
più incisive sono quelle dei santi, i quali, avendo creduto in lui,
hanno compiuto le sue stesse opere. È impossibile, però, cre-
dere e rendere gloria al Signore quando si ricerca solo la nostra
gloria: «E come potete credere, voi che ricevete gloria gli uni
dagli altri, e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio?».

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IV settimana di Quaresima – Venerdì

L’umanità di Cristo
Dopo questi fatti, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva
più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si
avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Ma quando
i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente,
ma quasi di nascosto. Intanto alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano:
«Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente,
eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che
egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando
verrà, nessuno saprà di dove sia». Gesù allora, mentre insegnava nel
tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure
non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non
lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercavano allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di
lui, perché non era ancora giunta la sua ora. Gv 7,1-2.10.25-30

Nella Palestina di Gesù si sta celebrando la grande festa delle


Capanne, che è la commemorazione della marcia del popolo
ebreo nel deserto, quando era costretto a montare e smontare
ogni giorno le tende. A questa, che Israele considera la festa
della provvisorietà, Gesù partecipa «quasi di nascosto». Tutta-
via viene notato mentre parla «liberamente» delle cose di Dio,
suscitando un dualismo in coloro che lo ascoltano: da un lato
sono ammirati per ciò che dice, e dall’altro non riescono ad
accettare che la sua sapienza divina dimori in un uomo, in car-
ne e ossa, del quale si sa tutto, anche chi sono i suoi genitori.
Non è facile accettare che la strategia di salvezza di Dio passi
attraverso il nascondimento e l’umiltà di Gesù che rifiuta ogni
ostentazione. Siamo al nocciolo del mistero dell’Incarnazione:
anche oggi si fa fatica a riconoscere la divinità di Gesù di Naza-
ret, apparsa sotto le sembianze di un uomo, però è ciò che ci è
richiesto di fare, perché questo è il modo che Dio ha scelto per
presentarsi all’umanità.
Anche la nostra preghiera quotidiana non può che passare
attraverso la persona di Gesù Cristo, perché egli è la «mani-
festazione» del Padre, la «via» che conduce a lui e lo «Spiri-

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to divino» che egli è venuto a risvegliare nell’uomo. Afferma


santa Teresa d’Avila: «Ho sempre riconosciuto e tuttora vedo
chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere
grandi grazie, se non per le mani della santissima umanità di
Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi». Le verità che
Gesù Cristo ci ha rivelato acquistano luce se passano attraverso
la sua umanità, perché di esse egli è l’incarnazione perfetta.
Solo accettando questo mistero noi possiamo comprendere la
santità della chiesa, pur celata dalle sue povertà, non escluso il
peccato.
Aiutaci, Signore, a riconoscere il mistero della tua incarna-
zione in Gesù di Nazaret.

IV settimana di Quaresima – Sabato


Gesù è il Signore
All’udire queste parole, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero
il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano:
«Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: Dalla stirpe di
Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo?». E tra la
gente nacque un dissenso… Alcuni di loro volevano arrestarlo… Risposero
le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro:
«Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei
capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!».
Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù…, disse: «La
nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere
ciò che fa?». Gv 7,40-51

Sono diversi anni che, durante la preghiera del mattino,


ci troviamo a riflettere su chi sia Gesù di Nazaret per noi: è
una domanda che da duemila anni rimbalza nella storia. Se lo
chiedevano i primi discepoli e gli abitanti della Palestina; se l’è
chiesto Pilato quando se l’è trovato di fronte per giudicarlo;
se lo è chiesto il centurione romano sotto la croce; se lo sono
chiesto miliardi di persone che, nel corso dei secoli, sono state
raggiunte dal messaggio del vangelo. La verità è una, ma le ri-

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sposte sono sempre personali: anche noi abbiamo dato risposte


diverse nel corso degli anni. Una volta Maria Letizia, ancora
bambina, rispose che per lei Gesù era il terzo genitore. Oggi,
dopo anni di preghiera e di cammino insieme, dopo aver vi-
sto i miracoli nella nostra vita e dopo aver toccato con mano
l’intervento continuo della Provvidenza, che ci ha raggiunti,
un giorno dopo l’altro, alla domanda «Chi è Gesù di Nazaret
per voi?», la risposta più completa che possiamo dare è: «Gesù
è il Signore!». È l’esclamazione di Pietro sul lago di Tiberiade,
quando, dopo la crocifissione di Gesù, era tornato tristemente
a pescare. «È il Signore!», gridò Pietro appena lo intravide sulla
spiaggia. E con quella esclamazione si riaccesero in lui i ricordi
più belli e la speranza di una vita di nuovo libera e gloriosa.
«Gesù è il Signore!» è stato l’annuncio incessante di padre To-
maso Beck nei suoi ultimi anni di vita.
Un giorno fu invitato, in Australia, a tenere alcuni inse-
gnamenti nei gruppi di preghiera e nelle comunità del Rinno-
vamento Carismatico. Lo accompagnai all’aeroporto e, nelle
settimane successive, di quando in quando telefonavo al mio
amico Brian Smith, responsabile del Rinnovamento in Ocea-
nia, per informarmi sugli echi delle sue catechesi. «Qui – mi
diceva Brian – le persone capiscono che Gesù è il Signore».
Quando padre Tomaso tornò, andai a riceverlo all’aeroporto, e,
durante il tragitto in macchina per riportarlo a casa, gli riferii:
«Sai, padre Tomaso, il nostro amico Brian ha detto che dalle
tue catechesi la gente ha appreso che Gesù è il Signore». «Allora
hanno capito tutto!» rispose padre Tomaso, e sorrise felice.

V settimana di Quaresima – Domenica

La nostra risurrezione
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel
sepolcro… Marta [sua sorella] disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui,
mio fratello non sarebbe morto!…». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà».
Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno».

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Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se
muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi
questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio
di Dio, colui che viene nel mondo»… Maria [l’altra sorella]… si gettò
ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non
sarebbe morto!»… Gesù scoppiò in pianto… Gesù… si recò al sepolcro:
era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete
la pietra!». Gli rispose Marta… «Signore, manda già cattivo odore…».
Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?».
Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti
rendo grazie perché mi hai ascoltato…». Detto questo, gridò a gran voce:
«Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e
il viso avvolto da un sudario. Gv 11,17-44

Prima di entrare nella notte della sua settimana di passio-


ne, Gesù compie questo miracolo della risurrezione di Lazzaro,
simbolo della nostra risurrezione dal peccato. Le parole di Ge-
sù a Marta sono dirette a noi: «Tuo fratello risorgerà… Io sono
la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà;
chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». Siamo noi
ad aver bisogno di risuscitare dalla morte del peccato, che ogni
giorno ci risucchia nel suo vortice.
Ma Gesù, conoscendo la fragilità della natura umana, ha
istituito la chiesa e i sacramenti: il battesimo che ci fa rinascere
a vita nuova, l’eucaristia che ci dà la forza per camminare tra
le insidie del mondo, la riconciliazione che ci permette di ri-
cominciare sempre di nuovo il nostro cammino di redenzione.
Siamo immersi nel peccato e nel perdono, nella morte e nella
risurrezione, in attesa di risorgere definitivamente nell’eternità.
La morte e la risurrezione di Lazzaro simboleggiano il cammi-
no di questa vicenda terrena, e anche noi alla fine risuscitere-
mo, perché – dice oggi Gesù – «chiunque vive e crede in me,
non morirà in eterno». Questa speranza è radicata nella nostra
fede, se la perdessimo non ci resterebbe nient’altro da perdere.
Ciascun uomo che giunge alla fede è come un neonato fra le
braccia della madre: è bisognoso di tutto e non sa provvedere a
niente di ciò che è veramente importante, ma vive nella gioia
perché sa che ogni sua necessità sarà appagata con amore infi-
nito.

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V settimana di Quaresima – Lunedì


Il perdono guarisce
Gesù… al mattino si recò… nel tempio e tutto il popolo andava da
lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei
gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli
dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio.
Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa.
Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova… Ma Gesù si
chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano
nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti
per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per
terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più
anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò
e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose:
«Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in
poi non peccare più». Gv 8,1-11

Oggi Gesù è seduto e sta ammaestrando la folla. Non co-


nosciamo l’argomento del suo insegnamento, ma lo sviluppo
degli eventi ci induce a credere che stia parlando della «mi-
sericordia» e del «perdono». C’è, infatti, in questo brano una
parola cardine, che lega il contenuto del suo discorso alla prova
a cui viene sottoposto dagli scribi e dai farisei. È la parola «allo-
ra»: «Allora gli conducono una donna sorpresa in adulterio»…
«Maestro – gli dicono –, questa donna è stata sorpresa in fla-
grante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di
lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Gesù si trova
nella non facile situazione di eludere la legge, oppure di smen-
tire coi fatti ciò che sta insegnando. Avrebbe potuto prendere
la palla al balzo per annunciare che, con l’avvento dei tempi
messianici, la legge di Mosè ha fatto il suo tempo ed è stata
superata da quella dell’amore, della misericordia e del perdono,
ma avrebbe gettato le perle ai porci senza risolvere la situazio-
ne del momento. Decide, allora, di continuare a parlare della
misericordia e del perdono, dal momento che anche gli scribi
e i farisei sono peccatori e bisognosi di essere perdonati: «Chi
di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei».
Allora, uno a uno, se ne vanno tutti e Gesù rimane solo con la

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donna, come era rimasto solo con la samaritana al pozzo e con


il cieco nato alla piscina di Siloe.
Quando Gesù s’incontra da solo, a «tu per tu», con una per-
sona, accadono sempre cose meravigliose, e così succede anche
con l’adultera: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».
La donna, allora, consapevole di essere stata perdonata, coglie
la verità che Gesù è il Signore della misericordia, e risponde:
«Nessuno, Signore». E Gesù le dice: «Neanch’io ti condanno;
va’ e d’ora in poi non peccare più». Non è un suggerimento, è
un ordine come quello della risurrezione di Lazzaro: «Lazzaro,
vieni fuori» (Gv 11,43). È una guarigione. Il perdono è sempre
una guarigione da ogni malattia psichica e spirituale.

V settimana di Quaresima – Martedì


I tempi forti della fede
Di nuovo disse loro: «Io vado e voi mi cercherete, ma morirete nel
vostro peccato. Dove vado io, voi non potete venire». Dicevano allora i
Giudei: «Vuole forse uccidersi, dal momento che dice: “Dove vado io, voi
non potete venire”?». E diceva loro: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù;
voi siete di questo mondo, io non sono di questo mondo. Vi ho detto che
morirete nei vostri peccati; se infatti non credete che Io Sono, morirete nei
vostri peccati». Gli dissero allora: «Tu, chi sei?». Gesù disse loro: «Proprio
ciò che io vi dico. Molte cose ho da dire di voi, e da giudicare; ma colui che
mi ha mandato è veritiero, e le cose che ho udito da lui, le dico al mondo».
Non capirono che egli parlava loro del Padre. Disse allora Gesù: «Quando
avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che Io Sono e che
non faccio nulla da me stesso, ma parlo come il Padre mi ha insegnato.
Colui che mi ha mandato è con me: non mi ha lasciato solo, perché faccio
sempre le cose che gli sono gradite». A queste sue parole, molti credettero in
lui. Gv 8,21-30

Seguire i temi della fede dell’anno liturgico è come correre il


Giro d’Italia. Ci sono le tappe di pianura del Tempo Ordinario,
durante le quali è più facile rimanere alla ruota del pensiero di
Gesù, e ci sono le tappe di montagna dei periodi dell’Avvento
e della Quaresima, nelle quali vengono trattati i grandi temi

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della fede, e in queste è veramente difficile reggere l’andatura


delle sue proposte di vita. Per uscire da queste tappe digni-
tosamente, occorre essere bene allenati, e l’unico allenamen-
to possibile è la preghiera. La tappa odierna è particolarmente
impegnativa, perché Gesù procede con una serie di scatti, a
ognuno dei quali rischiamo di staccarci dalla sua ruota. Con il
primo Gesù ci chiede di credere che in lui coesistono la natura
umana e divina: «Voi siete di quaggiù, io sono di lassù». Se noi
crediamo con la mente e il cuore a questa verità di fede, rima-
niamo attaccati al suo pensiero. Con il secondo scatto Gesù ci
chiede di credere che la nostra fede in lui, come Figlio di Dio,
ci salva dai nostri peccati: «Se infatti non credete che Io Sono,
morirete nei vostri peccati». «Io Sono», infatti, è la definizione
che, nell’Antico Testamento, Dio dà di se stesso.
Qui, per non staccarci, dobbiamo credere che egli è Dio,
che noi siamo peccatori, ma la nostra fede in lui ci salva. Oggi,
seguire Gesù non sarà facile, ma con la preghiera e la medi-
tazione del vangelo, probabilmente ce la faremo. Gesù, però,
sa che lo scatto dei prossimi giorni sarà il più duro per noi, e
quindi comincia a prepararci anticipandone il contenuto: la
sua opera di salvezza passerà attraverso il momento della croce,
quando sarà «innalzato il Figlio dell’uomo». Sarà bene aumen-
tare la nostra preghiera per non perdere la sua ruota quando
mediteremo questo mistero dell’amore infinito di Dio.

V settimana di Quaresima – Mercoledì


La verità ci rende liberi
Gesù allora disse…: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei
discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi». Gli risposero: «Noi
siamo discendenti di Abramo e non siamo mai stati schiavi di nessuno.
Come puoi dire: “Diventerete liberi”?». Gesù rispose loro: «In verità, in
verità io vi dico: chiunque commette il peccato è schiavo del peccato. Ora,
lo schiavo non resta per sempre nella casa; il figlio vi resta per sempre. Se
dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero… Io dico quello che
ho visto presso il Padre; anche voi dunque fate quello che avete ascoltato

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dal padre vostro»… Gli risposero: «Noi non siamo nati da prostituzione;
abbiamo un solo padre: Dio!». Disse loro Gesù: «Se Dio fosse vostro padre,
mi amereste, perché da Dio sono uscito e vengo; non sono venuto da me
stesso, ma lui mi ha mandato». Gv 8,31-42

Il peccato rende schiavi; conoscere la verità rende liberi, e


il modo per conoscerla è quello di accogliere il messaggio del
vangelo e diventare discepoli di Gesù. È l’annuncio che ci viene
fatto oggi e sul quale dobbiamo meditare. Che il peccato renda
schiavi è dimostrato dal fatto che ogni peccato è ripetitivo, e
lo è al punto che spesso la persona finisce per perdere anche
la propria dignità. Basti pensare a quelle che san Paolo chia-
ma le opere della carne: «fornicazione, impurità, dissolutezza,
idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi,
divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere»
(Gal 5,19-21). E la lista sarebbe molto più lunga: menzogne,
attaccamento al denaro, droga, sopraffazioni e altre. Il regista
nascosto, che fa maturare i frutti della carne, è il demonio. Egli,
utilizzando situazioni, fatti, cose e persone che la vita ci pone
dinanzi, comincia a far breccia in quel peccato, dove le nostre
resistenze sono più deboli. Quel peccato diventa poi ripetitivo,
si allarga ad altri finché viene invasa tutta la persona, come un
esercito nemico che, avendo fatto breccia in un punto, occupa
e devasta tutto il paese.
Oggi il Signore ci annuncia che per essere liberati dalla
schiavitù di questi peccati dobbiamo accogliere la sua «parola»
e diventare suoi «discepoli»: così conosceremo la verità e questa
ci renderà liberi. Ma quale verità conosceremo mettendoci alla
sequela di Gesù? È una verità globale, che ha le caratteristiche
di un cammino, nel senso che è progressiva. È una scuola alla
quale ci iscriviamo e dove, durante il corso, ci vengono spiegate
le verità su Gesù, su noi stessi, sul mondo e sulla storia. È come
passare dalla visione della parte posteriore di un tappeto, che ci
mostra solo un groviglio di fili, a quella della parte anteriore,
dove il disegno è chiaro e ha un senso. Soprattutto, nella parte
anteriore del tappeto si respira un’aria di libertà i cui frutti, come
ci dice san Paolo, sono: amore, gioia, pace, pazienza, benevo-
lenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di sé. In poche parole:
tutti gli ingredienti per vivere con gioia e trasmetterla agli altri.

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V settimana di Quaresima – Giovedì


La morte è solo apparenza
«In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà
la morte in eterno». Gli dissero allora i Giudei: «Ora sappiamo che sei
indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: “Se uno
osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno”»… Rispose
loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io
Sono». Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si
nascose e uscì dal tempio. Gv 8,51-59

Riprendiamo l’immagine del tappeto di ieri. Se osservia-


mo il mondo che ci circonda con il solo sguardo della mente
è come se guardassimo il tappeto del soggiorno dal rovescio:
scorgeremmo solo grovigli di fili e colori confusi. Se invece lo
osserviamo con l’occhio della fede è come guardarlo dalla parte
anteriore, dove tutto è chiaro. Come è chiaro anche il fatto che
la morte non esiste: esiste solo la vita. La morte è la più tragi-
ca realtà di questo mondo, ma è un evento solo apparente: è
un’ape, dice san Paolo, che ha perso il suo pungiglione. E il se-
gno tangibile di questa verità è che non fa più paura. Anzi, a un
certo punto, quando siamo consapevoli che il nostro progetto
sia compiuto, finisce per diventare un pensiero caro e familiare.
Nelle Sacre Scritture si trova spesso l’espressione «morì vecchio
e sazio di giorni» e san Francesco la chiama addirittura «sorella
morte». L’uomo di fede invecchia e muore sorridendo, perché
sa che la morte è solo la porta di accesso alla vita eterna, la qua-
le, essendo un po’ stretta, permette di entrare solo con pochi,
essenziali bagagli. I nonni, lo zio Ilo, lo zio fra Ugo e tanti ami-
ci che ci hanno lasciato, sono morti sorridendo, e ora vivono
nella comunione dei santi. Noi ne avvertiamo la presenza ogni
qual volta ricorriamo alle loro preghiere e riconosciamo il loro
aiuto. Si sono spenti sorridendo perché sapevano che, al di là di
quella porta, avrebbero incontrato la misericordia del Signore,
e avrebbero finalmente visto bene il disegno di quel tappeto
che, finché si è in terra e ci si cammina sopra, non si può am-
mirare in tutta la sua bellezza.
Anche noi cominciamo ad avvertire questi sentimenti, fram-
misti al desiderio di spendere bene, e possibilmente insieme, gli

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ultimi spiccioli dei talenti che abbiamo ricevuto. E, nell’attesa,


eleviamo al Signore questa preghiera: «Signore, non chiamarci
in questi nostri giorni, non chiamarci quando non abbiamo
ancora compiuto la nostra opera. Ma quando, un giorno, avre-
mo riempito il nostro tempo e il nostro raccolto sarà maturato,
allora lasciaci venire a te, portando i nostri doni in letizia. Però
chiamaci anche stasera, e ora, se vuoi, con il raccolto non an-
cora ultimato, prima del tempo, quando la nostra opera non è
compiuta e i nostri giorni sembrano ancora verdi. Se tu vuoi».

V settimana di Quaresima – Venerdì


Voi sarete dèi
Di nuovo i Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro:
«Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di
esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per
un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai
Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: Io ho detto:
voi siete dèi?… Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma
se le compio… credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre
è in me, e io nel Padre». Gv 10,31-38

«Homo homini lupus – l’uomo è un lupo nei confronti


dell’uomo»: è la sintesi filosofica di Thomas Hobbes, il padre
del pensiero politico inglese dell’età moderna. «Homo homini
deus – l’uomo è un dio nei confronti dell’uomo»: potrebbe esse-
re la sintesi del pensiero sociale cristiano. L’uomo-lupo vive nel
branco per avere più forza, per cacciare e aggredire. L’uomo-dio
vive in comunione con tutti e si dona agli altri, ma è destinato
a essere un solitario, come è sempre stato Gesù, anche quando
era in mezzo alla folla. «Voi sarete dèi», è scritto nella legge giu-
daica e Gesù oggi lo ricorda a quel branco di lupi che lo attacca
da tutte le parti, per lapidarlo e ucciderlo. Ma che cosa vuol
dire «Voi sarete dèi»? Come fa un uomo a diventare deus, un
dio per l’altro uomo? A questa domanda nella Bibbia c’è una
sola risposta: diventare «dèi» vuol dire diventare «servi». L’attri-
buto di «servo» nella storia della salvezza è il più grande, dopo

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quello di «Figlio di Dio», e lo è a tal punto che in Gesù le due


parole si toccano: egli è il «Servo di Jahvè» e «Figlio di Dio». La
parola «servo» nella storia della salvezza si è evoluta, assumendo
dimensioni sempre più ampie: Abramo è stato un servo solita-
rio al servizio del progetto di salvezza di Dio; Mosè, per farsi
servo dello stesso progetto, lo è diventato del popolo di Israele.
Per Gesù essere servo di Jahvè ha significato andare a morire
in croce per la salvezza di ogni uomo, di ogni tempo e di ogni
razza. Oggi, nella nostra società, la parola «servo» ha una acce-
zione negativa, fa pensare a una persona senza volontà e senza
un proprio progetto di vita; è quasi sinonimo di «schiavo». Per
il cristiano, invece, la parola «servo» ha un significato altissimo:
presuppone il riconoscimento della signoria di Gesù sulla no-
stra vita e l’esistenza di un progetto che il Signore ha predispo-
sto per noi. Progetto che ci permetterà di far fruttare nel modo
migliore i talenti che abbiamo ricevuto. Per il cristiano la paro-
la «servo» è sinonimo di chi realizza il sogno di Dio su di lui.

V settimana di Quaresima – Sabato


Uscire dal bunker
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli
aveva compiuto, credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei
e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e
i farisei riunirono il sinedrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo
compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in
lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra
nazione»… Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gv 11,45-46.53
Gesù ha appena compiuto il miracolo della risurrezione di
Lazzaro e «molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla
vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui». Allora
i sacerdoti e i farisei, riunito il sinedrio, si chiedono «Che fac-
ciamo?» e decidono di condannarlo, per evitare problemi con il
potere di Roma. Il miracolo è un evento che chiede di prendere
posizione, o si accetta o si rifiuta, non ci sono alternative. Esso
pone una domanda: «Chi è Gesù di Nazaret?». Ci sono solo

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due risposte: o è il Cristo atteso da sempre o è un ciarlatano.


In altre parole: o è tutto, o niente, non ci può essere una via di
mezzo. Non è facile rifiutare il miracolo perché non esistono
motivi logici per farlo, ma non è facile nemmeno accettarlo
perché, allora come oggi, scardina completamente le fonda-
menta della nostra esistenza.
Quasi tutti gli uomini vivono chiusi in una casa ben protetta,
che loro stessi si sono costruiti e le cui pareti si chiamano: be-
nessere, abitudini, relazioni sociali e vita spirituale, che li mette
in contatto con il «trascendente». Ciascuna delle quattro pareti
riflette la personalità di chi l’ha costruita e, essendo l’uomo un
animale pensante, risponde sempre a un certo criterio di logica
umana. Il miracolo invece riflette la personalità di Dio e segue
una logica divina, che non si può comprendere se si rimane pri-
gionieri dentro le nostre quattro pareti. Quando Abramo chie-
se al Signore perché fosse costretto a invecchiare triste e senza
figli, il Signore «lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in cielo
e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la
tua discendenza”» (Gn 15,5). A Pietro, quando pescava vicino
a riva senza prendere niente, il Signore disse: «Prendi il largo»
(Lc 5,4), che vuol dire esci dalla tua zona sicura. Anche a noi,
quando abbiamo accettato di uscire dalle nostre sicurezze, sono
sempre successe cose stupende e abbiamo visto i miracoli.
Aiutaci, Signore, a non rinchiuderci nel bunker delle nostre
sicurezze materiali e certezze spirituali; aiutaci a uscire all’aper-
to, dove saremo privi di ogni protezione, ma potremo final-
mente incontrarti.

Settimana santa – Domenica delle Palme


Vivere da risorti
Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi
perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento…
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse:
«… uno di voi mi tradirà»… Ora… mentre mangiavano, Gesù prese il
pane, recitò la benedizione, lo spezzò… e… disse: «Prendete, mangiate:

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questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo:
«Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato
per molti per il perdono dei peccati». Mt 26,14-27.66

Inizia la settimana di Passione. Da oggi per Gesù verranno a


mancare tutte le protezioni divine di cui ha goduto durante la
sua vita pubblica. Il progetto di salvezza, iniziato con la chia-
mata di Abramo, è all’apice della sua realizzazione. È una storia
meravigliosa che Dio Padre ha pensato e lo Spirito Santo sug-
gerisce a tutti gli attori che, con ruoli diversi, vi partecipano.
Nella scena di oggi Gesù, il protagonista assoluto, resta solo.
Tutti escono di scena, anche i discepoli, cominciando da Giuda
che lo tradisce, lo abbandonano. Solo il Padre e lo Spirito Santo
gli sono vicini. Perché Gesù, restato solo sul palcoscenico della
storia, offre la sua vita e non fa niente per evitare la morte; anzi,
le va incontro? La risposta è questa e, scrivendola, preghiamo lo
Spirito Santo che ce la faccia comprendere in profondità: Gesù
si è offerto in sacrificio per sconfiggere il peccato del mondo,
per salvare noi peccatori e farci rinascere a vita nuova.
Dio Padre, offrendo suo Figlio, e Gesù, accettando di essere
offerto, hanno operato come il professor Nicola che, più di
trent’anni fa, tolse dalla testolina di Maria Carmela quel terri-
bile tumore che la stava portando alla morte ancora bambina e
le restituì la vita. Quello è stato l’evento più terribile e, al tem-
po stesso, più grande e meraviglioso della nostra storia familia-
re. Da quel momento è iniziata per noi un’altra storia, perché
abbiamo toccato con mano che il Signore, tramite il professore
Nicola, ha operato un miracolo di amore. Quello che è succes-
so allora nella nostra famiglia è l’immagine di ciò che il Signore
ha operato nella settimana di Passione: ha tolto il male, il pec-
cato dal mondo, e ha donato a tutti gli uomini la possibilità di
una vita nuova. Tuttavia, come Maria Carmela si è dovuta, poi,
curare per due lunghi anni perché il male non ricomparisse, co-
sì anche Gesù ha prescritto agli uomini la cura necessaria per-
ché il peccato non ci devasti di nuovo, istituendo i sacramenti
del battesimo, dell’eucaristia e della riconciliazione. Ogni volta
che andiamo a ricevere i sacramenti rendiamo attuale ed effi-
cace il sacrificio del Signore nella nostra vita. È il modo che
Gesù Cristo ci ha lasciato per vivere, insieme a lui, da risorti.

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Settimana Santa – Lunedì


La cena di Betania
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava
Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una
cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora
prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne
cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si
riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota…, che stava
per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento
denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse
dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva
quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché
essa lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete
sempre con voi, ma non sempre avete me». Gv 12,1-8

È iniziata la settimana di Passione. Il sinedrio ha già deciso


la morte di Gesù, che domani farà il suo ingresso in Gerusa-
lemme. Oggi, però, va a Betania a far visita a questi suoi ami-
ci, che preparano una cena in suo onore. È il segno che è già
entrato nella povertà della croce, non è più lui che dona, ora
riceve. A un certo punto della festa, una donna, che il Vangelo
di Giovanni identifica in Maria, sorella di Lazzaro – mentre
Marco e Matteo nei loro Vangeli non le danno un nome –,
cosparge di profumo i piedi di Gesù e li asciuga con i suoi ca-
pelli. È il riconoscimento della sua signoria. Questa donna di
Betania ci illumina su quale debba essere il nostro cammino di
fede in questa settimana, durante la quale chiediamo anche noi
la grazia di riconoscere, come Signore, quel Gesù di Nazaret
che sta andando in croce per liberarci dai nostri peccati.
Quel profumo cosparso sui suoi piedi sarà come se lo spar-
gessimo noi. Giuda, che non ha compreso il dono supremo che
il Maestro sta per compiere, ritiene che siano soldi sprecati e
sostiene che sarebbe stato meglio venderlo e dare il ricavato ai
poveri, dei quali, in realtà, gli importa ben poco: atteggiamento
molto diffuso anche ai nostri giorni. È a questo punto che Ge-
sù ci annuncia una verità assoluta, seguita da un’altra solo re-
lativa: «I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre
avete me». La prima parte di questa affermazione è una verità

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completa, perché è vero che i poveri li avremo sempre con noi.


La seconda, è riferita solo alla sua presenza fisica. Alla fine del
Vangelo di Matteo, infatti, egli dirà: «Ed ecco, io sono con voi
tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20), e dove po-
trà mai essere con noi se non nei poveri che ci saranno sempre?
Gesù, mentre va a morire in croce da povero, ci annuncia
che i poveri li avremo sempre con noi, e che anche lui sarà
sempre con noi. Sono tre aspetti di un’unica grande verità, che
questa settimana siamo chiamati a interiorizzare: «Perché ho
avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi
avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi
avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete
venuti a trovarmi» (Mt 25,35-36).

Settimana Santa – Martedì


La notte della storia
Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità,
in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un
l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che
Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece
cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi
sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il
quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo
diede a Giuda, figlio di Simone Iscariota. Allora, dopo il boccone, Satana
entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto»…
Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte. Quando fu uscito, Gesù
disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato
in lui». Gv 13,21-31

Questo brano del vangelo ci fa vivere la dinamica della con-


danna che sta per abbattersi su Gesù. Il potere religioso del
sinedrio e quello politico di Roma si erano già accordati per
ucciderlo: il primo perché Gesù si proclamava Messia, il se-
condo perché lo riteneva un agitatore sociale. Successivamen-
te Giuda lo ha tradito, ma le mosse per eliminarlo erano già
state accuratamente predisposte. In una dimensione umana la

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sua condanna era già pronta da tempo, ma Gesù di Nazaret è


morto in croce per una strategia celeste, non per quella degli
uomini. Egli doveva morire per liberare e redimere l’umanità
dal peccato e, perché questo potesse accadere, la sua morte do-
veva essere la conseguenza di una sua libera offerta, non della
volontà degli uomini: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce» (1Pt 2,24). Gesù è sempre stato consape-
vole del sacrificio che lo attendeva, ma è durante l’ultima cena
che accetta ufficialmente il ruolo di Salvatore del mondo, senza
porre condizioni: «E, intinto il boccone… lo diede a Giuda…
Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque
Gesù: “Quello che vuoi fare, fallo presto”».
Anche Satana aspettava quel «sì» per la sua vittoria effimera.
Dopo questi fatti Giuda subito uscì. «Ed era notte». È l’inizio
della notte del mondo e della storia, ma è per quella notte in cui
Gesù di Nazaret «è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato
per le nostre iniquità» (Is 53,5) che noi, come aveva profetiz-
zato Isaia «siamo stati guariti». In questa settimana di Passione,
se noi lo accompagneremo spiritualmente fino al Calvario, in
preghiera, sperimenteremo in modo speciale gli effetti di quella
guarigione e risorgeremo, il giorno di Pasqua, a vita nuova. È
un momento di grazia, prepariamoci a viverlo in profondità.

Settimana Santa – Mercoledì


Pasqua, tempo di conversione
Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi
dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E
quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava
l’occasione propizia per consegnarlo. Il primo giorno degli Azzimi, i
discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo
per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in
città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò
la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro
ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Mt 26,14-19

La festa di Pasqua è la celebrazione della nostra liberazio-


ne, del passaggio da una vita da schiavi del peccato a quella

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da uomini liberi. Nell’Antico Testamento festeggiare la Pasqua


voleva dire attualizzare l’evento del passaggio del Mar Rosso,
quando il popolo ebreo è fuggito dalla schiavitù sotto il faraone
d’Egitto, e si è conquistato la libertà, nonostante i problemi
che questa gli ha comportato. Durante i quarant’anni trascorsi
a girovagare nel deserto del Sinai, Israele ha trovato la sua iden-
tità, Dio gli ha donato una legge e, alla fine, la Terra Promessa
per vivere da popolo libero.
La storia del popolo ebreo, per quanto sacra e affascinante,
per noi cristiani è solo una vicenda che profetizza la nostra
liberazione dal peccato e il dono di un’altra legge e di un’altra
terra. Per realizzare la prima storia Dio ha chiamato un uomo,
il suo servo Mosè; per la seconda ha mandato addirittura suo
Figlio, Gesù di Nazaret.
Nel brano del vangelo di oggi Gesù festeggia con i discepoli
il grande progetto di salvezza del mondo: la liberazione dal pec-
cato, la nuova legge dell’amore e la nuova terra del regno dei
cieli. Sono questi i sentimenti di Gesù quando dice ai discepo-
li: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio
tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». Per
la prima liberazione dall’Egitto, Mosè e il popolo ebreo sono
dovuti passare attraverso l’apertura del Mar Rosso; per questa
nuova liberazione Gesù dovrà passare attraverso la sua morte
in croce. Poi ci sarà il trionfo della risurrezione. Gesù andrà
verso la crocifissione da solo, ma anche i discepoli, sebbene in
modo diverso, dovranno vivere l’esperienza della solitudine e
della morte per risorgere come lui. Per noi celebrare la Pasqua
vuol dire attualizzare, oggi, l’evento della morte e della risurre-
zione, passando da una vita vecchia a una nuova. La chiesa ci
chiede di vivere quest’evento con un cammino di conversione
che porti a un cambiamento di vita. Se in passato abbiamo
fatto scelte sbagliate e ci siamo messi in situazioni di peccato, è
il momento di far piazza pulita di tutto questo. Sarà la nostra
Pasqua.

