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L’architettura del tempo presente 18-11-2009

“Ora, io credo che il problema autentico


nell’architettura sia la costruzione di questo
sistema logico” (Aldo Rossi)

L’architettura del tempo presente. Confessioni sopra


l’impossibilità di un giudizio.

Per me l’architettura può essere solo monumento. Ammonire,


ricordare, perpetuare.

“Voglio cancellare l’architettura! L’ho sempre voluto fare e ritengo


improbabile che cambi idea! Ho sempre pensato che creando
un’architettura del caos, l’architettura sarebbe scomparsa […] La
tecnologia elettronica è veramente uno strumento efficace per
generare il caos […] La modernizzazione è sinonimo di
deterritorializzazione. La tecnologia ci ha costretto a riconoscere dove
quel processo ci ha portato, ci consente di creare il caos con una
libertà e una velocità senza pari […] Se un’opera scompare oppure no,
dipende non solo dallo stato di caos presente nell’opera in questione,
ma anche dalla direzione e dalla cornice visiva della persona che la
isola. Il problema, ho scoperto, non è l’oggetto ma il soggetto” .

La distanza tra queste due frasi è enorme. La prima è mia, ma è solo


(senza alcuna presunzione), una estrema sintesi di frasi che avrebbero
potuto pronunciare Loos, Rossi, Grassi, Leoncilli Massi, Natalini …
La seconda è di Kengo Kuma. La prendo come emblema, è ovvio,
anche se (tra l’altro) Kengo Kuma è un architetto che seguo
particolarmente volentieri. Le ho messe in sequenza perché forse è ora
più chiaro comprendere il senso del titolo che ho scelto.

Tuttavia essere chiamati a riflettere su un argomento implica dare dei


giudizi su quell’argomento. Significa, se si è intellettualmente onesti,
fare confronti, paragoni, formulare giudizi fondati su criteri correlati a
dei valori. Ciò di cui si discute deve essere insomma ordinato secondo
una scala, delle gerarchie, degli assi semantici. La cognizione si fa per
comparazione, diceva Alberti, e discutere di architettura non comporta
deroghe a questo principio. Ma nella mia mente si affollano subito le
prime domande: come paragonare Villa Emo di Palladio con l’ultima
cantina dello Studio Archea? Quali sono gli elementi che devo
prendere a confronto? I paragoni devono farsi solo per tipi (case con
case, scuole con scuole, ecc.)? O debbono darsi per periodi di tempo
ben determinati (il dopoguerra, il primo novecento, ecc)? E se il
tempo è ampio, il mio paragone si trasforma in una storia
dell’architettura? E che differenza posso fare tra storia
dell’architettura e critica dell’architettura? E’ possibile una critica
dell’architettura senza storia?

Che cos’è appunto l’architettura del tempo presente? Che cos’è il


tempo presente in architettura? E’ il tempo del calendario? O vi sono
delle fratture, dei punti di sovrapposizione? Quanto può durare questo
tempo? Per me, che ho sempre creduto che all’architettura si addicesse
un tempo fisso, un tempo senza tempo, un tempo aionico, in
definitiva, prendere atto che tutto invece si riconduce ad un tempo
cronologico, è una ferita. Anche l’architettura sembra inghiottita da
questo vertice, da questa valanga, da questo tempo impietoso: nulla
resisterà.
Non trovo le coordinate corrette, ma in un mio quaderno ho annotato
questa frase di Vattimo, che mi sembra del tutto opportuna: “Già ora,
nella società dei consumi, il rinnovamento continuo (degli abiti, degli
utensili, degli edifici), è fisiologicamente richiesto per la pura e
semplice sopravvivenza del sistema; la novità non ha nulla di

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“rivoluzionario” e sconvolgente, è ciò che permette che le cose


vadano avanti nello stesso modo”.

