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NASCITA E SVILUPPO DEL FASCISMO IN ITALIA

GLI EFFETTI DELLA GUERRA E GLI SQUILIBRI STRUTTURALI DELL’ECONOMIA


Nello svilupparsi della situazione sociale e politica europea giocò un ruolo di fondamentale influenza ciò che accadde
in Italia. L’Italia, che faceva parte delle potenze vincitrici della Grande Guerra, non vide un rafforzamento della classe
liberal-conservatrice che l’aveva portata alla vittoria, ma, al contrario, vide un rafforzamento delle tensioni sociali e lo
schierarsi dei cedi medi e della borghesia agraria. In breve tempo lo stato liberale crollò, dando spazio
all’affermazione di un regime autoritario (il fascismo) a cui si ispireranno i vari movimenti reazionari di tutta
Europa. Se la Repubblica di Weimar impiegò almeno 15 anni a crollare, lo stato liberale italiano invece resse
pochissimo, e ciò sottolinea l’intrinseca fragilità della struttura sociale e politica italiana.
Così come gli altri paesi che avevano partecipato alla guerra, l’Italia subì una grave crisi economica, risultato di
un’inflazione crescente e della difficoltà di riconvertire la produzione industriale per adeguarla al tempo di pace. La
crisi economica è causa di una crisi sociale, che vedrà l’aumento delle grandi lotte sociali. Tutto ciò comprometterà
ancor di più l’equilibrio dell’assetto sociale ed economico italiano.
Durante la Grande Guerra, l’Italia vide una notevole espansione e concentrazione dell’industria: le più grandi industrie
(Fiat, Ansaldo, Montecatini, Ilva ecc) passarono dalle poche migliaia alle decine di migliaia di dipendenti. Tuttavia
questi “giganti industriali” fondavano le proprie radici su un terreno instabile a causa della rapidità con cui essi si
svilupparono. Inoltre erano forti le esigenze di capitali (finora “rimediati” dalla cospicua massa di capitali pubblici e
dagli aiuti dati dallo stato, loro maggior committente), che furono soddisfatte grazie all’intervento attivo delle 4 più
grandi banche italiane (Banca commerciale, Credito italiano, Banca di Sconto, Banca di Roma). Il rapporto che si
veniva a creare tra banca e impresa talvolta diventava fortissimo, come nel caso di Ansaldo-Banca di Sconto che, di
fatto, divennero un unico gruppo economico.
UN CAPITALISMO MONOPOLISTICO E IL DUALISMO NORD-SUD
In Italia si sviluppò un vero e proprio capitalismo monopolistico. Le grandi imprese infatti erano quasi interamente
“pilotate” dallo stato che organizzava l’offerta e regolava la domanda. Questa industria monopolistica non fece altro
che accentuare il divario tra nord e sud. Le aziende e le imprese che inglobavano quasi interamente le risorse
pubbliche erano nel nord, più precisamente nel triangolo industriale formato da Milano-Torino-Genova gettando
sempre più nella miseria le industrie meridionali. Al sud quindi vi fu un’esponenziale crescita della disoccupazione,
che portò molti italiani a fare l’unica scelta possibile: emigrare (in America). Tuttavia dal 1917, in seguito a
provvedimenti atti a ridurre l’immigrazione straniera, le emigrazioni si ridussero drasticamente, portando al rialzo
della disoccupazione.
LA QUESTIONE MERIDIONALE
A rendere esplosiva la situazione fu l’irrisolta questione della terra ai contadini del sud, che ancora non avevano
avuto la possibilità di accedere alla proprietà fondiaria. La conquista della terra è stata per tantissimo tempo un
miraggio un sogno per tutti i contadini del sud, sogno che li aveva spinti a combattere con coraggio nelle trincee,
sogno alimentato dallo stato per sfruttarli, ma mai avverato. Né i governi liberali, né l’opposizione cattolica e
socialista, né nessun altro fu in grado di affrontare efficacemente tale questione, che avrebbe permesso di rendere
“parte” della nazione le povere masse del sud. Tutto questo sfociò nell’occupazione contadina dei grandi latifondi
incolti, richiedendo che gli venissero affidati, consegnati (al fine di poter crescere economicamente ecc), ma lo stato
rimase inerte di fronte a tali richieste, accentuando il forte divario che già esisteva con i contadini. L’unico gruppo che
riuscì ad intravedere l’importanza della risoluzione della questione meridionale fu l’ “Ordine nuovo” formato da
giovani intellettuali e Antonio Gramsci. Essi ritenevano fondamentale l’inserimento dei contadini del sud nella vita
della nazione, e ritenevano che se ciò non fosse accaduto, si sarebbero verificati diversi problemi. Tuttavia i contadini
non ottennero mai ciò che volevano, e, rassegnati, rimasero pronti ad accogliere passivamente l’avvento della
dittatura.
Il biennio rosso in Italia
LA CRISI NEL SETTORE INDUSTRIALE
Al concludersi della guerra, le imprese che fino a quel momento avevano conosciuto uno sviluppo rapidissimo basato
per lo più dalle commesse statali, si ritrovarono sull’orlo della crisi nel momento in cui s’inaridì la spesa pubblica.
L’Italia era ammalata di gigantismo ed era priva di un mercato interno capace di sostituire la spesa pubblica. Gli
italiani infatti non erano abbastanza ricchi per garantire una domanda abbastanza alta, cosicché le industrie italiane
furono costrette all’esportazione e all’importazione (principalmente dall’America). 3 fattori distrussero l’Italia:
disoccupazione, inflazione, svalutazione. La svalutazione rendeva meno redditizie e più dispendiose le esportazioni e
le importazioni, gettando l’Italia in una situazione disastrosa.
