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ANTICHITÀ ALTOADRIATICHE

LXXIV

Riuso di monumenti e reimpiego


di materiali antichi
in età postclassica:
il caso della Venetia
a cura di
Giuseppe Cuscito

CENTRO
DI ANTICHITÀ
ALTOADRIATICHE
CASA BERTOLI
AQVILEIA

TRIESTE EDITREG 2012


INDICE

Diario ............................................................................................................ p. 9
Introduzione ai lavori .................................................................................... » 11

Studi

Gemma Sena Chiesa, Ipsa spolia docent ..................................................... » 17

Claudio Zaccaria, Spolia epigrafici a Trieste, Aquileia e in Friuli .......... » 33

Lorenzo De Vecchi, Le fonti letterarie sul reimpiego in età antica .......... » 47

Yuri A. Marano, Fonti giuridiche di età romana (I secolo a.C. – VI secolo


d.C.) per lo studio del reimpiego .................................................................. » 63

Patrizio Pensabene, Il reimpiego ad Aquileia: problematiche aperte ....... » 85

Marina Rubinich, Katharina Zanier, Elena Braidotti, Forme di reim-


piego dei materiali e di riuso del monumento nell’area delle ‘Grandi Terme’
di Aquileia ..................................................................................................... » 103

Elena Pettenò, Federica Rinaldi, Spolia da Iulia Concordia. Alcune


riflessioni di carattere metodologico ............................................................ » 127

Ludovico Rebaudo, Il gruppo dei Tetrarchi: una lettura del reimpiego .... » 147

Myriam Pilutti Namer, Reimpiego e rilavorazione di materiali antichi


nella Venezia medievale: alcuni esempi ....................................................... » 159

Lorenzo Calvelli, Il reimpiego epigrafico a Venezia: i materiali prove-


nienti dal campanile di San Marco .............................................................. » 179

Francesca Morandini, Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a


Brescia .......................................................................................................... » 203

Giulio Bodon, Il reimpiego dell’antico nella Padova medioevale: aspetti e


significati del fenomeno ................................................................................ » 219

7
Fabrizio Bisconti, Matteo Braconi, Il riuso delle immagini in età tardo-
antica: l’esempio del Buon Pastore dall’abito singolare ............................... p. 229

Poster

Alessandra Gargiulo, Notizie antiquarie su alcuni reperti reimpiegati


nella Venetia ................................................................................................. » 245

Annalisa Giovannini, “... il permesso d’avalersi della Pietra del Muro


Gemini per erigere una Fabrica di Corami in Terzo...”. Frammenti di
Aquileia ‘scomparsa’ .................................................................................... » 267

8
Francesca Morandini

Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia


a Brescia

Il contesto monumentale di San Salvatore-Santa Giulia, del quale si propone l’esame


