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Alberto Caeiro

Il custode di greggi
I

Io non ho mai custodito greggi,


Ma è come se li custodissi.
La mia anima è come un pastore,
Conosce il vento e il sole.
E va per mano con le Stagioni
Le segue e le guarda.
Tutta la pace della Natura senza gente
Viene a sedersi al mio fianco.
Ma io resto triste come un tramonto
Per la nostra immaginazione,
Quando scende il freddo in fondo alla pianura
E si sente la notte entrata
Come una farfalla per la finestra.

Ma la mia tristezza è quiete


Perché è naturale e giusta
Ed è ciò che deve esserci nell’anima
Quando già pensa di esistere
E le mani colgono fiori senza che essa se ne accorga.

Come un rumore di sonagli


Oltre la curva della strada,
I miei pensieri sono contenti,
Mi spiace solo di sapere che sono contenti
Perché se non lo sapessi,
Invece di essere contenti e tristi,
Sarebbero allegri e contenti.

Pensare disturba come camminare sotto la pioggia


Quando il vento cresce e sembra che piova di più.
Non ho ambizioni né desideri.
Essere poeta non è un’ambizione mia
È la mia maniera di essere solo.

E se desidero a volte,
Per fantasticare, essere un agnellino
(O essere il gregge tutto
Per andare sparso per tutto il pendio
Ed essere molte cose felici allo stesso tempo),
È solo perché sento ciò che scrivo al calar del sole
O quando una nuvola accarezza la luce
E scorre un silenzio per l’erba fuori.

Quando siedo a scrivere versi


O, passeggiando per i sentieri e per le scorciatoie,
Scrivo versi su un foglio che sta nel mio pensiero,
Sento un bastone nelle mani
E vedo un’immagine di me
Sulla cima di una collina,
Mentre guardo il mio gregge e vedo le mie idee,
O guardo le mie idee e vedo il mio gregge,
E sorrido vagamente come chi non comprende ciò che si dice
E vuol fingere di comprendere.

Saluto tutti coloro che mi leggeranno,


Levandomi l’ampio cappello
Quando mi vedranno alla mia porta
Appena la diligenza arriva in cima alla collina.
Li saluto e auguro a loro sole
E pioggia, quando la pioggia è necessaria,
E che le loro case abbiano
Accanto a una finestra aperta
Una sedia prediletta
Dove si siedano a leggere i miei versi.
E leggendo i miei versi pensino
Che sono una cosa normale qualsiasi –
Per esempio, l’albero antico
All’ombra del quale quand’erano bambini
Si sedevano di colpo, stanchi di giocare,
E asciugavano il sudore della testa accaldata
Con la manica del grembiule a righe.

II

Il mio sguardo è nitido come un girasole.


Ho l’abitudine di camminare per le strade
Guardando a destra e a sinistra,
E qualche volta guardando indietro…
E ciò che vedo ad ogni momento
È quello che mai prima avevo visto,
E me ne accorgo molto bene…
So avere con me lo stupore
Di un bimbo se, al nascere,
Si rendesse conto che nasce per davvero…
Mi sento nato a ogni momento
Per l’eterna novità del mondo…

Credo nel mondo come in una margherita di campo


Perché lo vedo. Ma non ci penso
Perché pensare è non comprendere…
Il mondo non è stato fatto perché pensassimo a lui
(Pensare è avere male agli occhi)
Ma per guardarlo ed essere in accordo.

Io non ho filosofia: ho sensi…


Se parlo della Natura non è perché sappia che cos’è,
Ma perché la amo, e l’amo per questo,
Perché chi ama non sa mai ciò che ama
Né sa perché ama, né cos’è amare…

Amare è l’eterna innocenza,


E l’unica innocenza è non pensare…

III

All’imbrunire, affacciato alla finestra,


E intuendo che ci sono campi di fronte,
Leggo fino a che non mi ardono gli occhi
Il libro di Cesàrio Verde.

Che pena ho di lui! Era un contadino


Che andava prigionieri in libertà per la città.
Ma il modo come guardava le case,
E il modo come osservava le strade,
E la maniera come notava le persone,
È quello di chi guarda gli alberi,
E di chi scende con gli occhi lungo la strada dove sta camminando
E va a osservare i fiori che sono nei campi…

Per questo aveva quella grande tristezza


Che mai disse pur avendola,
Ma camminava per la città come chi cammina per i campi
E triste come pressare fiori nei libri
E mettere piante nelle brocche…

IV

Questo pomeriggio la tempesta cadde


Lungo i pendii giù dal cielo
Come un masso enorme…
Come qualcuno che da una finestra in alto
Scuote una tovaglia da tavola,
E le briciole, cadendo tutte insieme,
Fanno rumore al cadere,
La pioggia ha pigolato dal cielo
E annerì le strade…

Quando i lampi scuotevano l’aria


E agitavano lo spazio
Come una grande testa che dice no,
Non so perché – non avevo paura –
Mi son messo a voler pregare Santa Barbara
Come se fossi la vecchia zia di qualcuno…

Ah! È che pregando Santa Barbara


Mi sentivo ancora più semplice
Di quanto penso di essere…
Mi sentivo familiare e casalingo
E con la vita passata
Tranquillamente, come il muro del giardino;
Con idee e sentimenti così, per averli,
Come un fiore ha profumo e colore…

Mi sentivo qualcuno che potesse dar credito a Santa Barbara…


Ah, poter credere in Santa Barbara!

(Chi crede che ci sia Santa Barbara,


Penserà che è una persona visibile
Oppure che penserà di lei?)

