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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi

II domenica dopo Natale 02/01/2014


Noi stessi siamo parabole, icone di Dio
In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla stato fatto di ci che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l'hanno vinta. (...)
In principio era il Verbo e il Verbo era Dio. Giovanni comincia il Vangelo non con la
cronaca di un evento, ma con un volo d'aquila che proietta subito Ges in tre direzioni:
l'inizio, Dio, il tutto. come se Giovanni volesse rendere impossibile raccontare un'altra
storia che risalga pi indietro, che vada pi lontano di questa. Un avvio grandioso, che pu
intimidire, ma poi il volo dell'aquila plana fra le tende dell'accampamento umano: e venne
ad abitare, a piantare la sua tenda, in mezzo a noi.
Poi Giovanni apre di nuovo le ali e si lancia verso l'origine delle cose: tutto stato fatto per
mezzo di Lui. Nulla di nulla senza di lui. In principio, tutto, nulla, parole assolute
che inseriscono Ges nella totalit e nella vastit dell'essere. Non solo gli esseri umani, ma
il filo d'erba, la pietra, la luce, tutto plasmato dalle sue mani.
In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. venuto a portare vita, vita da vivere,
vita che sia luce. Ci che fa l'uomo umano il respiro di Dio in lui.
Io sono la vita, dir Ges. E infatti non ha mai compiuto un miracolo per punire, per
intimidire, ma sempre segni che accrescevano vita, che la facevano fiorire. E la vita era la
luce degli uomini. Una cosa enorme: la vita stessa luce. La vita come una grande
parabola che racconta di Dio. Il Vangelo ci insegna a sorprendere parabole nella vita, a
sorprendere perfino nelle pozzanghere della vita il riflesso del cielo. Ci d la coscienza che
noi stessi siamo parabole, icone di Dio.
E accade allora che il Dio della religione (quello cio delle celebrazioni, delle solenni
liturgie, del culto) si ricongiunge con il Dio della vita, quello dei gesti, degli affetti e degli
incantamenti.
Veniva nel mondo la luce vera quella che illumina ogni uomo. Ogni uomo, ripetiamo
questo aggettivo, ogni uomo, ogni donna, ogni bambino, ogni clandestino ha quella luce,
che come un'onda immensa, come una sorgente che non viene meno, come un sole nella
notte, venuta a posarsi su ciascuno.
Venne fra i suoi ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti l'hanno accolto ha dato potere di
diventare figli di Dio. Accogliere: parola che sa di porte che si aprono, di mani che
accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita, come una donna fa spazio al figlio che
accoglie in grembo.
A quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli...: un potere, non solo la
possibilit, l'opportunit, l'occasione, ma un potere, un'energia, un potenziamento
d'umanit capace di farla sconfinare in Dio.
Il Verbo in noi come una forza di nascite, come una duplice forza: di pienezza e di
sconfinamento, che ti fa fiorire in tutte le tue forme e poi ti fa sconfinare.
(Letture: Siracide 24, 1-4.8-12; Salmo 147; Efesini 1, 3-6. 15-18; Giovanni 1,1-18)

Battesimo del Signore - Anno A


09/01/2014
Ognuno di noi figlio prediletto di Dio
In quel tempo, Ges dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da
lui.
Giovanni per voleva impedirglielo, dicendo: Sono io che ho bisogno di essere battezzato
da te, e tu vieni da me?. Ma Ges gli rispose: Lascia fare per ora, perch conviene che
adempiamo ogni giustizia. Allora egli lo lasci fare.
Appena battezzato, Ges usc dall'acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo
Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal
cielo che diceva: Questi il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento.
Ges si mette in fila con i peccatori, lui che era il puro di Dio, in fila, come l'ultimo di tutti.
Ed entra nel mondo dal punto pi basso, perch nessuno lo senta lontano, nessuno si senta
escluso.
Ges tra i peccatori appare fuori posto, come se fosse saltato l'ordine normale delle cose.
Giovanni non capisce e si ritrae, ma Ges gli risponde che proprio questo l'ordine giusto:
lascia fare... perch conviene che adempiamo ogni giustizia. La nuova giustizia consiste
in questo ribaltamento che annulla la distanza tra il Puro e gli impuri, tra Dio e l'uomo.
Ed ecco si aprirono i cieli e vide lo Spirito di Dio - che la pienezza dell'amore,
dell'energia, della vita di Dio - scendere come una colomba sopra di lui. E una voce diceva:
Questi il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Questo fatto
eccezionale, che avviene in un luogo qualsiasi e non nei recinti del sacro, lo strapparsi dei
cieli con la dichiarazione d'amore di Dio e il volo ad ali aperte dello Spirito, avvenuto
anche per noi, ci che il Padre d a Ges dato ad ognuno. Lo garantisce un'espressione
emozionante di Ges: Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me (Gv 17,23).
Dio ama noi come ha amato Ges, con la stessa intensit, la stessa passione, lo stesso
slancio. Dio preferisce ciascuno, ognuno figlio suo prediletto. Per il Padre io come Ges,
la stessa dichiarazione d'amore, le stesse tre parole: Figlio, amato, mio compiacimento.
- Figlio la prima parola. Un termine tecnico nel linguaggio biblico, dal significato
preciso: figlio colui che compie le stesse opere del Padre, che fa ci che il padre fa, che
gli assomiglia in tutto.
- Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio
il tuo nome per Dio amato. Immeritato, pregiudiziale, immotivato amore.
- Mio compiacimento. Termine inusuale ma bellissimo, che deriva dal verbo piacere: tu
mi piaci, mi fai felice, bello stare con te. Ma quale gioia, quale soddisfazione pu venire
al Padre da questa canna fragile sempre sul punto di rompersi che sono io, da questo
stoppino fumigante? Eppure la sua delizia stare con i figli dell'uomo (Prov 8,31), stare
con me.
Al nostro Battesimo, esattamente come al Giordano, una voce ha ripetuto: Figlio, tu mi
assomigli, io ti amo, tu mi dai gioia. Hai dentro il respiro del cielo, il soffio di Dio che ti
avvolge, ti modella, trasforma pensieri, affetti, speranze, ti fa simile a me.
Ad ogni mattino, anche i pi oscuri, inizia la tua giornata ascoltando per prima
la Voce del Padre: Figlio, amore mio, mia gioia. E sentirai il buio che si squarcia e l'amore
che spiega le sue ali dentro di te.
(Letture: Isaia 42, 1-4. 6-7; Salmo 28; Atti 10, 34-38; Matteo 3, 13-17)

II Domenica Tempo ordinario - Anno A 16/01/2014


Ges non pretende la nostra vita, offre la sua
In quel tempo, Giovanni, vedendo Ges venire verso di lui, disse: Ecco l'agnello di Dio,
colui che toglie il peccato del mondo! Egli colui del quale ho detto: Dopo di me viene
un uomo che avanti a me, perch era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto
a battezzare nell'acqua, perch egli fosse manifestato a Israele.
Giovanni testimoni dicendo: Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba
dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a
battezzare nell'acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito,
lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi il Figlio di
Dio.
Giovanni, vedendo Ges venirgli incontro, dice: Ecco l'agnello di Dio. Parole diventate
cos consuete nelle nostre liturgie che quasi non sentiamo pi il loro significato.
Un agnello non pu fare paura, non ha nessun potere, inerme, rappresenta il Dio mite e
umile (se ti incute paura, stai sicuro che non il Dio vero).
Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo, che rende pi vera la vita di tutti attraverso
lo scandalo della mitezza.
Ges-agnello, identificato con l'animale dei sacrifici, introduce qualcosa che capovolge e
rivoluziona il volto di Dio: il Signore non chiede pi sacrifici all'uomo, ma sacrifica se
stesso; non pretende la tua vita, offre la sua; non spezza nessuno, spezza se stesso; non
prende niente, dona tutto.
Facciamo attenzione al volto di Dio che ci portiamo nel cuore: come uno specchio, e
guardandolo capiamo qual il nostro volto. Questo specchio va ripulito ogni giorno, alla
luce della vita di Ges. Perch se ci sbagliamo su Dio, poi ci sbagliamo su tutto, sulla vita
e sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia e su noi stessi.
Ecco l'agnello che toglie il peccato del mondo. Non i peccati, al plurale, ma il peccato
al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una
struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica
distruttiva, di morte. In una parola, il disamore.
Che ci minaccia tutti, che assenza di amore, incapacit di amare bene, chiusure, fratture,
vite spente. Ges, che sapeva amare come nessuno, il guaritore del disamore. Egli
conclude la parabola del Buon Samaritano con parole di luce: fai questo e avrai la vita.
Vuoi vivere davvero? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere... E diventerai
anche tu un guaritore del disamore.
Noi, i discepoli, siamo coloro che seguono l'agnello (Ap 14,4). Se questo seguire lo
intendiamo in un'ottica sacrificale, il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione,
sofferenza. Ma se capiamo che la vera imitazione di Ges amare quelli che lui amava,
desiderare ci che lui desiderava, rifiutare ci che lui rifiutava, toccare quelli che lui
toccava e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza, e non
avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora s lo seguiamo davvero,
impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male,
ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che lo intristisce.
Ecco vi mando come agnelli... vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte
donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure pi forte di ogni Erode.
(Letture: Isaia 49, 3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1, 1-3; Giovanni 1,29-34)

III Domenica Tempo ordinario - Anno A 23/01/2014


L'amore di Dio la cura della nostra tristezza
Quando Ges seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritir nella Galilea, lasci Nazaret e
and ad abitare a Cafarnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zabulon e di Neftali,
perch si compisse ci che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zabulon e
terra di Neftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che
abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di
morte una luce sorta. Da allora Ges cominci a predicare e dire: Convertitevi, perch
il regno dei cieli vicino...
Giovanni il Battista stato appena arrestato, accaduto qualcosa di minaccioso che,
anzich impaurire e rendere prudente Ges, lo fa uscire allo scoperto, a dare il cambio a
Giovanni. Abbandona famiglia, casa, lavoro, lascia Nazaret per Cafarnao, non porta niente
con s, solo un annuncio. Che riparte da l dove Giovanni si era fermato: convertitevi
perch il regno dei cieli vicino. Sono le parole inaugurali del Vangelo, generative di tutto
il resto.
Convertitevi. Noi interpretiamo come pentitevi, mentre l'invito a rivoluzionare la vita:
cambiate logica, spostatevi, non vedete dove vi porta questa strada? l'offerta di
un'opportunit: venite con me, di qua il cielo pi azzurro, il sole pi caldo, le persone
sono pi sane, la vita pi vera.
E subito aggiunge il motivo, il perch della conversione: il regno si fatto vicino. Che
cos' il regno dei cieli, o di Dio? la vita che fiorisce in tutte le sue forme, un'offerta di
solarit. Il regno di Dio, ma per gli uomini, per una nuova architettura del mondo e dei
rapporti umani, per una terra come Dio la sogna.
Questo regno si fatto vicino. come se Ges dicesse: tenete gli occhi bene aperti perch
successo qualcosa di importantissimo: Giratevi verso la luce, perch la luce gi qui. Dio
qui, come una forza che circola ormai, che non sta ferma, come un lievito, un seme, un
fermento.
Il Vangelo termina con la chiamata dei quattro pescatori e la promessa: vi far pescatori di
uomini. Con che cosa, con quale rete pescheranno gli uomini?
Ascolta, qualcuno ha una cosa bellissima da dirti, cos bella che appare incredibile, cos
affascinante che i pescatori ne sono sedotti, abbandonano tutto, come chi trova un tesoro.
La notizia bellissima questa: la felicit possibile e vicina. E il Vangelo ne possiede la
chiave. E la chiave questa: la nostra tristezza infinita si cura soltanto con un infinito
amore (Evangelii Gaudium).
Il Vangelo la chiave: possibile vivere meglio, per tutti, perch la sua parola risponde
alle necessit pi profonde delle persone. Perch quando narrato adeguatamente e con
bellezza sicuramente il Vangelo risponde ai bisogni pi profondi dei cuori e mette a
disposizione un tesoro di vita e di amore, che non inganna, che non delude.
La conclusione del brano di oggi una sintesi affascinante della vita di Ges. Camminava
e annunciava la buona novella, camminava e guariva la vita.
Ges cammina verso di noi, gente delle strade, incontro a noi, gente dalla vita ordinaria e
mostra con ogni suo gesto che Dio qui, con amore.
E questa l'unica cosa che guarisce la vita.
Questo sar anche il mio annuncio, a ciascuno: Dio con te, con amore.
(Letture: Isaia 8,23-9,3; Salmo 26; 1 Corinzi 1,10-13.17; Matteo 4,12-23)

IV domenica Tempo Ordinario Anno A 30/01/2014


Ges, la luce preparata per i popoli
Il padre e la madre di Ges si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li
benedisse e a Maria, sua madre, disse: Ecco, egli qui per la caduta e la risurrezione di
molti in Israele e come segno di contraddizione e anche a te una spada trafigger l'anima
, affinch siano svelati i pensieri di molti cuori. C'era anche una profetessa, Anna, figlia
di Fanule, della trib di Aser. Era molto avanzata in et, aveva vissuto con il marito sette
anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non
si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a
quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. (...)
Maria e Giuseppe portano Ges al tempio per presentarlo al Signore, ma non fanno
nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna se lo
contendono: Ges non appartiene al tempio, egli appartiene all'uomo. nostro, di tutti gli
uomini e le donne assetati, di quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come
Simeone; di quelli che sanno vedere oltre, come Anna, e incantarsi davanti a un neonato,
perch sentono Dio come futuro. Ges non accolto dai sacerdoti, ma da un anziano e
un'anziana senza ruolo, due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma
ancora accesi dal desiderio. la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia
l'eterna giovinezza di Dio.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima
veduto il Messia. Parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perch io le conservassi
nel cuore: tu non morirai senza aver visto il Signore. La tua vita non si spegner senza
risposte, senza incontri, senza luce. Verr anche per me il Signore, verr come aiuto in ci
che fa soffrire, come forza di ci che fa partire. Io non morir senza aver visto l'offensiva
di Dio, l'offensiva del bene, gi in atto, di un Dio all'opera tra noi, lievito nel nostro pane.
Simeone aspettava la consolazione di Israele. Lui sapeva aspettare, come chi ha speranza.
Come lui il cristiano il contrario di chi non si aspetta pi niente, ma crede tenacemente
che qualcosa pu accadere. Se aspetti, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili e vedono:
ho visto la luce preparata per i popoli. Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della
terra? La luce Ges, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata. La salvezza non
un opera particolare, ma Dio che venuto, si lascia abbracciare dall'uomo, mescola la sua
vita alle nostre. E a quella di tutti i popoli, di tutte le genti... la salvezza non un fatto
individuale, che riguarda solo la mia vita: o ci salveremo tutti insieme o periremo tutti.
Simeone dice poi tre parole immense a Maria, e che sono per noi: egli qui come caduta e
risurrezione, come segno di contraddizione.
Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere
in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrit, il
disamore e le idee false di Dio.
Cristo come risurrezione: forza che mi ha fatto ripartire quando avevo il vuoto dentro e il
nero davanti agli occhi. Risurrezione della nobilt che in ogni uomo, anche il pi perduto
e disperato.
Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita, aprono brecce.
Ges ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un oltre.
(Letture: Malacha 3,1-4; Salmo 23; Ebrei 2, 14-18; Luca 2, 22-40)

V domenica Tempo Ordinario - Anno A 06/02/2014


Noi del Vangelo, gente che accarezza la vita
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli:
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si render salato?
A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non pu restare nascosta una citt che sta sopra un monte, n si
accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e cos fa luce a tutti
quelli che sono nella casa. Cos risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perch vedano
le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che nei cieli.
Una parola riempie ancora l'aria: beati, beati i poveri, i miti, i puri, i misericordiosi. Ges
ha appena finito di proclamare il vertice del suo messaggio, le beatitudini, e aggiunge,
rivolto ai suoi discepoli e a noi: se vivete questo, voi siete sale e luce della terra.
Una affermazione che ci sorprende: che Dio sia luce del mondo lo abbiamo sentito, il
Vangelo di Giovanni l'ha ripetuto, ci crediamo; ma sentire - e credere - che anche l'uomo
luce, che lo siamo anch'io e tu, con tutti i nostri limiti e le nostre ombre, questo
sorprendente.
E non si tratta di una esortazione di Ges: siate, sforzatevi di diventare luce, ma: sappiate
che lo siete gi. La candela non deve sforzarsi, se accesa, di far luce, la sua natura, cos
voi. La luce il dono naturale del discepolo ha respirato Dio.
Incredibile la stima, la fiducia negli uomini che Ges comunica, la speranza che ripone in
noi. E ci incoraggia a prenderne coscienza: non fermarti alla superficie di te stesso, al
ruvido dell'argilla, cerca in profondit, verso la cella segreta del cuore, scendi nel tuo
centro e l troverai una lucerna accesa, una manciata di sale. Voi che vivete secondo il
Vangelo siete una manciata di luce gettata in faccia al mondo (Gigi Verdi). E lo siete non
con la dottrina o le parole, ma con le opere: risplenda la vostra luce nelle vostre opere
buone.
Tu puoi compiere opere di luce! E sono quelle dei miti, dei puri, dei giusti, dei poveri, le
opere alternative alle scelte del mondo, la differenza evangelica offerta alla fioritura della
vita.
Quando tu segui come unica regola di vita l'amore, allora sei Luce e Sale per chi ti
incontra. Quando due sulla terra si amano diventano luce nel buio, lampada ai passi di
molti. In qualsiasi luogo dove ci si vuol bene viene sparso il sale che d sapore buono alla
vita.
Isaia suggerisce la strada perch la luce sia posta sul candelabro e non sotto il moggio. Ed
tutto un incalzare di verbi: Spezza il tuo pane, Introduci in casa lo straniero, vesti chi
nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente. Allora la tua luce sorger come l'aurora, la
tua ferita si rimarginer in fretta.
Illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirai. Non restare curvo sulle tue storie e
sulle tue sconfitte, ma occupati della terra, della citt dell'altro, altrimenti non diventerai
mai un uomo o una donna radiosi. Chi guarda solo a se stesso non si illumina mai.
Allora sarai lucerna sul lucerniere, ma secondo le modalit proprie della luce, che non fa
rumore e non violenta le cose. Le accarezza e fa emergere il bello che in loro. Cos noi
del Vangelo siamo gente che ogni giorno accarezza la vita e ne rivela la bellezza nascosta.
(Letture: Isaia 58, 7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2, 1-5; Matteo 5, 13-16)

VI domenica tempo ordinario Anno A 13/02/2014


Lo scopo della legge far fiorire l'uomo
(...) Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per
abolire, ma per dare compimento. In verit vi dico: finch non siano passati il cielo e la
terra, non passer dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto. Chi
dunque trasgredir uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegner agli uomini a fare
altrettanto, sar considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserver e li
insegner agli uomini, sar considerato grande nel regno dei cieli. ... Chi poi dice al
fratello: stupido, sar sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sar sottoposto al fuoco
della Geenna. Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e l ti ricordi che tuo fratello ha
qualche cosa contro di te, lascia l il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti
con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono. (...)
Un altro dei Vangeli "impossibili": se ognuno che d del matto o dello stupido a un fratello
in un impeto d'ira, fosse trascinato in tribunale o finisse all'inferno, non avremmo pi un
uomo a piede libero sulla terra e, nei cieli, Dio tutto solo a intristire nel suo paradiso vuoto.
Ges stesso sembra contraddirsi: afferma l'inviolabilit della legge fin nei minimi dettagli e
trasgredisce la norma pi grande, il riposo del sabato. Ma ogni sua parola converge verso
un obiettivo: far emergere l'anima segreta, andare al cuore della norma.
Il Vangelo non un manuale di istruzioni, con tutte le regole gi pronte per l'uso, gi
definite e da applicare. Il Vangelo maestro di umanit, non ci permette di non pensare con
la nostra testa, convoca la nostra coscienza e la responsabilit del nostro agire, da non
delegare a nessun legislatore. Allora cerco di leggere pi in profondit e vedo che Ges
porta a compimento la legge lungo due linee: la linea del cuore e la linea della persona.
- La linea del cuore. Fu detto: non ucciderai; ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio
fratello, cio chiunque alimenta dentro di s rabbie e rancori, gi in cuor suo un omicida.
Ges va alla sorgente, al laboratorio dove si forma ci che poi uscir all'esterno come
parola e gesto: ritorna al tuo cuore e guariscilo, poi potrai curare tutta la vita. Va alla radice
che genera la morte o la vita: Chi non ama suo fratello omicida (1Gv 3, 15). Il
disamore uccide. Non amare qualcuno togliergli vita; non amare per te un lento morire.
- La linea della persona: Se tu guardi una donna per desiderarla sei gi adultero... Non dice:
se tu, uomo, desideri una donna; se tu, donna, desideri un uomo. Non il desiderio ad
essere condannato, ma quel "per", vale a dire quando tu ti adoperi con gesti e parole allo
scopo di sedurre e possedere l'altro, quando trami per ridurlo a tuo oggetto, tu pecchi
contro la grandezza e la bellezza di quella persona. un peccato di adulterio nel senso
originario del verbo adulterare: tu alteri, falsifichi, manipoli, immiserisci la persona. Le
rubi il sogno di Dio, l'immagine di Dio.
Perch riduci a corpo anonimo, lui o lei che invece sono abisso e cielo, profondit e
vertigine. Pecchi non tanto contro la morale, ma contro la persona, contro la nobilt,
l'unicit, il divino della persona. Lo scopo della legge morale non altro che custodire,
coltivare, far fiorire l'umanit dell'uomo. A questo fine Ges propone un unico salto di
qualit: il ritorno al cuore e alla persona. Allora il Vangelo facile, umanissimo, felice,

anche quando dice parole che danno le vertigini. Non aggiunge fatica, non cerca eroi, ma
uomini e donne veri.
(Letture: Sircide 15, 15-20; Salmo 118; 1 Corinzi 2, 6-10; Matteo 5, 17-37)

VII domenica Tempo Ordinario- Anno A 20/02/2014


Siate perfetti: chiamati ad amare come Dio
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli:
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non
opporvi al malvagio; anzi, se uno ti d uno schiaffo sulla guancia destra, tu prgigli anche
l'altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E
se uno ti costringer ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da' a chi ti
chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto:
Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e
pregate per quelli che vi perseguitano, affinch siate figli del Padre vostro che nei cieli;
egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? (...) Voi, dunque, siate
perfetti come perfetto il Padre vostro celeste.
Siate perfetti come il Padre (Mt 5,48), siate santi perch io, il Signore, sono santo
(Lev19,2). Santit, perfezione, parole che ci paiono lontane, per gente che fa un'altra vita,
dedita alla preghiera e alla contemplazione. E invece quale concretezza nella Bibbia: non
coverai nel tuo cuore odio verso tuo fratello, non serberai rancore, amerai il prossimo tuo
come te stesso (Lev 19,17-18).
La concretezza della santit: niente di astratto, lontano, separato, ma il quotidiano, santit
terrestre che profuma di casa, di pane, di gesti. E di cuore.
Siate perfetti come il Padre. Ma nessuno potr mai esserlo, come se Ges ci domandasse
l'impossibile. Ma non dice quanto Dio bens come Dio, con quel suo stile unico, che
Ges traduce in queste parole: siate come Lui che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi.
Mi piace tanto questo Dio solare, luminoso, positivo, questo suo far sorgere il sole su buoni
e cattivi. Cos far anch'io, far sorgere un po' di sole, un po' di speranza, un po' di luce, a
chi ha solo il buio davanti a s; trasmetter il calore della tenerezza, l'energia della
solidariet. Testimone che la giustizia possibile, che si pu credere nel sole anche quando
non splende, nell'amore anche quando non si sente. C' un augurio che rivolgo ad ogni
bambino che battezzo, quando il pap accende la candela al cero pasquale: che tu possa
sempre incontrare, nei giorni spenti, chi sappia in te risvegliare l'aurora. Quante volte ho
visto sorgere il sole dentro gli occhi di una persona: bastava un ascolto fatto col cuore, un
aiuto concreto, un abbraccio vero!
Amate i vostri nemici. Fate sorgere il sole nel loro cielo; che non sorgano freddezza,
condanna, rifiuto, paura. Potete farlo anche se sembra impossibile. Voi potete non voi
dovete. Perch non si ama per decreto. Io ve ne dar la capacit se lo desiderate, se lo
chiedete.
Allora capisco e provo entusiasmo. Io posso (potr) amare come Dio! E sento che amando
realizzo me stesso, che dare agli altri non toglie a me, che nel dono c' un grande profitto,
che rende la mia vita piena, ricca, bella, felice. Dare agli altri non in contrasto col mio
desiderio di felicit, amore del prossimo e amore di s non stanno su due binari che non si
incontrano mai, ma coincidono. Dio regala gioia a chi produce amore.