preliminare in merito al tema del reimpiego dei materiali antichi, è noto. Si tratta di un
monastero benedettino femminile, fondato dal duca longobardo Desiderio, poi ultimo re
dei Longobardi, e dalla moglie Ansa, nel 753 d.C. Intorno al nucleo altomedievale si sono
sviluppati nei secoli diversi edifici di culto e spazi di accoglienza per la comunità mona-
stica, sempre più numerosa, per i pellegrini e per la gestione delle proprietà che afferivano
al monastero. Questo luogo godette infatti, a partire dalla sua fondazione regia, di notevole
peso politico ed economico, che venne mantenuto alto nei secoli sino alla soppressione,
avvenuta in età napoleonica 1.
Tra le numerose fasi edilizie del complesso monastico le meglio riconoscibili e
più significative sono tre, ascrivibili rispettivamente all’età altomedievale (edificazione
della chiesa di San Salvatore e di gran parte del chiostro meridionale 2); all’età romanica
(costruzione dell’oratorio di Santa Maria in Solario, oltre all’ampliamento della cripta alto-
medievale e al rifacimento del pavimento San Salvatore) e, infine, all’epoca rinascimentale
(erezione del chiostro sudorientale, del coro delle monache, della chiesa di Santa Giulia e
del chiostro settentrionale).
Il monastero occupa oggi una estesa porzione del centro storico di Brescia, che in età
romana aveva funzione residenziale; infatti tra l’attuale area archeologica del Capitolium
e le mura urbiche orientali, area attualmente occupata dal complesso monumentale in
oggetto, si estendeva un quartiere con almeno due ampi isolati. È proprio sulle rovine di
queste abitazioni, già parzialmente utilizzate dai Goti giunti in città alla fine del V secolo
d.C., che viene edificato il complesso monastico di San Salvatore 3. I reimpieghi più anti-
chi nell’area sono appunto ascrivibili alla fase di utilizzo dei resti delle domus imperiali a
partire dall’età gota.
Vista l’importanza del complesso monumentale e visto l’elevato numero di elementi
lapidei in esso reimpiegati, già noti dal XVI secolo e progressivamente arricchiti da nume-
rosi rinvenimenti che ancora oggi riservano sorprese, diversi studiosi si sono occupati di
questo tema, circoscrivendo la loro ricerca a determinate tipologie di pezzi, selezionati
sulla base della funzione antica o sull’attuale ubicazione.
Antonella Bonini ha studiato il fenomeno del reimpiego delle epigrafi negli edifici
di culto cittadini tra il XII e il XV secolo, e ha quindi preso in considerazione le tre chiese
interne al monastero 4; Pierfabio Panazza ha censito quanto noto sino al 2001 5, io stessa

1 Sul monastero in generale si vedano da ultimi San Salvatore-Santa Giulia 2001 e I Longobardi in
Italia. I luoghi del potere 2010.
2 Ulteriori ricerche 2010.
3 Per le domus si veda da ultimo Dalle domus alla corte regia 2005 e Morandini 2009.
4 Bonini 1992.
5 Panazza 2001.

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Francesca Morandini

mi sono occupata delle lastre di sarcofago reimpiegate nel pavimento della chiesa di San
Salvatore in occasione di un rinvenimento del 1998 6. Attualmente è in corso lo studio di
tutto il materiale reimpiegato in Santa Giulia, in vista dell’edizione monografica dedicata
al monastero 7.
In questo contributo si propone una sistematizzazione preliminare dei dati disponibili
allo stato attuale delle conoscenze, come premessa per tentare di riassumere le caratteri-
stiche dei pezzi reimpiegati e per verificare la possibilità di individuare i criteri che hanno
determinato questo abbondante utilizzo di pietre antiche nelle strutture del monastero di
Santa Giulia. La notevole quantità di materiale va senz’altro messa in relazione con la pre-
senza del quartiere romano di cui si è detto e con la zona di necropoli orientali dell’antica
Brixia, poco distante dal monastero, esterna alle mura lungo la via per Verona; restano
tuttavia da comprendere le modalità di questo utilizzo anche in relazione con le fasi crono-
logiche del complesso monumentale.
Per facilitare la sintesi e le relative considerazione vengono seguite per semplifica-
zione le principali fasi edilizie del monastero sopradescritte, e cioé la fase altomedievale,
quella bassomedievale e, infine, quella rinascimentale, precedute a titolo di premessa dai
primi casi di riutilizzo, databili all’età gota.