(Che artificio! Che sanno


I fiori, gli alberi, i greggi
Di Santa Barbara?... Un ramo d’albero,
Se pensasse, mai potrebbe
Costruire santi o angeli…
Potrebbe credere che il sole
Illumina, e che la tempesta
È una quantità di gente
Adirata sopra di noi…
Ah, come i più semplici degli uomini
Sono malati confusi e stupidi
Di fronte alla chiara semplicità
E salute di esistere
Degli alberi e delle piante!)
E io, pensando a tutto questo,
Rimasi di nuovo meno felice…
Rimasi cupo e infermo e triste
Come un giorno in cui per tutto il giorno minaccia la tempesta
E neppure di notte arriva…

C’è molta metafisica nel non pensare a nulla.

Cosa penso io del mondo?


Che ne so di cosa penso del mondo?
Se io mi ammalassi ci penserei.

Che idea ho io delle cose?


Che opinione ho delle cause e degli effetti?
Che ho meditato io su Dio e l’anima
E sopra la creazione del mondo?
Non so. Per me pensare a questo è chiudere gli occhi
E non pensare. È chiudere le tende
Della mia finestra (ma non ha tende).

Il mistero delle cose? Che ne so di ciò che è mistero!


L’unico mistero è che ci sia chi pensa al mistero.
Chi sta al sole e chiude gli occhi,
Comincia a non sapere che cosa è il sole
E a pensare molte cose piene di calore.
Ma apre gli occhi e vede il sole,
E non può pensare più a nulla,
Perché la luce del sole vale più che i pensieri
Di tutti i filosofi e di tutti i poeti.
La luce del sole non sa ciò che fa
E per questo non sbaglia ed è di tutti e buona.

Metafisica? Che metafisica hanno quegli alberi


Quella di essere verdi e tagliati e di avere rami
E di dar frutti al loro momento, il che non ci fa pensare,
A noi, che non sappiamo accorgerci di loro.
Ma quale miglior metafisica della loro,
Che è quella di non sapere perché vivono
Né di sapere che non lo sanno?

<<Costituzione intima delle cose>>…


<<Significato intimo dell’universo>>…
Tutto questo è falso, tutto questo non vuol dire nulla.
È incredibile che si possa pensare a cose come queste.
È come pensare a scopi e fini
Quando l’inizio della mattina sta risplendendo, e dalla parte degli alberi
Un vago oro luccicante va dissipando l’oscurità.

Pensare al significato intimo delle cose


È superfluo, come pensare alla salute
O portare un bicchiere all’acqua delle fonti.

L’unico significato intimo delle cose


È che non hanno significato intimo alcuno.

Non credo in Dio perché non l’ho mai visto.


Se egli volesse che io creda in lui,
Senza dubbio verrebbe a parlare con me
Ed entrerebbe dentro per la mia porta
Dicendomi, Sono qui!

(Questo è forse ridicolo alle orecchie


Di chi, per non sapere che cos’è guardar le cose,
Non comprende chi parla di esse
Con il modo di parlare che il prestar loro attenzione insegna).

Ma se Dio è i fiori e gli alberi


E i monti e sole e il chiaro di luna,
Allora credo in lui,
Allora credo in lui a ogni ora,
E la mia vita è tutta un’orazione e una messa,
E una comunione con gli occhi e con le orecchie.

Ma se Dio è gli alberi e i fiori


E i monti e il chiaro di luna e il sole,
Perché lo chiamo Dio?
Lo chiamo fiori e alberi e monti e sole e chiaro di luna;
Poiché, se egli si fece, perché io lo veda,
Sole e chiaro di luna e fiori e alberi e monti,
Se egli mi appare come alberi e monti
E chiaro di luna e sole e fiori,
È perché vuole che io lo conosca
Come alberi e monti e fiori e chiaro di luna e sole.

E per questo io gli obbedisco,


(Che cosa so io di più di Dio che Dio stesso?),
Gli obbedisco vivendo, spontaneamente,
Come chi apre gli occhi e vede,
E lo chiamo chiaro di luna e sole e fiori e alberi e monti,
E lo amo senza pensare a lui,
E lo penso vedendo e udendo,
E vado con lui a ogni ora.

VI

Pensare a Dio è disobbedire a Dio,


Perché Dio volle che non lo conoscessimo
Per questo non ci si mostrò…

Restiamo semplici e calmi,


Come i ruscelli e gli alberi,
E Dio ci amerà facendoci
Noi come gli alberi son alberi
E come i ruscelli son ruscelli
E ci darà verdezza nella sua primavera,
E un fiume dove andare quando finiremo…
E non ci darà nient’altro, perché darci di più sarebbe toglierci di più.

VII

Dal mio villaggio vedo quanta terra si può veder dell’universo…


Per questo il mio villaggio è grande come qualsiasi altra terra,
Poiché io sono della dimensione di quello che vedo
E non della dimensione della mia altezza…

Nelle città la vita è più piccola


Che qui nella mia casa sulla cima di questa collina.
Nella città le grandi case chiudono la vista a chiave,
Nascondono l’orizzonte, spingono il nostro sguardo lontano da tutto il cielo,
Ci rendono piccoli perché ci prendono ciò che i nostri occhi ci possono dare,
E ci rendono poveri perché la nostra unica ricchezza è vedere.

VIII

In un mezzogiorno di fin di primavera


Feci un sogno come una fotografia.
Vidi Gesù Cristo scendere in terra.

Lo vedo lungo il pendio di un monte


Ritornato di nuovo bambino,
Correndo e rotolandosi nell’erba
E strappare fiori per gettarli via
E ridere in modo da essere udito da lontano.

Era fuggito dal cielo.


