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Aldo Maria Valli

Scritti
cattolici
Appunti
di un cronista
cristiano
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

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aldo maria valli

scritti
cattolici
Appunti
di un cronista cristiano

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

iSBN 978-88-250-2794-5

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Un santo! L’idea mi parve un po’ strana. Chiesi:


«Come credi che potrei diventare santo?».
«Volendo esserlo», rispose semplicemente Lax.
Thomas Merton, La montagna dalle sette balze

Essendo la nostra conoscenza di Dio limitata,


lo è anche il nostro linguaggio su Dio.
Catechismo della Chiesa cattolica, n. 4

Il cristiano deve camminare sempre nella luce,


mai nelle tenebre.
Antonio Rosmini, Massime di perfezione cristiana

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Premessa

Spesso mi viene chiesto di tenere conferenze o par-


tecipare a incontri e tavole rotonde su temi religiosi.
Credo che chi mi invita abbia un’idea un po’ trop-
po elevata del sottoscritto. In fondo sono soltanto un
cronista, sia pure specializzato. Vedo però che lo stile
divulgativo del giornalista, unito al fatto che in gene-
re affronto gli argomenti a partire da vicende che mi
hanno coinvolto o comunque da storie di vita vissuta,
è accolto con piacere. Forse perché siamo troppo pieni
di teoria ma ci mancano gli esempi. Per questo accetto
quasi sempre gli inviti, specie se arrivano da gruppi
giovanili, anche se parlare mi costa una certa fatica e
mi viene meno facile che scrivere.
Nelle pagine che seguono raccolgo, insieme ad
alcuni inediti, testi preparati per gli appuntamenti
ai quali ho partecipato o pubblicati da giornali e
riviste. Ho pensato di suddividere gli scritti in quat-
tro sezioni. La prima l’ho intitolata Coerenza vo
cercando perché riguarda soprattutto la mia espe-
rienza di cittadino, di marito, di padre e di gior-
nalista che cerca, sia pure con molte mancanze, di
essere cristiano nei fatti e non solo con le parole. Nel-
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la seconda, Bella gente, parlo di persone che ho in-


contrato e che per diversi motivi mi hanno regalato
lezioni di vita ed emozioni che voglio condividere
il più possibile. La terza, Chiesa, tu mi stupisci,
è una raccolta di riflessioni su alcuni aspetti della
storia e dell’attualità del popolo di Dio in cammino,
ed è caratterizzata da un senso di gratitudine e di
meraviglia per tutto ciò che la Chiesa cattolica, co-
sì come la vivo, la studio e la incontro ogni giorno,
dona a un suo figlio. La quarta, La rivoluzione di
Benedetto, è dedicata all’insegnamento del papa e
l'ho intitolata così perché penso che Joseph Ratzinger,
sia pure con i suoi modi cortesi e il suo tratto lie-
ve, stia proponendo un’autentica trasformazione del
nostro modo di concepire l’uomo e la realtà. È una
«rivoluzione» che ruota attorno alle idee di verità e
di ragione e che va studiata sgombrando il campo da
ogni pregiudizio.
Antologizzare se stessi è sempre imbarazzante. In
un primo tempo, narcisista come sono, ho butta-
to dentro ogni scritto trovato nel cassetto. Poi però
mi sono ricordato di Joseph Ratzinger e del suo in-
vito a far consistere la riforma della Chiesa in un’ope-
ra di ablatio, ovvero di eliminazione di tutto ciò
che non è autentico. È un’idea già presente in san
Bonaventura, il quale disse che l’uomo diviene ve-
ramente se stesso soltanto quando fa come l’intaglia-
tore di immagini, che elimina ciò che non è neces-
sario per lasciare emergere la nobilis forma. Io non
credo che dalla mia ablatio sia venuto fuori qualco-
sa di particolarmente nobile, però mi sembra di po-
ter offrire alcuni spunti che forse il lettore potrà ap-
prezzare.
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Per il titolo mi sono ispirato agli Scritti cristia-


ni di Mario Pomilio, dove l’autore dice che per lui
scrivere è un lavoro di scavo dentro una prospettiva
di verità, la quale però non si presenta «bell’e fat-
ta», ma va ricercata, con pazienza e applicazione.
Condivido.
L’Autore

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I.
Coerenza
vo cercando
Fate cose belle, ma soprattutto
fate diventare le vostre vite
luoghi di bellezza.
Benedetto XVI,
Discorso al mondo della cultura
Lisbona, 12 maggio 2010

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1.
Come agnelli in mezzo ai lupi

Vorrei raccontarvi un paio di episodi di cui sono


stato protagonista diretto o indiretto, e che ruotano
entrambi attorno a storie di automobili e assicura-
zioni. Sono avvenuti a Roma, dove abito.
Primo episodio. Qualche anno fa, quando an-
cora guidava l’automobile, mio padre fu coinvolto
in una spiacevole vicenda. Con la sua auto, mentre
accompagnava a scuola una nipotina in una gior-
nata piovosa, venne tamponato dalla vettura gui-
data da una signora. Dopo l’urto i due guidatori si
fermarono, la signora riconobbe la sua colpa e mio
padre le propose di compilare la constatazione ami-
chevole, ma lei, sostenendo che aveva molta fretta,
chiese un favore: rinviare il tutto al pomeriggio, a
casa sua. Mio padre, pur pensando che, caso mai,
era la signora che, in quanto responsabile dell’acca-
duto, avrebbe dovuto recarsi a casa nostra, per cor-
tesia accettò, e nel pomeriggio si presentò puntua-
le all’appuntamento. Ma la signora nel frattempo
aveva cambiato atteggiamento e versione dei fatti.
In modo molto aggressivo disse che la colpa del
tamponamento era di mio padre e precisò di avere
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un fantomatico testimone che poteva sostenere la


sua tesi (fatto, questo, del tutto inventato, perché
nessuno aveva assistito all’incidente e a bordo della
vettura della signora non c’era nessuno oltre a lei
stessa). Sconcertato, il mio papà (che all’epoca ave-
va ottant’anni) se ne tornò a casa avvilito, anche per
la maleducazione della signora, che si era rivolta a
lui in tono sprezzante e, nonostante la pioggia, non
lo aveva nemmeno invitato a entrare costringen-
dolo a stare sull’uscio. Quando fui informato della
storia, chiamai l’assicurazione, sperando di ricevere
qualche consiglio in grado di ristabilire la giustizia.
Ma per tutta riposta il funzionario disse: «Semplice:
inventatevi anche voi un testimone a vostro favo-
re!». Cosa che noi non facemmo.
Secondo episodio. Tempo fa, in un momento
di sbadataggine, durante una manovra con la mia
macchina all’uscita del garage di casa, andai a urtare
la saracinesca del garage di una vicina, procurando
un danno sia alla saracinesca sia al telaio che la so-
steneva. Nessuno aveva assistito alla scena e avrei
potuto tranquillamente filarmela, ma la coscienza
me lo impedì. Chiamai dunque la vicina, mi auto-
accusai e le proposi di far sostituire la saracinesca
a mie spese. Lei ovviamente accettò e io, sapendo
di essere coperto dalla mia assicurazione per danni
procurati a terzi, telefonai a un perito, accordandoci
per una visita a casa mia, dove lui avrebbe quantifi-
cato il danno. Quando il perito arrivò, rimasi sor-
preso dal suo atteggiamento singolare. Di fronte al-
le mie spiegazioni, aveva uno sguardo ironico, come
di uno che la sa lunga. Pur a disagio, io continuai a
fornire dettagli, ma a un certo punto mi interruppe
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e disse che io e la vicina avevamo avuto una bella


idea nell’inventare tutta quella storia, ma lui non
ci cascava. Allibito, chiesi ragione di quelle parole e
lui replicò: «Guardi, so benissimo che è stata la sua
vicina a procurarsi il danno e che la signora, non
avendo un’assicurazione, le ha proposto questa mes-
sinscena. In ogni caso, caro signore, le darò questa
cifra», e scarabocchiò un numero su un taccuino.
Guardai e vidi che era la metà di quanto stavo per
spendere. Rimasi così scioccato da quella situazione
kafkiana che quasi non fui in grado di replicare, e
pur essendo ben consapevole del fatto che quel tizio
mi aveva appena dato del bugiardo truffatore, mi
trovai nella strana condizione di doverlo ringraziare
per la sua magnanimità. Dopo di che, per non la-
sciare la vicina con la saracinesca danneggiata, mi
misi alla ricerca della ditta costruttrice (con sede a
Trento, quindi molto lontano da noi), chiamai e
feci arrivare a bordo di un gigantesco autocarro una
nuova saracinesca, che venne montata da due ope-
rai e da me pagata profumatamente.
Se vi ho annoiato chiedo scusa, ma ho pensa-
to che in questi due fatterelli c’è qualcosa che può
aiutarci a riflettere su agnelli, lupi e dintorni. Io ov-
viamente non penso di essere un santo, però cer-
co di essere un buon cristiano, e ritengo che essere
un buon cristiano comporti scelte concrete. Non si
può essere cristiani solo sulla carta, quando si scrive
sui giornali o si parla nei convegni.
Assieme a mia moglie abbiamo spesso ripensato
ai due episodi che vi ho raccontato. E ci siamo posti
tante domande. Abbiamo fatto bene a comportarci
così o siamo stati degli emeriti stupidi? Che cosa
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abbiamo voluto dimostrare con il nostro senso della


giustizia? Non siamo stati troppo simili a Don Chi-
sciotte che combatte contro i mulini a vento? E in
questo nostro voler andare controcorrente non c’è
forse anche del compiacimento?
Devo dire che, dopo una certa riflessione (che
per noi due, sempre alle prese con mille cose da
fare, avviene necessariamente a tappe, in genere
al mattino, davanti alla prima tazza di caffè) ab-
biamo convenuto su un fatto, e cioè che siamo
proprio contenti di esserci comportati così. Perché
il nostro comportamento non è stato il frutto di
dabbenaggine, ma è nato precisamente dal dovere
della testimonianza cristiana. Dovere verso gli al-
tri, verso i nostri figli e verso noi stessi. Nel primo
episodio sarebbe stato facile trovare un falso testi-
mone, ma poi come avremmo potuto continua-
re a dirci cristiani? Idem per il secondo episodio,
perché sarebbe stato semplicissimo darmi alla fuga
senza accusarmi del danno causato, ma poi come
avrei potuto continuare a proclamarmi seguace di
Gesù? E se non avessimo fatto quelle scelte, quale
esempio avremmo dato ai nostri ragazzi? E poi la
domanda veramente decisiva: saremmo stati più
felici o più infelici?
Vedete che qui ci sono tutti gli ingredienti che
servono alla nostra riflessione. C’è un mondo che
vive in larga misura secondo logiche che poco o
nulla hanno a che fare con l’insegnamento di Gesù,
ci sono alcuni poveri cristiani che vivono nel mon-
do e si trovano a confrontarsi con le sue logiche,
ma soprattutto c’è un Dio che attraverso suo figlio
sta con noi e non si stanca di indicarci la strada,
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donandoci così una grande pace e una speranza che


nessuno ci può sottrarre.
Ho accennato alla questione della felicità e vor-
rei tornarci sopra. È evidente che noi cristiani sia-
mo una minoranza, ovunque. A scuola, nel luogo
di lavoro, quando andiamo a fare la spesa, quando
siamo allo stadio o in vacanza. Essere minoranza
è spesso difficile ma, alla fine, se ci chiediamo chi
è veramente felice dobbiamo dire che non ci batte
nessuno. La signora maleducata e disonesta che ha
turlupinato mio padre è felice? Dopo il famigera-
to episodio mi è capitato di incontrarla e devo dire
che non credo proprio che lo sia. Lo vedo dal suo
sguardo, dal suo modo di entrare in relazione con
gli altri. Sarà forse soddisfatta delle sue furbizie, ma
felice direi proprio di no. E quel perito dell’assicu-
razione che è convinto di essere stato abile nello
smascherare la mia presunta truffa, sarà una per-
sona felice? Lui non l’ho più incontrato, ma sicco-
me me lo immagino sempre in giro a smascherare
truffatori veri o presunti non credo che lo sia. Sarà
forse convinto di essere un furbo più furbo di tutti
i furbi che vogliono spillare soldi alle assicurazioni,
ma felice no, non credo proprio.
I felici chi sono? Siamo noi, noi cristiani. Noi che
viviamo in questo mondo senza essere totalmente
di questo mondo. Noi che avvertiamo con forza i
doveri che ci derivano dalla coscienza morale. Noi
che conosciamo il bene e il male, il bello e il brutto,
il giusto e l’ingiusto. Noi che abbiamo un Padre che
ci guida come un pastore buono e non ci fa sentire
mai soli.
Ecco il punto decisivo.
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Vorrei raccontarvi ora un altro fatto, ma vi ga-


rantisco che questa volta non ci sono di mezzo
automobili e assicurazioni. È una storia vera che
riguarda due giornalisti. Uno scrive su un quotidia-
no e l’altro sono io. Questo collega, che tiene una
rubrica nella quale passa al setaccio gli articoli che
si occupano di religione pubblicati dagli altri gior-
nali, e spesso esprime giudizi piuttosto taglienti,
tempo fa mi attaccò violentemente per alcuni miei
scritti, al che io gli risposi per le rime dandogli del
frustrato, perché, dissi, uno che anziché esprimere
le proprie idee trascorre il suo tempo a criticare
quelle degli altri non fa, secondo me, una bella vi-
ta. Ovviamente la mia reazione polemica (la quale
dimostra quanto dicevo poco fa, e cioè che non
sono un santo) rese il collega ancora più astioso
nei miei confronti e lo spinse a scrivere un altro ar-
ticolo. Quando lo lessi, mi stropicciai gli occhi per
l’incredulità: oltre a criticarmi per le mie idee, il
che è legittimo, faceva capire che io sono uno che
predica bene ma razzola male e dal quale è meglio
stare alla larga perché faccio sgambetti ai colleghi.
Ora, siccome ho molti difetti ma non credo di aver
mai danneggiato altri giornalisti, anziché inviargli
una controreplica ancora più risentita, decisi di te-
lefonargli per chiedergli spiegazioni. Ricordo bene
il momento in cui mi venne l’idea. Ero a Milano
per lavoro, a bordo di un taxi. Apparentemente
pensavo a tutt’altro, e invece quel conflitto mi sta-
va angustiando. Così chiesi consiglio a mia moglie
e dopo aver avuto il suo assenso (mi disse: «È sem-
pre meglio parlarsi di persona», il che vi fa capire
che la vera santa è lei) composi il numero del gior-
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nale, parlai con la segreteria di redazione, mi feci


dare il cellulare del collega e lo chiamai subito. Lui,
molto sorpreso, all’inizio tenne un atteggiamento
distaccato, ma a poco a poco si sciolse. Lo fece so-
prattutto quando io gli dissi che quella situazione
mi procurava tanto dispiacere perché avvertivo in
lui, nei miei confronti, un risentimento frutto di
una sofferenza che doveva avere radici profonde.
Dopo un breve silenzio, disse: «È proprio così, e
tu lo sai bene». Sapere che cosa? Mi raccontò così
che quindici anni fa, quando lavorava in un altro
giornale ma era già una firma piuttosto affermata,
lui stava per essere assunto da un’importante testa-
ta giornalistica con la promessa di essere nominato
vaticanista, se non che, a sorpresa, quel posto ven-
ne assegnato a me, all’epoca giovane cronista con
scarsissima esperienza in campo religioso. Convin-
to che fossi stato io a brigare per soffiargli il po-
sto, da allora nutrì verso di me autentico odio. Mi
giudicava un sepolcro imbiancato, e sfogava la sua
rabbia attaccando i miei scritti. Quando gli spie-
gai che io di tutta quella storia non sapevo nulla,
che all’epoca non sapevo neppure che lui esistesse,
che io diventai vaticanista semplicemente perché
il direttore di quella testata aveva preso sul serio
una mia richiesta inviata con una buona dose di
faccia tosta, e che ignoravo totalmente perché il
suddetto direttore cambiò idea, all’inizio non ci
volle credere, ma gradualmente si convinse della
mia buona fede. Da allora siamo diventati non
dirò amici, ma colleghi che si rispettano, e a me
succede spesso di riflettere sulla sua sofferenza. Per
ben quindici anni si era avvelenato la vita. Perché
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non aveva sputato il rospo prima, venendo da me


e magari coprendomi di insulti ma manifestando
il suo disagio?
Io lavoro nel campo della comunicazione, eppu-
re vedo attorno a me un sacco di gente che non
comunica. E non comunica perché non vede più il
prossimo. La parola prossimo viene da prossimità.
Indica qualcuno che ci sta vicino. Ma oggi viviamo
in un modo che esclude ogni tipo di vicinanza. Ci
costruiamo attorno muri altissimi, ci condannia-
mo a essere prigionieri di noi stessi e non vediamo
più nessuno al di là del nostro naso. Ogni tanto
incrociamo uno sguardo, ma abbassiamo subito gli
occhi. Ognuno fa da sé, ognuno va per la propria
strada. Abbiamo strumenti che ci mettono in con-
tatto con tutti, in qualunque posto e a qualunque
ora del giorno e della notte, ma il prossimo non
esiste quasi più.
Ecco, il cristiano è uno per il quale il prossimo
esiste, ma non in via teorica o, come si dice adesso,
virtuale. No, esiste in carne e ossa. Sta accanto a me,
e occorre che il contatto sia stabilito concretamente.
Perché non si può essere cristiani stando chiusi in se
stessi. Perché Gesù è venuto per tutti, specie per gli
ultimi, e quando ha esortato ad amare il prossimo
non ha pensato a una filosofia o a un’ideologia, ma
a un amore che si realizza nei fatti, ha pensato al
samaritano che si china sul viandante aggredito dai
briganti e lo aiuta, gli cura le ferite, gli dà da bere,
lo nutre e lo veste.
Io per carattere sono piuttosto timido e quindi
vado a lezione di prossimità da mia moglie, che oltre
a essere una santa è anche un’estroversa. Il Signore
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mi ha fatto questo regalo di una moglie solare, che


sorride sempre, buona e generosa, Serena di nome
e di fatto. Perché non dovrei approfittarne? È lei
che insegna a me e ai nostri figli la prossimità. Anni
fa, quando un vicino di casa che viveva solo (biso-
gnerebbe dire un single, ma a me single non piace)
bussò alla nostra porta dicendo che non si sentiva
bene e chiedendo il nostro aiuto, io gli dissi di stare
tranquillo e lo rimandai a casa sua con un bel sorri-
so. Sapevo che era un po’ ipocondriaco e non avevo
nessuna intenzione di stare a perdere tempo. Dopo
un po’ bussò di nuovo e fu più fortunato perché
andò ad aprire mia moglie. Lui ribadì che non si
sentiva troppo bene e Serena lo portò al pronto soc-
corso. Sarà pure stato ipocondriaco, ma gli riscon-
trarono un principio di infarto, e fosse stato per me
sarebbe passato a miglior vita in solitudine, nel suo
appartamento.
Sto componendo una sorta di carta d’identità del
cristiano e avete visto che i tratti distintivi sono la
coscienza morale, la responsabilità educativa, il ri-
spetto della dignità della persona (compresa la pro-
pria!), la prossimità, la comunicazione autentica.
Ne vorrei però indicare ancora uno, ed è la fiducia.
A questo punto devo parlare un’altra volta di
assicurazioni, ma non pensate che io sia un fissa-
to. Ne voglio parlare perché penso che nel nostro
modo di essere sia molto diffusa una mentalità che
chiamerei proprio «assicurativa». Non so se ci avete
fatto caso, ma ci preoccupiamo tantissimo di essere
il più possibile al riparo da ogni evenienza spiace-
vole e per questo non ci lasciamo mai guidare, non
ci fidiamo di nessuno. Abbiamo l’assillo di proteg-
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gerci, di tutelarci, fino a rintanarci dentro le nostre


vite come fanno le tartarughe quando avvertono un
pericolo.
Ho assistito a questo proposito a una scenetta
divertente. Stavo nell’ufficio della mia assicurazio-
ne, aspettavo di essere ricevuto e non potevo fare
a meno di ascoltare il funzionario a colloquio con
una cliente. Lui illustrava tutti i vantaggi di una po-
lizza e diceva: vede, se suo figlio, giocando a tennis,
manda la pallina nell’occhio di una persona e que-
sta persona si ferisce, voi siete coperti. E la cliente:
ma se la manda nell’occhio dell’amico con cui sta
giocando? Risposta: eh no, cara signora, in questo
caso non siete coperti perché quella eventualità fa
parte del gioco. Però, vede, se per caso il suo cane
danneggia l’appartamento del vicino, voi siete co-
perti. E la cliente: e se danneggia mia zia che odia
i cani e vive con noi? Risposta: eh no, cara signora,
in questo caso non siete coperti perché la zia sta in
casa vostra, non nella casa del vicino. Però, vede, se
per caso dal suo balcone precipita un vaso e finisce
dritto dritto sulla testa dell’inquilino del piano di
sotto, voi siete coperti. E la cliente: e se il vaso inve-
ce cade sul piede della nonna che non sta mai ferma
anche se non ci vede più? Risposta: eh no, cara si-
gnora, la nonna vive con voi, quindi non è coperta.
Vi assicuro che il dialogo andò avanti così per un
bel po’, fino a quando la cliente firmò la polizza e se
ne andò con aria afflitta, perché non aveva ancora
ben capito quanto realmente fosse coperta!
Ora, io mi rendo conto che bisogna vivere se-
condo criteri di responsabilità, ma con questa fac-
cenda dell’essere coperti non si può esagerare. E noi
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cristiani sicuramente viviamo meglio di chiunque


pretenda di assicurarsi contro ogni malanno o ac-
cidente di questo mondo. Perché noi cristiani sap-
piamo di essere figli di un Dio che ci ha voluti per
amore, ci ha amati per primo e ci ama così tanto
che si è fatto uomo per noi, uomo fra gli uomini,
e ha donato se stesso per la nostra salvezza. Qui, al
confronto, non c’è compagnia assicurativa che ten-
ga! Di fronte a un mistero d’amore così grande si
può soltanto dire: grazie, Signore!
Con questa consapevolezza nel cuore, noi cri-
stiani viviamo nella fiducia. Abbiamo le nostre
preoccupazioni e i nostri momenti difficili, ma
non siamo afflitti come la signora che voleva esse-
re coperta da ogni rischio. Noi non cerchiamo di
scansare gli altri, ma li accogliamo. Non cerchiamo
di fuggire, ma andiamo incontro. Non vogliamo
mettere limiti alla vita, ma la vogliamo rispettare
e valorizzare.
Mia moglie e io, che abbiamo sei figli, fin da
quando siamo stati in attesa del terzo ci siamo pie-
gati a rispondere a domande francamente idiote.
Ma l’avete voluto o è venuto per caso? E i fratellini
che cosa dicono? Con il sottinteso, ovviamente, che
i poveri fratellini avrebbero avuto tutto il diritto di
essere furenti e di crescere da alienati a causa di ge-
nitori così incoscienti. Dal terzo figlio in poi siamo
stati guardati e giudicati come pazzi derelitti. In un
mondo che ha stabilito, chissà perché, che due fi-
gli per coppia sono l’ideale, tanto più se, come nel
nostro caso, si tratta di femmina e maschio, e che
andarsene a cercare altri è semplicemente incom-
prensibile, abbiamo avuto spesso l’impressione di
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essere più tollerati che accolti. Era come se la gente


dicesse: ma che cosa volete dimostrare voi due con
queste scelte così eccentriche?
Il Signore però è sempre stato al nostro fianco e
ci ha dato tutte le risorse, comprese quelle dialet-
tiche, non solo per far valere le nostre ragioni, ma
anche per divertirci un mondo alle spalle di quelli
la cui preoccupazione numero uno è di essere co-
perti. Per esempio, siccome mia moglie ha pensato
bene, ovviamente con me consenziente, di utiliz-
zare la sua laurea in filosofia per essere mamma e
moglie a tempo pieno e tirar su una famiglia serena,
quando ci chiedono qual è la sua professione noi
anziché dire casalinga diciamo ottimizzatrice fami-
liare, e quando i nostri interlocutori, incuriositi, vo-
gliono sapere se è un master che si fa alla Bocconi,
rispondiamo: «No, si fa in casa». E quando veniamo
giudicati con malcelato disappunto perché alla no-
stra età abbiamo sei figli ma nemmeno una casa di
proprietà, la risposta è sempre la stessa: «Noi siamo
proprietari di qualcosa che non ha prezzo e nessuno
potrà toglierci: la nostra felicità».
Nel libro La montagna dalle sette balze di Thomas
Merton c’è un bel dialogo che riguarda la santità.
«Credo di voler essere un buon cattolico», dice il
futuro monaco in un momento della sua vita in cui
è faticosamente alla ricerca di se stesso. «Avresti do-
vuto dire che vuoi essere un santo», ribatte l’amico
Lax. Al che Thomas resta perplesso. Un santo? E co-
me si fa? Semplice, dice l’amico: «Volendo esserlo».
Ecco, il cristianesimo ha questo di bello, che non
è troppo complicato. E nemmeno la santità è trop-
po complicata. È precisamente il motivo per cui,
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oltre a pregare per il ravvedimento di tutti quelli


che ostinatamente si impegnano per complicare sia
l’uno sia l’altra, mi faccio paladino del pensiero di
Lax e concludo con le sue parole: «Non credi che
Dio farà di te quello per cui ti ha creato se soltanto
Glielo permetterai? Tutto quello che devi fare è de-
siderarlo».

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2.
Pace sulla terra e… nella famiglia

L’enciclica Pacem in terris, firmata da Giovanni


XXIII l’11 aprile 1963, è un grande documento
che dimostra ancora tutta la sua validità. A me è
stato chiesto di mettere il testo in rapporto alla vi-
ta familiare. L’operazione può sembrare ardita, ma
forse può dirci qualcosa su come costruire davvero
la pace.
Per chi, come il sottoscritto, ha superato i cin-
quant’anni, parlare della Pacem in terris vuol dire
rievocare le tensioni dell’epoca sullo scacchiere pla-
netario, i rischi connessi allo sviluppo delle armi
atomiche, il fragile equilibrio costruito sul terrore
nucleare, la guerra fredda, la divisione del mondo
in due blocchi nettamente distinti e contrapposti.
Legare la celebre enciclica al quadro internazionale
dei primi anni Sessanta è inevitabile, tanto più se
si riflette sul fatto che papa Roncalli fece scaturi-
re la sua analisi e la sua proposta proprio da una
serie di «segni dei tempi» descritti con attenzione
nel documento, come l’ascesa economica e sociale
delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nel-
la vita pubblica, il cammino verso l’indipendenza
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dei popoli un tempo sottomessi ai regimi colonia-


li. Tuttavia, nonostante questo spiccato contenuto
politico-sociale, la Pacem in terris può essere letta
anche da un punto di vista diverso, riguardante i
rapporti tra le singole persone. Del resto, è lo stesso
pontefice a sottolinearlo fin dall’introduzione, dove
precisa che l’enciclica è destinata «a tutti gli uomini
di buona volontà».
Tanto nei rapporti fra gli stati quanto nelle rela-
zioni tra individui, nella visione di Giovanni XXIII
la pace è una sorta di lungo ponte a più campate.
Per unire davvero persone e comunità mettendo-
le in comunicazione e facendole sentire impegnate
in una missione da condividere, questo ponte ha
bisogno di essere solidamente fondato su quattro
pilastri: verità, libertà, giustizia e amore. Si legge in-
fatti al punto 87 dell’enciclica: «A tutti gli uomini
di buona volontà spetta un compito immenso: il
compito di ricomporre i rapporti della convivenza
nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà
[…] compito nobilissimo quale è quello di attuare
la vera pace nell’ordine stabilito da Dio». Come in-
terpretare e mettere in pratica questo messaggio in
ambito familiare?
Prima di tutto mi fa riflettere un’espressione usa-
ta dal papa: la pace intesa come ricomposizione dei
rapporti all’interno di una convivenza. Mi piace
perché la trovo molto vera. L’idea della «ricomposi-
zione» sottolinea il fatto che si tratta di un processo
continuo, di una tensione verso un obiettivo che
non può mai essere considerato pienamente rag-
giunto.
Questa ricerca, anche se a volte, nei momenti
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più difficili, può provocare qualche senso di fru-


strazione, in realtà è ciò che ci mantiene vivi, che
mantiene vivo il nostro volerci bene. Dentro una
famiglia i rapporti vanno «ricomposti» in conti-
nuazione perché la famiglia è un organismo vi-
vo, che cambia con il tempo, con la crescita del-
le persone. Sbaglieremmo se pensassimo di poter
trovare una formula magica valida per sempre, in
grado di evitarci la fatica di cercare soluzioni nuo-
ve. C’è pace nella misura in cui c’è la ricerca della
pace. Siamo dentro una dinamica, siamo in viag-
gio. La convivenza è la consapevolezza di viaggiare
insieme.
Sono molteplici i punti dell’enciclica in cui i
destinatari del documento possono sentirsi inter-
pellati in quanto genitori e figli. Una lettura di
questo tipo deve partire dal punto 5, là dove il pa-
pa scrive: «In una convivenza ordinata e feconda
va posto come fondamento il principio che ogni
essere umano è persona, cioè una natura dotata di
intelligenza e di volontà libera; e quindi è soggetto
di diritti e di doveri che scaturiscono immediata-
mente e simultaneamente dalla sua stessa natura:
diritti e doveri sono perciò universali, inviolabi-
li, inalienabili. Se poi si considera la dignità della
persona umana alla luce della rivelazione divina,
allora essa apparirà incomparabilmente più gran-
de, poiché gli uomini sono stati redenti dal san-
gue di Gesù Cristo, e con la grazia sono diventati
figli e amici di Dio e costituiti eredi della gloria
eterna».
Seguiamo anche noi l’itinerario proposto dal pa-
pa riflettendo sui quattro «pilastri» della pace.
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Libertà

Qui, in un’ottica familiare, c’è già una lezione da


meditare e, soprattutto, da attuare. Forse non riflet-
tiamo mai a sufficienza su che cosa significa essere
persona. Da un punto di vista educativo è la que-
stione fondamentale. Quando noi genitori diciamo
che vogliamo far crescere i nostri figli come perso-
ne, che cosa vogliamo dire esattamente? E quando
noi figli diciamo che vogliamo essere considerati in
quanto persone, che cosa intendiamo?
La Pacem in terris ci fornisce una risposta, al tem-
po stesso semplice e profonda, che possiamo im-
maginare come una catena formata da tanti anelli,
ognuno dei quali rende necessario l’altro: quando
parliamo di persona siamo sul terreno della libertà,
dunque sul terreno delle scelte, dunque parliamo di
diritti ma anche di doveri, dunque è una libertà che
dobbiamo gestire nella responsabilità.
Non dobbiamo pensare che queste siano teorie
astratte, senza collegamenti con la realtà quotidia-
na. La gestione della libertà nella responsabilità è
ciò che ogni papà e ogni mamma insegnano, per
esempio, tutte le volte che, nei confronti dei figli,
pronunciano un «no» e segnano dei limiti.
Il rapporto fra diritti e doveri è il nodo che ogni
famiglia affronta ogni volta che le esigenze del sin-
golo si confrontano con quelle della comunità, si
tratti di decidere chi deve sparecchiare la tavola o
dove trascorrere le vacanze.
Diritti e doveri ci appartengono in quanto per-
sone. Gestire, organizzare e orientare la libertà
nella responsabilità è proprio ciò che ci rende pie-
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namente persone. L’alternativa è l’uso della libertà


come libertinaggio, come mera soddisfazione dei
propri istinti e delle proprie necessità senza alcuna
considerazione degli altri, senza alcuna consapevo-
lezza del fatto che siamo inseriti in una comunità,
la quale si chiama così perché non siamo isole se-
parate, compartimenti stagni, ma persone in co-
municazione, in rapporto continuo gli uni con gli
altri.

Giustizia

Ragionare in termini di comunità, di diritti e di


doveri, introduce quindi la questione della giusti-
zia. Così come l’equilibrio internazionale si regge su
patti e accordi, anche la convivenza tra le persone è
fatta di regole che vanno rispettate.
La libertà gestita nella responsabilità sfocia nel-
la giustizia fondata su regole condivise non perché
imposte ma perché avvertite come necessarie per
garantire a tutti la possibilità di vivere appunto in
quanto persone, per garantire a tutti di valorizzare
quell’intelligenza e quella volontà libera di cui parla
il papa.
Il luogo in cui le regole vengono assimilate nella
loro dimensione vera, come aiuto alla costruzione
della giustizia e non come ostacolo alla gestione del-
la libertà, è proprio la famiglia. Ricordo che quando
i miei figli erano più piccoli a volte ingaggiavano
una sorta di gara: si trattasse di un vestito nuovo o
di un bacio del papà, erano attentissimi nel valuta-
re se il «bene» in questione era stato distribuito in
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maniera equa. Era un modo infantile per ottenere


attenzione, per cercare di emergere rispetto ai fra-
telli. Un atteggiamento di fronte al quale i genitori
possono sorridere e lasciar perdere, considerandolo
una bambinata, oppure reagire.
Nel nostro caso, non abbiamo lasciato perde-
re. Pur senza drammatizzare, i comportamenti dei
bambini vanno sempre presi sul serio. Il nostro
impegno è stato quello di far capire che ogni figlio
è importante in se stesso perché unico. Si è uguali
nell’unicità. L’idea di giustizia viene così assimi-
lata attraverso comportamenti quotidiani e appa-
rentemente banali. Giustizia non è semplicemente
suddividere in modo uguale e meccanico alcuni
beni. Giustizia è valorizzare ciascuna persona con
la stessa attenzione riservata a tutte le altre. Nel
primo caso, per esercitarla, basta un distributore
automatico di gratificazioni. Nel secondo occor-
rono una mamma e un papà attenti alla persona
di ciascun figlio.

Verità

Questo ragionamento sulla giustizia mi porta a


parlare degli esempi che tutti noi, in famiglia, dia-
mo quotidianamente a chi ci sta intorno. Noi geni-
tori a volte sembriamo sottovalutare l’importanza e
l’efficacia dell’esempio. Magari ci riteniamo buoni
educatori perché siamo capaci di svolgere compli-
cati ragionamenti e non ci rendiamo conto che a
volte vanifichiamo tutto quanto con il nostro com-
portamento.
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Prendiamo la questione del linguaggio. Uno


dei punti sui quali ho sempre insistito con mag-
giore decisione nel rapporto con ciascuno dei figli
riguarda l’uso delle parole. Ho cercato di trasmet-
tere l’idea che la parola è un bene prezioso, un
grande dono che abbiamo ricevuto e che non va
mai utilizzato male, sporcato, distorto. La parola
è ciò che ci permette di metterci in comunicazio-
ne, di trasmettere ciò che sentiamo dentro di noi,
di esprimere i nostri sentimenti, di chiedere e di
dare. La parola è una risorsa inesauribile, un te-
soro che va continuamente esplorato, in grado di
riservare sempre nuove sorprese. La parola ci ap-
partiene molto più dei vestiti che abbiamo addos-
so. Non ha senso preoccuparci del nostro aspetto
esteriore e nello stesso tempo usare male la pa-
rola, trasformandola magari in parolaccia. Ecco
l’importanza dell’esempio fornito dai genitori. Se
i nostri figli più grandi oggi non fanno ricorso al
turpiloquio ma anzi ne sono infastiditi (al punto
che gli amici, in loro presenza, quando scappa una
parolaccia sentono il bisogno di scusarsi) è perché
fin da piccoli sono stati abituati a considerare la
parola come un dono e una ricchezza, da utilizza-
re al meglio e mettere al riparo da tutti quelli che
la vogliono sciupare o impoverire. L’esempio è
ciò che dà verità al contenuto del messaggio edu-
cativo. Solo l’esempio riempie di verità ciò che
viene insegnato. I figli, anche i più piccoli, sono
attentissimi all’esempio fornito dai genitori e dai
fratelli. Verità vuol dire poi trasparenza. La verità
è l’alimento di quella risorsa fondamentale che è
la fiducia.
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Amore

Confesso che, fra i quattro pilastri della pace pro-


posti da papa Giovanni XXIII, l’amore è quello che
mi riesce più difficile da commentare da un punto
di vista familiare.
L’amore dovrebbe essere l’ingrediente principa-
le e al tempo stesso più scontato della convivenza
all’interno di una famiglia. Ci si sposa (si spera)
per amore. Si decide di mettere al mondo dei figli
(quasi sempre) per amore. Ci si separa (così si dice)
quando l’amore finisce. In realtà l’idea di amore è
alquanto sfuggente e mi mette in imbarazzo perché
sento che si presta a troppi equivoci.
Nella Pacem in terris al posto della parola «amore»
il papa, quando si tratta di esplicitare, usa l’espres-
sione «solidarietà operante». La si può applicare an-
che alla famiglia? Certamente sì, perché è proprio
la solidarietà pratica, fattiva, a misurare il bene di
ciascuno verso gli altri. In un punto dell’enciclica, il
numero 89, il papa scrive: «Ma la pace rimane solo
suono di parole se non è fondata su quell’ordine
che il presente documento ha tracciato con fiducio-
sa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito
secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità
e posto in atto nella libertà». Ecco: la carità. Forse
è questa l’espressione che sento più appropriata per
esprimere l’amore di cui ha bisogno la pace da co-
struire nella famiglia e con la famiglia.
Mentre l’amore esalta gli aspetti positivi di cia-
scuno, la carità ne accetta i limiti, non per ignorar-
li o negarli, bensì per considerarli parte integrante
della persona. Ognuno di noi deve cercare di mi-
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gliorarsi e la famiglia aiuta spronando e molto spes-


so perdonando. Sperimentare su di sé la carità signi-
fica imparare a esercitarla con gli altri e, soprattutto,
con se stessi.
Più i figli crescono, più donano ai genitori la pos-
sibilità di essere non solo pazienti, ma caritatevoli.
Là dove la pazienza sopporta, la carità accetta la
mancanza e la trasforma in possibilità di crescita.

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3.
Vero e falso

Il tema che mi chiedete di affrontare, La verità


nell’informazione, è di quelli tremendi. Che spazio
c’è per la verità nell’informare? Ci sono metodi che
possano garantire la verità? E come cercare la verità
in un mondo così confuso?
Prendo l’argomento un po’ alla lontana e me ne
scuso, ma sento il bisogno di farlo. Per la mentalità
dominante la parola verità, oggi, designa per lo più
un vuoto. La verità, si dice, non esiste. Al massimo
esistono tante verità quanti sono i soggetti, ma se
parliamo di verità assoluta, valida per tutti, dobbia-
mo ammettere, così si dice, di non avere in mano
nulla di cui trattare.
Questo modo di pensare è il frutto di una lunga
storia, e non è questa la sede per ripercorrerla. Ci
basta notare che è una storia nel corso della quale
l’uomo, in quanto creatura che riflette su se stessa e
sul proprio destino, si è reso sempre più autonomo
da un possibile dio creatore e ha posto sempre di
più se stesso al centro di tutto, arrivando ad affer-
mare che il creatore non c’è e che, non essendoci un
unico creatore, non c’è nemmeno una verità assolu-
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ta. La verità è l’individuo, è la sua esperienza. Nulla


gli sta sopra e nulla lo guida, al di fuori del sé.
L’idea di verità, tuttavia, continua a far parte di
noi. Possiamo dire che ci è connaturata. Nel mo-
mento in cui riflette su di sé (che è poi il momento
in cui è veramente uomo, poiché ciò che caratteriz-
za l’essere uomo è proprio la capacità di porsi do-
mande su se stesso), l’uomo, prima o poi, incontra
sempre l’idea di verità e con essa deve fare i conti.
Tanto che (il nostro incontro di oggi ne è la prova)
la questione della verità è costantemente all’ordine
del giorno, in ogni campo, dall’informazione alla
giustizia, dalla politica alla scienza.
L’idea di verità non può scomparire anche per
motivi pratici. Per vivere insieme ne abbiamo biso-
gno. Certe regole che ci diamo per guidare l’auto-
mobile, per esempio, non sono forse verità ricono-
sciute? Se mi mettessi a contestare la verità secondo
la quale per rendere possibile la circolazione dob-
biamo tutti tenere la destra, sicuramente potrei es-
sere considerato un libero pensatore, ma altrettanto
sicuramente finirei in carcere come individuo peri-
coloso per la collettività.
No, l’idea di verità non è scomparsa: continua a
far parte del nostro orizzonte. Però non siamo più
capaci di pensarla in termini assoluti. Ci siamo pian
piano abituati a concepirla solo in termini relativi,
per cui, anche se in italiano la parola verità è inde-
clinabile, quando diciamo «verità» pensiamo auto-
maticamente non al singolare, ma al plurale.
Dietro questa incapacità non c’è soltanto lo svi-
luppo di un pensiero che ci ha resi sempre più au-
tonomi da un creatore. C’è anche la paura. L’espe-
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rienza storica ci ha portati a guardare con sospetto


la verità assoluta perché molto spesso coloro che
se ne sono fatti portatori hanno agito con violenza
e si sono comportati da intolleranti prevaricatori.
Come ex studente di scienza della politica potrei
intrattenervi a lungo su come il potere, da sem-
pre, ami utilizzare l’idea di verità per legittimarsi
e aggregare consensi attorno a sé, spesso in ma-
niera antagonistica rispetto a un nemico che, evi-
dentemente, è portatore non di verità ma del suo
contrario, la menzogna. Da millenni il potere usa
l’idea di verità a scopo ideologico, cioè come un
valore nobile utile per giustificare il potere stesso.
E quanto più assoluto è un potere, tanto più asso-
lutamente si proclama portatore di verità. Com-
prensibile è quindi il sospetto che, di generazione
in generazione, si è andato diffondendo negli uo-
mini: se il sovrano assoluto, molto spesso violento
e intollerante, usa la verità come strumento per
giustificare se stesso, perché mai io, povero sud-
dito sottomesso, dovrei amare la verità assoluta?
Non è forse meglio per me possedere porzioni ri-
dotte di verità, o magari più verità, infrangendo
così l’assolutezza del potere?
Siccome però senza una qualche verità ricono-
sciuta l’uomo non può vivere, ecco che una verità
c’è anche oggi, e si chiama maggioranza. Ciò che
non possiamo più pensare in termini teoretici, lo
pensiamo in termini numerici. Non sapendo e non
potendo più ragionare in termini di bene e male o
di bello e brutto (per l’uomo che si è liberato del
dio creatore, e della sua verità assoluta, l’idea di un
bene assoluto o di un bello assoluto è semplicemen-
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te improponibile), diventa vero ciò che è tale per la


maggioranza.
Ora la domanda è: come si trova, come vive, in
questo contesto, colui che è di fede cristiana?
Per il cristiano (inteso, ovviamente, come uno
consapevole di essere tale, non come uno che sem-
plicemente si dice tale) non solo esiste la verità, ma
esiste la verità assoluta. Esiste perché esiste Dio (che
a questo punto possiamo scrivere con la maiuscola),
energia creatrice che ha voluto la nostra esistenza,
e la vuole tuttora, incessantemente, all’interno di
un disegno universale. Ma c’è dell’altro. Questo
Dio creatore ha voluto fare alle creature il regalo
più grande, e per farlo ha mandato sulla terra suo
figlio, chiamato Gesù. Il regalo più grande, per ogni
uomo, è la sconfitta della morte, è la speranza che
con la morte del corpo non tutto finisca ma si apra
una vita nuova, di serenità assoluta, infinita e im-
perturbabile, accanto al creatore stesso, e proprio
questo è il dono che Dio ci ha fatto attraverso suo
figlio Gesù, mandato sulla terra a morire per noi,
e questo dono è la grande verità del cristiano. Una
verità assoluta perché assoluto è l’amore da cui è
originata.
Per il cristiano, proprio alla luce dell’amore as-
soluto di Dio, la verità non è semplicemente un
oggetto che va riconosciuto o una teoria alla quale
aderire. Non è qualcosa che sta al di fuori di me.
Io stesso, creatura voluta da Dio per amore e per
amore salvata dal sacrificio del Figlio di Dio, sono
verità, sono espressione della verità. È questa una
considerazione decisiva, anche per ciò che diremo
tra poco a proposito dell’informazione. Per il cri-
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stiano, come ci ha insegnato Gesù, la verità non è


una conoscenza, non è una dottrina che si professa,
ma è qualcosa che si vive, è qualcosa che si fa viven-
do. È qualcosa che io sono chiamato a realizzare.
Nel Vangelo infatti leggiamo che «chi fa la verità
viene alla luce» (Gv 3,21). Non chi dice la verità,
non chi riconosce la verità, ma chi la fa, chi la pone
in essere.
Se mi comporto secondo i comandamenti di
Dio e l’insegnamento di suo figlio Gesù, io faccio
la verità, io sono verità in azione. Ma a questo pun-
to diventa chiaro quanto sia problematico il rap-
porto fra il cristiano, uomo che non solo riconosce
l’esistenza della verità ma contribuisce a farla, e un
mondo per il quale la verità, al singolare, non solo
non esiste ma va guardata con sospetto, perché vi-
sta come portatrice potenziale di fondamentalismo
e intolleranza. Come può il cristiano, uomo della
verità assoluta, essere addirittura verità in azione,
come richiesto dalla sua fede, in un mondo in cui la
verità è misconosciuta, svalutata e considerata, alla
fine, inutile se non dannosa?
Da un punto di vista strettamente umano, ma
non cristiano, verrebbe facile immaginare uno sce-
nario di battaglia, con il cristiano nel ruolo di com-
battente contro gli infedeli, nel nome della verità. E
invece la risposta di Gesù è diversa e, come spesso
succede, è sconcertante: «Se qualcuno vuol venire
dietro di me rinneghi se stesso» (Mc 8,34). Anche
qui c’è una battaglia da combattere, ma Gesù chie-
de all’uomo di combatterla contro se stesso. Come
ha notato il teologo Vito Mancuso nel libro La vita
autentica (Raffaello Cortina editore, 2009), il verbo
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italiano «rinnegare» non traduce in modo felice il


greco aparnéomai, che equivale a un negare nel sen-
so di vincere e superare. Gesù dice: chi vuole seguir-
mi, si deve superare. Non rinnegare, perché non si
tratta di uscire da se stessi, né tanto meno di odiare
noi stessi, ma superare. Ovvero allargare l’orizzonte,
andare al di là del proprio naso, come si dice con
un’efficace espressione popolare. Uscire dall’egocen-
trismo per entrare in una dimensione nuova, fatta
di amore e quindi di relazioni. Una dimensione nel-
la quale sono tanto più me stesso quanto più mi
proietto verso l’altro. Quanto più – ora lo possiamo
dire – faccio di me stesso un dono.
In un mondo senza verità, il cristiano fa la ve-
rità essendo se stesso. Cioè facendo di se stesso un
dono.
I modi di donarsi sono infiniti e ogni cristiano
è chiamato a viverli ogni giorno, come lavoratore,
come marito, come padre, come figlio. Il cristiano
fa la verità così, con fantasia, trovando espressioni
sempre nuove del donarsi. Mentre l’uomo senza ve-
rità si scopre vuoto e per questo fugge (per esempio
nella droga, o in esperienze sessuali sempre diverse),
il cristiano fa la verità allargando l’orizzonte della
sua mente e del suo cuore, diventando sempre di
più uomo della relazione e del contatto, non del
rifiuto e della separazione, uomo dell’innovazione
e non della conservazione, uomo del movimento e
non dell’immobilità. Andare verso l’altro, mettersi
in gioco, proporre, scambiare, guardare negli occhi,
ascoltare. Così il cristiano fa la verità e così libera
se stesso e gli altri dalle gabbie degli interessi par-
ticolari e meschini, dell’egoismo, della paura, delle
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valutazioni fatte solo in base alla necessità di assi-


curazione. Duc in altum! (Lc 5,4), «Prendi il largo!»
è l’esortazione che Gesù rivolge a Pietro e agli altri
apostoli pescatori, la stessa che Giovanni Paolo II
ha rivolto a tutti i cattolici all’inizio del terzo mil-
lennio dell’era cristiana. Non è con il piccolo cabo-
taggio che si fa la verità, non è con la paura e con lo
spirito di conservazione. Gesù invita costantemen-
te ad alzare lo sguardo, a superarsi, sconfiggendo
la schiavitù dell’egocentrismo. Il cristiano non fa la
verità imponendola con una predica, ma attraverso
la propria vita, allargando l’orizzonte e donandosi a
tutti, là dove si trova.
In campo politico, il cristiano fa la verità parte-
cipando con generosità al confronto e accettando
senz’altro il principio democratico secondo cui le
decisioni vengono prese a maggioranza, ma non fa
di questo principio un idolo e ne smaschera, se ne-
cessario, le contraddizioni. In campo sociale il cri-
stiano fa la verità praticando la sobrietà e la solida-
rietà, ma senza sbandierare il suo comportamento,
perché si tratta di mezzi e non di fini. In campo
educativo il cristiano fa la verità mostrando all’edu-
cando la bellezza di stare al mondo come creatura
voluta per amore e non come schiavo di se stesso e
delle proprie pulsioni.
E nel campo dell’informazione?
La mia riflessione qui si muove proprio attorno a
questa domanda: in quanto cristiano che opera nel
mondo dell’informazione, in che modo io diven-
to realizzatore di verità? Ho pensato di articolare
la risposta a partire da tre parole: servizio, dubbio,
rispetto.
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Per prima cosa, in quanto giornalista, io faccio


la verità, da cristiano, mettendomi al «servizio». È
questo un orientamento fondamentale, che cerco di
tenere sempre presente, come se si trattasse di reg-
gere tra le mani il timone di una barca. Essere uomo
dei mass media, essere mediatore, vuol dire lette-
ralmente stare nel mezzo. Nel mezzo, fra l’oggetto
dell’informazione e il destinatario. Non davanti, in
primo piano, e non dietro, defilato. Se sto davanti
cado nel protagonismo, malattia molto diffusa nel
giornalismo. Se sto dietro non posso vedere bene
l’oggetto, non posso parlarne in modo adeguato e
sarò costretto ad affidarmi ad altri, al sentito dire.
La medietà è la condizione del giornalista, e per il
giornalista cristiano lo è anche in un altro senso,
rivelato dal verbo «intercedere». Stando in mezzo
alle persone, stando accanto agli altri, il giornali-
sta cristiano intercede non solo perché cammina
in mezzo, ma perché con il suo essere lì in nome
dell’amore, con il suo spendersi per gli altri, con
il suo fare la verità secondo l’insegnamento di Ge-
sù, diventa lui stesso una preghiera di intercessione
a Dio. Mi è capitato, per esempio, in Terra Santa,
occupandomi delle divisioni causate dal muro. Io
credo che un servizio televisivo che mostra le fati-
che, le frustrazioni e i sacrifici dovuti all’esistenza di
un muro che separa persone e comunità si traduca
in una preghiera al Signore, perché a quelle perso-
ne sia concesso un giorno di poter vivere senza più
muri e senza più paura. Vedete che, parlando del
mio lavoro in tv, ho usato automaticamente la pa-
rola «servizio». Devo cercare però di non darla per
scontata. Quando vedo apparire sullo schermo la
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dicitura «servizio di…» seguita dal mio nome, mi


devo sempre fare una domanda: ma io sono stato
veramente al servizio? Veramente mi sono speso con
rigore per riuscire a mediare questa realtà che mi è
stato chiesto di raccontare? Sono riuscito a essere
semplice, cioè divulgativo, senza diventare banale?
Sono riuscito a essere sintetico, come richiesto dal
mezzo, senza tralasciare nulla di importante? Sono
riuscito a praticare l’onestà intellettuale necessaria
perché le mie convinzioni culturali e politiche siano
chiavi di lettura dei fenomeni dei quali mi devo oc-
cupare e non fattori di faziosità? Ho fornito davvero
elementi di giudizio oppure ho approfittato dello
strumento a mia disposizione per far passare una
tesi? Quella del servizio è una sfida continua, e non
va mai sottovalutata, né quando si è praticanti alle
prime prove né quando, come nel mio caso, si fa il
giornalista da più di trent’anni. Anzi, proprio ades-
so devo vigilare di più nei confronti di me stesso,
perché un misto di abitudine e di presunzione po-
trebbe portarmi sulla strada della superficialità e del
compromesso.
La seconda parola che propongo è «dubbio». E
qui già mi immagino l’obiezione: ma come, proprio
tu che ti dici uomo della verità, anzi uomo che fa
la verità, adesso fai l’elogio del dubbio? Il dubbioso
non è forse un relativista? E il relativismo non è for-
se il nemico della verità? Qui siamo su un terreno
impervio e occorre procedere con attenzione. Pra-
ticare il dubbio non è in contraddizione con il fare
la verità. Tutto sta nel tipo di dubbio e nell’ogget-
to del dubbio. Il cristiano non dubita sistematica-
mente. Dubita a scopo di vigilanza. La motivazione
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del suo dubbio non è lo scetticismo, ma l’amore. Il


cristiano dubita per costruire, non per distruggere.
Essendo una forma di vigilanza, il dubbio del cri-
stiano si esercita nei confronti del potere e del suo
linguaggio. Di ogni potere umano che non sia sta-
to illuminato e redento dalla fede. Quello politico,
certamente, ma non solo. Parlo del potere a ogni
livello e in ogni ambito: dalla politica all’economia,
dall’amministrazione pubblica a quella della giu-
stizia, dalla Chiesa (che, in quanto organizzazione
umana, non è immune da queste tentazioni) allo
stesso mondo dell’informazione. Sempre il potere,
sia pure in misura diversa, tende a corrompere la
verità e a costruire la menzogna.
Mentre il potere secondo Gesù è servizio –
«Chiamatili a sé disse: chi vuol essere grande fra voi
si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo
fra voi sarà il servo di tutti» (Mc 10,43-44) – il po-
tere secondo l’uomo è dominio, autoaffermazione,
conquista. Di qui la lotta alla quale il cristiano è
chiamato, una lotta che ha nella pratica del dubbio
uno strumento indispensabile, tanto più necessario
se il cristiano opera nel campo dell’informazione,
perché nel tentativo di plasmare la realtà a suo van-
taggio l’uomo di potere usa sempre la parola come
arma privilegiata, mettendola al servizio di se stesso
e non della verità.
Forse anni fa non sarei stato così deciso nella de-
nuncia, ma tanta esperienza maturata come uomo
di comunicazione che si è confrontato e continua
a confrontarsi con diversi poteri mi porta a dire
che per il cristiano nutrire il dubbio verso ciò che
il potere dice e opera non è solo un atteggiamento
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

consigliabile, ma è un preciso dovere che gli deriva


proprio dall’essere uomo che fa la verità.
Ed eccomi così alla terza parola: «rispetto». Sem-
bra una parola un po’ scontata e anche un po’ infla-
zionata. Tutti parlano di rispetto, tutti dicono «ci
vuole più rispetto», a proposito di qualunque pro-
blema, ma per il cristiano è una parola che si riem-
pie ogni giorno di sostanza. Il rispetto di cui parlo è
quello che devo a ogni persona, compreso me stesso,
perché siamo creature volute da Dio a sua immagi-
ne e somiglianza. Per me rispetto vuol dire prima di
tutto avere questa consapevolezza dell’origine divina
di ciascuno, un’origine che ci rende unici e preziosi.
Se in me c’è questa consapevolezza, ogni mio atto e
ogni mio comportamento sarà orientato a valoriz-
zare l’unicità e la preziosità della persona, ovvero la
sua dignità intangibile. È questo un punto centrale
nell’attività educativa, e lo è altrettanto per chi fa
informazione. La persona di cui parlo nel mio servi-
zio televisivo o nel mio articolo di giornale non sarà
mai un semplice oggetto della mia trattazione, ma
sarà sempre un soggetto, non sarà mai riducibile ad
argomento da utilizzare ai miei fini, ma sarà sempre
una persona dotata di una dignità assoluta. Ecco co-
sì che il rispetto diventa manifestazione della verità,
perché è proprio attraverso il rispetto della dignità
personale che io divento operatore di verità.
Mi viene in mente il motto episcopale del car-
dinale Joseph Ratzinger, quando era vescovo di
Monaco: Cooperatores veritatis. Tratte dalla terza
Lettera di Giovanni, sono parole che fanno capire
bene quale deve essere il ruolo dei cristiani. Non
soltanto ammiratori, non soltanto amici della ve-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

rità, ma cooperatori, cioè creature coinvolte nel


processo di realizzazione della verità nel mondo.
Un coinvolgimento che per il giornalista, per l’uo-
mo dell’informazione, si realizza precisamente nel
rispetto di tutti coloro che entrano a far parte del
suo mondo. Quando dico tutti, intendo proprio
tutti. Devo rispetto alla persona di cui mi sto oc-
cupando nel mio servizio sia che si tratti del papa,
sia che si tratti del più umile lavoratore, sia che
si tratti di una persona che ha commesso un cri-
mine. Quindi mai da me arriveranno espressioni
che possano offendere o anche solo far passare un
giudizio. Anzi, quanto più umile e in difficoltà è
la persona di cui sto parlando, tanto più alta deve
essere la mia attenzione nel trattarla con rispetto.
In questo la scelta delle parole è di fondamenta-
le importanza, e lo è ancora di più da quando la
nostra è diventata una società multietnica e mul-
tireligiosa, il che mi impone di prestare attenzione
anche alla sensibilità di chi appartiene a culture e
fedi diverse dalle mie.
Lo stesso rispetto che va alla persona di cui par-
lo va anche alla persona alla quale parlo. Per me
non esiste mai un pubblico indistinto. Esistono
invece persone che mi guardano, mi leggono e mi
ascoltano, e quando io parlo o scrivo devo pensare
di parlare e scrivere per ciascuna di esse. Sono per-
sone che da me attendono non di essere aggredite
con l’arroganza del protagonismo; non di essere
fuorviate nella comprensione dei fatti, magari in
base a miei interessi particolari; non di essere an-
noiate con parole vuote o con troppe parole; non
di essere frastornate con informazioni confuse.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Queste persone da me attendono di essere aiutate


a capire la realtà che ci sta attorno e a viverci in
modo che la dignità di tutti sia sempre più valo-
rizzata e salvaguardata. Nasce qui la necessità nu-
mero uno, quella della chiarezza. Se non so essere
chiaro, se non so farmi capire, è bene che io cambi
mestiere. La chiarezza non è mai banalità, ma è
semplicità al servizio del destinatario del messag-
gio. Lo so che molto spesso la realtà che io sono
chiamato a raccontare è tutt’altro che semplice,
ma proprio in ciò sta il mio compito: semplificare
la complessità senza banalizzarla, renderla più leg-
gibile senza tradirla.
La mia riflessione sul rispetto non sarebbe però
completa se non parlassi anche del rispetto che devo
alle persone assieme alle quali lavoro e del rispetto
che devo a me stesso. Circa le persone con le quali la-
voro, bisogna dire con chiarezza che l’informazione
non è mai opera di un singolo, ma nasce sempre da
un lavoro di squadra. Nel caso della televisione, che
è il mio ambito di lavoro, ciò è più evidente perché
il servizio nasce dalla collaborazione fra un redatto-
re, un operatore che realizza le immagini e un mon-
tatore che le assembla. Il redattore è il responsabile
del servizio, il quale però non si potrebbe realizzare
senza l’opera degli altri due colleghi e di tante altre
persone che entrano in gioco nella catena produt-
tiva (si pensi solo al lavoro della regia per la messa
in onda). Probabilmente lo sviluppo della tecnolo-
gia cambierà presto questo modello produttivo, ma
l’esigenza del rispetto reciproco resterà inalterata. A
prescindere dalle competenze di ciascuno, io devo
avere ben presente che sto collaborando con perso-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ne, non con strumenti di produzione; con soggetti


coinvolti nella realizzazione del prodotto, non con
oggetti a mia disposizione.
Infine una parola circa il rispetto di se stessi,
argomento che in questa fase della mia vita pro-
fessionale mi sta particolarmente a cuore perché
purtroppo sempre più spesso assisto allo spettaco-
lo indecoroso offerto da giornalisti che, privi del
rispetto per se stessi, sono non soltanto molto so-
lerti nel salire sul carro del vincitore politico di
turno ma si autocensurano e si autocondizionano
(perdonatemi la parola orribile) prima ancora di
ricevere in proposito un ordine dal potere politico.
Lo fanno per accreditarsi come servitori affidabili
e per ottenere così vantaggi personali, in termi-
ni di carriera e non solo. E voi capite bene che
qui parliamo non di cooperatores veritatis, ma di
collaboratori del male. Anzi, per come la vedo io,
di collaboratori del maligno. Quel diavolo che si
chiama così precisamente perché getta qualcosa in
mezzo alle persone per dividerle (questo è infatti
il significato del verbo greco dia-ballo). Getta di-
cerie, malignità, discredito, volontà di dominio,
ambiguità, confusione. Ostacoli che il cristiano
deve riconoscere e ai quali deve contrapporre one-
stà, trasparenza, razionalità, servizio, chiarezza.
Ricordate l’esortazione di san Paolo riproposta da
Giovanni Paolo II? «Non lasciarti vincere dal ma-
le, ma vinci con il bene il male» (Rm 12,21). È la
missione del cristiano, ovunque si trovi.
Concludo con una citazione dal bel libro Auto-
ritratto di un reporter, del grande inviato Riszard
Kapuscinski: «Credo che per fare del buon giornali-
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smo si debba innanzitutto essere degli uomini buo-


ni. I cattivi non possono essere buoni giornalisti.
Solo l’uomo buono cerca di comprendere gli altri,
le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi e le
loro tragedie. E di diventare subito, fin dal primo
momento, una parte del loro destino».