Età gota e fase del primo insediamento longobardo

Pur non esistendo ancora alcuna struttura relativa al monastero, si ritiene opportuno
segnalare la presenza del fenomeno del reimpiego anche nelle fasi insediative ad esso pre-
cedenti, evidentemente ben allineate con una prassi analogamente diffusa in numerosi altri
siti e pienamente giustificata dalla monumentalità delle preesistenze classiche nell’area, nel
raggio di poche centinaia di metri (fig. 1).
Sul quartiere romano rovinato e parzialmente abbandonato, si insediano i Goti, giunti
in città alla fine del V secolo d.C.; utilizzano i muri affioranti delle antiche domus per defi-
nire piccole unità residenziali, in alcuni casi anche i pavimenti a mosaico superstiti e non
ancora coperti dagli scarichi e dai livelli di abbandono. La stessa dinamica si verifica con
i primi gruppi di Longobardi giunti a Brescia, che con tramezze lignee sostenute da pali
suddividono gli ampi vani delle antiche dimore 8. Per uso meramente edilizio (latrine, piani
di focolari) viene ampiamente utilizzato materiale funerario (iscrizioni, lastre di sarcofago)
(figg. 2-3), la cui origine primaria è senza dubbio da rintracciare nelle vicine necropoli,
immediatamente esterne alle mura urbiche verso est (che coincidono in questo tratto con il
muro perimetrale del monastero di Santa Giulia), lungo l’arteria viaria per Verona 9.
Il fenomeno è pienamente giustificato dall’arrivo di questi nuovi gruppi, dal loro
impatto con una città per buona parte collassata ma ancora affiorante in alcune zone, con
spazi promiscui all’interno di quanto poteva restare delle mura. A questo si aggiunge l’as-
senza di altre risorse per l’approvvigionamento di materiali – quali cave, ad esempio – e

6 Morandini 2000; Morandini 2001; Morandini 2007.


7 Una parziale anticipazione in merito agli elementi di età post classica, in corso di studio da parte
di Monica Ibsen, in Ulteriori ricerche 2010, pp. 222-225; quelli di età romana sono in corso di studio da
parte di chi scrive (Morandini c.s.).
8 Brogiolo 2005, pp. 411-422.
9 Bezzi Martini 1987; La vita dietro le cose 2004.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

Fig. 1. Materiali reimpiegati nei livelli dell’insediamento di età gota e del primo insediamento dei
Longobardi (seconda metà del VI secolo d. C.). Il simbolo vuoto indica l’utilizzo dei materiali con una
funzione diversa da quella originaria.
Fig. 2. Ara pulvinata romana utilizzata in una latrina
di età gota.

Fig. 3. Lastra frammentaria di sarcofago di età


imperiale utilizzata come base di focolare in una
abitazione di età gota.

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Francesca Morandini

nello stesso tempo grande abbondanza di materiale lapideo e a vista dalla vicina area pub-
blica, dalle necropoli orientali e dalle domus.

Fase longobarda (San Salvatore e chiostro meridionale)

La fase longobarda è per Santa Giulia una delle più significative (fig. 4). Desiderio,
duca di Brescia e poi ultimo re del popolo longobardo, fondò nel 753 d.C. il monastero e
promosse l’edificazione della chiesa che si vede a tutt’oggi, conferendo ad essa il ruolo
di mausoleo della famiglia regnante, esprimendone l’importanza attraverso un utilizzo
diffuso di materiali ricchi, quali il marmo, e una decorazione integrata di affresco, stucco
e inserti vitrei presente su buona parte delle superfici interne. L’ornamento della basilica
si pone in rapporto dialettico con l’antico e la tradizione classica, richiamata con evidenza
dall’impiego di colonne e capitelli antichi, integrati con altri realizzati dai Longobardi
stessi. All’interno della chiesa il reimpiego degli elementi architettonici è studiato e l’im-
paginazione – in origine simmetrica, poi alterata dalla costruzione della torre campanaria

Fig. 4. Materiali reimpiegati nella fase desideriana del monastero di Santa Giulia. Il simbolo pieno indica
l’utilizzo dei materiali con una funzione identica a quella originaria.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

Fig. 5. Colonne e capitelli reimpiegati nella basili- Fig. 6. Colonne e capitelli reimpiegati nella basili-
ca di San Salvatore. ca di San Salvatore.

