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STORIA MERAVIGLIOSA DI SAN GERARDO

INTRODUZIONE
I santi, come santi, non hanno storia. La loro vita si riassume in un colloquio perenne con Dio al di l
del tempo e dello spazio: quindi, della storia. A qualunque secolo appartengano, al trecento o al cinquecento, al settecento o al novecento, essi sono i contemporanei di Cristo di cui ritessono l'itinerario
spirituale.
Ma i santi furono uomini anch'essi ed ebbero quindi i loro impulsi, i loro contrasti, i loro ribollimenti
interiori. Ebbero, cio, una storia che si identifica con la loro individualit terrestre; una individualit
resa pi spiccata dalla posizione di lotta che assunsero con gli uomini e con le cose, con le correnti di
pensiero e di azione.
Sotto questo aspetto, niente di pi forte e temprato della personalit propria dei santi: essi sovrastano
sui contemporanei come scogli sul mare e rischiarano il cammino dei posteri come fari di luce.
Ogni santo ha la sua luce, come le stelle del firmamento. La sorgente la stessa: Dio, ma la sua luce,
passando attraverso il prisma delle differenti personalit, si scompone e ricompone, variando d'intensit
e grandezzao o, se pi vi piace, una la voce di Dio che risuona nelle profondit delle anime, ma
questa voce si condiziona alla temperie spirituale di ognuna, acquistando il tono e l'accento di un
messaggio individuale, inconfondibile con gli altri.
Solo chi pu ricostruire quella temperie spirituale che forma la fisionomia morale del santo, sicuro di
cogliere qualche nota del suo messaggio individuale, maturato nei silenzi di Dio, e ritrasmetterla agli
uomini per pungolarli a nobili imprese. Altrimenti quella voce diventa anonima e si perde nel deserto.
Ecco perch nel tracciare la presente biografia che vuole illustrare uno dei santi pi singolari della
Chiesa, ci siamo preoccupati di coglierne, prima di tutto, ogni inflessione personale che valesse a caratterizzare la sua anima e la sua attivit.
Ci spiega l'importanza eccezionale da noi attribuita alle sue lettere e ai suoi scritti: preziosissime
confessioni di un'anima cristallina che non ebbe mai una piega dietro cui nascondere qualche cosa di se
stesso e parl solo e sempre quando era saturo del fuoco candente di Dio. Anche se non tutti autografi,
anche se ritoccati o rielaborati da correttori non troppo scrupolosi, tali scritti conservano sempre il
sigillo del cuore che li dett. Qualunque cosa essi esprimano, fosse pure una celia, sono sempre il
riflesso autentico della storia di un'anima nella sua ascensione ininterrotta verso Dio.
Dopo l'auto-testimonianza del santo, abbiamo indagata la testimonianza dei contemporanei i quali
narrarono ci che videro, senza pretendere d'inquadrare le loro impressioni soggettive dentro schemi
preconcetti, o ampliarle nell'alone della leggenda.
Tra queste testimonianze abbiamo posto nel dovuto rilievo quella del padre Gaspare Caione, che ebbe
la fortuna di guidare il santo negli ultimi quindici mesi di vita e, tra il 1755 e il 1764, ne raccolse le
memorie per incarico dello stesso S. Alfonso. Il padre Caione, nell'assolvere il suo compito, ha avuto il
merito di non sovrapporre mai le proprie vedute personali alla realt concreta dei fatti di cui trattava. La
stessa frammentariet delle notizie raccolte e la lentezza nel raccoglierle ha facilitato quel suo distacco
prospettico dall'argomento, necessario per non deformare la verit. Ebbe anche il merito di conservare,
quasi nella loro veste primigenia, le testimonianze delle persone che furono in rapporto col santo:
amici, direttori, conoscenti.
Ognuno comprende il valore della testimonianza di un padre Giovenale, confessore, consigliere,
superiore di Gerardo nei periodi pi critici della sua vita, come durante la calunnia o quella di un
Nicola Santorelli, confidente dei suoi segreti o quella dei padri Cafaro, Fiocchi e Margotta che gli
furono direttori ed amici. Nessuno, dunque, potr meravigliarsi di vedere tali memorie poste alla base
della presente biografia.
Ma noi abbiamo tenuto presenti anche altri lavori, specialmente la Vita scritta dal padre Antonio
Tannoia intorno all'anno 1805, sempre per subordinandola ai manoscritti precedenti in caso di divergenza e sempre distinguendo la nostra responsabilit dalla sua, quando ci che narrava non ci
sembrava sufficientemente suffragato da precedenti indagini storiche.
A queste fonti scritte abbiamo aggiunto le testimonianze orali confluite nei processi apostolici iniziati
nel 1843 nelle diocesi di Muro e di Conza e chiusi nel 1856, durante il primo centenario dalla morte del
santo. Si comprende benissimo quale valore abbiamo potuto attribuire a siffatte testimonianze,
depositate dopo l'avvicendarsi di almeno tre generazioni, quando i ricordi autentici si erano affievoliti e
dispersi o avevano subito l'influsso di elementi eterogenei di dubbia provenienza.

2
Maggiore importanza abbiamo accordato alle tradizioni di ambienti chiusi, come i monasteri, dove gli
anelli delle tradizioni si saldano pi facilmente tra loro. Specialmente abbiamo valorizzato quelle
tradizioni che trasmettono intatta la fisionomia del santo come usc
dalla penna del padre Caione. una fisionomia troppo caratteristica per non imprimere un sigillo
inconfondibile di autenticit alla sua attivit di apostolo e di taumaturgo.
Tra le numerose biografie non potevamo trascurare il lavoro diligente e paziente - forse non altrettanto
intelligente - del padre Kuntz pubblicato in Roma nel 1893.
Abbiamo cercato anche di dare l'opportuno risalto all'ambiente che fu in comunione col santo, sia per
la, citt natale, sia per il regno di Napoli e sia per l'Istituto in cui visse e mor.
A tutti questi dati della storia e della cronaca contemporanea abbiamo aggiunto alcune leggende col
preciso scopo di non trascurare l'apporto spontaneo del sentimento popolare che coglie, per istinto, gli
aspetti caratteristici dei suoi eroi e li proietta nel mondo incantato della fantasia. Non sono fatti storici:
perci, di volta in volta, ne avvertiamo - con discrezione - il lettore, ma non sono nemmeno inutili dal
momento che ci permettono di penetrare, forse pi delle investigazioni erudite, negli intimi recessi dei
santi. E questo valga di risposta a quegli amici che ci avevano esternata una certa sorpresa nel vederci
includere nel testo episodi e miracoli respinti poi in sede critica. Ma senza quei contorni leggendari, ci
sembrava che il nostro santo perdesse qualche cosa della sua umanit. Di quell'umanit prestigiosa che
si affaccia prepotente alla ribalta perfino in certi racconti che toccano i confini dello stravagante e
dell'assurdo. Anche in questi casi, se guardiamo oltre l'elemento visivo necessariamente coreografico,
avvertiamo il soffio o segreto dello Spirito che afferma la sua presenza nell'inconfondibile stile
gerardino.
Con tali criteri, frutto di esperienze nostre ed altrui, abbiamo tirato su queste pagine particolarmente
laboriose col preciso scopo di costringere il nostro santo a scendere dai suoi padiglioni rutilanti di luce
per camminare ancora tra noi, passeggero tra i passeggeri, come nei giorni di Muro, di Deliceto e di
Materdomini.
Perch noi abbiamo bisogno di sentirti ancora vicino, o nostro santo, vicino come sofferente e tentato,
per apprendere la tua lezione di umilt e di dolore. Oggi pi che mai.

1
UN UOMO INUTILE
Le campane irruppero fragorose nel cielo quando i missionari si levarono a benedire la
folla ammassata tra la cattedrale e il castello, si adagiarono ai piedi dell'Addolorata,
issata sul calesse come un trofeo, spronarono i cavalli e scomparvero in un nuvolo di
polvere. Allora il popolo, fino a quel momento rimasto senza fiato, scoppi in un lungo
irrefrenabile applauso, rotto qua e l da urli e singhiozzi. Muro, tutta Muro, era l a
tributare il suo ringraziamento a quello stuolo di missionari che per tanti giorni si era
prodigato per il suo vantaggio spirituale.
Mancava solo un giovane ventitreenne alto e pallido ed era colui che pi degli altri
aveva desiderato quel giorno: Gerardo Maiella. Era a casa sottochiave e la chiave si
trovava nelle tasche della mamma, uscita di buon mattino. Quando se ne accorse, era
troppo tardi: la porta era sbarrata e l'alta finestra dava a picco sulla roccia. Le campane
intanto continuavano a rincorrersi per l'aria serena di maggio, acuendo il suo desiderio e
il suo strazio.
Che fare? Coi gomiti puntati sul davanzale, pens: poi ebbe un'idea, l'afferr a volo,
prese un lenzuolo dal letto e si cal penzoloni nel vuoto. Aveva lasciato scritto, con la
meta del viaggio, l'addio irrevocabile al mondo: Non pensate pi a me; vado a farmi
santo. Tra il monte Pierno che si profila a sinistra col suo bel santuario mariano e il
monte Croce, a destra, sfumato nell'azzurro, su quella rocca donde si gode il pi vasto
panorama della Lucania, Gerardo raggiunse la carrozza dei missionari. Ed era il luogo
pi adatto: i cavalli procedevano lenti in salita, mentre il santuario mariano incoraggiava

il nostro fuggitivo che dall'infanzia aveva inseguita a perdifiato il solo ideale della
Croce.
Appena scorse a distanza la macchia scura dei missionari, annidati ai piedi della Vergine
che luccicava al sole con le sue sette spade, raccolse le ultime forze e si mise a gridare,
correndo: Padri, aspettatemi! . Era cos stanco, cos trafelato che il padre Cafaro, vincendo la sorpresa, fece fermare la carrozza: Torna a casa, figliuolo, te lo dico per il tuo
bene: questa vita non fatta per te.
E gli altri in coro: Torna a casa, torna a casa ! .
Ed egli: Provatemi e, se non sono buono, mi rimanderete a casa.
Non sappiamo cosa avvenne. Forse rimase solo sulla strada deserta, raggiungendo a
piedi la meta; forse, ed pi probabile, trov posto nella carrozza, perch il padre
Cafaro giudic pi facile persuaderlo appena arrivati a Rionero. Fatto sta che ricompare
nella nuova missione in qualit di serviente. Lavava i piatti, spaccava la legna,
rattoppava le vesti, sempre sereno, gioviale, tranquillo, pienamente soddisfatto. Dava
tutto e non chiedeva nulla, nemmeno un pezzo di pane, o una coperta: mangiava gli
avanzi e dormiva per terra, nei sottoscala, confidando solo in Dio e confidando contro
ogni speranza. Perch il padre Cafaro non tralasciava occasione per ripetergli in tutti i
toni: Torna a casa. meglio per te e per noi . E lui tirava diritto per la sua strada,
incrollabile come una montagna. Ma un giorno che il Padre gli aveva ricantato per 1
centesima volta lo stesso ritornello, gli si gett ai piedi, aggiungendo alla solita domanda, una specie di minaccia disperata: Se non mi accettate, mi vedrete ogni giorno
accattare coi poveri alla porta del vostro collegio .
Il padre Cafaro ne fu scosso, non convinto. Riflett alquanto, poi decise d'inviarlo a
Deliceto. Il collegio che era sinonimo di fatica, di stenti e di miseria, sarebbe stato il
banco di prova della sua volont. Avrebbe ceduto, ne era sicuro, liberando l'Istituto da un
soggetto malato e quindi inutile e se stesso da un seccatore ostinato. E se avesse
resistito? Ma questo non passava nemmeno per la testa all'austero padre Cafaro: tanto
era convinto che quel povero giovane allampanato, che tirava l'anima coi denti, non
avrebbe concluso nulla di buono nella vita.
Prese la penna e fece le commendatizie per il superiore. La tradizione vuole che abbia
scritto: Ti mando un soggetto inutile... . Dopo sei anni, sul letto di morte, quel
soggetto inutile verser lagrime amare per le spese della sua malattia: Ho rubato finora
il pane della comunit; adesso le rubo anche il denaro .
E supplicher il medico di desistere da quei rimedi costosi. Non ne valeva la pena: la sua
vita era stata inutile.
Ma alla sua morte, i diseredati dalla fortuna dissero: Abbiamo perduto il nostro
padre!.
I provati dal dolore dissero: Abbiamo perduto il nostro consolatore !.
I fanciulli, le vergini, le madri, gli operai dissero: Abbiamo perduto il nostro
benefattore!.
E tutti sfilarono, piangendo, davanti alla sua bara.
2
L'OSCURA RADICE
Il cognome di Gerardo non fu Maiella, come lo pronunziarono i Muresi, ma Machiella,
come risuon per secoli sulla bocca degli antenati, prima sui monti di Picerno e poi,
verso la fine del secolo XVI, sui monti di Baragiano. Qui lo incontriamo la prima volta

nel libro dei battezzati della parrocchia di Santa Maria Assunta il 14 settembre 1578,
quando un certo Antonio Machiella present al fonte battesimale la figlia Allegranza e
poi, il 21 dicembre 1580, il figlio Ovidio. Tutte e due le volte il libro, accanto al nome di
famiglia, annota il luogo d'origine: della terra di Picerno .
Il cognome tutta la storia degli avi, umile progenie di pastori e di artigiani: Machiella,
col suo sapore di bosco, ricorda appunto i luoghi delle loro trasmigrazioni attraverso una
delle zone meno note e pi romantiche d'Italia: case addossate ai burroni, sentieri ripidi e
rocciosi, campi e prati a saliscendi coi torrenti che rumoreggiano a valle e il sole che
sorge e muore tra le gole selvagge, cariche di fiere leggende.
Da questo ceppo di modesti braccianti nacque il padre del nostro santo, di cui abbiamo
cercato invano negli archivi un dato personale qualunque che rendesse meno incerta la
sua immagine. Tutte le notizie, racchiuse nelle fedi battesimali dei figli e in un paio di
annotazioni fugaci del catasto di Muro, si riducono a un nome: Domenico; un cognome:
Machiella; e un riferimento geografico: della terra di Baragiano.
Da Baragiano pass a Muro Lucano verso i primi del 1700, forse per motivi economici.
Certo, non ebbe nulla dai suoi che, probabilmente, non erano in grado di dargli altra cosa
oltre al mestiere. Cos, dovendo fin da giovane provvedere a se stesso e non avendo
nulla da perdere andando altrove, un bel giorno, s'infil al braccio tutto il suo corredo di
sartore ambulante e discese, come gli avi, i monti della prima adolescenza, in cerca di
fortuna. Gli si apr davanti una pianura bislunga tutta valli e valloncelli e dune solitarie
in fuga verso l'orizzonte; poi gli venne incontro un fiumicello con le acque fangose e ne
risal lentamente il corso, sfiorando una catena spolpata di monti. A un certo punto, il
fiumicello - era il Platano - piegava decisamente a nord-est; doppiava una protuberanza
scogliosa e nascondeva le sorgenti negli squarci apocalittici del terreno. Ma, prima di
addentrarsi in quelle forre paurose, veniva a lambire un mucchietto di case che
scendevano in frotta verso il fiume, come pecorelle assetate. Era il Pianello, il quartiere
pi antico di Muro, quasi isolato dal resto della citt.
Questa sorge pi su, a mezzacosta, sfruttando ogni masso, ogni picco, ogni rigonfiatura
del suolo, fino al nero castello medievale e al tozzo campanile della cattedrale. Ecco
Muro: una bianca catasta di case, picchiettate di verde; la Muro tranquilla e
sonnacchiosa, anche se posata sugli abissi, i quali anzi le conferiscono qualche cosa di
fiabesco, come se la mano ingenua di un bambino avesse allineato cos tutti quei
balocchi di carta per un puro gioco di fantasia. Dai muri di cinta occhieggia la vite, il
fico, il mandorlo e sui cortili assolati l'olivo getta a ogni sussurro di vento una nota di
pace. Questa la Muro di ieri e di oggi; la Muro che i secoli hanno appena sfiorata,
lasciandola intatta nel suo anfiteatro di rocce. Si avvicendano le generazioni degli
uomini; rimangono identici gli usi, i costumi e la patina del tempo.
Cos la vede il turista moderno che sale rombando con la sua fuoriserie, cos la vide il
nostro oscuro viaggiatore che attravers il grottone delle Ripe ed entr in quelle viuzze
scoscese.
L'ascesa fu lenta e difficile attraverso umiliazioni e fatiche, a contatto con persone
sconosciute, con padroni esosi e sprezzanti, lavorando senza posa e dormendo per terra o
sui banconi tarlati. Cos raggranell quei pochi carlini che gli permisero di prendere in
affitto, nell'ambito della parrocchia di S. Andrea, uno stanzone tutto fare con l'impiantito
di terra battuta. Lo popol di qualche utensile di cucina, una madia, un cassettone, un
vasto letto di legno. Quando questo fu pronto, era il giorno delle nozze.

Quella mattina Domenico si unse i lunghi capelli alla nazzarena, indoss il giubbone
bianco, orlato di rosso, i calzoncini corti, le calze di lana, le scarpe con la fibbia d'ottone,
si gett in testa il lungo berretto e si avvi in chiesa con aria spavalda. Torn verso
mezzogiorno con la venticinquenne Benedetta Galella, una contadina di Muro che
condivideva con lui il sentimento gagliardo della famiglia, la forza rassegnata al dolore e
la fiducia illimitata nella Provvidenza, necessaria per sorridere ai figli che si affacciano
alla vita.
Nel 1712, nacque Brigida; nel '16, un maschietto di nome Gerardo, volato al cielo dopo
appena otto giorni; nel '17 Anna-Elisabetta; nel '23, ancora una femminuccia di nome
Elisabetta. E il Signore benediceva visibilmente la famigliola con la fusione perfetta di
cuori e di volont e forse anche con la fortuna esteriore. Sta a dimostrarlo il fatto che in
quel tempo si trasfer a pochi passi dalla chiesa di San Marco, forse a Vico Celso, nel
cuore pulsante della vita cittadina. Nel piazzale antistante si svolgeva il mercato; qui il
mastro giurato, la prima autorit del paese, teneva le assemblee popolari per deliberare
su affari di pubblico interesse. Il popolo si raccoglieva a suon di campana, o veniva
chiamato dalla voce del banditore che si recava di porta in porta. Il governo sedeva
all'aperto intorno a un desco di pietra, detta la pietra del pesce ; qui ogni anno,
d'estate, si proclamavano gli eletti del popolo, veri assessori comunali, e qui si
vendevano all'asta i poveri utensili di cucina, sequestrati ai contribuenti morosi.
Ma Domenico rifuggiva dal chiasso. La tradizione lo vuole taciturno e appartato, tra la
chiesa e il negozio. Passava le giornate agucchiando su stoffe nuove e panni vecchi,
mentre la buona Benedetta andava e veniva dalla campagna, o tornava dal bosco con una
bracciata di legna che gettava accanto al focolare. A sera si raccoglievano assieme in
preghiera, e dormivano assieme nell'immenso lettone. Solo Elisabetta dormiva in
disparte nella culla, ma la culla pendeva sul letto, raccomandata con corde alla trave.
Bastava un soffio e scivolava silenziosa nella notte.
Qualche volta si faceva sull'uscio la barba fluente del padre Bonaventura che rideva
compiaciuto di tanta semplicit e, pi, della perfetta letizia che avrebbe rallegrato il
cuore di San Francesco. Allora Domenico si alzava a baciargli la mano, le piccole gli
frullavano attorno e Benedetta cercava invano di trattenerlo pi a lungo, - ah sempre di
corsa quel suo fratello ! - ma egli gi si allontanava con un rumore di tonaca sbattuta.
Stavano cos le cose, quando una nuova vita si accese nel seno di Benedetta e una nuova
gioia nel cuore del marito in un crescendo continuo di preghiere e di speranza. Sar un
maschietto ? , si chiedevano ansiosi gli sposi, e ripensavano al loro angioletto volato al
cielo dieci anni prima, lasciando nella loro anima tanto rimpianto.
Finalmente la mattina del 6 aprile 1726, alle prime luci dell'alba, con un piccolo, breve
lamento, due occhi incantati di bimbo si aprirono alla terra, fissandosi sereni lass, quasi
a rimirare il posto da cui era venuto.
La cattedrale era gi aperta; gli operai, intenti ai restauri, salivano e scendevano dalle
impalcature traballanti, in un turbinio di calcinacci e di polvere. Ma i muratori avranno
sospeso il loro cupo martellare quando l'arciprete don Felice Coccicone vers tre volte
l'acqua lustrale sul capo del neonato, scandendo ad alta voce la formula rituale :
Gerardo, io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliolo e dello Spirito Santo. Era il
sabato di passione, la chiesa si velava a lutto e un'aria di tristezza si posava sugli uomini
e sulle cose. Penetrava nell'anima stessa di Gerardo coi lenti rintocchi dell'agonia del

Redentore e la invitava a staccare la marcia sulla via della Croce. Subito, senza perder
tempo, come avesse il presentimento della brevit della sua vita.
Una tradizione molto tardiva lo vuole asceta nella culla : l, sereno e beato, ad aspettare
che mamma Benedetta se lo stringa al seno, orgogliosa e felice. Allora schiuder
leggermente la bocca, docile ai richiami della natura. Una volta al giorno e non pi. Ma
al venerd si ricompone con le mani incrociate sul petto, incurante del cibo, indifferente
alla vita che gli si svolge intorno. Allora inutile che la sorella Brigida se lo prenda
caldo tra le braccia, ballonzolandolo per la stanza; inutile che mamma Benedetta gli
sprema qualche goccia di latte sulle labbra rosate: si contorce, volgendo altrove la testa
quasi indispettito. E la madre intuisce il mistero della presenza di Dio in quell'anima e lo
bacia a lungo, intensamente sul petto, esclamando: Figlio mio, sii benedetto ! .
un'ingenua fantasia popolare che anticipa fatti e prodigi dell'et matura, eppure
racchiude qualche cosa di vero: la precocit con cui Gerardo corrispose alla grazia. Se
non nacque santo, lo divenne ben presto con un movimento spontaneo, ma sempre pi
attivo e cosciente dell'anima, stimolata da forti sentimenti emotivi e da
un'immaginazione vivace. Sent nella chiesa, attraverso il culto liturgico, come una
comunicazione diretta del suo essere con Dio e tutto ebbe un linguaggio per lui : i ceri
accesi e i paludamenti sacerdotali, la voce impetuosa dell'organo e lo squillo delle
campane, i canti solenni delle feste e le lugubri lamentazioni della settimana santa. E
tutto volle riprodurre nell'intimit delle pareti domestiche. Volle il suo altarino con le
candele e le immagini di santi, schierate come in una parata. Al centro, l'arcangelo San
Michele, con la spada sguainata, incalzava il demonio dentro un vortice di fiamme. E
volle ancora - conviene notarlo perch c' in germe il carattere specifico della sua
spiritualit - volle ancora l'altare-sepolcro del gioved santo. Lo costruiva con le sue
mani, suggestionato dalla croce velata, dal verde pallido di grano e dai lumi che si
consumavano in muto olocausto a Dio.
Poi passava e ripassava da una parte all'altra dell'altare, genuflettendo e modulando la
voce. Infine piegava a terra le ginocchia, alzava gli occhi al cielo e pregava. Intanto, fra i
battenti socchiusi, gli occhi furbetti delle sorelle foravano il buio, trattenendo il respiro.
Lo spiavano dappertutto le biricchine, e dappertutto lo scovavano, perfino negli angoli
pi remoti, tra la sedia e il tavolino, tra la parete e la legna ammucchiata, dove, coperto
da una nuvola di fumo, genufletteva a lungo, immobile come un angelo. Poi correvano a
raccontarlo ai vicini, ai parenti, agli amici e anch'essi venivano a godersi lo spettacolo.
Ci venne dal portone accanto la giovane signora Caterina Zaccardo, sposa del bracciante
Vincenzo di Napoli; ci venne l'amico di casa l'orefice Alessandro Piccolo. Ci vennero
specialmente i coetanei con la lieta spensieratezza degli anni. Lo chiamavano da fuori e,
quando non sentiva, gli correvano vicino. Allora si riscuoteva, preparava in fretta l'altare
e dava inizio alla messa, inentre la piccola assemblea, in piedi, era tutt'occhi a guardare.
Poi genuflettevano e pregavano insieme.
Altre volte filavano cantando per le stradicciole deserte: Gerardo andava avanti portando
una piccola croce. Pi spesso, quando il tempo era bello, salivano sui pianori assolati
lungo i margini occidentali della citt, o penetravano nel giardino della famiglia De
Cillis. Egli tirava fuori il suo armamentario di candele e di santi e preparava proprio l,
sotto i vecchi alberi che gettavano le nuove gemme e sul prato che rinverdiva, il suo
altare. Si arrampicava sui rami dei mandorli in fiore e vi collocava le candele ; affiggeva
la croce alla scorza del tronco ; pi in basso, sui sassi piazzava il coperchio coi santi.

