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Siamo i pazzi della croce, scandalo per i Giudei, stoltezza per i


pagani
By Il Posted on
Mastino 27/05/2014

Dal “pane sciocco” ad una “regale rosetta”: il racconto di un itinerario dal deserto quaresimale alla fioritura della
Resurrezione

Eppure Marta dubita, ha lì davanti a Gesù e dubita. Anche io avevo davanti a


me Gesù. Ho iniziato a pensare che in fondo anche io, come Marta, sono amico
di Gesù, anche io lo amo ma credo nella gloria di Dio? o il mio è solo un gioco?
…mi sono sentito sollevare di qualche centimetro da terra, perché ho iniziato a
capire che il vero cuore della nostra fede non è la liturgia, quella è solo un
mezzo, indispensabile ma solo un mezzo. E’ la pazzia della croce il cuore della
nostra fede: «…noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei,
stoltezza per i pagani», siamo i “pazzi” della croce. E come può un pazzo
arrivare a qualcosa attraverso una liturgia? È solo credendo nell’impossibile
che si arriva a Dio, anzi che Dio trova posto in te, perché nella pazzia cessa il
legame con il mondo…

di Nicola Peirce

Come ho già scritto altre volte, gran bella città Siena e più in generale bella tutta la
terra senese. Storia, cultura, natura, cibo e vino, strepitosi. Quella dove risiedo credo
sia la provincia italiana con il maggior numero di vini DOCG. Alcuni famosissimi,
come il Brunello o il Chianti. Ci sono anche prodotti prelibati della salumeria. La
produzione casearia con il pecorino di Pienza. Il tartufo di San Giovanni d’Asso. Dolci
unici: ricciarelli, panforte, cavallucci. Una cucina ottima con piatti adatti a tutti i palati.
Insomma un vero paradiso per i gourmet o per chi, come me, più modestamente,
apprezza il mangiar bene.

Però, come sempre, non è tutto oro ciò che luccica, infatti, in questa appetitosa terra senese c’è un
gravissimo neo “mangereccio” che per un romano, qual’io sono, offusca tutte le altre meraviglie gastronomiche ed
è… il pane. Non si offendano i miei concittadini acquisiti ma il loro pane non sa di niente. Sfornano un pane in
pagnotte dalla forma insignificante, senza fronzoli e pieno di mollica, che chiamano pane “sciocco” perché è
senza sale e ne vanno molto fieri e quando si cimentano nel produrre altro genere di pane il risultato è disastroso.

Chiaramente, per me abituato alla croccante e leggera rosetta romana, con la sua forma da corona regale e
diadema alla sommità, il pane di qui è veramente una sofferenza. Per non parlare poi del loro “ciaccino”, pieno
d’olio e molliccio ai bordi, paragonato alla pizza bianca romana fatta con la pasta del pane e sapientemente cotta,
con sopra il sale grosso e il contorno leggermente “bruciacchiato” e croccante. Insomma, per me è una
frustrazione quotidiana che cerco di attutire tostando e salando, a dovere, le fette del pane sciocco per ottenere
un effetto che ricordi, vagamente, la mia adorata rosetta croccante.

Da sciocco a regale ma, soprattutto, da pieno a vuoto

Spero abbiate capito che mi sono divertito a prendere


in giro i miei amici senesi, anche se nell’ironia, in
qualsiasi forma di ironia, c’è sempre un fondo di verità. In
effetti, questa divagazione da panettiere mi è venuta in
mente pensando a me stesso e alla quaresima che ho
passato. Sì, perché sono entrato nella quaresima come
una pagnotta informe di pane “sciocco” e stantio, pieno di
mollica e ne sono uscito come una “regale” rosetta
romana, appena sfornata, croccante e leggera, perché
vuota. Una sorta di “piccolo calvario” che ho passato in
quei quaranta giorni che vorrei raccontarvi, non tanto
quale esternazione autoreferenziale ma nella speranza di Forma di pane “sciocco”.

una condivisione utile con voi.