Cosa significano allora gli imperativi: amate, pregate, porgete, prestate. Sono porte
spalancate verso delle possibilit, sono la trasmissione da Dio all'uomo di una forza divina,
quella che guida il sole e la pioggia sui campi di tutti, di chi buono e di chi no, la forza
solare di chi fa come fa il Padre, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettarsi
contraccambio alcuno.
(Letture: Levitico 19, 1-2. 17-18; Salmo 102; 1 Corinzi 3, 16-23; Matteo 5, 38-48)
VIII Domenica Tempo Ordinario - Anno A 27/02/2014
Dio sa meglio di noi ci di cui abbiamo bisogno
In quel tempo Ges disse ai suoi discepoli: Nessuno pu servire due padroni, perch o
odier l'uno e amer l'altro, oppure si affezioner all'uno e disprezzer l'altro. Non potete
servire Dio e la ricchezza. Perci io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello
che mangerete o berrete, n per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale
forse pi del cibo e il corpo pi del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non sminano e
non mietono, n raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete
forse pi di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, pu allungare anche di poco la
propria vita? E per il vestito, perch vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del
campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua
gloria, vestiva come uno di loro. (...)
Non preoccupatevi. Per tre volte Ges ribadisce l'invito: non abbiate quell'affanno che
toglie il respiro, per cui non esistono feste o domeniche, non c' tempo di fermarsi a parlare
con chi si ama. Non lasciatevi rubare la gioia: quella capacit di godere delle cose belle che
ogni giorno ci dona.
Perch? Perch Dio non si dimentica di te. Domani ascolteremo un passo che forse il pi
bello di Isaia: pu una madre dimenticarsi del suo figliolo? Se anche una madre si
dimenticasse, io non mi dimenticher di te.
Guardate gli uccelli del cielo, osservate i gigli del campo. Ges osserva la vita e la vita gli
parla di fiducia. Ges oggi ci pone la questione della fiducia. Dove metti la tua fiducia? La
sua proposta chiara: in Dio, prima di tutto, perch Lui non ti abbandona ed ha un
progetto per te. Non mettere la fiducia nel tuo conto in banca.
Non potete servire Dio e la ricchezza. Non la ricchezza che Ges ha di mira - infatti tra i
suoi amici aveva persone ricche e altre povere - bens ci che lui chiama, in aramaico,
mammona. Mammona non la ricchezza in s, ma quella nascosta, avara, chiusa alla
solidariet, e che produce ingiustizia (papa Francesco), che rende schiave le persone, che
assorbe il loro tempo, i pensieri, la vita.
Guardate gli uccelli (esserini liberi, quasi senza peso e senza gravit; lasciatevi attirare
come loro dal cielo, volate alto e liberi) e non preoccupatevi. Se Dio nutre queste creature
che non seminano, non mietono, quanto pi voi che invece lavorate, seminate e
raccogliete. Non un invito al fatalismo o alla passivit in attesa che la Provvidenza
risolva al posto nostro i problemi: la Provvidenza conosce solo uomini in cammino (don
Calabria).
Non preoccupatevi, il Padre sa. Tra le tante cose che uniscono le tre grandi religioni, che ci
fanno sentire vicini ai nostri fratelli ebrei e musulmani, ce n' una bellissima: la certezza
che Dio si prende cura, che Dio provvede.
Non preoccupatevi, Dio sa. Ma come faccio a dirlo a chi non trova lavoro, a chi non riesce
ad arrivare a fine mese, non vede speranza per i figli? La soluzione non fatta di parole:
Se uno senza vestiti e cibo e tu gli dici, va in pace, non preoccuparti, riscaldati e saziati,
ma non gli dai il necessario per il corpo, a che cosa ti serve la tua fede? (Giacomo 2,16).

Dio ha bisogno delle mie mani per essere Provvidenza. Io mi occupo di qualcuno, e allora
il Dio che veste i fiori si occuper di me.
Cercate prima di tutto il Regno. Vuoi essere una nota di libert nell'azzurro, come un
passero? Bello come un fiore? Cerca prima di tutto le cose di Dio, che sono solidariet,
generosit, amore, e troverai ci che fa volare, ci che fa fiorire!
(Letture: Isaia 49, 14-15; Salmo 61; 1 Corinzi 4, 1-5; Matteo 6, 24-34)
riproduzione riservata
I Domenica di Quaresima Anno A 06/03/2014
L'uomo si nutre dalla bocca di Dio
In quel tempo, Ges fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si
avvicin e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane. Ma egli
rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivr l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla
bocca di Dio.Allora il diavolo lo port nella citt santa, lo pose sul punto pi alto del
tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gttati gi; sta scritto infatti: Ai suoi angeli
dar ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perch il tuo piede non
inciampi in una pietra. Ges gli rispose: Sta scritto anche: Non metterai alla prova il
Signore Dio tuo.
Di nuovo il diavolo lo port sopra un monte altissimo e gli mostr tutti i regni del mondo e
la loro gloria e gli disse: Tutte queste cose io ti dar se, gettandoti ai miei piedi, mi
adorerai. Allora Ges gli rispose: Vttene, satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo,
adorerai: a lui solo renderai culto.Allora il diavolo lo lasci, ed ecco degli angeli gli si
avvicinarono e lo servivano.
Ges deve scegliere che tipo di Messia diventare, la scelta decisiva di tutta la sua vita.
La prima scelta riguarda il corpo e le cose: sazia la fame, di' che queste pietre diventino
pane. Pietre o pane, piccola alternativa che Ges spalanca. E dice: vuoi diventare pi
uomo, vivere meglio? Non inaridire la vita a ricerca di beni, di roba. Sogna, ma non ridurre
mai i tuoi sogni a cose e denaro. Non di solo pane vivr l'uomo. C' dentro di noi un di
pi, una eccedenza, una breccia, per dove entrano mondi, creature, affetti, un pezzetto di
Dio.
L'uomo vive di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. E accende in me una fame di cielo
che noi tentiamo di colmare con larghe sorsate di terra. Invece il pane buono ma pi
buona la parola di Dio, il pane vita ma pi vita viene dalla bocca di Dio.
Dalla bocca di Dio, dalla sua parola venuta la luce, il cosmo con sua bellezza e le
creature. Dalla bocca di Dio venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu. Se l'uomo vive
di ci che viene da Dio, io vivo di te: fratello, amico, amore, di te. Parola pronunciata dalla
bocca di Dio per me.
La seconda proposta tocca la relazione con Dio. Buttati gi, provoca un miracolo! una
sfida, attraverso ci che sembra il massimo della fede e invece ne la caricatura, la
ricerca di un Dio magico a proprio servizio. Buttati, cos potremo vedere uno stuolo di
angeli in volo... Mostra un miracolo, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. Il diavolo
seduttivo, si presenta come un amico che vuole aiutare Ges a fare meglio il messia.
Ges risponde: non metterai alla prova Dio. Ed la mia fede: io credo che Dio con me,
ogni giorno, mia forza e mio canto. Ma io non avanzer nella vita a forza di miracoli, bens
per il miracolo di un amore che non si arrende, di una speranza che non ammaina le sue
bandiere.

La terza posta in gioco il potere sugli altri: prostrati davanti a me e avrai il mondo ai tuoi
piedi. Il diavolo fa un mercato, al contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. E
quanti lo hanno ascoltato, facendo mercato di se stessi, in cambio di carriera, una poltrona,
denaro facile.
Il Satana dice: vuoi cambiare il mondo con l'amore? Sei un illuso! Assicura agli uomini
pane, miracoli e un leader, e li avrai in mano. Ma Ges non cerca uomini da dominare,
vuole figli liberi e amanti. Per Ges ogni potere idolatria.
Il diavolo allora si allontana e angeli si avvicinano e lo servono. Avvicinarsi e servire, le
azioni da cui si riconoscono gli angeli. Se in questa Quaresima ognuno si avvicina ad una
persona che ha bisogno, ascoltando, accarezzando, servendo, allora vedremmo la nostra
terra assomigliare ad un nido di angeli.
(Letture: Genesi 2, 7-9; 3, 1-7; Salmo 50; Romani 5, 12-19; Matteo 4, 1-11)
II Domenica di Quaresima - Anno A 13/03/2014
Siamo tutti chiamati a ricevere un cuore di luce
In quel tempo, Ges prese con s Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in
disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brill come il sole e
le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mos ed Elia, che
conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Ges: Signore, bello per noi
essere qui! Se vuoi, far qui tre capanne, una per te, una per Mos e una per Elia. Egli
stava ancora parlando, quando una nube luminosa li copr con la sua ombra. Ed ecco una
voce dalla nube che diceva: Questi il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio
compiacimento. Ascoltatelo. All'udire ci, i discepoli caddero con la faccia a terra e
furono presi da grande timore. Ma Ges si avvicin, li tocc e disse: Alzatevi e non
temete. Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Ges solo. (...)
Ges sal su di un alto monte. I monti sono come indici puntati verso il mistero e le
profondit del cosmo, raccontano che la vita un ascendere verso pi luce, pi cielo. Lass
il volto di Ges brilla come il sole, le sue vesti come la luce. Quel volto di sole anche il
nostro volto: ognuno ha dentro di s un tesoro di luce, un sole interiore (voi siete luce del
mondo), una bellezza che condividiamo con Dio.
Ci sorprende la Quaresima, un tempo che consideriamo triste, penitenziale, violaceo, con
un vangelo di luce, a ricordarci che la vita spirituale consiste nella gioiosa fatica di liberare
la luce e la bellezza sepolte in noi, e nell'aiutare gli altri a fare lo stesso. La cosa pi bella
che un amico pu dirmi : sto bene con te perch tu fai uscire, fai venire alla luce la mia
parte pi bella. Spesso addormentata in noi, come in letargo. Il Vangelo viene per questo,
viene come una primavera: porta il disgelo nei cuori, risveglia quella parte luminosa,
sorridente, generosa e gioiosa che abbiamo dentro, il nocciolo, il cuore, la nostra vera
identit.
Lo stupore di Pietro: che bello qui! Non andiamo via... ci fa capire la nostra vocazione.
Siamo chiamati tutti a trasfigurazione, a ricevere un cuore di luce. Contemplando il
Signore, veniamo trasformati in quella stessa immagine (2 Cor 3, 17-18). Contemplare,
trasforma; tu diventi ci che guardi con gli occhi del cuore. Pregare ci trasfigura in
immagine del Signore.
L'entusiasmo di Pietro ci fa inoltre capire che la fede per essere forte e viva deve
discendere da uno stupore, da un innamoramento, da un che bello! gridato a pieno cuore.
Perch io credo? Perch Dio la cosa pi bella che ho incontrato. E da lui acquisisco la
bellezza del vivere. Che bello amare, abbracciare, avere amici, esplorare, creare,
seminare, perch la vita ha senso, va verso un esito buono, che comincia qui e scorre
nell'eternit. Allora la Quaresima, pi ancora che a penitenza, ci chiama a conversione: a
girarci verso la luce, cos come la natura si gira in questi giorni verso la primavera. Allora

smettiamola di sottolineare l'errore negli altri. Staniamo, snidiamo in noi e in ognuno la


bellezza della luce, invece di fustigare le ombre!
Una nube luminosa li copr. E una voce: Questi il Figlio mio. Ascoltatelo. Sali sul monte
per vedere e Dio risponde offrendo parole, le parole lucenti di Ges: ascoltate Lui. Il primo
passo per essere contagiati dalla bellezza di Dio l'ascolto, dare un po' di tempo e un po' di
cuore al suo Vangelo. Che oggi ci regala un volto che gronda luce, per affrontare il
momento in cui la vita gronder sangue. Ma anche allora, ricordiamo: ultima, verr la luce.
(Letture: Genesi 12, 1-4a; Salmo 32; 2 Timteo 1, 8b-10; Matteo 17, 1-9)

III Domenica di Quaresima Anno A 20/03/2014


Dio una sorgente: non chiede, dona
In quel tempo, Ges giunse a una citt della Samara chiamata Sicar, vicina al terreno che
Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c'era un pozzo di Giacobbe. Ges dunque,
affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna
samaritana ad attingere acqua. Le dice Ges: Dammi da bere. I suoi discepoli erano
andati in citt a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: Come mai tu,
che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?. I Giudei infatti non
hanno rapporti con i Samaritani. Ges le risponde: Se tu conoscessi il dono di Dio e chi
colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua
viva. (...)
Ges, affaticato per il viaggio, sedeva al pozzo di Sicar. Giunge una donna samaritana ad
attingere acqua. una donna senza nome, che ci rappresenta, che assomiglia a tutti noi.
la sposa che se n' andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare.
Non con minacce o rimproveri, ma con l'offerta di un pi grande amore, esponendosi con
l'umilt di un povero che tende la mano ho sete, di chi crede che pu ricevere molto da
ogni altro uomo.
Dammi da bere. Dio ha sete, ma non di acqua: ha sete della nostra sete, ha desiderio del
nostro desiderio. Lo sposo ha sete di essere amato. E ci insegna che c' un mezzo, uno
soltanto, per raggiungere il cuore profondo di ciascuno. Non il rimprovero o l'accusa, ma
un dono, il far gustare un di pi di bellezza, un di pi di vita, come fa Ges: Se tu
conoscessi il dono di Dio a te.
Perch Dio non chiede, dona: una sorgente intera in cambio di un sorso d'acqua.
Ti dar un'acqua che diventa in te sorgente. Quest'acqua viva l'energia dell'amore di Dio.
Se lo accogli, diventa qualcosa che ti riempie, tracima, si sprigiona da te, come una
sorgente che zampilla "per la vita", che fa maturare la vita, la rende autentica e
indistruttibile, eterna. In te, ma non per te: la sorgente pi di ci che serve alla tua sete,
per tutti, senza misura, senza calcolo, senza fine.
Vai a chiamare colui che ami. Quando parla con le donne, va diritto al centro, al pozzo del
cuore. Solo fra le donne Ges non ha avuto nemici, il suo il loro stesso linguaggio, quello
dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere.
Non ho marito. E Ges: hai detto bene, erano cinque. Ma non istruisce processi, non cerca
indizi di colpevolezza, cerca indizi d'amore; non le chiede di mettersi prima in regola, le
affida un dono; si fida e non pretende di decidere per lei il futuro. Messia di suprema
delicatezza, volto bellissimo di Dio.

Che cosa si vede da quel luogo, dal pozzo di Sicar? Il monte Garizim, con il tempio dei
samaritani; e attorno cinque alture su cui i coloni stranieri, che hanno ripopolato Samaria,
hanno eretto cinque templi ai loro dei. Il popolo andato dietro a cinque idoli, come la
donna a cinque uomini. Storia, simbolo, popolo, persona, tutto si intreccia per convergere
all'essenziale: lo Sposo cerca la sposa perduta.
La donna percepisce l'offerta di questa energia d'amore, ne contagiata, corre in citt,
ferma tutti per strada: c' uno che dice tutto di te! Lui conosce il tutto dell'uomo: c' in
ognuno una sorgente di bene, un lago di luce, pi forte del male, fontane di futuro.
Ges: lo ascolti e nascono fontane. In te, per gli altri.
(Letture: Esodo 17, 3-7; Salmo 94; 2 Romani 5, 1-2. 5-8; Giovanni 4, 5-15.19b-26.39a.4042)

IV domenica di Quaresima Anno A 27/03/2014


Se incontri Cristo diventi un'altra persona
In quel tempo, Ges passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo
interrogarono: Rabb, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perch sia nato cieco?.
Rispose Ges: N lui ha peccato n i suoi genitori, ma perch in lui siano manifestate le
opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finch
giorno; poi viene la notte, quando nessuno pu agire. Finch io sono nel mondo, sono la
luce del mondo. Detto questo, sput per terra, fece del fango con la saliva, spalm il
fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va' a lavarti nella piscina di Sloe, che significa
Inviato. Quegli and, si lav e torn che ci vedeva. (...)
Il protagonista di oggi l'ultimo della citt, un mendicante cieco, uno che non ha nulla,
nulla da dare a nessuno. E Ges si ferma per lui. Perch il primo sguardo di Ges
sull'uomo si posa sempre sulla sua sofferenza; lui non giudica, si avvicina.
La gente che pur conosceva il cieco, dopo l'incontro con Ges non lo riconosce pi: lui;
no, non lui. Che cosa cambiato? Non certo la sua fisionomia esterna. Quando incontri
Ges diventi un'altra persona. Cambia quello che desideri, acquisti uno sguardo nuovo
sulla vita, sulle persone e sul mondo. Vedi pi a fondo, pi lontano, si aprono gli occhi del
cuore.
Lo condussero allora dai farisei. Da miracolato a imputato. successo che per la seconda
volta Ges guarisce di sabato. Di sabato non si pu, si trasgredisce il pi santo dei precetti.
un problema etico e teologico che la gente non sa risolvere e che delega ai depositari
della dottrina, ai farisei. E loro che cosa fanno? Non vedono l'uomo, vedono il caso morale
e dottrinale. All'istituzione religiosa non interessa il bene dell'uomo, per loro l'unico
criterio di giudizio l'osservanza della legge. C' un'infinita tristezza in tutto questo. Per
difendere la dottrina negano l'evidenza, per difendere la legge negano la vita. Sanno tutto
delle regole e sono analfabeti dell'uomo. Vorrebbero che tornasse cieco per dare loro
ragione. Il dramma che si consuma in quella sala, e in tante nostre comunit questo: il
Dio della vita e il Dio della religione si sono separati e non si incontrano pi. La dottrina
separata dall'esperienza della vita.
Ma il cieco diventato libero, diventato forte, tiene testa ai sapienti: Voi parlate e parlate,
ma intanto io ci vedo. E dice a noi che se una esperienza ti comunica vita, allora anche
buona e benedetta. Perch legge suprema di Dio che l'uomo viva.
Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?... Anche i discepoli avevano chiesto: Chi
ha peccato? Lui o i suoi genitori? Ges non ci sta: N lui ha peccato, n i suoi genitori. Si
allontana subito, immediatamente, da questa visione che rende ciechi; capovolge la vecchia

mentalit: il peccato non l'asse attorno a cui ruotano Dio e il mondo, non la causa o
l'origine del male. Dio lotta con te contro il male, lui compassione, futuro, mano viva che
tocca il cuore e lo apre, amore che fa ripartire la vita, che preferisce la felicit dei suoi figli
alla loro obbedienza.
Il fariseo ripete: Gloria di Dio il precetto osservato! E invece no, gloria di Dio un
mendicante che si alza, un uomo che torna felice a vedere. E il suo sguardo luminoso che
passa splendendo per un istante d lode a Dio pi di tutti i sabati!
(Letture: 1 Samuele 16, 1b.4a. 6-7. 10-13a; Salmo 22; Efesini 5, 8-14; Giovanni 9, 1-41)

03/04/2014
Risuscitati perch amati
V Domenica di Quaresima - Anno A
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betnia, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era
malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciug i piedi con i suoi
capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Ges:
Signore, ecco, colui che tu ami malato. All'udire questo, Ges disse: Questa malattia
non porter alla morte, ma per la gloria di Dio, affinch per mezzo di essa il Figlio di Dio
venga glorificato. Ges amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sent che era
malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: Andiamo
di nuovo in Giudea! (...)
Ges faccia a faccia con l'amicizia e con la morte, con l'amore e il dolore, le due forze
che reggono ogni cuore; lo vediamo coinvolto fino a fremere, piangere, commuoversi,
gridare come in nessun'altra pagina del Vangelo. Di Lazzaro sappiamo solo che era fratello
di Marta e Maria e che Ges era suo amico: perch amico un nome di Dio.
Per lui l'Amico pronuncia due tra le parole pi importanti del Vangelo: Io sono la
risurrezione e la vita. Non: io sar la vita, in un domani lontano e scolorito, ma qui,
adesso, al presente: io sono. Notiamo la disposizione delle due parole: prima viene la
Risurrezione e poi la Vita.
Noi siamo gi risorti nel Signore; risorti da tutte le vite spente e immobili, risorti dal non
senso e dal disamore, che sono la malattia mortale dell'uomo. Prima viene questa
liberazione, e da qui una vita capace di superare la morte.
Risuscitati perch amati: il vero nemico della morte non la vita, ma l'amore, forte come
la morte l'amore, tenace come il regno dei morti (Cantico 8,6). Noi tutti risorgiamo
perch Qualcuno ci ama, come accade a Lazzaro riconsegnato alla vita dall'amore fino alle
lacrime di Ges. Io invidio Lazzaro, e non perch esce dalla grotta di morte, ma perch
circondato da una folla di persone che gli vogliono bene. La sua fortuna l'amicizia, la sua
santit l'assedio dell'amore.
Lazzaro, vieni fuori! e Lazzaro esce avvolto in bende come un neonato. Morir una
seconda volta, vero, ma ormai gli si spalanca davanti un'altissima speranza: Qualcuno
pi forte della morte.
Liberatelo e lasciatelo andare! Parole che ripete anche a ciascuno di noi: vieni fuori dal tuo
piccolo angolo; liberati come si liberano le vele, come si sciolgono i nodi della paura.
Liberati da ci che ti impedisce di camminare in questo giardino che sa di primavera.
E poi: lasciatelo andare: dategli una strada, orizzonti, persone da incontrare e una stella
polare per un viaggio che conduca pi in l.
Ges mette in fila i tre imperativi di ogni ripartenza: esci, liberati e vai! Quante volte sono
morto, quante volte mi sono addormentato, mi sono chiuso in me: era finito l'olio nella
lampada, era finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta oscura dell'anima una
voce diceva: non mi interessa pi niente, n Dio, n amori, n altro; non vale la pena
vivere.
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so da dove, non so perch. Una pietra si
smossa, filtrato un raggio di sole, un grido di amico ha spezzato il silenzio, delle lacrime
hanno bagnato le mie bende. E ci accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni
d'amore: era Dio in me, amore pi forte della morte.
(Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45).

