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Note critiche

A PROPOSITO DI UNA NUOVA <<STORIA DELLA SHOAH>>*

Giovanni Miccoli

Si tratta di un volume imponente e importante. Non solo la sua mole, ma la


sua stessa organizzazione interna danno la misura della ricchezza degli argo
menti trattati e della varieta degli approcci al suo tema centrale. In via preli
minare merita dunque soffermarsi brevemente su tale organizzazione.
Si divide in due grandi parti. La prima, intitolata La crisi dell'Europa: le ori
gini e il contesto, dopo due saggi introduttivi, di inquadramento e interpreta
zione generale, dovuti a Enzo Traverso e Dan Diner, e articolata in tre sezio
ni. In quella iniziale vengono presi in esame i Precedenti: da quelli di caratte
re ideologico (affermarsi del razzismo, diffondersi dell'antisemitismo) a quel
li pratico-operativi (prassi ed esperienze del colonialismo, genesi dei campi di
concentramento sin dal secondo Ottocento). La seconda sezione dedicata a
La crisi dell'Europa, ne illustra il momento centrale rappresentato dalla gran
de guerra, con le conseguenze che ne seguirono: il crollo dei grandi imperi e
la nascita dei fascismi e dei totalitarismi. E infine la terza (La Germania e il
contesto europeo degli anni Trenta), affronta le questioni connesse all'avvento
al potere del nazismo, alla sua ideologia e agli orientamenti della cultura eu
ropea, in particolare nei confronti del <problema ebraico>> e dell'antisemiti
smo, nel corso del decennio, ma anche alla variegata condizione degli ebrei
europei negli anni che dividono le due guerre. Un saggio e un'analisi specifi
ci avrebbe forse meritato la conferenza di Evian, dell'agosto 1938, al di la dei
rapidi cenni che le sono riservati: non solo perche il suo totale fallimento at
testa l'incapacita, da parte dei grandi paesi dell'Occidente democratico, di af
frontare le conseguenze umane e sociali che l'antisemitismo nazista veniva
creando in termini di domande di emigrazione e di rifugiati, ma anche per
che, piu profondamente e sinistramente, essa offri ai nazisti il chiaro indizio
che per cio che riguardava gli ebrei e la condizione degli ebrei essi, da quei
versanti, non avevano da temere noie e fastidi particolari.
La seconda parte, intitolata La distruzione degli ebrei, dopo due saggi intro

* Storia della Shoah. La crisi dell'Europa e lo sterminio degli ebrei, a cura di M. Cattaruzza,
M. Flores, S. Levis Sullam, E. Traverso, Torino, Utet, 2005, pp. 1188.

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duttivi di Marina Cattaruzza e di Saul Friedlander, e a sua volta divisa in quat


tro sezioni, meno nitidamente distinte rispetto alle precedenti, con non pochi
incroci e sovrapposizioni interne. La prima sezione prende in esame La rea
lizzazione della ZSoluzione finale>>: il ruolo di Hitler e dei tanti collaboratori
ed esecutori della Shoah (gerarchi nazisti, burocrati, Ss, gli <<uomini comuni>>
di Christopher Browning, le svariate schiere di collaboratori non tedeschi). La
seconda e dedicata a II contesto del genocidio: un titolo non corrispondente
del tutto al contenuto dei diversi saggi, perche vi si analizzano via via l'idea
di Volksgemeinschaft e di esclusione del ?diverso>> nei dibattiti degli ideologi
della razza e dei giuristi chiamati a tradurre in norme di legge le diverse spin
te che nascevano da quei dibattiti, il ruolo svolto dalle Ss, la persecuzione de
gli zingari e la guerra contro gli slavi. La terza riguarda Lo spazio del genoci
dio, e dunque l'Europa orientale come luogo in cui esso normalmente si svol
se, i ghetti, il sistema concentrazionario, i campi di sterminio. La quarta infi
ne e intitolata Difronte alla ZSoluzione finale>>, e dunque passa in rassegna gli
svariati attori che variamente operarono e reagirono in quel contesto: i diver
si collaborazionismi, gli Judenrdte, la resistenza ebraica, le resistenza europea,
le Chiese cristiane.
L'intenzione profonda del volume e di mostrare nel fatto della Shoah l'e
spressione, la manifestazione profonda della crisi della civilta europea. Nel
la sua cinquantina di saggi esso si presenta come una grande summa del com
plesso delle ricerche finora condotte sui diversi temi che ho ricordato (die
tro ogni singolo saggio c'e quasi sempre uno o piui volumi dello stesso auto
re sullo stesso argomento), offrendo percio i risultati ultimi della storiogra
fia sull'insieme della vicenda. Si tratta, com'e noto, di una storiografia im
ponente, che e anche pero molto articolata e diversificata, nei suoi approc
ci, nei suoi punti di vista, nei suoi stessi risultati. Tale diversita si riflette chia
ramente nel volume, dove s'incrociano e si sovrappongono orientamenti e
idee sui caratteri e i procedimenti della ricerca storica non poco diversi. Cio
emerge chiaramente, ad esempio, nella forte prevalenza che assume in non
pochi saggi la storiografia sull'argomento, ossia la presentazione e l'analisi
delle opere che sono state via via dedicate ad un determinato aspetto della
vicenda, rispetto alla ricostruzione puntuale dei fatti, ed emerge anche dal
l'ampio ricorso alle scienze sociali (sociologia, antropologia), tali da render
le in alcuni casi dominatrici assolute del campo, come del resto spesso av
viene nell'ambito della contemporaneistica, in particolare di matrice ameri
cana. Da qui anche ricorrente la tendenza classificatoria di ispirazione so
ciologica, che punta a costruire schemi e modelli spesso astratti, nel senso
che fanno riferimento a concetti generali e introducono distinzioni di cui non
sempre si avverte il fondamento ne la funzionalita euristica. Cosi, ad esem
pio, tre sono gli aspetti che si pretende di individuare nella cultura nazista,
definiti rispettivamente come ?sacro>>, ?estetico>> e ?prosaico>> (Anson Ra