Era troppo nostro per fingere di essere
La seconda persona della Trinità.
Nel cielo era tutto falso, tutto discordante
Con i fiori e gli alberi e le pietre.
Nel cielo doveva essere sempre serio
E di tanto in tanto ritornare un’altra volta uomo
E salire sulla croce, e morire continuamente
Con una corona tutto intorno di spine
E i piedi trafitti da un chiodo con testa,
E perfino con uno straccio intorno alla cintola
Come i negri nelle illustrazioni.
Neppure gli permettevano di avere un padre e una madre
Come gli altri bambini.
Suo padre erano due persone –
Un vecchio chiamato Giuseppe, che era falegname,
E che non era suo padre;
E l’altro padre era una colomba stupida,
L’unica colomba brutta al mondo
Perché non era del mondo né era colomba.
E sua madre non aveva amato prima di averlo.
Non era donna: era una valigia
Nella quale egli era venuto dal cielo.
E volevano che egli, che era nato solo dalla madre,
E mai aveva avuto un padre da amare con rispetto,
Predicasse la bontà e la giustizia!
Un giorno che Dio stava dormendo
E lo Spirito Santo andava a volare
Egli si recò alla cassa dei miracoli e ne rubò tre.
Con il primo fece sì che nessuno sapesse che egli era fuggito.
Con il secondo si creò eternamente umano e bambino.
Con il terzo creò un Cristo eternamente sulla croce
E lo lasciò inchiodato alla croce che sta nel cielo
E serve da modello alle altre.
Poi fuggì verso il sole
E scese con il primo raggio che trovò.

Oggi vive nel mio villaggio con me


È un bambino bello nella risata e naturale.
Si pulisce il naso con il braccio destro,
Sguazza nelle pozze d’acqua,
Coglie i fiori e gli piacciono e li dimentica.
Tira pietre agli asini,
Ruba la frutta dai frutteti
E fugge al piangere e al gridare dei cani.
E, poiché sa che a loro non piace
E che tutta la gente lo trova divertente,
Corre dietro alle ragazze
Che vanno a gruppi per le strade
Con le brocche in testa
E alza loro le gonne.

A me insegnò tutto.
Mi insegnò a guardare le cose.
Mi indica tutte le cose che ci sono nei fiori.
Mi mostra come le pietre sono graziose
Quando la gente le tiene in mano
E le guarda lentamente.
Mi parla molto male di Dio.
Dice che è un vecchio stupido e infermo,
Sempre a sputare sul pavimento
E a dire indecenze.
La Vergine Maria passa i pomeriggi dell’eternità a fare la calza.

E lo Spirito Santo si gratta con il becco


E si appollaia sulle sedie e le sporca.
Tutto nel cielo è stupido come la Chiesa Cattolica.
Mi dice che Dio non capisce niente
Delle cose che creò –
<<Se è che egli le creò, del che dubito>>. –
<<Dice, per esempio, che gli esseri cantano la sua gloria,
Ma gli esseri non cantano niente.
Se cantassero sarebbero cantori.
Gli esseri esistono e niente altro,
E per questo si chiamano esseri>>.

E poi, stanco di dire male di Dio,


Il Bambino Gesù si addormenta nelle mie braccia
E io lo porto in collo fino a casa.

Egli vive con me nella mia casa a metà della collina.


Egli è l’Eterno Bambino, il dio che mancava.
Egli è l’umano che è naturale,
Egli è il divino che sorride e gioca.
Ed è per questo che io so con tutta certezza
Che egli è il vero Bambino Gesù.

E la creatura tanto umana da essere divina


È questa mia vita quotidiana di poeta,
Ed è perché egli è sempre con me che io sono poeta sempre.
E che il mio minimo sguardo
Mi riempie di sensazione,
E il più piccolo suono, di qualunque cosa,
Sembra parlare con me.
Il Bambino Nuovo che abita dove vivo
Dà una mano a me
E l’altra a tutto ciò che esiste
E così andiamo tutti e tre per qualsiasi cammino,
Saltando e cantando e ridendo
E godendo del nostro segreto comune
Che è quello di sapere in ogni luogo
Che non c’è mistero nel mondo
E che tutto vale la pena.

Il Bambino Eterno mi accompagna sempre.


La direzione del mio sguardo è il suo dito puntato.
Il mio udito attento allegramente a tutti i suoni
È il solletico che egli mi fa, giocando, nelle orecchie.

Stiamo tanto bene l’uno con l’altro


In compagnia di tutto
Che mai pensiamo l’uno all’altro,
Ma viviamo uniti tutti e due
Con un accordo intimo
Come la mano destra e quella sinistra.

All’imbrunire giochiamo alle cinque pietrine


Sul gradino della porta di casa,
Seri come conviene a un dio e a un poeta,
E come se ogni pietra
Fosse tutto un universo
E fosse per questo un gran pericolo per lei
Lasciarla cadere al suolo.

Poi io gli racconto storie delle cose solo degli uomini


Ed egli sorride, perché tutto è incredibile.
Ride dei re e di quelli che non sono re,
E prova pena a sentir parlare delle guerre,
E dei commerci, e delle navi
Che finiscono in fumo nell’aria degli alti mari.
Poiché egli sa che tutto questo manca di quella verità
Cha ha un fiore allo sbocciare
E che va con la luce del sole
A mutare i monti e le valli
E a ferire gli occhi con i muri imbiancati di calce.
Poi egli s’addormenta e io lo metto a letto.
Lo porto in collo dentro casa
E lo corico, spogliandolo lentamente
E seguendo un rituale molto limpido
E tutto materno fino a che resta nudo.

Egli dorme dentro la mia anima


E a volte si sveglia di notte
E gioca con i miei sogni.
Ne gira alcuni con le gambe all’aria,
Ne pone alcuni sopra gli altri
E batte le mani da solo
Sorridendo del mio sonno.

Quando io morirò, figliolino,


Sia io il bambino, il più piccolo.
Stringimi tu al collo
E portami dentro la tua casa.
Spoglia il mio essere stanco e umano
E distendimi sul tuo letto.
E raccontami storie, nel caso mi svegli,
Per farmi riaddormentare.
E dammi i tuoi sogni perché io giochi
Finché nasca un giorno qualsiasi
Che tu sai qual è.