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4.
Dies Domini

Uno dei compiti più difficili per i genitori cri-


stiani è riuscire a invogliare i figli a rispettare il pre-
cetto della messa domenicale. La pigrizia, la voglia
di godersi la giornata di riposo e il richiamo degli
eventuali impegni con gli amici o con lo sport re-
mano tutti in direzione contraria.
E allora noi genitori che cosa possiamo fare? Se
vogliamo ragionare sul tema da una prospettiva cri-
stiana, dobbiamo chiederci prima di tutto che cos’è
per noi la famiglia, poi che cos’è per noi la domeni-
ca. Scopriremo così che la ricerca ci porta proprio
nel cuore della nostra fede.
Per il cristiano la famiglia non è un luogo, non è
una forma di organizzazione sociale, ma è una testi-
monianza. Testimonia, attraverso l’amore reciproco
di tutti coloro che la compongono, l’amore di Dio
per ogni creatura.
Come ci ama Dio? La forma più alta del suo
amore verso di noi l’ha dimostrata donandoci Ge-
sù, Dio stesso che si fa uomo, che si cala dentro cia-
scuna creatura per offrirle la salvezza. Questo amo-
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re l’ha dimostrato una volta con l’incarnazione di


Gesù ma lo dimostra anche adesso, ogni giorno, in
ogni momento, rinnovando continuamente il suo
patto di amore con noi.
Dentro la famiglia, i genitori e i figli testimo-
niano con la loro vita questo patto di amore. Lo
testimoniano in un duplice senso: ognuno di loro è,
in quanto creatura, espressione dell’amore di Dio,
ed è, a sua volta, dono d’amore per ciascuno degli
altri.
Del tutto speciale è il ruolo dei genitori. In quan-
to artefici della famiglia, essi sono non solo testimo-
ni dell’amore di Dio, ma corresponsabili della crea-
zione. C’è da restare abbagliati. Probabilmente noi
genitori cristiani non riflettiamo mai abbastanza sul
ruolo al quale siamo chiamati. Donandosi l’un l’al-
tro e aprendosi alla vita nuova, gli sposi diventano
collaboratori diretti di Dio nell’attuazione del suo
progetto. Non è forse, anche questo, un dono di
valore inestimabile, tale da lasciarci pieni di stupore
e di gratitudine?
La parola «dono» suona strana alle nostre orec-
chie. Per la nostra cultura la famiglia assomiglia
sempre di più a una forma di convivenza fondata
sull’interesse reciproco, una specie di contratto in
base al quale si sta insieme finché conviene, finché
il rapporto dà piacere, o sicurezza. Niente a che fare
con una vita che si dona totalmente, proprio come
Dio si è donato totalmente a noi.
Immersi come siamo in questa cultura, è sem-
pre più difficile mantenere desto dentro noi stes-
si il senso della famiglia cristiana. Ma proprio per
questo la nostra testimonianza diventa ancora più
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

importante. E ancora più entusiasmante, come lo


sono tutte le imprese di chi va controcorrente.
Abbiamo parlato di amore e di dono. Belle pa-
role. Ma noi cristiani, proprio perché cristiani, non
possiamo permettere che siano solo parole. Dio ha
sigillato il suo patto d’amore con la vita del suo fi-
glio, e il figlio ha incarnato a tal punto l’amore-dono
da sacrificare se stesso con la morte sulla croce. Di
fronte a questa realtà – perché di realtà si tratta, non
di astratte teorie – possiamo permetterci di giocare
con le parole?
Qualche domenica fa, mentre mi trovavo in
chiesa, pensavo al vostro invito, a come impostare
il mio intervento. Mentre nella testa mi frullavano
confusamente tante domande, tante ipotesi, il mio
sguardo si è posato sul crocifisso. E allora mi so-
no dato dello stupido. Non ha nessun senso andare
alla ricerca di ragionamenti complessi quando noi
cristiani abbiamo proprio nel crocifisso la risposta
a tutte le domande. Eccolo lì l’amore, eccolo lì il
dono. Totale, incondizionato, infinito. Non rap-
presentato da una formula matematica, né da un
contratto. Ma sigillato con la vita stessa. È un mi-
stero davvero grande, che dovrebbe lasciarci, anche
in questo caso, pieni di stupore e di gratitudine in
ogni momento della nostra esistenza.
Quel giorno, dopo essere stato in chiesa e aver fis-
sato il crocifisso, vidi alla televisione un programma
molto interessante e istruttivo dedicato alla spiri-
tualità nel Tibet, nel Nepal e in India. Sono sempre
stato affascinato da quei paesi, dai riti antichi che
caratterizzano la religiosità di quei popoli. Nel pro-
gramma i contenuti del buddismo e dell’induismo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

vennero accennati in forma sintetica ma esauriente.


Mi fece riflettere soprattutto l’idea ricorrente della
purificazione, della necessità di liberarsi dei tanti
vincoli terreni e perfino di se stessi, della propria
personalità, della propria umanità, per essere innal-
zati a livelli via via superiori, sempre più vicini alla
divinità.
Mentre guardavo quelle immagini altamente sug-
gestive, piano piano mi accorsi che un’altra imma-
gine si stava sovrapponendo a esse. Era il crocifisso
che avevo fissato in chiesa. Devo confessarlo: non
sarà molto corretto dal punto di vista del confronto
e del dialogo con le altre religioni, ma provai un
misto di intima commozione e perfino di sommessa
gioia nel sentirmi discepolo di quell’uomo appeso
alla croce.
Anche noi cristiani siamo spesso chiamati alla
purificazione, tanto è vero che, per esempio, siamo
chiamati in certe occasioni al digiuno. Ma non si
tratta mai di una fuga da noi stessi, non è mai un
abbandono della nostra umanità. E come potrem-
mo dal momento che il nostro Dio, per dimostrarci
il suo amore, ha abbracciato l’umanità così com-
pletamente da farsi uomo, così profondamente da
offrire la sua vita per noi?
In casa nostra il crocifisso sta in cucina. Voi di-
rete: non è il posto più elegante e più nobile della
casa, forse sarebbe meglio il soggiorno, o magari
l’ingresso. È un’obiezione sensata, ma a noi è ve-
nuto naturale metterlo in cucina perché è il locale
in cui viviamo di più ed è anche quello più intimo.
Chissà perché, quando qualche figlio ha un proble-
ma, o qualcosa di importante da comunicare, ci si
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ritrova a parlarne in cucina. E anche quando marito


e moglie discutono, litigano o condividono qual-
che preoccupazione, è quasi sempre in cucina che
avviene il confronto. E allora ci sembra giusto che
il crocifisso stia lì, dove tante parole, tanti pensieri,
tante angosce e sofferenze ma anche tante gioie e
soddisfazioni vengono comunicate e condivise. È
un testimone muto, ma eloquente, e pazienza se di
fronte ha lavandino e fornelli. Lì noi trascorriamo
tante ore e lì vogliamo averlo con noi.
La centralità del crocifisso nella vita domestica
non è un problema di arredamento. È precisamente
il problema che sta al cuore della nostra fede. Se
crediamo veramente che il nostro essere famiglia sia
una testimonianza, come possiamo immaginare di
essere testimoni credibili senza riconoscere la pre-
senza del Signore fra noi?
Tempo fa, lo ricorderete, il dibattito sulla pre-
senza del crocifisso nelle scuole e negli ambienti
dell’amministrazione statale è tornato a farsi incan-
descente. Per alcune settimane la disputa «crocifisso
sì, crocifisso no» ha riempito pagine di giornali e
schermi televisivi, con la partecipazione di com-
mentatori d’ogni estrazione religiosa, culturale e
politica. Poi, passata la bufera, la questione è finita
come al solito nel dimenticatoio e l’impressione è
che non abbia insegnato niente a nessuno. E invece
un insegnamento ci sarebbe, e riguarda proprio noi
cristiani. Si tratta di rispondere ad alcune domande.
Chi è per noi il crocifisso? Ci è indifferente oppu-
re ci dice qualcosa? È solo un’immagine abituale e
scontata oppure ha un significato? Proviamo ver-
so quell’uomo solo un vago affetto, magari anche
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ammirazione, oppure la sua presenza ci interpella


in profondità sul senso della nostra vita? Pensiamo
che si tratti genericamente di un simbolo culturale,
di cui ricordarsi quando ci si sente minacciati da
qualche presenza esterna, oppure è per noi un mes-
saggio che ci coinvolge ogni giorno imponendoci
di dar conto di una fede? Ci limitiamo a osservarlo
superficialmente o avvertiamo il bisogno di metter-
ci in contemplazione davanti a lui?
Queste sono alcune delle domande che il cristia-
no dovrebbe porsi seriamente a proposito del cro-
cifisso. Queste sono le domande che una famiglia
cristiana, in quanto testimone di quell’amore testi-
moniato a sua volta dalla croce, deve alimentare in
continuazione, senza paura di apparire stravagante.
L’idea di testimonianza richiama quella di fedel-
tà, e fedeltà, come dono, è un’altra parola alquanto
strana per la nostra cultura dominante, per la men-
talità prevalente. Mia moglie e io, ogni tanto, siamo
invitati dal nostro parroco a rivolgere qualche paro-
la alle coppie di fidanzati che si stanno avvicinando
al matrimonio. Personalmente avverto sempre una
certa difficoltà nel farmi seguire quando si affronta
il capitolo spinoso dell’indissolubilità. Già la paro-
la, di per sé, mette un certo sgomento. Ma capisco
dagli sguardi di quei ragazzi che anche il concetto
provoca inquietudine. Per quanto la fase prema-
trimoniale sia quella delle grandi aspettative e dei
buoni propositi, è anche quella, inevitabilmente,
delle paure, e tra gli aspetti che suscitano maggio-
ri timori c’è proprio questo: l’indissolubilità. Ce la
faremo – si chiedono un po’ tutti – a mantenere
un impegno così radicale? Ma davvero – e qui si
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

avverte un velato rimprovero alla Chiesa – è possi-


bile pretendere che un uomo e una donna possano
vivere assieme sempre?
Di fronte a queste domande – a volte esplicite,
altre volte solo accennate – prima di tutto cerchia-
mo di far capire che la fedeltà, idea così estranea a
una cultura tutta incentrata sul principio del pia-
cere e dell’autoaffermazione, in realtà appartiene
profondamente alla nostra umanità. Sebbene i mes-
saggi che riceviamo ogni giorno insistano nel farci
credere che la felicità sia figlia dell’instabilità, dei
rapporti precari, di una presunta «libertà di scelta»,
nel profondo avvertiamo che la felicità nasce dal
sentirsi amati di un amore esclusivo, vale a dire uni-
co e fedele. Per recuperare questa consapevolezza,
travolta da un bombardamento continuo di voci,
immagini e stimolazioni che ci dicono il contra-
rio, occorre prima di tutto fermarsi e fare silenzio.
E poi, possibilmente, lasciarsi riempire dalle parole
delle Scritture, che sono lì a nostra disposizione co-
me una miniera inesauribile. Ai giovani sposi, per
esempio, non ci stanchiamo di citare san Paolo,
quel «non conformatevi alla mentalità del tempo»
che risuonò tanti anni fa, durante la celebrazione
del nostro matrimonio, e che ancora oggi ci sostie-
ne e ci conforta ogni volta che le nostre forze ci
sembrano davvero troppo misere per continuare a
essere testimoni credibili.
Testimonianza, dono, fedeltà. È a questo pun-
to che possiamo ragionare anche attorno alla do-
menica. Letteralmente «giorno del Signore», per la
famiglia cristiana la domenica è anche giorno per
il Signore e con il Signore. Il che ci impone una
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

riflessione sul tempo e sul modo in cui ne viviamo


lo scorrere.
Se ci pensiamo, le attuali condizioni di vita sem-
brano fatte apposta per negare l’esistenza di tempi
sacri. So di usare, tanto per cambiare, un’altra paro-
la alquanto fuori moda, ma non si può parlare della
domenica se non si riflette sulla sacralità di questo
giorno.
Sacralità vuol dire certamente che è diverso da
ogni altro, così come fu diverso per Dio stesso il
settimo giorno, nel quale, com’è noto (Gn 2,2), si
riposò. La diversità, però, di per sé non basta. Oc-
corre che questo giorno sia diverso perché orienta-
to a Dio, dedicato a lui: consacrato, appunto. Ma
ancora non basta: occorre che questa consacrazione
avvenga con la consapevolezza di trovarci dentro
un mistero salvifico, un disegno al quale aderire
nell’obbedienza.
Molto presente nella Bibbia, l’idea dell’alternan-
za lavoro-riposo è tradotta nell’osservanza del saba-
to così come dell’anno sabbatico in quanto anno di
riposo per la terra coltivata, da cui nasce l’anno giu-
bilare come periodo in cui, con una scadenza fissa,
le ricchezze vengono ridistribuite e le terre riconse-
gnate ai proprietari a cui erano state tolte.
C’è quindi, nel riposo in senso biblico, l’idea di
una rigenerazione, di una nuova partenza contras-
segnata da un cambiamento, da un miglioramento
individuale e sociale.
Anche per noi, oggi, il riposo è molto impor-
tante, tanto è vero che ne parliamo continuamente
(«come sono stressato, ho assolutamente bisogno
di riposare!»), ma siccome viviamo in un sistema
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

sociale e culturale in cui il valore numero uno è l’ef-


ficienza psicofisica, lo abbiamo ridotto, appunto, a
un problema di efficienza: devo risposare per rimet-
termi nelle condizioni di lavorare, di produrre, di
agire. Da questo punto di vista anche la domenica è
diventata semplicemente una pausa, un’interruzio-
ne del ritmo produttivo, da riempire possibilmen-
te con il divertimento, lo sport, lo svago (in realtà,
molto spesso, con tanta noia).
Differente è l’idea di domenica che hanno, o do-
vrebbero avere, i cristiani, per i quali non si tratta
semplicemente di una pausa, ma di molto di più,
perché per noi cristiani la domenica è una festa. Ma
anche qui occorre precisare, perché c’è festa e festa.
Il cardinale Carlo Maria Martini, nel suo Dizio-
nario spirituale. Piccola guida per l’anima, scrive a
proposito della festa biblica: «Non è semplicemen-
te una commemorazione in cui il popolo ricorda
eventi gloriosi del passato. Non è neppure un qua-
lunque stare insieme, un gioire insieme, un sempli-
ce momento di aggregazione, di socializzazione. La
festa biblica è l’esperienza attuale della potenza di
Dio su di noi, e viene sperimentata nel culto, nella
preghiera e nella gioia, così come la esperimenta il
popolo della Pasqua».
Anche oggi abbiamo numerosi momenti di festa,
e lo sappiamo bene noi genitori, chiamati continua-
mente a organizzare, o a subire, feste scolastiche e di
compleanno. Ma dietro questa frenesia da festa non
c’è che il solito consumismo e il solito efficientismo
di cui sono imbevuti tutti gli altri spazi.
No, per noi cristiani il giorno di festa è proprio
quello, come scrive il cardinale Martini, in cui fac-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ciamo esperienza di Dio, nella preghiera e nella


gioia. Certo, per il cristiano questa esperienza deve
essere quotidiana, ma nella domenica lo è in modo
particolare perché – ecco il senso sacro della festa
– rivolta a Dio in modo esclusivo all’interno di un
piano di salvezza.
Entra qui in gioco la Chiesa, la sua importanza,
il suo ruolo. Come scrivono i vescovi delle Chiese
di Puglia, «non possiamo vivere il cristianesimo da
soli, né possiamo imparare a diventare cristiani da
autodidatti». Allo stesso modo, «la fede non può
essere appresa e alimentata dai libri. Essa deve es-
sere vissuta e sperimentata nella comunità dei cre-
denti».
Mia moglie e io lo diciamo spesso ai nostri figli:
la Chiesa non va vista come coercizione, come una
struttura pensata per imporre norme e limiti, ma
come un vasto e profondo deposito di sapienza e di
esperienza che, anche attraverso alcuni precetti, ci
viene messo a disposizione perché possiamo conser-
vare, alimentare e accrescere la nostra fedeltà a quel
Dio che si è fatto uomo per noi.
Come genitori di sei figli, siamo quotidianamen-
te a contatto con esigenze e orientamenti diversi
anche in campo religioso. C’è chi sta facendo un
cammino di spiritualità intenso, curato, non epi-
sodico; c’è chi accoglie volentieri il messaggio so-
ciale e caritativo della Chiesa ma non quello più
strettamente religioso e spirituale; c’è chi, dopo aver
ricevuto prima comunione e cresima, sta vivendo
la classica crisi di disaffezione verso la vita parroc-
chiale; c’è chi aspetta il momento di poter vivere le
esperienze fatte dalla sorella che precede, e infine
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

chi sta muovendo i primissimi passi nella fede im-


parandone l’abc. Da tutti, nonostante la stanchezza
che a volte si fa sentire, noi genitori riceviamo con-
tinue sollecitazioni che funzionano come verifiche
del nostro cammino di fede e, anche se in certi casi
restiamo un po’ disorientati, non smettiamo mai di
ringraziare per questa opportunità di confronto che
ci impedisce di fossilizzarci.
Un punto fermo è dato dalla consapevolezza di
possedere, nei confronti di ogni figlio, una respon-
sabilità che riguarda a pieno titolo anche la forma-
zione spirituale e religiosa. Non concordiamo affat-
to con quei genitori secondo i quali papà e mamma
non devono intervenire su questi aspetti perché, co-
sì si sente dire spesso, al momento opportuno, i figli
faranno le loro scelte. Sarebbe come dire: oggi non
ti do da mangiare perché, al momento opportuno,
sarai tu a procurarti del cibo. Ma con quali forze,
con quali risorse arrivare al domani se oggi ti privo
degli strumenti per crescere? Lo stesso vale per la
fede: come pretendere che possa costruirsi a tempo
debito un rapporto con il Signore se non possiedo
gli elementi base per fare la sua conoscenza e dialo-
gare con lui?
Il nostro unico figlio maschio ha deciso di non
frequentare più la Chiesa. Alla sua età è un atteggia-
mento diffuso. Mi accorgo però che, nonostante si
dica non credente, ha mantenuto un atteggiamen-
to religioso verso la vita. Avere un atteggiamento
religioso vuol dire sapersi stupire, non dare nulla
per scontato, essere collaborativi e non rivendicati-
vi, capire che nessuno può pensare di isolarsi in un
proprio mondo senza rapporti con gli altri, capire
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che accanto ai diritti esistono anche i doveri; vuol


dire saper ringraziare, mantenere viva la consapevo-
lezza che non tutto si esaurisce nel presente, alimen-
tare la voglia di cercare il senso della vita, alzare gli
occhi verso il cielo, saper bussare alle porte, rischia-
re, non aver paura di vivere controcorrente. Vuol
dire riconoscere che Gesù ha qualcosa da dirci e che
dalla nostra disponibilità dipende il nostro destino
in questa vita e soprattutto in quella che verrà.
Alimentare una visione trascendente dell’esisten-
za non è facile, specie in una cultura appiattita sul
presente e attirata dal mistero solo quando ha le
forme della magia. È però un compito educativo
fondamentale, da rivendicare e realizzare con deci-
sione.
Tempo fa una mamma nostra vicina di casa ri-
mase sconcertata quando seppe che i nostri figli più
grandi avrebbero trascorso parte delle vacanze esti-
ve con un gruppo missionario impegnato in lavori
piuttosto pesanti in alta montagna, con lo scopo di
raccogliere fondi per popolazioni povere. Sconcer-
tata non solo per le condizioni disagevoli in cui i
ragazzi avrebbero vissuto per un paio di settimane,
ma soprattutto per la nostra decisione di consentire
loro una scelta marcatamente orientata in senso reli-
gioso. «Al massimo – ci disse – noi permettiamo che
la nostra figlia frequenti i campi del Wwf. Quanto
alla religione, vedrà lei». Ecco un bell’esempio di
relativismo ammantato di libertà.
Nella loro lettera Senza la domenica non possiamo
vivere (2005) i vescovi delle Chiese di Puglia scri-
vono che la domenica è il giorno della missione, è
il giorno dell’uomo (perché «non abbiamo bisogno
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

soltanto dei mezzi con cui vivere, ma anche delle


ragioni per cui vivere»), è il giorno della comunità
ed è il giorno della carità. Come marito e genitore
avverto in queste espressioni un richiamo partico-
lare, perché davvero nel mio ruolo occorre che mi
metta al servizio di tutti e di ciascuno con carità,
alimentando sempre le ragioni per cui vivere. Trop-
po spesso infatti ci preoccupiamo dei «come» senza
occuparci dei «perché».
Nella lettera apostolica Dies Domini, con le pa-
role del Concilio ecumenico Vaticano II, il papa
scrive che la domenica è in effetti per i cristiani la
«festa primordiale», perché non solo scandisce il
succedersi del tempo, ma ne rivela il senso profon-
do. Se la trascurassimo, o se la privassimo della sua
carica religiosa per ridurla a semplice spazio vuoto
tra gli affanni di una settimana uscente e di una
entrante, toglieremmo a noi stessi e ai nostri figli il
grande dono di una «Pasqua settimanale» in cui ce-
lebrare l’inizio di una nuova vita grazie alla vittoria
di Cristo sul peccato e sulla morte.

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5.
Redemptor hominis

«L’uomo non può vivere senza amore». Si leg-


ge così nella Redemptor hominis (n. 10) ed è una
di quelle frasi wojtyliane che mi sono entrate nel
cuore e nella mente con la forza della semplicità
evangelica. Giovanni Paolo II continua così la sua
riflessione: «Egli [l’uomo] rimane per se stesso un
essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso,
se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra
con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa pro-
prio, se non vi partecipa vivamente».
Dunque l’amore non è qualcosa di dovuto, né
qualcosa che si può comandare. L’amore va rivelato,
e come si rivela? In un incontro che diventa fat-
to concreto e coinvolgimento totale. Solo alla luce
di un incontro, quindi di un’esperienza con l’altro
e verso l’altro, l’amore si svela e dà senso alla vita.
Non è con l’introspezione che troviamo il senso del-
la vita, o per lo meno non solo con quella. Occorre
questa forza dell’incontro.
Il papa sembra quasi timoroso nell’affrontare il
mistero della redenzione. Quando spiega che Cri-
sto redentore «rivela pienamente l’uomo all’uomo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

stesso» e che l’incontro rappresenta «la dimensio-


ne umana del mistero della redenzione», Giovan-
ni Paolo II aggiunge, come inciso, «se così è lecito
esprimersi». Lui stesso avverte la difficoltà di entra-
re nel mistero con le sole parole umane, ma vuole
provarci, perché sa che qui è in gioco l’essenziale.
E così aggiunge: «In questa dimensione l’uomo ri-
trova la grandezza, la dignità e il valore propri della
sua umanità. Nel mistero della redenzione l’uomo
diviene nuovamente espresso e, in qualche modo, è
nuovamente creato. Egli è nuovamente creato!».
Il punto esclamativo indica che il papa è arriva-
to a ciò che veramente voleva comunicare. In Cri-
sto l’uomo è nuovamente creato perché Dio, che è
amore, ha mandato suo figlio per rigenerarci, per
farci rinascere, e se noi ci apriamo a questo incontro
d’amore davvero siamo creati un’altra volta. Dice
ancora il papa: «L’uomo che vuol comprendere se
stesso fino in fondo, non soltanto secondo imme-
diati, parziali, spesso superficiali e perfino apparenti
criteri e misure del proprio essere, deve, con la sua
inquietudine e incertezza, e anche con la sua debo-
lezza e peccaminosità, con la sua vita e morte, avvi-
cinarsi a Cristo. Egli deve, per così dire, entrare in
lui con tutto se stesso, deve appropriarsi e assimilare
tutta la realtà dell’incarnazione e della redenzione
per ritrovare se stesso».
Non sono passaggi facili. Il linguaggio stesso è
tutt’altro che fluido. Si avverte tutta la difficoltà
del pastore che vuole condurre il gregge lungo un
sentiero impervio, ma non rinuncia, perché sa che
senza quel cammino nulla è comprensibile e nulla
è vero.
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È proprio a questo punto che il papa parla di


stupore, lo stupore che coglie chiunque si lasci
coinvolgere nell’incontro d’amore, «quel profon-
do stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uo-
mo». Uno stupore che «si chiama Vangelo, cioè la
buona novella», e «si chiama anche cristianesimo».
La parola stupore come sinonimo di cristianesimo!
Perché non si può provare che stupore quando si
scopre che Dio creatore per amore si è fatto uo-
mo e per amore ha donato tutto se stesso. Non
ci può essere che stupore quando si avverte che
la dignità e la grandezza di ogni uomo derivano
non da criteri umani ma da questo totale e gra-
tuito dono d’amore. Ecco perché il papa spiega
che il compito della Chiesa, nel corso dei secoli, è
sempre lo stesso, ed è duplice: contemplare questo
mistero d’amore e, attraverso la contemplazione,
«dirigere lo sguardo dell’uomo». Lo sguardo non
di pochi eletti, perché verso il mistero di Cristo
occorre «indirizzare la coscienza e l’esperienza di
tutta l’umanità». Si tratta, dice ancora il papa, di
«aiutare tutti gli uomini ad avere familiarità con la
profondità della redenzione, che avviene in Cristo
Gesù».
Pontefice da meno di cinque mesi, all’inizio del
1979 nella sua prima enciclica, nel suo primo gran-
de documento magisteriale, Karol Wojtyla punta
dritto su Gesù. Con una Chiesa ancora sconvolta
dalla fine drammatica di Paolo VI e dalla breve pa-
rentesi del mite Albino Luciani, il vigoroso e gio-
vane papa uscito a sorpresa dal conclave e arrivato
da un paese lontano chiede di contemplare il volto
di Gesù. Lo ha già detto nella sua prima omelia,
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il 22 ottobre 1978 («Spalancate le porte a Cristo,


non abbiate paura di accogliere Cristo e di accet-
tare la sua potestà») e ora lo ripete attribuendo a
questa centralità di Cristo un valore spiccatamente
missionario. L’uomo redento non può tenere il do-
no per sé. L’amore va propagato per contagio. Ed è
a questo punto che Wojtyla pone come pietra an-
golare del lavoro missionario le acquisizioni uscite
dal Concilio Vaticano II. Con il Concilio, dice, la
Chiesa ha preso coscienza del fatto che essa è mis-
sionaria nel momento in cui è dialogo; ma perché
ci sia dialogo occorre che ci siano alcuni presuppo-
sti fondamentali. Ovvero: dignità riconosciuta alle
altre fedi e religioni e unità dei cristiani attorno a
Gesù Cristo «stabile principio e centro permanente
della missione».
L’omaggio al Concilio è sostanziale, non for-
male. Wojtyla parla di «autocoscienza» della Chie-
sa. Dal Concilio il popolo di Dio, in tutte le sue
componenti, anche gerarchiche, ha imparato che
«l’atteggiamento missionario inizia sempre con un
sentimento di profonda stima di ciò che c’è in ogni
uomo» e per ciò che ogni uomo, a prescindere dalla
sua condizione, dalla sua cultura e dalla sua fede, ha
elaborato a proposito dei problemi più profondi.
Lo Spirito soffia dove vuole, ricorda il papa, e non
possiamo essere noi a stabilire confini. «La missione
non è mai una distruzione», semmai è «una nuova
costruzione». La libertà religiosa è pertanto, proprio
come ha insegnato il Concilio, strumento e garan-
zia della comune ricerca della verità. La Chiesa non
abbia paura di questa libertà. Si impegni piuttosto
per esserne la custode, ben sapendo che tra dignità
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dell’uomo e libertà di religione esiste un nesso de-


cisivo.
Ma chi è, nella concreta situazione contempo-
ranea, l’uomo al quale si rivolge la Chiesa? Anche
nel rispondere a questa domanda Giovanni Paolo II
parte da Cristo. Poiché Dio con l’incarnazione del
Figlio si è unito a ogni uomo, compito della Chiesa
è far sì che questa unione si perpetui nel tempo e
si diffonda ovunque. Ed è qui che la Redemptor ho-
minis propone la sua pagina forse più celebre. Co-
me Cristo ha avuto sollecitudine per ogni uomo, la
Chiesa ha a cuore il bene di tutti e di ciascuno. Non
si tratta, spiega il papa, di un uomo astratto, ma
dell’uomo concreto e storico, con i suoi problemi,
le sue contraddizioni, le sue mancanze, i suoi pec-
cati, i suoi sogni, le sue speranze, le sue sofferenze.
Lo ha detto il Concilio e papa Wojtyla lo precisa:
«L’uomo, nella piena verità della sua esistenza, del
suo essere personale e insieme del suo essere comu-
nitario e sociale […] quest’uomo è la prima strada
che la Chiesa deve percorrere nel compimento della
sua missione»: egli «è la prima e fondamentale via
della Chiesa, via tracciata da Cristo stesso» (n. 14).
Proprio perché l’uomo è la via della Chiesa il pa-
pa sente il bisogno di interrogarsi sulla condizione
umana attuale e, alla luce del Concilio, individua
nella paura il tratto distintivo dell’umanità nel pas-
saggio dal secondo al terzo millennio dell’era cri-
stiana. L’uomo di oggi «sembra essere sempre mi-
nacciato da ciò che produce», dal risultato del suo
lavoro manuale e intellettuale. Ciò che lo dovrebbe
liberare da fatiche, problemi e sofferenze donando-
gli una vita più facile lo immerge, al contrario, in
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

una realtà più temibile, nella quale si può arriva-


re fino all’autodistruzione. Ecco perché – e qui
Wojtyla apre una prospettiva alla quale si dedicherà
costantemente nel corso del suo lungo pontificato
– lo sviluppo della scienza e della tecnica deve essere
accompagnato da un «proporzionale sviluppo del-
la vita morale e dell’etica». È un compito urgente
al quale il cristiano non può sottrarsi, mettendo al
centro della sua attenzione specialmente i più de-
boli, i più indifesi, quelli che non hanno voce né
potere.
Il progresso è veramente tale o è una minaccia?
Questa la domanda che il papa pone a tutti chie-
dendo che si faccia una «radiografia» (la chiama
proprio così) delle tappe percorse nei vari campi
della conoscenza e del sistema di produzione. Net-
ta è qui la condanna del materialismo e del con-
sumismo che riducono l’uomo a oggetto e a con-
sumatore, uno «schiavo delle cose» spossessato di
libertà e dignità, e altrettanto netta è la denuncia
degli squilibri sociali funzionali a chi concepisce lo
sviluppo non come promozione umana e accresci-
mento della giustizia ma come sfruttamento di ri-
sorse e persone per accumulare ricchezze e privilegi
a danno di altri. Si tratta della sezione forse meno
originale dell’enciclica rispetto all’insegnamento dei
predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI (del resto
richiamati esplicitamente da papa Wojtyla), ma se
la si legge pensando allo sviluppo che l’insegnamen-
to di Giovanni Paolo II avrà negli anni successivi si
capisce come il papa avesse ben chiaro fin dal prin-
cipio della sua missione il problema dei diritti uma-
ni fondamentali che vanno assicurati a ogni uomo.
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La pace, scrive, si assicura se sono assicurati i diritti.


Ecco la necessità del controllo morale sui processi
economici così come sui meccanismi politici. Una
vigilanza attiva alla quale la Chiesa non può rinun-
ciare, pena la rinuncia al suo stesso mandato mis-
sionario. Il potere, scrive il pontefice, ha dei diritti
solo in quanto rispetta e tutela i diritti oggettivi e
inviolabili dell’uomo. Attraverso lo Stato l’autorità
serve il bene comune, non è la persona al servizio
dello Stato. «Senza questo si arriva allo sfacelo della
società», come hanno dimostrato i tanti totalitari-
smi del Novecento.
Rifacendosi ancora una volta al Concilio, e in
particolare alla Dignitatis humanae, la dichiarazione
del 1965 che si caratterizza per la riflessione sulla
libertà religiosa e di coscienza, il papa scrive: «in
virtù del mio ufficio, desidero a nome di tutti i cre-
denti del mondo intero rivolgermi a coloro da cui,
in qualche modo, dipende l’organizzazione della
vita sociale e pubblica, domandando a essi ardente-
mente di rispettare i diritti della religione e dell’at-
tività della Chiesa. Non si chiede alcun privilegio,
ma il rispetto di un elementare diritto. L’attuazione
di questo diritto è una delle fondamentali verifiche
dell’autentico progresso dell’uomo in ogni regime,
in ogni società, sistema o ambiente» (n. 17).
Cosciente della ricchezza della propria fede in un
incontro d’amore salvifico, la Chiesa è con il suo
annuncio la risposta a tutti i materialismi che pre-
tendono di ridurre l’uomo alla sola dimensione dei
rapporti funzionali. Qui Giovanni Paolo II introdu-
ce la riflessione sulla verità, concetto altamente osti-
co per l’uomo contemporaneo impregnato di rela-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

tivismo, ma la svolge soprattutto sul fronte interno


alla Chiesa stessa con un appello ai teologi perché,
con la loro ricerca, non perdano mai di vista «il si-
gnificato del loro servizio alla Chiesa», che è anche
servizio al magistero «col vincolo della comunione
gerarchica al successore di Pietro». Sembrano parole
di Ratzinger, così come le seguenti, quando papa
Wojtyla chiede che la Chiesa, dialogando con tutte
le scienze come ha chiesto il Concilio, prenda sì in
considerazione il pluralismo dei metodi ma non si
allontani dai contenuti della fede e della morale.
Documento composito, che spazia dalla dimen-
sione filosofica a quella teologica, sociale ed eco-
nomica, la prima enciclica di Giovanni Paolo II
mantiene la sua attualità perché va alla radice della
fede cristiana e dimostra che il messaggio evange-
lico parla all’uomo di ogni epoca. L’amore di Dio
è creativo non solo perché l’essere umano viene al
mondo proprio in virtù di questo amore, ma perché
cambia le persone, le trasforma. È un amore esclu-
sivo, ma non è un amore che conserva; è un amore
che rinnova. È un amore che dà ma è anche pron-
to a ricevere. Ed è un amore personale perché Dio,
proprio come un padre, ama ogni figlio in modo
speciale.
André Frossard ha scritto: «E poi dicono che
l’amore è cieco. È invece l’unico che ci vede: ve-
de nella persona amata delle bellezze che chi non
ama non sa vedere» (A. Frossard, Dio esiste, io l’ho
incontrato). È proprio vero, ed è una verità che ri-
guarda tanto l’amore divino quanto l’amore uma-
no. Riguarda l’amore umano in quanto espressione
e riflesso di quello divino.
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Vorrei concludere con un’altra citazione che mi


sembra andare al cuore del messaggio lanciato da
Giovanni Paolo II con la Redemptor hominis. Dice
così: «In fondo, io non posso donarmi a un’altra
persona se non scopro che Dio per primo si è do-
nato a me. Posso assumermi fino in fondo il rischio
dell’altro, il rischio di accettarlo così com’è, con il
suo valore infinito, ma anche con i suoi difetti e col
disagio che eventualmente mi causa, posso accettare
il rischio di donarmi gratuitamente a lui solo se sco-
pro che Dio per primo si è assunto il rischio della
mia persona. Dio è la garanzia ultima del dono di
me stesso, la garanzia ultima che rende possibile la
gratuità. La gratuità infatti non è possibile che nella
fiducia in Dio». Sono parole di un teologo: Joseph
Ratzinger.

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6.
Santi come e perché

Vado a parlare di Giovanni Paolo II a una platea


di giovani e alcuni di loro mi chiedono: come mai
Wojtyla scelse di beatificare e canonizzare così tante
persone durante il suo pontificato?
Bisogna dire che sotto questo profilo la Chiesa
è molto cambiata dopo il Concilio Vaticano II. Se
prima i beati e i santi erano visti come figure eroi-
che, poste su un piedistallo o tra le nuvole, quasi
irraggiungibili per i comuni mortali, dal Concilio
in poi la santità è stata presentata sempre di più co-
me una proposta di vita rivolta a tutti i cristiani,
compresi i laici. È da quel momento che i santi,
per così dire, hanno incominciato a scendere dagli
altari per diventare gente comune, impegnata nelle
attività di tutti i giorni, in mezzo agli altri, alle prese
con i problemi della loro epoca.
Giovanni Paolo II ha valorizzato questa visione
della santità, ma non è stato lui a «produrre» i santi.
Il papa non ha fatto altro che accogliere richieste
che arrivano dal popolo dei fedeli, da tutta la Chie-
sa. Se oggi i beati e i santi sono molto più numerosi
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

che in passato, è perché è cambiata la Chiesa nel suo


complesso.
Espressione di questa nuova mentalità è anche il
cambio di procedura che porta alla proclamazione
di un beato e di un santo. Con Paolo VI il mecca-
nismo è stato semplificato: per arrivare alla beati-
ficazione occorre un solo miracolo riconosciuto, e
un altro per la canonizzazione. Così tante cause che
erano in attesa sono state sbloccate. Dal 1983, inol-
tre, bastano cinque anni dalla morte del candida-
to per aprire la fase diocesana del processo, mentre
una volta potevano trascorrere anche cinquant’anni
dalla morte.
Alcuni ritengono che la grande quantità di nuovi
santi potrebbe aver contribuito a «diluire» un po’
troppo l’idea stessa di santità. Ma il papa non la
pensava così. Anzi, proprio perché riteneva la san-
tità un obiettivo da proporre a tutti i battezzati,
nessuno escluso, accoglieva molte delle richieste di
beatificazione e di canonizzazione che salivano dal
basso per dimostrare che ci sono tante vie possibili
verso la santità e per fornire ai cristiani tanti esem-
pi. In questo modo, la santità non è banalizzata ma
proposta in modo più efficace a tutte le persone,
qualunque sia la loro età, professione e condizione
sociale.
Ecco perché Giovanni Paolo II ha proclamato
beati e santi di tutti i tipi. La maggioranza è sempre
composta da sacerdoti e suore, ma ci sono anche
laici, ci sono anche madri di famiglia. Da questo
punto di vista alcune figure sono particolarmente
significative. Penso per esempio a un giovane dina-
mico e sportivo come Pier Giorgio Frassati, morto
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ad appena ventiquattro anni di età e considerato un


esempio di giovane laico cattolico impegnato nel
sociale, beatificato nel 1990. Penso a Gianna Be-
retta Molla, medico e madre di famiglia, beatificata
nel 1994, morta a soli quarant’anni nel 1962 per
aver scelto di non curare il tumore di cui soffriva
per consentire la nascita della sua quarta figlia. Ma
penso anche a un missionario come Daniele Com-
boni (1831-1881), proclamato santo il 5 ottobre
2003, una vita spesa per il riscatto dei popoli africa-
ni, contro ogni discriminazione razziale.
Tutto questo per far vedere che la santità può e
deve essere cercata, trovata e alimentata ovunque,
in ogni ambito della vita, non solo nel chiuso delle
sacrestie o dei conventi. Inoltre, nel corso dei suoi
viaggi, il papa ha beatificato e canonizzato anche
persone lontane dalla cultura europea, per dimo-
strare che il seme della santità può germogliare in
ogni terreno se questo è debitamente nutrito con la
Parola di Gesù.
Di certo i santi hanno un ruolo importante per
la vita della Chiesa specie là dove i cristiani soffrono
o hanno sofferto persecuzioni. Ecco perché il papa,
specialmente durante i viaggi, ha proclamato beati e
santi tanti martiri della fede, rilanciando l’immagi-
ne del martirio come massima espressione di fedel-
tà e suprema offerta di sé al Signore. Un’immagine
che, in quanto polacco, espressione di una Chiesa
che ha sofferto, gli era particolarmente congeniale.
Emblematica in questo senso è la figura di madre
Teresa di Calcutta. Missionaria coraggiosa e intra-
prendente, inarrestabile nonostante le difficoltà, fu
anche una donna fragile, che per un lungo perio-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

do, come ha rivelato il postulatore della sua causa


di beatificazione, padre Brian Kolodiejchuk, fece
l’esperienza di una tremenda prova spirituale: la
sensazione di essere abbandonata dal creatore, una
«notte dell’anima» che è frequente nei mistici e che
madre Teresa paragonò a quella dei dannati dell’in-
ferno: «Nella mia anima sperimento proprio quella
terribile sofferenza dell’assenza di Dio, che Dio non
mi voglia, che Dio non sia Dio, che Dio non esista
veramente».
Uno non si aspetterebbe di ascoltare queste paro-
le da un santo, da una santa. Invece madre Teresa ci
fa capire che anche questa esperienza di privazione
spirituale può diventare esperienza di fede. Dopo
oltre dieci anni di oscurità interiore scriverà: «Sono
giunta ad amare l’oscurità poiché credo, ora, che
sia una parte, una piccolissima parte dell’oscurità e
della sofferenza di Gesù sulla terra».
Madre Teresa rappresenta, come Giovanni XXIII,
come padre Pio, un tipico caso di santità «a furor di
popolo». Prima ancora che morisse, milioni di per-
sone in tutto il mondo, non solo fra i cattolici, la
consideravano già santa. Alcuni dicono che è diven-
tata beata troppo rapidamente, il che è certamente
vero rispetto ai tempi normali, ma il papa non ha
fatto altro che ratificare dal punto di vista formale
un sentimento così largamente diffuso tra i fedeli da
giustificare un iter particolarmente veloce.
Moltissime tra le persone che la considerano san-
ta probabilmente sanno poco o nulla della «notte
della fede» attraversata dalla piccola suora, ma non
credo che le nuove circostanze di cui si è venuti a
conoscenza faranno cambiare idea ai fedeli. Anzi,
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

madre Teresa sarà amata ancora di più. Il che di-


mostra quanto sia cambiata effettivamente l’idea di
santità nel popolo di Dio.
Tempo fa, durante un viaggio nel Nord Europa,
un giovane norvegese, di religione luterana, mi ha
chiesto quali sono i santi più importanti del ven-
tesimo secolo. Una domanda molto impegnativa,
che mi ha colto alla sprovvista costringendomi a
fare un ragionamento. Così, messo alle strette, e
consapevole che la scelta è opinabile, ho fatto due
nomi: Edith Stein e Massimiliano Kolbe, perché
mi sembra che entrambi siano simboli del rappor-
to tormentato fra un cristianesimo vissuto nel se-
gno della fedeltà totale e un secolo segnato dalla
barbarie di ideologie nate dal tentativo di annien-
tare la dignità umana.
Ebrea di nascita, filosofa, carmelitana, marti-
re, Edith Stein (1891-1942) porta iscritta nella
sua stessa vita, come ha detto il papa, «una sinte-
si drammatica del nostro secolo». Nata a Breslavia
nel giorno del Kippur, battezzata l’1 gennaio 1922,
allieva di Husserl, attratta dalla fenomenologia, stu-
diosa di Tommaso d’Aquino e Giovanni della Cro-
ce, nel 1933 entra in convento e nel 1942 è uccisa
in un lager come figlia del popolo ebreo. Dichiarata
beata a Colonia nel 1987, undici anni dopo è stata
canonizzata in piazza San Pietro di fronte a 70 mila
persone.
Quanto a padre Kolbe (polacco, nato nel 1894,
morto nel 1941 ad Auschwitz, beatificato da Paolo
VI nel 1971 e canonizzato da Giovanni Paolo II nel
1982), non bisogna dimenticare che nell’ottobre del
1917, in piena rivoluzione bolscevica, subito dopo
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le apparizioni di Fatima, fonda a Roma la Milizia


dell’Immacolata, contrapponendo così un messag-
gio d’amore a quello della violenza e del sangue.
Un messaggio a cui resterà fedele fino all’ultimo,
quando, rinchiuso nel lager, offrirà la sua vita per
salvare quella di un padre di famiglia. In queste date
e in queste vicende umane si può leggere davvero il
dramma di un secolo intero, ma si può scorgere an-
che la luce di una fede che, nonostante tutti gli af-
fronti e le persecuzioni, resta viva, insopprimibile.

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II.
Bella gente
A volte le persone vi pesano?
Non caricatele sulle spalle.
Portatele nel cuore.
Dom Helder Camara

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1.
Beati coniugi

Il 21 ottobre 2001 a Roma piove, ma sono mol-


te le persone che si avviano, sotto l’ombrello, verso
San Pietro. Nella basilica vaticana, per la prima vol-
ta nella storia della Chiesa cattolica, il papa sta per
beatificare insieme due coniugi. Sono Luigi Beltra-
me Quattrocchi e Maria Corsini, e la data è davvero
speciale perché nello stesso giorno, in modo signi-
ficativo, si celebra la giornata missionaria mondiale
ed è anche il ventesimo anniversario della Familia-
ris consortio, l’esortazione apostolica che Giovanni
Paolo II nel 1981 ha voluto dedicare al tema della
famiglia.
Chi sono Luigi e Maria? Uno dei loro figli li ha
definiti così: «Il papà e la mamma non hanno fatto
nulla di eccezionale, ma hanno fatto in modo ec-
cezionale le cose ordinarie della propria esistenza,
nella loro condizione di genitori».
Luigi Beltrame nasce a Catania nel 1880. Adot-
tato da uno zio senza figli, che gli dà il suo cogno-
me, Quattrocchi, si trasferisce a Roma, dove stu-
dia giurisprudenza e conosce Maria Luisa Corsini,
figlia unica di genitori fiorentini, di quattro anni
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più giovane, una ragazza colta e sensibile, amante


della letteratura e della musica. Le nozze vengono
celebrate nella basilica di Santa Maria Maggiore il
25 novembre 1905. L’anno seguente nasce il primo
figlio, Filippo, seguito da Stefania (1908), Cesare
(1909) ed Enrichetta (1914).
È una famiglia borghese: papà professionista (av-
vocato dello Stato), mamma impegnata nelle attivi-
tà di assistenza, ma anche scrittrice. Luigi partecipa
alla vita sociale e politica, conosce personaggi di
primo piano del movimento cattolico come il fon-
datore del partito popolare, don Luigi Sturzo, e il
futuro fondatore della Democrazia cristiana Alcide
De Gasperi, tuttavia non prende mai una tessera
di partito, preferendo dare testimonianza della pro-
pria fede cristiana nell’ambiente di lavoro, profon-
damente laicista.
La casa in via Depretis, sul colle Viminale, ospi-
ta numerosi incontri, e alla porta di Luigi e Maria
bussano molte persone, anche non credenti. Maria,
infermiera volontaria nella Croce rossa, durante le
due guerre mondiali si prodiga per i soldati feriti.
Catechista per le donne del popolo nella chiesa di
San Vitale, inventa i corsi per fidanzati, autentica
novità pastorale per quei tempi. Fa parte dell’Azio-
ne cattolica, dell’Unione femminile cattolica italia-
na e collabora con padre Agostino Gemelli e Armi-
da Barelli alla nascita dell’Università Cattolica del
Sacro Cuore.
Nella famiglia Beltrame Quattrocchi la fede non
è un accessorio, ma una presenza viva, quotidiana,
e gioca un ruolo determinante, al punto che tre dei
quattro figli scelgono la strada della consacrazione
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religiosa: Filippo, con il nome di don Tarcisio, sa-


rà sacerdote diocesano (soprannominato don Tar,
morto nel 2003, è stato una colonna del movimen-
to scout); Stefania (suor Maria Cecilia, morta nel
1993) monaca benedettina di clausura; Cesare (pa-
dre Paolino, morto nel 2008) monaco trappista.
Il processo canonico per la beatificazione inco-
mincia nel 1994 e dura sei anni. Nel corso delle
ricerche emerge una santità vissuta nella normalità.
Luigi e Maria non hanno fondato congregazioni re-
ligiose, non hanno scritto opere memorabili, non
hanno compiuto imprese sensazionali, non sono
partiti per terre lontane. Sono stati semplicemente
coniugi e genitori coerenti con la loro fede. Pronti
nell’esercitare la carità, l’accoglienza e la solidarietà,
aperti alla speranza cristiana, hanno testimoniato
con i fatti le loro convinzioni, nonostante un cli-
ma culturale poco favorevole nell’Italia del primo
Novecento. Con la loro vita hanno dimostrato che
il cammino della santità, compiuto come coppia,
non solo è possibile ma è bello e dà frutti duraturi.
E per questo la Chiesa, beatificandoli, ha deciso di
indicarli come esempio di santità a tutti i coniugi e
genitori.
È stato scritto che «Luigi e Maria hanno vissuto
tra le gioie e le preoccupazioni di tutte le famiglie di
questo mondo, ma sono riusciti ad attuare un’esi-
stenza ricca di spiritualità, alimentata dalla parola
di Dio, dalla preghiera e dai sacramenti». Come ha
raccontato uno dei figli, il clima che si respirava in
famiglia era propriamente soprannaturale ma non
pesante: anzi, era di serenità e di gioia.
Con la beatificazione di Luigi e Maria la Chiesa
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dice che la santità non è monopolio di personag-


gi eccezionali, ma, per così dire, è data «in do-
tazione» a tutti i battezzati. Si tratta solo di farla
emergere, concretamente, con le proprie scelte. Si
può essere santi ovunque, qualunque sia la propria
condizione sociale, economica e culturale, e anche
la famiglia può essere un luogo di santità. La spiri-
tualità degli sposi non è inferiore a quella dei preti
e delle suore.
Ma torniamo a quel 21 ottobre 2001, quando
papa Wojtyla celebra la cerimonia di beatificazio-
ne. La scena merita di essere raccontata, perché
speciale. Accanto all’altare, con Giovanni Paolo II,
celebrano due anziani sacerdoti: sono Filippo (don
Tarcisio), novantacinque anni, e Cesare (padre
Paolino), novantatré anni. E in prima fila, tra i fe-
deli che seguono il rito, c’è Enrichetta, ottantasette
anni. Non solo Luigi e Maria sono i primi coniugi
a salire, come si diceva una volta, agli onori degli
altari, ma per la prima volta due genitori cristiani
vengono proclamati beati nel corso di una cerimo-
nia celebrata anche dai loro figli.
Il papa apre la sua omelia con la famosa doman-
da contenuta nel Vangelo di Luca: «Ma il Figlio
dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla ter-
ra?» (Lc 18,8). È la domanda da cui ogni cristia-
no dovrebbe sentirsi interpellato. Una domanda,
spiega il pontefice, che anche Luigi e Maria si sono
posti, contribuendo con la loro vita a una risposta
positiva. «Questi coniugi hanno vissuto, nella luce
del Vangelo e con grande intensità umana, l’amore
coniugale e il servizio alla vita. Hanno assunto con
piena responsabilità il compito di collaborare con
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Dio nella procreazione, dedicandosi generosamente


ai figli per educarli, guidarli, orientarli alla scoperta
del suo disegno d’amore».
Il papa sa che la santificazione della vita matri-
moniale è un cammino certamente possibile, ma
non per questo facile. Rivolgendosi a tutti gli sposi
dice: «Ogni giorno voi affrontate difficoltà e prove
per essere fedeli alla vostra vocazione, per coltivare
l’armonia coniugale e familiare, per assolvere alla
missione di genitori e per partecipare alla vita so-
ciale. Sappiate cercare nella parola di Dio la risposta
ai tanti interrogativi che la vita di ogni giorno vi
pone».
Anche Luigi e Maria affrontarono momenti
difficili. Quando la signora rimase incinta per la
quarta volta la sua vita fu in pericolo, tanto che
un ginecologo romano consigliò senza mezzi ter-
mini l’interruzione della gravidanza. Ipotesi che
i due genitori rifiutarono decisamente. «A quel
tempo – racconta Enrichetta, la figlia poi data alla
luce nonostante il parere contrario del medico – le
possibilità di sopravvivenza con una patologia di
placenta previa totale, cioè quella riscontrata a no-
stra madre, erano del cinque per cento. Fu un vero
eroismo cristiano il loro. Lei rischiava seriamente
la morte. Lui di rimanere vedovo con tre figli dai
tre agli otto anni».
Suor Maria Cecilia, nel suo memoriale inedito,
ha raccontato così il clima di quei giorni: «Ricor-
do una mattina nella chiesa romana del Nome di
Maria, papà con noi tre fuori dal confessionale.
Rimase a lungo a parlare con il sacerdote. Forse ri-
feriva qualcosa sulle condizioni della madre. A un
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tratto appoggiò la mano allo stipite e sulla mano la


fronte. Piangeva. Noi zitti, tristi, spaventati, pre-
gavamo da bambini. Il Signore sorrideva al nostro
muto dolore».
I santi non sono superuomini, né superdonne.
Soffrono, piangono, avvertono il dolore, come
tutti. Ma non si lasciano schiacciare, sanno anda-
re oltre. «L’aspetto caratterizzante della nostra vita
familiare – ha scritto don Tarcisio – era il clima di
normalità che i nostri genitori avevano suscitato
nell’abituale ricerca di valori trascendenti. Era un
atteggiamento sollecitato con la massima semplici-
tà». Ha raccontato padre Paolino: «Ho un ricordo
rumorosamente lieto della nostra casa. L’atmosfera
era gioiosa, priva di bigottismo o di musoneria».
Ed Enrichetta sottolinea il rapporto di affetto e di
comprensione fra i genitori: «È ovvio pensare che
possano essersi verificate talvolta delle divergen-
ze di opinione o di apprezzamento, ma noi figli
non abbiamo mai avuto modo di constatarle. Gli
eventuali problemi li risolvevano fra di loro, con
il dialogo, in modo che una volta concordata la
soluzione il clima rimanesse sempre sereno e ar-
monioso».
Quel 21 ottobre 2001, durante la cerimonia di
beatificazione, il papa si è rivolto così a tutti gli spo-
si: «Vi incoraggio, cari coniugi, ad assumere piena-
mente il vostro ruolo e le vostre responsabilità. Rin-
novate in voi stessi lo slancio missionario, facendo
delle vostre case luoghi privilegiati per l’annuncio e
l’accoglienza del Vangelo».
Oggi a Roma c’è una fondazione che porta il no-
me dei coniugi Beltrame Quattrocchi. Si propone
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di aiutare le famiglie promuovendo la formazione


umana e cristiana delle coppie, e a questo scopo
prepara operatori per la pastorale della famiglia at-
traverso corsi che si svolgono alla Pontificia univer-
sità lateranense. L’eredità spirituale di Luigi e Maria
continua a dare frutti.