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binbach), come tre sarebbero le tendenze politico-ideologiche confluite nel


nazismo: rispettivamente <<v6lkisch>, del <nuovo nazionalismo>>, e dell'<<ari
stocratismo razziale>> (Stefan Breuer).
Sono aspetti che attestano la grande varieta di orientamenti della ricerca sto
rica attuale, in particolare contemporaneistica, e che vanno dunque al di la
del volume e del tema specifico che qui interessa. Mi limitero percio ad ag
giungere che tale varieta di orientamenti e certamente un segno di ricchezza
e di crescita, di allargamento degli approcci e degli strumenti di analisi, ma
forse anche di una difficolta attuale della ricerca storica, di un progressivo ve
nir meno tra gli studiosi di storia di un linguaggio comune, di un venir meno
del comune riconoscimento che la ricerca storica impone determinate regole
e determinati criteri di lavoro e di giudizio. Aggiungero sommessamente che
lo stesso ampio uso che nel volume viene fatto del termine oolocausto>> (un
termine del tutto improprio per designare lo sterminio) rappresenta, mi sem
bra, proprio per la sua larga diffusione nella storiografia internazionale, una
significativa spia della scarsa chiarezza concettuale e della confusione episte
mologica attualmente presente nelle sue file.
La quantita e la varieta dei saggi contenuti nel volume rende piu' che mai dif
ficile una sua presentazione adeguata. E dunque mi riferiro solo qua e la ai
singoli contributi, per soffermarmi piuttosto su alcuni dei problemi che nel
volume sono affrontati e discussi, e su alcune delle questioni che restano tut
tora aperte e oggetto di indagine.
Ma una adeguata presentazione del volume e resa ulteriormente difficile dal
suo stesso argomento: perche e difficile parlare della Shoah. La sua enormita
sta nelle <<cose avvenute>>, che nessuna amplificazione verbale, nessuna reto
rica anche altissima, e capace di rendere: fallirebbe miseramente se preten
desse a tanto. E sono dunque quelle <<cose avvenute>>, nella loro cruda realta,
gli orientamenti e i fatti che le hanno precedute, promosse, realizzate e ac
compagnate, che danno, che dovrebbero e devono dare la misura di quella
enormita.
Nella sua bella e importante introduzione Enzo Traverso prende nettamente
posizione critica nei confronti di due tendenze che riaffiorano periodicamen
te quando si parla della Shoah. La tendenza a considerarla ineluttabile punto
di arrivo di un processo che in ogni sua tappa conteneva in germe quella suc
cessiva (Hilberg), e la tendenza a giudicare ogni sforzo di storicizzarla non so
lo intrinsecamente orientato a sminuirne il carattere di ?buco nero>> della sto
ria, ma anche sforzo del tutto vano, perche, in quanto tale, la Shoah non e su
scettibile di reale ?comprensione storica? (Wiesel).
Ha ragione Traverso nel considerare tali tendenze errate e insieme rischiose.
In entrambe infatti vi e, sia pure per ragioni diverse, il rischio di sottovaluta
re, se non addirittura di cancellare, anche non volendolo, le responsabilita in
dividuali e collettive per orientamenti, atti e scelte che di volta in volta han

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no determinato i diversi processi di persecuzione e di sterminio. Perch' la