Questa è la storia del mio Bambino Gesù.


Per quale ragione che si capisca
Non deve essere più vera
Di tutto quanto i filosofi pensano
E di tutto quanto le religioni insegnano?

IX

Sono un custode di greggi.


Il gregge è i miei pensieri
E i miei pensieri sono tutte sensazioni.
Penso con gli occhi e con le orecchie
E con le mani e i piedi
E con il naso e la bocca.

Pensare a un fiore è vederlo e odorarlo


E mangiare un frutto è conoscerne il significato.

Per questo quando un giorno di calore


Mi sento triste di goderlo tanto,
E mi distando lungo nell’erba,
E chiudo gli occhi accaldati,
Sento tutto il mio corpo disteso nella realtà,
So la verità e sono felice.

<<Ehi, custode di greggi,


Là a bordo della strada,
Che ti dice il vento che passa?>>.

<<Che è vento, e che passa,


E che già passò prima,
E che passerà dopo.
E a te cosa dice?>>.

<<Molte cose più di quello,


Mi parla di molte altre cose.
Di memorie e di nostalgie
E di cose che mai furono>>.

<<Non hai mai sentito passare il vento.


Il vento solo parla del vento.
Ciò che hai sentito da lui era menzogna,
E la menzogna sta in te>>.

XI

Quella signora ha un piano


Che è gradevole ma non è lo scorrere dei fiumi
Né il mormorio che fanno gli alberi…

Perché è necessario avere un piano?


Meglio è avere orecchie
E amare la Natura.

XII

I pastori di Virgilio suonavano flauti e altre cose


E cantavano d’amore letterariamente.
(Dicono – io mai ho letto Virgilio.
Perché avrei dovuto leggerlo?)

Ma i pastori di Virgilio, poveretti, sono Virgilio,


E la Natura è bella e antica.

XIII

Lieve, lieve, molto lieve,


Un vento molto lieve passa,
E se ne va, sempre molto lieve.
E io non so ciò che penso
Né cerco di saperlo.

XIV

Non mi importano le rime. Rare volte


Ci sono due alberi uguali, uno vicino all’altro.
Penso e scrivo così come i fiori hanno colore
Ma con minor perfezione nel mio modo di esprimermi
Perché mi manca la semplicità divina
Di essere solamente tutto il mio esteriore.

Guardo e mi commuovo,
Mi commuovo come l’acqua scorre quando il terreno è inclinato,
E la mia poesia è naturale come il levarsi del vento…

XV

Le quattro canzoni che seguono


Si staccano da tutto ciò che penso,
Mentono a tutto ciò che io sento,
Sono il contrario di ciò che io sono…

Le ho scritte quando ero malato


E per questo sono naturali
E si accordano con quello che io sento,
Si accordano con quello con cui non si accordano…
Quando sono malato devo pensare il contrario
Di ciò che penso quando sono sano
(Altrimenti non sarei malato),
Devo sentire il contrario di ciò che sento
Quando sono in salute,
Devo mentire alla mia natura
Di creatura che sente in una certa maniera…
Devo essere completamente malato – idee e tutto.
Quando sono malato, non sono malato per altre cose.

Per questo queste canzoni che mi rinnegano


Non sono capaci di rinnegarmi
E sono paesaggi della mia anima di notte,
La stessa al contrario…

XVI

Magari la mia vita fosse un carro di buoi


Che mi viene a cigolare, presto di prima mattina, per la strada.
E che da dove viene poi ritorna
Quasi sul far della sera per la stessa strada.

Io non dovevo avere speranze – dovevo solo aver ruote…


La mia vecchiaia non aveva rughe né capelli bianchi…
Quando poi non servivo più, mi toglievano le ruote
E restavo rovesciato e spezzato nel fondo di un dirupo.

O allora facevano di me qualcosa di diverso


E io non sapevo nulla di ciò che facevano di me…
Ma io non sono un carro, sono diverso
Ma in cosa sono realmente diverso non me lo diranno mai.

XVII
L’insalata

Nel mio piatto che miscuglio di Natura!


Le mie sorelle le piante,
Le compagne delle fonti, le sante
Che nessuno prega…

E le tagliano e vengono alla nostra tavola


E negli alberi gli ospiti rumorosi,
Che arrivano pieni di coperte legate con cinghie
Chiedono <<insalata>>, sbadati…

Senza pensare che esigono alla Terra-Madre


La sua freschezza e i suoi primi figli,
Le prime verdi parole che essa pronuncia
Le prime cose vive e iridescenti
Che Noè vide
Quando le acqua calarono e la cima dei monti
Verde e inondata sorse
E nell’aria dove la colomba apparve
L’arcobaleno sfumava…

XVIII

Magari io fossi la polvere della strada


E i piedi dei poveri mi calpestassero…

Magari io fossi i fiumi che scorrono


E le lavandaie stessero alla mia riva…

Magari io fossi i pioppi a bordo del fiume


E avessi solo il cielo sopra e l’acqua sotto…
Magari io fossi l’asino del mugnaio
Ed egli mi battesse e mi apprezzasse…

Questo piuttosto che essere chi attraversa la vita


Guardando dietro di sé con pena…

XIX

Il chiaro di luna quando batte sull’erba


Non so cosa mi ricorda…
Mi ricorda la voce della vecchia domestica
Che mi racconta racconti di fate.
E come Nostra Signora vestita da mendicante
Andava di notte per le strade
A soccorrere i bambini maltrattati…

Se io non posso più credere che questo è vero,


Perché batte il chiaro di luna sull’erba?