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TRIDUO PASQUALE
E TEMPO DI PASQUA
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Triduo pasquale – Giovedì Santo (Cena del Signore)


La figura del vero capo
Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua
ora… avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine.
Durante la cena… versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi
dei discepoli e ad asciugarli… Venne dunque da Simon Pietro e questi gli
disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio,
tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai
i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte
con me»… Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di
nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il
Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e
il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni
agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come
io ho fatto a voi». Gv 13,1-15

Quando i soldati verranno di notte ad arrestarlo, chiedendo


chi fosse «Gesù, il Nazareno», egli risponderà: «Sono io!». E, in
riferimento ai discepoli, aggiungerà: «Vi ho detto: sono io. Se
dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano» (Gv 18,4-
8). Oggi Simon Pietro dice a Gesù: «Signore, tu lavi i piedi a
me?». E Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo
capirai dopo». Lavare i piedi a tutti, assumersi le responsabilità
e pagare di persona, sono i tre segni distintivi del vero «capo».
Oggi Gesù dà a Pietro l’esempio del primo segno, poi gli darà
gli altri due. Pietro al momento non comprende, ma capirà
dopo, quando dovrà essere il servo di tutti, assumendosi la re-
sponsabilità della chiesa e pagando alla fine con la propria vita,
come Gesù. È questo il modo vero di essere «capo», al quale si
contrappone quello falso, oggi abbastanza diffuso: farsi servire,
scaricare sui collaboratori fatiche e responsabilità, e far pagare,
possibilmente, gli errori agli altri.
È un atteggiamento così diffuso che anche molti genitori, di
fronte alle loro difficoltà matrimoniali, non esitano a spaccare
la famiglia scaricando sui figli le conseguenze dei loro errori. Ci
viene in mente il nostro amico Giuseppe, che, pur avendo la
moglie malata e i figli difficili, sta tenendo insieme la famiglia
valorizzando tutti in una crescita comune, anche la sua.

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Triduo pasquale – Venerdì Santo (Passione del Signore)


La grandezza di Gesù
Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron… Giuda
dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie…
con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva
accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù,
il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il
traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».
Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi
se ne vadano»… Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori,
colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro… Gesù
allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre
mi ha dato, non dovrò berlo?». Allora catturarono Gesù, lo legarono e lo
condussero prima da Anna… suocero di Caifa… Intanto Simon Pietro
seguiva Gesù… E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu
uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i
servi e le guardie avevano acceso un fuoco… e si scaldavano; anche Pietro
stava con loro e si scaldava. Gv 18,1-18

Il vangelo di oggi è animatissimo: Giuda che, scortato da


milizie, viene a catturare Gesù; il cadere a terra dei soldati; le
contraddizioni di Pietro, che prima sguaina la spada per difen-
dere il Maestro e poi, di fronte alla portinaia, nega di essere un
suo discepolo. Giuda appare e scompare subito dalla scena; i
soldati, abituati a vedere persone che fuggono per non essere
catturate, cadono a terra folgorati; Pietro, ubbidiente, rimette
la spada nel fodero, pur senza capire quale calice il suo Maestro
dovesse bere. Al centro di tali eventi risplendono la regalità e la
grandezza di Gesù. Colpisce particolarmente la diversità della
sua risposta ai soldati da quella di Pietro alla portinaia: «“Chi
cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù:
“Sono io!”. E la giovane portinaia disse a Pietro: “Non sei an-
che tu uno dei discepoli di quest’uomo?”. Egli rispose: “Non
lo sono”».
Oggi il Signore ci insegna come deve comportarsi un «capo»
di fronte alle responsabilità: «Vi ho detto: sono io. Se dunque
cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Da dove proviene
tanta grandezza? Certamente dalla fede, dalla comunione con

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il Padre, dalla preghiera e dall’educazione ricevuta da Maria e


Giuseppe. Ma il motivo principale riteniamo sia la profonda
consapevolezza di avere una missione da compiere e la chiarez-
za sul modo di portarla a termine. Anche Pietro, che oggi ap-
pare molto piccolo, quando, dopo la Pentecoste, avrà acquisito
la piena consapevolezza della sua missione, diventerà il corag-
gioso testimone del vangelo e, alla fine, accetterà con gioia di
morire in croce. Oltretutto a testa in giù, perché non si sentirà
degno di morire come il Maestro.

Triduo pasquale – Sabato Santo


Il sabato santo
Ieri, venerdì santo, abbiamo fatto memoria della morte in
croce di Gesù Cristo, il vero motivo della quale non è stata
l’ingiusta condanna ricevuta, ma il suo amore per noi, per gli
uomini, per ogni uomo. «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché
sappiate che non trovo in lui colpa alcuna», aveva detto Pilato
alla folla dei giudei, che chiedeva di crocifiggerlo. Egli, nel suo
colloquio con Gesù, aveva cercato un motivo, anche piccolo,
per condannarlo, ma non lo aveva trovato. Non poteva im-
maginare che i motivi veri della sua condanna fossero il suo
infinito amore per noi e il divino progetto di riscattare i nostri
peccati: «Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per
le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su
di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5).
Domani, giorno di Pasqua, celebreremo la risurrezione del
Signore, e sarà festa e gioia grande per tutti. Oggi, però, siamo
chiamati a vivere la sua assenza perché è morto. Oggi noi siamo
orfani e anche la Trinità è mutilata, perché il Figlio non è più
in cielo, ma non è nemmeno in terra, è sotto terra tra i morti.
Oggi la chiesa non celebra l’eucaristia perché questo è il giorno
in cui dobbiamo riflettere su quanto sia vitale la presenza del
Signore per noi e quanto lo siano questi segni del pane e della
sua parola, che egli ci ha lasciato. Oggi è un giorno di silen-
zio, ma non di tristezza; oggi siamo chiamati a interiorizzare

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l’amore infinito che Dio ha per noi, perché non c’è niente di
più grande che dare la vita per amore. Oggi è giorno di grati-
tudine e di stupore di fronte a questa infinita donazione di Dio
agli uomini. Prima della sua morte «noi tutti eravamo sperduti
come un gregge, ognuno di noi seguiva la sua strada» (Is 53,6),
ma dopo la risurrezione noi siamo diventati un popolo solo,
costituito dal suo amore. Preghiamo il Signore perché anche
questa nostra famiglia, che ogni giorno si riunisce in preghiera,
sia un segno del suo amore, come una scintilla lo è di un gran-
de fuoco.

Domenica di Pasqua
Pasqua di risurrezione
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro
di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal
sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello
che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro
e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro
discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma
l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon
Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il
sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto
in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per
primo al sepolcro, e vide e credette. Gv 20,1-8

La risurrezione di Gesù è la pietra angolare sulla quale pog-


gia la chiesa. È la certezza che egli è vivo. È l’evento che dà va-
lore e luce a tutta la vita e all’opera di Gesù: i miracoli, le para-
bole, il discorso della montagna. È il Padre che accredita Gesù
di Nazaret e indica in lui l’inizio di una nuova creazione. Con
la risurrezione anche la nostra morte è vinta. È l’inizio di una
vita e di una speranza nuova per tutti. È l’inizio di una nuova
giustizia sociale: non è più importante essere ricchi o poveri,
sani o malati, giovani o vecchi, belli o brutti. Con la risurrezio-
ne siamo tutti ricchi, sani, giovani e belli. Sono duemila anni

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che l’annuncio della risurrezione di Gesù di Nazaret corre per


il mondo, è un vento di speranza che soffia su tutta la storia
dell’umanità. «Non si è cristiani perché crediamo alla morte di
Gesù – dice sant’Agostino –, a quella tutti ci crediamo, è un
fatto storico. Si è cristiani perché crediamo nella risurrezione».
Credere nella risurrezione vuol dire rinascere dal di dentro, e
questa nuova vita che palpita in noi diventa la testimonianza
vera e attuale che Gesù è risorto. Credere nella risurrezione è
l’avvento della gioia cristiana, ed essere testimoni della risurre-
zione significa essere testimoni della gioia.
Noi, alla luce dei fatti, siamo – è vero! – i testimoni della
risurrezione di Cristo, ma siamo soprattutto i testimoni della
nostra risurrezione. E la gente crederà alla sua risurrezione per-
ché si sarà resa conto della nostra. Credere alla risurrezione dà
senso a questo nostro incontrarsi tutte le mattine a pregare e a
meditare il vangelo. Credere alla risurrezione vuol dire invec-
chiare nella serenità e nella gioia, perché al concetto del tempo
è subentrato quello dell’eternità. Credere alla risurrezione, vuol
dire che i nostri cari, che hanno creduto prima di noi, vivono
e ci attendono nella «comunione dei santi». Non ci importa
niente se il tempo passa, noi siamo destinati all’eternità.

Ottava di Pasqua – Lunedì dell’Angelo


Le apparizioni di Gesù
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne
corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro
incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono
i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad
annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Mentre esse erano in cammino, ecco, alcune guardie giunsero in città e
annunciarono ai capi dei sacerdoti tutto quanto era accaduto. Questi…,
dopo essersi consultati, diedero una buona somma di denaro ai soldati,
dicendo: «Dite così: “I suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato,
mentre noi dormivamo”»… Quelli presero il denaro e fecero secondo le
istruzioni ricevute. Così questo racconto si è divulgato fra i Giudei fino ad
oggi. Mt 28,8-15

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Nessun evento, nella storia dell’umanità, ha creato tanto


scompiglio quanto il sepolcro lasciato vuoto da Gesù. Coloro
che negano la sua risurrezione devono scontrarsi contro quel
sepolcro, tant’è che ancora oggi, duemila anni dopo, c’è chi
lo sta ancora cercando, nella speranza di non trovarlo vuoto.
E questo sarebbe anche un modo corretto di accertarsi della
verità, se non fosse mosso dal preconcetto che la risurrezione
di Gesù non possa essere avvenuta. Poi c’è il modo scorretto,
descritto da Matteo nel vangelo di oggi, che è quello di com-
prare i testimoni. A queste, che sono le strategie del mondo
per negare e per combattere l’evento della risurrezione, si con-
trappongono le apparizioni di Gesù alle donne, ai discepoli di
Emmaus, agli apostoli, e infine a Paolo di Tarso.
Nei confronti dei primi potrebbe anche essere sostenuta
l’ipotesi di una certa suggestione, ma l’apparizione a Paolo di
Tarso, mentre sulla via di Damasco andava ad arrestare i primi
cristiani, è difficilmente confutabile. Le apparizioni di Gesù
dopo la risurrezione sono state fondamentali per la fede degli
apostoli, e conseguentemente lo sono per la nostra, così come
lo sono quelle della Madonna nei luoghi dove poi sorgono i
santuari. Sono segni più preziosi per sostenere la fede dei cri-
stiani, chiamati a testimoniare il vangelo, che non a convertire
direttamente i non credenti; con qualche eccezione, come l’ap-
parizione a Paolo di Tarso. Anche nella storia di ogni persona
e di ogni famiglia che crede, avvengono molti segni. Alcuni
tanto grandi da essere visibili a occhio nudo, altri devono essere
osservati con il microscopio della fede, ma, saputi leggere, sono
sempre chiarissimi. Ed è bello alimentare la nostra preghiera ri-
cordando gli uni e gli altri, in un atteggiamento di gratitudine
sempre più profonda verso il Signore.

Ottava di Pasqua – Martedì


Contemplare la risurrezione
Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre
piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli… Ed essi le dissero:

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«Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore
e non so dove l’hanno posto». Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù,
in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché
piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli
disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò
a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico:
«Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere,
perché non sono ancora salito al Padre…». Maria di Màgdala andò ad
annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!». Gv 20,11-18

Oggi, soffermandoci a meditare questo brano dell’evangeli-


sta Giovanni, siamo colpiti dal fatto che Maria Maddalena ab-
bia potuto vedere e riconoscere Gesù soltanto dopo aver distol-
to il suo sguardo dal sepolcro. «Anche noi – ci gridò un giorno
dall’altare padre Tomaso Beck – fintantoché continueremo a
contemplare i nostri sepolcri, i nostri errori, i nostri insuccessi,
le nostre malattie, i nostri problemi, non potremo accorgerci
che il Signore è risorto, che è vivo ed è accanto a noi!». Com’è
vero! Quanto tempo perdiamo a contemplare i nostri sepolcri,
incapaci di alzare lo sguardo e di scorgere, al di sopra di essi, le
risurrezioni!
È questo il primo meraviglioso insegnamento del vangelo di
oggi; ma ce n’è anche un secondo. Perché Maria Maddalena,
quando alza lo sguardo, non riconosce subito il Maestro? Evi-
dentemente perché non aveva le stesse sembianze di quando
camminava per le strade della Palestina. La risurrezione non lo
ha reso uguale a come era prima, ma lo ha trasformato renden-
dolo come sarà nel tempo che rimarrà fisicamente ancora nel
mondo. Ogni risurrezione dai nostri sepolcri non è un tornare
indietro, ma un andare avanti trasformandoci, come dice san
Paolo, di gloria in gloria, fino alla gloria finale!
Riconducendo queste riflessioni alla nostra vita quotidiana,
possiamo ricavarne un grande insegnamento: può essere utile
guardare, di quando in quando, anche i nostri sepolcri, per
avere una visione realistica delle vicende umane, ma il nostro
sguardo deve essere abitualmente rivolto in alto, alla ricerca dei
segni della risurrezione e della presenza del Signore nella nostra
vita.

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Ottava di Pasqua – Mercoledì


Gesù vive nella chiesa
Ed ecco… due di loro erano in cammino per un villaggio di nome
Èmmaus, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.
Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò
e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed
egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi…?». Si fermarono, col volto
triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a
Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò
loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno… e
lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato
Israele… Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato…,
ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore… Non
bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua
gloria?». E, cominciando da Mosè…, spiegò loro in tutte le Scritture ciò
che si riferiva a lui… egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi
insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera…». Quando fu a tavola con
loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora
si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì… Ed essi dissero
l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava
con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?»… e fecero ritorno
a Gerusalemme. Lc 24,13-33

Oggi incontriamo questi due discepoli diretti verso Emmaus


che, pur sapendo tutto quello che era accaduto a Gerusalemme,
dalla morte alla risurrezione di Gesù, se ne allontanano tristi,
perché non hanno capito il senso degli avvenimenti. Per quale
motivo, alla fine, dopo che Gesù ha spiegato loro le Scritture,
torneranno pieni di gioia a Gerusalemme? Perché anche oggi ci
sono persone che conoscono le Sacre Scritture, ma non hanno
la fede? Che cosa è successo a questi due discepoli che sono
passati da una semplice conoscenza dei fatti alla comprensione
profonda di tutto quanto era accaduto?
È successo che Gesù stesso ha spiegato loro gli avvenimenti,
e mentre li spiegava ha trasmesso l’emozione della fede. Le pa-
role, da sole, non possono comunicare la fede: occorre far «sen-
tire» con il cuore la verità che esse racchiudono. È la differenza
che passa tra regalare un vangelo e annunciare il vangelo. Gesù,
alla fine della sua spiegazione e di quel cammino insieme, ha

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accolto l’invito a restare un po’ con loro per i quali ha spezzato


il pane, come per gli apostoli nell’ultima cena: in quel mo-
mento lo hanno riconosciuto. All’accoglimento del messaggio
evangelico deve, infatti, seguire l’inserimento nella chiesa e la
partecipazione all’eucaristia. È impossibile conoscere il Signore
e approfondire le Sacre Scritture, se non all’interno della chie-
sa. Anche questa nostra preghiera familiare non è una marcia
di persone nel deserto, è inserita nel cammino della chiesa e ne
segue fedelmente le indicazioni.

Ottava di Pasqua – Giovedì


Testimoni della risurrezione
Gesù in persona stette in mezzo a loro [gli apostoli] e disse: «Pace a
voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma
egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro
cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e
guardate…». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché
per la gioia non credevano ancora… disse: «Avete qui qualche cosa da
mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e
lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi
quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di
me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente
per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà
e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati
a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da
Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». Lc 24,35-48

Il sepolcro lasciato vuoto da Gesù e l’evento della risurre-


zione, accolto con gioia da pochi e con preoccupazione dalle
autorità religiose, ha messo a soqquadro la città di Gerusalem-
me. Gli apostoli vivono nascosti stando tutti insieme, un po’
per condividere la gioia dell’evento, ma soprattutto per farsi
coraggio a vicenda, aspettando che la situazione si normalizzi
per poter nuovamente uscire per le strade. È in questo contesto
che Gesù appare loro rivolgendo un franco «Pace a voi!», segui-
to da un crescendo di frasi e di comportamenti che hanno lo
scopo di stanarli dalla loro paura: «Perché siete turbati… sono
proprio io! Toccatemi… Avete qui qualche cosa da mangia-

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re?». Poi, dopo aver aperto la loro mente all’intelligenza delle


Scritture, nelle quali la sua morte e risurrezione erano già pre-
annunciate, affida agli apostoli il grande mandato di esserne
testimoni, cominciando da Gerusalemme.
«Come? Proprio da Gerusalemme dobbiamo cominciare, con
tutto il subbuglio che c’è in giro? Non si potrebbe iniziare da un
posto più tranquillo?», avranno pensato in cuor loro. Invece, è
proprio a Gerusalemme che avrà inizio la loro testimonianza. Il
fatto mi ricorda il mio amico Matteo che, essendosi convertito
al vangelo da poco, cominciava a parlarne in giro, guardandosi
bene dal farlo in famiglia, che aveva accolto quel cambiamento
di vita come una stravaganza. «No, no – gli disse padre Fausto,
missionario comboniano – comincia a parlarne proprio in fami-
glia». Anche noi, che preghiamo insieme da tempo e abbiamo
anche reso testimonianza della nostra fede, crediamo sia giunto
il momento di esporci di più, come testimoni della risurrezio-
ne. C’è bisogno di rilanciare l’evangelizzazione, specialmente da
parte dei laici e delle famiglie cristiane. Basta cominciare a vive-
re con spontaneità la nostra fede e lo Spirito Santo farà il resto.

Ottava di Pasqua – Venerdì


L’apparizione sul lago
Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli… così: si trovavano insieme
Simon Pietro, Tommaso…, Natanaele… i figli di Zebedeo e altri due
discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero:
«Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma
quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla
riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro:
«Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli
disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La
gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci.
Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon
Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi,
perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con
la barca, trascinando la rete piena di pesci… Appena scesi a terra, videro
un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate
un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca

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e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché


fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare».
 Gv 21,1-12

«Certo che trascorrere tre anni con Gesù è stata un’avven-


tura meravigliosa! Quanti sogni in questi tre anni! Meno male
che almeno lui è risorto! Eh, però, che delusione! Adesso che
tutto è finito che facciamo? Quando c’era lui tutto era facile;
noi da soli che cosa potremo fare? Sarà bene tornare alla vita
di prima. Che tristezza!». Saranno stati più o meno questi i
pensieri di Pietro prima di decidere: «Io torno a pescare». De-
cisione alla quale si son subito uniti anche gli altri: «Veniamo
anche noi con te». Poiché le disgrazie non vengono mai da so-
le, quella notte, oltretutto, non presero niente. È in quella si-
tuazione e di fronte a tali stati d’animo che Gesù si presenta
sulla spiaggia e grida agli apostoli, con il tono di chi sa già la
risposta: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Risposero:
«No!», e forse avranno anche borbottato fra di loro: «Gira al
largo, levati di torno, che di problemi ne abbiamo già troppi».
A quel punto, però, succede il miracolo, lo stesso della prima
pesca miracolosa, quando Pietro abbandonò tutto e seguì il Si-
gnore. Qui si ripete la stessa scena e, come Pietro si rende conto
che quell’uomo sulla spiaggia è il Signore, si butta in mare,
abbandona compagni, barca e pesci, e lo raggiunge. «Lo senti-
vo che non ci avrebbe abbandonato. Adesso inizia una nuova
storia!», avrà pensato Pietro. E sarà così, ma non allo stesso
modo, perché con il Signore si può sempre ricominciare, ma
ogni volta in maniera diversa.

Ottava di Pasqua – Sabato


La missione è qui
Risorto… apparve prima a Maria di Màgdala… Dopo questo,
apparve sotto altro aspetto a due di loro [i discepoli di Emmaus]… Alla
fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò
per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a
quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo
e proclamate il Vangelo a ogni creatura». Mc 16,9-15

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Nell’Antico Testamento, il mandato all’evangelizzazione


non esiste. Il pio ebreo era chiamato a custodire e a far crescere
la propria fede, non a testimoniarla. Con Gesù Cristo inizia il
Nuovo Testamento, e con esso prende forma il messaggio del
vangelo, la trasmissione del quale è affidata alla chiesa. Annun-
ciare il vangelo vuol dire trasmettere la «buona notizia» che
Gesù Cristo è il liberatore dell’uomo dai propri limiti e dalla
schiavitù del peccato, e in quanto «liberatore» diventa il «salva-
tore». Poiché la liberazione e la salvezza si sono realizzate attra-
verso la sua morte in croce e la sua risurrezione, Gesù è anche il
«redentore», cioè colui che salva pagando di persona. Credere a
questa verità e annunciarla vuol dire evangelizzare. Nel brano
di oggi Gesù affida alla prima chiesa, allora costituita solo dagli
apostoli, il mandato di annunciare il vangelo a ogni creatura.
La chiesa è stata istituita per evangelizzare: se non evangelizza
non è chiesa. Oggi questa spinta missionaria si è un po’ affievo-
lita a favore di attività collaterali, a parer nostro giuste solo se
sono funzionali all’annuncio del vangelo.
La prima è l’attivismo sociale a favore dei poveri, cosa otti-
ma e necessaria, ma non può sostituire, come spesso succede,
la testimonianza e l’annuncio del vangelo, perché Gesù non è
stato un operatore sociale, è stato il primo evangelizzatore. Poi
c’è il rispetto per le altre religioni, altra cosa ottima, ma che
non deve essere concepita nel senso di impedire l’evangelizza-
zione. Questo Gesù Cristo non lo ha chiesto. Gesù ha affidato
l’evangelizzazione a tutta la chiesa, che è costituita da sacerdoti,
consacrati, laici e famiglie cristiane. Ognuno è chiamato a esse-
re missionario con la propria specificità: il compito principale
dei sacerdoti è di vegliare sull’ortodossia della testimonianza,
quello della famiglia è di testimoniare l’unione nel nome di
Gesù Cristo e tutti insieme dobbiamo essere testimoni della
risurrezione. In un tempo non molto lontano essere missionari
significava, nell’immaginario collettivo, andare ad annunciare
il vangelo in altri paesi e in altri continenti. Oggi, in clima
di globalizzazione, si può evangelizzare anche rimanendo a ca-
sa nostra. Basta considerare quella parola «andare» non come
un’attività da aggiungere alle molte altre della vita quotidiana,
ma piuttosto un «evangelizzare mentre si va». E anche il modo

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di andare non è necessariamente come quello di san Paolo, che


per evangelizzare ha compiuto più di novemila chilometri a
piedi e altrettanti per mare. Oggi si va in tanti modi, anche
tramite internet.

II settimana di Pasqua – Domenica


La fede, la vita, la chiesa
Otto giorni dopo… Venne Gesù… a porte chiuse… e disse: «Pace a
voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani…
e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore
e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati
quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gv 20,26-31

Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione,


nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e
prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano
insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e
sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni
giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle
case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e
godendo il favore di tutto il popolo. At 2,42-47

Oggi gli Atti degli apostoli ci parlano della prima chiesa,


quella che si è formata a Gerusalemme subito dopo la Pente-
coste. È una realtà costituita da pochi fedeli, che non è durata
molto perché ben presto sono cominciate le persecuzioni e la
diaspora, per cui i primi cristiani si sono dispersi. Ma, benché
piccola e di breve durata, essa rappresenta la chiesa ideale, ed è
in quella prima comunità cristiana che la chiesa di ogni tem-
po e di ogni luogo va continuamente a rispecchiarsi per non
perdere i propri valori originali. Quella piccola realtà ecclesiale
ha tutto: l’ascolto degli insegnamenti degli apostoli, l’unione
fraterna, la preghiera e l’eucaristia insieme, la condivisione dei
beni, i pasti consumati in letizia e semplicità di cuore, la lode,
la gioia e la stima di tutto il popolo. È perfetta. Con il passare
del tempo, la chiesa si è ampliata, è cresciuta di numero, è
diventata un grande fiume che scorre lento e maestoso tra gli
eventi della storia, ma ha un po’ perso la purezza che aveva alla

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sorgente, quando luccicava al sole e giocava con i sassi della


montagna. Tuttavia, quei valori originali, che nella globalità si
sono un po’ perduti, si possono ritrovare nelle comunità locali
e nella famiglia, che costituisce la chiesa domestica. Quando,
alla domenica, le famiglie dei nostri figli sposati si ritrovano,
dopo la messa, a casa nostra, si pranza insieme dopo aver be-
nedetto la mensa e, in un gioioso scorrazzare di nipotini, ci
raccontiamo i fatti della settimana, aiutandoci e consigliandoci
a vicenda, noi riviviamo lo spirito della prima chiesa descritta
negli Atti degli apostoli. È bello riscoprire quanto siano prezio-
se queste abitudini e ci allieta costatare che si sono fortemente
ridotti i fine settimana dispersivi. Oggi sono sempre più nu-
merose le famiglie che scelgono di trascorrere così il giorno
dedicato al Signore.

II settimana di Pasqua – Lunedì


Rinascere nello Spirito
Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei
Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che
sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni
che tu compi, se Dio non è con lui». Gli rispose Gesù: «In verità, in verità
io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». Gli
disse Nicodèmo: «Come può nascere un uomo quando è vecchio? Può forse
entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?». Rispose
Gesù: «In verità, in verità io ti dico, se uno non nasce da acqua e Spirito,
non può entrare nel regno di Dio. Quello che è nato dalla carne è carne, e
quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto:
dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma
non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
 Gv 3,1-8

Nicodemo era una persona anziana, navigata, apparteneva


al sinedrio in qualità di dottore e molti, in Israele, si rivolgeva-
no a lui come uomo di saggezza e di sapienza. Oggi sarebbe sta-
to definito opinion leader, una persona che orienta il pensiero
degli altri. Era anche umile, attento a cogliere i segni dei tempi
e le novità dello Spirito, tant’è che va a incontrare Gesù, i cui

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segni erano chiaramente quelli di una persona inviata da Dio;


anche se ci va di notte, perché un maestro che va a consultare
un maestro nuovo rischia di perdere molta della sua credibilità.
Dopo che Nicodemo si è presentato e dopo le prime parole
introduttive, Gesù va subito al cuore del discorso: «Se uno non
nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio».
Anche Nicodemo non perde tempo e pone subito la doman-
da tipica di una persona saggia, che si rende conto di non aver
ancora raggiunto la gioia e lo stupore di chi è arrivato alle sor-
genti della vita e del mistero. La sua domanda è quella di ogni
persona che, dopo aver conosciuto abbastanza della realtà che
lo circonda, sente il bisogno di una seconda nascita, un salto
nella fede per accedere a quella sfera spirituale dove si trovano
le risposte ai perché della vita: «Come può nascere [di nuovo]
un uomo quando è vecchio». Gesù a questa domanda dà una
risposta molto chiara: a Nicodemo dice di guardare avanti alla
nuova realtà del regno dei cieli, mentre a noi dice di guarda-
re indietro, a quando con il nostro battesimo siamo entrati a
far parte del Regno. Ci chiede di rivisitare con spirito nuovo
quanto abbiamo vissuto e capito nel corso degli anni, per ad-
dentrarci nel mistero della gioia, della fede e della speranza, e
per riappropriarci del progetto di vita che ci era stato affidato.
Non sarà difficile, basterà tirare sulla barca i nostri remi troppo
terreni e alzare le vele della fede, abbandonandoci al vento del-
lo Spirito: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non
sai da dove viene né dove va». Fidiamoci di quel vento.

II settimana di Pasqua – Martedì


Meritocrazia e condivisione
La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore
solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli
davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano
di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti
possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato… ai piedi
degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.
 At 4,32-35

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Anche questa pagina degli Atti degli apostoli è parola di Dio


come le altre e, per quanto la si voglia annacquare con autogiu-
stificazioni di ogni tipo – cambiamenti storici, ambientali ed
epocali –, rimane sempre un bicchiere difficile da mandar giù.
La condivisione dei beni è una proposta di vita poco applicabi-
le a livello diocesano e parrocchiale; forse può essere persegui-
bile in un contesto familiare e comunitario, ma non sempre. Il
primo ostacolo è la nostra mentalità meritocratica, nel senso
che il criterio distributivo della ricchezza tiene molto conto dei
meriti e poco dei bisogni. Anche i cosiddetti ammortizzatori
sociali, che tendono a riequilibrare le disparità economiche tra
persone e categorie, è più facile riscontrarli nella società civile,
dove sono istituzionalizzati, che negli ambienti ecclesiali. Ho
conosciuto solo due parrocchie, una in Florida e l’altra a Mila-
no, la parrocchia Sant’Eustorgio, nelle quali ho visto applicare
il principio della decima. In quelle realtà un certo numero di
fedeli consegnava alla parrocchia una parte dei loro introiti, e
questa provvedeva ai propri bisogni e aiutava le persone e le
famiglie più povere.
Anche nella parrocchia di Castiglioncello assistiamo, duran-
te le nostre vacanze, a una incessante attività a favore dei pove-
ri. Tutti sono coinvolti a reperire fondi, dai giovani agli anziani,
nelle forme più varie e fantasiose, che vanno dagli spettacoli,
alle cene «marinare» e ai ricami più artistici. In effetti, rifletten-
do bene, che senso ha partecipare insieme all’eucaristia, nella
quale il Signore si dona a tutti, per poi tornare a casa propria
nel completo disinteresse dei bisogni degli altri? E che senso ha
ritenere cosa propria i frutti del nostro lavoro, dal momento
che questi sono il risultato di doni come l’intelligenza, la salute,
la volontà, l’ereditarietà e la famiglia nella quale siamo nati, che
non ci siamo dati da noi, ma sono talenti ricevuti alla nascita?
Sono argomenti sui quali dobbiamo molto riflettere, e forse
alla fine scopriremo, come sembra che sia successo a Gabriele
D’Annunzio, il vero senso della proprietà. Si racconta, infatti,
che dopo una vita piena di contraddizioni e di eccessi, Gabriele
D’Annunzio, quando stava per morire, abbia confidato a chi
gli era vicino: «Mi rendo conto, in questo momento, di posse-
dere solo quello che ho donato».

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II settimana di Pasqua – Mercoledì


La normalità del miracolo
Si levò allora il sommo sacerdote con tutti quelli della sua parte…,
pieni di gelosia… li gettarono nella prigione pubblica. Ma, durante la
notte, un angelo del Signore aprì le porte del carcere, li condusse fuori
e disse: «Andate e proclamate al popolo, nel tempio, tutte queste parole
di vita»… Quando arrivò il sommo sacerdote… mandarono quindi a
prelevare gli apostoli nella prigione. Ma gli inservienti… tornarono a
riferire: «Abbiamo trovato la prigione scrupolosamente sbarrata e le
guardie che stavano davanti alle porte, ma, quando abbiamo aperto, non
vi abbiamo trovato nessuno»… In quel momento arrivò un tale a riferire
loro: «Ecco, gli uomini che avete messo in carcere si trovano nel tempio a
insegnare al popolo». At 5,17-25

Verrebbe da pensare che questa liberazione dei primi cristia-


ni dal carcere da parte dell’angelo non sia accaduta realmente,
ma che sia un modo molto romanzato di raccontare le vicen-
de dei primi annunziatori del vangelo. Sarebbe un criterio di
valutazione troppo umano e certamente sbagliato. Gli eventi
di chi ha scelto di giocarsi la vita per il Signore, come hanno
fatto i primi apostoli, sfuggono alla logica umana e la loro vita
diventa tutto un miracolo. È stata così la vita di Gesù, al quale
i suoi avversari non hanno potuto far nulla fino a quando il
suo tempo non fosse compiuto; poi, quando è giunta la sua
ora, le protezioni del Padre sono finite, e tutti hanno potuto
fargli di tutto. Papa Giovanni Paolo II, quando gli chiedevano
di dare le dimissioni da pontefice perché era anziano e malato,
rispondeva che non c’erano problemi, quando il suo mandato
fosse finito, il Signore lo avrebbe chiamato tranquillamente a
sé. Fino all’ultimo istante, però, le vite dei santi sono sempre
straordinarie, non perché essi siano persone naturalmente ec-
cezionali: hanno solo risposto in modo eccezionale al progetto
di Dio su di loro.
Proviamo a pensare come sarebbe il mondo se ciascuno re-
alizzasse completamente il progetto divino su di lui. La storia
sarebbe un intrecciarsi di gesti d’amore, tutto al contrario di
come è attualmente, più o meno come se scomparisse la forza
di gravità. Il miracolo diventerebbe la normalità, e questa sa-
rebbe un susseguirsi di generosità, di condivisione, di sorrisi

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scambiati e di eventi straordinari. Tutto questo la chiesa lo sa,


tant’è che, quando discute le cause di beatificazione, verifica se
intorno alle persone in odore di santità siano avvenuti dei mi-
racoli. Tale criterio, calato nella piccola dimensione delle nostre
vite, potrebbe essere anche la cartina di tornasole per verificare
se noi stiamo realizzando il progetto di Dio. Se nella nostra vita
accadono cose eccezionali, se la Provvidenza divina ci raggiunge
tutti i giorni, possiamo stare tranquilli: siamo sulla strada giusta.