Shoah non era un evento ineluttabile. Considerarla tale sminuisce il peso e le
responsabilita del nazismo tedesco, cosi come ignora e rimuove alcuni suoi
caratteri specifici. Cio che d'altra parte non significa, sia chiaro, trascurare o
sminuire la larga impregnazione di antisemitismo che in Europa ne e stata la
lunga premessa. Non c'e dubbio: lunga e la catena di eventi che hanno reso
possibile la Shoah. Ma in quella catena, se ogni singolo anello presuppone
quello che lo precede, non e cosi all'inverso: non ogni anello richiedeva, im
plicava necessariamente, quello successivo.
Anche affermare che la Shoah non e suscettibile di <<comprensione storica>>,
che ogni tentativo di storicizzarla comporta esiti minimizzanti, perche si trat
ta di un evento che tocca direttamente la sfera antropologica, metafisica e re
ligiosa, se corrisponde alla volonta di rilevarne e di sottolinearne il carattere
estremo, tale da superare ogni immaginazione, implica alla fine il risultato, fa
cendone in qualche modo la manifestazione metafisica del male assoluto, di
sottrarla all'ambito delle scelte e dunque delle responsabilita degli uomini, e
di rimuovere insieme la questione dell'angosciante fragilita della natura uma
na: perche si oblitera cosi il fatto che erano <<uomini comuni>> i piIu dei suoi
artefici ed esecutori. Considerando la Shoah un evento <<ineffabile>> si finisce
anche, inconsapevolmente, col fare propria e interiorizzare la formula con cui
i nazisti compendiavano l'atteggiamento che essi pretendevano dalle vittime:
<<Hier ist kein Warum>>.
Riconoscere inoltre nello studio della persecuzione antiebraica e della Shoah
i limiti intrinseci ad ogni ricerca storica (la storiografia non potra mai esauri
re completamente la storia), cosi come rilevarne gli esiti atroci, non ha per
conseguenza l'individuazione di presunti aspetti, di particolari terreni che an
drebbero demandati per dir cosi all'antropologia e alla psicologia sociale, per
che trascenderebbero il compito dello storico, come sulla scorta di Andreas
Hiligruber sembra suggerire anche Marina Cattaruzza in alcune rapide pagi
ne di introduzione alla seconda parte. Riconoscere quei limiti non comporta
nessuna dimissione dello storico dai suoi compiti e dal suo terreno di lavoro:
gli impone semmai una piu acuta e attenta riflessione sui caratteri, gli stru
menti e la funzione del proprio mestiere, un piu rigoroso rispetto di esso.
Negare che la Shoah sia un <<evento annunciato>> non significa evitare (e an
cora Traverso ad osservarlo) di porsi il problema delle sue origini e delle sue
radici. Ma tali origini, tali radici, si configurano per dir cosi a posteriori, na
scono dall'evento stesso attraverso una complessa ricognizione retrospettiva.
<<Specchio ed espressione parossistica>> di una crisi di civilta, della latente e
drammatica crisi della civilta europea, la persecuzione antiebraica e la Shoah
rinviano ad una serie di momenti topici, di aberrazioni e distorsioni ideologi
che e culturali, ma anche di patetiche illusioni e di speranze mal riposte, che
di quella crisi scandiscono ed evidenziano le tappe.

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E un aspetto questo che va sottolineato: perche quelle illusioni patetiche e


speranze mal riposte, che sarebbe ovviamente errato collegare direttamente
alla persecuzione antiebraica e alla Shoah, segnano anch'esse il disorienta
mento profondo della cultura europea, la perdita di elementari criteri di giu
dizio e di orientamento fondati sulla consapevolezza dell'essere tutti parte di
una comune umanitia. L'inadeguatezza grave degli uomini di cultura di fron
te alle tragiche vicende del Novecento (la trahison des clercs, com'e stata de
finita) ha qui le sue radici. L'ottimo saggio di Emilio Gentile sulla crisi della
cultura europea e la nascita dei fascismi ne offre ampia e persuasiva ricostru
zione. E del resto riconoscimento ormai comune che la grande guerra, con lo
scatenarsi dei nazionalismi contrapposti, l'indifferenza per il valore della vita
umana e la pratica generalizzata di violenza che ne segnarono l'andamento,
incise profondamente e durevolmente nel costume collettivo, oltre a costitui
re la matrice prima degli sconvolgimenti politici e sociali che portarono al di
scredito grande dei sistemi liberali e all'affermazione dei fascismi europei co
me del comunismo in Russia. Fu quella guerra la prima grande catastrofe nel
la storia europea del XX secolo. II lapidario giudizio che Freud pronunciava
fin dal 1915 ne esprime efficacemente i caratteri: <<Ci pare che mai un even
to storico abbia distrutto in tal misura il cosi prezioso patrimonio comune del
l'umanita, turbato tante delle piu lucide intelligenze, inabissato cosi profon
damente tutto quanto ci e di elevato>> (p. 264). Non fu tra gli intellettuali e
gli uomini di cultura un giudizio consueto.
Come non restare sconcertati in effetti, per non dire intellettualmente ed emo
tivamente sopraffatti, dalla lettura delle tante pagine che uomini di culura e
intellettuali rigorosi, onesti, generosi, vennero scrivendo per auspicare o ma
gnificare il <<lavacro>> della guerra, per esaltarne la funzione rigeneratrice. Emi
lio Gentile, nel suo saggio, ne offre numerosi esempi. Qui mi limitero a cita
re solo alcune righe di Charles Peguy, I'appassionato difensore di Dreyfus, il
critico severo dell'antisemitismo del mondo cattolico francese, caduto al fron
te fin dai primi mesi:

I non c'e per i popoli che un genere di grandi prove temporali, che sono le guerre
[...] Quando scoppia una grande guerra, una grande rivoluzione, una guerra di que
sto tipo, e che qualche grande razza ha bisogno di espandersi, ne ha abbastanza; in
particolare ne ha abbastanza delle pace. E che una grande massa prova un bisogno
violento, un bisogno misterioso di un grande movimento [...] un assalto di desiderio,
un profondissimo bisogno di gloria, di guerra, di storia che a un dato momento pren
de tutto un popolo, tutta una razza, e lo spinge a un'esplosione, a un'eruzione. Un mi
sterioso bisogno di fecondita storica. Un misterioso bisogno di iscrizione storica. Un
bisogno di iscrivere una grande storia nella storia universale [...] un bisogno di eroi
smo che ha preso tutta una generazione, la nostra, un bisogno di guerra, di guerra mi
litare, di gloria militare, un bisogno di sacrificio e perfino di martirio, forse, senza dub
bio, un bisogno di santita (p. 234).

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<<Mistero di stoltezza>> verrebbe da dire, ripetendo cio che un vecchio e gran


de maestro diceva delle proprie illusioni giovanili sul fascismo, se non fosse
che non di un <<mistero>> si trattava, ma, nell'uno come nell'altro caso, dell'e
spressione, pur diversamente ispirata e motivata, di un disagio profondo, di
un'ansia di rinnovamento, cui le grandi istituzioni della vita collettiva si mo
stravano incapaci di offrire risposte.
Non e un caso che questa stessa incapacita, corrispondente a un perdita di
vigore intellettuale e morale, tali istituzioni abbiano mostrato di fronte al cre
scere dell'onda antisemita negli anni successivi alla fine della prima guerra
mondiale. Ed e una constatazione che vale per le grandi istituzioni pubbli
che, che pur si richiamavano ai valori e ai modelli dei diritti di cittadinanza
e del sistema liberale: esse non seppero o non vollero vedere nell'antisemiti
smo la smentita radicale che in tal modo veniva portata a quei diritti e a quel
sistema. Ma e constatazione che vale anche per le grandi istituzioni religio
se, rimaste per lo piu insensibili alla lesione grave che quell'antisemitismo, i
suoi principi e i suoi metodi, recavano ad aspetti di fondo della coscienza cri
stiana.
fl crescente antisemitismo degli anni Venti e Trenta, come la debolezza delle
opposizioni incontrate, costituiscono un indice preciso del deterioramento del
costume pubblico vissuto dalle societa europee. Fu un processo che, per il
convergere di molteplici fattori, investi in pieno la Germania di Weimar, fino
a permettere l'avvento al potere di Hitler e del nazismo, che facevano dell'o
dio agli ebrei il nucleo forte del proprio credo ideologico, ma fu un processo
che in misura piu o meno ampia non lascio indenni nemmeno gli altri paesi
europei. L'indubbia centralita della Germania nazista nell'avvio della perse
cuzione antiebraica e nell'opera di sterminio, non devono infatti far dimenti
care quella impregnazione di antisemitismo di cui le societa europee erano af
fette negli anni Trenta (illuminante al riguardo il saggio di Anne-Marie Ma
tard), premessa del successivo allinearsi di non poche di esse, e alcune gia pri
ma dello scoppio della seconda guerra mondiale, ai modelli discriminatori e
persecutori offerti dal Terzo Reich.
Indubbiamente l'antisemitismo nazista riprendeva e ripeteva largamente ste
reotipi, temi, giudizi sugli ebrei presenti nella tradizione, nelle rivendicazioni
e nelle prospettive dei molteplici antisemitismi (se cosi si puo dire) allora in
campo. Ma e altrettanto indubbio che nel momento in cui il suo radicalismo
verbale si tradusse in atti conseguenti esso venne a rappresentare un salto, of
fri un drammatico <<di piu>> rispetto a quelle tradizioni e agli altri antisemiti
smi contemporanei. Da questo punto di vista mi sembra del tutto innegabile
il ruolo centrale svolto da Hitler, efficacemente messo in luce da quel grande
specialista della questione che e Ian Kershaw. Cio ovviamente non significa
negare che la persecuzione, come pure l'avvio e lo svolgimento dello stermi
nio, passarono attraverso tappe e fruirono via via del determinarsi di ?occa

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sioni>>, offerte dal contesto internazionale (e piu che mai si avverte a questo
riguardo la mancanza di un saggio specificamente dedicato alla conferenza di
Evian) e dalle condizioni di guerra. Entrambi gli aspetti sono messi in luce da
un passo famoso del diario di Goebbels del 27 marzo 1942:
[...] il Fiihrer e l'irremovibile propugnatore e interprete di una soluzione radicale (ri
guardo agli ebrei) che ci e offerta dalle circostanze e che percio appare inevitabile.
Grazie a Dio abbiamo ora durante le guerra una serie di possibilita che in tempo di
pace ci sarebbero precluse. Dobbiamo sfruttarle. I ghetti del Governatorato generale
che stanno rendendosi liberi verranno ora riempiti con gli ebrei deportati dal Reich,
e qui dopo un certo tempo il processo dovra ripetersi (cfr. p. 544).