LA MOBILITAZIONE DEL PROLETARIATO INDUSTRIALE
Questi processi culminarono in un ciclo di lotte unico nella storia italiana. Tra il ’18 e il ’19 si scatenarono 3500
scioperi di operai e braccianti. I primi lottavano per ottenere una riduzione dell’orario lavorativo, un aumento dello
stipendio per far fronte all’aumento del costo della vita, e alla concessione delle “commissioni interne”. I secondi
lottavano invece per un aumento del salario e per un maggior controllo dell’organizzazione del lavoro agricolo. Tali
scioperi, se da una parte causarono morti e feriti, dall’altra conseguirono il loro scopo: gli operai tutelarono il
proprio potere d’acquisto e ottennero la giornata lavorativa di 8 ore. Il Psi e la Cgl, che videro in 5 anni
decuplicare i propri iscritti, politicizzarono notevolmente il conflitto sociale: in esso confluirono istanze sia del partito
comunista russo che del partito socialista massimalista (che aveva ottenuto la maggioranza su quello riformista nel XV
congresso del Psi). Il culmine di questa situazione di instabilità fu raggiunto tra giugno e luglio del 1919 con
l’esplosione di uno sciopero per il rincaro dei prezzi che si estese in tutta l’Italia centro-settentrionale. Lo stato
intervenne con decisione, provocando alcuni morti e feriti, ma riuscendo a calmierare i prezzi.

LA FRUSTRAZIONE DEI CETI MEDI


Il movimento operaio perse d’incisività, anche perché non si coalizzò né con i braccianti né con i medi e piccoli ceti
urbani. L’inflazione infatti colpì non solo operai e braccianti ma anche la piccola e media borghesia, sia come salariati
che come risparmiatori. Le difficoltà economiche poi si combinarono con una crisi di identità sociale. La piccola
borghesia aveva goduto di un certo prestigio nell’esercito, al quale aveva dato le leve di ufficiali e sottoufficiali, e nel
momento in cui questi tornarono alla vita quotidiana del dopoguerra, talvolta conobbero la disoccupazione, talvolta
videro il loro tenore di vita peggiorato. Il sentimento di frustrazione che ne derivava sfociava in un forte risentimento
verso:
Gli operai: essi diedero luogo ad una sorda opposizione alla classe operaia, che appariva in grado di aumentare la sua
fetta di reddito nazionale, minacciando i loro piccoli privilegi e il loro status di classi intermedie non proletarie.
La borghesia agiata: ritenuta avida ed egoista. I suoi componenti erano chiamati “pescicani” in quanto si erano
arricchitti speculando sulle commesse statali o sulla scarsità di beni di prima necessità.
Sempre più netta divenne la divisione tra alta borghesia e questo “agglomerato di strati sociali intermedi”. Ciò portò
ad una sfiducia nel governo liberale.
BENITO MUSSOLINI E LA NASCITA DEL MOVIMENTO DEI FASCI E DELLE CORPORAZIONI
La crisi di rappresentanza del ceto medio è già riscontrabile nel 1919. Uno dei primi a riconoscere il disagio in cui
viveva il ceto medio e a tentare di canalizzarlo entro forme organizzate fu Benito Mussolini (ex direttore dell’Avanti”,
giornale organo del Psi). Dopo esserne stato espulso, il 23 marzo 1919 Mussolini fondò il Movimento dei fasci e delle
corporazioni, che due anni dopo diventerà il Partito nazionale fascista. Il movimento aveva l’obbiettivo di porsi come
punto di riferimento di quelle correnti d’opposizione senza un chiaro riferimento politico, che comprendevano
principalmente ufficiali e sottufficiali delusi dal ritorno alla vita quotidiana e larga parte del ceto medio urbano. La
prima azione del movimento fu l’atto di incendio compiuto contro la sede principale a Milano dell’ Avanti!. Era chiaro
che il loro principale avversario fosse il movimento operaio e che il loro obbiettivo fosse quello di sostituirsi allo stato
facendo uso della violenza.
IL MITO DELLA VITTORIA MUTILATA
La delegazione italiana alla conferenza di pace (Orlando e Sonnino) pretese da un lato il rispetto del Patto di Londra (e
quindi l’annessione di numerosi territori secondo il principio delle annessioni) e dall’altro l’annessione di Fiume
(secondo il principio di nazionalità). Data l’ambiguità della posizione italiana, essa perse entrambe le soluzioni.
Nacque così, alimentato dalle forze nazionaliste, il mito della “vittoria mutilata”. I nazionalisti infatti giudicavano il
governo liberale colpevole di non difendere i diritti della nazione, che, a causa sua, aveva combattuto inutilmente nelle
trincee. Nacque la contrapposizione tra l’Italia postbellica, forte della sua vittoria, e l’Italia prebellica, sottostante
all’imbelle democrazia liberale. Orlando diede le dimissioni, e al suo posto salì, a capo del governo, Francesco Saverio
Nitti, che tuttavia non riuscì a risolvere le diverse problematiche che gettavano l’Italia nella crisi.
LA “QUESTIONE DI FIUME”
Poco dopo la Conferenza di Pace di Parigi (1919) si profilò un accordo per il quale Fiume sarebbe stata dichiarata
“città libera” e ciò scatenò la rivolta dei nazionalisti contro il governo. In seguito alle notizie degli incidenti di Fiume
(truppe francesi contro italiani) si decise di trasferire a Ronchi un reggimento di Granatieri di Sardegna. Ma proprio da
Ronchi, alla guida di un migliaio di uomini appartenenti a questo reggimento, D’Annunzio patì verso Fiume,
occupandola per più di un anno (sostenuto dagli alti ufficiali dell’esercito che lo rifornirono di armi e
vettovagliamenti). Tale azione, violando gli accordi di pace, delegittimò il governo ed il parlamento, che non
riuscirono ad intervenire efficacemente per più di un anno. Fiume divenne simbolo del nazionalismo, del
militarismo e dell’antiparlamentarismo. Con il trattato di Rapallo del 1920 Fiume fu finalmente dichiarata città
libera, e d’Annunzio, rifiutando l’accordo, fu scacciato con la forza.