Da quando sono ritornato nel seno di madre chiesa,


dopo anni di vagabondaggio, lontano da Dio, al seguito
del mio io, sono sempre entrato in quaresima con fare
trepidante, vivendo pienamente coinvolto i quaranta
giorni di attesa. Dalle ceneri del mercoledì fino alla tempo
forte della Passione di Cristo, il venerdì santo. Ho sempre
partecipato, con fervore, a tutto quello che la liturgia della
chiesa cattolica offre per conservare un clima di
introspezione nell’avvicinamento al grande giorno: quello
della resurrezione di Cristo e dunque anche di quella
nostra, se vissuta con Lui. Messa quotidiana, preghiera
assidua, ogni venerdì via crucis. Frequenti puntate al
confessionale ogni qualvolta senti sorgere il sentore di
qualcosa, dimenticato, nel fondo del cuore. Il luogo che Le rosette.
deve essere ripulito, perché sede di tutto ciò che ci fa
male: «…ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore.
Questo rende immondo l’uomo» (Mt. 15, 18) ma destinato, anche, ad essere luogo privilegiato d’incontro con
Nostro Signore.

Quest’anno no, non è andata così. Venivo da un periodo soffocante di problemi pratici legati a vari impegni che
hanno evidentemente appesantito non solo la mia mente ma anche il mio cuore. Sono pertanto arrivato già arido
al mercoledì delle ceneri e sono entrato in un vero e proprio deserto interiore, freddo e scuro, pieno di dubbi e
incertezze, non sull’esistenza di Dio ma su me stesso, sulla mia fede, sul perché credo.

Sospeso tra terra e cielo ballando il “lago dei cigni”

Una per tutte, mi sono trovato anche davanti alla domanda: «…credi perché ti fa comodo o peggio, solo
quando ti fa comodo o credi perché metti Dio davanti ad ogni cosa?». Dilemma non facile da risolvere soprattutto
se ti sembra di essere solo con te stesso e se sei così “sciocco” e stantio, cioè duro, da non permettere a quel:
«…mormorio di un vento leggero» (1Re 19,12), lo Spirito di Dio, di attraversarti e ristorarti. Diciamo che negli anni
passati sono partito bene e arrivato alla Pasqua abbastanza soddisfatto ma mai estasiato, quest’anno sono
partito male ma sono arrivato a toccare il cielo con un dito, anzi, il
cielo ha toccato me con un dito.

Ovviamente, come sempre, le danze non siamo noi a condurle,


noi siamo le damigelle e Dio è il principe azzurro. Evidentemente il
mio è stato un passato di quaresime da ballo delle debuttanti,
probabilmente, ora, è giunto il tempo, per me, di un ballo più
impegnativo, diciamo: “Il lago dei cigni”.

Una delle cose di cui sono certo, dopo questa quaresima, è


che se non passi attraverso questo stato di deserto, non puoi fare
Lo Spirito di Dio ci accarezza come brezza leggera.
spazio dentro di te, perché lo occupi, “ti occupi”, con te stesso e
questo ti impedisce di riempirti di Dio. Anzi, impedisci a Dio di
riempirti. Perché è bene ricordarsi sempre che Dio non forza mai la nostra volontà, non costringe mai il nostro
libero arbitrio. Lui, l’onnipotente, il creatore di tutte le cose, è in realtà un mendicante dell’amore che tende la
mano e spera che i suoi figli, che siamo noi, lo guardino con compassione e gli aprano mansueti il “tempio” del
proprio cuore. Mastino, per favore non ti arrabbiare, lo sai sono zuccheroso e “romanticone”.

Le prime quattro settimane di quaresima sono passate in questo


vero e proprio, strazio, in una sorta di lamento continuo, implorante di
quella “carezza” che potesse lenire il tormento. Partecipavo alla
Messa con attenzione ma mai trasporto, seguivo la via crucis
meditata del venerdì in maniera piatta senza nessun sobbalzo. Per
carità, lo so, è difficile essere sempre e comunque centrati, molto
spesso il pensiero corre via quando si prega ma in quel momento era
un vero e proprio disinteresse. Attenzione: in nessun caso noia, però
mi sentivo inutile a me stesso e inascoltato da Dio.

