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…“T'o vvuo' mettere 'ncapo...

'int'a cervella
che staje malato ancora e' fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched''e?...è una livella.

Questa è una delle ultime strofe della poesia di Totò: < ‘A livella > una ironica e
signorile presa in giro della presunzione umana e del suo “saccente orgoglio”,
rappresentato in questo caso da un nobile, un marchese, defunto che ha quale vicino
di tomba un netturbino.

Il marchese inizia una “querelle” con quest’ultimo (un tal Esposito Gennaro, nome che
l’autore usa per sottolineare ancor meglio le origini plebee del netturbino) invitandolo
a trasferire la sua tomba altrove perché non è decoroso per un marchese, per il rango
della sua casta, esser sepolto affianco ad un netturbino.

Il pover’uomo inizialmente cerca di scusarsi con il marchese, ma quando quest’ultimo


comincia ad insultarlo si spazientisce e reagisce, da qui l’espressione “livella” quale
splendida metafora della morte che rende tutti uguali, tutti allo stesso livello.

Mi sono ricordato di questa poesia, particolarmente ispirata e anche autoironica, del


Principe Antonio de Curtis, in arte Totò, pensando a quanto avviene in questi giorni in
Giappone, uno dei paesi più sviluppati e ricchi del mondo la terza potenza economica
in base al PIL, era la seconda dopo gli USA nel 2009 ma l’anno scorso la Cina ha
effettuato il sorpasso.

La natura devastante del terremoto ha livellato tutti, le numerose vittime, per le quali
ho pregato e prego, di quel paese ricco e benestante sono state accomunate in un
unico destino, senza possibilità di avvalersi della propria posizione sociale, del proprio
rango.

L’appartenenza ad una casta più o meno importante, sia quest’importanza data dal
denaro, dal sapere, dal potere o dalla forza fisica, davanti alla morte non ha alcun
valore, non conta nulla.

Mi sono anche ricordato del devastante terremoto che ha colpito Haiti all’inizio
dell’anno scorso, uno dei paesi più poveri del mondo, la stessa natura devastante,
portatrice di morte, ha colpito esattamente come ora in Giappone.

La livella della morte accomuna non solo le persone ma anche i paesi, uno dei più
ricchi e uno dei più poveri hanno subito la stessa sorte, senza potersi opporre
indipendentemente dal rango derivante dal proprio PIL.

Eppure l’uomo d’oggi si ritiene immune dalla morte, al di sopra di questa, progetta,
programma, usa la sua volontà per tracciare il futuro, pensando di poterlo controllare,
di poterlo gestire.

Viviamo come se la morte non fosse un evento che ci riguarda, non ci preoccupiamo di
quello che sarà dopo, di ciò che potrebbe essere dopo la morte e di conseguenza non
ci poniamo neanche domande sul vero significato della vita, perché non riusciamo a
stimarne esattamente il valore che è invece unico e irripetibile.
Abbiamo perso il senso della vita, si dice che abbiamo il “mal di vivere” che spesso
sfocia nella depressione, in poche parole perdendo il contatto con la realtà della morte
abbiamo anche perso il contatto con la realtà della vita.
Questa unica, irripetibile e breve vita è appesa ad un sottile filo, che i Greci pensavano
venisse tagliato da Atropo, una delle Moire (che in seguito i Romani chiamarono
Parche) che recideva il filo della vita al momento stabilito e neanche gli dei potevano
opporsi a questa decisione, fermare il “taglio”.

L’uomo da quando è apparso sulla terra si è sempre domandato cosa ci fosse dopo la
morte e ha sempre immaginato possibili altre esistenze nell’aldilà e di questo suo
“filosofeggiare” ha lasciato testimonianza: dai graffiti nelle grotte, alle tombe di tutte
le civiltà che si sono susseguite nei secoli.

Tutte quelle civiltà hanno sempre ritenuto la morte un passaggio verso l’oltre, verso
qualcos’altro mai in millenni e millenni di presenza dell’uomo sulla terra abbiamo
pensato che dopo la morte ci fosse il nulla, ora si, adesso lo pensiamo.

La discussione in corso nel nostro paese riguardo il cosi detto “testamento biologico”,
infarcita di ideologia ateo-laicista, mette in risalto la voglia di una certa intellighenzia,
di mettere le mani sulla morte, trasformandola in un presunto diritto di libertà, per
renderla così controllabile, soggetta alla volontà umana.

Il poter decidere se voglio continuare a vivere o no, l’eutanasia, porta con se una
sensazione di potere, di possesso sulla morte stessa, in realtà è un surrogato, non è un
vero e proprio esercizio di libera volontà, ma tant’è che c’è chi si accontenta, anche di
poco, per affermare la visione omo-centrica della vita a scapito di quella Teo-centrica.

