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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi

07/01/2010
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Dal cielo aperto scese la vita di Dio


Battesimo del Signore Anno C In quel tempo, poich il popolo era in attesa e tutti, riguardo
a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti
dicendo: Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che pi forte di me, a cui non sono
degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzer in Spirito Santo e fuoco. Ed ecco,
mentre tutto il popolo veniva battezzato e Ges, ricevuto anche lui il battesimo, stava in
preghiera, il cielo si apr e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come
una colomba, e venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il
mio compiacimento. Al centro del brano non posto il battesimo di Ges, raccontato
quasi come un inciso, ma l'aprirsi del cielo: Ges, ricevuto il battesimo, stava in preghiera
ed ecco il cielo si apr. Come si apre una breccia nelle mura, come quando si aprono le
braccia agli amici, all'amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre sotto l'urgenza dell'amore di
Dio, sotto l'impazienza di Adamo, sotto l'assedio dei poveri e nessuno lo rinchiuder pi.
Guardo spesso il cielo chiuso sopra la mia citt, lo guardo con le sue stelle appassite, e
cerco un pertugio come quello sul Giordano, un graffio d'azzurro, uno strappo nel grigio,
per leggere, da l, dalla luce, dalla mia parte alta, tutto ci che accaduto e accade nella
mia vita. Ma anche l'aprirsi del cielo secondario: scese su di Lui lo Spirito Santo. Spirito
parola che dice vita, dal primo respiro di Dio che accese la fiamma misteriosa della vita
nel petalo di argilla che Adamo, da prima ancora quando aleggiava sulle acque,
covando l'origine della vita. Santo significa sostanzialmente di Dio. Scese lo Spirito
Santo si pu quindi tradurre cos: Scese la vita di Dio. Alito che rianima la fiamma
smorta, respiro profondo dell'essere, soffio di primavere. E poi fu una voce: Tu sei il mio
figlio amato. Il brano come una miniatura di tutto il Vangelo e ne racconta alcune delle
verit pi alte. Racconta la Trinit per simboli: una voce, un figlio, una colomba; racconta
Ges: il Figlio che si fa fratello, che si immerge solidale nel fiume dell'umanit; racconta
l'uomo: un fratello che diventa figlio. E parla di me: il cielo che si apre, lo Spirito e la Voce
sono accaduti, sono scesi anche sul mio battesimo: vita di Dio in me, dilatazione del cuore,
incarnazione che non si arresta, io amato come Ges, Dio che preferisce ciascuno, ognuno
figlio prediletto. Nella Bibbia figlio un termine tecnico, dal significato preciso: figlio il
somigliante al padre, colui che compie le stesse sue azioni, che prolunga nella sua vita la
vita del padre. Allora ti prende come un desiderio di fare qualcosa che assomigli a ci che
detto di Ges: Pass nel mondo facendo del bene e guarendo ogni male. Sintesi ultima,
essenziale, struggente, bellissima della vicenda di Ges, ma anche di ognuna delle nostre
vite. Passare nel mondo facendo del bene, splendendo per un istante anche se nessuno
guarder il tuo lucente sguardo. Anche un solo gesto cos rende pi grande l'universo.
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3,15-16.21-22).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
14/01/2010
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Dio viene come festa e come gioia


II Domenica Tempo Ordinario-Anno C In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di
Galilea e c'era la madre di Ges. Fu invitato alle nozze anche Ges con i suoi discepoli.

Venuto a mancare il vino, la madre di Ges gli disse: Non hanno vino. E Ges le rispose:
Donna, che vuoi da me? Non ancora giunta la mia ora. Sua madre disse ai servitori:
Qualsiasi cosa vi dica, fatela. Vi erano l sei anfore di pietra per la purificazione rituale
dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Ges disse loro: Riempite
d'acqua le anfore; e le riempirono fino all'orlo. Disse loro di nuovo: Ora prendetene e
portatene a colui che dirige il banchetto. Ed essi gliene portarono (...). Con tutte le
situazioni tragiche, le morti e le croci d'Israele, Ges d inizio alla sua missione quasi
giocando con dell'acqua e con del vino. Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e
Ges comincia non da loro ma da una festa di nozze. Deve esserci sotto qualcosa di molto
importante: il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa. A lungo abbiamo pensato
che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. Il cristianesimo ha subto come un
battesimo di tristezza. Dice un filosofo: I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li
costringono a soffrire!. Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice
la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. Scrive
Bonhoeffer: dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci
d. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicit terrena. Una festa di nozze: le nozze sono il
luogo dove l'amore celebra la sua festa. Ed l che Ges pone il primo dei segni: il primo
segnale da seguire nelle strade della vita l'amore, forza capace di riempire di miracoli la
terra. E viene a mancare il vino. Il vino, in tutta la Bibbia, simbolo di gioia e di amore,
ma minacciati; la vita si trascina stancamente, occorre qualcosa di nuovo: Ges stesso,
volto d'amore di Dio. Il vino che viene a mancare esperienza quotidiana: viene a mancare
quel non-so-che che d qualit alla vita, un non-so-che di energia, di passione, di
entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose. Come uscirne? A due condizioni.
Qualunque cosa vi dica, fatela. Fate il suo Vangelo; rendetelo gesto e corpo; tutto il
Vangelo, il consiglio amabile, il comando esigente, la consolazione, il rischio. E si
riempiranno le anfore vuote della vita. Riempite d'acqua le anfore. Solo acqua posso
portare davanti al Signore, nient'altro che acqua. Eppure la vuole tutta, fino all'orlo. E
quando le sei anfore della mia umanit, dura come la pietra e povera come l'acqua, saranno
offerte a Lui, colme di ci che umano e mio, sar Lui a trasformare questa povera acqua
nel migliore dei vini, immeritato e senza misura. A Cana, gli sposi non hanno meriti o
diritti da vantare. La loro povert non un ostacolo, ma una opportunit per il Signore, un
titolo per il suo intervento. Dio viene anche per me che non ho meriti; viene come festa e
come gioia, come vino buono, e conta non i miei meriti ma il mio bisogno. (Letture: Isaia
62,1-5; Salmo 95; Prima Lettera ai Corinzi 12,4-11; Giovanni 2,1-12)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
21/01/2010
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I poveri, principi del Regno di Dio
III Domenica Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, Ges ritorn in Galilea con la
potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro
sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo
solito, di sabato, entr nella sinagoga e si alz a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta
Isaa; apr il rotolo e trov il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto
annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libert
gli oppressi e proclamare l'anno di grazia del Signore. Riavvolse il rotolo, lo riconsegn
all'inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora
cominci a dire loro: Oggi si compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Luca ci

racconta la scena delle origini, scena da stampare nel cuore. Lo fa quasi al rallentatore, per
farci comprendere l'estrema importanza di questo momento. Ges arrotola il volume, lo
consegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui. Risuonano le prime parole ufficiali
di Ges, oggi la parola di Isaia diventa carne: si chiudono i libri e si apre la vita. Dalla
carta scritta al respiro vivo. Dall'antico profeta a un rabbi che non impone pesi, ma li
toglie, non porta precetti, ma libert. L'umanit tutta in quattro aggettivi: povera,
prigioniera, cieca, oppressa. Sono i quattro nomi dell'uomo. Adamo diventato cos, per
questo Dio diventa Adamo. Con quattro obiettivi: portare gioia, libert, occhi nuovi,
liberazione. E poi con un quinto perch spalanca il cielo, delinea uno dei tratti pi belli del
volto di Dio: proclamare l'anno di grazia del Signore, un anno, un secolo, mille anni, una
storia intera fatta solo di benevolenza, perch Dio non solo buono, ma esclusivamente
buono, incondizionatamente buono. I primi destinatari sono i poveri. Sono loro i principi
del Regno, e Dio sta alla loro ombra. importante: nel Vangelo ricorre pi spesso la parola
poveri, che non la parola peccatori. La Buona Notizia non una morale pi esigente o pi
elastica, ma Dio che si china come madre sul figlio che soffre, come ricchezza per il
povero, come occhi per il cieco, come libert da tutte le prigioni, come incremento
d'umano. Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l'uomo; il Regno che Ges
annuncia non un Dio che riprende il potere su una umanit ribelle e la riconduce
all'ubbidienza, per essere servito, ma il Regno un uomo gioioso, libero da maschere e da
paure, dall'occhio luminoso e penetrante, incamminato nel sole. Un sublime
capovolgimento. Dio dimentica se stesso, non di s si ricorda, ma di noi: non offre libert
in cambio di ossequio, ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio. La parola
chiave del programma di Ges libert, ripetuta due volte. Come mi libera Cristo? Cristo
dentro di me come una energia implacabile, fintanto che tutto il nostro essere non diventa
luminoso; dentro di me come germe in via di raggiungere la maturazione; come un sogno
di pienezza di vita, indomabile e attivo, un desiderio di libert (G. Vannucci); come un
lievito mite e possente che trasforma il mio pianto in danza, il mio sacco in veste di gioia.
(Letture: Neemia 8,2-4.5-6.8-10; Salmo 18; 1 Corinzi 12,12-30; Luca 1,1-4; 4,14-21)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
28/01/2010
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Dallo stupore nasce la sapienza


IV Domenica Tempo ordinario - Anno C In quel tempo, Ges cominci a dire nella
sinagoga: Oggi si compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato. Tutti gli davano
testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e
dicevano: Non costui il figlio di Giuseppe?. Ma egli rispose loro: Certamente voi mi
citerete questo proverbio: "Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a
Cafrnao, fallo anche qui, nella tua patria!". Poi aggiunse: In verit io vi dico: nessun
profeta bene accetto nella sua patria.(...). Fai anche da noi i miracoli di Cafrnao!. Pi
che Dio vogliono miracoli, il cielo a portata di mano a garantire salute e benessere. Anch'io
preferisco apparizioni e prodigi ai profeti, come loro: assicura pane e miracoli e saremo
dalla tua parte! Moltiplica il pane e ti faremo re (Gv 6,15). Ges stesso ha dovuto
affrontare la tentazione dei miracoli: buttati, verr un volo di angeli a portarti! Ma Ges sa
che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro.
Dio invece non si impossessa di nessuno, Dio non invade, si propone. Perch l'uomo non
ama colui chi si impone: sar anche ubbidito, ma non amato. E Dio vuole essere amato da

questi liberi, splendidi e meschini figli. Non far miracoli qui, dice Ges, li ho fatti a
Cafarnao e a Betsaida, il mondo pieno di miracoli eppure non bastano mai, non fanno
credere: Ges risuscita Lazzaro e i farisei decidono non di seguirlo ma di ucciderlo! Il
punto di svolta del racconto in una domanda: Non costui il figlio di Giuseppe?. Che
un profeta sia un uomo straordinario, una personalit eccezionale, siamo pronti ad
accettarlo. Ma che la profezia sia di casa nella casa del falegname, in uno che non
neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica, come le mie, che ha pi o
meno i problemi che ho io, con quella famiglia cos cos, ci pare impossibile. Ma lo Spirito
accende il suo roveto all'angolo di ogni strada. La Parola dispersa in sillabe in ogni volto.
Non sprechiamo i nostri profeti! Nessuno profeta in patria: detto a me che non so pi
ascoltare con attenzione, guardare con meraviglia le persone di tutti i giorni. L'abitudine ha
spento l'incanto. Eppure non devo cercare lontano per intuire l'eco della voce di Dio, lo
scintillio della sua luce: basta che riprenda a guardare con occhi nuovi, come se fosse la
prima volta, ci che credo di conoscere bene: i volti di chi mi vive accanto, il quotidiano
ritorno della luce, le parole della preghiera che ripeto distratto, i riti dell'amicizia e
dell'amore... I miracoli accadono davvero. Io li ho visti: ho visto genitori risorgere dopo il
dramma atroce di un figlio morto, famiglie disarmarsi e perdonare la violenza subita,
donne violate e tradite riprendere a sorridere e ad amare, persone capaci di dare tutto per
un familiare o un bimbo sconosciuto, ho visto la primavera. I miracoli sono perfino troppi,
per chi ha l'occhio puro. Salviamo lo stupore! l'inizio della sapienza. (Letture: Geremia
1,4-5.17-19; Salmo 70; 1 Corinzi 12,31-13,13; Luca 4,21-30).
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
04/02/2010
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Ripartire dal poco per donare tutto


V Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, (...) quando Ges ebbe finito di
parlare, disse a Simone: Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca. Simone
rispose: Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua
parola getter le reti. Fecero cos e presero una quantit enorme di pesci e le loro reti
quasi si rompevano. (...) Al vedere questo, Simon Pietro si gett alle ginocchia di Ges,
dicendo: Signore, allontnati da me, perch sono un peccatore. Lo stupore infatti aveva
invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; cos pure
Giacomo e Giovanni, figli di Zebedo, che erano soci di Simone. Ges disse a Simone:
Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini. E, tirate le barche a terra, lasciarono
tutto e lo seguirono. Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure
sapere dove sarebbero andati, dove li avrebbe condotti! Lasciano il lago e trovano il
mondo. Tutto cominciato con una notte buttata, le reti vuote, la fatica inutile. Un
gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro. E Ges entra con
delicatezza nelle loro vite, prega Simone di staccarsi un po' dalla riva. Lo prega: notiamo la
finezza del verbo scelto da Luca: Simone, per favore, ti prego!. Ges maestro di umanit
ci insegna quali sono le parole che, nel momento difficile, trasmettono speranza ed energia:
non l'imposizione o la critica, non il giudizio o l'ironia, neanche la compassione. Ma una
preghiera che fa appello a quello che hai: per quanto poco; a quello che sai fare: per quanto
poco! Pietro, hai una barca, hai delle reti: ripartiamo da questo. Prendi il largo e getta le
reti per la pesca. E si riempiono. Dio riempie la vita, d una profondit unica a tutto ci che
penso e faccio; riempie le reti di ci che amo e la vita di futuro. Simone si spaventa:
Allontanati da me perch sono solo un peccatore!. Ges sulle acque del lago ha una

reazione bellissima. Non risponde: Non vero, non sei peccatore, non pi degli altri,
non giudica, non minimizza, neppure assolve. Pronuncia due parole: Non temere. Tu
sarai. Ed il futuro che si apre, il futuro che conta pi del presente e di tutto il passato.
Non vale la pena parlare del peccato: il bene possibile domani vale pi del male di ieri, e le
reti piene oggi pi di tutti i fallimenti di ieri. Non temere, anche la tua barca va bene! La
tua zattera, il tuo guscio di noce, la tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Il
peccato rimane, ma non pu essere un alibi per chiudersi a Dio e al futuro. Ges d fiducia,
conforta la vita ma poi la incalza, riempie le reti ma poi te le fa lasciare l. Ti impedisce di
accontentarti. Sarai pescatore di uomini. Vuol dire: cercherai uomini, li raccoglierai da quel
fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro
respiro, un altro cielo, un'altra vita! E il miracolo del lago non consiste nelle barche
riempite di pesci, non nelle barche abbandonate, il miracolo grande Ges che non si
lascia impressionare dai miei difetti, non deluso di me, ma mi affida il suo vangelo:
seguimi, anche tu puoi fare qualcosa per gli uomini e per Dio. (Letture: Isaia 6,1-2,3-8;
Salmo 137; 1 Corinzi 15,1-11; Luca 5,1-11)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
11/02/2010
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La nostra felicit nel progetto di Dio


VI Domenica Tempo Ordinario-Anno C In quel tempo, Ges (...) diceva: Beati voi,
poveri, perch vostro il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perch sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perch riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e
quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come
infame, a causa del Figlio dell'uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perch, ecco,
la vostra ricompensa grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i
profeti. Ma guai a voi, ricchi, perch avete gi ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi,
che ora siete sazi, perch avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perch sarete nel dolore e
piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti
agivano i loro padri con i falsi profeti. Davanti al Vangelo delle beatitudini provo ogni
volta la paura di rovinarlo con le mie parole: so di non averlo ancora capito, continua a
stupirmi e a sfuggirmi. Sono le parole pi alte del pensiero umano (Gandhi), parole di
cui non vedi il fondo. Ti fanno pensoso e disarmato, riaccendono la nostalgia prepotente di
un mondo fatto di bont, di sincerit, di giustizia. Le sentiamo difficili eppure amiche:
perch non stabiliscono nuovi comandamenti, sono invece la bella notizia che Dio regala
gioia a chi produce amore, che se uno si fa carico della felicit di qualcuno il Padre si fa
carico della sua felicit. Beati: parola che mi assicura che il senso della vita nel suo
intimo, nel suo nucleo ultimo, ricerca di felicit; la felicit nel progetto di Dio; Ges ha
moltiplicato la capacit di star bene! Beati voi, poveri! Non beata la povert, ma le
persone: i poveri senza aggettivi, tutti quelli che l'ingiustizia del mondo condanna alla
sofferenza. La parola povero contiene ogni uomo. Povero sono io quando ho bisogno
d'altri per vivere, non basto a me stesso, mi affido, chiedo perdono, vivo perch accolto. Ci
saremmo aspettati: beati perch ci sar un capovolgimento, perch diventerete ricchi. No.
Il progetto di Dio pi profondo e pi delicato. Beati voi, poveri, perch vostro il Regno,
gi adesso, non nell'altro mondo! Beati, perch con voi che Dio cambier la storia, non
con i potenti. Avete il cuore al di l delle cose: c' pi Dio in voi, siete come anfore che
possono contenere pezzi di cielo e di futuro. Beati voi che piangete. Beati non perch Dio
ama il dolore, ma perch con voi contro il dolore; pi vicino a chi ha il cuore ferito. Un

angelo misterioso annuncia a chi piange: il Signore con te, nel riflesso pi profondo
delle tue lacrime, per moltiplicare il coraggio, per farsi argine al pianto, forza della tua
forza. Dio naviga in un fiume di lacrime (Turoldo): non ti salva dalle lacrime, ma nelle
lacrime; non ti protegge dal pianto, ma dentro il pianto. Per farti navigare avanti. Guai a
voi ricchi: state sbagliando strada. Il mondo non sar reso migliore da chi accumula
denaro; le cose sono tiranne, imprigionano il pensiero e gli affetti (ho visto gente con case
bellissime vivere solo per la casa) Diceva Madre Teresa: ci che non serve, pesa! E la
felicit non viene dal possesso, ma dai volti. Se accogli le Beatitudini la loro logica ti
cambia il cuore, sulla misura di quello di Dio. E possono cambiare il mondo. (Letture:
Geremia 17,5-8; Salmo 1; 1 Corinzi 15,12.16-20; Luca 6,17.20-26).
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
18/02/2010
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Dalla fiducia in Dio la vera forza
I Domenica di Quaresima Anno C In quel tempo, Ges, pieno di Spirito Santo, si allontan
dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal
diavolo. Non mangi nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il
diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di' a questa pietra che diventi pane. Ges gli
rispose: Sta scritto: "Non di solo pane vivr l'uomo". (...) Gli disse: Se tu sei Figlio di
Dio, gttati gi di qui; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli dar ordini a tuo riguardo affinch
essi ti custodiscano" (...). Ges gli rispose: stato detto: "Non metterai alla prova il
Signore Dio tuo". Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontan da lui fino al
momento fissato. Le tre tentazioni di Ges nel deserto, sono le tentazioni dell'uomo di
sempre. Le grandi tentazioni non sono quelle di cui preoccupato un certo cristianesimo
moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma
quelle che vanno a demolire la fede (O. Clment). C' un crescendo nelle tre prove: vanno
da me, agli altri, a Dio. La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che
Ges apre, spalanca. N di pietre n di solo pane vive l'uomo. Siamo fatti per cose pi
grandi; il pane buono, nel Padre Nostro, indispensabile, ma pi importanti ancora
sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. l'invito a non accontentarsi, a non
ridurre i nostri sogni a denaro. Non di solo pane vive l'uomo! Il pane buono, il pane d
vita, ma pi vita viene dalla Parola di Dio. Poi il tentatore alza la posta. Da me agli altri: io
so come conquistare il potere! Tu ascoltami e ti dar il potere su tutto... come se il
diavolo dicesse a Ges: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i
posti chiave. Vuoi salvare il mondo con niente, con l'amore, addirittura con la croce? Sei
un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in pi? Vuoi avere gli uomini dalla tua
parte? Assicuragli pane, autorit, spettacolo, allora ti seguiranno! Ma Ges vuole liberare,
non impossessarsi dell'uomo, lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male del
mondo non sar vinto da altro male, ma per una insurrezione dei cuori buoni e giusti. Il
diavolo chiede ubbidienza e offre potere. Fa un commercio, un mercato con l'uomo.
Esattamente il contrario di come agisce Dio, che non fa mercato dei suoi doni, ma offre per
primo, d in perdita, senza niente in cambio... L'ultimo gradino una sfida aperta a Dio,
demolisce la fede facendone l'imitazione: Chiedi a Dio un miracolo. E ci che sembra
essere il massimo della fede, ne invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del
proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di s, fino alla sfida. Buttati verranno gli
angeli. Ges risponde no: Io so che Dio presente, ma a modo suo, non a modo mio.
Dio gi in me forza della mia forza. E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio
presente, vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ci che io