XX

Il Tago è più bello del fiume che scorre per il mio villaggio,
Ma il Tago non è più bello del fiume che scorre per il mio villaggio
Perché il Tago non è il fiume che scorre per il mio villaggio.
Il Tago ha grandi navi
E naviga ancora in lui,
Per coloro che vedono in ogni cosa ciò che là non c’è,
La memoria delle navi.

Il Tago scende di Spagna


E il Tago entra nel mare in Portogallo.
Tutti lo sanno.
Ma pochi sanno qual è il fiume del mio villaggio
E dove va
E da dove viene.
E per questo, perché appartiene a meno gente,
È più libero e più grande il fiume del mio villaggio.

Per il Tago si va nel Mondo.


Oltre il Tago c’è l’America
E la fortuna di quelli che la trovano.
Mai nessuno pensò cosa c’è oltre
Il fiume del mio villaggio.

Il fiume del mio villaggio non fa pensare a nulla.


Chi sta vicino a lui sta solo vicino a lui.

XXI
Se io potessi mordere la terra intera
E sentirne il gusto,
E se la terra fosse una cosa da mordere
Sarei più felice per un momento…
Ma io non sempre voglio essere felice.
È necessario essere a volte infelice
Per poter essere naturale…
Né tutto è giorni di sole,
E si invoca la pioggia, quando manca per molto.
Per questo prendo l’infelicità come la felicità
Naturalmente, come chi non si meraviglia
Che ci siano montagne e pianure
E che ci siano rocce ed erba…

Ciò che è necessario è essere naturale e calmo


Nella felicità o nell’infelicità,
Sentire come chi guarda,
Pensare come chi cammina,
E quando si sta per morire, ricordarsi che il giorno muore,
E che il tramonto è bello ed è bella la notte che resta…
Così è e così sia…

XXII

Come chi in un giorno d’Estate apre la porta di casa


E sente il calore dei campi con tutta la faccia,
A volte, d’improvviso, mi sbatte la Natura in pieno
Sulla faccia dei miei sentimenti,
E io resto confuso, turbato, cercando di comprendere
Non so bene come né cosa…

Ma chi ha ordinato a me di voler comprendere?


Chi mi ha detto che si doveva comprendere?

Quando l’Estate ci passa sulla faccia


La mano lieve e calda della sua brezza,
Solo devo sentir piacere perché è brezza
O sentir dispiacere perché è calda,
E in qualunque maniera io lo senta,
Così, perché così lo sento, è che questo è sentirlo…

XXIII

Il mio sguardo azzurro come il cielo


È calmo come l’acqua al sole.
È così, azzurro e calmo,
Perché non interroga né si stupisce…

Se io interrogassi e mi stupissi
Non nascerebbero nuovi fiori nei prati
Né cambierebbe qualche cosa nel sole per farlo più bello…
(Ugualmente se nascessero nuovi fiori nel prato
E se il sole divenisse più bello,
Io sentirei meno fiori nel prato
E troverei più brutto il sole…
Perché tutto è come è e così è
E io accetto, e neppure ringrazio,
Per non mostrare che ci penso).

XXIV

Ciò che noi vediamo delle cose sono le cose.


Perché vedremmo noi una cosa se ce ne fosse un’altra?
Perché vedere e udire sarebbe illuderci
Se vedere e udire sono vedere e udire?

L’essenziale è saper vedere,


Saper vedere senza fermarsi a pensare,
Saper vedere quando si vede,
E né pensare quando si vede,
Né vedere quando si pensa.
Ma questo (tristi noi che portiamo l’anima vestita!),
Questo esige uno studio profondo,
Un apprendistato a disimparare
E un sequestro nella libertà di quel convento
Del quale i poeti dicono che le stelle sono monache eterne
E i fiori i penitenti convinti di un sol giorno,
Ma dove infine le stelle non sono che stelle
Né i fiori altro che fiori,
Per cui li chiamiamo stelle e fiori.

XXV

Le bolle di sapone che questo bambino


Si diverte a soffiar via da una cannuccia
Sono trans lucidamente tutta una filosofia.

Chiare, inutili e passeggere come la Natura,


Amiche degli occhi come le cose,
Sono quello che sono
Con una precisione ben rotonda e aerea,
E nessuno, neppure il bambino che le soffia via,
Pretende che esse siano più di quello che appaiono essere.
Alcune appena si vedono nell’aria lucida.
Sono come la brezza che passa e appena tocca i fiori
E che soltanto sappiamo che passa
Perché qualunque cosa si alleggerisce in noi
E accoglie tutto più nitidamente.

XXVI

A volte, nei giorni di luce perfetta ed esatta,


Nei quali le cose hanno tutta la realtà che possono avere,
Domando a me stesso piano
Perché mai attribuisco io
Bellezza alle cose.

Un fiore per caso ha bellezza?


Ha bellezza per caso un frutto?
No: ha colore e forma
E solo esistenza…
La bellezza è il nome di una cosa qualunque che non esiste
Che io do alle cose in cambio del piacere che mi danno.
Non significa nulla.
Allora perché dico io delle cose: sono belle?

Sì, anche a me, che vivo solo di vivere,


Invisibili, vengono a me le menzogne degli uomini
Di fronte alle cose,
Di fronte alle cose che semplicemente esistono.

Che difficile essere se stessi e non vedere se non il visibile!

XXVII

Solo la Natura è divina, ed essa non è divina…

Se a volte parlo di lei come un ente


È che per parlar di lei devo usare il linguaggio degli uomini
Che dà personalità alle cose,
E impone nomi alle cose.

Ma le cose non hanno nomi né personalità:


Esistono, e il cielo è grande e la terra ampia,
E il nostro cuore della dimensione di un pugno chiuso…

Benedetto sia io per tutto quanto non so.