Credo mi abbia aiutato il pensiero di una lettera di Santa Caterina,


che richiamavo spesso alla mente, nella quale la santa e mistica,
senese, spronava una sua cugina suora, evidentemente in crisi
vocazionale, a perseverare sempre nella preghiera perché è il luogo
della battaglia con il demonio e, quindi, della prova: «…perchè
nell’orazione abbondassero le molte battaglie in diversi modi, e
tenebre di mente con molta confusione, facendole il dimonio vedere
che la sua orazione non fusse piacevole a Dio; per le molte battaglie
Santa Caterina da Siena. Nella preghiera
e tenebre che ha, non debbe lassare però; ma stare ferma con mantenersi fermi.
fortezza e lunga perseveranzia, ragguardando che ‘l dimonio il fa per
tirarci dalla madre dell’orazione, e Dio il permette per provare in
quella anima la fortezza e constanzia sua»(Lettera XXVI – A Suora Eugenia nel Monasterio di Santa Agnesa di
Montepulciano).

qualcosa è cambiato ma il paesaggio è sempre quello: il deserto

Al termine di marzo con l’inizio di aprile e della primavera, qualcosa è cambiato, pur nel perdurare del deserto.
Mentre fino a quel momento ero nel “retro palco”, nella speranza che il primo ballerino mi chiamasse a danzare,
con aprile qualcosa ha iniziato a muoversi dentro di me. Avevo ceduto le armi: pregavo punto e basta, senza
cercare ragioni, mi sono detto: «…va bene, non sento niente, forse Dio non è più interessato a me, però non mi
importa, io comunque resto fedele, continuo a partecipare alla messa e a recitare le mie preghiere: punto e
basta!».

La prima domenica di aprile, quinta di quaresima e penultima prima di Pasqua, abbiamo ascoltato il Vangelo di
Giovanni, il brano della risurrezione di Lazzaro ed ecco la prima “overture”, il primo allegro con passo en l’air, uno
di quei passi nei quali il ballerino prende la ballerina per la vita e la
solleva. Ero a San Domenico, ascoltando la proclamazione di quel
brano, e sento: «…non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria
di Dio?» (Gv. 11, 40). E’ Gesù che rimbrotta Marta perché alla
richiesta di togliere la pietra che chiude il sepolcro di Lazzaro, lei gli
oppone il fatto, molto terra-terra, che sono passati diversi giorni e il
corpo del fratello già manda cattivo odore.

Un serie di pensieri hanno iniziato a correre veloci nella mia


mente e a bussare al mio cuore. Marta era amica di Gesù, molto
amica, come la sorella Maria e il fratello Lazzaro. Gesù era già
stato varie volte da loro. Famoso l’altro rimbrotto a Marta che si
lamenta perché Maria non l’aiuta nel preparare il pranzo per Gesù:
«…Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una
sola è la cosa di cui c’è bisogno» (Lc. 10, 41-42a). Lei era sua
amica e lo amava, come si capisce chiaramente anche nel brano di
Giovanni e Gesù amava sicuramente lei e gli altri della sua famiglia,
Il momento del ritorno alla vita di Lazzaro. Prima
eppure… Gesù ha un dialogo illuminante con Marta, una delle
sorelle del morto.
Eppure dubita, ha lì davanti a sé Gesù e dubita. Anche io avevo
davanti a me Gesù. Ogni volta che entri in una Chiesa, c’è Gesù nel
tabernacolo e nel crocifisso che ti richiama alla mente ciò che sei realmente:
polvere. Ho iniziato a pensare che in fondo anche io, come Marta, sono
amico di Gesù, anche io lo amo ma credo nella gloria di Dio? o il mio è solo
un gioco? E’ stato come un piccolo saltello verso l’alto, per un momento mi
sono sentito sollevare di qualche centimetro da terra, perché ho iniziato a
capire che il vero cuore della nostra fede non è la liturgia, quella è solo un
mezzo, indispensabile ma solo un mezzo.

“Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!”