nel 1500 e dall’apertura di tre cappelle nel lato settentrionale –, doveva conferire solennità
alle navate della basilica desideriana 10.
In particolare sono riutilizzati capitelli e colonne riconducibili a epoca classica;
due colonne in granito, capitelli di foggia corinzia in prossimità del presbiterio databili
all’età tardoantica e due capitelli imposta a traforo della metà del VI secolo d.C. 11 (figg.
5-6). Tutti i materiali noti vengono reimpiegati replicando la loro funzione architettonica
originaria senza interventi specifici per adattamenti, se non dimensionali, o per facilitare
gli ammorsamenti con il resto del costrutto monumentale; inoltre le superfici decorate
vengono messe ben in evidenza anche nella nuova collocazione, che ne enfatizza le carat-
teristiche ornamentali.
Diverse le ipotesi in merito alla provenienza di questi materiali; le colonne in granito
potevano far parte in origine di altri edifici pubblici di età romana come, ad esempio, i

10 Si veda da ultimo Ulteriori ricerche 2012.


11 Ringrazio Monica Ibsen per l’anticipazione della conologia degli elementi da lei in corso studio
e Viviana Spinella per la verifica del catalogo in corso di redazione.

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Francesca Morandini

portici del foro 12. L’abbondanza di marmo proconnesio, che si riflette anche nella succes-
siva età bassomedievale, lascia immaginare l’approvviginamento diretto in un deposito
ravennate di marmi, legato alle rotte commericali marittime di questa tipologia di merci
da mettere in relazione con la conquista di Ravenna da parte di Astolfo nel 751; per i
Longobardi il ricorso a spolia ravennati evocava Roma e l’autorità imperiale, visti come
modello e forte strumento di autolegittimazione e affermazione di continuità – o legittima
successione – rispetto all’Impero 13.
In relazione con il ruolo della basilica di San Salvatore di mausoleo della famiglia
regia, da molti è stata avanzata l’ipotesi che le numerose lastre di sarcofago rinvenute reim-
piegate nel pavimento di età romanica della basilica (cfr. infra), rimosso in buona parte nel
1959 e per la parte sudorientale nel 1998, siano da ricondurre alle sepolture dei membri
della famiglia di Desiderio, in primo luogo della regina Ansa; anche queste lastre sarebbero
state importate da Ravenna, importante scalo di età imperiale di manufatti funerari destinati
a soddisfare le esigenze delle classi colte e abbienti dell’Italia settentrionale 14. La sugge-
stione di questa ipotesi non sembra tuttavia trovare riscontro nel panorama delle presenze
di sarcofagi in Ravenna; in questo centro infatti, allo stato attuale delle conoscenze, sono
praticamente assenti le importazioni dall’Attica, che avevano come porto preferenziale
in Adriatico la città di Aquileia, mentre a Ravenna ricorrono prevalentemente i sarcofagi
prodotti in Asia Minore, in particolare quelli a ghirlande 15. Il materiale architettonico fune-
rario, molto probabilmente reimpiegato nell’area del monastero già nelle fasi precedenti,
poteva piuttosto essere stato recuperato agevolmente nelle necropoli orientali di età roma-
na, subito al di fuori delle mura urbiche che segnavano il limite stesso del monastero.

Fase romanica (XII-XIV secolo)

Il periodo che si estende dal XII al XIV secolo è indubbiamente quello che vede il
maggior numero di elementi antichi riutilizzati nelle nuove strutture monastiche, ma con
modalità decisamente diverse dalla fase precedente (fig. 7).
In età bassomedievale il monastero si arricchisce di un nuovo edificio di culto a pianta
centrale, l’oratorio di Santa Maria in Solario, raro esempio di romanico a Brescia, con un
nuovo chiostro orientale annesso. Si tratta di un architettura potente e con poche aperture
verso l’esterno, caratterizzato internamente da due piani, collegati da una scala ricavata
nello spessore del muro settentrionale. Nell’ambiente al livello inferiore veniva custodi-
to il cosiddetto “tesoro del monastero” mentre quello superiore era destinato a cappella
monastica per un uso ristretto alle sole monache 16. La tessitura muraria di questo edificio