IL PARTITO POPOLARE E IL CATTOLICESIMO DEMOCRATICO DI STURZO
Nel 1919 don Luigi Sturzo fondò il Ppi (Partito popolare italiano) con l’intento di raccogliere l’adesione dei cattolici
per costruire una nuova forza politica: il papa diede il nulla osta. Il partito raccoglieva la maggior parte dei consensi
tra la popolazione meno abbiente, dove maggiore era l’influenza delle organizzazioni cattoliche, ma anche dal mondo
operaio e dai ceti medi urbani. Il programma di Sturzo:
Rispetto della proprietà privata;
Sviluppo solidarietà sociale;
Riforma agraria e tributaria (equa distribuzione della terra e dei salari).
Decentramento amministrativo.
Il Ppi era immagine dell’universo cattolico, quindi presentava un carattere composito e contradditorio. Con Benedetto
XV il Ppi si rafforzò, mentre con Pio XI crollò, finché venne sciolto nel ’26 dal fascismo.
LA VITTORIA DEI PARTITI POPOLARI E LA DIFFICILE RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI
Le nuove elezioni si basarono sul nuovo sistema proporzionale, voluto da cattolici e socialisti. Venivano così eletti più
candidati in ciascun collegio in proporzione al numero dei voti (il precedente sistema uninominale favoriva il Partito
Liberale in quanto riusciva sempre a recuperare una certa quantità di voti). Già prima del sistema proporzionale il
Partito Liberale aveva subìto il suffragio universale maschile, che favoriva il Psi e il Ppi, in quanto favoriva i partiti
meglio organizzati e non quelli fondati sui notabili locali. Nelle elezioni del 1919 infatti vinsero il Psi e il Ppi, il
primo con 2 milioni di voti e il secondo 1 milione. L’insieme delle forze liberali mantenne comunque la maggioranza
relativa con 2 milioni e mezzo di voti ma:
Socialisti e cattolici: 257 seggi.
Liberali: 251 seggi.
Singolarmente, ognuna delle tre formazioni, socialisti, popolari (cattolici) e liberali, non raggiungevano la
maggioranza dei voti. Per farlo, sarebbe stato necessario allearsi con una delle altre due, ma nessuno era disposto a
farlo: crisi politica. Alla rottura della tradizionale maggioranza del Partito Liberale non era conseguita la nascita di
un’altra maggioranza, ma la nascita di altre due minoranze. Francesco Saverio Nitti, l’attuale presidente del consiglio,
non in grado di risolvere la situazione di crisi italiana, fu costretto alle dimissioni. L’unico uomo che parve essere in
grado di proporre un programma che avvicinasse da una parte i moderati, dall’altra socialisti e popolari, facendo un
compromesso tra borghesia e classi lavoratrici, fu Giolitti. Egli propose un piano riformista, concedendo maggiori
poteri al parlamento e proponendo una riforma tributaria. Ma non riuscì comunque ad ottenere la maggioranza. Intanto
in Italia cresceva la tensione sociale, la questione fiumana rimaneva irrisolta, ed il fascismo era alle porte.
L’OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE: LA RIVOLUZIONE ALLE PORTE?
La situazione sembrò convergere verso uno sbocco rivoluzionario il 30 agosto 1920, quando gli operai dell’Alfa
Romeo occuparono le fabbriche in risposta ai duri provvedimenti presi dalla direzione. In pochi giorni circa 1 milione
e mezzo di lavoratori occupò le fabbriche del triangolo industriale (Milano-Torino-Genova). L’epicentro di queste
occupazioni era Torino, non solo perché presentava la maggior concentrazione di fabbriche, ma anche perché lì
operava l’ “Ordine nuovo” (Gramsci, Togliatti, Terracini, Tasca) il quale, basandosi sull’esperienza russa, vedeva nei
consigli di fabbrica uno strumento per conquistare il potere, un luogo in cui i lavoratori potevano organizzarsi e
maturare una precisa idea politica. Tuttavia, proprio nel momento in cui l’occupazione divenne una questione
prettamente politica e avrebbe necessitato della guida del Psi, esso si tirò indietro, permettendo alla Cgl di
depotenziarlo e incanalarlo in una prospettiva sindacale. Né il movimento né il partito socialista aveva mai avuto uno
vero spirito rivoluzionario, ma semplicemente riformista.
LA CRISI DEL COMPROMESSO GIOLITTIANO
Con Giolitti, si raggiunse il compromesso che portò alla fine delle occupazioni delle fabbriche. Il compromesso si
basava su maggiori salari e un maggior controllo dell’attività aziendale. Tuttavia, tale compromesso non garantì a
lungo la pace. Tra la borghesia industriale ed agraria (che finora aveva seguito le idee giolittiane) andavano
imponendosi i settori oltranzisti, i quali ritenevano l’attività sindacale e le pretese delle classi lavoratrici causa
principale del disordine sociale e ostacolo alla ripresa dell’economia italiana. Inoltre l’occupazione andava assumendo
tratti sempre più inquietanti: talvolta gli operai si richiamavano ai soviet russi, e talvolta riuscivano a “far funzionare”
le fabbriche portando avanti la produzione in assenza dei loro capi. La borghesia industriale abbandonò la linea
giolittiana, guardando con favore al movimento fascista.