chiedo, eppure avr tutto ci che mi serve. Interviene, ma non con un volo di angeli, bens
con tanta forza quanta ne basta al primo passo. (Letture: Deuteronomio 26,4-10; Salmo 90;
Romani 10,8-13; Luca 4,1-13)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
25/02/2010
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Chi ascolta Ges viene trasformato
II Domenica di Quaresima Anno C In quel tempo, Ges prese con s Pietro, Giovanni e
Giacomo e sal sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambi d'aspetto e la sua
veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano
Mos ed Ela, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a
Gerusalemme (...) Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Ges: Maestro,
bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mos e una per Ela.
Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava cos, venne una nube e li copr con la
sua ombra. All'entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube usc una voce, che diceva:
Questi il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo! (...). La trasfigurazione la festa del volto
bello di Cristo. Il volto la grafia dell'anima, la scrittura del cuore: Dio ha un cuore di luce.
Il volto di Ges il volto alto dell'uomo. Noi tutti siamo come un'icona incompiuta, dipinta
per su di un fondo d'oro, luminoso e prezioso che il nostro essere creati a immagine e
somiglianza di Dio. L'intera vita altro non che la gioia e la fatica di liberare tutta la luce e
la bellezza che Dio ha deposto in noi: il divino traspare dal fondo di ogni essere
(Teilhard de Chardin). Il volto del Tabor trasmette bellezza: bello stare qui, altrove siamo
sempre di passaggio, qui possiamo sostare, come fossimo finalmente a casa. bello stare
qui, su questa terra che gravida di luce, dentro questa umanit che si va trasfigurando.
bello essere uomini: voi siete luce non colpa, siete di Dio non della tenebra. La
Trasfigurazione inizia gi in questa vita (conosciamo tutti delle persone luminose, volti di
anziani bellissimi, nelle cui rughe si come impigliato un sole) e il Vangelo indica alcune
strade: " la prima strada la preghiera (e mentre pregava il suo volto cambi di aspetto)
che rende pi limpido il volto, ti rende pi te stesso, perch ti mette in contatto con quella
parte di divino che compone la tua identit umana; " necessario poi conquistare lo
sguardo di Ges che in Simone vede la roccia, nella donna dei 7 demoni vede la discepola,
in Zaccheo vede il generoso...; allenare cio gli occhi a vedere la luce delle cose e delle
persone, non le ombre o il negativo. Se ti guardo cercando le tue ombre, io gi ti condanno.
Io devo confermare l'altro che ha luce in s, allora lui camminer avanti; " terza strada
nel verbo che il vertice conclusivo del racconto: ascoltatelo. Chi ascolta Ges, diventa
come lui. Ascoltarlo significa essere trasformati. Il salmo 66 augura: Il Signore ti benedica
con la luce del suo volto. La benedizione di Dio non ricchezza, salute o fortuna, ma
semplicemente la luce: luce interiore, luce per camminare e scegliere, luce da gustare. Dio
ti benedice ponendoti accanto persone dal volto e dal cuore di luce, che hanno il coraggio
di essere ingenuamente luminosi nello sguardo, nel giudizio, nel sorriso. Dio benedice con
persone cui poter dire, come Pietro sul monte: bello essere con te! Mi basta questo per
sapere che Dio c', che Dio luce. E il tuo cuore ti dir che tu sei fatto per la luce. (Letture:
Genesi 15, 5-12. 17-18; Salmo 26; Filippesi 3, 17-4,1; Luca 9, 28-36)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
04/03/2010
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Salvezza portare frutto non solo per s ma per altri


III Domenica di Quaresima Anno C In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Ges
il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro
sacrifici. Prendendo la parola, Ges disse loro: Credete che quei Galilei fossero pi
peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi
convertite, perirete tutti allo stesso modo (...) Diceva anche questa parabola: Un tale
aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trov.
Allora disse al vignaiolo: "Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero,
ma non ne trovo. Tglialo dunque! Perch deve sfruttare il terreno?". Ma quello gli rispose:
"Padrone, lascialo ancora quest'anno, finch gli avr zappato attorno e avr messo il
concime. Vedremo se porter frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai". Racconti di morte,
nel Vangelo, e grandi domande. Che colpa avevano quei diciotto uccisi dalla caduta della
torre di Siloe? Dio che manda il terremoto? Per castigare qualcuno distrugge una citt?
Ges prende le difese di Dio e degli uccisi: la mano di Dio non produce morte; l'asse
attorno al quale gira la storia non il peccato. Chi soffre si chiede: che cosa ho fatto di
male per meritarmi questo castigo? Ges risponde: niente, non hai fatto niente. Dio
amore e l'amore non conosce altro castigo che castigare se stesso. Smettila di pensare che
l'esistenza si svolga nell'aula di un tribunale, Dio non spreca la sua eternit in condanne, o
in vendette. La gente interroga Ges su fatti di cronaca, ed chiamata a guardarsi dentro.
Se non vi convertirete, perirete tutti. Due torri gemelle sono crollate, un 11 settembre di
anni fa, ma vi abbiamo letto solo un fatto di cronaca, non un richiamo alla conversione. Se
l'uomo non cambia, se non imbocca altre strade, se non si converte in costruttore di pace e
giustizia, questa terra andr in rovina perch fondata sulla sabbia della violenza e
dell'ingiustizia. Ges l'ha messo come comando che riassume tutto: amatevi, altrimenti vi
distruggerete tutti. Il Vangelo tutto qui. Amatevi, altrimenti perirete tutti, in vite impaurite
e inutili. Nella parabola del fico sterile chi rappresenta Dio non il padrone esigente, che
pretende giustamente dei frutti, ma il contadino paziente e fiducioso: voglio lavorare
ancora un anno attorno a questo fico e forse porter frutto. Ancora un anno, ancora un
giorno, ancora sole, pioggia e lavoro: quest'albero buono, dar frutto! Tu sei buono, darai
frutto! Dio, come un contadino, si prende cura come nessuno di questa vite, di questo
campo seminato, di questo piccolo orto che io sono, mi lavora, mi pota, sento le sue mani
ogni giorno. Forse, l'anno prossimo porter frutto. In questo forse c' il miracolo della
piet divina: una piccola probabilit, uno stoppino fumigante sono sufficienti a Dio per
attendere e sperare. Si accontenta di un forse, si aggrappa a un fragile forse. Per lui il bene
possibile domani conta pi della sterilit di ieri. Convertirsi credere a questo Dio
contadino, simbolo di speranza e seriet, affaticato attorno alla zolla di terra del mio cuore.
Salvezza portare frutto, non solo per s, ma per altri. Come il fico che per essere
autentico deve dare frutto, per la fame e la gioia d'altri, cos per star bene l'uomo deve dare.
la legge della vita. (Letture: Esodo 3, 1-8.13-15; Salmo 102; 1 Corinzi 10, 1-6.10-12;
Luca 13, 1-9.
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
11/03/2010
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la vera fiducia che libera dal male
IV Domenica di Quaresima Anno C (...) Quando era ancora lontano, suo padre lo vide,
ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gett al collo e lo baci. Il figlio gli disse:
Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono pi degno di essere chiamato tuo
figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito pi bello e fateglielo

indossare, mettetegli l'anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso,


ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perch questo mio figlio era morto ed tornato
in vita, era perduto ed stato ritrovato. E cominciarono a far festa. (...) Ogni volta davanti
a questa parabola mi si allarga il cuore, sento gioia e un grande stupore. Qui sento palpitare
il cuore di Dio, e tutto il mio vagabondare nel buio. Il centro della parabola un Padre
buono, che ama senza misura, in modo illogico, quasi ingiusto, forte come una roccia nel
saper attendere, dando fiducia e libert, e tenero come una madre nel saper accogliere.
Questo Padre buono non vuole una casa abitata da servi, obbedienti e scontenti, ma da figli
liberi, gioiosi e amanti. Il suo dramma sono due figli che non si amano, forse perch non si
sentono amati, forse perch si credono servi. Il pi giovane se ne va, un giorno, in cerca di
felicit. Il Padre non si oppone, non mai contro la mia libert, non la limita, anzi: se c'
una preferenza nell'amore-passione proprio verso la pecorella smarrita, perch essa,
abbandonando le comodit dell'ovile, si avventura a sperimentare fino in fondo la sua
libert (G. Vannucci). Il giovane parte e fa naufragio, il libero ribelle diventa schiavo.
Eppure nel momento in cui la notte pi profonda, l comincia a spuntare il giorno: allora
rientr in se stesso: io qui muoio di fame. E inizia il viaggio di ritorno. Non torna per
amore, torna per fame. Non perch pentito, ma perch la morte gli cammina a fianco.
Cercava un buon padrone, non osava ancora, non osava pi cercare un padre: trattami
come un servo. Ma al padre non importa il motivo per cui un figlio ritorna, lo vide da
lontano, gli corse incontro, gli si gett al collo e lo baci. Al solo muovere il piede gi mi
ha visto; io cammino, lui corre; io parlo: non sono degno, trattami da servo, lui mi
interrompe, per convertirmi proprio da quell'idea. Vuole salvarmi dal mio cuore di servo e
restituirmi un cuore di figlio. Il peccato dell'uomo di essere schiavo invece che figlio di
Dio (S. Fausti). Dio padre solo se ha dei figli, vivi. Accettare il perdono di Dio una
delle pi grandi sfide della vita spirituale. C' qualcosa in noi che si aggrappa ai nostri
peccati e non lascia che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente
nuovo (H. Nouwen). Accettare l'amore forse pi difficile che darlo. Il Padre non chiede
rimorsi o penitenze, a lui non interessa giudicare e neppure assolvere, ma aprire un futuro
di vita. Non il rimorso, non la penitenza, non la paura che libera dal male, non il
pareggio tra dare e avere, ma un di pi di vita, un disequilibrio gioioso, la fiducia,
l'abbraccio e la festa di un Padre pi grande del nostro cuore. (Letture: Giosu 5,91.10-12;
Salmo 33; 2 Corinzi 5,17-21; Luca 15,1-3.11-32)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
18/03/2010
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La fiducia contro la prima pietra
V Domenica di Quaresima Anno C In quel tempo (...) gli scribi e i farisei gli condussero
una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: Maestro, questa donna
stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mos, nella Legge, ci ha comandato di lapidare
donne come questa. Tu che ne dici?. Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere
motivo di accusarlo. Ma Ges si chin e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia,
poich insistevano nell'interrogarlo, si alz e disse loro: Chi di voi senza peccato, getti
per primo la pietra contro di lei. E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito
ci, se ne andarono uno per uno, cominciando dai pi anziani. Una donna trascinata l a
forza, nell'angoscia di morire, e Ges ne prende subito le difese, senza neppure chiedere se
pentita. Sta rischiando la morte, e tanto basta, perch legge suprema di Dio che l'uomo
viva. Scrive il grande teologo Johann Baptist Metz: il primo sguardo di Ges non va mai
sul peccato delle persone, ma sempre sulla sofferenza. Ges scriveva, lo sguardo fisso a

terra. Evita perfino di guardarci in faccia quando ci lasciamo prendere dai nostri furori di
accusare e di farci giustizia; evita perfino di incrociare il nostro sguardo, se ha come
intenzione la morte. Chi senza peccato scagli per primo la pietra. Se ne andarono tutti,
cominciando dai pi vecchi. Ges rimane solo con la donna, l in mezzo. calato il
silenzio. Loro due soli, e Ges si alza. Un gesto bellissimo: si alza davanti alla donna
peccatrice, come ci si alza davanti alla persona attesa e importante, con tutto il rispetto che
so dare. Poche scene del Vangelo ispirano tanta consolazione come questa: Ges si alza, si
avvicina, le parla. Nessuno le aveva parlato. Lui la chiama donna, con il nome che ha usato
per sua madre a Cana, che user sul calvario. Non pi la peccatrice, donna di nuovo.
Dove sono? Quelli che sanno solo lapidare e seppellire di pietre, dove sono? Non qui
devono stare. Quelli che sanno solo vedere peccati intorno a s, e non dentro di s, dove
sono? Ges vuole che scompaiano gli accusatori, come dal suo campo visivo, cos devono
scomparire dal cerchio dei suoi amici, dai cortili dei templi, dalle navate delle chiese. Va' e
d'ora in poi non peccare pi. Risuonano le sei parole che nel Vangelo bastano a cambiare
una vita. Qualunque cosa quella donna abbia fatto, non rimane pi nulla, cancellato,
azzerato: Tu sei pi grande dei tuoi peccati, sei la tua capacit di amare ancora, di amare
bene. Ges le ridona l'innocenza delle origini, la possibilit di essere fedele domani e
dopodomani. Un perdono cos facile e immediato non rischioso? Ges non rivolto al
passato di una persona, ma al suo futuro; non solo buono e misericordioso e non tiene
conto, ma c' di pi: ha fiducia in noi, vede noi oltre noi. Mi perdona per un atto di fede in
me: nel mio inverno vede primavere che sbocciano. Perdona perch per lui il bene di
domani conta pi del male di oggi. Signore, concedimi la gioia di vederti mentre ti alzi e ti
fai vicino, e l'umilt di lasciare cadere di mano tutti i sassi. E, ti prometto, non lancer mai
pi pietre. Contro nessuno. (Letture: Isaia 43,16-21; Salmo 125; Filippesi 3,8-14; Giovanni
8,1-11)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
25/03/2010
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Dal cuore trafitto di Dio la vera vita
Domenica delle Palme Anno C Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: Non sei
tu il Cristo? Salva te stesso e noi!. L'altro invece lo rimproverava dicendo: Non hai alcun
timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perch riceviamo
quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male. E
disse: Ges, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Gli rispose: In verit io ti
dico: oggi con me sarai nel paradiso. Al cuore del Vangelo c' questo lungo patire, un Dio
che muore per amore. Qualcosa che non riesco a capire e che pure mi chiama, mi disarma,
mi ferisce. E io, ogni volta, impotente e affascinato. La croce non ci stata data per capirla,
ma per aggrapparci e farci portare in alto. Perch Ges venuto? Perch la terra intera
risuona di un grido: grido di dolore e di nostalgia per il paradiso perduto, il Dio perduto,
l'amore e la pace perduti. La terra, con le sue spine e i suoi rovi, con le sue primule e i
sempreverdi e, ogni tanto, la sua tenerezza; ma solo ogni tanto e come di nascosto. E la sua
crudelt spesso, troppo spesso; e le sue lacrime, e i suoi singhiozzi. La terra un immenso
pianto. E un giorno Dio non ha pi sopportato, non ha pi potuto trattenersi. E allora
venuto, ha raggiunto i suoi figli, si incarnato e si messo a gridare insieme a loro lo
stesso grido radicato nell'angoscia e nella speranza. Perch Ges salito sulla croce? Per
essere con me e come me. Perch io possa essere con lui e come lui. Essere in croce ci
che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che in croce. L'amore conosce molti doveri, ma il
primo di questi doveri di essere insieme con l'amato, vicino, unito, come una madre che

vuole prendere su di s il male del suo bambino, ammalarsi lei per guarire suo figlio. La
croce l'abisso dove Dio diviene l'amante. Entra nella morte perch l va ogni suo figlio.
Nel corpo del crocifisso l'amore ha scritto il suo racconto con l'alfabeto delle ferite. Tu
che hai salvato gli altri, salva te stesso. Lo dicono tutti, capi, soldati, il ladro: Se sei Dio,
fai un miracolo, conquistaci, imponiti, scendi dalla croce, allora crederemo. Chiunque,
uomo o re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Lui, no. Solo un Dio non scende dalla
croce, solo il nostro Dio. Perch i suoi figli non ne possono scendere. Solo la croce toglie
ogni dubbio, non c' inganno sulla croce. Ricordati di me, prega il ladro, Oggi sarai con
me in paradiso, risponde Ges. Per questo sono qui, per poterti avere sempre con me. Non
c' nulla che possa separarci, n male, n tradimenti, n morte. Io vengo a prenderti anche
nelle profondit dell'inferno, se tu mi vuoi. Solo se tu mi vuoi. Ma io continuer a morire
d'amore per te, anche se tu non mi vorrai, e appena girerai lo sguardo troverai uno,
eternamente inchiodato in un abbraccio, che grida: ti amo! Sono i giorni del nostro destino:
l'uomo uscito dalle mani di Dio, rinasce ora dal cuore trafitto del suo creatore. (Letture:
Isaia 50,4-7; Salmo 21; Filippesi 2,6-11; Luca 22,14-23.56)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
01/04/2010
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Dal buio della notte all'alba della vita
Domenica di Pasqua Risurrezione del Signore Anno C Il primo giorno della settimana, al
mattino presto le donne si recarono al sepolcro, portando con s gli aromi che avevano
preparato. Trovarono che la pietra era stata rimossa dal sepolcro e, entrate, non trovarono il
corpo del Signore Ges. Mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due
uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. (...) Quelli dissero loro: Perch cercate tra i
morti colui che vivo? (...). ancora buio e le donne si recano al sepolcro di Ges, le
mani cariche di aromi. Vanno a prendersi cura del corpo di lui, con ci che hanno, come
solo le donne sanno. Al buio, seguendo la bussola del cuore. Ges non ha nemici fra le
donne. Solo fra di loro non ha nemici. Come il sole, Cristo ha preso il proprio slancio nel
cuore di una notte: quella di Natale " piena di stelle, di angeli, di canti " e lo riprende in
un'altra notte, quella di Pasqua: notte di naufragio, di terribile silenzio, di buio ostile, dove
veglia un pugno di uomini e di donne totalmente disorientati. Notte dell'Incarnazione, in
cui il Verbo si fa carne. Notte della Risurrezione in cui la carne indossa l'eternit, in cui si
apre il sepolcro, vuoto e risplendente nel fresco dell'alba. E nel giardino primavera. Cos
respira la fede, da una notte all'altra. Pasqua ci invita a mettere il nostro respiro in sintonia
con quell'immenso soffio che unisce incessantemente il visibile e l'invisibile, la terra e il
cielo, il Verbo e la carne, il presente e l'oltre. Il racconto di Luca di estrema sobriet:
entrarono e non trovarono il corpo di Ges. Il primo segno di Pasqua la tomba vuota.
Nella storia umana manca un corpo al bilancio della violenza; i suoi conti sono in perdita.
Manca un corpo alla contabilit della morte, il suo bilancio negativo. La storia cambia: il
violento non avr in eterno ragione della sua vittima. Perch cercate tra i morti colui che
vivo? Il bellissimo nome che gli danno gli angeli: Colui che vivo! Io sento che qui la
scommessa della mia fede: se Cristo vivo, adesso, qui. Non tanto se vive il suo
insegnamento o le sue idee, ma se la sua persona, se lui vivo, mi chiama, mi tocca,
respira con me, semina gioia, e ama. Non simbolicamente, non apparentemente, non
idealmente, ma realmente vivo. Perch Cristo risorto? Dio l'ha risuscitato perch fosse
chiaro che un amore cos pi forte della morte, che una vita come la sua non pu andare
perduta. Forte come la morte l'amore! dice il Cantico. Il vero nemico della morte non
la vita, ma l'amore. Nell'alba di Pasqua non a caso chi si reca alla tomba sono quelli che

hanno fatto l'esperienza dell'amore di Ges: le donne, la Maddalena, il discepolo amato,


sono loro i primi a capire che l'amore vince la morte. Noi tutti siamo qui sulla terra per fare
cose che meritano di non morire. Tutto ci che vivremo nell'amore non andr perduto.
(Letture: Atti 10,34.37-43; Salmo 117; Colossesi 3,1-4; Giovanni 20,1-9 oppure Luca 24,112)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
08/04/2010
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Quella pace che sgorga dalle ferite
II Domenica di Pasqua Anno C La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre
erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne
Ges, stette in mezzo e disse loro: Pace a voi!. Detto questo, mostr loro le mani e il
fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Ges disse loro di nuovo: Pace a voi!
Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Detto questo, soffi e disse loro:
Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro
a cui non perdonerete, non saranno perdonati. (...) Venne Ges, a porte chiuse. C' aria di
paura in quella casa, paura dei Giudei, ma anche e soprattutto paura di se stessi, di come lo
avevano abbandonato, tradito, rinnegato cos in fretta. Eppure Ges viene. L'abbandonato
ritorna da quelli che sanno solo abbandonare, il tradito si mette di nuovo nelle mani di chi
lo ha tradito. E sta in mezzo a loro. Ecco da dove nasce la fede cristiana, dal fatto che
Ges sta l, dal suo esserci qui, vivo, adesso. Il ricordo, per quanto appassionato, non basta
a rendere viva una persona, al massimo pu far nascere una scuola di pensiero. La fede
nasce da una presenza, non da una rievocazione. Venne Ges e si rivolge a Tommaso
Nel piccolo gregge cerca proprio colui che dubita: Metti qua il tuo dito, stendi la tua
mano, tocca!. Ecco Ges: non si scandalizza di tutti i miei dubbi, non si impressiona per
la mia fatica di credere, non pretende la mia fede piena, ma si avvicina a me. A Tommaso
basta questo gesto. Chi si fa vicino, tende le mani, non ti giudica ma ti incoraggia, Ges.
Non ti puoi sbagliare! Tommaso si arrende. Si arrende alle ferite che Ges non nasconde,
anzi esibisce: il foro dei chiodi, toccalo; lo squarcio nel fianco, puoi entrarci con una mano;
piaghe che non ci saremmo aspettati, pensavamo che la Risurrezione avrebbe cancellato,
rimarginato e chiuso le ferite del Venerd Santo. E invece no! Perch la Pasqua non
l'annullamento della Croce, ma ne la continuazione, il frutto maturo, la conseguenza. Le
ferite sono l'alfabeto del suo amore. Il Risorto non porta altro che le ferite del Crocifisso,
da esse non sgorga pi sangue, ma luce. Porta l'oro delle sue ferite. Penso alle ferite di
tanta gente, per debolezza, per dolore, per disgrazia. Nelle ferite c' l'oro. Le ferite sono
sacre, c' Dio nelle ferite, come una goccia d'oro. Ciascuno pu essere un guaritore ferito.
Proprio quelli che parevano colpi duri o insensati della vita, ci hanno resi capaci di
comprendere altri, di venire in aiuto. La nostra debolezza diventa una forza. Come dice
Isaia: guarisci altri e guarir presto la tua ferita, illumina altri e ti illuminerai. Tommaso si
arrende alla pace, la prima parola che da otto giorni accompagna il Risorto: Pace a voi!
Non un augurio, non una semplice promessa, ma una affermazione: la pace qui, in voi,
iniziata. Quella sua pace scende ancora sui cuori stanchi, e ogni cuore stanco, scende
sulla nostra vicenda di dubbi e di sconfitte, come una benedizione immeritata e felice.
(Letture: Atti degli Apostoli 5,12-16; Salmo 117; Apocalisse 1,9-11.12-13.17.19; Giovanni
20,19-31)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
15/04/2010