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2.
L’amica del papa

«Ah, voi italiani, sempre in ritardo!».


Mi avevano detto che la signora Wanda ha un
caratterino tutto pepe, ma non mi aspettavo di es-
sere accolto così. Ottantotto anni, una crocchia di
capelli grigi che faticano a stare a posto, atteggia-
mento burbero da professoressa di matematica, un
sorriso ironico che ogni tanto le scappa. Dunque
è lei la donna che per mezzo secolo è stata amica
di Karol Wojtyla. Si conobbero a Cracovia. Lui un
prete di trent’anni, lei una giovane di ventinove.
Era stata prigioniera nel campo di concentramen-
to nazista di Ravensbruck. Medici nazisti avevano
usato il suo corpo per fare esperimenti. Dolore fi-
sico e spirituale infinito, apparentemente senza ri-
medio. Poi lo studio, la laurea in psichiatria, l’ap-
prodo nella bella città sulle rive della Vistola. Qui
don Karol si occupa degli studenti. Tiene incontri
e conferenze, celebra la messa, organizza gite in
montagna. Wanda ne rimane colpita. È alla dispe-
rata ricerca di qualcuno che capisca il suo dram-
ma. Si è salvata dai nazisti e non sa perché, non
sa perché Dio abbia scelto proprio lei. Quel prete
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sembra l’uomo giusto per trovare una via d’uscita,


per tornare a sperare. Wanda decide di andare a
confessarsi da lui. Nasce così un rapporto che dal
punto di vista terreno finirà solo la sera del 2 aprile
2005, nell’appartamento papale, quando lei vedrà
morire l’amico.
Il libro in cui Wanda Poltawska racconta questo
rapporto è Diario di un’amicizia. Un libro che si
può leggere anche come un lungo esercizio spiri-
tuale. Nel quale non è solo il sacerdote, poi ve-
scovo e papa, a insegnare qualcosa alla donna in
quanto direttore spirituale, ma è anche lei a dona-
re qualcosa di importante al sacerdote. Gli dona
il contatto con la realtà, il ricordo degli amici, i
profumi e le atmosfere delle amate montagne, dei
boschi bagnati dalla pioggia, dove da giovani, in-
sieme a tanti altri amici, piantavano le tende e si
immergevano nella natura per essere più vicini a
Dio.
Lei lo chiama fratello, lui con il nomignolo Du-
sia. Passano gli anni, l’epistolario si arricchisce. Nel
libro ci sono quarantasei lettere finora inedite invia-
te dal papa a Dusia.
Nella vita di Wanda, oltre al campo di concen-
tramento nazista, c’è una seconda frattura. Succede
quando la donna, nel 1962, ormai moglie e mamma
di quattro figlie, è colpita da un tumore che non dà
speranza. È allora che Karol, nel frattempo divenu-
to vescovo, decide di scrivere a padre Pio chiedendo
al frate di pregare per l’amica malata. E la guarigio-
ne arriverà. Salvata per la seconda volta. Perché? Per
la donna non c’è gioia. C’è piuttosto angoscia. Che
cosa vuole Dio da me? E allora ecco che le lettere
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dell’amico, i suoi consigli, le sue preghiere, diventa-


no la strada verso una nuova rinascita.
A proposito dell’amicizia tra Wanda e Karol
qualcuno ha voluto sollevare obiezioni francamente
miserabili e c’è chi è arrivato a insinuare che il lungo
rapporto tra i due dovrebbe essere pietra d’intralcio
nel cammino del papa polacco verso la santità. Nel
libro si dice chiaramente che ogni pagina è stata ap-
provata dal pontefice stesso e c’è la testimonianza
inequivocabile del marito di Wanda, Andrzej, che
parla di un’amicizia pulita tra un uomo molto virile
e una donna molto femminile. Sulla questione la
signora non si nasconde: «Un’amicizia pura, tra un
uomo e una donna, è possibile. Gesù ha insegnato
ad amare tutti. Un marito e una moglie si amano in
un modo speciale, benedetto da Dio, ma al di là di
questo c’è il rapporto di amore che unisce tutti noi
in quanto fratelli e sorelle in Cristo. Ho incontrato
tanti sacerdoti santi che, fedeli al celibato, hanno
saputo essere amici anche di donne. Sono esempi
importanti, perché il prete non è un uomo privo di
affetti».
Ma secondo lei, signora Wanda, perché il Signore le ha
fatto conoscere Karol Wojtyla?
Non lo so. So che mi ha dato una persona che
mi ha aiutato a conoscere me stessa e il mio scopo
nella vita. Nessuno può sapere che cosa vuole Dio
da noi, al massimo possiamo intuirlo. Quel che so è
che Dio mi ha amata e mi ha offerto questa possibi-
lità di avere un fratello santo. Un grande privilegio.
Karol Wojtyla mi diceva che in questo modo Dio
aveva voluto risarcirmi per tutto quello che avevo
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subito nel campo di concentramento, dove ero stata


rinchiusa per motivi politici.
Lei dice che quando conobbe Karol sentì che quel-
l’uomo poteva capirla. In che modo ebbe questa rive-
lazione?
Non fu una rivelazione. Quando ero a Cracovia
per studiare, Wojtyla si occupava di noi giovani.
Organizzava molte iniziative, comprese le gite in
montagna. Lo sentii parlare e ne rimasi colpita.
Decisi di andare a confessarmi da lui e lì ebbi la
conferma: quell’uomo sapeva ascoltare e capire.
Mi ha aiutata anche nel mio lavoro di psichiatra
e lo ha fatto sempre a partire dal suo concetto di
persona umana in sviluppo. In questo modo ho
capito meglio me stessa e gli altri, ma soprattutto
ho capito che lo scopo di noi tutti è uno solo, la
santità.
Quando pensa a Karol Wojtyla, qual è la prima im-
magine che le viene in mente?
Guardi, ci siamo frequentati e scritti per cin-
quant’anni, quindi non posso avere una sola imma-
gine. Lo rivedo durante la celebrazione delle messe,
ma anche al lavoro, nelle conferenze, durante le va-
canze. Quel che so è che lo sento sempre accanto,
anche in questo momento. Perché la morte non è la
fine di tutto.
La grande battaglia che avete combattuto insieme è
quella per la difesa della vita e della sua dignità. Pensa
che questa eredità dell’insegnamento di Giovanni Pao-
lo II sia ancora viva?
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Lo è certamente. Anche perché la lotta per la vita


non finisce mai. Abbiamo combattuto le leggi che
hanno voluto legittimare l’aborto e ci siamo prefissi
di salvare i bambini innocenti condannati a morte.
Un impegno che oggi è ancora più importante di
ieri. Nulla ha più valore della vita umana e bisogna
dirlo forte. Lui faceva tutto il possibile e io cerco
di fare lo stesso, anche parlando ai giovani. È una
battaglia per la verità.
Quando parla di Wojtyla ai giovani, anche a quelli
che non l’hanno mai conosciuto, come spiega la sua
figura e il suo insegnamento?
Vado spesso nelle scuole, anche in Italia, e ripeto
sempre quello che lui diceva ai giovani: io credo in
voi, ho fiducia in voi, siete il mio aiuto. Ecco, lo
spiego così. Era un uomo, un pastore, che credeva
in loro. Li amava, e proprio perché li amava racco-
mandava loro di non accontentarsi della mediocrità
ma di avere ideali alti. E diceva: se gli adulti non
pretendono tutto questo da voi, siate voi a preten-
derlo da voi stessi. I giovani non vanno giudicati,
ma amati.
*
La conversazione potrebbe durare più a lungo,
ma la signora Wanda ha molti impegni. C’è solo
il tempo per una dedica sulla mia copia del libro.
Con calligrafia minuta scrive, in italiano: «Con
amicizia». Poi alza lo sguardo e mi trafigge: «Ma voi
italiani sapete che cos’è l’amicizia?». È proprio uno
sguardo da professoressa di matematica.

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3.
Tre uomini nella barca (di Pietro)

Ricordate Tre uomini in barca, il romanzo di


Jerome K. Jerome? Mi rendo conto che l’accosta-
mento può sembrare un po’ irriverente, ma ho
pensato a questo titolo quando mi è venuta voglia
di raccontarvi di tre uomini di Chiesa ai quali per
tanti motivi mi sento legato. Tre uomini che in
modo diverso e in epoche differenti sono stati, e
continuano a essere tuttora, pescatori dalla barca
di Pietro.
Il primo di cui vi parlo è anche il più conosciu-
to. Nato nel 1927, ha uno sguardo che è insieme
quello arguto e curioso dell’adolescente pieno di
speranze e quello sereno dell’anziano senza rim-
pianti. Si starebbe in sua compagnia all’infinito,
per ascoltarlo. A Gallarate, nella casa dei gesuiti
che lo ospita, non può più osservare dall’alto la sua
amata Gerusalemme, ma la città santa è dentro di
lui. È Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di
Milano, e con lui il discorso va subito a uno dei
suoi ultimi libri, quelle Conversazioni notturne a
Gerusalemme che dopo essere uscite in tedesco (Je-
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rusalemer Nachtgesprache) sono ora a disposizione


anche del lettore italiano. Scritte con un confra-
tello, il gesuita austriaco Georg Sporschill, uomo
straordinario, impegnato in Romania e in Molda-
via nell’aiuto ai bambini e ai ragazzi più poveri e
reietti, le conversazioni sono nate con il pensiero
rivolto ai giovani e poi a poco a poco sono lievita-
te. E il sottotitolo, Sul rischio di credere, fa capire
subito che in queste pagine non si gira intorno alle
questioni.
All’inizio dei colloqui, Martini esprime la sua
fiducia nei giovani. «Sono persuaso – scrive – che
dove ci sono conflitti e brucia il fuoco lì ci sia lo
Spirito santo al lavoro. L’ho visto incontrando
molti giovani. Combattono contro l’ingiustizia e
vogliono imparare il significato della parola amo-
re. Offrono a un mondo difficile la speranza».
Il cardinale non si stanca mai di chiedere no-
tizie sull’universo giovanile. Per questo entra in
contatto con Sporschill. Vuole sapere se le nuo-
ve generazioni sono ancora interessate a criticare
i preti, la Chiesa, le autorità, l’establishment, op-
pure rimuovono tutto e tacciono. Si parla anche
di sesso, e il cardinale non si sottrae quando gli
si chiede di dire la sua sul perché la Chiesa non
vuole che ci siano rapporti prima del matrimonio.
Spiega: «Non è possibile amare senza che ci sia an-
che la partecipazione dell’affetto corporale, questo
sarebbe disumano. Le regole da osservare, perché
funzioni un’unione fra uomo e donna, riguardano
la capacità di amare con il corpo e con lo spirito.
Se tu non conservi qualcosa per il tempo del lega-
me duraturo, del matrimonio, se tu anticipi tutto,
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allora c’è il grande pericolo che la relazione fallisca


a causa della debolezza umana. L’amore fra due
persone è sempre unico e straordinario, per questo
è saggio proteggerlo da una svendita». Comunque
sulla questione sesso Martini sdrammatizza. La
Bibbia, dice, condanna decisamente soltanto chi
distrugge il matrimonio altrui. E quanto all’Hu-
manae vitae, l’enciclica di Paolo VI che condan-
nò la contraccezione, dice che il papa decidendo
da solo di certo non aiutò la Chiesa ad affrontare
positivamente le questioni della sessualità e della
famiglia e comunque oggi ci sarebbe bisogno di
«un nuovo sguardo».
Nel libro Martini ha parole di elogio per Lute-
ro, «il più grande riformatore», e ammette di avere
avuto difficoltà con Dio, specie sulla necessità di
far patire suo figlio sulla croce. Perfino da vesco-
vo, confessa, gli capitava di porsi questa domanda
guardando il crocifisso. E poi la difficoltà nell’ac-
cettare la morte. Perché Dio non l’ha risparmiata
agli uomini? E qui ecco la risposta maturata nel
tempo: «Senza la morte non potremmo darci to-
talmente a Dio. Ci terremmo aperta un’uscita di
sicurezza».
Con il cardinale, nella quiete della casa di Gal-
larate, parto proprio da qui, dalla vecchiaia e dal-
la morte. Martini appare esteriormente del tutto
disarmato di fronte al parkinson che lo affligge,
ma dentro ha una forza di volontà incredibile.
Non nasconde nulla, ne parla liberamente, e con-
trobatte colpo su colpo, specie con la musica di
Mozart, conservata in un ipod che porta appeso
al collo, pronta per l’uso. Ironizza spesso sulle fa-
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si on e off della malattia. Un attimo prima il tuo


corpo si è dimenticato i movimenti più elemen-
tari, come muovere un passo, e un attimo dopo li
ha di nuovo appresi. «Bisogna sempre insegnargli
a fare le cose», dice come se stesse parlando di un
altro.
Eminenza, nel libro scritto con padre Sporschill lei
apre il suo cuore, parla della vita e anche della morte.
Quando si arriva alla vecchiaia il rapporto con la
morte che cosa provoca?
Anzitutto c’è da dire che è un rapporto che si
fa molto preciso e certo, perché si sa che, più o
meno, fra qualche tempo bisognerà presentarsi di
fronte a Dio. Quindi crea da una parte la paura e
dall’altra il desiderio di incontrare Dio. Ci sono
questi due sentimenti.
Nel libro lei parla anche della sua fede. Si ricorda
quando ha avvertito per la prima volta di poter dire:
io sono un credente?
Non c’è un momento preciso. È piuttosto il
sentirsi afferrati da Dio e il rispondergli con tutto
te stesso. Io ho provato questo verso i dieci anni,
quando ho sentito che Dio non poteva essere se
non colui che meritava il dono di tutto me stesso.
E allora ho seguito spontaneamente questa incli-
nazione.
I giovani sono al centro dei colloqui di Gerusalem-
me. A un giovane che magari ha lasciato la pratica
religiosa e la Chiesa ma ha ancora nostalgia di Dio,
che cosa direbbe?
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Gli direi di lasciarsi guidare dallo spirito che in-


segna a pregare. È importante avere momenti di
silenzio, di calma, di lettura dei salmi, per eserci-
tare quel senso di Dio che è innato. E così a poco
a poco si familiarizza con questo mistero.

A proposito di Chiesa Martini di certo non


si nasconde. Dice che per combattere la scarsità
delle vocazioni bisognerà prima o poi farsi venire
qualche idea. Per esempio circa la possibilità di
ordinare uomini sposati di provata fede oppu-
re di valorizzare le donne. Il discorso va così sul
Concilio.

Oggi non sarebbe utile convocare un Vaticano terzo?


Secondo me alla Chiesa servirebbe ogni tanto
fare un concilio, non però come il Vaticano secon-
do, cioè su tutto. Al centro di un eventuale nuovo
concilio bisognerebbe mettere soltanto uno o due
temi e poi, una volta esauriti questi, convocarne
un altro, magari dopo una decina d’anni, per af-
frontare nuovi argomenti.

E lei che a Milano diede vita alla celebre «Cattedra


dei non credenti» pensa che si potrebbe pensare a un
concilio aperto a chi non crede, ai più lontani, per un
confronto anche con loro?
Quando parla, un concilio parla sempre anche
ai non credenti. Perché la preoccupazione di ogni
concilio che sia veramente tale deve essere quella
di farsi capire e quindi deve arrivare veramente a
tutti.
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Senta, se dovesse dire l’essenza del cristianesimo a un


lontano, a un non credente, impiegando solo un mi-
nuto?
La nostra fede può essere spiegata con una sola
parola: amore. Poi va illustrata, ovviamente, ma è
certo che la parola chiave per il cristiano è questa,
solo questa.

Nel nuovo libro, parafrasando madre Tere-


sa, Martini dice che «non puoi rendere cattolico
Dio». Lui è sempre più grande di ogni nostra cate-
goria. E un’altra raccomandazione riguarda il rap-
porto con le fedi e le culture diverse dalla nostra:
«Non avere paura dell’estraneo». Sarebbe bello in-
cominciare da questa chiacchierata un «colloquio
di Gallarate», ma è tempo di andare. Il cardinale si
porta le cuffie alle orecchie. Adesso è il momento
di Mozart.
***
Mentre lascio la residenza dei gesuiti di Gallara-
te penso a un altro grande sacerdote e scrittore che
visse non molto lontano da qui, a Stresa, sul lago
Maggiore. È Antonio Rosmini (Rovereto 1797-
Stresa 1855), un uomo che secondo me assomiglia
a Martini sotto diversi profili. Specialmente per
la denuncia coraggiosa, ma mai fine a se stessa o
distruttiva, dei mali della Chiesa.
«Quando la Chiesa è servita male dagli uomini,
allora le sue enormi potenzialità di bene vengono
come bloccate, paralizzate, e la Chiesa stessa appa-
re crocifissa».
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Padre Umberto Muratore, direttore del Centro


internazionale di studi rosminiani di Stresa, rias-
sume così la sollecitudine di Antonio Rosmini nel
denunciare le storture e i peccati della Chiesa cat-
tolica, quella Chiesa che il sacerdote roveretano
amò così tanto e che proprio per questo arrivò a
criticare, ricevendo in cambio condanna e isola-
mento. Secondo Muratore, Rosmini con la sua ce-
lebre opera Delle cinque piaghe della santa Chiesa
(1846) innalza un inno paragonabile allo Stabat
Mater: come nella preghiera si canta il dolore di
Maria davanti a Gesù crocifisso, così nel libro di
Rosmini si cantano i dolori del figlio innamorato
davanti alla Chiesa crocifissa dalle debolezze degli
uomini.
Come nel caso di Martini, non si può capire An-
tonio Rosmini se non si parte dalla sua fedeltà alla
Chiesa e al papa, fedeltà che è a sua volta espres-
sione della piena fiducia nella volontà del Signore.
Nelle Massime di perfezione cristiana (1830) si leg-
ge che il cristiano «non può mai sbagliare quan-
do si propone tutta la santa Chiesa come oggetto
dei suoi affetti, dei suoi pensieri, dei suoi desideri
e delle sue azioni». Non può sbagliare perché «sa
con certezza che la volontà di Dio è questa: che
la Chiesa di Gesù Cristo sia il grande strumento
per mezzo del quale il suo nome venga glorificato
pienamente».
Un amore così grande è per forza un amore esi-
gente. Per questo Rosmini si spinge fino alla de-
nuncia. Per costruire, non per distruggere. Le pia-
ghe individuate sono la divisione del popolo dal
clero nel culto pubblico, l’insufficiente educazione
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del clero, la disunione dei vescovi, la nomina dei


vescovi abbandonata al potere locale, la servitù al-
la quale porta il possesso di beni ecclesiastici. La
commistione del potere temporale e del servizio
pastorale, unita all’ignoranza del clero, toglie al-
la Chiesa i beni supremi della libertà e dell’unità.
Rosmini è netto e tagliente. Inevitabilmente di-
sturba. E così quella che oggi ci appare l’analisi
di uno spirito profetico viene vista, e contrastata,
come minaccia. Alcune delle richieste di Rosmini,
come l’introduzione della lingua volgare nella li-
turgia e l’elezione dei vescovi da parte del popolo,
anticipano di più di un secolo temi conciliari, e
forse proprio per questo, perché arrivano così in
anticipo sui tempi, fanno scandalo. Ma in generale
la storia del sacerdote di Rovereto è quella dell’uo-
mo scomodo perché giusto e quindi mai accomo-
dante.
Rosmini si rese conto – e anche in questa intui-
zione c’è un impressionante anticipo sui tempi –
che la mentalità figlia della miscela di illuminismo,
idealismo e razionalismo avrebbe portato l’uomo a
escludere Dio dall’orizzonte della ragione. Definì
questo pericolo «soggettivismo» e mise in luce i
rischi a cui va incontro un uomo che concepisce
se stesso non più come figlio e come creatura ma
come creatore e legislatore. Per lui fede e ragione
non si escludono ma si integrano. Significativo è
che Giovanni Paolo II abbia citato Rosmini nel-
la Fides et ratio, unico italiano, come esempio di
collaborazione e rapporto fecondo tra le due sfere.
Rosmini capì che per la Chiesa sarebbe stato im-
possibile e controproducente affrontare la nuova
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sfida arroccandosi in un mondo chiuso. La partita


andava giocata a viso aperto, nel dialogo direm-
mo oggi. Assieme agli amici Alessandro Manzo-
ni e Niccolò Tommaseo, aveva visto nel liberali-
smo un nucleo profondo figlio del cristianesimo,
la centralità della persona umana, e chiedeva che
da lì la Chiesa partisse per condurre il confronto,
con vigilanza pari alla fiducia, in un rapporto co-
struttivo con la modernità, senza nostalgie e senza
paure paralizzanti. Sta qui il suo cattolicesimo li-
berale, che lo rende tanto attuale e tanto prezioso
nel rapporto fra pensiero di ispirazione cattolica e
pensiero laico.
Non per niente furono due papi che fecero
dell’apertura e del confronto la loro nota carat-
teristica, Giovanni XXIII e Paolo VI, a riscoprire
Rosmini. Papa Roncalli fece gli esercizi spiritua-
li meditando sulle rosminiane Massime di perfe-
zione e papa Montini nel 1968, in pieno clima
conciliare, tolse il veto alla pubblicazione delle
Cinque piaghe. Nel proporre a modello la Chiesa
dei primi secoli Rosmini non cade nella nostal-
gia. Mostra che la Chiesa è tale se missionaria,
ma non può essere missionaria se non è libera.
È la commistione con il potere politico il grande
nodo da sciogliere. Nessuna dipendenza, niente
privilegi.
Beatificando Antonio Rosmini (Novara, 18
novembre 2007) la Chiesa ha reso giustizia a un
figlio ingiustamente perseguitato ma soprattutto
ha recuperato il suo pensiero, più che mai attua-
le, nel campo ecclesiale come in quello politico.
Quando dice che compito dello Stato è perseguire
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il bene comune, Rosmini parla in termini di li-


bertà di iniziativa. Lo Stato si limiti a occuparsi
di ciò che le persone e i gruppi non possono fare.
Socialismo e comunismo, quando pretendono di
porre le condizioni della felicità in terra, cadono
inevitabilmente nel totalitarismo perché soffocano
le libertà. Ecco perché Rosmini difende il diritto
di proprietà. Lo Stato non elimini la proprietà pri-
vata ma corregga le sue degenerazioni pensando ai
più svantaggiati.
Nel libro Rosmini: conoscere e credere il postula-
tore della causa di beatificazione, padre Claudio
Massimiliano Papa, scrive che dal 1887 (quan-
do quaranta proposizioni del sacerdote vennero
condannate dal Sant’Uffizio) a oggi non c’è mai
stato nessuno che sia stato deviato o «avvelena-
to» dalle dottrine filosofiche e teologiche rosmi-
niane. Semmai, al contrario, molti ne sono stati
arricchiti.
La nota del 2001 con la quale l’allora cardinale
Joseph Ratzinger, all’epoca prefetto della Congre-
gazione per la dottrina della fede, di fatto riabilitò
Rosmini mettendo fine alla condanna del 1887,
colpisce perché il futuro pontefice rivaluta in par-
ticolare «l’orizzonte ascetico e spirituale» entro il
quale Rosmini operò offrendo «nuove opportuni-
tà alla dottrina cattolica in rapporto alle sfide del
pensiero moderno».
***
Come cristiano e come cattolico non smetto mai
di ringraziare il Signore per il dono di uomini co-
me Carlo Maria Martini, Antonio Rosmini e tanti
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altri fratelli nella fede tra i quali vorrei ricordare un


sacerdote che ci ha lasciati il 6 gennaio 2010, nel
giorno dell’Epifania. Parlo di don Leonardo Zega,
storico direttore di «Famiglia cristiana» (la guidò
dal 1980 al 1998) e limpido testimone dell’eredità
di don Giacomo Alberione, il fondatore della Fa-
miglia Paolina.
Ricordo che vestiva spesso in giacca e cravatta,
quasi volesse mescolarsi meglio al mondo. E quan-
do rispondeva ai lettori, nella famosa rubrica Col-
loqui con il padre, non pontificava, ma cercava di
mettersi nei panni degli altri. Nei quasi vent’anni
in cui fu direttore del settimanale paolino si lasciò
guidare dallo spirito di carità, consapevole che la
Chiesa non può essere maestra se non è madre,
e non è madre se non ha uno sguardo misericor-
dioso sui figli. Non amava generalizzare, non giu-
dicava in modo astratto. Teneva conto di tutte le
circostanze, e sapeva ascoltare.
Quando il Vaticano gli diede il benservito,
perché il settimanale, secondo la gerarchia, aveva
assunto posizioni troppo spregiudicate e progres-
siste, non si lasciò andare a lamentele e piagnistei.
Però si impuntò sulla procedura: soltanto il supe-
riore generale dei Paolini, e non il «commissario»
vaticano, avrebbe potuto ordinargli di andarsene.
Anche nel passo d’addio diede una lezione di au-
tonomia.
Venne accolto alla «Stampa», dove riprese il dia-
logo con i lettori e continuò a tessere la sua trama
di rapporti umani. Naturalmente chi lo bollava
come pericoloso sovvertitore della dottrina vide in
quella decisione la conferma di un’eresia, ma lui
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

non ci fece caso. E proseguì nel suo cammino: fe-


de e ragione. Perché questo è l’uomo, perché così
siamo stati creati.
Di fronte all’incalzare degli atei devoti e al-
la simpatia di alcuni settori della Chiesa nei loro
confronti, chiese a se stesso e a tutti i cattolici:
«Dove ci porteranno questi difensori della fede
che in genere hanno di Dio un’idea assai vaga?».
Temeva fortemente il rischio dell’estinzione per
le voci che avevano alimentato il dibattito, nella
Chiesa e sulla Chiesa, dal Concilio Vaticano II in
poi. Ma combatteva la sua battaglia senza isterismi
e con profonda speranza cristiana.
Ritenendo inammissibile che nella Chiesa qual-
cuno volesse imporre un pensiero unico in materie
opinabili, usò la ragione per dimostrare che il cat-
tolico che fa funzionare la propria testa non è un
eretico, ma un vero cristiano. Perché il rispetto per
le gerarchie non ha nulla a che fare con la piagge-
ria e l’appiattimento. Così, quando dalla Cei partì
l’ordine dell’astensione nei referendum sulla legge
40 in materia di procreazione medicalmente as-
sistita, tanto per cambiare alzò la mano ed ebbe
l’ardire di fare qualche domanda. Perché astener-
si sarebbe più nobile che battersi per il no a viso
aperto? Perché un cattolico deciso a votare sarebbe
«anomalo»?
Ecco, don Zega era un cattolico che faceva do-
mande. È strano dirlo, considerato che per tanti
anni il suo lavoro fu quello di dare risposte. Ma
solo chi sa fare domande sa anche rispondere.
Fu un paladino della libertà di coscienza. Per-
ché la coscienza, disse una volta, se è onesta e ben
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illuminata, è più esigente di qualsiasi legge. E la


Chiesa proprio a questo è chiamata: non dire co-
me fare o non fare le leggi, ma motivare le co-
scienze e aiutare i fedeli a rendersi consapevoli dei
problemi.
Una lunga esperienza nelle Filippine lo abituò
a considerare la realtà da un punto di vista diverso
da quello occidentale, e questa sensibilità gli rima-
se anche in seguito. Ovviamente i paladini della
dottrina avevano buon gioco nel dargli del rela-
tivista, al che lui ribatteva che la condizione nor-
male del cristiano è quella del peccatore che tende
all’ideale, non quella del santo che l’ha raggiunto.

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4.
Preti dei nostri giorni

Ho conosciuto e conosco tanti preti. E se guardo


nel mio elenco del telefonino devo dire che sotto la
“D” di “don” ce ne sono parecchi. L’agenda telefo-
nica di un giornalista è significativa. Siccome ab-
biamo sempre bisogno di notizie e di aiuto, ci sono
solo nomi veramente attendibili: gente di cui ci si
può fidare. Dunque nel mio caso vuol dire che co-
nosco molti «don» di cui mi posso fidare. E questo
è già un dato.
D’altra parte ci sono molte affinità tra il prete e il
giornalista. A parte il fatto che anche per il giorna-
lista si parla spesso di «vocazione», perché in genere
non sei tu che scegli il mestiere ma è il mestiere che
ti sceglie, entrambi lavoriamo attraverso la comuni-
cazione. La parola è il nostro strumento di lavoro.
Ed entrambi siamo al servizio. Non dimenticherò
mai che la mia maestra in terza elementare, quando
le confidai che da grande avrei voluto fare il gior-
nalista (vocazione precoce!), mi diede subito questa
raccomandazione: ricordati sempre che fare il gior-
nalista vuol dire mettersi al servizio. E ancora adesso
me lo ricordo. Poi i nostri, quello del prete e quello
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del giornalista, sono lavori pubblici, che hanno una


forte dimensione pubblica, di confronto con gli al-
tri e di immersione nel mondo, e proprio per que-
sto siamo entrambi oggetto del giudizio pubblico,
con tutto ciò che di bello e gratificante, ma anche di
brutto e spiacevole questo fatto comporta.
Molte altre sarebbero le analogie tra il prete e il
giornalista, ma non voglio farla lunga. Come per il
prete, anche per il giornalista uno dei peccati più
gravi è annoiare il prossimo, e a questo proposito
non so se sapete come dev’essere un’omelia… A me
l’ha detto un prete di montagna. L’omelia deve esse-
re come la minigonna: corta, aderente al corpo, ma
che lasci intravedere il mistero!
Battute a parte, vorrei soprattutto parlarvi di al-
cuni preti che hanno segnato e continuano a segna-
re la mia vita, e attraverso le loro figure vorrei far
venir fuori qualche considerazione. Lo farò, se me
lo permettete, attraverso una specie di gioco. Ac-
canto al nome di ciascun prete di cui vi parlerò,
metterò una parola che secondo me lo qualifica e
che, sempre a mio giudizio, contribuisce a formare
l’identikit non dirò del prete ideale, perché sareb-
be una pretesa stupida, ma di colui che può essere
identificato come uomo di Dio. Perché alla fin fine
ciò che caratterizza davvero il prete, il consacrato,
è questo suo essere totalmente di Dio, uno che si
abbandona all’amore di Dio, un amore così grande
che non può non essere donato.
Parto da un prete piuttosto speciale, l’arcivescovo
emerito di Milano Carlo Maria Martini. Emerito
vuol dire «in pensione», ma le persone come Marti-
ni in pensione non ci vanno mai. Come arcivescovo
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della diocesi ambrosiana, nel suo primo incontro


con il Consiglio presbiterale, diede una spiegazione
del capitolo ventesimo degli Atti degli Apostoli che
ha poi ripreso, quasi a chiudere il cerchio, nella festa
per i suoi venticinque anni di sacerdozio.
In quella lezione Martini sottolinea che Paolo
non dice ai suoi, come ci si potrebbe aspettare, «vi
affido la Parola», ma dice «affido voi alla Parola».
C’è questo ribaltamento su cui riflettere. La Parola,
dice Martini con san Paolo, vi guiderà, vi nutrirà,
vi renderà forti anche in un mondo come quello
di oggi, che sembra così ostile, distratto o indiffe-
rente. C’è qui la fonte di una grande consolazione,
e la parola che vorrei mettere accanto al nome di
Martini è proprio questa: consolazione. Ogni volta
che l’ho incontrato, sia per lavoro sia per contat-
ti personali di amicizia, ne ho tratto un senso di
consolazione. Che non nasce dal negare i problemi,
dal nasconderli o dal ritenere, con faciloneria, che
tanto, in un modo o nell’altro, tutto si supera. No,
è una consolazione che nasce dalla certezza di essere
affidati a un Dio che ci ama e che perciò vuole il
nostro bene. «Io non sono mai solo perché il Padre
è con me», dice Gesù. San Paolo non è certo un
«buonista», come diremmo noi oggi. Annuncia ai
suoi che verranno tempi difficili, arriveranno «lupi
rapaci che non risparmieranno il gregge» e «tra voi
stessi sorgeranno degli uomini che vi proporranno
cose perverse». Perciò raccomanda di vegliare, ma
al tempo stesso assicura che non siamo soli e, con
le parole di Gesù, ricorda che «c’è più felicità nel
donare che nel ricevere». La consolazione che ho
ricevuto dal cardinale non è dunque di tipo superfi-
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ciale. È una consolazione ancorata all’amore di Dio


e che possiamo trovare continuamente alimentan-
doci con le Scritture, perché la fede va nutrita, ha
bisogno di un lavoro di educazione.
A proposito di preti giovani, Martini sottolinea
che oggi il cammino di una vocazione è molto più
solitario rispetto a settant’anni fa, perché meno ac-
compagnato dalla società, dalla parrocchia stessa.
Eppure il cardinale dice: ringrazio Dio che sia così,
perché questo cammino è più simile a quello della
Chiesa primitiva, al cammino dei primi cristiani, e
ci fa prendere maggiormente coscienza della nostra
decisione totale per Gesù. È la bellezza del «piccolo
gregge». E anche in questa riflessione trovo consola-
zione. I nostri tempi non visti, come al solito, come
tempi di crisi, ma come tempi favorevoli a esprime-
re la nostra fede nel modo più sincero e profondo.
Il secondo amico di cui voglio parlarvi è un reli-
gioso, missionario in Africa ormai da trentacinque
anni. Medico chirurgo, appartiene all’ordine dei Fa-
tebenfratelli e io l’ho conosciuto nel 1991 nel Togo,
dove ha fondato un ospedale. Aveva allora ancora la
barba nera, ma anche adesso che ce l’ha bianca mi
dicono che è sempre attivissimo. Poco tempo fa per
salire sul tetto dell’ospedale si è rotto un femore, ma
si è ripreso. Si chiama fra Fiorenzo, è lombardo del-
la Valcamonica (gente tosta) e di lui mi ha sempre
colpito l’amore per la vita e la sua totale fiducia che
l’amore di Gesù possa vincere il dolore e la morte.
Ho un filmato che risale al 1991 sulle due gran-
di realizzazioni di fra Fiorenzo: l’ospedale di Tan-
guietà, nel Benin e l’ospedale di Afagnan, nel To-
go. La parola che voglio accostare a fra Fiorenzo è:
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speranza. Una speranza non generica, ma radicata


in Gesù, perché Fiorenzo vede in ogni malato e in
ogni sofferente il volto stesso di Gesù. Eppure una
speranza che non viene trasmessa in modo confes-
sionale. Lui ripete spesso che il buon samaritano ha
curato il ferito senza fargli prediche. Negli ospedali
di Tanguietà e di Afagnan sono accolti tutti, e nes-
suno chiede l’appartenenza religiosa.
Fiorenzo è l’esempio di come la speranza radica-
ta in Gesù non è un attendere la manna dal cielo,
nell’immobilità, ma è una forza che porta a mobi-
litare tutte le risorse. Noi veniamo al mondo, dice,
per essere felici, non per soffrire. Che è anche una
bella risposta a chi accusa noi cattolici di «dolori-
smo», cioè di fare la retorica del dolore. Per le sue
ricerche su alcune piante locali in grado di contra-
stare le epatiti e l’aids, fra Fiorenzo ha ricevuto mol-
ti riconoscimenti, fra i quali la Legion d’onore. Per
la sua situazione di frontiera, in mezzo a una realtà
sociale ed economica spesso disperata, è arrivato a
prendere posizioni non in linea con il magistero uf-
ficiale della Chiesa sul problema dei preservativi, da
lui ammessi come strumenti di prevenzione e con-
trasto, oltre che di tutela del partner non malato,
là dove è chiaro che la continenza non può essere
accettata da tutti. Ogni tanto, dice fra Fiorenzo, da
alcuni nostri ospiti arriva la richiesta di farsi cristia-
ni. Noi ne siamo felici, ma non spingiamo nessuno
alla conversione, dev’essere un’esigenza che nasce da
loro. «Di certo, curando le malattie, noi facciamo
intravedere il volto di Cristo misericordioso».
Ora torno in Italia e vi voglio parlare di don
Domenico, un prete che ho conosciuto a Roma e
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che ultimamente, anche sapendo di questo nostro


incontro, mi ha aperto il suo cuore. «Vedi – mi ha
detto – la gente tende a scaricare su di noi ogni ten-
sione. È sempre più rivendicativa e si avvicina al
sacerdote come a uno che deve garantire un servizio
senza fare storie, con la massima efficienza. In que-
sta società così sfilacciata, in cui i rapporti umani
sono impoveriti, noi rischiamo a volte di diventare
dei capri espiatori. Il prete è ormai tra le pochissime
figure alle quali le persone si accostano per essere
ascoltate. Il regalo più grande che possiamo fare è
renderci disponibili all’ascolto».
Ecco perché la parola che voglio accostare a don
Domenico è proprio questa: ascolto. Mi ha detto:
«Se un prete si dimostra capace di ascoltare ha la
fila di gente davanti a casa. Non importa che sia un
grande predicatore, che sia pieno di iniziative. Ciò
che conta di più è che ascolti. La gente ha tanto
da raccontare ma spesso non trova l’occasione e la
persona giusta».
Questa estroversione del sacerdote, questo suo
protendersi verso l’altro comporta rischi notevoli.
«Soprattutto – spiega Domenico – bisogna difen-
dere a denti stretti il proprio colloquio con Dio,
altrimenti si rischia di essere sopraffatti dalle voci
degli altri e alla fine non si sa neppure più ascoltare.
San Carlo Borromeo raccomanda al prete di non
donarsi così tanto fino al punto di perdersi. Sembra
una massima poco evangelica, ma è solo realistica.
Non siamo dei superman, siamo solo dei tramiti tra
l’uomo e Dio. Se non coltiviamo il nostro colloquio
interiore con Dio viene meno la nostra funzione».
Mi ha colpito molto che don Domenico, in que-
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sta sua «confessione», mi abbia detto anche che il


prete, come tutti gli altri fedeli, vive a sua volta la
fatica di credere. Ci sono giorni «nutrienti», in cui
tutto sembra invitarti alla fede, e ci sono giorni un
po’ vuoti e grigi. Allora quell’ascolto che il prete
deve garantire agli altri, lo deve garantire prima di
tutto a Dio stesso.
E infine da don Domenico un’altra annotazione
che voglio condividere con voi. Per il cristianesimo,
dice, è sempre alle porte il rischio dello spirituali-
smo, la tendenza a disincarnarsi. Invece la nostra
fede si distingue da tutte perché è fondata su un in-
contro con una persona, Gesù figlio di Dio, un Dio
che si è fatto uomo. C’è dunque nel cristianesimo
questa dimensione di carne, di sudore e sangue che
non può essere messa da parte e della quale il prete
non si deve vergognare.
Abbiamo parlato di ascolto. Credo che senza
ascolto non ci possa essere dialogo, e a proposito
di dialogo mi viene naturale pensare a un mio ami-
co domenicano, frate Claudio, che vive a Istanbul,
nel convento di Galata, con soli tre confratelli. La
crisi di vocazioni si fa sentire anche tra loro, e co-
sì il grande convento è mezzo vuoto. Ma Claudio
non si è perso d’animo. Galata è adesso una enor-
me libreria di testi cristiani in inglese, francese e
italiano, e qualcosa anche in turco. Dice Claudio
che questo è il loro modo di essere testimoni di
Cristo. Non missionari, termine che secondo lui è
già connotato da una certa aggressività. Solo testi-
moni, inermi e indifesi, in un mare musulmano.
A quale scopo? Nessuno, se non quello di esserci,
di tenere accesa la fiammella. Non c’è un progetto
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pastorale, non c’è un’attività missionaria (fra l’altro


vietata in Turchia). C’è solo questa presenza, che si
fa dialogo ogni volta che nasce un contatto uma-
no. Succede per esempio quando qualche studente
turco bussa al convento perché ha saputo, magari
da internet, che lì può trovare un testo utile per la
tesi di laurea. Dal contatto a volte nasce l’amicizia,
e dall’amicizia nasce anche la riflessione religiosa.
Ma senza forzature.
Devo dire che all’inizio ho faticato a trovare il
senso di questa presenza di Claudio e dei suoi con-
fratelli in Turchia, poi però l’ho trovata molto «libe-
rante». Claudio è come una sentinella, ma non è lì a
difendere una fortezza, né tanto meno è il bastione
di una civiltà contrapposta a un’altra. È, appunto,
unicamente un testimone di fede e come tale si
propone. Così nasce il dialogo più vero, disarma-
to, senza secondi fini. Un dialogo che certamente
riguarda piccolissimi numeri, ma è sincero e molto
concreto.
Claudio se la prende moltissimo ogni volta che
qui da noi qualcuno dà giudizi netti sul mondo isla-
mico. Dice che non sappiamo nulla, che non cono-
sciamo nulla e pretendiamo di giudicare. Il mondo
islamico, mi spiega, è spesso un mistero per gli stes-
si islamici e soprattutto è molto variegato. Ci sono
tanti islam, tante sfumature diverse, impossibile ge-
neralizzare. Ma soprattutto Claudio, che vive nei
luoghi toccati da san Paolo nella sua predicazione,
è un continuo invito a vivere la spiritualità paolina
dell’annuncio. Il messaggio evangelico nella sua ra-
dicalità, senza sconti, ma anche senza fanatismi e
con una grande capacità di adattamento. Paolo an-
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dava ovunque e ovunque si proponeva, ma se non


riceveva ascolto andava da un’altra parte. Non face-
va il cavaliere solitario, ma chiedeva aiuto e cercava
subito di formare una comunità. E poi si mescolava
agli altri, alla cultura locale. Con una sua precisa
identità, che gli procurerà anche problemi (come
a Efeso, contro gli argentieri), ma sempre stando
in mezzo. E intercedere vuol dire proprio stare in
mezzo, camminare in mezzo.
Abbiamo detto dunque: consolazione (cardina-
le Martini), speranza (fra Fiorenzo), ascolto (don
Domenico), dialogo (fra Claudio). Il nostro pic-
colo «dizionario» incomincia ad avere una forma.
Ma non è finito. C’è ancora posto per un paio di
parole.
Vado per questo in Puglia, a Bari, nella periferia
della città. Dove vive e opera don Vito, un prete
che, se non lo si conosce bene, può sembrare una
specie di Forrest Gump, un sempliciotto un po’
sprovveduto, ma è invece la bontà in persona. Anzi,
la misericordia in persona. Ecco: don Vito lo acco-
sto alla misericordia. E se si guarda per un attimo al
contesto sociale in cui il Signore lo ha chiamato a
essere prete non è difficile capire perché. Una volta
mi ha raccontato in modo spassoso di un matrimo-
nio al quale la coppia arrivò con tre figli. Matrimo-
nio in chiesa, che non si era potuto celebrare fino
ad allora perché la famiglia non aveva i soldi suffi-
cienti. Al Sud i matrimoni devono essere sfarzosi,
e se non ci sono i mezzi è meglio non farli. Quel-
la coppia dunque aspettò anni, ma quando si sentì
pronta andò dal prete per chiedere la celebrazione
in parrocchia. «Che dovevo fare?», ricorda don Vi-
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to. «Dovevo dire di no? Certo, sul piano dottrinale


quei due non erano proprio a posto. Ma non me la
sono sentita di respingerli. La loro mi è sembrata
un’esigenza sincera, dettata da una fede non impec-
cabile ma radicata».
Don Vito, laggiù a Bari, si misura ogni giorno
con problemi di questo tipo. Che si tratti di giovani
o anziani, lui non può permettersi di affrontare la
realtà sulla base dei documenti della Congregazione
per la dottrina della fede. Lui deve adattarsi conti-
nuamente. «La flessibilità è la dote numero uno per
chi fa il prete da queste parti». Flessibilità può voler
dire a volte compromesso, ma senza questo atteg-
giamento sarebbe impossibile proporre il Vangelo.
La parrocchia di don Vito dal punto di vista ar-
chitettonico è strana. Rotonda, incassata nel terre-
no, sembra un disco volante piovuto lì per caso in
mezzo ai palazzoni popolari. Però è sempre piena.
L’ho visto con i miei occhi, e mi hanno stupito so-
prattutto le attività giovanili. Ragazzi che magari
non vanno a scuola stanno invece volentieri in par-
rocchia e si dedicano a svariate iniziative a favore
degli altri, perché al Sud è facile accorgersi che c’è
sempre qualcuno che sta più a Sud di te.
Ho chiesto a don Vito che cosa pensa del suo la-
voro e dei suoi «adattamenti» il vescovo, e allora don
Vito, per tutta risposta, mi ha portato dal vescovo,
dove è stato accolto come un eroe ricevendo una
grande attestazione di stima. Nonostante la «fles-
sibilità dottrinale» messa in pratica sul territorio,
Vito è un prete a tutto tondo, con una fortissima
spiritualità e una preparazione di prim’ordine. Ma
proprio perché è così radicata, la sua fede è capace
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di vedere i problemi e i limiti degli altri e di trovare


strade per raggiungere tutti. Non è che don Vito
ignori i documenti del Vaticano e gli insegnamenti
del magistero, solo che non li usa come strumenti
pastorali. Mi ha raccontato che quando in confes-
sione riceve madri che hanno già cinque o sei figli
e non sanno come arrivare alla fine del mese, a loro
neppure chiede se usano i profilattici oppure no. «È
chiaro che li usano! E io che devo fare? Condanna-
re? È già tanto se qualcuno viene a confessarsi…».
Potrebbe sembrare un realismo che gioca un po’
al ribasso, ma credo che nessuno possa giudicare a
distanza. L’unica cosa che so è che don Vito è ama-
tissimo. E lo è per la misericordia che esercita tutti i
giorni, concretamente.
Ma ora vorrei proporvi l’ultimo prete di questa
carrellata. Che è don Filippo, il prete della mia in-
fanzia all’oratorio San Carlo di Rho. Una delle figu-
re che hanno contato di più per la mia formazione
e che io continuo a vedere, anche se ormai ha una
certa età, come prete giovane, con la tonaca rialzata,
mentre gioca a pallone nel cortile dell’oratorio. È
un’immagine indelebile, così come ricordo benissi-
mo la sua voce mentre in dialetto mi prende in giro
in quanto tifoso interista. Lui è del Toro e si ritiene
di un altro pianeta. Di certo con il pallone era mol-
to bravo, e per noi bambini era un vero eroe. Perché
ci sapeva fare e perché lo sentivamo parte del nostro
gruppo. Ecco perché la parola che voglio accostare
a don Filippo è: credibilità.
La credibilità è qualcosa che si ottiene non tanto
a parole, non tanto con le prediche, ma con l’esem-
pio. La credibilità nasce dall’autorevolezza, non
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dall’autoritarismo. E l’autorevolezza è fatta di vita,


di situazioni affrontate insieme, di casi concreti.
In una certa fase della mia vita, quando avevo sui
diciott’anni, entrai in contatto con un gruppo re-
ligioso che cercò di reclutarmi, ma io mi sottrassi
alla «cattura» perché vidi che quei preti, impecca-
bili nelle loro tonache pulite e con i gemelli ai polsi
inamidati della camicia, non avevano credibilità.
Erano bellissimi e preparatissimi, ma stavano in un
altro mondo, che nulla aveva a che fare con il mio.
Guardando loro pensavo a don Filippo mentre gio-
cava a pallone, alla sua tonaca impolverata e tirata
su, e ne provavo nostalgia.
Bisogna dire che quando ci costringeva a parte-
cipare alla messa al ritorno dalle gite in montagna,
dopo lunghe giornate che erano incominciate alle
cinque del mattino, don Filippo mi appariva mol-
to meno simpatico di quando giocava al pallone.
Ma da lui accettavamo tutto perché era nello stesso
tempo la nostra guida e uno di noi. La nostra gui-
da perché aveva qualcosa da insegnarci e lo faceva
sempre, senza tirarsi indietro, ma anche uno di noi
perché stava con noi, al nostro fianco, si metteva nei
nostri panni, e noi sapevamo che c’era e ci capiva.
Io per esempio ho sempre avuto qualche pro-
blema con la confessione, fin da piccolo. Ma con
don Filippo mi trovavo bene perché sentivo che lui
partecipava veramente ai miei drammi di bambino.
Non è che un bambino, per il solo fatto di essere
tale, non vive drammi veri e non ha veri proble-
mi. Anzi. L’educatore autentico lo sa e ti prende sul
serio. Ecco, io mi sentivo preso sul serio. E poi lo
ringrazio ancora oggi per quei cartoncini che distri-
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buiva e che avevano stampato sopra un esame di


coscienza bell’e pronto!
Ricapitolando: consolazione, speranza, ascolto,
dialogo, misericordia, credibilità. Lungi da me la
pretesa di riassumere l’identikit del prete con queste
sole parole. Spero comunque che possano costituire
uno spunto di riflessione.
Voglio citare un passo della lettera che Giovanni
Paolo II scrisse ai sacerdoti per il Giovedì santo del
2004: «E infine, non dimenticate che i primi apo-
stoli di Gesù sommo sacerdote siete voi: la vostra
testimonianza conta più di qualunque altro mez-
zo e sussidio». Credo che questo invito sia anche
un’efficace sintesi dei piccoli ritratti che ho voluto
condividere con voi.

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5.
Un vescovo di nome Marx

È gioviale come lo dipingono, simpatico e di-


sponibile. E quando gli chiedo se si aspettava un
tale successo per il suo libro su Marx, intitolato
Il Capitale. Una difesa dell’uomo, non fa il fal-
so modesto: «Non proprio un successo di questa
portata, ma immaginavo che il libro avrebbe in-
curiosito».
Sua eccellenza Reinhard Marx, arcivescovo di
Monaco e Frisinga, siede sulla cattedra che fu nien-
te meno che di Joseph Ratzinger, ma ha mantenuto
l’atteggiamento del buon parroco. Un parroco, tut-
tavia, pieno d’acume e di un certo coraggio, visto
che ha deciso di scrivere un libro proprio sul filoso-
fo suo omonimo.
Di passaggio a Roma, ha accettato di parlare del
volume e anche del ruolo dei laici nella Chiesa di
oggi, tema al centro dei suoi interessi pastorali.
Allora, come giudica il successo del suo libro?
Ho lavorato per due anni alla sua prepara-
zione. Il Capitale. Una difesa dell’uomo sostiene
prima di tutto che il filosofo di Treviri va preso
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ancora molto sul serio. Il suo pensiero non è af-


fatto superato e continua a porre questioni attua-
li. Mi sono ispirato a una riflessione proposta da
Giovanni Paolo II nella Centesimus annus, e cioè:
dopo il crollo del comunismo, il vero vincitore
sarebbe il capitalismo? Questa era la domanda di
Wojtyla già nel 1991, ma la risposta non è facile.
Di certo si può dire che il capitalismo non affron-
ta e non risolve i problemi della povertà, della
ricchezza, della giustizia. E proprio dalla mancata
risposta risorgono sia il vecchio comunismo sia le
idee di Marx.
Lei ha detto che «poggiamo tutti sulle spalle di Marx».
Non le sembra esagerato?
Nell’analisi del mio omonimo ci sono punti dif-
ficilmente confutabili. D’altra parte non si può at-
tribuire a lui ciò che poi hanno fatto Stalin e altri
comunisti. La previsione marxista della mercifica-
zione di tutti i settori della vita è di grande attualità,
inutile nasconderlo. Ma deve essere chiaro che la
risposta in cui credo è la dottrina sociale della Chie-
sa, non quella marxista. Mi chiamo Marx ma non
sono marxista!
La Chiesa e Marx uniti nella denuncia dei mali del
capitalismo ma divisi nelle risposte…
Esattamente. Con il tipo di capitalismo attuale
non possiamo sperare in un futuro veramente uma-
no. Noi cattolici siamo per un’economia guidata da
principi etici. L’obiettivo è una società giusta. E la
crisi di questi giorni dimostra quanto ci sia bisogno
di morale nell’economia.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Nel libro lei sostiene che Marx su certe questioni aveva


visto giusto…
Esattamente. La globalizzazione dei capitali e la
riduzione del lavoro a merce erano state previste.
Ciò su cui Marx sbagliò furono i rimedi. Perché la
sua visione materialistica dell’uomo non solo è in
contrasto con l’antropologia cristiana ma è proprio
sbagliata perché non corrisponde alla realtà.
Che cosa risponde a chi l’accusa di nostalgie per lo sta-
talismo e l’assistenzialismo?
Rispondo che non ho nessuna di queste nostal-
gie! Io credo nello Stato sociale, ma non come un
dogma. Va anch’esso rinnovato a seconda delle esi-
genze e dei cambiamenti. Di certo non può essere
smantellato. Tanto più che oggi ci confrontiamo
anche con il problema degli immigrati, rispetto al
quale lavoro e scuola sono settori decisivi. Lo Stato
sociale è decisivo nei processi di integrazione, e noi
abbiamo bisogno dell’integrazione perché abbiamo
bisogno degli immigrati.
Monsignore, sono ormai passati più di vent’anni dal-
la Christifideles laici, l’esortazione apostolica con la
quale nel 1988 Giovanni Paolo II precisò vocazione
e missione dei fedeli laici nel mondo. A suo giudizio
qual è il bilancio?
Siamo in cammino e la spinta impressa da Gio-
vanni Paolo II non è certamente esaurita. Nella
situazione attuale, in una società ideologicamente
aperta e secolarizzata, la testimonianza dei laici cat-
tolici è decisiva e va portata avanti in modo ancora
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

più incisivo. Dobbiamo capire che ci troviamo in


una situazione assimilabile a una missione. Laici e
sacerdoti hanno un compito comune. Occorre una
testimonianza collettiva e corale per diffondere il
messaggio che Cristo ha affidato a ciascuno.
L’eredità del Concilio Vaticano II è ancora attuale?
Decisamente sì. Papa Benedetto XVI sottolinea
a questo proposito come i testi conciliari non siano
stati ancora attuati fino in fondo. I documenti più
importanti vanno continuamente riletti sotto una
luce nuova e deve essere chiaro che proprio questi
testi, come la Lumen gentium, oggi hanno ancora
molto da dirci. Molto del Concilio non è stato an-
cora attuato, specie per quanto riguarda le prospet-
tive più ampie. È un tesoro da rivalutare.
Eppure anche nella Chiesa non manca chi ritiene che
dal Concilio siano derivati molti mali…
Tutte le tensioni derivate dal Concilio sono per-
fettamente comprensibili e, direi, inevitabili. Ogni
concilio è puntualmente seguito da interpretazioni
diverse. Ma non sono mai stato del parere che tutto
vada messo a tacere. Anzi, la discussione fa bene.
L’importante è mettere a fuoco gli obiettivi di fon-
do. Ieri Giovanni Paolo II e oggi Benedetto XVI ci
stanno aiutando proprio in questo senso.