E’ la pazzia della croce il cuore della nostra fede: «…noi predichiamo


Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani» (1 Cor. 1, 23),
siamo i “pazzi” della croce. E come può un pazzo arrivare a qualcosa
attraverso una liturgia? Termine che deriva dal greco leitourghia: composto di
Resurrezione di Lazzaro. Gesù soffre
leiton: pubblico e ergon: lavoro. Come può un lavoro-pubblico, cioè esteriore, per la “prova” inflitta all’amico.
portarti dentro il tuo cuore? È solo credendo nell’impossibile che si arriva a Dipinto di Erasmo Brio

Dio, anzi che Dio trova posto in te, perché nella pazzia cessa il legame con il
mondo, con quella fede di comodo, terra-terra, che era il mio cruccio all’inizio della quaresima. Fede di comodo
che mischiata agli impegni mondani aveva riempito il mio cuore invece di svuotarlo, perché avevo confidato nelle
mie forze, nella mia bravura, nella mia religiosità, pretendendo di arrivare a Dio attraverso il mio io: che squallore!

Trascorse un’altra settimana ed arrivai alla domenica delle Palme. Come tutti gli anni, nella messa, viene letta
la Passione di Gesù, quest’anno secondo Matteo. Come saprete, solitamente, ci sono tre lettori: l’officiante che
legge le frasi pronunciate da Gesù, il narratore che legge le parti descrittive e un altro lettore che legge le frasi
pronunciate da tutti gli altri “attori” della passione. Io ero uno dei tre lettori ed ero “gli altri”. Mentre avanzavo nella
lettura ho iniziato a pensare a quale figura meschina fanno i personaggi maschili di quella narrazione. Traditori
(Giuda), ipocriti e invidiosi (sacerdoti e dottori), pavidi (Pilato), sadici (le guardie romane) ma soprattutto ciò che
mi ha colpito è la miseria umana che ho visto in Pietro che rinnega perché non riesce a credere nella gloria di Dio
che ha proprio davanti a se e, invece, pensa solo alla sua “pellaccia”, pensa terra-terra. Per essere onesti del
tutto c’è un personaggio maschile che si salva ed è il Cireneo che accompagna Gesù al calvario. Però, bisogna
vedere quanto fosse veramente contento di farlo e quanto hanno pesato le “pressanti” richieste dei soldati
romani.

Con quella miseria, nella quale mi sono specchiato


tutta la settimana successiva, sono arrivato al venerdì
santo. Anche in quel venerdì si legge la passione di
Gesù, questa volta è stata quella dal Vangelo di
Giovanni. Ed ecco nuovamente quei personaggi squallidi,
tutti maschili, mentre le protagoniste femminili sono lì,
restano lì, stoiche. Soffrono con Gesù, piangono per Lui,
rischiano per Lui come la Veronica che osa sfidare il
potere costituito: le guardie romane e corre ad alleviare
Gesù. La madre Maria con Lui dall’inizio alla fine, sorretta
e confortata da altre donne tra le quali una ex-prostituta:
la Maddalena. Insomma un vero e proprio festival del Il rinnegamento di Pietro
femminismo. Così, mentre ascoltavo la lettura, ho iniziato
a ragionare su questa contraddizione e sono arrivato alla
conclusione, sghignazzando tra me e me, che Dio è “uomo-fobo” ed è il
primo vero femminista della storia.

…solo tu hai parole di vita eterna

Nell’omelia, devo dire veramente potente, di un frate domenicano,


seguita alla lettura, è arrivato il grand jeté, quel salto molto alto che nella
danza classica deve dare al pubblico l’immagine del volo. Il celebrante
punta il dito sulla figura di Pietro, emblema di tutti noi. Fanfarone, a parole
pronto a tutto, ma nel momento decisivo traditore. Senza mezze misure ci
ha dato dentro, tratteggiando una figura dell’apostolo veramente
meschina e ad ogni affondo mi sentivo sempre più lontano da quella
gloria di Dio che cercavo ma che sentivo come una sorta di eccesso di Il dolore e lo smarrimento di Pietro
fede, un’esagerazione, una pazzia. Finché il padre domenicano non ha
detto: «…Pietro è quello del tradimento prima che il gallo canti, è il
pauroso che affonda mentre cammina sull’acqua perché non ha fede
ma è anche quello che dice, mentre gli altri si allontanano per la
durezza delle parole di Gesù: …Signore da chi andremo solo tu hai
parole di vita eterna».