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Le tre domande di Ges a Pietro: cos Dio abita il cuore dell'uomo


III Domenica di Pasqua Anno C In quel tempo, Ges si manifest di nuovo ai discepoli sul
mare di Tiberade. (...) Quand'ebbero mangiato, Ges disse a Simon Pietro: Simone, figlio
di Giovanni, mi ami pi di costoro?. Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio
bene. Gli disse: Pasci i miei agnelli. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: Simone,
figlio di Giovanni, mi ami?. Gli rispose: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Gli
disse: Pascola le mie pecore. Gli disse per la terza volta: Simone, figlio di Giovanni, mi
vuoi bene?. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: Mi vuoi
bene?, e gli disse: Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene. Gli rispose Ges:
Pasci le mie pecore. In verit, in verit io ti dico: quando eri pi giovane ti vestivi da solo
e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestir e ti
porter dove tu non vuoi. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe
glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: Seguimi. Ges e Pietro, uno dei dialoghi pi
affascinanti di tutta la letteratura. Tre domande, come nella sera dei tradimenti, attorno al
fuoco nel cortile di Caifa, quando Cefa, la Roccia, ebbe paura di una serva. E da parte di
Pietro tre dichiarazioni d'amore a ricomporre la sua innocenza, a guarirlo alla radice dai tre
rinnegamenti. Ges non rimprovera, non accusa, non chiede spiegazioni, non ricatta
emotivamente; non gli interessa giudicare e neppure assolvere, per lui nessun uomo il suo
peccato, ognuno vale quanto vale il suo cuore: Pietro, mi ami tu, adesso? La nostra santit
non consiste nel non avere mai tradito, ma nel rinnovare ogni giorno la nostra amicizia per
Cristo. Le tre domande di Ges sono sempre diverse, lui che si pone in ascolto di Pietro.
La prima domanda: Mi ami pi di tutti? E Pietro risponde dicendo s e no al tempo stesso.
Non si misura con gli altri, ma non rimane neppure nei termini esatti della questione: infatti
mentre Ges usa un verbo raro, quello dell'agpe, il verbo sublime dell'amore assoluto,
Pietro risponde con il verbo umile, quotidiano, quello dell'amicizia e dell'affetto: ti voglio
bene. Ed ecco la seconda domanda: Simone figlio di Giovanni, mi ami? Ges ha capito la
fatica di Pietro, e chiede di meno: non pi il confronto con gli altri, ma rimane la richiesta
dell'amore assoluto. Pietro risponde ancora di s, ma lo fa come se non avesse capito bene,
usando ancora il suo verbo, quello pi rassicurante, cos umano, cos nostro: io ti sono
amico, lo sai, ti voglio bene. Non osa parlare di amore, si aggrappa all'amicizia, all'affetto.
Nella terza domanda, Ges a cambiare il verbo, abbassa quella esigenza alla quale Pietro
non riesce a rispondere, si avvicina al suo cuore incerto, ne accetta il limite e adotta il suo
verbo: Pietro, mi vuoi bene? Gli domanda l'affetto se l'amore troppo; l'amicizia almeno,
se l'amore mette paura; semplicemente un po' di bene. Ges dimostra il suo amore
abbassando per tre volte l'esigenze dell'amore, rallentando il suo passo sulla misura del
discepolo, fino a che le esigenze di Pietro, la sua misura d'affetto, il ritmo del suo cuore
diventano pi importanti delle esigenze stesse di Ges. L'umilt di Dio. Solo cos l'amore
vero. E io so che nell'ultimo giorno, se anche per mille volte avr sbagliato, il Signore per
mille volte mi chieder solo questo: Mi vuoi bene? E io non dovr fare altro che rispondere
per mille volte: Ti voglio bene. (Letture: Atti degli Apostoli 5,27b-32.40b-41; Salmo 29;
Apocalisse 5,11-14; Giovanni 21, 1-19)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
22/04/2010
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Ges offre all'uomo la vita eterna


IV Domenica di Pasqua Anno C In quel tempo, Ges disse: Le mie pecore ascoltano la
mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno
perdute in eterno e nessuno le strapper dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date,
pi grande di tutti e nessuno pu strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una
cosa sola. Le mie pecore ascoltano la mia voce. Ascoltare: il primo di tutti i servizi da
rendere a Dio e all'uomo l'ascolto. Il primo strumento per tessere un rapporto. Ascoltare
qualcuno gi dirgli: tu sei importante, tu mi interessi. Amare ascoltare. Pregare
ascoltare Dio. Ma perch la Sua voce merita di essere ascoltata? Ges risponde: perch io
do loro la vita eterna. Ed importante, per una volta almeno, fermare tutta l'attenzione
proprio su quanto Ges si impegna a fare per noi. Lo si fa cos raramente. Tutti sono l a
ricordarci i nostri doveri, a richiamarci all'impegno, allo sforzo per far fruttare i talenti, per
mettere in pratica i comandamenti. Molti cristiani rischiano di scoraggiarsi perch non ce
la fanno. Ed io con loro. E allora bene, salute dell'anima, respirare la forza che nasce da
queste parole di Ges: io do loro la vita eterna. Vita per sempre, senza condizioni, prima di
tutte le mie risposte; vita di Dio che donata, riversata dentro, come un seme che inizia a
muoversi, se appena mi avvicino un po' al Signore. Nessuno le strapper dalla mia
mano. Notiamo la forza di questa parola assoluta: nessuno. Subito raddoppiata: nessuno le
strapper mai dalla mano del Padre. Nessuno ci porter via dalle mani di Dio. Il nostro
destino inseparabile da quello di Dio. La vita eterna un posto fra le mani di Dio. Come
passeri abbiamo il nido nelle sue mani, come bambini ci aggrappiamo forte a quella mano
che non ci lascer cadere, come innamorati cerchiamo quella mano che scalda la
solitudine, come crocefissi ripetiamo: nelle tue mani affido la mia vita. Le mani di Dio.
Mani di pastore contro i lupi, mani impigliate nel folto della vita, mani che proteggono la
mia fiamma smorta, mani che scrivono nella polvere e non lanciano sassi a nessuno, mani
che sollevano la donna adultera, mani inchiodate in un abbraccio che non pu terminare, e
poi offerte perch io ci riposi e riprenda il fiato del coraggio. Dalla certezza che a Dio
l'uomo importa inizia l'avventura di coloro che vogliono, sulla terra, custodire e lottare,
camminare e liberare. Anche a noi l'uomo importa. Ciascuno pastore di un minimo gregge:
hanno nomi e cognomi i miei agnelli, a partire dalla mia famiglia... Ciascuno pu essere
mano da cui non si rapisce. Poterlo dire a coloro che amo: nessuno vi strapper via. Ogni
discepolo, anche se non ancora e mai il Cristo, per un Cristo iniziale, con la sua stessa
missione: essere nella vita datore di vita. (Letture: Atti degli apostoli 13,14.43-52; Salmo
99; Apocalisse 7,9.14-17: Giovanni 10,27-30).
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
29/04/2010
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Lasciarsi amare per capire la verit


V Domenica di Pasqua Anno C Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Ges disse: Ora il
Figlio dell'uomo stato glorificato, e Dio stato glorificato in lui. Se Dio stato
glorificato in lui, anche Dio lo glorificher da parte sua e lo glorificher subito. Figlioli,
ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli
altri. Come io ho amato voi, cos amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti
sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri. Amatevi, come io vi
ho amato. Lo specifico del cristiano non amare (lo fanno molti, dovunque, sempre, e
alcuni in un modo che d luce al mondo) ma amare come Cristo. Con il suo modo unico di
iniziare dagli ultimi, di lasciare le novantanove pecore al sicuro, di arrivare fino ai nemici.

La prima caratteristica dell'amore evangelico: amare come Cristo. Non: quanto Cristo,
impresa impossibile all'uomo, il confronto ci schiaccerebbe. Nessuno mai amer quanto
Lui. Ma come Lui: con quel sapore, in quella forma, con quello stile. Con quel suo amore
creativo, che non chiude mai in un verdetto, che non guarda mai al passato, ma apre strade.
Amore che indica passi, almeno un passo in avanti, sempre possibile, in qualsiasi
situazione. Amore che ti fa debole eppure fortissimo: debole verso colui che ami, ma in
guerra contro tutto ci che fa male. La seconda caratteristica: Come io ho amato voi.
L'amore cristiano anzitutto un amore ricevuto, accolto. Come un'anfora che si riempie
fino all'orlo e poi tracima, che diventa sorgente. L'amore non nasce da uno sforzo di
volont, riservato ai pi bravi; l'amore viene da Dio, non dalla mia bravura: amare
comincia con il lasciarsi amare. Non siamo pi bravi degli altri, siamo pi ricchi. Ricchi di
Dio. un amore che perdona ma non giustifica ogni sbaglio. Giustifica la fragilit, lo
stoppino smorto, la canna incrinata, ma non l'ipocrisia dei pii e dei potenti. Ama il giovane
ricco ma attacca l'idolo del denaro. Se il male aggredisce un piccolo, Ges evoca immagini
potenti e dure come una macina al collo. Amore guerriero e lottatore. Ma se il male
contro di Lui allora agnello mite che non apre bocca. Terza caratteristica Amatevi gli
uni gli altri: tutti, nessuno escluso; guai se ci fosse un aggettivo a qualificare chi merita il
mio amore e chi no. l'uomo. Ogni uomo, perfino l'inamabile. Gli uni gli altri significa
inoltre reciprocit. Non siamo chiamati solo a spenderci per gli altri, ma anche a lasciarci
amare: nel dare e nel ricevere amore che si pesa la beatitudine della vita. Amore
intelligenza e rivelazione; amare capire pi a fondo: Dio, se stessi e il cuore dell'essere.
Come Ges quando fa emergere la verit profonda di Pietro: Mi ami tu, adesso?. E non
gli importa di quando nel cortile di Caifa, Cefa, la Roccia, ha avuto paura di una serva.
Amore che legge l'oggi, ma intuisce gi il domani del cuore. E ripete a Pietro e a me: il tuo
desiderio di amore gi amore. (Letture: Atti degli Apostoli 14, 21-27; Salmo 144;
Apocalisse 21,1-5; Giovanni 13,31-33.34-35)
riproduzione riservataIl Vangelo A cura di Ermes Ronchi
06/05/2010
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amando che si capisce la Parola
VI Domenica di Pasqua Anno C In quel tempo, Ges disse: Se uno mi ama, osserver la
mia parola e il Padre mio lo amer e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui.
Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non mia, ma del
Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il
Parclito, lo Spirito Santo che il Padre mander nel mio nome, lui vi insegner ogni cosa e
vi ricorder tutto ci che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la d
il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che
vi ho detto: "Vado e torner da voi". Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre,
perch il Padre pi grande di me (...). Se uno mi ama. Ges rivendica per s, per la
prima volta, il sentimento pi importante e dirompente del mondo umano: l'amore. Entra
nella nostra parte pi intima e profonda, ma con estrema delicatezza. Tutto poggia sulla
prima parola se, se tu ami. Un fondamento cos umile, cos libero, cos fragile, cos
puro, cos paziente. Se mi ami osserverai la mia parola e non esprime un ordine, non
formula un comando, ma apre una possibilit; non un verbo all'imperativo, ma al futuro e
che esprime il rispetto emozionante di Dio, che bussa alla porta del cuore e attende: se ami,
farai. E subito rovescia il nostro modo di pensare. Noi avremmo detto: se osservi la mia
parola arriverai ad amarmi, senza avvertire che questa logica capovolge il Vangelo, perch
vede Dio come uno specchio su cui far rimbalzare i propri meriti, Dio della legge e non

della grazia. Un detto medioevale afferma: I giusti camminano, i sapienti corrono, gli
innamorati volano. L'amore mette una energia, una luce, un calore, una gioia in tutto ci
che fai, e ti pare di volare. Volare a osservare la sua Parola, cos scritto, e noi invece
abbiamo subito capito male come se Ges avesse detto: a osservare i miei comandamenti.
E invece no, la Parola non coincide con i comandamenti, molto di pi. La Parola salva,
illumina, traccia strade, consola. La Parola fa vivere, semina i campi della vita, ti incalza,
porta Dio in te. Solo se la ami, la Parola si accende, porta pane, soffia nelle vele. Solo se
hai scoperto la bellezza di Cristo partir la spinta a vivere il suo Vangelo. Perch la nostra
vita non avanza per colpi di volont ma per una passione. E la passione nasce da una
bellezza. In me l'amore per Ges sgorga dalla bellezza che ho intuito in lui, dalla sua vita
buona, bella e beata. Poi una seconda serie di espressioni: verremo a lui, prenderemo
dimora presso di lui, torner a voi. Un Dio che ama la vicinanza, che abbrevia
instancabilmente le distanze. E prenderemo dimora: in me il Misericordioso senza casa
cerca casa. Forse non trover mai una vera dimora, solo un povero riparo. Ma una cosa Lui
mi domanda: essere un frammento di cosmo ospitale. Dio non si merita, si ospita. Ma se
non pensi a lui, se non gli parli dentro, se non lo ascolti nel segreto, forse non sei ancora
casa di Dio. Se non c' rito nel cuore, una liturgia segreta e intima, tutte le altre liturgie
sono maschere del nulla. Custodiamo allora i riti del cuore. (Letture: Atti degli Apostoli
15,1-2.22-29; Salmo 66; Apocalisse 21,10-14.22-23; Giovanni 14,23-29)
riproduzione riservata
l Vangelo A cura di Ermes Ronchi
13/05/2010
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La benedizione infinita di Ges


Ascensione del Signore Anno C In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Cos sta
scritto: il Cristo patir e risorger dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno
predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da
Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre
mio ha promesso; ma voi restate in citt, finch non siate rivestiti di potenza dall'alto. Poi
li condusse fuori verso Betnia e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si
stacc da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi
tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio. E,
alzate le mani, li benediceva. L'ultima immagine di Ges sono le sue mani alzate a
benedire. E, mentre li benediceva, veniva portato su, in cielo. Quella benedizione la
sua parola definitiva, raggiunge ciascuno di noi, non pi terminata, non mai finita. Una
in-finita benedizione che rimane tra cielo e terra, si stende come una nube di primavera
sulla storia intera, su ogni persona, tracciata sul nostro male di vivere, sull'uomo caduto e
sulla vittima, ad assicurare che la vita pi forte delle sue ferite. Nella Bibbia la
benedizione indica sempre una forza vitale, una energia che scende dall'alto, entra in te e
produce vita. Come la prima di tutte le benedizioni: Dio li benedisse dicendo crescete e
moltiplicatevi. Vita che cresce, in noi e attorno a noi. La benedizione questa forza pi
grande di noi che ci avvolge, ci incalza; un flusso che non viene mai meno, a cui possiamo
sempre attingere, anche nel tempo delle malattie e delle delusioni. Una benedizione ha
lasciato il Signore, non un giudizio; non una condanna o un lamento, ma una parola bella
sul mondo, di stima, di enorme speranza in me, in te, di fiducia nel mondo: c' del bene in
te; c' molto bene in ogni uomo, su tutta la terra. Di questo voi sarete testimoni: il Cristo
doveva patire e risuscitare; nel suo nome annunciate a tutti la conversione e il perdono.