Sono considerazioni e affermazioni inequivoche. Credo abbia perfettamente


ragione Kershaw nel considerare la <<profezia>> di Hitler del gennaio 1939 (che
annunciava, in caso di guerra, <<la distruzione della razza ebraica in Europa>>
e alla quale egli piu volte fece riferimento anche in seguito) come oun ele
mento chiave per capire sia la mentalita dell'uomo sia i modi in cui egli im
parti "direttive per l'azione">> (pp. 546 sg.), via via tradotte in azioni sempre
piu radicali. Si supera cosi, mi auguro definitivamente, quella contrapposi
zione alquanto astratta tra <<intenzionalisti>> e ?funzionalisti>>, come sono sta
ti chiamati, tra quanti cioe ritenevano iscritto fin dalle origini nel programma
di Hitler e dei nazisti lo sterminio degli ebrei, e quanti ne legavano piuttosto
la progettazione e t'attuazione alle circostanze che la guerra e le condizioni di
guerra erano venute creando.
Alla presentazione e all'analisi delle modalit"a della persecuzione e dello ster
minio si affianca opportunamente nel volume l'ampio spazio dato alle reazio
ni e alle condizioni delle vittime.
Da questo punto di vista credo di poter dire che del tutto superati appaiono
il discorso e I'accusa (che per un certo periodo ebbero un qualche corso so
prattuto nei dibattiti intraebraici) riguardo alla presunta <?passivita>> ebraica
di fronte alla persecuzione e ai prodromi dello sterminio. In primo luogo per
che 1'esame della situazione mette in luce tutta l'astrattezza anacronistica di
quel discorso e di quella accusa, che prescindono dalle condizioni generali e
specifiche fatte agli ebrei, dal loro progressivo isolamento sociale, dalla diffi
colta, per non dire impossibilita, di organizzarsi rapidamente, di trovare al
ternative reali ad un progressivo adattamento per cercare al suo interno stra
tegie plausibili di sopravvivenza.
Si inserisce qui la questione degli Judenrdte, i consigli ebraici messi in piedi
dai nazisti per trovare cosi piu facili cinghie di trasmissione e organi esecuti
vi della loro politica, di sfruttamento prima e di sterminio poi. Tale questio
ne e trattata con rigore ed equilibrio da Andrej Angrick, dell'Institut fur So
zialforschung di Amburgo. Se infatti quei consigli furono oggettivamente uno
strumento della persecuzione e dello sterminio messi in atto dai nazisti, se l'a
ver evitato di informare la popolazione dei ghetti che uno sterminio sistema

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tico era stato avviato carica i loro capi di una pesante responsabilita, non vi e
dubbio d'altra parte che, nei piu, le scelte allora compiute corrispondevano
anche ad un tentativo di salvare il salvabile, realizzando forme di collabora
zione con le autorita tedesche che rendessero per dir cosi necessaria la so
pravvivenza di una parte almeno degli ebrei (tipica in questo senso la ?poli
tica produttivistica>> realizzata nel ghetto di Lodz, non a caso, forse anche per
questo, l'ultimo ad essere distrutto con i suoi abitanti nell'estate del 1944).
Credo in ogni caso che nell'affrontare tale questione valgano come premessa
dell'atteggiamento da assumere da parte di chi intende studiarne i diversi,
complessi aspetti, le considerazioni, opportunamente ricordate da Angrick,
che Gershom Scholem opponeva alle pesanti accuse mosse ai componenti di
quei consigli:
In alcuni Judenrdte v'erano persone spregevoli, in altri dei santi. Ho letto moltissimo
sugli uni e sugli altri. Vi appartenevano anche molte persone del tutto simili a noi, co
strette a prendere decisioni terribili in circostanze difficilmente ricostruibili a poste
riori. Non so se avessero ragione o torto. Ne ho la pretesa di giudicare. lo non c'ero
(p. 986).

Cosi scrivendo non credo che Scholem intendesse negare la legittimita o la


possibilita di studiare quelle vicende. Richiamava piuttosto lo storico a quel
la doverosa umilta che impone di accostare <<con timore e tremore>> la realta
di situazioni estreme, nella persuasione che non compete allo studio della sto
ria il giudizio morale, ma solo l'impegno e lo sforzo di capire i come e i per
che dell'andamento delle cose.
A smentire la presunta passivita ebraica di fronte alla persecuzione e allo ster
minio stanno d'altra parte i numerosi episodi e gruppi di resistenza organiz
zata, impegnata in iniziative di solidarieta, di diffusione di informazioni, di
raccolta di testimonianze a futura memoria, sfociata, piu frequentemente di
quanto a lungo si e pensato, anche in resistenza armata e in rivolte. Sono quel
le svariate forme di ?resistenza>> insomma, nell'accezione piiu ampia del ter
mine, che punteggiano la vita dei ghetti e degli stessi campi di lavoro e di ster
minio. Ne da ampio e articolato conto il saggio di Nechama Tec, dell'Uni
versita del Connecticut. Lasciano perplessi alcune sue unilateralit'a, come il
criterio adottato di considerare <<"combattente ebreo" o "gruppo di resisten
za ebraico" [...] solo [...] quegli individui o [...] quei gruppi che dichiarava
no apertamente la loro identita ebraica>> (p. 1026): cio che ad esempio espun
ge dal quadro i mile e forse piu militanti ebrei presenti nella Resistenza ita
liana, molti dei quali non sentirono il bisogno di dichiarare la loro ebraicita
non per mascherarsi o perche non vi si riconoscessero, ma perche il dichia
rarla avrebbe quasi suggerito e mostrato di accettare quella <<separatezza>> ri
spetto agli altri militanti, che era proprio cio che i fascisti avevano preteso di
imporre e di realizzare nella societ'a.

