Sei sulla pagina 1di 3

19/9/2016 “Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis”.

 ­ Osservatorio Repressione

“Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis”.

Osservatorio settembre 19, 2016 in 41bis, carcere,recensioni


0 Comments Edit

“Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis”. di Pasquale De Feo  ( per la
collana, curata dall’Associazione Liberarsi, L’evasione possibile, editore Sensibile alle Foglie).  

“Questo libro raccoglie testimonianze di persone che hanno trascorso anni e anni in regime di 41bis. Di cosa si tratta
nello  specifico  capirete  dai  loro  racconti.  È  cosa  che  va  oltre  quanto  è  possibile  immaginare  scorrendo  le  pur
inumane  restrizioni  a  cui  detenuti  in  regime  di  41  bis  sono  sottoposti…  Ma  tanta  brutalità  non  nasce  dal  nulla.  Nei
miei  lunghi  anni  di  carcerazione  ho  letto  e  riletto  della  storia  d’Italia  interrogandomi  sulle  cause  delle  condizioni  del
nostro Sud e della gente che lo abita. È una storia, ho capito, che parte da molto lontano…” Pasquale De Feo
http://www.osservatoriorepressione.info/le­cayenne­italiane­pianosa­asinara­regime­tortura­del­41bis/ 1/3
19/9/2016 “Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis”. ­ Osservatorio Repressione

 Postfazione di Francesca de Carolis a

Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortuta del 41 bis (a cura di) Pasquale De Feo

Ho  avuto  fra  le  mani  le  bozze  di  questo  libro  nei  giorni  degli  attentati  di  Parigi.  E  di  tutto  quel  che  ne  è  seguito,  a  proposito  di
allarmi,  emergenze,  invocazioni  e  promesse  di  misure  “speciali”,  annunci  di  modifiche  di  pezzi  di  Costituzioni…  Difficile  in
questi momenti non farsi sovrastare dalla commozione, non farsi annebbiare la mente da paure, anche irrazionali. Ma ancora una
volta  ho  tremato  al  pensiero  di  reazioni  e  provvedimenti  che  vanno  nel  senso  di  sospensioni  del  diritto,  che  spianano  la  via  a
violenze e orrori, da infliggere ad “altri”. Nemici di turno, senza andare troppo per il sottile.

E  le  testimonianze  raccolte  in  queste  pagine  sono  qui  a  ricordarci  quello  che  di  inimmaginabile  può  accadere,  come  è  accaduto,
sull’onda  dell’emergenza,  nel  nostro  passato  prossimo.  Cose,  si  sottolinea,  che  nessuno  conosce.  Cose  che  se  pure  se  ne  è  sentita
l’eco, forse si preferisce cercare di non sapere…

Inviate  a  Pianosa  e  all’Asinara,  negli  anni  ’90,  persone  appartenenti,  o  presunte  tali,  ad  associazioni  di  stampo  mafioso,  presero,
dopo un breve intermezzo, il posto lasciato da persone che avevano partecipato alle bande del nostro terrorismo, per le quali quelle
specialissime  carceri  furono  allestite.  Sembra  basti  questo  per  giustificare  un’alzata  di  spalle.  La  parola  “mafioso”  sembra  essere
diventata  una  parola  “magica”  che  a  tutto  ci  autorizza,  in  termini  di  repressione  e  violenza  nei  confronti  degli  individui.  Ci
autorizza ad aprire pericolose aree di sospensione del diritto. Dimenticando che la negazione dei principi dello stato di diritto nei
confronti del peggiore di noi, non può che aprire gravissime falle nella democrazia ed è cosa che prima o poi tutti può toccare…
Le  leggi  emergenziali,  che  tutto  sembrano  giustificare,  diventano  buchi  neri  nei  quali  tutto  può  precipitare.  A  cominciare  dalla
nostra “civiltà”.

Basta guardarsi appena alle spalle. C’è un filo rosso che lega quel che accadde a Pianosa e all’Asinara ai fatti di Genova. Abbiamo
dimenticato le inaudite violenze della caserma Bolzaneto trasformata in un vero e proprio lager dagli agenti del Gruppo operativo
mobile  della  polizia  penitenziaria?  Il  Gom…  che  in  realtà  raccolse l’eredità di un altro reparto, lo “Scopp”  (Coordinamento
delle attività operative di polizia penitenziaria), istituito nei primi anni ’90 … Dunque non parliamo delle “mele marce” con cui si
giustificano, per quel che si può, singoli atti di violenza che qua e là pure saltano fuori nell’ordinaria vita del carcere. Ma di corpi
di  polizia  che  hanno  agito  su  disposizioni  precise.  Come  accadde  anche  nella  scuola  Diaz.  E  vittime  furono  uomini  e  donne,
giovani e vecchi. Di ogni nazionalità e lavoro. Studenti, operai, qualche professionista. Lì dentro poteva esserci chiunque di noi.
Nell’aprile di quest’anno per quei fatti la Corte Europea ha condannato l’Italia: fu tortura. Peccato che il nostro ordinamento non
preveda il reato. E il parlamento non trovi tempo e modo di colmare questo buco nero.

Pianosa e l’Asinara… le violenze, le vessazioni, le indecenze… E sappiamo che ci furono morti, “pentimenti”, suicidi.

Credo ci sia voluto un gran coraggio a ricordare e raccontare di quel tempo. Perché il timore è anche di non essere creduti (come
accadde a molti dopo Auschwitz). Perché quello che scatta è anche la vergogna profonda per aver subito vessazioni che tendono ad
annullare l’individuo ( come può accadere a chi ha subito la contenzione negli ospedali psichiatrici, ad esempio).