Era l'ora particolarmente solenne in cui l'ombra, scendendo dai monti, si allungava sulla
citt e sulla pianura, tagliando l'una e l'altra con una linea di luce e d'ombra; poi la luce
si spostava sempre pi verso oriente; risaliva sui monti opposti, guizzava sulle vette e
scompariva nell'aria. Allora Gerardo accendeva le candele e lo spettacolo diveniva pi
suggestivo : grappoli fioriti luccicavano, come stelline bianche, con le venette sanguigne
e tutto l'albero sembrava un candelabro d'argento, sospeso sotto la volta silenziosa del
cielo. Dalle finestre vicine qualcuno si fermava a guardare; qualcuno, tornando dai
campi, sostava un momento, mentre la cantilena dei fanciulli si perdeva nella valle gi
buia.
Saremo forse sorpresi di tutto l'elemento sensibile che avvolge questa come le scene
precedenti. Sembra quasi che Gerardo non sappia pregare senza tradurre in forme
spettacolari il suo mondo interiore, senza in qualche modo eccitarsi davanti alle
architetture della sua fantasia. Donde l'origine di tale atteggiamento ? Alla base c', e in
maniera determinante, la ricchezza naturale della sua anima, ma ad essa vanno aggiunti
l'influsso del mondo esterno che gli parlava col frastaglio delle rocce e l'eco lontana
delle acque e il colore locale delle tradizioni religiose, riboccanti di sentimenti istintivi.
Ogni mistero riviveva attraverso il folclore popolare : specialmente il mistero del Pane
Eucaristico, che parlava a quelle anime semplici col fascino dell'amor di Dio. Al gioved,
quando sbocciavano le prime stelle, come per incanto, i davanzali si accendevano di
lumi. Cos dal castello alle pendici del monte, di gradinata in gradinata, la citt palpitava
di mille fiammelle che cantavano l'umile ringraziamento di tutto un popolo al Signore.
Questa tradizione, ora purtroppo scomparsa, pu fornire pi di una spiegazione alla
scena del giardino De Cillis.
Ma vi in Gerardo qualche cosa che trascende gli elementi sensibili e lascia intravedere
l'ispirazione dall'alto: l'affacciarsi dei simboli che parlano di sacrificio e di morte. La sua
infanzia serena sembra gi percorsa da brividi forieri di tempesta. Era la voce di Dio che
lo addestrava alla prova ? Possiamo credere di s, perch questa venne quasi subito e lo
trov molto ben preparato.
Dopo anni di stenti e relativa tranquillit, la sua famigliola cominci a dibattersi prima
nelle ristrettezze, poi nella miseria. Forse in conseguenza di questa, dovette sloggiare
dalla casa di Vico Celso e prendere un'altra stanza alla Raia del Castello, N. 63,
pagandone l'affitto annuo di venti carlini a un certo Giuseppe Galella, suo lontano
parente. Ma le cose andarono in peggio. Si resero necessari nuovi sacrifici collettivi e
nuove restrizioni nel vitto gi scarso. Queste restrizioni e la tristezza del babbo dovettero
produrre una forte impressione nel cuore del fanciullo che gi toccava, coi sette, otto
anni, l'uso di ragione. Lo dicevano certe sue occhiate silenziose, seguite da scoppi
improvvisi di tenerezza verso i genitori e specialmente certe limitazioni insolite che
s'imponeva nel cibo. Qualche volta lasciava intatto fino a sera il pezzetto di pane che la
mamma gli aveva preparato al mattino, quando usciva per i campi; qualche volta ne
cedeva una parte alle sorelle, dicendo di non aver pi fame, di aver mangiato a
sufficienza. Ma intanto la sua faccina diveniva color di cera e la testa sembrava
emergere sproporzionata dal corpicciolo sottile. Eppure, sempre allegro come prima;
sempre dietro ai suoi altarini e alle sue processioni. Il babbo invece si abbuiava di giorno
in giorno ; forse ricercava le cause che lo avevano ridotto a quello stato : ricerca vana
perch le cause trascendevano il suo caso particolare ed investivano una cerchia di
responsabilit pi larga e profonda.

Infatti i Maiella rivivevano la tragedia della loro classe sociale di nullatenenti, sempre in
cerca di un buco per ripararsi dal freddo e di un boccone per non morire di fame. Ma la
tragedia di questa classe sociale, che costituiva da sola la grande maggioranza della
popolazione, va inquadrata in una pi vasta tragedia: la tragedia della Lucania, anche
oggi la regione pi depressa d'Italia. Proiettato su questo schermo, lo spettacolo assume
proporzioni gigantesche con una folla anonima, ignorante, superstiziosa e spiantata, e un
pugno di signori, adusi a tutte le storture del sistema feudale, non ancora abbattuto dalle
leggi giustiziere di Napoleone. Da qui, il malumore latente tra padroni e sudditi, e la
lotta, quasi sempre verbale, tra comuni e feudatari.
I feudatari, veri discendenti degli antichi predoni, non contenti di possedere gran parte
dei beni immobili allora esistenti, stendevano le mani rapaci anche sulle terre del
demanio che costituivano l'unica risorsa dell'amministrazione comunale, chiamata
universit, quasi amministrazione dei beni di tutti. Tutti infatti potevano recarsi nelle
terre demaniali, in maggioranza boschive, a pascolarvi le greggi e a farvi la legna.
L'amministrazione era presieduta dal sindaco e dai quattro eletti del popolo, con poteri
strettamente economici, mentre l'esecutivo e il giudiziario erano demandati al governatore e al mastro giurato, tutti e due creature del conte. Questi poteva cos manovrare a
suo talento la cosa pubblica, allargando sempre pi le sue pretese e vincendo le
riluttanze con le armi della violenza. Le universit, da parte loro, costrette a far fronte
contemporaneamente al fisco regio e alle imposizioni del signorotto locale, si rifacevano
con balzelli sulle classi meno abbienti. E la miseria cresceva.
Le condizioni di Muro non erano migliori, nonostante la ricchezza relativa del paese ; e
ci per colpa specialmente del conte Filippo Bernualdo I degli Orsini di Gravina. Questa
famiglia era ormai da duecento anni padrona di Muro : religiosa per tradizione, non
eccessivamente violenta per natura, oscurava ogni altro pregio per quella voracit
insaziabile, gi bollata a sangue dai noti versi di Dante. Unica eccezione Pierfrancesco,
conte di Muro, che seppe uscire dall'orgoglio di casta per vestire il saio domenicano e
percorse con rapidit fulminea tutta la scala della gerarchia ecclesiastica fino al supremo
pontificato, dove prese il nome di Benedetto XIII. Egli, prima come arcivescovo di
Benevento, poi come pontefice, volle largheggiare con la popolazione della sua antica
contea, specialmente in occasione dei restauri della cattedrale : ma cosa poteva la generosit di uno solo contro l'ingordigia secolare della razza ? E gli Orsini figurano tra i
tiranni di Muro.
Chi pi soffriva di questo stato di cose era la massa, formata in gran parte di pecorai,
vaccari, braccianti e cafoni, letteralmente schiacciati dalla tassa sul vino, carne, bestiame
e macinati, unici loro proventi. Da ci, i debiti coi proprietari da scontare con prestazioni
lavorative, o coi prodotti del lavoro al tempo del raccolto : se l'annata era cattiva, come
spesso avveniva, la miseria dilagava come un contagio, livellando nel comune destino i
contadini e gli artigiani. La differenza tra le due categorie non era rilevante. Anche gli
artigiani chiudevano di tanto in tanto i loro negozi e si davano alla campagna al tempo
delle semine, della mietitura o della vendemmia. Vivere solo del lavoro di categoria
sarebbe stato difficile perfino agli artigiani rinomati. Figuratevi poi a un uomo nuovo e
forestiero, come Domenico Maiella ! Nessuno quindi si meraviglier della sua povert :
era nella logica delle cose. Si potr meravigliare soltanto della forza d'animo con cui
affrontava la vita, tirando avanti una discreta famigliola, mentre la sfortuna si abbatteva
alle sue porte.

Ma gli abitanti di Muro, come quelli della Lucania, avevano la forza rassegnata dei
secoli che scivolavano lentamente sulle loro bianche casette sdraiate al sole.
Per essi il lavoro non aveva un canto, una voce; l'officina, un ritmo, uno squillo.
L'artigiano apriva al mattino in silenzio il suo negozio, mentre la folla dei braccianti si
rovesciava sui campi, anch'essa in silenzio.
Durante il giorno, la citt sembrava un paese abbandonato, abitato solo dalle vecchiette
che filavano sui ballatoi esterni, accanto alla porta, e da frotte di ragazzi seminudi che
ruzzavano nella polvere. Ma di tanto in tanto quell'aria sonnolenta veniva rotta dalle
squadre di bravacci in livrea, dallo strepito dei corni e dai latrati dei cani. Allora i Muresi
avevano il piacere di apprendere che era giunto dalla capitale il padrone con un gran
codazzo di baroni e di cavalieri per le clamorose partite di caccia nei boschi dintorno.
Allora le vecchiette si ritiravano dal ballatoio, gli artigiani socchiudevano la porta e i
contadini, che risalivano le valli con gli arnesi sulle spalle, curvavano maggiormente a
terra il volto patito e assente.
3
IL FANCIULLO DELLA RAIA
C'era aria di tristezza quel giorno in casa Maiella, mentre la madre affettava, sospirando,
la pagnottella di pane scuro e il babbo cuciva cupo e taciturno. Solo la Brigida andava e
veniva disinvolta e leggiera, volando con la mente a un dolce nido di sposa, ma la sua
gioia non era condivisa dalle sorelle, strette attorno alla mamma, come pulcini spauriti,
chiedendo con gli occhi il becchime, e molto meno da Gerardo che sedeva calmo e
silenzioso in un canto, tutto intento a rimirare la scena. Era grande e capiva : perci a un
certo punto se ne usc di soppiatto e, quando lo cercarono, egli gi camminava
lentamente per la via, in preda a quella strana sonnolenza prodotta dalla fame. Un passo
dopo l'altro, si trov ai piedi del castello e si abbandon sul prato deserto, lasciandosi
cullare dalla brezza che veniva dal bosco vicino e dal tiepido sole di primavera. Vagava
con gli occhi su un fiore, un insetto, una nuvola, quand'ecco farsi avanti un fanciullo
sconosciuto che gli sorrise, gli pos nella mano un panino bianco e disparve dietro un
albero, un cespuglio fiorito. Gerardo lo segu un momento, poi fiss avidamente il
panino e gi sgranava due file di dentini afflati. Ma... e la mamma ? ... e il babbo ? ... e le
sorelle ? ...
Con due salti fu a casa con la preda calda e profumata. Chi te l'ha dato ? gli chiese la
mamma.
E lui : Un fanciullo .
Cos per settimane, forse per mesi, senza che nessuno sospettasse di nulla.
Passarono molti anni e molti avvenimenti. Gerardo era ormai religioso nel collegio
lontano di Deliceto e gli era vicino la sorella Brigida con le rughe sul volto e i ricordi sul
labbro. Ricordava tante cose e ricordava ancora quel giorno quando il fratello usc di
casa proprio all'ora di pranzo, tornando col bianco panino. A questo punto Gerardo
l'interruppe: la sua voce si fece velata e misteriosa : Ora conosco, esclam, che quel
fanciullo che mi dava il pane era lo stesso Ges. Ed io lo credevo un fanciullo come gli
altri! .
E Brigida : Andiamo a Muro: cos potrai tornare nello stesso luogo e ritrovarlo .
Non occorre , rispose, ora lo ritrovo in ogni luogo .
La grandezza dell'episodio tutta qui, in questa affermazione posteriore del santo che
ravvisa Ges nel fanciullo della Raia e lo rende il compagno indivisibile dei suoi giorni.

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Ora, egli dice, ora che sono religioso, ho scoperto chi era quel fanciullo solitario che mi
dava il pane, perch ora lo incontro - lo ritrovo - non pi, come prima in un angoletto del
paese nativo, ma dovunque io vada : in ogni luogo. Lo ritrovo : il presente, nella sua
assolutezza indeterminata, denota appunto una presenza abituale e forse sensibile.
Ma come avr fatto a conoscerlo ? Quali rapporti saranno intercorsi tra le apparizioni
della Raia e quelle posteriori se quest'ultima sono servite a svelare il mistero delle
prime ? Avr forse Ges continuato a prendere l'aspetto del fanciullo della Raia ? Avr
continuato a dargli il pane di una volta, con lo stesso gesto di una volta ? E come gli avr
palesata la sua vera identit ? A voce ? Per ispirazione interiore ? Sono interrogativi che
non trovano risposta dalle brevi parole riferite da Brigida : lampo fugace che attraversa
la vita del santo e la riempie di mistero.
Ma, anche limitato a un breve periodo dell'infanzia, l'episodio conserva il suo valore,
perch segna una nuova tappa nell'itinerario spirituale di Gerardo. Solo dopo essersi
nutrito di quel pane, egli conobbe il Pane dell'altare che finora aveva riguardato come
oggetto di curiosit infantile. Narra, infatti, una certa tradizione che, durante la
celebrazione della messa, egli fosse solito vedere, attraverso i bianchi veli dell'Ostia, lo
stesso Bambino Ges : posava i piedini sulla mensa, intrecciando con lui una muta
conversazione. Poi veniva sollevato in alto in forma di croce e spariva tra le labbra del
sacerdote. Il fanciullo ne riportava ogni volta un senso di ribellione e di raccapriccio che
sfogava coi presenti. Anzi una mattina l'indignazione giunse a tanto da rincorrere il
sacerdote che tornava in sagrestia, gridandogli appresso : Bella cosa hai fatto a
mangiarti il Bambino ! . E minacciava di denunziarlo al vescovo.
Gerardo, dunque, non conosceva il Pane dell'altare; lo conobbe quando ebbe mangiato il
pane avuto su quel prato deserto. Allora i suoi occhi si aprirono, ador il Signore
presente nel ciborio e comprese l'importanza di riceverlo nel proprio cuore. Ma allora lo
desider con tanto ardore che, per appagarlo, ci volle un miracolo.
Fu, infatti, la brama di quel cibo che lo spinse una mattina verso la balaustra, con l'anima
e la bocca dilatata. Ma il sacerdote lo respinse bruscamente, perch troppo piccolo,
lasciandolo a piangere e a disperarsi da solo. Quante lacrime quel giorno e come amare!
Lacrime in chiesa davanti all'altare, e lacrime in casa davanti al suo San Michele che
continuava a sfoderare la spada sul drago infernale. E le lacrime commossero il cielo.
Mentre nella notte seguente i genitori e le sorelle dormivano, una lama di luce tagli le
pareti fuligginose e la luce prese la forma del suo S. Michele. L'arcangelo gli venne
vicino, tanto vicino da sfiorarlo con le ali luminose; estrasse dal ciborio un'ostia bianca,
gliela pos sulla lingua e disparve nella luce.
Hai visto ? , diceva Gerardo la mattina seguente alla signora Caterina Zaccardo, ieri
il prete non ha voluto darmi Ges, ma me l'ha dato questa notte l'angelo San Michele.
Una bravata di ragazzo in castigo ? La supposizione dovette sfiorare la mente
dell'orefice Alessandro Piccolo, se, pi tardi, quando il fanciullo sar ormai un religioso,
famoso per virt e miracoli, os interrogarlo su quel lontano avvenimento della sua
infanzia : e Gerardo conferm pienamente la confidenza fatta allora alla signora
Zaccardo. E la conferm, secondo il Tannoia, anche al suo direttore di spirito, poco
prima di volarsene al cielo.
Quante volte si sar ripetuto il miracolo ? un segreto tra Gerardo e Ges : per siamo
certi che quando, a dieci anni, il fanciullo fu comunicato dal sacerdote, ormai il suo
cuore era tutto una fiamma.

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Cos due comunioni, quella ricevuta dalle mani dell'angelo e quella ricevuta dalle mani
del sacerdote, stanno alla base della santit di Gerardo e la sollecitano verso la vetta
suprema del sacrificio. Cosa meravigliosa ! Questa santit dagli impeti folli si svolge
costantemente tra due poli: l'Eucaristia e la Croce. Dal Cenacolo sale al Calvario e dal
Calvario ridiscende nel Cenacolo ad adorarvi l'Amore svenato. E i due amori procedono
di pari passo, in vicendevole armonia. Non era questo il significato dell'altare-sepolcro
intravisto dai primissimi anni ? La sua vocazione col passare del tempo diviene esplicita,
ma non cambia direttiva. La prima comunione lo trova all'imbocco della strada che deve
percorrere ; l'ultima comunione, il viatico, lo trover all'altro capo con la convinzione
d'aver percorsa tutta intera la sua strada. Una tappa ad ogni comunione.
Ecco perch, dopo aver ricevuto Ges la prima volta, egli concentr i suoi sforzi per
riceverlo il pi spesso possibile. L'ottenne a giorni alterni ed era il massimo che poteva
ottenere dal confessore, data la rigida disciplina dei tempi. Ma ogni comunione era un
avvenimento per lui. Vi si preparava fin dalla sera precedente ; al mattino piangeva ogni
ombra di colpa nella confessione sacramentale e prolungava per ore e ore il
ringraziamento, genuflesso sul nudo pavimento della chiesa. In questo modo, col
contatto divino, cresceva rapidamente il suo amore. Sentiva che Ges era divenuto il suo
Ges; che Dio era divenuto il suo Dio, cio suoi possessi individuali ed esclusivi.
Ma l'Eucaristia, memoriale della passione, gli parlava di sacrificio e di morte; gli parlava
di Amore, e di Amore Crocifisso. E Gerardo s'incammina verso la vetta suprema del
Calvario con la gioia di chi soddisfa alle attrattive profonde della sua esistenza, con la
facilit di chi si sente investito da una forza sovrumana che lo solleva sugli ostacoli.
Nessuna tensione in lui, nessuno sforzo atletico sembra che il dolore sia l'elemento
naturale della sua vita. Anche quando esso raggiunge le punte pi acute e raccapriccianti,
conserva sempre una nota festosa che lo redime da ogni parvenza brutale. Pochi hanno
crocifisso la propria carne come lui, ma pochi lo hanno fatto con tanta facilit e
prontezza. Sappiamo dalle sorelle che, a dieci, dodici anni, gi si flagellava pi volte al
giorno con funi rattorte ; gi prolungava per giornate intere i suoi digiuni, sempre con la
visione di un Dio crocifisso davanti agli occhi.
E questo l'aspetto pi caratteristico della sua santit, tutta volta, per forza di amore,
intorno alla passione del Maestro fino a modellare su di essa la propria carne, i propri
affetti e i propri pensieri. Specialmente i pensieri i quali, percorrendo e ripercorrendo
ininterrottamente tutti gli stadi della passione, venivano quasi a colorarsi del sangue del
Pretorio e del Calvario. Di giorno in giorno, di ora in ora, di momento in momento, egli
moveva un passo sul rude cammino, sempre con la croce davanti agli occhi dove era
stato crocifisso il Maestro e dove voleva lasciarsi crocifiggere anche lui. Lasciarsi
crocifiggere, soffrire: ecco il problema! E nessuno ha mai cercato con maggiore avidit
un tesoro, un piacere, una fama, di quanto lui cercasse il dolore. Lo cercava con abilit
industriosa, con tenacia indefessa e assidua. Chi glielo procurava, diveniva suo amico.
Lo considerava come vicegerente di Dio, che, per salvarlo, gli porgeva i chiodi, le spine,
la croce.
Come sorta questa mentalit nel nostro santo ? Noi pensiamo allo sviluppo progressivo
e spontaneo della prima intuizione infantile dell'altare-sepolcro, ma non escludiamo il
conseguente influsso della spiritualit francescana, attinta attraverso i Padri Cappuccini
di Muro e, forse, attraverso un libro allora tanto famoso quanto ora dimenticato:
l'Anno Doloroso del missionario cappuccino Antonio da Olivadi, morto in concetto di