Architettura del tempo presente, quindi. Ma il titolo ha già una


(maliziosa) premessa nascosta: che ogni tempo abbia la sua
architettura. Si profila insomma già altissima la prima montagna: lo
Zeitgeist.
L’architettura del tempo presente è quella delle Università, delle
attività di ricerca, dei dottorati? E’ quella dei grandi epigoni, delle
archistar? E’ quella dei restauri famosi? O è quella infine dell’immane
quantità edilizia che continuiamo a produrre e diffondere nelle nostre
città e nel nostro territorio? Tempo fa il prof. Paolo Belardi
contrapponeva, ad un convegno, le logiche di due mondi: quello della
ricerca architettonica e quello della produzione corrente. Certo, il
paragone era frappant. Vi era una distanza incolmabile tra il
professionismo degli studi tecnici, delle agenzie immobiliari, e il
mondo della ricerca universitaria, delle riviste, dei grandi maestri
attuali (quelli che ognuno si sceglie come tali). Da una parte le casette
con l’intonaco-nella-gamma-delle-terre, dall’altra le case di grandi
maestri del contemporaneo. Da una parte la “sindrome del Mulino
Bianco” (come la chiamava un maestro che ho molto amato: Leoncilli
Massi), dall’altra la griffe dell’architetto attuale. Da una parte il finto
antico (gli zampini in legno di castagno, od un opus incertum che
diventa nelle mani di architetti incolti un’opera approssimativa ed
incoerente), dall’altra la raffinatezza di combinazioni di vetro, acciaio,
cemento armato translucido e via dicendo. Ma c’è un ma, anche qui.
Questa distanza c’è tra ricerca e professione c’è sempre stata.
Vogliamo prendere ad esempio la lontananza tra le abitazioni di Le
Corbusier a Pessac e la produzione corrente di quel periodo?
Vogliamo prendere la distanza tra le casette individuali dell’Alsazia
Lorena e les machines à habiter?
E poi, laddove la ricerca architettonica di punta si è saldata subito alla
produzione corrente, il risultato è stato sempre positivo? Abitare in un
HLM (Habitations à loyer modéré), dove ho abitato, o in una
Siedlung, è stato sinonimo di magnifiche sorti e progressive? Non è un
bene che ci sia stata questa inerzia? Non è un bene che ci sia stata
questa distanza (necessaria, per me) tra il Weissenhof e la casetta in
legno dell’Alsazia? Non me ne vogliano i colleghi più entusiasti
dell’attualità più promettente: non voglio frenare nessuno. Credo solo
che ci sia bisogno di questo “ritardo di marea”, soprattutto adesso,
dove l’architettura viaggia a velocità folle.

Generalmente si fa coincidere l’architettura del tempo presente con


quella delle archistar e dei loro prodotti griffati. Che cosa ne possiamo
pensare? Benché questi prodotti ed il comportamento della maggior
parte di queste archistar non siano di mio gradimento, bisogna anche
riconoscere che la colpa di questa situazione non è solo la loro. Le
indagini e le critiche piuttosto approssimative di La Cecla o Salingaros
non colgono con realismo tutta la vicenda. L’architetto non è più
l’architetto del faraone, non è più nemmeno l’architetto del principe.
Non è l’architetto artigiano. Il suo ruolo è del tutto cambiato.
Competenze gli sono state erose nel tempo: la statica (riuscire a far
star su le cose), è passata all’ingegnere, e con essa, (in blocco)
l’aspetto tecnologico e scientifico della costruzione; la cultura della
città è passata all’urbanista; e così via. In un mondo iper-specializzato,
l’architetto stenta a trovare un proprio baricentro: un nucleo fondativo
di discipline.
Per quanto possiamo biasimare le star, il loro modello ed il loro
comportamento, i loro prodotti sono richiesti: richiestissimi. E da
persone della più diversa estrazione culturale e funzione sociale. Il
modello Bilbao è diventato appunto un modello: le amministrazioni (i
politici) non fanno altro che replicarlo. Perché se un’opera

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d’architettura riesce ad attrarre milioni di persone ogni anno in una