12 In granito della troade sono alcune colonne, di cui due riutilizzate nella facciata della chiesa di
Santa Maria della Carità, due all’ingresso del Palazzo del Broletto e sei che vennero acquistate da Gianma-
ria Mazzucchelli per la villa di Ciliverghe (Sacchi 2012, p. 62) .
13 Ibsen c.s, con bibliografia.
14 Bertelli 2000a, p. 308; Bertelli 2000b, p. 525; Brogiolo 2000, p. 491; Mitchell 2000, p.
234.
15 Rebecchi 1978, p. 220 e passim; Koch, Sichtermann 1982, pp. 281-282, 285, 468-469. Anche
nel volume del Corpus dedicato ai sarcofagi ravennati è possibile notare come gli attici non siano assoluta-
mente presenti tra i rinvenimenti nella città adriatica (Kollwitz, Herdejürgen 1979).
16 Breda 2001, in part. pp. 145-146; Frati 2001.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

Fig. 7. Materiali reimpiegati in età bassomedievale nel monastero.

è decisamente particolare, dal momento che in essa, soprattutto nel prospetto meridionale,
nel tamburo sommitale ma anche negli spazi interni, sono stati utilizzati numerosi elementi
lapidei di reimpiego.
Internamente l’architettura prende forma da un’ara posta al centro dell’aula inferiore,
con dedica DEO SOLI. L’ara è intatta, non è stata scalpellata, con lo specchio epigrafico
iscritto rivolto verso il lato opposto alla porta (fig. 8). Altro reimpiego visibile è la cornice
antica riutilizzata come architrave della porta di sbocco della scaletta al piano superiore,
con un uso decorativo dichiarato. Sono poi riutilizzate altre iscrizioni frammentarie ma non
visibili, impiegate come materiale costruttivo.
Più evidente il reimpiego nei prospetti dell’edificio (fig. 9). Nella muratura sono inse-
riti numerosi blocchi di età classica (iscrizioni, rilievi, are) in apparente disordine e in una
posizione che non corrisponde all’uso originario. Alcuni blocchi inoltre vennero rimossi
in età rinascimentale, in quanto ritenuti troppo pregiati per poter rimanere esposti agli
agenti atmosferici, sostituiti da altri non decorati 17. Nel tamburo ottagonale che sorregge

17 Si veda ad esempio la lastra funeraria con grifone a rilievo, rimossa nel Seicento (Panazza 2001,
p. 397). Pierfabio Panazza sottolinea la volontà dei costruttori di garantire, nella potenza di questa mura-

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Francesca Morandini

Fig. 8. Ara votiva con dedica Deo Soli Res Publica


reimpiegata nell’aula inferiore di Santa Maria in
Solario.

la cupola sono riutilizzati numerosi capitelli


e colonne altomedievali che dovevano, con
grande probabilità, appartenere ad archi-
tetture longobarde pertinenti il monastero,
demolite e sostituite dalle nuove fabbriche
romaniche.
Nella chiesa di San Salvatore all’età
romanica sono ascrivibili l’ampliamento
della cripta verso ovest – con l’inserimento
di due rocchi di colonna rudentata in calca-
re locale – e il rifacimento del pavimento
della basilica 18.
Proprio da questo rivestimento pro-
vengono numerosi frammenti antichi, quasi
totalmente marmorei, di elementi architettonici, quali colonne tagliate in lastre, e di
sarcofagi decorati e iscrizioni. I primi elementi vennero recuperati negli anni ’50 19, ai
quali hanno fatto seguito quelli, del tutto inattesi, del 1998 20, scoperti in occasione dei
lavori di manutenzione conservativa della chiesa per l’inserimento nei percorsi di visita
del Museo della Città e per la mostra temporanea, allestita nel monastero, Il futuro dei
Longobardi 21.
Tutti questi reimpieghi, a differenza di quelli segnalati per l’età altomedievale, hanno
scopo meramente costruttivo, tanté che i pezzi sono stati capovolti, spesso ridotti di spes-
sore tramite profondi colpi di scalpello, che hanno abraso il rilievo decorativo presente in
origine. Si tratta prevalentemente di sarcofagi di età imperiale, in marmo, con scene figura-
te, rilievi a inquadramento architettonico o figure isolate 22 (figg. 10-11). Ad essi si aggiun-
gono –  e sono i reperti che suffragano la datazione romanica del rifacimento di questo
pavimento – alcuni frammenti pertinenti l’arredo liturgico della chiesa desideriana quali,
ad esempio, frammenti dalla caratteristica decorazione vegetale e quelli con un pavone a