Sono le ultime parole di Ges, con le tre cose essenziali: " ricordare la croce e la Pasqua.
L'abbraccio del crocifisso che non pu pi annullarsi, ci raggiunge tutti e ci trascina in alto
con lui. E la Pasqua: i massi rotolati via dall'imboccatura del cuore, come da quella del
sepolcro. E nel giardino primavera. " la conversione. Non un comando, ma una offerta;
non un dovere ma una opportunit: nascere di nuovo. Seguendo Ges, vedrai, la vita pi
bella, il sole pi luminoso, le persone pi buone e felici. " il perdono. Non quello di uno
smemorato, che dimentica il male, ma quello di un creatore: che ti fa ripartire ad ogni alba
verso terre intatte; che apre futuro, fa salpare la tua vita come una nave prima arenata.
Nella sua ascensione, Ges non salito verso l'alto, andato oltre e nel profondo. Non al di
l delle nubi, ma al di l delle forme. Siede alla destra di ciascuno di noi, nel profondo
del creato, nel rigore della pietra, nella musica delle costellazioni, nella luce dell'alba,
nell'abbraccio degli amanti, in ogni rinuncia per un pi grande amore (G. Vannucci).
(Letture: Atti degli apostoli 1,1-11; Salmo 46; Ebrei 9,24-28;10,19-23; Luca 24,46-53)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
20/05/2010
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Apre tutte le porte il respiro di Dio


Pentecoste Anno C In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Se mi amate, osserverete i
miei comandamenti; e io pregher il Padre ed egli vi dar un altro Parclito perch rimanga
con voi per sempre. Se uno mi ama, osserver la mia parola e il Padre mio lo amer e noi
verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie
parole; e la parola che voi ascoltate non mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho
detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Parclito, lo Spirito Santo che il
Padre mander nel mio nome, lui vi insegner ogni cosa e vi ricorder tutto ci che io vi ho
detto. Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro:
Alit su di loro e disse: ricevete lo Spirito santo (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel
racconto di Luca, come energia, coraggio, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco
(Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell'esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso
per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le
strade della vita, rompe gli schemi, energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa
dipendere dal suo vento libero e creativo. La liturgia ambrosiana prega cos: O Dio, che
hai mandato lo Spirito, effusione ardente della tua vita d'amore. Lo Spirito il debordare
di un amore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell'uomo. Effusione di vita:
Dio effonde vita. Non ha creato l'uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la
sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: lo Spirito porta in dono il
bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l'alta temperatura dell'anima che si oppone
all'apatia del cuore. Meraviglia del primo giorno: com' che li sentiamo ciascuno parlare
la nostra lingua nativa? Lo Spirito di Dio si rivolge a quella parte profonda, nativa,
originaria che in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione,
ricchezza, cultura, et. La lingua nativa di ogni uomo l'amore. Lo Spirito non solo
ricompone la frattura di Babele, fa di pi: parla la lingua comune, di festa e di dolore, di
stanchezza e di forza, di pace e sogno d'amore. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia
passione, mia vita, mio fuoco. Ci fa tutti vento nel Vento. Nella Messa di Pentecoste,
ripeteremo parole tra le pi forti della Bibbia: del tuo Spirito Signore piena la terra
(salmo 103). piena. Tutta la terra. Ogni creatura. piena anche se non evidente, anche
se ci appare piena invece di ingiustizia, di sangue, di follia. un atto di fede che porta

gioia e fiducia in tutti gli incontri. Il mondo un immenso santuario. Egli qui, sugli abissi
del mondo e in quelli del cuore. Anche se ci pare impossibile. Entra per porte chiuse, per
fessure quasi invisibili, mette in moto, suscita energie. Guardati attorno, ascolta gli abissi
del cosmo e il respiro del cuore: la terra piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice,
l'amore in ogni amore. Piena la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di
primavera e disperde le ceneri della morte. (Letture: Atti 2, 1-11; Salmo 103; Romani 8, 817; Giovanni 14, 15-16. 23-26)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
27/05/2010
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La Trinit, infinita sapienza del vivere


Domenica dopo Pentecoste Solennit della Santissima Trinit Anno C In quel tempo, disse
Ges ai suoi discepoli: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci
di portarne il peso. Quando verr lui, lo Spirito della verit, vi guider a tutta la verit,
perch non parler da se stesso, ma dir tutto ci che avr udito e vi annuncer le cose
future. Egli mi glorificher, perch prender da quel che mio e ve lo annuncer. Tutto
quello che il Padre possiede mio; per questo ho detto che prender da quel che mio e ve
lo annuncer. Trinit: un solo Dio in tre persone. Dogma che non capisco, eppure
liberante, perch mi assicura che Dio non in se stesso solitudine, che l'oceano della sua
essenza vibra di un infinito movimento d'amore. C' in Dio reciprocit, scambio,
superamento di s, incontro, abbraccio. L'essenza di Dio comunione. Il dogma della
Trinit non un trattato dove si cerca di far coincidere il Tre e l'Uno, ma sorgente di
sapienza del vivere: se Dio si realizza solo nella comunione, cos sar anche per l'uomo. I
dogmi non sono astrazioni ma indicazioni esistenziali. In principio aveva detto: Facciamo
l'uomo a nostra immagine e somiglianza. L'uomo creato non solo a immagine di Dio,
ma ancor meglio ad immagine della Trinit. Ad immagine e somiglianza quindi della
comunione, del legame d'amore. In principio a tutto, per Dio e per me, c' la relazione. In
principio a tutto, qualcosa che mi lega a qualcuno. Ho ancora molte cose da dirvi, ma ora
non potete portarne il peso. Ges se ne va senza aver detto e risolto tutto. Ha fiducia in
noi, ci inserisce in un sistema aperto e non in un sistema chiuso: lo Spirito vi guider alla
verit tutta intera. La gioia di sapere, dalla bocca di Ges, che non siamo dei semplici
esecutori di ordini, ma " con lo Spirito " inventori di strade, per un lungo corroborante
cammino. Che la verit pi grande delle nostre formule. Che in Dio si scoprono nuovi
mari quanto pi si naviga (Luis De Leon). Che nel Vangelo scopri nuovi tesori quanto pi
lo apri e lo lavori. La verit tutta intera di cui parla Ges non consiste in formule o concetti
pi precisi, ma in una sapienza del vivere custodita nella vicenda terrena di Ges. Una
sapienza sulla nascita, la vita, la morte, l'amore, su me e sugli altri, che gli fa dire: io sono
la verit e, con questo suggeritore meraviglioso, lo Spirito, ci insegna il segreto per una
vita autentica: in principio a tutto ci che esiste c' un legame d'amore. L'uomo relazione
oppure non . Allora capisco perch la solitudine mi pesa tanto e mi fa paura: perch
contro la mia natura. Allora capisco perch quando sono con chi mi vuole bene, sto cos
bene: perch realizzo la mia vocazione. La festa della Trinit come uno specchio: del mio
cuore profondo, e del senso ultimo dell'universo. Davanti alla Trinit mi sento piccolo e
tuttavia abbracciato dal mistero. Abbracciato, come un bambino. Abbracciato dentro un

vento in cui naviga l'intero creato e che ha nome comunione. (Letture: Proverbi 8,22-31;
Salmo 8; Romani 5,1-5; Giovanni 16,12-15)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
03/06/2010
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E venne Colui che si prende cura


Santissimo Corpo e Sangue di Cristo " Anno C In quel tempo, Ges prese a parlare alle
folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a
declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: Congeda la folla perch vada nei villaggi
e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona
deserta. Ges disse loro: Voi stessi date loro da mangiare. Ma essi risposero: Non
abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per
tutta questa gente. C'erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli:
Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa. Fecero cos e li fecero sedere tutti quanti. Egli
prese i cinque pani e i due pesci, alz gli occhi al cielo, recit su di essi la benedizione, li
spezz e li dava ai discepoli perch li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a saziet e
furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste. Ges prese a parlare di Dio e a guarire
quanti avevano bisogno di cure. C' tutto l'uomo in queste parole; il suo nome: creaturache-ha-bisogno, di Dio e di cure, di pane e di assoluto. C' tutta la missione di Ges:
accogliere, dare speranza, guarire. C' il nome di Dio: Colui-che-si-prende-cura. La prima
riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono io uno di quegli
uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me e poi mi sospinga oltre. Ma il
giorno declina, bisogna pensare alle cose pratiche, gli apostoli intervengono: mandali via
perch possano andare a cercarsi da mangiare. Ma Ges non ha mai mandato via nessuno.
Il Signore non manda via perch lui per primo ha bisogno di comunione, con ogni dolore,
con ogni peccato, ogni sorriso. Vive di comunione, vive donandosi. Ges replica invece
con un ordine che inverte la direzione del racconto: date loro voi stessi da mangiare.
Date: un ordine che attraversa i secoli, che arriva fino a me, che echegger nel giorno del
Giudizio: avevo fame e mi avete dato da mangiare... Dio che lega la nostra salvezza a un
po' di pane donato, lega la sconfitta della storia al pane negato. Non abbiamo che cinque
pani e due pesci... poco, quasi niente. Ma la sorpresa di quella sera che poco pane
condiviso tra tutti sufficiente; che la fine della fame non consiste nel mangiare a saziet,
da solo, voracemente, il tuo pane, ma nel condividerlo, spartendo il poco che hai, due
pesci, il bicchiere d'acqua fresca, olio e vino sulle ferite, un po' di tempo e un po' di cuore.
Noi siamo ricchi solo di ci che abbiamo donato. Sulle colonne dell'avere troveremo solo
ci che abbiamo dato ad altri. Dal pane al corpo. La festa del Corpo di Cristo, offerto come
pane, dice che n a noi n a Dio bastata la Parola. Troppa fame ha l'uomo e Dio ha
dovuto dare la sua carne e il suo sangue (Divo Barsotti). Ecco il mio corpo, ha detto
Ges, e non, come ci saremmo aspettati: ecco la mia anima, il mio pensiero, la mia
divinit, ecco il meglio di me, semplicemente, poveramente: ecco il corpo. La cosa pi
vicina a noi, casa della fatica, volto modellato dalle lacrime e levigato dai sorrisi,
sacramento di incontri, luogo dove detto il cuore. Cristo d il suo corpo, perch vuole che
la nostra fede si appoggi non su delle idee, ma su di una Persona, assorbendone storia,
sentimenti, piaghe, gioie, luce; d, perch dare la legge della vita, unica strada per una

felicit che sia di tutti. (Letture: Genesi 14,18-20; Salmo 109; 1 Corinzi 11,23-26; Luca
9,11-17)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
10/06/2010
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Ogni gesto d'amore avvicina a Dio


XI Domenica Tempo Ordinario " Anno C In quel tempo, uno dei farisei invit Ges a
mangiare da lui. Egli entr nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna,
una peccatrice di quella citt, saputo che si trovava nella casa del fariseo, port un vaso di
profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominci a bagnarli di lacrime, poi
li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo. (...) E, volgendosi
verso la donna, disse a Simone: Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi
hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati
con i suoi capelli (...) Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i
piedi di profumo. Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perch ha molto
amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco (...). Un momento esplosivo del
Vangelo, che rovescia convenzioni e ruoli, che mette prepotentemente al centro l'amore:
questa donna ha molto amato. Questo basta. Un Vangelo che ci provoca, ci contesta e ci
incoraggia. La fede non un intreccio complicato di dogmi e doveri. Ges ne indica il
cuore: ama, hai fatto tutto. Ecco una donna venne" con un vasetto di profumo. Non con la
cifra corrispondente (da dare ai poveri), non a mani vuote, non con un discorso di belle
parole. Viene con quello che ha, con ci che esprime amore, pi che pentimento. Qualcosa
per il corpo di Ges, solo per il corpo, e che rivela amore. Bagna i suoi piedi con le
lacrime, li asciuga con i capelli, li profuma, li bacia. Sono gesti imprevisti, nuovi, oltre la
legge, oltre lecito e illecito, oltre doveri o obblighi, con una carica affettiva veemente. Ai
quali Ges non si sottrae, che apprezza. Bastava, come tanti altri, chiedere perdono. Ma
perch questi gesti eccessivi, il profumo e le carezze e i baci? Gi nella legge antica Dio
aveva chiesto per s un altare per i profumi; nel Cantico dei Cantici il profumo prolunga la
presenza dell'amato, quando ha lasciato la stanza; le carezze e i baci sono la lingua
universale dove detto il cuore. Ogni gesto d'amore sempre decretato dal cielo. Ges
gode il fiorire dell'amore, vede la donna uscire dalla contabilit del dare e dell'avere, come
se avesse una specie di conto da regolare con il Signore, ed effondersi negli spazi della
libert e della creativit, fino a bruciare in un solo gesto un intero patrimonio di calcoli e di
tristezze. Ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore ci avvicina all'assoluto di Dio.
Ges guarda al di l delle etichette: arriva una donna, gli altri vedono una peccatrice, lui
vede un'amante: ha molto amato. L'amore vale pi del peccato. la nostra identit.
L'errore che hai commesso non rvoca il bene compiuto, non lo annulla. il bene invece
che revoca il male di ieri e lo cancella. Una spiga conta pi di tutta la zizzania del campo.
Questo Dio che ama il profumo e le carezze, mi commuove. Non il grande contabile del
cosmo, ma offerta di solarit, possibilit di vita profonda, gioiosa, profumata, che sa le
sorgenti della gioia, del canto, dell'amicizia. Un solo gesto d'amore, anche muto e senza
eco, pi utile al mondo dell'azione pi clamorosa, dell'opera pi grandiosa. la
rivoluzione totale di Ges, possibile a tutti, possibile ogni giorno. (Letture: 2 Samuele
12,7-10.13; Salmo 31; Galati 2,16.19-21; Luca 7,36-8,3).

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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


17/06/2010
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l'amore disarmato quello che salva


XII Domenica del Tempo Ordinario " Anno C Un giorno Ges si trovava in un luogo
solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: Le folle,
chi dicono che io sia?. Essi risposero: Giovanni il Battista; altri dicono Ela; altri uno
degli antichi profeti che risorto. Allora domand loro: Ma voi, chi dite che io sia?.
Pietro rispose: Il Cristo di Dio. Egli ordin loro severamente di non riferirlo ad alcuno.
Il Figlio dell'uomo " disse " deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei
sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Poi, a tutti, diceva: Se
qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi
segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perder, ma chi perder la propria vita per causa
mia, la salver. Le folle chi dicono che io sia? La risposta bella e sbagliata. Dicono che
sei un profeta: una creatura di fuoco e di luce, voce di Dio e suo respiro. La seconda
domanda arriva diretta, esplicita: Ma voi chi dite che io sia? Preceduta da un ma, come
se i Dodici appartenessero ad un'altra logica. Scrive Cristina Campo: ci sono due mondi /
noi siamo dell'altro. La terza domanda, sottintesa, diretta a me: ma tu chi dici che io sia?
Ges non chiede una risposta astratta: chi Dio, o chi sono io; mette in questione
ciascuno di noi: tu, con il tuo cuore, la tua fatica, il tuo peccato e la tua gioia, Chi sono io
per te? Non la definizione di Cristo che in gioco, ma quanto di lui vive nella tua
esistenza. Allora chiudere tutti i libri e aprire la vita. Ges ci educa alla fede attraverso
domande, perch niente ovvio, n Dio n l'uomo, n il bene n il male. Non servono
studi, letture, catechismi, ma fame di pane e di assoluto. Ciascuno, che ha Dio nel sangue,
deve dare la sua risposta. Ed una risposta in-finita, mai finita. Cristo non ci che dico di
lui, ma ci che vivo di lui; non le mie parole ma la mia passione. La verit ci che arde.
Il Tuo nome brucia su tutte le labbra: Tu ardi canta Efrem Siro. Se Cristo non io non
sono. Ges stesso offre l'inizio della risposta: il Figlio dell'uomo deve soffrire molto,
venire ucciso e poi risorgere. Ecco chi : un Crocifisso amore, dove non c' inganno. Che
inganno pu nascondere uno che morir di dolore e di amore per te? Disarmato amore che
non mai entrato nei palazzi dei potenti se non da prigioniero, che non ha assoldato
guardie, che i nemici non li teme, li ama. Amore vincente. Pasqua la prova che Dio
procura vita a chi produce amore. Amore indissolubile, da cui nulla mai ci separer
(Rom 8,38). Nulla mai: due parole assolute, perfette, totali. Niente fra le cose, nessuno fra i
giorni. Se qualcuno vuol venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua. Non un
invito alla rassegnazione, non occorreva Ges per questo. La Croce invece la sintesi della
sua storia: scegli per te una vita che sia il riassunto della mia vita. Prendi su di te la tua
porzione d'amore, altrimenti non vivi. Accetta la porzione di croce che ogni passione porta
con s, altrimenti non ami. Non un invito a patire di pi, ma a far fiorire di pi la zolla del
cuore, a conquistare la sua infinita passione per Dio e per l'uomo, per tutto ci che vive
sotto il sole, e oltre il grande arco del sole. (Letture: Zaccaria 12,10-11;13,1; Salmo 62;
Galati 3,26-29; Luca 9,18-24)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


24/06/2010
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Amare Ges in nuda povert


XIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C Ges prese la ferma decisione di mettersi in
cammino verso Gerusalemme e mand messaggeri davanti a s. Questi si incamminarono
ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero
riceverlo, perch era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ci, i
discepoli Giacomo e Giovanni dissero: Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco
dal cielo e li consumi?. Si volt e li rimprover. E si misero in cammino verso un altro
villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: Ti seguir dovunque tu
vada. E Ges gli rispose: Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma
il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo. A un altro disse: Seguimi. E costui
rispose: Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre. Gli replic: Lascia
che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio. Un altro
disse: Ti seguir, Signore; prima per lascia che io mi congedi da quelli di casa mia. Ma
Ges gli rispose: Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro, adatto per il
regno di Dio. Tre brevi dialoghi su come seguire Ges. Il primo personaggio che entra in
scena un generoso e dice: Ti seguir, dovunque tu vada! Ges deve avere gioito per lo
slancio, deve aver apprezzato l'entusiasmo giovane di quest'uomo. Eppure risponde:
Pensaci. Neanche un nido, neanche una tana, solo strada, ancora strada. Non un posto dove
posare il capo, se non in Dio, quotidianamente dipendente dal cielo. Cos Ges: nudo
amore che deve essere amato in nuda povert. Eppure seguirlo scoprire una ricchezza che
mai avrei immaginato; diventare ricchi, non di cose, di luoghi o nidi, ma di incontri, di
opportunit, di luce. Ges non ha una casa, ma ne trova cento sul suo cammino, colme di
volti amici. Le parole di Ges sono sempre, anche quelle dure, una risposta al nostro
bisogno di felicit. Il secondo riceve un invito diretto: Seguimi! E questi risponde: s. Solo
permettimi di andare prima a seppellire mio padre. La richiesta pi legittima che si possa
pensare, dovere di figlio, compito di umanit. Ges replica con parole tra le pi dure del
vangelo: Lascia che i morti seppelliscano i morti! Parole che dicono: possibile essere dei
morti dentro, vivere una vita spenta, una religiosit oscura, tenebrosa, intrisa di paure.
Parole dure che sottintendono per: segui me, io ti dar il segreto della vita autentica! Il
Vangelo sempre un inno alla vita, scoperta di bellezza, incremento di umanit. Infine il
terzo dialogo: Ti seguir, Signore, ma prima lascia che mi congedi da quelli di casa. Una
richiesta delicata e naturale. cos duro il cammino senza amici e senza affetti! Tutto si
gioca attorno a una parola-simbolo: prima. La cosa da fare prima, indica la priorit del
cuore, quello che sta in cima ai tuoi pensieri, il tuo Dio o il tuo idolo. La risposta di Ges:
Non voltarti indietro, non guardare a ci che ti mancher, ma a ci che ti viene donato.
Non guardare alle difficolt, ma all'orizzonte che si apre. Non alla nostalgia, ma alla strada
e ai grandi campi del mondo. La fede spalanca orizzonti pi grandi. Chi si volta indietro
non adatto al Regno. Ma allora chi adatto? Chi non si mai voltato indietro? Non
Pietro, non Giacomo e gli altri. Non ce l'hanno fatta i Dodici, come posso pensare di
farcela io? Ma Ges non cerca eroi incrollabili per il suo regno, ma uomini e donne
autentici che sappiano sceglierlo ogni giorno di nuovo, che sappiano rispondere s, ogni
volta, come Pietro, all'unica domanda: mi vuoi bene? (1 Re 19,16.19-21; Salmo 15; Glati
5,1.13-18; Luca 9,51-62)

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


01/07/2010
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L'annuncio, contagio buono


XIV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, il Signore design altri
settantadue e li invi a due a due davanti a s in ogni citt e luogo dove stava per recarsi.
Diceva loro: La messe abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore
della messe, perch mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in
mezzo a lupi; non portate borsa, n sacca, n sandali e non fermatevi a salutare nessuno
lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: "Pace a questa casa!". Se vi sar un
figlio della pace, la vostra pace scender su di lui, altrimenti ritorner su di voi. Restate in
quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perch chi lavora ha diritto alla sua
ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una citt e vi
accoglieranno, mangiate quello che vi sar offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite
loro: " vicino a voi il regno di Dio". Partono senza pane, n sacca, n denaro, senza nulla
di superfluo, anzi senza nemmeno le cose pi utili. Solo un bastone cui appoggiare la
stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perch
l'incisivit del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore
del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del
Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell'organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel
numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose,
perch risalti il primato dell'amore. L'abbondanza di mezzi forse ha spento la creativit
nelle chiese. Il viaggio dei discepoli come una discesa verso l'uomo essenziale, verso
quella radice pura che prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno
perseguitati, perch capovolgono tutta una gerarchia di valori. Ges affida ai discepoli una
missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i
malati; dite loro: vicino a voi il Regno di Dio. I tre nuclei della missione: seminare pace,
prendersi cura, confermare che Dio vicino. Portano pace. E la portano a due a due, perch
non si vive da soli, la pace. La pace relazione. Comporta almeno un altro, comporta due
in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non
semplicemente la fine delle guerre: Shalom pienezza di tutto ci che desideri dalla vita.
Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca,
condivide un po' di tempo e un po' di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma
nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura. Poi l'annuncio: vicino, si
avvicinato, qui il Regno di Dio. Il Regno il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita
guarita, dove la pace fiorita. Dite loro: Dio vicino, pi vicino a te di te stesso; qui,
come intenzione di bene, come guaritore della vita. E poi la casa. Quante volte nominata
la casa in questo brano! La casa, il luogo pi vero, dove la vita pu essere guarita. Il
cristianesimo dev'essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della
festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l'amore sembra lacerarsi, quando
l'anziano perde il senno e la salute. L la Parola conforto, forza, luce; l scende come pane
e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14;
Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi

08/07/2010
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Una terra abitata da prossimi