cittadina di provincia fino ad allora semisconosciuta, la sua funzione
architettonica passa tutta in secondo piano. E questa cosa è accettata
da quasi tutti: architetti compresi. Ne deriva che l’unico metro di
giudizio (o uno dei prevalenti), per valutare un’architettura saranno tra
breve indici economici: il BEP (Break Even Point), e cioè in quanto
tempo quell’evento si ripagherà; il ROI (Return on Investement), e
cioè quanto rende quell’investimento; il Valore emozionale aggiunto,
e così via.
Non solo: tra un po’ potrebbe non esserci nemmeno più un prodotto
fisico, più o meno durevole, dell’architettura. Tra qualche anno il
progetto d’architettura sarà probabilmente una simulazione di ciò che
sarebbe stato (di ciò che potrebbe essere). Sarà un evento: una
performance. Forse questo è il salto che ci viene chiesto di fare: la
completa spettacolarizzazione dell’architettura. L’installazione,
l’evento, durerà un certo periodo di tempo e verrà poi allestito, forse
da un’altra parte. Sarà un bene? Io vi vedo solo una perdita: anche qui.
Certo, immagino che si possano addurre giustificazioni di ordine
economico, ambientale (la reversibilità, tutte queste belle
giustificazioni per un’architettura timida), a questa architettura. Ma
per me, che credo ancora in un’architettura fatta di pietre, è solo una
perdita. E non dico “per me che sono cresciuto in architetture di
pietra”, perché in fondo ho vissuto a pieno l’era digitale e riconosco di
esserne immerso. La mia è una precisa scelta: mi piacciono le pietre.
Già l’architettura di legno (le family house americane, per esempio),
mi paiono dei simulacri di case, delle case come potrebbero essere se
fossero di pietra. Non dirò che mi fanno pensare a dei giocattoli, ma
odio pensare a case alle quali posso sfondare la parete con un calcio.
Delle case che sono “la scena fissa”, sì, ma di un ubiquo e continuo
Truman’s show. Pensare poi ad un’architettura come ad un concerto,
che finisce con una sua sola esecuzione, mi rende particolarmente
triste.
L’architettura sembra destinata a cedere di fronte a queste pressioni.
Non dobbiamo scandalizzarci, come architetti, perché (siamo onesti),
ne facciamo spesso parte: stiamo al gioco. Nei concorsi di architettura
si coglie già questa volontà, laddove i bandi richiedono all’architetto
di progettare sì il museo, ma anche fare in modo che si auto-sostenga.
Ed i bandi per le varie riqualificazioni (centri storici, aree industriali
dismesse), reiterano la richiesta, chiedendo di progettare la pietra ma
anche “eventi” che possano far decollare o mantenere un certo flusso:
flusso di persone, flusso di cassa. Anche qui la cartina di tornasole è
data dalle parole: quando un cittadino si trasforma in un city-user, non
credo che ci siano più dubbi sul come tutto sia diventato scambio
economico. Non esistono sinonimi, diceva Kundera anni fa, ed io
ritengo che abbia una ragione solida come la roccia. Siamo city-user:
non più cittadini.
I politici, i nostri amministratori, non sono alieni, e anche se vi è un
certo sfasamento tra noi e loro, dovuto alla lentezza del sistema
democratico in sé, essi ci rappresentano più o meno bene. In
quest’ottica, le loro richieste di prodotti dal forte appeal sono più che
sensate e legittime, e l’architettura ha un’importanza secondaria.

A me pare che Giorgio Grassi prenda nel giusto quando dice che
l’architettura è ridotta a spettacolo di se stessa. Possiamo parlare in
alcuni casi di cinismo, in altri di semplice ignoranza. Grandi architetti
credono nel decostruttivismo: ci credono perché hanno letto Derrida,
Deleuze, Guattari, oppure la Torah, e ne hanno tratto la profonda
convinzione che sia meglio così. Emuli locali in buona fede credono
di aver capito, senza aver letto una riga di filosofia. Ritengono cioè
che queste costruzioni senza angoli retti cupole archi travi capriate
siano più belle, che rispondano meglio alle nostre esigenze
rappresentative, che una nuvola è meglio di un parallelepipedo per

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L’architettura del tempo presente 18-11-2009