«DAL BIENNIO ROSSO AL BIENNIO NERO»
Parallelamente alla frattura tra liberalismo riformista giolittiano e borghesia industriale e agraria, vi fu la perdita di
credibilità del Psi, a causa delle continue discussioni interne tra massimalisti e riformisti. Sebbene alle ultime elezioni
ottennero risultati convincenti, si vedevano i primi segni di crisi, come nelle città, dove liberali, nazionalisti e fascisti
avevano ottenuto risultati abbastanza favorevoli. Dietro queste difficoltà si intravedeva lo sfaldamento del movimento
operaio e contadino che subiva le prime ripercussioni di una breve ma acutissima crisi economica. Cominciarono le
azioni dello squadrismo fascista: prima l’assalto al municipio di Bologna poi a quello di Ferrara, in cui si scatenarono
una serie di tumulti e scontri a fuoco. Per dirla con Nenni, si passava «dal biennio rosso al biennio nero».
L’avvento del fascismo
LA CRISI DEL 1921: SI TRASFORMA LO SCENARIO ECONOMICO E SOCIALE
Fino alla fine del 1920 l’apparato industriale italiano si era sviluppato grazie all’inflazione, agli investimenti pubblici e
alle banche. Ma nel 1921 entrò in un periodo di forte crisi, che vide sull’orlo del tracollo numerose imprese e aziende,
tra le più importanti d’Italia. Esse riuscirono a salvarsi grazie ad un pronto intervento dello stato, ma furono
fortemente ridimensionate e gli investimenti in tutti i settori diminuirono drasticamente. Questo portò da una parte al
freno dell’inflazione, dall’altra all’aumento della disoccupazione. Lo scontro tra borghesia e lavoratori, se il biennio
rosso vedeva in vantaggio i secondi, il biennio nero vede in vantaggio i primi, che poteva operare una nuova
ridistribuzione dei salari e che riusciva a piegare la classe dei lavoratori, disposti ad accettare condizioni di lavoro più
dure pur di lavorare. Furono eliminati tutti i calmieri sui prezzi e aumentate le tariffe protezionistiche.
LA FINE DEL COMPROMESSO GIOLITTIANO E LA NASCITA DEL PNF
In questo mutato scenario, cambiò completamente l’ottica in cui era visto il movimento fascista. Se prima infatti era
visto come un movimento minoritario e violento, poi sarà visto come unica soluzione di sbocco per uscire dal periodo
di crisi. A ritenere necessario questo sbocco sempre con più insistenza furono sia la borghesia che i ceti medi urbani e
rurali. In questa situazione la figura più importante è quella di Benito Mussolini che, con grande senso politico,
comprese che la situazione di debolezza del compromesso giolittiano e del partito operaio avrebbe permesso una
riorganizzazione del fronte conservatore sotto l’insegna dei Fasci. Egli operò dunque in questo modo:
Conferì un carattere strettamente conservatore al movimento.
Elimino ogni velleità anticlericale, ingraziandosi il papa Pio XI e gran parte della popolazione cattolica.
Eliminò ogni velleità populista e repubblicana, ingraziandosi gli ambienti vicini alla corona e l’apparato militare.
Eliminò ogni velleità antimonarchica.
Nacque così il Pnf (Partito Nazionale Fascista). Punto focale del Pnf era la violenza nei confronti del partito operaio,
che Mussolini alimentò con il potenziamento delle squadre fasciste e l’incremento delle loro azioni punitive. Il teatro
principali di queste azioni furono le campagne dove si assistette ad un nuovo fenomeno: le proprietà fondiarie
passarono dalle mani dei grandi proprietari terrieri a quelle dei piccoli e medi ceti urbani, che si erano indebitati fino al
collo e vedevano minacciati i propri interessi dai braccianti. Intervenne il Pnf finanziando violente azioni contro il
movimento lavorativo.
GLI ERRORI DI PROSPETTIVA DI GIOLITTI E L’IMPASSE DEL PARTITO SOCIALISTA
Da questo momento, una serie di decisioni e comportamenti da parte del Pli e del Psi determinarono l’affermazione
del Pnf. I liberali, insieme a Giolitti, decisero di “sfruttare” le azioni repressive delle corporazioni fasciste contro il
movimento operaio (loro comune nemico) per poi sopprimerle a loro volta, tanto che Giolitti favorì la formazione del
“blocco nazionale”. L’azione fascista fu inoltre facilitata dalla leggerezza con cui il movimento operaio che non puntò
tempestivamente sulla mobilitazione popolare. Quando se ne accorse era ormai troppo tardi, e la fondazione
dell’Alleanza del lavoro non ebbe successo. In terzo ed ultimo luogo vi fu la mancata azione del Psi. Le sue due
fazioni, maggioritaria e riformista, concentrate maggiormente sul loro dibattito lasciarono agire indisturbate le
corporazioni fasciste. I massimalisti impedirono la formazione di una grande coalizione antifascista, i riformisti invece
tardarono ad agire.

LE SPACCATURE NEL MOVIMENTO SOCIALISTA


La presa di posizione dei riformisti portò ad una crisi nel Psi, infatti venne espulsa la corrente riformista, che si
organizzò nel Psu (Partito Socialista Unitario) capeggiato da Giacomo Matteotti. Anche la Cgl, capeggiata dalla
corrente riformista, ruppe l'alleanza col Psi, rendendosi autonoma. Era il risultato di un processo già in atto: nel '21 si
era staccata una minoranza che aveva dato vita al Pci (Partito Comunista d'Italia).