È tutto ciò che sono veramente.
Godo tutto questo come chi sa che c’è il sole.
XXVIII

Oggi ho letto quasi due pagine


Del libro di un poeta mistico,
E ho riso come chi ha pianto molto.

I poeti mistici sono filosofi malati,


E i filosofi sono uomini pazzi.

Perché poeti mistici dicono che i fiori sentono


E dicono che le pietre hanno anima
E che i fiumi hanno estasi al chiaro di luna.

Ma i fiori, se sentissero, non sarebbero fiori.


Sarebbero gente;
E se le pietre avessero anima, sarebbero cose vive, non sarebbero pietre;
E se i fiumi avessero estasi al chiaro di luna,
I fiumi sarebbero uomini malati.

È necessario non sapere ciò che sono fiori e pietre e fiumi


Per parlare dei loro sentimenti.
Parlar dell’anima delle pietre, dei fiori, dei fiumi,
È parlare di se stessi e dei propri falsi pensieri.
Grazie a Dio le pietre sono solo pietre,
E i fiumi non sono se non fiumi,
E i fiori sono appena fiori.

Per me, scrivo la prosa dei miei versi


E resto contento,
Perché so che comprendo la Natura di fuori;
E non la comprendo da dentro
Perché la Natura non ha dentro;
Altrimenti non sarebbe la Natura.

XXIX

Né sempre sono uguale in quello che dico e scrivo.


Cambio, ma non cambio molto.
Il colore dei fiori non è lo stesso al sole
Quando passa una nuvola
O quando scende la notte
E i fiori sono color dell’ombra.

Ma chi guarda bene vede che sono gli stessi fiori.


Per questo quando sembro non concordar con me stesso,
Osservatemi bene:
Se ero voltato a destra,
Mi sono voltato ora a sinistra;
Ma sono sempre io, fermo sui miei piedi –
Lo stesso sempre, grazie al cielo e alla terra
E ai miei occhi e orecchie attenti
E alla mia chiara semplicità dell’anima…

XXX

Se volete che io abbia un misticismo, va bene, l’ho.


Sono mistico, ma solo con il corpo.
La mia anima è semplice e non pensa.

Il mio misticismo è non voler sapere.

È vivere e non pensarci.

Non so cos’è la Natura: la canto.


Vivo in cima a una collina
In una casa imbiancata e solitaria,
E quella è la mia definizione.

XXXI

Se a volte dico che i fiori sorridono


E se dicessi che i fiumi cantano,
Non è perché io pensi che ci sono sorrisi nei fiori
E canti nello scorrere dei fiumi…
È perché così faccio sentir di più agli uomini falsi
L’esistenza veramente reale dei fiori e dei fiumi.

Poiché scrivo perché essi mi leggano mi sacrifico a volte


Alla loro stupidità dei sensi…
Non sono d’accordo con me stesso ma mi assolvo,
Perché non mi accetto seriamente,
Perché sono solo questa cosa seria, un interprete della Natura,
Perché ci sono uomini che non comprendono il suo linguaggio,
Poiché non è alcun linguaggio…

XXXII

Ieri pomeriggio un uomo delle città


Parlava alla porta della locanda.
Parlava anche con me.
Parlava della giustizia e della lotta per aver giustizia
E degli operai che soffrono,
E del lavoro stabile, e di coloro che hanno fame,
E dei ricchi, che solo voltano le spalle.
E, guardandomi, mi vide lacrime negli occhi
E sorrise con soddisfazione, pensando che io sentivo
L’odio che egli sentiva, e la compassione
Che egli diceva di sentire.

(Ma io a malapena lo stavo ascoltando.


Che importano a me gli uomini
E ciò che soffrono o suppongono di soffrire?
Facciano come me – non soffriranno.
Tutto il male del mondo viene dal fatto che ci interessiamo gli uni agli altri,
Sia per fare del bene, sia per fare del male.
La nostra anima e il cielo e la terra ci bastano.
Voler di più è perdere questo, ed essere infelici).

Quello a cui stavo pensando


Quando l’amico della gente parlava
(E questo mi commosse fino alle lacrime),
Era che un mormorio lontano di sonagli
A quell’imbrunire
Non sembrava le campane di una piccola cappella
Alla quale andassero a messa i fiori e i ruscelli
E le anime semplici come la mia.

(Lodato sia Dio perché non sono buono,


E ho l’egoismo naturale dei fiori
E dei fiumi che seguono il loro cammino
Preoccupati senza saperlo
Solo di fiorire e di scorrere.
È questa l’unica missione del mondo,
Questa – esistere chiaramente
E saper farlo senza pensarci).

E l’uomo si era zittito, guardando il tramonto.


Ma cos’ha in comune con il tramonto chi odia e ama?

XXXIII

Poveri i fiori nelle aiuole dei giardini ordinati.


Sembrano aver paura della polizia…
Ma così belli che fioriscono allo stesso modo
E hanno lo stesso sorriso antico
Che avevano liberi al primo sguardo del primo uomo
Che li vide apparire e li toccò lievemente
Per vedere se parlavano…

XXXIV
Trovo tanto naturale che non si pensi
Che a volte mi metto a ridere, solo,
Non so bene di che, ma è di qualsiasi cosa
Che ha a che vedere con il fatto che c’è gente che pensa…

Che penserà il mio muro della mia ombra?


Mi domando questo a volte fino ad accorgermi
Che mi domando cose…
E allora mi dispiaccio, e mi infastidisco
Come se mi accorgessi di avere un piede intorpidito…

Che penserà questo di quello?


Nulla pensa nulla.
Avrà la terra coscienza delle pietre e delle piante che ha?
Se l’avesse, che la tenga…
Che importa a me di questo?
Se io pensassi a queste cose,
Cesserei di vedere gli alberi e le piante
E cesserei di vedere la Terra
Per vedere solo i miei pensieri…
Mi rattristerei e resterei all’oscuro
E così, senza pensare, ho la Terra e il Cielo.