viverci e lavorarci. Emuli locali in malafede hanno compreso infine


che lo stilema (il gesto), è di moda, e che le pareti inclinate sono più
moderne di quelle verticali: riprendono alcuni stilemi, forme, e
sintassi senza capire ciò che la loro opera significa.
L’architettura spettacolo scioglie anche i vincoli con la città, con la
storia: non deve infatti essere de-territorializzata, caotica, dispersa?
L’architettura non deve scomparire? E per lasciare posto libero a
cosa? Tutti questi lati negativi sono compensati da cosa? E’ solo un
conto economico di corto respiro che fa stare in piedi certe operazioni
di marketing: il prodotto mi costerà X, mi consentirà di ricavare Y in
Z anni. Passata questa fase, si vedrà. Per quest’obiettivo rinuncio ai
nodi, ai vincoli, ai punti, sui quali ogni architetto compie la propria
formazione: l’attacco al cielo, l’attacco a terra, l’angolo, le aperture, la
citazione, l’ornamento. Ovviamente le architetture continuano ad
avere attacchi a terra, aperture, ornamenti, materiali, ma senza una
teoria sono solo dei risultati trovati lungo la strada. Non sono frutto di
una riflessione. Mi sembra insomma che ci sia una banalizzazione di
tutta una serie di temi: un abbandono.
Il problema dell’architetto come uomo di cultura non si pone
nemmeno, in questo contesto. L’architetto è come una modiste, un
coiffeur, a cui è demandata una certa cosa, nel più breve tempo
possibile, che sia originale, che richiami un sacco di persone, ecc.
L’architetto è un professionista dell’immagine od al massimo della
valorizzazione immobiliare: punto e basta.
Alla solidità di un sapere architettonico costruito per accumulazione,
per stratificazione, ormai anche qui si accetta il fatto che il sapere sia
solo funzionale all’evento, e che questo sapere non abbia bisogno di
essere accumulato, ma “intercettato”. Occorre essere bravi nel timing
e nel networking, e non più nella composizione architettonica.
L’architetto non è più un muratore che sa il latino, ma un websurfer
che conosce Piranesi, un manager che usa Facebook.

Architectura, si non cogitatur, nulla est


L’architettura contemporanea mi sembra un’architettura senza teoria.
Non c’è una teoria che la guidi, se non quella che dicevo in apertura:
l’ansia della novità, il nuovo che divora se stesso, ecc. Io invece
affermo la necessità di una teoria dell’architettura per svincolare
l’architetto dalla servitù del mercato. E’ solo la teoria che può ridare
autorevolezza all’azione e all’incisività dell’architetto come uomo in
mezzo agli uomini. Solo la teoria permette tra l’altro la trasmissione,
l’insegnamento di un sapere. Solo una teoria consente l’invenzione del
verosimile, l’invenzione della favola di cui parlava sempre Leoncilli.
Solo una teoria può consentire una critica serrata ad un modello
sociale, ad una koiné culturale. La teoria trasfigura l’effimero in
durevole. E’ sempre la teoria a trasformare il Teatro del Mondo di
Aldo Rossi in un monumento dell’architettura.
Per teoria intendo una profonda riflessione, anche su singole parti
della disciplina, e non necessariamente un sistema filosofico
conchiuso.
Credo per esempio che ci sia una data formidabile nella storia
dell’architettura: quella in cui Alberti pubblica De re aedificatoria.
Quel trattato è anche un manuale. Non deve stupire che dica che il De
re aedificatoria sia anche un manuale, perché lo è, e chiunque si
prenda il gusto di leggerlo per intero può verificarlo facilmente: vi
sono istruzioni per scegliere il legno migliore, la calce, fare
fondazioni, ecc. E’ dunque un manuale, una guida operativa per la
costruzione di un’architettura sana e robusta, e durevole. E’ un trattato
perché Alberti illustra, con una scrittura leggera ma efficace, una
teoria dell’architettura, toccando i punti nevralgici di una teoria, punti
su cui anche l’architetto odierno è costretto a riflettere: l’ornamento, il
tempo, il restauro, la solidità, le proporzioni, il disegno, la storia, ecc.

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L’architettura del tempo presente 18-11-2009

In quest’epoca di eccessi, di lusso, iper-produzione (non è


paradossale, en passant, il fatto che siamo un paese a crescita negativa
e che i nostri piani regolatori prevedano ancora delle zone di
espansione residenziale?), occorrerebbe puntare all’essenziale: solo
ciò che ha ragione di esistere deve esistere. Ma che cosa ha ragione di
esistere? Solo ciò di cui si dà ragione, si dà motivo, si dà senso,
appunto. Ed è dunque un pensiero architettonico a dare il senso delle
cose: è un pensiero compositivo che dice sì o no alle cose. In Scarpa il
dettaglio è il mondo: in Aldo Rossi no. Chi ha ragione? Nessuno ed
entrambi. L’architetto sceglie il tema, il copione, i personaggi, le
comparse. Il tema è di volta in volta la risposta agli interrogativi
ontologici dell’architettura. Ed ecco perché un’architettura non
pensata non mi interessa.
“Ora tutto questo è perduto”, dice Trackl, ma oggi (è un’aggravante),
è perso con leggerezza, senza alcun senso della perdita, alcun
rimpianto.