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santit il 22 gennaio 1720. Il libro, uscito in Napoli nel 1690, all'epoca della nostra storia
aveva raggiunto la quinta edizione. Il successo era dovuto in gran parte allo stile
concitato e spumeggiante che risente dell'oratoria del tempo. L'autore non guidato da
un pensiero, ma dal racconto della passione del Signore. Il racconto procede per quadri,
dipinti con toni violenti, con immagini rozze e barocche. Il quadro prepara gli affetti,
cio l'unione di amore e di volont alla volont di Dio. Come conclusione generale del
libro, viene esposta una mostra di ore per meditare con facilit, del continuo, la
santissima passione di N. S. Ges Cristo, cominciando dalle ore 23 cio verso il
tramonto. Le ore della notte andavano anticipate alla sera, prima di coricarsi, o posticipate al mattino appena alzati.
Sembra che questa pratica sia stata familiare al nostro santo, che pu averla appresa dal
libro dell'Anno Doloroso o dalle esortazioni orali dei Padri Cappuccini, innestandola sul
tronco originario della propria spiritualit. L'originalit dei santi non nella novit delle
loro teorie, ma nelle conseguenze che ne sanno dedurre per la loro purificazione
interiore. Gerardo ha portato alle estreme conseguenze, con una logica spietata e
terribile, la follia della Croce, predicata dall'Apostolo e praticata da Cristo.
Se, ci nonostante, ha conservata intatta la sua serenit, allegra, schietta, vivace, questo
si deve alla spontaneit con cui corrispose alla propria vocazione e, soprattutto, alla
dolce visione della Madre Divina che lo accompagn, passo passo, per tutta la vita.
Specialmente nei primissimi anni. Leggenda e tradizione ne narrano compiaciute i
particolari spesso fantastici e altamente poetici, rendendo sensibile l'intervento della
Madonna che fu certamente reale, anche se invisibile. Cos una tradizione vuole che
proprio in un santuario mariano il santo sia stato rapito la prima volta in estasi. Riportiamo il racconto, riferito nei processi apostolici da un ex-coadiutore redentorista,
molto eloquente, ma non altrettanto sicuro.
Gerardo aveva sette anni quando fece con la mamma il suo pellegrinaggio alla chiesa di
Materdomini, dedicata a Maria Bambina. Pass cantando di montagna in montagna con
una schiera di pellegrini, dietro alla guida che marciava solenne davanti a tutti con 1'effige della Madonna issata sul bastone, seguito da una fila di donne coi doni votivi sulla
testa. Entr con gli altri nella chiesa, puntando le ginocchia sul pavimento fino all'altare
maggiore; con gli altri grid la sua fede sincera e violenta. Poi si ricompose in una
preghiera sempre pi silenziosa, fino a somigliare a un soffio e spegnersi nel nulla.
Allora rimase immobile come una statua, come quell'immagine che troneggiava lass tra
i ceri accesi, in una nuvola d'incenso. E la gente sfollava, sfollava lentamente e si
spargeva a gruppi sotto gli ulivi, in mezzo ai prati che digradavano rapidamente verso il
fiume. Mamma Benedetta rest sola con Gerardo, lo prese per un braccio e gli disse:
Su, su, ora di uscire.
Ma quegli occhi rimasero sbarrati, sempre inchiodati lass, verso il piccolo simulacro,
immobile tra i ceri e il fumo d'incenso. Su, su, andiamo, tardi!. E lo scosse a lungo e
lo chiam per nome. Allora sembr svegliarsi da un sogno e si avvi, barcollando, dietro
alla madre.
Checch ne sia dell'autenticit di questa prima estasi, una cosa rimane certa: il colloquio
avviato con Dio il giorno della prima comunione s'intensific di giorno in giorno, spesso
estraniandolo dall'urgenza della vita quotidiana. Sembrava allora un uccellino sperduto
nelle altezze, costretto di tanto in tanto a calarsi sulla terra, ma ansioso di tornare lass.

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Era uno stato di contemplazione che lo faceva apparire ai contemporanei disattenti in


veste di sognatore allampanato e invece egli volava sulle vette di Dio.
Pensate: ordinariamente, dopo un lento tirocinio, l'anima riesce a rimuovere ogni attacco
alle cose del mondo e unirsi a Dio in un puro atto d'amore. Allora Egli, di quando in
quando, interviene direttamente, innalzando le facolt dell'anima al di sopra della loro
natura, attirandole e immergendole nel proprio essere. E questo un dono gratuito che
segna il pieno sviluppo delle potenze intellettive, libere ormai dalla tirannia dei sensi e
rapite nell'assoluta semplicit della luce soprannaturale ed eterna. Nessuno sforzo umano pu meritarlo e molto meno ottenerlo. Solo Dio pu chiamare 1'anima, consumata
dalla carit, a questo stato di contemplazione che i mistici chiamano : infusa .
E Dio, liberale come non mai, vi chiam Gerardo fin dalla prima adolescenza. Non
comprenderemmo altrimenti quella preghiera di unione, quelle estasi e rapimenti di
spirito che caratterizzarono fin d'allora la sua vita, dando motivo ai pi disparati pareri.
Perch l'azione prepotente della grazia, trasferendolo dalla terra al cielo, doveva distrarlo
necessariamente dalle occupazioni ordinarie, imprimendo alla sua fisionomia un'aria di
sogno e lasciandolo facile bersaglio dei censori. Per gli uni - i malevoli - egli era uno
stralunato che andava sottoposto a una dose periodica di schiaffi; per gli altri - i
cosiddetti indulgenti - era un malato da curare. Solo pochi sapevano comprenderlo e
magari sospendere un giudizio precipitoso.
Tra questi pochi vi fu il maestro di scuola. Perch Gerardo ebbe il privilegio, piuttosto
raro tra i contemporanei, di procurarsi un'istruzione elementare. Vi mise tutta la buona
volont, anche perch sentiva le prime avvisaglie della vocazione religiosa; eppure di
tanto in tanto marin le lezioni. Quale il motivo ? La solita irruenza della grazia che
l'inchiodava in un angolo della casa o della chiesa. Ricercato da qualche compagno
speditogli dietro dal maestro e ricondotto in classe, piangeva e prometteva l'emenda;
tutti per erano convinti che sarebbe tornato da capo alla prima chiamata pi gagliarda
di Dio. Eppure, fornito com'era di fantasia spigliata, di facile memoria e di vivace
sentimento, aveva tale forza di recupero da non restare mai indietro. Sapeva anche farsi
amare dai condiscepoli sui quali esercitava un vero ascendente dovuto in gran parte
all'emotivit del suo carattere buono e generoso, facilmente portato all'ottimismo,
all'arguzia che gli fioriva spontanea sul labbro, e anche, perch no ? al gioco innocente
di qualche sua biricchinata.
Una mattina, per esempio, che aveva accompagnato in cattedrale il maestro, penetr di
soppiatto nell'orto del seminario dove prosperavano grossi cavoli fronzuti. Ne colse
alcuni steli e se ne torn indietro, ripulendoli a morsi e unghiate. Gi riguadagnava
l'oscuro androne d'ingresso e svoltava per la chiesa, quando scorse i sagrestani
indaffarati in non so quali lavori. Vinto da un impeto di simpatia, pass nelle loro mani i
torsoli succulenti. Poi riprese il suo posto accanto al maestro, ne ascolt in silenzio i
rimproveri e forse pianse la sua scappatella che avr fatto sorridere gli angeli.
Appena fu in grado di leggere, chiese la dottrina cristiana e altri libri religiosi. Li
studiava con diligenza e passione, se ne nutriva avidamente lo spirito e ne narrava il
contenuto ai compagni. Sapeva destare il loro interesse con le sue trovate originali e i
suoi racconti avventurosi sulle gesta dei santi.
Qualche volta li conduceva a visitare le chiesette suburbane, scegliendo di preferenza il
santuario di Capodigiano, dedicato alla Madonna delle Grazie. Allora scendevano di
corsa quei gironi scheggiati che portavano in fondo a un cratere pauroso, scavato dalla

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furia degli elementi, passavano il Ponte dei Mulini, sospeso sulla corrente tumultuosa
del Rescio e risalivano la sponda opposta, tutt'avvolta dal fumo e dagli spruzzi delle
acque che balzavano a valle. Poi, scivolando tra le ombre fitte delle querce,
raggiungevano il sagrato ed entravano, cantando, nella chiesa.
Qualche sera, invece, in mezzo ai giuochi, udendo i lenti rintocchi della campana che
invitava i fedeli alla benedizione eucaristica, radunava la garrula brigata, dicendo:
Andiamo a visitare il nostro Signore carcerato! Tutti applaudivano, rincorrendosi nei
vicoli bui, sbattendo i piedi sui gradoni di pietra viva, rimandandosi l'un l'altro la voce.
Pareva che andassero a festa. Poi, a notte fonda, si raccoglieva nel suo angoluccio di
casa, al tenue chiarore della lucerna che sfriggeva dalla trave annerita e leggeva e
meditava. Meditava su ogni cosa che riguardasse il suo amato Signore, ma l'argomento
preferito era la passione di Lui.
Cos passava le giornate: immerso in Dio. Lavorare ? Applicarsi a qualche cosa di
pratico ? Gerardo era troppo coerente per pensare a siffatte bagattelle. Se la vita un
sogno, se vale solo come conquista dell'aldil, a che serve impiegare tante ore alle cose
periture ? Non meglio pensare all'eterno e guardare, per il cibo e le vesti, agli uccelli
dell'aria e ai gigli dei campi ?
Ma e domani cosa farai ? . Se qualcuno avesse avanzata la domanda, egli avrebbe
guardato in alto verso il convento dei Cappuccini che biancheggiava tra i cipressi, le
querce e i faggi. Vi si era recato parecchie volte in compagnia dello zio, Bonaventura,
passando ore di spensierata letizia fra quei fraticelli scalzi che gli correvano incontro
affrettando gli zoccoli sui lastroni del porticato e gli sfioravano il viso con le ispide
barbe e lo invitavano a restare con loro, a restare per sempre! E Gerardo aveva sorriso di
compiacenza, vedendosi gi cinto del cordiglio di San Francesco e pregustando la gioia
di cantare a voce spiegata sotto le volte basse della chiesina, o flagellarsi nel bosco al
cupo brusio del vento e al cinguettio degli uccelli canori !
E intanto continuava la sua strada con crescente entusiasmo, finch una disgrazia
familiare non venne a dare una svolta brusca e decisiva alla sua esistenza. Domenico, il
padre buono e taciturno, colui che aveva conosciuto solo il lavoro e l'amarezza e non
aveva avuto mai tanto pane per sfamarsi, ma sempre tanta forza per tirare avanti
numerosi figliuoli, veniva rapito improvvisamente all'affetto dei suoi.
E allora Gerardo dovette affrontare la vita.
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DIO CHE MI BATTE
Figlio mio, diceva mamma Benedetta a Gerardo appena passati i primi giorni di
prova, figlio mio, lo vedi come siamo ridotti ? Ormai non c' pi nessuno che porti a
casa qualche cosa. Brigida si sposata e le altre due, se Dio vuole, si sposeranno tra
poco. Io ho i miei anni e i miei acciacchi. Non ci resti che tu. tempo ormai d'impararti
il mestiere. Sei grande e devi guadagnarti da vivere .
Egli chin la testa e si lasci condurre dal maestro sartore. Martino Pannuto era un uomo
sulla quarantina, asciutto e collerico. Dal suo posto di comando, dietro al bancone
affollato di stoffe e modelli, squadr da capo a piedi il ragazzo e lo affid a un suo
dipendente con l'incarico d'istruirlo. Il giovanotto ebbe un lampo di dispetto negli occhi.
Voleva dire: Che ne faremo di questa gatta morta ? ma si limit a mostrargli
sgarbatamente una sedia. Doveva guardare per apprendere. E Gerardo guardava
attentamente, protendendosi con tutto il corpo verso il maestro improvvisato che ma-

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novrava abilmente le forbici e l'ago, ma poi l'abitudine lo vinse e scivol in ginocchio,


tra lo stupore dei presenti. Forse solo Martino non se ne stup, messo sull'avviso dalla
mamma. Pens che ben presto la sua autorit e le sue mani massicce avrebbero avuto
ragione di un ragazzo buono, ma svogliato. Perch Martino era un uomo religioso e
austero che non transigeva coi dipendenti ; facile ad irarsi e a placarsi, ma capace anche
di far volare qualche scapaccione o di ricorrere a mezzi pi efficaci. Col nuovo venuto ci
sarebbe voluta comprensione e, qualche volta, condiscendenza. E queste doti mancavano
a Martino e, molto pi, al suo subalterno.
Con tutto ci, stiamo bene attenti a non giudicarli troppo severamente. Perch noi
ragioniamo con la scienza del poi e non riflettiamo alla difficolt di trattare con un
ragazzo come il nostro, guidato da un programma tutto suo, tanto diverso da quello dei
comuni mortali. Il suo lavoro sembrava alle volte macchinale: mani e testa andavano
ognuna per conto suo. Spesso arrivava in ritardo e non tentava neppure di giustificarsi;
spesso se ne sgattaiolava fuori a ogni cenno di campana; spesso si lasciava cadere in
ginocchio sotto il bancone a leggere un libretto sgualcito, o se ne rimaneva a sognare
con la gugliata in aria e gli occhi al soffitto. Poteva durare cos ? E il Pannuto cominci
con le sgridate, poi pass agli schiaffi; qualche volta al bastone ; ma non trascese mai
una certa misura. Non cos il suo subalterno.
Costui, con l'orgoglio e l'autosufficienza propria degli anni, credette di metterlo a posto
con la violenza e lo strapazzo, senza accorgersi che faceva il gioco dell'altro. Perci,
quale non fu la sua meraviglia quando, dopo una delle sfuriate, lo vide
nell'atteggiamento di chi dice: Ancora, ancora ! . Allora s che perse la pazienza e gli
scaric addosso una furia di schiaffi. Tanto bast. Gerardo, svegliato dalle sue
contemplazioni, riprese tranquillamente il lavoro. L'ha capita finalmente ! mormor
il giovane, e tra le bianche pareti ricadde il silenzio. Ma fu per poco.
Dal campanile scese gi lentamente un'altra ora. Un'altra ora significava un nuovo
quadro della passione, una nuova visione del Cristo sofferente. Gerardo per un impulso
spontaneo si ritrov sotto al bancone, immobile come prima, avendo davanti agli occhi il
suo Ges spogliato e flagellato, con le carni arrossate, gonfiate, squarciate. Gi
s'immedesimava nella dolorosa vicenda, genuflesso tra gli sgherri del Pretorio, lontano
le mille miglia dall'ago e dal filo, quando un calcio lo stramazz a terra. Sorrise... non
aveva la fortuna di soffrire con Ges ? Che poteva desiderare di meglio ? E si rialzava
con la gioia sul volto, quando si vide ficcati addosso gli occhi dannati del giovane: Ah
ci ridi pure! , url costui correndo ad abbrancare una mezzacanna di ferro.
Con un poco di astuzia Gerardo poteva chiarire l'equivoco, ma dove trovare l'astuzia in
un semplicione di quella fatta ? E poi perch ricorrere all'astuzia se le cose erano di suo
gusto ? Da parte sua il giovane doveva pur chiedersi quale fosse il motivo di quel riso,
anche se gli paresse da scemo. Possibile che non sentisse le botte che gli solcavano le
spalle ? E una volta sbollita la collera, si ferm a guardare la vittima, sempre serena,
sempre atteggiata al sorriso. Ebbe ancora uno scatto d'impazienza: Ma si pu sapere
perch, ridi ? .
E Gerardo : Perch Dio che mi batte.
Era una risposta dettata da un intuito felice che superava, di colpo, ogni logica umana.
Pu sembrare assurda alla nostra piccola ragione perch appartiene alla ferrea logica del
Vangelo. Bisogna esser santi per comprenderla.

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Qualche cosa della realt doveva pur trapelare al Pannuto, ma egli era indeciso sul da
farsi. In fin dei conti, Gerardo non si comportava a dovere: possibile che non poteva usar
pi diligenza nel lavoro ? Possibile che doveva perder la testa ogni momento ? Possibile
che doveva apparire cos sventato, cos goffo, cos ridicolo, cos scemo, da farsi ridere
dietro i compagni apprendisti ? Possibile che doveva arrivar sempre in ritardo e uscire a
ogni suon di campana ? Sar per andar in chiesa, come sussurravano in giro, oppure
c'era sotto qualche cosa di meno serio ?
E un giorno, secondo una tradizione, quando Gerardo lasci il negozio, gli si mise alle
costole, arrancandogli dietro fin nella chiesa di S. Marco. Lo trov in ginocchio sul
pavimento, a mani giunte. Poi lo vide curvare la fronte fino a terra e, baciando la
polvere, trascinarsi fin sui gradini dell'altare maggiore dove si ricompose in preghiera :
torso eretto, mento all'aria, guance trasfigurate dal chiarore assopito dei finestroni
dell'abside.
Altro che scemo! esclamava tra s Martino, riprendendo il suo posto dietro al
bancone, un vero cristiano... Ma anche un po' curioso... Perch non dirmi nulla ?
Sono o non sono suo superiore ? . E quando se lo rivide mogio mogio davanti, con voce
burbera, ma rotta dalla commozione, gli disse: Potevi dirmelo che andavi in chiesa ed
io non ti avrei negato il permesso!.
Potevi dirmelo! Sono di quelle considerazioni cos facili, cos ovvie, cos elementari, che
appunto per questo s'imprimono facilmente nell'anima e vi restano. Perch le cose pi
facili pi facilmente ci sfuggono e abbiamo bisogno che qualcuno ce le ricordi. E
Gerardo - anche i santi hanno i loro difetti e sono perfettibili - non aveva pensato al suo
dovere di dipendenza dal padrone: forse perch pensava che l'andare in chiesa era una
cosa tanto naturale che ognuno l'avrebbe capita da s, senza spiegazioni; forse perch,
avvezzo fin da piccolo a considerare Dio come unico padrone e a lasciarsi manipolare
dalla sua azione irruente, non si era ancora proposto il problema della propria
dipendenza da altre creature. E l'illusione sar stata agevolata dalla condiscendenza dei
genitori.
Ma la riflessione di Martino gli fece capire che la voce di Dio andava accordata con la
voce di chi parla in nome di Dio. E da allora le due voci si fusero armonicamente nella
sua anima, la quale tra quelle pareti si addestr non solo alla virt del lento martirio, ma
anche dell'ubbidienza cieca e volenterosa. Ascolt ogni parola del padrone e ne scrut le
intenzioni pi riposte con tanta fedelt da renderlo pienamente soddisfatto. Martino era
un uomo austero ed irascibile, ma dava volentieri onore al merito. Non tard quindi a
riconoscere nel discepolo, se non i progressi nel mestiere sempre piuttosto lenti,
quell'insieme di doti morali che non si trovano facilmente nei giovani: dirittura di
coscienza, senso spiccato del dovere, fervore religioso e generosit a tutta prova. Da
quest'ammirazione nacque il desiderio d'averlo spesso in casa e proporlo tacitamente
come modello dei suoi. Il desiderio non dovette dispiacere alla signora Galella che,
perduto il marito, s'era dovuta adattare a tutti i mestieri, perfino a quello di serva per
tirare avanti la famiglia; meno che meno dovette dispiacere a Gerardo che voleva solo
rendersi utile ai padroni e in quella casa, con cinque figliuoli quasi tutti in tenera et e un
sesto in arrivo, c'era sempre un gran da fare perci aiutava in cucina, rassettava le
stoviglie, soprattutto badava ai bambini, i quali bevevano avidamente le sue parole,
sottolineandole con la seriet pi compunta e le risa pi convulse. Gli si affezionarono
tutti, specialmente il piccolo Giuseppe, un frugolo di sette otto anni, che voleva stargli

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sempre vicino, perfino durante il giorno, costringendolo qualche volta con urla e strepito
a sospendere il lavoro e condurlo a passeggio. Visitavano una chiesa dopo l'altra;
passavano in rassegna tutti i santi delle pareti e degli altari; ne commentavano i gesti, le
ferite, i segni di martirio. Poi, quando la luce s'attenuava, dopo la benedizione
eucaristica, tornavano a casa, per ricongiungersi a tutta la nidiata che accerchiava il
santo con una rosa di occhietti scintillanti. Lo stesso Martino si mescolava volentieri nel
crocchio, partecipando ai giuochi e alla preghiera serale. Poi Gerardo dava la buona
notte e tornava da mamma Benedetta. Ma quando si faceva tardi - e avveniva molto
spesso se ne scendeva nel negozio dove la signora Maddalena gli aveva preparato, tra
quattro assi, un lettuccio. L terminava le sue orazioni. In ginocchio, immobile tra le
tenebre, sembrava uno di quei manichini che vegliavano sui tavoli di lavoro. Alla fine si
lasciava andare sul nudo pavimento per poche ore di riposo. Una notte Martino, entrato
improvvisamente a ritirare non so quali stoffe, ebbe a urtarlo col piede Che fai qui in
terra come un cane ? . Qui riposo meglio.
All'indomani, con le prime luci dell'alba, correva in chiesa a pregare fino a quando, col
riaprirsi della sartoria, poteva tornare al suo posto. Non sempre per, perch qualche
volta il Maestro Divino lo chiamava tanto forte da fargli dimenticare ogni altra cosa.
Allora arrivava in ritardo, meritandosi qualche rabbuffo, magari qualche scappellotto o
bastonata, ma tutto finiva l. Ed egli si ricomponeva nel lavoro, scorrendo con mano
veloce sulle stoffe, mentre le labbra e il cuore si perdevano in Dio. Cos ogni giorno.
Ma nelle stagioni morte, quando i contadini, assorbiti dai lavori agricoli, non pensavano
a rinnovare i vestiti, anche Martino chiudeva il negozio e si affrettava nei campi. Aveva
un castagneto in montagna e una vigna nella pianura, in un avvallamento di terreno
chiamato Alla Cupa, o Boccaporta . Gerardo lo seguiva ed era felice. All'aperto, la
preghiera gli usciva pi limpida dal cuore, tra le nuvole d'incenso che vaporavano verso
il cielo e i primi raggi che scendevano sulla terra. Erano i giorni umidi di settembre
quando il sole ancora caldo ingrossa le uve e le prime piogge preparano le maggesi per
le semine autunnali. Allora si riparano i tini e si apprestano i corbelli e le scale, mentre
l'aria rintrona dei colpi pesanti dei mazzuoli che stringono le doghe. Quando poi il mese
declina e le nuvole si abbassano sui monti, allora si esce in fila indiana, scala in ispalla,
corbelli alla mano e si va lungo i filari a recidere i grappoli maturi.
Gerardo in quei giorni era tutto in faccende dietro al padrone ; ne era l'ombra fedele.
Usciva con lui di buon mattino, percorrevano insieme due miglia, aspirando le fresche
esalazioni dei boschi e il sole li sorprendeva tra le viti. Tornavano a notte avanzata o non
tornavano affatto per giorni e giorni, coricandosi alla meglio su un mucchio di fieno del
pagliaio. Nell'aria c'era odore di mosto ; le uve venivano via via calate nei tini, poi
pigiate e lasciate a fermentare all'aperto, finch le donne, con le conche equilibrate sulla
testa, non riuscissero a trasportarle in paese. Tanta ricchezza, messa l a portata di mano,
costituiva un'attrattiva molto ghiotta per i profittatori notturni, che, spinti dal vizio o dal
bisogno, si aggiravano tra le viti. Ma era gente pacifica che fuggiva al primo rumore:
una parola, uno strepito, un lumino acceso, un segno qualunque di vita ed essi giravano
al largo. Gerardo, di notte, teneva compagnia a Martino : era un buon pretesto per
pregare di pi. Di giorno invece faceva la spola tra la vigna e il paese per provvedere il
necessario. Aveva l'occhio vigile ed il piede veloce: l'ubbidienza gli porgeva le ali.
Si raccontano in proposito vari episodi. Un giorno la signora aveva spedito la figlia col
pranzo del marito, quando si accorse di aver dimenticato la forchetta e non sapeva