XV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, un dottore della Legge si alz
per mettere alla prova Ges e chiese: Maestro, [...] chi mio prossimo?. Ges riprese:
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Grico e cadde nelle mani dei briganti, che gli
portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per
caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, pass oltre.
Anche un levta, giunto in quel luogo, vide e pass oltre. Invece un Samaritano, che era in
viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasci le
ferite, versandovi olio e vino; poi lo caric sulla sua cavalcatura, lo port in un albergo e si
prese cura di lui. Il giorno seguente, tir fuori due denari e li diede all'albergatore, dicendo:
"Abbi cura di lui; ci che spenderai in pi, te lo pagher al mio ritorno". Chi di questi tre ti
sembra sia stato prossimo di colui che caduto nelle mani dei briganti?. Quello rispose:
Chi ha avuto compassione di lui. Ges gli disse: Va' e anche tu fa' cos. Maestro, che
cosa devo fare per essere vivo, per essere uomo vero? Ges risponde con un racconto in
cui racchiusa la possibile soluzione della storia, la sorte del mondo e il destino di ognuno.
Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico. Un uomo, dice Ges. Guai se ci fosse un
aggettivo, buono o cattivo, ricco o povero, dei nostri o straniero. Pu essere perfino un
disonesto, un brigante anche lui. l'uomo, ogni uomo aggredito e che ha bisogno. Ogni
strada del mondo va da Gerusalemme a Gerico. Il mondo geme, con le vene aperte; c' un
immenso peso di lacrime in tutto ci che vive, un oceano di uomini derubati, umiliati,
violati, naufragati per ogni continente. questo il nome eterno dell'uomo. Per caso un
sacerdote scendeva per quella stessa strada. Il primo che passa, un prete, un uomo
spirituale, passa oltre. Ma cosa c' oltre? Oltre il dolore, oltre la carne dell'uomo non c' lo
spirito, bens il nulla. Quel prete non trover mai Dio. Percorri l'uomo, dice sant'Agostino,
e raggiungerai Dio. Uomo, via maestra verso l'assoluto! Invece un samaritano che era in
viaggio lo vide, ne ebbe compassione, gli si fece vicino. Un samaritano: uno straniero, un
extracomunitario d'oggi, ha compassione e si avvicina, scende da cavallo, forse ha paura,
non spontaneo fermarsi. Misericordia " avere cuore per il dolore " non un istinto, ma
una conquista. Bisogna avvicinarsi, vedere gli occhi, ascoltare il respiro, allora ti accorgi
che quell'uomo tuo fratello, un pezzo di te. E nulla di ci che umano ti pu essere
estraneo. Il racconto di Luca mette in fila dieci verbi per descrivere l'amore: lo vide, si
mosse a piet, si avvicin, scese, vers, fasci, caric, lo port, si prese cura, pag... fino al
decimo verbo: al mio ritorno salder il debito se manca qualcosa. Questo il nuovo
decalogo, i nuovi dieci comandamenti, una proposta per ogni uomo, credente o no, perch
l'uomo sia uomo, la vita sia amica, la terra sia abitata da prossimi, non da avversari. Ma
chi il mio prossimo? Ges risponde: tuo prossimo chi ha avuto compassione di te.
Allora ricordati di amare i tuoi samaritani, quelli che ti hanno salvato, hanno versato olio e
vino sulle tue ferite, e riversato affetto in cuore. Non dimenticare chi ti ha soccorso e ha
pagato per te. Li devi amare, con gioia, con festa, con gratitudine. E poi da loro imparare.
Va e anche tu fa lo stesso. Anche tu diventa samaritano, fatti prossimo, mostra
misericordia. Il vero contrario dell'amore non l'odio, l'indifferenza. (Letture:
Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
15/07/2010
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L'ascolto, primo servizio a Dio


XVI Domenica del Tempo Ordinario " Anno C In quel tempo, mentre erano in cammino,
Ges entr in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospit. Ella aveva una sorella, di
nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era
distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: Signore, non t'importa nulla che
mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti. Ma il Signore le
rispose: Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'
bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sar tolta. Un rabbi che entra nella
casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare
alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta
dall'angelo dell'annunciazione: mettere a parte le donne dei pi riposti segreti del Signore.
Ges ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non passa oltre quando
incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta.
Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio "
e a tutti " l'ascolto. Dare un po' di tempo e un po' di cuore; dall'ascolto che comincia la
relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un
contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente
presi l'uno dall'altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver
trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per s, per lei che donna,
a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua. Marta Marta tu ti affanni e ti
agiti per troppe cose. Ges, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio
ma l'affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l'agitazione. A tutti, ripete: attento
a un troppo che in agguato, a un troppo che pu sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi
desideri, troppo correre, prima la persona poi le cose. Ti siedi ai piedi di Cristo e impari
la cosa pi importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente,
tra effimero ed eterno. Dice Ges: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza
eterna. Ges non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda
nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Ges, sei molto di pi. Tu non sei le cose che fai;
tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri,
sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perch Ges non cerca servitori, ma amici, non
persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di s,
come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l'Onnipotente. Il centro della fede non ci
che io faccio per Dio, ma ci che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano.
Con loro passer da un Dio sentito come affanno, Marta, a un Dio sentito come stupore,
Maria. Imparer a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio.
(Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
22/07/2010
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Dio esaudisce sempre le sue promesse


XVII Domenica Tempo Ordinario - Anno C Ges si trovava in un luogo a pregare; quando
ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche
Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli. Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: "Padre,
sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non
abbandonarci alla tentazione. (...) Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sar dato, cercate e

troverete, bussate e vi sar aperto. Perch chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi
bussa sar aperto (....) Signore insegnaci a pregare! Tutte le preghiere di Ges riportate
dai Vangeli (oltre cento) iniziano con la stessa tipica parola: Padre, il modo migliore per
rivolgersi a Dio. Ma specifico di Ges, esclusivamente suo, il termine originario Abb
che i Vangeli riportano nella lingua di Ges, l'aramaico, e il cui senso pap, babbo. la
parola del bambino, il dialetto del cuore, il balbettio del figlio piccolo. parola di casa,
non di sinagoga; sapore di pane, non di tempio. Nella moltitudine delle preghiere
giudaiche non si trova un solo esempio di questa parola "Abb" riferita a Dio (Jeremias).
Solo in Ges: Abb-pap. Nel linguaggio corrente la parola pregare indica l'insistere, il
convincere qualcuno, il portarlo a cambiare atteggiamento. Pregare per noi equivale a
chiedere. Per Ges no: pregare equivale a evocare dei volti: quello del Padre e quello di un
amico. Nella preghiera di Ges l'uomo si interessa della causa di Dio (il nome, il regno, la
volont) e Dio si interessa della causa dell'uomo (il pane, il perdono, il male), ognuno per
l'altro. E imparo a pregare senza mai dire io, senza mai dire mio, ma sempre Tu e nostro: il
tuo Nome, il nostro pane, Tu dona, Tu perdona. Il Padre nostro mi vieta di chiedere solo
per me: il pane per me un fatto materiale, il pane per mio fratello un fatto spirituale
(Berdiaev). Pregare cambia la storia. Amico prestami tre pani perch arrivato un
amico. Una storia di amicizia svela il segreto della preghiera. La parabola mette in scena
tre amici: l'amico povero, l'amico del pane e il viaggiatore inatteso, carico di fame e di
stanchezze, che rimane sullo sfondo ma in realt una figura di primo piano: rappresenta
tutti coloro che bussano alla mia porta, che senza essere attesi sono venuti, che mi hanno
chiesto pane e conforto. A Ges sta a cuore la causa dell'uomo oltre a quella di Dio: non
vuole che la preghiera diventi un dialogo chiuso, ma che faccia circolare l'amore (i tre
pani) nel corpo del mondo. Da duemila anni ripetiamo il Padre Nostro, ma non siamo
diventati fratelli e il pane continua a mancare. Una domanda enorme corrode le nostre
preghiere: Dio esaudisce? Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bens le sue
promesse (Bonhoeffer): Io sar con te, fino alla fine del tempo. Dio si coinvolge, intreccia
il suo respiro con il mio, mescola le sue lacrime con le mie. Se pregando non ottengo la
cosa che chiedo, ottengo per sempre un volto di Padre e il sogno di un abbraccio.
(Letture: Genesi 18,20-32; Salmo 137; Colossesi 2,12-14; Luca 11,1-13).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


29/07/2010
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Povert e libert: i bagagli della vita


XVIII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo Ges [...] disse loro una
parabola: La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli
ragionava tra s: "Che far, poich non ho dove mettere i miei raccolti? Far cos " disse ":
demolir i miei magazzini e ne costruir altri pi grandi e vi raccoglier tutto il grano e i
miei beni. Poi dir a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni;
ripsati, mangia, bevi e divrtiti!". Ma Dio gli disse: "Stolto, questa notte stessa ti sar
richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sar?". Cos di chi accumula tesori
per s e non si arricchisce presso Dio. Un uomo ricco ha avuto un raccolto abbondante.
Un particolare mi colpisce: non c' nessuno attorno a quest'uomo. Nessun nome, nessun
volto, nessuno nella casa, nessuno nel cuore. Ricco e al centro di un deserto! La ricchezza

crea un deserto di relazioni autentiche, le cose soffocano gli affetti veri. Un uomo solo e
non felice, perch la felicit dipende da due cose: non pu mai essere solitaria e ha a che
fare con il dono. Solitario, il cuore si ammala; isolato, muore. Un uomo che ripete
continuamente un unico aggettivo mio: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, la
mia vita, anima mia. Questa ossessione del mio. Le cose dominano il suo futuro, la sua vita
ruota attorno ad esse. Vivere cos un lento morire. Infatti: Stolto, questa notte morirai,
anzi stai gi morendo, hai allevato, hai nutrito la morte dentro di te. L'uomo non vive di
solo pane, anzi di solo pane, di sole cose l'uomo muore... Stolto, dice Ges, non perch
cattivo, ma perch poco intelligente. Ha investito sul prodotto sbagliato, sul denaro e non
sull'amore. La tua vita non dipende dai tuoi beni. Ges non disprezza i beni della terra,
quasi volesse disamorarci della vita, offre invece una risposta alla domanda di felicit. Il
Vangelo d per scontato che la vita umana sia, e non possa non essere, un'incessante ricerca
di felicit. Vuoi vita piena, felicit vera? Non andare al mercato delle cose. Le cose
promettono ci che non possono mantenere. Sposta il tuo desiderio su altro, desidera
dell'altro, un mondo dove l'evidenza non sia: pi denaro bene, meno denaro male; un
mondo come Dio lo sogna, che amore e luce ha per confine. Non dai beni, da che cosa
dipende allora la vita? Da tre cose: dalla tua vita interiore, dalle persone accanto a te, da
una sorgente che non in te ma in Dio. E queste tre cose devono essere in comunione,
innestate tra loro. Allora sei vivo. Un giorno un visitatore arriva nella cella di un monaco
del deserto. E conversando gli domanda: come mai hai cos poche cose nella tua cella? Un
letto, un tavolo, una sedia, una lampada. Il monaco replica: e tu come mai hai solo una
sacca con te? Ma perch io sono in viaggio, risponde il visitatore. E il monaco: anch'io
sono in viaggio. Fragile e precaria la vita ma non perch finisce, solo perch sempre
incamminata verso un altrove. In questa migrazione verso la vita, povert e libert fanno
riscoprire la bellezza del mondo e la bont delle cose, e come gustarle senza bisogno di
possedere. (Letture: Qolet 1,2;2,21-23; Salmo 94; Colossesi 3,1-5.9-11; Luca 12,13-21)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


05/08/2010
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La bellezza di un Dio che si fa servo


XIX Domenica del Tempo Ordinario " Anno C In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli:
(...) Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che
aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli
aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno trover ancora svegli; in verit
io vi dico, si stringer le vesti ai fianchi, li far mettere a tavola e passer a servirli. E se,
giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li trover cos, beati loro! (...). Un
padrone parte e affida la sua casa ai servi. La vera fortuna di noi servi inaffidabili consiste
nel fatto di avere un padrone cos, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti,
cuore luminoso. Dio ha un cuore di luce e ti affida la casa, le persone, il mondo. E ti dice:
tu puoi. Dio ha fede nell'uomo. La fiducia del mio Signore mi conquista, in convince, mi fa
dire: beato sei tu perch Dio ha fede in te. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno
trover ancora svegli... non ovvio, non scontato stare svegli, non un fatto dovuto o un
obbligo. Quell'attesa fino all'alba ha il potere di emozionare e sorprendere Dio, pi di
quanto non si aspettasse. Genera infatti in lui una risposta quasi eccessiva, esultante. Ed il

punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario, quando accade


l'impensabile: Dio da padrone diventa servitore: vi dico che si stringer le vesti ai fianchi
( l'abbigliamento del servo) li far sedere a tavola e passer a servirli. Da quello stupore di
Dio, viene una voce: questi miei figli mi sorprendono, capaci di incantarmi con un di pi,
un eccesso, una veglia fino all'alba, un vaso di nardo, un perdono con tutto il cuore, gli
ultimi due spiccioli gettati nel tesoro del tempio, l'abbraccio e il pane dati al pi piccolo.
Metto ancora la mia gioia nelle loro mani!. Dio non il Padrone dei padroni, il servitore
della vita. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa significhi avere un Dio nostro
servitore. Il padrone castiga, il servo aiuta; il padrone giudica, il servo sostiene; il padrone
detta ordini, il servo ascolta e apre il cuore. Questi il solo che io servir perch l'unico
che si fatto mio servitore. Dov' il tuo tesoro l anche il tuo cuore. Ci che per me pi
prezioso ci che pi amo. Ami la terra? Terra diventerai. Ami Dio? Diventerai come
Dio, scrive Agostino. L'uomo diventa ci che ama. La fede avanza per scoperta di tesori,
non per doveri. La vita cresce non per obblighi o divieti, ma per una passione, e la passione
nasce da una bellezza. La bellezza di un Dio cos fa avanzare la mia fede. Un tesoro di
persone e di speranze il motore della vita. Sufficiente a mettersi in viaggio verso Colui
che ha nome amore, pastore delle costellazioni e pastore dei cuori, che ci metter a tavola e
passer a servirci, con tutta la gioia di un padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo
gregge, coraggioso e mai arreso, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte
della luce. (Letture: Sapienza 18, 6-9; Salmo 32; Ebrei 11, 1-2.8-19; Luca 12, 32-48)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
12/08/2010
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Siamo germogli di luce nel mondo


Assunzione della Beata Vergine Maria In quei giorni Maria si alz e and in fretta verso la
regione montuosa, in una citt di Giuda. Entrata nella casa di Zaccara, salut Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussult nel suo grembo.
Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclam a gran voce: Benedetta tu fra le donne e
benedetto il frutto del tuo grembo! [...] E beata colei che ha creduto nell'adempimento di
ci che il Signore le ha detto. Allora Maria disse: L'anima mia magnifica il Signore e il
mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perch ha guardato l'umilt della sua serva [...].
L'Assunzione di Maria al cielo in anima e corpo l'icona del nostro futuro, anticipazione di
un comune destino: annuncia che l'anima santa, ma che il Creatore non spreca le sue
meraviglie: anche il corpo santo e avr, trasfigurato, lo stesso destino dell'anima. Perch
l'uomo uno. I dogmi che riguardano Maria, ben pi che un privilegio esclusivo, sono
indicazioni esistenziali valide per ogni uomo e ogni donna. Lo indica benissimo la lettura
dell'Apocalisse: vidi una donna vestita di sole, che stava per partorire, e un drago. Il segno
della donna nel cielo evoca santa Maria, ma anche l'intera umanit, la Chiesa di Dio,
ciascuno di noi, anche me, piccolo cuore ancora vestito d'ombre, ma affamato di sole.
Contiene la nostra comune vocazione: assorbire luce, farsene custodi (vestita di sole),
essere nella vita datori di vita (stava per partorire): vestiti di sole, portatori di vita, capaci di
lottare contro il male (il drago rosso). Indossare la luce, trasmettere vita, non cedere al
grande male. La festa dell'Assunta ci chiama ad aver fede nell'esito buono, positivo della
storia: la terra incinta di vita e non finir fra le spire della violenza; il futuro minacciato,
ma la bellezza e la vitalit della Donna sono pi forti della violenza di qualsiasi drago. Il

Vangelo presenta l'unica pagina in cui sono protagoniste due donne, senza nessun altra
presenza, che non sia quella del mistero di Dio pulsante nel grembo. Nel Vangelo
profetizzano per prime le madri. Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo
grembo. Prima parola di Elisabetta, che mantiene e prolunga il giuramento irrevocabile di
Dio: Dio li benedisse (Genesi 1,28), e lo estende da Maria a ogni donna, a ogni creatura.
La prima parola, la prima germinazione di pensiero, l'inizio di ogni dialogo fecondo
quando sai dire all'altro: che tu sia benedetto. Poterlo pensare e poi proclamare a chi ci sta
vicino, a chi condivide strada e casa, a chi porta un mistero, a chi porta un abbraccio: Tu
sei benedetto, Dio mi benedice con la tua presenza, possa benedirti con la mia presenza.
L'anima mia magnifica il Signore. Magnificare significa fare grande. Ma come pu la
piccola creatura fare grande il suo Creatore? Tu fai grande Dio nella misura in cui gli dai
tempo e cuore. Tu fai piccolo Dio nella misura in cui Lui diminuisce nella tua vita. Santa
Maria ci aiuta a camminare occupati dall'avvenire di cielo che in noi come un germoglio
di luce. Ad abitare la terra come lei, benedicendo le creature e facendo grande Dio.
(Letture: Apocalisse 11,19a;12,1-6a.10ab; Salmo 44; 1 Corinzi 15,20-27a; Luca 1,39-56)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
19/08/2010
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Dio non si merita, ma si accoglie


XXI Domenica del Tempo Ordinario " Anno C ... Disse loro: Sforzatevi di entrare per la
porta stretta, perch molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno.
Quando il padrone di casa si alzer e chiuder la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a
bussare alla porta, dicendo: "Signore, aprici!". Ma egli vi risponder: "Non so di dove
siete". Allora comincerete a dire: "Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai
insegnato nelle nostre piazze". Ma egli vi dichiarer: "Voi, non so di dove siete.
Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!". L ci sar pianto e stridore di denti,
quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece
cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e
siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono
primi che saranno ultimi. Sono pochi quelli che si salvano, o molti? Ges non risponde
sul numero dei salvati ma sulle modalit. Dice: la porta stretta, ma non perch ami gli
sforzi, le fatiche, i sacrifici. Stretta perch la misura del bambino: Se non sarete come
bambini non entrerete!. Se la porta piccola, per passare devo farmi piccolo anch'io. I
piccoli e i bambini passano senza fatica alcuna. Perch se ti centri sui tuoi meriti, la porta
strettissima, non passi; se ti centri sulla bont del Signore, come un bambino che si fida
delle mani del padre, la porta larghissima. L'insegnamento chiaro: fatti piccolo, e la
porta si far grande; lascia gi tutti i tuoi bagagli, i portafogli gonfi, l'elenco dei meriti, la
tua bravura, sgnfiati di presunzione, dal crederti buono e giusto, e dalla paura di Dio, del
suo giudizio. La porta stretta ma aperta. In questo momento aperta. Quello che Ges offre
non solo rimandato per l'aldil, ma salvezza che inizia gi ora. un mondo pi bello,
pi umano, dove ci sono costruttori di pace, uomini dal cuore puro, onesti sempre, e allora
la vita di tutti pi bella, pi piena, pi gioiosa se vissuta secondo il vangelo. aperta e
sufficiente per tanti, tantissimi, infatti la grande sala piena, vengono da oriente e da
occidente e sono folla e entrano, non sono migliori di noi o pi umili, non hanno pi meriti
di noi, non questo. Hanno accolto Dio per mille vie diverse. Dio non si merita si accoglie.