10/04/2014
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Chi abbraccia la croce ha la forza di risorgere


Domenica delle palme
Anno A
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, and dai capi dei sacerdoti e
disse: Quanto volete darmi perch io ve lo consegni?. E quelli gli fissarono trenta
monete d'argento. Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnare Ges. (...)
Il racconto della morte di Ges in croce la lettura pi bella e regale di tutto l'anno. E
mentre i credenti di tutte le fedi invocano Dio nei giorni della loro sofferenza, ora i cristiani
vanno a Dio nei giorni della sua sofferenza (Bonhoeffer).
La croce l'immagine pi pura e pi alta che Dio ha dato di se stesso. "Per sapere chi sia
Dio devo solo inginocchiarmi ai piedi della Croce" (non un semplice devoto a dirlo, ma
Karl Rahner, uno tra i pi grandi teologi del '900).
E vedo un uomo nudo inchiodato e morente. Un uomo con le braccia spalancate in un
abbraccio che non si rinnegher in eterno. Vedo un uomo che non chiede niente per s, non
grida da l in cima: ricordatemi, cercate di capire, difendetemi... Fino all'ultimo dimentica
se stesso e si preoccupa di chi gli muore a fianco: oggi, con me, sarai nel paradiso.
Fondamento della fede cristiana la cosa pi bella del mondo: un atto di amore. Allora la
suprema bellezza della storia quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina del
Golgota, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore.
La croce l'innesto del cielo dentro la terra, il punto dove un amore eterno penetra nel
tempo come una goccia di fuoco, e divampa. Sul Calvario l'amore scrive il suo racconto
con l'alfabeto delle ferite, l'unico indelebile, l'unico in cui non c' inganno.
Da qui la commozione, poi lo stupore, e anche l'innamoramento. Dopo duemila anni
sentiamo anche noi come le donne, il centurione, il ladro, che nella Croce c' la suprema
attrazione di Dio.
La croce rimane una domanda sempre aperta, di fronte ad essa so di non capire. Ma alla
fine la croce vince perch convince, e lo fa non attraverso le spiegazioni dei teologi, ma
con l'eloquenza del cuore:
Perch la croce / il sorriso / la pena inumana ?/
Credimi / cos semplice / quando si ama. (Jan Twardowski)
Tu che hai salvato gli altri, salva te stesso, se sei il Cristo. Lo dicono tutti, capi, soldati,
il ladro: se sei Dio, fa' un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, allora
crederemo. Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no.
Solo un Dio non scende dalla croce, solo il nostro Dio. Perch i suoi figli non ne possono
scendere. Allora solo la croce che toglie ogni dubbio, non c' inganno sul legno, nei
chiodi.
Ogni nostro grido, ogni dolore dell'uomo, la sofferenza incomprensibile possono sembrare
una sconfitta. Ma se noi ci aggrappiamo alla Croce, allora veniamo anche presi dentro la
forza del suo risorgere, che ha il potere, senza che noi sappiamo come, di far tremare la
pietra di ogni nostro sepolcro e di farvi entrare il respiro del mattino.
(Letture: Isaia 50, 4-7;Salmo 21; Filippesi 2, 6-11; Matteo 26, 14-27-66)

17/04/2014
Cristo risorto sorgente di vita nuova
Domenica di Pasqua - Anno A
Il primo giorno della settimana, Maria di Mgdala si rec al sepolcro di mattino, quando
era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e and da
Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Ges amava, e disse loro: Hanno portato
via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!. Pietro allora usc insieme
all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. (...)
APasqua, un Vangelo dove tutto si colora di urgenza e di passione. Urgenza del seme che si
apre, del masso che rotola via, e il sepolcro vuoto e risplendente nel fresco dell'alba come
un grembo che ha partorito, come il guscio di un seme aperto.
Passione che sorregge quel lungo correre di tutti nell'alba, corre Maria, corrono Pietro e
Giovanni, perch l'amore ha sempre fretta; passione come lacrime, quelle di Maddalena,
che non si rassegna all'evidenza della morte. Amare dire: tu non morirai (G. Marcel).
Il Vangelo accompagna passo passo il disvelarsi della fede, che prende avvio da un corpo
assente: dove l'avete portato? Io andr a prenderlo... io, piccola donna e immenso cuore; io,
deboli braccia e indomito amore. Poi la prima parola del Risorto, umile, commovente, che
incanta ancora: Donna, perch piangi? Il Dio del cielo si nasconde nel riflesso pi
profondo delle lacrime. E quando parla, la sua voce trema: non piangere, amica mia.
Il Risorto ricomincia gli incontri con il suo stile unico: il suo primo sguardo non si posa
mai sul peccato di una persona, il suo primo sguardo si posa sempre sulla sua sofferenza.
Inconfondibile: il Signore!
Maria vorrebbe afferrarlo e non lasciarlo andare. Ma Ges: Non mi trattenere, dice, devo
andare! Da questo giardino al cosmo intero, da queste tue lacrime a tutte le lacrime del
mondo. Non mi trattenere, sono in viaggio oltre le parole, oltre le idee, oltre le forme e i
riti, oltre le chiese. Oltre la morte. Inizia l'immensa migrazione degli uomini verso la vita.
Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo, egli nella stanza pi intima del
mondo, negli inferi della storia, nelle profondit della materia e della persona. E coloro che
non accettano che il mondo avanzi cos, si perpetui cos, coloro che vogliono cieli nuovi e
una nuova terra, sanno che la Pasqua ormai matura come un seme di luce nella terra, come
un seme di fuoco nella storia.
Cristo non solo il Risorto, al passato, ma il Risorgente, qui e ora, e continua a rotolare
via i massi dall'imboccatura del cuore. Cristo non semplicemente risorto una volta per
tutte, non solo risorgente per l'eternit dal fondo del mio essere, egli la Risurrezione
stessa, energia che ascende, germe di vita, vita germinante, risveglio e ascesa. Pasqua la
festa dei macigni che rotolano via. E noi usciamo pronti alla primavera di rapporti nuovi.
Trascinati in alto dal Cristo risorgente in eterno da tutti gli inferi della storia, della materia,
della persona.
La sua Risurrezione non riposer finch non sia spezzata la pietra che chiude l'ultimo cuore
e le sue forze non arrivino all'ultimo ramo della creazione.
(Letture: Atti 10, 34a. 37-43; Salmo 117; Colossesi 3, 1-4; Giovanni 20, 1-9)

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


24/04/2014
Credere, via che dona vita e libert
II Domenica di Pasqua - Anno A
(...) Venne Ges, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: Pace a voi!. Poi disse a
Tommaso: Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio
fianco; e non essere incredulo, ma credente!. Gli rispose Tommaso: Mio Signore e mio
Dio!. Ges gli disse: Perch mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno
visto e hanno creduto!. Ges, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non
sono stati scritti in questo libro.
Idiscepoli erano chiusi in casa per paura dei Giudei. Hanno tradito, sono scappati, hanno
paura: che cosa di meno affidabile di quel gruppetto allo sbando? E tuttavia Ges viene.
Una comunit dove non si sta bene, porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria. E tuttavia
Ges viene. Non al di sopra, non ai margini, ma, dice il Vangelo in mezzo a loro. E dice:
Pace a voi. Non si tratta di un augurio o di una promessa, ma di una affermazione: la pace
. scesa dentro di voi, iniziata e viene da Dio. pace sulle vostre paure, sui vostri sensi
di colpa, sui sogni non raggiunti, sulle insoddisfazioni che scolorano i giorni. Poi dice a
Tommaso: Metti qui il tuo dito; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco.
Ges va e viene per porte chiuse, nel vento sottile dello Spirito. Anche Tommaso va e
viene da quella stanza, entra ed esce, libero e coraggioso. Ges e Tommaso, loro due soli
cercano. Si cercano.
Tommaso non si era accontentato delle parole degli altri dieci; non di un racconto aveva
bisogno ma di un incontro con il suo Maestro. Che viene con rispetto totale: invece di
imporsi, si propone; invece di ritrarsi, si espone alle mani di Tommaso: Metti, guarda; tendi
la mano, tocca.
La risurrezione non ha richiuso i fori dei chiodi, non ha rimarginato le labbra delle ferite.
Perch la morte di croce non un semplice incidente da superare: quelle ferite sono la
gloria di Dio, il punto pi alto dell'amore, e allora resteranno eternamente aperte. Su quella
carne l'amore ha scritto il suo racconto con l'alfabeto delle ferite, indelebili ormai come
l'amore stesso.
Il Vangelo non dice che Tommaso abbia davvero toccato, messo il dito nel foro. A lui
bastato quel Ges che si ripropone, ancora una volta, un'ennesima volta, con questa umilt,
con questa fiducia, con questa libert, che non si stanca di venire incontro. il suo stile,
Lui, non ti puoi sbagliare. Allora la risposta: Mio Signore e mio Dio. Mio come il respiro
e, senza, non vivrei. Mio come il cuore e, senza, non sarei. Ges gli disse: Perch mi hai
veduto, hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!.
Grande educatore, Ges. Educa alla libert, ad essere liberi dai segni esteriori, e alla seriet
delle scelte, come ha fatto con Tommaso. Che bello se anche nella Chiesa, come nella
prima comunit, fossimo educati pi alla consapevolezza che all'ubbidienza; pi
all'approfondimento che alla docilit.
Queste cose sono state scritte perch crediate in Ges, e perch, credendo, abbiate la vita.
Credere l'opportunit per essere pi vivi e pi felici, per avere pi vita: ecco io carezzo
la vita, perch profuma di Te! (Rumi).
(Letture: Atti 2, 42-47; Salmo 117; 1 Pietro 1, 3-9; Giovanni 20, 19-31)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


01/05/2014
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Ges non chiede, offre tutto di s


III domenica di Pasqua - Anno A
Ed ecco, in quello stesso giorno (il primo della settimana) due dei (discepoli) erano in
cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da
Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre
conversavano e discutevano insieme, Ges in persona si avvicin e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (...)
La strada da Gerusalemme a Emmaus metafora delle nostre vite, racconta sogni in cui
avevamo tanto investito e che hanno fatto naufragio, bandiere ammainate alle prime
delusioni. I due discepoli abbandonano la citt di Dio per il loro villaggio, escono dalla
grande storia e rientrano nella normalit del quotidiano. Tutto finito, si chiude, si torna a
casa. Ed ecco Ges si avvicin e camminava con loro. Se ne stanno andando e lui li
raggiunge. Con Dio succede questa cosa controcorrente: non accetta che ci arrendiamo,
Dio non permette che abbandoniamo il campo. Con Dio c' sempre un dopo.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, invece... nella loro idea il Messia non
poteva morire sconfitto, il Messia doveva trionfare sui nemici. Non hanno capito e lui
riprende a spiegare. E interpretando le scritture, mostrava che il Cristo doveva patire. Fa
comprendere quella che da sempre l'essenza del cristianesimo: la Croce non un
incidente, ma la pienezza dell'amore.
I due camminatori ascoltano e scoprono una verit immensa: c' la mano di Dio posata l
dove sembra impossibile, proprio l dove sembrava assurdo, sulla croce. Cos nascosta da
sembrare assente, sta tessendo il filo d'oro della tela del mondo. Forse, pi la mano di Dio
nascosta pi potente.
E il primo miracolo si compie gi lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci
spiegava le Scritture?
Trasmettere la fede non consegnare delle nozioni di catechismo, ma accendere cuori,
contagiare di calore e di passione chi ascolta. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono
parole che sono rimaste tra le pi belle che sappiamo: resta con noi, Signore, rimani con
noi, perch si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine
della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e
nell'eternit. No, lui non se n' mai andato.
Lo riconobbero per il suo gesto inconfondibile: spezzare il pane e darlo. Lui che non ha
mai spezzato nessuno, spezza se stesso. Lui che non chiede nulla, offre tutto di s.
E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile.
Non se n' andato altrove, diventato invisibile, ma l con loro. Scomparso alla vista, ma
non assente. Anzi: assenza pi ardente presenza (A. Bertolucci), in cammino con tutti
quelli che sono in cammino, Parola che spiega e interpreta la vita, Pane per la fame di vita.
Forse la pi bella preghiera da elevare a Dio quella di Rumi: ecco io carezzo la vita
perch profuma di Te!. Lungo la strada, una carezza per chi prova dolore, un boccone di
pane per chi sta per venir meno, e sentiremo profumo di Te.
(Letture: Atti 2, 14. 22-23; Salmo 15; 1 Pietro 1, 17-21; Luca 24, 13-35)

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01/05/2014
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Ges non chiede, offre tutto di s


III domenica di Pasqua - Anno A
Ed ecco, in quello stesso giorno (il primo della settimana) due dei (discepoli) erano in
cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da
Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre
conversavano e discutevano insieme, Ges in persona si avvicin e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. (...)
La strada da Gerusalemme a Emmaus metafora delle nostre vite, racconta sogni in cui
avevamo tanto investito e che hanno fatto naufragio, bandiere ammainate alle prime
delusioni. I due discepoli abbandonano la citt di Dio per il loro villaggio, escono dalla
grande storia e rientrano nella normalit del quotidiano. Tutto finito, si chiude, si torna a
casa. Ed ecco Ges si avvicin e camminava con loro. Se ne stanno andando e lui li
raggiunge. Con Dio succede questa cosa controcorrente: non accetta che ci arrendiamo,
Dio non permette che abbandoniamo il campo. Con Dio c' sempre un dopo.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, invece... nella loro idea il Messia non
poteva morire sconfitto, il Messia doveva trionfare sui nemici. Non hanno capito e lui
riprende a spiegare. E interpretando le scritture, mostrava che il Cristo doveva patire. Fa
comprendere quella che da sempre l'essenza del cristianesimo: la Croce non un
incidente, ma la pienezza dell'amore.
I due camminatori ascoltano e scoprono una verit immensa: c' la mano di Dio posata l
dove sembra impossibile, proprio l dove sembrava assurdo, sulla croce. Cos nascosta da
sembrare assente, sta tessendo il filo d'oro della tela del mondo. Forse, pi la mano di Dio
nascosta pi potente.
E il primo miracolo si compie gi lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci
spiegava le Scritture?
Trasmettere la fede non consegnare delle nozioni di catechismo, ma accendere cuori,
contagiare di calore e di passione chi ascolta. E dal cuore acceso dei due pellegrini escono
parole che sono rimaste tra le pi belle che sappiamo: resta con noi, Signore, rimani con
noi, perch si fa sera. Resta con noi quando la sera scende nel cuore, resta con noi alla fine
della giornata, alla fine della vita. Resta con noi, e con quanti amiamo, nel tempo e
nell'eternit. No, lui non se n' mai andato.
Lo riconobbero per il suo gesto inconfondibile: spezzare il pane e darlo. Lui che non ha
mai spezzato nessuno, spezza se stesso. Lui che non chiede nulla, offre tutto di s.
E proprio in quel momento scompare. Il Vangelo dice letteralmente: divenne invisibile.
Non se n' andato altrove, diventato invisibile, ma l con loro. Scomparso alla vista, ma
non assente. Anzi: assenza pi ardente presenza (A. Bertolucci), in cammino con tutti
quelli che sono in cammino, Parola che spiega e interpreta la vita, Pane per la fame di vita.
Forse la pi bella preghiera da elevare a Dio quella di Rumi: ecco io carezzo la vita
perch profuma di Te!. Lungo la strada, una carezza per chi prova dolore, un boccone di
pane per chi sta per venir meno, e sentiremo profumo di Te.

(Letture: Atti 2, 14. 22-23; Salmo 15; 1 Pietro 1, 17-21; Luca 24, 13-35)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
08/05/2014
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Ges, pastore che seduce col suo esempio


IV Domenica di Pasqua - Anno A
In quel tempo, Ges disse: In verit, in verit io vi dico: chi non entra nel recinto delle
pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, un ladro e un brigante. Chi invece entra
dalla porta, pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce:
egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori
tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perch conoscono la
sua voce. (...) .
Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Io sono un chiamato, con il mio
nome unico pronunciato da lui come nessun altro sa fare, con il mio nome al sicuro nella
sua bocca, tutta la mia persona al sicuro con lui. E le conduce fuori. Il nostro non un Dio
dei recinti chiusi ma degli spazi aperti, di liberi pascoli
E cammina davanti ad esse. Non un pastore di retroguardie, ma una guida che apre
cammini e inventa strade, davanti e non alle spalle. Non pastore che rimprovera e
ammonisce per farsi seguire, ma uno che precede e seduce con il suo andare, che affascina
con il suo esempio: pastore di futuro.
E troveranno pascolo: Ges promette a chi va con lui un di pi di vita, un centuplo di
fratelli e case e campi. Promette di far fiorire la vita.
Io sono la porta. Cristo soglia spalancata che immette nella terra dell'amore leale, pi
forte della morte (chi entra attraverso di me si trover in salvo); pi forte di tutte le prigioni
(potr entrare e uscire).
Sono venuto perch abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. Per me, una delle frasi pi
solari del Vangelo; la frase della mia fede, quella che mi rigenera ogni volta che l'ascolto:
sono venuto perch abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa. Non solo la vita necessaria,
non solo quel minimo senza il quale la vita non vita, ma la vita esuberante, magnifica,
eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, uno scialo di vita, che profuma di
amore, di libert e di coraggio.
Cos Dio: manna non per un giorno ma per quarant'anni nel deserto, pane per cinquemila
persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli
per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari.
In una sola piccola parola sintetizzato ci che oppone Ges a tutti gli altri, ci che rende
incompatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e breve vita. Parola che pulsa
sotto tutte le parole sacre, cuore del Vangelo, parola indimenticabile. Cristo non venuto a
pretendere ma ad offrire, non chiede niente, dona tutto. Vocazione di Ges, e di ogni uomo,
di essere nella vita datore di vita.
Ges non venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha
comunicato vita ed ha creato in noi l'anelito verso pi grande vita (G. Vannucci).