II settimana di Pasqua – Giovedì


Chiedere lo Spirito Santo
Il sommo sacerdote li interrogò dicendo: «Non vi avevamo espressamente
proibito di insegnare in questo nome? Ed ecco, avete riempito Gerusalemme
del vostro insegnamento e volete far ricadere su di noi il sangue di
quest’uomo». Rispose allora Pietro insieme agli apostoli: «Bisogna obbedire
a Dio invece che agli uomini. Il Dio dei nostri padri ha risuscitato Gesù,
che voi avete ucciso appendendolo a una croce. Dio lo ha innalzato alla
sua destra come capo e salvatore, per dare a Israele conversione e perdono
dei peccati. E di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo».
 At 5,27-32

La creazione dell’universo e il piano di salvezza dell’uomo


sono i capolavori di Dio. L’uno e l’altro non sono stati com-
piuti una volta per tutte, ma si dipanano nella storia fino alla
fine dei tempi, che nessuno sa in che cosa consisterà, ma per
fede sappiamo che avverrà. Nel piano di salvezza, con ruoli
diversi, è all’opera, dall’inizio alla fine, tutta la Santissima Tri-
nità. Nell’Antico Testamento l’attore principale è il Padre; dalla
capanna di Betlemme alla risurrezione di Gesù di Nazaret è il
Figlio; nel tempo della chiesa l’attore principale è lo Spirito
Santo. Per rendersi conto del ruolo e della potenza dello Spirito
Santo, basti pensare alla trasformazione di Pietro dopo la Pen-
tecoste, quando è passato dall’uomo pauroso, che aveva rinne-
gato Gesù per tre volte, al coraggioso annunciatore del vangelo
del brano di oggi. Anche noi, nel battesimo, abbiamo ricevuto
lo Spirito Santo, ma nei momenti in cui veniamo chiamati a
rendere testimonianza della nostra fede, non abbiamo lo stes-

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so coraggio apostolico e la stessa franchezza di Pietro. Perché?


Certamente il motivo principale sta nello stato di grazia che
Pietro, all’inizio della chiesa, ha ricevuto in modo sovrabbon-
dante, ma dipende anche dal fatto che noi abbiamo ricevuto il
dono dello Spirito Santo quando eravamo piccoli e avevamo
solo potenzialmente la fede. Anche in occasione del sacramen-
to della cresima, forse, non abbiamo fatto un grande cammino
spirituale. Dobbiamo ancora sciogliere completamente il pac-
chetto dei doni ricevuti e lasciare che lo Spirito Santo si effonda
in noi come si è effuso in Pietro. Il solo modo che abbiamo
per collaborare a questo processo di effusione è costituito dalla
nostra preghiera. Dobbiamo pregare perché il Signore aumenti
la nostra fede e perché lo Spirito Santo si effonda in noi: nella
nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra bocca e nelle no-
stre opere. È la preghiera che Gesù stesso ci chiede di fare: «Se
voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri
figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo
a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11,13).

II settimana di Pasqua – Venerdì


Non si può combattere contro Dio
Si alzò allora nel sinedrio un fariseo, di nome Gamaliele… stimato
da tutto il popolo. Diede ordine di farli uscire per un momento e disse:
«Uomini d’Israele, badate bene a ciò che state per fare a questi uomini.
Tempo fa sorse Tèuda… e a lui si aggregarono circa quattrocento uomini.
Ma fu ucciso, e quelli che si erano lasciati persuadere da lui furono
dissolti… Dopo di lui sorse Giuda il Galileo… ma anche lui finì male,
e quelli che si erano lasciati persuadere da lui si dispersero. Ora perciò io
vi dico: non occupatevi di questi uomini e lasciateli andare. Se infatti
questo piano o quest’opera fosse di origine umana, verrebbe distrutta; ma,
se viene da Dio, non riuscirete a distruggerli. Non vi accada di trovarvi
addirittura a combattere contro Dio!». At 5,34-39

Nella nostra civiltà occidentale, dov’è ammesso il plurali-


smo culturale e religioso, nessuno viene chiamato in tribunale
a difendersi per aver fatto opera di divulgazione della propria
fede, ma nei paesi dove il potere politico coincide con quel-

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lo religioso queste cose accadono ancora. Il discernimento di


Gamaliele, però, la chiesa lo segue anche ai giorni nostri: le
opere degli uomini sono destinate alla distruzione, quelle di
Dio sono eterne, e non è conveniente combatterle, perché chi
le combatte alla fine risulta sempre sconfitto.
Così, ogni volta che nasce un nuovo movimento o che i fe-
deli accorrono da qualche parte perché si dice che vi sia apparsa
la Madonna, la chiesa non incoraggia e non osteggia: si pone
semplicemente in attenzione e in ascolto. Poi, con il passare del
tempo, quando ritiene che una realtà possa veramente essere
opera di Dio, comincia a entrarci dentro per capir meglio, per
verificarne l’ortodossia, per orientarne l’ortoprassi e per porre
i frutti al servizio di tutta la chiesa. È un modo di discerne-
re molto saggio, che abbiamo seguito anche noi genitori ogni
qual volta uno dei nostri figli si è orientato verso certe scelte di
vita, sia in campo sentimentale che professionale o vocaziona-
le. A un certo punto, quando abbiamo ritenuto che ci fossero
i presupposti di una certa fondatezza, siamo intervenuti per
capire, per valutare le scelte fatte, per aiutare e per collaborare.
Non c’è altro modo per esercitare l’autorità. Da parte dei figli,
poi, è una manifestazione di buon senso accettare una attenta
sorveglianza dei genitori, i quali possono anche sbagliare, ma
sono gli unici a essere guidati solo dall’amore verso di loro.
Tutti gli altri, amici, colleghi, datori di lavoro e ordini religiosi,
per quanto ben intenzionati, non possono fare a meno di essere
influenzati da interessi di parte. Comunque il discernimento di
Gamaliele è perfetto: i progetti di Dio sono indistruttibili, quel-
li degli uomini sono passeggeri, e spesso addirittura effimeri.

II settimana di Pasqua – Sabato


Navigare sul lago, oggi
Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, salirono in barca
e si avviarono verso l’altra riva… Era ormai buio e Gesù non li aveva
ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo
aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul
mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono

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io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la
barca toccò la riva alla quale erano diretti. Gv 6,16-21

È facile vedere in questa vicenda dell’attraversamento del


lago il dipanarsi della nostra storia familiare. I discepoli saliti
sulla barca e diretti verso Cafarnao, sull’altra riva del lago, sia-
mo proprio noi. Anni fa, eravamo una brava famiglia cristiana,
persone che andavano alla santa messa la domenica, che lavora-
vano tutta la settimana e che si davano da fare per tenere a galla
la barca familiare. Però nella nostra vita, come in quella navi-
gazione dei discepoli, il mare era spesso agitato dai venti che
soffiano nella società. Abbiamo conosciuto la disoccupazione,
le incomprensioni, qualche problema di salute e, pur volendoci
bene, ogni tanto si bisticciava per quella inquietudine diffusa,
descritta mirabilmente da sant’ Agostino: «Il mio cuore è in-
quieto Signore, finché non riposa in te».
Il Signore lo vedevamo camminare sulle acque alla messa
della domenica, ma non era ancora salito stabilmente sulla no-
stra barca familiare, perché non gli avevamo ancora fatto spa-
zio. Era un Signore lontano e, come ai discepoli del vangelo
di oggi, ci metteva un po’ paura con quelle proposte di vita
impegnative e senza mezzi termini. Poi, più di trent’anni fa, gli
abbiamo permesso di salire sulla nostra barca quando abbiamo
adottato Maria Carmela e gli abbiamo fatto spazio comincian-
do a frequentare il gruppo di preghiera di Saronno e il Rinno-
vamento Carismatico. All’inizio, con tutti quei cambiamenti
di vita familiare, l’arrivo dei figli uno dietro l’altro e gli impegni
di lavoro sempre più pesanti, il peso della barca è aumentato
notevolmente. I venti soffiavano ancora e in qualche momento
sono stati anche forti, ma la barca ha navigato tranquilla perché
abbiamo messo il timone nelle mani del Signore.
Con il passare del tempo i figli, uno dietro l’altro, sono scesi
dalla nostra barca e hanno cominciato a navigare sul lago con la
loro, mentre noi, serenamente e con il Signore sempre al timo-
ne, ci avviciniamo all’altra riva. A volte, quando qualcuno ci fa
i complimenti per la nostra avventura familiare, ricca di figli,
di impegni, di condivisione e di preghiera, ci viene da sorridere
e non possiamo fare a meno di testimoniare che è tutto merito
del Signore. Noi gli abbiamo solo fatto spazio.

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III settimana di Pasqua – Domenica


I discepoli di Emmaus
[Due discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èm­
maus… e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre
conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e
camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed
egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi…?». Si fermarono, col volto
triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a
Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò
loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno… e
lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato
Israele… Alcuni dei nostri sono andati alla tomba… ma lui non l’hanno
visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore… Non bisognava che il Cristo
patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da
Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva
a lui… Egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero:
«Resta con noi, perché si fa sera…». Quando fu a tavola con loro, prese
il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono
loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero
l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore… quando ci spiegava
le Scritture?»… e fecero ritorno a Gerusalemme. Lc 24,13-33

Nella vicenda di questi due discepoli che si allontanano tristi


da Gerusalemme e poi vi ritornano pieni di gioia, si nasconde il
senso cristiano della conversione. Non avendo vissuto nello Spi-
rito del Cristo risorto i fatti avvenuti, essi tentano di rimuovere
dalla loro vita un passato da dimenticare, ma dopo che Gesù li
ha avvicinati e ha spiegato loro gli avvenimenti, passano dalla
semplice conoscenza alla comprensione degli eventi, e infine
alla fede. Anche oggi è possibile conoscere le Sacre Scritture e
la teologia, senza pervenire alla fede. Martin Buber sintetizza
questa situazione con la frase: «Il teologo parla di Dio, l’uomo
di fede parla con Dio». I due discepoli di oggi ci insegnano, in-
fatti, che si può conversare, discutere e discorrere delle cose di
Dio, senza comprenderle. Non è sufficiente studiare e parlare
del Signore per conoscerlo, è necessario mettersi in ascolto. Le
verità di Dio non si raggiungono perché noi le comprendiamo,
ma solo perché egli ce le comunica. È per questo motivo che
quei due discepoli si sentono scaldare il cuore quando Gesù

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spiega loro le Scritture. Anche oggi, duemila anni dopo, è sem-


pre Dio, nella persona dello Spirito Santo, che ci permette di
comprendere il senso delle Sacre Scritture. Tuttavia, per quanto
il cuore dei discepoli si scaldasse ad ascoltarlo, il Signore lo ri-
conoscono solo allo spezzare del pane: è il momento nel quale
egli si fa veramente riconoscere. È il segno di Gesù che si dona,
è il segno dell’eucaristia, della Provvidenza che ci raggiunge e
della condivisione. È il segno della grazia divina e il senso della
vita stessa.

III settimana di Pasqua – Lunedì


Credere in Gesù è la nostra opera
Il giorno dopo… quando dunque la folla vide che Gesù non era più
là… salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di
Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto
qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non
perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi
siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo
che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su
di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa
dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa
è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Gv 6,22-29
Dice un proverbio di origine orientale: «Quando un dito
indica la luna, lo stolto guarda il dito, il saggio guarda la lu-
na». Ogni miracolo compiuto da Gesù è un dito che indica la
sua signoria, ma saremmo stolti, se ci fermassimo allo stupore
dell’evento in sé, sia esso la guarigione di una malattia o il pane
quotidiano che ogni giorno possiamo condividere attorno alla
nostra tavola. È il rimprovero che Gesù fa a quella folla che lo
ha inseguito e raggiunto dall’altra parte del lago di Tiberiade,
dopo aver mangiato il pane che egli ha moltiplicato: «Voi mi
cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete man-
giato di quei pani e vi siete saziati». È il rischio che corriamo
anche noi quando ogni mattina, intorno a questo tavolo, pre-
ghiamo per le nostre intenzioni: il lavoro, la salute, i problemi
di amici e conoscenti, la Provvidenza. È vero che, prima di pre-

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gare per queste cose, ringraziamo per tutto ciò che il Signore
ci ha donato il giorno precedente, ma non è sufficiente: rischia
di diventare un ringraziamento abitudinario. Di fronte a ogni
grazia che il Signore ci concede, dovremmo far seguire un atto
di conversione, come Pietro che, di fronte al miracolo della
pesca miracolosa, lascia i pesci, la rete e la barca sulla spiaggia
e si inginocchia dicendo: «Signore, abbi pietà di me che sono
un peccatore».
Dona anche a noi, Signore, di fronte alla magnificenza dei
miracoli e delle grazie che ci raggiungono ogni giorno, di co-
gliere la nostra indegnità e di ripartire, con spirito rinnovato,
alla tua sequela. Aiutaci, Signore, a essere, là dove dobbiamo
andare, dei buoni operai del vangelo.

III settimana di Pasqua – Martedì


La potenza del perdono
… All’udire queste cose… digrignavano i denti contro Stefano. Ma
egli, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e
Gesù che stava alla destra di Dio e disse: «Ecco, contemplo i cieli aperti
e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio». Allora, gridando a gran
voce, si turarono gli orecchi e si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo
trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero
i loro mantelli ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E lapidavano
Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito». Poi
piegò le ginocchia e gridò a gran voce: «Signore, non imputare loro questo
peccato». Detto questo, morì. Saulo approvava la sua uccisione.
 At 7,54-8,1a

Non esiste nelle Scritture una pagina più illuminante di


questa sulla potenza del perdono. Dal perdono nasce la vita
nuova. Dal perdono di Gesù sulla croce è nata la risurrezione,
che è l’epicentro di tutta la storia della salvezza. Dal perdo-
no di Stefano nei confronti di coloro che lo uccidevano per
lapidazione e di Saulo che vi assisteva e approvava, è nata la
chiamata di Paolo di Tarso, il più grande evangelizzatore della
storia della chiesa. Il Signore non si fa battere da nessuno in

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generosità, e il perdono è l’atto di generosità più grande, quello


che maggiormente avvicina l’uomo alla dimensione di Dio. La
storia di Paolo, la sua seconda vita che è stata tutta una corsa
per annunciare il vangelo tra aggressioni e naufragi, il suo co-
raggio apostolico, la sua chiarezza teologica, la sua franchezza,
il suo amore per il Signore e per gli uomini, sono stati concepiti
il giorno in cui Stefano, morendo, ha pronunciato le parole:
«Signore, non imputare loro questo peccato». Paolo non è un
convertito, è un chiamato, ed è un chiamato perché è un per-
donato: da Stefano, prima che dal Signore. Noi non sappiamo
quale sia stato il futuro di tutti coloro che lo hanno lapidato,
ma certamente saranno rinati a vita nuova perché sono stati
tutti perdonati. Anche in noi nasce la vita nuova ogni volta che
abbiamo la capacità di perdonare.
Noi non possediamo la potenza di Dio, non ne abbiamo al-
cuna: ci è stata solo donata la capacità di amare e di perdonare,
che è la vetta più eccelsa dell’amore. Ma partendo da questo
amore e dal nostro perdono il Signore può cambiare il mondo,
cominciando da noi stessi. Lo sa bene quel maestro di musica
che al mattino sosteniamo con la nostra preghiera. Egli è stato
colpito da condanna per accuse totalmente false e trovandosi
ormai da quattro anni in carcere, ogni sera prega per coloro che
lo hanno accusato con menzogne, rinnovando continuamente il
suo perdono verso di loro. Egli sa bene che solo il perdono può
impedire il risentimento e può far scaturire, anche dal male e
dalla sofferenza, una vita rinnovata per lui e per i suoi accusatori.

III settimana di Pasqua – Mercoledì


Evangelizzazione ed ecumenismo
In quel giorno scoppiò una violenta persecuzione contro la Chiesa di
Gerusalemme; tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni
della Giudea e della Samaria. Uomini pii seppellirono Stefano e fecero
un grande lutto per lui. Saulo [Paolo] intanto cercava di distruggere la
Chiesa: entrava nelle case, prendeva uomini e donne e li faceva mettere
in carcere. Quelli però che si erano dispersi andarono di luogo in luogo,
annunciando la Parola. Filippo, sceso in una città della Samaria,

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predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle


parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva…
E vi fu grande gioia in quella città. At 8,1b-8

Questo brano ci mostra il fermento sociale che la nascita


della chiesa ha creato a Gerusalemme e nelle regioni della Giu-
dea e della Samaria. Il martirio di Stefano, i primi cristiani
portati in prigione, altri che vengono dispersi e le guarigioni
che si susseguono come quando Gesù era presente sulla terra,
ne sono una conseguenza. In questa scena incontriamo Paolo
che, pur essendo già entrato nel mirino dello Spirito Santo, è
ancora un attivo persecutore dei cristiani. È proprio in segui-
to alle prime persecuzioni, come quella descritta nel brano di
oggi, e alla diaspora che comincia a propagarsi il vangelo, con
la regia dello Spirito Santo che, per realizzare il programma
di salvezza del mondo, utilizza anche gli eventi negativi della
storia. L’importante è che ci siano vita e crescita, perché il vero
pericolo della chiesa non sono le persecuzioni, è l’immobili-
smo. È lo stesso pericolo che corrono, anche oggi, le famiglie
e le parrocchie. Quando la vita cristiana diventa abitudine e si
difendono le posizioni raggiunte, la chiesa soffre; quando viene
annunciato il vangelo con coraggio e sorgono le persecuzioni,
la chiesa vive.
Alcuni anni fa, quando eravamo più attivi nel Rinnovamen-
to Carismatico, si partecipava spesso a incontri ecumenici tra
le diverse denominazioni della chiesa. Eravamo attratti dallo
spirito di unità, ma vivevamo quegli incontri con sofferenza
perché era impossibile annunciare il vangelo insieme. L’evan-
gelizzazione, infatti, dopo il primo annuncio, richiede l’in-
serimento nella chiesa. E com’era possibile metterlo in atto,
se le nostre chiese sono separate? È questo uno dei problemi
dell’ecumenismo; l’altro è l’impossibilità di partecipare insie-
me all’eucaristia, che è presente solo nella chiesa cattolica e in
quella ortodossa. Anche questo secondo problema l’abbiamo
vissuto in tutta la sua drammaticità, un giorno del 1989, du-
rante un incontro ecumenico tenutosi a Gerusalemme. Dopo
aver pregato e meditato le Scritture, noi cattolici ci siamo sepa-
rati per celebrare l’eucaristia, e gli altri sono rimasti a pregare
da soli. Che tristezza!

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III settimana di Pasqua – Giovedì


Filippo battezza l’eunuco
Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il
mezzogiorno, sulla strada… da Gerusalemme a Gaza…». Egli si alzò
e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco… venuto.. a
Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta
Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel
carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse:
«Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se
nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il
passo della Scrittura che stava leggendo era questo: Come una pecora egli
fu condotto al macello… Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego,
di quale persona il profeta dice questo?…». Filippo… partendo da quel
passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada,
giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua;
che cosa impedisce che io sia battezzato?»… Filippo… lo battezzò… e
l’eunuco…, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. At 8,26-39

L’animatore segreto di questa simpatica scena è lo Spirito


Santo, il quale, prima inviando un angelo e poi direttamen-
te, suggerisce a Filippo di mettersi in viaggio sulla strada di
Gaza, di raggiungere il carro dell’eunuco e di porgli la prima
domanda rompighiaccio: «Capisci quello che stai leggendo?».
Poi lo Spirito Santo accende in Filippo il fuoco dell’annuncio
evangelico, suscita nell’eunuco il desiderio di essere battezzato,
discende su di lui nel battesimo e, da pieno di dubbi che era, lo
trasforma in un uomo ricco di gioia e di certezze. Ci doman-
diamo: «Chi sono questi angeli che arrivano, suggeriscono e se
ne vanno, trasformando una giornata grigia e noiosa in un’av-
ventura stupenda?». E ancora: «Come ha fatto lo Spirito Santo
a suggerire a Filippo di raggiungere quel carro?». La risposta è
unica: occorre credere nella realtà degli angeli e nello Spirito
Santo, per poterli riconoscere quando si rendono presenti nella
nostra vita. Può succedere che lo Spirito Santo accenda in noi
un sentimento, un pensiero, un’intuizione; oppure che si renda
presente tramite la voce di una persona vicina. Il modo può
essere qualsiasi, ma chi crede nella realtà dello Spirito Santo lo
riconosce subito, per cui non deve stupire se Luca nel suo Van-
gelo scrive: «Disse allora lo Spirito [Santo] a Filippo».

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Altre volte, come all’inizio del brano di oggi, succede che lo


Spirito Santo mandi un angelo, che può essere una persona co-
nosciuta o una che incontriamo per la prima volta, la quale dice
una frase che ci illumina, come se egli ci parlasse direttamente.
Questo modo di comunicare dello Spirito Santo potrebbe sem-
brare un po’ misterioso, ma noi già viviamo nel mistero. Però,
se ne conosciamo le voci, è un mistero che parla.

III settimana di Pasqua – Venerdì


La teologia sfuggita a Feuerbach
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può
costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in
verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non
bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e
beve il mio sangue ha la vita eterna… la mia carne è vero cibo e il mio
sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue
rimane in me e io in lui… Questo è il pane disceso dal cielo; non è come
quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà
in eterno». Gv 6,52-58

Quando il filosofo Ludwig Feuerbach, ispirandosi alla teoria


degli alimenti di Jacob Moleschott, scrisse che «l’uomo è ciò
che mangia», non pensava di parlare del più grande mistero
teologico del cristianesimo, bensì di contribuire al diffondersi
di quella visione naturalistica e deterministica della vita, poi
ripresa da Karl Marx. Secondo tale bislacca teoria, poiché le so-
stanze ingerite vengono assimilate dal sangue che, a sua volta,
va a irrorare il cervello e il cuore, il cibo determinerebbe sia i
pensieri che i sentimenti dell’uomo pensante. Conclude Feuer-
bach: «Se volete un popolo migliore, in luogo di declamazioni
contro il peccato, dategli del cibo migliore!». Accanirsi contro
tali sciocchezze non sarebbe caritatevole nei confronti della me-
moria del povero Feuerbach, che, non credendo nell’esistenza
di Dio, ha speso tutta la vita a parlarne. Ci ha già pensato la
storia. A noi interessa tutt’altra interpretazione: quella che, suo
malgrado, ci rimanda alle parole del brano odierno: «La mia
carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia

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la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui».


Oggi il Signore ci parla dell’eucaristia, il dono del suo corpo
e del suo sangue, che ogni giorno riceviamo alla prima messa
celebrata al santuario di Saronno, eredi dell’insegnamento si-
lenzioso che il nonno Mario ci ha lasciato con il suo esempio.
Partecipando con frequenza a questo sacramento, Gesù Cristo
dimora sempre più in noi, e noi in lui. È un reciproco prender
dimora che parzialmente già avviene meditando il vangelo ogni
mattina, ma sarebbe importante che ciascuno di noi completasse
questo processo di osmosi con il Signore partecipando all’euca-
ristia. Egli nella santa messa si dona con la sua parola, con il suo
corpo e il suo sangue: tramite le Sacre Scritture e sotto le specie
del pane e del vino. Purtroppo al popolo di Dio è permesso
raramente di bere il suo sangue, come ogni volta fa il sacerdote
celebrante. Sarebbe bello che la chiesa, superando i motivi pra-
tici che lo impediscono, potesse offrire la donazione completa
di Gesù Cristo a ciascun fedele, perché abbiamo tutti bisogno
di partecipare all’eucaristia anche sotto la specie del vino. Un
giorno, nel banchetto celeste, questi problemi non ci saranno.

III settimana di Pasqua – Sabato


Non c’è un altro Signore
Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è
dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli
mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se
vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la
vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e
sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva
fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo
avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire
a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi
discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora
Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro:
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo
creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Gv 6,60-69

Per il discepolo del Signore arriva sempre il momento della


crisi, la tentazione di tornare indietro, come anche a noi è suc-

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cesso. Oggi vorremmo capire quando e perché accade. Prima,


però, vediamo il motivo per il quale ci siamo messi in cammi-
no e tutte le mattine ci troviamo insieme a pregare, intorno a
questa tavola. Il motivo ce lo rivela, oggi, la risposta di Pietro:
«Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi ab-
biamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio». Anche
noi siamo consapevoli che, fra tanto vaniloquio e tante parole
effimere che ascoltiamo e diciamo nell’arco della giornata, le
uniche che ci illuminano, ci guidano e hanno un sapore eter-
no, sono quelle che ci dice il Signore al mattino. Anche noi
possiamo dire: «Tu sei il Santo di Dio, il Messia. Con te la vita
ha un sapore e un significato diverso. Con te tutto è miracolo,
non esiste niente di impossibile. Tu dai continuamente rispo-
sta alle domande che ci portiamo dentro da sempre». Perché,
allora, ogni tanto ci viene voglia di scappare? La risposta è:
«La croce». È difficile accettare che per vincere la scommessa
della vita si debba passare attraverso la croce, però è così: la
vittoria del vangelo deve passare attraverso la sconfitta. Medi-
tando le Scritture e vivendo alla sua sequela ci rendiamo con-
to che il Signore è veramente «Altro» rispetto a tutto ciò che
conosciamo e che il mondo ci propone: modelli umani, stili
di vita, obiettivi da raggiungere. Egli si manifesta come «total-
mente Altro» quando, contro i nostri pensieri e i nostri modelli
esistenziali, ci propone di vincere passando attraverso la scon-
fitta della croce. È per questo motivo che ogni tanto vien voglia
di scappare. Tuttavia restiamo perché ci ripetiamo le parole di
Pietro: «Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

IV settimana di Pasqua – Domenica


Il Signore ci porta fuori
«In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore
dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi
invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le
pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome,
e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina

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davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un


estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non
conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma
essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo:
«In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro
che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non
li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà
salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per
rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e
l’abbiano in abbondanza». Gv 10,1-10

Il buon pastore di questa pagina del vangelo, che chiama le


pecore una per una e le conduce fuori camminando innanzi a
loro, ci evoca il brano della Genesi nel quale il Signore porta
Abramo fuori dalla tenda: «Rispose Abram: “Signore Dio... io
me ne vado senza figli”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola
dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te
sarà il tuo erede”. Poi lo condusse fuori e gli disse: “Guarda in
cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale
sarà la tua discendenza”» (Gn 15,2-5). In questo brano delle
Scritture, che ha il potere di farci respirare negli spazi infiniti di
Dio, Abramo non viene solo portato fuori dalla tenda in cui si
trova. Viene portato fuori dai propri limiti, dai propri pensieri,
dalle proprie tristezze, da una vita con poco senso, da tutto ciò
che un uomo può credere e sperare, e viene proiettato verso
una vita e una speranza cosmica: «Guarda il cielo e conta le
stelle» (Gn 15,5). È lo stesso uscire per andare al largo di Pietro
quando, nel brano della pesca miracolosa, calava tristemente le
reti a riva senza prendere niente e il Signore gli dice: «Prendi il
largo e gettate le vostre reti» (Lc 5,4). Là la grandiosità del cielo
stellato, qua quella del mare: il Signore ci porta fuori dalle no-
stre piccolezze. Anche nel brano del vangelo di oggi il Signore
porta fuori le sue pecore dal recinto dei propri limiti e dalla
banalità di una vita abitudinaria, senza sogni e senza speranza,
e le conduce a pascolare in spazi sconfinati, ricchi di erba fresca
che ondeggia al vento. Ma non le manda da sole, cammina
avanti a loro. Anche noi abbiamo dei sogni, delle speranze, dei
progetti grandi da realizzare, che il Signore ha predisposto per
noi. Allora preghiamo perché ci porti fuori dei nostri limiti e ce
li faccia vivere nella pienezza, nella speranza e nella gioia.

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IV settimana di Pasqua – Lunedì


Il vangelo è per tutti
Allora Pietro cominciò a raccontare loro… Ed ecco, in quell’istante,
tre uomini si presentarono alla casa dove eravamo, mandati da Cesarèa
a cercarmi. Lo Spirito mi disse di andare con loro senza esitare. Vennero
con me anche questi sei fratelli ed entrammo in casa di quell’uomo. Egli
ci raccontò come avesse visto l’angelo presentarsi in casa sua e dirgli:
«Manda qualcuno a Giaffa e fa’ venire Simone, detto Pietro; egli ti dirà
cose per le quali sarai salvato tu con tutta la tua famiglia». Avevo appena
cominciato a parlare quando lo Spirito Santo discese su di loro, come
in principio era disceso su di noi. Mi ricordai allora di quella parola
del Signore che diceva: «Giovanni battezzò con acqua, voi invece sarete
battezzati in Spirito Santo». Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono
che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per
porre impedimento a Dio?». All’udire questo si calmarono e cominciarono
a glorificare Dio dicendo: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che
si convertano perché abbiano la vita!». At 11,4-18

Lo Spirito Santo fa le cose bene: i suoi interventi nelle vi-


cende degli uomini sono discreti, cerca di apportare il minimo
disturbo, ed è molto rispettoso dell’unità della famiglia e della
chiesa, le due istituzioni uscite direttamente dalle mani di Dio.
Dopo che, nell’Annunciazione, lo Spirito Santo ha inviato l’ar-
cangelo Gabriele a Maria, manda un altro angelo in sogno a
Giuseppe per avvertirlo di ciò che è avvenuto: «Giuseppe, figlio
di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa.
Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito San-
to» (Mt 1,20). Dopo la chiamata di Paolo, l’apostolo a cui lo
Spirito Santo affiderà il mandato di fare da apripista all’evan-
gelizzazione di tutte le genti, lo stesso Spirito fa prima vivere a
Pietro questa esperienza raccontata nel brano di oggi. Egli vede
discendere lo Spirito Santo su questa famiglia pagana, come in
precedenza era sceso sugli apostoli nel Cenacolo, tant’è che Pie-
tro esclama: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si
convertano perché abbiano la vita!». Quest’evento sarà fonda-
mentale per il futuro della chiesa perché, quando Paolo andrà
a Gerusalemme per comunicare agli altri apostoli di aver rice-
vuto dal Signore il mandato di aprire l’annuncio del vangelo a
tutte le genti, Pietro potrà confermare, sulla base della vicenda

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odierna, che l’illuminazione ricevuta da Paolo è stata autentica.


Lo Spirito Santo opera allo stesso modo anche oggi nella chiesa:
nei concili, nei sinodi e anche nelle famiglie cristiane, tutte le
volte che c’è da prendere una decisione importante. È per que-
sto motivo che, il giorno in cui dovevamo discernere se fosse
opportuno vendere la casa di Castiglioncello, ci siamo radunati
tutti insieme in preghiera intorno al tavolo del tinello. Quando
preghiamo insieme, lo Spirito Santo parla più forte e più chiaro.

IV settimana di Pasqua – Martedì


I primi cristiani
Intanto quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata
a motivo di Stefano erano arrivati fino alla Fenicia, a Cipro e ad Antiòchia
e non proclamavano la Parola a nessuno fuorché ai Giudei. Ma alcuni
di loro… giunti ad Antiòchia, cominciarono a parlare anche ai Greci,
annunciando che Gesù è il Signore… Questa notizia giunse agli orecchi
della chiesa di Gerusalemme, e mandarono Bàrnaba ad Antiòchia.
Quando questi giunse e vide la grazia di Dio, si rallegrò… ed esortava
tutti a restare, con cuore risoluto, fedeli al Signore, da uomo virtuoso qual
era e pieno di Spirito Santo e di fede. E una folla considerevole fu aggiunta
al Signore. Bàrnaba poi partì alla volta di Tarso per cercare Saulo: lo
trovò e lo condusse ad Antiòchia. Rimasero insieme un anno intero…
Ad Antiòchia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani.
 At 11,19-26

Come il vento di primavera stacca dagli alberi le spore e là


dove cadono nascono altri alberi, così la diaspora della prima
chiesa di Gerusalemme, causata dal vento delle persecuzioni,
ha fatto nascere altre chiese in tutto il bacino orientale del
Mediterraneo. Nel brano odierno, tratto dagli Atti degli apo-
stoli, si ha notizia della nascita della prima comunità cristiana
in Fenicia, a Cipro e ad Antiochia. All’inizio il messaggio del
vangelo si diffuse tra i giudei che precedentemente avevano la-
sciato la Palestina, per poi attecchire tra i greci e gli altri popoli
circostanti. Nacquero chiese a Efeso, a Filippi, a Tessalonica, in
Galazia, a Corinto; all’inizio per merito di Paolo e Barnaba, poi
Paolo e Sila, e altri apostoli che il libro degli Atti non riporta,
perché narra essenzialmente dell’attività apostolica di Pietro e

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Paolo. Mentre si trova a Corinto, Paolo comincia a pensare di


trasferire il quartier generale della sua evangelizzazione a Roma,
che allora era la capitale del mondo. Il suo programma missio-
nario prevedeva di arrivare in Spagna per poi spingersi fino alle
colonne d’Ercole, oggi lo stretto di Gibilterra, considerate a
quel tempo l’estremità della terra. Così nell’anno 57 d.C., co-
me atto preparatorio di quel programma, scrisse alla comunità
ebraica di Roma la famosa Lettera ai Romani. Qualche anno
dopo si trasferì a Roma, dove fu raggiunto anche da Pietro e
dove, dieci anni dopo, morirono entrambi martiri. Noi, nel
soggiorno, abbiamo un reliquia che risale a quel periodo glo-
rioso della diffusione del cristianesimo, che ci è stata regalata
da don Pigi, parroco della chiesa di Sant’Eustorgio, la più an-
tica di Milano, costruita nel 400. È il segno tangibile, giunto
fino a noi, dell’evangelizzazione del Nord Italia. L’avventura
missionaria dei primi cristiani è stata un’epopea meravigliosa,
che ci fa riflettere e ci aiuta a vivere la nostra missione, oggi.
Non si può essere autentici cristiani se non siamo missionari.