Salvezza accogliere Dio in me, perch cresca la mia parte divina, ed cos che io
raggiungo pienezza. Pi Dio equivale a pi io. La porta stretta ma bella, infatti
l'attraversano rumori di festa, una sala colma, una mensa imbandita e un turbinare di arrivi,
di colori, culture, provenienze diverse, un mondo dove gli uomini sono finalmente
diventati fratelli, senza divisioni. Nel seguito della Parabola la porta da aperta si fa chiusa e
una voce dura dice: Voi, non so di dove siete. Sono come stranieri, eppure avevano
seguito la legge, erano andati in chiesa... Tutti abbiamo sentito con dolore questa accusa:
vanno in chiesa e fuori sono peggio degli altri... Pu accadere, se vado in chiesa ma non
accolgo Dio dentro. Dio che entra e mi trasforma, mi cambia pensieri, emozioni, parole,
gesti. Mi d i suoi occhi, e un pezzo del suo cuore. Il Dio della misericordia mi insegna
gesti di misericordia, il Dio dell'accoglienza mi insegna gesti di accoglienza e di
comunione. E li cercher in me nell'ultimo giorno. E, trovandoli, spalancher la porta.
(Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
26/08/2010
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L'amore senza calcoli, motore di vita


XXII domenica del Tempo Ordinario Anno C Avvenne che un sabato Ges si rec a casa di
uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una
parabola, notando come sceglievano i primi posti: Quando sei invitato a nozze da
qualcuno, non metterti al primo posto, perch non ci sia un altro invitato pi degno di te, e
colui che ha invitato te e lui venga a dirti: "Cdigli il posto!". Allora dovrai con vergogna
occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perch
quando viene colui che ti ha invitato ti dica: "Amico, vieni pi avanti!". Allora ne avrai
onore davanti a tutti i commensali. Perch chiunque si esalta sar umiliato, e chi si umilia
sar esaltato. (...) La gente sta ad osservare Ges e Ges osserva gli invitati. C' un
incrociarsi di sguardi in quella sala che la metafora della vita: conquistare i primi posti,
competere, illusi che vivere sia vincere, prevalere, ottenere il proprio appagamento. Ges
propone un'altra logica: Tu vai a metterti all'ultimo posto. L'ultimo posto non un castigo,
il posto di Dio, il posto di Ges, venuto non per essere servito, ma per servire; il posto
di chi ama di pi, di chi fa spazio agli altri. Amico, vieni pi su, dir allora l'ospite. A colui
che ha scelto di stare in fondo alla sala riservato questo nome intenso e dolce: amico.
Amico di Dio e degli altri. L'ha dimostrato con quel gesto che sembra dire ad ognuno dei
commensali: Tu sei pi importante di me, prima vieni tu. E cos si fa amico di Dio, che
eternamente altro non fa che considerare ogni uomo pi importante di se stesso. Lo
garantisce la Croce di Cristo. Quando offri una cena non invitare n amici, n fratelli, n
parenti, n vicini ricchi: belli questi quattro gradini del cuore in festa, quattro segmenti del
cerchio caldo degli affetti; non invitarli, perch poi anche loro ti inviteranno e il cerchio si
chiude nell'eterna illusione del pareggio contabile tra dare e avere. Quando offri una cena
invita poveri, storpi, zoppi, ciechi. Ecco di nuovo quattro gradini che ti portano oltre il
cerchio della famiglia e degli affetti, oltre la gratificazione della reciprocit, che aprono
finestre su di un mondo nuovo: dare in perdita, dare per primo, dare senza contraccambio.
Nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare. E sarai beato perch
non hanno da ricambiarti. In questa piccola frase contenuto il doppio segreto della
felicit: essa ha sempre a che fare con il dono, non pu mai essere solitaria. Doni un po' di

felicit a qualcuno e subito la riattingi, moltiplicata, dal volto dell'altro. E sarai beato
perch c' pi gioia nel dare che nel ricevere, come molti, come forse tutti abbiamo
sperimentato. E sarai beato perch agisci come agisce Dio, come chi impara l'amore senza
calcolo che solo fa ripartire il motore della vita. Invita i pi poveri dei poveri e assicurati
che non possano restituirti niente. Vangelo stravolgente e contromano, che convoca un
altro modo di essere uomini, il coraggio di volare alto, nel cielo di Dio, il totalmente Altro
che viene affinch la storia diventi totalmente altra da quello che (Barth), affinch la
forza giovane del Vangelo sia sempre come una breccia di luce. (Letture: Siracide 3,1720.28-29; Salmo 67; Ebrei 12, 18-19.22-24; Luca 14, 1. 7-14)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


02/09/2010
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La felicit che solo Ges pu dare


XXIII Domenica Tempo ordinario-Anno C In quel tempo, una folla numerosa andava con
Ges. Egli si volt e disse loro: Se uno viene a me e non mi ama pi di quanto ami suo
padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non pu
essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non
pu essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a
calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta
le fondamenta e non in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a
deriderlo, dicendo: "Costui ha iniziato a costruire, ma non stato capace di finire il
lavoro". (...) Cos chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non pu essere mio
discepolo. Se uno viene a me, e non mi ama pi di quanto ami suo padre, sua madre, sua
moglie, i suoi figli.... Le parole di Ges bruciano, sono difficili, perfino pericolose se
capite male, ma a capirle a fondo sono bellissime. Sembrano una crocifissione e sono una
risurrezione del cuore. Spezzano la conchiglia per trovare la perla. Il centro di queste frasi
non sta in una serie di no detti alle cose belle e forti della vita, ma in un s detto a una
cosa pi bella ancora, che Dio solo ha e nessun altro pu dare. L'accento delle frasi non
sulla rinuncia, ma sulla conquista. come se Ges dicesse: tu sai quanto bello voler bene
a padre, madre, moglie o marito, ai figli, quanto fa bene, quanto fa vivere. Io ti offro un
bene ancora pi grande e bello, che non toglie niente, aggiunge forza, gioia, profondit.
Dice Ges: io posso darti pi di tutti gli affetti della famiglia... Sembrano le parole di uno
fuori dalla realt, di un esaltato: Io ho qualcosa di pi bello delle esperienze pi belle che
puoi fare sulla terra, io solo posso farti rintracciare la felicit. Io solo. Nessuno ha mai
detto Io con questa forza e con questa pretesa. Colui che non porta la propria croce e
non viene dietro a me, non pu essere mio discepolo: portare ben pi di sopportare;
croce non la metafora di tutte le fatiche, le difficolt e le sofferenze della vita; quella
parola contiene il vertice e il riassunto della vicenda di Ges. Portare la propria croce
una espressione forte che non si riduce a un invito alla rassegnazione, saggio ma in fondo
scontato. Si tratta di una scelta attiva: scegli per te una vita che assomigli a quella di Ges:
pensa i suoi pensieri, ripeti le sue scelte, preferisci quelli che lui preferiva, vivi una vita
come la sua, che sapeva amare come nessuno. Prendi su di te la tua porzione d'amore
altrimenti non vivi; prendi la porzione di dolore che ogni amore comporta, altrimenti non
ami. Allora capiamo che il cristiano non figlio di una sottrazione, ma di una addizione,

che Cristo intensificazione dell'umano, che nominarlo equivale ad incrementare la vita.


Al centro di tutto sta un Assoluto che offre la sua luce sulla vita e sulla morte, che dona
eternit a tutto ci che di pi bello portiamo nel cuore. Che non toglie amori, ne aggiunge.
Il discepolo uno che sulla luce dei suoi amori stende una luce pi grande. E la sua fede
diventa l'infinita passione per l'esistenza ( Kierkegaard ). Questo Ges non lo ami se non
lo conosci, ma se arrivi a conoscerlo non lo lasci pi. (Letture: Sapienza 9,13-18; Salmo
89; Filmone 1,9-10.12-17; Luca 14, 25-33).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


09/09/2010
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Quel padre che difende la libert


XXIV Domenica del Tempo Ordinario " Anno C In quel tempo, si avvicinavano a Ges
tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo:
Costui accoglie i peccatori e mangia con loro. Ed egli disse loro questa parabola: Chi di
voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca
di quella perduta, finch non la trova? Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle
spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: "Rallegratevi con me, perch ho
trovato la mia pecora, quella che si era perduta" [...]. Si persa una pecora, si perde una
moneta, si perde un figlio. Si direbbero quasi delle sconfitte di Dio. E invece l'amore vince
proprio perdendosi dietro a chi si era perduto. Il Dio di queste parabole un Dio che v
dietro anche a uno solo. Uno, uno solo di noi, e per di pi sbandato, sufficiente a mettere
Dio in cammino. Un uomo aveva due figli. Questo inizio, semplicissimo e favoloso, apre la
parabola pi bella. Nessuna pagina al mondo raggiunge come questa il centro del nostro
vivere, nessuna lascia trasparire come questa il cuore di Dio. Un Dio differente, diverso
non solo da quello dei Farisei, ma anche dall'immagine che noi ancora ci portiamo in
cuore: un Padre che non vuole una casa abitata da figli-servi, obbedienti e scontenti, ma da
figli-liberi, gioiosi e amanti. Il suo dramma sono due figli entrambi insoddisfatti, forse
perch si credono servi. Il pi giovane se ne va, un giorno, in cerca di felicit. Questa crisi
del ribelle l'abbiamo tutti vissuta, e spesso il gesto di rivolta non era che il preludio a una
dichiarazione d'amore. Il Padre non si oppone, non mai contro la libert. Ma la storia ha
una svolta drammatica: il figlio si trova a pascolare i porci. Il libero ribelle diventato
servo, affamato, pu rubare le ghiande ai porci, ma non pu accontentarsi, come loro,
delle sole ghiande. Crudelt questa? No, Provvidenza (Mazzolari). L'uomo nasce con il
cuore malato di cose grandi e le piccole non saziano. Allora si ricorda del pane di casa, e si
mette in cammino. Al padre non importa il motivo per cui il figlio ritorna, se per fame o
per amore, se per paura o per pentimento, a lui basta che si metta in viaggio, e lo vede
quando ancora lontano. Padre, non sono degno, trattami da servo. E lui lo interrompe,
per convertirlo proprio dal suo cuore di servo, per restituirgli un cuore di figlio, un cuore in
festa. Per questo non emana verdetti, n di condanna n di assoluzione, perch il primo
sguardo di Dio non si posa mai sul peccato dell'uomo, ma sempre sulla sofferenza, per
guarirla. Il fratello maggiore torna dai campi ed entra in crisi: io ti ho sempre ubbidito, e
tu non mi hai dato neanche un capretto. Ha misurato tutto sulla contabilit del dare e
dell'avere, come un salariato. Il padre vuole salvare anche lui dal suo cuore di servo: tu sei
sempre con me, tutto ci che mio tuo. Tutto! Avr capito? Padre, non sono degno, ma

mi prendo lo stesso il tuo abbraccio, la veste nuova, la festa. Sono l'eterno prodigo. Sono la
tua agonia e la tua gioia. Sono il tuo figlio. Grazie di essere Padre a questo modo, un modo
davvero divino. (Letture: Esodo 32,7-11.13-14; Salmo 50; 1 Timoteo 1,12-17; Luca 15,132)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
17/09/2010
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Accolti dagli amici in Paradiso


XXV Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, Ges diceva ai discepoli:
Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i
suoi averi. Lo chiam e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua
amministrazione, perch non potrai pi amministrare". L'amministratore disse tra s: "Che
cosa far, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione?" [...]. Chiam uno per uno i
debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". Quello
rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi
cinquanta". [...] Il padrone lod quell'amministratore disonesto, perch aveva agito con
scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono pi scaltri dei figli della
luce. Il padrone lod l'amministratore disonesto, perch aveva agito con scaltrezza: il
padrone loda chi l'ha derubato. Questa conclusione sorprendente il nodo cruciale del
racconto che ha il suo punto di svolta in una domanda: e adesso che cosa far? La
soluzione adottata quella di continuare la truffa, anzi di allargarla, eppure accade
qualcosa che cambia il senso del denaro, ne rovescia il significato. L'amministratore
trasforma la ricchezza in strumento di amicizia; regala pane, olio - vita - ai debitori; fa di
ci che ha un sacramento di comunione. La ricchezza di solito chiude le case, tira su muri,
installa allarmi; ora invece il dono le apre: mi accoglieranno in casa loro. Ges commenta
la parabola con una parola bellissima: Fatevi degli amici con la ricchezza, la pi umana
delle soluzioni, la pi consolante, donando ci che potete e pi di ci che potete, ci che
giusto e perfino ci che non lo ! Non c' comandamento pi gioioso e pi nostro. E
contiene la saggezza del vivere: chi vince davvero nel gioco della vita? Chi ha pi amici,
non chi ha pi soldi. Notiamo le parole precise di Ges: fatevi degli amici perch essi vi
accolgano nella casa del cielo. Essi, non Dio. E non solo qua, ma nella vita eterna, hanno
loro le chiavi del paradiso. Ma nelle braccia di chi hai aiutato ci sono le braccia di Dio.
Perch il disonesto, e lo sono anch'io che ho sprecato tanti doni di Dio, sar accolto nel
Regno? Perch lo sguardo di Dio non cerca in me il male che ho commesso, ma il bene che
ho seminato nei solchi del mondo. Non guarder a te, ma attorno a te: ai tuoi poveri, ai tuoi
debitori, ai tuoi amici. Sei stato disonesto? Ora copri il male di bene. Hai causato lacrime?
Ora rendi felice qualcuno. Hai rubato? Ora comincia a dare. La migliore strategia che Dio
propone: coprire il male di bene. E adesso che cosa far? Senza volerlo l'amministratore fa
qualcosa di profetico, opera verso i debitori allo stesso modo con cui Dio continuamente
opera verso l'uomo: dona e perdona, rimette a noi i nostri debiti. Che fare? In tutte le nostre
scelte il principio guida sempre lo stesso: fare ci che Dio fa, cuore di tutta l'etica
cristiana. Siate misericordiosi come il Padre... amatevi come io vi ho amato... Mi piace
questo Signore al quale la felicit dei figli importa pi ancora della loro fedelt, che pone
le persone prima dei suoi interessi, prima del suo grano e del suo olio, che accoglier me,
fedele solo nel poco e solo di tanto in tanto, proprio con le braccia degli amici, di coloro

con cui avr creato comunione. (Letture: Amos 8,4-7; Salmo 112; 1 Timoteo 2,1-8; Luca
16,1-13)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


23/09/2010
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Amici dei poveri, nel cuore di Dio


XXVI Domenica del Tempo Ordinario " Anno C C'era un uomo ricco che indossava vesti
di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero di nome
Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva
dalla tavola del ricco. Un giorno il povero mor e fu portato nel seno di Abramo. Mor
anche il ricco e fu sepolto negli inferi [...] disse: Padre Abramo, manda Lazzaro [...] nella
casa di mio padre, perch ho cinque fratelli, li ammonisca perch non vengano in questo
luogo di tormento [...]. Ma Abramo rispose: [...] Se non ascoltano Mos e i profeti, non
saranno persuasi neppure se uno risorgesse dai morti. La parabola del ricco senza nome e
del povero Lazzaro una di quelle pagine che ci portiamo dentro come sorgente di
comportamenti pi umani. Il ricco senza nome perch si identifica con le sue ricchezze,
spesso il denaro diventa come la seconda natura, la seconda pelle di una persona. Il povero
ha il nome dell'amico di Ges, Lazzaro. Il Vangelo non usa mai dei nomi propri nelle
parabole, solo qui fa un'eccezione, per dire che ogni povero un amico di Dio. Mor il
povero e fu portato nel seno di Abramo, mor il ricco e fu sepolto nell'inferno. In che cosa
consiste il peccato del ricco? Nella cultura del piacere? Negli eccessi della gola? No. Il suo
peccato l'indifferenza: non un gesto, non una briciola, non una parola al povero Lazzaro.
Il vero contrario dell'amore non l'odio, ma l'indifferenza, per cui l'altro neppure esiste,
solo un'ombra fra i cani. Lazzaro cos vicino da inciamparci, e il ricco neppure lo vede. Il
male pi grande che noi possiamo fare di non fare il bene. Il povero, portato in alto; il
ricco sepolto in basso: ai due estremi della societ in questa vita, ai due estremi
dell'abisso dopo. Allora capiamo che l'eternit gi iniziata ora, che l'inferno solo il
prolungamento delle nostre scelte senza cuore. Nella parabola Dio non mai nominato,
eppure intuiamo che era presente, pronto a contare ad una ad una tutte le briciole date al
povero Lazzaro, a ricordarle per sempre. Ti prego, manda Lazzaro con una goccia d'acqua
sul dito (il ricco vede il povero in funzione di se stesso dei suoi interessi) mandalo ad
avvisare i miei cinque fratelli...! Neanche se vedono un morto tornare si convertiranno!.
Non la morte che converte, ma la vita stessa. Dio nella vita. Chi non si posto il
problema di Dio e dei fratelli davanti al mistero magnifico e dolente che la vita non se lo
porr nemmeno davanti al mistero pi piccolo che la morte. Non sono i miracoli o le
visioni a cambiare il cuore. Non c' miracolo che valga il grido dei poveri: sono parola di
Dio e carne di Dio: qualsiasi cosa avete fatto a uno di questi piccoli l'avete fatto a me!
Nella loro fame Dio che ha fame, nelle loro piaghe Dio che piagato. La terra piena
di Lazzari. Cerchi Dio? Non nel ricco, benedetto nella sua prosperit; nel piccolo, nello
straniero, nel pi piagato. l dove un uomo non ha attorno a s nessuno, se non dei cani.
L dove io ho paura di essere, Lui c'. Se Ges d al povero il nome del suo amico Lazzaro,
ogni povero abbia anche per me un nome d'amico. (Letture: Amos 6,1.4-7; Salmo 145; 1
Timoteo 6,11-16; Luca 16,19-31)

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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
30/09/2010
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La potenza di un granellino di fede


XXVII Domenica Tempo Ordinario- Anno C In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore:
Accresci in noi la fede!. Il Signore rispose: Se aveste fede quanto un granello di
senape, potreste dire a questo gelso: "Srdicati e vai a piantarti nel mare", ed esso vi
obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dir, quando
rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? Non gli dir piuttosto: "Prepara da
mangiare, strngiti le vesti ai fianchi e srvimi, finch avr mangiato e bevuto, e dopo
mangerai e berrai tu"? (...) Cos anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi stato
ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare". Gli apostoli
dissero al Signore: accresci in noi la fede. Nel Vangelo tutte le preghiere, di uomini donne
malati peccatori discepoli, stanno dentro due sole domande. La prima: Signore, abbi piet;
la seconda: aumenta la nostra fede. Qui riassunto l'universo del cuore, il nostro mondo di
dolore e di mistero. Aumenta la fede: perch senza fede non c' vita umana. Come sarebbe
possibile vivere senza fidarsi di qualcuno? Noi ci umanizziamo per relazioni di fiducia, a
partire dai genitori, a cominciare dalla madre. Fede che una forza immensa penetra
l'universo. Se aveste fede quanto un granellino di senape. Un granellino microscopico,
basta pochissima fede, quasi niente: questione di qualit, non di quantit. Non una fede
sicura e spavalda, ma quella che nella sua fragilit ha ancora pi bisogno di Dio, che nella
sua piccolezza ha ancora pi fiducia in Lui, e si abbandona, si affida. Potrete dire a questo
gelso sradicati e vai a piantarti nel mare. Ho visto il mare riempirsi di alberi. Fuori
metafora: ho visto missionari vivere in luoghi impossibili; ho visto uomini e donne di fede,
nella loro casa, portare problemi senza soluzione, con un coraggio da leoni; ho visto mura
invalicabili di odio dissolversi. Ho visto gelsi volare sul mare, e non attraverso miracoli
spettacolari, ma con il miracolo quotidiano di un amore che non si arrende. Anche voi,
quando avete fatto tutto dite: siamo servi inutili. Una parola che sembra contraddire altri
passi del Vangelo (beato quel servo... il padrone lo metter a tavola e passer a servirlo),
che ci sorprende con l'aggettivo inutili. Inutile in italiano significa che non serve a
niente, incapace. Ma non questo il senso della parola originaria: servi non tanto inutili,
ma che non si aspettano un utile, che non ricercano un vantaggio; servi senza pretese, n
rivendicazioni, n secondi fini, che di nulla hanno bisogno se non di essere se stessi, che
agiscono senza un fine che non sia la sola motivazione d'amore. Scrive Madre Teresa di
Calcutta: nel nostro servizio non contano i risultati, ma quanto amore metti in ci che fai. Il
servizio pi vero dei suoi risultati, pi importante della ricompensa e dei successi. Fede
vera non piantare alberi nel mare, neanche Ges l'ha mai fatto. Fede vera nel miracolo
di dire: voglio essere semplicemente servitore di quelle vite che mi sono affidate: mio
marito, mia moglie, i miei figli, l'anziano che ha perso la salute, e non avanzo neppure la
pretesa della sua guarigione. Servitore come il mio Signore, venuto per servire, non per
essere servito. Mi bastano allora grandi campi da arare, un granellino di fede, e occhi nuovi
di speranza. (Letture: Abacuc 1,2-3;2,2-4; Salmo 94; 2 Timoteo 1,6-8.13-14; Luca 17,5-10)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi

07/10/2010
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la salvezza la vera guarigione