L’arcivescovo Marx ricorda il giorno della caduta


del muro di Berlino. Era appena tornato con alcuni
giovani dal cammino di Compostela. Accese la te-
levisione e vide che un’epoca stava finendo. Cono-
sceva bene la Ddr, la Germania democratica, sapeva
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in quali contraddizioni si stesse dibattendo, ma non


avrebbe mai immaginato che il crollo sarebbe arri-
vato tanto presto e tanto in fretta. Le ripercussioni
per l’intera Germania sono state notevoli e sul pia-
no religioso il processo di secolarizzazione è andato
avanti a grande velocità, ma sua eccellenza non è di
quelli che si nascondono e rifiutano di affrontare la
realtà: «Viviamo una situazione del tutto inedita,
caratterizzata dalla più grande libertà di scelta che
l’uomo abbia mai avuto. Possiamo decidere a quale
religione appartenere, quante volte sposarci e sepa-
rarci, se avere figli o non averli, possiamo scegliere
perfino di quale sesso vogliamo essere. Il cristiano
non può affrontare tutto questo con paura o soltan-
to dicendo che la gente oggi è cattiva. C’è solo da
porsi una domanda: che cosa vuol dire, in questa
nuova situazione, appartenere a Cristo»?
Mi sembra un’ottima domanda.

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6.
Nell’arsenale della speranza

Da fabbrica di morte a laboratorio di solidarie-


tà. Da santuario consacrato alla guerra a luogo di
incontro e di preghiera. È l’Arsenale di Torino. Un
tempo, fino alla seconda guerra mondiale, la più
grande fabbrica italiana di armi. Oggi Arsenale del-
la pace, rimesso in piedi mattone per mattone con
infinita dedizione dai volontari del Sermig, il Ser-
vizio missionario giovani, che proprio qui ha sede
dal 1983 quando ricevette in dono la struttura, in
totale abbandono, dal Comune di Torino.
Dire Sermig vuol dire Ernesto Olivero, il suo
fondatore. Bancario in pensione, una moglie, tre
figli. Un uomo come tanti. Un uomo che però
nel 1964, assieme a un gruppo di amici, decide di
cambiare vita dedicandola agli altri. All’epoca ha
ventiquattro anni e il vento della contestazione sta
per soffiare sull’Italia del boom economico. Alcuni
giovani prendono una strada che li porterà alla con-
trapposizione violenta nei confronti del «sistema».
Olivero e i suoi amici scelgono invece il Vangelo.
Attorno a loro si raduna un numero crescente di
persone, tutte animate dal desiderio di lottare con-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

tro le ingiustizie con la sola arma della solidarietà.


Nasce la Fraternità della speranza, comunità mossa
dalla ricerca di possibili modi di convivenza tra cul-
ture e anche fedi diverse. Il vecchio arsenale milita-
re, cinquantamila metri di edifici e strutture, inco-
mincia a cambiare aspetto grazie all’opera gratuita
di migliaia di volontari di ogni età, professione e
condizione sociale. Giovani e anziani, muratori e
ingegneri, fabbri e architetti, idraulici e geometri,
ognuno dà una mano secondo le sue possibilità e
competenze. Oggi si calcola che nell’arsenale del
Sermig sono stati trasformati in carità beni e servizi
per un controvalore di centinaia di miliardi delle
vecchie lire.
Per capire il Sermig e l’arsenale occorre andare
lì, nella Torino più vecchia e dimenticata, in piaz-
za Borgo Dora. E bisogna andarci di sera, quando
l’arsenale diventa una specie di astronave del be-
ne, dove qualcuno prega, altri accolgono stranieri
smarriti, altri organizzano incontri, altri ancora pre-
parano nuovi sentieri di pace nel mondo intero.
Ernesto Olivero mi guida con la sua dolce deter-
minazione. Il primo aspetto che colpisce è l’ordine,
unito al buon gusto. Chi si aspetta il solito convitto
malandato, odorante di minestra e gestito malvolen-
tieri, deve ricredersi. Qui ogni locale è accogliente e
tutti quelli che vi operano hanno il volto illumina-
to dal sorriso. Nell’atrio di ingresso campeggia una
scritta: «La bontà è disarmante». Una provocazione,
vista l’antica natura di questo luogo, ma anche un
piccolo documento programmatico. Percorriamo
lunghi corridoi che costeggiano vecchi edifici, dai
quali sembrano ancora provenire i rumori della fab-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

brica d’armi. All’interno, invece, tutto è cambiato.


Dove nascevano cannoni adesso ci sono laboratori
per giovani che qui imparano a diventare ottimi ar-
tigiani, come restauratori e intagliatori. C’è poi un
ambulatorio che potrebbe far invidia ai più moder-
ni ospedali (e che funziona ventiquattro ore su ven-
tiquattro grazie alle prestazioni gratuite di medici
e infermieri volontari). C’è una casa che accoglie
ragazze, molte delle quali straniere, con alle spalle
storie travagliate. C’è un magnifico auditorium che
ospita concerti ed è utilizzato perfino dall’orchestra
Rai. E c’è una residenza destinata a chi, special-
mente uomini provenienti dall’Est europeo, senza
questo luogo di accoglienza non avrebbe un posto
dove dormire e soprattutto dove essere trattato con
amicizia e rispetto.
La visita si trasforma in un piccolo viaggio den-
tro la solidarietà. La puoi toccare con mano. Si
trasforma in volti, occhi, sguardi, sorrisi. Migliaia
le persone accolte, curate, sfamate, rivestite. Cen-
tinaia i volontari che si alternano senza sosta, nel
corso dell’intera giornata, per 365 giorni all’anno.
Mentre passiamo da un locale all’altro, Ernesto mi
parla anche del lavoro che qui non si vede, ma nasce
sempre qui e non è meno concreto: è l’aiuto missio-
nario ai paesi più poveri e alle popolazioni in guer-
ra, in ogni parte del mondo. Un flusso ininterrotto
di denaro, aiuti e persone verso Asia, Africa, Ame-
rica Latina, Europa dell’Est. Interventi che spesso,
come in Libano, nell’ex Jugoslavia, in Iraq, diven-
tano occasione di incontro e dialogo fra le parti in
conflitto. «Quando portiamo i nostri aiuti – precisa
Ernesto – alle autorità locali poniamo subito una
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condizione: di poter raggiungere tutte le parti coin-


volte, senza esclusioni».
Il giro si conclude in chiesa, ma dire «chiesa» non
rende totalmente l’idea. Anche qui c’è tanta cura dei
particolari. I muri bianchi contrastano con le vec-
chie travi di legno del soffitto. Un coro esegue canti
natalizi con l’accompagnamento del pianoforte. Un
corridoio conduce a una serie di cellette dove chi
vuole può pregare alla maniera dei monaci. Poco
lontano, in un salone, alcune fotografie illustrano
i danni fatti dalla Dora durante l’ultima alluvione.
Si vedono i volontari all’opera, mentre difendono
la loro «astronave» con sacchetti di sabbia e con la
solita gioiosa dedizione.
Ernesto sorride quando gli ricordo la scrit-
ta all’ingresso. Dice: «Sì, la bontà è disarmante, e
richiede tanta fatica. Non è facile essere buoni. Il
male è accovacciato dentro di noi, sempre pronto a
colpire. Ma il Signore ci ricorda che anche il bene è
dentro di noi. Qui proviamo a fare in modo che sia
sempre il bene a prevalere».
Sulle mensole dell’ufficio Ernesto colleziona
Madonne di ogni forma, colore, dimensione e ma-
teriale. Ce ne sono anche alcune di pietra grezza,
semplici sassi trovati qua e là, ai quali la natura ha
donato fattezze che ricordano quelle della Vergine.
La più bella, davvero incredibile per la somiglianza
con una Maria in preghiera, è il dono che Ernesto e
i suoi amici hanno deciso di fare al papa in occasio-
ne dell’udienza in Vaticano. «È la cosa più preziosa
che possediamo, per questo abbiamo deciso di por-
tarla a Giovanni Paolo II».
Dico a Ernesto: «Qui al Sermig si lavora tanto,
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ma tutti sorridono e nessuno si lamenta. Fuori, in-


vece, vediamo tanta gente scontenta…».
«Guarda – mi interrompe – qui c’è tanta serenità
proprio perché c’è tanta fatica e tanta sofferenza.
Perché stiamo cercando di fare i conti esclusiva-
mente con Dio».
Prima di uscire, noto che vicino al portone
dell’arsenale, quasi a fare da sentinella, è stata po-
sta un’antica statua di legno, una Madonna con il
Bambino. Sta in una nicchia, accanto a una vela
azzurra sulla quale c’è scritto «grazie». Mentre salgo
in macchina, ripenso al cartello appeso alla porta
dell’ufficio di Ernesto: «Entrare senza bussare».

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7.
Pianeta Australia

Leggo un lancio dell’agenzia Ansa che dice così:


«Chiesa: ondata di vocazioni in Australia, mai tante
da decenni». È datata 8 giugno 2010 e spiega che,
nonostante lo scandalo pedofilia, l’anno sacerdota-
le indetto da Benedetto XVI (giugno 2009-giugno
2010) ha fatto registrare in Australia un incremento
record di nuovi sacerdoti e seminaristi. Numeri che
non si vedevano da decenni e che sono stati favoriti,
si dice, anche dalla Giornata mondiale della gioven-
tù del 2008. Una tendenza «miracolosa» secondo la
definizione del rettore del seminario Corpus Christi
di Melbourne, dove i seminaristi sono cinquanta,
mentre le richieste di altri venticinque sono state
respinte.
Che dire? Evidentemente i santi che Benedet-
to XVI ha messo «al lavoro» durante la Gmg di
Sydney si stanno dando da fare alla grande. Vado
con la memoria a quei giorni di festa.
Mary MacKillop, sulla cui tomba Benedetto XVI
prega il 17 luglio 2008 nella sua prima giornata a
Sydney, doveva essere una donna piena di corag-
gio. Fondatrice delle suore di St. Joseph e beatificata
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da Giovanni Paolo II a Sydney il 19 gennaio 1995,


nata a Melbourne nel 1842 da una famiglia di emi-
granti scozzesi, non ha ancora vent’anni quando
conosce padre Julian Tennyson Woods e si impegna
con lui per rendere l’educazione accessibile a tutti
i bambini, compresi i figli degli aborigeni. Nasce
così la sua congregazione, alla quale si dedica con
tutte le forze fino alla morte, avvenuta a Sydney l’8
agosto del 1909.
Dal 17 ottobre 2010 Mary è la prima santa au-
straliana. Ma chi sono oggi le suore che continua-
no la sua opera? Per capirlo vado in visita alla St.
Martin de Porres Catholic School. Siamo nella zona
nord di Sydney: villette immerse nel verde, campi di
rugby, viali alberati, un grande senso di tranquillità.
Incontro qui sister Susan Connelly, che si riconosce
come suora solo perché porta una croce al bavero
della giacca.
Nella scuola c’è animazione perché nei giorni
della Gmg le suore ospitano trecento ragazzi arrivati
da Timor Est, uno dei paesi in cui la congregazione
è presente con le sue attività, così come in Nuova
Zelanda, Irlanda, Perù, Brasile, Vietnam, Cambo-
gia e naturalmente Australia.
«Ci siamo sempre occupate di educazione in
molte forme, ma con un’attenzione costante per i
poveri, per tutti quelli che non hanno l’opportunità
di accedere alla formazione. E Timor è un caso tipi-
co. Lì ci sono due nostre consorelle che con grandi
sacrifici cercano di sconfiggere l’analfabetismo ma
fanno anche educazione sanitaria, rispondendo così
a due fra i bisogni più diffusi tra la popolazione. Qui
in Australia l’attenzione per i poveri ci ha portate a
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lavorare a stretto contatto con gli aborigeni, perché


siano riconosciuti loro i diritti fondamentali. A lun-
go i bianchi non hanno avuto rispetto dei nativi.
Cerchiamo di comunicare Cristo nella solidarietà e
nella condivisione. Certo, in confronto a tanti altri
paesi, in Australia la povertà può apparire un pro-
blema secondario, ma non è così. C’è una povertà
materiale, specie fra gli aborigeni, e c’è una povertà
spirituale che tocca tutti gli strati della popolazione.
Il benessere porta a isolarsi, alla paura nei confronti
degli altri. Si diventa gelosi della propria ricchezza,
dei propri privilegi. Ecco perché l’opera di educa-
zione deve riguardare le menti ma anche i cuori».
Mary MacKillop a causa del suo lavoro dalla par-
te degli ultimi si attirò antipatie e finì perfino sco-
municata dal vescovo di Adelaide. Cose che capita-
no ai santi, specie quando applicano il Vangelo alla
lettera. A più di un secolo di distanza comunque la
Chiesa ha rivisto la sua posizione, e dopo la beati-
ficazione ora è in programma la canonizzazione di
Mary.
Per noi europei il bello di questa Giornata mon-
diale della gioventù 2008 in terra australiana è che
possiamo imparare a vedere il mondo da un’altra
prospettiva. E qui da imparare c’è davvero tanto!
Se si chiede in giro un parere sulla visita del papa
è difficile trovare qualcuno decisamente a favore o
nettamente contro. I più rispondono con un sorriso
e dicono che in Australia tutti sono benvenuti. È la
tolleranza serena di questa gente, che sconfina però
nell’indifferenza. La religione? Non è un problema,
ognuno può credere in ciò che vuole. D’altra parte
qui le fedi ci sono davvero tutte. Le diverse emi-
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grazioni hanno portato in terra australiana l’intera


gamma delle religioni con i rispettivi volti di Dio.
È il multiculturalismo australiano, un modello di
convivenza ma anche, dal punto di vista di Bene-
detto XVI, di relativismo.
Le cifre dicono che i cattolici sono poco meno di
sei milioni su circa ventuno milioni di abitanti. Le
parrocchie sono circa millequattrocento, trentatré
le diocesi, più di tremila i sacerdoti, sessantacinque
i vescovi, settemila le religiose. La Chiesa gestisce
centinaia di scuole e asili, circa duecento consultori
familiari e una sessantina di ospedali. Fra gli abo-
rigeni (circa mezzo milione) i cattolici sono cento-
mila, la confessione cristiana più rappresentata, con
un aumento del sette per cento negli ultimi sette
anni.
Il problema è una secolarizzazione sempre più
spinta. Le chiese sono vuote e spesso senza pastori.
In molti casi un solo prete, specie negli sterminati
territori rurali, si occupa di più parrocchie, e ci sono
comunità che vedono il sacerdote solo una volta al
mese. Il «Sydney Morning Herald» riferisce che in
una parrocchia importante come St. Canice, a Heli-
zabeth Bay, centinaia di persone affollano la mensa
dei poveri la domenica mattina, ma poco dopo i
fedeli che prendono parte alla messa sono alcune
decine. E il sabato sera in molte chiese capita di ve-
dere solo piccoli gruppi, per lo più di anziani.
Molte persone, pur continuando a considerarsi
cattoliche, non frequentano più la parrocchia e non
seguono la dottrina indicata dal magistero. L’appar-
tenenza alla fede è sempre più soggettiva e sciolta
da vincoli. In questo contesto la Chiesa cattolica
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vive una trasformazione profonda. Se fino a una


cinquantina d’anni fa aveva un profilo definito, con
un clero locale e i fedeli in crescita, in pochi decenni
tutto è cambiato. Crisi delle vocazioni, abbando-
no del sacerdozio, chiusura dei seminari, gestione
delle scuole cattoliche sempre più affidata ai laici (i
religiosi sono ridotti all’1 per cento), partecipazio-
ne alla messa domenicale scesa al 14 per cento. Si
è cercato di correre ai ripari immettendo sacerdoti
stranieri e mobilitando movimenti come neocate-
cumenali e carismatici, ma un nuovo modello di
presenza non è stato ancora trovato.
Per i cristiani d’Australia l’ecumenismo e il dia-
logo con le altre religioni sono non solo necessità
ma dati di fatto. Nelle scuole gestite dalla Chiesa
gli studenti non cattolici continuano ad aumentare
e nelle aree rurali i cristiani di diverse confessioni si
aiutano per far fronte alla mancanza di sacerdoti.
Nel 1998 il sinodo dei vescovi dedicato all’Ocea-
nia si concluse con un grido di allarme affermando
che la tolleranza, pur apprezzabile, può sfociare fa-
cilmente nell’indifferenza e nel relativismo. Di qui
la richiesta, rivolta ai pastori, di essere più rispettosi
delle indicazioni di Roma e più rigorosi nell’appli-
cazione delle direttive. Ma questo maggior rigore ha
ulteriormente allontanato molti fedeli.
Se sfogliando l’elenco telefonico di Sydney si va
sotto la voce «Churches and other places of wor-
ship», cioè chiese e altri luoghi di culto, ci si inoltra
in un caleidoscopio religioso inimmaginabile per
noi europei. Dieci pagine fitte fitte raccolgono tutte
le fedi del mondo. Si va dalla A di anglicans fino al-
la Z di zoroastrians, attraverso l’intera gamma delle
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religioni: anabattisti, ortodossi antiochieni, assem-


blee di Dio, battisti, battisti indipendenti, battisti
particolari, buddisti, cattolici, cristiani cinesi, cinesi
presbiteriani, cristiani delle assemblee di Bretheren
(?), cristiani israeliti, cristiani dell’alleanza missio-
naria, chiese di Cristo, chiese di Cristo indipenden-
ti, chiesa di Scientology, chiesa del Vangelo, chiesa
evangelica di Etiopia, greco-ortodossi, copti orto-
dossi, induisti, chiesa apostolica degli assiri orienta-
li, chiesa dei gay, islamici, testimoni di Geova, ebrei,
cattolici liberali, luterani, ortodossi macedoni, neo-
apostolici, presbiteriani, presbiteriani dell’Australia
orientale, riformati, quaccheri, russi ortodossi, eser-
cito della salvezza, serbi ortodossi, avventisti del set-
timo giorno, spiritualisti, siro-ortodossi, ortodossi
ucraini, chiese unite protestanti, sikh. E vi assicuro
che ho tralasciato parecchie denominazioni perché
se andate per esempio al capitolo «Other congrega-
tions» si spalanca davanti a voi un altro panorama
fantasmagorico, dove si va dai caldei ai baha’i, dai
metodisti cinesi agli hare krishna…
La lettura dell’elenco, oltre a far riflettere sulla
propensione umana a dividersi in fazioni diverse
quando c’è di mezzo Dio, fa anche capire che co-
sa pensano gli australiani quando pronunciano la
parola religione. Il multiculturalismo qui lo si vive
tutti i giorni e ovunque. Del resto basta girare un
po’ tra i quartieri per passare nel giro di pochi isola-
ti da uno scenario tipicamente arabo a uno cinese,
coreano o africano. Donne velate e uomini barbuti
a contatto con occhi a mandorla e volti aborigeni,
occhi azzurri e capelli rossi di discendenti scozzesi

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gomito a gomito con mediorientali e latinoameri-


cani.
Sottopongo la questione a un prete simpatico
che incontro per caso. Ha barba grigia, cappello ne-
ro e tonaca lisa lunga fino ai piedi. A prima vista
direi che è copto, ma quando gli chiedo se è proprio
così il reverendo padre mi fulmina con lo sguardo
e dice pieno d’orgoglio: «Io sono antiochieno, plea-
se». Si chiama Antonius Markos Gindi, è originario
dell’Egitto, è responsabile della chiesa di Saint Mary
di Hemphill avenue e sostiene che l’Australia non
è male come posto per vivere tutti assieme. A par-
te che lo spazio non manca, Antonius dice che gli
anglo-australiani sono un po’ sospettosi solo all’ini-
zio, quando vedono un volto che ancora non hanno
inquadrato, ma poi gli basta poco per superare ogni
diffidenza e immettere il nuovo venuto nell’immen-
so calderone, dove occuperà un’altra casella in santa
pace. La regola base è vivere e lasciar vivere. Stessa
cosa tra gli immigrati di ogni latitudine e colore.
Ognuno sa che la propria libertà dipende dalla li-
bertà degli altri e da qui nasce la tolleranza. A nes-
suno conviene rompere l’equilibrio.
Antonius rappresenta una chiesa piccola, come
lui stesso riconosce: appena una cinquantina di par-
rocchie sparse tra Australia, Nuova Zelanda e Fi-
lippine. I suoi fedeli arrivano per lo più da Libano,
Egitto, Siria, Iraq. Lui è il metropolita d’Australia,
come dire un nostro arcivescovo, ma ciò non gli
impedisce di andare a fare la spesa e portare i vestiti
in lavanderia, dove avviene il nostro incontro.
Mentre chiacchieriamo passano frotte di giovani
cattolici che partecipano alla Gmg. Sono appari-
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scenti nelle loro divise, zainetti in spalla e bandie-


re al vento, ma è come se nessuno li notasse tale è
l’abitudine, da queste parti, a convivere con le di-
versità.
Tra i ragazzi che sfilano e attendono di vedere il
papa mi colpiscono i volti nerissimi di una coppia.
Michael è un fratello lassalliano e Bernard un suo
alunno diciassettenne. Arrivano dal nord del Kenya
e si guardano attorno con occhi pieni di stupore.
Bernard dice di essere emozionato e felice all’idea di
vedere il papa: «Quando tornerò in Kenya avrò un
sacco di storie da raccontare ai miei amici». Fratel
Michael spiega che secondo lui «la giornata mon-
diale della gioventù è speranza e amore, una vera
iniziazione alla fede». Nel bel mezzo del minestrone
religioso australiano incontrare questi due cattolici
fa quasi tenerezza. Ma fa anche riflettere sul fatto che
la Chiesa cattolica, dentro il calderone, è in fondo
l’unica che si distingue per la sua reale universalità:
capacità di infrangere le barriere etnico-nazionali e
di parlare veramente a tutti.
Di recente un’indagine ha destato stupore in Au-
stralia. Si è scoperto che gli adolescenti senza casa,
che vivono di espedienti, sono sempre più nume-
rosi. E non sono soltanto immigrati. Tra i giova-
nissimi emarginati tanti sono gli australiani figli di
buone famiglie benestanti. Ma basta poco per finire
sulla strada. Un insuccesso scolastico, una delusione
sentimentale, o semplicemente la paura di vivere.
Ed ecco dietro l’angolo la droga, la solitudine, l’ab-
bandono.
In Australia parlare di povertà ed emarginazio-
ne sembra un controsenso, tanto spensierata e ricca
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appare questa società moderna, efficiente, dominata


dal mito della prestanza fisica e dello sport. Eppure
basta guardare un po’ sotto la superficie delle appa-
renze per scoprire i disagi.
La chiesa di St. Canice a Sydney è un vecchio
edificio di mattoni rossi. Ma ciò che colpisce, quan-
do ci arrivo, è il via vai di persone con cuscini e
coperte sotto il braccio. Sono i poveri che vengono
ospitati qui accanto, e che al mattino se ne vanno.
In questo momento è in corso anche un violento
diverbio tra due homeless. «Cose che capitano», dice
con un sorriso un anziano parrocchiano evidente-
mente abituato a queste situazioni.
La parrocchia è affidata ai gesuiti che hanno
aperto qui un centro di assistenza per i rifugiati e
una mensa per i poveri. Oggi è particolarmente af-
follata ed è facile rendersi conto che i frequentatori
sono per la maggior parte australiani. Alcuni con
i capelli bianchi, ma non mancano i giovani. Un
paio di loro sono chiaramente in preda agli effetti
di sostanze stupefacenti, mentre altri chiacchierano
tranquillamente e sorseggiano una tazza di tè.
Padre Stephen Sinn, il gesuita responsabile della
parrocchia, è un prete cinquantenne. Sebbene deb-
ba dire messa e sia reduce dall’aver separato i due
senzatetto litigiosi, accetta volentieri di rispondere
a qualche domanda. Lo guardo negli occhi e mi ac-
corgo che assomiglia un po’ a fratel Ettore, il prete
camilliano che a Milano spese la sua vita fino all’ul-
timo per soccorrere i più emarginati.
«Per noi – dice padre Stephen – i poveri sono
benedetti: sono sempre qui tra noi e fanno parte
della nostra parrocchia. Li ospitiamo, diamo loro
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da mangiare e da bere. In Australia c’è una gran-


de ricchezza materiale ma c’è anche tanta povertà e
tanta solitudine. Malattie mentali, droga, disagi in-
teriori ed economici impediscono a molte persone
di lavorare e così si ritrovano sole».
Nel centro di accoglienza per rifugiati arrivano
soprattutto africani. Spesso le loro domande di asilo
vengono rifiutate dalle autorità e allora la parroc-
chia fornisce gratuitamente un’assistenza legale. Il
centro funziona a pieno ritmo, ma è solo un aspetto
delle attività che si svolgono qui.
Chiedo a padre Stephen se è vero che, come di-
cono le statistiche, sempre meno cattolici frequen-
tano la messa e si avvicinano ai sacramenti.
«Sì, molte persone hanno rinunciato a venire a
messa. Hanno tante altre cose da fare…».
Chi invece ha tanto tempo e non ha un luogo
dove andare è il povero, e a lui pensa padre Ste-
phen. «Dobbiamo ascoltare di più la voce del Van-
gelo, quello che il Vangelo ci dice di fronte alle sfide
che abbiamo. Occorre uscire dalla nostra cerchia di
interessi e lasciarci interpellare dagli altri. Dobbia-
mo lasciare che le persone entrino nelle nostre vite
anziché pretendere di controllare che nella nostra
vita tutto sia perfetto. Questo è ciò che la Chiesa
dovrebbe fare».
E qual è il giudizio di padre Stephen sulla Gior-
nata mondiale della gioventù di Sidney?
«È un’occasione meravigliosa. È stupendo che
tanti giovani siano arrivati qui. Noi nella nostra
parrocchia ne ospitiamo trenta. Vanno alla sinagoga
e alla moschea, cantano, incontrano i rifugiati, par-
lano con le persone del quartiere, ascoltano le loro
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storie. Trascorriamo insieme momenti molto inten-


si. Incontrarsi è sempre un’esperienza bellissima».
In mezzo a tante attività sociali padre Sinn tro-
va anche il tempo di lasciare spazio all’arte. In un
locale della canonica sta ospitando una mostra di
icone realizzate da un artista australiano, Brendan
O’Dowd, che predilige gli angeli. La mostra si in-
titola proprio Angels of Byzantium e fa una certa
impressione vedere queste figure celestiali accanto
ai volti dei poveri accolti nella parrocchia. A un cer-
to punto viene perfino il dubbio che siano le stesse
persone.
Tutt’altra atmosfera pochi chilometri più a nord.
«Via papa Ratz!»; «Stop the pope!»; «Use condoms!».
Dicono così i cartelli innalzati a Taylor Square dai
manifestanti convocati dalla «No to pope coali-
tion». Siamo nel cuore del quartiere gay di Sydney.
Pub e negozi espongono bandierine rosa. «Siamo
venuti qui – dice Graig – per proporre una World
Truth Day (giornata mondiale della verità) da ce-
lebrare subito dopo la World Youth Day (giornata
mondiale della gioventù) quando il papa finalmen-
te se ne sarà andato». «Siamo stanchi delle condan-
ne – aggiunge Luise – e vorremmo che la Chiesa
fosse più comprensiva, che cercasse di unire anziché
dividere».
Attorno alla piazza un centinaio di agenti di po-
lizia, alcuni a cavallo, controllano la situazione. Ma
non ce n’è bisogno. I manifestanti sono pacifici, e
sono anche molto pochi, forse meno di trecento.
Il tutto ha l’aspetto di un gay pride. C’è un signore
vestito da vescovo con il colore rosa al posto del
viola, c’è un’infermiera scosciata, un travestito al-
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tissimo. Il papa si è scusato per gli abusi sessuali


commessi da sacerdoti australiani, ma a loro non
basta. Vorrebbero che ricevesse anche le vittime. So-
prattutto Emma e Katherina. Sono le figlie di An-
thony e Christine Foster e sono arrivate a Sydney
proprio con la speranza di essere ricevute da Bene-
detto XVI. Negli anni tra il 1988 e il 1993 furono
ripetutamente violentate da un prete di Melbourne,
padre O’Donnell.
Di fronte a un dramma del genere è difficile giu-
dicare. I genitori Foster sono stati insistenti con la
loro richiesta. Ma che cosa possono fare un padre
e una madre di due ragazze alle quali un uomo, un
uomo di fede che le avrebbe dovute aiutare a cresce-
re, ha rovinato la vita?
Benedetto XVI non ha girato attorno al proble-
ma. Nella cattedrale di Sydney, di fronte a tutti i
vescovi australiani, ha chiesto non solo scusa ma
anche giustizia. Ha detto che i responsabili devono
pagare, ha espresso la sua vergogna, ha chiesto che
le vittime ricevano compassione e cura, ha manife-
stato il suo personale dolore e ha raccomandato ai
pastori di fare tutto ciò che va fatto per sradicare
questo male.
L’arcivescovo di Sydney, Pell, aveva anticipato
che il papa sarebbe entrato in argomento con de-
cisione, e così è stato. Ma secondo Neil, professore
universitario che incontro a Darling Harbour, pro-
prio Pell ha sulla coscienza la mancata denuncia di
abusi. La questione è controversa. Sta di fatto che
dal papa sono arrivate quelle parole inequivocabili
che forse i vescovi australiani avrebbero dovuto pro-
nunciare prima.
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La stampa qui ha accolto con grande interesse la


presa di posizione di Benedetto XVI. I telegiornali
l’hanno immediatamente rilanciata e i giornali le
hanno dedicato pagine e pagine. È così passata in
secondo piano un’altra considerazione che il papa ha
fatto davanti ai vescovi. Attenzione, ha detto. Qui
in Australia, paese che garantisce la massima libertà
religiosa, proprio in virtù della libertà e dell’auto-
nomia umana il nome di Dio viene oltrepassato in
silenzio e la religione ridotta a devozione personale.
Così la fede è scansata e anche noi Chiesa possiamo
essere tentati di ridurre la fede a una questione sen-
timentale. Eppure la storia ci dimostra che il pro-
blema Dio non può mai essere messo a tacere.
Il teologo Ratzinger ha parlato all’Australia ma
non solo. Questo è il punto che sottolinea ogni vol-
ta che ne ha la possibilità, ma quanto di questo mes-
saggio arriva all’opinione pubblica e alle coscienze?
La Gmg australiana è stata in ogni caso un suc-
cesso. L’arrivo del papa sul battello nello scenario
di Barangaroo, la via crucis che per una serata ha
trasformato il centro di Sydney nella cornice di una
sacra rappresentazione, la veglia di Randwick, il
gregoriano cantato nella cattedrale, i ragazzi festanti
adottati da una metropoli non avvezza a certe mani-
festazioni di esuberanza: tutto resterà nella memoria
a lungo. È stata una Gmg bella per le immagini che
ha offerto e per la profondità con la quale è stata vis-
suta. La Chiesa australiana è stata brava a coniugare
modernità e tradizione. Significativa la presenza di
tanti giovani asiatici, continente nel quale i cattolici
non sono molti e spesso vivono con tanti sacrifici
e con sofferenza la condizione di minoranza. Triste
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la mancanza dei centosettanta iracheni che avevano


desiderato essere qui ma non hanno avuto il visto
perché l’Australia ha considerato troppo alto il ri-
schio che potessero chiedere asilo.
C’era il timore che l’isolamento e la lontananza
australe avrebbero reso questa edizione un po’ sbia-
dita. Al contrario, è stata scintillante come la luce
di Sydney.
Tra le migliaia di ragazzi incontrati in queste
giornate mi torna alla mente un quartetto simpa-
tico: Ben Schubert, Matthew Girgis, Anthony Mu-
sumeci e Brad Atkins. I cognomi dicono tutto sulle
origini. Sono australiani, ma le radici risalgono a
Germania, Grecia, Italia e Gran Bretagna. Li ho
visti abbracciati. Questo grande paese è fatto così.
È la sua ricchezza. Il papa ha chiesto che un così
grande tesoro sia messo al servizio dell’uomo e non
sperperato inseguendo solo un benessere materiale
e superficiale.

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8.
Il miracolo è Lourdes

Signora Rosaria, come incomincia la vostra storia?


«Incomincia circa otto anni fa, proprio all’inizio
di un viaggio, anzi di un pellegrinaggio qui a Lour-
des. Ci siamo incontrati, conosciuti, e da lì poi,
pian piano, è nata questa cosa, questa piccola cosa,
che poi è cresciuta».
Questa «piccola cosa» è l’amore fra Rosaria e
Pasquale. Un amore che ha regalato a entrambi
Mauro, bambino vivacissimo e miracolo vivente.
Perché i medici avevano detto a Rosaria che nelle
sue condizioni mai avrebbe potuto restare incinta.
E invece…
Rosaria sta su una sedia a rotelle. Costretta da
una malattia crudele. Nelle sue condizioni po-
chissime donne al mondo sono arrivate alla ma-
ternità. Sembrava impossibile anche per lei. Ma
che cos’è l’impossibile e che cos’è il possibile?
Qui a Lourdes il confine tra i due mondi si fa in-
certo.
Pasquale è un volontario dell’Unitalsi, l’associa-
zione che da tanti anni si occupa del trasporto dei
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malati a Lourdes e in altri santuari mariani. Rosaria


l’ha conosciuta così, facendo il volontario.
«Esatto. Il volontario lo faccio da dieci anni, die-
ci anni di pellegrinaggi su e giù dall’Italia a Lourdes,
in treno. La prima volta che arrivai qui, veramente,
era un viaggio di piacere, ma subito scattò qualcosa
dentro di me, la volontà di aiutare gli altri».
E Mauro quando è nato?
Tre anni e mezzo fa. È il frutto del nostro amore.
Senta, signora Rosaria, che cosa significa per lei venire
a Lourdes?
È soprattutto una forma di ringraziamento. La
prima volta sono venuta come se fosse una sfida,
direi per mettere alla prova me stessa, anche per-
ché qui c’è la possibilità di staccarsi dalla famiglia,
di riuscire a farcela da soli, o almeno di provarci.
Certo, ci sono i volontari che ti aiutano, ma non sei
più sotto la tutela della famiglia, ti sembra di aver
recuperato una tua identità. E poi tutto questo è
diventato un grazie, per ciò che lei mi ha donato.

Lei è la Madonna di Lourdes. E anche il signor


Pasquale ne parla come fosse una di casa. Così quan-
do gli chiedo come si fa a essere volontario e marito
al tempo stesso, la risposta è immediata: «È semplice.
La forza viene da lei. Una forza talmente grande che
non si può spiegare. Solo chi la prova lo può sapere».
Sentite, Rosaria e Pasquale. Qui a Lourdes si vive
fianco a fianco con la sofferenza, con la malattia. Le
si incontra a ogni passo. Poi però si torna a casa, nelle
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nostre città, dove la vita non è facile, specie per chi ha


qualche disabilità. La partita vera si gioca lì, nella
vita di tutti i giorni. Voi come la affrontate?
Direi normalmente. Io faccio il volontario qui
ma anche al mio paese. Ho i miei impegni, il la-
voro, il bambino, però cerco sempre di trovare il
tempo per aiutare il prossimo. È la fede che ti dà la
forza di andare avanti.
E lei, Rosaria, che cosa porta via da Lourdes quando
riparte?
La serenità, la promessa di tornare, e di poter
ringraziare la Madonna una volta ancora, per quello
che mi ha dato, per quello che è successo nel corso
dell’anno. In attesa di scoprire la nuova avventura
che ci aspetta.
Si dice che a Lourdes si viene in cerca del prodigio, del
miracolo. È veramente così?
Sì, si viene qui per quello, è inutile negarlo. Ma
quando si è qui poi si chiede la forza di affrontare i
problemi. E il vero miracolo è questo: la possibilità
di vivere una vita normale anche se le condizioni di
vita non sono normali. Per me il miracolo è vivere
da mamma, con le soddisfazioni di una mamma.
Il miracolo per me è Mauro, non è il fatto che io
possa alzarmi e camminare. Se sono nata così un
motivo c’è, quindi chiedere la grazia forse non ha
molto senso. Ma chiedere lui sì. Infatti l’ho chiesto,
e Mauro adesso c’è.

Un miracolo, non c’è che dire. Difficile descrivere


in altro modo la storia di Rosaria e di Pasquale, con
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la nascita di Mauro. Uno dei miracoli di Lourdes.


Che magari non consistono proprio in una guari-
gione, nella sparizione misteriosa di una malattia,
ma ci sono.
Chi viene a Lourdes lo sa. Chi viene a Lourdes
dice che il vero miracolo è l’amore, è la condivisio-
ne, è la serenità.
Era l’11 febbraio 1858 – centocinquant’anni fa –
quando una ragazzina di nome Bernadette, povera
e malaticcia, vide una bella e giovane signora con la
veste bianca e la fascia azzurra. Il villaggio di Lou-
rdes era veramente sperduto e sconosciuto. Come
Nazareth, d’altra parte, come Betlemme.
La notizia della visione si diffuse in un baleno.
Dopo il primo incontro con la signora vestita di
bianco, Bernadette ne ebbe altri. La folla andò au-
mentando. E la gente inevitabilmente si divise: i so-
stenitori da una parte, gli scettici dall’altra.
Di fronte al mistero è così anche oggi. Ma intanto
Lourdes è cresciuta, e adesso, nell’anno del giubileo
per il secolo e mezzo passato da quella prima appari-
zione, le cifre sono impressionanti: più di 6 milioni
di pellegrini all’anno, 84 mila volontari, offerte per
15 milioni di euro, 2 milioni e mezzo di ostie di-
stribuite durante le messe celebrate al ritmo di 50 al
giorno, 700 tonnellate di candele accese.
In un secolo e mezzo la Chiesa ha riconosciuto
ufficialmente meno di 70 miracoli. Percentuale insi-
gnificante rispetto alla massa di persone che si sono
recate qui e continuano a venirci in pellegrinaggio.
Ma allora perché Lourdes? Perché questo fenomeno
che non conosce crisi né pause?
La sorgente d’acqua che milioni di persone con-
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siderano miracolosa si trova proprio dove la signora


vestita di bianco apparve a Bernadette, nella grotta
a pochi metri dal placido fiume Gave.
È acqua che sgorga senza sosta, come senza sosta
è l’afflusso dei pellegrini, e alimenta le piscine, do-
ve si immergono ogni anno centinaia di migliaia di
persone. Da una parte le donne, dall’altra gli uomi-
ni. Molto più numerose le prime.
E poi ci sono i rubinetti, da dove i pellegrini por-
tano via l’acqua con le bottiglie ma anche con le
taniche.
Tra i tanti pellegrini di ogni parte d’Europa e del
mondo, incontro Maria, mamma non vedente, e
una volta anche non credente, come dice lei stessa.
È di una città del Sud Italia e viene qui da quattro
anni.
«Io ero molto lontana da Dio. Poi, grazie a un
cammino di fede che mi è stato proposto e ho ac-
colto, è arrivata la conversione e ho incominciato
a vedere. No, non con gli occhi, perché quelli non
vedono più, ma con la fede. Ho visto la luce di
Dio. E tuttavia ancora non mi bastava. Era come
se avessi bisogno di qualcosa di più forte. Qualco-
sa che ho trovato proprio qui a Lourdes, nei cor-
pi martoriati dei miei fratelli e delle mie sorelle. I
nostri corpi sono come vasi che possono nascere
difettati o diventarlo dopo un po’. Lourdes mi ha
fatto capire che dentro questi vasi c’è un tesoro
prezioso che è l’anima, e se quest’anima è ancorata
a Dio la sofferenza non riesce a rovinarla. Anzi, la
rende più bella».
Siamo di fronte al santuario, in una bella giorna-
ta di cielo terso. Le colline fanno da corona verde al
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luogo sacro. Descrivo la scena a Maria ma lei mi di-


ce: «Considera comunque che Lourdes non finisce
qui. Continua anche dopo, anche nella mia città.
È bello perché i volontari ti chiamano, ti vengono
a prendere, mangiamo la pizza, andiamo a visitare
qualche santuario».
Senta, signora Maria, che cosa la spinge a tornare ogni
volta qui a Lourdes? In fondo i pellegrini fanno sempre
le stesse cose…
Io torno per l’amore che c’è qui. Un amore che
dà pace, tanta pace.
E che cosa si porta via da Lourdes dopo ogni visita?
Tante emozioni, tante storie di vita. E tanti volti,
che io non vedo con gli occhi ma ho ben presenti
davanti a me.
Ma in un posto come questo, dove le persone fanno i
conti a ogni passo con la sofferenza, una donna come lei,
già in difficoltà, non corre il rischio di sentirsi peggio?
No, no! La sofferenza condivisa è meno sofferen-
za. Come la gioia condivisa è più gioia. Tante volte
di fronte a una disabilità le persone si bloccano. È
questo che fa soffrire di più la persona malata o in-
ferma. Si crea una barriera, c’è una divisione. Qui
invece tutte le barriere cadono.

Sandro, marito di Maria, ricorda che dodici anni


fa, quando la moglie si ammalò e cadde nel buio,
ci fu un periodo di smarrimento per entrambi. Poi
però l’esperienza della sofferenza li unì ancora di più.
«Quando c’è l’unità – dice – si trova anche la forza».
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Sandro spiega di essere devoto alla Madonna di


Lourdes fin da quando era bambino. Viene qui, di-
ce, ed è come se facesse il pieno di energia per an-
dare avanti.
Ma non le sembra strano, signor Sandro, ricaricarsi in
un posto dove c’è tanta sofferenza?
Eh, sembra strano sì, però nella nostra vita, in
questa nostra vita sempre così frenetica e percorsa
dal consumismo, in questa vita in cui la gente non è
mai contenta e vuole sempre di più, qui a Lourdes si
torna con i piedi per terra. Qui si riflette, si fa pausa,
e ci si chiede: ma che cosa vogliamo veramente dalla
nostra vita? Così quando torniamo a casa tutto ci è
più chiaro, le cose tornano al loro posto.
E quando lei dice ai suoi amici e conoscenti di essere
stato a Lourdes che cosa le rispondono, come la giudi-
cano?
Qualcuno ride, ma io dico sempre che recarsi a
Lourdes fa bene a tutti, anche ai non credenti. Fa
bene allo spirito.

A Lourdes la condivisione è una realtà. Anche il


male, certo, è una realtà. Ma qui sembra come dilui-
to. Proprio qui, dove c’è una concentrazione inaudi-
ta di male e di sofferenza, il dolore sembra meno op-
primente, meno crudele. Perché è condiviso, perché
è come se tutti lo caricassero sulle proprie spalle.
In Italia l’organizzazione che si occupa del traspor-
to dei malati e dei pellegrinaggi a Lourdes è l’Unital-
si, una lunga storia di solidarietà nata nel 1903. Una
storia fatta a sua volta di tantissime storie. Persone
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che hanno deciso di dedicarsi agli altri nel modo più


concreto, più umile e anche più faticoso.
Paola e Francesca indossano la divisa delle «so-
relle», come si chiamano le volontarie dell’Unitalsi:
completo bianco dalle scarpe al copricapo e mantel-
la blu. Sembrano un po’ crocerossine e un po’ suo-
re. Paola ha ventun’anni, Francesca trentaquattro.
Dico a Paola: scusa, ma alla tua età chi te lo fa fare?
Le tue coetanee vanno in discoteca e tu stai qui ad
aiutare i malati…
Paola non è tipa che si scompone. Occhi seri, mi
guarda e fa: «Ho conosciuto questa associazione da
giovanissima, grazie a una zia, e fui subito colpita
dall’ambiente. Dico la verità: mi colpì proprio la
divisa. È vero: venendo qui rinunciamo a qualcosa,
magari alle vacanze, ma ciò che riceviamo in cam-
bio è impagabile. Questi malati, queste persone a
cui ci dedichiamo ci lasciano una carica, un amore
per la vita che non si può descrivere. Qualcuno dice
che quando torniamo da Lourdes abbiamo un’aura
diversa. Perché siamo più felici, più contente».
Paola dice proprio così: un’aura. E Francesca an-
nuisce. Ma scusate, dico. In una società che nega la
sofferenza e nasconde la morte, voi venite proprio
qui dove sofferenza e morte hanno il predominio su
tutto. Cos’è, masochismo?
Francesca mi lancia uno sguardo pieno di com-
patimento: «Intanto non è vero che sofferenza e
morte qui hanno il predominio. Qui è la vita che
trionfa, la vita ricevuta e donata. E poi vedere che
cos’è veramente la sofferenza, fare questa esperienza
insegna tanto. Insegna a non pensare sempre a se
stessi, a non mettersi al centro di tutto».
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Paola dice che quando viene qui le sembra di


stare in un sogno e poi quando torna si chiede: ma
è stato tutto vero? A volte le sembra che non sia
mai successo. Poi però qualcuno le ricorda i nomi,
i volti, le situazioni, e lei si sente cambiata. Con
una grande pace interiore. Ma non vi capita mai di
essere sopraffatte dal dolore che c’è qui?
Francesca: «No, anzi. Quando convivi con il do-
lore ringrazi per tutti i doni che hai ricevuto e tutto
ciò che hai acquista più importanza».
E gli amici, le amiche come prendono questo vostro
impegno un po’ inusuale?
Paola: «Qualcuno quando vede le foto di noi due
in divisa ride. Però c’è anche chi ci prende sul se-
rio e ci chiede che cosa facciamo e perché lo faccia-
mo. In questo modo qualcuno è entrato a far parte
dell’Unitalsi. Però nessuno mi prende in giro. Ve-
dendo che per me l’impegno è serio, mi rispettano
e mi dicono: però, hai del fegato!».
Francesca: «Comunque Lourdes non si può rac-
contare. Per quanto uno sia bravo con le parole,
non c’è niente da fare: bisogna venire qui per ca-
pire. Solo mettendosi davanti alla grotta, alla Ma-
donna, è possibile entrare veramente nello spirito di
Lourdes. Un regalo per il quale non si ringrazia mai
abbastanza».

Da qualche anno il fenomeno Lourdes ha una


dimensione planetaria. Se una volta i pellegrini era-
no quasi esclusivamente europei, adesso arrivano
anche da Africa, Asia e Americhe.
Tiago Bufler ha poco più di trent’anni, viene dal
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Brasile ed è al suo primo pellegrinaggio. «Quello


che mi colpisce – dice – è vedere tutti questi malati
e la loro grande serenità davanti a Maria. Sembra
proprio che si trovino a casa, con la mamma. Ho
visto un malato molto grave, disteso su un letto.
L’avevano portato davanti alla grotta. Era un giova-
ne. Mi hanno detto che da anni non sorrideva più.
E invece lì ha sorriso. I suoi amici hanno pianto. Per
me è stata una rivelazione».
E il tuo incontro con la grotta com’è stato?
Io avevo già una devozione per la Madonna di
Lourdes, ma poter stare lì in preghiera, a pochi pas-
si dal luogo delle apparizioni, è stato emozionante,
indescrivibile.

Sui trent’anni è anche Benjamin Sanchez, colom-


biano, anche lui al primo pellegrinaggio a Lourdes.
Dice: «Qui è come toccare con mano la misericor-
dia di Dio, un amore che si trasmette attraverso le
cose più piccole e i gesti più semplici. È un’espe-
rienza che tocca il cuore. Ho visto come un sorriso
può donare la vita, la voglia di vivere. Qui siamo
davvero in compagnia del Dio della vita, il Dio del-
la pace, il Dio della misericordia. Quando sono da-
vanti alla grotta è come se sentissi la sua mano e la
sua voce. Mi dice di avere coraggio, mi conforta. Mi
sento preso in braccio».

Suor Valsa, sguardo dolcissimo, è alla sua prima


volta a Lourdes. È indiana e il suo nome in italiano
sarebbe Amabile. Originaria del Kerala, nell’India
meridionale, è una suora della congregazione fon-
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data da san Vincenzo Pallotti. «Venire qui con gli


ammalati mi ha dato una grande carica. Sono con-
tenta. L’incontro con la Madonna è stato profondo.
Mi ha dato una gioia ancora più grande di quella
che avverto solitamente quando mi dedico ai più
bisognosi. Io sono stata già due volte a Medjugorje,
però qui è diverso. Quando ci sono gli ammalati si
tocca di più, più concretamente, la solidarietà, la
fratellanza. Nonostante tutte le croci, i pensieri, le
preoccupazioni, tutti hanno il sorriso sulle labbra.
Questa è la cosa più bella. E quando poi penso che
anche Bernadette si fece suora e prese i voti mi sen-
to ancora più unita a lei, alla Madonna e a suo figlio
Gesù. La Vergine chiese penitenza e preghiera, e di
portare questo messaggio a tutti. Anche oggi chiede
a me di vivere in profondità la parola di Dio. Il mio
fondatore diceva: nessuna anima mi sfiori invano.
Tutti quelli che passano accanto a me devono rice-
vere qualcosa di bello».

Il treno, è secondo l’Unitalsi, il mezzo migliore


per andare a Lourdes. Perché non è troppo veloce,
perché ha il ritmo del vero pellegrinaggio, perché
permette una migliore conoscenza reciproca e una
più profonda condivisione. Ma da qualche tempo
anche l’aereo è usato per portare pellegrini e malati.
L’anno scorso è partito il primo volo Roma-Lourdes
dell’Opera romana pellegrinaggi. In collaborazione
con la compagnia aerea low cost delle Poste italiane.
La domanda cresce in continuazione e la risposta si
adegua.
Antonio Diella, di professione giudice del tribu-
nale di Foggia, è il presidente dell’Unitalsi. Lo in-
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contro in una giornata assolata e ventosa sul terrazzo


della casa ospedale che l’unione gestisce a Lourdes.
Sono i giorni del pellegrinaggio nazionale e vorrei
capire che cosa vuol dire oggi fare un pellegrinag-
gio. Che cos’è? Turismo spirituale? Perché lo si fa?
«Il pellegrinaggio ha in sé tanti significati. C’è
il tentativo di costruire una socialità nuova, di co-
struire, partendo da situazioni, realtà e regioni di-
verse, una fraternità spirituale ma anche sociale. Es-
sere insieme in un pellegrinaggio vuol dire costruire
questa unità, un modo nuovo di convivenza anche
per il futuro, perché la nostra sia sempre più una
società di persone, a misura di persona, di dignità
e di verità».
Migliaia le persone coinvolte, da tutta Italia, ma è più
importante la quantità o la qualità?
La quantità è importante perché portiamo perso-
ne veramente da ogni parte d’Italia e il nostro ten-
tativo è di offrire un servizio sempre più capillare,
specie a chi vive lontano dai grandi centri e per que-
sto è più svantaggiato. Ma la partecipazione deve
essere alta anche come qualità. Il pellegrinaggio non
può essere un semplice andare e tornare, ci vuole
un tempo in cui ci si possa fermare a riflettere sulla
propria vita, per prendere decisioni importanti, per
fare il punto, per confrontarsi con Dio se si è cre-
denti, ma anche per confrontarsi con la sofferenza e
il limite, per non sentire i sofferenti distanti da noi,
per capire che dentro alla vita di tutti i giorni, pro-
prio come all’interno del pellegrinaggio, è respon-
sabilità di ognuno stare vicini a coloro che restano
indietro, essere a fianco di chi è solo, degli anziani.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Il pellegrinaggio è una risposta di unità e fraternità


nuova a una serie di bisogni della nostra società e
anche a modelli di vita e di comportamento che
molto spesso, come sappiamo, privilegiano proprio
il contrario della solidarietà e della condivisione.
Con quali motivazioni prevalenti i pellegrini vengono
qui a Lourdes?
A me sembra che si venga a Lourdes con un desi-
derio e un’attesa: che qualcosa accada nella propria
vita. Questo luogo è sempre stato molto amato dagli
italiani per la grande devozione che c’è sempre sta-
ta nel nostro popolo nei confronti della Madonna.
Nonostante tutto quello che si dice sul distacco e
sulla disillusione, la gente ha bisogno di incontrare
qualcuno che abbia una parola nuova in grado di il-
luminare la propria vita. E qui a Lourdes, attraverso
l’esperienza di Bernadette, nel grande incontro con
la Madonna cara al nostro cuore di popolo, ognu-
no avverte questa luce e si sente importante, sente
che qui la sua vita acquista un significato diverso,
che la sua vita non è mai banale né inutile. Tutti ci
portiamo dentro una speranza, e chi soffre ancora
di più. Ma non c’è semplicemente l’attesa del mira-
colo. Chi viene qui soprattutto si misura con il pro-
prio limite ma anziché restare mortificato scopre la
propria utilità per gli altri e per il mondo, e scopre
anche un’appartenenza a un’umanità diversa e più
fraterna, anche se magari si tratta di persone che fi-
no a pochi giorni prima non si conoscevano. Qui si
riceve ossigeno, si dà respiro alla vita, si riscopre di
essere persone che vivono, non che sopravvivono.
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So che voi tenete molto alla formula del viaggio in


treno. Perché?
La nostra gente viene qui in treno, anche da mol-
to lontano, a volte con due notti di viaggio, e molti
dall’esterno ci chiedono che senso abbia tutto questo
sacrificio nell’epoca degli aerei e degli spostamenti
veloci. La risposta sta proprio in questa apparente
contraddizione. In un tempo in cui tutto deve av-
venire in maniera veloce e nella massima comodità,
migliaia di persone di ogni età e ceto sociale scelgo-
no il sacrificio non per se stesso, per il gusto di soffri-
re, ma perché il pellegrinaggio comincia proprio dal
treno. È lì che incomincia il cammino di amicizia.
Questo è anche il motivo per cui nel pellegrinaggio
noi ritroviamo il senso del nostro stesso cammino e
del nostro agire come associazione.
Capisco l’orgoglio associativo, ma rispetto alla cultu-
ra contemporanea non vi capita di avvertire qualche
complesso, di sentirvi un po’ ai margini?
Non dimentichiamo che la Madonna ha scelto
di parlare non alle persone di successo, ai ricchi, ai
colti, ma a Bernadette, una ragazzina ignorante, fi-
glia di un mugnaio fallito che era andato pure in
prigione. Peggio di così… La Madonna ha scelto
Bernadette per dire a tutti che nessuno deve consi-
derare la propria vita inutile o priva di significato.
Per quanto un’esistenza possa essere difficile, c’è una
madre che la guarda con amore e la ritiene impor-
tante, importante perché vera.
Senta, presidente, è inutile nascondersi che qualcuno,
anche fra i cattolici, ritiene che queste siano forme di reli-
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giosità superate, o comunque troppo popolari e anche un


po’ ingenue. Che cosa risponde a queste obiezioni che si-
curamente le saranno state rivolte in più di un’occasione?
Rispondo innanzitutto che dire religiosità popo-
lare non equivale a un insulto o a una diminuzione,
anzi. La religione è popolare in quanto segno che
Dio è entrato nel suo popolo. Ripeto: per quanto se
ne dica, la fede in Gesù Cristo e nell’esperienza della
Chiesa cattolica non è per gli intellettuali, non è un
bel discorso, non è un messaggio riservato alle menti
superiori. I superbi, gli arroganti e quelli che credono
di sapere già tutto sono i più lontani da questo punto
di vista. Noi siamo un popolo di gente sicuramente
semplice, ma in questo caso semplicità non vuol dire
faciloneria. È la semplicità di chi vuole avere chiarezza
sui dati fondamentali della propria vita. Nella Chie-
sa cattolica c’è chi commette l’errore di credere che
la devozione mariana sia una devozione depistante,
come se ci allontanasse dal cuore della fede. Invece la
Madonna ci porta a Gesù, non ci porta al sentimen-
talismo o a un’emozione passeggera. Ci porta diret-
tamente all’incontro con suo figlio. E per la Chiesa
italiana, in particolare, questa è una straordinaria ric-
chezza. Proprio gli anni che stiamo vivendo, non fa-
cili per la Chiesa sotto molti aspetti, dimostrano che
Maria per il suo popolo è segno di unità, di fraternità,
di comunione, di saggezza. In una parola è segno di
Chiesa. D’altronde il fatto che i pontefici, e pensiamo
solo agli ultimi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI,
riaffermino costantemente questo rapporto persona-
le con la Madonna è estremamente eloquente. Maria
ci aiuta a credere in Gesù Cristo e nella risurrezione.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Presidente, lei è al suo ultimo mandato al vertice


dell’Unitalsi?
Sì, il secondo e ultimo, perché nella nostra asso-
ciazione le responsabilità non possono essere mante-
nute in eterno! Siamo gente di servizio, e un servizio
di responsabilità deve tornare alla carità ordinaria
per riallacciarsi al rapporto più semplice e diretto
con gli ammalati, quel rapporto personale che for-
se, quando si è presidenti, è un po’ più difficile sal-
vaguardare. Questo secondo mandato è stato una
grande ricchezza sul piano personale, perché mi ha
fatto capire ancora di più che quello che conta nella
vita non è essere qualcuno ma essere per qualcuno!