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Resta comunque un saggio, questo sulla resistenza ebraica, che il suo stesso
oggetto rende di singolare spessore. Furono insurrezioni e rivolte infatti che
sapevano di non poter aspirare ad alcuna vittoria, cosi come i loro compo
nenti si sapevano votati quasi certamente alla morte. Le parole di Yitzhak
Zukermann, vicecomandante dell'insurrezione del ghetto di Varsavia, ne of
frono il significato profondo:

Non credo proprio sia necessario analizzare l'insurrezione in termini militari. Si trat
tava di una battaglia tra meno di un migliaio di persone e un esercito potente e bene
armato e nessuno nutriva il minimo dubbio su come sarebbe finita [...] Piuttosto, se
c'e qualcuno che vuol studiare I'animo umano, quegli eventi dovrebbero essere il suo
oggetto di studio ideale. La cosa veramente importante fu la forza dimostrata dai gio
vani ebrei, i quali dopo anni di sottomissione, sfidarono i loro carnefici e invece di mo
rire a Treblinka scelsero di morire nell'insurrezione. Non so se vi sia un metro per mi
surare tutto questo (p. 1031).

Tra i tanti aspetti e le molte questioni affrontate e discusse nel volume mi sof
fermero brevemente ancora su tre sohtanto: la questione dei luoghi che furo
no teatro della Shoah e dell'atteggiamento delle popolazioni tra le quali essa
fu messa in atto; il fatto della sua ?unicita>> tra i massacri e le tragedie che
punteggiano la storia degli uomini, cui nel volume viene agganciato il pro
blema del significato universale che essa assume (o dovrebbe assumere) nella
memoria dell'umanita; le ragioni infine e i termini per cui la Shoah costitui
sce un problema profondamente vivo anche nel nostro presente, non solo co
me memoria e monito ma anche per piu impellenti motivi.
Su cio che per I'attuazione e le modalita dello sterminio rappresenta il fatto
che esso si sia svolto in grandissima parte nei territori dell'Europa orientale
(Polonia, Paesi baltici, Ucraina, Bielorussia) si sofferma a lungo, e in pagine
per lo pi di grande efficacia, Omer Bartov della Brown University. Le con
dizioni e le situazioni che egli mette in luce corrispondono su scala piu am
pia e allargata a quanto gia Jan Gross, ne I carnefici della porta accanto, ave
va riscontrato rispetto alla cittadina polacca di Jedwabne: il fatto cioe che
azioni di sistematico massacro di comunita ebraiche videro la popolazione lo
cale talvolta precedere, spesso accompagnare e sostenere l'opera delle forze
di polizia tedesche e collaborazioniste, in forme di coinvolgimento e di par
tecipazione che ridimensionano drasticamente il concetto di <<spettatori pas
sivi>>. Si tratta di un campo di ricerca ancora largamente aperto, non solo sul
versante delle modalita di svolgimento e di attuazione di tali massacri, ma an
che in relazione alle profonde ripercussioni che tali modalita ebbero sulla me
moria, sull'assetto socio-economico e sul costume morale di quanti ne furono
in vario modo protagonisti, e tanto piu se si considera che circa meta delle
vittime della Shoah ebbero in varia misura le popolazioni locali partecipi o al
meno direttamente spettatrici. Ne deriva sin d'ora un quadro maggiormente
articolato, che senza attenuare le responsabilit'a primarie dei nazisti, attesta il

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sinistro coinvolgimento di cui quelle azioni di morte erano capaci. Stupisce