XXVIII Domenica del Tempo Ordinario"Anno C Lungo il cammino verso Gerusalemme,
Ges attraversava la Samara e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro
dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: Ges, maestro, abbi
piet di noi!. Appena li vide, Ges disse loro: Andate a presentarvi ai sacerdoti. E
mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, torn indietro
lodando Dio a gran voce, e si prostr davanti a Ges, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un
Samaritano. Ma Ges osserv: Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove
sono? Non si trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di
questo straniero?. E gli disse: lzati e va'; la tua fede ti ha salvato!. Dieci lebbrosi
fermi a distanza; solo occhi e voce; mani neppure pi capaci di accarezzare un figlio: Ges,
abbi piet. E appena li vede (subito, senza aspettare un secondo di pi, perch prova dolore
per il dolore del mondo) dice: Andate dai sacerdoti. finita la distanza. Andate. Siete gi
guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro entra in noi molto prima che accada, entra
con il primo passo, come un seme, come una profezia, entra in chi si alza e cammina per
un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Solo per questo anticipo di
fiducia dato a ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avr un futuro. Si mettono in
cammino, e la speranza pi forte dell'evidenza. Ma chi vuol stare con l'evidenza si
rassegni ad essere solo il custode del passato. Si mettono in cammino e la strada gi
guarigione. E mentre andavano furono guariti. Il cuore di questo racconto risiede per
nell'ultima parola: la tua fede ti ha salvato. Il Vangelo pieno di guariti, un lungo corteo
gioioso che accompagna l'annuncio. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati?
Nove dei lebbrosi guariti non tornano: si smarriscono nel turbine della loro felicit, dentro
la salute, la famiglia, gli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia come
all'inizio aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano anche perch ubbidiscono
all'ordine di Ges: andate dai sacerdoti. Ma Ges voleva essere disubbidito, alle volte
l'ubbidienza formale un tradimento pi profondo. Talvolta bisogna andare contro la
legge, per esserle fedeli in profondit (Bonhoffer). Come fa Ges con la legge del sabato.
Uno solo torna, e passa da guarito a salvato. Ha intuito che il segreto non sta nella
guarigione, ma nel Guaritore. il Donatore che vuole raggiungere non i suoi doni, e poter
sfiorare il suo oceano di pace e di fuoco, di vita che non viene meno. Nel lebbroso che
torna importante non l'atto di ringraziare, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie,
bisognoso di contraccambio; salvo non perch paga il pedaggio della gratitudine, ma
perch entra in comunione: con il proprio corpo, con i suoi, con il cielo, con Cristo: gli
abbraccia i piedi e canta alla vita. I nove guariti trovano la salute; l'unico salvato trova la
salute e un Dio che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, che dona pelle di primavera ai
lebbrosi, un Dio la cui gloria non sono i riti ma l'uomo vivente. Ritornare uomini, ritornare
a Dio: sono queste le due tavole della legge ultima, i due movimenti essenziali d'ogni
salvezza. (Letture: 2 Re 5,14-17, Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi
14/10/2010
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La lezione di preghiera della vedova


XXIX Domenica Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, Ges diceva ai suoi discepoli
(..) In una citt viveva un giudice, che non temeva Dio n aveva riguardo per alcuno. In
quella citt c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro
il mio avversario". Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra s: "Anche se non
temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi d tanto fastidio, le far
giustizia perch non venga continuamente a importunarmi". E il Signore soggiunse: (...)
Dio non far forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li far
forse aspettare a lungo? Io vi dico che far loro giustizia prontamente (...). Per mostrarci
che bisogna pregare sempre senza stancarsi Ges ci invita a scuola di preghiera da una
povera vedova. Lungo tutto il vangelo il Maestro rivela come una predilezione particolare
per le donne sole e le rende strumento di verit decisive. C'era un giudice corrotto in una
citt. E una vedova si recava ogni giorno da lui: fammi giustizia! Che bella immagine di
donna forte, dignitosa; che non si arrende all'ingiustizia e nessuna sconfitta l'abbatte. In
questa donna, fragile e indomita, Ges mostra due cose: il modo di chiedere (con tenacia e
fiducia) e il contenuto della richiesta. La vedova chiede giustizia a chi fa la giustizia,
chiede al giudice di essere vero giudice, di essere se stesso. E cos accade nel nostro andare
da Dio: pregare in fondo chiedere a Dio di darci se stesso. Ed tutta la prima parte del
Padre Nostro: sia santificato il tuo nome..., sia fatta la tua volont. Che come chiedere
Dio a Dio: donaci te stesso! Il grande mistico Maister Eckart diceva: Dio non pu dare
nulla di meno di se stesso. E Caterina da Siena aggiungeva: ma dandoci se stesso ci d
tutto. Ma allora perch pregare sempre? Non perch la risposta tarda, ma perch la risposta
infinita. Perch Dio un dono che non ha termine, mai finito. E poi per riaprire i sentieri.
Se non lo percorri spesso, il sentiero che conduce alla casa dell'amico si coprir di rovi.
Vanno sempre riaperti i sentieri del Dio amico. Ma come si fa a pregare sempre? A
lavorare, incontrare persone, studiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Innanzitutto
pregare non significa recitare preghiere, ma sentire che la nostra vita immersa in Dio, che
siamo circondati da un mare d'amore e non ce ne rendiamo conto. Pregare come voler
bene. Se ami qualcuno, lo ami sempre. Qualsiasi cosa tu stia facendo non il sentimento
che si interrompe, ma solo l'espressione del sentimento. Il desiderio prega sempre, anche
se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand' che la preghiera
sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio (sant'Agostino). Pregare sempre si pu: la
preghiera il nostro desiderio di amore. Ma Dio esaudisce le preghiere? S, Dio esaudisce
sempre, ma non le nostre richieste bens le sue promesse (Bonhoeffer): il Padre dar lo
Spirito Santo (Lc 11,13), io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Gv 14,23).
Non si prega per ricevere ma per essere trasformati. Non per ricevere dei doni ma per
accogliere il Donatore stesso; per ricevere in dono il suo sguardo, per amare con il suo
cuore. (Letture: Esodo 17, 8-13; Salmo 120; 2 Timteo 3, 14-4,2; Luca 18, 1-8).
riproduzione riservata

Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


21/10/2010
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Infelice chi guarda solo a se stesso


XXX Domenica del Tempo Ordinario - Anno C In quel tempo, Ges disse ancora questa
parabola (...): Due uomini salirono al tempio a pregare (...). Il fariseo, stando in piedi,

pregava cos tra s: "O Dio, ti ringrazio perch non sono come gli altri uomini, ladri,
ingiusti, adlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e
pago le decime di tutto quello che possiedo". Il pubblicano invece, fermatosi a distanza,
non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: "O Dio, abbi
piet di me peccatore". Io vi dico: questi, a differenza dell'altro, torn a casa sua
giustificato, perch chiunque si esalta sar umiliato, chi invece si umilia sar esaltato.
Ges, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, denuncia anche a noi i rischi
della preghiera: non si pu pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli. Ci si
allontana dagli altri e da Dio; si torna a casa, come il fariseo, con un peccato in pi. Il
fariseo inizia con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ci che segue sbagliato: ti
ringrazio di non essere come tutti gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. Non si confronta con
Dio, ma con gli altri, e gli altri sono tutti disonesti e immorali. In fondo un infelice, sta
male al mondo: l'immoralit dilaga, la disonest trionfa... L'unico che si salva lui stesso.
Onesto e infelice: chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Io digiuno, io pago le
decime, io... Il fariseo affascinato da due lettere magiche, stregate, che non cessa di
ripetere: io, io, io. un Narciso allo specchio, Dio come se non esistesse, non serve a
niente, solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria auto sufficienza. Il
fariseo non ha pi nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male, e il male
sono gli altri. Che un modo terribilmente sbagliato di pregare, che pu renderci atei.
Invece, nel Padre Nostro, modello di ogni preghiera, mai si dice io o mio, ma sempre
tuo o nostro. Il tuo regno, il nostro pane. Il fariseo ha dimenticato la parola pi
importante del mondo: tu. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa
di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello
che fa fiorire il nostro essere. Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il
petto e diceva: Abbi piet di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera e
la fanno vera. La prima parola tu: Tu abbi piet. Mentre il fariseo costruisce la sua
religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la edifica attorno a quello che Dio fa. La
seconda parola : peccatore, io peccatore. In essa riassunto un intero discorso: sono un
ladro, vero, ma cos non sto bene; non sono onesto, lo so, ma cos non sono contento;
vorrei tanto essere diverso, non ci riesco; e allora tu perdona e aiuta. Il pubblicano torn a
casa sua giustificato, non perch pi umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con
l'umilt), ma perch si apre " come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si
inarca al vento " a un Dio pi grande del suo peccato, vento che fa ripartire. Si apre alla
misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che la sua unica onnipotenza.
(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 33; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
28/10/2010
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Incontrare Ges rende libero l'uomo


XXXI Domenica Tempo ordinario-Anno C (...) Un uomo, di nome Zaccho, capo dei
pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Ges, ma non gli riusciva a causa della folla,
perch era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, sal su un
sicomro, perch doveva passare di l. Quando giunse sul luogo, Ges alz lo sguardo e gli
disse: Zaccho, scendi subito, perch oggi devo fermarmi a casa tua. Scese in fretta e lo
accolse pieno di gioia. Vedendo ci, tutti mormoravano: entrato in casa di un

peccatore!. Ma Zaccho, alzatosi, disse al Signore: Ecco, Signore, io do la met di ci


che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto (...). C'
un Rabbi che riempie di gente le strade. Tanta gente, al punto che Zaccho, piccolo di
statura, ha davanti a s un muro. Ma questo piccolo-grande uomo non ha complessi, ha un
obiettivo: vuole vedere Ges, di parlargli non spera, e invece di nascondersi dietro l'alibi
dei suoi limiti, cerca la soluzione: l'albero. Zaccho agisce in nome non della paura ma del
desiderio, e cos diventa creativo, inventa, va' controcorrente, respira un'energia che lo fa
correre avanti e salire in alto. Ges passando alz lo sguardo: guarda quell'uomo dal basso
verso l'alto, come quando si inginocchia e lava i piedi ai discepoli. Dio non ci guarda mai
dall'alto in basso, ma sempre dal basso verso l'alto, con infinito rispetto, annullando ogni
distanza. Lo sguardo di Ges: il solo sguardo che non giudica, non condanna, non umilia, e
perci libera; che va diritto al cuore e interpella la parte migliore di ciascuno, quel
frammento puro che nessun peccato arriver mai a cancellare. Zaccho vuol dire Dio si
ricorda. Ma non del tuo peccato, bens del tuo tesoro si ricorda. Zaccho cerca di vedere
Ges e scopre che Ges cerca di vedere lui. Il cercatore si accorge di essere cercato,
l'amante scopre di essere amato: Zaccho, scendi, oggi devo fermarmi a casa tua. Devo
dice Ges, devo fermarmi! Dio deve cercarmi, deve farlo per un suo intimo bisogno: a Dio
manca qualcosa, manca Zaccho, manca l'ultima pecora, manco io. Se Ges avesse detto:
Zaccho, io ti conosco bene, so che sei un ladro, se restituisci ci che hai rubato verr a
casa tua. Credetemi: Zaccho sarebbe rimasto sull'albero. Zaccho prima incontra, poi si
converte: incontrare uno come Ges fa credere nell'uomo; incontrare un uomo cos rende
liberi; incontrare questo amore fa amare; incontrare un Dio che non fa prediche e non
condanna ma che si fa amico moltiplica l'amicizia. Scese in fretta e lo accolse pieno di
gioia. Poche parole: fretta, accogliere, gioia, che dicono sulla conversione pi di tanti
trattati. Apro la casa del cuore a Dio, con fiducia, e la gioia e la vita si rimettono in moto.
Infatti vediamo la casa di Zaccho riempirsi di amici, il ricco diventare amico dei poveri:
Met di tutto ci che ho per loro Come se i poveri fossero la met di se stesso. Oggi a
casa tua. Dio alla portata di ognuno. Dio nella casa: alla mia tavola, come un familiare,
intimo come una persona cara. Perch Gerico su ogni strada del mondo: per ogni piccolo
c' un albero, per ognuno uno sguardo. La casa di Zaccho la mia. Sulla soglia attendo:
La mia casa aperta, vieni! (Letture: Sapienza 11,22-12,2; Salmo 144; 2 Tessalonicesi
1,11-2,2; Luca 19,1-10).
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi
04/11/2010
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Non Dio dei morti ma dei viventi


XXXII Domenica Tempo ordinario - Anno C In quel tempo, si avvicinarono a Ges alcuni
sadduci " i quali dicono che non c' risurrezione " e gli posero questa domanda: (...)
C'erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, mor senza figli. Allora la
prese il secondo e poi il terzo e cos tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo
mor anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sar moglie? Poich tutti e
sette l'hanno avuta in moglie. Ges rispose loro: I figli di questo mondo prendono
moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della
risurrezione dai morti, non prendono n moglie n marito (...). I sadducei propongono a
Ges una storia paradossale per mettere in ridicolo l'ipotesi stessa della risurrezione. Ci

sono molti cristiani come sadducei: l'eternit appare loro poco attraente, forse perch
percepita pi come durata che come intensit; come prolungamento del presente, mentre in
primo luogo il modo di esistere di Dio. C'erano sette fratelli, e quella donna mai madre e
vedova sette volte, di chi sar nell'ultimo giorno? Non sar di nessuno. Perch nessuno sar
pi possesso di nessuno. All'inizio, nei sette fratelli preme un'ansia di dare la vita, un
bisogno di fecondit. Alla fine, l'ansia umana diventa ansia divina quando Ges afferma: e
saranno figli di Dio, perch sono figli della risurrezione. In Dio e nell'uomo urge lo stesso
bisogno di dare la vita, a figli da amare. La fede nella risurrezione non frutto del mio
bisogno di esistere oltre la morte, ma racconta il bisogno di Dio di dare vita, di custodire
vite all'ombra delle sue ali. Quelli che risorgono non prendono moglie n marito, dice
Ges. In quel tempo sar inutile il matrimonio, ma non inutile l'amore. Perch amare la
pienezza dell'uomo e la pienezza di Dio. Saranno come angeli. Gli angeli non sono le
creature gentili e un po' evanescenti del nostro immaginario. Nella Bibbia gli angeli hanno
la potenza di Dio, un dinamismo che trapassa, sale, penetra, che vola nella luce, nell'ardore,
nella bellezza. Il loro compito sar custodire, illuminare, reggere, rendere bello l'amore.
Ogni amore vero che abbiamo vissuto si sommer agli altri nostri amori, senza gelosie e
senza esclusioni, doner non limiti o rimpianti, ma una impensata capacit di intensit e di
profondit. Il Signore Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Dio non Dio di morti,
ma di vivi. Dio di: in questo di ripetuto cinque volte contenuto il motivo ultimo
della risurrezione, il segreto dell'eternit. Una sillaba breve come un respiro, ma che
contiene la forza di un legame, indissolubile e reciproco, e che significa: Dio appartiene a
loro, loro appartengono a Dio. Cos totale il legame, che il Signore giunge a qualificarsi
non con un nome proprio, ma con il nome di quanti ha amato. Il Dio pi forte della morte
cos umile da ritenere i suoi amici parte integrante di s. Dio di Abramo, di Isacco, di Ges,
Dio di mio padre, di mia madre" Se quei nomi, quelle persone non esistono pi Dio
stesso che non esiste. Se quel legame si dissolve il nome stesso di Dio che si spezza. Per
questo li far risorgere: solo la nostra risurrezione far di Dio il Padre per sempre. (Letture:
2 Maccabei 7,1-2.9-14; Salmo 16; 2 Tessalonicesi 2,16-3,5; Luca 20, 27-38).
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
11/11/2010
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Viene un Dio esperto d'amore


XXXIII Domenica Tempo Ordinario-Anno C In quel tempo, mentre alcuni parlavano del
tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Ges disse: Verranno giorni nei
quali, di quello che vedete, non sar lasciata pietra su pietra che non sar distrutta. Gli
domandarono: Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sar il segno,
quando esse staranno per accadere?. Rispose: Badate di non lasciarvi ingannare. Molti
infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo vicino". Non andate dietro
a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perch prima
devono avvenire queste cose, ma non subito la fine (...). Verranno giorni in cui di tutto
quello che vedete non sar lasciata pietra su pietra. Niente eterno sulla terra, eccetto
l'uomo. Non rester pietra su pietra, ma l'uomo rester, frammento su frammento. Questo
Vangelo ci fa camminare sul crinale stretto della storia: da un lato il versante oscuro della
violenza che distrugge: guerre, terremoti, menzogne; dall'altro il versante pacificato da una
immagine minima e fortissima: neppure un capello del vostro capo andr perduto. Il crinale
della violenza che distrugge, il versante della tenerezza che salva. E noi in mezzo,
mantenendo chiaro il confine. Quando avverr tutto questo? Ges non risponde al quando,

perch il quando adesso. Adesso il mondo fragile, fragili la natura e l'amore. Ogni
giorno un mondo muore e un mondo nuovo nasce, con lacerazioni e germogli. Invece del
quando, Ges indica come camminare: con perseveranza. Il cristiano non evade, non si
toglie, sta in mezzo al mondo e alle sue piaghe, e se ne prende cura. Sta vicino alle croci di
oggi, ma non per caso, se capita, fortuitamente, non occasionalmente, ma come progetto,
con perseveranza: nella perseveranza salverete la vostra vita. Ogni volta che perseveri e vai
fino in fondo a un'idea, a una intuizione, a un servizio sfoci nella verit della vita. Ogni atto
umano perseverante nel tempo si avvicina all'assoluto di Dio. Salverete la vita significa la
renderete libera da inganno e da violenza, i due elementi distruttori del mondo, i due nomi
che il Vangelo d al nemico dell'uomo: Padre della menzogna e omicida fin dal principio.
Quello di oggi non un Vangelo sulla fine, ma un testo apocalittico, cio rivelatore del
senso della storia e delle forze che la guidano. I giorni dell'uomo sono pena e affanno, dice
il salmista, ma nemmeno un capello del vostro capo andr perduto. Al di l di guerre, di
odio e cataclismi, oltre la stessa morte, viene un Dio esperto d'amore. Per Lui nulla
insignificante di ci che appartiene all'amato. l'infinita cura di Dio per l'infinitamente
piccolo: un solo capello del capo interessa al Signore. Cosa c' pi affidabile di un Dio che
si perde a contarti i capelli in capo? Che ama come innamorato ogni fibra dell'amato,
l'uomo nella sua interezza, uno solo dei capelli e tutto il mio mistero? Mi colpisce una
parola: sarete odiati da tutti. Discepoli odiati: perch contestano la logica del mondo,
smascherano l'inganno del denaro e del potere, l'inganno del mondo che ama la morte
dicendo di amare la vita. Ci sono due mondi, loro sono dell'altro. (Letture: Malachia 3,1920; Salmo 97; 2 Tessalonicesi 3,7-12; Luca 21,5-19)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


18/11/2010
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Un Dio che si sacrifica per l'uomo


XXXIV Domenica- Anno C Solennit di Cristo Re In quel tempo, [dopo che ebbero
crocifisso Ges,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Ges dicendo: Ha
salvato altri! Salvi se stesso, se lui il Cristo di Dio, l'eletto. (...). Sopra di lui c'era anche
una scritta: Costui il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava:
Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!. L'altro invece lo rimproverava dicendo: Non
hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perch
riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla
di male. E disse: Ges, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. Gli rispose: In
verit io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso. Cristo re dell'universo, proclama la
liturgia. Ma dov' il suo regno, dov' mai la terra come Lui la sogna, la nuova architettura
del mondo e dei rapporti umani? Lui, venuto come se non fosse venuto...Il Vangelo di oggi
ci aiuta a delineare alcuni tratti del Regno. Il primo rivelato dalle parole dei capi del
popolo: ha salvato gli altri, salvi se stesso. Riconoscono in Ges una storia di uomini e
donne salvati, guariti, rimessi in piedi, trasfigurati. Riconoscono che Ges salva altri e non
pensa a salvare se stesso. Qui posta l'immagine nuova di Dio, l'assoluta novit cristiana:
un Dio che non chiede sacrifici all'uomo, ma che si sacrifica lui per l'uomo. Che al centro
dell'universo non pone se stesso, ma l'uomo salvato e guarito; che come obiettivo della
storia non mette la propria gloria o l'adorazione, ma la vita piena dell'uomo. Regale

davvero questo amore che si inabissa, dimenticandosi, nell'amato. Il secondo tratto del
volto del re rivelato dalle parole del malfattore appeso alla croce: egli invece non ha fatto
nulla di male. Una frase sola, di semplicit sublime: non ha fatto nulla di male. In queste
parole racchiuso il segreto della regalit vera: niente di male, in quell'uomo; innocenza
mai vista ancora, nessun seme di odio, il solo che non ha nulla a che fare con la violenza e
con l'inganno. Questo bastato ad aprirgli il cuore: il ladro intravede in quell'uomo non
solo buono, ma esclusivamente buono, un possibile futuro diverso, l'inizio di una umanit
nuova. Intuisce che quel cuore pulito il primo passo di una storia diversa, l'annuncio di
un regno di bont e di perdono, di giustizia e di pace. Ed in questo regno che domanda di
entrare. Ricordati di me - prega il ladro morente. Sarai con me - risponde l'Amore. Sintesi
ultima di tutte le possibili preghiere. Ricordati - prega la paura. Ti terr con me - risponde
l'Amore. Solo ricordati e mi basta - prega l'ultimo respiro di vita. Sarai con me, risponde
l'immortale. Non solo nel ricordo, ma in un abbraccio forte. Ecco il nostro Re: uno che ha
la forza regale e divina di dimenticare se stesso dentro la paura e la speranza dell'altro; il
cuore di chi rivolge le sue ultime parole per gli uomini a un assassino e, in lui, a tutti noi
che nascondiamo in fondo all'anima la tentazione o la capacit di una cultura di morte. l,
nel ladro ucciso, la consacrazione suprema della dignit dell'uomo: nel suo limite pi basso
l'uomo sempre e ancora amabile per Dio, basta solo la sincerit del cuore. Non c' nulla e
nessuno di definitivamente perduto, nessuno che non possa sperare, per oggi e per domani.
(Letture: 2 Samuele 5,1-3; Salmo 121; Colossesi 1,12-20; Luca 23, 35-43).
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
25/11/2010
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Avvento, il tempo dell'ascolto