tura, la riconoscibilità dei pezzi antichi, soprattutto nel prospetto meridionale, pur nell’annullamento della
loro funzione originaria, in rispetto dell’auctoritas di cui erano simbolo (Panazza 2001, pp. 397-398).
18 Breda 2001, p. 144.
19 Morandini 2001, pp. 403-408.
20 Morandini 2007.
21 Il futuro dei Longobardi 2000.
22 Per il catalogo completo si veda Morandini c.s.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

Fig. 9. Prospetto meridionale di Santa Maria in Solario con il rilievo degli elementi lapidei.

rilievo, riconducibili ad un ambone presente all’interno della chiesa longobarda (fig. 12).
Secondo alcuni studiosi, quali ad esempio Gianpietro Brogiolo e Carlo Bertelli, i
sarcofagi rinvenuti in frammenti nel pavimento della chiesa erano già presenti nel mona-
stero, reimpiegati nella fase precedente – più precisamente nella chiesa desideriana –, per
sepolture di rango, giunti a Brescia dopo la presa di Ravenna 23. A questa ipotesi trovo
opportuno affiancarne un’altra, secondo la quale, come anticipato supra, questo materiale

23 Cfr. supra, nt. 14.

211
Francesca Morandini

Fig. 10. Lastra di sarcofago frammentario con, a


rilievo, le tre Grazie; sono evidenti i colpi di scal-
pello per adeguare la lastra al piano pavimentale
della basilica di San Salvatore.

Fig. 11. Lastra di sarcofago frammentaria con la


decorazione a rilievo totalmente asportata per
l’inserimento nel piano pavimentale della basilica
di San Salvatore

Fig. 12. Uno dei frammenti di lastra di ambone con


pavone reimpiegata nel pavimento della basilica di
San Salvatore.

funerario poteva essere già stato riutilizzato nell’area di Santa Giulia, recuperato nelle aree
necropolari della città romana, immediatamente al di fuori delle mura urbiche, che costi-
tuivano anche il confine verso est del monastero. Nelle necropoli di età romana della città
non dovevano certo mancare sepolture importanti, soprattutto nel periodo medio e tardo
imperiale, al quale si datano i frammenti di sarcofagi ritrovati 24.

24 Morandini 2000, p. 188; Morandini 2004, p. 11; Morandini 2007, p. 42.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

Età veneta (XV-XVI secolo d.C.)

In età veneta sorgono nel complesso monumentale nuovi e imponenti edifici. Il Coro
delle monache, a ridosso di San Salvatore, a discapito dell’antico sagrato della chiesa e di
eventuali chiostri o portici ad essa afferenti, la Chiesa di Santa Giulia e il chiostro setten-
trionale; viene inoltre ristrutturato il chiostro sudorientale 25.
I casi noti di reimpiego sono costituiti prevalentemente da elementi architettonici
(capitelli e colonne) riutilizzati nei chiostri occidentale e sudorientale; si tratta soprattutto
di materiale altomedievale, già reimpiegato in altri edifici del monastero, come dimostrano
gli aspetti formali e le tracce di precedenti utilizzi. Gli unici elementi architettonici di età
romana sono due rocchi di colonna reimpiegati negli ambienti seminterrati del chiostro
nord.
Alcune epigrafi sono state reimpiegate sia come materiale da costruzione, capovolto
o occultato nell’opera muraria, sia a vista, ad esempio come acquasantiera (oggi rimossa)
nella chiesa di Santa Giulia (fig. 13).

Fig. 13. Materiali reimpiegati nelle fasi rinascimentali del monastero di Santa Giulia.