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darsene pace. Chi lo avrebbe voluto sentire quel brontolone! Per fortuna era l Gerardo
prese la posata, si precipit per i campi, raggiungendo la ragazza all'imbocco della
vigna. E dire che lei era partita mezz'ora prima, svelta come un fringuello!
Si racconta pure che una sera Martino, mentre rigovernava la lucerna, si accorse che non
c'era pi una goccia d'olio. Che fare ? Rimanere al buio tutta la notte ? Nemmeno a
pensarlo; spedire il ragazzo in citt ? A quell'ora ? Sarebbe stato prudente ? Mentre
rifletteva, Gerardo usc dal pagliaio tornando poco dopo con la provvista bell'e pronta.
L'ho presa in citt, disse al padrone che sgranava tanto d'occhi per la meraviglia. E la
meraviglia prende anche noi, non tanto per questi episodi gi narrati, quanto per un altro,
che ci accingiamo a narrare.
Una sera tocc a Gerardo montar di guardia alle uve. Usc verso il tramonto, portando a
cavalcioni il piccolo Giuseppe. Il bambino caracollava come se avesse imbrigliato un
puledro indomito, emettendo grida di gioia. Ma, giunto sul posto, punto dal freddo
umido della valle, si ritir nel pagliaio, si fece una cuccetta in mezzo al fieno e si
addorment. Gerardo, rimasto solo, gir due o tre volte, cantando, per la vigna, poi entr
anche lui e si pose in ginocchio in un canto. Era pur bella la preghiera tra il gracidare
delle rane e lo stridore dei grilli! Di tanto in tanto s'interrompeva, accendeva uno
stoppino alla lucerna appesa a un travicello, lo innestava nella spaccatura della canna e
via di corsa, intonando una preghiera, per spaventare eventuali aggressori. Fu verso
mezzanotte: mentre usciva cantando il Miserere, nell'agitare la canna, per sbadataggine,
appicc il fuoco allo spiovente del pagliaio e le stoppie s'incendiarono, crepitando in un
nugolo di fumo e di puzzo. Il bambino si dest di soprassalto, si vide investito dalle
fiamme e si pose a gridare: Gerardo, che hai fatta ? .
E lui: Non niente, non niente! . Tracci un segno di croce e tutto ripiomb nella
notte. Come in una bella fiaba. E infatti ci troviamo di fronte a qualche cosa
d'immaginoso, dovuto alla fantasia eccitata dell'unico testimone oculare che serv di base
alla tradizione: un bambino. Il quale ha raccontato che fatti simili si sono ripetuti diverse
volte, e anche per gioco.
Ma, se possiamo dubitare di questi fatti, non possiamo dubitare di un miracolo di
pazienza di cui fu testimone lo stesso Giuseppe e un cacciatore bestiale.
Una sera Gerardo tornava dalla vigna col suo passo misurato e sonnolento, ma era il
sonno della contemplazione e della preghiera. L'umidore saliva dalla valle e il cielo si
tingeva di un morbido sole morente; c'era nell'aria la malinconia del trapasso. Ma egli
non la sentiva, chiuso nella preghiera. Non intese neanche lo strepito delle acque che
fuggivano dalla strozzatura delle rocce presso il grottone delle Ripe. Intese solo un urlo
strozzato e stolz il capo da quella parte: un uomo, seminascosto dalla siepe, drizzandosi
sulle gambe, col fucile ancora puntato verso l'alto, gli gridava: Vedi che hai fatto ? . E
gli mostrava un uccello spaurito che passava frullando per l'aria. Poi, senza dargli tempo
di rispondere, gli saltava addosso, appioppandogli uno schiaffo. Gerardo sorrise e
present l'altra guancia: non gli diceva di far cos il Vangelo ? Ma il cacciatore perdette
il lume degli occhi: Ah, non te ne importa niente ? E allora prendi questo, prendi
quest'altro... . E continu la sua scarica. La cosa non sarebbe finita cos presto, se da
lontano non fosse giunta l'eco di due passettini affrettati, poi lo strillo d'un bambino
Cosa fai ? Lo dir a pap . Era il piccolo Giuseppe. Allora il cacciatore si ferm a
guardare la vittima: il volto era livido, un occhio ammaccato, ma sorrideva con l'occhio
ancora sano. A quella vista, l'ira gli sboll e si allontan a testa bassa, dicendo tra s:

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Cosa ho fatto ! Cosa ho fatto ! , mentre Gerardo proseguiva il cammino con la gioia
d'aver trovato un amico.
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IL SEGNO DELLO SPIRITO
Il 5 giugno 1740, nella chiesa del Carmine, Gerardo ricevette il sacramento della cresima
dalle mani del suo concittadino mons. Claudio Albini, vescovo di Lacedonia, mentre il
coro delle Clarisse invocava sulla giovane recluta dell'esercito di Cristo i sette doni dello
Spirito e l'altare sfavillava dei rossi colori della Pentecoste. Che cosa prov allora il
nostro santo ? Pens forse essere giunto il momento di trasformarsi in cavaliere
dell'Amore, pronto ad affrontare il martirio per divenire l'Ostia monda di Dio ? Certo
usc da quella chiesa, sotto il cielo squillante di giugno, deciso a combattere tutta intera
la buona battaglia come gli apostoli dopo la grande rivelazione del Fuoco. Anch'egli
portava in petto una fiamma e voleva la gioia di soffrire per il nome di Ges.
Con questi ideali balenanti nell'anima, si dispose ad attuare il suo sogno infantile: uscir
dal mondo per tornarvi come fiaccola accesa nella notte. La scelta non era difficile : il
padre Bonaventura gli aveva ispirato una venerazione profonda per i Padri Cappuccini
che dal loro romitorio, bianco tra gli olivi, continuavano a suggestionar la sua fantasia.
Fasciati di silenzio, essi potevano contemplar giorno e notte la maest del Creatore e
presentarsi ai popoli con la testa rasa, i piedi scalzi, il cordiglio ai fianchi, umili, come i
penitenti della Tebaide, ma divorati dal fuoco dell'amore, come gli apostoli della prima
Pentecoste.
Ma come presentarsi ? La soluzione dovette affacciarsi da sola con l'autorit dello zio,
che dalla solitudine di Santomenna, a mezzogiorno della sella di Conza, faceva gi
sentire il suo prestigio personale di uomo dotto e virtuoso sulla sua provincia religiosa.
Quando il p. Bonaventura si vide avanti il nipote, spossato da una marcia di otto o dieci
chilometri, attraverso sentieri montani, prov un'impressione di dolorosa sorpresa e la
sorpresa si mut in meraviglia quando intese i motivi della venuta. Era davvero assurdo
che quel povero mucchietto d'ossa pretendesse abbracciar la regola di S. Francesco ! No,
la regola esigeva ben altre spalle e glielo diceva l'esperienza. Gli entusiasmi giovanili
sono fuochi di paglia, ma, senza una salute di ferro, non si resiste nell'Ordine. Perci,
dopo avere alquanto tentennato la testa, gli rispose freddamente: No, figlio mio, questa
non la tua strada!. E, siccome l'altro tornava alla carica, gli tronc la parola in bocca.
Poi, spianando la faccia a un largo sorriso: Ora riposati, conchiuse, ne hai bisogno;
ti dir io quando devi ripartire .
Cos dicendo, lo condusse in guardaroba e gli fece indossare un soprabito quasi nuovo,
chiamato con vocabolo settecentesco giamberga . Quindi lo guard con una certa
soddisfazione: gli stava a pennello. Gerardo lo lasci fare a malincuore e per qualche
tempo fu costretto a sfoggiare una certa propriet ed eleganza. Ma un giorno, mentre
camminava rasente le alte mura del giardino, vide un povero che gli stendeva la mano.
Senza pensarci due volte, si tolse il soprabito e glielo consegn. Poi si ritir in convento.
Allora s che il p. Bonaventura poco manc non gli mollasse uno schiaffo, ma l'altro lo
disarm col sorriso : Che volete, caro zio ? Ho incontrato un povero che ne aveva pi
bisogno di me.
Fu l'unico avvenimento che distinse quei giorni di paradiso, volati, ahim, troppo presto.
Il luogo era una conca verdeggiante ricca di sorgenti, di alberi, di silenzio e, pi di tutto,
di preghiera e di semplicit francescana. Senza il frastuono degli affari, senza la voce

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stridente del padrone che lo chiamava al lavoro. E il nostro giovane si sent rifatto.
Chiese ancora di restare, di restar per sempre, ma lo zio fu irremovibile: al giorno
stabilito, lo accompagn alla porta.
Cos Gerardo tornava in famiglia. Una speranza era caduta ai suoi piedi, ma rimaneva
intatta, sorgente di ogni speranza, la croce tracciata dal vescovo sulla sua fronte nel
mattino della Pentecoste. Era soldato di Cristo : e doveva marciare, lottare e soffrire per
l'ideale della croce, seguendo lo Spirito che moveva i suoi passi, senza mai chiedergli
dove lo conducesse e perch. E lo Spirito, che tiene in mano il cuore degli uomini e li
muove a suo piacimento, lo volle condurre alla meta per una via davvero impensata. Era
stato un vescovo, mors. Albini, ad arruolarlo nella sacra milizia, esortandolo a
combattere fino in fondo la buona battaglia e doveva essere proprio lui ad allenarlo alla
lotta. Il vescovo, ci facendo, seguiva inconsapevole la tirannia del suo carattere e
invece svolgeva un ruolo sublime nelle mani della Provvidenza. Sembra uno scherzo ed
la storia di ognuno.
Mons. Claudio Albini, vescovo di Lacedonia, era uno di quegli strani impasti di qualit
contrastanti che ordinariamente definiamo ingegnacci. Intelligente e sagace e, nei
momenti migliori, cordiale ed espansivo, sciupava tutte queste doti con un cumulo
repellente di difetti. Perci fu accompagnato per tutta la vita da movimenti spontanei di
simpatia e da strascichi prolungati di odio. Dottissimo nelle discipline ecclesiastiche, era
stato ricercato dai vescovi per riordinare la loro curia, ma iracondo, orgoglioso e
sprezzante, aveva dovuto vagare di diocesi in diocesi, sempre inseguito dalle ire e dalle
proteste dei nemici che suscitava ad ogni passo. Dal 1712 al '14, era stato vicario
generale della diocesi di Caserta ; dal '14 al '21, della diocesi di Salerno; dal '21 al '23,
della diocesi di Urbino. Cacciato anche di qui e ridottosi in Muro, non tard ad
azzuffarsi col proprio vescovo, monsignor Manfredi. Invece di sottomettersi, corse a
Roma, dove, per mezzo di amici potenti e di abili maneggi, riusc a farsi preconizzare
vescovo di Lacedonia il 25 maggio 1736 da Clemente XII. Monsignor Manfredi, da vero
signore, seppe incassare il colpo e lo accolse con ogni riguardo, anzi lo invit a
pontificare in cattedrale, ma 1'Albini non disarm. Racconta il Martuscelli, per
tradizione dei vecchi canonici, che quando il coro inton l'ora terza, giunto al versetto:
Bonum mihi Buia humiliasti me, dal trono dove sedeva ricoperto dagli abiti
pontificali,, si volse sogghignando verso mons. Manfredi che gli sedeva al fianco, come
per dirgli: il caso mio; se mi trovo a questo posto, lo debbo proprio a te, alla
umiliazione che volevi impormi. (LUIGI MARTUSCELLI, ox., pag. 422).
Con un carattere simile, troviamo fin troppo naturale ci che dice di lui e dei suoi otto
anni di governo, l'Enciclopedia dell'Ecclesiastico citata dallo stesso Martuscelli : Fu in
continue controversie col Capitolo e con le Universit di Lacedonia e Rocchetta circa i
diritti e le rendite delle cappelle e luoghi pii (o.c. pag. 422). N riservava trattamento
migliore coi notabili della citt e con chi, per un motivo o per un altro, fosse costretto a
trattare con lui. Coi familiari poi era addirittura un uragano. Estroso, scontroso, volubile
e manesco, aveva creato il vuoto perfino tra s e i congiunti. I domestici ne raccontavano
di cotte e di crude. Tutti avevano dovuto, presto o tardi, congedarsi, chi dopo una
settimana, chi dopo un mese e chi - ma questi veniva additato come un portento - dopo
un paio di mesi.

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Mentre un giorno Monsignore, ritrovandosi in Muro, si lamentava della sua cattiva sorte
in fatto di domestici, qualcuno esclam Provate con Gerardo. l'unico che possa
contentarvi.
E in quanto a pazienza e buona volont, aveva ragioni da vendere, ma si sbagliava per il
resto. Per contentare Monsignore, o almeno prevenirne le sfuriate e pararne le
conseguenze, ci sarebbe voluta un po' di abilit, magari un po' di diplomazia, ma dove
trovar diplomazia in Gerardo ? Quella calma servizievole un po' lenta e distratta, poteva
passar per flemma e la flemma finisce per irritare un carattere passionale e orgoglioso.
La reazione inasprisce, vero, ma ti lascia almeno sfogare; invece la calma
imperturbabile, il sorriso continuato, ferisce l'orgoglio e ristagna l'ira nel cuore. Ed era
ci che capitava a Monsignore. Lontano le mille miglia dal sospettare il motivo di
quell'atteggiamento pacioso e soddisfatto, era tentato ogni volta d'attribuirlo a
indifferenza o noncuranza e finiva con l'irritarsi maggiormente. Gli pareva di scapitarci;
di farsi prendere sottogamba da un ragazzo o, per lo meno, d'avere a che fare con uno
scimunito. Quando lo vedeva rispondere col silenzio e col sorriso alle sue intemperanze,
allora la rabbia gli rendeva roca la voce e Ce l'ho con te, capisci, ce l'ho con te! ,
urlava scagliandogli addosso quello che cadeva sotto mano. I familiari, gli ospiti, e
quanti frequentavano il palazzo, costretti ad assistere ogni momento a simili sfuriate,
compassionavano, magari cogli occhi, il povero cameriere e a tu per tu gli dicevano :
Ma che aspetti a lasciarlo ? Vuoi proprio che ti schiacci la testa sotto i piedi ? .
Allora Gerardo reagiva con forza: No, non vero. Monsignore mi vuol bene. Sono io
che non so far niente. Ma imparer, imparer . A questo martirio morale aggiungeva il
martirio dei digiuni. Ora che avrebbe potuto servirsi con una certa prodigalit, continuava inflessibile col suo pezzetto di pane risecchito e i pochi spicchi d'aglio. Nei giorni
di festa si permetteva il lusso di una minestra di legumi, condita di assenzio. E la sua
pietanza la passava ai poveri e agli ammalati che visitava nelle loro stamberghe infette e
puzzolenti. Con tale tenore di vita, si sviluppava come quelle pianticelle nate nell'ombra,
che si protendono in altezza in cerca di luce. Solo due occhi enormi dominavano sul
volto pallido e scavato, ma anch'essi si contraevano molto spesso sotto gli spasimi
viscerali e le violente emicranie. Eppure, come se tutto ci non bastasse, si straziava con
una tecnica ingegnosa, studiata a freddo, con calcolata razionalit, perch ogni senso
avesse il tormento adeguato. Un giorno, in Muro, s'imbatt col chirurgo La Morte, il
quale, vedendolo pi sparuto del solito, gli domand a bruciapelo: Come stai ? .
Bene! .
E l'altro: Lo vuoi dire a me ? Con quella faccia ? Vieni qua. Gli tast il polso. Era
regolare. Allora, con mossa brusca, gli scopr il petto. Chiuse gli occhi raccapricciato : le
punte di un aspro cilizio mordevano come chiodi la carne.
Lo porti solo di giorno ? .
No, anche di notte! , e il sangue gli sal sulla faccia.
In tal modo, si era attirato addosso gli occhi di mezzo paese lo vedevano semplice,
rumoroso, faceto, accompagnare i fanciulli nei giochi e nei passeggi, istruirli nella
Religione e condurli in chiesa, durante l'esposizione delle Quarantore. Allora lo
spettacolo era bello davvero. Quel branco di monelli scamiciati si stringeva attorno alla
giubba gallonata del santo e lo guardava sulle labbra, quasi a raccoglierne la preghiera
che gli usciva dall'anima. Anche gli adulti lo guardavano come si guardano gli angeli del
cielo. Perch solo gli angeli pregano cos.

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Ma un giorno, lo racconta il Tannoia, un fatto straordinario venne ad accrescere la sua


fama.
Gerardo aveva rassettato l'appartamento del vescovo e, chiusa la porta, era volato ad
attinger l'acqua, giocherellando con la chiave. L'aveva poi posata sul parapetto del pozzo
e s'era messo a manovrare la carrucola, ma, nella foga dell'azione, l'aveva urtata col
gomito e fatta scivolare nell'acqua.
Allora si riscosse, portandosi la mano alla fronte. E gli pass davanti la visione di
Monsignore come negli accessi di collera: con gli occhi iniettati di sangue; le labbra
bavose e convulse; la bocca spalancata a gridare. Poi, sbollita la collera, si sarebbe
afflosciato come un cencio, tremando da capo a piedi.
Povero Monsignore , esclam, quanti dispiaceri per causa mia! . E, alzando gli
occhi al cielo: Signore, preg, risparmia questa pena a Monsignore!.
Continu la preghiera con tanto raccoglimento da non udire nemmeno il parlottare
sommesso delle comari che commentavano l'accaduto. D'un tratto s'interruppe e sfrecci
via come un razzo. Rieccolo poco dopo con una statuetta di Ges Bambino: la leg alla
corda, dicendo: Tu solo puoi levarmi d'impiccio! e la cal nel pozzo. Poi cominci a
tirare a larghe bracciate, tra un semicerchio di occhi puntati sull'acqua. Ecco la testolina
ricciuta, grondante acqua ; ecco le spalle, il petto, ecco le manine. l che corsero gli
sguardi : e l'aspettativa non fu delusa. Sulla destra era appesa la chiave.
Tutti gridarono al miracolo e, a ricordo del fatto, chiamarono il pozzo col nome di
Gerardello . Chi non se ne meravigli affatto fu il nostro Gerardo che, semplice e
sereno, si ritir in cucina con la gioia d'avere evitato un dispiacere a Monsignore. Ma
questi, se mai lo seppe, era troppo schiavo del proprio carattere per tentare di arginarne
gli eccessi. Continu quindi a imperversare con le sue violenze finch non fu tolto di
mezzo dalla mano provvidenziale di Dio. Era il 25 giugno del 1744. La notizia giunse
fulminea da S. Andrea di Conza dove il vescovo si trovava da qualche giorno, chiamato
dal suo metropolita Giuseppe Nicolai. Aveva sessantacinque anni e fu sepolto nella
chiesa dei Francescani Riformati.
Tutta Lacedonia tir un sospiro di sollievo, perch l'Albini, in pochi anni, aveva avuto la
bravura d'irritare un po' tutti, governo, nobilt e popolo. Tutti se ne rallegrarono, meno
uno: Gerardo. Questi fu udito esclamare : Ho perduto l'amico migliore! . E pianse.
Furono le uniche lacrime versate sulla sua tomba.
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RISATE IN PARADISO
Raia del Castello, ora ribattezzata nel nome di Francesco Saverio Nitti, la via
principale, anzi l'unica di Muro. Le altre sono un intrico di scale e scalette, sgrossate
sulla roccia e affondate tra la fungaia di casette screpolate. Ma Raia del Castello la via
per eccellenza, l'arteria che squarcia trasversalmente la cittadina, congiungendo la parte
bassa, appiattata ai piedi della collina occidentale, e il quartiere alto, addossato al
vecchio castello. Da qui la vista spazia su tutta la piana del Platano che si allunga tra due
catene di montagne spolpate fin laggi dove l'Alburno biancheggia all'orizzonte in un
velario di nebbia. dunque una specie di belvedere e questo ne spiega il nome locale.
Raia significa infatti terrazza, balcone aereo aperto sul vasto panorama.
In questa via, al numero 63, se ne tornava, dopo la morte di Monsignore, una sera di fine
giugno del 1744, il nostro Gerardo. Erano ad attenderlo la mamma, alquanto raggrinzita
dagli anni, e la sorella Elisabetta, l'ultima. Anche l'Anna, oltre la Brigida, era assente,

