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Ruolo del Parlamento ed equilibrio dei poteri costituzionali

secondo la Corte Suprema del Regno Unito


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27 Settembre 2019

di Elena Falletti* 

La decisione R. (on the application of Miller) v The Prime Minister;


Cherry and others v. Advocate General for Scotland [2019] UKSC 41)
della Corte Suprema britannica è ormai a tutti nota. Essa riguarda la
legittimità della “prorogation” del Parlamento britannico disposta dalla
Regina Elisabetta II su consiglio del Primo Ministro Boris Johnson.
Nell’organizzazione costituzionale britannica la “prorogation” è quel
periodo di tempo che intercorre tra una “session” e l’altra dell’attività
parlamentare. La peculiarità della prorogation oggetto della decisione in commento riguardava la
sua inusuale lunghezza. La motivazione pubblicamente addotta dal Primo Ministro, relativamente
alla necessità di preparare un appropriato “Queen’s speech” (cioè il discorso letto dalla Regina
all’inizio dell’attività parlamentare e predisposto dal Governo in carica) in vista del Brexit, è stata
rigettata dalla Corte Suprema. Tale data era stata fissata il 14 ottobre, con la conseguente
dilazione della prorogation di cinque settimane, tempo sottratto al Parlamento britannico, in
particolare alla House of Commons, per la discussione delle iniziative governative in vista della
scadenza del 31 ottobre 2019, data della prevista uscita del Regno Unito di Gran Bretagna
dall’Unione Europea.

In realtà, questa decisione rappresenta un sintetico, ma ben argomentato trattato di diritto


costituzionale sulla separazione dei poteri dello Stato e sul loro equilibrio, una specie di manuale
che dovrebbe aiutare i primi ministri indisciplinati a non sconfinare nei giardini dei poteri altrui.
Tuttavia, come spesso accade in tempi recenti, i titolari pro tempore del potere esecutivo non
amano i lacciuoli posti dalle Costituzioni, siano queste scritte o non scritte, ma comunque
rappresentative di quelle norme di buona condotta istituzionale che si dovrebbero fondare sulla
reciproca lealtà nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali, legislative e di governo.

Il punto analizzato dalla Corte Suprema verte sul rapporto costituzionale tra i poteri dello Stato, in
particolare sulla reciproca legittimità dei rapporti tra Primo Ministro, Corona, Parlamento e Corte
Suprema stessa. In particolare, se la Corte Suprema possa esprimersi sulle attività svolte
nell’agone politico. La Corte Suprema risponde affermativamente a questa domanda: dato che
Brexit modificherà l’assetto costituzionale britannico, è compito dei giudici supremi britannici
vagliare la correttezza istituzionale dei passaggi prodromici al Brexit stesso.

Di fronte a un diritto costituzionale che ha mantenuto nel corso del tempo le sue peculiari
caratteristiche di flessibilità e di lealtà reciproca tra gli attori presenti sul palcoscenico istituzionale
(cioè, Parlamento, Governo, Corona, Suprema Corte), l’entrata in scena della voce popolare, al di
fuori della rappresentanza elettiva, ma esplicitata attraverso la democrazia diretta, è stata irruenta
e destabilizzante, dato che il referendum popolare è tradizionalmente sconosciuto in Common
Law.

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27/9/2019 Ruolo del Parlamento ed equilibrio dei poteri costituzionali secondo la Corte Suprema del Regno Unito

La consultazione elettorale costante e continua può avere un duplice effetto nefasto sul
panorama politico istituzionale: da un lato essa rappresenta una forma di deresponsabilizzazione
politica nei confronti di scelte istituzionali rilevanti; dall’altro lato può provocare il repentino
mutamento di orientamento del consenso popolare, a seconda di promesse elettorali più o meno
realizzabili. L’esperienza del precedente primo ministro Theresa May è stata significativa sul
punto: nel tentativo di avvantaggiarsi politicamente, la signora May aveva esercitato il suo potere
di indire elezioni anticipate nel 2017, le quali però avevano inaspettatamente mutato la solida
maggioranza conservatrice in una faticosa alleanza di coalizione, con la conseguente triplice
bocciatura da parte della House of Commons del deal negoziato con l’Unione Europea il 15
gennaio 2019, il 12 marzo 2019 e il 29 marzo 2019. Alla luce di ciò, va sottolineato che il popolo,
o per lo meno la sua maggioranza, esprime la propria volontà indipendentemente dalla chiarezza
del quesito referendario che gli viene sottoposto, e pretende l’attuazione del risultato così
ottenuto. A questo proposito, la percezione collettiva di inadempimento della volontà popolare sta
provocando una certa tensione sociale nel Regno Unito, infatti l’opinione pubblica fa fatica a
comprendere quale sia lo scopo delle impugnazioni di fronte alle corti delle iniziative politiche.

Il corpo elettorale è al contempo oggetto e soggetto politico nel momento in cui viene
continuamente sollecitato attraverso il ripetuto ricorso alle urne, sia con lo svolgimento di un
referendum, sia per l’elezione dei rappresentanti negli organi istituzionali. Ad aggravare tale
perversa parvenza di democrazia immediata vi è il continuo sondaggio della possibile volontà
elettorale effettuata regolarmente da società di rilevamento d’opinione, dato che la divulgazione
massiva di siffatte intenzioni, seppure campionate su una fascia ristretta della popolazione,
influenza (e spesso incattivisce) il dibattito pubblico.