Allora urge cambiare il riferimento di fondo della nostra fede: non il peccato dell'uomo il
movente della storia di Dio con noi, ma l'offerta di pi vita. L'asse attorno al quale ruota,
danza il Vangelo la pienezza di vita, da parte di un Dio che un verso bellissimo di
Centore canta cos: Tu sei per me ci ch' la primavera per i fiori!.
(Letture: Atti 2, 14. 36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2, 20-25; Giovanni 10, 1-10)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
15/05/2014
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Se guardiamo a Ges, capiamo Dio


V domenica di Pasqua - Anno A
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede
in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no,
vi avrei mai detto: Vado a prepararvi un posto? Quando sar andato e vi avr preparato
un posto, verr di nuovo e vi prender con me, perch dove sono io siate anche voi. E del
luogo dove io vado, conoscete la via. Gli disse Tommaso: Signore, non sappiamo dove
vai; come possiamo conoscere la via?. Gli disse Ges: Io sono la via, la verit e la vita.
(...)
Non sia turbato il vostro cuore, abbiate fiducia. L'invito del Maestro ad assumere questi
due atteggiamenti vitali a fondamento del nostro rapporto di fede: un no gridato alla
paura e un s consegnato alla fiducia. Due atteggiamenti del cuore che sono alla base
anche di qualsiasi rapporto fecondo, armonioso, esatto con ogni forma di vita. Ad ogni
mattino, ad ogni risveglio, un angelo ripete a ciascuno le due parole: non avere paura, abbi
fiducia. Noi tutti ci umanizziamo per relazioni di fiducia, a partire dai nostri genitori;
diventiamo adulti perch costruiamo un mondo di rapporti umani edificati non sulla paura
ma sulla fiducia. La fede religiosa (atto umanissimo, vitale, che tende alla vita) poggia
sull'atto umano del credere, e se oggi in crisi, ci accaduto perch entrato in crisi l'atto
umano dell'aver fiducia negli altri, nel mondo, nel futuro, nelle istituzioni, nell'amore. In
un mondo di fiducia rinnovata, anche la fede in Dio trover respiro nuovo.
Io sono la via la verit e la vita. Tre parole immense. Che nessuna spiegazione pu
esaurire. Io sono la via: la strada per arrivare a casa, a Dio, al cuore, agli altri; una via
davanti alla quale non si erge un muro o uno sbarramento, ma orizzonti aperti. Sono la
strada che non si smarrisce, ma va' verso la storia pi ambiziosa del mondo, il sogno pi
grandioso mai sognato, la conquista - per tutti - di amore e libert, di bellezza e di
comunione: con Dio, con il cosmo, con l'uomo.
Io sono la verit: non in una dottrina, n in un libro, n in una legge migliori delle altre, ma
in un io sta la verit, in Ges, venuto a mostrarci il vero volto dell'uomo e il volto
d'amore del Padre. La verit sono occhi e mani che ardono! (Ch. Bobin). Cos Ges:
accende occhi e mani. La sua una vita che si muove libera, regale e amorevole tra le
creature. Il cristianesimo non un sistema di pensiero o di riti, ma una storia e una vita (F.
Mauriac).
Io sono la vita. Che hai a che fare con me, Ges? La risposta una pretesa perfino
eccessiva, perfino sconcertante: io faccio vivere. Parole enormi, davanti alle quali provo

vertigine. La mia vita si spiega con la vita di Dio. Nella mia esistenza pi Dio equivale a
pi io. Pi Vangelo entra nella mia vita pi io sono vivo. Nel cuore, nella mente, nel corpo.
E si oppone alla pulsione di morte, alla distruttivit che nutriamo dentro di noi con le
nostre paure, madre della sterilit.
Infine interviene Filippo Mostraci il Padre, e ci basta. bello che gli Apostoli chiedano,
che vogliano capire, come noi.
Filippo, chi ha visto me ha visto il Padre. Guardi Ges, guardi come vive, come ama, come
accoglie, come muore e capisci Dio, e si dilata la vita.
(Letture: Atti 6, 1-7; Salmo 32; 1 Pietro 2, 4-9; Giovanni 14, 1-12)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
22/05/2014
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Il nostro respiro, un soffio nel vento di Dio


VI domenica di Pasqua - Anno A
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Se mi amate, osserverete i miei
comandamenti; e io pregher il Padre ed egli vi dar un altro Parclito perch rimanga con
voi per sempre, lo Spirito della verit, che il mondo non pu ricevere perch non lo vede e
non lo conosce. Voi lo conoscete perch egli rimane presso di voi e sar in voi (...).
Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Tutto comincia con una parola carica di
delicatezza e di rispetto: se mi amate... Se: un punto di partenza cos umile, cos libero,
cos fiducioso. Non si tratta di una ingiunzione (dovete osservare) ma di una constatazione:
se amate, entrerete in un mondo nuovo.
Lo sappiamo per esperienza: se ami si accende un sole, le azioni si caricano di forza e di
calore, di intensit e di gioia. Fiorisce la vita come un fiore spontaneo.
Osserverete i comandamenti miei, dice. E miei non tanto perch prescritti da me, ma
perch riassumono me e tutta la mia vita. Se mi amate, vivrete come me! Se ami Cristo, lui
ti abita i pensieri, le azioni, le parole e li cambia.
E tu cominci a prendere quel suo sapore di libert, di pace, di perdono, di tavole imbandite
e di piccoli abbracciati, di relazioni buone, la bellezza del suo vivere. Cominci a vivere la
sua vita buona, bella e beata. Ama e fa quello che vuoi (sant'Agostino). Se ami, non potrai
ferire, tradire, derubare, violare, deridere. Se ami, non potrai che soccorrere, accogliere,
benedire. E questo per una legge interiore ben pi esigente di qualsiasi legge esterna. Ama
e poi va' dove ti porta il cuore.
In una specie di commovente, suadente monotonia Ges per sette volte nel brano ripete:
voi in me, io in voi, sar con voi, verr da voi.
Attraverso una parola di due sole lettere in racconta il suo sogno di comunione. Io nel
Padre, voi in me, io in voi: dentro, immersi, uniti, intimi. Ges che cerca spazi, spazi nel
cuore. Io sono tralcio unito alla madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla
nel grande braciere della vita, respiro nel suo vento.
Non vi lascer orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai: mai orfani, mai abbandonati,
mai separati. La presenza di Cristo non da conquistare, non da raggiungere, non
lontana. gi data, dentro, indissolubile, fontana che non verr mai meno.

Molti intendono la fede come tensione verso un oggetto di desiderio mai raggiunto o come
ricordo di un tempo dell'oro perduto. Ma Ges ribalta questo atteggiamento: fonda la
nostra fede su un pieno non su un vuoto; sul presente, non sul passato; sull'amore per un
vivo e non sulla nostalgia.
Noi siamo gi in Dio, come un bimbo nel grembo di sua madre. E se non pu vederla, ha
per mille segni della sua presenza, che lo avvolge, la scalda, lo nutre, lo culla.
E infine l'obiettivo di Ges: Io vivo e voi vivrete: far vivere la vocazione di Dio, la mania
di Ges, il suo lavoro quello di essere nella vita datore di vita. molto bello sapere che la
prova ultima della bont della fede sta nella sua capacit di trasmettere e custodire
umanit, vita, pienezza di vita. E poi, di farci sconfinare in Dio.
(Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
29/05/2014
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Ges con noi sino alla fine del mondo


Ascensione del Signore - Anno A
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Ges aveva loro
indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi per dubitarono. Ges si avvicin e disse
loro: A me stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli
tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo,
insegnando loro a osservare tutto ci che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i
giorni, fino alla fine del mondo.
Chi colui che sale al cielo? Il Dio che ha preso per s la croce per offrirmi in ogni mio
patire scintille di risurrezione, per aprire crepe nei muri delle mie prigioni: mio Dio,
esperto di evasioni!
Ges lascia sulla terra il quasi niente: undici uomini impauriti e confusi, un piccolo nucleo
di donne coraggiose e fedeli, che lo hanno seguito per tre anni, non hanno capito molto ma
lo hanno molto amato e non lo dimenticheranno.
E proprio a questi, che dubitano ancora, alla nostra fragilit affida il mondo e il Vangelo.
Con un atto di enorme fiducia: crede che noi, che io riuscir ad essere lievito e forse
perfino fuoco; a contagiare di Vangelo e di nascite chi mi affidato. Mi spinge a pensare in
grande, a guardare lontano: il mondo tuo.
C' un passaggio sorprendente nelle parole di Ges: A me stato dato ogni potere in cielo e
sulla terra... Andate dunque. Quel dunque di per s illogico. Ges non dice: ho il potere
e dunque faccio questo e quest'altro. Ma dice: io ho ogni potere e dunque voi fate.
Quel dunque bellissimo: per Ges ovvio che ogni cosa sua sia nostra. Tutto: la sua vita,
la sua morte, la sua forza per noi! Cosa ho fatto per meritarmelo? Proprio nulla: sono al
centro di un amore senza ragione. Non il peccato dell'uomo ma l'amore per l'uomo spiega
Ges.
E se dicessi anch'io ogni tanto frasi illogiche, come quel dunque, perch scritte secondo
la sintassi stramba dell'amore? Se dicessi: questo mese ho guadagnato di pi, dunque
Mohamed potr pagarsi l'affitto. Se dicessi: oggi ho del tempo libero, dunque mia moglie
star in poltrona a leggersi un libro. Allora capisco dove si trova quel cielo di Dio di cui

siamo cittadini (Fil 3,20): in quelle isole, in quelle oasi, dove la gente parla la lingua
sgrammaticata dell'amore.
Andate. Fate discepoli tutti i popoli... Con quale scopo? Un arruolamento di devoti tra le
loro fila? No, un contagio, un'epidemia d'amore sparsa sulla terra. Andate, profumate di
cielo le vite che incontrate, insegnate ad amare, immergete le persone nella vita di Dio.
E poi le ultime parole di Ges, da custodire come un tesoro: Io sono con voi, tutti i giorni,
fino alla fine del mondo. Ecco cos' l'ascensione: non un salire in cielo come si sale una
scala; non un andare lontano, come nelle nostre rappresentazioni spaziali. In un modo
meraviglioso e inspiegabile l'infinitamente oltre di Dio viene ad abitare l'infinitamente
piccolo. Ges al di sopra delle creature e in tutte le creature, come pienezza di vita. Alla
domanda sul mistero che la chiesa potr dare allora la risposta di Minucio Felice ai
pagani del suo tempo: ci che c' di grande in noi, la vita!
(Letture: Atti 1, 1-11; Salmo 46; Efesini 1, 17-23; Matteo 28, 16-20)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
05/06/2014
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Lo Spirito Santo il respiro del Signore


Domenica di Pentecoste - Anno A
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo
dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Ges, stette in mezzo e disse
loro: Pace a voi!. Detto questo, mostr loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al
vedere il Signore. Ges disse loro di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me,
anche io mando voi. Detto questo, soffi e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. A coloro
a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno
perdonati.
Mentre erano chiuse le porte del luogo per paura dei Giudei... Accade sempre cos quando
agisci seguendo le tue paure: la vita si chiude. La paura la paralisi della vita. I discepoli
hanno paura anche di se stessi, di come lo hanno rinnegato. E tuttavia Ges viene. una
comunit dalle porte e finestre sbarrate, dove manca l'aria e si respira dolore, una comunit
che si sta ammalando. E tuttavia Ges viene. Papa Francesco continua a ripetere che una
chiesa chiusa, ripiegata su se stessa, che non si apre, una chiesa malata. Eppure Ges
viene. Viene in mezzo ai suoi, prende contatto con le loro paure, con i loro limiti, senza
temerli. Sa gestire la nostra imperfezione.
Mostr loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Ges disse loro
di nuovo: Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi.
L'abbandonato ritorna e sceglie proprio coloro che lo avevano abbandonato e li manda. Lui
avvia processi di vita, non accuse; gestisce la fragilit e la fatica dei suoi con un metodo
umanissimo: quello del primo passo. Il cardinal Martini diceva ai suoi preti: in qualsiasi
situazione, anche in quella pi perduta, indicate un passo, un primo passo possibile
sempre, per tutti, un passo nella direzione giusta. Noi non saremo giudicati se avremo
raggiunto l'ideale, ma se avremo camminato nella buona direzione, senza arrenderci, con
cadute e infinite riprese, con gli occhi fissi ad una stella polare.

Gestire l'imperfezione significa questo: avviare processi di vita e cercare di ottenere il


miglior risultato possibile ogni giorno. Molti ti sbandierano in faccia la loro idea di
perfezione. Sono i pi, convinti inoltre di esprimere la vera sapienza, ma con loro le cose
non cambiano mai, i perfetti il pi delle volte sono immobili.
Detto questo, soffi e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo. Soffi... Lo Spirito il respiro
di Dio. In quella stanza chiusa, in quella situazione che era senza respiro, asfittica, ora
respira ora il respiro di Cristo, quel principio vitale e luminoso, quella intensit che lo
faceva diverso, che faceva unico il suo modo di amare e spalancava orizzonti.
A coloro cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro cui non perdonerete non
saranno perdonati. Il perdono dei peccati non una missione riservata ai preti, un
impegno affidato a tutti i credenti che hanno ricevuto lo Spirito, donne e uomini, piccoli e
grandi. Il perdono non un sentimento, ma una decisione: piantate attorno a voi oasi di
riconciliazione, aprite porte, riaccendete calore, riannodate fiducia nelle persone, inventate
sistemi di pace.
E quando le oasi si saranno moltiplicate conquisteranno il deserto.
(Letture: Atti 2, 1-11; Salmo 103; 1 Corinzi 12, 3-7.12-13; Giovanni 20, 19-23)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
12/06/2014
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Il Signore flusso d'amore, una casa aperta


Santissima Trinit - Anno A
In quel tempo, disse Ges a Nicodmo: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio,
unigenito, perch chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio,
infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perch il mondo
sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non condannato; ma chi non crede gi stato
condannato, perch non ha creduto nel nome dell'unigenito Figlio di Dio.
Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio.... Versetto decisivo, centro del
Vangelo di Giovanni, la rivelazione pi profonda del volto di Dio, parole da riassaporare
ogni giorno e alle quali aggrapparci forte nel passaggio supremo: Dio ha tanto amato. A
queste parole la notte si illumina, qui possiamo rinascere alla fiducia, alla speranza, alla
serena pace, alla voglia di amare e di vivere.
La rivelazione di Ges questa: Dio ha considerato il mondo, ogni essere vivente, ha
considerato te, pi importante di se stesso. Non solo l'uomo, il mondo che amato, la
terra e gli animali e le piante e la creazione intera. E se egli ha amato il mondo, anch'io
voglio amare questa terra. Custodire e coltivare persone e tante altre creature, piccole o
grandi, perch tutte vivano e fioriscano: il mondo come il grande giardino di Dio e noi i
suoi piccoli giardinieri planetari.
Dio ha tanto amato: anche noi come lui abbiamo bisogno di amare tanto per stare bene.
Noi e lui ci assomigliamo. Allora tutti i gesti di cura, di tenerezza, di amicizia verso ogni
cosa che vive, ci avvicinano all'assoluto di Dio, rivelano il volto di Dio.

Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perch il mondo sia salvato.
Ci che muove Dio non la giustizia da applicare. Non venuto dentro la logica di un
tribunale. Non il peccato dell'uomo, ma l'amore per l'uomo che spiega la vicenda di Ges.
Se lo capisci, non avrai mai pi paura di Dio, perch l'amore con la paura non ha niente a
che fare. L'amore invece ha tanto a che fare con la felicit. venuto perch il mondo sia
salvato..., salvato dal disamore, il grande peccato.
Chi crede in lui non condannato. Ma chi non crede gi stato condannato.
Ges sembra ora contraddirsi parlando di condanna, ma condannato vuol dire che non
trova la pienezza, si smarrisce, non conosce la vera gioia, rimane sterile.
Chi invece crede... Ma in che cosa crede il cristiano? Noi abbiamo creduto all'amore (1Gv
4,16). Ci fidiamo e ci affidiamo all'amore come forma di Dio, forma dell'uomo, forma del
vivere. ci che propone la festa della Trinit: Dio non in se stesso solitudine ma flusso
d'amore che riversa verit, intelligenza vita oltre s, fuori di s. Una casa aperta.
Nella Trinit c' un progetto bellissimo per noi: possibile raggiungere la nostra piena
umanit e felicit, nella comunione. La Trinit lo specchio del nostro cuore profondo, e
del senso ultimo dell'universo. Davanti alla Trinit, io mi sento piccolo ma convocato a
creare legami.
Piccolo ma abbracciato, come un bambino: abbracciato dentro un vento in cui naviga
l'intero creato e che ha nome amore.
(Letture: Esodo 34, 4-6. 8-9; 2 Corinzi 13, 11-13; Giovanni 3,16-18)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
19/06/2014
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Le cose semplici che sconfinano nel mistero


Domenica dopo la Trinit
Santissimo Corpo e Sangue di Cristo
Anno A
In quel tempo, Ges disse alla folla: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno
mangia di questo pane vivr in eterno e il pane che io dar la mia carne per la vita del
mondo. Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: Come pu costui darci
la sua carne da mangiare?. Ges disse loro: In verit, in verit io vi dico: se non
mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita
[...].
Io sono il pane vivo: Ges stato geniale a scegliere il simbolo del pane. Il pane una
realt santa perch fa vivere, e che l'uomo viva la prima legge di Dio e nostra.
Il pane mostra come la vita dell'uomo indissolubilmente legata ad un po' di materia,
dipende sempre da un poco di pane, di acqua, di aria, cose semplici che confinano con il
mistero e il sublime.
Le cose semplici sono le pi divine: questo proprio il genio del cristianesimo. In esso Dio
e uomo non si oppongono pi, materia e spirito si abbracciano e sconfinano l'uno nell'altro.
come se il movimento dell'incarnazione continuasse ogni giorno. Non dobbiamo

disprezzare mai la terra, la materialit, perch in esse scende una vocazione divina:
assicurare la vita, il dono pi prezioso di Dio.
Se uno mangia di questo pane vivr in eterno.
Una parola scorre sotto tutte le parole di Ges nel Vangelo di oggi, e forma la nervatura del
suo discorso: la parola vita. Che hai a che fare con me o Pane di Cristo? La risposta
una pretesa perfino eccessiva, perfino sconcertante, e tanto semplice: Io ti faccio vivere.
Ges nella vita datore di vita, come lo il pane. Il convincimento assoluto di Ges
quello di poter offrire qualcosa che noi prima non avevamo: un incremento, un
accrescimento, una intensificazione di vita per tutti coloro che fanno di lui il loro pane
quotidiano. Cristo diventa mio pane quando prendo la sua vita buona bella e beata, come
misura, energia, seme, lievito della mia umanit. Mangiare e bere la vita di Cristo un
evento che non si limita alle celebrazioni liturgiche, ma che si moltiplica dentro il vivere
quotidiano, si dissemina sul grande altare del pianeta, nella messa sul mondo (Th. de
Chardin). Io mangio e bevo la vita di Cristo quando cerco di assimilare il nocciolo vivo e
appassionato della sua esistenza, quando mi prendo cura con tenerezza di me stesso, degli
altri e del creato. Quando cerco di fare mio il segreto di Cristo, allora trovo il segreto della
vita.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. La parola
determinante: io in lui, lui in me. Questa tutta la ricchezza del mistero: Cristo in voi! (Col
1,27). La ricchezza del mistero della fede di una semplicit abbagliante: Cristo che vive
in me, io che vivo in Lui. Evento d'Incarnazione che continua: il Verbo di Dio che ha preso
carne nel grembo di Maria, continua ostinato e infaticabile a incarnarsi in noi, ci fa tutti
gravidi di Vangelo, incinti di luce.
Dio in me: il mio cuore lo assorbe, lui assorbe il mio cuore, e diventiamo una cosa sola,
un'unica vocazione: diventare, nella vita, pezzo di pane buono per le persone che amo.
(Letture: Dt 8,2-3.14b-16a; Sal 147; 1 Cor 10,16-17; Gv 6,51-58)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
26/06/2014
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Quelle chiavi che aprono le porte belle di Dio


Santi Pietro e Paolo - Anno A
In quel tempo, Ges, giunto nella regione di Cesara di Filippo, domand ai suoi discepoli:
La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?. Risposero: Alcuni dicono Giovanni il
Battista, altri Ela, altri Gerema o qualcuno dei profeti. Disse loro: Ma voi, chi dite che
io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Ges gli
disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perch n carne n sangue te lo hanno
rivelato, ma il Padre mio che nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra
edificher la mia Chiesa (...).
Ges interroga i suoi, quasi per un sondaggio d'opinione: La gente, chi dice che io sia?
L'opinione della gente bella e incompleta: Dicono che sei un profeta! Una creatura di
fuoco e di luce, come Elia o il Battista; che sei bocca di Dio e bocca dei poveri.

Ma Ges non semplicemente un profeta di ieri che ritorna, fosse pure il pi grande.
Bisogna cercare ancora: Ma voi, chi dite che io sia? Prima di tutto c' un ma voi, in
opposizione a ci che dice la gente. Voi non accontentatevi di ci che sentite dire.
Pi che offrire risposte, Ges fornisce domande; non d lezioni, conduce con delicatezza a
cercare dentro. E in questo appare come un maestro dell'esistenza, ci vuole tutti pensatori e
poeti della vita; non indottrina nessuno, stimola risposte. E cos, feconda nascite.
Pietro risponde: Tu sei il Figlio del Dio vivente. Sei il figlio, vuol dire tu porti Dio qui, fra
noi. Tu fai vedere e toccare Dio, il Vivente che fa vivere. Sei il suo volto, il suo braccio, il
suo progetto, la sua bocca, il suo cuore.
Provo anch'io a rispondere: Tu sei per me crocifisso amore, l'unico che non inganna. Tu sei
disarmato amore, che non si impone, che mai entrato nei palazzi dei potenti se non da
prigioniero. Tu sei vincente amore. Pasqua la prova che la violenza non padrona della
storia e del cuore, che l'amore pi forte. Oggi o in un terzo giorno, che forse non per
domani ma che certamente verr, perch la luce sempre pi forte del buio (papa
Francesco). Tu sei indissolubile amore. Nulla mai, n vita n morte, n angeli n demoni,
nulla mai n tempo n eternit, nulla mai ci separer dall'amore (Rom 8,38). Nulla, mai:
due parole totali, assolute, perfette: mai separati. Poi i due simboli: a te dar le chiavi; tu
sei roccia. Pietro, e secondo la tradizione i suoi successori, sono roccia per la Chiesa nella
misura in cui continuano ad annunciare: Cristo il Figlio del Dio vivente. Sono roccia per
l'intera umanit se ripetono senza stancarsi che Dio amore; che Cristo vivo, vivo tesoro
per l'intera umanit.
Essere roccia, parola di Ges che si estende a ogni discepolo: sulla tua pietra viva
edificher la mia casa. A tutti detto: ci che legherai sulla terra... i legami che intreccerai,
le persone che unirai alla tua vita, le ritroverai per sempre. Ci che scioglierai sulla terra:
tutti i nodi, i grovigli, i blocchi che scioglierai, coloro ai quali tu darai libert e respiro,
avranno da Dio libert per sempre e respiro nei cieli. Tutti i credenti possono e devono
essere roccia e chiave: roccia che d appoggio e sicurezza alla vita d'altri; chiave che apre
le porte belle di Dio, le porte della vita intensa e generosa.
(Letture: Atti 12, 1-2; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.17-18; Matteo 16,13-19)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


03/07/2014
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Diffondere la combattiva tenerezza di Dio


XIV Domenica del Tempo Ordinario
Anno A
In quel tempo Ges disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perch hai
nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. [...] Venite a me, voi
tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi dar ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e
imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio
giogo infatti dolce e il mio peso leggero.