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volata sposa a un certo Stefano Cerone, di professione vaccaro e nullatenente. Abitava in


una catapecchia l accanto. Ora era la volta di Elisabetta che aveva raggiunto i
ventun'anni e riceveva dallo sposo il corredo per il gran giorno. Le vesti venivano bellamente ordinate in un canestro di vimini, chiamato lo stizzo, ed erano tutte di
prammatica: la gonna di panno nero, il corpetto scarlatto, il busto colorato coi lacci di
seta, la gorgiera di merletto, il grembiale nero, le calze rosse, le scarpe con la fibbia
d'ottone, la mussola bianca per il capo e il grosso scialle a strisce multicolori. La giovane
dava salti di gioia e non sapeva resistere alla tentazione di provare ogni cosa allo
specchio, dondolandosi in tutte le direzioni. In tale atteggiamento la colse il fratello che
fu l l per rovesciare lo stizzo nella polvere, ma si contenne e fin per gridarle: D
fuoco a codeste tue vestimenta!. Ma la sorella, naturalmente, non fu dello stesso parere
e, poco dopo, anche lei spiccava il volo dalla casa paterna.
Gerardo, rimasto solo con la mamma, cominci a riflettere seriamente sul da farsi. Il
primo pensiero corse alla vocazione religiosa che, assopita durante i mesi di Lacedonia,
ora risorgeva pi forte. Perci risal la collina, rivide la lunga fila di cipressi e il bianco
convento dei Cappuccini, ma fu respinto ancora una volta dal guardiano padre Sisto da
Muro e ancora per lo stesso motivo : la salute malferma. Ora pi che mai. Infatti, a
diciotto anni, dopo il rapido sviluppo dell'adolescenza, sembrava una pianta intristita sul
nascere : lungo, magro, ricurvo, la faccia sbiadita. Senza quelle due pozze chiare che
scintillavano tra il maschio naso e la fronte spiovente, si sarebbe detta la maschera della
morte.
Ridiscese la collina e riprese il suo posto in famiglia, mentre i parenti discutevano del
suo avvenire. Li lasci dire senza interloquire, senza curarsi di nulla, fiducioso nella
Provvidenza. Alla fine si lasci condurre al numero 61 del portone accanto, dove il
trentacinquenne Beniamino Mennonna aveva impiantato il suo negozio di sartoria. Vi
riprese l'apprendistato in compagnia di un giovane della stessa famiglia Mennonna, di
nome Vito. Costui, con la bont generosa dei suoi sedici anni, seppe cogliere nell'aria
apparentemente distratta del condiscepolo un tesoro di buona volont e spronarlo e
guidarlo. Soprattutto guidarlo, perch Gerardo aveva bisogno di guida. Lasciato a se
stesso, non avrebbe saputo resistere alle attrattive della contemplazione, all'evasione
verso il cielo. Ci voleva la voce dell'ubbidienza per richiamarlo sulla terra e ci voleva un
po' d'indulgenza per compatire le sue scappatelle. Qualche volta, per esempio, si
eclissava per ore e per giorni, e forse proprio quando c'era pi bisogno di lui, ma Vito
sapeva che il compagno seguiva la voce di Dio e lo lasciava fare. Anzi ne subiva
lentamente l'influsso, un influsso salutare che non potr dimenticare con gli anni. Lo
andr a visitare a Caposele per vederlo rivestito dell'abito religioso e godersi la sua santa
conversazione e fino alla morte non si stancher di ripetere le cose meravigliose di cui
era stato testimone nei giorni dell'artigianato della Raia. Ma egli morr troppo presto per
trasmettere al figlio Pasquale, il futuro testimone dei processi, il racconto di tali
meraviglie che ci giungeranno sprovviste della necessaria garanzia di autenticit e
inquinate da elementi fantastici e assurdi. Scegliamo, perci, dalle deposizioni del figlio
un solo racconto, se non altro come documento di vita vissuta nell'umile lavoro
quotidiano in cui si affinano le virt e si maturano i caratteri.
Un giorno una signora della famiglia Mennonna aveva preparato il bucato: la biancheria,
intrisa d'acqua bollente e di cenere, attendeva di essere risciacquata nel fiume, strizzata e
sciorinata al sole. Era il lavoro pi pesante e chiese l'aiuto di Gerardo. Questi fu felice di

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darlo. Con la canestra sulla spalla, il fianco violentemente piegato dall'altra parte,
s'incammin per la Raia del Castello, poi scese per un viottolo campestre verso il fiume
San Maffeo, sempre seguito dalla signora e da una bambina del vicinato, Angela Maria
Pepe, la futura sposa di Vito.
Era una di quelle giornate primaverili d'una serenit cos fragile che un alito di vento
basta a turbare. Il cielo era sereno; intorno intorno le creste si disegnavano nette e
precise e la brezza era carica di pollini e di odori. Discesero nell'acqua, subito avvolti
dagli spruzzi e dalle schiume, ma, poco dopo, si avvidero che il sole appariva e spariva
per il rotto delle nuvole. Poi le nuvole si fecero grosse e nere e cavalcarono verso di loro,
gravide di minaccia. Ebbero appena tempo di rifugiarsi in un pagliaio vicino che gi la
pioggia scrosciava con violenza. Sar un piovasco primaverile, pensarono; ma la pioggia
s'infittiva e il cielo si abbassava sulla terra. Era un pomeriggio inoltrato e la povera
donna fu presa dallo spavento di dover passare la notte in quel luogo umido, o tornare a
casa al buio, per sentieri impraticabili. Diceva dunque fra s: Ed ora come facciamo a
tornare a casa ? , mentre la bambina, atterrita dalla tempesta, piangeva. I singulti
riscossero Gerardo dalla preghiera e non segu che il suo impulso. Precipitandosi sotto la
pioggia a braccia aperte Signore , grid, Signore, come facciamo a tornare a casa ?
. La pioggia cadeva portata dal vento e strideva sugli alberi, anch'essi agitati e
sconvolti, ma appena l'ultima sillaba si sperse nell'aria, le nubi rotolarono in fretta lungo
la corrente del fiume e un raggio di sole rig da parte a parte la valle, seminando
manciate di perle tra il verde delle brughiere.
Allora raccolsero i panni e risalirono la collina.
Il tirocinio si protrasse per molto tempo e forse non cess mai del tutto. Gerardo dovette
conservar sempre qualche dipendenza da Vito per consigli e direttive, anche quando,
come si rivela dal catasto del maggio 1746, egli gestiva un negozio in nome proprio. Lo
esigeva la sua stessa abilit non davvero straordinaria nel mestiere. Ma egli compensava
il difetto con due qualit non comuni: onest e carit spinte agli estremi. Ce n'era a
sufficienza per farsi una propria clientela tra gente di bassa condizione, tra quella che
non aveva molto da spendere, che pagava magari in natura al tempo del raccolto quando
tutto andava bene, o non pagava affatto per mancanza di mezzi o di volont. E Gerardo
attendeva con invitta pazienza di essere soddisfatto dai debitori, rimettendosi alla loro
discrezione, contentandosi di margini irrisori o delle sole spese vive, e rinunziando
anche a queste in caso di povert assoluta. Era il servitore dei poveri e la sua carit non
conosceva misura, tanto che mamma Benedetta gliene mosse lamento: La carit va
bene, ma bisogna pure pensare a noi che siamo pi poveri degli altri.
E lui: Mamma, per noi c' Dio: Egli non ci far mancare il necessario .
E si raccontano i prodigi della sua carit: prodigi validi soltanto come trascrizione
sensibile del suo buon cuore.
Una volta entr un povero con la stoffa sotto il braccio. Gerardo la svolse, la misur, poi
gli disse: Un vestito ? Ma la stoffa non basta. E gli spiegava: Tanto per la giubba ;
tanto per le faldine ; tanto per la camiciola e tanto per i calzoni.
Il contadino borbott qualche cosa sotto l'ispida barba e Gerardo comprese la sua
disdetta. Perci soggiunse: Aspetta, buon uomo, ora misuriamo meglio .
Riavvolse la stoffa; la pass e ripass rapidamente con la mezzacanna ; vi tracci sopra
lunghi segni col gesso e cominci a tagliare con lena. Finita l'operazione, gli rimise in
mano un involtino: Tenete : la stoffa avanzata . E lo rimand confuso e sbalordito.

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Un'altra volta un povero gli tese la mano. Gerardo, fruga e rifruga, trov uno spicciolo e
glielo diede. Non s'era ancora spenta l'eco dei suoi passi che un altro si affacci col
medesimo gesto e la medesima cantilena. Frug ancora dappertutto: pi nulla. Che fare?
Da un lato la pentola gorgogliava sul fuoco: Prendete, non ho altro ! E continu a
lavorare tra un segno di croce e un atto di amore al suo Dio. A fine settimana, un buon
repulisti nelle tasche e nel bancone: contato il denaro, ne faceva tre mucchietti : Il
primo per i poveri: essi sono i padroni. Il secondo per le anime purganti: sono povere
anche loro. Far celebrare delle messe da don Giuseppe Racano. Il terzo - ma era il pi
piccolo - per la mamma .
E per s ? Per s ce n'era sempre d'avanzo. Gli bastava un cencio per coprirsi e qualche
cosa per non morir di fame : un frutto o un frusto di pane, avuto dai clienti quando
lavorava a domicilio. Lo sgranocchiava allegramente tra una gugliata e l'altra e intanto si
prendeva giuoco dei presenti con una abilit da prestigiatore. Faceva sparire capi di
vestiario che riapparivano poco dopo davanti agli occhi attoniti delle donne ;
approfittava delle loro distrazioni per fingere di tagliare qualche ciocca dai grappoli
d'uva che pendevano dai soffitti per l'inverno.
E le donne a protestare: Ma Gerardo, che fai ? .
Nulla, nulla, osservate!. E i grappoli apparivano intatti, come quando vi erano stati
appesi dopo la vendemmia; ma intanto egli scoppiava a ridere e comunicava a tutti la sua
ilarit.
Nessuno avrebbe allora immaginato che quel giovane dalla conversazione facile e arguta
fosse un solitario, come gli anacoreti del deserto.
Questa duplicit di carattere ha sorpreso molte volte i contemporanei, i quali non hanno
sempre saputo ricongiungere i diversi aspetti della sua personalit. Chi ha visto in lui
solo il Crocifisso e i flagelli ha dimenticato la burla scanzonata e ingenua che fioriva
spontanea sulla sua bocca sempre atteggiata al sorriso, o la foga estrosa dei suoi
rapimenti che gli valse presso i malevoli la nomea di matto; chi ha calcato la mano sulla
sua semplicit e non l'ha intesa nel senso nobile di schiettezza cristallina, senza
infingimenti o malizia, ha dimenticato la felicit del suo intuito che sapeva cogliere, con
battute originali, il lato comico delle cose. Gli ha nociuto nel rendimento pratico la
carenza di una guida che sapesse inserire quella sete di evasione verso le zone
soprannaturali nell'ingranaggio del lavoro quotidiano, rendendo armonici i moti
divergenti della sua esistenza. La guida verr pi tardi nella religione e sar, come lui la
voleva, di ferro, ma intanto ha dovuto sperimentare tutte le fasi dell'invadenza
progressiva della grazia che lo sollecitava nelle forme pi inconsuete, al di fuori di ogni
logica umana e di ogni calcolo opportunistico. Era una vita senza metodo apparente,
senza orario, sempre tesa ad ascoltare l'impulso interiore dello Spirito, come se la terra
fosse divenuta un'entit trascurabile e il corpo un involucro da gettarsi alla prima
occasione. Entrava in contemplazione nei momenti pi impensati, tirando la gugliata, o
passando il filo nella cruna e se ne restava immobile come una statua ; s'intravedeva
accanto al bancone in ginocchio, tra il fumo, o spariva del tutto, mentre forbici e ditali
sbadigliavano alla rinfusa nel negozio aperto ai quattro venti.
Chi allora lo voleva, doveva cercarlo in chiesa a prolungare le sue preghiere, o a
Capodigiano, in mezzo ai suoi fanciulli. Li aveva scovati uno per uno, nelle baite, nelle
grotte, negli stazzi tra le zampe degli animali, sporchi di terra e di concime e li aveva
condotti ai piedi della buona Madre, a pregare, a cantare, ad ascoltare la parola di Dio.

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L'ascoltavano in silenzio, senza batter ciglio, incantati dalla sua figura alta e pallida che
sapeva passare dalle capriole all'aperto, alle istruzioni religiose, usare il loro vocabolario
di piccoli pastori, le loro frasi, le loro immagini e travestirle di un sentimento tutto suo
che portava l'uditorio ad amare quel Bambino lass, tra le braccia della pi buona delle
mamme.
Qualche volta invece amava ritirarsi tre o quattro giorni in una chiesa delle vicinanze per
vivere da solo a solo con Dio. Si portava appresso come equipaggiamento, un pezzo di
pane e un fiaschetto di vino. Serviva una messa dopo l'altra, poi, quando l'ultima
vecchietta era uscita, animava tutto l'edificio con le sue preghere e le sue penitenze.
A tarda sera era ancora in ginocchio sullo stesso gradino dell'altare, incurante delle
tenebre che salivano fra le navate deserte, incurante del freddo e della fame, incurante
ancora del sonno che lo abbatteva di schianto sul nudo pavimento.
Quando aveva dato sfogo alla piena degli affetti, se ne tornava a casa, lentamente,
riassaporando le dolcezze godute, senza badare se le vesti ciancicate e polverose gli si
fossero appiccicate addosso, o se i capelli arruffati gli scendessero sulle guance terrigne.
Ma i clienti che aspettavano da settimane la consegna di un abito e se lo vedevano
passare davanti con la testa all'aria, quasi cantando le nuvole, non potevano fare a meno
di ripetergli: Gerardo, a che ne stai col mio lavoro ? .
E lui, voltandosi appena: Fate voi, fate voi .
Dopo un certo tempo, tutti lo chiamavano: Fate voi . Ed egli, come risposta,
mostrando loro il dorso della mano, diceva M'avete da baciar questa mano ! .
Tutti scoppiavano a ridere.
Ma i ragazzi, additandoselo l'un l'altro, gli correvano incontro gridando : Eccolo,
eccolo, ora rientra il pazzo ! e gli lanciavano addosso sassi, terra, bucce di patate,
pomodori fradici, ogni cosa. Lo riguardavano come un essere strano, una specie di
stregone che passava le notti in commercio con gli spiriti ; curiosavano nel suo negozio ;
sbertucciavano quel suo sistema di lavoro a scatti, quel suo atteggiamento nella
preghiera e ne parlavano e sparlavano tra loro. E Gerardo rideva, rideva del suo riso
beato e il riso aizzava l'istinto crudele della ragazzaglia.
Cos, a poco a poco, divenne la favola del paese col risultato di perdere la maggior parte
dei clienti pi facoltosi. Rimasero fedeli i poveri e i profittatori che agivano per loro
esclusivo interesse. E le entrate si assottigliarono, si assottigliarono sempre pi.
Le conseguenze di questo tenore di vita non si avvertirono subito, perch Gerardo tirava
avanti alla giornata, come gli uccelli dell'aria e le cose esterne filavano col ritmo
ordinario. Ma quando avvennero le prime scosse un po' brusche per l'aumento repentino
dei balzelli, si vide costretto a fuggire per evitare il fallimento. Fu nell'autunno del 1746.
Da anni gli Orsini succhiavano il sangue dei poveri, ma da qualche tempo erano divenuti
d'una esosit senza pari. Prima strapparono a forza i mulini e i forni ai legittimi
proprietari ; poi pretesero i monopoli sui diritti di caccia e di pesca ; poi tassarono
l'esercizio dell'unico albergo cittadino ; infine, pur di spremere nuove entrate,
dichiararono la citt Camera riserbata , cio esente dai gravami per alloggio e
rifornimento di truppe di passaggio, esigendone per, come compenso, un forte
contributo in danaro. E, siccome l'universit non era in grado di pagare nemmeno gli
interessi dei diritti comitali, gli Orsini allungarono le mani sulle terre del demanio,
decurtando le rendite destinate al bilancio del comune. Intanto il fisco regio reclamava le
sue entrate e, per adeguarle ai proventi familiari, nel maggio del 1746 iniziava il nuovo

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catasto, mentre l'universit, posta tra l'incudine comitale e il martello regio, per
fronteggiare i suoi guai, ricorreva all'unica soluzione possibile, cio all'imposizione di
nuove tasse.
Esse, com'era prevedibile, riuscirono dolorose per tutti, ma disastrose per il nostro santo.
Colto di sorpresa da questa gragnuola di tasse, egli fu costretto a ricorrere a tutti gli
accorgimenti suggeritigli dagli amici : accentu la propria inesperienza nel mestiere ; regal qualche anno alla mamma ; disse di possedere solo quell'ago con cui cuciva; ma
con quale risultato ? Riusc a placare il fisco regio, ma non i giudici della Bagliva che
dovevano sanare il bilancio dell'universit. E allora che fare ? Farsi sequestrare un
pentolino di rame, o un paio di forbici per vederli esposti all'asta il giorno dopo sulla
piazzetta di S. Marco ?
Era alle prese con questi pensieri, quando dal suo concittadino, Luca Malpiede, gli
giunse l'invito di recarsi a San Fele, una cittadina situata sulle propaggini nord-orientali
del massiccio delle Crocelle. Luca vi aveva aperto un collegio d'istruzione di cui era
direttore e maestro. Ora gli occorreva un guardarobiere di fiducia. Gerardo non aveva
libert di scelta e senz'altro accett.
Chi si reca tra i giovani, si espone al rischio di divenirne la vittima. Costretti a subire
una disciplina pi o meno dura da parte dei grandi, essi non bramano che di prendersi la
rivincita sui loro pretesi carnefici accomunati nella condanna. Perci sono portati alle osservazioni e ai motteggi. Se riescono a cogliere il lato debole dei loro custodi, se lo
pongono come bersaglio, senza curarsi dei dolori che arrecano. la vendetta della natura
indocile. E Gerardo ne fece l'esperienza.
La sua comparsa tra i giovani provoc uno scoppio di risa: sembrava loro uno spiedo,
tanto era lungo e magro, con le ossa spolpate e la faccia giallastra, cosparsa di rari peli;
quell'aria da san ctificetur completava il quadro. il tipo che fa per noi, pensarono,
mettendosi all'opera con qualche epiteto, ma egli rispose con una risata. Hai visto ? ,
si dissero l'un l'altro, abbiamo colto nel segno ! . E si diedero a gara alla ricerca di
diplomi a buon mercato da regalare al malcapitato, tenendosi per a rispettosa distanza,
fuori della sfera d'azione di quelle mani che avrebbero potuto dipingersi sulla loro
faccia. Invece Gerardo ci rideva di gusto. Pareva dicesse Come avete fatto a
conoscermi cos presto?. Allora i pi coraggiosi si fecero sotto, con una spinta, una
gomitata, uno sgambetto. Egli si rialzava da terra, spolverandosi con una manata i
calzoni rattoppati, e poi, ancora una risata. La ragazzaglia non credeva ai propri occhi:
Ma costui le va proprio cercando! . E allora, incominci il dgli, dgli : ogni giorno,
una burla, un lazzo, uno scherzo, e poi a ridere e a raccontare in giro le loro prodezze.
Un giorno, in assenza del maestro, lo staffilarono a sangue. Una sera penetrarono nella
sua stanza mentre dormiva e lo destarono a colpi di pugni e di staffile, gettandogli
all'aria le coperte. Gerardo quella volta non ne pot pi. Voleva imporsi, ma la sua voce
prese un suono dolce di stanchezza e di rimprovero, e fini per implorare un po' di tregua
Finitela, mo' ! .
Qualche cosa di tutto quel baccano doveva pure arrivare all'orecchio del maestro, ma
costui, invece di prendere gli opportuni rimedi, volle gareggiare coi discepoli. E spesso,
dopo scuola, per scaricare un po' la testa, scendeva in guardaroba a farsi quattro risate
con Gerardo. Si portava il suo bravo staffile e fingendo nel nuovo discepolo negligenza
o indisciplina, lo richiamava al dovere a suon di nerbo. Questi, curvo sulle vesti da
rattoppare, rideva, e l'altro, incoraggiato, continuava la sua lezioncina : Non hai

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studiato e ci ridi, eh? . E gi una frustata che lasciava i solchi. I ragazzi sghignazzavano
dintorno e poi, rimasti soli, ritentavano la prova per conto loro.
La vittima intanto non era pi a San Fele : era alla reggia di Erode dove il suo Ges,
velato di bianco, veniva esposto agli scherni della sbirraglia. Perci, ci attesta il maestro
nella lucidit del ravvedimento, egli sofferentissimo, anzi allegro, sopportava le
battiture .
Dopo un mese o poco pi di questa prova, esaurito il lavoro, torn in Muro. Lasciava i
piccoli carnefici di San Fele, ma il carnefice principale lo portava con s: l'amore al suo
Dio, quell'amore che chiedeva sempre nuovi strazi e nuove umiliazioni per riprodurre la
passione del Redentore, sfruttando abilmente tutte le circostanze di tempo e di luogo.
Correvano in quei giorni le allegrie del carnevale che assumevano forme tanto solenni e
impegnative nel Settecento italiano da divenire quasi un rito pubblico. A Napoli
convenivano spettatori d'ogni parte d'Europa, ma nelle zone impervie, come Muro, il
carnevale giungeva alla sfuggita con mascherate, canti, balli e altri divertimenti popolari.
Gerardo credette giunta la sua ora: si mescol con le allegre brigate e ne pag le spese.
Un giorno, era una fredda giornata di mezzo febbraio, con una schiera di amici si port a
Castelgrande. Si aggirava con un cappellaccio in testa per le vie della cittadina rivale,
pizzicando una chitarra, mentre i compagni cantavano a squarciagola. Dirigeva il coro
Piero Racaniello che belava come un capretto scannato; gli altri tenevano bordone.
Sgusciarono tre o quattro volte tra vicoli e vicoletti, buscandosi qualche fischiata e
qualche torsolo in testa; alla fine giunsero nella via chiamata Le Porte perch
scendeva ripidamente verso l'entrata del paese. La via, tagliata a gradoni di pietra viva,
terminava in una piazzetta con in mezzo la croce.
Gerardo si ferm di botto sul capo della scalinata, con l'aria di chi ha un'idea da
lanciare : Ed ora , disse, vogliamo farci una bella risata ?
E Racaniello : Che vuoi dire ? .
L'inventore si stese sul terreno ghiacciato, springando per l'aria due pertiche di gambe
Facciamo una scarrozzata fin laggi, alla croce ! .
I compagni restarono sorpresi: Ma dici sul serio ? . E lui: Su, su, ci sar tanto da
ridere ! .
Non ci volle altro : i compagni lo afferrarono per le caviglie e si diedero al galoppo,
senza voltarsi indietro. Giunti ai piedi della croce, si voltarono per dirgli: Beh, siamo
andati bene ? , ma la voce si ruppe in un grido di spavento : Gerardo era irriconoscibile.
Sangue, fango e strappi in tutto il corpo. L'abbiamo ucciso ! , gemettero, ma egli si
rialz, barcollando, e sorrise: Non niente, non niente .
La voce di queste stravaganze arriv anche in Muro, sollevando gli schiamazzi dei
monelli. Lo rincorrevano, lo imbrattavano di fango, lo gettavano a terra, lo bastonavano ;
anzi, di tanto in tanto; legatolo con una fune, lo trascinavano nella melma per lungo
tratto di strada, mentre la vittima ripeteva in tono di dolce rimprovero Oh Dio, che vi
ho fatto io ? .
Una volta vi fecero segno ad una scarica di neve, tanto da farlo stramazzare a terra e
seppellirlo quasi completamente. Chiss che cosa avrebbero fatto, se non fosse accorsa
mamma Benedetta, gridando con le mani all'aria : Canaglia, me lo volete uccidere. E
la voce si ruppe in un groppo di pianto, ma Gerardo la consol dicendo : Ora sono
proprio soddisfatto; tutto poco per Ges Cristo divenuto pazzo per me .