Nel 1903 Giovanni Battista Tomassi, un giovane


romano, gravemente malato, va a Lourdes su sugge-
rimento del padre ma è disperato, deciso a farla fi-
nita. Per questo si procura una rivoltella. A Lourdes
però tutto cambia. E il proposito di suicidio diventa
un ideale di solidarietà. Tornato a casa, il giovane
decide di aiutare gli altri ammalati, perché anche
loro possano ricevere il miracolo della speranza re-
candosi a Lourdes. Ed è così che nasce l’Unitalsi.
Anche se non sembra, il rapporto con la scienza a
Lourdes è continuo e diretto. In città c’è un centro
medico che è il primo chiamato a pronunciarsi con
un esame rigoroso sui casi in cui si pensa di poter
parlare di miracolo. E poi tra i volontari ci sono
tanti medici.
Le confessioni a Lourdes, in sei lingue ufficia-
li, avvengono a un ritmo che verrebbe da definire
industriale. Le persone stanno in coda a lungo in
attesa del proprio turno, senza protestare.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Lourdes è difficile da descrivere, anche perché il


contrasto tra l’atmosfera di spiritualità che si respi-
ra nell’area sacra e il mercato sorto tutto intorno è
molto forte.
Con i suoi 230 hotel, Lourdes è, dopo Parigi, la
seconda località della Francia con il maggior nume-
ro di alberghi, prima di Cannes e Nizza. Una stima
approssimativa dice che in un secolo e mezzo i visi-
tatori qui sono stati più di 700 milioni.
Ma chi frequenta Lourdes non si scandalizza del-
la commistione sacro-profano. Soprattutto non si
ferma a questa dimensione, ma guarda più in alto.
E quando arriva il momento di tornare a casa,
sente di aver fatto il pieno non tanto di statuine e
altri souvenir, ma di qualcosa che non si può de-
scrivere.
Per i centocinquant’anni dalla prima apparizione
nella grotta di Massabielle il Vaticano ha concesso
l’indulgenza plenaria ai fedeli che nel periodo giu-
bilare, dall’8 dicembre 2007 all’8 dicembre 2008,
hanno visitato la grotta e gli altri luoghi legati alla
vita di Bernadette. Le condizioni per ottenere l’in-
dulgenza sono le consuete: essersi confessati, aver
ricevuto la comunione, e aver pregato secondo le
intenzioni del papa. L’indulgenza è la remissione
della pena temporale per i propri peccati, e può
essere chiesta per sé ma anche per i propri defun-
ti. Nel nostro mondo dominato dal razionalismo
sembrano discorsi campati per aria, eppure qui a
Lourdes sono pane quotidiano e coinvolgono mi-
gliaia di persone di ogni età e ceto sociale.
È la devozione popolare. Una fede che a dispetto
di tutti gli indicatori sociali, e anche ecclesiali, non
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conosce crisi e anzi si manifesta in modo sempre


più evidente.
Accusata di isterismo, Bernadette era una ragaz-
zina semplice, sicuramente incolta ma anche molto
concreta e per niente visionaria. E con molta con-
cretezza riferì i suoi diciotto incontri con la giovane
signora. Una signora a sua volta estremamente pra-
tica, che non fece alta teologia, né si lasciò andare al
sentimentalismo, ma formulò richieste precise: vo-
glio una cappella qui, voglio un pellegrinaggio. An-
che in questo caso sembrerebbe una cosa da pazzi.
Ma oggi c’è un santuario, ci sono migliaia di pellegri-
naggi, e la gracile e povera figlia dell’umile mugnaio,
proclamata santa dalla Chiesa cattolica, muove più
pellegrini di quelli che vanno alla Mecca.
Per la Chiesa cattolica tutte le apparizioni, anche
se riconosciute ufficialmente, e anche se il veggen-
te, come nel caso di Bernadette, è stato proclamato
santo, sono rivelazioni private. Si chiamano così per
distinguerle dalle rivelazioni pubbliche, che sono
soltanto quelle contenute nell’Antico e nel Nuovo
Testamento. Nelle rivelazioni pubbliche si è mani-
festato Dio stesso, che in questo modo, secondo la
Chiesa, ha detto tutto ciò che c’era da dire. Perciò
chi vuole interrogare il Signore e chiedere altre cose
offende Dio stesso. La rivelazione privata è invece
un aiuto alla fede, è un di più che può arricchire il
dialogo con il divino, ma dal quale il cristiano cat-
tolico non può far dipendere la sua fede.
Secondo alcuni, a Lourdes, come negli altri luo-
ghi mariani, ci sarebbe una fede troppo bambina,
poco adulta, e sarebbe in agguato una religiosità di
tipo spiritualista, bisognosa di prodigi per alimen-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

tarsi. I sociologi della religione e gli altri studiosi


avranno sempre di che lavorare su questo terreno
così sfuggente. Ma per le persone che vengono qui,
soprattutto per le persone malate e per i loro cari,
questi sono discorsi lontani e senza significato. Per-
ché a Lourdes c’è una cosa sola: c’è un incontro.
Quando a Lourdes la giovane Bernadette ha le vi-
sioni, la Francia vive in pieno positivismo. Per que-
sta corrente filosofica il metodo scientifico va appli-
cato alla vita umana e alla conoscenza in tutti i suoi
aspetti, e se si vuole capire l’uomo non ci sono altre
vie. Il padre del positivismo, Auguste Comte, muore
pochi mesi prima delle apparizioni, e un altro gran-
de positivista, Emile Durkheim, nasce proprio nel
1858, l’anno in cui Lourdes incomincia a far parlare
di sé. È una Francia in cui è molto influente la mas-
soneria, e la fede cattolica è vista sempre di più come
un residuo del passato. In questo contesto, la notizia
di Lourdes sembra quasi una provocazione.
Dieci anni prima Marx ed Engels hanno pub-
blicato il Manifesto del partito comunista, e quattro
anni prima, nel 1854, papa Pio IX, il pontefice che
denuncia «una guerra furiosa e terribile» contro il
cattolicesimo, ha dichiarato l’immacolata concezio-
ne di Maria un dogma, cioè una verità della fede
cattolica. E la bianca signora di Lourdes si presenta
a Bernadette dicendo di chiamarsi proprio così: «Io
sono l’immacolata concezione». Lo dice nel dialetto
locale, quello parlato dalla ragazzina, ma di certo
la quattordicenne Bernadette, mai andata a scuola,
non sapeva nulla dell’immacolata concezione. Così,
quando Bernadette comunica il nome della signora
all’abate Peyramale, questi resta sconvolto.
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Il dogma dell’immacolata concezione stabilisce


che la madre di Gesù è stata concepita senza la mac-
chia del peccato originale. E proprio il problema del
peccato è al centro delle parole che la Vergine rivol-
ge a Bernadette. La bianca signora, che appare alla
ragazza durante la quaresima, chiede infatti di pre-
gare per la conversione dei peccatori e raccomanda
la penitenza. Un messaggio in netta controtenden-
za, nella Francia di metà Ottocento, rispetto allo
spirito dei tempi, tutto orientato verso il progresso
e l’autonomia dell’uomo dall’ipotesi Dio.
Ma quel 1858 è un anno particolare anche per
un altro motivo: Pio IX infatti aveva deciso di farne
un anno giubilare speciale, durante il quale i cre-
denti potessero ottenere l’indulgenza. Il vescovo
della diocesi in cui si trova Lourdes prese l’invito
del papa con grande impegno e firmò un decreto in
cui raccomandava ai parroci di fare quindici gior-
ni di catechesi nel periodo di quaresima chiedendo
anche l’aiuto di missionari. A Lourdes non si trovò
un predicatore in grado di svolgere questo compito,
ma ecco che proprio in quel periodo Bernadette eb-
be le visioni, nelle quali la Madonna chiedeva alla
ragazza di recarsi alla grotta appunto per quindici
giorni.
A Lourdes, come in tutti i luoghi mariani, il mi-
stero è di casa, ma non c’è quella concentrazione
di domande irrisolte che caratterizza per esempio
Fatima. E c’è poco materiale per i giornalisti a cac-
cia di scoop. A Lourdes tutto appare limpido. La
Vergine non ha comunicato segreti, né ha lasciato
intravedere scenari apocalittici. Ha chiesto preghie-
ra, conversione, purificazione. E lo ha fatto quasi in
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risposta a sollecitazioni che arrivavano dalla Chiesa


e dal papa.
Fra i sessantasette miracolati riconosciuti uffi-
cialmente, il più giovane aveva due anni, la più an-
ziana sessantaquattro. Le origini sociali sono le più
varie, così come le malattie guarite. Il mezzo più
frequente per la guarigione è l’acqua della sorgente,
ma sono state registrate guarigioni anche durante la
benedizione, dopo la comunione, in seguito a una
preghiera, e sei persone affermano di essere state
guarite per intercessione della Madonna di Lourdes
senza mai essersi recate nel paese delle apparizio-
ni. Il primo miracolo venne riconosciuto nel 1862,
l’ultimo nel 2005. L’unico dato che balza agli occhi
è, tra i guariti, la netta predominanza delle donne:
l’80 per cento.
I progressi della medicina hanno cambiato nel
corso del tempo i criteri in base ai quali i miracoli
vengono riconosciuti. Oggi è considerato impossi-
bile, per esempio, il riconoscimento di una guari-
gione miracolosa dal tumore, perché, anche se la
persona che si è rivolta alla Vergine guarisce dopo
un’apparente inefficacia dei trattamenti medici, è
sempre possibile che i farmaci utilizzati abbiano ot-
tenuto in ritardo il risultato sperato.

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9.
Incontri in Terra Santa

«Mi chiamo Ahmad Issa Al Kurdi, ho dicianno-


ve anni e vivo qui, nel campo di Aida, da quando
sono nato. Studio legge all’università Al Quds di
Abu Deis. Per andarci posso impiegare mezz’ora, o
anche due o tre ore, dipende dai controlli al check
point. In territorio israeliano non ci posso andare.
Ho due fratelli e una sorella, e viviamo tutti qui al
campo. Mi piace molto il teatro e con alcuni amici
ho messo su una piccola compagnia».
È il 13 maggio 2009, e fa caldo. Da queste parti
è già estate. Il sole dardeggia nel cielo sopra Aida e
un vento dispettoso alza nuvole di polvere. Ahmad
ha uno sguardo strano per un ragazzo della sua età.
Esprime rassegnazione più che speranza. Parliamo
accanto al muro grigio che corre lungo il campo e
divide il territorio palestinese da quello israeliano. I
graffiti in tante lingue tracciati sopra le lastre di ce-
mento sono la testimonianza di solidarietà lasciata
dai visitatori di varie parti del mondo, e qualcuno
ha pensato di usare il muro anche per dare il benve-
nuto al papa, che è stato qui poche ore fa e nel suo
discorso ha detto: «In un mondo in cui le frontiere
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sono sempre più aperte è tragico vedere che vengo-


no tuttora eretti dei muri!».
Il giovane Ahmad è uno dei cinquemila abitanti
dell’Aida Refugee Camp, a due passi da Betlemme.
Come gli altri campi palestinesi che ospitano in tut-
to un milione e 300 mila sfollati, Aida è sorto nel
1948, alla nascita dello Stato di Israele, e ha ricevu-
to poi un’altra ondata di profughi nel 1967, dopo
la Guerra dei sei giorni. I profughi arrivarono da
tutti i paesi arabi passati sotto il controllo israelia-
no. All’inizio qui c’erano solo tende, ora è una vera
e propria cittadina. Ma, come spiega Ahmad, molte
cose ancora mancano: gli studenti sono costretti ai
doppi turni nelle uniche due scuole gestite dalle Na-
zioni Unite, ma soprattutto non c’è un ospedale.
Entriamo nella casa del signor Mustafà abu Akar,
cinquantadue anni, anche lui nato qui nel campo.
Davanti a sé tiene una vecchia foto del villaggio
che la sua famiglia fu costretta ad abbandonare nel
1948. Mustafà ricorda bene la sua infanzia, quando
qui ad Aida era tutto provvisorio, gli abitanti era-
no solo mezzo migliaio e ancora non c’erano vere e
proprie case. Da allora il campo ha subito profon-
de trasformazioni, ma uguale – dice – è rimasta la
sensazione di essere in una prigione, senza libertà di
uscire e di spostarsi. Il sovraffollamento ha costretto
gli abitanti a costruire abitazioni su abitazioni senza
una logica, ma il signor Mustafà tiene a esprimere
la sua gratitudine verso i suoi vicini di religione cri-
stiana. «La terra su cui è stata costruita la mia casa
– spiega – era di proprietà cristiana. Se ora ho un
tetto lo devo a loro. E pensare che i miei genitori,
nel villaggio che furono costretti ad abbandonare, a
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Ras abu Ammar, possedevano quattromila ettari di


terra. Io da dieci anni ormai sono disoccupato e mi
sento umiliato».
Due dei figli del signor Mustafà hanno avuto
problemi con la giustizia israeliana per le loro sim-
patie verso i movimenti di liberazione della Palesti-
na. I giovani sui vent’anni appartengono ormai alla
terza generazione di palestinesi cresciuti nel campo,
e per loro non si vede un futuro. La disoccupazione
colpisce tutti e le famiglie vivono soprattutto grazie
ai sussidi che arrivano da Europa, Stati Uniti e paesi
arabi.
«Io – dice il signor Mustafà – non odio nessuno,
nemmeno gli ebrei che hanno tolto la casa e la ter-
ra alla mia famiglia. Qui noi musulmani viviamo
accanto ai cristiani senza problemi. Non sappiamo
che cosa sia l’intolleranza religiosa. Spero che la vi-
sita di Benedetto XVI possa far conoscere meglio al
mondo la nostra situazione».
L’ingresso del campo di Aida è sormontato da una
gigantesca chiave. È il simbolo della chiave che ogni
famiglia conserva gelosamente. Quella della propria
casa abbandonata. Il sogno di tutti, mai spento, è
di poter tornare, un giorno, nei luoghi d’origine,
anche se ormai sono passati più di sessant’anni. Ed
è questo sogno che continua, nonostante tutto, ad
alimentare la speranza.
Devo trasmettere il servizio per il telegiornale e
mi avvio verso il check point. Spero che ci lascino
passare subito, nonostante le misure di sicurezza
rafforzate. Speranza vana. I quattro soldatini israe-
liani in assetto di guerra sono gentili ma irremo-
vibili: bisogna aspettare. Quanto? Non si sa. L’or-
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dine è tassativo: fermare tutti, almeno per un po’.


Sperimento ciò che la gente di qui vive tutti i gior-
ni. Il blindato verde è lì accanto al muro grigio che
separa il mondo palestinese dal mondo israeliano.
Con quelle lunghe antenne radiofoniche che gli
spuntano sulla testa sembra un insettone acquat-
tato in attesa della preda. I soldatini annoiati mi
guardano con commiserazione quando cerco di far
notare che ho fretta. Niente da fare. Non c’è che
da rassegnarsi. Accanto a me un sacerdote dalla
lunga barba grigia. Porta occhialini rotondi e die-
tro le lenti si indovina uno sguardo furbo. Anche
lui è in attesa di passare, ma a piedi. Ci sorridia-
mo. Capisce subito che sono italiano e dice: «Ci
vuole pazienza!».
Ha un simpatico accento francese e incomincia-
mo a chiacchierare. Si chiama Jacques Frant ed è
un sacerdote, spiega, melchita cattolico. Quando
mi imbatto in queste Chiese cristiane orientali mi
sento molto ignorante in fatto di storia e di teolo-
gia, e il mio sguardo deve manifestarne parecchia
di ignoranza se il buon sacerdote provvede subito a
farmi un riassunto delle puntate precedenti. Dun-
que, i melchiti (da una parola siriaca e aramaica che
significa re) sono i cristiani che nel quinto secolo
furono chiamati così perché, accettando l’esito del
concilio di Calcedonia sulle due nature di Cristo, si
schierarono con l’imperatore bizantino. Presenti in
Siria, Palestina ed Egitto, dopo lo scisma del 1054
aderirono alla Chiesa d’Oriente, ma alcuni di loro
in seguito tornarono fedeli al papa, e questi sono
appunto i melchiti cattolici, il cui rito è rimasto co-
munque bizantino e il cui patriarca si trova ad An-
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tiochia, la città, oggi turca, in cui, secondo gli Atti


degli apostoli, i discepoli di Gesù furono chiamati
per la prima volta cristiani.
Messe a posto, più o meno, le coordinate stori-
che, fratello Jacques mi spiega che vive a Taybeh,
l’antica Efraim, dove Gesù riparò con i suoi disce-
poli quando era ricercato. La città prende il nome
dalla parola araba taybeen, che vuol dire buona gen-
te, ed è nota in effetti per la sua ospitalità oltre che
per essere l’unico centro interamente cristiano della
Terra Santa, un’identità mantenuta a caro prezzo
lungo i secoli e viva ancora oggi nonostante la for-
te emigrazione seguita alla conquista israeliana del
1967.
La storia di fratello Jacques ha del romanzesco.
Di famiglia ebrea, parigino, dopo varie esperienze
avverte dentro di sé un’inquietudine spirituale che
lo porta prima a fare il cammino di Santiago e poi
a partire a piedi, dalla Francia, alla volta della Terra
Santa. Un viaggio che dura anni e durante il quale
Jacques conosce bene l’Italia, dove impara la nostra
lingua.
La conversione al cristianesimo è un altro cam-
mino, che Jacques non mi può certo raccontare in
poche parole scambiate davanti al check point. Mi
dice solo che oggi nella sua Taybeh si sente a casa, e
questo per un uomo non è poco.
L’accento parigino è simpaticissimo, ricorda
quello dell’ispettore Clouseau (anche lui Jacques!),
solo che al posto dell’impermeabile questo Jacques
indossa una tonaca nera e i sandali.
Dice che i discorsi del papa gli sono piaciuti
molto: «È stato coraggioso, non ha lasciato margini
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agli equivoci e soprattutto ha portato tanta conso-


lazione ai cristiani di queste terre».
Fra tante altre attività, fratello Jacques si occupa
anche di un’associazione pacifista che si chiama Ark
of peace, arca della pace, e cerca di promuovere la
cultura del dialogo e della solidarietà. Un residuato
di certo utopismo sessantottesco? «Può essere, però
qualche risultato l’abbiamo raggiunto, siamo riu-
sciti ad allacciare rapporti con tante persone. Sono
piccoli semi che danno frutto, anche se voi della
stampa non ne parlate!».
Incasso il rimprovero dell’ispettore Clouseau-
fratello Jacques ed ecco che i soldatini si infilano
nell’insettone verde. Nel bel mezzo del muro si apre
lentamente un portone d’acciaio. Mondo palesti-
nese e mondo israeliano tornano a comunicare, sia
pure attraverso un piccolo pertugio.
Mi accorgo che fratello Jacques, a differenza di
tutti gli altri sfaccendati in attesa, non sale su una
macchina. «Sono a piedi, come sempre». Gli offro
un passaggio fino a Gerusalemme. Mentre andia-
mo, guarda fuori dal finestrino con gli occhi di un
bimbo. Non dev’essere abituato a viaggiare su un
mezzo diverso dai suoi sandali scalcagnati. Lo la-
scio nella città santa con la promessa di chiamarlo.
Sparisce nella luce del crepuscolo. È ancora lunga la
strada verso il suo villaggio della buona gente.
Da questa visita a Betlemme porterò ancora una
volta tanti ricordi, ma soprattutto uno. Riguarda
un ospedale per bambini che il papa ha visitato e
che sembra un miracolo.
Non era previsto che nell’ospedale il pontefice
pronunciasse un discorso. Nel libretto consegnato
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ai giornalisti del «volo papale» accanto all’orario


della visita al Caritas Baby Hospital di Betlemme
c’era solo il disegnino raffigurante l’auto del ponte-
fice (vuol dire «il papa passerà di qua»), ma niente
disegnino con i fogli, simbolo che compare quando
è previsto un discorso. Poi però c’è stato un cambio
di programma e tra il discorso numero 19 (l’omelia
nella piazza della Natività) e il numero 20 (per la
visita al campo di rifugiati di Aida) è stato inserito il
19bis. Un testo breve e che sicuramente non passerà
alla storia né del pontificato né di questo viaggio, ma
che è molto importante per chi lavora qui. Perché il
papa ha detto grazie, e lo ha detto in un modo spe-
ciale: «Dio mi ha benedetto con questa opportunità
di esprimere ad amministratori, medici, infermieri
e personale il mio apprezzamento per l’inestimabile
servizio che hanno offerto e continuano a offrire ai
bambini della regione».
L’ospedale per bambini è qui dal 1952 e «l’ine-
stimabile servizio» è il frutto dell’impegno di suor
Erika e delle altre cinque suore francescane di Pado-
va che lo gestiscono. Il sostegno economico arriva
dalle conferenze episcopali svizzera e tedesca. Tren-
tamila i bambini visitati ogni anno e quattromila
quelli ricoverati. I medici sono venti, i collaboratori
circa duecento.
In un’area in cui la carenza di strutture sanitarie
è drammatica, l’ospedale pediatrico è l’unico che
offre un servizio di questo tipo e qualcuno l’ha de-
finito un miracolo della provvidenza.
Tutto ha inizio quando, nella notte di Natale del
’52, padre Ernest Schnydrig, inviato a Betlemme
dalla Caritas tedesca, vede un papà seppellire il suo
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bambino all’interno del campo profughi. La scena


gli resta impressa nel cuore e nella mente e subito
decide di fare qualcosa. In una casa piazza quindici
brande e incomincia ad accogliere piccoli malati.
Non può essere possibile, si dice padre Ernest, che
nel paese in cui è nato Gesù i bambini restino senza
cure.
Oggi l’ospedale non ha nulla da invidiare alle più
moderne strutture occidentali e dispone anche di un
asilo, ma la sua attività è messa alla prova dalle dif-
ficoltà di spostamento dovute al muro e ai controlli
di sicurezza. «I bambini – racconta suor Lucia, una
delle cinque religiose – a volte non riescono a rag-
giungerci in tempo e assistiamo a scene strazianti».
Padre Ernest definì il Caritas Baby Hospital «uno
dei più piccoli ponti costruiti per la pace», ma oggi
non è più tanto piccolo, e oltretutto cura anche le
ferite dell’anima, non solo quelle del corpo, perché
aiuta il dialogo tra fedi diverse. Il centro pediatri-
co è da tutti riconosciuto come una realizzazione
cristiana, ma nell’ospedale lavorano anche molti
musulmani, e musulmane sono in grande maggio-
ranza le famiglie che portano qui i bambini per farli
curare.
Le suore di Padova prestano la loro opera da circa
quarant’anni e sono diventate ormai insostituibili.
Per tutti hanno un sorriso e una parola di incorag-
giamento.
Ecco perché è importante che Benedetto XVI,
tra i suoi mille impegni, nel corso del pellegrinag-
gio in Terra Santa abbia trovato il tempo non solo
di passare di qui ma anche di pronunciare queste
parole: «Il papa è con voi. Oggi egli è con voi di per-
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sona, ma ogni giorno accompagna spiritualmente


ciascuno di voi nei suoi pensieri e nelle sue preghie-
re, chiedendo all’Onnipotente di vegliare su di voi
con la sua premurosa attenzione».
Non so chi abbia deciso di inserire il discorso
19-bis fra i trenta previsti in questo viaggio. Chiun-
que sia, ha avuto una bella idea.
Una volta rientrato a Gerusalemme, e inviato il
servizio in Italia, chiedo al mio amico Omar, che
in questi giorni mi fa da guida, di accompagnar-
mi alla Porta di Damasco. Lì vicino c’è una scuola
tedesca, fondata nel 1886, che merita una visita. È
una scuola cattolica e si dedica alla formazione delle
giovani palestinesi. Le alunne, dai cinque ai diciotto
anni, sciamano nel cortile nell’ora della merenda.
Indossano tutte giacca granata, gonna grigia e calze
bianche. Sembra di essere in un college inglese.
Il direttore, Nikolaus Kircher, è un elegante si-
gnore dai baffetti grigi ben curati e si aggira con
fare paterno. A un certo punto una ragazzetta di
dieci anni dall’aspetto inequivocabilmente arabo si
accosta a lui, gli mostra un quaderno e i due inco-
minciano una conversazione in perfetto tedesco.
Gerusalemme è la città delle sorprese e non biso-
gnerebbe mai stupirsi di niente, però vedere ragazze
palestinesi vestite da inglesi e di lingua tedesca fa un
certo effetto.
Avevo chiesto al mio amico Omar di farmi co-
noscere qualche aspetto interessante della comunità
tedesca nella città santa e lui mi ha portato subito
qui. Pensavo di trovare connazionali di Joseph Rat-
zinger, se non proprio emozionati, almeno lusingati
dall’arrivo del papa bavarese, e invece non c’è nep-
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pure uno striscione di benvenuto. È stata appesa so-


lo qualche bandierina bianca e gialla del Vaticano.
Lo Schmidt’s Girls College è un edificio severo,
sembra un castello dei crociati. Percorrere i lunghi
corridoi traforati dalla luce che filtra dalle bifore ti
dà l’impressione di essere nella scuola per maghi di
Hogwarts, e non ci sarebbe nulla di strano se da un
momento all’altro spuntasse Harry Potter.
Herr Kircher non assomiglia a Silente ma ha lo
stesso modo gentile e solenne di proporsi. Congeda-
ta con un sorriso la ragazzetta german-palestinese,
mi guarda compiaciuto e dice: «Sa, il tedesco è solo
una delle quattro lingue che imparano qui».
Ma che ci fa una scuola tedesca che sembra un
college inglese a due passi dalla Gerusalemme vec-
chia, dove i venditori arabi lanciano i loro richiami
incessanti e la strada è un vero guazzabuglio medio-
rientale?
Tutto nasce nel 1854, quando due cattolici te-
deschi, arrivati in pellegrinaggio in Terra Santa da
Colonia, impressionati dalla difficile situazione
delle comunità cristiane, decidono di fare qualcosa
per migliorare la loro situazione. Viene fondata così
l’associazione tedesca del Santo Sepolcro, e qualche
anno dopo è la volta della scuola.
«In questa terra – spiega il direttore – i cristiani
sono ormai ridotti a una sparuta minoranza, attorno
al due per cento. L’istruzione è un fattore decisivo
per mantenere viva l’identità e per offrire prospet-
tive di futuro. Noi ci rivolgiamo alle ragazze perché
questa è la nostra missione e perché la formazione
delle donne è particolarmente importante. Tutte le
nostre alunne, uscite dalla scuola, vanno all’univer-
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sità. Penso che il nostro contributo alla crescita della


società palestinese sia importante anche da un pun-
to di vista politico, perché la pace arriverà quando
i palestinesi avranno le stesse risorse economiche,
sociali e culturali degli israeliani».
Non si può dire che Kircher-Silente non parli
chiaro. E altrettanto esplicito è quando gli chiedo
che cosa si aspetta da questa visita di Benedetto
XVI.
«Vorrei che arrivasse un chiaro segnale di sup-
porto ai cristiani che vivono in condizioni tanto
difficili, stretti tra musulmani ed ebrei. Sono suf-
ficientemente realista da non aspettarmi risultati
concreti. Non credo proprio che il governo israe-
liano da domani concederà ai cristiani tutto quello
che non ha concesso finora. D’altra parte i tempi
della politica sono notoriamente lunghi».
Il direttore indica l’edificio della scuola e dice:
«L’istruzione è la vera arma che un popolo può uti-
lizzare per costruire la pace. Ci vogliono persone
capaci di parlare e di capire, di dialogare e di ascol-
tare, ma con una chiara consapevolezza di sé e dei
propri diritti».
Ma quale ruolo può essere giocato dalle comu-
nità cristiane sempre più impoverite e sempre più
sole?
«I cristiani in questa terra giocano un ruolo fon-
damentale. Testimoniano la dignità di ogni persona
e la legge dell’amore, l’unica che può cambiare le
cose. Allontanare i cristiani vuol dire allontanare le
prospettive di pace. I cristiani sono costruttori di
ponti, per questo non si può immaginare una Terra
Santa senza di loro».
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Quando gli chiedo se non ha mai timori per la


sicurezza sua e delle sue alunne, herr Kircher sorride
e sussurra una parola magica: «Extraterritorialità.
Qui comandiamo noi, è come se fossimo nell’am-
basciata tedesca».
I genitori sono arrivati a riprendere le ragazze.
Le portano a casa, a Beit Hanina, Ram, Betlemme,
Gerusalemme Est. Là dove i cristiani ancora resi-
stono.
Kircher-Silente mi invita a salire sul tetto della
scuola. Il panorama della città vecchia mozza il fia-
to. È come se le tre religioni monoteiste ti si presen-
tassero nel loro intreccio inestricabile sotto forma di
pietre, case, muri, campanili, cupole. Si resta affa-
scinati e senza parole. Di questa magia non sarebbe
capace nemmeno il maghetto di Hogwarts.

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III.
Chiesa,
tu mi stupisci
«Maestro, abbiamo faticato tutta una notte
senza prender nulla, ma sulla tua parola
calerò le reti». Così fece infatti, e ne seguì
una pesca copiosissima.
Lc 5,1-7

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1.
La fatica di cercare Dio

Ricordo che quando avevo quindici anni (dun-


que nel secolo scorso!) per qualche mese mi passò la
voglia di andare a messa. I padri missionari del san-
tuario della mia città, dove abitualmente partecipa-
vo alle funzioni, erano bravissimi, grandi predica-
tori, ma io mi ero fatto prendere da un misticismo
adolescenziale di tipo naturalistico e mi ero convin-
to che mi sarei avvicinato di più a Dio facendo dei
gran giri con la mia bicicletta gialla nuova di zecca,
che era dotata di un portentoso contachilometri si-
stemato sul manubrio e di un porta-borraccia pro-
prio come quello dei corridori. Così la domenica,
anziché posteggiare la bici davanti al santuario e in-
filarmi in chiesa, me ne scappavo a tutta birra lungo
il viale alberato che portava fuori città e pedalavo
per un paio d’ore. Andò avanti così per una buona
parte della primavera e per tutta l’estate. Poi a un
certo punto mi resi conto che la bici, a conti fatti,
non mi avvicinava a Dio. Faceva di me un buon
ciclista, questo sì, ma la religione era un’altra cosa.
Così tornai al santuario e ripresi confidenza con le
prediche dei padri missionari.
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Credo che, come le persone, anche le comunità


attraversino periodi di crisi adolescenziale, momen-
ti in cui si pensa di poter trovare nei modi più strani
le risposte giuste alle nostre domande più profonde.
La passione per la cosiddetta new age, che andava
forte alcuni anni fa, è stata una di queste crisi. E
che dire dei santoni indiani che imperversavano nel
Sessantotto o giù di lì? Ci fu un’epoca in cui sem-
brò, a noi occidentali, che solo in Oriente si potes-
se respirare aria veramente spirituale. Quella fase è
passata, ma nel frattempo siamo stati colti da altre
infatuazioni. Con il settarismo come filo condutto-
re. Perché l’uomo, da sempre, ha questa tentazione
di rifugiarsi nei gruppi chiusi, dove pensa di poter
trovare riparo. In realtà è una fuga, ma molto spesso
ce ne accorgiamo troppo tardi.
Noi cristiani cattolici (cattolici, ovvero universa-
li) viviamo spesso una situazione paradossale. Ab-
biamo la nostra santa madre Chiesa, una mamma
grande, buona, accogliente, infinitamente generosa
e paziente, ma andiamo a cercare altre mamme e
matrigne dai volti più strani e non di rado inquie-
tanti. Non rendendoci conto del dono che il buon
Dio ci ha fatto regalandoci una casa tutta a nostra
disposizione, ci andiamo a mettere nei pasticci con
le nostre stesse mani infilandoci nelle esperienze più
bizzarre e sconclusionate. È quello che i sociologi
delle religioni chiamano il «credere senza apparte-
nere». Si dice di credere in Dio, ma è un Dio al con-
trario. Anziché essere stato lui a fare noi a sua im-
magine e somiglianza, siamo noi che ci costruiamo
lui a nostra immagine e somiglianza. E ovviamente
ce lo costruiamo comodo comodo, in grado di giu-
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stificare tutte le nostre pazzie e le nostre nevrosi,


un Dio senza precetti e senza volto, perché il volto
che noi gli attribuiamo, in realtà, è il nostro, e i soli
precetti che siamo disposti ad accettare sono quelli
che giustificano ogni nostro comportamento.
Anche adesso che ho più di cinquant’anni, di
tanto in tanto, per stanchezza o pigrizia, mi pren-
de la tentazione di fare come quando ne avevo
quindici. La bici gialla non c’è più, purtroppo, e
non ci sono più neanche le gambe allenate di al-
lora, ma la voglia di fuga a volte riemerge, assieme
al desiderio di cercare Dio nella natura piuttosto
che sull’altare.
Mi aiutano molto, devo dire, le persone che ho
intorno a me. La mia famiglia, prima di tutto, ma
anche il mio amico parroco, altri sacerdoti che co-
nosco, alcuni colleghi. Parlare con loro, confron-
tarmi, scoprire che certe mie debolezze sono abba-
stanza comuni, condividere la stanchezza e, perché
no, fare anche una bella risata su tutto quanto: ecco
una terapia infallibile. In questi momenti avverto
davvero che la nostra fede, come ha detto una volta
Benedetto XVI, non possiede mai la sola dimen-
sione individuale, ma è sempre fede comunitaria.
Il cristiano non può mai pretendere di avere Gesù
tutto e solo per sé. Se non stiamo insieme, non sia-
mo suoi seguaci.
La miscela di naturalismo (Dio è nelle piante,
nei fiori, nel vento, non nei sacramenti), egoismo
(il «mio» Dio, la «mia» religione), narcisismo (per-
ché lui non mi parla?) e indipendenza (per parlare
con lui non ho bisogno dei preti e della Chiesa)
colpisce di frequente, in ogni epoca, dando vita a
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svariate eresie, e oggi colpisce sotto forma di fede


fai da te. Ci fabbrichiamo la trascendenza in casa,
ovviamente con noi al centro e gli altri, al più, come
corollario.
Si badi: a volte questa fede fai da te viene elabo-
rata anche da persone che stanno dentro la Chiesa o
che, per lo meno, dicono di starci. Succede in certi
gruppi che riconoscono solo se stessi come orizzon-
te ultimo dell’esperienza cristiana e solo il fondatore
come punto di riferimento. Gruppi molto autore-
ferenziali, che si nutrono di linguaggi e compor-
tamenti stereotipati e che non di rado sfociano in
forme di misticismo. Come se l’identità cristiana
(quale abuso si fa di questa espressione!) si potesse
costruire soltanto all’interno di un recinto, e magari
coltivando una bella sindrome da accerchiamento,
così, tanto per sentirci ancora più bravi.
Ha scritto il buon vecchio Chesterton: «La Chie-
sa cattolica è l’unica cosa in grado di salvare l’uomo
da una schiavitù degradante, quella di essere figlio
del suo tempo». Grande verità! Le religioni nuove,
così come i nuovi gruppi, i nuovi movimenti, le
nuove sette, hanno un limite, ed è appunto la novi-
tà. Per adattarsi al mondo nuovo finiscono con l’as-
somigliargli. Ma noi cattolici (lascio parlare ancora
il grande Chesterton) «non abbiamo bisogno di una
religione che sia nel giusto quando anche noi siamo
nel giusto. Quello che ci occorre è una religione che
sia nel giusto quando noi abbiamo torto».
Quando vedo che nei miei figli incomincia a su-
bentrare un po’ di insofferenza verso la Chiesa, mi
metto a fare il giullare e parlo come parla il mon-
do. I preti? Tutti pedofili! Il papa? Se donasse le sue
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ricchezze ai poveri allora si che gli crederemmo! Le


scuole cattoliche? Posti dove ti imbottiscono la te-
sta di dottrina per non farti più ragionare! E via di
questo passo. Loro, i miei figli, a questo punto ca-
piscono e sorridono. No, non vogliamo anche noi
finire nel gregge di quelli che vanno avanti con le
frasi fatte. Stare nella Chiesa, la nostra santa madre
Chiesa, può costare fatica, ma almeno ci evita di
diventare pecore!
La Chiesa ideale, per l’uomo d’oggi, è quella che
coincide con il suo stato d’animo. Perciò ad assetto
variabile. Ci può esser la settimana della fuga misti-
ca e quella dell’impegno ecologico, la giornata della
solidarietà e quella dell’acqua. Poveri noi! Questa
non è più Chiesa. Questo è il ritratto della nostra
incostanza. La Chiesa non ci impedisce di coltivare
ideali e passioni, anzi. Però aggancia le passioni e gli
ideali a Colui che dà significato a tutto.
È difficile far capire questo messaggio in una so-
cietà che vive nel mito della comodità. Ma si può
fare. E se lo si fa, beh, allora il dono che si riceve è
inestimabile: è la libertà.

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2.
Nostalgia del Concilio

Il 28 ottobre del 1958, quando Angelo Giusep-


pe Roncalli venne eletto papa, io avevo nove mesi,
e quindi non conservo un ricordo di quel giorno.
Sempre per ragioni anagrafiche, non ho un ricordo
diretto nemmeno dell’11 ottobre 1962, quando il
Concilio Vaticano II prese il via nella basilica di San
Pietro. Ho però un ricordo infantile molto nitido
legato a Giovanni XXIII perché mia nonna Maria
teneva in casa, appeso bene in vista, un quadretto
con una copertina della «Domenica del Corriere»:
uscì alla fine del 1963, l’anno della morte di papa
Giovanni (avvenuta il 3 giugno) e di John Kennedy
(assassinato a Dallas il 22 novembre di quello stesso
anno). Il disegnatore, il celebre Walter Molino, ave-
va raffigurato i due di spalle, ma ben riconoscibili:
si tenevano per mano e lanciavano sopra un campo
appena arato semi che facevano nascere germogli di
ulivo, simbolo della pace. Ho saputo poi che l’idea
di mia nonna, cioè quella di fare di quella copertina
una sorta di reliquia domestica, fu seguita da mol-
tissimi italiani che risposero così al loro bisogno di
tenersi vicini due personaggi amati e stimati.
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Io nel 1963 avevo cinque anni e quando guarda-


vo il quadretto della nonna Maria non potevo certo
sospettare che proprio in quel periodo la Cia e i
servizi segreti italiani stessero indagando sul ponti-
ficato di Giovanni XXIII per stabilire se e in qua-
le misura avesse davvero favorito l’avanzata del Pci
nelle elezioni politiche di quell’anno. Nei dossier su
di lui (si veda per questo Giovanni XXIII. Una vita
nella storia, scritto dal nipote del papa, Marco Ron-
calli) si sosteneva che il pontefice bergamasco ave-
va tradito la Chiesa e suscitato turbamento sia tra i
fedeli sia tra il clero per la sua benevolenza verso i
comunisti e per aver spalancato le porte, attraverso
il Concilio, agli atei e alla modernità.
Sono accuse che gli storici giudicano infondate,
eppure ancora oggi qualcuno le tira fuori. Il che di-
ce non solo di quanto, in generale, sia difficile fare
il papa, ma di come in particolare il pontificato di
Roncalli abbia avuto un contenuto complesso, tale
da richiedere letture adeguate su piani diversi.
Ho voluto scrivere un libro che nasce proprio da
qui, dal ricordo del quadretto della nonna Maria,
da una specie di nostalgia che ho sempre nutrito
nei confronti di papa Giovanni e del suo tempo, e
dal desiderio di raccontare una storia ormai lontana
che però a mio giudizio continua a illuminare la
Chiesa anche oggi, tanto che quella luce ci permette
di capire meglio anche alcuni problemi attuali della
Chiesa. Ho intitolato il libro Difendere il Concilio
perché ho l’impressione che oggi quell’avvenimento
rischi da un lato di essere dimenticato e dall’altro di
essere dipinto come qualcosa che non è stato.
Vi sembrerà strano che uno possa avere nostalgia
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di un periodo che sostanzialmente non ha vissuto


perché era molto piccolo, eppure vi assicuro che ho
incontrato altre persone della mia generazione che
mi hanno confidato la stessa sensazione: attraverso
qualche ricordo sfuocato ma soprattutto attraverso
i filmati visti e le letture fatte in seguito, è rimasto
dentro di noi il desiderio di sapere di più su un’epo-
ca che avvertiamo come più vicina a noi di quanto
non dicano le date.
Siccome faccio il giornalista e non lo storico del-
la Chiesa, scrivere qualcosa sul Concilio mi sem-
brava presuntuoso. Così ho pensato di rivolgermi a
un uomo, un vescovo, che il Concilio l’ha vissuto
davvero: monsignor Luigi Bettazzi, che in seguito,
nel 1966, sarebbe diventato vescovo di Ivrea. È at-
traverso la sua testimonianza che ho cercato di ri-
costruire non tanto i fatti, quanto lo spirito di quel
tempo, aiutato in questo anche da ciò che mi ha
raccontato, con grande disponibilità e amicizia, il
cardinale Carlo Maria Martini, in un colloquio che
ho trascritto alla fine del libro e nel quale mi ha
parlato, a sua volta con non poca nostalgia, della
sensazione che si avvertiva nella Chiesa in quegli
anni straordinari: un impasto di entusiasmo, gioia
e apertura.
Al libro avrei voluto dare in un primo tempo il
titolo Già e non ancora, che è un’espressione tipica-
mente paolina e quindi missionaria: come dire che
abbiamo fatto un certo cammino ma non siamo an-
cora arrivati, che abbiamo incontrato la verità ma
ancora non è entrata del tutto in noi, che il Van-
gelo ci ha interpellato ma ancora non è diventato
completamente vita vissuta. Se ci pensiamo, con il
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Concilio è avvenuto qualcosa di simile: molto di ciò


che il Concilio ha detto e insegnato è entrato nella
Chiesa, ma molto ci deve ancora entrare; molte co-
se le abbiamo capite ma molte di più sono ancora
da capire e soprattutto da trasformare in vita. Ho
pensato però che Già e non ancora fosse un titolo un
po’ troppo criptico, e così ho optato per Difendere il
Concilio, il che comporta inevitabilmente una do-
manda: da chi e da che cosa va difeso il Concilio?
Ripeto: io sono un cronista, non uno studioso,
quindi questa domanda non andrebbe posta a me.
Ma credo di poter dire che il Concilio vada ancora
oggi, anzi soprattutto oggi, difeso da due opposte
tendenze. Da una parte quella di chi fa del Conci-
lio quasi un mito, come se quella fosse stata un’età
dell’oro rispetto alla quale tutto il resto non brilla
allo stesso modo. Dall’altra quella di chi imputa al
Concilio la responsabilità ultima di tutti i mali e
di tutte le contraddizioni della Chiesa attuale e lo
vede quindi come una sciagura. Si tratta di due at-
teggiamenti opposti ma che si alimentano alla stessa
fonte, cioè l’ignoranza nel senso etimologico della
parola: l’ignorare ciò che il Concilio fu veramente.
Di qui è nato il desiderio di andare a sollecitare un
testimone diretto senza però limitarsi a registrare le
sue risposte (e infatti il mio non è un libro-intervi-
sta) ma inserendole all’interno di un ragionamento
che possa aiutare l’uomo di oggi a farsi un’idea.
Mentre scrivevo pensavo di avere idealmente di
fronte a me, ad ascoltarmi, i miei figli più grandi,
poco più che ventenni: una ragazza che è impegnata
all’interno della Chiesa in un cammino di fede e un
ragazzo che invece da qualche hanno ha deciso di
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non frequentare più la parrocchia e, pur ponendosi


il problema dell’esistenza di Dio, non si sente più
parte della Chiesa istituzione. Due figure simboli-
che, che riassumono due atteggiamenti diffusi fra i
nostri giovani e che io, nel mio piccolo, ho cercato
di avere presenti.
Una certa vulgata, piuttosto diffusa anche oggi,
riduce il Concilio a una contrapposizione di schie-
ramenti, una battaglia tra conservatori e progressi-
sti. Sarebbe ingenuo negare che la contrapposizione
ci fu e in alcuni periodi fu anche molto accesa. Ma
il Concilio non è riducibile a questo, anche perché,
quando si parla di Chiesa, etichette politiche come
quelle di «progressismo» e «conservatorismo» non
spiegano nulla. Come ha scritto Giovanni Paolo II,
che fu padre conciliare e partecipò attivamente ai la-
vori, «in verità sarebbe molto ingiusto nei confron-
ti di tutta l’opera del Concilio chi volesse ridurre
quello storico evento a una simile contrapposizione
e lotta tra gruppi rivali. La verità interna al Conci-
lio è ben diversa». E per capire qual è questa verità
interna, o per lo meno cercare di avvicinarsi a essa,
bisogna andare all’origine del Concilio, ai motivi
che spinsero Giovanni XXIII a volerlo realizzare.
Papa Roncalli volle un Concilio pastorale. I
contenuti conciliari ruotano attorno a questa pa-
rola. Che va spiegata. Quando Giovanni XXIII
parlava di «pastorale» non pensava di mettere in
secondo piano la dottrina, non si concentrava sul
come tralasciando il perché. I suoi testi sono chia-
rissimi in proposito. Volle un Concilio pastorale
proprio perché, da pastore, avvertì la responsabili-
tà di porgere il Vangelo il più efficacemente possi-
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bile a un mondo in rapida trasformazione, ma non


mise mai in discussione la Parola né tanto meno
la tradizione. Per lui – prete formato alla scuola
di san Carlo Borromeo e del Concilio di Trento
– una pastorale senza dottrina era inconcepibile.
Aprendo il Concilio, l’11 ottobre del 1962, non
disse che la dottrina doveva essere messa da par-
te. Dichiarò invece che il fine del Concilio doveva
essere quello di custodire e insegnare in modo più
efficace il sacro deposito della dottrina cristiana.
Pensava sì a un rinnovamento della vita cristiana,
ma nella fedeltà ai sacri principi e alla dottrina im-
mutabile: «Il Concilio – disse – vuole trasmette-
re pura e integra la dottrina, senza attenuazioni o
travisamenti». La pastoralità sta proprio in questo:
studiare e approfondire la dottrina, fedelmente ri-
spettata, perché possa essere presentata in modo
più rispondente alle esigenze del tempo. Dunque
non un Concilio dogmatico, ma un Concilio mos-
so dalla carità pastorale, cioè dal desiderio di riu-
scire a parlare all’uomo contemporaneo là dove lui
veramente si trova. Parlare a tutti.
L’aggiornamento, alla luce di questa pastoralità,
non è quindi inteso come rottura col passato, ma
come una crescita da attuare all’interno della Chie-
sa con l’aiuto di tutte le risorse di cui la Chiesa di-
spone. Come spiegò Paolo VI, per il suo predeces-
sore «aggiornamento» non voleva dire relativizzare
ogni cosa della Chiesa secondo lo spirito del tempo.
In lui fu vivo il «senso della stabilità dottrinale» e
proprio perché avvertiva la centralità della dottrina
sentì il bisogno di comunicarla in modo nuovo e
più efficace. Se non avesse avvertito questa centrali-
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tà, avrebbe gestito la Chiesa come un museo e non


si sarebbe inventato un Concilio Vaticano II.
In linea con l’indirizzo pastorale, papa Giovanni
dice che agli errori bisogna rispondere con lo spiri-
to di misericordia. La «medicina della misericordia»
è preferibile alla condanna e agli anatemi perché
l’uomo ha già sperimentato le conseguenze funeste
delle dottrine false. È importante dunque mostrare
in positivo la bellezza e la bontà dell’insegnamento
di Cristo, ma perché la testimonianza sia credibile
occorre il dialogo con i fratelli separati e la ricer-
ca dell’unità perduta, quell’unità per la quale Gesù
stesso pregò e rispetto alla quale la separazione è
una controtestimonianza dagli effetti devastanti.
Ovviamente Giovanni XXIII sapeva bene che
il Concilio, pur nella fedeltà alla dottrina, avrebbe
aperto una pagina nuova per la Chiesa. E al centro
dell’intero Concilio, pur nell’articolazione dei di-
versi documenti, c’è proprio la Chiesa. Il Concilio
ha esplorato il suo mistero, ha approfondito la sua
natura, ha detto quale deve essere la sua missione
e ha rivalutato, proprio ai fini missionari, il ruolo
dei laici. E ha fatto tutto questo non ripiegando-
si, ma mettendosi in ascolto del mondo. Ha scritto
Giovanni Paolo II: «La Chiesa attraverso il Concilio
non ha voluto rinchiudersi in se stessa, riferirsi a
sé sola, ma, al contrario, ha voluto aprirsi più am-
piamente». Per questo il Concilio si è interrogato
sull’uomo concreto del suo tempo in tutte le realtà
effettive. Non un uomo astratto o ideale, ma l’uo-
mo vero.
Di qui la volontà di dialogo con il mondo, perché
se la salvezza va portata a tutta la famiglia umana,
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questa famiglia va conosciuta. E proprio per questo


la costituzione conciliare Gaudium et spes espone la
dottrina cattolica su tutti i grandi temi del momen-
to: dall’ateismo alla fame nel mondo, dall’economia
alla guerra.
Cito ancora Giovanni Paolo II: il Vaticano II
«resta l’avvenimento fondamentale della vita del-
la Chiesa contemporanea; fondamentale per l’ap-
profondimento delle ricchezze affidatele da Cristo;
fondamentale per il contatto fecondo con il mondo
contemporaneo in una prospettiva di evangelizza-
zione e di dialogo a ogni livello con tutti gli uomi-
ni di retta coscienza». E alla luce di queste parole,
pronunciate nel 1986, si può capire quanto sia stato
conciliare il pontificato di papa Wojtyla.
Papa Giovanni non si fece prendere dalla pau-
ra. Nel mondo tutto stava cambiando, le antiche
certezze vacillavano, la potenza delle armi rischiava
per la prima volta di mettere in discussione la so-
pravvivenza stessa dell’umanità, eppure lui, il papa,
ebbe fiducia. E grazie a questa fiducia, frutto di una
fede profonda, poté aprire il Concilio non con un
ammonimento o una minaccia, ma con un’escla-
mazione di gioia: Gaudet mater Ecclesia, la madre
Chiesa si rallegra.
Giovanni XXIII non chiese di chiudere gli occhi
di fronte alla realtà. Il suo non fu buonismo irre-
sponsabile. Chiese di guardare la realtà con occhi
nuovi. Disse: la Chiesa, la sposa di Cristo, «ritiene
di venire incontro ai bisogni di oggi mostrando la
validità della sua dottrina piuttosto che rinnovan-
do condanne». Circondato da monsignori e cardi-
nali che gli chiedevano di frenare, lui replicava: «A
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

noi sembra di dover dissentire da codesti profeti di


sventura, che annunciano eventi sempre infausti,
quasi che incombesse la fine del mondo».
La sintesi più efficace di questo atteggiamento
spirituale, pastorale e umano di Giovanni XXIII si
ha secondo me nella Pacem in terris, l’enciclica con-
tro la guerra che arriva nel 1963, in aprile, poco
prima della morte del papa, e che si apre con queste
parole: «La pace sulla terra, anelito profondo degli
esseri umani di tutti i tempi, può venire instaurata
e consolidata solo nel pieno rispetto dell’ordine sta-
bilito da Dio». Nell’enciclica la preoccupazione per
lo stato del mondo c’è, ma è più forte la speranza
cristiana che le cose possano cambiare. Il papa per
questo non si rivolge solo alla gerarchia ecclesiale,
ma a tutti gli uomini di buona volontà, a tutti chie-
dendo di diventare testimoni di «verità, di giustizia,
di amore fraterno». E il testimone è colui che vive
ciò che insegna.
Già prima di Roncalli i papi avevano condanna-
to la guerra (pensiamo a Benedetto XV nel 1917 e a
Pio XII nel 1939), ma Giovanni capisce che queste
condanne morali, per quanto nobili e autorevoli,
di fronte alla nuova situazione non bastano. In pie-
no clima di guerra fredda, con il mondo sul bara-
tro dell’olocausto nucleare, papa Giovanni compie
una rivoluzione di metodo e di contenuto. Anziché
porsi al di sopra, si cala completamente nelle tra-
sformazioni in corso, chiede di cogliere i «segni dei
tempi» e tra questi valorizza il bisogno di pace che
sale dall’umanità. Non fa una predica: coglie una
necessità. E rovescia il problema: la Chiesa non cer-
ca più i motivi che rendono giustificabile una guer-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ra, ma propone una via per rendere stabile la pace.