XXXV

Il chiaro di luna attraverso gli alti rami,


Dicono tutti i poeti che è più
Che il chiaro di luna attraverso gli alti rami.

Ma per me, che non so ciò che penso,


Ciò che è il chiaro di luna attraverso gli alti rami,
Oltre a essere
Il chiaro di luna attraverso gli alti rami,
È non essere altro
Che il chiaro di luna attraverso gli alti rami.

XXXVI

E ci sono poeti che sono artisti


E lavorano solo sui versi
Come un carpentiere sulle assi!...

Che triste non saper fiorire!


Dover porre verso su verso, come chi costruisce un muro
E guardare se va bene, o sennò abbatterlo!...
Mentre l’unica casa artistica è la Terra tutta
Che varia e sta sempre bene ed è sempre la stessa.
Penso a questo, non come chi pensa, ma come chi non pensa,
E guardo i fiori e sorrido…
Non so se essi mi comprendono
Né se io comprendo loro,
Ma so che la verità sta in loro e in me
E nella nostra comune divinità
Di lasciarci andare e vivere sulla Terra
E farci portare in braccio dalle stagioni lieti
E lasciare che il vento canti per addormentarci
E non aver sogni nel nostro sonno.

XXXVII

Come una grande macchia di fuoco sporco


Il sole calato si attarda sulle nubi che restano.
Giunge un fischio vago in lontananza nel pomeriggio molto calmo.
Deve essere di un treno lontano.

In quel momento mi viene una vaga nostalgia


E un vago desiderio placido
Che appare e scompare.

Altre volte, a fior dei ruscelli,


Si formano bolle nell’acque
Che nascono e si disfano
E non hanno alcun senso
Salvo essere bolle d’acqua
Che nascono e si disfano.

XXXVIII

Benedetto sia lo stesso sole di altre terre


Che rende i miei fratelli tutti gli uomini,
Perché tutti gli uomini, in un momento del giorno, lo guardano con me,
E in quel puro momento
Tutto limpido e sensibile
Ritornano lacrimosamente
E con un sospiro che appena sentono
All’Uomo vero e primitivo
Che vedeva il sole nascere e ancora non lo adorava.
Perché questo è naturale – più naturale
Che adorare il sole e dopo Dio
E dopo tutto il resto che non c’è.

XXXIX
Il mistero delle cose, dove sta?
Dove sta che non appare
Per lo meno a mostrarci che è mistero?
Che sa il fiume di questo e che ne sa l’albero?
E io, che non sono più di loro, che so di questo?
Sempre quando guardo le cose e penso a ciò che gli uomini pensano di loro,
Rido come un ruscello che suona fresco su una pietra.

Perché l’unico senso occulto delle cose


È che esse non hanno alcun senso occulto,
È più strano di tutte le stranezze
E dei sogni di tutti i poeti
E dei pensieri di tutti i filosofi,
Che le cose siano realmente ciò che appaiono essere
E non ci sia nulla da comprendere.

Sì, ecco ciò che i miei sensi hanno appreso da soli: –


Le cose non hanno significato: hanno esistenza.
Le cose sono l’unico senso occulto delle cose.

XL

Passa una farfalla davanti a me


E per la prima volta nell’universo mi accorgo
Che le farfalle non hanno colore né movimento,
Così come i fiori non hanno profumo né colore.
È il colore che ha colore nelle ali di una farfalla,
Nel movimento della farfalla è il movimento che si muove.
È il profumo che ha profumo nel profumo del fiore.
La farfalla è solo farfalla
E il fiore è solo fiore.

XLI

All’imbrunire dei giorni d’Estate, a volte,


Anche se non c’è alcuna brezza, sembra
Che passi, in un momento, una lieve brezza…
Ma gli alberi restano immobili
In tutte le foglie delle loro foglie
E i nostri sensi hanno avuto un’illusione,
Hanno avuto l’illusione di ciò che a loro piacerebbe…

Ah, i nostri sensi, i malati che vedono e odono!


Fossimo noi come dovevamo essere
E non ci sarebbe in noi necessità d’illusione…
Ci basterebbe sentire con chiarezza e vita
E non preoccuparci del perché ci sono i sensi…

Ma grazie a Dio c’è imperfezione nel mondo


Perché l’imperfezione è una cosa,
E che ci sia gente che sbaglia è originale,
E che ci sia gente malata rende il mondo divertente.
Se non ci fosse l’imperfezione, ci sarebbe una cosa in meno,
E ci devono essere molte cose
Per aver molto da vedere e udire…
(Fintanto che occhi e orecchie non si chiudono)…

XLII

Passò la diligenza per la strada, e se ne andò;


E la strada non divenne più bella, e neppure più brutta.
Così è l’azione umana nel mondo.
Nulla prendiamo e nulla poniamo; passiamo e siamo dimenticati;
E il sole è sempre puntuale tutti i giorni.

XLIII

Meglio il volo dell’uccello, che passa e non lascia traccia,


Che il passaggi dell’animale, che resta ricordato nel suolo.
L’uccello passa ed è dimenticato, e così deve essere.
L’animale, dove già non è più e per questo a nulla serve,
Mostra che già è stato, cosa che non serve per nulla.

Il ricordo è un tradimento della Natura,


Poiché la natura di ieri non è Natura.
Ciò che fu non è nulla, e ricordare non è vedere.

Passa, uccello, passa, e insegnami a passare!