Ormai frammentato e isolato il Psi non poté resistere alla crescente forza del fascismo. A maggio il “ras” di Ferrara
invase ed occupò Bologna, a luglio Farinacci si impossessarono del municipio e devastarono le organizzazioni dei
lavoratori; senza alcuna resistenza delle forze dell'ordine.
LA DEBOLEZZA DEI GOVERNI LIBERALI
Mussolini aveva fondato il Pnf per svolgere un’azione politica di più ampio respiro, che non poteva essere garantita
dallo squadrismo. A questo fine Mussolini operò al fine di ingraziarsi gli ambienti vicini alla corona, gli alti gradi
dell’esercito, i cattolici e specialmente il papa. L’organizzazione che stava a capo del fascismo aveva compreso che
ormai i governi avevano perso di potere, di credibilità, di influenza sull’opinione pubblica. Il parlamento infatti non
era in grado di esprimere un qualsivoglia indirizzo politico, lo stato non aveva più il controllo dell’ordine pubblico.
Quindi era giunto il momento ideale per piegare le ultime resistenze antifasciste e accelerare la presa del potere.
LA MARCIA SU ROMA: L’ITALIA VERSO LA DITTATURA
Nell'ottobre del '22 venne organizzato il piano per l'azione decisiva. Il 28 ottobre del '22 colonne di migliaia di fascisti
in armi confluirono a Roma e occuparono militarmente città e paesi dell'Italia centro-settentrionale. Vittorio Emanuele
III si rifiutò di firmare il decreto per sancire lo stato d'assedio (con il quale avrebbe potuto intervenire l'esercito) e
anzi, diede a Mussolini l'incarico di formare il nuovo governo. Il disegno liberale di controllare le Squadracce era
ormai fallito; il fascismo, con l'appoggio del re e della borghesia agiata, con il favore della chiesa, era ormai padrone
della situazione; la svolta autoritaria impressa si trasformò presto in una dittatura.
La costruzione del regime
I FASCISTI AL GOVERNO
Con l’avvento del fascismo le cose sembrarono migliorare:
Ripresa economica: Tra il ’23 e il ’25 vi fu una notevole ripresa economica.
Vennero abolite le tasse sui profitti di guerra e sui redditi azionari;
Si sottoposero i salari operai e i redditi dei contadini alle imposte sul reddito;
Vennero aumentate le imposte indirette.
Si ridusse la spesa pubblica.
Un nuovo sistema:
Sul piano politico e istituzionale la libertà di azione ed espressione fu ridotta.
Sul piano economico veniva concessa ogni libertà agli imprenditori.
Fino al 1926 vi fu un boom delle esportazioni di manufatti, che fece crescere i guadagni. Ma nel 26 si presentò una
nuova situazione di ristagno. Al fine di ridurre le spese (e quindi le importazioni) e massimizzare i profitti (la
produzione e le esportazioni) il regime decise di:
Battaglia del grano: accrescere la produzione agricola.
Bonifica integrale: aumentare la superficie coltivabile.
Queste iniziative ebbero anche l’effetto di ridurre la disoccupazione.
IL DELITTO DI MATTEOTTI: L CARATTERE ILLIBERALE DEL FASCISMO
Il fascismo intaccò progressivamente il potere del parlamento e delle altre istituzioni rappresentative sostituendole con
nuovi organismi rispondenti alle necessità della nascente dittatura:
Gran consiglio del fascismo: composto dai maggiori esponenti del partito, che assorbì numerosi poteri del
parlamento.
Milizia volontaria per la sicurezza nazionale: incaricata della difesa del nuovo regime.
Nel '24 il listone (fascisti e conservatori) vinse le elezioni anche grazie ai brogli e alle intimidazioni durante la
campagna elettorale. A questo proposito il deputato socialista e segretario del Psu Giacomo Matteotti denunciò quanto
accaduto. Fu rapito a Roma da emissari fascisti e ucciso. Il delitto provocò una grande indignazione nell'opinione
pubblica, ma il sostegno che il re Vittorio Emanuele III e il papa Pio XI davano al regime fecero sì che esso non
crollasse. L’appoggio del papa al regime provocò la rottura con l’antifascista don Luigi Sturzo che fu esiliato.
Tuttavia, il regime smantellò alcune associazioni cattoliche per sostituirle con quelle sue.
IL 1926, L’ANNO DI SVOLTA: LA COSTRUZIONE DEL REGIME FASCISTA
Nel 1926 si procedette con la creazione del regime fascista mediante alcune iniziative:
Fine del pluralismo:
Con il principale contributo di Alfredo Rocco (ministro della Giustizia) venne promulgata una serie di decreti
governativi che ridussero la libertà di stampa e di attività politica.
Il tutto peggiorò quando tutti i movimenti e i partiti politici furono dichiarati illegali e fu creato un tribunale speciale
per la difesa dello stato con il compito di sopprimere le attività di opposizione al regime.
Fuoriuscitismo: lasciarono l’Italia tante persone che non avevano idee fasciste (Turati, Sturzo, Nitti ecc).
Una nuova organizzazione statale:
Il parlamento si vide sottrarre la sua primaria funzione legislativa e fu ridotto ad un semplice organo di controllo;
Lo statuto albertino subì sostanziali modificazioni;
La maggior parte dei poteri fu concentrata nelle mani del duce che divenne anche titolare di numerosi ministeri.
Comuni e province persero i loro caratteri di enti locali a base elettorale, i sindaci e i presidenti delle province vennero
sostituiti con i podestà e i presidi. I prefetti videro aumentare il loro controllo sul potere locale.