È la via dei diritti umani, della dignità inviolabile
di ogni persona, del rispetto che va attribuito a ogni
popolo e a ogni cultura. Una via, come ben sappia-
mo, ripresa e sviluppata da papa Wojtyla.
In un radiomessaggio del 1962 Govanni XXIII
disse che ogni cattolico, proprio in quanto tale,
deve sentirsi cittadino del mondo. Cattolico vuol
dire infatti universale. Ecco tornare il senso di par-
tecipazione, di condivisione, di simpatia nel sen-
so etimologico del termine: soffrire insieme. Sono
i sentimenti che hanno animato il Concilio. Una
Chiesa che non sta sulla difensiva, che non si limita
a pronunciare dei no, ma mette a disposizione il
suo patrimonio. Spezza il pane. L’obiettivo non è
ricostruire la cristianità, ma rendere ogni cristiano
testimone credibile e quindi lievito e fermento nel
mondo.
Giovanni XXIII ha posseduto una capacità pro-
fetica perché è stato uomo di fede. È la fede, nutrita
dalla preghiera, che permette di guardare più avan-
ti senza paura. Il Concilio nasce proprio così, per
impulso profetico. Nel Giornale dell’anima Roncalli
rivela: «Il primo a essere sorpreso di questa mia pro-
posta fui io stesso». È quello che succede al profeta
animato da una forza misteriosa alla quale non può
resistere. Come è stato notato, papa Giovanni non
era un uomo che attendeva che i tempi fossero ma-
turi, ma era lui a renderli tali. È proprio ciò che
caratterizza il vero cristiano.
Chiudo con una breve riflessione sul contributo
che il Concilio ha dato nel modificare l’idea di pa-
pato. In un incontro che ho avuto con Hans Küng,
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

il teologo di Tubinga, che visse a sua volta il Con-


cilio in presa diretta e sul Concilio ha scritto tanto,
ha sostenuto che le modalità con le quali durante il
Concilio è stato esercitato il primato petrino ha reso
quest’ultimo più credibile: non un potere di giuri-
sdizione e un’investitura divina che rende possibile
ogni comando e ogni imposizione, ma un servizio
ai vescovi e a tutta la Chiesa con una funzione me-
diatrice e di sintesi, di incoraggiamento.
Un altro motivo per cui del Concilio e del suo
spirito io provo nostalgia.

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

3.
Chi è il laico

Accetto con un certo imbarazzo l’invito a parlare


del ruolo dei laici nella Chiesa, perché le parole lai-
co e laicità si prestano oggi a molti equivoci.
La parola greca laikos, da cui deriva «laico», si-
gnifica «colui che è del popolo». In senso originario,
il laico è nella tradizione ecclesiale sin dai tempi più
antichi il membro del popolo di Dio (laos theou),
quindi il fedele, il battezzato. Di laos theou parla per
esempio san Pietro nella sua prima lettera.
Nel corso dei secoli, e con particolare velocità
nel corso dell’Ottocento e del Novecento, la parola
laico ha però subito una vera e propria «inversione
semantica» (come la chiama Possenti), così che il
laico non è più il membro del popolo di Dio ma il
non credente o addirittura il non credente partico-
larmente animoso contro la religione e la Chiesa.
Per evitare l’equivoco, in tempi più recenti è stata
introdotta una differenza tra laicità e laicismo (avre-
te notato che anche il papa quando parla di laicità
quasi sempre fa precedere la parola dall’aggettivo
«corretta»), per cui il laico sarebbe colui che sostie-
ne l’autonomia della sfera civile da quella religiosa
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

mentre il laicista sarebbe chi, mosso da una certa


ostilità verso la fede religiosa e la Chiesa, vorrebbe
rinchiudere l’esperienza religiosa nel privato negan-
dole ogni rilievo pubblico.
La discussione sulle parole laico e laicità potrebbe
continuare a lungo. Qui vorrei solo dire che, all’in-
terno della Chiesa, laico non solo ha mantenuto il
suo significato originario di membro del popolo di
Dio, ma (è importante ricordarlo), dopo il Concilio
Vaticano II ha acquisito il significato di membro a
tutti gli effetti, senza alcuna connotazione di infe-
riorità rispetto al sacerdote o al religioso.
Voglio ricordare a questo proposito ciò che scrive
il filosofo e teologo Juan Maria Laboa nel suo I laici
nella vita della Chiesa (Jaka Book, 2003). Citando
sant’Agostino («Sono vescovo per voi, ma anzitutto
sono cristiano con voi») e padre Huvelin, diretto-
re spirituale di Charles De Foucauld («È necessario
che il sacerdote, dopo aver svolto l’ufficio sacerdo-
tale all’altare o amministrato i sacramenti, torni
in qualche modo a confondersi con tutti gli altri
laici»), Laboa sostiene che la Chiesa va concepita
come «costituita fondamentalmente da cristiani» e
da ciò consegue che «l’essere cristiani ha priorità su
tutto ciò che è struttura o cose».
Credo che siano parole importanti in un’epoca
come la nostra, in cui, se è vero che ci troviamo di
fronte spesso a un laicismo aggressivo ed esaspera-
to, altrettanto vero è che dentro il popolo di Dio
si avverte (forse anche per reazione?) un risorgente
clericalismo. Non dobbiamo dimenticare che nel-
la Christifideles laici, l’esortazione apostolica post-
sinodale di Giovanni Paolo II sulla vocazione e la
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missione dei laici nella Chiesa e nel mondo (1988)


si dice chiaramente che «tutti i cristiani, laici, eccle-
siastici e religiosi, hanno una stessa dignità essendo
un unico popolo radunato nell’unità del Padre, del
Figlio e dello Spirito Santo. E tale dignità deriva dal
battesimo in forza del quale la persona è incorpo-
rata a Cristo e alla comunità ecclesiale e chiamata a
una vita di santità».
Il sottoscritto, che si considera un cattolico libe-
rale e che da ragazzo ha coltivato il «culto» di autori
come il cardinale Newman e Antonio Rosmini, di
fronte a questa pagina del magistero si sente molto
confortato. Ma la domanda è: come stanno vera-
mente le cose nella realtà?
Il professor Giorgio Campanini, che al ruolo dei
laici ha dedicato uno studio fondamentale (Il laico
nella Chiesa e nel mondo, Edb, 1999) osserva con
una certa desolazione che, nonostante l’elaborazio-
ne post-conciliare e le vivaci discussioni che hanno
preceduto il sinodo sui laici, di fatto negli anni suc-
cessivi il dibattito «si è sostanzialmente spento» e
circa lo statuto dei laici c’è stata una certa riflessio-
ne solo sul «versante Chiesa» (cioè chi è e che cosa
deve essere il laico dentro la Chiesa) ma non sul
«versante mondo» (chi deve essere e che cosa deve
fare il laico cristiano nella società). Campanini fa
capire piuttosto chiaramente che se l’analisi è anda-
ta in questa direzione molto dipende dal fatto che
gli ultimi trenta-quarant’anni di vita della Chiesa
sono stati caratterizzati in larga misura dal fenome-
no dei cosiddetti «movimenti ecclesiali», i quali se
da un lato hanno permesso alla Chiesa di trovare
nuove strade per stare nel mondo, dall’altro han-
197
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

no contribuito alla formazione di un’immagine di


laico inteso come una sorta di «soldato» agli ordini
di un sacerdote o di un religioso particolarmente
carismatico.
Prima di diventare troppo polemico, vorrei tor-
nare al professor Campanini, là dove osserva che
negli ultimi decenni la Chiesa ha vissuto una sta-
gione «apparentemente larga di concessioni e di ri-
conoscimenti nei confronti del laicato», ma in pra-
tica non c’è stata autentica valorizzazione. Perché?
Perché ha prevalso non l’idea dell’uguale e comune
condivisione della e nella Chiesa (ovviamente pur
con compiti e responsabilità diverse) ma l’idea di
supplenza. Credo che questa sia la piaga nella quale
mettere coraggiosamente il dito: rispetto al ruolo
dei laici è mancata l’individuazione di un ambito in
cui si possa parlare non di supplenza ma di lucida e
consapevole assunzione di responsabilità.
Occorre dunque tornare al fondamento teologi-
co del ruolo del laico così come è stato precisato
dal Concilio. Nella Lumen gentium leggiamo: «Con
il nome di laici si intendono […] tutti i fedeli a
esclusione dei membri dell’ordine sacro e dello sta-
to religioso riconosciuto dalla Chiesa, i fedeli cioè
che, in quanto incorporati a Cristo col battesimo,
e costituiti popolo di Dio e, nella loro misura, re-
si partecipi della funzione sacerdotale, profetica e
regale di Cristo, per la loro parte compiono, nella
Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il
popolo cristiano». La vocazione specifica del laico è
pertanto quella di «cercare il regno di Dio trattando
le cose temporali e orientandole secondo Dio», in
modo da «manifestare Cristo agli altri, principal-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

mente con la testimonianza della loro vita e col ful-


gore della fede, della speranza e della carità».
Mi chiedo se, come e fino a che punto queste
parole siano state accolte, meditate e «digerite» nel-
le nostre parrocchie, nelle associazioni e in tutti gli
altri luoghi e momenti in cui si articola la vita della
Chiesa.
Sulla base dello statuto teologico elaborato dal
Concilio Vaticano II il laico non è un cristiano di-
mezzato che avrebbe qualcosa in meno rispetto ai
sacerdoti e ai religiosi. Il laico è chiamato anzi a una
duplice missione: nella Chiesa e nel mondo. Non
dobbiamo pensare alla Chiesa come a una mela di-
visa in due metà: la sfera temporale, di cui devono
occuparsi i laici, e quella spirituale, di cui devono
occuparsi sacerdoti e religiosi. Tutti hanno la stes-
sa responsabilità: testimoniare Cristo al mondo.
Quelle che cambiano sono le modalità della testi-
monianza.
E qui vengo più direttamente alla mia esperien-
za. In quanto laico cristiano totalmente inserito in
un mondo ampiamente secolarizzato (anzi, direi
secolarizzato all’ennesima potenza considerato che
lavoro in un settore, come quello della televisione,
dominato dall’immagine e dall’apparire), qual è il
mio ruolo?
Direi prima di tutto che si tratta effettivamen-
te di una testimonianza (quindi non di teorie o di
parole senza vita, ma di vita vissuta ogni giorno, at-
traverso esempi concreti) caratterizzata da un oriz-
zonte sostanzialmente diverso da quello oggi pre-
valente nella cultura e nei comportamenti. Il laico
cristiano vive completamente immerso nel mondo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

e nella società (si veda la Lettera a Diogneto) ma il


suo orizzonte è più grande e più alto. In un mondo
che pensa soprattutto al successo, ai soldi e al be-
nessere psicofisico, il laico cristiano non disprezza
questi aspetti ma, semplicemente, non li mette in
cima alla sua scala di valori e non li trasforma in
fini assoluti. In cima alla sua scala c’è Dio padre e
creatore, c’è suo figlio che ha donato la vita per noi
e c’è lo Spirito Santo che ci assiste. Di qui un punto
di vista completamente diverso.
Per esempio, nel mio lavoro, che è un lavoro
spesso frenetico, mi sento dire di frequente: ma co-
me fai a essere sempre tranquillo, a non perdere mai
la calma, a non dire parolacce? Ce la faccio perché la
mia vita non si esaurisce lì, in quel dato momento,
ma ha un respiro più largo. Perché per me è impor-
tante sì andare in onda, possibilmente con un pro-
dotto decente, ma è ancora più importante trattare
il cameraman e il montatore che lavorano assieme
a me con amicizia, rispetto, gentilezza e senso della
condivisione, perché vedo in loro non strumenti a
disposizione del mio ego e della mia realizzazione
ma persone come me. Perché il Signore non mi dice
che la felicità non è importante (anzi, il cristiano, in
quanto figlio amato e voluto, sa meglio degli altri
che veniamo al mondo per essere felici) ma che la
felicità fondata solo sul successo personale è estre-
mamente effimera e alla fine quello che resta è un
profondo senso di vuoto e di solitudine.
Allo stesso modo, in famiglia, il mio essere ma-
rito e padre non è una funzione (rispetto alla quale
fatalmente ci si sente inadeguati) ma è un dono che
ho ricevuto e rispetto al quale prima di tutto devo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ringraziare. Un dono che si rinnova ogni giorno


in forme sempre diverse e che mi lascia ogni volta
pieno di stupore. Come giornalista forse non ho
mai fatto uno scoop, ma come marito e padre ne
faccio tutti i giorni, ogni volta che scopro nuove
sfumature e nuove emozioni legate al mio ruolo,
anche nelle cose apparentemente più semplici co-
me fare una passeggiata di sera con mia moglie nel
centro di Roma o giocare a pallacanestro con le
gemelle.
In sintesi, è il prevalere dell’essere sull’avere ciò
che caratterizza il laico cristiano immerso nel mon-
do. E le cose non stanno poi in modo molto diverso
per quanto riguarda il suo ruolo nella Chiesa. Anche
qui non si tratta di ricoprire cariche o di avere fun-
zioni particolari. Queste sono tutte conseguenze. Al
cuore c’è la testimonianza che il laico è chiamato a
dare: una testimonianza che secondo me deve esse-
re soprattutto di condivisione. Il che non vuol dire
ignorare i diversi livelli di responsabilità o appiat-
tirsi sull’esistente. Vuol dire sentirsi partecipi di un
cammino comune all’interno del quale tutti danno
e ricevono qualcosa (penso ai corsi per fidanzati, o
all’attività di mia moglie Serena come catechista).
Molti altri sarebbero gli aspetti da affrontare.
In particolare penso che sarebbe importante una
riflessione sull’effettivo coinvolgimento dei laici
nelle scelte che riguardano la vita della Chiesa ita-
liana, una Chiesa che appare spesso molto «gerar-
chizzata» e povera di momenti in cui l’importanza
dei laici, teorizzata in tutti i convegni ecclesiali
(Roma 1976, Loreto 1985, Palermo 1995, Verona
2006), viene effettivamente riconosciuta e valo-
201
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

rizzata. A questo problema è poi legata la valoriz-


zazione della presenza delle donne nella Chiesa,
altro tema di cui si parla spesso ma che altrettanto
spesso resta sulla carta, in totale contraddizione
con una realtà ecclesiale in cui balza agli occhi che
le donne sono in netta maggioranza ma ridotte a
maggioranza silenziosa.

202
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

4.
Cristiano, cioè popolare

Mi viene chiesto di riflettere sul tema «Per un


cristianesimo diffuso e radicato. Popolarità del cat-
tolicesimo in Italia» e per prima cosa mi preme
precisare che la prospettiva dalla quale mi pongo
non è quella dello studioso e del teorico, ma quella
dell’osservatore e del cronista chiamato a raccon-
tare il fenomeno religioso. La mia esposizione po-
trà dunque sembrare, e sicuramente sarà, poco si-
stematica. Spero però che possa avere la genuinità
dell’esperienza diretta.
Fatta questa precisazione, mi concentro su quei
due aggettivi, che pongono già alcuni problemi:
diffuso e radicato.
Secondo i vescovi italiani, e anche secondo il pa-
pa, in Italia, nonostante tutto, nonostante il pro-
cesso di secolarizzazione e i tanti problemi che af-
fliggono la Chiesa, il cristianesimo sarebbe davvero
diffuso e radicato, tanto che il nostro paese è spesso
indicato come modello per le altre Chiese del mon-
do occidentale e specialmente del vecchio conti-
nente. Per esempio in Francia e in Spagna, altre due
nazioni cattoliche, il cristianesimo vive situazioni
ben diverse dalla nostra.
203
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

La domanda è: in Italia il cristianesimo è davvero


diffuso e radicato? In base alla mia esperienza sento
di poter rispondere sì. Pur in presenza di tanti pro-
blemi e di tante contraddizioni, qui da noi la dif-
fusione e il radicamento sono una realtà. Garantita
da quattro fattori: una rete capillare di parrocchie,
un associazionismo forte, un volontariato esteso, un
insieme di movimenti ecclesiali che in forme diverse
e con diversi carismi sono presenti nella vita sociale
in modo non episodico e non superficiale. È questo
reticolo, è questa presenza che permette di dire che
in Italia la fede cristiana è ancora una fede che si
può rintracciare concretamente sul territorio.
Questi quattro fattori si reggono essenzialmente
su due pilastri: un clero che nonostante le difficoltà
(in primis l’invecchiamento) riesce a restare vicino
ai fedeli e un laicato che, sia pure a macchia di leo-
pardo, si può ancora definire vivace e motivato.
Quindi quando si parla di cristianesimo diffuso
e radicato si può dire che questa in Italia non è una
speranza ma è ancora oggi una realtà a tutti gli ef-
fetti.
In questa diffusione e in questo radicamento si
notano da un lato forti differenze e dall’altro alcune
falle.
Le differenze sono naturale conseguenza dell’in-
culturazione del cristianesimo in una realtà sociale,
come quella italiana, che è diversa da regione a re-
gione, da città a città. Il cristianesimo ambrosiano,
per esempio, con la sua grande organizzazione, con
la sua solidità istituzionale, con i mezzi di cui di-
spone, con il suo tradizionale coinvolgimento nella
vita civile e la consapevolezza di rappresentare una
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

storia religiosa ed ecclesiale di prestigio, sotto mol-


ti aspetti è diverso da quello romano (e qui posso
parlare per esperienza diretta in quanto ambrosiano
trapiantato a Roma).
Anche tenendo conto di queste differenze si può
parlare però, io credo, di una presenza omogenea se
si guarda alla tensione di fondo che la ispira, e che è
l’attenzione alla persona.
Qui siamo al punto che ritengo decisivo. Pur
attraverso modalità diverse, questa attenzione alla
persona fa da denominatore comune. La persona
concreta, con le sue esigenze, le sue richieste, le sue
paure, le sue difficoltà, i suoi smarrimenti: è que-
sta persona al centro dell’ispirazione e dell’azione
cristiana nelle sue svariate forme. Mi vengono in
mente le parole di Giovanni Paolo II nella sua pri-
ma enciclica, la Redemptor hominis: «L’uomo è la via
della Chiesa». Mi sembra di poter dire, da cronista
e da osservatore oltre che da membro del popolo di
Dio, che questa attenzione alla persona unifica il
panorama della presenza cristiana in Italia e gli dà
una consistenza particolare.
Quanto alle falle, metterei in primo piano quella
che, con espressione certamente grossolana, chiamo
una diffusa e crescente «ignoranza religiosa». Con
questa espressione intendo la scarsa conoscenza di
ciò che dovrebbe fare da base dell’esperienza reli-
giosa cristiana (le Scritture e il magistero) e l’insicu-
rezza nel dire su che cosa si fonda veramente la fede
del cristiano.
Ora penso che qui bisogna intendersi bene. Se
da noi la presenza cristiana tiene, e continua bene
o male a reggere il confronto con una cultura che
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

pretenderebbe di eliminare la religione dall’oriz-


zonte conoscitivo e spirituale dell’uomo, è perché
tante persone semplici, magari non preparatissi-
me ma di grande disponibilità e buona volontà,
continuano a lavorare sul territorio, in silenzio,
facendo del bene ai fratelli. Penso alle parrocchie
dove, spesso in condizioni difficili, tanti soggetti
riescono a essere cristiani sul campo con un im-
pegno personale ammirevole. Magari non sono
ferratissimi sulla dottrina, magari non leggono i
documenti papali, però ci sono e fanno del bene.
Quindi quando denuncio l’avanzare di una igno-
ranza religiosa non chiedo che il laico cristiano
prenda una strada più intellettuale, perché la sua
forza sta proprio nell’essere cristiano «di cuore» più
che «di testa», animato da uno slancio genuino.
Però allo stesso tempo segnalo una questione: la
cultura in cui viviamo, intendo dire l’attuale cul-
tura secolarizzata e anzi paganeggiante, attraverso
i mass media è così pervasiva, entra così tanto e
con tanta prepotenza nelle teste e nei cuori della
gente, da condizionare veramente tutti, anche il
cristiano, rendendolo sempre meno capace di dire
la sua fede, di giustificarla, di renderne conto. Co-
sì, di fronte alla semplice domanda «perché sono
cristiano?» si rischia di non saper rispondere o di
dare risposte vaghe che sfociano nel sentimentale.
E così anche l’azione sul territorio, anche il lavoro
a favore degli altri, anche l’attenzione alla persona
rischia di diventare giorno dopo giorno un lavoro
meramente sociale, senz’altro benemerito ma sem-
pre più svuotato di senso religioso, sempre meno
agganciato a una Verità che è quella annunciata da
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Gesù e che va continuamente rielaborata dentro


se stessi per poter essere adeguatamente riannun-
ciata.
Questo rischio lo vedo molto bene proprio nella
mia amata Chiesa ambrosiana, ancora così solida e
attrezzata, e che tuttavia in certe circostanze tende a
farsi agenzia sociale annacquando il riferimento spi-
rituale o forse dandolo un po’ troppo per scontato.
E ora veniamo all’altro concetto proposto nel ti-
tolo di questo incontro, il concetto di «popolarità»
del cattolicesimo italiano.
Sulla base di ciò che ho cercato di dire prima
credo che si possa affermare che in Italia il cattoli-
cesimo conserva una dimensione popolare, proprio
perché attento alla persona nella sua concretezza. In
questo senso direi che la popolarità del cattolicesi-
mo italiano si esprime nel suo essere missionario.
Missione in quanto attenzione, sensibilità, in quan-
to movimento verso la persona. Non è un cattoli-
cesimo di attesa, ripiegato su stesso. A volte magari
in forma confusa, altre volte in modo discontinuo,
mantiene una sua missionarietà riconoscibile.
Quali le sfide che questa missione ha di fronte a
sé nel mondo d’oggi?
La prima credo sia quella di porre rimedio
all’ignoranza religiosa di cui parlavo poco fa. Nello
stesso ambiente cattolico c’è bisogno di un’azione
missionaria perché siano riscoperte e riaffermate
le vere basi della fede. C’è un vuoto da riempire e
una deviazione da correggere. Il vuoto è la scarsa
conoscenza delle Scritture e la scarsa propensione a
riflettere sulla parola di Dio. C’è la tendenza a dare
questi aspetti per scontati senza accorgersi che non
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

abbeverarsi alle fonti, non frequentare le Scritture è


il modo migliore per rendere la fede debole. Tra le
deviazioni mi colpisce invece la tendenza a fondare
l’azione evangelizzatrice più sullo sforzo umano che
non sull’appoggio di Dio, una sorta di volontarismo
che taglia fuori la dimensione divina dall’orizzonte
o la relega molto sullo sfondo anziché metterla al
centro.
La seconda sfida è quella che riguarda il modo
di annunciare il Vangelo in una società distratta e
superficiale.
La terza sfida è quella dei giovani. Nelle chiese
si vedono troppi anziani. I gruppi giovanili ci sono
e sono spesso molto attivi, ma in generale è diffici-
le coinvolgere le nuove generazioni. Come parlare
loro di Dio e, prima ancora, come ottenere la loro
attenzione?

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

5.
Effatà! Il vero volto del dialogo

Devo riflettere sulla parola dialogo e mi rendo


conto che siamo davanti a un termine tanto usato
quanto abusato.
Forse mai come oggi la parola dialogo è stata di
moda. In politica, nelle crisi internazionali, nei rap-
porti fra le religioni, in famiglia.
Eppure la sensazione generale è che di dialogo
vero ce ne sia pochissimo.
In politica c’è? Nei rapporti internazionali c’è?
Nei rapporti fra le religioni c’è?
In famiglia c’è?
Non si può generalizzare, ma non sembra pro-
prio che la nostra sia l’epoca del dialogo. In più og-
gi c’è un aspetto nuovo, dato dalla tecnologia delle
comunicazioni.
Possiamo comunicare molto, siamo informa-
ti molto, collegati potenzialmente con tutti, ma
gli stessi strumenti che ci mettono a disposizione
queste possibilità sono anche quelli che ci isola-
no, che ci rendono meno frequenti e più difficili
i rapporti umani. C’è più informazione, ma me-
no comunicazione (se intendiamo come comuni-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

cazione il mettere in comune qualcosa) e meno


dialogo.
Nell’uomo c’è sempre stata una duplice tensio-
ne: al dialogo ma anche al suo opposto, alla chiusu-
ra. Lo sperimentiamo ogni giorno: a volte ci va di
aprirci agli altri, di stare ad ascoltare, altre volte non
ci va proprio. È come se dentro di noi ci fossero due
anime. Ma dobbiamo ammettere che il dialogo è
più umano del non-dialogo.
Un poeta inglese ha scritto che «nessun uomo è
un’isola». È vero. Anche se a volte vorremmo stare
isolati, non possiamo nascondere che la relazione
con gli altri è vitale. Nessuno di noi potrebbe vivere
come isola, se non altro per necessità pratica.
Fra l’altro la natura stessa, e il nostro stesso orga-
nismo, sono fatti di dialogo. Un fisico vi può spie-
gare che la materia è un insieme di relazioni fra mo-
lecole. La nostra stessa presenza su questo pianeta
può essere spiegata in termini di dialogo fra noi e
l’ambiente naturale (e anche qui non è che le cose
vadano tanto bene). Il nostro corpo è una macchina
che funziona grazie allo scambio continuo di infor-
mazioni fra diversi organi. Un medico mi ha lascia-
to a bocca aperta una volta spiegandomi il dialogo
che intercorre tra un feto e la mamma che lo porta
in grembo.
Noi «siamo fatti» di dialogo. Noi siamo dialo-
go. Il dialogo ci appartiene. Visto in questi termini
forse il dialogo ci fa meno paura. Lo avvertiamo di
meno come una necessità e un dovere (diciamolo:
in qualche caso come una scocciatura) e più come
un elemento costitutivo del nostro essere.
Ma allora perché ce n’è poco?
210
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Per rispondere a questa domanda dobbiamo


chiederci: di che cosa è fatto il dialogo?
Direi che gli elementi essenziali sono tre. Occor-
re che ci sia la volontà di dire, la volontà di ascolta-
re, e un linguaggio con cui comunicare. E qui forse
riusciamo a capire meglio perché oggi il dialogo ap-
pare difficile.
La volontà di dire presuppone che ci sia qualcosa
da dire. Presuppone un’idea del mondo. Ma questa
idea del mondo oggi è difficile averla. Ci sentiamo
confusi e avvertiamo come una debolezza nel no-
stro pensiero, come se il nostro pensiero non riu-
scisse a pensare la realtà perché troppo complessa e
soprattutto perché priva di significato. La mentalità
più diffusa ci dice continuamente che non esistono
verità riconoscibili, che la vita non ha un significato
oppure che l’unico significato sta nelle esperienze
che si fanno. Così si passa da un’esperienza all’al-
tra, un po’ come naufraghi che si attaccano a una
scialuppa e poi a un’altra, ma sempre andando alla
deriva, senza una meta.
E qui c’è una difficoltà anche per quanto riguar-
da la volontà di ascoltare. Di solito si dice: la gente
non ascolta per egoismo. Va bene, ma questo egoi-
smo, in profondità, da che cosa è determinato? La
ragione profonda è la stessa che ci toglie la voglia di
dire. Non essendoci una verità, non essendoci un
significato, non c’è neanche la voglia e la necessità
di stare ad ascoltare l’altro, di ricevere il suo contri-
buto. Siccome penso che l’altro sia, come me, privo
di verità e di significato, stare ad ascoltarlo e acco-
glierlo non serve, perché non farebbe che accrescere
il mio vuoto.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Quanto al linguaggio, anche qui parlerei, come


nel caso del pensiero, di una debolezza, la debolez-
za della parola. Spesso parliamo senza sapere di che
cosa veramente stiamo parlando. I mass media ci
bombardano di notizie, dandoci l’illusione di essere
informati, ma questa massa di informazioni in real-
tà ci rende sempre più confusi. La parola, così, non
è più un’amica a nostra disposizione, ma diventa
quasi una nemica che ci mette in difficoltà. Pren-
diamo le parole apparentemente più semplici (per
esempio pace, o amore) e ci accorgiamo che non
sappiamo più che cosa significano. Che cos’è la pa-
ce? Che cos’è l’amore? Ognuno ha una sua defini-
zione, ma ci manca una visione comune. Il linguag-
gio, che dovrebbe essere lo strumento del dialogo,
riesce sempre meno a svolgere questa funzione.
Ecco la realtà: il dialogo in fondo ci sembra inu-
tile perché non c’è una verità.
Siete sorpresi? Lo capisco.
Siamo abituati infatti a pensare esattamente il
contrario. Ogni giorno sentiamo dire che proprio
la mancanza di una verità è ciò che favorisce il dia-
logo, perché, senza una verità riconoscibile e rico-
nosciuta, è più facile parlarsi. Se non c’è una verità,
siamo tutti uguali, e perciò possiamo dialogare. Ma
questo è un inganno. In realtà, se non c’è una verità,
non abbiamo niente da dare e nessun motivo per
ascoltare. E non abbiamo neppure un linguaggio. Il
dialogo sta morendo per mancanza di verità.
A questo punto qualcuno potrebbe obiettare:
ma, veramente, sono le persone che si ritengono
depositarie della verità quelle che dialogano con più
difficoltà, perché diventano intolleranti.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

È vero, l’intollerante non dialoga. Ma siamo


proprio sicuri che l’intollerante sia tale perché in
possesso di una verità? Secondo me, l’intollerante è
uno che dice di essere in possesso della verità ma ha
solo paura. Ha paura del vuoto, ha paura degli altri,
ha paura del confronto. E così attacca. Chi sente di
possedere anche solo un barlume di verità, di averla
colta da qualche parte (in un incontro, in un colore,
in una musica, in un ricordo, non è necessario pro-
prio in un trattato filosofico…) la vuole soprattutto
comunicare, la vuole condividere, la vuole trasfor-
mare in esperienza comune.
Ma adesso vorrei esaminare un po’ più da vicino
la parola dialogo.
Viene dal greco: dia-logos. Dia vuole dire «fra».
Logos è il «discorso». Mi interessa quella parolina:
fra, cioè in mezzo.
Perché ci sia dialogo occorre stare in mezzo. Non
sopra (distaccati perché disinteressati, o perché in
atteggiamento di superiorità), e non sotto (nascosti,
magari perché sfiduciati o perché si pensa di non
essere all’altezza).
Questo stare «in mezzo» è molto bello. Ed è mol-
to cristiano. Non perché lo dicono i papi o i car-
dinali, ma perché così ha fatto Gesù, che ha sem-
pre vissuto in mezzo agli altri, predicando a tutti,
senza rifiutare il contatto, parlando ai saggi come
ai più ignoranti, ai ricchi come ai poveri. Sempre
in mezzo.
E così ha fatto, alle origini del cristianesimo, san
Paolo, l’apostolo delle genti, così chiamato proprio
per il suo andare da tutti, il primo missionario.
Il greco dia in latino è inter, che forse per noi
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

rende meglio l’idea dello stare in mezzo. Sullo stesso


piano, non sopra e non sotto. Ma sullo stesso piano
non per appiattirsi, non per uniformarsi, non per
essere e fare come tutti gli altri, ma per mettere in
comune, per condividere, quel poco o quel tanto di
verità che sento di portare con me.
A proposito di inter: il cardinale Martini dice
spesso che il suo vivere a Gerusalemme è stato un
intercedere per la pace fra israeliani e palestinesi. In-
tercedere vuol dire mettere una buona parola, fare
una richiesta a qualcuno in nome di qualcun altro
(in questo caso a Dio a nome di due popoli soffe-
renti), ma in senso letterale vuol dire prima di tutto
camminare in mezzo, procedere insieme. Credo che
il compito del cristiano sia questo. Non sopra (la
dottrina, le regole!), non sotto (con un complesso
di inferiorità), ma in mezzo.
La parola dia-logos ci dice che le differenze sono
belle e importanti, e non dobbiamo averne paura.
Nel dialogo le differenze non diventano motivo di
conflitto, ma di crescita.
Perché oggi lo straniero ci spaventa? Perché lo
consideriamo un potenziale nemico prima ancora
che entri in contatto e in dialogo con noi? Per igno-
ranza, per paura. Perché stiamo sopra (ecco i pre-
giudizi) o perché stiamo sotto (terrorizzati, timorosi
di perdere qualcosa). Non abbiamo la fiducia neces-
saria per stare in mezzo.
In latino nemico si dice hostis e ospite si dice ho-
spes. C’è una differenza sottilissima fra il nemico e
l’ospite. Che cos’è che rende ospite un potenziale
nemico? È il conoscerlo, il rivolgergli la parola. Ec-
co perché in guerra non ci si parla. Ecco perché la
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

guerra – è stato scritto – è una interruzione del-


la comunicazione. Se ci si parla, se ci si conosce,
non può esserci guerra. Parlandoci ci riconosciamo
nell’altro. Riconosciamo la nostra comune umani-
tà. Per fare la guerra l’altro deve essere dipinto come
una bestia, come qualcuno che non possiede il mio
stesso grado di umanità, come un sub-umano, un
sotto-uomo. Se riconosco che l’altro è uomo come
me taglio l’erba sotto i piedi a tutti i guerrafondai
di questo mondo.
A questo proposito vorrei proporvi un confron-
to. La parola dialogo assomiglia molto alla parola
diavolo.
Diavolo, come già ricordato precedentemente,
viene dal verbo greco dia-ballo, che vuol dire dividere
mettendo del male fra due persone, disunire, calun-
niare (il verbo ballo infatti vuol dire gettare, quindi
c’è questa idea di gettare qualcosa in mezzo).
Il diavolo è proprio colui che disunisce, inter-
rompe un rapporto, fa del male. È colui che sta in
mezzo non per unire ma per separare e per confon-
dere. Un mio amico prete lo ha definito «il trapezi-
sta dei contrasti», un funambolo dei contrasti, uno
che gode nel trovare il modo di dividere e gettare
zizzania.
Stare in mezzo è importante, ma bisogna essere
sicuri che sia per una buona causa. Colui che sta
in mezzo può essere anche interessato non al dia-
logo ma proprio al suo contrario, a eliminare quel
dia. E come sta operando oggi il diavolo? Secondo
me soprattutto obbligandoci a pensare che, non es-
sendoci verità, siamo tutti uguali, tutti accomunati
dalla non verità, cioè dal nulla. I filosofi parlano di
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nichilismo. Il non credere più a nulla. Che si mani-


festa sapete come? Si manifesta nel non sapersi più
indignare e non sapersi più stupire.
Ho detto prima che c’è oggi una debolezza del
linguaggio e della parola. Si parla troppo per dire
poco o niente. Siamo bombardati di voci che si
mescolano e si sovrappongono lasciandoci storditi
e confusi. Il cardinale Martini si è chiesto: siamo
ancora capaci di comunicare a Babele? dove Babele
è la nostra società in cui non ci si capisce più l’uno
con l’altro. Bisogna recuperare la parola, ridarle un
significato. Questa è un’opera educativa e autoedu-
cativa.
E sapete come si recupera la parola? Secondo me,
nel silenzio. Il grande alleato della parola, e quindi
del dialogo, è il silenzio. Attenzione, non il vuo-
to, che è alleato dei nichilisti. Ma il silenzio, che è
meditazione, è riflessione, è pensiero su di sé e gli
altri.
Avete visto per caso Il grande silenzio, il film sui
monaci certosini? Sembrerebbe una non vita. È du-
ra vedere quel film. Perché non siamo più abituati
a pensare, a riflettere. C’è sempre qualcuno che lo
fa per noi, anche troppo. Abbiamo paura di stare
con noi stessi. Abbiamo forse paura di scoprire il
vuoto?
Un monaco mio amico, Enzo Bianchi, ha detto
una volta: «Il silenzio ci dà angoscia. Però è il luogo
in cui nasce la parola vera, la parola elaborata e pen-
sata, la parola purificata. Il silenzio è un linguaggio
necessario, la parola senza silenzio diventa rumore.
È un’esigenza antropologica prima che cristiana,
per questo i monaci hanno dodici ore quotidiane di
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

assoluto silenzio. È un messaggio: dal silenzio distil-


liamo l’autenticità delle parole. E poi il silenzio ci
porta una grande pace, diminuisce la nostra aggres-
sività e cambia il nostro sguardo sugli altri. Pascal
diceva che il grande dramma degli uomini è non
trovare mezz’ora di silenzio al giorno».
Enzo Bianchi dice che il monaco, proprio per
questa sua capacità di fare silenzio, riesce ad aprirsi
meglio agli altri, perfino agli atei. «Penso che il mo-
naco possa capire gli atei più di altri perché i non
credenti spesso non credono nel Dio narrato dagli
uomini religiosi, ma hanno una passione per Dio
che a volte i credenti non hanno».
Nel silenzio si impara ad ascoltare, se stessi e gli
altri. Nel silenzio cresce la preghiera più autentica,
che non è un chiedere, ma un aprirsi a Dio: parla
Signore, sono in ascolto. È una disponibilità. Un
vero credente non dice: «Ascolta, Signore, che il tuo
servo parla». Dice: «Parla, Signore, che il tuo servo
ascolta».
Nella lettera pastorale Effatà. Apriti!, del 1990,
il cardinale Martini, allora arcivescovo di Milano,
parlando dei problemi della comunicazione rac-
conta l’episodio evangelico della guarigione del sor-
domuto (si trova in Mc 7,31-37). È un brano che
esprime tutto il disagio che nasce dall’impossibilità
di comunicare, perché quell’uomo che non sente e
non parla è isolato da tutto e da tutti. Sembrerebbe
una realtà estranea a questo nostro mondo domi-
nato dall’informazione, ma il cardinale ci chiede di
riflettere.
Intanto notiamo che Gesù non fa subito il mira-
colo. Prima di tutto si prende cura di quell’uomo,
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

lo porta in disparte, lontano dalla folla. Crea uno


spazio lontano dal caos del mondo circostante. Poi
gli mette le dita nelle orecchie e gli bagna la lingua
con un po’ di saliva. E così si mette sulla sua stessa
lunghezza d’onda. Con un uomo che non sente e
non parla, Gesù ricorre al tatto. E risana prima le
orecchie, l’ascolto, e poi la lingua, il linguaggio, in-
troducendo così una gerarchia: se vuoi comunicare,
prima impara ad ascoltare. Infine dà il comando:
Effatà! Cioè: apriti!
Noi tutti, oggi, siamo un po’ come quel sordo-
muto. Sembra paradossale, visto che viviamo nel
cosiddetto villaggio globale, invece abbiamo tutti
grosse difficoltà comunicative. Perché quella in cui
siamo immersi, dice Martini, non è tanto la società
della comunicazione quanto la società dell’infor-
mazione. Tante, forse troppe le notizie che ci rag-
giungono senza ordine, ma che cosa tiriamo fuori
di veramente significativo da questa massa di infor-
mazioni?
Pensiamo alla televisione, che ci impone un rap-
porto univoco, in cui a noi tocca solo il ruolo di
destinatari dei messaggi senza possibilità di replica.
È questa vera comunicazione? Si può parlare di co-
municazione quando non c’è possibilità di risposta
e di dialogo, quando non c’è parità? Ma il problema
non sta solo nella forma, sta anche nella qualità di
questa informazione. In tutti i settori, dalla crona-
ca alla politica, i mezzi di informazione «tendono
sempre più a suscitare sensazioni forti ed eccitanti
per vendere meglio le notizie». Martini usa proprio
questo termine: vendere. «Puntando sul sensazio-
nale, calcando sui particolari che suscitano attrazio-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ne, disgusto, ribrezzo, pietà, si genera un’inflazione


di sentimenti e nello stesso tempo un accresciuto
bisogno di emozioni sempre più elettrizzanti». Di
questo passo diventiamo tutti vittime di una falsa
comunicazione che è in realtà una forma di con-
sumismo, perché con questo tipo di informazione
non vogliamo costruire un dialogo, non vogliamo
dire qualcosa all’altro, ma vogliamo possederlo.
Ecco perché è importante fare su noi stessi la
stessa operazione che Gesù ha fatto con il sordo-
muto. Effatà!

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

6.
Pavlo, Tertulian e gli altri

«Non so da dove veniva la forza per fare tutto


questo, ma quello che è impossibile per la persona
umana è, invece, possibile per il Signore».
Si esprime con voce tranquilla monsignor Pavlo
Vasylyk, vescovo ucraino. Nelle sue parole nessun
sintomo di astio o di rancore, né tanto meno di odio
per chi lo ha perseguitato per anni e anni. Eppure
ciò che racconta assomiglia molto alla trama di un
film dell’orrore. Ma non si tratta di fantasia. È tutto
vero. Tutto è successo. E non in anni lontani, ma
nel corso del Novecento, e non in luoghi sperduti,
ma in Ucraina, in una fetta del vecchio continente
destinata a diventare parte dell’Europa unita.
Oggi vescovo greco-cattolico dell’eparchia di
Kolomya-Chernivtsi, Pavlo Vasylyk nasce l’8 agosto
1926 nel villaggio di Borislavci (attualmente in Po-
lonia), in una famiglia molto religiosa e numerosa:
genitori e undici figli. Pavlo avverte la chiamata al
sacerdozio fin da piccolo. Frequenta le elementari,
poi le superiori, ma all’età di diciannove anni, nel
1945, con tutta la famiglia è costretto a lasciare il
suo paese natale alla volta dell’Ucraina sovietica.
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Due anni dopo, a Leopoli, il primo arresto: dieci


anni con l’accusa di aver rifornito di medicine gli
amici che combattevano contro i comunisti. È il
campo di concentramento, ma assieme a lui ci sono
molti sacerdoti, così Pavlo continua la sua prepara-
zione come studente di teologia nella «Chiesa del-
le catacombe» e nel 1950 è ordinato diacono. «Da
quel momento, scontando la condanna nei campi
di concentramento, iniziai la mia attività pastora-
le, secondo il mio stato. Ho cominciato subito a
predicare, a celebrare i vespri, a organizzare corsi di
catechesi per i detenuti».
Le condizioni in cui si trovano i prigionieri sono
spaventose. La gente muore per il freddo, la fame,
gli stenti, le malattie, ma anche per le costanti umi-
liazioni inflitte per distruggere la dignità umana. Lo
sforzo in quelle condizioni estreme è proprio quello
di non ridursi allo stato animale. «Perciò il Vangelo
diventò sorgente d’acqua viva, che ci permetteva di
restare persone umane e cristiani». Alle celebrazioni
clandestine partecipano prigionieri ucraini, russi,
tedeschi, kazachi. Lingue e culture sono diverse,
«ma fu proprio il Signore a mostrarci come pote-
vamo restare uniti, indipendentemente dalle nostre
nazionalità».
La prima condanna dura dal 1947 al 1956. Do-
po il campo di concentramento, per Pavlo sembra
aprirsi la prospettiva di una vita nuova. Può tor-
nare a casa, e all’età di trent’anni riceve finalmente
la consacrazione sacerdotale dalle mani del vescovo
martire Mykola Cernec’kyj. Ma gli agenti del Kgb
sono di nuovo in agguato, e la missione del novel-
lo sacerdote si trasforma in una estenuante partita
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

a scacchi. «Spesso ero costretto a scappare, passavo


le notti nei boschi, nei campi dei contadini, oppu-
re nelle loro stalle. A causa della costante pressione
del Kgb non avevo un posto fisso dove alloggiare e
neppure il tempo di riposarmi, ma nonostante tut-
to continuavo a portare la parola di Cristo a molti
fedeli della Chiesa greco-cattolica ucraina».
All’inizio del 1959 però c’è il nuovo arresto, e la
nuova condanna: cinque anni. «Dopo due settima-
ne vennero a trovarmi i rappresentanti del governo
e del Kgb. Se fossi passato alla Chiesa ortodossa, mi
dissero, sarei stato libero. Senza esitazione scelsi di
passare cinque anni in prigione». In carcere Pavlo
incontra il metropolita Josyf Slipyj, anche lui pri-
gioniero, che diventa per i numerosi sacerdoti ar-
restati una fonte primaria di formazione pastorale
e teologica.
Il rilascio avviene nel 1964, ma la persecuzione
non finisce. A Pavlo è vietato abitare nell’Ucraina
occidentale. In pratica è l’esilio, ma il sacerdote non
si arrende e continua a frequentare da clandestino
la zona proibita, svolgendo nello stesso tempo l’at-
tività pastorale nell’Ucraina orientale e anche in
Crimea.
Dieci anni dopo la seconda prigionia, arriva la
consacrazione episcopale dalle mani di monsignor
Josafat Fedoryk, «vescovo della Chiesa delle cata-
combe», anch’egli ex detenuto nei campi di concen-
tramento sovietici. E per Pavlo Vasylyk incomincia
una nuova persecuzione. Il Kgb infatti si rifà vivo
con continue chiamate e minacce.
Per tutta risposta il nuovo vescovo allarga il suo
raggio d’azione. Anziché rinunciare alla missione
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

che gli è stata affidata, viaggia per tutta l’Ucraina


e anche oltre i confini, fino a Mosca, a San Pietro-
burgo, nei Paesi baltici. Ovunque, anche nei più
piccoli villaggi, fonda comunità ecclesiali. Spesso
gli agenti del Kgb gli confiscano libri e paramenti
liturgici, ma il vescovo risponde: «Se mi togliere-
te i miei paramenti la gente me ne comprerà altri.
Non ci date le chiese, ma noi ne abbiamo centinaia,
perché le case delle famiglie cristiane ormai da anni
sono diventate per noi le chiese in cui svolgiamo le
celebrazioni».
Poco a poco, mentre il regime sovietico mostra
sempre più chiaramente i segni del collasso immi-
nente, la Chiesa greco-cattolica torna alla luce del
sole, e finalmente all’inizio degli anni Novanta, non
senza altri ostacoli e contrasti, viene legalizzata. Nel
1993 Pavlo Vasylyk, con la benedizione del papa, è
nominato vescovo della nuova eparchia di Kolomya-
Chernivtsi. Il resto è storia recentissima. «Nel 2000
abbiamo incominciato la costruzione della chiesa
cattedrale della Trasfigurazione di Nostro Signore
Gesù Cristo nella città di Kolomya e speriamo di
poterla consacrare presto».
L’esperienza di monsignor Vasylyk è tale che
quattro anni fa il rettore di un ateneo americano
gli ha conferito una laurea honoris causa in scienze
umanitarie. Oggi, a settantotto anni, dice: «Con-
tinuo a svolgere il mio ministero episcopale nella
vigna del Signore per il bene della nostra Chiesa.
Per tutto questo lodo il Signore e ringrazio profon-
damente sua santità Giovanni Paolo II».
E se la vicenda umana e spirituale di Vasylyk su-
scita sgomento, ancora più orribile, per la brutalità
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

della persecuzione, appare quella di monsignor Ter-


tulian Ioan Langa, dell’eparchia rumena di Cluj-
Gherla, che si presenta così ai giornalisti nella sala
stampa vaticana: «Della mia vita sono ben ottan-
tadue gli anni che non ho più. E di questi, sedici
regalati alle prigioni comuniste».
La vicenda narrata da Langa è un elenco di abu-
si di inaudita ferocia, tanto che si stenta a credere
che un essere umano abbia potuto non solo uscirne
vivo, ma uscirne con un equilibrio psicofisico in-
tatto e una tale ricchezza interiore. La descrizione
delle sevizie subite durante i vari periodi trascorsi in
carcere o nei campi di concentramento è fatta con
precisione cronistica, come se riguardasse un’altra
persona, ma il sacerdote greco-cattolico fa capire
subito che quel percorso infernale, per lui, fu fin
dall’inizio il risultato di una scelta. All’epoca del
primo arresto, Langa ebbe la possibilità di fuggire
all’estero. Non lo fece. «Capivo che avrei passato
la mia vita, a tempo indeterminato, nelle prigioni
create dal regime comunista, ma ero sereno: seguivo
il percorso della santa Provvidenza».
Man mano che Langa racconta, viene alla luce il
rapporto fra torturato e torturatori. Più il sacerdote
si chiudeva nel silenzio, per non tradire la sua fede
e i suoi amici, più i persecutori si accanivano. Non
riuscendo a capire la natura di quella resistenza, di
quella testimonianza muta, cercavano di distrugge-
re l’uomo che la esprimeva. Alla fine non chiedeva-
no più nulla, «perché non era la risposta ciò che li
interessava, ma l’annichilimento della personalità,
fatto che però tardava ad avverarsi».
Un giorno un inquirente gli mise davanti cin-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

quecento fogli di carta, bianchi. L’ordine, perento-


rio: «Scrivi, bandito. Scrivi tutto ciò che hai vissuto.
Tutto su tua madre, tuo padre, i fratelli, i parenti,
gli amici, i vescovi, i preti, i religiosi, i professori e
tutti gli altri banditi come te». Siccome il prigio-
niero non scrisse nulla, la punizione fu un ulterio-
re passo verso l’inferno. L’aberrante fantasia degli
aguzzini inventa di tutto. Il prigioniero deve veder-
sela fra l’altro con un cane feroce, poi è trasferito
in una cella che è in realtà una tomba, otto metri
sotto terra, in una zona paludosa di Bucarest: «Nelle
stanze di Jilava i poveri uomini facevano l’esperien-
za delle sardine, però non nell’olio, ma nel succo
proprio, di sudori, orine, acque di infiltrazione che
scorrevano senza sosta sulle mura. Lo spazio era
sfruttato nel modo più scientifico: lungo due metri
e largo ventotto centimetri, per una persona stesa
per terra, su un fianco. Alcuni, più anziani, stavano
stesi su tavole di legno, senza lenzuola o coperte.
Stavamo sulla punta delle ossa, per occupare uno
spazio minimo. La mano non poteva appoggiarsi
che sull’anca o sulla spalla del vicino. Non resiste-
vamo così più di mezzora. Poi tutti, a un comando,
ci voltavamo sull’altro fianco. La catasta di corpi
così stipati aveva due livelli. Al di sotto di questi, al
terzo livello, i detenuti giacevano direttamente sul
cemento, coperto dalla miscela viscosa formata da
tutto ciò che usciva dalle latrine».
L’incubo dura, come detto, sedici anni. Ma
quando finisce, attorno a Langa c’è ancora il buio.
«Arrivato poi in quella che credevo essere la libertà,
vidi che in realtà era un nuovo modo di essere della
notte, perché il gelo tra la Chiesa greco-cattolica e
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

la gerarchia della Chiesa sorella non si lasciava scio-


gliere ancora. Le nostre chiese continuavano a esse-
re confiscate, e il gregge diminuiva sempre».
Oggi, più che ottantenne, quali parole può avere
un uomo, un sacerdote, che ha vissuto esperienze
come quelle narrate? «È difficile – risponde monsi-
gnor Langa – credere a ciò che sembra incredibile.
Chi può credere che le leggi della biologia possano
essere superate dalla volontà? E se dovessi racconta-
re i miracoli che ho vissuto? Non sarebbero consi-
derati delle fantasmagorie? Eppure sopporterei più
difficilmente questo che non altri anni di prigione.
Nemmeno Gesù è stato creduto da tutti coloro che
l’hanno visto. Nulla è per caso nella vita. Ogni atti-
mo che il Signore ci concede è gravido della grazia,
impazienza benevola di Dio, e della nostra possibi-
lità di rispondergli o rifiutarlo. Spetta a ciascuno di
noi non ridurre tutto a un semplice racconto duro,
feroce, incredibile. È invece un momento per capire
che la grazia accolta non frena l’uomo, ma lo porta
oltre le sue aspettative e forze. Questa mia testimo-
nianza a che cosa serve a me che racconto, a voi che
l’ascoltate? Aprirà o chiuderà la porta di chi, tramite
voi, la conoscerà? Spero di cuore che apra una fine-
stra di cielo. Perché è di più il cielo sopra di noi che
non la terra sotto i nostri piedi».
Pavlo Vasylyk e Tertulian Ioan Langa interven-
gono nella sala stampa vaticana il 23 marzo 2004,
per la presentazione del volume Fede e martirio. Le
Chiese orientali cattoliche nell’Europa del Novecento.
Il volume, quasi introvabile nelle librerie (anche in
quelle cattoliche), raccoglie gli atti del convegno di
studio tenuto in Vaticano nel 1998 sulle persecu-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

zioni delle Chiese dell’Est. È un libro di straordina-


rio interesse, che fa capire quali e quante persecu-
zioni hanno subito i cattolici di rito orientale sotto
i regimi comunisti. Un pezzo di storia in gran parte
ignorato, ma che tutti, soprattutto noi cristiani, do-
vremmo conoscere.