tuttavia che nel contesto di tali questioni e in un saggio molto attento, come
in genere gli altri, a discutere i lavori altrui, non venga menzionato Claude
Lanzmann e quello straordinario prodotto rappresentato dalle dodici ore di
proiezione di Shoah (la sola grande opera francese sulo sterminio, secondo la
definizione di Pierre Vidal-Naquet): perche e stato proprio Lanzmann, ricor
dato del resto una volta soltanto nell'intero volume, ad aver posto con parti
colare enfasi l'accento sull'importanza, per lo svolgimento e la realizzazione
dello sterminio, di quei luoghi, di quei villaggi, di quegli abitanti, rilevando
insieme con rara efficacia come il profondo intreccio di rapporti tra abitanti,
carnefici e vittime faccia della Shoah <<un affare assolutamente pubblico>>, co
me scrisse nel presentare il proprio lavoro.
E vengo al secondo punto, sull'unicita della Shoah tra le tragedie e i massacri
che punteggiano la storia e sulle ragioni per cui si ritiene che essa assuma un
significato universale nella memoria dell'umanita. Nei volumi che seguiranno
e preannunciata una trattazione sistematica della questione, ma gia questo pri
mo offre numerosi spunti alla riflessione.
Nel suo bel saggio su La metamorfosi del razzismo, Michele Nani osserva che
la vera novita storica di Auschwitz non attiene al numero enorme delle vitti
me o alle modalita dello sterminio, ma alla loro associazione con l'elemento
qualitativo del razzismo inteso come politica scientifica, cio che tra l'altro sta
bilisce di fatto un rapporto tra il destino degli ebrei e le altre politiche razzi
stiche del Terzo Reich, nel senso che il processo di sterminio degli ebrei po
teva estendersi ad altri gruppi umani considerati inferiori (come del resto av
venne con gli zingari).
Al di la del fatto che la scelta di sterminare interamente e comunque un grup
po umano, gli ebrei (e coloro che l'ideologia nazista considerava tali), cosi co
me la realta di campi destinati esclusivamente ad uccidere, rappresentano gia
di per se un unicum nella lunga storia delle efferatezze commesse da uomini
su altri uomini, credo non si possa sfuggire alla domanda capitale che a tale
constatazione e sottesa: perche gli ebrei, perche proprio gli ebrei?
Nel fatto delo sterminio Dan Diner, nel suo denso saggio suba frattura di ci
vilta come epistemologia della Shoah, e sube sue orme Marina Cattaruzza, ri
levano un elemento di radicale contro-razionalita, nel senso che uccidendo gli
ebrei, con quelo sforzo organizzativo e quebe modalit'a, i nazisti contraddi
cevano all'elementare e comune principio di autosopravvivenza che la guerra
avrebbe dovuto loro imporre, perche cosi facendo distruggevano preziosa for
za lavoro e distraevano imponenti risorse logistiche. E sarebbe in particolare
tale aspetto, che contraddice e nega ogni presupposto dell'agire razionale, a
segnare la rottura di civilta rappresentata dalla Shoah, conferendole nelle stes
so tempo un significato universale che mette in discussione principi antropo
logici elementari.

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597 Una nuova <<Storia della Shoah>>

Non riesco a seguire del tutto i due autori su questa strada: nel senso che so
no proprio tali constatazioni che costringono a riproporre in primo luogo,
prioritariamente rispetto ad ogni altra considerazione, quelle domanda capi
tale sulle motivazioni e sui criteri che, per i nazisti, fecero dello sterminio de
gil ebrei un'impresa prioritaria, il compito piu urgente rispetto ad ogni altro.
Sui principi e i caratteri razzistici della visione del mondo e della storia ela
borata dall'ideologia nazista, principi e caratteri che rendevano gli ebrei i lo
ro nemici per eccellenza, molto e stato scritto. Meno, mi pare, ci si e soffer
mati sul fatto che per i nazisti gli ebrei e la tradizione religiosa dell'ebraismo
si configuravano come i portatori di una concezione religiosa ed etica del
l'uomo e dell'universo antitetica alla loro. E stato in particolare il recente vo
lume di Jean Dujardin, L'Eglise catholique et le peuple juif Un autre regard
(Paris, Calmann-Levy, 2003), a soffermarsi ampiamente e a insistere con ra
gione su questi aspetti.
f1 principio di un Dio unico, di fronte al quale tutti gli uomini sono uguali in
dignita, il rispetto della vita considerata un principio sacro, l'idea che e la giu
stizia e non la forza la regola suprema dei rapporti umani, il posto dato alla
misericordia, rappresentano concetti, principi, criteri di azione e di compor
tamento, dei quali l'ebraismo era stato il primo testimone nella storia degli
uomini. Ed erano tutti principi e criteri di azione e di comportamento che i
nazisti volevano distruggere, perche li consideravano esiziali per la compat
tezza razziale del popolo, quella Volksgemeischaft il cui destino e i cui suc
cessi soltanto dovevano offrire i criteri del bene del male, del giusto e del
l'ingiusto, obliterando cosi ogni carattere di oggettivita alle norme morali. Ma
per distruggere quelle idee bisognava distruggere anche i loro portatori, can
cellare la loro presenza e la memoria della loro presenza nella societa. Hitler
l'aveva gia scritto a chiare lettere nel Mein Kampf: non si affermano certe idee
senza che vi siano uomini tenaci nel diffonderle, cosi come non si distruggo
no certe idee senza annientare quanti ne sono i portatori.
Da cio, quando se ne offerse l'occasione, la distruzione fisica degli ebrei, che
voleva essere insieme una distruzione di principi e di idee morali, di un'etica
e di una visione del mondo. Da cio la degradazione disumanizzante cui si vo
leva costringere le proprie vittime, da cio il parallelo impegno alla distruzio
ne della loro memoria e deRle tracce della loro presenza: sinagoghe, libri, ci
miteri ne costituirono gil scontati obiettivi. Di tale nesso e delle stretta corre
lazione di questi due aspetti sembra essersi reso conto l'arcivescovo di Fri
burgo, mons. Gr6ber, che nel giugno del 1942 ne scrisse a Pio XII cosi: la
teoria e la prassi del nazionalsocialismo ?si caratterizzano ormai come il piu
radicale antisemitismo fino all'annientamento dell'ebraismo, non solo nel suo
atteggiamento spirituale ma anche nei suoi membri>> (p. 1095).
E l'innesto di tali motivazioni nella visione razzista dei nazisti a conferire al
loro antisemitismo una qualita nuova e diversa. Cio che impedisce, mi pare,