Ti rendo lode, Padre... il Vangelo registra uno di quegli slanci improvvisi che accendevano
di esultanza e di stupore gli incontri di Ges: i piccoli lo capiscono, capiscono il segreto
del vivere. Sono i piccoli di cui pieno il Vangelo: poveri, malati, vedove, bambini, i
preferiti da Dio. Rappresentano l'uomo senza qualit che Dio accoglie nelle sue qualit.
Perch hai rivelato queste cose ai piccoli... Le cose rivelate non si possono recintare in una
dottrina, non costituiscono un sistema di pensiero. Ges venuto per mostrare, per
raccontare la rivoluzione della tenerezza di Dio (papa Francesco), nucleo originario e
freschezza perenne del suo Vangelo.
Questa rivoluzione della tenerezza, Dio al fianco dei piccoli, la vera lingua universale,
l'unica lingua comune ad ogni persona, in ogni epoca, su tutta la terra. Un piccolo capisce
subito l'essenziale: se gli vuoi bene o no. In fondo questo il segreto semplice della vita.
Non ce n' un altro, pi profondo. I piccoli, i peccatori, gli ultimi della fila, le periferie del
mondo hanno capito che in questa rivoluzione della tenerezza sta il segreto di Dio.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi dar ristoro. Ges viene e porta il
ristoro della vita, mostra che possibile vivere meglio, per tutti. Il Vangelo il sogno di
rendere pi umana e pi bella la vita: l'umanizzazione il grande segno della spiritualit
autentica. Nominare Cristo, parlare di Vangelo, celebrare Messa deve equivalere a
confortare la vita affaticata, altrimenti sono parole e gesti che non vengono da lui. Le
prediche, gli incontri, le istituzioni, devono diventare racconti d'amore, altrimenti sono la
tomba della domanda dell'uomo e della risposta di Dio.
Imparate da me... Andare da Ges andare a scuola di vita. Ges: quest'uomo senza poteri
ma regale, libero come il vento, che nessuno ha mai potuto comprare o asservire, fonte di
libere vite.
Da me che sono mite e umile di cuore... Imparate dal mio modo di essere, senza
imposizione e senza arroganza. Imparate dal mio modo di amare, delicato e indomito. Il
maestro il cuore. Dio stesso non un concetto: il cuore dolce e forte della vita.
Il mio giogo dolce e il mio peso leggero, dolce musica, buona notizia. Il giogo, nel
linguaggio della Bibbia, indica la Legge. Ora la legge di Ges l'amore: prendete su di voi
l'amore; prendetevi cura, con tenerezza e seriet, di voi stessi, degli altri e del creato,
diffondete la combattiva tenerezza di Dio, iniziando dai piccoli, che sono le colonne
segrete della storia, le colonne nascoste del mondo. Prendersi cura di loro, come fa Dio,
prendersi cura del mondo intero.
(Letture: Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9. 11-13; Mt 11, 25-30)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
10/07/2014
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Ogni giorno su di noi una pioggia di semi di Dio


XV domenica
Tempo ordinario - Anno A
(...) E disse: Ecco, il seminatore usc a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo
la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso,
dove non c'era molta terra; germogli subito, perch il terreno non era profondo, ma
quando spunt il sole fu bruciata e, non avendo radici, secc. Un'altra parte cadde sui rovi,

e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il
cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti.
Egli parl loro di molte cose con parabole. Magia delle parabole: un linguaggio che
contiene di pi di quel che dice. Un racconto minimo, che funziona come un carburante: lo
leggi e accende idee, evoca immagini, suscita emozioni, avvia un viaggio. Ges amava i
campi di grano, le distese di spighe, di papaveri, di fiordalisi, osservava la vita e nascevano
parabole. Oggi osserva un seminatore e nel suo gesto intuisce qualcosa di Dio.
Il seminatore usc a seminare: la parabola non perde tempo in preamboli o analisi, racconta
un fatto o una esperienza. Il seminatore, non un; il Seminatore per eccellenza, Colui che
con il seminare si identifica, perch non fa altro che questo: dare vita, fecondare.
Seminatore: uno dei pi belli nomi di Dio. E subito l'immagine d'un tempo antico ci
riempie gli occhi della mente: un uomo con una sacca al collo che percorre un campo, con
un gesto largo della mano, sapiente e solenne.
Ma il quadro collima solo fin qui. Il seminatore della parabola diverso, eccessivo,
illogico: lancia manciate generose anche sulla strada e sui rovi. uno che spera anche nei
sassi, un prodigo inguaribile, imprudente e fiducioso. Un sognatore che vede vita e futuro
ovunque.
Una pioggia continua di semi di Dio cade tutti i giorni sopra di noi. Semi di Vangelo
riempiono l'aria. Si staccano dalle pagine della Scrittura, dalle parole degli uomini, dalle
loro azioni, da ogni incontro. Ma per quanto il seme sia buono, se non trova acqua, luce e
protezione, la giovane vita che ne nasce morir presto. Il Seminatore getta il seme, ma il
terreno che permette di crescere. Allora io voglio farmi terra buona, terra madre, culla
accogliente per il piccolo germoglio. Come una madre, che sa quanto tenace e desideroso
di vivere sia il seme che porta in grembo, ma anche quanto fragile, vulnerabile e bisognoso
di cure, dipendente quasi in tutto da lei.
Essere madri della parola di Dio, madri di ogni parola d'amore. Accoglierle dentro s con
tenerezza, custodirle e difenderle con energia, allevarle con sapienza. Ognuno di noi una
zolla di terra, ognuno anche un seminatore che cammina nel mondo gettando semi. Ogni
parola, ogni gesto che si stacca da me, se ne va per il mondo e produrr qualcosa. Che cosa
vorrei produrre? Tristezza o germogli di sorrisi? Paura, scoraggiamento o forza di vivere?
Il cristiano uno ben consapevole che la sua vita dar frutto, ma senza pretendere di
sapere come, n dove, n quando. Ha per la sicurezza che non va perduto nessun atto
d'amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, nessuna dolorosa pazienza. Tutto
ci circola nel mondo come una forza di vita. (E.G. 278-279).
(Letture: Isaia 55, 10-11; Salmo 64; Romani 8, 18-23; Matteo 13, 1-23)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
17/07/2014
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Una spiga di grano vale pi dell'intera zizzania
XVI Domenica
Tempo Ordinario - Anno A

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In quel tempo, Ges espose alla folla un'altra parabola, dicendo: Il regno dei cieli simile
a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano,
venne il suo nemico, semin della zizzania in mezzo al grano e se ne and. Quando poi lo
stelo crebbe e fece frutto, spunt anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di
casa e gli dissero:
(...) "Da dove viene la zizzania?". Ed egli rispose loro: "Un nemico ha fatto questo!". E i
servi gli dissero: "Vuoi che andiamo a raccoglierla?". "No, rispose, perch non succeda
che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano" (...).
Conquistare anche noi lo sguardo di Dio, che non si posa mai per prima cosa sul male o sul
peccato di una persona, ma privilegia il bene. Quel campo seminato di buon seme e
assediato dalle erbacce il nostro cuore. I servi dicono: Andiamo e sradichiamo la
zizzania. Il padrone del campo li blocca: No, rischiate di strapparmi anche il buon grano!
L'uomo violento che in noi dice: strappa subito da te tutto ci che immaturo, sbagliato,
puerile, cattivo. Invece il Signore dice: abbi pazienza, non agire con violenza, perch il tuo
spirito capace di grandi cose solo se ha grandi valori.
Quanti difetti sono riuscito a sradicare in tutti questi anni? Neppure uno. La via un'altra:
mettersi sulla strada di come agisce Dio. Per vincere la notte accende il mattino, per far
fiorire la steppa sterile semina milioni di semi, per sollevare la pasta immobile immette un
pizzico di lievito. Questa l'attivit solare, positiva, vitale da esercitare verso noi stessi:
non preoccupiamoci prima di tutto della zizzania, delle debolezze, dei difetti, nessuno
senza zizzania nel cuore; ma preoccupiamoci di coltivare una venerazione profonda per
tutte le forze che Dio ci consegna, forze di bont, di generosit, di bellezza, di libert.
Facciamo che queste erompano in tutta la loro forza, in tutta la loro bellezza, in tutta la loro
potenza, e vedremo le tenebre scomparire.
Noi dobbiamo conquistare lo sguardo di Dio: una spiga di buon grano conta pi di tutta la
zizzania del campo, il bene conta pi del male; la luce sempre pi forte del buio.
Addirittura la spiga futura, il bene possibile domani pi importante del peccato di ieri. Il
male di una vita non revoca il bene compiuto, non lo annulla, invece il bene che revoca il
male. La nostra strategia coprire il male di bene, soffocarlo di bont, di generosit, di
coraggio, di canto, di luce. Ed il bene, quel pezzetto di Dio in noi, che dice la verit di
una persona. Il peccato non rivelatore, mai: nessun uomo, nessuna donna coincidono con
il loro sbaglio o con la zizzania che hanno in cuore. Tu non sei le tue debolezze, ma le tue
maturazioni. Tu non sei creato a immagine del nemico e della sua notte, ma a immagine del
Creatore e del suo giorno. Allora il nostro vero lavoro religioso portare a maturazione il
buon seme, i talenti, i germi divini che Dio immette in noi con la fiducia del buon
seminatore. E far maturare dolcemente e tenacemente, come il grano che matura nel sole,
coloro che Dio ci ha affidato. Tu pensa al buon grano, ama i tuoi germi di vita, custodisci
ogni germoglio, sii indulgente con tutte le creature, e anche con te. E tutto il tuo essere
fiorir nella luce.
(Letture: Sapienza 12, 13.16-19; Salmo 85; Romani 8, 26-27; Matteo 13, 24-43)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
24/07/2014
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Regno dei cieli, tesoro e rivoluzione di vita

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XVII Domenica
Tempo ordinario - Anno A
In quel tempo Ges disse ai suoi discepoli: Il regno dei cieli simile a un tesoro nascosto
nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e
compra quel campo.
Il regno dei cieli simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una
perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. Ancora, il regno dei cieli
simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci (...).
Tesoro: parola magica, parola da innamorati, da avventure, da favole, ma anche da
Vangelo, uno dei nomi pi belli di Dio.
Il regno dei cieli simile a un tesoro. Accade per il regno ci che accade a chi trova un
tesoro o una perla: un capovolgimento, un ribaltone totale e gioioso che travolge
l'esistenza. Un tesoro non pane quotidiano, rivoluzione della vita.
Ebbene, anche in giorni disillusi e scontenti, i nostri, il Vangelo osa annunciare tesori. Osa
dire che l'esito della storia sar felice, comunque felice, nonostante tutto felice. Perch nel
mondo sono in gioco forze pi grandi di noi, che non verranno meno, alle quali possiamo
sempre attingere, dono non meritato. Il regno di Dio, ma per l'uomo.
Un uomo trova un tesoro e pieno di gioia va. La gioia il primo tesoro che il tesoro regala.
Che il Vangelo regala. Entrarvi come entrare in un fiume di gioia (papa Francesco),
respirare un'aria fresca e carica di pollini.
Dio instaura con noi la pedagogia della gioia! Nel libro del Siracide riportato un testo
sorprendente: Figlio, per quanto ti possibile, trattati bene... Non privarti di un solo giorno
felice (Sir 14.11.14). l'invito affettuoso del Padre ai suoi figli, il volto di un Dio attraente,
bello, solare, il cui obiettivo non essere finalmente obbedito o pregato da questi figli
sempre ribelli che noi siamo, ma che adopera tutta la sua pedagogia per crescere figli felici.
Come ogni padre e madre. Figlio non privarti di un giorno felice! Prima che chiedere
preghiere, Dio offre tesori. E il vangelo ne possiede la mappa.
Quell'uomo va e vende quello che ha. Il contadino e il mercante vendono tutto, ma per
guadagnare tutto. Niente viene buttato via, non perdono niente, lo investono. Fanno un
affare. Cos sono i cristiani: scelgono e scegliendo bene guadagnano. Non sono pi buoni
degli altri, ma pi ricchi: hanno un tesoro di speranze, di coraggio, di libert, di cuore, di
Dio. Cresce in me la convinzione di portare un tesoro d'oro fino che devo consegnare agli
altri (S. Weil).
Tesoro e perla sono i nomi che d al suo amore chi innamorato. Con la carica di affetto e
di gioia, con la travolgente energia, con il futuro che sprigiona. Due nomi di Dio, per Ges.
Il Vangelo mi incalza: Dio per te un tesoro o soltanto una fatica? perla della tua vita o
solo un dovere?
Mi sento contadino fortunato, mercante ricco perch conosco il piacere di credere, il
piacere di amare Dio: una festa del cuore, della mente, dell'anima.
Non un vanto, ma una responsabilit! E dico grazie a Chi che mi ha fatto inciampare in
un tesoro, in molte perle, lungo molte strade, in molto giorni della mia vita.
(Letture: 1 Re 3, 5.7-12; Salmo 118; Romani 8, 28-30; Matteo 13, 44-55)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
31/07/2014

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L'amore di Ges pane offerto a tutti


XVIII Domenica
Tempo ordinario - Anno A
(...) Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sent compassione per loro e guar i loro
malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: Il luogo deserto ed
ormai tardi; congeda la folla perch vada nei villaggi a comprarsi da mangiare. Ma Ges
disse loro: Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare. Gli risposero: Qui
non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!. Ed egli disse: Portatemeli qui. E, dopo
aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alz gli occhi
al cielo, recit la benedizione, spezz i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a saziet, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che
avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Vide la folla, sent compassione, guar i loro malati. Tre verbi rivelatori, sintesi dell'azione
messianica di Ges. Vide: il suo sguardo non scivola via sopra le persone, si posa sui volti,
li guarda come fece con il giovane ricco: lo guard e lo am. Per lui guardare e amare
erano la stessa cosa. E sent compassione per loro. Ges prova dolore per il dolore
dell'uomo, e da questa compassione fioriscono miracoli: guar i loro malati. Il nostro
tesoro, la fortuna dell'uomo il patire di Dio per noi, quell'amore che passione e
patimento insieme.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli: ormai tardi; congedali perch vadano a
comprarsi da mangiare. La risposta di Ges di quelle che ribaltano la logica: Voi stessi
date loro da mangiare...
Coinvolge i suoi in un'impresa impossibile. Ma la fede autentica incalza e stringe a
collaborare con Dio per cambiare il mondo. La religione non deve limitarsi all'ambito
privato, non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la
felicit dei suoi figli anche su questa terra (Evangelii gaudium 182). Fede vera vuol dire
fame di giustizia, e lottare per essa: agendo sulle cause che producono povert e con i gesti
semplici e quotidiani della solidariet (E.G. 183).
Allora prese i cinque pani e i due pesci, recit la benedizione, li diede ai discepoli, e i
discepoli alla folla. Il miracolo raccontato come un fiorire di mani, un moltiplicarsi di
mani aperte, pi che di pane, un passare del pane di mano in mano: dai discepoli a Ges,
da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. La solidariet pane.
Allora apri le tue mani. Qualunque pane tu possa donare, non trattenerlo, apri il pugno
chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si apre, la nuvola che sparge il suo
contenuto.
Il primo miracolo da chiedere di accorgersi che l'altro esiste, e poi la compassione per lui,
e poi la solidariet: fare del bene senza secondi fini, solo perch uno ha fame. Ci
scandalizza sapere che esiste cibo sufficiente per tutti e che la fame si deve alla cattiva
distribuzione del reddito e allo spreco (EV 189-191).
C' un altro momento in cui si prolunga anche per noi il miracolo del pane e della
compassione di Dio, la celebrazione dell'Eucaristia. Allora sull'altare delle nostre Messe
possibile respirare Vangelo, sentire il miracolo, pensare non chiusi dentro l'alternativa
pagana di pane meritato da alcuni e di pane proibito per altri: esso invece il Pane donato a
tutti, per il quale unico diritto la fame e il bisogno, come per i cinquemila sulla riva del
lago, cos per ognuno di noi sulla riva di ogni nostra notte. Il Tuo amore pane. Per tutti.

(Letture: Isaia 55, 1-3; Salmo 144; Romani 8, 35. 37-39; Matteo 14, 13-21)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


07/08/2014
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Verso il Signore nella bellezza della fede


XIX Domenica Tempo ordinario
Anno A
(...) Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: un
fantasma! e gridarono dalla paura. Ma subito Ges parl loro dicendo: Coraggio, sono
io, non abbiate paura!. Pietro allora gli rispose: Signore, se sei tu, comandami di venire
verso di te sulle acque. Ed egli disse: Vieni!. Pietro scese dalla barca, si mise a
camminare sulle acque e and verso Ges. Ma, vedendo che il vento era forte, s'impaur e,
cominciando ad affondare, grid: Signore, salvami!. E subito Ges tese la mano, lo
afferr e gli disse: Uomo di poca fede, perch hai dubitato?. Appena saliti sulla barca, il
vento cess. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: Davvero tu
sei Figlio di Dio!.
Subito dopo costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull'altra riva, finch
non avesse congedato la folla. Un passaggio commovente: Ges fa fatica a lasciare la
gente, non vuole andarsene finch non li ha salutati tutti, cos come noi facciamo fatica a
lasciare la casa di amici cari dopo una cena in cui abbiamo condiviso il pane e l'affetto.
Era stato un giorno speciale, quello, il laboratorio di un mondo nuovo: un fervore di
solidariet, un moltiplicarsi di mani, di cuori, di cure per portare il pane a tutti, la fame dei
poveri saziata, era il suo sogno realizzato.
Ora, profumato di abbracci, desidera l'abbraccio del Padre: congedata la folla, sal sul
monte, in disparte, a pregare, a condividere con lui la sua gioia: s, Padre, si pu! Portare il
tuo regno sulla terra si pu! Un colloquio festoso, un abbraccio che dura fino quasi all'alba.
Ora sente il desiderio di tornare dai suoi. Di abbraccio in abbraccio: cos si muoveva Ges.
Sul finire della notte egli and verso di loro camminando sul mare... Pietro allora gli disse:
Signore se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque. Ed egli gli disse: Vieni!
Se sei figlio di Dio... notiamo che pronuncia le stesse parole del tentatore nel deserto: se sei
figlio di Dio, buttati e verranno gli angeli. Se vuoi fare il Messia devi essere potente,
conquistare gli uomini con i miracoli, dimenticare la follia della croce.
Pietro nella sua richiesta, coraggiosa e scriteriata insieme, domanda due cose: una giusta e
una sbagliata. Comanda che io venga verso di te, richiesta bella, perfetta: andare verso
Dio! Ma poi sbaglia chiedendo di andarci camminando sulle acque. A che cosa serve
questa esibizione di potenza fine a se stessa, clamorosa ma sterile, questo intervento divino

che non ha come scopo il bene delle persone? Che all'opposto di ci che si era verificato
la sera prima, con i pani e i pesci? E infatti un miracolo che fallisce, che non va a buon
fine, e Simone inizia ad affondare. Pietro si rivela uomo di poca fede non quando travolto
dalla paura delle onde, del vento e della notte, ma prima, quando chiede questo genere di
segni per il suo cammino di fede.
Pietro tu andrai verso il Signore, ma non camminando sul luccichio illusorio di acque
miracolose, bens sulla strada polverosa del buon samaritano; andrai verso Ges, ma
prolungando il suo modo di vivere, di accogliere, di inventare strade che conducano al
cuore dell'uomo. Pietro, emblema di tutti i credenti, imparer a camminare verso un mondo
nuovo contando non sulla forza di imprevedibili miracoli ma sulla forza prodigiosa di un
amore quotidiano che non si arrende, sulla bellezza di una fede nuda.
(Letture: 1 Re 19, 9.11-13; Salmo 84; Romani 9,1-5; Matteo 14, 22-33)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
14/08/2014
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La donna cananea che cambia Ges


XX Domenica
Tempo Ordinario - Anno A
In quel tempo, partito di l, Ges si ritir verso la zona di Tiro e di Sidne. Ed ecco una
donna Canana, che veniva da quella regione, si mise a gridare: Piet di me, Signore,
figlio di Davide! Mia figlia molto tormentata da un demonio. Ma egli non le rivolse
neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono:
Esaudiscila, perch ci viene dietro gridando!. Egli rispose: Non sono stato mandato se
non alle pecore perdute della casa d'Israele. Ma quella si avvicin e si prostr dinanzi a
lui, dicendo: Signore, aiutami!. Ed egli rispose: Non bene prendere il pane dei figli e
gettarlo ai cagnolini. vero, Signore disse la donna , eppure i cagnolini mangiano le
briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Allora Ges le replic: Donna, grande
la tua fede! Avvenga per te come desideri. E da quell'istante sua figlia fu guarita.
La straniera delle briciole, uno dei personaggi pi simpatici del Vangelo, mette in scena lo
strumento pi potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l'incontro. Se noi
cambiamo poco, nel corso dell'esistenza, perch non sappiamo pi incontrare o
incontriamo male, senza accogliere il dono che l'altro ci porta.
Ges era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione,
accendeva il cuore dell'altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di
un altro paese e di un'altra religione, in un certo senso, converte Ges, gli fa cambiare
mentalit, lo fa sconfinare da Israele, gli apre il cuore alla fame e al dolore di tutti i
bambini, che siano d'Israele, di Tiro e Sidone, o di Gaza: la fame uguale, il dolore lo
stesso, identico l'amore delle madri. No, dice a Ges, tu non sei venuto per quelli di Israele,
tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo.
Anche i discepoli partecipano: Rispondile, cos ci lascia in pace. Ma la posizione di Ges
molto netta e brusca: io sono stato mandato solo per quelli della mia nazione, per la mia
gente. La donna per non molla: aiutami! Ges replica con una parola ancora pi ruvida:
Non si toglie il pane ai figli per gettarlo ai cani. I pagani, dai giudei, erano chiamati cani.