IV settimana di Pasqua – Mercoledì


Il discernimento e lo Spirito Santo
Intanto la parola di Dio… si diffondeva. Bàrnaba e Saulo poi,
compiuto il loro servizio a Gerusalemme, tornarono… C’erano nella
chiesa di Antiòchia profeti e maestri: Bàrnaba, Simeone…, Lucio di
Cirene, Manaèn, compagno d’infanzia di Erode il tetrarca, e Saulo.
Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito
Santo disse: «Riservate per me Bàrnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho
chiamati». Allora, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani e
li congedarono. At 12,24-13,3

Come avrà fatto lo Spirito Santo a comunicare ai fratelli


della comunità di Antiochia di riservare Barnaba e Saulo per
il suo progetto? Quasi certamente non avrà fatto udire la sua
voce come era successo al battesimo di Gesù, quando discese
sotto forma di colomba e fu udita la voce del Padre che diceva:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio com-
piacimento. Ascoltatelo» (Mt 17,5). Niente è impossibile allo

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Spirito Santo, tuttavia i modi eccezionali di inviare agli uomini


i suoi messaggi normalmente lo Spirito li riserva a situazioni
uniche nella storia della salvezza. In quei momenti può man-
dare anche un angelo, come nell’Annunciazione a Maria o in
occasione dell’annuncio della nascita del Salvatore ai pastori.
È lo Spirito che sceglie i modi e i momenti. La vita, però, non
è costituita da un susseguirsi di momenti straordinari: è fatta
di scelte quotidiane per le quali il cristiano deve discernere la
volontà di Dio. In ogni scelta, personale o comunitaria, ci sono
più strade da prendere, ma una sola è la volontà divina.
Quei fratelli della comunità di Antiochia, di cui oggi ci par-
lano gli Atti degli apostoli, si erano radunati, in digiuno, per
celebrare l’eucaristia e probabilmente per individuare due per-
sone da destinare a una missione particolarmente importante.
In una tale circostanza, quando una comunità o una famiglia
si radunano in preghiera per discernere la volontà di Dio, lo
Spirito Santo fa la sua parte e i fratelli nella fede lo sanno, per
cui nel riferire la decisione è possibile iniziare, come nel bra-
no degli Atti degli apostoli di oggi, con le parole: «Lo Spirito
Santo disse». Nei momenti di preghiera e di discernimento il
Signore può illuminare qualunque persona, anche la più pic-
cola, e i responsabili della comunità, che nella famiglia sono
i genitori, devono essere consapevoli che la grazia è stata loro
data per capire e decidere nell’ambito delle loro responsabilità.
Tuttavia, per quanto lo Spirito Santo possa illuminare chiun-
que e i responsabili abbiano il compito di guidare le riflessioni,
è bene che il discernimento alla fine sia condiviso, perché lo
Spirito Santo soffia su tutti.

IV settimana di Pasqua – Giovedì


La presunzione
«In verità, in verità io vi dico: un servo non è più grande del suo
padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste
cose, siete beati se le mettete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco
quelli che ho scelto, ma deve compiersi la Scrittura: Colui che mangia
il mio pane ha alzato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora,

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prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In
verità, in verità io vi dico: chi accoglie colui che io manderò, accoglie me;
chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». Gv 13,16-20

Il vangelo di oggi ci permette di dire due parole sul rischio


della presunzione. Quando Gesù dice: «Un servo non è più
grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha
mandato» e: «Colui che mangia il mio pane ha alzato contro di
me il suo calcagno», si riferisce chiaramente a Giuda, il quale,
tra i Dodici, era, insieme a Matteo, il più colto, tant’è che era
stato incaricato di tenere la cassa per tutti. Questa sua preroga-
tiva gli aveva probabilmente fatto – come si usa dire – «montare
la testa», fino a presumere che le idee del Maestro sulla salvezza
di Israele fossero meno giuste delle sue, che erano orientate più
a una liberazione politica che spirituale. È il peccato di pre-
sunzione nel quale rischia sempre di incorrere chi, in qualche
campo, ha più competenza di altri. Si racconta che, nell’antica
Grecia, un ciabattino si fosse soffermato a guardar dipingere
il grande pittore Apelle, e avesse notato che l’allacciatura della
scarpa, di un personaggio da lui dipinto, non era correttamente
disegnata. Avendogli fatto notare la cosa, Apelle ringraziò il cia-
battino e corresse l’errore. Il ciabattino allora, inorgoglito per
aver corretto quel grande pittore, si improvvisò critico d’arte e
si azzardò a dire: «Anche l’espressione del viso, però, potrebbe
essere resa meglio». «Ah, no! – ribatté Apelle – il ciabattino
non vada al di sopra della scarpa». Questa leggenda ci mette in
guardia dal rischio di divenire orgogliosi e presuntuosi al di là
del campo delle nostre competenze. L’esperienza ci ha insegna-
to che le autentiche conoscenze sono sempre accompagnate da
atteggiamenti di umiltà e disponibilità ad apprendere ancora
qualcosa dagli altri. Tutto si gioca sull’equilibrio psichico della
persona: l’autostima è un pregio, la presunzione e la mancan-
za di autostima sono due difetti opposti. Un modo sicuro per
raggiungere un sano equilibrio tra i due eccessi è la fede, dalla
quale discende la consapevolezza che tutto è dono, anche le no-
stre capacità, naturali o acquisite che siano. E il modo cristiano
di gestire il dono è di metterlo a disposizione di coloro che ne
hanno bisogno, perché i doni, che poi diventano competenza,
ci sono dati – dice Paolo – «per il bene comune» (1Cor 12,7).

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IV settimana di Pasqua – Venerdì


Il nostro posto
«Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede
anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi
avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi
avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove
sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli
disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere
la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene
al Padre se non per mezzo di me». Gv 14,1-6

Siamo venuti al mondo nel luogo della nostra nascita, con il


corpo che Dio ci ha donato per portarci dove egli vuole, come
se ci fosse stato messo a disposizione un taxi per farci fare un
giro panoramico prima di andare a teatro. Alla fine scenderemo
ed entreremo a goderci lo spettacolo dell’eternità, con il nostro
biglietto in mano, che il Signore ci ha regalato e che ci assicura
un posto già prenotato, tutto per noi. Io non so dove mi con-
duca ancora questo taxi sul quale sono seduto da molti anni, e
che, negli ultimi tempi, ha bisogno di una manutenzione più
frequente. So solo che ho in mano un biglietto che mi assicura
l’ingresso e un posto nell’eternità, e che l’autista del taxi è il
Signore stesso, il quale conosce bene la «via» per andarci, la «ve-
rità» su dove sto andando e la «vita» che mi godrò per l’eternità.
E questo mi basta. Ringrazio i miei genitori che mi hanno per-
messo di salire su questo taxi, dal quale, guardando dal finestri-
no, vedo i paesaggi, le aurore e i tramonti, il sole dell’estate e la
neve dell’inverno. Li ringrazio perché mi hanno educato alla fe-
de e sono riconoscente alle molte persone che hanno permesso
che questa fede crescesse. Ringrazio i figli ai quali penso di aver
dato quello di cui avevano bisogno, ma dai quali ho ricevuto
anche di più. Ringrazio i miei professori del periodo scolastico,
i quali mi hanno aperto la mente alla conoscenza e al modo di
acquisirla. Ringrazio i colleghi e i collaboratori che si sono suc-
ceduti nell’arco della mia professione di ingegnere. Ringrazio
le persone che ho incontrato nella mia breve attività politica.
Ringrazio i tanti amici e anche i pochi nemici che ho avuto.
Ringrazio Anna Maria, che ho avuto il privilegio di avere come

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compagna di viaggio, e con la quale, pur non sapendo in qual


modo, so che staremo insieme nell’eternità, perché il suo posto
sarà accanto al mio. Ringrazio tutti, mentre il taxi sta ancora
correndo verso il posto che mi attende, con il Signore al volante.

IV settimana di Pasqua – Sabato


Signore, mostraci il Padre
«Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo
conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e
ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai
conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire:
“Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?
Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane
in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in
me. Se non altro, credetelo per le opere stesse». Gv 14,7-11

Al mattino, durante la preghiera, ci succede spesso di incon-


trare delle letture che richiederebbero un tempo di meditazio-
ne più lungo di quello che abbiamo a disposizione; così ci dob-
biamo accontentare di qualche spunto di riflessione da portarci
dietro durante la giornata, aspettando che porti frutto, come
il chicco di grano che, seminato nella terra, diventa una spiga.
Questa di oggi è una di quelle letture. «Chi ha visto me – ci
dice Gesù – ha visto il Padre». L’amore di Gesù per gli uomini,
la sua chiarezza nel mostrarci i misteri del Regno, la franchezza,
la libertà, le guarigioni, i miracoli, la sua fede, la sua comu-
nione di preghiera con il Padre, il vivere di Provvidenza, il suo
lavare i piedi agli apostoli e il suo donare la vita per la salvezza
del mondo, ci permettono di conoscere molto della realtà del
Padre. Gesù di Nazaret e il Padre si specchiano l’uno nell’altro
in ogni istante, in ogni circostanza, in ogni evento. E di fronte
a questa loro specularità in tutto, quel simpaticone di Filippo
oggi dice: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
È ciò che succede anche a noi quando leggiamo le Sacre
Scritture o ascoltiamo l’insegnamento della chiesa e, nei fatti
concreti della giornata, non li riteniamo sufficientemente con-

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vincenti per credere senza riserve che Gesù sia il Signore. Pen-
siamo, allora, ai doni che abbiamo ricevuto e che ogni giorno
si rinnovano, ai miracoli e alle guarigioni che abbiamo visto,
alla Provvidenza che ci raggiunge, al lavoro che non ci è mai
mancato, alle protezioni delle quali godiamo, alla comunione
tra noi, alla serenità delle nostre giornate pur tra mille impe-
gni, al dono dell’eucaristia, a questa preghiera del mattino, ai
nostri pranzi della domenica ricchi di bambini, agli amici che
abbiamo e al nostro addormentarsi sereni alla sera. Dobbiamo
riconoscere che il Signore è presente nella nostra vita in ogni
istante. Allora, con questa certezza, partiamo per i nostri impe-
gni quotidiani, chiedendo al Signore la grazia di riconoscerlo
nelle persone e nelle situazioni di oggi, e attraverso di lui cono-
sceremo anche il Padre.

V settimana di Pasqua – Domenica


L’elezione dei diaconi
In quei giorni…, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di
lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le
loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero:
«Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle
mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione,
pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi,
invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque
questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e
di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola,
un prosèlito di Antiòchia. At 6,1-5

Se oggi mettessimo un annuncio sul giornale per ricerca-


re del personale da destinare al servizio delle mense, questo
inizierebbe così: «Cercasi cuochi e camerieri». I primi apostoli
hanno assunto, invece, un criterio di scelta diverso: «Cercate
fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e
di sapienza». Hanno cioè privilegiato la persona, piuttosto che
l’esperienza professionale. Confesso che, in passato, quando
nella mia professione mi è successo di assumere del personale,
il mio criterio di valutazione era molto simile a quello degli

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apostoli, e ho sempre assunto ottimi collaboratori. Leggevo il


curriculum vitae, e le prime due domande riguardavano l’atti-
vità lavorativa passata, giusto per verificare che quanto vi era
scritto corrispondesse al vero. Poi davo una giratina al discorso
e passavo alle domande personali, lasciando sempre la libertà di
non rispondere. «È sposato? Quanti figli ha? È divorziato? Che
cosa fa alla sera, quando rientra dal lavoro? Come passa le do-
meniche? Quali sono i suoi hobby». E mi mettevo in ascolto,
sollecitando, di quando in quando, dei particolari. Con questo
metodo, non ho mai assunto una persona sbagliata. Qualche
volta, per la verità, mi sono sentito rispondere: «Cosa c’entrano
queste domande con il lavoro che dovrei svolgere?». Al che ri-
battevo: «Vede, noi non assumiamo solo un professionista, ma
un uomo, il quale, in un ambiente di lavoro, ci potrebbe creare
molti più problemi di quanti ce ne risolverebbe come profes-
sionista». Un giorno feci un colloquio a un tecnico per un po-
sto di lavoro in un cantiere all’estero. Egli, a un certo punto, mi
confessò: «Io sono un ex carcerato, e mia moglie durante la mia
detenzione si è fatta un amante; ora sono uscito e vorremmo
ricominciare la nostra vita da capo, cancellando il passato. Se,
nel campo che avete allestito presso il cantiere, lei mi facesse
avere una casetta per due persone, la ringrazierei». Lo assun-
si, ebbe la sua casetta, è stato un eccellente collaboratore, sua
moglie era un’ottima persona, e alla fine sono venuti insieme
a ringraziarmi. Sono aneddoti del passato che mi vengono in
mente quando leggo questo brano degli Atti degli apostoli che
parla dell’elezione dei diaconi.

V settimana di Pasqua – Lunedì


I comandamenti e l’amore
«Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi
ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi
manifesterò a lui… Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre
mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi
non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non
è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre

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sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre


manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò
che io vi ho detto». Gv 14,21-26

Il primo approccio con questi versetti del vangelo, che lega-


no l’amore all’osservanza dei comandamenti – tra noi e il Si-
gnore Gesù e, conseguentemente, tra il Padre e noi – non è dei
migliori. Sembra piuttosto un impatto. Un padre che ama solo
quelli che osservano i suoi comandamenti, sembra essere più
un dittatore che un padre, e questo ci parrebbe inaccettabile e
in contrasto con il concetto che Dio è «amore», «misericordia»
e «perdono». Occorre allora trovare la chiave di lettura di questi
versetti che, nella loro apparente semplicità, sono abbastanza
ermetici, perché sembrano contraddire gli attributi del Padre
di cui ci parla Gesù Cristo. La chiave che riteniamo di aver tro-
vato ci apre al mistero con due mandate. La prima ci dischiude
l’arcano disegno della creazione, nel quale l’uomo, come essere
libero, aveva in se stesso la possibilità di perdersi o di diventare
simile a Dio.
Questo disegno lo ha spiegato bene Pico della Mirandola
che, nel suo Discorso sulla dignità dell’uomo, presenta il Creato-
re nel momento in cui affida la natura alla signoria dell’uomo,
ricordandogli però che egli, a differenza degli altri esseri viven-
ti, non ha caratteristiche già determinate dalla sua natura, ma è
lasciato libero. L’uomo, aggiunge Pico, avrebbe potuto sceglie-
re di elevarsi ad altezze simili a quelle degli angeli o degradarsi a
livello dei bruti. E sappiamo bene come, nel corso della storia,
le due scelte si siano alternate, tra abissi di crudeltà e vette di
santità. La seconda mandata della nostra chiave di lettura ci
apre al piano di salvezza di Dio nei confronti dell’uomo e di
tutta la creazione. È la parabola della pecorella smarrita a illu-
minarci sulla strategia di amore di tale piano. In tutta la storia
della salvezza Dio va alla ricerca dell’uomo, come il pastore va
in cerca della pecorella smarrita e, in quest’opera, si impegna a
tal punto da arrivare a offrire suo Figlio sulla croce, manifestan-
dosi come Dio dell’«amore», della «misericordia» e del «perdo-
no». Ma delle tre, la caratteristica che esisteva fin dall’inizio è
l’«amore», le altre sono nate dopo, durante lo sviluppo del pro-
getto di salvezza, come manifestazioni di quel primo amore.

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V settimana di Pasqua – Martedì


La vita nella pace
«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la
do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito
che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che
io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora,
prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate. Non parlerò
più a lungo con voi, perché viene il principe del mondo; contro di me non
può nulla, ma bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre, e come
il Padre mi ha comandato, così io agisco. Alzatevi, andiamo via di qui».
 Gv 14,27-31

Nei versetti precedenti Gesù ha promesso che, dopo la sua


dipartita, avrebbe mandato ai discepoli lo Spirito Santo e, nel
vangelo di oggi, spiega i motivi di ciò che sta per accadere. I
discepoli non comprendono, ma egli non si preoccupa perché
sa che lo Spirito Santo spiegherà loro tutto dopo la sua morte e
risurrezione. È in pace con il Padre, perché sta per portare a ter-
mine il progetto di vita che gli era stato affidato; è in pace con
i discepoli, perché vede in loro la chiesa futura; è in pace con il
mondo, perché ha intimamente già deciso di offrire la propria
vita per la sua salvezza; è in pace con se stesso perché nella re-
alizzazione del piano di salvezza ha donato proprio tutto. È in
questa pace interiore di chi ha compiuto la sua missione, che
Gesù dice agli apostoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace».
Anche per noi, alla fine della vita, qualunque fosse il progetto
che ci era stato affidato, sarà fondamentale avere questa pace,
che permetterà ai nostri cari di raccogliere il testimone dell’ope-
ra da compiere e a noi di partire serenamente. Anche la morte,
quando la nostra missione sarà finita, sarà un motivo di gioia
per tutti: «Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre».
Con questo spirito, anche gli ultimi anni di vita assumono
un sapore diverso: «Com’è dolce questo tramonto nella sera
che non imbruna», direbbe Giovanni Pascoli. A un certo pun-
to, anche se il nostro progetto di vita è infinitamente meno
importante di quello di Gesù, le opere e le parole finiscono e
bisogna partire, con pochi essenziali bagagli. È il meraviglio-
so ciclo della vita, nel quale anche il mistero che ci circonda
trova un senso, e in esso lo troviamo anche noi. Ancora, però,

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abbiamo qualcosa da compiere e c’è qualcuno che ci attende:


«Alzatevi, andiamo via di qui». E la vita continua, per tanto o
per poco, per quanto vuole il Signore.

V settimana di Pasqua – Mercoledì


La vite e i tralci
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che
in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota
perché porti più frutto… Come il tralcio non può portare frutto da se
stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.
Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto
frutto, perché senza di me non potete far nulla… Se rimanete in me e le
mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto».
 Gv 15,1-7

«Senza di me non potete far nulla», ci dice oggi il Signore.


Che cosa vuol dire questa affermazione? Come si concilia con
il fatto che molte persone hanno creato imperi politici ed eco-
nomici, o società multinazionali, senza riferirsi a Cristo, ma
perseguendo solo interessi, progetti o ideali personali? La ri-
sposta è semplice. Esistono solo due modi per pianificare la
vita: perseguendo il progetto del Signore, oppure perseguendo
i nostri progetti personali, che possono essere anche grandi,
ma sono soltanto i nostri. Che poi il Signore utilizzi anche
i progetti degli uomini per realizzare il suo piano di salvezza
universale, questo fa parte della sua divina capacità di saper
utilizzare al meglio ciò che offre la storia, come la nonna Betta
ricavava un buon pranzetto anche con gli avanzi del frigorifero.
Noi ci siamo dati una regola semplice per capire di chi sia un
progetto: se ha come scopo primario il «bene comune», è un
progetto del Signore; se, invece, lo scopo è solo il vantaggio di
una persona, di una famiglia, di una categoria o di una nazio-
ne, è un progetto umano.
Si potrebbe, allora, pensare di poter perseguire tranquilla-
mente i nostri progetti personali, sperando che poi ci possano
essere ricadute vantaggiose per tutti, come ha teorizzato il pa-
dre del liberismo economico Adam Smith. Sarebbe un modo

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di pensare intelligente, se non fosse per il fatto che la finalità


ultima di ogni progetto non è la sua realizzazione, ma la felicità
e la gioia nell’attuarlo. Accade, allora, che, per un meraviglioso
riequilibrio divino delle cose, la felicità e la gioia si raggiungo-
no solo realizzando i progetti del Signore. Se questa è la situa-
zione, e la nostra esperienza personale ci insegna che è proprio
così, occorre pregare ogni giorno il Signore perché ci manifesti
il suo progetto di vita su di noi. Se lo faremo, lui taglierà i tralci
che non portano frutto, e poterà, come fa il contadino, i tralci
buoni, perché portino ancora più frutto. La sua ricompensa a
questo modo di impostare la vita, per quanto ci risulta, sono
la felicità e la gioia, oltre all’accesso diretto alla Provvidenza:
«Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete
quello che volete e vi sarà fatto». E alla fine avremo il piacere di
consegnare il progetto realizzato nelle sue mani.

V settimana di Pasqua – Giovedì


Rimanete nel mio amore
«Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel
mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore,
come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo
amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra
gioia sia piena». Gv 15,9-11

Nei primi versetti del capitolo 15 del Vangelo di Giovanni,


che abbiamo meditato ieri, Gesù esorta i discepoli a «rimanere»
in lui: «Rimanete in me e io in voi… Chi rimane in me, e io in
lui, porta molto frutto… Chi non rimane in me viene gettato
via come il tralcio e secca… Se rimanete in me e le mie parole
rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto»
(Gv 15,4-7). Nel brano di oggi Gesù ci spiega che rimanere
in lui vuol dire rimanere nel suo amore, affinché egli ci possa
trasmettere la sua gioia e la nostra gioia sia piena. Ma che cosa
significa questa espressione: «Rimanete nel mio amore»? Vuol
dire: «Lasciate che io vi ami! Non vi allontanate da me, la mia
gioia è completa solo se io posso amarvi». È una richiesta che

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esprime una potenza di amore infinita, capace di perdonare


ogni peccato e di guarire ogni malattia fisica e psichica. Siamo
di fronte a una dimensione dell’amore della quale l’uomo non
vede la fine, la potrà soltanto intuire quando, nel momento
della croce, Gesù dirà: «Padre, perdona loro perché non sanno
quello che fanno» (Lc 23,34).
È di fronte a questa capacità di amare che la chiesa ha po-
tuto definire che la sostanza di Dio è «amore», e questa si ma-
nifesta completamente nel «perdono». A noi è stato concesso
il privilegio di comprendere quale potenza guaritrice e trasfor-
mante abbia l’amore quando, pur rimanendo sempre umano,
si eleva a un livello tale da far pensare all’amore di Dio. Negli
anni ’80 il problema dei barboni, a Milano, era irrisolvibile per
tutti: per l’amministrazione comunale e per la chiesa locale. I
barboni non ascoltavano nessuno e non credevano alle promes-
se e ai progetti proposti. Il problema lo risolse fratel Ettore, un
fratello dell’ordine dei Camilliani che, pieno di Spirito Santo,
quando i barboni erano per terra sporchi e ubriachi, si chinava
su di loro e pronunciava solo queste parole: «Non voglio nien-
te e non ti chiedo niente, permettimi solo di lasciarti amare».
Successe il miracolo: altre persone si unirono a lui e i barboni
di Milano, nel giro di pochi anni, ebbero, nelle strutture della
stazione centrale di Milano, pasti caldi, un letto per dormire, la
santa messa alla domenica, e ritrovarono la dignità di uomini.

V settimana di Pasqua – Venerdì


I principi e i valori cristiani
Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora
di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e
Bàrnaba… E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli
anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che
provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali
non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che
hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di
scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba
e Paolo… È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi
altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie». At 15,22-28

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Oggi gli Atti degli apostoli ci parlano del concilio di Ge-


rusalemme, il primo indetto dalla chiesa per discernere se per
ottenere la salvezza fossero sufficienti la fede in Gesù Cristo e
il battesimo, o fosse necessario diventare prima ebrei e poi farsi
circoncidere. Alla fine prevalse la posizione di Paolo e Barnaba:
per essere cristiani basta credere al messaggio del vangelo ed
essere battezzati. Il discernimento fu sancito da una lettera che
i partecipanti scrissero ai fratelli della chiesa di Antiochia, che
comincia con queste parole: «È parso bene, infatti, allo Spirito
Santo e a noi». Dopo quel primo concilio ce ne sono stati altri e
in tutti è risultata chiarissima la guida dello Spirito Santo. Dal
concilio Vaticano II non sono trascorsi nemmeno cinquant’an-
ni e nella chiesa si parla già della necessità di indirne un altro,
probabilmente sui principi e sui valori cristiani, alcuni dei qua-
li molto discussi nella società di oggi. Vediamo quali sono. Per
quanto riguarda il rapporto tra l’uomo e Dio i principi cristiani
sono i seguenti: Dio è il suo stesso essere; egli ha creato tutto,
quindi anche l’uomo, per amore, e lo ha elevato allo stato so-
vrannaturale, facendolo suo figlio. In risposta l’uomo deve ado-
rare, ringraziare e pregare Dio e far di tutto per compiere il pro-
getto che gli è stato affidato, utilizzando tutti i talenti ricevuti.
Per quanto concerne l’essenza dell’uomo: ogni essere umano
è persona dal concepimento alla morte, l’uno e l’altra intesi
come naturali; ogni persona deve rispettare la dignità personale
di tutti gli esseri umani, il che vuol dire che devono essere per-
seguite le virtù della giustizia e dell’amore.
Per quanto attiene alla famiglia: alla base sta una coppia di
genitori, cioè due esseri diversi e complementari – un uomo e
una donna – che si amano, si scelgono liberamente, si sposano
pubblicamente, in una donazione reciproca che duri tutta la
vita, per la loro felicità e per la generazione ed educazione della
prole; il primo scopo del matrimonio è l’unione della coppia,
la procreazione è una conseguenza.
Per quanto riguarda le cose, animali compresi: esse sono al
servizio completo dell’uomo e di tutti gli uomini, nel rispetto
della gerarchia naturale e della capacità di servizio delle cose,
ossia nel rispetto dell’ecologia. Questi sono i principi e i valori
cristiani.

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V settimana di Pasqua – Sabato


I motivi della persecuzione
Paolo si recò anche a Derbe e a Listra. Vi era qui un discepolo chiamato
Timòteo… Paolo volle che partisse con lui… Le Chiese intanto andavano
fortificandosi nella fede e crescevano di numero ogni giorno. At 16,1-10
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se
foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete
del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande
del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se
hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra». Gv 15,18-20
La dinamica del chicco di grano che, per portare frutto, deve
morire sottoterra, nasce dalla persecuzione, nella quale le comu-
nità cristiane crescono, al tempo di Paolo come oggi. Perché vi-
vere il vangelo e annunciarlo è motivo di persecuzione? A onor
del vero c’è una parte del messaggio evangelico che viene accol-
ta con simpatia: è quella che riguarda la giustizia sociale, la fede
nella Provvidenza, la guarigione dei malati, e in genere tutta la
proposta evangelica dove c’è qualcosa da «fare» o da «ricevere»,
due verbi che ben si attagliano alla natura umana. Questa parte
del vangelo non richiede dei grandi cambiamenti interiori, ma
solo di apportare delle leggere modifiche alla nostra vita, per
migliorare il modo di vivere nostro e delle persone che ci sono
vicine. È un messaggio che può essere accolto o non accolto,
ma non è motivo di particolare persecuzione. La persecuzione
si scatena, invece, quando all’uomo viene chiesto di cambiare
i propri convincimenti interiori, quelli che si è costruito len-
tamente nel tempo e che costituiscono i pilastri portanti della
propria esistenza. In altre parole la persecuzione nasce quando
si propone il rinnegamento di se stessi, perché l’uomo è fatto
per vivere, per andare avanti partendo da quello che è già, non
per ricominciare tutto da capo. Perdonare chi ci fa del male non
è umano, come non lo è porgere l’altra guancia, e nemmeno lo
è il cambiamento radicale del modo di vivere, di sentire, di rela-
zionarsi con Dio e con il prossimo. Siamo inoltre concordi nel
credere alla Provvidenza, perché questa ci permette di incremen-
tare ciò che abbiamo; ma lo siamo meno se si tratta di abbando-

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narsi a essa come fanno gli uccelli del cielo e i gigli del campo,
rinunciando completamente alle nostre sicurezze. È facile, infi-
ne, per un cristiano parlare di giustizia sociale, ma sono pochi
coloro che la applicano e ancora meno quelli che la vivono in
modo radicale. Questa seconda parte del messaggio evangelico è
causa di persecuzione, e l’apostolo è tentato di starne alla larga.

VI settimana di Pasqua – Domenica


Pentecoste, battesimo e cresima
«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre
ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo
Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e
non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in
voi… In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e
io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che
mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi
manifesterò a lui». Gv 14,15-21

Comincia oggi la settimana di preparazione all’Ascensione,


che è il giorno in cui Gesù, compiuta la sua missione terrena,
ritorna al Padre. La settimana prossima vivremo quella che ci
prepara alla celebrazione della Pentecoste, il giorno nel quale lo
Spirito Santo discende sui discepoli e su Maria nel Cenacolo.
Per Gesù è tempo di «passaggio di consegne», così nel vangelo
di oggi comincia a preparare gli apostoli al futuro che li atten-
de. Nella Pentecoste lo Spirito Santo invierà loro i doni ne-
cessari alla missione: la sapienza, la potenza e la consolazione.
La sapienza consisterà soprattutto nella conoscenza di Gesù,
Figlio di Dio, e nel far memoria di quanto ha loro insegnato,
oltre alla capacità di saper leggere i segni dei tempi e all’aper-
tura della mente e del cuore alle future illuminazioni dello Spi-
rito Santo. La potenza è riferita in particolare all’annuncio del
vangelo, alla franchezza e all’autorevolezza con le quali viene
testimoniato. La consolazione è il dono che sarà necessario nei
momenti bui della fede, della missione, della persecuzione e
della prova. Questi doni sono gli stessi che Edoardo, il figlio di
Maria Francesca e Davide, ha ricevuto nel battesimo la notte di

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Pasqua, e che Paolo, il figlio di Anna Rita ed Eugenio, riceverà


domenica prossima. Essi sono consegnati a Edoardo e Paolo,
non per la loro fede, che essendo neonati, ancora non possono
avere, ma per quella dei loro genitori e padrini, che si impegna-
no a educarli cristianamente. Gabriele, il figlio di Gianmario
e Francesca, alla fine del prossimo mese riceverà, invece, il sa-
cramento della cresima, nel quale i doni ricevuti nel battesimo
verranno confermati, e in virtù del cammino di fede compiuto,
si effonderanno in lui con tutta la loro potenza ed efficacia.
A questo evento avrò il privilegio di collaborare anch’io, in-
sieme ai genitori e alla chiesa, perché oltre a essere nonno, sono
anche padrino (lo confesso, orgoglioso di esserlo!). In questi
giorni con Gabriele, ci incontreremo per dei momenti di pre-
ghiera e di meditazione insieme. Saranno momenti di grazia.

VI settimana di Pasqua – Lunedì


La comunione nella fede
Salpati da Tròade, facemmo vela direttamente verso Samotràcia e, il
giorno dopo, verso Neàpoli e di qui a Filippi, colonia romana e città del
primo distretto della Macedonia. Restammo in questa città alcuni giorni.
Il sabato uscimmo fuori della porta lungo il fiume, dove ritenevamo che
si facesse la preghiera… Ad ascoltare c’era anche una donna di nome
Lidia, commerciante di porpora… una credente in Dio, e il Signore le
aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo. Dopo essere stata battezzata
insieme alla sua famiglia, ci invitò dicendo: «Se mi avete giudicata fedele
al Signore, venite e rimanete nella mia casa». E ci costrinse ad accettare.
 At 16,11-15

Quando alcune persone erano andate da Gesù a dirgli che i


suoi fratelli lo stavano cercando, egli, guardando i discepoli che
erano con lui e che lo seguivano da un luogo a un altro della
Palestina, aveva risposto: «Sono questi i miei fratelli!». Con ciò
Gesù non aveva voluto disconoscere i suoi legami di sangue (la
parola «fratello» in aramaico, lingua povera di vocaboli, indica
anche i parenti), voleva soltanto affermare che tra fratelli di fede
si instaurano rapporti tali da essere anche più stretti di quelli
della parentela stessa. Del resto, se per un cristiano il momento

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più importante della giornata è – e lo è – quello della preghiera,


tra persone che pregano insieme si crea un legame molto forte,
dovuto alla consapevolezza di essere fratelli di fede e figli dello
stesso Padre celeste. È questo il sentimento che, nel brano di
oggi, nasce spontaneo tra la famiglia di Lidia, appena converti-
ta al vangelo, e la comunità di Paolo. È una comunione frater-
na tale da far sì che tutti vengano spontaneamente invitati ad
andare ad abitare nella sua casa. È per la forza di questo vincolo
che, anche oggi, sono molto più stabili le famiglie dove, oltre a
condividere l’abitazione e il pane quotidiano, si prega insieme.
Anche noi, in passato, quando avevamo i figli piccoli, siamo
stati invitati, con affetto e insistenza, a trascorrere le vacanze
estive in casa di fratelli nella fede, conosciuti durante incontri
di preghiera. Ricordiamo ancora con gioia le estati trascorse
all’isola di Pantelleria, in Sardegna, in Calabria, in Campania e
in Liguria, a Bocca di Magra. Mesi ricchi di sole, di nuotate e
di preghiera insieme. Anche oggi, che le vacanze con il pulmino
carico di figli sono un ricordo, quando ritorniamo nella nostra
Firenze, siamo sempre ospiti di Maria Rosa, con la quale da mol-
ti anni condividiamo fraterni momenti di preghiera. Non esiste
alcun’altra realtà che possa assicurare un’unione duratura come
la preghiera insieme. Quando vediamo i nostri figli sposati colti-
vare anche loro l’abitudine della preghiera in famiglia, ci sentia-
mo tranquilli e ringraziamo il Signore per questo dono di grazia.