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7.
La porta accanto

L’uccisione di monsignor Luigi Padovese (Isken-


derun, 3 giugno 2010) dopo quella di don Andrea
Santoro (Trebisonda, 5 febbraio 2006) ha riportato
sotto gli occhi di tutti la situazione dei cristiani in
Turchia.
Ha scritto sant’Agostino: «Il mondo è un viaggio
e chi non viaggia ne conosce solo una pagina». Non
si può essere giornalisti senza essere viaggiatori. Ma
oggi siamo spesso giornalisti da computer. Proprio
per questo ho sentito il bisogno di andare in Tur-
chia, nell’estate 2006, in previsione della visita di
Benedetto XVI. E dal viaggio è poi nato un libro,
La porta accanto, scritto con lo spirito dell’esplora-
tore che cerca di capire. Sono andato in giro con
una lente di ingrandimento osservando il più possi-
bile e mi sono subito scontrato con la molteplicità,
che mi sembra il vero tratto distintivo della Turchia.
Molteplici e diversi sono i pochi cristiani, moltepli-
ce e variegata è la realtà dell’islam turco. Diversifi-
cata è la società, alle prese con la voglia di futuro e il
retaggio di un passato comunque ingombrante. Ci
si rende conto che costruire una figura di turco «ti-
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pico» è un’operazione arbitraria. E questo, in tempi


di visioni culturali e religiose spesso semplificate a
forza, è già una scoperta.
Mi sono lasciato guidare interiormente dalla
figura di san Paolo, questo giudeo romanizzato,
poi cristiano, nato in una società cosmopolita. Un
convertito, che sperimenta su di sé il cambiamento
radicale. Un uomo che va, parte, si confronta con
tutti, diventando anche elemento di turbativa per-
ché mette in discussione fedi e tradizioni. Un uomo
visto da molti come un pericolo e che tuttavia tro-
va il modo di adattarsi. Una lezione attualissima, la
sua, per il cristiano di oggi.
Sono convinto che sia sempre più importante
cercare, senza paura, i luoghi di confine, dove la
realtà può essere vista sotto profili diversi. E la Tur-
chia, a dispetto dell’uniformità imposta, è luogo dai
mille confini, che si sovrappongono e si interseca-
no. Ci si può perdere, ma se si ha un po’ di pazienza
e ci si lascia aiutare diventa un viaggio per esplorare
se stessi. Scoprendo che le differenze sono una ric-
chezza, non un ostacolo, e che ci sono comunque
tratti in comune. Come nella Casa di Maria, a Efe-
so, dove tutti i visitatori, cristiani o musulmani, si
ritrovano nel bisogno di maternità.
Davanti al mistero della ridottissima presenza
cristiana non è obbligatorio dare risposte raziona-
li. Mi sono sorpreso a pensare che ci possa essere
dietro un disegno provvidenziale. Questi cristiani
apparentemente «inutili» ci stanno per caso inse-
gnando qualcosa? Questa loro presenza del tutto di-
sinteressata, non legata a un progetto né missiona-
rio né sociale né tanto meno politico, non sarà forse
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una lezione per cristiani come noi, abituati ormai a


valutare tutto, compreso il nostro ruolo sociale, in
termini politici?
L’altra guida, oltre a san Paolo, è stato Angelo
Giuseppe Roncalli, con il suo desiderio di ascolto,
con la sua umiltà. Scrisse: «Qui il cristianesimo in-
comincia, non finisce». Ebbe l’impressione di essere
andato lì a celebrare il funerale dei cristiani (la stessa
impressione che si può avere oggi) ma avvertì anche
che dietro c’era una lezione da apprendere.
La difficoltà oggettiva del vivere da cristiani in
Turchia porta a una autenticità di testimonianza in
termini di rapporto fra culture e fedi. Si è costretti
a chiarire, prima di tutto a se stessi: chi siamo noi?
Occorre dare testimonianza direi in modo lieve,
senza quella preoccupazione di fortificare il proprio
campo che si sta diffondendo qui, dove tutto ormai
è contrapposizione e polemica. Prima, molto pri-
ma della dimensione politica c’è quella strettamente
umana, c’è l’attenzione all’altro, alla sua situazione
concreta, al suo bisogno concreto. In questo senso
è stato per me rivelatore l’incontro che ho avuto
con due rappresentanti della Caritas turca (nel libro
occupa il capitolo X), quando mi hanno spiegato il
loro impegno ecumenico e interreligioso con una
sola parola: solidarietà.
Chiudere questa porta che è la Turchia vorrebbe
dire, per me cristiano, chiudere anche una porta in-
teriore. Ecco perché il viaggio è diventato un pelle-
grinaggio. Passo dopo passo ha acquistato un valore
spirituale.
Nella terra in cui predicò san Paolo oggi i cristia-
ni sono 105 mila, pari allo 0,1 per cento della po-
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polazione turca (72 milioni di abitanti). Nei primi


anni del Novecento erano circa 2 milioni. Concen-
trati per lo più a Istanbul, Efeso e Smirne, sono per
metà fedeli della Chiesa apostolica armena, guidata
dal patriarca Mesrob II che ha la sua residenza a
Istanbul, dove gli armeni gestiscono trentacinque
luoghi di culto.
Diecimila i siro-ortodossi. Non più di due-tre-
mila i greco-ortodossi sotto la guida del patriarca
Bartolomeo I e che vivono quasi tutti a Istanbul.
Poche centinaia i protestanti.
Quanto ai cattolici, in tutta la Turchia sono 32
mila, suddivisi tra diversi riti: i latini (tra i quali
molti stranieri clandestini, come filippini e africa-
ni) sono 15 mila, gli armeni duemila, i caldei (per
la maggior parte profughi iracheni) 6 mila. In tutto
rappresentano lo 0,04 per cento della popolazione.
Le diocesi cattoliche latine sono sette. Sei i ve-
scovi, quarantotto le parrocchie, sessantotto i sacer-
doti, ottantasei le suore, sette i missionari laici.
La Chiesa cattolica gestisce ventidue centri di
istruzione, quattro ospedali, cinque ambulatori,
cinque case di riposo per anziani, tre centri di rie-
ducazione sociale.
La Turchia è stata definita la «seconda culla» del
cristianesimo dopo la Terra Santa, e lo è davvero.
La nostra storia di cristiani deve moltissimo a
ciò che avvenne qui nei primi secoli dopo Cristo.
Paolo (nato attorno al 5-10 dopo Cristo a Tarso, in
Cilicia, nell’odierna Turchia meridionale, vicino al
confine con la Siria, una città allora cosmopolita),
percorse queste regioni durante i suoi viaggi missio-
nari. Ad Antiochia, dove Paolo si recò con Barnaba
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proprio all’inizio della sua predicazione, i seguaci di


Gesù vennero chiamati per la prima volta «cristia-
ni» (At 11,26).
A Konya (l’antica Iconium) Paolo visse una del-
le sue esperienze più sofferte: la città, si legge negli
Atti degli apostoli, si divise, una parte con i giudei,
un’altra con gli apostoli, ci fu una cospirazione e
Paolo fu costretto a fuggire per evitare la lapidazio-
ne. Oggi a Konya c’è una sola chiesa cattolica in-
titolata proprio a san Paolo, ma senza sacerdote. È
tenuta aperta da un gruppo di volontari arrivati dal
Trentino in segno di riconoscenza perché proprio
da qui, nell’anno 397 dopo Cristo, partirono tre
monaci (Sisinio, Martirio e Alessandro) che evan-
gelizzarono le terre trentine, pagando con la vita la
loro opera di diffusione della parola di Gesù.
Nell’odierna Pamukkale (castello di cotone, no-
me dovuto al fatto che le acque delle sorgenti ter-
mali, ricche di sali di calcio, imbiancano il fianco di
una montagna) il vescovo Papia, attorno all’anno
130, trascrisse tutto ciò che era riuscito a sapere cir-
ca le testimonianze di coloro che conobbero diret-
tamente Gesù. Allora la città si chiamava Gerapoli
(Hierapolis). La testimonianza di Papia occupa un
posto fondamentale in ciò che sappiamo della for-
mazione del Nuovo Testamento. Quel vescovo an-
dava alla ricerca della parola «viva e durevole», non
si accontentava dei racconti scritti.
La Turchia è la terra dei primi concili. I dogmi
fondamentali della fede cristiana, della trinità, del
verbo di Dio incarnato e nato dalla vergine Maria,
sono stati definiti dai concili ecumenici che si sono
svolti qui, a Nicea, Costantinopoli, Efeso, Calce-
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donia, quando i cristiani di Oriente e di Occidente


non erano ancora divisi.
Abbiamo nominato Efeso, che sta vicino a
Smirne. È un altro luogo in cui si è fatta la storia
del cristianesimo. Quando gli apostoli dovettero
lasciare Gerusalemme, Giovanni venne qui con
Maria, che gli era stata affidata da Gesù. Quando
morì, Giovanni fu sepolto qui, e sulla sua tom-
ba fu eretta una basilica che, durante l’impero di
Giustiniano, venne trasferita nel luogo in cui ora
si trovano i resti della chiesa di san Giovanni. Se-
condo i verbali del Concilio di Efeso, che si tenne
nel 431, Maria visse in una casa vicina alla chiesa,
poi si trasferì in un’altra casa, posta su una colli-
na vicina, detta «dell’usignolo» e vi restò, secondo
la tradizione, fino all’età di sessantaquattro anni,
quando fu assunta in cielo. L’ubicazione di questa
seconda casa fu dimenticata, ma più di due secoli
fa una veggente tedesca, Anna Katerina Emmerik,
incapace di camminare, ebbe una visione mistica e
indicò il luogo in cui la Vergine avrebbe trascorso
gli ultimi anni di vita. Vennero fatti degli scavi e
le indicazioni della veggente trovarono conferma
(e qui sono stati a pregare tre papi: Paolo VI nel
1967, Giovanni Paolo II nel 1979 e Benedetto
XVI nel 2006).
Ma Efeso è, come detto, anche il luogo del terzo
concilio ecumenico, dove fu riconosciuto ufficial-
mente a Maria il titolo di theototkos, madre di Dio,
a lei già tributato dal popolo cristiano ma contestato
allora dagli ambienti che facevano capo a Nestorio,
il quale enfatizzava la natura umana di Dio a spese
di quella divina.
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A Efeso Paolo predicò, anche qui rischiando la


sua incolumità, perché contestò il culto della dea
madre Artemide, che garantiva ottimi affari agli
argentieri (la sommossa degli artigiani è narrata in
At 19,23-41). Fu salvato dall’intervento del cancel-
liere, che riuscì a sciogliere il tumulto e così Paolo
poté fuggire.
E come dimenticare la Cappadocia, la terra di
padri della Chiesa come Basilio, come il suo ami-
co Gregorio di Nazianzo, come Gregorio di Nissa,
fratello di Basilio? In questi luoghi caratterizzati da
un paesaggio lunare, dove i cristiani per secoli han-
no vissuto in abitazioni e chiese scavate nella roccia
vulcanica, la Chiesa ha conosciuto un’elaborazione
teologica ricchissima e fondamentale.
Bastano questi pochi cenni per capire che per un
cristiano andare in Turchia vuol dire tornare a casa
ma nello stesso tempo faticare moltissimo a ricono-
scere questa casa.
Perché il gregge è diventato così piccolo?
La storia dà alcune risposte. Una è la persecuzio-
ne feroce degli armeni, che soprattutto nel periodo
1915-1918, ma anche prima e dopo, furono massa-
crati a centinaia di migliaia. Nel 1890, nei territo-
ri dell’allora impero ottomano, vivevano circa due
milioni e mezzo di armeni. Un primo massacro si
ebbe tra il 1894 e il 1896, quando nel corso di cam-
pagne ispirate dal sultano Abdul Hamid II furono
uccise decine di migliaia di persone perché gli otto-
mani imputavano agli armeni uno spirito secessio-
nista fomentato dai russi, desiderosi di indebolire
il vicino impero. Caduto l’impero, il governo dei
Giovani turchi, a partire dal 1915-1918, lanciò una
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campagna che portò alla deportazione e al massacro


di circa un milione di armeni.
Un’altra risposta sta nell’imponente scambio di
popolazioni avvenuto alla caduta dell’impero otto-
mano, quando Turchia e Grecia, terminata la guerra,
decisero, nel 1923, un esodo forzato dai due stati,
così che quasi un milione e mezzo di greci cristiani
ortodossi lasciò la Turchia e circa 460 mila musul-
mani turchi se ne andarono dalla Grecia per tornare
nelle nazioni di origine.
Una terza risposta, la più semplicistica e inesatta,
dice: colpa dell’islam. Non è così. Sotto l’impero
ottomano i cristiani erano il 30 per cento. Anche lì
c’era l’islam.
C’è una quarta risposta da prendere in conside-
razione. Riguarda il particolare tipo di laicità intro-
dotto da Mustafà Kemal Ataturk quando, nel 1923,
fondò la repubblica turca sulle ceneri dell’impero
ottomano. La Turchia moderna nacque allora, e
nacque laica-massonica-militare, a opera di una
delle grandi figure autoritarie del Novecento. Ata-
turk, come Mussolini, voleva educare il suo popo-
lo e portarlo verso la modernità. Provava fastidio
verso le religioni, compreso l’islam, che considerava
un retaggio del passato. Il suo era un progetto na-
zionalistico. La laicità turca infatti non è mai stata
concepita alla maniera liberale europea, come sepa-
razione di ruoli e di competenze tra Stato e Chiesa.
In Turchia il motto cavouriano «libera Chiesa in li-
bero Stato» non ha mai trovato applicazione. Al suo
posto c’è il totale controllo della religione da parte
dello Stato. Un controllo svolto dalla Diyanet, la
presidenza per gli affari religiosi, organismo statale
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previsto dalla Costituzione (art. 136) che ammini-


stra sotto tutti gli aspetti il culto islamico (fra l’altro
finanziando le 75 mila moschee che si trovano in
Turchia, dove lavorano 100 mila funzionari stata-
li). Poiché il controllo ha come obiettivo dichiarato
quello di mantenere la stabilità e l’unità nazionale,
la laicità «alla turca» è al servizio dell’identità turca,
un’identità di cui la religione islamica è componen-
te fondamentale.
Tutte le confessioni religiose diverse dall’islam
vengono viste come corpi estranei alla tradizione,
alla storia e alla cultura della Turchia. Così l’ele-
mento religioso si salda al nazionalismo, come si
vede bene nelle scuole, dove, secondo l’Unione eu-
ropea, è attuato un vero e proprio indottrinamento
nazionalistico di massa.
In questo quadro va inserita anche la questione
del famigerato articolo 301 del codice penale, quel-
lo che condanna come reato le offese «alla naziona-
lità e all’identità turche» e che è stato applicato di
recente contro scrittori famosi, «colpevoli» di aver
espresso opinioni non allineate su islam o genoci-
dio armeno (è il caso del premio Nobel Oran Pa-
muk e del giornalista armeno Hrant Dink, ucciso
nel gennaio 2007). Di questo articolo hanno fatto
le spese in molti casi cristiani ritenuti colpevoli di
aver denigrato la nazionalità turca, di aver incitato
all’odio contro l’islam e di aver tentato di fare del
proselitismo.
Altro nodo è rappresentato dalla questione del
mancato riconoscimento giuridico. Sulla carta non
c’è discriminazione religiosa, ma nei fatti le mino-
ranze non hanno tutela. In base al Trattato di Losan-
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na del 24 luglio 1923, lo Stato considerava «religio-


ni ammesse» solo tre comunità: la greco-ortodossa,
l’armena e l’ebraica, però con forti limitazioni per
quanto riguarda proprietà, costruzione di luoghi di
culto ed educazione. Tutte le altre confessioni reli-
giose, compresa la Chiesa cattolica, non hanno al-
cun riconoscimento giuridico. Quindi, di fatto, per
la legge la Chiesa cattolica in Turchia non esiste.
Per il governo un vescovo cattolico è un semplice
cittadino (e lo stesso patriarca di Costantinopoli,
Bartolomeo I, non è riconosciuto come tale).
Tutte le strutture (chiese, conventi, scuole, ospe-
dali) sono registrate con il nome di privati o come
fondazioni private. Così, in caso di morte dei pri-
vati o di estinzione delle fondazioni, in assenza di
successori gli immobili sono confiscati dallo Stato.
I cattolici poi non hanno seminari, ma non li
hanno nemmeno gli ortodossi. La scuola teologi-
ca del patriarcato ecumenico, sull’isola di Halki, è
stata chiusa nel 1971 e mai più riaperta. Un proble-
ma, quello del seminario, che il governo di Atene
ha posto come questione primaria in vista dell’av-
vicinamento della Turchia all’Europa sostenendo
che la chiusura arbitraria della scuola è avvenuta in
violazione di tutti i trattati internazionali in materia
di diritti fondamentali e libertà religiosa.
Nella vita quotidiana la condizione delle mino-
ranze religiose è resa difficile in mille modi. Basti
pensare che una norma richiede a ogni persona di
dichiarare sulla carta d’identità il credo religioso
scegliendo fra tre possibilità: musulmano, cristiano,
ebreo. A parte il fatto che non sono considerate altre
varianti, questa è una schedatura che serve a iden-
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tificare chi non è musulmano. Secondo una norma


recente, il cittadino può chiedere che l’appartenen-
za religiosa non sia indicata, ma non sempre la ri-
chiesta è accolta, e poi il fatto stesso di chiedere la
cancellazione o il cambiamento di religione diventa
motivo di nuova discriminazione.
Per tutte queste ragioni il cristianesimo in Tur-
chia ha l’aspetto di una fede sotterranea, che c’è e
non c’è. Non a caso, fra i tanti tipi di cristiani pre-
senti, ci sono anche i cristiani criptici, ovvero na-
scosti. Ne ha parlato una volta il patriarca armeno
raccontando la storia di una nonna, apparentemen-
te musulmana, che sul letto di morte tirò fuori una
Bibbia in armeno e chiese un prete. «Questo è il
vero libro – disse – non il Corano». Non sapeva leg-
gere l’armeno, ma sul punto di morire volle svelare
la sua vera fede.
In Turchia incomincia l’Asia, il continente del-
la complessità, dove ai nostri occhi tutto appare
troppo confuso. Allora non resta che visitare questa
complessità, pensando che questo mondo cristiano
potrebbe non appartenere solo al passato ma anche
al nostro futuro. Diceva don Santoro che l’unica
superiorità che ci è concessa nell’affrontare questo
mondo è la superiorità dell’amore.
La Chiesa cattolica e quella ortodossa si separa-
rono ufficialmente con lo scisma del 1054, quando
il papa Leone IX e il patriarca Michele Cerulario
si scomunicarono a vicenda. Ma lo scisma fu in
realtà il risultato di un processo molto lungo, un
progressivo allontanamento delle due Chiese, che si
divisero per motivi dottrinali e teologici ma anche
culturali, politici, economici e geografici.
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Il patriarcato ecumenico di Costantinopoli è il


centro ecclesiastico principale della Chiesa ortodos-
sa perché secondo la tradizione risale ad Andrea,
l’apostolo «primo chiamato», che qui fondò la co-
munità cristiana nel 36 dopo Cristo.
Quella del patriarca di Costantinopoli è consi-
derata nel mondo ortodosso la prima cattedra delle
Chiese cristiane ortodosse, ma è un primato onori-
fico, non paragonabile a quello del papa sulla Chie-
sa cattolica, perché le Chiese ortodosse, in quanto
autocefale (cioè ognuna autonoma e indipenden-
te nel proprio ambito nazionale) non riconoscono
un’autorità giuridica superiore.
Il patriarca ecumenico governa oggi su poche
migliaia di fedeli greco-ortodossi in Turchia, men-
tre sono circa 300 mila i fedeli della diaspora (so-
prattutto negli Stati Uniti).
Il titolo «ecumenico», cioè universale, è visto con
grande sospetto dalle autorità turche, perché temo-
no che il patriarcato possa trasformarsi in una sorta
di «Vaticano degli ortodossi». Per questo non rico-
noscono tale titolo al patriarca, considerandolo solo
il capo della comunità greco-ortodossa del quartiere
di Istanbul, il Fanar, in cui c’è la sede patriarcale.
Bartolomeo I, l’attuale patriarca, è un uomo da
sempre impegnato nel dialogo tra Chiesa d‘Oriente
e d’Occidente. Amico personale di Giovanni Paolo
II, è stato più volte in visita a Roma (dove ha anche
studiato). Molto attento alla questione ecologica,
ha organizzato numerose iniziative a difesa dell’am-
biente. Nato nel 1940 nell’isola di Imbros, poco
lontano da Istanbul, è cittadino turco appartenente
alla minoranza greca, che contava lì circa ottomila
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persone ma oggi a causa dell’emigrazione (che ha


costretto alla partenza anche due fratelli e una sorel-
la del patriarca) non sono più di trecento.
L’islam diffuso oggi in Turchia è l’islam sunnita
di rito hanafita, la scuola di diritto considerata più
liberale. Ma la sua caratteristica peculiare è il fatto
di essere impregnato di nazionalismo turco. Secon-
do il ministero dell’educazione nazionale, lo scopo
dell’istruzione religiosa nelle scuole è «insegnare
agli alunni, conformemente al principio ataturkista
di laicità, le conoscenze elementari della religione
e della moralità per consolidare dal punto di vista
religioso e morale l’unità e la coesione nazionale».
È un islam gestito, controllato, diretto e finanzia-
to dallo Stato. Da alcuni anni su questo sfondo
nazionalistico-religioso si sono inseriti con sempre
maggiore forza gli esponenti islamisti, i conservato-
ri, che non hanno mai accettato le riforme repub-
blicane, i codici (civile, penale e commerciale) ela-
borati sull’esempio di quelli occidentali e introdotti
al posto del diritto islamico fondato sulla shari’a,
l’introduzione della lingua turca nel culto, il calen-
dario gregoriano, l’alfabeto latino. L’opposizione
islamista si è fatta di recente più dura e scoperta. A
suo favore gioca il massiccio trasferimento di per-
sone dalle campagne alle città in cerca di lavoro.
È nelle periferie che l’islamismo attecchisce di più,
specie tra i giovani. È un islam parallelo che trova
espressione in alcune confraternite e anche in par-
titi politici.
Una presenza cospicua è poi quella degli aleviti,
una corrente dell’islam fondata tra il VII e il XIII
secolo che mette al centro l’ascesi, la meditazione
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personale, l’amore e l’altruismo e che vede in ogni


persona un’immagine di Dio. Caratteristiche degli
aleviti sono la parità fra uomo e donna (queste ulti-
me non portano il velo), lo studio critico del Cora-
no, il rifiuto della shari’a, l’importanza attribuita al
sapere e alla ragione e un modo di concepire la pra-
tica religiosa che non prevede né le cinque preghiere
quotidiane, né il digiuno nel mese di ramadan, né
il pellegrinaggio alla Mecca. Gli aleviti non hanno
nemmeno moschee e si incontrano in semplici sale,
senza separazione tra uomini e donne e senza il rito
della preghiera del venerdì. Per tutti questi moti-
vi gli aleviti sono considerati nemici dell’identità
turca, anche se rappresentano circa il 20 per cento
della popolazione, e quindi non godono di alcun
diritto.
La visita del papa in Turchia (28 novembre-1 di-
cembre 2006) è nata da un invito di Bartolomeo I
in occasione della festa di sant’Andrea (30 novem-
bre), patrono del patriarcato ecumenico. Senza un
parallelo invito del governo, però, la visita non sa-
rebbe stata possibile. Ankara ha nicchiato a lungo
in questo senso, poi ha rotto gli indugi, quasi co-
me atto riparatore, dopo l’uccisione di don Andrea
Santoro.
Il papa, arrivato ad Ankara, è stato poi a Efeso e
Istanbul. Tre i grandi temi al centro del viaggio: il
dialogo ecumenico con la Chiesa ortodossa, il rap-
porto della Chiesa cattolica con il mondo islamico
(reso particolarmente delicato dopo il discorso del
papa a Ratisbona) e la questione dell’avvicinamento
della Turchia all’Europa.
Sul fronte ecumenico la visita, pur senza portare
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

a grandi novità, ha confermato il cammino convin-


to della Chiesa cattolica e del patriarcato di Costan-
tinopoli alla ricerca dell’unità. In questo senso è
importante la dichiarazione comune sottoscritta da
Benedetto e Bartolomeo. Non solo viene rimessa in
moto la commissione mista per il dialogo teologico,
ferma da sei anni, ma si dice che cattolici e orto-
dossi hanno un compito che li accomuna: evange-
lizzare la società moderna largamente secolarizzata
con «un rinnovato e potente annuncio del Vangelo
adatto alle culture del nostro tempo». Un compito
che va realizzato soprattutto in Europa, dove «cat-
tolici e ortodossi, pur rimanendo aperti alle altre
religioni e al contributo che esse danno alla cultura,
devono unire i loro sforzi per preservare le radici, le
tradizioni e i valori cristiani, per assicurare il rispet-
to della storia, come pure per contribuire alla cul-
tura dell’Europa futura, alla qualità delle relazioni
umane a tutti i livelli». L’unità dei cristiani, dunque,
come strumento per dare forza all’annuncio, in un
mondo in cui «non possiamo ignorare la crescita
della secolarizzazione, del relativismo e perfino del
nichilismo, soprattutto nel mondo occidentale», e
in cui ci sono grandi questioni da risolvere legate
alle guerre, al terrorismo, all’ingiustizia sociale.
Quanto al dialogo fra cattolici e islam, il papa,
pur adottando un linguaggio prudente, non ha na-
scosto i due aspetti fondamentali: il problema della
libertà religiosa e quello del rapporto fra religione e
violenza. Qualche commentatore ha parlato di un
cambio di registro da parte del pontefice rispetto
alla lezione di Ratisbona, ma se si leggono bene le
sue parole si vede piuttosto una continuità. La lectio
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magistralis di Ratisbona, con la condanna dell’uso


della religione per scopi violenti e la sottolineatura
del rapporto inscindibile tra fede cristiana e ragio-
ne, ha fatto da cornice teoretica ai discorsi del papa
in Turchia. Ad Ankara, nel primo giorno della vi-
sita, rivolto fra gli altri al responsabile degli affari
religiosi Alì Bardakoglu (che era stato molto critico
nei confronti della lezione tenuta dal papa a Rati-
sbona), Benedetto XVI ha detto testualmente: «È
compito delle autorità civili in ogni paese democra-
tico garantire la libertà effettiva di tutti i credenti e
permettere loro di organizzare liberamente la vita
della propria comunità religiosa. Ciò implica che
le religioni per parte loro non cerchino di esercita-
re direttamente un potere politico, poiché a questo
non sono chiamate e, in particolare, che rinuncino
assolutamente a giustificare il ricorso alla violenza
come espressione legittima della pratica religiosa».
E ancora: «La libertà di religione, garantita istitu-
zionalmente ed effettivamente rispettata, sia per gli
individui come per le comunità, costituisce per tut-
ti i credenti la condizione necessaria per il loro leale
contributo all’edificazione della società».
È un punto, questo, sul quale il papa è tornato
con decisione anche il 19 gennaio 2006 quando,
ricevendo in Vaticano il nuovo ambasciatore tur-
co presso la Santa Sede, ha condannato la violenza
«troppo spesso usata in passato con il pretesto di
motivazioni religiose» e ha chiesto uno statuto giu-
ridico che consenta alla Chiesa cattolica di dialoga-
re a pieno titolo con le autorità turche. E quanto
il tema della libertà religiosa sia di fondamentale
importanza nella Turchia di oggi è stato dimostrato
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

drammaticamente proprio lo stesso giorno, 19 gen-


naio: due ore dopo l’incontro fra il papa e il nuovo
ambasciatore, a Istanbul è stato ucciso (con modali-
tà sinistramente simili a quelle dell’assassinio di don
Andrea Santoro) il giornalista armeno Hrant Dink
(che in un’intervista concessa nel dicembre 2006
al settimanale «Tempi» aveva detto: «Quella turca
è un’identità recente, fondata su una storia e una
cultura nuove. In questa storia il posto dell’armeno
è quello del cattivo. Se voi contraddite questa nar-
razione, mettete in crisi l’identità […] il principale
timore è la demolizione dell’identità turca […] bi-
sogna insegnare ai turchi la verità»).
Quanto al problema della Turchia in Europa,
nel corso del suo viaggio il papa non si è espres-
so ufficialmente. Secondo il primo ministro turco
Erdogan, il papa avrebbe detto (durante l’incontro
all’aeroporto di Ankara): «Noi non facciamo politi-
ca, ma ci auguriamo che la Turchia entri nell’Ue».
A questo proposito padre Federico Lombardi, diret-
tore della sala stampa della Santa Sede, ha precisato:
«La Santa Sede non ha il potere né lo specifico com-
pito politico di intervenire sul punto preciso riguar-
dante l’ingresso della Turchia nell’Unione europea.
Non le compete. Tuttavia vede positivamente e in-
coraggia il cammino di dialogo e di avvicinamento
e inserimento in Europa sulla base di valori e prin-
cipi comuni». Credo sia importante notare che in
questo comunicato ufficiale si parla di «inserimento
in Europa», non nell’Unione europea, e si fa riferi-
mento a «valori e principi comuni» che in ogni caso
devono fare da «base» a tale inserimento.
Fondamentale, per far capire il punto di vista del
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

papa, è quanto l’allora cardinale Joseph Ratzinger


disse in un’intervista al «Figaro magazine» (13 apri-
le 2004): «L’Europa è un continente culturale e non
geografico. È la sua cultura che le dona una identità
comune. Le radici che hanno formato e permesso
la formazione di questo continente sono quelle del
cristianesimo […]. In questo senso la Turchia ha
sempre rappresentato nel corso della storia un altro
continente, in permanente contrasto con l’Euro-
pa […]. Sarebbe un errore identificare i due con-
tinenti. Significherebbe una perdita di ricchezza,
la scomparsa della cultura in favore di benefici in
campo economico».
La Turchia, sosteneva Ratzinger nell’intervista,
potrebbe invece dar vita a un «continente culturale»
con altri paesi vicini, restando in contatto con l’Eu-
ropa attraverso «forme di associazione e di collabo-
razione stretta e amichevole».
Da allora Ratzinger, divenuto papa, ha cambiato
idea? Nulla lo fa pensare. Quale sia l’atteggiamento
della Santa Sede lo fa capire in un’intervista (a «La
documentation catholique» del 7 gennaio 2007) il
segretario di Stato vaticano, cardinale Tarcisio Ber-
tone, quando dice che «senza la Turchia l’Europa
non beneficerebbe più di quel ponte fra l’Oriente e
l’Occidente che la Turchia è sempre stata nel corso
della storia […]. È interesse dell’Europa aiutarla a
essere una vera democrazia per consolidare sempre
più un sistema di valori. Lasciare la Turchia fuori
dall’Europa rischia inoltre di favorire il fondamen-
talismo islamista all’interno del paese».
Si può parlare quindi di attenzione culturale nei
confronti della Turchia senza però per questo an-
245
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

nullare le differenze, di cui occorre essere consape-


voli. Sarebbe un errore grave, dice il papa, pensare
di azzerare le differenze, o di metterle tra parentesi,
in virtù di un calcolo economico. Il papa in questo
modo non si mette contro il dialogo, ma si schiera a
favore di un dialogo in cui si sa chi sono gli interlo-
cutori e quali sono i valori in gioco. Come dialogare
se non si riconoscono le differenze?
«È incredibile come si possano allacciare rapporti
di comunione anche in questo mondo. Non possia-
mo accontentarci di vivere semplicemente uno ac-
canto all’altro tollerandoci». Disse così don Andrea
Santoro al mio amico Claudio Monge, domenicano
che vive a Istanbul, l’ultima volta che si videro.
Mi sono chiesto: perché un prete della diocesi di
Roma lascia la sua città, il suo ambiente, per venire
qui, ai confini del mondo cristiano, in una trincea
insicura? Gusto della sfida? Fascino dell’esotico?
Secondo Claudio Monge nella scelta di don An-
drea c’è un insegnamento che ci riguarda: «Aveva
capito che oggi si è in terra straniera sempre, in una
cittadina sperduta della Turchia come nella periferia
di Roma, ogni volta che si decide di giocare la car-
ta dell’incontro, del dialogo, per aprire una finestra
sulle posizioni, sul credo e sui valori spesso diversi
di chi ci sta accanto. Il problema non è tanto l’ap-
partenere a una minoranza cristiana in terra musul-
mana. Oggi è rischioso essere minoranza in qualsiasi
situazione e in qualsiasi angolo del mondo, perché
c’è una difficoltà preoccupante e crescente ad acco-
gliere la diversità».
Di fronte a troppa gente che, dice Claudio,
«pensa di sopperire al vuoto di valori e all’identità
246
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

perduta urlando un’identità in negativo, come con-


trapposizione al diverso», don Andrea è il profeta
disarmato che si misura con tutti perché in tutti ve-
de un fratello. Non a caso quando tornava a Roma,
dicono i suoi amici, invitava a testimoniare la pro-
pria fede piuttosto che criticare quella degli altri.
A Urfa (vicino ad Harran, la città da cui Abramo
partì dopo la chiamata di Dio), dove don Andrea
visse prima di trasferirsi a Trebisonda, visitava le co-
munità cristiane non cattoliche perché, diceva, «bi-
sogna onorare il carisma dell’altro». A Trebisonda
accoglieva anche gli ortodossi, e andava in giro a
pregare per le prostitute georgiane e russe. Diceva
che tra loro, ortodosse, e i lavoratori portuali turchi,
musulmani, poteva esserci un dialogo interreligio-
so. Metteva in pratica la «liturgia della porta»: ac-
cogliere chi viene, andare incontro a chi non viene.
Diceva che in quella terra voleva solo «prestare la
propria carne a Cristo». Non parlava di missione
ma di presenza. È la stessa distinzione che fa Clau-
dio Monge quando dice che la parola missione im-
plica già un’idea di imperium della quale ci si deve
sbarazzare.
Don Andrea definiva la Turchia «la grande terra
santa dove Dio ha deciso di comunicarsi in manie-
ra speciale all’uomo». Vide in questa terra non un
pericolo ma «una luce che Dio vi ha immesso da
sempre», una luce in grado di illuminare anche il
nostro mondo occidentale.
Ho letto parole sue che mi hanno ricordato mol-
to quelle di Angelo Giuseppe Roncalli. Anche lui,
come il futuro papa, trovava difficile il turco, ma di-
ceva che essere ultimi della classe lo aiutava a vivere
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

l’umiltà. La difficoltà della lingua come «esperienza


di povertà», ma anche come occasione per andare
all’essenziale, cogliendo così la novità del Vangelo.
E anche in questo un senso di gratitudine, perché
«la diversità degli uditori, quasi tutti ex musulmani,
mi costringe ad andare al cuore dell’annuncio e me
ne mostra insospettabili ricchezze».
Una volta, congedandosi dagli amici, disse: «Si
diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria
carne. Il male del mondo va portato e il dolore va
condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in
fondo come ha fatto Gesù».

248
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8.
Da che pulpito viene la predica

Mi sembra strano rivolgermi a una platea di sa-


cerdoti per dire come dev’essere l’omelia. Dovreste
essere voi a dirlo a me. Ma visto che me l’avete chie-
sto, cercherò di fornire qualche spunto che possa
esservi utile. I preti e i giornalisti sono un po’ pa-
renti, nel senso che operano con lo stesso strumen-
to, la parola. Come il prete, anche il giornalista è
chiamato a comunicare rivolgendosi a un pubblico
molto vasto ed eterogeneo: giovani e vecchi, istrui-
ti e incolti, informati e meno informati. E come
il giornalista, il prete ha un’esigenza fondamentale:
trovare una lunghezza d’onda che raggiunga tutti,
nessuno escluso. Nei giornali una volta ti dicevano:
il tuo articolo deve essere capito dal lattaio come
dal docente universitario, senza scontentare nessu-
no dei due. Io non posso parlare solo al colto o solo
all’incolto. Il mio uditorio è totale.
Abbiamo quindi un primo dovere comune: esse-
re chiari senza diventare banali.
Devo raggiungere la semplicità. Che non è mai
appiattimento, non è mai un gioco al ribasso. Nien-
te è più complesso da raggiungere della semplicità!
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

La semplicità è una complessità che il comunicatore


è riuscito a lavorare.
Si tratta di adottare alcune tecniche, ma soprat-
tutto ci vuole un ingrediente: il rispetto nei con-
fronti di chi mi ascolta o mi legge. Anzi, per essere
ancora più precisi, ci vuole l’amore.
Proprio così: io devo volere bene a chi mi legge
o mi ascolta. Devo volere il suo bene. Solo così tro-
verò il modo di raggiungerlo. Quindi, prima che
questione tecnica, la semplicità è questione morale.
E d’altra parte tutta la comunicazione è essenzial-
mente questione morale. In gioco ci sono il bene e
il male.
Chi fa informazione, letteralmente, dà forma.
Dà forma a chi legge e a chi ascolta, ma anche a se
stesso. Ecco perché la questione è morale. In gioco
c’è la forma che vogliamo dare a noi stessi. In gioco
c’è dunque una responsabilità.
Ora, io credo che noi cristiani, quando siamo
chiamati a comunicare la fede, siamo molto fortu-
nati. Perché abbiamo le Sacre Scritture e soprattut-
to abbiamo il Vangelo, la buona notizia (ecco che
torna il linguaggio giornalistico), una notizia alla
quale possiamo e dobbiamo agganciarci. In fondo,
abbiamo ben poco da inventare. Nel Vangelo c’è
tutto ciò che ci occorre: è un vero tesoro, al quale
attingere sempre con fiducia, perché è un tesoro a
nostra disposizione, è lì proprio per noi e chiede
solo di essere conosciuto e vissuto. Non abbiamo
bisogno di andare alla ricerca di chissà quali inter-
pretazioni contenute in chissà quali manuali. Ab-
biamo il nostro tesoro, da scoprire e riscoprire in
continuazione, perché è sempre nuovo, è sempre
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

fresco. Questa è la prima esigenza che avverto: una


predicazione saldamente agganciata alle Scritture.
Le quali Scritture però sono differenziate. Un
conto, per dire, è l’Apocalisse di Giovanni, un con-
to è il racconto di un episodio della vita di Gesù, un
conto è una parabola, un conto sono, per esempio,
le famose beatitudini.
L’Apocalisse è un testo suggestivo ma anche diffi-
cile, che fa nascere mille domande. Che cosa vuole
dirci l’autore? Perché usa tutti quei simboli? Che
cosa c’è dietro ognuno di loro? Che cosa aveva in
mente l’autore mentre scriveva? Vedete quante do-
mande, che hanno bisogno di risposta.
Se invece si tratta di un episodio della vita di
Gesù le domande sono meno complicate, e se poi
parliamo delle Beatitudini, allora possiamo dire che
forse può bastare la lettura, senza troppi commenti,
perché è una lettura talmente bella e piena!
Letture diverse, contesti diversi, situazioni di-
verse richiedono da parte del sacerdote una grande
flessibilità.
E qui riprendo la similitudine con il giornalista,
perché anch’io mi misuro ogni giorno con situazio-
ni diverse, con realtà diverse che attendono di essere
comunicate in modo diverso. Ci sono certe notizie
che parlano da sole. Come le Beatitudini, non han-
no bisogno di commento o ne basta pochissimo,
perché troppi commenti rischiano solo di rovinare
la parola che lì è annunciata.
Ci sono altre letture che invece hanno bisogno
di essere sviscerate con grande attenzione, perfino
in modo didascalico.
Ecco, la seconda necessità che avverto è questa
251
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

flessibilità. Il sacerdote deve farmi entrare nelle


Scritture, nella parola di Dio, modulando la sua
presenza a seconda dei testi e dei contesti. In certi
casi il predicatore dovrà comportarsi come un mae-
stro davanti agli alunni, in altri casi dovrà farsi quasi
da parte (come succede con le poesie più belle) la-
sciando che sia la Scrittura stessa a entrare nel cuore
degli ascoltatori.
Il che presuppone che la Scrittura in questione
sia stata letta bene, e questa è un’altra esigenza fon-
damentale e, direi, primaria, perché si parla sempre
del commento, ma prima di tutto viene la lettura, e
se il modo di leggere non è adeguato il processo di
comunicazione è già compromesso all’origine.
Come terza esigenza, vorrei sottolineare l’umiltà
del comunicatore. Come il giornalista, il predicato-
re si metta nei panni di chi ascolta. Bisogna entrare
nei mondi di chi ascolta. C’è il mondo dell’operaio,
quello dello studente, quello della casalinga, quello
del pensionato. Io devo avere l’umiltà di mettermi
nei panni di tutti loro. Quindi mai mettere se stessi
in primo piano, ma essere autentici mediatori. La
parola chiave è servizio. Mettersi al sevizio degli al-
tri, accompagnarli per mano dentro la notizia.
È proprio questa umiltà-servizio, questa umil-
tà che si fa servizio, a determinare l’efficacia della
comunicazione. E qui arrivo alla quarta esigenza:
quella della passione. Occorre che il predicatore co-
munichi la sua passione per ciò che sta leggendo,
raccontando e spiegando. Mentre parlo, devo far
trasparire la mia passione per la parola di Dio e la
mia passione per ciascuno di coloro ai quali mi sto
rivolgendo. Passione in senso letterale: patisco con
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

voi, condivido le vostre attese, le vostre speranze, le


vostre paure, i vostri dubbi. Non vivo in un mondo
tutto mio, dal quale lascio cadere graziosamente la
Parola come un’elargizione. No, il mio sia un coin-
volgimento.
Allora l’omelia non è una lezione ma un atto di
condivisione. D’altra parte lo dice la parola stessa:
omilèo, come sapete bene, in greco vuol dire «con-
versare». C’è questa idea del convergere, per con-
versare non devo parlare a me stesso, devo avere a
cuore l’altro, devo convergere verso di lui.
L’omelia, dal punto di vista tecnico, è in real-
tà una forma di comunicazione univoca, forse
una delle ultime. C’è uno che parla e ci sono degli
ascoltatori che non interagiscono. Nell’era dell’in-
terattività sembra una forma di comunicazione
preistorica. Niente domande, niente possibilità di
comunicazione biunivoca. Però questa forma di co-
municazione ha il vantaggio incomparabile di favo-
rire la riflessione. Sempre che il predicatore, come
detto, sappia mettersi nei panni degli altri, facendo
lui stesso le domande che potrebbero arrivare da-
gli ascoltatori (una tecnica, questa, usata spesso da
Benedetto XVI, che non ha certo dimenticato di
essere stato un professore di teologia).
Ho accennato all’interattività e quindi il discorso
cade su internet. Nell’era del web, anche il compito
del predicatore, come quello del giornalista, sem-
brerebbe semplificato: in fondo, può bastare fare un
giro nei siti giusti ed ecco che ti viene scodellato tut-
to ciò di cui hai bisogno. È vero, però internet una
cosa non la può dare. Non può dare quell’amore di
cui parlavamo prima. Non può dare quella tensione
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

morale che deve essere all’origine di ogni autentica


comunicazione. Non può dare l’umiltà, non può
dare la semplicità come servizio, non può dare la
passione. È uno strumento, un ausilio, e come tale
va utilizzato.
A volte ho l’impressione che l’omelia, come l’in-
tera messa, sia vissuta più come atto burocratico
che come mistero, più come un’incombenza che
come un dono. Tutti noi abbiamo mille impegni e
mille problemi. A volte, parlo da fedele, arrivo alla
messa all’ultimo secondo, senza alcuna preparazio-
ne, direttamente dal trambusto del mondo esterno.
Sarebbe auspicabile comportarsi in modo diverso:
per esempio ritagliarsi uno spazio di compensazio-
ne e di silenzio, prima di accostarsi alla messa. Ma il
predicatore deve essere allora così bravo (o sarebbe
meglio dire così innamorato?) da saper agganciare
anche chi arriva nelle condizioni meno propizie
all’ascolto e alla riflessione. E anche in questo ca-
so ci troviamo a fare un parallelo con il giornalista,
che molto spesso deve agganciare i suoi lettori o
ascoltatori strappandoli dalla lettura o dall’ascolto
distratto.
Come giornalista televisivo so bene quanto sia
importante l’operazione aggancio. Anche perché gli
ascoltatori hanno il telecomando in mano e pos-
sono scappare in ogni momento. A messa non ci
sono telecomandi visibili, ma ci sono quelli invi-
sibili e vengono premuti lo stesso. Uno, mentre il
predicatore parla, può «cambiare canale» e mettersi
a pensare ai propri affari, un altro può assopirsi (lo
fanno qualche volta anche i cardinali nella basilica
di San Pietro!).
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

La sfida è riuscire a fare comunicazione anche se


spesso manca la comunità. A messa c’è un’assemblea
di fedeli, ma raramente c’è una comunità di perso-
ne veramente unite, persone che si conoscono e si
riconoscono, unite da un’amicizia. Molti arrivano
e se ne vanno senza nemmeno salutare chi gli è ca-
pitato accanto. Spesso il prete, esattamente come il
giornalista, ha davanti a sé una somma di teste e di
cuori. A lui la capacità di trasformare questa somma
in una comunità, o in qualcosa che le assomigli.
E poi c’è il problema del tempo. Anche la soglia
di attenzione è diversa a seconda delle persone. Bas-
sissima nei ragazzi cresciuti a pane e televisione, un
po’ più alta fra le persone istruite, piuttosto bassa
fra gli anziani che tendono a essere insofferenti. Se
tu, predicatore, sei fulmineo, sembri quasi mancare
di rispetto verso la parola di Dio e l’assemblea (e
la gente si chiederà: che cos’ha oggi il don? Forse
un appuntamento? O forse non si sente bene?). Se
sei prolisso puoi facilmente provocare crisi di ri-
getto. Ma qual è il tempo giusto? Qui aiuta molto
l’esperienza, ma in generale vale la vecchia regola:
in medio stat virtus. Non bisogna esagerare né con
la sinteticità né con la prolissità. E in ogni caso ciò
che conta è ancora e sempre la passione del predica-
tore. Un’omelia può magari durare mezz’ora eppure
passare in un battibaleno se appassionata.
Infine l’omelia deve lasciare qualcosa dentro chi
l’ha ascoltata. Non può essere solo un bell’artifi-
cio retorico, un lavoro ben fatto dal punto di vista
estetico. Deve dare qualcosa. Non molto. Basta un
pensiero, una parola, qualcosa che possa accompa-
gnare lungo la settimana e che possa saltar fuori nei
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

momenti più impensati, magari durante la pausa


caffè in ufficio. È come mettere un seme nella terra.
Non si sa quando sboccerà, però è lì. E anche qui
torna il parallelo con il giornalista. Un mio vecchio
capo redattore, all’inizio della mia carriera, mi dice-
va spesso di non preoccuparmi di comunicare tante
cose, perché se dentro un servizio televisivo metto
troppa roba rendo un pessimo servizio all’ascoltato-
re, che alla fine si sentirà come travolto e non con-
serverà nulla di ciò che gli ho detto. Meglio puntare
su pochi concetti ma ben delineati. Anche questa è
umiltà, anche questa è semplicità, anche questo è
amore.

256
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

9.
Moderni o credibili?

Spesso, quando incontro i giovani per parla-


re con loro di temi religiosi, mi sento dire che la
Chiesa dovrebbe essere più «moderna». Aggettivo
ambiguo. Anche perché ho l’impressione che l’idea
di modernità sia oggi alquanto vaga e sfuggente.
Che cosa vuol dire essere moderni? E poi, ammesso
che si possa arrivare a una definizione condivisa di
modernità, la Chiesa deve davvero preoccuparsi di
come essere moderna oppure il suo compito è un
altro?
Gesù, rispetto al suo tempo, era moderno? Sin-
ceramente non saprei come rispondere. Quello che
so è che Gesù parlava a tutti, avvicinava tutti, senza
paura di andare controcorrente e di infrangere con-
venzioni sociali e pregiudizi. A volte veniva capito,
altre volte no. A volte suscitava ammirazione, altre
volte scandalo. Di certo era molto immerso nella
realtà del suo tempo, questo sì, e non c’è mai stato
da parte sua il rifiuto del confronto con le persone
e la cultura che gli stava attorno. Anzi, spesso pren-
deva spunto proprio dalla vita di ogni giorno per
illustrare meglio la verità che voleva annunciare.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Il problema della Chiesa probabilmente più che


la modernità è la credibilità. È come riuscire a es-
sere sempre attuale non perché in primo piano sui
mass media ma perché davvero capace di trasmette-
re la vicinanza di Dio alle persone. È come riuscire
a praticare la coerenza tra insegnamento evangelico
e scelte concrete. È come dimostrare che il Vangelo
non è tanto «moderno», nel senso di allineato con
mode passeggere, quanto sempre nuovo, perché ha
sempre qualcosa da dire all’uomo di ogni tempo.
Di recente sono stato in Brasile, dove la Chiesa
cattolica sta vivendo una preoccupante emorragia di
fedeli che passano ogni anno a centinaia di migliaia
nelle braccia delle chiese evangeliche e pentecostali.
E quando ho chiesto a vescovi, teologi e sacerdoti
cattolici il perché del fenomeno e i possibili rimedi
la risposta ha sempre fatto riferimento al problema
della credibilità. La nostra, mi hanno detto, è una
Chiesa che viene vista troppo spesso come distac-
cata dai problemi veri del popolo, una Chiesa in
difficoltà nel mettersi in ascolto e poco missionaria,
una Chiesa che ha bisogno di uscire dalle sacrestie
per andare incontro a tutti, una Chiesa che predica
in un modo ma si comporta in un altro.
Credo che la questione non riguardi solo la Chie-
sa brasiliana. E non solo la Chiesa di oggi. Per la
Chiesa, fin dai tempi di Paolo, è questo il problema.
Non a caso, nella loro ultima assemblea generale, i
vescovi italiani, riuniti in Vaticano, hanno discusso
proprio di missionarietà, intesa come annuncio del
Vangelo (anzi, primo annuncio) non solo nelle terre
lontane ma anche qui da noi, e come coerenza tra
annuncio ed esempio.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Occorre a questo punto ragionare un poco su


un’altra idea, quella di verità. La Chiesa non sarebbe
tale se non si ritenesse depositaria e portatrice della
verità di Gesù Cristo figlio di Dio, morto e risorto
per noi. La Chiesa non può rinunciare all’idea di
verità, pena la rinuncia a se stessa. Ma a proposito
di verità che cosa vediamo oggi attorno a noi? Mi
sembra che il nostro sia un mondo nel quale rispet-
to all’idea di verità, in particolare di verità religiosa,
prevalgono due comportamenti opposti: da un lato
ci sono coloro che si fanno paladini duri e puri della
verità portandola fino alle estreme conseguenze e
utilizzandola come arma per lo scontro con la realtà
circostante; dall’altro c’è una cultura che nei con-
fronti dell’idea stessa di verità prova rifiuto e repul-
sione e quando si imbatte in essa assume a sua volta
un atteggiamento aggressivo. Ecco così la contrap-
posizione, della quale siamo tanto spesso testimoni,
fra due fondamentalismi, uno di matrice religiosa e
uno di matrice laica, che non riescono a dialogare.
Uno scontro fra sordi condannati all’isolamento re-
ciproco.
Ma in mezzo ai due fondamentalismi che cosa
c’è? Soprattutto, chi c’è? A me sembra che ci sia-
no tante persone di buona volontà, credenti e non
credenti, religiose e non religiose, che hanno voglia
soprattutto di capirsi, rispettandosi a vicenda, per
aiutare tutti quanti a crescere nella pace. Ma so-
no persone che il più delle volte non si mostrano
perché preferiscono lo stile nascosto e delle quali
non si parla perché nella loro ordinarietà non fanno
notizia (stavo per dire che non fanno spettacolo) e
dunque non sono funzionali a un sistema della co-
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

municazione che predilige il fatto sensazionale e la


polemica roboante.
Se entrambi i mondi, quello di ispirazione reli-
giosa e quello di ispirazione non religiosa, riuscis-
sero a portare alla luce i propri migliori rappresen-
tanti e le rispettive esperienze, rubando la scena agli
intolleranti e agli esagitati, si farebbe un bel passo
avanti sulla strada della convivenza.
La Chiesa non può e non deve rinunciare all’idea
di verità, ma può e deve trovare nuovi modi per
proporla nel dialogo. «Noi non possediamo la veri-
tà, ma è la verità che ci possiede», diceva il vescovo
martire di Orano Pierre Claverie. La verità non è un
possesso da rivendicare o da usare come un’arma.
È un riconoscere. «Era infatti più importante in-
segnare agli amici l’umiltà che sfidare i nemici con
la verità» risponde sant’Agostino alla domanda sul
perché Gesù dopo la risurrezione si sia mostrato so-
lo ai suoi discepoli e non a coloro che l’avevano uc-
ciso. Verità e carità non sono in contrapposizione.
La verità ha il volto della carità.
Oggi nella Chiesa ci sono, chiamiamole così,
due sensibilità: quella di chi mette in primo piano
la retta dottrina e quella di chi invece mette davan-
ti a tutto il volto dell’uomo, soprattutto dell’uomo
sofferente. La prima è una Chiesa che mostra la ten-
denza a giudicare molto ma fatica ad ascoltare, o se
ascolta lo fa soprattutto per giudicare. La seconda
è una Chiesa che si lascia coinvolgere e contamina-
re, facendosi anche mettere in discussione. Quando
parli con i rappresentanti della prima Chiesa quel-
lo che prevale nelle loro argomentazioni è il non
possumus. Ci sono questioni, i famosi valori «non
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negoziabili», che vanno usati come una diga: se si


infrangono quelli, tutto è perduto. Nella seconda
Chiesa trovi invece più fiducia nel mondo e negli
stessi non credenti e la consapevolezza che la verità
evangelica, attraverso il lavoro dell’uomo e la gra-
zia del Signore, trova sempre la via per manifestarsi,
spesso in modo sorprendente e inatteso.
Chiesa uno e Chiesa due. Pur rendendomi conto
che la suddivisione è rozza, perché so bene che nella
realtà le sfumature sono infinite, credo che possa
offrire un contributo alla comprensione. Mi sem-
bra che l’elemento centrale su cui punta la «Chiesa
uno» sia oggi l’identità, mentre per la «Chiesa due»
è la carità. Chi sottolinea la questione dell’identi-
tà punta molto sull’idea di appartenenza, chi inve-
ce predilige la carità punta sulla misericordia. La
«Chiesa uno» ama proporsi nel dibattito pubblico
ed è per questo molto presente sui mass media. La
«Chiesa due» preferisce invece l’opera silenziosa e
teme che diventando oggetto di attenzione da parte
dell’industria della comunicazione potrebbe perde-
re la sua capacità di stare a contatto con la gente.
La «Chiesa uno», guardata con ammirazione dai co-
siddetti atei devoti che ne apprezzano l’impegno a
difesa dell’identità cristiana, rimprovera alla «Chie-
sa due» di scendere a eccessivi compromessi con la
società secolarizzata fino a perdere ogni specificità
cristiana. La «Chiesa due», guardata con simpatia
dai progressisti che la stimano per il suo impegno
dal basso, rimprovera alla «Chiesa uno» di utiliz-
zare alcuni temi forti, vedi la famiglia, come un’ar-
ma contundente e di lasciarsi fagocitare, in nome
dell’identità, dai cosiddetti «cristianisti», cristiani
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ideologici e senza Cristo che utilizzano il cristiane-


simo come fattore identitario alimentando divisioni
ed esclusioni. Non sarei onesto se non dicessi che
il sottoscritto, pur apprezzando intellettualmente
molte delle questioni poste dalla «Chiesa uno», si
sente più vicino alla «Chiesa due».
Ho l’impressione che nella «Chiesa uno», quella
che il professor Mauro Pesce chiama «corrente catto-
lica restauratrice», ci sia in fondo molta paura. For-
se inconsciamente, i paladini dell’identità cristiana,
spesso riuniti in movimenti compatti e strutturati,
finiscono con l’arroccarsi perdendo contatto con la
realtà. Rispondono ad alcuni modelli di comporta-
mento ben codificati e ad alcune parole d’ordine ri-
proposte con insistenza, ma in questo modo danno
vita a mondi separati. Certamente rassicuranti per
chi ne fa parte, ma artificiali.
Tempo fa ho posto la questione a un vescovo
italiano. Eccellenza, gli ho detto, non le pare che
questa nostra Chiesa sia troppo arroccata e sulla di-
fensiva? Il vescovo, pur con grande dolcezza, mi ha
inchiodato con questa risposta: «Devi considerare
che se la fede è arrivata fino a noi è perché tanti
cristiani, nel corso dei secoli, si sono arroccati da
qualche parte per difenderla da chi voleva fare piaz-
za pulita di tutto. Nella rocca c’è senz’altro anche
la paura dell’invasore, ma senza quella paura, senza
quell’arroccarsi, ora noi non saremmo qui a discu-
tere di Chiesa, perché qualcuno l’avrebbe già tolta
di mezzo».
Il vescovo è stato abile, ma non sono convinto
che arroccarsi sia sempre un buon servizio alla fede.
Torno per un istante ancora al Brasile. Mentre mi
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trovavo laggiù per seguire la visita del papa, gli ami-


ci brasiliani mi facevano molte domande sulle noti-
zie che arrivavano via internet dall’Italia a proposito
del family day. Perché tutti quei cattolici in piazza?
Perché la famiglia dovrebbe essere in pericolo se cer-
ti diritti vengono estesi ai conviventi? Ma i cattolici
sono tutti d’accordo con la manifestazione? Mentre
cercavo faticosamente di dare risposte comprensi-
bili pensavo a come qui da noi, dove siamo tutti
presi dal teatrino delle contrapposizioni, si sia or-
mai quasi persa la capacità e forse anche la voglia di
interrogarsi sul merito delle questioni.
L’aggettivo «democratico» applicato al catto-
licesimo non mi ha mai entusiasmato. Più che di
cattolici democratici sentirei il bisogno di cattolici
coerenti e non conformisti. Gente capace di inter-
venire nel dibattito pubblico, con le proprie idee
e con onestà, non per manifestare sindromi da ac-
cerchiamento ma per parlare a tutti. Il pontificato
di Giovanni Paolo II, che attende ancora di essere
studiato in tanti suoi aspetti problematici, ha coin-
ciso con una netta riduzione del dibattito interno
alla Chiesa. L’assoluta predominanza della figura
papale, il successo dei movimenti ecclesiali più vi-
cini alla linea vaticana ufficiale e certi meccanismi
della vita della Chiesa (si veda il sinodo dei vescovi)
hanno emarginato molte idee ed energie. A volte
si è trattato di un processo di autoemarginazione,
nato dallo sconforto e dalla disillusione. Nel 1999,
durante il sinodo dei vescovi europei, il cardinale
Carlo Maria Martini parlò di un suo sogno: una
«esperienza di confronto universale tra i vescovi» da
ripetere periodicamente per contribuire a sciogliere
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

alcuni «nodi dottrinali e disciplinari». L’arcivesco-


vo fu chiaro: indicò, fra i temi caldi, la carenza di
sacerdoti, la posizione della donna nella Chiesa, la
partecipazione dei laici e le loro possibili responsa-
bilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del ma-
trimonio, l’ecclesiologia di comunione, il cammino
ecumenico, il rapporto tra democrazia e valori e tra
leggi civili e leggi morali. È un’agenda molto con-
creta e, direi, molto urgente, ma quali passi sono
stati fatti sulla strada di quella collegialità più ampia
chiesta da Martini?
Aprendo il convegno ecclesiale di Verona, il car-
dinale Dionigi Tettamanzi ha puntato con decisio-
ne su corresponsabilità e comunione come parole
chiave per una Chiesa capace di valorizzare il con-
tributo di tutte le componenti del popolo di Dio.
Di fronte al calo delle vocazioni ecco che il ruolo, la
formazione e la valorizzazione dei laici dovrebbero
essere in primo piano. Ma, come ha sottolineato il
professor Giorgio Campanini in «Aggiornamenti
sociali», l’ecclesiologia di comunione è stata solo
in minima parte tradotta in realtà. Troppo lunga la
«tradizione di gestione quasi monocratica dell’au-
torità», troppo marcata la «tendenza dell’episcopa-
to all’autoreferenzialità». Proprio a Verona, «chi ha
partecipato ai lavori ha avvertito fra i laici non po-
chi segni di disagio, soprattutto in ordine alla pie-
na assunzione, negli stili della Chiesa italiana, delle
indicazioni conciliari sulla partecipazione». Nella
prospettiva missionaria indicata nell’ultima assem-
blea generale della Cei definire spazi e momenti del
ruolo dei laici dovrebbe essere una priorità. Occorre
trovare nuove e più efficaci modalità per mettere
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

in comunicazione e consentire lo scambio fra il ca-


risma dell’autorità proprio dei pastori e il carisma
della presenza nella storia proprio dei laici.
Fiducia contro paura. La sfida è questa e va rac-
colta a più livelli. Nella formazione dei laici come
nei seminari, nelle parrocchie come nelle univer-
sità.
Papa Benedetto XVI parlando ai vescovi italiani
ha sostenuto che la fede cattolica è oggi un fattore
unificante nel nostro paese. Ci sarebbe da discu-
terne. Forse il pontefice scambia per realtà un suo
desiderio. Di certo, se si vuole che la religione offra
un contributo alla coesione sociale occorre trovare
la via per confrontarsi e dialogare in modo sereno,
ben sapendo che l’assolutezza e l’universalità della
rivelazione cristiana non si sottrae alle leggi della
storia né all’esigenza di mediazioni e riletture.
Il mio caro amico Claudio Monge, domenicano
che vive a Istanbul, ha scritto: «Per non essere i pro-
tagonisti di una nuova crociata dobbiamo accettare
di non essere i restauratori di un antico ordine, i
liberatori di una Verità incatenata, tradita, detur-
pata. Insomma dobbiamo smetterla di difendere i
diritti di Dio in questo mondo, perché così facen-
do sono in realtà i nostri che difendiamo. La vera
missione trasforma noi in modi che non possiamo
ancora prevedere e non è restaurazione di un ordine
perduto».
Paolo VI, nella Ecclesiam suam, ha scritto che
questo nostro mondo offre «non una, ma cento
forme di possibili contatti» con la Chiesa. I cristia-
ni non possono ignorare che Dio, realizzando il
suo disegno di salvezza, ha amato per primo. Tocca
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al cristiano fare la prima mossa e avvicinarsi all’al-


tro, in un atteggiamento di fiducia che gli fa vede-
re tracce di verità anche in chi, apparentemente, è
lontano.
Nella relazione su La Chiesa in missione ad gen-
tes e tra noi (assemblea generale della Cei, maggio
2007), l’arcivescovo di Taranto Benigno Luigi Papa
scrive: «Se la Chiesa non si manifestasse madre di
misericordia tradirebbe se stessa, non sarebbe segno
sacramentale di salvezza, non sarebbe il riflesso ter-
reno del volto di Dio, non eserciterebbe una pasto-
rale in continuità con le modalità comunicative di
Gesù».
Da qualche tempo sembra che le cose relative al-
la fede si siano fatte molto più complicate e che solo
le grandi menti possano parlarne. Anche questa è
mancanza di carità. Nella Lettera a Diogneto, a pro-
posito dei cristiani, si dice: «La loro dottrina non
è frutto dell’acuta indagine di uomini di genio».
Tornare a una fede semplice, che non teme di mo-
strarsi disarmata sul piano intellettuale ma ricca di
umanità, potrebbe riallacciare il rapporto con tante
persone che oggi quasi ne sono spaventate.