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598 Giovanni Miccoli

di considerare solo gli aspetti di contro-razionalita del loro procedere, perche


esso corrisponde pienamente alle prospettive che guidavano il loro program
ma di presenza e di realizzazione storica. I1 mito dell'Impero del Terzo mil
lennio, a dominazione ariana, fa parte della visione del mondo dei nazisti, ma
non resta un mito astratto: forma le schiere delle sue truppe scelte, le Ss, ten
ta le sue prove di realizzazione concreta con lo sterminio degli ebrei, con l'e
liminazione dei malati mentali e degli zingari, con i programmi del Nuovo or
dine europeo e la riduzione in schiavitu dei popoli slavi, con la totale spre
giudicatezza dei metodi di guerra che i nazisti per primi adottarono su larga
scala, facendo rapidamente e ampiamente scuola.
Sta qui in primo luogo lo scarto profondo, la rottura, che la Shoah rappre
senta rispetto alla storia europea ed e alla luce di tale constatazione che va po
sta la questione sia dei suoi eventuali <precedenti>>, sia del possibile significa
to universale (nel senso di punto di riferimento e di monito per l'umanit'a in
tera) che essa puo assumere.
A questo riguardo mi limitero ad una osservazione. Nicola Labanca, nella se
zione dedicata ai ?precedenti>>, e autore di un saggio tra i piu notevoli del vo
lume in cui viene illustrata la lunga vicenda del colonialismo europeo e di
scussa la questione del possibile nesso che i ?massacri d'oltremare>>, e l'ideo
logia e la prassi che li sostennero e li produssero, possono permettere con la
Shoah. Egli individua cosi nel <<razzismo disumanizzante>> che ne contraddi
stinse alcuni aspetti l'elemento di lunga durata massicciamente riproposto da
gli autori della Shoah. Credo tuttavia che anche un altro rilievo si imponga.
Nel senso che sono proprio le idee, la prassi e i risultati del colonialismo eu
ropeo, con i suoi esiti sovente cosi catastrofici per le popolazioni autoctone
degli altri continenti, a far si che per la memoria di quelle popolazioni la Shoah
non possa avere lo stesso impatto che assume (o dovrebbe assumere) nella
memoria e nella coscienza europea, non possa porre gli stessi problemi e le
stesse domande che essa pone alla cultura europea.
Fatto europeo ed esclusivamente europeo, verificatosi sul suolo d'Europa, e
alla sua storia che dobbiamo chiedere ragione della Shoah, cosi come e l'Eu
ropa in primo luogo che deve farsene carico e interrogarsi sui suoi esiti e sul
le sue conseguenze, alla luce dei molteplici obiettivi che, nelle intenzioni dei
nazisti, essa doveva permettere loro di conseguire. E del resto quanto Enzo
Traverso rileva con grande lucidita nel concludere la sua introduzione:
La Shoah nasce dalle viscere sociali e culturali dell'Europa, non e ne un incidente di
percorso ne una <<malattia>> e neppure il risultato dell'invasione di forze ?irrazionali>>
nel cuore della civilt'a. Figlia dell'Europa, la Shoah ne rimette in discussione la storia
e la civilta. In questo senso essa continua a interrogare il nostro presente (p. 12).

Sono affermazioni di grande impegno. Impongono una riflessione su ideolo


gie, prassi consolidate, visioni del mondo e dei rapporti sociali profonda

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599 Una nuova ?<Storia della Shoah>

mente innervate nella nostra storia. Ma impongono una riflessione anche sul
nostro presente, una riflessione che non puo prescindere da cio che il nazi
smo con la Shoah avrebbe voluto realizzare: la distruzione degli ebrei e in
sieme la distruzione dei valori, dei principi e dei criteri di comportamento
etici di cui essi erano i lontani progenitori. Non per nulla l'ideologia nazista
era anche profondamente avversa al cristianesimo e alla tradizione umanisti
ca, largamente debitori, per la loro visione dell'uomo e della morale, della
tradizione ebraica. Ma da questo punto di vista non si puo sfuggire alla do
manda: e tale riflessione in corso? segna in qualche modo un mutamento nei
grandi orientamenti della politica, nei modelli e nei valori presenti agli uo
mini del nostro tempo, nei criteri di comportamento cui si ispirano? La ri
sposta, credo, non puo che essere negativa, quasi che l'onda lunga delle fe
rite e dei guasti gravissimi prodotti dalla Shoah sui caratteri e la consistenza
complessiva della vita civile europea e della cultura di matrice europea con
tinui ancora a lambire il nostro presente, continui a incidere sulle idee e i
comportamenti collettivi.

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