E qui arriva la risposta geniale della madre: vero, Signore, eppure i cagnolini mangiano
le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. la svolta del racconto. Questa
immagine illumina Ges. Nel regno di Dio, non ci sono figli e no, uomini e cani. Ma solo
fame e figli da saziare, anche quelli che pregano un altro dio.
Donna, grande la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro dio, per Ges
donna di grande fede. La sua grande fede sta nel credere che nel cuore di Dio non ci sono
figli e cani, che Lui prova dolore per il dolore di ogni bambino, che la sofferenza di un
figlio conta pi della sua religione. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che
soffrono. Conosce Dio dal di dentro, lo sente all'unisono con il suo cuore di madre, lo sente
pulsare nel profondo delle sue piaghe. E sa che Dio felice quando vede una madre,
qualsiasi madre, abbracciata felice alla carne della sua carne, finalmente guarita.
Avvenga per te come desideri. Ges ribalta la domanda della madre, gliela restituisce: Sei
tu e il tuo desiderio che comandate. La tua fede come un grembo che partorisce il
miracolo: avvenga come tu desideri.
Matura, in questo racconto, un sogno di mondo da far nostro: la terra come un'unica grande
casa, una tavola ricca di pane, e intorno tanti figli. Una casa dove nessuno disprezzato,
nessuno ha pi fame.
(Letture: Isaia 56, 1.6-7; Salmo 66; Romani 11, 13-15.29-32; Matteo 15, 21-28)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
21/08/2014
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L'uomo si salva facendo le cose di Dio


XXI Domenica Tempo ordinario
Anno A
In quel tempo, Ges, giunto nella regione di Cesara di Filippo, domand ai suoi discepoli:
La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?. Risposero: Alcuni dicono Giovanni il
Battista, altri Ela, altri Gerema o qualcuno dei profeti. Disse loro: Ma voi, chi dite che
io sia?. Rispose Simon Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. E Ges gli
disse: Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perch n carne n sangue te lo hanno
rivelato, ma il Padre mio che nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra
edificher la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te dar le
chiavi del regno dei cieli: tutto ci che legherai sulla terra sar legato nei cieli, e tutto ci
che scioglierai sulla terra sar sciolto nei cieli. Allora ordin ai discepoli di non dire ad
alcuno che egli era il Cristo.
Cosa dice la gente? E voi che cosa dite? Ges usa il metodo delle domande per far crescere
i suoi amici. Le domande di Ges nel Vangelo hanno davvero una funzione
importantissima, non sono interrogazioni di catechismo, ma scintille che accendono
qualcosa, mettono in moto trasformazioni e crescite. Nella vita, pi che le risposte,
contano le domande, perch le risposte ci appagano e ci fanno stare fermi, le domande
invece, ci obbligano a guardare avanti e ci fanno camminare (Pier Luigi Ricci). Ma voi
che cosa dite? Non c' una risposta gi scritta da qualche parte, con un contenuto da
apprendere e da ripetere. Le sue domande assomigliano semmai di pi alle domande che si
fanno gli innamorati: chi sono io per te? E l'altro risponde: Sei la mia donna, il mio uomo,

il mio amore, la mia vita. Voi, miei amici, che io ho scelto uno per uno, chi sono per voi?
Ci che Ges vuole sapere dai discepoli di sempre se sono innamorati, se gli hanno
aperto il cuore. Cristo vivo solo se vivo dentro di noi. Il nostro cuore pu essere culla o
tomba di Dio. Pietro risponde: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
- Il Cristo... non un nome proprio, ma un attributo che indica l'origine e il compito di Ges
e rimanda subito oltre lui: sei la mano di Dio nella storia.
- Il Figlio di Dio... tu sei entrato in Dio pienamente e Dio entrato in te totalmente. E ora
tu fai le cose che solo Dio fa, nelle tue dita lui che accarezza il mondo.
- Del Dio vivente... Colui che fa viva la vita, il miracolo che la fa fiorire. Il Vivente
grembo gravido di vita, fontana da cui la vita sgorga inesauribile e illimitata.
Beato te, Simone... tu sei roccia, a te dar le chiavi del regno; ci che scioglierai sulla terra
sar sciolto nei cieli.... Non solo Pietro, ma chiunque professi la sua fede ottiene questo
potere. Il potere di perdonare i peccati non il potere giuridico dell'assoluzione (non
nello stile di Ges sostituire vecchi codici con nuovi regolamenti). invece il potere di
diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze pi squallide e impure e
alterate dell'uomo. Compiendo il cammino dalla nostra povert originaria verso una divina
pienezza, per essere immagine e somiglianza di Dio, figli di Dio. Interiorizzare Dio e
fare le cose di Dio: questa la salvezza.
Ges dice a ogni discepolo: terra e cielo si abbracciano in te, nessuna tua azione resta
senza eco nel cielo, il tuo istante si apre sull'eterno, l'eterno si insinua nell'istante.
Tutti possiamo essere roccia che trasmette solidit, forza e coraggio a chi ha paura. Tutti
siamo chiave che apre le porte belle di Dio, che pu socchiudere le porte della vita in
pienezza.
(Letture: Isaia 22, 19-23; Salmo 137; Romani 11, 33-36; Matteo 16, 13-20)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
28/08/2014
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Prendere la croce per trovare la vita


XXII Domenica, Tempo ordinario - Anno A
(...) Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: Dio non voglia, Signore;
questo non ti accadr mai. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va' dietro a me, Satana!
Tu mi sei di scandalo, perch non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!. Allora
Ges disse ai suoi discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso,
prenda la sua croce e mi segua. Perch chi vuole salvare la propria vita, la perder; ma chi
perder la propria vita per causa mia, la trover. Infatti quale vantaggio avr un uomo se
guadagner il mondo intero, ma perder la propria vita? O che cosa un uomo potr dare in
cambio della propria vita? Perch il Figlio dell'uomo sta per venire nella gloria del Padre
suo, con i suoi angeli, e allora render a ciascuno secondo le sue azioni.
Termina il vagabondaggio libero e felice sulle strade di Palestina, lungo le sponde del lago,
e all'orizzonte si staglia Gerusalemme. Per la prima volta si profila la follia della croce. Dio
sceglie di non assomigliare ai potenti, ma ai torturati e uccisi del mondo. Potere vero per
lui amare, la supremazia della tenerezza e i poteri del mondo saranno impotenti contro
di essa: il terzo giorno risorger.

una cosa tanto inedita e sconvolgente che Pietro la rifiuta: nella logica umana scegliere
di stare dalla parte delle vittime, dei deboli, significa esautorarsi di ogni potere. Ges allora
lo invita a entrare in questa rivoluzione, ad aprirsi al nuovo che irrompe per la prima volta
nella storia: Pietro, torna a metterti dietro di me, riprendi ad essere discepolo.
Non solo Pietro a seguire questa logica, ma tutti i discepoli. E allora Ges allarga a tutti
lo stesso invito: Se qualcuno vuole venire dietro a me... e detta le condizioni. Condizioni
da vertigine. La prima: rinneghi se stesso. Parole pericolose se capite male. Rinnegare se
stessi non vuol dire mortificarsi, buttare via i talenti. Ges non vuole dei frustrati al suo
seguito, ma gente dalla vita realizzata. Rinnega te stesso vuol dire: non sei tu il centro
dell'universo; impara a sconfinare oltre te. Non una mortificazione, ma una liberazione.
Seconda condizione: Prenda la sua croce e mi segua. Una delle frasi pi celebri, pi citate e
pi fraintese del vangelo, che abbiamo interpretato come esortazione alla rassegnazione:
soffri con pazienza, accetta, sopporta le inevitabili croci della vita. Ma Ges non dice
sopporta, dice prendi. Non Dio che manda la croce. il discepolo che la prende,
attivamente.
La croce nel Vangelo indica la follia di Dio, la sua lucida follia d'amore, amore fino a
morirne. Sostituiamo croce con amore, ed ecco: se qualcuno vuole venire con me, prenda
su di s il giogo dell'amore, tutto l'amore di cui capace e mi segua. Quindi la parola
centrale del brano: Chi perder la propria vita cos, la trover. Ci hanno insegnato a mettere
l'accento sul perdere la vita. Ma se l'ascolti bene, senti che l'accento non posto sul
perdere, ma sul trovare.
Seguimi, cio vivi una esistenza che assomigli alla mia, e troverai la vita, realizzerai
pienamente la tua esistenza. L'esito finale trovare vita, Quella cosa che tutti gli uomini
cercano, in tutti gli angoli della terra, in tutti i giorni che dato loro di vivere: realizzare
pienamente se stessi. E Ges ne possiede la chiave. Perdere per trovare. la legge della
fisica dell'amore: se dai ti arricchisci, se trattieni ti impoverisci. Noi siamo ricchi solo di
ci che abbiamo donato.
(Letture: Geremia 20, 7-9; Salmo 62; Romani 12, 1-2; Matteo 16, 21-27)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
04/09/2014
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L'insegnamento di Ges, investire in fraternit


XXIII domenica del Tempo ordinario
Anno A
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli:
Se il tuo fratello commetter una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se
ti ascolter, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolter, prendi ancora con te una o
due persone, perch ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni.
Se poi non ascolter costoro, dillo alla comunit; e se non ascolter neanche la comunit,
sia per te come il pagano e il pubblicano.
In verit io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sar legato in cielo, e tutto quello
che scioglierete sulla terra sar sciolto in cielo.

In verit io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere
qualunque cosa, il Padre mio che nei cieli gliela conceder. Perch dove sono due o tre
riuniti nel mio nome, l sono io in mezzo a loro.
Solo verbi di dialogo e di incontro, oggi. Se il tuo fratello sbaglia, va' e ammoniscilo: tu fa
il primo passo, non chiuderti nel silenzio ostile, non fare l'offeso, ma tu riallaccia la
relazione.
Ma che cosa mi autorizza a intervenire nella vita dell'altro? La pretesa della verit? No,
solo la parola fratello. Ci che ci abilita al dialogo la fraternit che tentiamo di vivere,
non la verit che crediamo di possedere. Il dialogo politico quello in cui si misurano le
forze, ma il dialogo evangelico quello in cui si misurano le sincerit.
Non nell'isolamento del privato, allora, non nell'illusione dei grandi numeri, tutto inizia
dalla pi piccola comunit: io-tu.
Lontano dalle istituzioni, nel cuore della vita, tutto inizia da io-tu.
Se ti ascolta, avrai guadagnato tuo fratello. Verbo stupendo: guadagnare un fratello. Il
fratello un guadagno, un tesoro per te e per il mondo. Investire in fraternit l'unica
politica economica che produce vera crescita.
Tutto quello che legherete o che scioglierete sulla terra, lo sar anche in cielo. Legare e
sciogliere. Questo potere non conferito alla gerarchia, ma per tutti i credenti: il potere
di creare comunione o separazione. Il potere di perdonare il male non il potere giuridico
dell'assoluzione, il potere di diventare una presenza trasfigurante anche nelle esperienze
pi squallide, pi impure, pi alterate dell'uomo (Don Michele Do). Diventare presenza
trasfigurante, fare cose che Dio solo sa fare: perdonare i nemici, trasfigurare il dolore,
immedesimarsi nel prossimo, queste sono cose divine, che possono trasformare,
trasfigurare le relazioni...
Ci che avrete legato, riunito attorno a voi, le persone, gli affetti, le speranze, non andr
perduto; e ci che avrete sciolto, liberato attorno a voi, energie, vita, audacia, sorrisi, lo
ritroverete liberato per sempre, nella storia della terra e in quella del cielo, unica storia.
Ci che scioglierete: come lui che ha sciolto Lazzaro dalle bende della morte; ci che
legherete: come lui che ha legato a s uomini e donne capaci di fare le cose che Dio fa.
Ci che scioglierete avr libert per sempre, ci che legherete avr comunione per sempre.
Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, l sono io in mezzo a loro.
Non solo nella preghiera, ma anche nell'uomo e nella donna che si amano, nella complicit
festosa di due amici, in chi lotta per la giustizia, in una madre abbracciata al suo bimbo,
Dio l. Ma a cosa serve la presenza di Cristo? Che cosa genera? Cristo anima e vita di
tutto ci che esiste, presenza trasformante dell'io e del tu che diventano noi, la forza di
amare che ti convoglia nello stellato fiume (M. Luzi). Quella forza che convoglia Dio
nell'umano torrente.
(Ezechile 33, 1.7-9; Salmo 94; Romani 13, 8-10; Matteo 18, 15-20)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
11/09/2014
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La scuola della croce: amare non emozione ma dare


Esaltazione della Santa Croce
Anno A

In quel tempo, Ges disse a Nicodmo:


Nessuno mai salito al cielo, se non colui che disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo. E
come Mos innalz il serpente nel deserto, cos bisogna che sia innalzato il Figlio
dell'uomo, perch chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perch chiunque crede in lui
non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo
per condannare il mondo, ma perch il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Festa dell'Esaltazione della Croce, in cui il cristiano tiene insieme le due facce dell'unica
evento: la Croce e la Pasqua, la croce del Risorto con tutte le sue piaghe, la risurrezione del
Crocifisso con tutta la sua luce. Parafrasando Kant: La croce senza la risurrezione cieca;
la risurrezione senza la croce vuota.
Dio ha tanto amato. questo il cuore ardente del cristianesimo, la sintesi della fede: Dove
sta la tua sintesi l sta anche il tuo cuore (Evangelii Gaudium 143). Noi non siamo
cristiani perch amiamo Dio. Siamo cristiani perch crediamo che Dio ci ama (L. Xardel).
La salvezza che Lui mi ama, non che io amo Lui. L'unica vera eresia cristiana
l'indifferenza, perfetto contrario dell'amore. Ci che sventa anche le trame pi forti della
storia di Dio solo l'indifferenza.
Invece amare tanto cosa da Dio, e da veri figli di Dio. E penso che ogni volta che una
creatura ama tanto, in quel momento sta facendo una cosa divina, in quel momento
generata figlia di Dio, incarnazione del suo progetto.
Ha tanto amato il mondo: parole da ripetere all'infinito, monotonia divina da incidere sulla
carne del cuore, da custodire come leit-motiv, ritornello che contiene l'essenziale, ogni
volta che un dubbio torna a stendere il suo velo sul cuore.
Ha tanto amato il mondo da dare: amare non una emozione, comporta un dare,
generosamente, illogicamente, dissennatamente dare. E Dio non pu dare nulla di meno di
se stesso (Meister Eckart).
Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma perch il mondo sia salvato per
mezzo di lui.
Mondo salvato, non condannato. Ogni volta che temiamo condanne, per noi stessi per le
ombre che ci portiamo dietro, siamo pagani, non abbiamo capito niente della croce. Ogni
volta invece che siamo noi a lanciare condanne, ritorniamo pagani, scivoliamo fuori, via
dalla storia di Dio.
Mondo salvato, con tutto ci che vivo in esso. Salvare vuol dire conservare, e niente
andr perduto: nessun gesto d'amore, nessun coraggio, nessuna forte perseveranza, nessun
volto. Neppure il pi piccolo filo d'erba. Perch tutta la creazione che domanda, che
geme nelle doglie della salvezza.
Perch chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Credere a questo
Dio, entrare in questa dinamica, lasciare che lui entri in noi, entrare nello spazio divino
dell'amare tanto, dare fiducia, fidarsi dell'amore come forma di Dio e forma del vivere,
vuol dire avere la vita eterna, fare le cose che Dio fa, cose che meritano di non morire, che
appartengono alle fibre pi intime di Dio. Chi fa questo ha gi ora, al presente, la vita
eterna, una vita piena, realizza pienamente la sua esistenza.
(Letture: Numeri 21, 4-9; Salmo 77; Filippesi 2, 6-11; Giovanni 3,13-17)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
18/09/2014

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La giustizia di Dio dare a ciascuno il meglio


XXV Domenica
Tempo Ordinario - Anno A
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli questa parabola: Il regno dei cieli simile a un
padrone di casa che usc all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si
accord con loro per un denaro al giorno e li mand nella sua vigna. Uscito poi verso le
nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: Andate
anche voi nella vigna; quello che giusto ve lo dar. Ed essi andarono. Usc di nuovo
verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide
altri che se ne stavano l e disse loro: (...) Andate anche voi nella vigna. Quando fu sera,
il padrone della vigna disse al suo fattore: Chiama i lavoratori e dai loro la paga,
incominciando dagli ultimi fino ai primi. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio,
ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero
ricevuto di pi. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, per,
mormoravano contro il padrone (...).
Per tre domeniche di seguito Ges ci racconta parabole di vigne. una delle immagini che
ama di pi, al punto che arriva a definire se stesso come vite e noi come tralci, per dire che
il progetto di Dio per il mondo, sua vigna, una vendemmia profumata, un vino di festa,
una promessa di felicit.
Il proprietario terriero esce di casa all'alba, si reca sulla piazza del paese e assolda operai
per la sua vigna: c' un lavoro da compiere, molto lavoro, al punto che esce ancora per altre
quattro volte e ogni volta assume nuovi operai. A questo punto per qualcosa non torna:
che senso ha assumere lavoratori quando manca un'ora soltanto al tramonto? Il tempo di
arrivare alla vigna, di prendere gli ordini dal fattore, e sar subito sera. Di quale utilit
saranno, a quanto potr ammontare la giusta paga?
Allora nasce il sospetto che il padrone non assuma operai per le necessit della sua
azienda, ma per un altro motivo. Nessuno ha pensato a questi ultimi, allora ci penser lui,
non per il suo ma per il loro interesse, preoccupandosi non dei suoi affari, ma del loro
bisogno: non lavorare significa infatti non mangiare.
Questo padrone spiazza di nuovo tutti al momento della paga: gli ultimi sono pagati per
primi, e ricevono per un'ora sola di lavoro la paga di un giorno intero. Non una paga, ma
un regalo.
Mi commuove il Dio presentato da Ges, un Dio che con quel denaro, che giunge insperato
e benedetto a quattro quinti dei lavoratori, intende alimentare le loro vite e le loro famiglie.
il Dio della bont senza perch, vertigine nei normali pensieri, che trasgredisce tutte le
regole dell'economia, che sa ancora saziarci di sorprese.
Nessun padrone farebbe cos. Ma Dio non un padrone, neanche il migliore dei padroni.
Dio non il contabile del cosmo. Un Dio ragioniere non converte nessuno. Quel denaro
regalato ha lo scopo di assicurare il pane per oggi e la speranza per domani a tutte le case.
Gli operai della prima ora quando ricevono il denaro pattuito, sono delusi: non giusto,
dicono, noi meritiamo di pi degli altri. Ma il padrone: Amico, non ti faccio torto. Il
padrone non stato ingiusto, ma generoso. Non toglie nulla ai primi, aggiunge agli altri. E
lancia tutti in un'avventura sconosciuta: quella della bont. Che non giusta, oltre,
molto di pi.
La giustizia umana dare a ciascuno il suo, quella di Dio dare a ciascuno il meglio.
L'uomo ragiona per equivalenza, Dio per eccedenza (Card. Martini). Il perch di questa

eccedenza, che mi riempie di speranza, sta in evidenti ragioni d'amore, che non cerca mai il
proprio interesse (1Cor 13, 5), e che mi sorprender, alla sera della mia vita, come un
dolcissimo regalo.
(Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 144; Filippesi 1,20-24.27; Matteo 20,1-16).
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
25/09/2014
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L'importanza di avere un cuore unificato


XXVI Domenica
Tempo ordinario- Anno A
In quel tempo, Ges disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: Che ve ne pare?
Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: Figlio, oggi va' a lavorare nella
vigna. Ed egli rispose: Non ne ho voglia. Ma poi si pent e vi and. Si rivolse al
secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: S, signore. Ma non vi and. Chi dei due ha
compiuto la volont del padre?. Risposero: Il primo.
E Ges disse loro: In verit io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel
regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto;
i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste
cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti cos da credergli.
Nei due figli, che dicono e subito si contraddicono, vedo rappresentato il nostro cuore
diviso, le contraddizioni di cui Paolo si lamenta: non mi capisco, faccio il male che non
vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo (Rm 7, 15.19), che Goethe riconosce: "ho in
me, ah, due anime".
A partire da qui, la parabola suggerisce la sua strada per la vita buona: il viaggio verso il
cuore unificato. Invocato dal Salmo 86,11: Signore, tieni unito il mio cuore; indicato dalla
Sapienza 1,1 come primo passo sulla via della saggezza: cercate il Signore con cuore
semplice, un cuore non doppio, che non ha secondi fini. Dono da chiedere sempre:
Signore, unifica il mio cuore; che io non abbia in me due cuori, in lotta tra loro, due
desideri in guerra.
Se agisci cos, assicura Ezechiele nella prima lettura, fai vivere te stesso, sei tu il primo che
ne riceve vantaggio. Con ogni cura vigila il tuo cuore, perch da esso sgorga la vita (Prov
4,23).
Il primo figlio si pent e and a lavorare. Di che cosa si pente? Di aver detto di no al padre?
Letteralmente Matteo dice: si convert, trasform il suo modo di vedere le cose. Vede in
modo nuovo la vigna, il padre, l'obbedienza. Non pi la vigna di suo padre, la nostra
vigna. Il padre non pi il padrone cui sottomettersi o al quale sfuggire, ma il Coltivatore
che lo chiama a collaborare per una vendemmia abbondante, per un vino di festa per tutta
la casa. Adesso il suo cuore unificato: per imposizione nessuno potr mai lavorare bene o
amare bene.
Al centro, la domanda di Ges: chi ha compiuto la volont del padre?

In che cosa consiste la sua volont? Avere figli rispettosi e obbedienti? No, il suo sogno di
padre una casa abitata non da servi ossequienti, ma da figli liberi e adulti, alleati con lui
per la maturazione del mondo, per la fecondit della terra.
La morale evangelica non quella dell'obbedienza, ma quella della fecondit, dei frutti
buoni, dei grappoli gonfi: volont del Padre che voi portiate molto frutto e il vostro frutto
rimanga...
A conclusione: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti. Dura frase, rivolta a noi, che a
parole diciamo "s", che ci vantiamo credenti, ma siamo sterili di opere buone, cristiani di
facciata e non di sostanza. Ma anche consolante, perch in Dio non c' condanna, ma la
promessa di una vita buona, per gli uni e per gli altri.
Dio ha fiducia sempre, in ogni uomo, nelle prostitute e anche in noi, nonostante i nostri
errori e ritardi nel dire s. Dio crede in noi, sempre. Allora posso anch'io cominciare la mia
conversione verso un Dio che non dovere, ma amore e libert. Con lui coltiveremo
grappoli di miele e di sole per la vita del mondo.
(Letture: Ezechiele 18,25-28; Salmo 24; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32).
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
02/10/2014
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Nella vigna del Signore si raccoglie giustizia e pace


XXVII domenica
Tempo ordinario - Anno A
(...) Quando arriv il tempo di raccogliere i frutti, mand i suoi servi dai contadini a
ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero,
un altro lo lapidarono. Mand di nuovo altri servi, pi numerosi dei primi, ma li trattarono
allo stesso modo. Da ultimo mand loro il proprio figlio dicendo: Avranno rispetto per
mio figlio!. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui l'erede. Su,
uccidiamolo e avremo noi la sua eredit!. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo
uccisero. Quando verr dunque il padrone della vigna, che cosa far a quei contadini?. Gli
risposero: Quei malvagi, li far morire miseramente e dar in affitto la vigna ad altri
contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo. E Ges disse loro: Non avete mai
letto nelle Scritture: La pietra che i costruttori hanno scartato diventata la pietra
d'angolo; questo stato fatto dal Signore ed una meraviglia ai nostri occhi? Perci io vi
dico: a voi sar tolto il regno di Dio e sar dato a un popolo che ne produca i frutti.
L'uomo dei campi, il nostro Dio contadino, guarda la sua vigna con gli occhi dell'amore e
la circonda di cure: che cosa potevo fare di pi per te che io non abbia fatto? Canto d'amore
di un Dio appassionato, che fa per me ci che nessuno far mai.
Quale raccolto si attende il Signore? Isaia: Aspettavo giustizia, attendevo rettitudine, non
pi grida di oppressi, non pi sangue! Il frutto che Dio attende una storia che non generi
pi oppressi, sangue e ingiustizia, fughe disperate e naufragi.