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10.
Antonio è vivo

Padre Ugo, direttore del «Messaggero di Sant’An-


tonio», è stato chiaro: «Non puoi mancare». E così
eccomi qui, per l’ostensione. Ed ecco lì la folla in
attesa. Cade una pioggerella fastidiosa su Padova,
ma il serpentone non si scompone neppure per un
istante. Si snoda silenzioso e paziente, sembra ad-
dormentato. Solo di tanto in tanto si scuote, per
avanzare di qualche metro verso la basilica. È un
mondo sconosciuto, un fiume carsico che sale in
superficie solo in rare occasioni. È comparso in
modo clamoroso quando morì Giovanni Paolo
II, è comparso tempo fa a San Giovanni Rotondo
quando venne esposto il corpo di padre Pio, ed è ri-
comparso ora qui a Padova per l’ostensione dei resti
di sant’Antonio. Un mondo composito, per nulla
semplice da decifrare. Fatto di anziani ma anche
giovani e persone di mezza età. Italiani e stranieri.
Europei ma non solo. Tutti accomunati da una fe-
de tanto profonda quanto poco desiderosa di essere
esibita. Ma il serpentone è lungo lungo, impossibile
non vederlo, e impossibile non interrogarsi sulla sua
origine.
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Dentro la basilica, mentre risuonano le preghiere


e i canti provenienti da una messa, i fedeli in coda
compilano scrupolosamente un biglietto che è stato
loro consegnato all’ingresso. Possono scrivere lì le
intenzioni, le richieste destinate al santo. Le schede
finiscono poi in una teca posta accanto allo schele-
tro di Antonio. Ognuna di esse sarà letta. Ma le si
può anche inviare per posta o per e-mail. È dall’an-
no duemila che il «Caro Sant’Antonio», come viene
chiamato il biglietto, è disponibile per i pellegrini.
Se si facesse uno studio sulle migliaia di messaggi
arrivati verrebbe fuori un trattato di sociologia della
religione, e si scoprirebbe che quello scheletro, ap-
partenuto a un uomo vissuto ottocento anni fa, per
una moltitudine impensabile di persone è il termi-
nale di un mondo che soffre ma continua a sperare e
soprattutto a ringraziare. Al santo si chiedono guari-
gioni, si chiede che i figli possano trovare un lavoro,
si chiede che un giovane trovi la forza di uscire dal
tunnel della droga, si chiede compagnia, vicinanza,
sostegno nelle prove della vita. Che lo si coltivi con
carta e penna o attraverso il sito internet, il rappor-
to con il santo è qualcosa di assolutamente concreto
e personale. Un dialogo, un confronto, un’amicizia.
Si racconta che un tempo, quando non manteneva
la promessa di far trovare marito alle ragazze e di far
nascere bambini, la statua del santo veniva esiliata
dalle case dei fedeli e trasferita in giardino, per poi
essere riammessa all’interno una volta che Antonio
fosse riuscito a svolgere la sua missione. Tra amici
queste cose succedono. La santità qui assume i tratti
concreti della fede popolare. È carne e sangue, è spe-
ranza fatta di preghiere sussurrate e di implorazioni
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reiterate. È fatta di sorrisi e di lacrime, di sguar-


di assorti o stupefatti. Nel leggere i biglietti si ha
quasi l’impressione di compiere una profanazione.
Si entra nei santuari dello spirito. Colpisce lo sti-
le diretto. Nella bella redazione del «Messaggero di
Sant’Antonio», il mensile diffuso in tutto il mondo,
ci sono persone impegnate a rispondere, e c’è anche
un call center, perché i fedeli non solo scrivono ma
telefonano. Come ha scritto padre David Maria Tu-
roldo nel libro Perché a te, Antonio?, il santo frate è
sempre stato chiamato da tanta gente, e lui non si
è mai fatto desiderare. Sempre una riposta, sempre
una parola. Anzi, la Parola. Quella che non si può
non dire, perché se non la si dice si tradisce, e se la si
dice si può essere uccisi, come è successo al vescovo
Oscar Romero. Antonio era «un rovo che nessuno
riusciva a spegnere», ed è ancora così. Quando è
incominciata l’ostensione dello scheletro qualcuno
a Padova temeva che non venisse nessuno. Dopo
poche ore il serpentone si era già formato, come se
non avesse aspettato altro che quel richiamo.
Le grazie ricevute sono innumerevoli. C’è la ra-
gazza che non avrebbe dovuto nascere ed è invece
venuta al mondo grazie ad Antonio. C’è l’operaio
che stava morendo in un incidente sul lavoro e sen-
te di essere vivo per miracolo. C’è il giovane che
stava per annegare ma poi ha visto il santo e si è
ritrovato, non si sa come, in superficie. Gli scetti-
ci hanno di che sorridere. Il taxista che mi riporta
alla stazione lo fa senza ritegno: «Io la penso come
Margherita Hack!», esclama quando gli spiego che
mi sono lasciato rapire dalle voci e dai sussurri del
serpentone umano. Rispondo: «È una soluzione ri-
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spettabilissima, eppure, mi scusi, mi sembra anche


una fuga». Come si fa a non interrogarsi? Come si
fa a non sentirsi interpellati?
Anche la cameriera dell’albergo, in mattinata,
aveva espresso le sue perplessità: ma è proprio ne-
cessario riesumare i resti di un corpo? Ho provato
a rispondere che quelle povere ossa un giorno per-
misero a un uomo di donare speranza e che il cri-
stianesimo è fede incarnata, niente a che fare con lo
spiritualismo. Mi ha guardato poco convinta.
Della visita conservo un’immagine. Quando,
nella basilica, ci si trova davanti allo scheletro del
santo, alcuni addetti ti spingono fisicamente avan-
ti. Impossibile fermarsi. Giusto il tempo di un’oc-
chiata, di un’ennesima, breve preghiera, di un segno
della croce. Il serpentone deve scorrere. Ma nessuno
si lamenta, nessuno si oppone all’ordine. Dietro c’è
un mondo che preme.

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IV.
La rivoluzione
di Benedetto
La carità è la via maestra
della dottrina sociale della Chiesa.
Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 2

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1.
Un ingombrante professore

Devo essere sincero. Quando, il 19 aprile 2005,


il cardinale protodiacono, il cileno Jorge Medina
Estevez, annuncia che la Chiesa cattolica ha un
nuovo papa, io resto piuttosto freddo. E siccome
sono collegato in diretta televisiva con qualche mi-
lione di persone, la mia reazione non passa proprio
inosservata. Ma che ci posso fare? Non so dissimu-
lare.
Torno al giorno fatidico. L’annuncio, in latino,
è quello classico: Annuntio vobis gaudium magnum,
habemus papam! Eminentissumum ac reverendissu-
mum dominum, dominum Josephum! Sanctae roma-
nae Ecclesiae cardinalem Ratzinger! Qui sibi nomen
imposuit Benedictum XVI.
Già al Josephum tutti capiscono, e dalla piazza
si levano esclamazioni. Capisco anch’io. Soprattut-
to capisco che il mio candidato ideale, il cardinale
honduregno Oscar Andres Rodriguez Maradiaga,
non ce l’ha fatta. Lo so, l’elezione di un papa è una
cosa seria e non è giusto fare il tifo, anche perché, in
fondo, l’ultima parola spetta allo Spirito Santo. Ma
io tifavo Maradiaga, e l’idea di avere un papa su-
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damericano e salesiano, poco più che sessantenne,


diplomato in psicologia e psicoterapia, suonatore di
sassofono e in possesso del brevetto per guidare eli-
cotteri, beh, insomma, era un’idea alla quale mi ero
affezionato.
Invece ecco Josephum, ovvero Ratzinger, ovve-
ro il prefetto della Congregazione per la dottrina
della fede, ovvero l’ex Sant’Uffizio. Accanto a me,
per la diretta televisiva, c’è un noto missionario.
Ci guardiamo perplessi. Mi sa che anche lui tifava
Maradiaga. Ma è solo un istante, perché subito do-
po ci viene un commento a due voci: «Saprà essere
papa».
Devo precisare che non ho mai coltivato nei
confronti di Ratzinger il solito pregiudizio, trito e
ritrito, circa la sua rigidità dottrinale. Certo, rigido
lo è. Ma, voglio dire, se uno è a capo del ministero
vaticano che fa da controllore della retta dottrina
può forse non esserlo? Non l’ho mai nemmeno con-
siderato un uomo freddo e distaccato, come alcuni
lo dipingono. Avendolo conosciuto personalmente,
mi ha dato piuttosto l’impressione di un vecchio
professore cortese, discreto e riservato, addirittura
quasi timido, poco incline a coltivare amicizie non
tanto perché «orso» ma perché tutto preso dai suoi
studi e dai suoi libri, l’unica compagnia che gli sta
veramente a cuore.
A proposito di orsi, nel suo stemma episcopale
ce n’è uno bello grande. È quello, feroce, che se-
condo la leggenda si fece un sol boccone del cavallo
di san Corbiniano, e che per punizione fu obbli-
gato dal santo a caricarsi sulla groppa tutti i suoi
bagagli e a portarli fino a Roma. Ecco, il professor
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Ratzinger è un po’ così. Provate a mettervi di tra-


verso sulla sua strada e lui, come san Corbiniano,
vi saprà sistemare.
In proposito in Vaticano gira una storiella. Siamo
in paradiso e due famosi teologi entrano, uno dopo
l’altro, per essere giudicati da san Pietro. Il primo
esce dopo un po’, in lacrime, esclamando: «Come
ho potuto sbagliare tanto?». Passano alcuni minuti
ed esce il secondo, esclamando: «Come ho potuto
sbagliare tanto?». Tocca poi a Ratzinger. Passa più
di un’ora ed ecco uscire san Pietro che, in lacrime,
esclama: «Come ho potuto sbagliare tanto?».
Aneddotica a parte, il professor Joseph, come il
suo orso, quel giorno di aprile del 2005 deve cari-
carsi sulle spalle un bel fardello. Dopo il lunghis-
simo regno di papa Wojtyla l’impresa è immane
e schiaccerebbe chiunque. Ma ecco che il timido
teologo bavarese trova subito le parole giuste. Af-
facciato al balcone della loggia centrale della basi-
lica vaticana, davanti alla folla riunita in piazza e a
milioni di persone davanti ai teleschermi, dice così:
«Dopo il grande papa Giovanni Paolo II, i signo-
ri cardinali hanno eletto me, un semplice e umi-
le lavoratore nella vigna del Signore. Mi consola il
fatto che il Signore sa lavorare e agire anche con
strumenti insufficienti e soprattutto mi affido alle
vostre preghiere».
È una professione di modestia oltre che di fede,
e tutti i commentatori la interpretano così. Ma è
anche un messaggio dal preciso significato teolo-
gico, con quell’insistere sul lavoro: nella vigna del
Signore c’è tanto da fare, c’è bisogno di vignaioli
attivi, e comunque ricordiamo sempre che la vigna
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

non è nostra, ma del Signore; noi possiamo essere


chiamati a lavorarci, ma non pensiamo di poterne
diventare i padroni. I vignaioli malvagi, che ucci-
dono il figlio del padrone illudendosi di potersi im-
possessare della vigna, fanno una brutta fine.
La sera del 19 aprile 2005 sono passati solo po-
chi minuti dall’elezione del nuovo papa e già pos-
siamo vedere una prima differenza rispetto a Karol
Wojtyla. Con Benedetto XVI non ci ritroviamo a
ragionare tanto su immagini, gesti ed emozioni, ma
sulle parole. Ecco la svolta: un pontificato di idee,
incentrato su ciò che è davvero essenziale nell’inse-
gnamento evangelico.
La «piccola barca del pensiero di molti cristiani»,
aveva detto Ratzinger il giorno prima, nella messa
pro eligendo pontifice, da lui presieduta in quanto
decano del sacro collegio dei cardinali, si trova in
mezzo a onde minacciose, sballottata fra marxismo,
liberalismo, collettivismo, libertinismo, agnostici-
smo, sincretismo, un vago misticismo. L’accusa è
precisa. Il professore non gioca mai con le parole.
La barca deve ritrovare la rotta e dunque ha bisogno
di qualcuno che la governi nel mare in tempesta. Il
pericolo è reale, perché «si va costituendo una dit-
tatura del relativismo che non riconosce nulla come
definitivo e che lascia come ultima misura solo il
proprio io e le sue voglie».
Che siano state proprio queste parole, così nitide
a taglienti, a convincere gli eminentissimi cardinali
di aver trovato in Ratzinger il successore di Wojtyla?
È possibile. Di certo, cinque anni dopo quegli av-
venimenti, si può dire che Benedetto ha seguito la
rotta che aveva stabilito fin dall’inizio.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Se l’estroverso Giovanni Paolo II, eletto all’età di


cinquantotto anni, puntò su un pontificato incen-
trato sui viaggi e sui grandi gesti simbolici, il timi-
do Benedetto XVI, eletto a settantotto anni appena
compiuti, ha puntato sul pensiero e sull’intelligen-
za. E, proprio come un umile lavoratore, si è messo
subito a rafforzare le fondamenta della fede e della
Chiesa.
Un primo contributo al rafforzamento lo ha dato
spiegando che il Concilio Vaticano II, passato alla
storia come svolta di rinnovamento, non ha costi-
tuito una frattura nel percorso bimillenario della
Chiesa cattolica, perché fratture non ce ne possono
essere, perché il mandato resta quello che Gesù ha
dato agli apostoli e perché nella Chiesa non è pos-
sibile sostituire una costituzione vecchia con una
nuova, dato che la costituzione è una sola, immuta-
bile, e anche in questo caso è stata data dal Signo-
re. In questa presa di posizione qualcuno ha voluto
vedere una sconfessione del Concilio, ma Joseph
Ratzinger, che il Concilio lo visse in presa diretta
in quanto giovane teologo di fiducia del cardinale
Frings, ha precisato (lo ha fatto nel fondamentale
discorso del 22 dicembre 2005 alla curia romana)
che Giovanni XXIII, decidendo di chiamare a rac-
colta la Chiesa per discutere di rinnovamento, non
mise mai in discussione il depositum fide: la dottrina
resta «certa e immutabile» e non ci può essere di-
scontinuità. È importante esprimere in modo nuovo
una determinata verità, ma è altrettanto importante
sapere che i modi nuovi di espressione sono validi
solo se nascono da una «comprensione consapevole
della verità stessa».
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Eccoci così alla parola chiave dell’insegnamento


di Benedetto XVI in questi anni di pontificato: veri-
tà. Joseph Ratzinger, che già per il motto episcopale
aveva scelto cooperatores veritatis (dalla terza Lettera
di Giovanni), non solo sta elaborando il suo magi-
stero come riflessione attorno al principio di verità,
ma non si stanca di ripetere che la verità esiste e che
l’uomo è tale se la cerca e la riconosce.
Qui la contrapposizione con il pensiero con-
temporaneo, imbevuto di relativismo, è totale e
drammatica, ma il teologo Ratzinger, dietro i modi
gentili, nasconde la tempra di un combattente e ha
ingaggiato una battaglia senza quartiere, anche nei
confronti di quei settori della Chiesa più inclini a
cedere alle sirene relativiste.
Pensiamo alle parole con le quali si apre l’encicli-
ca Caritas in veritate (29 giugno 2009): «La carità
nella verità, di cui Gesù Cristo si è fatto testimone
con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua mor-
te e risurrezione, è la principale forza propulsiva per
il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità in-
tera». Per Benedetto XVI l’amore cristiano, centro e
cuore tanto della fede quanto della dottrina, non è
nulla se non è radicato nella verità. È aderendo alla
verità del progetto di Dio che l’uomo diventa libe-
ro. Ed è solo su questa base che si può impostare un
discorso sulla crescita e sullo sviluppo. Altrimenti
sono soltanto parole vane. Altrimenti è sociologia,
non cristianesimo.
A partire da qui, Benedetto XVI si è messo al
lavoro su diversi fronti. Primi fra tutti quelli della
liturgia, dell’unità fra i cristiani e del dialogo con le
altre religioni.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Sul primo fronte sta cercando di eliminare abusi


ed errori nati da letture troppo disinvolte del Con-
cilio. La messa non è una rievocazione o una sacra
rappresentazione, il protagonista non è il celebran-
te. Al centro c’è Cristo, c’è il mistero del suo donar-
si. Cristo presente. L’essenzialità e il rigore non sono
fini a se stessi, né si tratta di nostalgia del passato.
La liturgia ha bisogno di bellezza perché attraverso
la bellezza Dio parla agli uomini.
Circa l’unità fra i cristiani, Benedetto XVI ha fat-
to ogni sforzo per riportare nell’ovile i tradizionali-
sti lefebvriani, ha accolto a braccia aperte, mediante
un’apposita costituzione apostolica, gli anglicani
desiderosi di tornare in comunione con Roma, e ha
continuato il dialogo con l’universo ortodosso invi-
tando alla collaborazione fra Oriente e Occidente
a difesa dei valori comuni. Infine, nell’impostare
il dialogo con le altre religioni ha fatto capire che
può dialogare solo chi possiede una consapevolez-
za radicata circa la propria identità, altrimenti non
di dialogo si tratta ma di abbandono a suggestioni
buoniste che sfociano spesso nel cedimento.
Lungo queste tre linee non sono mancati i mo-
menti difficili e gli incidenti di percorso. Per esem-
pio, nel lavoro di ricucitura con i lefebvriani la curia
romana è incorsa in un vero e proprio infortunio
quando non si è accorta in tempo delle prese di po-
sizione antisemite e negazioniste di uno dei quattro
vescovi tradizionalisti ai quali il papa ha deciso di
revocare la scomunica (parliamo dell’inglese Ri-
chard Williamson, che in un’intervista ha negato
l’esistenza delle camere a gas naziste) determinando
così una forte frizione con il mondo ebraico. Al-
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lo stesso modo, il processo di dialogo con l’islam


è stato reso in un primo momento più difficile e
problematico dal famoso discorso tenuto dal papa
a Ratisbona il 12 settembre 2006, quando, citando
un imperatore bizantino, Benedetto disse che Mao-
metto ha introdotto solo «cose cattive e disumane»
per la sua propensione a diffondere la fede con la
spada. Episodio, quest’ultimo, che ha causato una
sollevazione violenta da parte di ampi settori del
mondo islamico.
A questo punto però bisogna dire che se da un
lato gli incidenti segnalati hanno evidenziato la
necessità, per il papa, di essere circondato da una
squadra più attenta e sollecita nel coadiuvarlo e
nel prospettargli i rischi insiti in alcune iniziative,
dall’altro questa sua «impoliticità», vale a dire que-
sto suo essere del tutto alieno dalle preoccupazioni
tipiche del «politicamente corretto» e della pruden-
za diplomatica, gli hanno permesso alla lunga di
raggiungere risultati di grande rilevanza proprio sul
terreno così difficile e scivoloso del dialogo.
La revoca della scomunica a quattro vesco-
vi lefebvriani consacrati in modo illegittimo, e in
particolare al negazionsita Williamson, ha fatto sì
infuriare molti ebrei, ma ha permesso anche di sta-
bilire contatti proficui (come dimostra la visita al-
la sinagoga di Roma avvenuta il 17 gennaio 2010)
con quei settori del mondo ebraico più disponibili
a riconoscere che nelle questioni relative alla Chie-
sa cattolica il papa ha evidentemente mano libera e
nessuno può utilizzare strumentalmente alcune sue
decisioni. Lo stesso si può dire per quanto riguar-
da la scelta di Benedetto XVI (arrivata proprio alla
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vigilia della visita in sinagoga) di sbloccare l’iter del


processo di beatificazione di Pio XII (accusato da
una parte del mondo ebraico di aver taciuto sulle
persecuzioni naziste). E ciò che vale per il dialogo
con l’ebraismo vale anche nel rapporto con l’islam,
se pensiamo che, proprio dopo Ratisbona, trentotto
leader e intellettuali islamici (saliti nel giro di un an-
no a 138, di 43 paesi e di tutte le tendenze) hanno
dato vita per la prima volta a un confronto aperto
con il pontefice chiedendo di impostare una rifles-
sione comune a partire da una posizione di assoluto
rispetto per il cristianesimo.
Si tratta di risultati di assoluto rilievo, raggiunti
dal papa senza alcun cedimento ma puntando sulla
verità, insistendo sul fatto che il dialogo va riem-
pito di contenuti sinceri e rivendicando con forza
la libertà della Chiesa cattolica, nei confronti della
quale nessuno può permettersi di attuare ricatti per
ottenere risultati a proprio favore.
Si diceva più sopra della battaglia ingaggiata da
Benedetto XVI contro la mentalità relativista. Oc-
corre sottolineare – e qui siamo sempre nel cuore
del magistero dell’attuale pontefice – che Ratzinger
non si sta muovendo, come dicono i meno infor-
mati, guardando al passato e in controtendenza ri-
spetto agli esiti conciliari. Al contrario, il papa sta
facendo una proposta al mondo contemporaneo e
alla sua cultura. Una proposta che guarda avanti e
che trova spunto proprio nel Concilio, là dove rac-
comanda alla Chiesa di prendere parte ai proble-
mi del mondo facendosi interprete dei sogni come
delle angosce, delle speranze come delle sofferenze
dell’uomo di ogni tempo. È una proposta, quella di
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Benedetto XVI, che si può riassumere in una for-


mula: allargare gli spazi della ragione. Non è vero,
sostiene il papa, che è razionale solo ciò che è speri-
mentabile in modo scientifico. Questa, dice, è una
visione che nasce da una estremizzazione del pen-
siero illuminista. Razionale è tutto ciò che attiene
alla natura umana, compresi quegli aspetti che non
possiamo dimostrare con formule matematiche o
con esperimenti di laboratorio e che non di meno
sono certamente umani. Razionale è, in particolare,
credere in Dio, un Dio che crea l’uomo, a sua im-
magine e somiglianza, per amore. Razionale è vivere
la fede, non come si può aderire a una filosofia o a
una teoria, ma perché c’è stato l’incontro personale
con Gesù Cristo figlio di Dio. Razionale è la spe-
ranza cristiana della risurrezione.
Di qui l’altra proposta, rivolta ai non credenti
e collegata alla prima, di vivere veluti si Deus da-
retur, come se Dio ci fosse. Nell’epoca dei lumi,
argomenta Benedetto XVI, l’uomo ha cercato di
codificare alcune norme morali fondamentali et-
si Deus non daretur, partendo cioè dall’idea che
Dio non esista. Spossata dalle guerre di religione e
dall’uso politico della fede, l’umanità ha cercato in
quel tempo di sganciarsi dall’ipotesi Dio in nome
dello spirito di libertà. L’operazione ha potuto fun-
zionare soltanto finché nella cultura sono rimaste
tracce di cristianesimo in grado di agire comunque
da collante e da regolatori sociali attorno ad alcuni
principi condivisi. Oggi però, in un’epoca in cui
il tramonto dei valori cristiani ha consegnato tan-
to il singolo quanto la collettività al pericolo reale
della disgregazione e dell’autodistruzione, Ratzin-
282
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ger propone di ribaltare la prospettiva: anche chi


non riesce a concepire come razionale la ricerca di
Dio, viva come se un’entità suprema e regolatri-
ce esistesse. Proposta della quale secondo il papa
si potrebbe discutere in un rinnovato «cortile dei
gentili» (così era detto lo spazio antistante il tem-
pio a Gerusalemme, dove tutti, ebrei e pagani, po-
tevano entrare), un luogo di confronto fra credenti
e non credenti, sviluppabile anche grazie alle nuo-
ve tecnologie informatiche. Proposta coraggiosa, e
che forse poteva venire soltanto da un papa come
questo, del tutto alieno, come detto, dalle logiche
dell’opportunità e ispirato invece a quella libertà
che spesso caratterizza gli esponenti accademici,
specie nel mondo germanico.
I monaci che nel Medioevo portarono alla co-
struzione dell’Europa, ha ricordato Benedetto XVI
in un altro discorso fondamentale, quello tenuto
al collegio dei Bernardini di Parigi il 12 settembre
2008, in quell’epoca confusa «in cui niente sem-
brava resistere», riuscirono a elaborare una nuova
cultura non perché seguissero una filosofia, ma per-
ché cercavano Dio. Il vero fondamento della cultu-
ra europea sta in questa ricerca appassionata, quasi
folle se giudicata da un punto di vista strettamente
umano. E la lezione resta valida anche oggi, perché
in ogni tempo una cultura si costruisce sulla ricerca
di Dio e sulla disponibilità ad ascoltarlo.
L’umile lavoratore nella vigna del Signore si è
dato molto da fare. Il timido professore che non
ama i gesti eclatanti ha seminato moltissimo. Ora il
compito che si è dato è quello di rimettere ordine
e fare pulizia all’interno della Chiesa. I segnali che
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

ha lanciato sono molto chiari, specie se pensiamo


alla netta condanna degli abusi sessuali compiuti
da sacerdoti e religiosi e ai ripetuti richiami contro
l’inimicizia e il carrierismo. Forse, paradossalmen-
te, questa battaglia tutta interna si presenta come la
più difficile e insidiosa fra quelle che Benedetto XVI
ha deciso di combattere, nella consapevolezza che
«mordersi e divorarsi a vicenda» non è espressione
di libertà ma di mancanza di fede e che «la priorità
suprema e fondamentale della Chiesa e del succes-
sore di Pietro» consiste nel «condurre gli uomini
verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia».

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2.
Fatima o della purificazione

Ines è portoghese, ha cinquantadue anni, vive


da tempo a Toronto, in Canada, e quando torna
in patria per prima cosa viene a Fatima, a trovare
la Signora. Porta con sé un fascio di grosse candele
che fra poco accenderà e dice: «Alcuni miei familiari
hanno avuto problemi di salute, ho pregato nostra
Signora e lei ci ha aiutati. Sono qui per ringraziare».
Anna Caterina invece ha ventitré anni e indossa la
casacca di volontaria della Croce rossa portoghese.
Età diverse, ma uguale atteggiamento verso la Ma-
donna di Fatima. «Per me – spiega – venire qui è so-
prattutto un modo per ringraziare dei doni ricevuti
nella vita, e dedicarsi agli altri è il ringraziamento
migliore». Antonio, sessant’anni, non vorrebbe par-
lare, è imbarazzato. Poi dice: «La religione è tutto, è
tutto. E la nostra Signora è una sicurezza. Io so che
lei mi protegge». A pochi metri da dove ci troviamo,
nella cappellina delle apparizioni, è in corso l’enne-
sima messa. Sono celebrate senza interruzioni, in
diverse lingue, mentre il flusso dei pellegrini di ogni
età è inarrestabile e alcuni compiono l’ultimo tratto
in ginocchio.
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Per Benedetto XVI la visita in Portogallo è ca-


duta in un momento assai delicato e di grande sof-
ferenza, a causa degli attacchi rivolti alla Chiesa e
al papa stesso per i casi di pedofilia fra sacerdoti e
vescovi. Ma il clima non è stato opprimente. Molto
del merito va attribuito proprio a Joseph Ratzinger,
che ha saputo trasformare il viaggio in un’occasione
di trasparenza, chiarezza e purificazione, ma altret-
tanto merito va ai fedeli portoghesi, che sono stati
affettuosi verso il papa e hanno preso parte alle varie
tappe del viaggio con uno slancio che verrebbe da
definire d’altri tempi se paragonato a certa freddez-
za tipica della società europea più secolarizzata.
Sono due le grandi aree nelle quali si possono
suddividere gli interventi del papa durante il viag-
gio portoghese: l’attualità del messaggio di Fatima e
i criteri della missionarietà nel mondo di oggi.
A proposito del messaggio di Fatima, in rispo-
sta alle domande dei giornalisti sul volo da Roma
a Lisbona, Benedetto XVI ha spiegato che il suo
contenuto non riguarda solo il passato ma anche il
presente e il futuro della Chiesa.
Sebbene chi riceve le rivelazioni sia «determinato
dalle sue condizioni storiche, personali, tempera-
mentali, e quindi traduce il grande impulso sopran-
naturale nelle sue possibilità di vedere, di immagi-
nare, di esprimere», nel messaggio «si nasconde un
contenuto che va oltre, più profondo, e solo nel cor-
so della storia possiamo vedere tutta la profondità,
che era, diciamo, vestita in questa visione possibile
alle persone concrete». Quindi, oltre alla grande vi-
sione relativa alla sofferenza del papa (l’uomo vesti-
to di bianco che cade come morto) e che «possiamo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

in prima istanza riferire a papa Giovanni Paolo II,


sono indicate realtà del futuro della Chiesa che man
mano si sviluppano e si mostrano. Perciò è vero che
oltre il momento indicato nella visione, si parla, si
vede la necessità di una passione della Chiesa, che
naturalmente si riflette nella persona del papa, ma il
papa sta per la Chiesa e quindi sono sofferenze della
Chiesa che si annunciano. Il Signore ci ha detto che
la Chiesa sarebbe stata sempre sofferente, in modi
diversi, fino alla fine del mondo».
Circa l’attualità della sofferenza della Chiesa, le
parole del papa sono state tra quelle più citate dal-
la stampa internazionale e dagli osservatori, perché
molto esplicite: «Quanto alle novità che possiamo
oggi scoprire in questo messaggio, vi è anche il fatto
che non solo da fuori vengono attacchi al papa e alla
Chiesa, ma le sofferenze della Chiesa vengono pro-
prio dall’interno della Chiesa, dal peccato che esiste
nella Chiesa. Anche questo si è sempre saputo, ma
oggi lo vediamo in modo realmente terrificante: che
la più grande persecuzione della Chiesa non viene
dai nemici fuori, ma nasce dal peccato nella Chie-
sa e che la Chiesa quindi ha profondo bisogno di
re-imparare la penitenza, di accettare la purificazio-
ne, di imparare da una parte il perdono, ma anche
la necessità della giustizia. Il perdono non sostitui-
sce la giustizia. Così rispondiamo, siamo realisti
nell’attenderci che sempre il male attacca, attacca
dall’interno e dall’esterno, ma che sempre anche le
forze del bene sono presenti e che, alla fine, il Si-
gnore è più forte del male, e la Madonna per noi è
la garanzia visibile, materna della bontà di Dio, che
è sempre l’ultima parola nella storia».
287
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

I due grandi temi della visita (l’attualità del mes-


saggio di Fatima in relazione alla crisi della Chiesa e
al ruolo dei sacerdoti e la missione oggi) si sono in-
trecciati quando, nella chiesa della Santissima Trini-
tà di Fatima, in occasione della preghiera dei vespri
(12 maggio), Benedetto XVI si è rivolto ai sacerdo-
ti, ai religiosi, ai seminaristi e ai diaconi con queste
parole: «Permettetemi di aprirvi il cuore per dirvi
che la principale preoccupazione di ogni cristiano,
specialmente della persona consacrata e del mini-
stro dell’Altare, dev’essere la fedeltà, la lealtà alla
propria vocazione, come discepolo che vuole segui-
re il Signore […]. Amati fratelli sacerdoti, in questo
luogo che Maria ha reso tanto speciale, avendo da-
vanti agli occhi la sua vocazione di discepola fedele
del Figlio Gesù dal concepimento alla Croce e poi
nel cammino della Chiesa nascente, considerate la
grazia inaudita del vostro sacerdozio. La fedeltà al-
la propria vocazione esige coraggio e fiducia, ma il
Signore vuole anche che sappiate unire le vostre for-
ze; siate solleciti gli uni verso gli altri, sostenendovi
fraternamente […]. Riservate particolare attenzio-
ne alle situazioni di un certo indebolimento degli
ideali sacerdotali oppure al fatto di dedicarsi ad atti-
vità che non si accordano integralmente con ciò che
è proprio di un ministro di Gesù Cristo. Quindi è
il momento di assumere, insieme con il calore della
fraternità, il fermo atteggiamento del fratello che
aiuta il proprio fratello a restare in piedi […]. Cari
seminaristi, che avete già fatto il primo passo verso il
sacerdozio e vi state preparando nel seminario mag-
giore oppure nelle case di formazione religiosa, il
papa vi incoraggia a essere consapevoli della grande
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

responsabilità che dovrete assumere: verificate bene


le intenzioni e le motivazioni; dedicatevi con ani-
mo forte e spirito generoso alla vostra formazione
[…]. In questo cammino di fedeltà, amati sacerdoti
e diaconi, consacrati e consacrate, seminaristi e laici
impegnati, ci guida e accompagna la Beata Vergine
Maria. Con lei e come lei siamo liberi per essere
santi; liberi per essere poveri, casti e obbedienti;
liberi per tutti, perché staccati da tutto; liberi da
noi stessi affinché in ognuno cresca Cristo, il vero
consacrato del Padre e il Pastore al quale i sacerdo-
ti prestano la voce e i gesti, essendo sua presenza;
liberi per portare all’odierna società Gesù morto e
risorto, che rimane con noi sino alla fine dei secoli
e a tutti si dona nella Santissima Eucaristia». Temi
ripresi poco dopo, nel solenne atto di affidamento
dei sacerdoti a Maria, quando Benedetto XVI ha
detto: «Aiutaci, con la tua potente intercessione, a
non venir mai meno a questa sublime vocazione, a
non cedere ai nostri egoismi, alle lusinghe del mon-
do e alle suggestioni del Maligno».
Nel corso della visita il papa non ha mai pronun-
ciato la parola pedofilia, ma la necessità della purifi-
cazione ha fatto da filo conduttore delle sue riflessio-
ni, così come la richiesta di coerenza nell’impegno
missionario, a partire dalla consapevolezza che «nel
nostro tempo, in cui la fede in ampie regioni della
terra rischia di spegnersi come una fiamma che non
viene più alimentata, la priorità al di sopra di tutte è
rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli
uomini l’accesso a Dio. Non a un dio qualsiasi, ma
a quel Dio che ha parlato sul Sinai; quel Dio il cui
volto riconosciamo nell’amore portato fino alla fine
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

(cf. Gv 13,1), in Gesù Cristo crocifisso e risorto»


(discorso per la benedizione delle fiaccole e la recita
del santo rosario presso la cappellina delle appari-
zioni, 12 maggio 2010).
L’argomento della missione è stato ripreso più
volte. Parlando alla folla riunita nella sera di Fati-
ma, alla vigilia della messa del giorno 13, il papa ha
esortato a «manifestare senza vergogna i segni della
fede, facendo risplendere agli occhi dei vostri con-
temporanei la luce di Cristo», e quando l’indomani
Benedetto XVI si è rivolto ai vescovi del Portogal-
lo, nella Casa Nostra Senhora do Carmo, è entrato
ancora di più in argomento: «In verità, i tempi nei
quali viviamo esigono un nuovo vigore missionario
dei cristiani, chiamati a formare un laicato matu-
ro, identificato con la Chiesa, solidale con la com-
plessa trasformazione del mondo. C’è bisogno di
autentici testimoni di Gesù Cristo, soprattutto in
quegli ambienti umani dove il silenzio della fede è
più ampio e profondo: i politici, gli intellettuali, i
professionisti della comunicazione che professano e
promuovono una proposta monoculturale, con di-
sdegno per la dimensione religiosa e contemplativa
della vita. In tali ambiti non mancano credenti che
si vergognano e che danno una mano al secolari-
smo, costruttore di barriere all’ispirazione cristiana.
Nel frattempo, amati fratelli, quanti difendono in
tali ambienti, con coraggio, un vigoroso pensiero
cattolico, fedele al magistero, continuino a ricevere
il vostro stimolo e la vostra parola illuminante, per
vivere, da fedeli laici, la libertà cristiana». Quelli che
occorrono, ha argomentato il papa, non sono tanto
i «richiami morali» e i «generici richiami ai valori
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

cristiani». Ci vogliono testimoni credibili, perché


«ciò che affascina è soprattutto l’incontro con per-
sone credenti che, mediante la loro fede, attirano
verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza
di Lui».
Nella messa celebrata all’aperto a Porto, in Ave-
nida dos Aliados, nell’ultimo giorno della visita,
Benedetto XVI ha detto: «Il cristiano è, nella Chie-
sa e con la Chiesa, un missionario di Cristo inviato
nel mondo. Questa è la missione improrogabile di
ogni comunità ecclesiale: ricevere da Dio e offrire
al mondo Cristo risorto, affinché ogni situazione
di indebolimento e di morte sia trasformata, me-
diante lo Spirito Santo, in occasione di crescita e di
vita. A tale scopo, in ogni celebrazione eucaristica,
ascolteremo più attentamente la Parola di Cristo e
gusteremo assiduamente il Pane della sua presenza.
[…] Nulla imponiamo, ma sempre proponiamo,
come Pietro ci raccomanda in una delle sue lettere:
“Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti
sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragio-
ne della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). E tutti,
alla fine, ce la domandano, anche coloro che sem-
brano non domandarla. Per esperienza personale e
comune, sappiamo bene che è Gesù colui che tutti
attendono […]. Dobbiamo vincere la tentazione
di limitarci a ciò che ancora abbiamo, o riteniamo
di avere, di nostro e di sicuro: sarebbe un morire a
termine, in quanto presenza di Chiesa nel mondo,
la quale, d’altronde, può soltanto essere missionaria
nel movimento diffusivo dello Spirito. Sin dalle sue
origini, il popolo cristiano ha avvertito con chiarez-
za l’importanza di comunicare la Buona Novella di
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Gesù a quanti non lo conoscevano ancora. In que-


sti ultimi anni, è cambiato il quadro antropologi-
co, culturale, sociale e religioso dell’umanità; oggi
la Chiesa è chiamata ad affrontare nuove sfide ed
è pronta a dialogare con culture e religioni diver-
se, cercando di costruire insieme ad ogni persona
di buona volontà la pacifica convivenza dei popoli.
Il campo della missione ad gentes si presenta oggi
notevolmente ampliato e non definibile soltanto in
base a considerazioni geografiche; in effetti ci atten-
dono non soltanto i popoli non cristiani e le terre
lontane, ma anche gli ambiti socio-culturali e so-
prattutto i cuori che sono i veri destinatari dell’azio-
ne missionaria del popolo di Dio».
Nell’omelia della messa del giorno 13 maggio,
anniversario della prima apparizione della Madon-
na di Fatima e dell’attentato a Giovanni Paolo II in
piazza San Pietro, il papa si è chiesto: «Chi veglia,
nella notte del dubbio e dell’incertezza, con il cuo-
re desto in preghiera? Chi aspetta l’alba del nuovo
giorno, tenendo accesa la fiamma della fede?». Di
certo, fra coloro che vegliano ci sono, nella visione
di Benedetto XVI, gli aderenti ai grandi movimen-
ti religiosi di natura carismatica, ai quali ha rivolto
particolare attenzione, anche in chiave critica, nel
già citato discorso ai vescovi portoghesi. Ha detto
infatti il papa: «A questo proposito, vi confesso la
piacevole sorpresa che ho avuto nel prendere contat-
to con i movimenti e le nuove comunità ecclesiali.
Osservandoli, ho avuto la gioia e la grazia di vedere
come, in un momento di fatica della Chiesa, in un
momento in cui si parlava di inverno della Chiesa, lo
Spirito Santo creava una nuova primavera, facendo
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

svegliare nei giovani e negli adulti la gioia di essere


cristiani, di vivere nella Chiesa, che è il Corpo vivo
di Cristo. Grazie ai carismi, la radicalità del Vange-
lo, il contenuto oggettivo della fede, il flusso vivo
della sua tradizione vengono comunicati in modo
persuasivo e sono accolti come esperienza persona-
le, come adesione della libertà all’evento presente
di Cristo. Condizione necessaria, naturalmente, è
che queste nuove realtà vogliano vivere nella Chiesa
comune, pur con spazi in qualche modo riservati
per la loro vita, così che questa diventi poi feconda
per tutti gli altri. I portatori di un carisma partico-
lare devono sentirsi fondamentalmente responsabili
della comunione, della fede comune della Chiesa e
devono sottomettersi alla guida dei pastori. Sono
questi che devono garantire l’ecclesialità dei movi-
menti». E qui Benedetto XVI è stato molto esplicito
nell’indicare alla classe episcopale compiti e respon-
sabilità: «I pastori non sono soltanto persone che
occupano una carica, ma essi stessi sono portato-
ri di carismi, sono responsabili per l’apertura della
Chiesa all’azione dello Spirito Santo. Noi, vescovi,
nel sacramento, siamo unti dallo Spirito Santo e
quindi il sacramento ci garantisce anche l’apertura
ai suoi doni. Così, da una parte, dobbiamo senti-
re la responsabilità di accogliere questi impulsi che
sono doni per la Chiesa e le conferiscono nuova
vitalità, ma, dall’altra, dobbiamo anche aiutare i
movimenti a trovare la strada giusta, facendo delle
correzioni con comprensione, quella comprensione
spirituale e umana che sa unire guida, riconoscenza
e una certa apertura e disponibilità ad accettare di
imparare».
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

La visione tipicamente ratzingeriana della Chiesa


e della questione missionaria è emersa nell’omelia
della messa celebrata a Lisbona l’11 maggio. «Spes-
so – ha detto – ci preoccupiamo affannosamente
delle conseguenze sociali, culturali e politiche della
fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò
che purtroppo è sempre meno realista. Si è mes-
sa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei
programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri
e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insi-
pido? Affinché ciò non accada, bisogna annunziare
di nuovo con vigore e gioia l’evento della morte e
risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, ful-
cro e sostegno della nostra fede, leva potente del-
le nostre certezze, vento impetuoso che spazza via
qualsiasi paura e indecisione, qualsiasi dubbio e
calcolo umano. La risurrezione di Cristo ci assicura
che nessuna potenza avversa potrà mai distruggere
la Chiesa. Quindi la nostra fede ha fondamento,
ma c’è bisogno che questa fede diventi vita in ognu-
no di noi. C’è dunque un vasto sforzo capillare da
compiere affinché ogni cristiano si trasformi in un
testimone in grado di rendere conto a tutti e sempre
della speranza che lo anima».
Il problema del confronto con la mentalità do-
minante e con i filoni culturali contemporanei è
stato trattato nel discorso dell’11 maggio a Lisbo-
na, rivolto agli esponenti della cultura e delle arti.
Oggi, ha sostenuto il papa, «la cultura riflette una
tensione, che alle volte prende forme di conflit-
to, fra il presente e la tradizione». Siamo portati
ad assolutizzare il presente, staccandolo da ciò che
ci viene dal passato ed eliminando il problema di
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

delineare un futuro. Un popolo come quello por-


toghese, così imbevuto di cristianesimo, non può
però accontentarsi di questo atteggiamento e non
può vivere passivamente la crisi della verità. E qui
Benedetto XVI ha toccato il tema che gli è più
caro: «Un popolo che smette di sapere quale sia la
propria verità finisce perduto nei labirinti del tem-
po e della storia, privo di valori chiaramente de-
finiti e senza grandi scopi chiaramente enunciati.
Cari amici, c’è tutto uno sforzo di apprendimento
da fare circa la forma in cui la Chiesa si situa nel
mondo, aiutando la società a capire che l’annuncio
della verità è un servizio che essa offre alla società,
aprendo nuovi orizzonti di futuro, di grandezza e
dignità». In effetti, la Chiesa ha «una missione di
verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per
una società a misura dell’uomo, della sua dignità,
della sua vocazione». La convivenza della Chiesa,
nella sua ferma adesione al carattere perenne della
verità, con il rispetto per altre «verità», o con la
verità degli altri, è un apprendistato che la Chiesa
stessa sta facendo. In questo rispetto dialogante si
possono aprire nuove porte alla trasmissione della
verità. Significativa a questo proposito la citazione
di Paolo VI: «La Chiesa deve venire a dialogo con
il mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa
parola, la Chiesa si fa messaggio, la Chiesa si fa
dialogo» (Ecclesiam suam, 67). Infatti, dice Bene-
detto XVI, «il dialogo senza ambiguità e rispettoso
delle parti in esso coinvolte è oggi una priorità nel
mondo, alla quale la Chiesa non intende sottrar-
si […]. Constatata la diversità culturale, bisogna
far sì che le persone non solo accettino l’esistenza
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della cultura dell’altro, ma aspirino anche a venire


arricchite da essa e a offrirle ciò che si possiede di
bene, di vero e di bello».
Benedetto XVI, nel discorso al mondo della cul-
tura, citando Giovanni XXIII e il motivo fondante
del Concilio Vaticano II, ovvero «mettere il mondo
moderno in contatto con le energie vivificanti e pe-
renni del Vangelo» (Humanae salutis, 3), ha anche
aggiunto un altro tassello alla sua visione dell’even-
to conciliare, «nel quale la Chiesa, partendo da una
rinnovata consapevolezza della tradizione cattoli-
ca, prende sul serio e discerne, trasfigura e supera
le critiche che sono alla base delle forze che hanno
caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e l’Il-
luminismo. Così da se stessa la Chiesa accoglieva e
ricreava il meglio delle istanze della modernità, da
un lato superandole e, dall’altro, evitando i suoi er-
rori e vicoli senza uscita». È così che il Concilio «ha
messo i presupposti per un autentico rinnovamento
cattolico e per una nuova civiltà, la civiltà dell’amo-
re, come servizio evangelico all’uomo e alla società
[…]. La Chiesa ritiene come sua missione priori-
taria, nella cultura attuale, tenere sveglia la ricerca
della verità e, conseguentemente, di Dio; portare le
persone a guardare oltre le cose penultime e mettersi
alla ricerca delle ultime. Vi invito ad approfondire
la conoscenza di Dio così come Egli si è rivelato in
Gesù Cristo per la nostra piena realizzazione. Fate
cose belle, ma soprattutto fate diventare le vostre
vite luoghi di bellezza».
Ciò che Benedetto XVI ha riportato a casa da
Fatima è il calore della fede semplice. Una fede che
non teme di mostrarsi anche in quelle forme di
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

devozione alle quali il mondo secolarizzato guarda


con sufficienza e commiserazione. Ciò che i fedeli
del Portogallo hanno ricevuto dal papa è un invito
a farsi credibili testimoni del Vangelo senza evitare
il confronto con la modernità.

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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Fonti

Come agnelli in mezzo ai lupi: è il testo preparato per


una conferenza tenuta a Verona il 16 febbraio 2010
per il ciclo di conversazioni Lì dove il credere si in-
contra con i grandi temi della vita per iniziativa del
Seminario vescovile.
Vero e falso: è il testo della conferenza tenuta a Ravenna
il 23 gennaio 2010 in occasione dell’incontro or-
ganizzato dall’Unione cattolica stampa italiana per
la festa del patrono dei giornalisti san Francesco di
Sales.
Redemptor hominis: è il testo della lezione tenuta il 10
marzo 2009 alla Pontificia università lateranense
in occasione del convegno Memoria e profezia. A
trent’anni dalla Redemptor hominis.
Santi come e perché: è il testo, riveduto, di una conferen-
za dedicata a Giovanni Paolo II e tenuta in varie città
italiane con gruppi giovanili.
L’amica del papa: è un articolo pubblicato dal sito Rai
Vaticano il 24 febbraio 2010.
Nostalgia del Concilio: è il testo, riveduto, della confe-
renza intitolata Giovanni XXIII, profezia di un ponti-
ficato tenuta a Trieste il 30 ottobre 2008 per iniziati-
va dell’associazione culturale Studium fidei.
298
Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Chi è il laico: è il testo della conferenza tenuta il 4 otto-


bre 2007 al centro Paolo VI di Trieste per iniziativa
dello Studium fidei.
Cristiano, cioè popolare: è il testo della conferenza Per un
cristianesimo diffuso e radicato tenuta il 23 settembre
2007 al Pontificio collegio leoniano di Anagni per
iniziativa dell’Azione cattolica diocesana.
Effatà! Il vero volto del dialogo: è il testo di una confe-
renza tenuta a Roma, nella parrocchia Sant’Alfonso
Maria de’ Liguori, il 10 ottobre 2008.
Pavlo, Tertullian e gli altri: è un articolo scritto per la
rivista «Studi cattolici» nell’aprile 2004.
Gente di Terra Santa e Pianeta Australia: sono testi che
raccolgono e rielaborano articoli scritti per i quoti-
diani «Europa» e «Il Foglio».
La porta accanto: è il testo, rielaborato, della conferenza
tenuta il 22 febbraio 2007 al centro Paolo VI di Trie-
ste per iniziativa dell’associazione culturale Studium
fidei.
Tre uomini nella barca (di Pietro): raccoglie e rielabora
articoli scritti per il quotidiano «Europa».
Da che pulpito viene la predica?: è il testo della con-
ferenza tenuta a Roma il 29 dicembre 2009 per il
convegno L’omileta e le attese dei fedeli organizzato
dall’Ufficio liturgico della Cei presso l’Istituto Maria
SS. Bambina.
Moderni o credibili: è il testo, rielaborato, dell’articolo
La scelta tra identità e carità pubblicato dalla rivista
«MicroMega» n. 4 (2007).
Un vescovo di nome Marx: è il testo, rielaborato, di un
articolo scritto per il quotidiano «Europa».
Antonio è vivo: è il testo, rielaborato, di un articolo scrit-
to per il quotidiano «Europa».
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Roberto Calcagnini - ighor140667@libero.it - 19/12/2010

Un ingombrante professore: è un articolo pubblicato dal


quotidiano «Il Foglio» il 19 aprile 2010.
Fatima o della purificazione: è un articolo pubblicato
dalla rivista «Il regno» nel maggio 2010.
La fatica di cercare Dio: è un articolo pubblicato dalla
rivista «Rogate» nel luglio 2010.
Beati coniugi, Pace sulla terra e… nella famiglia, Dies do-
mini, Nell’arsenale della speranza, Il miracolo è Lou-
rdes: sono testi inediti.

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Indice

Premessa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . pag. 7

I.
Coerenza vo cercando

1.  Come agnelli in mezzo ai lupi . . . . . » 13


2.  Pace sulla terra e… nella famiglia . . » 26
3. Vero e falso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 35
4.  Dies Domini . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 50
5.  Redemptor hominis . . . . . . . . . . . . . . » 63
6.  Santi come e perché . . . . . . . . . . . . . » 72

II.
Bella gente

1.  Beati coniugi . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 81


2. L’amica del papa . . . . . . . . . . . . . . . » 88
3.  Tre uomini nella barca (di Pietro) . . » 93
4.  Preti dei nostri giorni . . . . . . . . . . . . » 106
5.  Un vescovo di nome Marx . . . . . . . . » 119
6.  Nell’arsenale della speranza . . . . . . . » 124
7.  Pianeta Australia . . . . . . . . . . . . . . . » 129

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8. Il miracolo è Lourdes . . . . . . . . . . . . pag. 143


9. Incontri in Terra Santa . . . . . . . . . . » 164

III.
Chiesa, tu mi stupisci

  1. La fatica di cercare Dio . . . . . . . . . » 179


  2.  Nostalgia del Concilio . . . . . . . . . . » 184
  3.  Chi è il laico . . . . . . . . . . . . . . . . . » 195
  4.  Cristiano, cioè popolare . . . . . . . . . » 203
  5.  Effatà! Il vero volto del dialogo . . . » 209
  6.  Pavlo, Tertulian e gli altri . . . . . . . . » 220
  7. La porta accanto . . . . . . . . . . . . . . » 228
  8. Da che pulpito viene la predica . . . » 249
  9. Moderni o credibili? . . . . . . . . . . . » 257
10. Antonio è vivo . . . . . . . . . . . . . . . . » 267

IV.
La rivoluzione di Benedetto

1.  Un ingombrante professore . . . . . . . » 273


2.  Fatima o della purificazione . . . . . . . » 285

Fonti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . » 298

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Finito di stampare nel mese di novembre 2010


Villaggio Grafica – Noventa Padovana, Padova

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