Da  alcuni  anni  scambio  lettere  con  Pasquale  De  Feo,  che  questo  libro  ha  voluto  e  curato.  Dal  carcere  di  Catanzaro  prima,  dalla
Sardegna,  Massama,  adesso,  dove  De  Feo  è  stato  lo  scorso  anno  trasferito,  e  dove  ancora  si  trova  mentre  andiamo  in  stampa.
Cattivissimo “per sempre”. E c’è da chiedersi se c’è da ragionare sull’irragionevolezza della carcerazione, se più di trentatré anni
non sono bastati a “migliorare” un uomo. Eppure, questo “cattivissimo” che le leggi emergenziali, diventate come si sa ordinarie,
http://www.osservatoriorepressione.info/le­cayenne­italiane­pianosa­asinara­regime­tortura­del­41bis/ 2/3
19/9/2016 “Le Cayenne italiane. Pianosa e Asinara: il regime di tortura del 41bis”. ­ Osservatorio Repressione

vogliono inchiodato al momento del reato, molto mi ha insegnato. Tutt’altro che cattivo maestro. Perché Pasquale è persona che in
carcere  molto  ha  letto  e  studiato.  E  leggendo,  e  studiando,  e  approfondendo,  ha  cercato  e  cerca  nelle  vie  della  Storia  le  ragioni
anche  della  sua  storia  individuale.  Mi  manda  spesso,  Pasquale,  libri  sulla  storia  d’Italia  e  del  Meridione,  facendomi  anche
vergognare di mie ignoranze in proposito, io che pure sono nata a sud del Garigliano, e lì mi è rimasto il cuore.

E molto mi ha insegnato, e insegna a tutti noi con questo libro, sul dovere della memoria.

Non dobbiamo permettere, ci dice, che le cose terribili commesse all’Asinara e a Pianosa scivolino nell’oblio. Perché ciò che non
si ricorda non si corregge e si ripete. E l’abbiamo visto.

Ma  siamo  sempre  in  tempo  a  conoscere  e  scandalizzarci  per  gli  episodi,  della  nostra  storia  che  è  appena  ieri,  che  ancora  non  ci
fanno  scandalo.  Serve,  e  questo  è  il  punto,  per  cercare  di  stare  bene  attenti,  almeno  oggi,  a  non  accettare  cose  di  cui  potremmo
scandalizzarci e vergognarci in futuro, accecati da questa parola, “emergenza”, che tutto ( e quindi niente) sembra significare ma
tutto vuole giustificare.

Da quando mi è capitato di leggerne, sempre ricordo un memorabile intervento dai banchi dell’aula del Parlamento, dove sedeva
fra le fila dei Radicali, di Leonardo Sciascia. In tempo di terrorismo, intervenuto per invitare a non abdicare ai principi dello stato
di  diritto,  era  stato  accusato  di  “alleanza  oggettiva”  con  i  nemici  di  allora.  Le  sue  parole:  “sono  stanco  di  essere  accusato  di
alleanze  oggettive  con  questo  o  con  quello…  queste  alleanze,  mosse  in  accusa  a  chi  difende  certi  diritti  civili  che  si  vogliono
dimenticare, o a chi discorda da opinioni che si vogliono totalitarie, è uno dei ricatti che più pesa nella vita italiana”.

Chiedendomi se questa convinzione avrebbe tenuto ferma anche nei confronti di mafiosi, presunti e non, Sciascia che in maniera
così profonda ha indagato e raccontato la Mafia e le sue violenze. La mia intima convinzione è che sì, che restando sempre fedele
all’uso della ragione, in nessun caso avrebbe acconsentito alla rinuncia dei principi dello stato di diritto.

Cosa  che  invece,  purtroppo,  nelle  nostre  carceri,  sempre  sull’onda  dell’emergenza  esplosa  un  quarto  di  secolo  fa,  ancora  accade.
Penso  ancora  al  regime  del  41bis,  regime  che  perdura,  e  se  non  ci  sono  più  sistematici  pestaggi  (  ce  lo  auguriamo),  continua  la
violazione  di  elementari  diritti  della  persona.  E’  di  questi  giorni  un’importante  relazione  della  Commissione  Diritti  Umani  del
Senato, presieduta da Luigi Manconi, che al termine di quasi due anni di indagine conoscitiva sull’applicazione del 41bis, chiede
interventi che ripristino il rispetto delle garanzie previste da norme nazionali e internazionali, e chiaramente parla di un “surplus di
afflizioni, privazioni e restrizioni che non sembra avere ragion d’essere nella logica, prima ancora che nella legge”.

Ho conosciuto persone che il carcere “duro” l’hanno subito per più di dieci anni, ho letto scritti di persona a cui il regime è stato
rinnovato dopo il quindicesimo anno… sorvolando sulle condizioni fisiche e psichiche con le quali si esce, se si esce, e se si esce
vivi,  da  tale  condizione,  faccio  mio  il  dubbio  espresso  dai  penalisti  della  Camera  penale  di  Roma  in  una  pubblicazione  in  cui  si
denuncia  il  41bis  e  le  sue  lunghe  proroghe:  “…  visto  che  si  tratta  di  misura  giustificata  con  la  necessità  di  recidere  i  legami  del
detenuto  con  l’associazione  di  appartenenza,  se  i  lunghi  anni  non  sarebbero  bastati  a  recidere  quei  legami,  vuol  dire  che  o  il
sistema è inefficace, o si vuole ottenere altro…”

E per ottenere questo “altro” in Italia, ancora, c’è una non dichiarata licenza di tortura… che altra definizione non trovo.

Francesca de Carolis

http://www.osservatoriorepressione.info/le­cayenne­italiane­pianosa­asinara­regime­tortura­del­41bis/ 3/3
http://www.laltrariva.net/?p=1533