25 Belotti 2001, pp. 173-178.

213
Francesca Morandini

Considerazioni complessive

Per trarre alcune considerazioni preliminari da questa ricognizione – i pezzi attual-


mente censiti sono circa un centinaio – possiamo affermare che il monastero di Santa
Giulia costituisce il luogo della città nel quale si concentra il maggior numero di pezzi
antichi reimpiegati. L’elevata quantità di reperti può essere ascritta a due motivi in par-
ticolare; il primo, di cui si è già ripetutamente detto, è legato all’ubicazione stessa del
monastero, che si trovava in un’area urbana ricchissima di sopravvivenze classiche, tra
il cuore pubblico della città antica (con capitolium, foro, basilica e teatro), le mura e le
necropoli orientali.
Il secondo motivo è insito nel ruolo stesso svolto dal monastero non solamente per
la città ma, dapprima, per il regno longobardo e poi anche per le epoche che seguirono, da
quella carolingia all’età rinascimentale; un complesso monumentale di enorme significato,
con cantieri che sicuramente catalizzavano risorse e impegno pubblici di considerevole
entità.
Il reimpiego riguarda materiali altro: 11%
riconducibili sia all’età classica, sia a iscrizioni: 26%
quella altomedievale e la tipologia mag-
giormente documentata tra i pezzi riuti-
lizzati è quella del materiale architettoni-
co (soprattutto colonne e capitelli), segui-
ta per numero dal materiale funerario
inteso sia come frammenti da monumenti
funerari, sia come sarcofagi e, infine, sia
come come iscrizioni su supporto lapideo sarcofagi-monumenti:
(fig. 14). architettonici: 47% 16%
Pur invocando la realtività dei dati,
sempre passibili di incremento, la fase Fig. 14. Tipologia dei materiali reimpiegati.
edilizia di Santa Giulia nella quale è
più esteso il fenomeno del reimpiego di
materiali lapidei antichi è quella basso-
medievale; nella fabbrica di Santa Maria
in Solario e negli interventi romanici
all’interno della chiesa di San Salvatore
sono stati individuati circa la metà dei
casi di riutilizzo di materiale antico (fig. Gota-Longobarda: 3%
15). Secoli XV-XVI:
Altomediavale: 15%
40%
Sulla scorta della ricognizione effet-
tuata è stato possibile notare che nei casi
in cui il reimpiego del materiale antico
preserva la funzione architettonico-deco-
rativa originaria, i pezzi utilizzati sono
già presenti in loco nelle fasi edilizie
immediatamente antecendenti quella del
Secoli XII-XIV:
riuso, ed è possibile avanzare l’ipote- 42%
si che siano stati visti nella loro col-
locazione, nonché funzione, originaria. Fig. 15. Reimpiego nelle diverse fasi edilizie del
Ad esempio nella fase desideriana della monastero.

214
Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

chiesa di San Salvatore si riutilizzano materiali architettonici della prima chiesa  26, così
come nel chiostro rinascimentale si riutilizzano elementi architettonici di un chiostro
precedente, distrutto per far posto nel XVI secolo al Coro delle monache e alla chiesa di
Santa Giulia.

Modalità di reimpiego delle principali fasi edilizie

Per mantener fede agli obbiettivi proposti in apertura di questo lavoro preliminare,
è opportuno valutare nello specifico le
modalità di reimpiego riscontrate, in
relazione con i principali periodi di vita
del monastero. architettonico

Per fare ciò è importante richia-


mare anche in questa sede, brevemente,
la sostanziale differenza nota all’in-
terno dell’ampia categoria del “reim-
piego” 27. Alcuni elementi antichi sono
stati rutilizzati come meri elementi da
costruzione, assolvendo la funzione di
costruttivo
un blocco anonimo che, invece di veni-
re appositamente estratto dalla cava, è Gota-Longobarda Altomedievale Secoli XII-XIV Secoli XV-XVI