VI settimana di Pasqua – Martedì


Lo Spirito Santo e la chiesa
«Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi
domanda: “Dove vai?”. Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha
riempito il vostro cuore. Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me
ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece
me ne vado, lo manderò a voi. E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa
del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al
peccato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché vado
al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché il principe di
questo mondo è già condannato». Gv 16,5-11

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La storia della salvezza dell’uomo e del mondo è l’opera di


Dio per eccellenza ed egli vi partecipa totalmente nelle tre per-
sone che lo costituiscono. Nell’Antico Testamento è impegna-
to nella persona del Padre il quale, mentre opera, annuncia,
tramite i profeti, la futura venuta del Figlio, che si incarnerà
nella persona di Gesù di Nazaret. Egli, a sua volta, quando la
sua opera sta volgendo al termine, annuncia la successiva ve-
nuta dello Spirito Santo, con il quale comincerà il tempo della
chiesa. In questa terza fase, la salvezza del mondo, avvenuta
con la morte in croce e la risurrezione di Cristo, si realizza nella
pienezza. «È bene per voi che io me ne vada – dice Gesù nel
vangelo di oggi –, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il
Paràclito [lo Spirito Santo]; se invece me ne vado, lo manderò
a voi». Questo avverrà il giorno di Pentecoste. Poi Gesù ag-
giunge: «E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo
riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. Riguardo al pec-
cato, perché non credono in me; riguardo alla giustizia, perché
vado al Padre e non mi vedrete più; riguardo al giudizio, perché
il principe di questo mondo è già condannato».
Sono tre versetti ermetici che papa Giovanni Paolo II spie-
ga molto bene nell’enciclica Dominum et vivificantem (1986):
«“Il peccato”, in questo passo, significa l’incredulità che Gesù
incontrò in mezzo ai “suoi”, cominciando dai concittadini di
Nazaret. Significa il rifiuto della sua missione, che porterà gli
uomini a condannarlo a morte. Quando successivamente parla
della “giustizia”, Gesù sembra avere in mente quella giustizia
definitiva, che il Padre gli renderà circondandolo con la gloria
della risurrezione e dell’ascensione al cielo: “Vado al Padre”.
A sua volta, nel contesto del “peccato” e della “giustizia” così
intesi, “il giudizio” significa che lo Spirito di verità dimostrerà
la colpa del “mondo” nella condanna di Gesù alla morte di cro-
ce. Tuttavia, il Cristo non è venuto nel mondo solamente per
giudicarlo e condannarlo; egli è venuto per salvarlo. Il convin-
cere del peccato e della giustizia ha come scopo la salvezza del
mondo, la salvezza degli uomini. Proprio questa verità sembra
essere sottolineata dall’affermazione che “il giudizio” riguarda
solamente il “principe di questo mondo”, cioè Satana». Alla
luce di questa spiegazione il nostro compito è quello di aprirci
all’azione della grazia e lasciarci salvare.

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VI settimana di Pasqua – Mercoledì


L’annuncio di Paolo all’Aeropago
Allora Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse: «Ateniesi, vedo
che… siete molto religiosi. Passando… e osservando i vostri monumenti
sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”.
Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio. Il Dio
che ha fatto il mondo… che è Signore del cielo e della terra, non abita
in templi costruiti da mani d’uomo né… si lascia servire come se avesse
bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni
cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni… perché abitassero su tutta
la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del
loro spazio perché cerchino Dio… benché non sia lontano da ciascuno
di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno
detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”.
Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità
sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e
dell’ingegno umano… Dio… un giorno… dovrà giudicare il mondo…
per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura
col risuscitarlo dai morti». Quando sentirono parlare di risurrezione…
alcuni lo deridevano, altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra
volta». At 17,22-32

Nel 1990 abbiamo avuto il privilegio di essere ricevuti da


Giovanni Paolo II nella sua cappella privata, insieme ad al-
tri leader mondiali del Rinnovamento Carismatico. Ci parlò
dell’evangelizzazione delle culture, tema a lui caro e ripreso
in contesti diversi. Ci disse: «È vero che la nostra fede non si
identifica con nessuna cultura, ma è altrettanto vero che essa
è chiamata a impregnare ogni cultura». È lo stesso pensiero al
quale si è ispirato Paolo nel suo discorso all’Aeropago di Atene,
consapevole di essere nel cuore della cultura del suo tempo, alla
presenza di filosofi stoici ed epicurei. È stupendo questo discor-
so di Paolo, tutto pervaso da grande fede, cultura e coraggio nel
presentare il pensiero cristiano integralmente, senza nasconde-
re la «stoltezza» e lo «scandalo» della croce. Non importa se,
quando ha parlato della risurrezione, si è sentito rispondere:
«Ti sentiremo un’altra volta». Il vangelo va presentato iniziando
dalla croce e dalla risurrezione. «Noi invece annunciamo Cristo

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crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani» (1Cor


1,23) scriverà, poi, Paolo in una lettera alla comunità di Co-
rinto. Il rischio di presentare un cristianesimo edulcorato, per
renderlo accetto a tutti, è altissimo anche oggi, in quest’epoca
di globalizzazione, dominata dal desiderio di omologare ogni
cultura. I credenti e la chiesa devono essere coraggiosi e fermi
nell’annuncio del vangelo nella sua completezza.

VI settimana di Pasqua – Giovedì


L’attività dell’apostolo
Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. Qui trovò un
Giudeo di nome Aquila, nativo del Ponto, arrivato poco prima dall’Italia,
con la moglie Priscilla, in seguito all’ordine di Claudio che allontanava
da Roma tutti i Giudei. Paolo si recò da loro e, poiché erano del medesimo
mestiere, si stabilì in casa loro e lavorava… infatti, erano fabbricanti di
tende. Ogni sabato poi discuteva nella sinagoga e cercava di persuadere
Giudei e Greci. At 18,1-4

Dopo aver ascoltato, nelle letture di ieri, il discorso di Paolo


all’Aeròpago di Atene, del quale non si sa se ammirare di più la
profondità teologica e filosofica o l’abilità retorica, oggi trovia-
mo Paolo a Corinto, dove, per guadagnarsi il pane quotidiano,
svolge il lavoro manuale di fabbricante di tende. Quando ho
cominciato ad avvicinarmi alle Sacre Scritture, questa sua atti-
vità lavorativa mi ha sorpreso un po’: da lui mi sarei aspettato
una professione da intellettuale, nella quale potesse mettere a
frutto la cultura e i talenti che la natura e il Signore gli avevano
donato. Poi, con il passare del tempo, familiarizzandomi un po’
con il personaggio Paolo, credo di avere compreso i motivi di
quella sua attività. Il vero lavoro di Paolo, da quando si è messo
a completo servizio dell’annuncio del vangelo, è sempre stato
quello di apostolo delle genti, nel quale ha profuso tutto il suo
impegno, la sua cultura e la sua dottrina.
Questa missione lo ha portato a viaggiare, a spostarsi conti-
nuamente e a fondare comunità cristiane, dalle quali avrebbe

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anche potuto essere mantenuto, ma, per sua stessa ammissione,


è sempre stato per lui motivo di orgoglio il fatto di provvedere
economicamente a se stesso. Tuttavia, sia per poter conciliare il
lavoro con i viaggi apostolici, che per motivi di libertà nell’an-
nuncio del vangelo, avrebbe potuto esercitare solo un’attività
come quella di fabbricatore di tende, che non lo vincolava né
a luoghi, né al potere politico, che spesso condiziona i rap-
presentanti della cultura. Sono scelte di vita fondamentali per
il cristiano di ogni tempo. Da un certo punto di vista, è be-
ne salire il più in alto possibile nella professione e nella scala
sociale, perché, da una posizione più elevata è possibile ope-
rare cristianamente su di un’area più vasta, come ci insegnò
monsignor Morini, rettore del seminario di Fiesole, quando
eravamo ancora fidanzati. La carriera professionale e sociale,
tuttavia, deve avere un limite ben preciso: quello tra la libertà e
il compromesso. Il cristiano, nella sua attività, deve mantenersi
assolutamente libero: se cede una volta è la fine, perché poi, da
un compromesso a un altro, vende la propria libertà e cessa di
essere un testimone del vangelo. Un giorno il presidente di una
società, per la quale ho lavorato, mi disse: «Lei potrebbe fare
una buona carriera, ma, purtroppo ci sono delle cose che non
le si possono chiedere». «Grazie – risposi – non me le chieda».
Quando, però, aveva bisogno di un parere franco e libero, si
rivolgeva a me.

VI settimana di Pasqua – Venerdì

La sua parola creatrice siamo noi


Una notte, in visione, il Signore disse a Paolo: «Non aver paura;
continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e nessuno cercherà
di farti del male: in questa città io ho un popolo numeroso». Così Paolo si
fermò un anno e mezzo, e insegnava fra loro la parola di Dio… Paolo si
trattenne ancora diversi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò
diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era rasato
il capo a causa di un voto che aveva fatto. At 18,9-18

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Quando in un’azienda di famiglia il figlio del titolare è cre-


sciuto a sufficienza per prenderne le redini, il padre, pur rima-
nendo di fatto il responsabile, assume il ruolo di presidente e
lascia operare il figlio. Quello che fa e decide il figlio, è come
se lo facesse e lo decidesse il padre, che si limita a supervisio-
nare e a consigliare. Se il figlio ha l’umiltà di lasciarsi guidare
dall’esperienza del padre, l’azienda va bene. È ciò che è succes-
so nella storia della salvezza. Il giorno di Pentecoste lo Spirito
Santo è disceso sugli apostoli ed è nata la chiesa, nelle cui mani
Dio ha posto il piano di salvezza, conservando il ruolo di re-
sponsabile e di suggeritore tramite lo Spirito Santo. E nella
misura in cui la chiesa si lascia guidare dallo Spirito Santo, il
piano di salvezza si realizza come se Dio operasse direttamente.
Alla chiesa è stato affidato il potere di rimettere i peccati degli
uomini, di spezzare il pane che, nell’eucaristia, diventa miste-
riosamente il corpo di Cristo, e il potere che Dio ha da sempre:
la Parola creatrice.
Questo potere, che Dio ha demandato alla chiesa, si eserci-
ta anch’esso misteriosamente, ma realmente, nell’annuncio del
vangelo. Quando l’uomo annuncia il vangelo Dio opera: «E
[Gesù] disse loro: “Andate in tutto il mondo e proclamate il
Vangelo a ogni creatura…”. Allora essi partirono e predicarono
dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confer-
mava la Parola con i segni che la accompagnavano» (Mc 16,15-
20). Ritornando al brano degli Atti degli apostoli che la chiesa
oggi ci propone, è probabile che Paolo, che non ha mai avuto
paura di annunciare il vangelo, all’inizio della sua missione a
Corinto, fosse un po’ sfiduciato per la delusione subita all’Ae-
ropago di Atene. In quella città, infatti, quando aveva parlato
della risurrezione, gli astanti se ne erano andati, dicendo che
ne avrebbero parlato in un’altra occasione. Allora, nel brano
di oggi, il Signore gli appare in visione e gli dice: «Non aver
paura; continua a parlare e non tacere, perché io sono con te e
nessuno cercherà di farti del male: in questa città io ho un po-
polo numeroso». Ecco, le stesse parole il Signore le dice anche
a noi: «Non abbiate paura, ma continuate a parlare». E, se lo
faremo negli ambienti che frequentiamo, il Signore opererà e
noi vedremo fiorire i miracoli attorno a noi.

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VI settimana di Pasqua – Sabato


Chiedere e ottenere
«In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel
mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome.
Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Queste cose ve le ho
dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo
velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel
mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti
vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da
Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo
il mondo e vado al Padre». Gv 16,23b-28

È in questi versetti del vangelo di oggi che sono radicate le


nostre preghiere di intercessione delle quali abbiamo spesso par-
lato. Alcune volte le rivolgiamo al Padre, altre al Signore Gesù
Cristo o allo Spirito Santo, oppure le affidiamo alla Madonna,
che le consegna direttamente al Padre, al Figlio e allo Spirito
Santo. La nostra preghiera di intercessione viene ascoltata ed
esaudita in virtù dell’amore e della potenza di Dio, ma anche
della nostra fede: «In quel giorno chiederete nel mio nome e
non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti
vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono
uscito da Dio». Il funzionamento della nostra preghiera si basa
sul principio della leva: c’è un problema da risolvere troppo
grande per noi (resistenza della leva), c’è la potenza della leva
che è quella di Dio, e c’è il fulcro che è costituito dalla nostra
fede. Data l’importanza dell’argomento riascoltiamo quanto il
Signore ci ha detto nella preghiera di due mesi fa. Egli ci ascol-
ta sempre, ma qualche volta succede che non ci esaudisca: vuol
dire che il suo progetto è più grande del nostro.
Dice Giovanni: «E questa è la fiducia che abbiamo in lui:
qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci
ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in tutto quello che gli
chiediamo, sappiamo di avere già da lui quanto abbiamo chie-
sto» (1Gv 5,14-15). La preghiera di intercessione ci difende
solo dal fatto che venga fatta la volontà del demonio, che è la
causa di tutti i mali, ma deve essere aperta ad accettare che la
volontà del Signore sia diversa dalla nostra. È la condizione po-

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sta dall’evangelista Giovanni: la nostra richiesta, perché venga


esaudita, deve essere «secondo la sua volontà». A noi sembra,
tuttavia, che il suo amore per noi sia così grande che, per esau-
dirci, qualche volta, il Signore abbia addirittura messo in atto
una modifica dei suoi progetti. La nostra preghiera può ottene-
re anche questo, perché un padre, quando può, cambia sempre
i suoi programmi per esaudire le richieste di un figlio. Qualche
volta può succedere, però, che il progetto del Signore sia così
grande da non avere alternative: allora lo dobbiamo accettare,
e accettandolo ne entriamo a far parte. L’unica cosa certa è che
noi dobbiamo chiedere, sempre e comunque, perché attraverso
le nostre richieste di intercessione si attualizza la nostra fede.

VII settimana di Pasqua – Domenica


Ascensione del Signore
Ascensione di Gesù al cielo
Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove… Mentre si
trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme…
Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il
tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non
spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo
potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e
di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria
e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu
elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il
cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si
presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare
il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo
stesso modo…». At 1,3-11

Gesù ha compiuto la sua missione terrena, promette ai disce-


poli lo Spirito Santo che farà loro ricordare tutto quanto hanno
ascoltato e vissuto nei tre anni trascorsi insieme a lui e ascende
al cielo. E gli apostoli rimangono con il naso all’aria, come i
bambini che guardano i palloncini innalzarsi e scomparire tra
le nubi. Ma dov’è andato il Signore il giorno dell’Ascensione?

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Certamente non nel cielo fisico, in qualche posto dell’universo.


Il paradiso, dove il Signore siede alla destra del Padre, anche
con il suo corpo, dove si trova? Nessuno lo sa. Le nostre povere
cognizioni di tempo e di spazio farebbero pensare a un luogo
nel quale il tempo si trasforma in eternità e il luogo in un’altra
realtà che abbia caratteristiche infinite.
Noi, con le nostre riflessioni, dobbiamo fermarci qui. Oltre
non possiamo andare. È importante, però, abbandonarci alla
fede e credere che questo ambiente spirituale esista: lì insieme
al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo ci aspettano il nonno
Renzo, la nonna Rita, il nonno Mario, la nonna Albertina, lo
zio Ilo, lo zio fra Ugo, padre Cipriano, padre Arturo, padre
Francesco, don Roberto, padre Tomaso e tutte le altre persone
care, dopo che ci hanno lasciato preziosissime eredità di affetti,
di esempi e insegnamenti. Probabilmente questo è l’atto di fe-
de più grande che ci sia richiesto, ma se lo faremo con umiltà,
saremo illuminati per capire quanto ci è necessario per vivere e
operare nel progetto di vita che ci è stato affidato. Alla fine an-
dremo anche noi in quel cielo, lasciando momentaneamente il
nostro corpo in terra, in attesa che alla fine anch’esso risorga. È
ciò che Gesù ci ha annunciato, e che noi crediamo. Con questa
fede viviamo nella gioia, e questa è la conferma che tutto quan-
to Gesù ci ha detto, e che la chiesa ci ricorda, è vero.

VII settimana di Pasqua – Lunedì


Il battesimo nello Spirito Santo
Paolo… trovò alcuni discepoli e disse loro: «Avete ricevuto lo Spirito
Santo quando siete venuti alla fede?». Gli risposero: «Non abbiamo
nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo»… Udito questo, si
fecero battezzare nel nome del Signore Gesù e, non appena Paolo ebbe
imposto loro le mani, discese su di loro lo Spirito Santo e si misero a
parlare in lingue e a profetare. Erano in tutto circa dodici uomini. Entrato
poi nella sinagoga, vi poté parlare liberamente per tre mesi, discutendo e
cercando di persuadere gli ascoltatori di ciò che riguarda il regno di Dio.
 At 19,1-8

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La dottrina della chiesa ci insegna che, durante il battesimo,


lo Spirito Santo prende dimora nel battezzato conferendogli
tutti i doni necessari per vivere il proprio progetto di vita, po-
tenziati dalle virtù teologali della fede, della speranza e della
carità. In questi due anni, con il battesimo di Mattia, Edoardo
e Paolo, gli ultimi nipotini arrivati, questo evento lo abbiamo
vissuto abbastanza spesso. In verità tale sacramento sarebbe le-
gato alla fede nel Signore, quindi dovrebbe essere la persona
stessa a chiedere di essere battezzata.
Alle origini della chiesa era così, ma dopo poco tempo la
prassi cambiò, poiché, in seguito alla predicazione apostolica,
famiglie intere chiedevano di essere battezzate e il sacramento
veniva conferito anche ai bambini e ai neonati che ne facevano
parte. In questi ultimi, tuttavia, non potendo ancora esservi la
consapevolezza dell’evento, lo Spirito Santo, allora come ades-
so, prende dimora per la fede dei genitori e dei padrini, che,
di fronte alla chiesa, si impegnano a educarli cristianamente.
Mattia, Edoardo e Paolo hanno già ricevuto tutti i doni che lo
Spirito Santo porta con sé, ma è come se questi doni fossero
avvolti in un pacchetto e solo nel corso degli anni, via via che
verranno educati alla fede, la potenza dello Spirito si effonderà
in loro, nelle sue molteplici forme.
Anche oggi, tuttavia, quando il battesimo viene conferito a
persone che credono già in Gesù Signore, può succedere di as-
sistere a manifestazioni straordinarie di gioia, di profezie, e può
accadere anche che parlino in lingue, come si legge nel brano
odierno. Il parlare in lingue, detto anche glossolalia, è un dono
spirituale molto semplice, che può manifestarsi durante il bat-
tesimo di un adulto, il quale, pervaso dallo Spirito Santo, non
potendo esprimere con parole che abbiano un senso compiuto
lo stato di beatitudine nel quale si trova in quel momento, si
abbandona a dei mormorii che ricordano il mugolio felice dei
lattanti quando sono soddisfatti. Nel Rinnovamento Carisma-
tico, che negli ultimi tempi ha avuto il merito di contribuire
al risveglio di carismi che si erano un po’ assopiti, questa espe-
rienza viene vissuta abbastanza spesso durante la preghiera di
effusione dello Spirito Santo.

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VII settimana di Pasqua – Martedì


Preghiera sacerdotale di Gesù (I)
Così parlò Gesù. Poi, alzàti gli occhi al cielo, disse: «Padre, è venuta
l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te. Tu gli hai dato
potere su ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro
che gli hai dato. Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero
Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo. Io ti ho glorificato sulla terra,
compiendo l’opera che mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami
davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo
fosse. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo.
Erano tuoi e li hai dati a me, ed essi hanno osservato la tua parola. Ora
essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te, perché le parole
che hai dato a me io le ho date a loro. Essi le hanno accolte e sanno
veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato. Io
prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che tu mi hai dato,
perché sono tuoi. Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie, e io sono
glorificato in loro. Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo,
e io vengo a te». Gv 17,1-11a

Questa preghiera, che Gesù rivolge al Padre alla fine della


sua missione terrena, prima di andare in croce, è di una altezza
spirituale tale, che noi non possiamo scorgerne la vetta. Solo
dopo ore di preghiera e di silenzio interiore possiamo avvici-
narci a questo brano del Vangelo di Giovanni, nella speranza
che possa posarsi su di noi un raggio di quella luce, un riflesso
dei sentimenti e dei pensieri che ebbe Gesù quando, con questa
preghiera, ha consegnato nelle mani del Padre il progetto della
sua vita terrena. Non vi è, in questo brano, alcuna preoccupa-
zione per quello che ne sarebbe stato l’epilogo sulla croce, dalla
quale insieme al progetto di vita riconsegnerà al Padre anche il
suo Spirito. Questa preghiera ha come oggetto solo gli apostoli,
che, nei tre anni vissuti con lui, hanno raccolto le sue rivelazio-
ni sul regno dei cieli, hanno assistito ai miracoli, sono vissuti
di Provvidenza e si sono stupiti, nelle loro prime esperienze
missionarie, di come i demoni si sottomettessero anche a loro.
Gesù è consapevole del fatto che, al momento, tutto ciò non è
presente nei pensieri degli apostoli, ma sa anche che, dopo la
sua ascensione al cielo, lo Spirito Santo scenderà su di loro, ed

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essi ricorderanno la verità tutta intera per poterla testimoniare


al mondo. E sarà la nascita della chiesa. Gesù sa che gli apostoli
proveranno, come lui, la gioia di essere ascoltati e di assistere a
miracoli, che subiranno persecuzioni e condanne, che saranno
dispersi per il mondo e concluderanno con il martirio la loro
vita terrena. E affinché tutto questo si realizzi in pienezza egli
prega per loro. Anche noi genitori, dopo anni di cammino in-
sieme ai nostri figli, dovremo affidarli al Signore con una pre-
ghiera che assomigli un po’ a questa del vangelo di oggi.

VII settimana di Pasqua – Mercoledì

Preghiera sacerdotale di Gesù (II)


«Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché
siano una sola cosa, come noi. Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo
nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato
perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura.
Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano
in se stessi la pienezza della mia gioia. Io ho dato loro la tua parola e il
mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono
del mondo. Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca
dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me
nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me
stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità». Gv 17,11b-19

Questo brano del Vangelo di Giovanni costituisce la secon-


da parte della preghiera sacerdotale di Gesù al Padre, prima di
essere arrestato dai soldati e di essere crocifisso. Il suo progetto
è compiuto, è giunta l’ora di offrire la vita perché da quei primi
discepoli, che il Padre gli ha affidato, nasca la chiesa: «Consa-
crali nella verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche
io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso,
perché siano anch’essi consacrati nella verità». Ritornando alla
meditazione di ieri, il Padre ha ascoltato questa preghiera di
Gesù, ha accettato che suo Figlio offrisse la sua vita perché il
piano di salvezza del mondo si realizzasse, e ha ripreso nelle

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sue mani il progetto. Dopo la risurrezione, il Padre invierà nel


mondo lo Spirito Santo, che illuminerà Pietro, gli apostoli e i
discepoli, facendo loro ricordare tutto quanto Gesù aveva detto
e fatto: e nascerà la chiesa. Il concepimento della chiesa, però, è
avvenuto nel momento in cui Gesù ha offerto la sua vita perché
nascesse: è il chicco di grano che deve morire sottoterra, perché
da esso nasca la nuova spiga. È l’inizio della storia della chiesa
che, sull’esempio di Gesù, vive e si propaga nel mondo finché
ci saranno persone che offriranno la loro vita per l’annuncio
del vangelo.
Leggevamo qualche giorno fa, sul «Corriere della Sera», un
articolo che riportava la crescita e lo sviluppo della chiesa in
Africa. È sicuro che tutta l’Africa si convertirà, non potrà es-
sere altrimenti, dal momento che c’è stato un uomo, Danie-
le Comboni, che ha offerto la sua vita per l’evangelizzazione
dell’Africa. «Io morirò – diceva Daniele Comboni – ma il mio
progetto non morirà». La stessa cosa succederà in Asia, per la
conversione della quale dei missionari come Francesco Saverio
e Matteo Ricci hanno offerto la loro vita. Finché ci saranno
degli uomini che offriranno la loro vita per il vangelo, il Padre
manderà sempre il suo Spirito, perché non è possibile che si
faccia battere da qualcuno in generosità.

VII settimana di Pasqua – Giovedì


Preghiera sacerdotale di Gesù (III)
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in
me… come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché
il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me,
io l’ho data a loro… Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità
e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai
amato me. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me
dove sono io… Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho
conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. E io ho fatto
conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale
mi hai amato sia in essi e io in loro». Gv 17,20-26

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«Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39), escla-


ma il centurione romano sotto la croce, vedendo Gesù di Na-
zaret morire in quel modo: soffrendo crudelmente, ma perdo-
nando tutti. È un’intuizione, una consapevolezza che lo assale
all’improvviso mentre è di servizio per curare che quell’esecu-
zione avvenga regolarmente.
Quella stessa esclamazione la dovremmo emettere anche
noi, ogni mattina, quando, aprendo il vangelo, siamo raggiunti
dalla potenza dei suoi miracoli, dalla verità delle sue parabole,
dalla sua compassione verso i malati e verso i poveri, dalla sua
santità che fa fuggire i demoni, dalla sua comunione con il
Padre e dal suo bisogno di pregare, dalla sua franchezza nel
parlare, dalla sua libertà di fronte alle opinioni della gente e
alla ristrettezza della legge, dalla sua capacità di saper leggere
nel pensiero e nel cuore degli uomini, dal suo camminare sulle
acque e dal suo amore per i peccatori.
I vangeli sono una continua, incalzante dimostrazione che
Gesù di Nazaret è veramente il Messia, il Figlio di Dio. Nel
vangelo di oggi siamo raggiunti dagli ultimi versetti della sua
preghiera sacerdotale, di fronte alla quale anche noi, come il
centurione, non possiamo fare a meno di esclamare: «Davvero
quest’uomo era Figlio di Dio!». È una preghiera che avvolge
tutti e nella quale tutti, anche noi, siamo presenti. Rileggia-
mola lentamente, lasciando a ogni parola il tempo di penetrare
nel nostro cuore, come l’acqua, dopo la pioggia, penetra nel
terreno assetato:
«Non prego solo per questi, ma anche per quelli che cre-
deranno in me… come tu, Padre, sei in me e io in te, siano
anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro. Io in loro
e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca
che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me…
E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conosce-
re, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in
loro».
Preghiamo, dunque, perché il Signore dia anche alla chiesa
di oggi questa unità e questo spirito di testimonianza.

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VII settimana di Pasqua – Venerdì

I martiri costruiscono la chiesa


Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio
di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo
sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo,
per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose:
«Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie
pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi
bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse:
«Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio
bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti
dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma
quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà
dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi». Gv 21,15-19

La chiesa è la sposa di Gesù Cristo, la realtà umana che egli


ha amato fino al punto di donare la sua vita per lei. Ma quando
Gesù parla di chiesa non pensa alle cattedrali, e nemmeno ai
vescovi e ai sacerdoti che nel corso dei millenni la dovranno
guidare e servire: pensa agli uomini, le pecorelle che ne faranno
parte e che in essa troveranno la fede, la verità, la consolazione
e la speranza nella vita eterna. Pietro era già stato scelto da tem-
po ad esserne il capo: per questo era stato chiamato, istruito e
formato. Il vangelo di oggi, però, ci mostra l’esame di laurea
che egli deve sostenere prima di diventare veramente il capo
della chiesa. Esso non riguarda la sua leadership, e nemmeno la
fede, o ciò che ha imparato nei tre anni vissuti col Maestro. La
materia di esame è l’amore per Gesù, e conseguentemente per
la chiesa. Non è possibile amare Cristo Gesù, se non si ama la
chiesa, perché non si può amare il capo se non si ama tutto il
corpo. A Pietro, prima di affidargli la chiesa, Gesù rivolge per
tre volte la stessa domanda: «Mi ami?», finché alla fine egli ri-
sponde: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
Gesù ripete per tre volte la stessa domanda per esorcizzare
il fatto che Pietro lo aveva rinnegato per tre volte. È una ripe-
titività necessaria perché, per donare la vita, come Pietro sarà

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chiamato a fare, il suo amore per Gesù e per la chiesa dovrà


essere più grande del proprio peccato, che è stato quello di rin-
negarlo tre volte. «Io sono il buon pastore e do la mia vita per
le pecore» (Gv 10,14-15), aveva detto Gesù ai suoi discepoli. È
la fine che Gesù profetizza a Pietro, alla conclusione del brano
di oggi: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi do-
ve volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani [sulla
croce], e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Alla
fine – cioè – tu sarai in balìa degli uomini e dovrai offrire la
tua vita come l’ho offerta io. È così che si costruisce la chiesa.
E anche la famiglia.

VII settimana di Pasqua – Sabato

Il momento della diaspora


Pietro si voltò e vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, colui
che nella cena si era chinato sul suo petto e gli aveva domandato: «Signore,
chi è che ti tradisce?». Pietro dunque, come lo vide, disse a Gesù: «Signore,
che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché
io venga, a te che importa? Tu seguimi». Si diffuse perciò tra i fratelli la
voce che quel discepolo non sarebbe morto. Gesù però non gli aveva detto
che non sarebbe morto, ma: «Se voglio che egli rimanga finché io venga,
a te che importa?». Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha
scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora
molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso
che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero
scrivere. Gv 21,20-25

Pietro aveva una vera predilezione per Giovanni che, tra gli
apostoli, era il più giovane, il cucciolo della compagnia. Nei
vangeli li incontriamo abbastanza spesso insieme: erano giunti
insieme anche al sepolcro, dopo aver ricevuto da Maria Mad-
dalena l’annuncio della risurrezione. Gesù aveva appena chie-
sto a Pietro per tre volte «Mi ami?» e aveva ricevuto altrettante
volte la risposta «Ti voglio bene», dopodiché lo aveva confer-

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mato capo della chiesa, ruolo al quale Pietro era destinato da


tempo. Pietro, allora, che certamente aveva ipotizzato il suo
futuro insieme a Giovanni, chiede a Gesù: «Signore, che cosa
sarà di lui?». È il momento della separazione, perché il Signore
ha in serbo per loro due progetti apostolici diversi.
È una situazione che abbiamo vissuto anche noi quando
abbiamo dovuto separarci da padre Tomaso, padre Raniero,
padre Fausto, padre Vittorio, don Patrizio, suor Maria France-
sca, Oliviero Gulot, Giovanni Martini, Cecilia Cortese e tanti
altri, con i quali avevamo fatto un lungo cammino di fede in-
sieme. È il momento della missione, ciascuno ha da compiere
la propria, quella che gli è stata affidata. Tuttavia, quando si è
condiviso il Signore per lungo tempo, si rimane fratelli nella
fede per sempre. Ogni tanto succede che ci incontriamo, un
po’ invecchiati e con qualche acciacco, ma è come se ci fossimo
separati il giorno prima. Comunque è solo una diaspora mo-
mentanea, perché il nostro destino è di ritrovarci insieme nella
comunione dei santi, per l’eternità. Quando ci incontriamo
è bello raccontarci ciò che il Signore ha fatto della nostra vita
dall’ultima volta in cui ci siamo visti. Abbiamo tante di quelle
cose da dirci che, forse, anche per noi potrebbe valere ciò che
dice oggi Giovanni, alla fine del suo Vangelo: «Se fossero scritte
una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a con-
tenere i libri che si dovrebbero scrivere».

Domenica di Pentecoste
Pace a voi e pace a tutti!
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le
porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne
Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò
loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù
disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io
mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A
coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non
perdonerete, non saranno perdonati». Gv 20,19-23

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Oggi il vangelo ci insegna qualcosa di molto importante:


ci aiuta a riflettere sulle nostre chiusure. Gesù entrò nel luogo
dove si trovavano i discepoli, a porte chiuse perché avevano
paura dei giudei, agitati dalla notizia della risurrezione. En-
trando, Gesù porse il proprio saluto: «Pace a voi!». In quel caso
le porte erano chiuse per paura, ma ci sono molti altri motivi
per i quali i cristiani si incontrano tenendo chiuse le porte,
talvolta anche quelle del cuore. Partecipiamo alla santa messa
della domenica a porte chiuse e ci incontriamo per pregare in-
sieme a porte chiuse. Teniamo le nostre porte chiuse, come se
fossimo ancora al tempo delle catacombe. I motivi apparenti
delle nostre chiusure possono essere le stanchezze, qualche pre-
occupazione, l’abitudinarietà degli incontri, la privacy; ma il
vero motivo è che non abbiamo la consapevolezza che, quando
ci incontriamo insieme nel suo nome, il Signore è veramente
in mezzo a noi.
Se fossimo consapevoli di questa verità, quando ci incon-
triamo dovremmo metterci a cantare e lodare il Signore, spa-
lancando porte e finestre. Tuttavia, anche se questa intima
convinzione non ce l’abbiamo, il canto e la preghiera di lode
hanno il potere di suscitarla. Non c’è niente di più bello e coin-
volgente che cominciare a cantare e lodare il Signore quando
ci incontriamo: il cuore e la mente si aprono, ci prendiamo per
mano e sentiamo di essere fratelli in Cristo. Alla fine, quando
l’incontro di preghiera finisce, con le porte del cuore che si
sono spalancate, possiamo andare in un modo nuovo verso gli
impegni della giornata, a incontrare persone a loro volta con le
porte chiuse.
E quando entriamo in ufficio, anziché salutarci con il solito
«buongiorno», sarebbe bello poter iniziare la giornata lavorativa
con un sincero: «Pace a voi!». Anche se non è possibile metterci
a cantare e a lodare il Signore per la strada, in metropolitana
e in ufficio, salutiamo le persone che incontriamo anche solo
con un semplice sorriso, foriero di pace: le porte si apriranno e
vivremo tutti le nostre relazioni quotidiane a porte spalancate.
Aprire le porte a Cristo, come ci ha esortato a fare papa Gio-
vanni Paolo II, vuol dire aprire le porte alla gente e alla vita. È
una terapia sociale.