Nelle vigne il tempo del raccolto. Per noi lo ogni giorno: vengono persone, cercano
pane, Vangelo, giustizia, coraggio, un raggio di luce. Che cosa trovano in noi? Vino buono
o uva acerba?
La parabola cammina per verso un orizzonte di amarezza e di violenza. In contrasto con
la bassezza dei vignaioli emerge la grandezza del mio Dio contadino (Veronelli diceva che
chiamare uno contadino il pi bel complimento che si possa fare a una persona), un
Signore che non si arrende, non mai a corto di meraviglie, non ci molla e ricomincia
dopo ogni rifiuto ad assediare il cuore con nuovi Profeti e servitori, e infine con il Figlio.
Costui l'erede, uccidiamolo e avremo noi l'eredit! La parabola trasparente: la vigna
Israele, i vignaioli avidi sono le autorit religiose, che uccideranno Ges come
bestemmiatore. Il movente lo stesso: l'interesse, potere e denaro, tenersi il raccolto e
l'eredit! la voce oscura che grida in ciascuno: sii il pi forte, il pi furbo, non badare
all'onest, e sarai tu il capo, il ricco, il primo. Questa ubriacatura per il potere e il denaro
l'origine di tutte le vendemmie di sangue della terra.
Cosa far il padrone? La risposta delle autorit secondo logica giudiziaria: una vendetta
esemplare, nuovi vignaioli, nuovi tributi. La loro idea di giustizia si fonda sull'eliminare
chi sbaglia. Ges non d'accordo. Lui non parla di far morire, mai; il suo scopo far
fruttificare la vigna: sar data a un popolo che produca frutti.
La storia perenne di amore e tradimenti tra Dio e l'uomo non si concluder n con un
fallimento n con una vendetta, ma con l'offerta di una nuova possibilit: dar la vigna ad
altri. Tra Dio e l'uomo le sconfitte servono solo a far meglio risaltare l'amore di Dio. Il
sogno di Dio non n il tributo finalmente pagato (non ne parla pi) n la condanna a una
pena esemplare per chi ha sbagliato, ma una vigna, un mondo che non maturi pi grappoli
rossi di sangue e amari di lacrime, che non sia una guerra perenne per il potere e il denaro,
ma che maturi una vendemmia di giustizia e di pace, la rivoluzione della tenerezza, la
triplice cura di s, degli altri e del creato.
(Letture: Isaia 5, 1-7; Salmo 79; Filippesi 4, 6-9; Matteo 21, 33-43)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
09/10/2014
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Siamo mendicanti d'amore invitati a una festa


XXVIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno A
In quel tempo, Ges, riprese a parlare con parabole [...] e disse: Il regno dei cieli simile
a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mand i suoi servi a chiamare gli
invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mand di nuovo altri servi con
quest'ordine: Dite agli invitati: "Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali
ingrassati sono gi uccisi e tutto pronto; venite alle nozze!". Ma quelli non se ne curarono
[...]. Allora il re si indign: mand le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle
fiamme la loro citt. Poi disse ai suoi servi: La festa di nozze pronta, ma gli invitati non
erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle
nozze. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e
buoni, e la sala delle nozze si riemp di commensali. Il re entr per vedere i commensali e

l scorse un uomo che non indossava l'abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei
entrato qui senza l'abito nuziale?. Quello ammutol. Allora il re ordin ai servi: Legatelo
mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; l sar pianto e stridore di denti. Perch molti
sono chiamati, ma pochi eletti.
Il regno dei cieli simile a una festa. Eppure nella affannata citt degli uomini nessuno
sembra interessato: gli invitati non volevano venire... forse temono una festa senza cuore, il
formalismo di tutti, l'indifferenza reciproca.
Non volevano venire, forse perch presi dai loro affari, dalla liturgia del lavoro e del
guadagno, dalle cose importanti da fare; non hanno tempo, loro, per cose di poco conto: le
persone, gli incontri, la festa. Hanno troppo da fare per vivere davvero.
Ascoltando questa parabola provo una fitta al cuore: sono pochi i cristiani che sentono Dio
come un vino di gioia; sono cos pochi quelli per cui credere una festa, le celebrazioni
liturgiche che emanano gioia, festive non solo di nome.
Allora il re disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete,
chiamateli alle nozze. L'ordine del re favoloso: tutti quelli che troverete, cattivi e buoni,
senza badare a distinzioni, a meriti, a moralit. Invito solo all'apparenza casuale, che
mostra invece la chiara volont del re che nessuno sia escluso.
bello questo Dio che, quando rifiutato, anzich abbassare le attese, le alza: chiamate
tutti! Che non si arrende alle prime difficolt, e che non permette, non accetta che ci
arrendiamo, con Lui c' sempre un dopo.
Un Re che apre, allarga, gioca al rilancio, va pi lontano; e dai molti invitati passa a tutti
invitati: ed entrarono tutti, cattivi e buoni. Addirittura prima i cattivi... Non perch facciano
qualcosa per lui, ma perch lo lascino essere Dio! Alla fine la sala si riemp di commensali.
Lo immagino cos il Paradiso, come quella sala, pieno non di santi ma di peccatori
perdonati, di gente come noi.
Un invitato per non indossa l'abito delle nozze: amico, come mai sei entrato qui senza
l'abito nuziale? Di che cosa simbolo quell'abito, il migliore che avrebbe dovuto
possedere? Di un comportamento senza macchie? No, nella sala si mescolano brave
persone e cattivi soggetti. Indica il meglio di noi stessi: quella trama nuziale che la chiave
di volta di tutta la Bibbia, la fede come una storia d'amore. Dal momento che Dio ti mette
in vita, ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo. Parola di profeti, di salmi, di
Ges: la storia della salvezza la storia di due mendicanti uno d'amore ed Dio, l'altro
d'amore ed l'uomo. Quell'invitato si sbagliato su Dio e quindi su se stesso, sulla vita, su
tutto: non ha capito che Dio viene come uno Sposo, intimo a te come un amante, esperto di
feste: che si fa festa in cielo per un peccatore pentito, per un figlio che torna, per ogni
mendicante d'amore che trova e restituisce un sorso d'amore, una sorsata di vita.
(Letture: Is 25,6-10a; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
16/10/2014
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A Cesare le cose, a Dio la persona con il suo cuore
XXIX Domenica

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Tempo ordinario - Anno A


In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in
fallo Ges nei suoi discorsi.
Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: Maestro, sappiamo
che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verit. Tu non hai soggezione di alcuno,
perch non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di' a noi il tuo parere: lecito, o no, pagare
il tributo a Cesare?. Ma Ges, conoscendo la loro malizia, rispose: Ipocriti, perch
volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un
denaro. Egli domand loro: Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?. Gli risposero:
Di Cesare.
Allora disse loro: Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare e a Dio quello che di
Dio.
La trappola ben congegnata: lecito o no pagare il tributo a Roma? Fai gli interessi degli
invasori o quelli della tua gente? Con qualsiasi risposta, Ges avrebbe rischiato la vita, o
per la spada dei Romani o per il pugnale degli Zeloti. Ges non cade nella trappola:
ipocriti, li chiama, cio attori, commedianti, la vostra vita una recita per essere visti dalla
gente (Mt 6,5)...
Mostratemi la moneta del tributo. Siamo a Gerusalemme, nell'area sacra del tempio dove
non doveva entrare nessuna effigie umana, neppure sulle monete. Per questo c'erano i
cambiavalute all'ingresso. I farisei, i devoti, con la loro religiosit ostentata, tengono invece
con s, nel luogo pi sacro al Signore, la moneta pagana proibita, il denaro dell'imperatore
Tiberio, e cos sono loro a mettersi contro la legge e a confessare qual in realt il loro dio:
il loro idolo mammona. Seguono la legge del denaro, e non quella della Thor. I
commedianti sono smascherati.
lecito pagare? avevano chiesto. Ges risponde cambiando il verbo, da pagare e rendere:
Rendete dunque a Cesare quello che di Cesare e a Dio quello che di Dio. Cesare non
solo lo Stato con le sue istituzioni e le sue facce note, ma l'intera societ nelle cui relazioni
tutti ci umanizziamo. Avete avuto, restituite, voi usate dello Stato che vi garantisce
strade, sicurezza, mercati. Rendete, date indietro (il give back degli anglosassoni), come in
uno scambio pagate tutti il tributo per un servizio che raggiunge tutti.
Come non applicare questa chiarezza semplice di Ges ai nostri giorni di faticose
riflessioni su crisi economica, manovre, tasse, elusione fiscale; come non sentirla rivolta
anche ai farisei di oggi per i quali evadere le tasse un vanto?
Ges completa la risposta con un secondo dittico: Restituite a Dio quello che di Dio.
Siamo immersi nella gratuit: di Dio la terra e quanto contiene; l'uomo e la donna sono
dono che proviene da oltre, cosa di Dio. Restituiscili a Lui onorandoli, prendendotene cura
come di un tesoro.
Ogni donna e ogni uomo sono talenti d'oro offerti a te per il tuo bene, sono nel mondo le
vere monete d'oro che portano incisa l'immagine e l'iscrizione di Dio. A Cesare le cose, a
Dio la persona, con tutto il suo cuore, la sua bellezza, la sua luce, e la memoria viva di Dio.
A ciascuno di noi Ges ricorda: resta libero da ogni impero, ribelle ad ogni tentazione di
venderti o di lasciarti possedere. Ripeti al potere: io non ti appartengo.
Ad ogni potere umano Ges ricorda: Non appropriarti dell'uomo. Non violarlo, non
umiliarlo, non manipolarlo: cosa di Dio, mistero e prodigio che ha il Creatore nel sangue
e nel respiro.
(Letture: Isaia 45,1.4-6; Salmo 95; 1 Tessalonicesi 1,1-5; Matteo 22,15-21).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


23/10/2014
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Amare con tutto noi stessi necessario per vivere


XXX Domenica
Tempo ordinario - Anno A
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Ges aveva chiuso la bocca ai sadduci, si
riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrog per metterlo alla
prova: Maestro, nella Legge, qual il grande comandamento?.
Gli rispose: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente. Questo il grande e primo comandamento. Il secondo poi simile a
quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono
tutta la Legge e i profeti.
Qual , nella Legge, il grande comandamento? Lo sapevano tutti qual era: il terzo, quello
del Sabato, perch anche Dio lo osserva. La risposta di Ges, come al solito, sorprende e
va oltre: non cita nessuno dei Dieci Comandamenti, mette invece al cuore del suo annuncio
la stessa cosa che sta al cuore della vita di tutti: tu amerai, desiderio, sogno, profezia di
felicit per ognuno.
E allora sono certo che il Vangelo rester fino a che rester la vita, non si spegner fino a
che non si spegner la vita stessa.
Amerai, dice Ges: un verbo al futuro, non all'imperativo, perch si tratta di una azione
mai conclusa. Non un obbligo, ma una necessit per vivere, come respirare.
Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai.
Cosa far l'anno che verr, e poi dopo? Tu amerai.
E l'umanit, il suo destino, la sua storia? Solo questo: l'uomo amer.
Un verbo al futuro, perch racconta la nostra storia infinita.
Qui gettiamo uno sguardo sulla fede ultima di Ges: lui crede nell'amore come nella cosa
pi grande. Come lui, i cristiani sono quelli che credono non a una serie di nozioni, verit,
dottrine, comandamenti, ma quelli che credono all'amore (cfr 1 Gv 4,16) come forza
determinante della storia.
Amerai Dio con tutto, con tutto, con tutto. Per tre volte Ges ripete che l'unica misura
dell'amore amare senza misura.
Ama Dio con tutto il cuore. Non significa ama Dio solamente, riservando a lui tutto il
cuore, ma amalo senza mezze misure. E vedrai che resta del cuore, anzi cresce, per amare
il marito, il figlio, la moglie, l'amico, il povero. Dio non geloso, non ruba il cuore: lo
moltiplica.
Ama con tutta la mente. L'amore intelligente: se ami, capisci prima, vai pi a fondo e pi
lontano. Ama con tutte le forze. L'amore arma e disarma, ti fa debole davanti al tuo amato,
ma poi capace di spostare le montagne.
Gli avevano domandato il comandamento grande e lui invece di uno ne elenca due, e il
secondo una sorpresa ancora pi grande. La novit di Ges sta nel fatto che le due parole
fanno insieme una sola parola, l'unico comandamento. E dice: il secondo simile al primo.

Amerai l'uomo simile ad amerai Dio. Il prossimo simile a Dio, la rivoluzione di Ges:
il prossimo ha volto e voce e cuore simili a Dio, terra sacra davanti alla quale togliersi i
calzari, come Mos al Roveto ardente.
Per Ges non ci pu essere un amore verso Dio che non si traduca in amore concreto verso
il prossimo.
Ma perch amare, e con tutto me stesso? Perch una scheggia di Dio, infuocata, l'amore.
Perch Dio-Amore l'energia fondamentale del cosmo, amor che muove il sole e l'altre
stelle, e amando entri nel motore caldo della vita, a fare le cose che Dio fa.
(Letture: Esodo 22,20-26; Salmo 17; 1 Tessalonicesi 1,5-10; Matteo 22,34-40).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


30/10/2014
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Beatitudini: Dio regala vita a chi produce amore


Commemorazione di tutti i fedeli defunti
Messa III
In quel tempo, vedendo le folle, Ges sal sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a
lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: Beati i poveri in spirito,
perch di essi il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perch saranno consolati. Beati i miti,
perch avranno in eredit la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perch
saranno saziati. Beati i misericordiosi, perch troveranno misericordia. Beati i puri di
cuore, perch vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perch saranno chiamati figli di
Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perch di essi il regno dei cieli. Beati voi quando
vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi
per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perch grande la vostra ricompensa nei cieli.
Le Beatitudini, che Gandhi chiamava le parole pi alte che l'umanit abbia ascoltato,
fanno da collante tra le due feste dei santi e dei defunti. La liturgia propone il Vangelo delle
Beatitudini come luce che non raggiunge solo i migliori tra noi, i santi, ma si posa su tutti i
fratelli che sono andati avanti. Una luce in cui siamo dentro tutti: poveri, sognatori,
ingenui, i piangenti e i feriti, i ricomincianti. Quando le ascoltiamo in chiesa ci sembrano
possibili e perfino belle, poi usciamo, e ci accorgiamo che per abitare la terra, questo
mondo aggressivo e duro, ci siamo scelti il manifesto pi difficile, stravolgente e
contromano che si possa pensare.
Ma se accogli le Beatitudini la loro logica ti cambia il cuore. E possono cambiare il mondo.
Ti cambiano sulla misura di Dio. Dio non imparziale, ha un debole per i deboli,
incomincia dagli ultimi, dalle periferie della Storia, per cambiare il mondo, perch non
avanzi per le vittorie dei pi forti, ma per semine di giustizia e per raccolti di pace.
Chi custode di speranza per il cammino della terra? Gli uomini pi ricchi, i personaggi di
successo o non invece gli affamati di giustizia per s e per gli altri? I lottatori che hanno
passione, ma senza violenza?

Chi regala sogni al cuore? Chi pi armato, pi forte e scaltro? o non invece il tessitore
segreto della pace, il non violento, chi ha gli occhi limpidi e il cuore bambino e senza
inganno?
Le Beatitudini sono il cuore del Vangelo e al cuore del vangelo c' un Dio che si prende
cura della gioia dell'uomo. Non un elenco di ordini o precetti ma la bella notizia che Dio
regala vita a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicit di qualcuno il Padre si
fa carico della sua felicit.
Non solo, ma sono beati anche quelli che non hanno compiuto azioni speciali, i poveri, i
poveri senza aggettivi, tutti quelli che l'ingiustizia del mondo condanna alla sofferenza.
Beati voi poveri, perch vostro il Regno, gi adesso, non nell'altro mondo! Beati, perch
c' pi Dio in voi. E quindi pi speranza, ed solo la speranza che crea storia. Beati quelli
che piangono... e non vuol dire: felici quando state male! Ma: In piedi voi che piangete,
coraggio, in cammino, Dio sta dalla vostra parte e cammina con voi, forza della vostra
forza!
Beati i misericordiosi... Loro ci mostrano che i giorni sconfinano nell'eterno, loro che
troveranno per s ci che hanno regalato alla vita d'altri: troveranno misericordia, bagaglio
di terra per il viaggio di cielo, equipaggiamento per il lungo esodo verso il cuore di Dio. A
ricordarci che la nostra morte la parte della vita che d sull'altrove. Quell'altrove che
sconfina in Dio(Rilke).
(Letture: Sapienza 3,1-9; Salmo 41; Apocalisse 21,1-5.6-7; Matteo 5,1-12)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
06/11/2014
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Nella Chiesa fuori i mercanti e dentro i poveri


Dedicazione della Basilica Lateranense
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Ges sal a Gerusalemme. Trov nel tempio gente che
vendeva buoi, pecore e colombe e, l seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di
cordicelle e scacci tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gett a terra il denaro dei
cambiamonete e ne rovesci i banchi, e ai venditori di colombe disse: Portate via di qui
queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!. I suoi discepoli si
ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorer.
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: Quale segno ci mostri per fare queste
cose?. Rispose loro Ges: Distruggete questo tempio e in tre giorni lo far risorgere.
Gli dissero allora i Giudei: Questo tempio stato costruito in quarantasei anni e tu in tre
giorni lo farai risorgere?. Ma egli parlava del tempio del suo corpo [...].
In tutto il mondo i cattolici celebrano oggi la dedicazione della cattedrale di Roma, San
Giovanni in Laterano, come se fosse la loro chiesa, radice di comunione da un angolo
all'altro della terra. Non celebriamo quindi un tempio di pietre, ma la casa grande di un Dio
che per sua dimora ha scelto il libero vento di sempre, e si fatto dell'uomo la sua casa, e
della terra intera la sua chiesa.
Nel Vangelo, Ges con una frusta in mano. Il Ges che non ti aspetti, il coraggioso il cui
parlare si si, no no. Il maestro appassionato che usa gesti e parole con combattiva
tenerezza (Eg 85). Ges mai passivo, mai disamorato, non si rassegna alle cose come

stanno: lui vuole cambiare la fede, e con la fede cambiare il mondo. E lo fa con gesti
profetici, non con un generico buonismo.
Probabilmente gi un'ora dopo i mercanti, recuperate colombe e monete, avevano
rioccupato le loro posizioni. Tutto come prima, allora? No, il gesto di Ges arrivato fino
a noi, profezia che scuote i custodi dei templi, e anche me, dal rischio di fare mercato della
fede.
Ges caccia i mercanti, perch la fede stata monetizzata, Dio diventato oggetto di
compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i pii e i devoti per ingraziarselo: io ti do
orazioni, tu in cambio mi dai grazie; io ti do sacrifici, tu mi dai salvezza.
Caccia gli animali delle offerte anticipando il capovolgimento di fondo che porter con la
croce: Dio non chiede pi sacrifici a noi, ma sacrifica se stesso per noi. Non pretende nulla,
dona tutto.
Fuori i mercanti, allora. La Chiesa diventer bella e santa non se accresce il patrimonio e i
mezzi economici, ma se compie le due azioni di Ges nel cortile del tempio: fuori i
mercanti, dentro i poveri. Se si far Chiesa con il grembiule (Tonino Bello).
Egli parlava del tempio del suo corpo. Il tempio del corpo..., tempio di Dio siamo noi, la
carne dell'uomo. Tutto il resto decorativo. Tempio santo di Dio il povero, davanti al
quale dovremmo toglierci i calzari come Mos davanti al roveto ardente perch terra
santa, dimora di Dio.
Dei nostri templi magnifici non rester pietra su pietra, ma noi resteremo, casa di Dio per
sempre. C' grazia, presenza di Dio in ogni essere. Passiamo allora dalla grazia dei muri
alla grazia dei volti, alla santit dei volti.
Se noi potessimo imparare a camminare nella vita, nelle strade delle nostre citt, dentro le
nostre case e, delicatamente, nella vita degli altri,
con venerazione per la vita dimora di Dio, togliendoci i calzari come Mos al roveto, allora
ci accorgeremmo che stiamo camminando dentro un'unica, immensa cattedrale. Che tutto il
mondo cielo, cielo di un solo Dio.
(Letture: Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 45; 1 Cor 3,9-11.16-17; Giovanni 2,13-22)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
13/11/2014
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Il talento di coltivare e custodire la felicit degli altri


XXXIII Domenica
Tempo ordinario - Anno A
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli questa parabola: Avverr come a un uomo che,
partendo per un viaggio, chiam i suoi servi e consegn loro i suoi beni. A uno diede
cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacit di ciascuno; (...). Dopo
molto tempo il padrone di quei servi torn e volle regolare i conti con loro. Si present
colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne port altri cinque (...). Si present poi colui che
aveva ricevuto due talenti e disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho
guadagnati altri due. Si present infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e
disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove
non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco
ci che tuo (...).