stato adattato riutilizzando un materiale


lapideo già presente in prossimità della Fig. 16. Modalità di reimpiego nelle diverse fasi edili-
nuova fabbrica o quantomeno facil- zie del monastero.
mente reperibile. Di altri elementi inve-
ce viene riconosciuta la funzione o la pregevolezza della decorazione e del materiale, che
viene preservata, e spesso enfatizzata, tramite l’azione stessa del reimpiego. Come si è già
accennato, all’interno delle fabbriche del complesso monastico di Santa Giulia convivono
le due modalità; leggendole tuttavia discriminando cronologicamente, emergono alcune
considerazioni che a mio avviso meritano di essere proposte (fig. 16).
In età altomedievale (soprattutto nella basilica desideriana) i materiali di età romana
e tardoantica sono riutilizzati con valenza architettonica e decorativa, rispettando la fun-
zione originaria del materiale, integrandola in modo armonico con elementi architettonici
e scultorei di nuova realizzazione. Questo rispetto dell’antico, affiancato dall’emulazione
di esso riscontrata anche in altri monumenti longobardi, conferma il rispetto e l’ammira-
zione di questo popolo per la cultura classica, ben evidente nelle architetture pubbliche
superstiti, ma soprattutto in quelle religiose 28. Tenendo conto delle novità archeologiche,

26 Ulteriori ricerche 2010.


27 Per la tematica in generale si rimanda a Settis 1986.
28 È questa la tesi sulla base della quale è stato iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale il sito
seriale “I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.)”. Esso comprende le più importanti te-
stimonianze monumentali longobarde esistenti sul territorio italiano, che si situano dal nord al sud della
penisola, laddove si estendevano i domini dei più importanti Ducati Longobardi. In particolare: il Tempietto
Longobardo a Cividale del Friuli (UD), il complesso monastico di San Salvatore - Santa Giulia a Brescia,
il castrum di Castelseprio-Torba (VA), il Tempietto del Clitunno a Campello (PG), la Basilica di S. Salva-

215
Francesca Morandini

storiche e storicoartistiche della più recente storiografia, è stato infatti riconosciuto il ruolo
dei Longobardi come tessuto connettivo tra l’eredità classica e i periodi successivi, messo
in evidenza anche grazie all’edilizia religiosa monumentale, che utilizza e nello stesso
tempo emula elementi architettonici e decorativi di età romana, armonizzandoli in edifici
dai quali emerge un lessico ancorato alla tradizione mediterranea ma nello stesso tempo
originale, nel quale il bagaglio decorativo e formale di questo popolo si fonde con l’eredità
classica 29.
In età romanica, momento nel quale il monastero ebbe – come si è detto – un forte
impulso edilizio, vengono ampiamente utilizzati materiali già presenti in loco (come evi-
denzia l’elevato numero di elementi architettonici altomedievali), con scopo sia costruttivo
sia decorativo. Le fabbriche preesistenti all’interno del monastero, probabilmente biso-
gnose di manutenzione, vengono parzialmente spoliate e demolite per trarne materiale
edilizio, indipendentemente dalla funzione originaria del pezzo o dalla ricercatezza della
decorazione che lo riveste. In quelle di nuova costruzione invece (ad esempio Santa Maria
in Solario) i pezzi antichi sono armonizzati nella tessitura muraria.
Sebbene in età rinascimentale si verifichi il massimo impegno architettonico con
l’edificazione di nuove strutture nel monastero, tuttavia il reimpiego di materiali antichi
cala, seppure in lieve misura, e il fenomeno di reimpiego di materiali antichi è più evidente
in altre fabbriche di età veneta sicuramente di più ampia visibilità rispetto al monastero
quali, ad esempio, i palazzi pubblici che si andavano edificando sul lato meridionale di
piazza della Loggia 30.

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tore a Spoleto (PG), la Chiesa di Santa Sofia a Benevento e, infine, il Santuario Garganico di San Michele
a Monte Sant’Angelo (FG).
29 I Longobardi in Italia. I luoghi del potere 2010.
30 Passamani 1978; Morandini 2006.

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Marmi antichi nel monastero di Santa Giulia a Brescia

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