Ho sotto gli occhi una pagina di pubblicità di un mensile di pregio: vi


è in primo piano una BMW (soggetto principale della pubblicità), e
subito dopo per una metà dello sfondo, la sede della BMW di Coop
Himmelb(l)au che si avvita come un vortice, con vetri abbarbicati su
maglie triangolari di profilati di metallo. A me pare evidente che uno
dei tanti messaggi della foto sia: la stessa tecnologia che è alla base di
questo edificio è alla base di questa auto. E se l’edificio è così ardito,
potete scommettere che anche la macchina lo è. E il punto è proprio
questo, per me: la costruzione (abitazione, uffici, non fa importanza)
deve condividere la stessa tecnologia dell’automobile di lusso? Hanno
le stesse logiche? Dovrebbero averle? Nel ciclo di vita di un prodotto
qualsiasi (e quindi anche dell’automobile), arrivati ad un punto morto
si mette in moto un’operazione di marketing che si chiama “rilancio”.
Con gli edifici si farà la stessa cosa?
Siamo malati di tecnologismo: la tecnologia e la scienza ci appaiono
come le uniche possibilità di salvezza.
Tuttavia mi pare che anche in architettura inizi a porsi un dilemma
etico: tutto ciò che si può fare, si deve fare? Sappiamo fare lastre di
vetro incredibili per dimensioni, qualità della superficie,
caratteristiche, ecc. Bene: le nostre case dovrebbero essere tutte di
vetro?
Penso, dopo aver studiato a lungo le proporzioni e la geometria
nell’architettura, che Etienne-Louis Boullée avesse ragione: “Stanco
dell’immagine muta e sterile dei corpi irregolari …”. Cosa hanno i
corpi irregolari che oggi vanno tanto di moda? Io vi scorgo solo la
volontà di épater les bourgeois. Una sorta di neo barocco nel peggiore
senso possibile. “Questa parete si poteva far diritta, ma io ho fatto una
bolla di vetro, con lastre piegate lungo tre assi, calcolate una per una.”
“Questo solaio poteva essere in piano, ma io l’ho fatto per seguire un
flusso di informazioni che passavano di lì”, e così via.
Non si vede perché queste forme che non si possono descrivere (sono
indescrivibili), di cui si ignora la legge di formazione, di cui si ignora
tutto, debbano essere più attraenti delle altre. Vi si vive meglio? No.
Sono più economiche? No, anzi. Sono più ecologiche? No. Sono più
contestuali? No. Però, mi si dice, rappresentano meglio la nostra
epoca. Ecco che torna lo Zeitgeist.

Non credo a questo transfert di paradigmi tecnologici o scientifici che


passano senza colpo ferire dalla scienza all’architettura. Ha veramente
ragione Natalini quando dice che l’architettura è una cosa che ha più a
che fare con l’agricoltura che con la meccanica o le biotecnologie.
La relatività di Einstein ci ha convinto che i raggi di luce si curvano
passando vicino a masse enormi, ma i solai li facciamo ancora con una
livella orizzontale. Se devo andare su Marte, la quarta dimensione mi
può interessare: se devo fare l’intonaco sulla parete, no. I frattali di

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L’architettura del tempo presente 18-11-2009

Mandelbrot certo ci spingono a vedere il mondo in maniera diversa.