Insomma con quest’operazione si vuole affermare che l’uomo non è creatura ma


creatore, perché arbitro della propria esistenza, che poi altro non è se non il peccato di
Lucifero, ripreso e ripetuto dai nostri progenitori nell’Eden, “…non c’è nulla di nuovo
sotto il sole…” direbbe qualcuno.

La parodia decisionale sulla morte, è l’anticamera dell’altra parodia decisionale, quella


sulla vita, che l’uomo ateo-laicista vuole inscenare per potersi illudere di essere il
“deus ex machina” di se stesso, della sua esistenza, della sua vita.

Infatti l’assioma è: “…se controllo la morte, se ho potere decisionale sulla morte, vuol
dire che ho il controllo anche della vita, altrimenti come potrei controllare la morte?...”

L’obiettivo di questa pseudo cultura è di ridurre la vita e la morte a qualcosa di


razionale, di tangibile, di definito: “…se posso definire il come e il quando vuol dire che
ne ho il controllo…”.

Compiuta quest’opera di razionalizzazione il passo successivo è: “…dopo la morte non


c’è nulla…”, infatti se posso controllare la morte vuol dire che si tratta di qualcosa che
appartiene a questo mondo cioè che tutto finisce qui, inclusa la morte.
Non c’è nessuna Moira che taglia il filo, non c’è nessun destino e soprattutto non c’è
nessun Dio che mi ha creato, sono frutto del nulla, del caso o del caos - notate bene:
anagrammi l’uno dell’altro, infatti per questa pseudo-cultura una definizione vale
l’altra - e sono destinato al nulla.

Ed è questa la filosofia (mi perdonino i filosofi di tutti i tempi) alla quale fanno
riferimento i vari scienzo-tecnocrati-intellettuali, sparsi in tutto il mondo, che hanno in
Dawkins o Hawking i loro “santoni”, rappresentati qui da noi dai vari Augias, Odifreddi,
Giorello, e compagnia cantante, per affermare l’ateismo di stato quale “religione” da
insegnare e diffondere, che ha nel nulla il progenitore di tutti noi.

Ma se così è se tutto finisce qui che senso ha la vita stessa? Si nasce, si cresce, si
soffre, si gioisce, si lotta, tutto per niente?

Che senso hanno quelle migliaia di morti in Giappone e quelle migliaia di morti ad
Haiti, livellati dalla morte, resi uguali dalla morte, ma strappati da paesi, situazioni e
condizioni, da “caste”, completamente diverse?

Questo significa, come afferma il netturbino nella poesia di Totò che per la morte non
conta la condizione sociale, la casta di provenienza, ciò che hai realizzato in questa
vita secondo il metro di misura umano.

Ma allora se tutto ciò a cui noi diamo importanza in questa vita non ha valore per la
morte, non è molto più logico e molto più probabile che questa vita abbia un altro
significato, un valore diverso da quello, puramente razionale e omo-centrico che gli
diamo noi uomini d’oggi?

E’ vero la morte non esiste, ma non perché c’è il nulla dopo, come vogliono farci
intendere i dispensatori di quelle ideologie “sataniche”, ma perché questa vita con la
sua inseparabile sorella morte che l’accompagna fin dal primo giorno della sua venuta
su questa terra, è solo una “prefazione”, un “prologo” alla vera vita.

Ha ragione Totò quando, nell’ultima strofa della sua poesia, fa dire al netturbino:

Perciò,stamme a ssenti...nun fa’ 'o restivo,


suppuorteme vicino che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte”

che significa: …queste pagliacciate, quelle cioè di dare importanza alla “casta” al
rango, alle cose di questo mondo, le fanno solo i vivi, noi siamo persone serie,
apparteniamo alla morte…

Solo i pagliacci pensano di poter sfuggire alla morte le persone serie no, apparteniamo
a sorella morte fin dal primo momento in cui veniamo al mondo e questo non può non
avere un significato.
Noi saremo giudicati in base alle nostre opere d’Amore, saremo giudicati sull’Amore,
indipendentemente da come ci chiamiamo, dalla nostra casta, dal nostro rango
sociale, dai nostri averi, da ciò che lasciamo.

A questo serve questa unica, irripetibile e breve vita, a dispensare Amore agli altri, per
aiutarli a capire che noi siamo tutti immersi nell’Amore che ci ha creato: “…l’Amor che
move il sole a l’altre stelle…“ ed a questo siamo destinati a ritornare a Lui, al “Dio con
noi” descritto nell’ultimo capitolo del Libro dell’Apocalisse di San Giovanni …altro che
nulla!