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Santissima Trinità

Maria ci ascolta sempre


Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché
chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio,
infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo,
ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non
è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha
creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Gv 3,16-18

Il vangelo della liturgia odierna è tratto dal discorso che Ge-


sù rivolge a Nicodemo, un fariseo, un membro del sinedrio,
un uomo importante in Israele, che andava a parlare con lui
perché aveva intuito che in quel «rabbi» c’era qualcosa di so-
vrannaturale; ma ci andava di notte, per non essere veduto da
nessuno. Questo sarebbe un bell’argomento di cui parlare. Un
altro, ancora più importante, sarebbe quello della Trinità di
Dio, che questa domenica la chiesa celebra. Ma oggi abbiamo
posticipato alla sera la preghiera del mattino, allora devo par-
lare di Maria dispensatrice di tutte le grazie, siano esse grandi
o piccole, come quella che ho ricevuto oggi pomeriggio. La
grazia di oggi ha un antefatto, che risale a quando, da giova-
ne, giocavo nella squadra di calcio del mio paese. Un giorno,
durante una partita che stava per terminare senza che, contra-
riamente al solito, io fossi riuscito a fare un goal, pregai dal
profondo del cuore: «Maria Santissima, aiutami tu, perché oggi
da solo non ce la faccio!». Finita la preghiera mi arriva il pallo-
ne e, spalle alla porta, anziché girarmi, feci quella che, nel lin-
guaggio calcistico, si chiama una «rovesciata» e il pallone andò
a infilarsi all’incrocio dei pali della porta, dove il portiere non
sarebbe mai potuto arrivare. Goal! Questo pomeriggio, più di
cinquant’anni dopo, mentre stavo guardando alla televisione
la partita che la mia Fiorentina stava giocando con il Torino,
senza riuscire a segnare, sebbene stesse giocando bene, ho fatto
la stessa preghiera: «Maria Santissima, aiuta la Fiorentina a fare
un goal. Lo sai che questa partita la deve proprio vincere, per
poter partecipare l’anno prossimo alla Coppa dei Campioni.
Io lo so che tra le preghiere di intercessione che ricevi, questa è

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molto futile, ma ti chiedo di esaudirmi, come mi hai esaudito


tanti anni fa. Io sono sempre lo stesso».
Terminata questa preghiera, a Osvaldo, un giocatore della
Fiorentina, è arrivato il pallone nella stessa posizione in cui,
tanti anni prima, era arrivato a me; lui fa la stessa rovesciata
e il pallone è andato a infilarsi nello stesso angolino, dove il
portiere non sarebbe mai potuto arrivare. Goal! «Grazie Maria!
Non solo hai esaudito la mia preghiera, ma ci hai messo anche
la firma. Anche tu sei sempre la stessa!».

SS. Corpo e Sangue di Cristo


L’eucaristia, fonte di vita
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo
pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del
mondo»… Gesù disse: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha
la vita eterna… rimane in me e io in lui. Come il Padre… ha mandato
me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me…
Chi mangia questo pane vivrà in eterno». Gv 6,51-58

La vita terrena inizia e finisce con il corpo, come una can-


dela che alla fine si spenga. Dio, per rivelarsi completamente
all’uomo, si è incarnato nel corpo di Gesù di Nazaret, il quale
ci ha salvati offrendo il suo corpo sulla croce, e il Padre lo ha
risuscitato con il suo corpo. È asceso al cielo con il suo corpo,
ha costituito la chiesa che è il suo corpo mistico, e ci ha lasciato
in dono il suo corpo eucaristico. Come il corpo del Cristo ri-
sorto, che è presente nel pane e nel vino dell’eucaristia, ci doni
la vita è un mistero, non si può spiegare: si può solo vivere e,
vivendolo, se ne prende atto. La prima creazione è iniziata con
il divieto di mangiare il frutto proibito, la salvezza si compie
con il comando di mangiare l’eucaristia. Nessuno ne è degno,
ma è ricevendola che ne diventiamo sempre più degni. Quel
pane spezzato ci dà l’energia per camminare, ogni giorno, per
le strade del mondo, e ha il potere di far crescere in noi sempre
più la nostalgia di Dio, per cui alla fine lasciamo con gioia il
nostro corpo, perché andiamo a incontrare Dio nell’eternità.

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Da quando, ogni giorno, andiamo a ricevere l’eucaristia al san-


tuario di Saronno, la nostra vita ha assunto una pienezza diver-
sa; ma non solo la nostra. Ascoltiamo questa testimonianza di
monsignor Riboldi, vescovo di Acerra.
«Su una strada di campagna incontro sempre, al mattino,
una donna anziana. Si regge ben dritta, appoggiandosi a due
stampelle, che la sorreggono e facilitano i suoi passi. La fermai,
un giorno, per chiederle dove andava. “Sto andando, come ogni
mattina, alla santa messa a ricevere l’eucaristia. Ho ottant’anni.
È mia abitudine, fin da giovane, di non far passare neppure un
giorno senza ricevere l’eucaristia Fatico molto. Non voglio che
alcuno mi accompagni, perché camminando già pregusto la
gioia di ricevere Dio nel mio cuore e al ritorno l’infinita gioia
di essere con lui. E non sento più neppure la fatica, come se lui
mi sorreggesse”. Davanti al mio stupore mi disse: “Padre, nella
vita si può fare a meno di tante cose, che spesso non hanno
sapore, o se l’hanno non soddisfa. Ma non si può fare a meno
di amare e di essere amati. E se chi ti ama, è il tuo Signore, che
diviene la tua vita, questo ti fa volare. E lei vuole che io non mi
lasci riempire dall’amore di Dio? È il dono più bello che Dio
mi fa. E questa fatica che faccio mi sembra sia un camminare
verso il Paradiso. Se la gente capisse!”. Scrollò il capo e se ne
andò tutta presa dall’attesa di ricevere “il pane della vita”».
Se davvero la gente lo capisse!

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tempo ordinario
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I settimana del Tempo Ordinario – Lunedì


La vita nuova
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando
il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea,
vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in
mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò
diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni
suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li
chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni
e andarono dietro a lui. Mc 1,14-20

Nei primi versetti del brano di oggi incontriamo alcune


espressioni chiave del vangelo, sulle quali occorre riflettere, per
cogliere in profondità il significato che contengono. La prima
è: «Il tempo è compiuto». Vuol dire che il tempo dell’attesa è
finito, che è giunto a maturazione il momento propizio per de-
cidere. Può essere l’inizio della nostra avventura esistenziale o,
se sbagliamo decisione, può essere il definitivo insabbiamento
del nostro progetto di vita. Sono momenti unici e irripetibili,
che la vita e la storia ci presentano, nei quali occorre avere la
prontezza di alzarsi e partire. La seconda è: «Il regno di Dio è
vicino». Vuol dire che l’anelito di una vita diversa, che ciascuno
porta nel cuore, è prossimo alla sua realizzazione. È giunto il
tempo della giustizia, della libertà, della pace, dell’abbondanza,
della fedeltà, della verità, dell’amore, della gioia e della fratel-
lanza. È il contenuto stesso del messaggio evangelico, è l’an-
nuncio della chiesa. La terza è: «Convertitevi». Questa parola
ci indica il passo che si deve compiere per entrare nel nuovo
Regno. Occorre volgere le spalle al passato e iniziare una vita
nuova. Vuol dire orientare il cammino verso una nuova dire-
zione, buttare via ciò che in noi è vecchio e abitudinario per
andare verso un nuovo modo di pensare, di sentire, di operare
e di vivere. La quarta è: «Credete nel Vangelo». Questa espres-
sione annuncia il passo successivo da compiere: credere che la
vita nuova è presente nella persona di Gesù Cristo.
I versetti seguenti, che ci presentano le prime chiamate di

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Gesù, mostrano in concreto che cosa voglia dire credere al van-


gelo. Sono due scene strutturate allo stesso modo: Gesù passa,
chiama, e i discepoli abbandonano tutto e lo seguono. È un
esodo da una vita vecchia verso quella nuova del Regno: nuo-
vi pensieri, nuovi sentimenti, nuovi interessi, nuove speranze.
Nasce nel cuore una diversa capacità di amare e di perdonare:
una gioia che non ha eguali.

I settimana del Tempo Ordinario – Martedì


Una parola libera e una vita libera
Giunsero a Cafàrnao e subito Gesù, entrato di sabato nella sinagoga,
insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava
loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro
sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò
a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a
rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente:
«Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì
da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda:
«Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda
persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito
dovunque, in tutta la regione della Galilea. Mc 1,21-28

Oggi il Vangelo di Marco ci presenta Gesù che insegna nella


sinagoga di Cafarnao. Non dichiara l’oggetto dell’argomento,
ma ci dice che si tratta di «un insegnamento nuovo», annuncia-
to con autorità, e ce ne mostra gli effetti: meraviglia e stupore
nelle persone presenti, oltre al potere di sradicare il male dove si
annida. È la potenza della parola di Dio che, oggi come allora,
vince le nostre inerzie e gli ostacoli che ci trattengono nell’Egit-
to della nostra indifferenza, facendoci alzare in piedi per inizia-
re un esodo da noi stessi, alla sequela di Gesù. È la liberazione
da un male sociale radicato da millenni, che si esprime nella
cupidigia, nell’egoismo, nella continua ricerca del massimo
profitto e nello spirito di dominio. In questo Egitto, nel quale
gli uomini sono sempre stati schiavi, i malati psichici, che sono
le persone più deboli, coloro che non riescono a instaurare un

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rapporto maturo con una società tanto difficile, finiscono per


essere ancora più devastati.
Diceva monsignor Pezzoni, prevosto di Varese, ricordando
gli anni in cui si era dedicato ai suoi cari «matti», che sempre
rimpiangeva: «Non esiste povero più povero di colui che non è
padrone neppure del proprio pensiero». È il peccato del mon-
do che, continuamente alimentato dall’uomo, sempre pronto a
concedere diritti al demonio, si riversa sulle persone più deboli.
È lo spirito del male, radicato nella società, che non ha niente
in comune con la parola di Dio – libera e liberante – con la
quale non è possibile alcun tipo di compromesso. Questo stato
di cose trova la sua esplosione nel grido di questo indemoniato:
«Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci! Io so
chi tu sei: il santo di Dio». Ma Gesù, rivolgendosi direttamen-
te allo spirito del male, che rende schiavo quello sventurato,
gli comanda: «Taci! Esci da lui». È il processo di liberazione
dell’uomo, che prende le mosse dalla parola di Dio, sempre ca-
pace di liberare dal male e di andare oltre. Nasce, allora, un pro-
gramma di vita anche per noi, per combattere, dalla parte del
Signore, la battaglia contro la schiavitù dell’uomo: una parola
libera che rifletta la libertà del vangelo, confermata da un mo-
do di vivere libero. Una parola libera e una vita libera costitui-
scono il vero modo per attaccare il male sociale alla sua radice.

I settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì


I nonni in famiglia
E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e
Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone
era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la
fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
 Mc 1,29-31

La guarigione della suocera di Pietro era il brano preferito


dalla nonna Betta, perché era quello che meglio fotografava il
suo ruolo in casa nostra. Dopo la morte del nonno Mario, la
nonna Betta si era ammalata gravemente di angina pectoris e

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per tutto il resto dei suoi anni ha dovuto convivere con il mal di
cuore. Quando la mamma e io, dopo il matrimonio, ci siamo
trasferiti in Lombardia e l’anno successivo anche lo zio Paolo
si è sposato, la sua prospettiva sarebbe stata quella di rimanere
sola e malata nella casa di Firenze. Così accettò subito l’invito di
venire a vivere con noi, e per ben ventisei anni ha costituito, nella
sua fragilità fisica, una delle colonne della nostra famiglia. Le
nascite dei nipoti, nel loro frequente susseguirsi, la riempivano
di gioia e le rinnovavano la voglia di vivere. Voleva mantenersi
in buona salute, per poter preparare le pappe al neonato di
turno. Il giorno in cui la mamma, terminati gli allattamenti,
tornava a insegnare, lei prendeva in mano la situazione con
i suoi brodini di verdure, perché non si è mai fidata degli
omogeneizzati. Poi arrivava il periodo dell’asilo, con i grembiulini
da preparare al mattino e i racconti da ascoltare alla sera.
A mano a mano che i nipoti crescevano, aumentava la sua
attenzione all’abbigliamento, frutto della sua abilità di sarta.
Nessuno poteva uscire di casa senza aver superato il suo controllo
«estetico», e nessuno vi rientrava senza la certezza di un bel
piatto di pastasciutta, immediatamente seguito dalla verifica
scolastica. E se le cose non erano andate per il verso giusto lei,
che non credeva affatto nelle moderne teorie pedagogiche, a
parer suo pericolosamente permissive, provvedeva subito alla
correzione: prima che rincasassimo noi genitori, prendeva il
mestolo e scaldava ben bene il sedere dei nipoti negligenti.
«Tanto lì non si fa alcun danno», diceva tutte le volte. Con il
passare degli anni, le sue energie erano diminuite e, negli ultimi
tempi, non riusciva nemmeno ad alzarsi per la preghiera del
mattino, che aveva sempre considerato il momento più bello
della giornata. Così, prima di uscire per andare al lavoro, noi
ci fermavamo in camera sua a pregare un po’ con lei. In uno di
quei momenti, pochi giorni prima che morisse, ci confidò: «Io
vi devo ringraziare, perché in questi anni vissuti con voi, sono
stata bene come con mio marito». Il ricordo di quelle parole,
ancor oggi, ci suscita gioia profonda. Adesso la nonna riposa
nel cimitero di Castellanza e sulla sua tomba abbiamo scritto:
«In terra ci hai amato con il tuo lavoro, dal Cielo ci ami con la
tua preghiera».

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I settimana del Tempo Ordinario – Giovedì


Gli emarginati ci salveranno
Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva:
«Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò
e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui
ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e
gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al
sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come
testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a
divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in
una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni
parte. Mc 1,40-45

La figura di questo lebbroso ci fa riflettere sul problema


dell’emarginazione. Chissà perché la società, le organizzazioni,
e anche i contesti familiari, a un certo punto, per sopravvi-
vere, sentono il bisogno di emarginare determinate persone.
Sembra quasi che allontanando certi soggetti, o certe catego-
rie, tentiamo di allontanare quanto c’è di male, di malato o di
squilibrato in noi, cosicché, relegandolo al di fuori del nostro
ambiente, abbiamo la sensazione di diventar migliori. Nasce,
allora, l’emarginato, sul quale si scarica, e quasi si esorcizza,
tutto il male della società. Stiamo parlando di ogni emarginato:
dei vecchi, dei disabili, dei malati, dei carcerati, dei forestieri,
dei poveri, di tutti coloro con i quali il Signore si identifica:
«Ho avuto fame, ho avuto sete, ero malato, ero straniero, ero
in carcere» (Mt 25,31-36). Dobbiamo renderci conto che è so-
lo dando loro da mangiare, da bere, accogliendoli e andando
a visitarli, che gli emarginati ritornano normali, e coloro che
vivono nel recinto della normalità possono compiere il loro
cammino di redenzione. È la dinamica sociale, nella quale si
alternano e si intrecciano la malvagità e la santità, perché l’uo-
mo, a differenza di tutte le altre creature, è impastato di be-
ne e di male. Alla fine, per quanto possa sembrare incredibile,
saranno gli emarginati a salvarci, come Gesù – l’emarginato
per eccellenza – ci ha salvati, perdonati e redenti sul Calvario:
«La pietra che i costruttori hanno scartato, è diventata la pietra
d’angolo» (Mc 12,10). È un meraviglioso mistero, di fronte al
quale ogni riflessione si fa preghiera: «Liberaci, Signore, da un

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vangelo facile, ovvio, scontato. Liberaci da un vangelo d’élite.


Donaci un vangelo più povero, ma condiviso».

I settimana del Tempo Ordinario – Venerdì


Dio ci salva di persona
… Si recarono da lui portando un paralitico… Non potendo però
portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto… e…
calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la
loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano
seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così?
Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito
Gesù… disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa
è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire
“Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il
Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te –
disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello
si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò.
 Mc 2,3-12

Quando ero un giovane ingegnere, mentre stavo lavorando


alla mia scrivania, vidi, al di là della vetrata che ci separava, il
capufficio rispondere al telefono, riattaccare la cornetta, pren-
dere la giacca e partire. In un cantiere erano sorti problemi
seri. Al suo ritorno mi chiamò in ufficio, affinché lo informassi
sull’attività che stavo svolgendo e, mentre si parlava, mi rac-
contò ciò che era accaduto in cantiere. «Ingegnere – mi permisi
di dire – non avrebbe potuto dare disposizioni per telefono?».
Mi rispose: «Ti insegno un segreto: se il problema da risolvere
è piccolo, telefona; se è più grande, manda un collaboratore;
se il problema è grave, vai di persona». Questa regola mi ha
fatto spesso riflettere su quanto dovesse essere grave il problema
dell’umanità se, a un certo punto, Dio ha deciso di incarnarsi
in Gesù di Nazaret e venire, di persona, a mettere le cose a
posto, tra di noi.
Era successo che l’uomo si era completamente perduto nel
peccato e aveva un disperato bisogno di rinascere a vita nuova.
Non erano stati sufficienti i messaggi illuminati dei profeti e

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neppure la collaborazione di uomini come Abramo e Mosè.


L’uomo doveva risorgere dal di dentro e, perché questo potesse
accadere, era necessario che Dio diventasse uomo tra noi, che
morisse in croce, perdonando tutti, che risorgesse da morte,
manifestazione estrema del male e del demonio. È da quel per-
dono e dalla sua risurrezione che è nata una umanità nuova. È
la parabola della pecorella smarrita portata alle estreme con-
seguenze. Il peccato nel mondo c’è ancora, ma il perdono che
Gesù ha portato dal cielo alla terra, affidandolo poi alla chiesa
con il sacramento della riconciliazione, ci permette di rinascere
continuamente a vita nuova. È la salvezza della quale il paralitico
di oggi ha il privilegio di vivere l’anticipazione: «Ti sono perdo-
nati i peccati». E quanto tutto questo sia vero è manifestato dal
fatto che il paralitico prende il suo lettuccio e torna a casa felice.

I settimana del Tempo Ordinario – Sabato


Gesù e il perbenismo
Passando, vide Levi…, seduto al banco delle imposte, e gli disse:
«Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di
lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi
discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei
farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi
discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?»…
Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati;
io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».  Mc 2,14-17

Il vangelo di oggi è un’icona con due scene: la chiamata


di Matteo e il banchetto di Gesù con i peccatori. Matteo è
seduto al banco delle gabelle, bloccato come il paralitico di
ieri, e intento a far soldi con un lavoro da molti ritenuto poco
onesto. Gesù lo chiama; Matteo si alza e lo segue. Con questa
scena, raffigurata mirabilmente in un quadro del Caravaggio,
Gesù manda in frantumi ogni diaframma sociale fra giusti e
peccatori. Con il suo ingresso nelle vicende umane, non esisto-
no più giusti e peccatori: esistono uomini e donne che, nella
misura in cui si sentono peccatori, sono giusti. È un primo
colpo al perbenismo di ogni tempo; il secondo colpo, ancora

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più deciso, viene inferto nella seconda scena, durante il pranzo


con i peccatori. La predilezione di Gesù per le persone «poco
raccomandabili», come i pubblicani e le prostitute, ha sempre
sorpreso e scandalizzato le persone «di sani principi morali»,
equilibrate e rispettose delle buone regole del vivere civile. Nel
vangelo di oggi egli è seduto a tavola con questa gente, che gli
scribi e i farisei considerano lo scarto della società. Essi potreb-
bero accettare che Gesù si rivolgesse anche a loro, per correg-
gerli con i suoi insegnamenti, ma si scandalizzano nel vederlo
seduto a tavola con quella compagnia, nella gioia della convi-
vialità. Questo suo desiderio di condividere i momenti gioiosi
con i peccatori, ci ricorda il dottor Moscati, che la chiesa ha, da
pochi anni, proclamato santo. Egli, pur essendo un medico ec-
cellente, ha scelto di curare i poveri della Napoli del suo tempo,
condividendone sia le sofferenze e la miseria che i momenti di
gioia, con spirito festosamente partenopeo.
La verità che brilla in questa pagina del vangelo consiste nel
riconoscere che la salvezza è un dono e, pertanto, i giusti non
sono coloro che si credono tali, ma quelli che si sentono biso-
gnosi di questo dono e lo accettano con entusiasmo. Per poter
far festa con il Signore, occorre allora individuare le zone d’om-
bra della nostra vita: sono queste che ci permettono di sederci
a tavola con lui, insieme a Matteo e ai suoi amici di dubbia
reputazione, affinché la luce della salvezza possa dissiparle.

II settimana del Tempo Ordinario – Domenica


Gesù di Nazaret, l’agnello di Dio
Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, [Giovanni Battista]
disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è
colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me,
perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare
nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò
dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal
cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha
inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere
e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto
e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». Gv 1,29-34

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Nella storia delle religioni il modo che gli uomini hanno scelto
per sancire la loro unione con gli dèi è stato quello della vittima
sacrificale, quasi sempre un animale, il più comune dei quali
era l’agnello, il più docile e il più indifeso di tutti. Nel mondo
pagano, però, l’iniziativa di tale sacrificio veniva sempre presa
dagli uomini, che hanno il desiderio di entrare in contatto con
la divinità. Nella storia della salvezza, alla quale Dio, mosso dal-
l’amore per l’uomo, ha dato origine con la chiamata di Abra-
mo, egli stesso ha accettato il modo umano di annullare la sua
distanza con l’umanità, portandolo alle estreme conseguenze.
Le iniziative di Dio sono state due: la prima è stata il perdo-
no completo e totale del nostro peccato che, fin dall’inizio dei
tempi, era il motivo della lontananza dell’uomo da lui; la se-
conda è stata l’offerta di suo figlio, Gesù di Nazaret, come vitti-
ma sacrificale. E in Gesù Cristo, che muore in croce per i nostri
peccati, il perdono e l’offerta sacrificale si saldano insieme nel
momento in cui il Figlio di Dio morente dice: «Padre, perdona
loro, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). È stata
questa la strategia di salvezza di Dio che, nel brano di oggi,
Giovanni il Battista ci annuncia: «Ecco l’agnello di Dio, colui
che toglie il peccato del mondo!».
Questo atto d’amore e di perdono che raggiunge il suo pun-
to massimo sulla croce, essendo infinito, non poteva essere l’ul-
timo evento della storia della salvezza, lasciando l’uomo in una
colpa ancora più grave del primo peccato, consumato all’inizio
dei tempi. Ecco, allora, che la risurrezione è, al tempo stesso, il
trionfo di Dio e la salvezza totale per l’uomo, perché in Gesù
Cristo anche noi, oltre che perdonati, siamo redenti e risorti a
vita nuova.

II settimana del Tempo Ordinario – Lunedì


La festa messianica
I discepoli di Giovanni e i farisei stavano facendo un digiuno. Vennero
da lui e gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e i discepoli dei farisei
digiunano, mentre i tuoi discepoli non digiunano?». Gesù disse loro:

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

«Possono forse digiunare gli invitati a nozze, quando lo sposo è con loro?
Finché hanno lo sposo con loro, non possono digiunare. Ma verranno
giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora, in quel giorno, digiuneranno.
Nessuno cuce un pezzo di stoffa grezza su un vestito vecchio; altrimenti il
rattoppo nuovo porta via qualcosa alla stoffa vecchia e lo strappo diventa
peggiore. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi, altrimenti il vino
spaccherà gli otri, si perdono vino e otri. Ma vino nuovo in otri nuovi!».
 Mc 2,18-22

«Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc


2,17), aveva detto Gesù nel versetto che precede il vangelo di
oggi. I cosiddetti giusti, coloro che si limitano a rispettare le
regole e a digiunare, non hanno accolto la persona di Gesù
come Messia, esaudendo le loro attese messianiche. Nella scena
del brano odierno, i giusti digiunano tutti: i farisei perché sono
ancorati al passato e i discepoli di Giovanni perché attendono
ancora la salvezza futura. Solo i peccatori, che nella persona di
Gesù di Nazaret hanno colto l’amore di Dio che li ha raggiunti
e perdonati, fanno festa. Questa scena ci mostra l’aspetto vero
del vangelo di Gesù: le nozze tra Dio e l’uomo, che ora torna
a muoversi con l’originaria spontaneità nel nuovo orizzonte
dell’amore di Dio. L’amore rinnova tutto, crea tutto nuovo. Il
«vino nuovo» del suo amore, che ci è donato in Cristo Gesù, è
così abbondante e spumeggiante che non può essere contenuto
negli otri vecchi del passato.
Non è possibile comprimere il vangelo in vecchie regole
di saggezza umana. Esso, come dice Paolo, è «stoltezza», non
buon senso. La gioia stessa non è buon senso, o lo è a un livello
tale da non aver bisogno di regole, di otri o di vestiti vecchi.
Nella festa messianica, che il brano di oggi descrive, si aprono
«nuovi cieli e nuova terra» (Is 65,17): non ci si presenta con i
vestiti vecchi, messi a posto con qualche toppa nuova, bisogna
indossare i vestiti nuovi della festa. Di questo clima messianico
noi abbiamo un’idea nei pranzi della domenica, quando ci ri-
troviamo tutti insieme a far festa in casa nostra. Durante la set-
timana lavoriamo e ci impegniamo nelle rispettive attività, ma
alla domenica festeggiamo, senza guardare troppo alle regole,
nemmeno a quelle alimentari, trasgredite sistematicamente dai
frittini di antipasto. E se beviamo un bicchiere di vino in più:
pazienza! La festa è festa.

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

II settimana del Tempo Ordinario – Martedì


Il sabato è per l’uomo
Avvenne che di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli,
mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe. I farisei gli dicevano:
«Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed
egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si
trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo
sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta,
che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi
compagni!». E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uo-
mo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».
 Mc 2,23-28

Quando, da ragazzo, passavo con i miei amici d’infanzia at-


traverso i vigneti della campagna toscana, succedeva talvolta
che cogliessimo due chicchi d’uva non ancora matura. Se il
contadino vedeva, ci rincorreva, perché vigeva la regola, non
scritta, che i prodotti della terra devono giungere a maturazio-
ne. Se, invece, li coglievamo quando era vicino il tempo della
vendemmia, accadeva spesso che il contadino ci dicesse sor-
ridendo: «Buona, eh, l’uva quest’anno!». Esistono, cioè, del-
le regole che valgono solo per il tempo dell’attesa e, quando
questo è compiuto, esse decadono automaticamente, perché
non hanno più motivo di essere. È questo il senso della frase
di Gesù: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il
sabato!». Il sabato, infatti, era per l’ebreo il giorno della celebra-
zione dell’attesa messianica, ma poiché con Gesù di Nazaret il
Messia aveva già fatto irruzione nella storia, il tempo dell’attesa
era compiuto. Tutto ciò era chiaro per Gesù e cominciava a
esserlo anche per i suoi discepoli, i quali, tranquillamente, si
permettevano di fare quello che in passato probabilmente non
avrebbero mai fatto.
Il problema di quei farisei, che rimproverano al Maestro il
comportamento dei suoi discepoli, sta nel fatto di non attendere
più alcun Messia, perché lo hanno sostituito con la legge. È di-
ventata la legge il loro messia. Nel brano del vangelo di oggi, l’at-
teggiamento dei discepoli ci dice, invece, che in loro il processo
di liberazione dalle regole è già iniziato ed è destinato a crescere,

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

via via che matureranno nella fede nel Signore e nell’amore per
il prossimo. In altre parole, le regole superate decadono, le altre
vengono assimilate dai sentimenti e dai comportamenti ispirati
dalla vera fede. Tutto questo sant’Agostino lo sintetizza con la
famosa frase «Ama et fac quod vis». «Ama e fa’ ciò che vuoi».

II settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì


La maledizione della legge
Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano
paralizzata, e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per
accusarlo. Egli disse all’uomo che aveva la mano paralizzata: «Àlzati,
vieni qui in mezzo!». Poi domandò loro: «È lecito in giorno di sabato fare
del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?». Ma essi tacevano.
E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza
dei loro cuori, disse all’uomo: «Tendi la mano!». Egli la tese e la sua mano
fu guarita. E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio
contro di lui per farlo morire. Mc 3,1-6

Nella sua vita pubblica Gesù si è progressivamente mani-


festato come Messia, facendo crescere nei discepoli, e in parte
del mondo giudaico del suo tempo, il convincimento che egli
fosse venuto in terra per salvare l’umanità dal peccato e che
fosse il Signore del sabato. Nel vangelo di ieri si è limitato a
lasciar cogliere ai discepoli qualche spiga di grano, mentre at-
traversavano un campo, nel giorno di sabato; oggi, sempre di
sabato, entra decisamente nella sinagoga e guarisce la mano
inaridita di quest’uomo. Il suo atteggiamento sconvolge tutto
l’ambiente della sinagoga: i farisei, che finora si sono limitati
a sollevare delle critiche e a definirlo un bestemmiatore, oggi
si alleano addirittura con gli erodiani, loro acerrimi rivali, pur
di eliminarlo. È un’alleanza politica, come sempre ce ne sono
state nella storia, che gli erodiani accettano solo per acquisire
dei crediti nei confronti dei farisei. Questa alleanza fa riaffio-
rare dai nostri ricordi scolastici quella che fece Cavour con i
francesi, quando decise di combattere, in Crimea, una guerra
solo strumentale ai suoi intenti politici.

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Ma perché i farisei sono così ostinatamente attaccati alla leg-


ge e al rispetto del sabato? Forse perché imponendo il rispetto
di quelle loro tradizioni, essi si illudono di poter ricacciare Dio
al di fuori dell’umanità: non accettano che egli ne faccia parte.
Gesù non risponde ai farisei con argomenti legali, ma spiega
loro il significato salvifico di questo miracolo e, con esso, il
senso di tutta la sua opera messianica. In questo brano si co-
glie tutta l’essenza di quella che è la maledizione della legge,
quando non è finalizzata al bene dell’uomo. Quei farisei, quali
oggi rischiamo di essere noi, appellandosi alla legge, vorrebbero
lasciare quell’uomo nella sua malattia. È la durezza del cuore,
non la giustizia – dice oggi Gesù – che impedisce di andare al
di là della legge, vedendo in ogni uomo un figlio di Dio, non
solo un soggetto giuridico. Forse, meditando questa pagina del
vangelo, abbiamo capito un po’ di più la missione di nostro
figlio Gianluca, tra i clandestini di Castelvolturno.

II settimana del Tempo Ordinario – Giovedì


È l’ora dei poveri
Gesù, intanto, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta
folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall’Idumea e da
oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidone, una grande folla, sentendo
quanto faceva, andò da lui. Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli
pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti
aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano
su di lui per toccarlo. Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai
suoi piedi e gridavano: «Tu sei il Figlio di Dio!». Ma egli imponeva loro
severamente di non svelare chi egli fosse. Mc 3,7-12

Nelle città e negli ambienti importanti della Galilea hanno


deciso di uccidere Gesù e stanno cercando l’occasione per met-
tere in atto il loro intento. D’ora in poi la sua missione, fino
a quando non punterà deciso su Gerusalemme, si svolgerà in
luoghi solitari e lungo il lago: non per paura, ma per il desi-
derio di stare insieme alla sua gente. Infatti, mentre i notabili
rimangono nelle città a curare i loro affari e a presenziare la
preghiera nella sinagoga, i poveri, i malati e i peccatori seguo-

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

no Gesù dovunque egli vada. Si comincia a formare il primo


embrione di chiesa. Questo brano del vangelo ricorda la na-
scita del Rinnovamento Carismatico. Nel gennaio del 1967,
un gruppo di studenti di teologia dell’università di Duquesne,
negli Stati Uniti, non ritrovando, nei loro studi e nella vita di
tutti i giorni, quello Spirito che aleggiava sulla prima chiesa,
descritta negli Atti degli apostoli, decisero di trascorrere un fine
settimana in preghiera.
Dopo quasi due giorni che stavano pregando e invocando lo
Spirito Santo – ci ha raccontato Kevin Ranaghan, che vi ha par-
tecipato – a un certo punto cominciarono ad avvertire qualcosa
di straordinario, un grande amore gli uni verso gli altri, accom-
pagnato da un desiderio incontenibile di lodare il Signore e di
cantare. Ci furono manifestazioni profetiche, alcuni si misero
a parlare in lingue sconosciute e misteriose, come succedeva
all’inizio della chiesa, e in tutti c’erano grande gioia e gran-
de pace interiore. In breve tempo, altri gruppi simili nacquero
negli Stati Uniti e, successivamente, in Europa, in Messico e
nell’America Latina. In pochi anni, come un fuoco che si pro-
paghi nella savana, molte persone, anche non grandi frequen-
tatori delle parrocchie, cominciarono a radunarsi in gruppi di
preghiera, a cantare e lodare il Signore, chiedendo spesso di
essere guariti da malattie, o liberati da situazioni negative nelle
quali si trovavano. Molte preghiere venivano esaudite ed essi
rendevano testimonianza di ciò che lo Spirito aveva compiuto.
È stata una grande ventata di Spirito Santo, avvenuta inizial-
mente al di fuori delle parrocchie, nelle quali poi le persone si
sono inserite, apportando un notevole contributo di gioia e di
lode nelle celebrazioni liturgiche e nella vita parrocchiale.