Ma come questa maniera possa influire direttamente sul prodotto
formale dell’architettura non saprei dire.
L’architettura è molto complessa e questa sua complessità è anche la
sua ricchezza, la sua bellezza, la sua lentezza. Molto complessa anche
dal punto vista concettuale, intendo. Non ha bisogno di innamorarsi
dell’ultima moda. Non ne avrebbe bisogno. L’architettura non è arte
applicata: sono semmai le arti ad essere architettura ridotta.
Ogni architettura dovrebbe avere in sé il DNA delle architetture che
l’hanno preceduta. L’architettura del tempo presente ha perso questa
continuità: come confrontare il Colosseo di Roma con il “nido” di
Herzog et de Meuron? Io non ci riesco. Non ho più gli strumenti per
giudicare, per collegare per relazionare, per fare un catalogo.
Terminata l’epoca delle ideologie, razionalista, socialista, ecc.,
consumato in fretta il post-modern, non saprei più fare (impostare
nemmeno), un discorso scientifico. Ora c’è l’ambientalismo: un
animale da soma per qualsiasi cosa si produca oggi. Io penso, per
esempio, che il giardino verticale sia una delle più grandi idiozie (o
trovata pubblicitaria), dell’attualità. Credo ancora che l’edera serva a
mascherare una brutta architettura: soprattutto in città. Credo ancora
che il giardino migliore sia quello orizzontale. Ho dei dubbi anche sul
tetto giardino, e la ragione è presto detta: immaginarsi Assisi, Perugia,
Spoleto, con dei tetti verdi mi sembra una perdita secca sotto il valore
estetico e didattico. La perdita è secca e non è compensata né mitigata
da ragionamenti di tipo energetico. Se un giorno dovessimo arrivare a
mettere l’erba sui tetti di San Gimignano, vorrà dire che avremo perso
tutte le altre battaglie, sugli altri fronti. Il verde dei tetti sarà la nostra
bandiera bianca. Giovanni Paolo II disse una frase molto bella,
seppure in tutt’altro contesto: “Il mondo soffre per mancanza di
pensiero”. L’erba sul tetto vuol dire che non siamo riusciti a trovare
valide alternative nei settori dei materiali, della tecnologia, e infine,
dei consumi. Io sono per l’ecologia e per il risparmio energetico, ma
sono per un’ecologia purificata da una razionalità completa, saggia,
equilibrata, che non distrugga millenni di costruzioni, di opere d’arte
(la città è un’opera d’arte), per risparmiare dell’energia che serve poi a
mandare TV o telefonini.

“Case che rassomigliano a delle case.” (Adolfo Natalini)


Mi rendo conto, avviandomi alla fine, che di questa architettura
presente salvo poche cose (forse rappresento un’anomalia dello
Zeitgeist), e che la maggior parte dei miei ragionamenti ha messo in
luce un atteggiamento distruttivo.
Tuttavia credo che emergano, in profondità, alcuni punti fermi, alcune
pietre miliari su cui forse poter impostare una riflessione.
Primo: riconosco all’architettura attuale l’aver portato in Italia delle
vere e proprie nuove figurazioni. Penso alle potenti masse ed equilibri
di Anton Garcia Abril, alle superfici di Herzog et de Meuron, alle
raffinate tecnologie di Forster, e ad altri molti spunti. Credo che
queste suggestioni formali non andranno perse, così come la
tecnologia che le accompagna, e che saranno fertili ed utili a molti
giovani architetti: occorre solo un po’ di inerzia.
Secondo: queste nuove figurazioni, eventi e costruzioni, impongono
una riflessione approfondita sui confini tra arte, architettura e design
(che cos’è l’ultima creazione di Koolhas per Prada?).
Terzo: credo che la necessità di ricostruire una teoria dell’architettura,
una teoria completa: teoria estetica, teoria funzionale, teoria urbana,
ecc., possa essere solo utile all’architetto ed all’architettura stessa.
Credo che questa teoria dovrebbe mettere al centro della propria
riflessione il concetto dell’identità (è superato? va recuperato?), quello
della memoria, quello dell’etica (per chi costruiamo? che cos’è
l’architetto oggi?), quello dell’ambiente, quello dell’insegnamento.

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L’architettura del tempo presente 18-11-2009

Di fronte alla la caserma di Vitra a Weil am Rhein di Zaha Hadid,


mi chiedo sinceramente e spesso se io non sia la mosca di Derrida, che
sbatte contro il vetro e che continua a non capire.
Poi però, dopo una giornata di lavoro, torno alle mie adorate città
umbre (Spoleto, Spello, Montone) e sono contento di ri-trovare delle
case che rassomigliano a delle case. Forse non c’è alcun vetro.

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