In quel momento è arrivata la carezza che ho tanto atteso. Quel


“dito” di Dio sul cuore, o meglio nel cuore, che costringe gli occhi ad
inumidirsi e che penetra solo quando trova un cuore vuoto, non
occupato da te stesso. Quello «…Spirito Santo che è il dito
plasmatore dell’Artefice Divino» (Benedetto XVI GMG 2008). Ed ecco
la gloria di Dio che è esplosa davanti ai miei occhi: la vita eterna,
perché Dio è il “vivente”. È “colui che è”. Vita eterna regalata anche a
noi se risorgiamo con Lui. E qui c’è poco da dire, se sei cristiano: o ci
credi o non ci credi ma se non credi nella vita eterna da risorto, cioè
nella gloria di Dio, di cosa stiamo parlando? …di liturgia? Tanto vale
parlare di calcio o di politica, cose terra-terra non certo per pazzi che
chiedono e credono l’impossibile.
Pietro. E’ anche colui su cui Cristo ha fondato la
sua Chiesa.
Vorrei tranquillizzare i soliti che già sento strepitare, quelli che
notano la preparazione, liturgicamente non appropriata, secondo
loro, del pallio di papa Francesco invece di chiedersi a che punto è la loro conversione, dov’è la loro fede. Io
continuo, come prima, a pregare, a meditare la Parola di Dio e ad andare,
quotidianamente, alla messa, officiata secondo la liturgia della Chiesa
Cattolica Apostolica Romana (non importa se ordina o extraordinaria, siamo
lì: è bene che lo capiscano ambo le fazioni di liturgisti). Perché la Chiesa è il
corpo mistico di Cristo ed è solo attraverso la Chiesa che si arriva, anzi, è
possibile tentare di arrivare, alla gloria di Dio. Ma, parafrasando Gesù,
ricordatevi che: «…la liturgia è stata fatta per l’uomo e non l’uomo per la
liturgia!».

forse scherzava, speriamo non si sia arrabbiato

Permettetemi di chiudere con un appello alle donne di questo


“stropicciatissimo” terzo millennio, appena iniziato. Avrete
notato che mi sono allegoricamente rappresentato come
una “ballerina” in attesa del suo etoile (ndr.: primo
ballerino), nonostante la massa corporea certamente non
esile, perché sono convinto che Dio preferisca voi donne.
Però, per favore, cercate di ricordarvi come eravate,
guardate al coraggio di quelle donne, vere donne, che
hanno seguito Gesù fin sotto la croce: madri, non fattrici
da provetta secondo il capriccio dei propri desideri; mogli,
non maliarde da postribolo, secondo le proprie voglie;
donne, non maschi in gonnella, che vogliono
scimmiottarci inseguendo i nostri stereotipi di potere,
Le prime testimoni di Gesù risorto.
ormai obsoleti.

Siete le sue predilette e lo ha dimostrato chiaramente


lasciando a voi per prime il messaggio della sua gloria, della vita
eterna. Sono state le donne le prime a ricevere il messaggio della
resurrezione di Gesù, cioè della sconfitta della morte e
dell’ingresso dell’umanità nella vita eterna, nella gloria di Dio,
attraverso di Lui, attraverso Cristo. Speriamo non si stia stufando
anche di voi, a noi maschi ci ha già bollato duemila anni fa, con
quella che mi piace pensare sia stata una battuta ironica e non
adirata, a Pietro: «In verità ti dico: questa notte stessa, prima che
il gallo canti, mi rinnegherai tre volte» (Mt. 26,34). Tra l’altro è di
genere maschile anche il “personaggio” gallo se ci fosse stata una
gallina, al suo posto, forse le cose sarebbero andate
diversamente …ovviamente scherzo …ma non troppo.