II settimana del Tempo Ordinario – Venerdì (Anno dispari)


La conversione degli ebrei
Ora invece egli ha avuto un ministero tanto più eccellente quanto
migliore è l’alleanza di cui è mediatore, perché è fondata su migliori
promesse. Se la prima alleanza infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato

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il caso di stabilirne un’altra. Dio infatti, biasimando il suo popolo, dice:


Ecco: vengono giorni, dice il Signore, quando io concluderò un’alleanza
nuova con la casa d’Israele… Non sarà come l’alleanza che feci con i loro
padri… E questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei
giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò
nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo… Tutti infatti
mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. Perché io perdonerò
le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati. Dicendo alleanza
nuova, Dio ha dichiarato antica la prima: ma, ciò che diventa antico e
invecchia, è prossimo a scomparire. Eb 8,6-13

In questo brano della Lettera agli Ebrei, l’autore parla della


superiorità della seconda Alleanza, realizzata da Gesù Cristo,
rispetto alla prima nella quale gli ebrei credono ancora. «Se la
prima infatti fosse stata perfetta, non sarebbe stato il caso di
stabilirne un’altra», e per spiegare il superamento della prima
si rifà a una profezia di Geremia, rivolta agli ebrei deportati in
Babilonia. La Nuova Alleanza – aveva detto Geremia – avrà
«migliori promesse» di beni e di grazia. Questa profezia contie-
ne uno dei messaggi più alti dell’Antico Testamento, nel senso
che va al cuore del messaggio messianico portato da Gesù Cri-
sto nella storia della salvezza.
Il significato profondo di questa profezia è che nella Nuova
Alleanza non ci sarà niente di materiale e di scritto, ma essa si
baserà sulla interiorità della «grazia» che agirà in modo silenzio-
so e suadente nello spirito dell’uomo. È ciò che Gesù dirà alla
samaritana: «Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri
adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre
cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devo-
no adorarlo in spirito e verità». La conclusione di questo mes-
saggio viene formulata alla fine della lettura di oggi: «Dicendo
alleanza nuova, Dio ha dichiarato antica la prima; ma, ciò che
diventa antico e invecchia, è prossimo a scomparire». Questa
frase era un richiamo per i giudei del tempo che non volevano
abbandonare i riti sfarzosi dell’Antica Alleanza, ma può esserlo
anche per quelli di oggi i quali, a un certo punto della storia, si
dovranno convincere sulla superiorità della grazia, stampigliata
nel cuore dell’uomo, rispetto alla legge ricevuta sul monte Si-
nai. La chiesa attende e prega perché questo avvenga.

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II settimana del Tempo Ordinario – Venerdì (Anno pari)


Il primo vagito della chiesa
Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da
lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per
mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni. Costituì dunque
i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio
di Zebedeo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di
Boanèrghes, cioè «figli del tuono»; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo,
Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda
Iscariota, il quale poi lo tradì. Mc 3,13-19

Il brano di oggi parla della nascita del nuovo popolo di Dio


che, nel tempo, sarà destinato ad abbracciare tutte le genti: è
la radice del vecchio albero, dal quale nascerà quello nuovo,
profetizzato nel libro di Daniele: «Io stavo guardando ed ecco
un albero di grande altezza in mezzo alla terra. Quell’albero
divenne alto, robusto, la sua cima giungeva al cielo ed era vi-
sibile fino dall’estremità della terra» (Dn 4,7-8). È la nascita
della chiesa. Per creare questo nuovo popolo, Gesù chiama a
sé dodici uomini e li porta sul monte, fuori dal contesto della
vecchia creazione. Sono persone comuni: Pietro, Andrea, Gia-
como e Giovanni sono dei pescatori, Simone lo zelota un rivo-
luzionario, Matteo un collaborazionista con i romani, Filippo
e Bartolomeo due sempliciotti, Tommaso non è certo un ide-
alista, Taddeo e Giacomo d’Alfeo due persone normali, delle
quali anche nei vangeli si parla poco, e Giuda, che pensa solo
ad arricchirsi. Non è importante quel che sono, ma ciò che di-
venteranno dopo aver vissuto con Gesù per tre anni, aver visto
i miracoli e ascoltate le rivelazioni dei misteri del Regno, dopo
aver partecipato all’esperienza della croce ed essere stati testi-
moni della risurrezione e dopo aver ricevuto lo Spirito Santo
nel giorno di Pentecoste.
Il programma formativo di Gesù è molto semplice: prima
stare con lui, poi andare a predicare. Sarà il programma della
chiesa di ogni tempo e quello di ogni missionario. Oggi, stare
con lui vuol dire essere insieme come chiesa, ricevere i sacra-
menti, pregare e meditare le Sacre Scritture nel silenzio. Dice
Adrienne von Speyer, una mistica del secolo scorso: «Nel silen-

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zio è la pienezza perfetta. Nel silenzio il credente viene accolto


nell’essere del Padre. Nel silenzio del cristiano avviene l’intimo
incontro fra creatore e creatura». Oggi è questo il modo di ti-
rarsi fuori dal mondo, salire sul monte e lasciarsi ricreare. Poi,
da creature nuove, possiamo andare in missione e annunciare
il suo vangelo e testimoniare la nostra risurrezione: soltanto se
il mondo vedrà la nostra potrà credere alla risurrezione di Gesù
Cristo. Però dobbiamo farlo come chiesa, non solo come per-
sone. Non è un programma di studio, è un programma di vita.

II settimana del Tempo Ordinario – Sabato


Perché meditiamo il vangelo
Entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non
potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per
andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé». Mc 3,20-21

Il brano precedente riporta l’elenco di coloro che sono stati


chiamati alla sequela di Gesù e conseguentemente alla missio-
ne. L’elenco si conclude con il nome di «Giuda Iscariota, il
quale poi lo tradì» (Mc 13,19). Anche ai giorni nostri, tra i cri-
stiani che sono chiamati alla missione, c’è sempre chi tradisce
il Signore e il mandato all’evangelizzazione. Il brano odierno ci
mostra il modo concreto in cui lo si tradisce: alla sua chiamata
corrisponde sempre una controchiamata del buonsenso com-
passionevole dei «suoi» che dicono: «È fuori di sé». Gesù oggi
si trova in «casa» insieme agli apostoli che lo seguono ogni gior-
no. Questo fatto nasconde un profondo significato teologico:
chi è dentro e siede a tavola con Gesù costituisce la sua nuova
famiglia, e a lui è dato di intendere chiaramente i misteri del
Regno. A quelli che sono fuori le verità del vangelo vengono
spiegate solo in parabole, «affinché guardino, ma non veda-
no, ascoltino, ma non comprendano» (Mc 4,12). Ma chi sono
questi personaggi al di fuori della casa, che non comprendono
il suo messaggio e che ritengono che Gesù sia «fuori di sé»?
Rischiamo di essere noi. Se non ascoltiamo e meditiamo la sua

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

parola, in modo che questa si apra ed effonda in noi i misteri


del Regno, noi rimaniamo al di fuori della casa a sostenere che
lui è «fuori di sé». Se invece meditiamo e preghiamo su quanto
Gesù ci dice nel vangelo del giorno, entriamo nella casa dove il
Signore spiega la sua parola nella pienezza.

III settimana del Tempo Ordinario – Domenica


Una nuova evangelizzazione
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone,
chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano
infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di
uomini»… Andando oltre, vide… Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni
suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le
loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e
lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando… e guarendo
ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Mt 4,18-23

Non è un momento facile, questo, per la chiesa. Le forze


sataniche e le altre religioni sferrano attacchi sempre più pene-
tranti. Occorrerebbe ritrovare la spinta evangelizzatrice delle
origini, mettendo in atto programmi apostolici coraggiosi per
ricondurre al Dio di Gesù Cristo la storia ingarbugliata di que-
sti tempi. A noi sembra che la chiesa dovrebbe cambiare strate-
gia missionaria, lanciando all’attacco le forze dei laici, che fino
a ora sono state troppo nelle retrovie. Sarebbe un nuovo modo
di combattere che scompaginerebbe l’esercito del nemico. Il
ruolo dei sacerdoti dovrebbe essere più formativo che missio-
nario; o meglio, dovrebbe essere missionario nei confronti delle
forze laiche. Probabilmente uno dei modelli di sacerdote cui
ispirarsi per organizzare i laici è don Giussani, recentemente
scomparso, che ha messo insieme il battaglione di Comunione
e Liberazione. Un esercito, però, è costituito da più battaglioni,
allora occorrerebbe che altri sacerdoti si ispirassero alla sua stra-
tegia, che poi è quella di Gesù nel vangelo di oggi.
Gesù ha iniziato reclutando persone normali, dei laici, ai
quali ha presentato un programma di vita semplice e chiaro:

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

«Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Con quelle


persone egli ha vissuto insieme, insegnando loro le verità del
regno dei cieli e il modo di annunciare il vangelo: «Gesù per-
correva tutta la Galilea, insegnando e annunciando e guarendo
ogni sorta di malattie». Egli non ha chiesto loro di fare delle
professioni di fede, ma di stare semplicemente con lui. Ha pre-
teso però che ubbidissero, ubbidendo per primo alla volontà
del Padre: «Non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui
che mi ha mandato» (Gv 5,30). Ha insegnato che la vita è un
dono per essere donato agli altri: «Nessuno ha un amore più
grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
A quelle persone ha delegato l’annuncio del vangelo: «Andate
e annunciate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Infine ha
insegnato loro a pregare: «Quando pregate dite: Padre nostro...»
(Lc 11,2). È stata la strategia di don Giussani, e potrebbe essere
quella della chiesa futura.

III settimana del Tempo Ordinario – Lunedì


Combattere le tentazioni
Gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto
da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni». Ma egli
li chiamò e con parabole diceva loro: «Come può Satana scacciare Satana?
Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non potrà restare in piedi; se
una casa è divisa in se stessa, quella casa non potrà restare in piedi. Anche
Satana, se si ribella contro se stesso ed è diviso, non può restare in piedi,
ma è finito. Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire i suoi
beni, se prima non lo lega. Soltanto allora potrà saccheggiargli la casa».
 Mc 3,22-35

Gli scribi hanno preso atto della potenza di Gesù nello scac-
ciare i demoni dalle persone e dalle situazioni che incontrava
lungo le strade della Palestina, ma hanno inteso tutto al con-
trario, sofisticando teologicamente. Essi insinuano che sono
le potenze del male ad agire in Gesù, il quale risponde con
domande e parabole che essi non sono in grado di capire per
mancanza di semplicità e di fede. Il fatto è che, con la sua venu-

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ta sulla terra, egli ha infranto il regno di Satana, l’«uomo forte»,


mandando in rovina la vecchia casa dove abitava. Gesù, che è
l’uomo più forte dell’uomo forte, è venuto a costruire la nuova
casa di Dio, dove noi possiamo abitare, da persone libere, con
ritrovata dignità. È come se una vecchia bicocca, sporca e fati-
scente, nella quale gli uomini vivevano come bestie, fosse stata
acquistata da un vero benefattore, che la facesse ristrutturare e
ripulire e la offrisse alle stesse persone che vi abitavano prima,
per viverci finalmente da signori. La vittoria definitiva di Gesù
su Satana avverrà con la sua morte in croce e la sua risurrezio-
ne: ma se tutto questo, nel brano del vangelo di oggi, non è
ancora avvenuto, perché la sua sola presenza mette già in fuga i
demoni? Il motivo è la sua santità. Ai demoni la santità di Gesù
rende l’aria irrespirabile e devono per forza fuggire.
Anche oggi è così. Il vero esorcismo nei confronti di Satana
è la santità. Se noi crediamo che Gesù ci abbia liberati, salvati
e redenti con la sua morte e risurrezione, se ci accostiamo con
frequenza ai sacramenti dell’eucaristia e della riconciliazione,
se i nostri pensieri sono puliti, i nostri sentimenti sono puri, la
nostra bocca non dice falsità e accogliamo con amore le per-
sone che incontriamo ogni giorno, di fronte a noi il demonio
può solo scappare. Purtroppo viviamo solo raramente in que-
sto clima di santità e quindi diamo al demonio il diritto a non
abbandonare la nostra casa. Abbiamo sempre a disposizione,
tuttavia, un modo per farlo fuggire: il segno di croce. Se quan-
do siamo nella tentazione troviamo la forza di farci un segno
di croce, con quel gesto autorizziamo il Signore a combattere
Satana al posto nostro, ed egli potrà solo scappare.

III settimana del Tempo Ordinario – Martedì


La vera famiglia di Gesù
Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a
chiamarlo. Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua
madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli

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rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo
sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre
e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello,
sorella e madre». Mc 3,31-35

«Bella famiglia che ti sei creato attorno!», mi scappò detto


quel giorno che andai a Castelvolturno, a far visita a Gianluca.
Era in mezzo a un gruppo di ghanesi e nigeriani, con i quali
programmava gli impegni della giornata. Io, suo padre, che
ero andato a trovarlo per vedere che cosa stesse combinando
e per sincerarmi che avesse trovato la sua strada, partecipavo a
quell’incontro con lo stesso diritto di opinione delle sedie. Nes-
suno che mi abbia chiesto un parere, era come se non ci fossi.
E pensare che qualche anno prima, quando Gianluca viveva
ancora con noi, non si sarebbe mai permesso un tale compor-
tamento. Però, era giusto così! Quella era la sua nuova famiglia
e quegli africani erano i suoi fratelli, per cui, superato il primo
sgomento, mi son messo tranquillo, in silenzio, ad ascoltare
e a rendermi conto della realtà e della vita che stava vivendo
Gianluca. È il senso della risposta che, oggi, Gesù dà a coloro
che gli dicono «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle
stanno fuori e ti cercano». Anche loro erano fuori, come lo ero
io in quella riunione a Castelvolturno.
Essere fuori non vuol dire solo non essere in casa: significa
avere altri progetti e altri programmi e vivere altre realtà. A un
certo punto, mentre ascoltavo Gianluca che parlava ai suoi afri-
cani, ho cominciato a ringraziare il Signore per la mia inutilità.
In quel momento mi venne in mente la risposta di Gesù nel
brano di oggi: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie
la volontà di Dio [insieme a me], costui è mio fratello, sorella
e madre». Anche noi genitori operiamo per il progetto che il
Signore ci ha dato da compiere, però, in questa fase della nostra
vita, è diverso da quello di Gianluca, come nel brano di oggi il
progetto di Maria è diverso da quello di Gesù.
Donaci, Signore, ora che siamo anziani, la grazia di vivere il
nostro progetto attuale, mentre i nostri figli vivono il loro. Non
lasciarci a non far niente come un giorno, quando hai chiama-
to Giacomo e Giovanni, hai lasciato il loro padre, Zebedeo,
sulla spiaggia del mare, tutto solo.

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III settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì


L’ascolto globale
Cominciò di nuovo a insegnare lungo il mare. Si riunì attorno a lui
una folla enorme, tanto che egli, salito su una barca, si mise a sedere
stando in mare, mentre tutta la folla era a terra lungo la riva. Insegnava
loro molte cose con parabole e diceva loro nel suo insegnamento: «Ascoltate.
Ecco, il seminatore uscì a seminare». Mc 4,1-3

Gesù «insegnava molte cose in parabole». Questo linguaggio


potrebbe sembrare più comprensibile del discorso diretto, un
modo semplice per comunicare una dottrina difficile; ma non
è così. Il linguaggio delle immagini è ricchissimo di significati e
di messaggi solo per chi si dispone con calma ad ascoltare, acco-
gliendo nella profondità del cuore colui che parla e ciò che dice.
Per comprendere le parabole di Gesù occorre, allora, accettarlo
come Signore, sedersi idealmente ai suoi piedi e ascoltarlo con
la stessa sete di verità che avevano coloro che lo hanno seguito
lungo il lago di Tiberiade o come Maria nella cena di Betania.
Con tale atteggiamento di ascolto, le parabole emanano signi-
ficati e messaggi inimmaginabili, che si effondono nella mente
e nel cuore, come un vasetto di aromi inonda di profumo tutta
una stanza. Ecco, allora, che la parola chiave del vangelo di og-
gi è: «Ascoltate!». Siamo esortati a un ascolto che, partendo dal-
le parabole del vangelo, si estende a ogni manifestazione della
vita, della natura e della storia. Il risultato finale sarà il miracolo
di ricomporre in Dio fatti ed esperienze, come il riunirsi di
frammenti di una fotografia strappata dal nostro peccato e dal
peccato del mondo. A chi sa ascoltare sono confidati i misteri
del regno dei cieli e di tutto il creato. Iniziando dall’ascolto del
vangelo, l’esortazione ad ascoltare si fa globale: si ascolta con
l’udito, con lo sguardo e con tutto il nostro essere, fino ad acco-
gliere gli infiniti messaggi che la vita ci offre: ascoltiamo il sole
che tramonta dietro i monti, il vento che soffia sui tetti e sbuffa
per le strade, il mare che urla sotto il libeccio o la musica della
risacca che fa sfrigolare i ciottoli della riva in tempo di bonac-
cia. Ascoltiamo le cicale di giorno e i grilli di notte. Ascoltiamo
i grandi eventi della storia e i fatterelli della nostra giornata,
ascoltiamo la cronaca di giornali e notiziari, e ascoltiamo il pi-

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golio di Edoardo nella culla. Ascoltando i messaggi segreti che


ci raggiungono ogni giorno e conservandoli nel nostro cuore,
impariamo a riconoscere la voce del Signore, nella vita come
nel vangelo. E seguendo quella voce, è difficile perdere la strada.

III settimana del Tempo Ordinario – Giovedì


Il risveglio della fede
Diceva loro: «Viene forse la lampada per essere messa sotto il moggio o
sotto il letto? O non invece per essere messa sul candelabro? Non vi è infatti
nulla di segreto che non debba essere manifestato e nulla di nascosto che
non debba essere messo in luce. Se uno ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
Diceva loro: «Fate attenzione a quello che ascoltate. Con la misura con
la quale misurate sarà misurato a voi; anzi, vi sarà dato di più. Perché
a chi ha, sarà dato; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». 
 Mc 4,21-25

Alcuni anni fa mi trovavo, tutto solo, nello scompartimen-


to di un treno, in attesa di partire dalla stazione di Milano.
Approfittando di quel momento di tranquillità, avevo aperto
la Bibbia e mi ero messo silenziosamente a pregare. Dopo un
po’ sono cominciate ad arrivare altre persone, che scorrevano
nel corridoio, e un bambino ha esclamato: «Mamma, mamma,
andiamo lì: è tutto libero!». «No, andiamo avanti – ha risposto
la madre – c’è un testimone di Geova». Mi sono chiesto, con
un po’ di tristezza, perché una persona che preghi in silenzio,
con la Bibbia in mano, debba essere scambiato per un testimo-
ne di Geova. È forse da preferire, oggi, l’atteggiamento di chi
testimonia con le sole opere il mistero del regno di Dio? Perché
– pensavo – una fede palese oggi dà fastidio? Forse perché è
portatrice di valori, come la famiglia e il rispetto della vita, che
non sono condivisi dai più. Nel giro di pochi anni, l’affievolirsi
della spontaneità nel vivere la fede cristiana ha provocato una
certa spavalderia da parte dei non credenti, che hanno assunto
atteggiamenti sempre più anticlericali. L’affluire nel nostro pa-
ese di persone appartenenti ad altre religioni è stato strumenta-
lizzato, al punto di far apparire come forma di accoglienza l’eli-
minazione dei nostri più cari simboli religiosi, quali il crocifisso

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e il presepe. Eppure quando, qualche anno fa, siamo andati in


Nepal, non ci siamo sentiti offesi dalle immagini di Budda, che
si trovano in ogni parte: al contrario le abbiamo rispettosamen-
te ammirate! Negli ultimi tempi, però, ci sembra che questo
atteggiamento un po’ ipocrita abbia avuto come conseguenza
il rifiorire della fede, e molti stanno ritrovando il coraggio apo-
stolico di testimoniare i valori cristiani. Sembrava che la palude
del disimpegno, del disinteresse, dell’apatia spirituale e della re-
sa di fronte al materialismo trionfante e alla volgarità blasfema,
dovessero inghiottire ogni manifestazione di fede, ma non è
stato così. Si sta assistendo a una vigorosa ripresa della testimo-
nianza cristiana. Come sempre nella storia, sono stati i giovani
a intuire che il precedente atteggiamento non portava buoni
frutti e ora si dirigono, con il sano egoismo tipico della gioven-
tù, verso la riscoperta della fede come fonte di gioie autentiche.

III settimana del Tempo Ordinario – Venerdì


La parabola della pazienza
Diceva: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul
terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce.
Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo
stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è
maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
 Mc 4,26-29

Questa, che il vangelo oggi ci presenta, può essere definita


«la parabola della pazienza». Gesù l’ha vissuta in prima persona
durante tutta la sua vita pubblica. All’inizio, quando ha com-
piuto il primo miracolo alle nozze di Cana, avrà certamente
pensato che il suo messaggio di salvezza messianica e lui stesso
sarebbero stati accolti con gioia da tutti. Invece no! Gesù si è
reso conto ben presto che la salvezza del mondo si sarebbe rea-
lizzata secondo i tempi di Dio. Prima ci sarebbe stato qualcosa
da pagare: avrebbe dovuto morire e finire sotto terra, come il
chicco di grano nella parabola di oggi. È la prospettiva della
croce, che comincia a delinearsi in lui, ma la sua fede, sempre

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più paziente, e la fiducia assoluta nel Padre gli permetteran-


no di spingere lo sguardo al di là di essa, alla risurrezione e ai
tempi escatologici della storia, come il contadino che, mentre
il chicco di grano muore sotto terra, vede già la spiga biondeg-
giare al sole. Questa di oggi è anche la parabola della pazienza
della chiesa, in particolare di quella attuale, di fronte al sovver-
timento dei valori della vita e della famiglia, e all’aggressività
del mondo musulmano. «Agisci come se dipendesse tutto da
te, sapendo, però, che tutto dipende da Dio», diceva sant’Igna-
zio di Lojola. La forza è tutta nel seme: è Dio che lo fa cresce-
re. La chiesa deve solo testimoniare il vangelo, poi «dorma o
vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Poiché
la terra produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga,
poi il chicco pieno nella spiga». Questa è anche la parabola
della pazienza della famiglia: dei genitori nei confronti dei figli,
ma, talvolta, anche dei figli nei confronti dei genitori. Certo
che, oggi, la pazienza ci sta un po’ scomoda all’interno della
famiglia! La parabola odierna non è, però, un sedativo perché i
genitori possano dormire tranquilli, mentre i figli di notte so-
no fuori a far le ore piccole, o perché questi possano rimanere
sereni quando i genitori divorziano. È un modo di vivere con
pazienza la realtà delle cose, dopo aver operato per affermare i
valori del Regno. La nostra esperienza personale ci insegna che,
quando c’è la fede e la fiducia nel Signore, anche se c’è qualcosa
da pagare, il risultato è sicuro perché è nelle mani di Dio, come
il chicco di grano cresce tranquillo sotto terra.

III settimana del Tempo Ordinario – Sabato


Il valore personale e sociale della fede
In quel medesimo giorno, venuta la sera, disse loro: «Passiamo all’altra
riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca.
C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e
le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne
stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero:
«Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e
disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi

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disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da
grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche
il vento e il mare gli obbediscono?». Mc 4,35-41

Il brano del vangelo di oggi è una parabola sempre in atto.


I discepoli vengono messi alla prova, per vedere se veramen-
te hanno compreso il messaggio di Gesù. L’esito della prova
è negativo, non hanno capito niente perché il risultato della
comprensione del vangelo deve essere la fede, che loro ancora
non hanno. Gesù, allora, un po’ deluso e un po’ ironico, chiede
loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’insegna-
mento del vangelo di oggi, allora, è questo: si può appartene-
re alla chiesa, cioè essere sulla barca, ma non comprendere il
messaggio del vangelo e, conseguentemente, non avere fede.
E il risultato finale è che le difficoltà e le burrasche del mondo
ci sballottano da tutte le parti. Ecco, allora, che il vantaggio
pratico di chi ogni giorno medita la parola di Dio è la fede, la
quale esorcizza le potenze del male, che fanno di tutto per cre-
arci mille difficoltà. Il vangelo di oggi, però, oltre a mostrarci i
vantaggi personali della fede, ci mostra anche quelli sociali. In-
fatti sul lago ci sono molte altre barche, che non hanno a bordo
Gesù, ma godono anch’esse della bonaccia che si crea dopo che
il Signore ha detto al mare: «Taci, calmati!». La fede, cioè, di
chi crede al messaggio del vangelo, finisce per esorcizzare anche
gli avvenimenti negativi della società nella quale viviamo.

IV settimana del Tempo Ordinario – Domenica


Il povero in spirito
Gesù salì sul monte: si pose a sedere e… insegnava loro dicendo: «Beati
i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono
nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in
eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché
saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi
perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per

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causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa


nei cieli». Mt 5,1-12a

Su questa pagina del vangelo sarebbe bene specchiarci per


tutta la vita, come alberi in un luminoso laghetto di montagna.
Ogni giorno ci dovremmo chiedere se siamo miti o arroganti,
se portiamo la pace o la guerra, se siamo misericordiosi oppure
se non riusciamo a perdonare; se il nostro cuore è puro o tor-
bido di passioni, di macchinazioni, di risentimenti e di odio.
Dovremmo chiederci se siamo perseguitati a causa di Cristo,
oppure se siamo apprezzati e stimati perché ben inseriti nelle
dinamiche e nel modo di pensare di questo mondo. Sarebbe
un esame lungo, e difficilmente troverebbe posto tra i molti
impegni della nostra giornata. C’è però una beatitudine, la pri-
ma – «Beati i poveri in spirito» –, che riassume un po’ tutte le
altre. Allora, quando ci alziamo al mattino, poniamoci questa
domanda: «Sono povero o ricco, in spirito?».
Vediamo che cosa vuol dire. Il povero in spirito è colui che
si sente inadeguato per il proprio progetto di vita: inadeguato
come genitore, come testimone del vangelo, come professioni-
sta, come amico delle persone che incontra durante la giornata.
Il povero in spirito è colui che si sente peccatore, bisognoso
di perdono e di salvezza, che è sempre alla ricerca del Signore
perché gli faccia luce sugli eventi della vita che lo circondano.
Il povero in spirito è colui che sa di non saper amare: non solo i
nemici, ma nemmeno le persone che gli sono più vicine. Il po-
vero in spirito è colui che avrebbe motivo per sentirsi solo, in-
compreso, abbandonato, malato, anziano, senza risorse. Come
si fa, allora, a venir fuori da questa povertà umana per entrare
nella beatitudine di chi si sente ricco, perché povero nello spiri-
to? L’unica ricetta che conosciamo è un cammino spirituale at-
traverso queste strade: intensificare la preghiera per vivere sem-
pre in comunione con il Signore, ringraziare e lodare Dio per
tutto quello che ci dà, cominciando dal dono della vita e della
fede; sentirsi amato e perdonato, meditare ogni giorno le Sacre
Scritture nelle quali si respira il pensiero di Dio, e avvicinarsi
con frequenza all’eucaristia, perché quel pane che si trasforma
nel corpo di Cristo dona la vera forza per camminare sicuri per
le strade del mondo. Altre ricette non le conosciamo.

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IV settimana del Tempo Ordinario – Lunedì


Il fulcro della preghiera
Giunsero all’altra riva del mare, nel paese dei Gerasèni. Sceso dalla
barca, subito dai sepolcri gli venne incontro un uomo posseduto da uno
spirito impuro. Costui aveva la sua dimora fra le tombe e nessuno riusciva
a tenerlo legato, neanche con catene… Visto Gesù da lontano, accorse,
gli si gettò ai piedi e, urlando a gran voce, disse: «Che vuoi da me, Gesù,
Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!».
Gli diceva infatti: «Esci, spirito impuro, da quest’uomo!»… C’era là, sul
monte, una numerosa mandria di porci al pascolo. E lo scongiurarono:
«Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». Glielo permise. E gli
spiriti impuri, dopo essere usciti, entrarono nei porci e la mandria si
precipitò giù dalla rupe nel mare… I loro mandriani allora fuggirono…
videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente… ed ebbero paura.
 Mc 5,1-15

Più di duemila anni fa, dopo aver scoperto il principio del-


la leva, Archimede manifestò tutto il suo stupore esclamando:
«Datemi una leva e vi solleverò il mondo!». È un’esclamazione
che ha attraversato i secoli ed è rimbalzata su tutti i banchi di
scuola. Non c’è studente che non l’abbia ascoltata. Uscendo
dal campo della fisica, la frase: «Datemi una leva e vi solleverò
il mondo!» annuncia che niente è impossibile per principio,
ma lo diventa nella pratica dei fatti, perché si incontrano li-
miti umani e naturali. È impossibile infatti costruire una leva
tanto lunga e un fulcro così robusto da poter sollevare un peso
grande come quello del mondo. Il principio della leva si appli-
ca bene anche alle nostre dinamiche spirituali. Esso ci spiega
quanto siano importanti la nostra fede e la nostra santità, che
costituiscono il fulcro sul quale si appoggia la leva del Signore
per rimuovere i problemi che noi gli presentiamo nelle richieste
di intercessione e nelle preghiere di esorcismo. È ciò che suc-
cede nel brano del vangelo di oggi: la fede e la santità di Gesù
permettono la cacciata dei demoni da quell’uomo. La potenza
del Signore è fuori discussione, il punto debole sono sempre
l’inconsistenza della nostra fede e il nostro peccato. Di fronte a
questa pagina del vangelo possiamo solo inginocchiarci, come
Pietro dopo la pesca miracolosa, e dire anche noi: «Signore,
abbi pietà di me perché sono un peccatore».

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Aumenta, Signore, la nostra fede e aiutaci nel nostro cam-


mino di santità!

IV settimana del Tempo Ordinario – Martedì


I tre livelli della fede
E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come
lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta
sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò
con lui… Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni…
udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello.
Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata».
E subito le si fermò il flusso di sangue… Gesù, essendosi reso conto della
forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le
mie vesti?»… E la donna, impaurita e tremante… gli si gettò davanti e
gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata.
Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando
dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta.
Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano,
disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!»… entrò
dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità
kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla
si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Mc 5,21-43

Questi due miracoli che Gesù ha compiuto, nel loro intrec-


ciarsi l’uno nell’altro, ci mostrano i tre livelli della fede. Il pri-
mo è il livello della disperazione. Giairo: «La mia figlioletta sta
morendo; vieni a imporle le mani perché sia salvata e viva», e
l’emorroissa: «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello,
sarò guarita». Il secondo livello si raggiunge dopo un cammino
che, partendo dalla guarigione fisica, porta alla fede nel Signo-
re. Gesù dice all’emorroissa: «Figlia la tua fede ti ha salvata. Va’
in pace e sii guarita dal tuo male». Questo livello, anche se il
testo non lo dice, l’ha certamente raggiunto anche Giairo. Il
terzo è il livello della fede di Gesù, che ha addirittura il potere
di vincere la morte. Vennero da Giairo a dirgli: «Tua figlia è
morta», e Gesù: «Non temere, soltanto abbi fede!». Quando
Maria Carmela si è ammalata di tumore al cervello e i medici
ci avevano tolto ogni speranza; quando Anna Maria, in attesa

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di Maria Letizia, ha contratto la rosolia, o quando, subito dopo


la nascita di Gianluca, è stata colpita da un’embolia post par-
tum, anche noi, spinti dalla disperazione, abbiamo creduto nel
miracolo. Il Signore ci ha esauditi: la mamma, Maria Carmela
e Maria Letizia stanno bene, e noi dobbiamo solo far memoria
per non dimenticare che il Signore ascolta e opera.

IV settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì


Nessuno è profeta in patria
Partì di là e venne nella sua patria… Giunto il sabato, si mise a
insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e
dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli
è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui
il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda
e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro
motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato
se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva
compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li
guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Mc 6,1-6

Quando ero piccolo abitavo alle Sieci, un paese della cam-


pagna toscana che costeggia l’Arno, prima che questo entri in
Firenze. A quell’epoca, alle Sieci, i notabili del paese erano il
pievano, il farmacista, il capostazione e mia madre, la maestra
che ha insegnato a leggere, scrivere e far di conto a diverse ge-
nerazioni di persone. Poiché era alta e imponente, gli abitanti
delle Sieci la chiamavano «la maestrona» e, di conseguenza, io
ero per tutti il figlio della maestrona. Poi sono cresciuto, sono
diventato ingegnere e, a motivo della mia professione, ho gira-
to per mezzo mondo, ma ancora oggi, quando ritorno alle Sieci
per andare a far visita ai miei genitori che riposano nel cimitero
del paese, per gli anziani – che allora erano ragazzi insieme a
me – io sono sempre «il figlio della maestrona». La stessa cosa
è successa a Gesù che, mentre a Cafarnao, Betsaida e negli al-
tri paesi della Galilea era diventato un personaggio pubblico e
compiva molti miracoli, a Nazaret era ed è sempre rimasto il
figlio del falegname. Così, quando vi ritornava e raccontava le

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sue parabole che svelavano i misteri del regno dei cieli, la gente,
pur rimanendo ammirata, si domandava da dove fosse piovuta
tutta quella sapienza sul figlio del falegname. A Nazaret Gesù
non ha mai suscitato la fede che suscitava nelle altre città e,
per questo motivo, non vi ha potuto compiere molti miracoli,
che scaturiscono dalla combinazione della potenza divina del
Signore con la fede delle persone che a lui si rivolgono. Gesù
è sempre stato amareggiato di questa situazione, non perché
desiderasse riconoscimenti nella sua città, ma perché era di-
spiaciuto di non poter essere d’aiuto a coloro che conosceva fin
dall’infanzia e di non poterli guarire nel corpo e nello spirito,
come faceva in tutta la Palestina. Questo suo dispiacere ci fa
sentire Gesù molto umano e molto vicino, pur rimanendo per
noi il Figlio di Dio e Dio stesso. Forse in nessun altro luogo,
come a Nazaret, le due nature, umana e divina, sono state in lui
così distinte e separate. Per noi, però, non lo sono, e ogni gior-
no continuiamo a essere oggetto della sua provvidenza, della
sua grazia e delle sue guarigioni, interiori e anche fisiche.