XLIV

Mi sveglio di notte improvvisamente,


E il mio orologio occupa la notte intera.
Non sento la Natura là fuori.
La mia stanza è una cosa oscura con pareti vagamente bianche.
Là fuori c’è una quiete come se nulla esistesse.
Solo l’orologio prosegue il suo rumore.
E questa piccola cosa di ingranaggi che sta sulla mia tavola
Soffoca tutta l’esistenza della terra e del cielo…
Quasi mi perdo a pensare cosa significa questo,
Ma mi fermo, e mi sento sorridere nella notte con gli angoli della bocca,
Perché l’unica cosa che il mio orologio simbolizza o significa
Riempiendo con la sua piccolezza la notte enorme
È la curiosa sensazione di riempire la notte enorme
E questa sensazione è curiosa perché non riempie la notte
Con la sua piccolezza…

XLV

Un filare di alberi là lontano, là sul pendio.


Ma cos’è un filare di alberi? Ci sono solo alberi.
Filare e il plurale alberi non sono cose, sono nomi.

Tristi anime umane, che mettono tutto in ordine,


Che tracciano linee da cosa a cosa,
Che mettono etichette con nomi sugli alberi assolutamente reali,
E disegnano paralleli di latitudine e longitudine
Sopra la stessa terra innocente e più verde e fiorita di tutto questo!

XLVI

In questo modo o in quel modo,


Che convenga o non convenga,
Potendo a volte dire ciò che penso,
E altre volte dicendo male alla rinfusa,
Vado scrivendo i miei versi senza volere,
Come se scrivere non fosse una cosa fatta di gesti,
Come se scrivere fosse una cosa che mi capitasse
Come prendere il sole fuori.
Cerco di dire ciò che sento
Senza pensare a cosa sento.
Cerco di accostare le parole all’idea
E di non aver bisogno di un corridoio
Del pensiero per le parole.

Né sempre riesco a sentire ciò che so che devo sentire.


Il mio pensiero solo molto lentamente attraversa il fiume a nuoto
Poiché gli pesa l’abito che gli uomini gli hanno fatto usare.

Cerco di spogliarmi di ciò che ho imparato,


Cerco di dimenticare il modo di ricordare che mi hanno insegnato,
E raschiare la tinta con cui mi hanno dipinto i sensi,
Disimballare le mie vere emozioni,
Sbrogliarmi ed essere io, non Alberto Caeiro,
Ma un animale umano che la Natura ha prodotto.

E così scrivo, desiderando sentire la Natura, non come un uomo,


Ma come chi sente la Natura, e nient’altro.
E così scrivo, ora bene, ora male,
Ora cogliendo ciò che volevo dire, ora sbagliando,
Cadendo qui, sollevandomi là,
Ma andando sempre per il mio cammino come un cieco ostinato.

Tuttavia, sono qualcuno.


Sono lo Scopritore della Natura.
Sono l’Argonauta delle vere sensazioni.
Porto all’Universo un nuovo Universo
Perché porto all’Universo se stesso.

Questo sento e questo scrivo


Perfettamente cosciente e non senza vedere
Che son le cinque del mattino
E che il sole, che ancora non ha mostrato la testa
Oltre il muro dell’orizzonte,
Già gli si vedono tuttavia le punte delle dita
Aggrappate in cima al muro
Dell’orizzonte pieno di monti bassi.

XLVII

In un giorno eccessivamente nitido,


Giorno che metteva la voglia di aver lavorato molto
Per non lavorare affatto,
Intravidi, come una strada tra gli alberi,
Ciò che forse è il Grande Segreto,
Quel Grande Mistero di cui parlano i falsi poeti.

Vidi che non c’è Natura


Che Natura non esiste,
Che ci sono monti, valli, pianure,
Che ci sono alberi, fiori, erbe,
Che ci sono fiumi e pietre,
Ma che non c’è un tutto al quale questi appartengano,
Che un insieme reale e vero
È una malattia delle nostre idee.

La Natura è parti senza un tutto.


Questo è forse quel tal mistero di cui parlano.

Fu questo che senza fermarmi a pensare,


Compresi doveva essere la verità
Che tutti vanno a trovare e che non trovano,
E che solo io, poiché non sono andato a trovarla, trovai.

XLVIII
Dalla più alta finestra della mia casa
Con un fazzoletto bianco dico addio
Ai miei versi che partono verso l’umanità.

E non sono allegro né triste.


Questo è il destino dei versi.
Li ho scritti e devo mostrarli a tutti
Perché non posso fare il contrario
Come il fiore non può nascondere il colore,
Né il fiume nascondere che scorre,
Né l’albero nascondere che dà frutti.

Eccoli che già vanno lontano come su una diligenza


E io senza volere sento pena
Come un dolore nel corpo.

Chi sa chi li leggerà?


Chi sa in che mani andranno?

Fiore, mi colse il mio destino per gli occhi.


Albero, mi strapparono i frutti per le bocche.
Fiume, il destino della mi acqua era non restare in me.
Mi sottometto e mi sento quasi allegro,
Quasi allegro come chi si stanca di essere triste.

Andate, andate da me!


Passa l’albero e resta disperso nella Natura.
Appassisce il fiore e la sua polvere dura per sempre.
Scorre il fiume ed entra nel mare e la sua acqua e sempre quella che fu sua.

Passo e resto, come l’Universo.

XLIX

Mi ritiro, e chiudo la finestra.


Portano la lampada e danno la buona notte,
E la mia voce contenta dà la buona notte.
Dio voglia che la mia vita sia sempre questa:
Il giorno pieno di sole, o soave di pioggia,
O tempestoso come se finisse il mondo,
Il pomeriggio soave e le compagnie che passano
Osservate con interesse dalla finestra,
L’ultimo sguardo amico dato alla quiete degli alberi,
E poi, chiusa la finestra, il lume acceso,
Senza leggere nulla, né pensare a nulla, né dormire,
Sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto,
E là fuori un grande silenzio come un dio che dorme.