LE LEGGI SINDACALI
Le leggi sindacali rendevano illegali scioperi e occupazioni e privarono d’autorità i liberi sindacati, sostituiti dai
sindacati fascisti. Tali sindacati furono assoggettati allo stato e la tutela dei contratti collettivi stipulati era riservato
alla magistratura del lavoro, la quale diventava l’arbitro di ogni eventuale disaccordo che sarebbe sorto tra capitale e
lavoro. I lavoratori venivano quindi disconosciuti come forza sociale autonomamente e liberamente organizzata e
furono riconosciuti come mera forza-lavoro, funzionale agli interessi dell’economia. Le leggi sindacali completarono
il quadro di un regime totalitario che privò i cittadini dei diritti civili e politici e i lavoratori di difendere i propri
interessi. Oltre al danno la beffa: la Carta del lavoro emanata dal regime dichiarava (illusoriamente) la centralità del
lavoro e si diceva mirata alla collaborazione tra le classi.
LA SVOLTA POLITICA ECONOMICA: LA RIVALUTAZIONE DELLA LIRA
Il 1926 fu un anno di svolta anche per quanto riguarda l’economia italiana. Andavano scemando quei fattori che tra il
1924/26 avevano favorito la ripresa economica italiana e incombevano all’orizzonte l’inflazione e la svalutazione
della lira. Il duce decise di un ritorno allo stato come supremo regolatore della vita economica. Sa da un lato la
svalutazione della lira favoriva le esportazioni, dall’altro sfavoriva le importazioni. Inoltre, una moneta debole era più
soggetta all’inflazione, con il quale sarebbe stato difficile (senza creare lacerazioni sociali) ridurre i salari dei
lavoratori e si sarebbe perso l’appoggio della borghesia industriale che si basava sul soddisfacimento di questo punto.
Fu portata avanti l’operazione “quota 90” (90 lire = 1 sterlina) con la quale fu dichiarata dal duce la rivalutazione
della lira. In tal modo Mussolini mirò a:
Calmierare i prezzi;
Difendere i piccoli risparmiatori (affinché affidassero i propri risparmi alle banche);
Sostenere i settori industriali più forti;
Imboccare la strada di un rigido protezionismo.
Un altro obbiettivo dell’azione “quota 90” di Mussolini era quello di lanciare un forte messaggio al mondo
economico: l’unica volontà politica doveva essere quella del duce. Egli avrebbe fornito le necessarie garanzie, avrebbe
tenuto a mente le necessità e difeso i diritti sia dei lavoratori che dei datori di lavoro, avrebbe garantito il procedere
giusto delle cose, ma era necessario giurare piena fedeltà nel duce.
GLI EFFETTI SOCIALI DELLA RIVALUTAZIONE: IL CONSENSO DELLA PICCOLA BORGHESIA
“Quota 90” ebbe anche degli effetti molto negativi che colpirono diversi settori industriali, i quali traevano profitto
dalle esportazioni. Ecco che aumentò la disoccupazione e diminuirono i salari, portando così forti tensioni sociali.
Il regime decise di tutelare gli interessi delle grandi industrie e ignorare i lavoratori, che non erano più tutelati dai
sindacati. Nonostante la crisi il regime si rafforzò ulteriormente, perché “quota 90” fu accettata di buon grado dalla
piccola borghesia, che si sentiva protetta, e costituiva quindi una larga base di sostegno anche perché distribuita
omogeneamente fra città e campagne. In più il consenso della chiesa aiutò il Partito nazionale fascista ad espandersi
ulteriormente.

Il Dirigismo economico
Caduta della produzione e disoccupazione: il ripiegamento verso il mercato interno
In Italia le conseguenze della crisi furono aggravate dall'operazione “Quota 90”; con “Quota 90” infatti venne
confermato il modello di sviluppo tradizionale italiano basato sul rapporto tra stato, grandi gruppi industriali e banche;
tutti questi fenomeni determinarono quindi:
Ripercussioni sul mercato interno ed estero: i costi della crisi furono infatti riversati sui lavoratori dipendenti; gli
imprenditori, infatti, come reazione alla crisi cercarono di mantenere elevati i profitti; le conseguenze furono:
disoccupazione e diminuzione degli stipendi. Tutti questi aspetti diminuirono la domanda interna e la crisi
internazionale penalizzò i commerci con l'estero.
Il regime cercò di reagire a tutto questo per mezzo del Protezionismo, che ebbe per un breve periodo dei
moderatamente buoni risultati, ma poi causò:
Penalizzazione settore agricolo: l'agricoltura fu infatti ridimensionata per il mercato interno e perse gran parte del suo
potenziale economico, dato dalle esportazioni. Questo impedì la modernizzazione delle strutture; infine i pochi lavori
pubblici andarono a vantaggio dei soli latifondisti.
Dallo stato regolatore della vita economica allo stato imprenditore e banchiere
Nei settori legati al privato si ebbe una riorganizzazione industriale: le industrie tradizionali, come la pasta, vennero
penalizzate, quelle che avevano avuto grosse innovazioni tecnologiche, come quella cotoniera, ebbero un grande
sviluppo. Parallelamente la crisi accentuò il rapporto tra grandi industrie e i prestiti delle banche; la strada del
salvataggio classico con assorbimento dei debiti industriali da parte dello stato non era più praticabile a causa della
crisi. Si cercò quindi di trovare nuove soluzioni per agevolare tutto questo:
Fu smantellata la Banca mista: questa aveva due compiti: raccogliere i risparmi e finanziare le imprese con prestiti a
lungo termine; questi, se non venivano restituiti, erano saldati con l'acquisizione da parte della banca di quote
azionarie dell'impresa debitrice. Con i provvedimenti del '33 quest'ultimo compito fu affidato ad un ente pubblico:
l'IRI (istituto ricostruzione industriale).