IV settimana del Tempo Ordinario – Giovedì


L’annuncio, strada facendo
Chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro
potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio
nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma
di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque
entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in
qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e
scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed
essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti
demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. Mc 6,7-13

Qualche anno fa stavamo meditando, in preghiera, il man-


dato dell’evangelizzazione e ci chiedevamo: «Come facciamo a
trovare il tempo per andare a evangelizzare? Tu conosci – abbia-
mo detto al Signore – la nostra responsabilità di una famiglia
numerosa e di professioni impegnative, che non possiamo disat-

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tendere, perché, per far crescere ed educare dei figli, l’impegno


economico è considerevole. Spiegaci tu, Signore, come possia-
mo fare». Posta questa domanda al Signore, abbiamo aperto
la Bibbia per alimentare con qualche versetto del vangelo la
nostra preghiera, e un figlio ha cominciato a leggere la pagina
di oggi. «Ho capito! – esclamò un altro dei figli – il Signore ci
ha risposto: non dobbiamo andare da nessuna parte, dobbia-
mo solo parlare di lui lungo la strada che stiamo percorrendo».
Sono passati anni da quel giorno, e il Signore sa che l’abbiamo
fatto «al momento opportuno e non opportuno» (2Tm 4,2),
in famiglia, sul lavoro e nel tempo libero, in Italia e all’estero.
Dobbiamo, però, riconoscere che il Signore ha mantenuto la
sua parola: non ci sono mai mancati il lavoro e il guadagno,
abbiamo sempre abitato in belle case, abbiamo trascorso ogni
anno vacanze spensierate e abbiamo potuto garantire bei vesti-
ti, pane quotidiano, scuole e università a tutti i figli. Pensiamo,
onestamente, di essere stati dei buoni operai del vangelo, però
il Signore è stato infinitamente generoso.
E ora che siamo anziani possiamo testimoniare che le pro-
messe del vangelo di oggi sono vere, come è vero che ogni gior-
no sorge il sole. E lungo la strada ci è anche successo di pregare
per persone malate che sono guarite; abbiamo visto risuscitare,
e tornare alla vita normale, persone morte nello spirito e perso-
ne devastate dalla lebbra del peccato, che sono tornate a vivere
serenamente in grazia di Dio. E per quanto incredibile possa
sembrare, abbiamo visto anche i demoni fuggire da molte si-
tuazioni: sappiamo bene che tutto questo l’ha fatto il Signore,
non certamente noi, però si è servito anche di noi.

IV settimana del Tempo Ordinario – Venerdì (Anno dispari)


L’accoglienza e gli angeli
L’amore fraterno resti saldo. Non dimenticate l’ospitalità; alcuni,
praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli. Ricordatevi dei
carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che sono
maltrattati, perché anche voi avete un corpo. Il matrimonio sia rispettato
da tutti e il letto nuziale sia senza macchia. I fornicatori e gli adùlteri

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saranno giudicati da Dio. La vostra condotta sia senza avarizia;


accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: «Non ti
lascerò e non ti abbandonerò». Così possiamo dire con fiducia: «Il Signore
è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l’uomo?». Eb 13,1-6
In quest’ultimo capitolo della Lettera agli Ebrei, l’autore,
prima dei saluti finali, dà alcuni avvertimenti pratici e richia-
ma all’osservanza delle virtù fondamentali: l’amore fraterno,
l’ospitalità, la visita ai carcerati, la difesa di chi è maltrattato,
la castità, la santità del matrimonio e il distacco dal denaro. Di
queste virtù è lastricato il cammino verso la santità e la pace:
personale, familiare e sociale. Egli, però, si sofferma particolar-
mente sulla pratica dell’ospitalità: «Alcuni hanno accolto degli
angeli senza saperlo». Nelle Sacre Scritture, basti pensare a To-
bi, che, ospitando l’arcangelo Raffaele (Tb 12,15-20), risolve
tutti i suoi problemi: da cieco che era riacquista la vista, recu-
pera una discreta somma di denaro che gli era necessaria, e il
figlio Tobia sposa Sara, una donna virtuosa. Oppure pensiamo
ad Abramo che, ospitando alle Querce di Mamre addirittura il
Signore, sotto le vesti di un viandante, riceve in dono la rin-
novata fertilità della moglie Sara, ormai anziana, che gli darà il
figlio della promessa, Isacco.
Anche noi abbiamo dato ospitalità a persone che, nella nostra
vita, si sono poi dimostrate degli angeli: è successo con padre
Arturo, la nostra amica Mary e con altri, ma colei che si è rivelata
un Angelo con la A maiuscola è stata la nonna Betta. Quando
l’abbiamo accolta in casa, subito dopo il nostro matrimonio,
era una vedova malata di angina pectoris che aveva davanti, co-
me prospettiva di vita, la solitudine in una città lontana da noi.
In casa nostra, con il susseguirsi delle nascite dei nipoti, ha ri-
trovato la gioia di vivere e ha permesso a noi genitori, con la sua
presenza vigile, di esercitare serenamente le nostre professioni.
Noi sappiamo bene che la nonna Betta non era l’incarnazione
di un angelo: era una persona normale. Nel corso degli anni,
tuttavia, per la nostra famiglia è risultata l’angelo protettore dei
nostri figli. La verità è questa: se diamo ospitalità a una persona
che ne ha bisogno, la diamo al Signore, il quale, per le vie mi-
steriose dello Spirito, opera in modo che quella persona risulti
un angelo. Il Signore non si fa battere da nessuno in generosità.

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IV settimana del Tempo Ordinario – Venerdì (Anno pari)


Il destino del testimone e della chiesa
Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo
aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo,
perché l’aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: «Non ti è lecito
tenere con te la moglie di tuo fratello». Per questo Erodìade lo odiava e
voleva farlo uccidere, ma non poteva, perché Erode temeva Giovanni,
sapendolo uomo giusto e santo, e vigilava su di lui… Venne però il giorno
propizio, quando Erode, per il suo compleanno, fece un banchetto per…
i notabili della Galilea. Entrata la figlia della stessa Erodìade, danzò e
piacque a Erode e ai commensali. Allora il re… alla fanciulla… giurò…:
«Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò, fosse anche la metà del mio
regno». Ella uscì e disse alla madre: «Che cosa devo chiedere?». Quella
rispose: «La testa di Giovanni il Battista». E subito, entrata di corsa dal
re, fece la richiesta… Il re, fattosi molto triste, a motivo del giuramento
e dei commensali non volle opporle un rifiuto. E subito il re mandò una
guardia e ordinò che gli fosse portata la testa di Giovanni. La guardia
andò, lo decapitò in prigione e ne portò la testa su un vassoio, la diede alla
fanciulla e la fanciulla la diede a sua madre. Mc 6,17-28

Il brano di oggi ci presenta la figura di Giovanni il Battista,


colui che segue Gesù precedendolo. Egli, oltre a essere il testi-
mone del Messia per eccellenza, ne anticipa la missione e la
morte: «Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Gio-
vanni. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla
luce» (Gv 1,6-8). Il testimone non costituisce la verità, ma l’an-
nuncia: all’epoca di Giovanni, come oggi. Egli attesta quanto
gli è stato confidato e ciò che ha visto di persona. Il testimone
di Gesù Cristo è una persona scomoda, perché è la coscienza
critica della società e a volte anche della chiesa stessa. Egli di-
fende i diritti di Dio e dell’uomo, denuncia le ingiustizie e le
ipocrisie, e prende le difese della giustizia e della libertà. Come
Giovanni fa con Erode, il testimone, anche a costo della vita, al
momento opportuno alza il dito e dice: «Non ti è lecito». Sono
prese di posizione che si pagano, come le ha pagate il Battista,
ma dalle quali non è possibile tirarsi indietro, per non perdere
la propria credibilità e la potenza della testimonianza. Essere
testimoni del vangelo vuol dire essere sempre in conflitto con il
potere costituito per sposare le cause dei poveri e degli ultimi.

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La testimonianza di Giovanni anticipa e profetizza quella di


Gesù Cristo e della chiesa. Anche la chiesa, per essere credibile,
deve essere scomoda e perseguitata: è il destino e la logica di
tutta la storia della salvezza e di ogni autentico testimone.

IV settimana del Tempo Ordinario – Sabato


Il bisogno del deserto
Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto
quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse
loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi
un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non
avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la
barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire
e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro,
perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro
molte cose. Mc 6,30-34

Oggi gli apostoli si riuniscono intorno a Gesù e gli riferisco-


no tutto ciò che hanno «fatto e insegnato» durante la loro pri-
ma esperienza missionaria. Egli si rende conto che sono stanchi
e che hanno bisogno di ricaricare le loro batterie naturali e spi-
rituali, perché la vita di missione esige un retroterra di riflessio-
ne, di contemplazione e di preghiera. Anche la vita di famiglia,
con i suoi impegni di lavoro professionale e familiare, per la
fatica che i figli, la casa e il vivere quotidiano richiedono, esige
che si trovi un tempo di riflessione, di contemplazione e di pre-
ghiera, per comprendere in profondità il progetto di vita e per
rigenerare le forze necessarie. A volte, sia nella vita di missione
che di famiglia, per una certa «mistica» dell’impegno, facciamo
un po’ di resistenza ad accettare l’invito che il Signore oggi fa:
«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi
un po’». Invece è un invito da accogliere e da ricercare: è il tem-
po del deserto, che è necessario come il pane quotidiano. Nel
deserto c’è il silenzio delle cose e degli uomini, e soprattutto c’è
presenza di Dio. Il deserto è arido, ma non è sterile: anzi, tutto
ciò che nasce nel deserto è preziosissimo. Il deserto è una di-
mensione interiore, nella quale si entra con il puro necessario,

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spogliati dai pensieri di tutti i giorni: i bisogni nostri e della


famiglia, le strategie orientate all’utile e alla carriera e i mille
tentativi del mondo per catturare la nostra attenzione. Nel de-
serto ci si trova a tu per tu con Dio, che ci viene incontro, ci
chiama, ci parla e ci conduce verso una libertà interiore, che
è libertà dalle cose, dalle preoccupazioni e dai bisogni indotti
dalla nostra società. Non è facile trovare questo tempo per riti-
rarsi nel deserto, ma bisogna cercarlo: siamo sempre circondati
da una folla di persone che, come nel vangelo di oggi, con
i loro bisogni e con il loro affetto cercano di occupare tutto
il nostro spazio interiore. Ricordo con molta nostalgia il mio
lavoro in Arabia Saudita quando, alla fine della settimana, mi
potevo permettere di passare da solo una giornata nel deserto,
sicuro che, in Italia, Anna Maria avrebbe sopperito da sola ai
molti impegni familiari. Pregavo per lei, per i figli, e poi mi
abbandonavo al silenzio. Alla sera tornavo al campo rigenerato.

V settimana del Tempo Ordinario – Domenica


Essere sale e luce
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa
lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato
dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città
che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il
moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa.
Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre
opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli». Mt 5,13-16
Ci sono pagine del vangelo dedicate a tutti, e ce ne sono
altre dedicate solo ai discepoli, a coloro che per Gesù hanno
abbandonato ogni cosa, e che nel brano di oggi sono identi-
ficati con la parola «voi». Gesù ha sempre fatto questa distin-
zione tra la folla e i discepoli. «La gente chi dice che io sia?...
Ma voi chi dite che io sia?» (Mc 8,27.29) chiese un giorno agli
apostoli. Anche noi, che tutte le mattine preghiamo insieme
da tanti anni assimilando ogni giorno qualcosa del pensiero
di Dio, possiamo considerarci parte di quel «voi», ai quali è

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dedicato il vangelo di oggi. A noi, dunque, il Signore oggi dice,


come allora ha detto ai discepoli: «Voi siete il sale della terra
Voi siete la luce del mondo». Riflettiamo su questo «essere sa-
le» ed «essere luce», per trovare il senso della nostra preghiera
quotidiana e della missione che ci viene affidata ogni giorno,
ovunque noi saremo chiamati a vivere. La prima riflessione da
fare è che il sale e la luce hanno in comune il fatto che non
esistono per se stessi, ma per gli altri. Il sale ha lo scopo di dar
sapore a tutto il cibo e la luce ha quello di permettere di vedere.
Possiamo identificare il sale con la «fede», che dà senso e sapore
alla nostra vita e, se noi la trasmettiamo agli altri, dà senso e
sapore anche a quella delle persone che incontriamo durante la
giornata. E possiamo identificare la «luce» con quella sapienza
che discende dallo Spirito e che permette di vedere il mistero
che brilla nascosto nelle cose e il grande progetto del Signore
nel dipanarsi della vita quotidiana.
Viene in mente la storiella dei tre scalpellini che spaccavano
pietre per costruire la cattedrale di Reims. Uno era triste, il
secondo era sereno, il terzo era felice. Una persona che passava
per caso chiese a quello triste: «Che cosa stai facendo?». «Non
lo vedi? – rispose – sto lavorando». Poi chiese a quello sereno:
«E tu che cosa stai facendo?». Rispose: «Mi guadagno il pane
quotidiano». Poi chiese a quello felice: «E tu che cosa stai fa-
cendo?». Rispose: «Costruisco una cattedrale!». Tutti e tre han-
no risposto dicendo la verità, ma solo il terzo vedeva lo scopo
grande della propria fatica ed era felice. È la luce dello Spirito
Santo, che ci introduce nel mistero, a permettere di vedere il
vero scopo della nostra vita e del nostro lavoro quotidiano.

V settimana del Tempo Ordinario – Lunedì


Toccare Gesù e il mistero della vita
Compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e
approdarono. Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e, accorrendo
da tutta quella regione, cominciarono a portargli sulle barelle i malati,
dovunque udivano che egli si trovasse. E là dove giungeva, in villaggi o
città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di

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poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano


venivano salvati. Mc 6,53-56

Il brano odierno risulta chiaro, se lo leggiamo nel contesto


degli avvenimenti che lo hanno preceduto. Dopo la moltiplica-
zione dei pani, che ha mostrato la profonda umanità di Gesù,
egli ha ordinato ai discepoli di salire sulla barca per raggiungere
l’altra riva del lago di Tiberiade, mentre egli stesso ha congeda-
to la folla e poi è salito sul monte a pregare. Voleva allontanarsi
dal pensiero degli uomini che, dopo quel miracolo, volevano
farlo re. Gesù si è sottratto al successo mondano, ma gli apo-
stoli non lo hanno compreso, «perché non avevano compreso il
fatto dei pani: il loro cuore era indurito» (Mc 6,52). È in questa
situazione di incomprensione totale che sul lago si è alzato un
vento contrario e gli apostoli, pur facendo molta fatica, non
riuscivano ad avanzare di un metro. Gesù, allora, è andato loro
incontro camminando sulle acque e gli apostoli lo hanno scam-
biato per un fantasma, come lo scambieranno per un fantasma
nelle apparizioni dopo la risurrezione. Appena salito sulla loro
barca, il vento si era placato e tutti sono approdati velocemente
a Gennesaret, sull’altra sponda del lago. È dopo questi fatti che
nel vangelo di oggi Gesù si trova di fronte a questa gente che,
invece, lo riconosce. Alla durezza del cuore degli apostoli si
contrappone la fede semplice della folla, che «tocca» il Cristo
e viene salvata e guarita dalle sue malattie. Il vangelo di oggi ci
invita a riflettere sul significato di quella fede. Se non «tocchia-
mo» il fatto della Provvidenza che ogni giorno viene attivata
dalla compassione e dalla misericordia del Signore, noi siamo
soli a combattere contro i venti contrari e i flutti che si solleva-
no nel gran mare della vita. Anche il Signore che incontriamo
nella preghiera, nelle Scritture e nell’eucaristia, rischia di diven-
tare un fantasma che noi non tentiamo nemmeno di toccare,
perché non lo riteniamo una realtà concreta e tangibile, come
invece egli è. Per le persone semplici, come quelle che fanno
parte di questa folla, Gesù è una persona vera, da toccare, e alla
quale si possono presentare i propri problemi, i peccati, le ma-
lattie, le situazioni ingarbugliate e le difficoltà nel comprendere
il mistero della vita. I semplici toccano la persona di Gesù e
penetrano più facilmente dei teologi il mistero che ci circonda.

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V settimana del Tempo Ordinario – Martedì


Accoglienza dei clandestini e legalità
Si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da
Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo
con mani impure, cioè non lavate… quei farisei e scribi lo interrogarono:
«Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli
antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene
ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi
onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono
culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il
comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Mc 7,1-13
C’è una forma di religiosità tutta intenta a seguire gli aspetti
esteriori della fede, e ce n’è un’altra in cui l’uomo si apre ad ac-
cogliere il Signore senza pregiudizi di alcun tipo. La prima – di-
ce oggi Gesù riportando un passo del profeta Isaia – è la religio-
sità delle labbra, la seconda è quella del cuore. O, se vogliamo,
nella prima il primato spetta alle consuetudini, nella seconda
spetta al Signore e all’uomo. Contro l’audacia del progetto di
Dio, c’è sempre il rischio di difendersi attaccandosi alle regole
e alle tradizioni, quasi sempre frutto più della scaltrezza dei
potenti che della giustizia verso i deboli. Però le leggi esistono e
non è lecito disattenderle senza cercare di cambiarle: Gesù non
l’ha fatto. Anzi, il vangelo che cos’è se non un continuo cam-
biamento delle consuetudini degli uomini per uniformarle al
pensiero di Dio? Nella chiesa di oggi, nei confronti degli immi-
grati clandestini, c’è chi cerca di conciliare l’accoglienza con la
legalità e chi sostiene l’accoglienza incondizionata, trascurando
la loro legale integrazione. I cristiani devono credere e afferma-
re che nessuna legge è più importante dell’uomo, come ha giu-
stamente sostenuto don Francesco, parroco di Castiglioncello,
in uno scambio di idee che abbiamo avuto qualche giorno fa.
Noi, pur condividendo questo principio, ci siamo trovati a
sostenere anche l’aspetto legale, chiedendoci poi perché l’ab-
biamo fatto. È vero che credere alla centralità dell’uomo, al di
sopra di ogni legge, è credere nel vangelo che annuncia la fine
dell’alienazione della persona, ma, a parer nostro, la soluzione è
un’altra: la chiesa deve fare quanto è in suo potere per cambiare

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le leggi di una società scristianizzata, ma non può disattenderle


come se non esistessero, se non per la prima istanza. È nostra
opinione, infatti, che accogliere il forestiero per i suoi bisogni
immediati sia un atto di carità, mentre favorire la sua perma-
nenza nel territorio contro ogni legge, sia un atto di prevari-
cazione sociale. Questa differenza l’ha compresa nostro figlio
Gianluca, che si adopera per sopperire ai bisogni immediati dei
clandestini e alla loro integrazione legale. Ma quando questa
non è possibile, opera per il ritorno al loro paese.

V settimana del Tempo Ord. – Mercoledì (Anno dispari)


Creazione dell’uomo ed ecologia
Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio
campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché
il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che
lavorasse il suolo, ma una polla d’acqua sgorgava dalla terra e irrigava
tutto il suolo. Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e
soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò
l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo
ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare… Il Signore
Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo
custodisse. Gn 2,4b-9.15

Alcuni scienziati sostengono con troppa insistenza che l’ori-


gine del mondo sia avvenuta in modo diverso da come è nar-
rata nel libro della Genesi. Quelli, però, che sono illuminati
dalla fede riconoscono che il racconto della Genesi non è in
contrasto con quanto sembra sia avvenuto. Basta leggerlo in
modo simbolico-spirituale e dare ai brevi tempi del libro il
significato di milioni di anni. Il fatto che i libri della Bibbia
non abbiano basi scientifiche l’ha spiegato bene Galileo Galilei
quando, accusato di credere alla teoria eliocentrica copernica-
na, in contrasto con la precedente geocentrica tolemaica che
sembrava confermata da un passo delle Sacre Scritture, disse:
«La Bibbia insegna come si vadia al cielo, e non come vadia il
cielo». Consapevoli di questa verità, sia l’ebraismo che la chiesa

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hanno abbinato, senza particolari problemi, il primo libro della


Genesi, tratto dal Codice Sacerdotale, al secondo che proviene
dalla tradizione jahvista. È per questo motivo che nei primi
capitoli la creazione dell’uomo è descritta in due modi diversi,
anche se non in contrasto tra loro. Il brano di oggi spiega come
Dio, alitando nel corpo dell’uomo, abbia voluto farne un essere
intelligente e spirituale, in modo da potergli affidare la custodia
della sua creazione, il giardino dell’Eden.
All’uomo il Signore ha affidato il mandato perché «lo col-
tivasse e lo custodisse», ne traesse sostentamento e lo rendesse
idoneo a soddisfare i suoi bisogni attraverso i tempi. Pratica-
mente all’uomo è stata affidata la continuazione dell’atto crea-
tivo di Dio: «Il signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino
dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse». All’uomo non
è stata affidata solo la coltivazione, ma anche la custodia. È in
questo versetto della Genesi che è radicato il discorso ecologico
cristiano. Rispettare e aver cura della creazione, oltre a essere
convenienza dell’uomo, è proprio il mandato di Dio.

V settimana del Tempo Ordinario – Mercoledì (Anno pari)


Diventiamo ciò che contempliamo
Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e
comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui,
possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo
impuro». Quando entrò in una casa, lontano dalla folla, i suoi discepoli lo
interrogavano sulla parabola. E disse loro: «Così neanche voi siete capaci
di comprendere? Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori
non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore ma nel ventre e
va nella fogna?». Così rendeva puri tutti gli alimenti. E diceva: «Ciò che
esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti,
cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti,
omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia,
calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori
dall’interno e rendono impuro l’uomo». Mc 7,14-23

Il cuore dell’uomo ha due inclinazioni: al male e al bene.


«Dal cuore degli uomini – dice oggi Gesù – escono i propositi
di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità,

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inganno, dissolutezze, invidia, calunnia, superbia, stoltezza».


Sono queste cose che contaminano l’uomo, siano esse alimen-
ti o immagini. Egli, nel brano di oggi, dichiara mondi tutti
gli alimenti, ma rimane aperto il discorso sulle immagini. Dal
cuore dell’uomo, però, escono anche le inclinazioni al bene,
quelle che Paolo chiama i frutti dello Spirito: «amore, gioia,
pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, do-
minio di sé» (Gal 5,22). Come l’uomo si possa destreggiare tra
due orientamenti così opposti è detto in un aforisma rabbini-
co che commenta il primo comandamento: «Amerai Dio con
tutto il tuo cuore, ossia con le sue inclinazioni, quella al bene
e quella al male». Nessuno può, infatti, eliminare dal proprio
cuore l’inclinazione al male: l’importante è che questa non im-
pedisca di amare Dio, che ci accetta così come siamo. Il vero
problema dell’uomo non è il suo peccato: è il fatto che esso gli
impedisce di andare a Dio, perché non si sente degno.
Noi, tuttavia, abbiamo un modo per orientare il cuore verso
i frutti dello spirito, anziché verso il male: contemplare ciò che
è giusto, bello, vero e santo, perché l’uomo diventa ciò che
contempla. E così abbiamo ripreso l’argomento delle immagini
che avevamo lasciato sospeso. La nostra attenzione deve essere
rivolta alle immagini, più che agli alimenti: dobbiamo elimina-
re quindi dai nostri interessi quotidiani molti programmi tele-
visivi, libri, giornali, pubblicità e opinion leader che orientano il
nostro pensiero verso il male. Questo è il modo di fronteggiare
le nostre inclinazioni al peccato: combattendole alla radice, co-
me ogni giorno gli uomini si tagliano la barba.

V settimana del Tempo Ordinario – Giovedì (Anno dispari)


L’uomo e la donna
E il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli
un aiuto che gli corrisponda». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni
sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo,
per vedere come li avrebbe chiamati… Così l’uomo impose nomi a tutto il
bestiame… ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. Allora
il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli

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tolse una delle costole… Il Signore Dio formò con la costola… una donna
e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie
ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è
stata tolta». Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a
sua moglie, e i due saranno un’unica carne. Ora tutti e due erano nudi…
e non provavano vergogna. Gn 2,18-25

Quando parliamo con i nostri figli Gianfilippo e Gianluca,


che vivono da single, uno a Londra e l’altro a Caserta, non per-
diamo occasione per chieder loro come stanno le prospettive
di matrimonio. Non devono sposarsi per render contenti noi
genitori, però sarebbe bene che si innamorassero di una brava
ragazza e la sposassero, perché «Non è bene che l’uomo sia so-
lo», ha bisogno di «un aiuto che gli corrisponda». Ciascuno ha
bisogno di amare ed essere amato, di confrontarsi, di procre-
are figli alla vita, di sognare e progettare insieme a un altro se
stesso il proprio futuro. Una persona sola non ha riferimenti,
non ha nessuno che le impedisca di commettere errori e pren-
dere strade sbagliate, ma soprattutto non conosce la gioia che
scaturisce dalla comunione sponsale e dalla famiglia. All’inizio
dell’odierno brano della Genesi, l’uomo era «solo». «Allora il
Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici
e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere
come li avrebbe chiamati». Dare il nome, nella civiltà mesopo-
tamica di quel tempo, equivaleva a dare uno scopo, un senso,
una finalità e quindi esercitare un dominio. L’uomo però non
era contento di essere padrone della natura e delle cose, aveva
bisogno di un aiuto che fosse simile a lui e con il quale potes-
se vivere in comunione di pensieri, di sentimenti e di intenti.
Allora Dio prese una parte dell’uomo, una costola, ne fece un
altro essere come lui, una persona, e fu creata la donna.
Come Adamo la vide, diversa ma complementare a lui, ebbe
un grido di giubilo: «Questa volta essa è osso delle mie ossa e
carne della mia carne. La si chiamerà donna perché dall’uomo
è stata tolta». In ebraico infatti le parole che indicano l’uomo e
la donna sono «ish» e «isha», maschile e femminile della stessa
realtà, chiamati a essere «una sola carne» nell’amore. Questo
ridiventare una cosa sola si sublima nel fatto che l’uomo e la
donna «erano nudi e non ne provavano vergogna». Nudi nel

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corpo, nei pensieri, nei sentimenti, nei sogni, nei progetti e in


ogni manifestazione dello spirito e della vita. Oggi la situazione
è un po’ diversa: questa unione perfetta deve essere riscoperta e
riconquistata in un cammino di fede.

V settimana del Tempo Ordinario – Giovedì (Anno pari)


La fede scaccia i demoni
Partito di là, andò nella regione di Tiro. Entrato in una casa, non
voleva che alcuno lo sapesse, ma non poté restare nascosto. Una donna,
la cui figlioletta era posseduta da uno spirito impuro, appena seppe di
lui, andò e si gettò ai suoi piedi. Questa donna era di lingua greca e
di origine siro-fenicia. Ella lo supplicava di scacciare il demonio da sua
figlia. Ed egli le rispondeva: «Lascia prima che si sazino i figli, perché
non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». Ma lei gli
replicò: «Signore, anche i cagnolini sotto la tavola mangiano le briciole
dei figli». Allora le disse: «Per questa tua parola, va’: il demonio è uscito
da tua figlia». Tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto e il
demonio se n’era andato. Mc 7,24-30

Alla fine del brano di oggi Gesù dice a questa donna siro-
fenicia: «Per questa tua parola va’: il demonio è uscito da tua
figlia». È l’unico esorcismo del vangelo che avviene non per la
potenza di Gesù, ma per la fede di questa donna pagana. È un
fatto sul quale si deve riflettere in profondità: che tipo di fede
è quella della siro-fenicia, che ha il potere di scacciare i demoni
dalle persone e dalle situazioni, senza che questo sia diretta-
mente comandato da Gesù o da un discepolo che operi nel suo
nome? È la fede del pane. In nessun brano del vangelo è chiaro
come in quello di oggi che la vera fede, quella che sposta le
montagne, si attualizzi nella «pratica del pane». In un mondo
come il nostro, o come al tempo di Gesù, dominato dall’indi-
vidualismo e dall’edonismo, la fede che si fa pane e che sazia il
fratello bisognoso dello stesso pane, materiale e spirituale, ha
una potenza di liberazione dal male di natura divina. L’amore
fraterno e la parola «pane» liberata nella società, sono già di
fatto la vittoria sul male: è nella condivisione del «pane dei fi-
gli» che diveniamo fratelli e il Padre diventa padre di tutti. Noi

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ne abbiamo tanto di questo pane, sia come cibo materiale, che


come parola di Dio da condividere, ma non siamo capaci di
offrirlo con generosità alle persone che incontriamo durante la
giornata. Alla sera ce ne avanzano sempre dodici ceste e lo but-
tiamo via, oppure lo lasciamo lì e diventa duro. Il pane va con-
diviso ogni giorno per mangiarlo sempre fresco. Il Signore que-
sto pane ce lo consegna al mattino, nel piatto e nella preghiera.
Donaci, Signore, lo spirito di condivisione del pane mate-
riale e della tua parola.

V settimana del Tempo Ordinario – Venerdì


La guarigione del sordomuto
Di nuovo, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne
verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono
un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte,
lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò
la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse:
«Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il
nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non
dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni
di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare
i muti!». Mc 7,31-37

Prima di compiere il miracolo della guarigione di questo


sordomuto Gesù lo porta in disparte. Il motivo non è, come
è solito fare, quello di sottrarsi ai facili entusiasmi della folla,
ma di isolare quest’uomo che dovrà udire e toccare ciò che in
nessun luogo naturale è possibile fare: il mistero sulla persona
di Gesù. Questa guarigione avviene in due tempi: il sordomuto
prima è guarito nell’udito e poi nella parola, perché solo chi è
in grado di ascoltare è bene che sappia parlare. Il miracolo è,
però, preceduto da un evento: Gesù emette un sospiro, con il
quale dona lo Spirito Santo, affinché quell’uomo possa udire e
parlare «correttamente», che, teologicamente, vuol dire ascolta-
re e proclamare con sapienza celeste i misteri del regno dei cieli.
È ciò che anche noi dobbiamo fare quando ci avviciniamo alle
Sacre Scritture: pregare e invocare lo Spirito Santo per ascol-

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tare prima di riflettere e di parlare dei misteri di Dio. Solo in


questo modo possiamo sapientemente spezzare per gli altri il
pane della Parola ricevuta, come il sacerdote fa all’altare con il
pane eucaristico. È una comunicazione che si instaura tra Dio e
l’uomo, nella quale, chi ascolta e poi parla, deve fare solo da filo
conduttore, opponendo la minor resistenza possibile alla tra-
smissione del messaggio, come avviene per l’elettricità. Come
nell’energia elettrica la bontà della trasmissione viene assicurata
dalla conducibilità, nel caso del pensiero di Dio viene assicu-
rata dalla santità. Però le opere e lo stile di vita di colui che
ascolta e trasmette il pensiero di Dio, disturbano sempre un
po’ la comunicazione del messaggio, per cui si rende necessa-
rio, prima di ascoltare la parola di Dio e di parlare, invocare lo
Spirito Santo, perché la grazia di Dio supplisca alla mancanza
di santità e il messaggio passi con fedeltà.

V settimana del Tempo Ordinario – Sabato


L’eucaristia, nostra speranza
In quei giorni, poiché vi era di nuovo molta folla [Gesù]… chiamò a sé
i discepoli e disse loro: «Sento compassione per la folla; ormai da tre giorni
stanno con me e non hanno da mangiare. Se li rimando digiuni alle
loro case, verranno meno lungo il cammino; e alcuni di loro sono venuti
da lontano». Gli risposero i suoi discepoli: «Come riuscire a sfamarli di
pane qui, in un deserto?». Domandò loro: «Quanti pani avete?». Dissero:
«Sette». Ordinò alla folla di sedersi per terra. Prese i sette pani, rese grazie,
li spezzò e li dava ai suoi discepoli… ed essi li distribuirono alla folla.
Avevano anche pochi pesciolini; recitò la benedizione su di essi e fece
distribuire anche quelli. Mangiarono a sazietà e portarono via i pezzi
avanzati: sette sporte. Erano circa quattromila. E li congedò Mc 8,1-9

All’inizio dei tempi, Dio disse all’uomo e alla donna appena


creati: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e ogni albero
fruttifero, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutti gli
animali selvatici io do in cibo ogni erba verde» (Gn 1,29-30).
È il mandato all’uso e alla condivisione dei beni della natu-
ra. Apriamo il giornale e leggiamo: guerre, sopraffazioni, crisi
energetica, fame, inflazione, recessione, licenziamenti, colpi di
stato, attentati, rapimenti, estorsioni, corruzione, rapine, crisi

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degli alloggi e via dicendo. Che cosa è successo? Da quando


Caino ha ucciso il proprio fratello, è un susseguirsi di egoismi
e prevaricazioni. La condivisione è quasi sparita dalla terra. In
questo contesto storico, oggi incontriamo il secondo miracolo
della moltiplicazione dei pani, con il quale Gesù anticipa la
caparra del pane quotidiano e di quello eucaristico che ogni
giorno ci raggiungono. Alla nostra ottusità nel capire il man-
dato alla condivisione, il Signore continua a contrapporre una
generosità sempre più grande: «Sento compassione per la folla;
ormai da tre giorni stanno con me e non hanno da mangiare».
La nostra speranza di continuare a ricevere il pane eucaristico
e di riuscire a condividere quello quotidiano hanno le rad