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Appena cessavano i monelli, attaccava lui stesso, flagellandosi aspramente. Quando le


braccia cadevano inerti dalla stanchezza, ricorreva agli amici. Specialmente a Felice
Farenga, un agiato possidente, di un anno maggiore di lui, ma gi padre di due figli. Abitava nella casa attigua alla sua, una palazzina di una dozzina di vani e seminterrato, con
una facciata. sulla pubblica piazza, un'altra su un orticello con alberi da frutta. Proprio
qui, secondo una tradizione, il santo si recava a pregare, ai piedi di un giovane mandorlo.
Felice, gi suo compagno d'infanzia, lo lasciava entrare liberamente, trattandolo sempre
con la familiarit di una volta. Fu cos che l'altro pens di chiedergli uno di quei favori
che chiedeva solo agli amici pi fidati, e avanz la proposta. L'amico, sulle prime, lo
credette impazzito, ma dgli oggi, dgli domani, alla fine dovette cedere: nessuno gli
aveva mai chiesto un favore a prezzo di tante lacrime. Strappato il consenso, Gerardo gli
si present davanti con un pezzo di fune ritorta, inzuppata di acqua ; si fece legare a un
palo e offr le spalle nude alle percosse. Dopo i primi colpi, il carnefice per forza si
arrest, e l'altro a supplicarlo: Ancora, ancora! . I colpi si replicarono con lividure e
spruzzi di sangue; Felice si ferm di nuovo e l'altro di nuovo a implorare con la parola e
con gli occhi Ancora, ancora!.
Bisognava nascondere il movente di tali carneficine, e, specialmente, vincere la
ripugnanza istintiva degli altri e Gerardo era abilissimo nell'ottenere il doppio intento,
presentando la richiesta come una trovata spiritosa e originale per tenere allegra la
brigata. Una volta che in casa Farenga molti compagni raccontavano spavaldamente le
loro imprese, anch'egli volle dir la sua: Io sono capace di stare con la testa all'ingi,
volete provare ? .
I compagni lo guardarono con un certo scetticismo ; ed egli Dico sul serio, sapete !
Ecco qui una corda, passatela alla trave e poi vedrete .
Tra la comitiva, c'era un certo Malpiede che aveva fama di buffone e questi fu il primo a
raccogliere la sfida. Gerardo si gett sul pavimento ; il Malpiede gli leg strettamente le
caviglie, poi passato un capo della corda alla trave, cominci a tirare a grossi strattoni,
tra lo schiamazzo dei presenti. Il povero corpo strisciava, sobbalzando, sul pavimento
sudicio in una nuvola di polvere, poi si sollev in aria con le gambe e il busto, mentre la
testa scopava la terra, poi anche la testa si sollev, e la faccia si congestion di sangue.
Bravo, bravo ! gridarono i compagni, ricalandolo a terra, sei stato di parola! .
E Gerardo, appena riavuto: Domani sar ancora pi bravo ! . Il giorno dopo, fece
trovare, oltre la solita corda, un mucchietto di stracci inumiditi. Per che farne ? ,
chiesero i soliti compagnoni. Questa volta, rispose, quando mi avrete appeso,
accendete questi stracci e mettetemeli sotto la testa; vedrete che magnifico spettacolo !
.
La prima parte della scena non fu che la ripetizione della precedente e non dest pi
sorpresa, ma quando da sotto i capelli penzoloni si sollev un fumo puzzolente che
faceva starnutire e strabuzzare gli occhi, allora tutti rimasero meravigliati della placida
compostezza di quella faccia che dondolava dentro il cerchio viscido e denso.
Avranno capito gli allegri compagni che cosa si nascondesse dietro l'apparente
sconsideratezza del giuoco ? Sarebbe esigere troppo dalla loro giovinezza. Anzi
crediamo che perfino buona parte dei lettori moderni troveranno il giuoco insulso e
riprovevole. Che farci ? La divina follia della croce pu essere compresa solo da anime
privilegiate.

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Secondo tale follia, ogni senso doveva avere il suo martirio ; anche l'olfatto. Da qui, il
giuoco dei fumo. Ma il giuoco era pericoloso e non fu ripetuto molto spesso. In via
ordinaria, Gerardo si content di altre mortificazioni, sempre a portata di mano nelle
cucine basse e senza camino. Qui i contadini passavano le lunghe sere invernali, seduti
sulle panche, allargando le mani screpolate verso un focherello infreddolito che
scoppiettava sui sarmenti umidi, mentre il vento filtrava attraverso le fessure,
ricacciando indietro il fumo, un fumo acre e denso che crepitava sugli occhi. Allora,
quando tutti tiravano indietro la faccia e si facevano schermo con le mani, Gerardo si
allungava come una giraffa sulle legna, con la bocca e le pupille dilatate. La scena non
poteva sfuggire ai presenti e una volta la padrona di casa, una certa signora Stella, si
credette in dovere di riprenderlo : Ma che fai ? Non ti senti bruciare gli occhi ? .
Ed egli con una risata: Ai begli occhi si addice il fumo. Poteva sembrare uno scherzo,
una sventatezza giovanile e c'era dietro una volont eroica d'immolazione e di sacrificio.
Solo con qualcuno pi intimo e nei momenti di maggiore espansione, il santo si lasciava
scappare una parola, una frase che tradiva le sue supreme idealit. Dobbiamo soffrire,
diceva allora, se vogliamo dar gusto a Ges Cristo che ha tanto sofferto per noi .
Ma che ne capivano gli allegri compagnoni di queste idealit? Pigliavano nel senso pi
ovvio le sue parole, le sue uscite, le sue stranezze e le volgevano in burla.
Una sera alcuni amici gli dissero con una seriet caricata: Gerardo, vogliamo farci una
disciplina ? .
A lui non parve vero e corse a prendere le sue funi nodose, mentre gli altri due, un
ragazzotto sulla quindicina di nome Giovanni Cella e un giovane poco pi che ventenne
di nome Pasquale Manzi, si fecero dare, dal portone accanto, le chiavi della signora
Palumbo. Le legarono con una cordicella e, quando tutto fu pronto, spensero i lumi e si
misero all'erta. Appena sentirono rintronare le funi sulle spalle del compagno, gli si
accostarono pian piano e gi, botte da orbi. Fortuna volle che le chiavi si sciogliessero,
schizzando sulle pareti : cos ebbero termine le beffe e le matte risate.
Ma le risate pi belle le faceva Gerardo, quando, dopo una di queste carneficine, poteva
presentarsi a Ges col cuore dilatato dalla gioia e dirgli la sua riconoscenza di soffrire
per Lui. Allora parlava, rideva e saltava, in preda a un impeto pi forte della sua volont.
E fu appunto in uno di questi momenti di estro incontenibile, che Ges, secondo una
tradizione, gli fece udire la sua voce di dolce rimprovero : Pazzerello, che fai ? .
E si dice che Gerardo abbia risposto con la pi allegra delle risate : Sei pi pazzo tu
che te ne stai carcerato per amor mio ! . Oppure, secondo un'altra versione: E che
vuoi da me ? Non sei tu che mi hai ridotto in questo stato ? .
Era uno stato di vera ebbrezza spirituale che trascinava il corpo e lo rendeva complice
dei movimenti dell'anima, come una corda in mano all'artista. Allora correva e danzava e
la preghiera diveniva canto. Specialmente nelle feste principali del Signore e della Vergine, quando aiutava il sagrestano ad addobbare la chiesa, a parare gli altari, a preparare
il presepe. La sua soddisfazione era al colm quando poteva introneggiare una bella
Madonna sotto un magnifico baldacchino, tra mille ceri accesi. Voleva lo sfarzo della
liturgia, i colori che colpiscono la fantasia, i canti che scuotono il sentimento collettivo.
Amava l'impeto travolgente delle moltitudini, come quando la piccola Madonna di
Capodigiano sfilava col Bambino in braccio tra i querceti del villaggio setto il cielo
ardente di luglio indietro le folle rosso-scarlatte di Bella cantavano ; cantavano le folle
variopinte di Muro e dei paesi circonvicini, mentre i pastori e i vaccari si disputavano

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l'onore di portare la statua per la valle; punteggiata di fal, o lungo sentieri alpestri,
rasente gli stazzi.
O quando nel Corpus Domini, tra spari di mortaretti e di archibugi, procedeva il
baldacchino del Santissimo: in mezzo il vescovo sfolgorante di oro; indietro
sorreggevano le aste il sindaco e il mastro giurato; avanti, i quattro eletti del popolo.
Tutti con gli alti parrucconi bianchi sul capo, le giubbe gallonate, le trine sul petto e lo
spadino al fianco. Dalle finestre, coltri e arazzi, fazzoletti e lenzuola, in una gamma
molteplice. di colori. Allora, sempre la tradizione, il santo sfiorava il terreno con la
punta dei piedi, intrecciando danze, rosso in viso e sfavillante negli occhi.
rimasta celebre una di queste manifestazioni collettive. L'Immacolata era passata come
una visione, per le vie del paese, sotto il pi bel cielo di maggio ed ora brillava tra i ceri
nella penombra del tempio. In prima fila, tra le facce bruciate degli agricoltori, spiccava
il volto affilato di Gerardo. Preg a lungo in silenzio, ma a un tratto il suo volto divenne
di fiamma, balz in piedi, e, sfilandosi l'anello, lo pass nel dito della Vergine. Nessuno
cap il significato del gesto. Ma da allora, quando qualcuno gli diceva: Perch non ti
sposi ? , rispondeva immancabilmente: Mi sono sposato con la Madonna! .
7
L'ORA DECISIVA
Noi misuriamo gli altri col nostro metro; noi, i piccoli, gli inetti, gli accomodanti,
pretendiamo di essere la norma, cio l'unit di misura e chi se ne diparte diventa, per ci
stesso, un anormale. In altri termini, un pazzo. Come se si potessero mettere sullo stesso
piano i reclusi nelle case di salute, capaci solo di nuocere a s e agli altri, e quegli esseri
superiori che passano come una benedizione sulla terra, asciugando lacrime, consolando
dolori, e sopravvivono alla loro morte nella venerazione dei popoli. Eppure c' qualche
cosa che dovrebbe arrestare i nostri giudizi frettolosi: la gioia spirituale con cui queste
anime si muovono verso i loro ideali di sofferenza e di martirio. Tale gioia il frutto pi
squisito dello Spirito Santo che ha preso possesso di loro. E la storia di tutti i santi ed
la storia del nostro Gerardo.
Dopo le prove del carnevale, egli inizi con nuovi propositi la quaresima del 1747,
adattando la cornice esterna della vita alla severit della liturgia: meno chiasso, pi
concentrazione interiore. Raddoppi le flagellazioni, ma nel silenzio della chiesa, o della
campagna boscosa ; il suo petto divenne tutto un aspro prurito di chiodi appuntiti; il cibo
lo ridusse a un paio d'once di pane, condito con radiche amare, passando la sua razione
ai fanciulli abbandonati, o ai poveri che incontrava per via. Alle volte protraeva il
digiuno per giorni e giorni, rispondendo alle insistenze della mamma: Non
preoccuparti; non ho fame; son sazio fino alla gola ! ed altre espressioni simili.
Una volta Benedetta si lament con Eugenia Pascale che suo figlio non toccava cibo da
tre giorni. Costei, che godeva di un certo ascendente sul santo di cui era coetanea, per
sincerarsene, lo invit a casa e gli offr da mangiare: Non ho fame! , rispose, accovacciandosi sullo sgabello accanto al fuoco. La giovane lo squadr da capo a piedi e Che
hai qui ? , gli disse toccando una tasca rigonfia. Niente, niente; la provvista.
Incuriosita, cacci dentro quasi a forza la mano e ne cav fuori un pugno di radici
risecchite : E queste a che servono ? . .
Queste ? ... si mangiano e levano l'appetito .
La donna ne port un frammento in bocca, ma dovette risputarlo in fretta ; se no,
vomitava.

32

Quando era costretto a cedere all'importunit degli amici, si faceva preparare un


involtino che poi finiva regolarmente nelle mani dei poveri.
Eppure quel poco cibo doveva sostenere un giovane di venti anni, in piedi prima ancora
dell'alba, quando usciva di casa, imboccando le ultime rampe della Raia del Castello.
Nelle tenebre, l'alta torre boreale prendeva l'aspetto di un fantasma che vegliava sul
baratro del Ponte delle Ripe ; pi avanti il secondo torreone torvo e massiccio pareva
grondasse sangue. Si diceva infatti che dalle pietre uscissero i gemiti delle vittime trucidate in quegli oscuri recessi. Qualcuno giurava perfino di aver visto uscire dal triste
maniero, nelle notti illuni, la regina Giovanna : a bisdosso di un mulo, il tronco inerte e
la testa ciondolante, scendeva lentamente verso il baratro, al suono delle acque che
rotolavano negli abissi.
A quei ricordi, Gerardo affrettava il passo, raggiungeva la piazzetta deserta, ed estratta la
chiave avuta la sera precedente dall'abate Tirico, spariva nella cattedrale. Qui l'oscurit
era rotta dal fiato di luce che vegliava sull'altare, dal quale si affacciavano i santi, mezzo
sepolti nel buio. Tra i candelieri traballanti s'intuiva la grossa sagoma dei due angioloni
di legno, genuflessi, a mani giunte. Ai loro piedi prendeva posto Gerardo: genufletteva
anche lui e congiungeva le mani, in adorazione. Si sarebbe detto un terzo angelo disceso
dal cielo, senza quel respiro affannoso che tradiva l'irruenza del sentimento. Pregava a
lungo, solo con Dio; poi si ritirava in un canto, si scopriva le spalle e cominciava la
carneficina a colpi di corda. Quando era esausto, si riaccostava all'altare e procedeva a
meditare le altre stazioni dell'orologio doloroso tralasciate nel sonno. Quando poi
l'aurora saliva dalle vetrate sudice, apriva la porta, suonava le campane e cominciava a
servire le prime messe per prepararsi alla santa comunione ; le altre, per ringraziare il
Signore. Il ringraziamento lo prolungava fino a sera, nella santit del lavoro. Lo conchiudeva con la benedizione eucaristica, seguita da lunghe preghiere, interrotte solo dal
sacrista, che sbattendo la grossa chiave sulla porta, dava il segno di uscire. Allora
rincasava lentamente bisbigliando l'ultima preghiera per il vicolo buio, al chiarore delle
lucerne, per riprendere la stessa via prima dell'alba, al chiarore delle stelle.
Tale genere di vita non poteva piacere al maligno che ricorse a tutti i sistemi per
stroncarlo definitivamente.
Una notte, appena Gerardo apr la cattedrale, sent venirsi addosso, ringhiando, un
ammasso di peli: davanti, due occhi accesi sulle grosse zanne biancicanti nel buio.
Arretr di un passo col cuore in gola ; poi : Ah sei tu ! gli grid in tono di scherno e
con un segno di croce lo ricacci nelle tenebre. Ma il demonio torn alla carica.
Gerardo si era appena accomodato al solito posto e cominciava a pregare, quando,
all'improvviso, ud uno schianto, poi un angiolone rotol dall'altare, sfiorandogli il
braccio. Sar caduto per terra ? No, ecco riprende quota, sfreccia nell'aria come un
bolide, traccia una curva e gli ripiomba addosso con tutto il corpo piegato sulle ginocchia e le ali confitte nel buio. Il santo balza da un lato, ma si vede ancora inseguito.
Allora finalmente comprende: il cuore getta un grido, la mano traccia una croce e il
maligno sconfitto la seconda volta.
Ma quale spavento! Se ne ricorder per tutta la vita. Dieci mesi prima di morire, in una
sera d'inverno, ne far il racconto particolareggiato alla comunit raccolta intorno al
fuoco, mentre il vento passava fischiando per la valle del Sele coperta di neve. Tutti lo
guardavano tra l'attonito e il divertito e qualcuno tremava impaurito, come se
1'angiolone volasse ancora sulle ali del vento e fosse l fuori a forzare le imposte.

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E venne la primavera e, con le prime gemme, una nuova idea scoppi improvvisa
nell'anima del santo: farsi eremita. Sfumata ormai la speranza di portare il cordone di
San Francesco, non gli restava che darsi ai monti come gli antichi anacoreti, sotto gli alberi, muti testimoni dell'Altissimo, cibandosi di frutta selvatiche come gli animali della
terra e gli uccelli del cielo. Cos niente l'avrebbe distratto dalla preghiera, n il sole
nascente, n le stelle della notte. E tutta la natura avrebbe accompagnato le sue
contemplazioni col sospiro della brezza e il turbine della tempesta. Ci pens a lungo e si
decise.
Allora la professione di eremita non era rara come adesso : se ne trovavano ai margini
dei boschi che lambivano la citt, come quell'Antonio Marolda, soprannominato l'abate
Tonno, che fond la chiesetta suburbana di San Giuseppe, nel casale di San Giuliano e vi
ottenne il diritto di sepoltura da mons. Delfico nel 1734. L'idea dunque non era nuova,
ma era nuovo il modo di attuarla. Un modo davvero originale che Gerardo espose a un
compagno, animato dagli stessi propositi. Si trattava di un regolamento appena
abbozzato, un semplice schema, suddiviso in distinti paragrafi: preghiera, penitenza,
lavoro, sonno. La maggiore importanza veniva data ai primi due punti; poi, in ordine
decrescente, agli altri due. Un punto assolutamente trascurato era quello del cibo :
sarebbe bastata la cicoria dei prati e l'acqua viva dei torrenti. Esclusa assolutamente la
carne.
Erano sogni utopistici e i due giovani dovettero intuirlo se, prima di accingersi
all'impresa, vollero saggiare le loro forze con otto o dieci giorni di prova per ogni
singolo punto. Si diedero al raccoglimento continuo, alla preghiera assidua, alle
carneficine spietate. E giunsero al punto relativo ai digiuni a base d'erbe crude,
portandolo avanti bravamente fino al terzo o quarto giorno, quando si videro spiati dagli
occhi curiosi e dalle domande indiscrete dei conoscenti. Che , che non , si accorsero
finalmente che, a forza di mangiare erba cruda come i buoi, le loro labbra avevano preso
un colore verdognolo che acquistava maggior risalto sul pallore spento delle guance.
Naturalmente il segreto fu scoperto e il progetto cadde sotto il peso dei sarcasmi e delle
irrisioni.
Gerardo riapr ancora una volta il negozio e riprese a servire la sua clientela, la quale,
dobbiamo riconoscerlo, doveva volergli un gran bene se, nonostante tutto, continuava a
restargli fedele. Perch il signor Fate voi faceva onore al proprio nome,
procrastinando continuamente la consegna dei lavori senza preoccuparsi troppo dei
reclami che gli si levavano contro da ogni parte. Anche dagli amici che avevano finito
per giudicarlo un sognatore buono a nulla. Cos, a ventidue anni, cominci a sentirsi
straniero tra i suoi concittadini, chiuso nelle proprie contemplazioni, completamente
assente, anche tra lo strepito delle feste. Si racconta a questo proposito un episodio
quanto mai significativo.
Un giorno fu invitato a partecipare alla fiera di San Quirico, la grande solennit cittadina
che per dieci giorni metteva in subbuglio quella popolazione sonnacchiosa. La fiera si
apriva dal mastro giurato che si re duto dalla bai seguito dal Sii persone di ogi pimento
del giurato che si recava al mercato con gran pompa e solennit, preceduto dalla
bandiera del Comune, da suonatori di pifferi e tamburi e seguito dal Sindaco, dagli eletti,
dalle Guardie e da lungo codazzo di persone di ogni ceto e condizione sociale... Era il
pi grande avvenimento del paese, il sospiro di tutti... .