Quella sopra descritta è divenuta l’esperienza comune della politica attuale nelle democrazie
occidentali, amplificata dall’uso costante dei social network e altri strumenti di interazione diretta
tra il politico e il pubblico di suo riferimento. Ciò che sembra essere interessante, e meritorio di
sommarie riflessioni, è l’interazione, e le possibili reazioni, tra una modalità di azione politica
propagantistica immediata che si esprime prevalentemente attraverso ripetuti annunci e proclami
e un sistema dalle regole storicamente consolidate, quasi statiche, come il Common Law inglese.
Sotto il primo profilo, il politico sembrerebbe voler essere responsabile solo verso i suoi elettori, o
per lo meno verso i suoi follower su Facebook, Instagram o Twitter. I suddetti follower, utilizzando
ciascuno il proprio device (smartphone o laptop) condividono e diffondono il messaggio del
“Capo”, quasi organizzandosi con i propri gruppi di account genuini o, non raramente, fake.
Dall’altro lato, ciò che compie nel caso di specie la Corte Suprema britannica è richiamare il
politico alla sua accountability, alla sua responsabilità verso l’organo rappresentativo del corpo
elettorale nel suo complesso, cioè il Parlamento.

Nel caso di specie, il punto principale della sentenza della Corte Suprema verte sulla
questionabilità della legalità di un atto strettamente riservato come l’advice, il consiglio, dato dal
primo ministro britannico alla regina, sulla base del quale la sovrana ha concesso la prorogation
successivamente dichiarata “unlawful, null and of no effect and should be quashed”.

Dato per scontato che i contenuti dei contatti intercorsi tra la regina e il suo primo ministro non
sono oggetto di causa (non soltanto per via dell’immunità di cui gode la sovrana, ma per il rifiuto
della Corte di occuparsi di questo tema), il punto concerne proprio il ruolo di questo primo
ministro e di come ha gestito siffatta questione di natura politica.

Al fine di verificare la legittimità dell’advice dato dal primo ministro alla regina Elisabetta II, la
Corte si è soffermata a lungo sulla questione della accountability, la responsabilità, del primo
ministro verso il parlamento, e non verso gli elettori. Sul punto altresì si osserva che il primo 
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ministro in carica non è stato votato in quanto tale dagli elettori, ma dai soli membri del suo
partito, a seguito delle dimissioni di Theresa May.

Il principio di ordine costituzionale elaborato dalla decisione Miller/Cherry è riassumibile come


segue: il primo ministro è necessariamente responsabile delle decisioni intraprese durante lo
svolgimento della sua carica, e tra queste anche degli advice espressi alla Corona, rispetto
all’organo rappresentativo del corpo elettorale, cioè il parlamento ove siedono i rappresentanti del
popolo, quali esponenti della volontà popolare: è la democrazia parlamentare il fulcro della
politica inglese, non la democrazia diretta, anche se è attraverso questa che il popolo si è
espresso a favore del  Leave  in occasione del referendum del 2016. Alla luce di ciò, la Corte
afferma che la responsabilità governativa va valutata alla luce del principio della separazione dei
poteri e, dato che durante le udienze il governo non è riuscito a giustificare una prorogation così
lunga, la Corte ha stabilito che il primo ministro ha ecceduto nell’esercizio dei suoi poteri,
impedendo illegittimamente la normale attività di controllo parlamentare sul governo. Quale
rimedio contro questo abuso, la Corte Suprema ha spazzato via la prorogation e ha dichiarato
che l’attività parlamentare potesse riprendere immediatamente secondo le modalità stabilite dagli
speaker della House of Lords e della House of Commons, che hanno immediatamente convocato
i due rami parlamentari per la ripresa dell’attività politica.

Ciò che emerge da questa decisione è la continuità della sovranità parlamentare in Common
Law. Essa rappresenta un lungo fil rouge che lega le istituzioni britanniche attraverso i secoli,
nonostante nel corso del tempo siano accadute esperienze sovversive e violente. Tuttavia, al
termine delle diverse fasi storiche, l’equilibrio istituzionale si è sempre assestato attorno al
Parlamento quale fulcro essenziale dell’esperienza costituzionale britannica. Sembra che la Corte
voglia dimostrare che tale centralità sia necessaria anche in tempi in cui il rapporto diretto e
immediato tra politica e popolo pretende più considerazione, in particolare attraverso proclami
populisti e uso disinvolto dei social network e delle piattaforme informatiche.

La decisione Miller/Cherry apparentemente sembra convincerci che l’apparato istituzionale


formale britannico sia solido, nonostante da più parti ci si stia domandando se non sia giunto il
tempo di redigere una costituzione scritta anche per il Regno Unito, un patto tra i consociati in
grado di fronteggiare anche le tempeste in corso al di fuori delle mura di Westminster.

* Docente di diritto privato comparato presso l’Università Carlo Cattaneo di Castellanza

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