I Domenica di Avvento Anno A In quel tempo, Ges disse ai suoi discepoli: Come furono
i giorni di No, cos sar la venuta del Figlio dell'uomo. Infatti, come nei giorni che
precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito,
fino al giorno in cui No entr nell'arca, e non si accorsero di nulla finch venne il diluvio
e travolse tutti: cos sar anche la venuta del Figlio dell'uomo. Allora due uomini saranno
nel campo: uno verr portato via e l'altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una
verr portata via e l'altra lasciata. Vegliate dunque, perch non sapete in quale giorno il
Signore vostro verr. Avvento il tempo magnifico che sta tra il gemito delle creature e la
venuta di Signore, lunga ora tra le doglie e il parto. Tempo per guardare in alto e pi
lontano, per essere attenti a ci che sta accadendo. Noi siamo cos distratti, che non
riusciamo a gustare i giorni e i mille doni. Per questo non siamo felici, perch siamo
distratti. I giorni di No: mangiavano e bevevano gli uomini in quei giorni, prendevano
moglie e marito. Ma che facevano di male? Niente, erano solo impegnati a vivere. Ma a
vivere senza mistero, in una quotidianit opaca: e non si accorsero di nulla. possibile
vivere cos, senza sapere perch, senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di
chi ti rivolge la parola; senza accorgersi di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta
depredato, dei germogli che nascono. Non ci accorgiamo che questa affannosa ricerca di
sempre pi benessere sta generando un rischio di morte per l'intero pianeta. Un altro
diluvio. Il tempo dell'Avvento un tempo per svegliarci, per accorgerci. Il tempo
dell'attenzione. Attenzione rendere profondo ogni momento. Due uomini saranno nel
campo, uno verr portato via e uno lasciato. Non dell'angelo della morte che parla il

Vangelo, ma di due modi diversi di vivere nel campo della vita: uno vive in modo adulto,
uno infantile; uno vive affacciandosi sull'infinito, uno chiuso solo dentro la sua pelle; uno
chino solo sul suo piatto, uno generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due
uno pronto all'incontro con il Signore, quello che vive attento, l'altro non si accorge di
nulla. Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro... Mi ha sempre inquietato
l'immagine del Signore che viene di soppiatto come un ladro nella notte. Cerco di capire:
Dio non un ladro di vita, e infatti non la morte che viene adombrata in questa piccola
parabola, ma l'incontro. Il Signore un ladro ben strano, non ruba niente, dona tutto, viene
con le mani piene. Ma l'incontro con Lui rapinoso, ti obbliga a fare il vuoto in te di cento
cose inutili, altrimenti ci che porta non ci sta. Mette a soqquadro la tua casa, ti cambia la
vita, la fa ricca di volti, di luce, di orizzonti. Io ho qualcosa di prezioso che attira il
Signore, come la ricchezza attira il ladro: la mia persona, il fiume della mia vita che
mescola insieme fango e pagliuzze d'oro, questo nulla fragile e glorioso cui per Lui stesso
ha donato un cuore. Vieni pure come un ladro, Signore, prendi quello che prezioso per te,
questo povero cuore. Prendilo, e ridonamelo poi, armato di luce. (Letture: Isaia 2,1-5;
Salmo 121; Romani 13,11-14a; Matteo 24,37-44)
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
02/12/2010
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La buona notizia del Dio vicino


II Domenica di Avvento Anno A In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel
deserto della Giudea dicendo: Convertitevi, perch il regno dei cieli vicino!. Egli
infatti colui del quale aveva parlato il profeta Isaa quando disse: Voce di uno che grida
nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!. E lui, Giovanni,
portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo
erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona
lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano,
confessando i loro peccati. (...) La frase centrale dell'annuncio del Battista suona cos: il
regno dei cieli vicino, convertitevi. Sono le stesse parole con cui inizier la predicazione
di Ges. Dio vicino, prima buona notizia. Il grande Pellegrino ha camminato, ha
consumato distanze. Per ora, solo il profeta vede i passi di Dio. Ma non la Rivelazione
che s'attarda / sono i nostri occhi non ancora pronti (E. Dickinson). Avvento l'annuncio
che Dio vicino, vicino a tutti, rete che raccoglie insieme, in armonia, il lupo e l'agnello, il
leone e il bue, il bambino e il serpente (parola di Isaia), uomo e donna, arabo ed ebreo,
musulmano e cristiano, bianco e nero, per una nuova architettura del mondo e dei rapporti
umani. Il Regno dei cieli e la terra come Dio la sogna. Non si ancora realizzata? Non
importa, il sogno di Dio il nostro futuro che ci chiama. Noi andiamo chiamati dal futuro.
La seconda buona notizia: allora la mia vita cambia. Ci che converte il freddo in calore
la vicinanza del fuoco. Stare vicino a me stare vicino al fuoco (Vangelo apocrifo di
Tommaso), non si torna indenni dall'incontro col fuoco. La forza che cambia le persone
una forza non umana, una forza im-mane, il divino in noi, Dio che viene, entra e cresce
dentro. Ci che mi converte un pezzetto di Cristo in me. Convertitevi! Pi che un ordine
una opportunit: cambiate strada, azioni, pensieri; con me il cielo pi vicino e pi
azzurro, il sole pi caldo, il suolo pi fertile, e ci sono cento fratelli, e alberi forti, e miele.
Con me vivrai solo inizi. Vivrai vento e fuoco. E frutti buoni. Rivelazione che nella vita il

cambiamento possibile sempre, che nessuna situazione senza uscita, per grazia. Il terzo
centro dell'annuncio di Giovanni: portate frutti degni di conversione. Scrive Alda Merini:
la fede una mano / che ti prende le viscere/ la fede una mano / che ti fa partorire.
Partorire un frutto buono! Quando Dio si avvicina la vita diventa feconda e nessuno pi
sterile. Dio viene al centro della vita non ai margini di essa (Bonhoeffer). Raggiunge e
tocca quella misteriosa radice del vivere che ci mantiene diritti come alberi forti, che
permette speranze nonostante le macerie, frumento buono nonostante la erbe cattive del
nostro campo. Viene nel cuore della vita, nella passione e nella fedelt d'amore, nella fame
di giustizia, nella tenacia dell'onest, quando mi impegno a ridurre la distanza tra il sogno
grande dei profeti e il poco che abbiamo fra le mani. Perch il peccato non trasgredire
delle regole, ma trasgredire un sogno. Un sogno grande come quello di Ges, bello come
quello di Isaia, al centro della vita come quello di Giovanni. (Letture: Isaia 11,1-10; Salmo
71; Matteo 3,1-12; Romani 15, 4-9).
riproduzione riservata
Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi
09/12/2010
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Il vero miracolo, un piccolo seme


III Domenica di Avvento Anno A In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo
sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mand a dirgli: Sei tu
colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?. Ges rispose loro: Andate e
riferite a Giovanni ci che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi
camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri
annunciato il Vangelo. E beato colui che non trova in me motivo di scandalo!. Sei tu
colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?. Grande domanda che permane
intatta: perseveriamo dietro il Vangelo o cerchiamo altrove? Giovanni colto dal dubbio,
eppure Ges non perde niente della stima immensa che nutre per lui: il pi grande! I
dubbi non diminuiscono la statura di questo gigante dello spirito. Ed di conforto per tutti
i nostri dubbi: io dubito, e Dio continua a volermi bene. Io dubito, e la fiducia di Dio resta
intatta. Sei tu? Ges non risponde con argomentazioni, ma con un elenco di fatti: ciechi,
storpi, sordi, lebbrosi, guariscono, si rimettono in cammino hanno una seconda
opportunit, la loro vita cambia. Dove il Signore tocca, porta vita, guarisce, fa fiorire. La
risposta ai nostri dubbi semplicemente questa: se l'incontro con Lui ha prodotto in me
frutti buoni (gioia, coraggio, fiducia nella vita, apertura agli altri, speranza, altruismo). Se
invece non sono cambiato, se sono sempre quello di prima, vuol dire che sto sbagliando
qualcosa nel mio rapporto con il Signore. I fatti che Ges elenca non hanno trasformato il
mondo, eppure quei piccoli segni sono sufficienti perch noi non consideriamo pi il
mondo come un malato inguaribile. Ges non ha mai promesso di risolvere i problemi
della storia con i miracoli. Ha promesso qualcosa di pi forte ancora: il miracolo del seme,
la laboriosa costanza del seme. Con Cristo gi iniziato, ma come seme che diventer
albero, un tutt'altro modo di essere uomini. Un seme di fuoco sceso dentro di noi e non si
spegne. Sta a noi ora moltiplicare quei segni (voi farete segni ancora pi grandi dei miei),
mettendo tempo e cuore nell'aiutare chi soffre, nel curare ogni germoglio che spunta, come
il contadino: Guardate l'agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra
(Giacomo, II lettura). La fede fatta di due cose: occhi che sanno vedere oltre l'inverno del
presente, e la speranza laboriosa del contadino. Fino a che c' fatica c' speranza. Beato chi

non trova in me motivo di scandalo. Ges portava scandalo e lo porta oggi, a meno che non
ci facciamo un Cristo a nostra misura e addomestichiamo il suo messaggio: non stava con
la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e le regole del potere, ha messo la persona
prima della legge e il prossimo al mio pari. E tutto con i mezzi poveri, e il pi
scandalosamente povero stata la croce. Ges: un uomo solo, con un pugno di amici, di
fronte a tutti i mali del mondo. Beato chi lo sente come piccolo e fortissimo seme di luce,
goccia di fuoco che vive e geme nel cuore dell'uomo. Unico miracolo di cui abbiamo
bisogno. (Letture: Isaia 35,1-6a.8a.10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11)
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l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


16/12/2010
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Il sogno di Giuseppe, gesto d'amore


IV Domenica di Avvento Anno A Cos fu generato Ges Cristo: sua madre Maria, essendo
promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trov incinta per
opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poich era uomo giusto e non voleva
accusarla pubblicamente, pens di ripudiarla in segreto. Per, mentre stava considerando
queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: Giuseppe, figlio
di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che
generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella dar alla luce un figlio e tu lo chiamerai
Ges: egli infatti salver il suo popolo dai suoi peccati (...). Secondo il Vangelo di Luca
l'Annunciazione fatta a Maria, secondo Matteo l'angelo parla a Giuseppe. Chi ha ragione?
Sovrapponiamo i due Vangeli e scopriamo che l'annuncio fatto alla coppia, allo sposo e
alla sposa insieme, al giusto e alla vergine innamorati. Dio non ruba spazio alla famiglia, la
coinvolge tutta; non ferisce l'armonia, cerca invece un s plurale, che diventa creativo
perch la somma di due cuori, di molti sogni e moltissima fede. Dio all'opera nelle
nostre relazioni, parla dentro le famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma,
nella crisi, nei dubbi, negli slanci, nelle oasi di verit e di amore che sottraggono il cuore al
deserto. Maria si trov incinta, dice Matteo. Sorpresa assoluta della creatura che arriva a
concepire l'inconcepibile, il proprio Creatore. Qualcosa che per strazia il cuore di
Giuseppe: non volendo accusarla pubblicamente pens di ripudiarla in segreto. Ma
insoddisfatto della decisione presa, perch innamorato di Maria, e continua a pensare a
lei, presente fin dentro i suoi sogni. Giuseppe, l'uomo dei sogni, non parla mai, ma sa
ascoltare il proprio profondo, i sogni che lo abitano: anzi, l'uomo giusto ha gli stessi sogni
di Dio. Non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Non temere, non avere paura, sono
le prime parole con cui nella Bibbia Dio apre il dialogo con gli uomini: la paura il
contrario della fede, della paternit, del futuro, della libert. Perch Dio non fa paura; se
hai paura, non da Dio. Giuseppe prende con s la madre e il bambino, preferisce l'amore
per Maria, e per Dio, al suo amor proprio. La sua grandezza amare qualcuno pi di se
stesso, il primato dell'amore. Per amore di Maria, scava spazio nel suo cuore e accoglie
quel bambino non suo. E diventa vero padre di Ges, anche se non il genitore. Generare
un figlio facile, ma essergli padre e madre, amarlo, farlo crescere, farlo felice, insegnargli
il mestiere di uomo, tutta un'altra avventura. Padri e madri si diventa nel corso di tutta la
vita. L'annunciazione ha luogo nelle case. Al tempio Dio preferisce la casa, perch l si
gioca la buona battaglia della vita. Ogni giorno di vita offerto una annunciazione

quotidiana. Ogni figlio che nasce ci guarda con uno sguardo in cui ci attende tutta
l'eternit. Dio ci benedice ponendoci accanto persone come angeli, annunciatori
dell'infinito, e talvolta " per i pi forti tra noi " ponendoci accanto persone che hanno
bisogno, un enorme bisogno di noi. Ed cos che non ci lascia vivere senza mistero.
(Letture: Isaia 7,10-14; Salmo 23; Romani 1,1-7; Matteo 1,18-24)
riproduzione riservata

l Vangelo A cura di Ermes Ronchi


23/12/2010
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Giuseppe, modello di ogni credente


Santa Famiglia di Ges, Maria e Giuseppe " Anno A I Magi erano appena partiti, quando
un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: lzati, prendi con te il
bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta l finch non ti avvertir: Erode infatti vuole
cercare il bambino per ucciderlo. Egli si alz, nella notte, prese il bambino e sua madre e
si rifugi in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perch si compisse ci che era
stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Dall'Egitto ho chiamato mio figlio. Morto
Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse:
lzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti
quelli che cercavano di uccidere il bambino. Egli si alz, prese il bambino e sua madre ed
entr nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al
posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritir nella
regione della Galilea e and ad abitare in una citt chiamata Nzaret, perch si compisse
ci che era stato detto per mezzo dei profeti: Sar chiamato Nazareno. Il Natale non
sentimentale ma drammatico: l'inizio di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Non una
festa di buoni sentimenti, ma il giudizio sul mondo, la conversione della storia. La grande
ruota del mondo aveva sempre girato in un unico senso: dal basso verso l'alto, dal piccolo
verso il grande, dal debole verso il forte. Quando Ges nasce, anzi quando il Figlio di Dio
partorito da una donna, il movimento della storia per un istante si inceppa e poi prende a
scorrere nel senso opposto: l'onnipotente si fa debole, l'eterno si fa mortale, l'infinito nel
frammento. Le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia: un padre, una madre, un
figlio, il nodo della vita, il perno del futuro. Le cose decisive " oggi come allora " accadono
dentro le relazioni, cuore a cuore, nel quotidiano coraggio di una, di tante, di infinite
creature innamorate e generose che sanno "prendere con s" la vita d'altri. Giuseppe il
modello di ogni credente, in cui la fede e affetti sono forza l'uno per l'altro. Erode invia
soldati, Dio manda un sogno. Un granello di sogno caduto dentro gli ingranaggi duri della
storia basta a modificarne il corso. Giuseppe prese con s il bambino e sua madre nella
notte e fugg in Egitto. Un Dio che fugge nella notte! Perch l'angelo comanda di fuggire,
senza garantire un futuro, senza segnare la strada e la data del ritorno? Perch Dio non
salva dall'esilio, ma nell'esilio; non ti evita il deserto ma forza dentro il deserto, non
protegge dalla notte ma nella notte. Per tre volte Giuseppe sogna. Ogni volta un annuncio
parziale, una profezia di breve respiro. Eppure per partire non chiede di aver tutto chiaro,
di vedere l'orizzonte completo, ma solo tanta luce quanto basta al primo passo (H.
Newman), tanta forza quanta ne serve per la prima notte. A Giuseppe basta un Dio che
intreccia il suo respiro con quello dei tre fuggiaschi per sapere che il viaggio va verso casa,
anche se passa per il lontano Egitto; che un'avventura di pericoli, di strade, di rifugi e di

sogni, ma che c' un filo rosso il cui capo saldo nella mano di Dio. Giuseppe rappresenta
tutti i giusti della terra, uomini e donne che, prendendo su di s vite d'altri, vivono l'amore
senza contare fatiche e paure; tutti quelli che senza proclami e senza ricompense, in
silenzio, fanno ci che devono fare; tutti coloro il cui compito supremo nel mondo
custodire delle vite con la propria vita (E. Canetti). E cos fanno: concreti e insieme
sognatori, inermi eppure pi forti di ogni faraone. (Letture: Siracide 3, 3-7.14-17a; Salmo
127; Colossesi 3, 12-21; Matteo 2, 13-15. 19-23)
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Il Vangelo A cura di Ermes Ronchi


30/12/2010
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In ogni uomo un frammento di Dio


II Domenica dopo Natale In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era
Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto stato fatto per mezzo di lui e senza di lui
nulla stato fatto di ci che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la
luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A
quanti per lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio (...). In principio era il
Verbo e il Verbo era Dio. Giovanni inizia il suo Vangelo con una poesia, con un canto, con
un volo d'aquila che proietta subito Ges di Nazaret verso l'in principio e verso il divino.
Nessun altro canto, nessun'altra storia pu risalire pi indietro, volare pi in alto di questa
che contiene l'inizio di tutte le cose: tutto stato fatto per mezzo di Lui. Nulla di nulla
senza di lui. In principio, tutto, nulla, sono parole che ci mettono in rapporto con l'assoluto
e con l'eterno. La mano di Dio su tutte le creature del cosmo e il divino traspare dal fondo
di ogni essere (Tehilard de Chardin). Non solo degli esseri umani ma perfino della pietra.
Nel cuore della pietra Dio sogna il suo sogno e di vita la pietra si riveste (Vannucci). Un
racconto grandioso che ci da un senso di vertigine, ma che poi si acquieta dentro una
parola semplice e bella: accogliere. Ma i suoi non l'hanno accolto, a quanti invece l'hanno
accolto ha dato il potere di diventare figli. Accogliere: parola bella che sa di porte che si
aprono, di mani che accettano doni, di cuori che fanno spazio alla vita. Parola semplice
come la mia libert, parola vertice di ogni agire di donna, di ogni maternit. Dio non si
merita, si accoglie. Accogliere verbo che genera vita, perch l'uomo diventa ci che
accoglie in s. Se accogli vanit diventerai vuoto; se accogli disordine creerai disordine
attorno a te, se accogli luce darai luce. Dopo il suo Natale ora il tempo del mio Natale:
Cristo venuto ed in noi come una forza di nascite. Cristo nasce perch io nasca. Nasca
nuovo e diverso: nasca figlio! Il Verbo di Dio come un seme che genera secondo la
propria specie, Dio non pu che generare figli di Dio. Perch Dio si fatto uomo? Perch
Dio nasca nell'anima, perch l'anima nasca in Dio (M. Eckart). E il Verbo si fatto carne.
Non solo si fatto Ges, non solo uomo, ma di pi: carne, esistenza umana, mortale,
fragile ma solidale. Bambino a Betlemme e carne universale. Dio non plasma pi l'uomo
con polvere del suolo, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata. Il vasaio
si fa argilla di un piccolo vaso. E se tu devi piangere, anche lui imparer a piangere. E se tu
devi morire anche lui conoscer la morte. Da allora c' un frammento di Logos in ogni
carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C' santit e luce in ogni vita. Il Verbo entra nel

mondo e porta la vita di Dio in noi. Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi. La
profondit ultima del Natale: Dio nella mia carne. E destino di ogni creatura diventare
carne intrisa di cielo. (Letture: Siracide 24,1-4.8-12; Salmo 147; Efesini 1,3-6.15-18;
Giovanni 1,1-18)
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