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Gerardo si aggirava tra quelle piramidi di ceste, di fiaschi e barili, di selle e ferri vecchi;
tra quelle baracche di ninnoli e gioielli a buon mercato e giunse in uno spiazzo dove un
santaro aveva esposto, su alcune tavole posticce, lunghe file di statue e statuette in gesso
e cartapesta che spiccavano sotto il sole di luglio per la foga dei loro gesti e lo strazio dei
loro colori. Il santaro gridava ai quattro venti le virt taumaturgiche di ogni santo e
Gerardo si ferm ad osservare attentamente quelle figure tanto care al suo cuore, quand'ecco i suoi occhi caddero su un San Michele che dominava in prima fila con le ali
spiegate e la spada in pugno. Non ci volle altro. Di schianto si lasci andare in
ginocchio, tracciandosi segni di croce sulla fronte e picchiandosi con impeto il petto :
poi si ricompose nella calma della preghiera silenziosa. D'intorno, nell'aria arroventata di
luglio, si rimescolavano nitriti di cavalli, muggiti di buoi, rulli di tamburi, grida di
venditori, ronzio di mosche e tanfo indescrivibile, ma Gerardo non vedeva, non udiva
pi nulla. Era in Dio.
Lo stesso gli capitava tra le pareti del negozio, anche alla presenza degli avventori che
attendevano la consegna del lavoro o una risposta. Ormai la contemplazione era
diventata la forma abituale della sua preghiera e della sua vita e il lavoro, il mondo
stesso, una appendice trascurabile della sua esigenza di cielo.
Con tali disposizioni anelava a farla finita col mondo. Spesso tra una gugliata e l'altra
veniva rapito da forti nostalgie per il chiostro, da una sete ardente per le solitudini
sconfinate, da un desiderio d'immergersi completamente in Dio e di vivere solo per Lui.
Erano sospiri che esplodevano in preghiere ardenti e in abbandoni fiduciosi nella
Provvidenza. Solo la Provvidenza poteva ormai operare il miracolo di piegare la volont
degli uomini in suo favore. Ma la grazia andava meritata con penitenze sempre nuove.
Perci intensificava il suo programma di vita spirituale, tutto proteso verso un bene, pi
che intravisto, presentito dalla sua anima. Attendeva e sentiva che l'attesa non sarebbe
stata vana. E nell'agosto del 1748 il sogno parve prendere consistenza.
Era una di quelle giornate quando si respira come davanti alla bocca di un forno e la
testa si piega dalla sonnolenza e dalla stanchezza. Gerardo stava lavorando nel suo
negozio, quando gli si fece avanti una strana figura vestita di nero. Si lev il
cappellaccio dalle larghe falde rialzate e fece scivolare dal collo una sporta. per il
santuario di Caposele, per costruire una casa ai nostri missionari che predicano ai poveri
e agli abbandonati . E conficc il mento nell'apertura di un enorme collarino bianco.
Mentre egli parlava, Gerardo si sentiva muovere verso di lui da una segreta simpatia :
chiese maggiori spiegazioni sull'Istituto cui apparteneva, lo trov perfettamente
corrispondente ai suoi ideali e, impetuoso come sempre, si offerse a seguirlo. Fratello
Onofrio si fece grave: La Congregazione non fa per te, rispose, da noi si patisce
molto ; si dorme sulla paglia, si vive con rigore .
Ed egli con un salto di gioia: Oh fratello mio! E questo appunto vado cercando ! .
Fratello Onofrio si strinse nelle spalle : che poteva far lui ? Doveva parlarne col padre
Garzilli, quello che predicava in cattedrale. Solo lui poteva dare una risposta. E si avvi
verso la strada, chiuso nella sua fascia di lana, agitando il lungo rosario che gli pendeva
al fianco.
Gerardo si rec pi volte dal padre Garzilli ; lo interrog sull'Istituto e sulla sua regola,
gli parl della propria vocazione. Ma tutto fin li : forse perch ne fu dissuaso, forse
perch si frapposero ostacoli. Torn quindi nella sua squallida bottega a moltiplicare le
preghiere e le penitenze.

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Gli sembrava che a ogni colpo di fune sul dorso nudo, il missionario alto e scarno fosse
li a ripetergli: Da noi si patisce molto ! e ad incitarlo a raddoppiare i colpi per
rendersi degno della nuova vita appena intravista. Quell'anno si prepar con pi fervore
alla nascita del Bambino e in quaresima rivisse pi intensamente il suo programma di
Morire con Ges , ripetendo spesso: Ges morto per me ed io voglio morire con
Lui. All'avvicinarsi della settimana santa, sembrava un cadavere, ravvivato solo da un
desiderio infinito di sofferenza che lo bruciava come una ferita. Quando quegli occhi
dilatati si posavano sul Crocifisso, sembrava che le due immagini si fondessero in una
sola immagine di dolore, irrigidita nella carne senza sangue.
Forse era in uno di questi momenti di dedizione perfetta al suo Esemplare, quando,
secondo il racconto del Tannoia, fu scelto a rappresentare in cattedrale le ultime ore del
Maestro morente: nessuno meglio di lui poteva incarnare, senza finzione, unto mistero di
umano dolore.
Il Settecento aveva ereditato dal secolo precedente il gusto delle scene violente, ispirate
al verismo spietato perfino nella sacra liturgia. Ancora adesso nelle regioni del
Mezzogiorno i vecchi ricordano con rimpianto i calvari viventi, soliti a rappresentarsi
nella settimana santa con gran concorso di fedeli.
E anche quel pomeriggio del 4 aprile del 1749, venerd santo, la cattedrale mareggiava
di una folla compunta nell'attesa del mistero. Lentamente caddero i veli e sullo sfondo
dell'abside, leggermente illuminato, si disegnarono tre corpi nudi confitti in croce ai
piedi tumultuava la folla dei soldati e delle sante donne, tra cui la Vergine in gramaglie e
la Maddalena genuflessa ai piedi di Ges. Ma l'attenzione fu subito rapita dalla figura
del crocifisso di mezzo con lo spasimo diffuso in tutto il corpo, specialmente nel volto
affilato e contratto dall'agonia. Si sarebbe giurato che stesse l l per spirare, e
l'impressione raccoglieva in un attimo di sospensione la, moltitudine. In quel silenzio, in
quell'attesa, s'ud un grido, poi un tonfo. Tutti si volsero in un punto: una donna era a
terra svenuta. Nel crocifisso di mezzo aveva riconosciuto il suo Gerardo. All'improvviso
si era sentita associata a un gran dolore ed era caduta sotto il peso, povera, umile donna,
non eroina, non santa : solo madre. Ma la madre sempre su ogni calvario e mamma
Benedetta sar ancora chiamata a partecipare col suo contributo di lacrime al sacrificio
totale del figlio. Perch l'ora dell'immolazione suprema ormai suonata.
Il 13 aprile, domenica in Albis, giungeva a Muro una compagnia di missionari :
apparteneva allo stesso Istituto dei due missionari visti da Gerardo nell'agosto
precedente. La compagnia era guidata da un santo autentico, dal padre Paolo Cafaro,
direttore spirituale di S. Alfonso e dei primi Redentoristi, tutti uomini eroici per virt e
dottrina. Piccolo e mingherlino, dalla testa enorme, dal volto a triangolo, il padre Cafaro
era di quegli uomini che s'imponevano per lo zelo indomito. Le sue parole - scrisse
Sant'Alfonso - erano saette che ferivano. Quando parlava dell'eternit, faceva tremare
ognuno che l'udiva. I compagni lo chiamavano: L'ira di Dio .
Sotto il suo comando, i Padri presero d'assalto le parrocchie e le chiese della citt,
secondo un piano prestabilito. Prima si terrorizzavano i peccatori con le prediche di
massima, poi si aprivano alla speranza con le figurazioni sempre nuove e patetiche del
Buon Pastore e del Figliuol Prodigo ; in ultimo s'istituiva l'esercizio della vita devota per
consolidare i frutti di penitenza. La missione durava cos dai venti ai trenta giorni. Ed
erano giorni di rivoluzione spirituale. Quegli uomini rudi, dall'aspetto ispido e incolto,
quando salivano sui palchi si travestivano di fuoco, sollevando l'uditorio a tale delirio

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collettivo da rasentare la follia. Chi si picchiava il petto, chi si strappava i capelli, chi
dava la testa nel muro.
Tutto era preparato e tutto concorreva al grande effetto finale con una tecnica studiata
nei minimi particolari. Si cominciava sull'imbrunire con la recita cantata del rosario. Tra
una decade e l'altra, il predicatore proponeva il mistero : seguiva il canto lento e pausato
del Pater e dell'Ave che disponeva al raccoglimento. Cos i fedeli a mano a mano che
entravano nel tempio, si trovavano immersi in una atmosfera satura di spiritualit.
Seguivano altri canti pi larghi e distesi, poi l'istruttore saliva sul palco e istituiva una
specie di dialogo col pubblico sul tema dei comandamenti di Dio e dei precetti della
Chiesa e, specialmente, sulla confessione sacramentale. Erano scenette colte dal vero e il
pubblico le seguiva senza sforzo, sorridente, quasi divertito. Appena taceva, s'intonavano
canti raccolti, dolenti, che preparavano l'ambiente alla predica grande.
Allora, grave e compunto, il predicatore per eccellenza saliva a sua volta sul palco e gi
un brivido di freddo percorreva la chiesa. Poi, a voce bassa, profonda, iniziava a parlare,
crescendo a mano a mano di tono e di forza, cadenzando le parti pi importanti, cantando le parole tematiche. La parola cedeva al canto, il canto alla mimica, al quadro
plastico : giacch l'elemento visivo era ritenuto - giustamente - il pi adatto alla rude
intelligenza del popolo in gran parte analfabeta. Fiammate di stoppa ardente parlavano
dell'inferno; immagini di persone divorate dal fuoco, uncinate dai demoni, appinzate da
scorpioni e serpenti, parlavano dei dannati; teschi, scavati dall'ossario comune, della
vanit d'ogni cosa. E l'Addolorata in gramaglie piangeva a lato del palco; e un
Crocifisso, stracciato in ogni vena, passava tra ceri accesi in mezzo alla moltitudine
costernata. Nelle perorazioni pareva il finimondo ; ogni sentimento d'amore, di terrore,
di pentimento veniva portato al parossismo e i gemiti, i singulti, gli urli divenivano
assordanti, come se l'abisso si fosse spalancato sotto i piedi dei fedeli per ingoiarli in
carne e ossa e tutta la loro salvezza rimanesse appesa a quell'uomo che si agitava sul
palco, armato, di volta in volta, di un Crocifisso, di un teschio, o di due semplici candele
incrociate che illuminavano il volto spettrale della Madonna. Poi, quando aveva esaurito
tutte le risorse della sua eloquenza, il missionario si toglieva la corda dal collo e l, alla
presenza di tutti, cominciava a flagellarsi aspramente, rimescolando ed esasperando ad
ogni colpo quella marea sconvolta di passioni in delirio. L'esercizio terminava in tronco
perch l'impressione si prolungasse nella notte.
Allora un altro missionario saliva sul palco, invitava le donne a uscire, gli uomini a
restare. Ristabilito il silenzio, ricapitolava brevemente la predica grande, esortando alla
penitenza. A questo fine ognuno doveva portarsi da casa delle cordicelle intrecciate. La
sera appresso tornava ad insistere : Chi ha portato la disciplina, la levi in alto: la voglio
benedire . Alla terza o quarta sera, parecchi si presentavano armati di fruste e non
attendevano che un cenno del missionario per picchiarsi.
Gerardo, naturalmente, era sempre in prima fila. Per quei giorni, addio negozio, addio
clienti, addio casa propria! La sua casa era la chiesa e il castello dove i missionari
alloggiavano : spazzava le stanze, rammendava la biancheria, aiutava il cuoco. La
mattina e la sera correva ad ascoltare le prediche, a orecchie tese per non perdere una
sillaba. Al secondo giorno, aveva con s la sua brava fune, pronto a darsele sode. Era l,
davanti a tutti, gongolante, come se lo invitassero a nozze. Al terzo giorno, il missionario
esort alla penitenza e diede il via: allora da ogni parte cominci un rumore come di
gragnuola sui tetti. Nella penombra si scorgeva un violento incrociarsi di braccia e un

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agitarsi irregolare di corde che ricadevano sulle casacche polverose. Il picchiettare


canterino delle fruste era pausato dai colpi pi cupi di una fune nodosa. Tutti ne
capivano la provenienza e tutti pensavano a Gerardo, specialmente gli amici che
decisero di combinarne una delle loro. All'indomani gli si posero alle costole e, quando il
missionario diede il segnale, gli scaricarono addosso le loro frustate. In quel parapiglia,
nessuno vi bad e non vi bad neppure lui, altrimenti li avrebbe ringraziati.
Intanto, col passare dei giorni, Gerardo si rafforzava nel suo proposito di entrare
nell'Istituto. Ve lo spingeva l'esempio di quei Padri che incarnavano un ideale di santit
tanto semplice e pratico e insieme tanto efficace per le anime. Perch la santit
redentoristica in questo binomio : zelo apostolico e amore alla Croce : tutto come
voleva Gerardo. Perci decise di parlarne col padre Cafaro. Questo missionario austero e
zelante era anche un uomo coi piedi solidamente piantati per terra, gran lavoratore dalle
braccia robuste che stimava gli uomini per quello che sanno produrre sul campo dove
Dio li mette : il missionario da missionario, il fratello coadiutore da fratello coadiutore.
Il fratello coadiutore esercita il suo zelo apostolico in cucina, in sagrestia, in guardaroba,
nell'orto. Umili mansioni agli occhi degli uomini, ma grandi al cospetto di Dio che, per
mezzo degli umili, porta a salvamento le anime. Ma come esercitare tale missione senza
una salute almeno discreta ? Sarebbe lo stesso che tentare Dio. Questo il problema che
dovette porsi il padre Cafaro nel posar gli occhi su quel candidato che tirava l'anima coi
denti, con la fama d'indolente e scansafatiche e, perch no ? anche di scemo. Sarebbe
stato un soggetto inutile e quindi nocivo a se stesso e agli altri. La vocazione ? Se Dio
chiama, d anche l'attitudine a seguir la vocazione; in primo luogo, la salute. Se non la
d, segno manifesto che non c' vocazione.
Fermo su tali principi, il p. Cafaro non esit un momento a respingere il postulante :
No, la nostra vita non fatta per te. Provatemi! .
Che vuoi provare? fin troppo evidente. E lo lasci in asso.
Gerardo torn a casa afflitto, ma non abbattuto, anzi pi che mai deciso a rimettersi
ciecamente nelle mani della Provvidenza. La vittoria sar sua, pensava; non pu esservi
dubbio. Forte di questa speranza umanamente fondata sul nulla, distribu ai poveri le sue
ultime robe. A un fanciullo, Carmine Petrone, suo lontano parente, che gli era stato
vicino in quei giorni, diede una camicia e due paia di calzonetti. Era tutto il suo capitale.
Ora non aveva pi nulla, proprio come gli uccelli dell'aria e i gigli dei campi chiamati a
modello dal Salvatore. Ora, come S. Francesco, poteva con pi ragione invocare Dio suo
Padre; ora poteva riposare con pi fiducia sulle sue braccia, sicuro di non essere
abbandonato. Ora poteva effondersi in una preghiera pi tranquilla, come chi ha trovato
finalmente la nave che dovr condurlo in porto.
Quando ? diceva serenamente, ponendosi in ascolto se gli giungesse il cenno del
Nocchiero Divino. Perfino nel sonno balzava in piedi e tendeva le orecchie nel vano
della finestra, invasa dal pi bel chiaro di luna. Poi prendeva un libro, leggeva alcuni
passi e rimaneva come sospeso nel silenzio notturno, il viso piegato da una parte ; gli
occhi fissi nel cielo tempestato di stelle.
Coi mezzi divini non trascurava gli umani. Continu a frequentare i Padri, a
raccomandarsi ora all'uno, ora all'altro con parole che strappavano lacrime. Trovava
compassione, ma non convinceva nessuno, perch tutti erano convinti della stessa
verit : che la salute il capitale del missionario, capitale umano, beninteso, ma sempre
capitale. Chi non pu sopportare il peso della regola, non deve neanche abbracciarla:

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sarebbe peccato mortale. I principi sono chiari e perentori e non facile cogliere
l'opportunit dell'eccezione.
Intanto, a forza di parlarne a questo e a quello, la cosa era arrivata all'orecchio della
mamma, la quale si mise all'erta. Cerc dapprima d'espugnare il cuore del figlio con tutta
l'eloquenza di cui era capace il suo amore disperato. Poi ricorse all'eloquenza delle
lacrime e una sera gli cadde genuflessa ai piedi: Non lasciarmi , diceva tra uno sbotto
e l'altro di pianto, non lasciarmi cos sola e vecchia! Non lasciarmi, per quel dolore che
hai sofferto in Croce e hai fatto soffrire anche a me, tua madre!.
Con quel corpetto nero e quello spasimo dipinto sul volto, seni, brava proprio
l'Addolorata ai piedi di Ges. Anche Gerardo era ancora in Croce e gli si porgeva, per la
sua sete, una tazza di fiele. Come il Maestro, lo trangugi fino all'ultima goccia, con gli
occhi al cielo per non piangere. Lo ricorder pi tardi ai confratelli di religione, velando
nella celia esterna, la commozione del cuore.
Svanito il tentativo, la madre si rivolse al p. Cafaro : gli fece presente la sua povert, la
sua vecchiaia e il bisogno estremo che aveva del figlio. Predicava a un convertito. Il
Padre la rassicur sulle proprie intenzioni, ma insieme le fece capire che bisognava tener
d'occhio suo figlio, il quale sarebbe stato capace di tutto. Dopo di che, credette sistemata
la faccenda e non vi pens pi. Infatti, scrivendo, il primo maggio, da Muro a S.
Alfonso, gli parlava, tra l'altro, di una preziosa conquista : nientemeno che del cuoco di
monsignor Mojo ! Un cuoco eccellente che si sarebbe fatto onore con gli esercizianti di
Ciorani. Non una parola per il nostro Gerardo, forse perch lo scrivente aveva fretta,
essendo giorno di comunione generale. O meglio, perch lo credeva definitivamente
liquidato.
Ma il giorno della partenza dei missionari scocc l'ora di Gerardo ; l'ora delle decisioni
risolutive che fanno dell'uomo un eroe o un vinto della vita.
Carcerato dalla mamma, trov modo di evadere dalla prigione, saltando dalla finestra;
respinto dai missionari durante il viaggio, trov modo di portarsi con loro a Rionero del
Vulture ; respinto ancora, trov la forza di resistere ostinatamente, come scrive il
primo biografo, il padre Caione. Due volont erano di fronte quella ferrea, immutabile
del padre Paolo Cafaro, il santo e terribile padre Cafaro, definito L'ira di Dio e quella
umile di Gerardo, sostenuta dalla grazia.
E Gerardo pieg L'ira di Dio .
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SOTTO LA VERGA DI FERRO
A mezzogiorno di Deliceto, su una piccola spianata che scende a precipizio verso il
Carapelle, un torrentaccio silenzioso la maggior parte dell'anno, sorge il collegio di
Santa Maria della Consolazione un rude maniero di pietra squadrata, tra le montagne che
incombono dall'alto, la pianura che s'apre dal basso e la boscaglia che lo lambisce da pi
lati. Di fronte, a un paio di chilometri in linea d'aria, quattro cinque per l'antico tratturo
che va cresta cresta da una collina all'altra, si drizza il nero castello medievale che
domina le casupole del paese, affastellate sui rigonfi del terreno. Sono case basse e
sudicie, abitate in gran parte da contadini. Vi sono poche case civili, scriveva S.
Alfonso il 19 dicembre 1744, (Lettere, I, 100) quasi tutti sono campesi .
Dal paese a Santa Maria della Consolazione si stende una terra arida e desolata con
qualche spruzzo di verde e qualche cappella legata alla leggenda di monaci solitari e di
briganti. Ma intorno al collegio, da levante a ponente, come una macchia cupa sul giallo

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delle argille spaccate dal sole, le querce svettano taciturne, allungando la loro ombra sui
greppi solitari. Tra la luce sfacciata dei meriggi e le ombre incerte del mattino, fasciato
da una larga barriera di silenzio, rotto solo dallo stormire delle piante e dai campani
delle greggi, sorge il collegio, un tempo dei Padri Redentoristi. Era un eremitaggio per
anime contemplative e un posto di ristoro ad uso dei missionari spossati dalle campagne
apostoliche. Perci Sant'Alfonso lo aveva accettato verso la fine del 1744 e vi aveva
passato due anni tra i pi fecondi della sua vita, alternando una pagina di teologia morale
con una elevazione mistica; un canto spiegato di gioia coi suoi sospiri di penitente. E i
primi compagni avevano gareggiato con lui, flagellandosi aspramente dentro gli anfratti
delle rocce e i covili delle fiere, nascosti tra i falaschi e le spine. Tra gli altri si era
distinto il padre Cafaro, succeduto a S. Alfonso nel governo della casa. L'osservanza vi
fioriva in tutto il suo splendore e guai a chi avesse sgarrato anche di un apice. Si sarebbe
attirate le ire del padre Muscarelli, il censore inesorabile d'ogni mancanza da qualunque
parte venisse, dai superiori o dai confratelli, tanto che il padre Mazzini avrebbe voluto
dargli per stemma una grossa forbice, di quelle con cui si tosano le pecore.
In questa cornice di silenzio, i missionari redentoristi, fedeli al programma del loro
fondatore che li voleva apostoli fuori e certosini in casa, si davano ad una vita intensa di
raccoglimento e di studio, mentre i fratelli coadiutori accudivano alle faccende domestiche e al lavoro dei campi: specialmente a quest'ultimo. Tale lavoro che, secondo il
padre Cafaro, avrebbe richiesto le braccia di cento operai, veniva assolto da pochi
coadiutori con l'aiuto di alcuni garzoni. Essi pensavano a dissodare la parte dei campi
adiacenti al collegio, mentre la rimanente - ed era la maggior parte - veniva affittata,
anno per anno, ai massari, dietro compenso in natura. Forse il compenso non era
adeguato, forse i campi non rendevano secondo i loro desideri, fatto sta che i massari
non la duravano a lungo e ogni anno risorgeva lo stesso problema delle braccia da
lavoro. Il problema naturalmente presentava soluzioni diverse, ognuna delle quali
trovava favoreggiatori nella comunit. Il padre ministro Lorenzo D'Antonio avrebbe
voluto eliminare i massari, generalmente indolenti e profittatori, prendendo direttamente
nelle proprie mani la gestione di tutti i campi. Con tale sistema nel 1747 aveva ottenuto
ottocento moggia di grano e quattrocento di avena. Ma il padre Cafaro giudicava tali
lavori troppo distrattivi. Egli avrebbe preferito che i fratelli si fossero limitati ai lavori
domestici e agli allevamenti di bestiame, lasciando i campi agli affittuari,. anche a
scapito del loro rendimento. Perci pi di una volta si era lamentato con S. Alfonso del
proprio ministro che aveva messo la casa sottosopra, sempre con buona intenzione e
che era troppo sopra i Fratelli. Ma S. Alfonso non dovette dare soverchia importanza
a tali rilievi, se nel 1748 sceglieva proprio, padre D'Antonio a sostituire il padre Cafaro,
mandato a presiedere la fondazione di Caposele. Il santo voleva dare un nuovo impulso
alla fabbrica del collegio che procedeva a rilento e trov nel padre D'Antonio l'esecutore
fedele dei suoi desideri. La costruzione crebbe a vista d'occhio, tanto che il 24 luglio
1749 il padre Muscarelli poteva scrivere al chierico studente Bernardo Apice in Ciorani :
Qui si sta in fabbrica e la casa verr assai bella, anzi, senza mentire, forse la pi bella
di quante ne abbiamo .
Questo era il collegio dove Gerardo venne a trovarsi in quel lontano maggio del 1749,
dopo due giorni di viaggio. Le coste all'intorno palpitavano di erbe e di grano; il
Carapelle rumoreggiava per le nevi disciolte, cercando di masso in masso la pianura
pugliese, tutta un mare di verde e le vette del Gargano brillavano d'una tinta viola. Ma il