Avverr come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiam i suoi servi e consegn
loro i suoi beni. Dio ci consegna qualcosa e poi esce di scena. Ci consegna il mondo, con
poche istruzioni per luso, e tanta libert. Un volto di Dio che ritroviamo in molte parabole:
ha fiducia in noi, ci innalza a con-creatori, lo fa con un dono e una regola, quella di Adamo
nellEden "coltiva e custodisci " il giardino dove sei posto, vale a dire: ama e moltiplica la
vita, sacerdote di quella che la liturgia primordiale del mondo. Nessun uomo senza
giardino, perch ci che stato vero per Adamo vero da allora per ogni suo figlio.
I talenti dati ai servi, dal padrone generoso e fiducioso, oltre a rappresentare le doti
intellettuali e di cuore, la bellezza interiore, di cui nessuno privo, di cui la luce del corpo
solo un riflesso, annunciano che ogni creatura messa sulla mia strada un talento di Dio
per me, tesoro messo nel mio campo. E io sono lAdamo coltivatore e custode della sua
fioritura e felicit. Il Vangelo pieno di una teologia semplice, la teologia del seme, del
lievito, di inizi che devono fiorire. A noi tocca il lavoro paziente e intelligente di chi ha
cura dei germogli: lessenza dellamore non in ci che comune, nel costringere
laltro a diventare qualcosa, a diventare infinitamente tanto, a diventare il massimo che gli
consentono le forze. (Rilke).
Arriva il momento del rendiconto, e si accumulano sorprese. La prima: colui che consegna
dieci talenti non pi bravo di chi ne consegna solo quattro. Non c una tirannia o un
capitalismo della quantit, perch le bilance di Dio non sono quantitative, ma qualitative.
Occorre solo sincerit del cuore e fedelt a se stessi, per dare alla vita il meglio di ci che
possiamo dare.
La seconda sorpresa: Dio non un padrone esigente che rivuole indietro i suoi talenti con
gli interessi. La somma rimane ai servitori, anzi raddoppiata: sei stato fedele nel poco, ti
dar autorit su molto. I servi vanno per restituire, e Dio rilancia. Questo accrescimento di
vita il Vangelo, questa spirale damore crescente lenergia di Dio incarnata in tutto ci
che vive.
Si present infine colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: ho avuto paura. La
parabola dei talenti un invito a non avere paura delle sfide della vita, perch la paura
paralizza, ci rende perdenti: quante volte abbiamo rinunciato a vincere solo per la paura di
finire sconfitti! Il Vangelo maestro della sapienza del vivere, della pi umana pedagogia
che si fonda su tre regole: non avere paura, non fare paura, liberare dalla paura. E
soprattutto da quella che la paura delle paure: la paura di Dio.
(Letture: Proverbi 31,10-13.19-20.30-31; Salmo 127; 1 Tessalonicesi 5,1-6; Matteo 25,1430).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
20/11/2014
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Il peccato pi grande? Smarrire lo sguardo di Dio


XXXIV Domenica
Tempo Ordinario - Cristo Re
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Quando il Figlio dell'uomo verr nella sua
gloria, e tutti gli angeli con lui, seder sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno

radunati tutti i popoli. Egli separer gli uni dagli altri. (...) Allora i giusti gli risponderanno:
"Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti
abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo
e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a
visitarti?. E il re risponder loro: In verit io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno
solo di questi miei fratelli pi piccoli, l'avete fatto a me.
Avevo fame, avevo sete, ero straniero, nudo, malato, in carcere... Dal Vangelo emerge un
fatto straordinario: lo sguardo di Ges si posa sempre, in primo luogo, sul bisogno
dell'uomo, sulla sua povert e fragilit. E dopo la povert, il suo sguardo va alla ricerca del
bene che circola nelle vite: mi hai dato pane, acqua, un sorso di vita, e non gi, come ci
saremmo aspettati, alla ricerca dei peccati e degli errori dell'uomo. Ed elenca sei opere
buone che rispondono alla domanda su cui si regge tutta la Bibbia: che cosa hai fatto di tuo
fratello?
Quelli che Ges evidenzia non sono grandi gesti, ma gesti potenti, perch fanno vivere,
perch nascono da chi ha lo stesso sguardo di Dio.
Grandioso capovolgimento di prospettive: Dio non guarda il peccato commesso, ma il bene
fatto. Sulle bilance di Dio il bene pesa di pi. Bellezza della fede: la luce pi forte del
buio; una spiga di grano vale pi della zizzania del cuore.
Ed ecco il giudizio: che cosa rimane quando non rimane pi niente? Rimane l'amore, dato e
ricevuto. In questa scena potente e drammatica, che poi lo svelamento della verit ultima
del vivere, Ges stabilisce un legame cos stretto tra s e gli uomini, da arrivare fino a
identificarsi con loro: quello che avete fatto a uno dei miei fratelli, l'avete fatto a me!
Ges sta pronunciando una grandiosa dichiarazione d'amore per l'uomo: io vi amo cos
tanto, che se siete malati la mia carne che soffre, se avete fame sono io che ne patisco i
morsi, e se vi offrono aiuto sento io tutte le mie fibre gioire e rivivere.
Gli uomini e le donne sono la carne di Cristo. Finch ce ne sar uno solo ancora sofferente,
lui sar sofferente.
Nella seconda parte del racconto ci sono quelli mandati via, perch condannati. Che male
hanno commesso? Il loro peccato non aver fatto niente di bene. Non sono stati cattivi o
violenti, non hanno aggiunto male su male, non hanno odiato: semplicemente non hanno
fatto nulla per i piccoli della terra, indifferenti.
Non basta essere buoni solo interiormente e dire: io non faccio nulla di male. Perch si
uccide anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per
il bene comune, per chi ha fame o patisce ingiustizia, stare a guardare, gi farsi complici
del male, della corruzione, del peccato sociale, delle mafie.
Il contrario esatto dell'amore non allora l'odio, ma l'indifferenza, che riduce al nulla il
fratello: non lo vedi, non esiste, per te un morto che cammina.
Questo atteggiamento papa Francesco l'ha definito globalizzazione dell'indifferenza. Il
male pi grande aver smarrito lo sguardo, l'attenzione, il cuore di Dio fra noi.
(Letture: Ezechiele 34,11-12.15-17; Salmo 22; 1 Corinzi 15,20-26a.28; Matteo 25,31-46)
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


27/11/2014
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Avvento, tempo di attesa e attenzione: Dio si fa pi vicino


I Domenica Avvento
Anno B
In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Fate attenzione, vegliate, perch non sapete
quando il momento. come un uomo, che partito dopo aver lasciato la propria casa e
dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritorner, se alla sera o a
mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso,
non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!.
Se tu squarciassi i cieli e discendessi! (Is 63,19). Il profeta apre l'Avvento come un maestro
del desiderio e dell'attesa; Ges riempie l'attesa di attenzione.
Attesa e attenzione, i due nomi dell'Avvento, hanno al medesima radice: tendere a,
rivolgere mente e cuore verso qualcosa, che manca e che si fa vicino e cresce. Sono le
madri quelle che conoscono a fondo l'attesa, che la imparano nei nove mesi che il loro
ventre lievita di vita nuova. Attendere l'infinito del verbo amare.
Avvento un tempo di incamminati: tutto si fa pi vicino, Dio a noi, noi agli altri, io a me
stesso. In cui si abbreviano distanze: tra cielo e terra, tra uomo e uomo, e si avviano
percorsi.
Nel Vangelo di oggi il padrone se ne va e lascia tutto in mano ai suoi servi, a ciascuno il
suo compito (Marco 13,34). Una costante di molte parabole, dove Ges racconta il volto di
un Dio che mette il mondo nelle nostre mani, che affida le sue creature all'intelligenza
fedele e alla tenerezza combattiva dell'uomo.
Ma un doppio rischio preme su di noi. Il primo, dice Isaia, quello del cuore duro: perch
lasci indurire il nostro cuore lontano da te? (Is 63,17). La durezza del cuore la malattia
che Ges teme di pi, la "sclerocarda" che combatte nei farisei, che intende con tutto se
stesso curare e guarire.
Che san Massimo il Confessore converte cos chi ha il cuore dolce sar perdonato.
Il secondo rischio vivere una vita addormentata: che non giunga l'atteso all'improvviso
trovandovi addormentati (Marco 13,36). Il Vangelo ci consegna una vocazione al risveglio,
perch senza risveglio, non si pu sognare (R. Benigni).
Rischio quotidiano una vita dormiente, incapace di cogliere arrivi ed inizi, albe e
sorgenti; di vedere l'esistenza come una madre in attesa, gravida di luce; una vita distratta e
senza attenzione.
Vivere attenti. Ma a che cosa? Attenti alle persone, alle loro parole, ai loro silenzi, alle
domande mute, ad ogni offerta di tenerezza, alla bellezza del loro essere vite incinte di Dio.
Attenti al mondo, nostro pianeta barbaro e magnifico, alle sue creature pi piccole e
indispensabili: l'acqua, l'aria, le piante.
Attenti a ci che accade nel cuore e nel piccolo spazio di realt in cui mi muovo.
Noi siamo argilla nelle tue mani. Tu sei colui che ci d forma (Isaia 64,7). Il profeta invita
a percepire il calore, il vigore, la carezza delle mani di Dio che ogni giorno, in una
creazione instancabile, ci plasma e ci d forma; che non ci butta mai via, se il nostro vaso
riesce male, ma ci rimette di nuovo sul tornio del vasaio. Con una fiducia che io tante volte
ho tradito, che Lui ogni volta ha rilanciato in avanti.
(Letture: Isaia 63,16-17.19; 64, 2-7; Salmo 79; 1 Corinzi 1,3-9; Marco 13, 33-37).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


04/12/2014
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La buona notizia: Dio viene e profuma di vita la vita


II Domenica di Avvento
Anno B
Inizio del Vangelo di Ges, Cristo, Figlio di Dio. Come sta scritto nel profeta Isaa: Ecco,
dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparer la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un
battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Accorrevano a lui tutta la regione della
Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume
Giordano, confessando i loro peccati. Giovanni era vestito di peli di cammello, con una
cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava:
Viene dopo di me colui che pi forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i
lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzer in Spirito
Santo.
Due voci parlano del venire di Dio. Isaia, voce del cuore: Viene il Signore con potenza. Ma
subito specifica: con la potenza della tenerezza, tiene sul petto i piccoli agnelli e conduce
pian piano le pecore madri. Tenerezza di Dio, potenza possibile ad ogni uomo.
Giovanni delle acque e del sole: Viene uno dopo di me ed il pi forte. Lui ci battezzer, ci
immerger nel turbine santo di Dio.
I due profeti usano lo stesso verbo, in un eterno presente: Dio viene, viaggiatore dei secoli
e dei cuori, viene come seme che diventa albero, come lievito che solleva la pasta, come
profumo di vita per la vita (2 Cor 2,16). C' chi sa vedere i cieli riflessi in una goccia di
rugiada, il profeta vede il cammino di Dio nella polvere delle nostre strade. Dio si avvicina,
nel tempo e nello spazio, dentro le cose di tutti i giorni, alla porta della tua casa, ad ogni
tuo risveglio.
Prima parola della prima riga di Marco: Inizio del vangelo di Ges. Si pu allora iniziare di
nuovo, anche da l dove la vita si arrestata, si pu ripartire e aprire futuro. Ma come
trovarne la forza?
Inizio di una bella notizia... da qui, solo a partire da una buona notizia si pu ricominciare
a vivere, a progettare, a stringere legami, e mai partendo da amarezze, da sbagli, dal male
che assedia. E se qualcosa di cattivo o doloroso accaduto, buona notizia diventa il
perdono, che lava via gli angoli pi oscuri del cuore.
Inizio di una bella notizia che Ges. Lui, mani impigliate nel folto della vita, racconto
della tenerezza di Dio, annuncio che possibile, per tutti, vivere meglio e che il vangelo ne
possiede la chiave. Il futuro buono Dio sempre pi vicino, vicino come il respiro, vicino
come il cuore, profumo di vita.
Viene dopo di me uno pi forte di me. Ges il pi forte perch l'unico che parla al cuore,
si rivolge al centro dell'umano (parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che finita la notte,
Isaia 40, 1-2). Tutte le altre sono voci che vengono da fuori, la sua l'unica che suona in

mezzo all'anima. Perch ci che conta soltanto il fondo del cuore dell'uomo. E ci che
vero nel cuore fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di
apparenze.
Viene colui che pi forte, il Regno di Dio non stato sopraffatto da altri regni:
l'economia, il mercato, il denaro. Il mondo pi vicino a Dio oggi di ieri. Lo attestano la
crescita della consapevolezza e della libert, il fiorire del femminile, il rispetto e la cura per
i disabili, l'amore per l'ambiente...
La buona notizia una storia gravida di futuro buono per il mondo, perch Dio sempre
pi vicino, vicino come un abbraccio. E profuma di vita la vita.
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


11/12/2014
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E noi chi siamo? Solo voce di un Dio innamorato


III Domenica di Avvento
Anno B
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per
dare testimonianza alla luce, perch tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme
sacerdoti e levti a interrogarlo: Tu, chi sei?. Egli confess e non neg. Confess: Io
non sono il Cristo. Allora gli chiesero: Chi sei, dunque? Sei tu Elia?. Non lo sono,
disse. Sei tu il profeta?. No, rispose. Gli dissero allora: Chi sei? Perch possiamo
dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?. Rispose: Io
sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il
profeta Isaa. [...]
Venne Giovanni mandato da Dio, venne come testimone, per rendere testimonianza alla
luce. Non al dominio, alla giustizia, al trionfo di Dio, il profeta rende testimonianza
all'umilt e alla pazienza della luce.
Ognuno di noi uomo mandato da Dio, piccolo profeta inviato nella sua casa, ciascuno
pur con il suo cuore d'ombra in grado di lasciarsi irradiare, di accumulare, di stivare
dentro di s la luce, per poi vedere la realt in altra luce (M. Zambrano). Ognuno
testimone non tanto dei comandi, o dei castighi, o del giudizio di Dio, ma della luce del
Dio liberatore, che fascia le piaghe dei cuori feriti, che va in cerca di tutti i prigionieri per
tirarli fuori dalle loro carceri e rimetterli nel sole.
Giovanni testimone non tanto della verit, quanto della luce della verit: perch se il vero
e il buono non sono anche belli e non emanano fascino e calore, non muovono il cuore e
non lo seducono.
Infatti il Precursore prepara la strada a Uno che venuto e ha fatto risplendere la vita (2
Timoteo 1,10), venuto ed ha immesso splendore e bellezza nell'esistenza. Come un sole

tanto a lungo atteso, venuto un Dio luminoso e innamorato in mezzo a noi, guaritore del
freddo, ha lavato via gli angoli oscuri del cuore. Dopo di lui pi bello vivere.
Ed la positivit del Vangelo che fiorisce e invade gli occhi del cuore. E mi copre col suo
manto, dice Isaia, e far germogliare una primavera di giustizia, una primavera che
credevamo impossibile. Mi abbandono, allora, nelle sue mani, come il profeta, come cuore
ferito, ma anche come diadema; mi abbandono nelle sue mani come vaso spezzato che egli
saner, e come gioiello; come schiavo e come corona, testimone di una religione solare e
felice.
Giovanni afferma che il mondo si regge su un principio di luce e non sulla prevalenza del
male, che vale molto di pi accendere la nostra lampada nella notte che imprecare e
denunciare il buio.
Per tre volte gli domandano: Tu, chi sei? Domanda decisiva anche per me. Io non sono
l'uomo prestigioso che vorrei essere n l'insignificante che temo di essere; non sono ci che
gli altri credono di me, n santo, n solo peccatore; non sono il mio ruolo, non sono ci che
appaio.
Io sono voce. Abitata e attraversata da parole pi alte di me, strumento di qualcosa che
viene da prima di me, che sar dopo di me. Io sono voce. Solo Dio la Parola. Il mio
segreto in sorgenti d'acqua viva che non mi appartengono, che non verranno mai meno,
alle quali potr sempre attingere. Io sono voce quando sono profeta, quando trasmetto
parole lucenti e parlo del sole, gridando nel deserto di queste citt, come Giovanni, o
sussurrando al cuore ferito, come Isaia.
(Letture: Isaia 61,1-2.10-11; Luca 1; 1 Tessalonicesi 5,16-24; Giovanni 1,6-8.19-28)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


18/12/2014
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Come Maria, anche noi siamo amati per sempre


IV Domenica di Avvento
Anno B
In quel tempo, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una citt della Galilea, chiamata
Nzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome
Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: Rallgrati, piena di
grazia: il Signore con te. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso
avesse un saluto come questo. L'angelo le disse: Non temere, Maria, perch hai trovato
grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Ges.
Sar grande e verr chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli dar il trono di
Davide suo padre e regner per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avr
fine. (...). Allora Maria disse: Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua
parola. E l'angelo si allontan da lei.
L'Incarnazione del Verbo come la caduta di un seme nel solco. Il seme cade e porta una
energia di vita dentro la terra. La terra a sua volta lo avvolge e lo nutre, cede al seme i suoi

elementi chimici inerti e il seme li trasforma in una dimensione superiore: dal freddo
oscuro della terra estrae colore e profumo e sapore, per il pi piccolo fiore o per l'albero
secolare (G. Vannucci).
La nostra fede inizia da una annunciazione: un angelo afferma che l'Onnipotente si fa
bambino, fremito nel grembo di Maria, fame di latte e di carezze.
L'annunciazione il punto di estasi della storia umana, la falla attraverso la quale entra
l'acqua di un'altra sorgente, la feritoia attraverso la quale il divino si innesta, come un ramo
d'olivo, sul vecchio tronco della terra che riprende a fiorire. Quell'annuncio una fessura di
luce attraverso la quale la nostra storia prende respiro, allarga le ali, spicca il volo.
La prima parola dell'angelo a Maria "chaire" non un semplice saluto, dentro vibra quella
cosa buona e rara che tutti, in tutti i giorni, cerchiamo: la gioia "rallegrati, gioisci, sii
felice". Non chiede: prega, inginocchiati, fai questo o quello. Ma semplicemente: apriti alla
gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e ti stringe in un abbraccio, viene e
porta una promessa di felicit.
La seconda parola svela il perch della gioia: sei piena di grazia. Un termine nuovo, mai
risuonato prima nella Bibbia o nelle sinagoghe, letteralmente inaudito, che fa tremare
Maria: Dio si chinato su di te, si innamorato di te, si dato a te, e tu trabocchi di Dio. Il
tuo nome : amata per sempre. Teneramente, liberamente, senza rimpianti amata.
E annuncia che Dio sceglie un grembo di donna, che entra nel nostro fiume di santi e
peccatori, in questa corrente gravida di fango e pagliuzze d'oro; che si dirama per tutte le
vene del mondo, fino agli ultimi rami della creazione. Si capisce che Maria sia senza
parole e che risponda prima con il silenzio e poi con una domanda: come possibile? La
tua prima parola, Maria, ti chiediamo di accogliere in cuore, come sia possibile ancora
concepire pur noi il suo Verb (Turoldo). La vocazione di Maria la nostra stessa
vocazione: chiamati tutti ad essere madri di Ges, a renderlo vivo, presente, importante in
queste strade, in queste case, nelle nostre relazioni.
L'angelo Gabriele ancora inviato ad ogni casa ad annunciare a ciascuno: sii felice, anche
tu sei amato per sempre, verr in te la Vita.
Io credo in un angelo che ha il seme di Dio nella voce; credo in un Bambino, sgusciato dal
grembo di una donna, che il racconto della tenerezza di Dio, immagine alta e pura del
volto dell'uomo.
(Letture: 2 Samuele 7,1-5.8-12.14.16; Salmo 88; Romani 16,25-27; Luca 1,26-38).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


27/12/2014
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Da Nazaret a oggi, Dio parla attraverso la famiglia


SANTA FAMIGLIA
Anno B
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mos,
(Maria e Giuseppe) portarono il bambino (Ges) a Gerusalemme per presentarlo al Signore

come scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sar sacro al Signore
e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la
legge del Signore. Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio,
che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era su di lui...
Portarono il bambino a Gerusalemme. Il figlio dato ai genitori e da loro offerto ad un
sogno pi grande, intrecciato da subito alla sorte di Dio e della citt dell'uomo.
Come quel Figlio, i nostri figli non sono nostri, appartengono al Signore, al mondo, alla
loro vocazione, ai loro sogni. Ogni bambino un punto abissale che apre sul futuro di Dio
e sull'avvenire del mondo, una libert che sta ad una profondit misteriosa alla quale non
giungeremo mai.
Prima santit della famiglia: nella mia casa ognuno fessura e varco di un amore pi
grande della mia casa, quello di Dio. Perch la vita fiorisca in tutta la sua densit e
bellezza.
Presentano al Signore il Bambino. I due giovani genitori mostrano che in Ges, e in ogni
esistenza, c' in gioco una forza pi grande di noi, un bene grande che alimenta il nostro
amore, una verit immensa che rende possibile la nostra ricerca, una vita piena che riempie
la nostra piccola anfora, una fonte che non viene meno, fedele, sempre a disposizione,
possiamo attingervi ad ogni istante.
Nel tempio il Bimbo passa dalle braccia di Maria a quelle di Simeone, in un gesto carico di
fiducia. Simbolo grande, un gesto tenero e forte che invita a prendere fra le proprie braccia,
con fiducia, la misteriosa presenza di Dio, che si incarna, che abita, che si offre nel volto,
nei gesti, nello sguardo di ognuno dei miei cari.
Siamo tutti, come il vecchio profeta Simeone, occhi stanchi ma accesi di desiderio, piccoli
profeti nelle nostre case, capaci di ripetere, a chi vive con noi, parole che sanno di grazia:
io ti prendo fra le mie braccia, e stringendo te io stringo la presenza di Dio. Io ti accolgo
fra le mie braccia, e abbracciando te, abbraccio la divina presenza.
E la profezia di ogni famiglia prosegue: i miei occhi hanno visto la salvezza del Signore.
Parole come benedizione su ognuno che il Signore ha posto sulla mia strada: tu sei per me
salvezza che mi cammina a fianco.
Tornarono quindi alla loro casa. E il Bambino cresceva e si fortificava e la grazia di Dio
era su di lui. Profezia e magistero della famiglia sono i pi grandi, molto pi importanti
ancora di quelli del tempio, sono quelli sempre necessari. Il volto di chi mi vuol bene il
primo sacramento (segno efficace e visibile) dell'amore di Dio.
Ogni tavola, in ogni casa, un altare: primo altare dove la vita celebra la sua festa, le sue
lacrime, le sue speranze. Ed da questo altare che deriva poi quello della Chiesa. Al
tempio Dio preferisce la casa: mi guarda, mi accarezza con gli occhi di chi vive con me.
Mio primo profeta colui che cammina al mio fianco, mia prima grazia colei che avanza
nella vita con me.
(Letture: Genesi 15,1-6; 21,1-3; Salmo 104; Ebrei 11,8.11-12.17-19; Luca 2,22-40)
riproduzione riservata