Questo istituto in breve tempo ebbe a disposizione un vero e proprio impero industriale e finì per assorbire anche le tre
principali banche miste italiane. Fu così che in Italia alla figura dello stato come promotore e regolatore della vita
economica statale, venne sostituito lo stato “imprenditore” (aveva il più importante patrimonio industriale in Italia) e
“banchiere” (centro dell'intermediazione economica).
La scelta autarchica come coronamento della politica economica corporativa
L'elemento chiave della strategia dirigista del regime fu l'intensificazione del protezionismo. La scelta autarchica
(adottata da tutte le nazioni industriali) fu inaugurata ufficialmente nel '36, quando vennero emanate delle sanzioni
commerciali dalla Società delle Nazioni contro l'Italia per la sua aggressione ai danni dell'Etiopia. Essa significò il
coronamento della politica economica fascista, secondo la quale si sarebbe potuto rispondere alla crisi capitalista solo
con un controllo della concorrenza economica su tutti i livelli.
Nel '26, con le leggi sindacali di Alfredo Rocco, furono create le prime corporazioni;
Nel ’26 fu istituito il Ministero delle Corporazioni (Mussolini);
Nel '30 il Consiglio nazionale delle corporazioni assunse compito di elaborare la legislazione sul lavoro.
Solo nel '34 però nacquero le prime Corporazioni col compito di coordinare la produzione. Il sistema corporativo
(intervento dello stato nell’economia) mancò molti dei suoi obiettivi fondamentali (disciplinare il mercato ed
eliminare la concorrenza), ma determinò:
Il superamento della crisi salvaguardando rendite e profitti.
La mobilitazione di tutte le risorse finalizzandole allo sviluppo industriale (in nome degli “interessi della nazione”);
La concentrazione dei capitali nelle mani di un numero sempre minore di aziende, dato che le aziende più deboli
crollarono.
Imperialismo e rilancio dell'economia nazionale
Dal '35 fu posto in atto il programma di rilancio dell'economia basato sulla guerra d'Etiopia. Così, creando una
domanda basata sulla spesa pubblica alimentata anche dalla guerra l'industria ebbe un intenso sviluppo. La ripresa fu
anche alimentata dall'autarchia, la quale, insieme alla svalutazione della lira, promosse la sostituzione delle
importazioni con la produzione italiana.
La politica estera del fascismo
Le ragioni economiche e politiche della scelta imperialista: la conquista dell'Etiopia
La conquista dell'Etiopia iniziò nell'ottobre del '35 ed ebbe fine del luglio del '36. Vennero utilizzati come pretesto gli
incidenti avvenuti tra i confini con i possedimenti italiani. Fu il maresciallo italiano Graziani a condurre le operazioni
italiane, utilizzando le bandite armi chimiche. Le guerre d'Africa avevano due principali obiettivi:
Rinvigorire la situazione economica italiana: si voleva conquistare l'Etiopia per allargare i confini del mercato
nazionale durante l'autarchia.
Riannodare i fili del consenso: a causa infatti della disoccupazione e del peggioramento sempre maggiore dei salari dei
lavoratori, infatti, il consenso era diminuito fortemente; la guerra e il miraggio dell'impero italico e della sua gloria
servirono per arginare la situazione.
La politica di equilibrio e di mediazione internazionale dei primi anni trenta
La scelta imperialista mussoliniana sancì la conclusione di un lungo ciclo della politica estera fascista.
Prima fase: fu caratterizzata dal tentativo di inserirsi nel gioco diplomatico delle potenze europee culminato col
trattato di Locarno.
Seconda fase: si orientò in senso revisionista, cercando cioè di modificare l'equilibrio internazionale sancito con i
trattati di Versailles.
Dunque dal '20 in poi, al fine di ottenere i suoi obiettivi, l'Italia aveva appoggiato tutti i movimenti di stampo
nazionalista e fascista nell'Europa. La diffusione dei regimi autoritari nel vecchio continente fu pertanto un grande
successo. In questa fase vennero perseguiti due fondamentali traguardi:
Isolare la Jugoslavia per arginare l'influenza francese in Europa.
Avvicinarsi alla Gran Bretagna e agli USA, i due stati con maggiori investimenti in Italia.
Gli obiettivi fascisti furono messi in pericolo dall'avvento del nazismo in Germania; Mussolini infatti aveva paura
delle mire espansionistiche dello stato tedesco nei Balcani; è in questo periodo che si afferma:
Politica d'equilibrio: infatti Mussolini, per tenere sotto controllo la Germania, con un patto a quattro insieme a GB,
Francia e Germania stessa, cercò di porsi come ago della bilancia per una revisione consensuale dei trattati di pace di
Versailles. Obiettivo di Mussolini in questo periodo era anche ridimensionare il ruolo di grande potenza che la
Germania stava assumendo; per far questo stipulò vari trattati.
Parallelamente a tutto questo venne inaugurata la nuova politica coloniale basata su:
Riconquista della Libia: che dopo la IWW aveva riconquistato gran parte della sua indipendenza.
Espansione della propria influenza nei Balcani: traguardo raggiunto con una serie di accordi stipulati con gli stati
danubiani. Questa scelta fu portata avanti per:
Rafforzare la presenza italiana in una regione cruciale a livello internazionale.
Espandersi in una zona dove il capitalismo italiano aveva investito maggiormente.
La rottura degli equilibri internazionali e la costituzione dell'Asse Roma-Berlino
Con la guerra d'Africa venne rotto l'equilibrio internazionale: le sanzioni della Società delle Nazioni non ebbero
risvolti materiali perché l'Italia si rifornì dagli stati che non ne facevano parte (come USA e Germania), ma
determinarono il peggioramento delle relazioni diplomatiche tra Italia e le due maggiori democrazie europee, GB e
Francia. L'avvicinamento alla Germania nazista divenne inevitabile.
Nell'ottobre del '36 venne sancito l'Asse Roma-Berlino, che prevedeva comuni intenti sulla politica estera:
Mettere fine all'equilibrio europeo stabilito con Versailles.
Costituire un blocco unitario di stati fascisti.
L'alleanza si concretizzò subito con il comune appoggio alle truppe di Francisco Franco, in Spagna, e si rafforzò con
l'entrata da parte dell'Italia nel Patto Anticomintern con Germania e Giappone. Questa alleanza, partita come
collaborazione tra stati con ideologie spiccatamente antidemocratiche e anticomuniste, si trasformò ben presto in una
subordinazione dell'Italia alla Germania.
La fascistizzazione della società
La chiesa cattolica e la stabilizzazione del regime: i patti lateranensi
La crisi minacciò di rompere la stabilità del regime fascista. Uno dei fattori che risollevò la situazione fu l'accordo
stipulato con la Chiesa Cattolica, i Patti Lateranensi, nel febbraio del 1929. I patti lateranensi posero fine alla
questione romana nata con la proclamazione di Roma capitale, si suddividevano in:
Trattato: garantiva l'assoluta indipendenza della Città del Vaticano, sulla quale il Papa esercitava piena sovranità; a sua
volta la Santa Sede si impegnava a riconoscere lo stato italiano con capitale Roma, che assumeva la religione cattolica
come una religione di stato.
Convenzione finanziaria: decretava il pagamento di un'indennità a risarcimento dei beni espropriati alla chiesa negli
anni.
Concordato: imponeva ai vescovi di giurare fedeltà allo stato italiano e garantiva alcuni privilegi alla chiesa cattolica,
come la garanzia che la religione cattolica sarebbe stata insegnata nella scuola pubblica o come il riconoscimento degli
effetti civili del matrimonio religioso.
Questo risultato rafforzò il consenso e subito, nel '29, furono indette nuove elezioni col metodo plebiscitario (si poteva
votare solo sì o no alla lista presentata dal Gran Consiglio del Fascismo, divenuto organismo costituzionale) che
videro un risultato largamente favorevole al regime. L'alleanza tra chiesa e regime fu messa a dura prova due anni
dopo i patti, quando le squadracce colpirono le associazioni cattoliche e Mussolini ne ordinò lo scioglimento per avere
il “monopolio” sulla formazione giovanile.
Politiche sociali e propaganda ideologica
Le tensioni sociali dovute alla crisi costrinsero il regime a creare uno stato assistenziale autoritario. La politica sociale
era comunque parte integrante del disegno di mobilitazione delle masse perseguito dal fascismo e che si tentò di
potenziare con l'imperialismo. Gli strumenti che però miravano alla fascistizzazione erano vari; il Partito Nazionale
Fascista li organizzava tutto per mezzo delle associazioni ad esso collegate:
Organizzazioni giovanili: come i balilla o i Giovani universitari fascisti; organizzazioni con scopo ricreativo e di
indottrinamento ideologico.
Organizzazioni dei lavoratori: l'Opera nazionale dopolavoro, che aveva lo scopo di organizzare il tempo libero delle
masse.
Organizzazioni femminili: con l'obiettivo di sostenere la politica demografica fascista e la diffusione di un'idea
conservatrice di famiglia.
La scuola però, soprattutto, divenne il principale strumento per operare la diffusione dei valori del fascismo.
Attraverso una serie di riforme essa fu:
Privata di ogni autonomia culturale.
La struttura burocratica venne centralizzata: tutte le autorità scolastiche erano scelte dal governo.
I professori furono costretti a giurare fedeltà al regime.
I libri delle elementari vennero sostituiti con un testo unico scelto dal regime stesso.
Vennero poi costituiti tutta una serie di istituti culturali per sistematizzare le conoscenze, come l'Istituto per
l'Enciclopedia italiana e l'Accademia d'Italia. L'indottrinamento fu poi potenziato per mezzo di:
Stampa: fu asservita al regime in modo graduale, ma intransigente; i direttori o giornalisti non allineati venivano
cacciati; le notizie venivano suggerite direttamente dall'Ufficio di stampa e propaganda (poi ministero della cultura
popolare).
Cinema: venne statalizzato l'Istituto Luce, monopolio dell'informazione cinematografica.
Radio: se ne potenziò la diffusione in tutte le famiglie e venne posta sotto il monopolio di stato gestito dalla Eiar.
Tutti questi provvedimenti infine si accompagnarono con l'esercizio sistematico della repressione per mezzo
specialmente della Ovra, la polizia segreta.
La modernizzazione autoritaria della società
Negli anni della crisi vi fu una grande trasformazione nella società italiana, che assunse i tratti di un paese industriale.
I fenomeni più significativi riguardarono la popolazione, interessata da:
Fenomeni di inurbamento e calo delle nascite, nonostante gli obiettivi della politica demografica fascista.
Trasferimento della popolazione dal sud a nord e dai piccoli centri alle grandi città.
Dato che mostrò anche il divario fra Nord e Sud; a N infatti la natalità diminuì e la popolazione si trasferì nelle città,
come nei paesi più sviluppati in Europa, al S invece si presentò la situazione contraria, come nei paesi più arretrati del
Mediterraneo.
Calo della mortalità infantile, che rimase comunque elevata rispetto agli standard europei.
Diminuzione delle grandi malattie infettive grazie alla diffusione delle strutture di prevenzione e cura.
Negli altri settori lo sviluppo fu invece lento a causa delle tendenze antipopolari del regime, che si dedicò
fondamentalmente alla produzione. Sotto questo punto di vista aumentò sempre più il divario tra Italia e il resto
dell'Europa industriale.