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viaggiatore non partecipava allo spettacolo : stanco e lacero, anelava di rinchiudersi tra
quelle mura benedette. Quando varc la soglia e gli si aprirono davanti quei lunghi
corridoi fiancheggiati di celle, li credette il vestibolo del paradiso. Perci non si lasci
impressionare da qualche saluto poco cordiale, da qualche occhiata significativa, da
qualche scrollatina di testa che voleva dire: E di costui che ne facciamo ? , ma corse
in chiesa a gettarsi ai piedi della buona Madonna della Consolazione che aveva esauditi i
suoi desideri ; poi baci e ribaci le pareti della sua stanzetta e si mise a disposizione dei
nuovi confratelli. Un Padre si prese cura della sua formazione religiosa, un fratello
coadiutore dell'addestramento al lavoro.
Si cominci col lavoro dei campi di cui era l'impresario e il factotum fratel Leonardo, un
omone tarchiato e nerboruto. Questi guard con un certo dispetto quella figura
mingherlina e mezzo addormentata che gli veniva affidata, borbottando tra i denti: A
che pu servire ? Bell'aiuto mi si d proprio adesso che si avvicina il raccolto ! . Ma poi
si consol pensando d'aver qualcuno su cui esercitar le funzioni del comando : ci
penserebbe lui a svegliarlo e farlo filare. E lo condusse nei campi : gli mostr con un
certo orgoglio quello che considerava il suo regno : le erbe attendevano la falce, l'orzo si
avvicinava alla maturazione, e il grano, un grano basso e rado di montagna, cominciava
a spigare. Poi lo condusse nell'orto, davanti alla casa, ai margini del bosco. C'era acqua
in abbondanza Acqua di paradiso , scriveva S. Alfonso, con fontana propria della
Madonna e con peschiera, per cui si pu adacquare in ogni tempo il giardino e si
possono fare delle verdure (Lettere, 1, 100).
Qui c'era da preparare il terreno per il trapianto degli ortaggi e afferrarono le zappe.
Divisero il lavoro a met ; Gerardo lasci la scelta al compagno, si fece un largo segno
di croce e si curv fino a terra. Per un po' di tempo non si videro che le schiene ricurve e
il lampeggiare delle zappe che incidevano. le zolle cretose, mentre davanti a loro
sfilavano i solchi, neri sulla terra bianca. Poi Leonardo si raddrizz sulle reni spezzate
per passarsi una manaccia sporca sulla fronte infuocata, mentre l'altro continuava
implacabile a mordere la zolla, sempre curvo sulle esili gambe inarcate. A un certo
punto, si raddrizz anche lui e si guardarono : la faccia diafana del giovane spiccava di
fronte alla faccia annerita dell'altro. Gerardo gli sorrise, gli si fece vicino, dicendogli:
Lascia fare a me che sono pi giovane . E di nuovo si curv sulla zappa. Un altro
giorno, impugn la falce e recise le erbe del prato ; un altro giorno, armato di un lungo
falcetto, prese posto tra i mietitori, strinse i mannelli, leg i covoni e li abbic, sempre
ilare, sempre sereno e disinvolto, come se avesse fatto sempre quel mestiere. Con la
stessa disinvoltura pass dai campi alla cucina, dal bosco al forno, al refettorio,
dovunque lo chiamasse il minimo cenno non solo del ministro, ma del fratello economo.
La sua festa preferita era quando si faceva il pane. Il giorno precedente si recava a far
legna nel bosco. Segava i grossi rocchi di quercia, li spaccava a colpi di cuneo, se li
caricava sulle spalle e si avviava traballando, per il viottolo scosceso, col viso frustato
dai rami e lacerato dalle spine. Quando il fornaio accendeva il forno, egli preparava la
farina. Era il lavoro pi faticoso e lo voleva per s. In quei momenti sembrava invasato
dalla febbre dell'azione : dimenava le mani in giro come scacciamosche, gridando ai
presenti: Indietro, voialtri, indietro; lasciate fare a me!. Allora si rimboccava le
maniche, gramolava rapidamente la farina, la gettava nella madia, la spegneva nell'acqua
e l'agitava di sotto e di sopra finch il fornaio non gli gridasse : Basta! . Allora

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imbracciava la pala e calava le pagnotte nel forno arroventato. Insomma: lavorava per
cento ! , scrive con enfasi il Caione.
Nei tempi liberi demoliva il vecchio edificio degli eremiti agostiniani : scardinava le
pietre col piccone, le ripuliva dal calcinaccio, allineandole una accanto all'altra. Poi se le
caricava sulle spalle e, correndo sulle impalcature sotto un sole assassino, le depositava
sui ponti, ai piedi dei muratori. Se il caldo si faceva insopportabile, trovava lavoro per la
casa : spazzava i corridoi, aiutava in cucina, correva a rigovernar le bestie, e ilare,
cantarellando, afferrava le stanghe della carriuola carica di letame fumante e,
dondolando la testa, andava a depositarlo nella fossa comune. Non mancavano lavori pi
umili in una casa in costruzione, priva dei servizi igienici pi elementari, ed egli li
voleva per s, come suo appannaggio regale. Insomma il signor Fate voi, passando in
Religione, era divenuto il signor Lasciate , fare a me. In questo cambiamento c' tale
miracolo di volont che sorpassa tutti gli altri miracoli messi insieme.
I confratelli, non sempre giudici disinteressati dei meriti altrui, questa volta si mossero
unanimi in suo favore. Lo stesso padre D'Antonio, il martello dei coadiutori, se ne
dichiar soddisfatto. Avrebbe voluto dimostrarglielo in maniera tangibile, ma non ne
ebbe il tempo. Infatti, ai primi di ottobre del 1749, dopo il capitolo generale di Ciorani,
seguito all'approvazione pontificia della regola, dovette rassegnare la carica nelle mani
pi esperte del padre Cafaro. Cos la Provvidenza riportava l'austero missionario sulle
vie del nostro santo, perch, completando l'opera iniziata a Rionero, gli aprisse definitivamente la porta dell'Istituto. E il padre Cafaro fu felice d'interporre i suoi buoni uffici
presso il Rettore Maggiore e d'accoglierlo prima tra i postulanti - finora solo
impropriamente si poteva chiamare postulante, non essendoci il consenso del Rettore
Maggiore - e poi, dopo breve tempo, tra i novizi.
Da parte sua, Gerardo che, fin dai giorni di Rionero aveva amato il padre Cafaro come il
pi grande benefattore, ora cominci a venerarlo come uno splendido modello di
perfezione. Da questi sentimenti di giorno in giorno pi profondi, matur in lui una decisione che avr una portata incalcolabile per la sua formazione religiosa. Giacch la
regola gli prescriveva un direttore di spirito; a chi se non a lui avrebbe potuto affidare la
propria anima ? Le stesse austerit, lo stesso polso di ferro che avevano un potere repellente per molti, esercitavano sull'umile postulante una speciale attrattiva. Lo seguir,
quindi, con fedelt assoluta come la voce parlante di Dio e ne subir l'influsso, ma solo
nella maniera consentita dal suo unico Maestro, Ges : cio, ricreando liberamente in se
stesso quanto apprendeva dalla rude lezione del direttore. Tra i due non ci fu mani
affinit o somiglianza: Gerardo sar sempre il discepolo dalle folate carismatiche,
mentre l'altro spicca appunto per una sua monumentalit, temprata da una volont
incoercibile.
Il p. Cafaro, infatti, era uno di quegli uomini eccezionali che sanno unire il fervore
dell'ascesi allo zelo dell'apostolo e si fanno ammirare per la ferrea coerenza con cui
trattano se stessi e gli altri. Hanno la stoffa dell'eroe e vogliono al loro fianco gli eroi,
cio coloro che sanno imporsi una disciplina di ferro. Confessava egli stesso che sotto la
sua direzione pochi la duravano... perch voleva per penitenti solo quelli che avevano
intenzione di crepare per l'acquisto delle virt. Crepare, ecco un verbo che ricorre spesso
sotto l sua penna : Bisogna crepare e schiattare per farci santi , cos scriveva al padre
De Robertis a Pagani il 17 ottobre 1752. (Epistolae, pag. 61).

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Odiava l'educazione molle e sentimentale, le vie nuove della santit; aveva in sospetto
certe manifestazioni superiori di fenomeni mistici. Preferiva i sentieri battuti, la classica
via purgativa che scarnifica l'amor proprio e le passioni ; la voleva a fondamento di ogni
santit, fosse pure la pi consumata. L'inculcava ogni momento col suo stile asciutto e
scabro, con le sue frasi taglienti e incisive.
Il 20 gennaio 1750 scriveva al De Robertis : Bisogna crepare per dar gusto a Dio...
Abbia uno spirito forte, forte, e non lo spirito tenero. Fortezza e non tenerezza vuole da
noi Ges Cristo . (Ibid., pag. 36).
Ma la mortificazione esterna non doveva aver per fine se stessa, ma preparare il terreno
alla mortificazione interna. L'8 agosto dello stesso anno scriveva al chierico Pasquale
Amendolara : Vorrei che tutto il desiderio della mortificazione esterna andasse a finire
alle mortificazioni interne le quali veramente fanno santo . (Ibid., pag. 39). La
mortificazione interna, a sua volta, doveva basarsi sull'umilt, una umilt senza
attenuanti, senza abbellimenti, senza infingimenti, una umilt sincera che
consapevolezza della propria miseria fisica e morale. Mi piacerebbe , scriveva
sempre lo stesso anno al chierico Bernardo Apice, che si formasse una cella
immaginaria dentro l'inferno, (se mai si ricorda di averlo meritato), anzi dentro 1'abbisso
delle miserie dei suoi peccati (se mai ne ha commessi) (Ibid. pag. 33). L'umilt doveva
preparare il terreno alla fiducia in Dio e la fiducia in Dio doveva avere per linguaggio la
preghiera. Perci nella stessa lettera aggiungeva : Senza orazione e senza umilt
l'uomo non pu mantenersi in piedi nello stato di grazia e di fervore. Umilt, umilt :
preghiera, preghiera incessante. Chi prega, ottiene. Bisogna pregar sempre. Prego V.R. a
pregar sempre e a far sempre il pezzente alla porta della Divina Misericordia .
E in un'altra lettera dello stesso anno, allo stesso destinatario Ci vuole orazione... La
prego a non cessar di pregare. Questo il primo, il secondo, il terzo, il quarto, il
centesimo, l'ultimo mezzo per vincere (Ibid., pag. 35).
Ecco l'uomo chiamato dalla Provvidenza a dare gli ultimi ritocchi alla santit di Gerardo.
E dobbiamo riconoscere che assolse il suo compito con mezzi elementari, ma efficaci. Il
Caione li riassume in una frase biblica : lo tenne sotto la verga di ferro, sub virga
ferrea . Non gi perch continuasse a giudicarlo inutile e sognatore, come a Muro e
Rionero, ma per un motivo opposto, perch si accorse di avere a che fare con un'anima
grande che galoppava verso le vette supreme della santit. E se ne accorse molto presto :
perci lo ricevette, facilmente in quello scorcio di autunno del 1749, tra i novizi
dell'Istituto.
Il noviziato durava sei mesi, durante i quali, il coadiutore continuava a vestire il
giustacuore di postulante - cio una specie di talare, lunga fino al ginocchio, stretta ai
fianchi dalla fascia e chiusa al petto da una fila di bottoni che scendevano verticalmente
dal collarino bianco - ed era affidato alle cure speciali di un maestro che aveva l'incarico
di addestrarlo alla vita religiosa e sperimentarne il carattere. Trascorso questo tempo, il
novizio entrava a far parte della comunit, in una fase transitoria che poteva durare pi
anni, cio fino a quando il rettore maggiore decideva di ammetterlo alla professione
religiosa. Allora veniva rivestito della divisa dell'Istituto ed iniziava, dopo sei mesi, un
secondo noviziato della stessa durata del primo. Tale noviziato si concludeva con
l'emissione dei voti. Almeno cos si legge nelle costituzioni del 1764 che hanno codificato una prassi anteriore. Possiamo quindi supporre che tale prassi sia stata seguita
anche per il nostro santo.

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Questo periodo, che un periodo di prova, sotto la ferrea disciplina del p. Cafaro,
divenne un autentico crogiuolo che trasform l'anima del fervoroso novizio nell'oro fino
di Dio. difficile immaginare a quanti e quali stratagemmi ricorresse il saggio e rude
Direttore per abbassarlo e annichilirlo, perch non si accorgesse delle preferenze di cui
era oggetto da parte di Dio e continuasse a stimarsi l'ultimo degli uomini e un peccatore
inveterato. Alle volte ci sembra perfino spietato. Gerardo che ha dovuto passare per
prove spirituali dolorosissime, alternando visioni abbacinanti di cielo e oscurit desolate,
nei momenti di maggiore sconforto, si accostava a lui, mendicando un consiglio, un
incoraggiamento, una parola qualunque, come una zolla arida e screpolata che reclama
la pioggia. Ma questi, appena lo vedeva, prendeva in prestito la maschera della
stanchezza e della noia; il contegno di chi non ha tempo da perdere con visionari e con
matti, o lo liquidava con poche parole asciutte e sprezzanti. Qualche volta lo scacciava
addirittura. Una volta gli disse bruscamente che andasse a raccontar quelle storie a fratel
tale, un laico che sapeva maneggiar molto bene scopa e badile e Gerardo, semplice e
sorridente, s'introdusse nella stanza del confratello e gli espose per filo e per segno lo
stato della propria coscienza, chiedendo consigli e aiuti, mentre l'altro lo guardava
trasecolato.
Questa noncuranza, questo disprezzo apparente aumentava lo strazio del povero novizio
che si persuadeva sempre pi di essere scacciato, perch peccatore e incorreggibile. E
allora piangeva e non sapeva darsi pace. Testimone di questi dubbi, di queste angosce, ci
rimane una lettera che stata ritoccata certamente con mano troppo pesante, ma non
crediamo alterata nei concetti. Il santo, rivolgendosi al padre spirituale, gli confessa di
non aver coraggio di presentarglisi avanti perch ho capito che vi dispiace di vedere la
mia presenza ; ed io, per non disturbarvi, mi privo delle vostre sante benedizioni, mentre
io ho bisogno di voi per la guida dell'anima mia. Padre mio, voi siete cos caritatevole,
pieno di bont, benigno e amabile con tutti: solo di me vi siete annoiato. Non so perch:
che cosa vi ho fatto che mi siete cos contrario ? Forse sono i miei peccati .
Sotto una tale direzione, Gerardo s'inser nella vita dell'Istituto, senza perdere, anzi
approfondendo la propria fisionomia interiore e disciplin le sue energie spirituali
esuberanti, secondo le norme volute dalla regola. Ma l'uniformit esteriore non lo
adegu alla massa; lo aiut solo a concentrare la propria individualit nel fondo
dell'anima dove il regno di Dio. In questo senso, la coartazione esterna lo potenzi
all'infinito. Ecco perch Gerardo fece il proposito eroico di non tralasciare nessun atto
comune. Quando ne fu impedito dal lavoro o dall'apostolato, suppl nelle ore notturne o
nel tempo della siesta pomeridiana.
Eppure nessuna formalizzazione in lui che rimase sempre il santo dalle intuizioni rapide
e scattanti, dalle folgorazioni impetuose e dalle esecuzioni immediate. Si detto che
sapesse a memoria le proprie regole e potrebbe esser vero, ma nessuno pi di lui ha
saputo superar la lettera con l'ardore dello spirito, bruciar l'involucro esterno per
attingere il midollo che fermento di vita. Cos ha conciliato il massimo della libert
interiore con la cieca osservanza della lettera. Perch la lettera in lui era divenuta spirito:
la lettera scritta della regola e la lettera orale del superiore. L'una e l'altra, specialmente
la seconda, lo metteva in contatto diretto con Dio : cos volava all'azione prima ancora
che la riflessione avesse sottoposto all'analisi i termini del comando. E non di rado
l'azione veniva autenticata dall'intervento diretto del cielo.
Con questo spirito, leggiamo quanto segue.

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Un pomeriggio d'inverno, durante la ricreazione, il superiore disse a Gerardo di portare


della neve in sagrestia: avrebbe voluto osservarla da vicino. Egli corse subito in
giardino, ne fece una brancata e la deposit sul bancone dei paramenti; poi si mise ad
attendere la visita del superiore. Visto che non veniva, corse a chiamarlo Fate presto, se
volete vederla. Altrimenti si scioglie tutta .
Dove l'hai messa ? .
In sagrestia, sul bancone .
Il superiore si diede una manata sulla fronte : I miei poveri paramenti... come li avrai
conciati ! .
E si precipit sul posto. La neve si scioglieva lentamente, sgocciolava per terra in brevi
rigagnoli. Spaventato, apr il vecchio bancone tarlato, tir fuori camici e pianete :
asciutti pi di prima.
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IL TESORO DELL'UMILE
Meravigliosa la storia dei santi! Non tanto per i miracoli che segnano le tappe del loro
cammino nel mondo, quanto per l'opera occulta della Provvidenza che li innalza, a loro
insaputa, all'ammirazione degli altri. Si concreta cos, di secolo in secolo, quell'esaltazione degli umili, gi cantata dalla Vergine nel Magnificat. Il loro spirito, svuotato di se
stesso, si dilata in Dio e si esalta in Lui. E Lui in loro.
Da una decina di mesi, Gerardo aveva imboccata la via dell'ubbidienza cieca e operosa e
dell'umile nascondimento. Appariva all'esterno nell'allegria schietta e scherzosa che
sollevava, a proprie spese, i confratelli. Anche ora, come a Muro, c'era chi lo prendeva
per fatuo e nessuno sospettava quali tesori di grazia portasse nel cuore, ma un fatto
nuovo lo rivel all'attenzione dei confratelli.
La sera del 10 marzo, il padre Cafaro, reduce da un lungo giro di predicazione, cominci
un corso di esercizi spirituali a sacerdoti e gentiluomini in preparazione della Pasqua. La
comunit intera si mise a loro disposizione. I Padri li accompagnavano in coro, in giardino, in refettorio, sempre pronti a consolarli ed accogliere i loro segreti qualche volta
dolorosi. I coadiutori prestavano i loro servigi con umilt cordiale e disinteressata.
Gerardo ebbe l'ufficio di refettoriere, ma egli, come al solito, non si limit al proprio
lavoro, volle dare una mano anche agli altri; fedele al nuovo programma del Lasciate
fare a me . Cos una mattina entr in refettorio piuttosto tardi. Senza perdersi di
coraggio, cominci subito a spazzare, ordinare e lucidare ogni cosa, guizzando tra le
tavole e lanciando occhiate furtive ai quadri appesi alle pareti, sotto la volta massiccia.
Qui una Madonna saliva sulle nubi in un cielo di rosa e di perla ; l un santo, emaciato e
consunto, si percuoteva tra ombre cupe e taglienti.
Gerardo continuava a tessere giri e a lanciare occhiate d'amore, finch, rifattosi sulla
porta, non s'imbatt in un'immagine dell'Ecce Homo squarciato e contratto, la canna tra
le mani annodate. Fu un attimo e si trov in ginocchio, corpo rigido, pupille immobili: le
braccia aperte reggevano ancora forchetta e tovagliolo.
Un fratello che entrava lo scosse, lo chiam per nome una, due, tre volte : invano.
Spaventato, corse a darne avviso al padre Cafaro che aveva terminato l'istruzione del
mattino. Questi gli comand mentalmente di tornare ai sensi ; poi, con un violento
rabbuffo, lo risped al lavoro.
Qualche giorno dopo, il fenomeno si ripet : Gerardo, uscito dal coro, aveva raggiunto il
pianerottolo che divide le due rampe di scale, quando i suoi occhi s'incontrarono con

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quelli della Vergine Immacolata, circonfusa della luce mattinale che penetrava dalla finestra aperta sul bosco vicino. Anche allora si trov in ginocchio, immerso in un sonno
tanto profondo da non sentire neanche il passo cadenzato degli esercizianti che
scendevano in refettorio, e anche allora l'intervento del padre Cafaro fu decisivo.
A mano a mano che si avvicinava la settimana santa, cresceva il suo ardore di sofferenza
e d'immedesimazione integrale con Cristo, fino a divenirne una copia viva e parlante. La
sera del giovedi santo entr in uno stato di agonia : fu costretto a mettersi a letto in una
crisi di prostrazione e languore che gli tolse il colore, la serenit, la gioia. Non accusava
dolori specifici, ma tutta una sequela di dolori acuti e lancinanti come se un carnefice
interno lo flagellasse per tutto il corpo e un altro gli ricalcasse la corona di spine sulla
testa. La sera del venerd santo sembr un cadavere; sentiva i chiodi trapassargli le mani
e i piedi, la lancia aprirgli il costato ; poi, con gli squilli delle campane a gloria, un
nuovo calore sembr rifluire nel suo corpo disfatto. Si credette un episodio passeggiero,
ma il prossimo gioved si riprodusse con gli stessi fenomeni e cos di seguito; con una
regolarit cronometrica. Intanto si intensificavano le estasi : fu osservato estatico perfino
mentre mangiava, con la forchetta a mezz'aria.
Il padre Cafaro sul principio lasci correre, limitandosi a mortificarlo di tanto in tanto ;
poi lo sgrid in privato e in pubblico come di colpa contro il buon ordine esterno. In
ultimo, gli ingiunse di farla finita con siffatti fenomeni. Gerardo ubbid con la
schiettezza di un bambino e and ai piedi di Ges a chiedere la grazia d'esser lasciato
nell'oscurit della vita comune. Pi volte nel lavoro, quando era interiormente chiamato,
fu udito gridare, dimenando le mani davanti al viso : Non ti voglio ! Non ti voglio ! .
Solo in una cosa il padre Cafaro non gli metteva mai limiti nelle penitenze. L'irsuto
crocifissore di se stesso non amava le mezze misure nemmeno coi penitenti. Bisognava
letteralmente crepare. E Gerardo non era uomo da tirarsi indietro. Anzi arriv a tali
eccessi che saremmo tentati di non credervi se i testimoni non si chiamassero Petrella,
De Robertis, Muscarelli, Giovenale, tutti gran servi di Dio e morti in concetto di santit.
Aveva detto il suo direttore: Per farsi santi bisogna agonizzare ed agonizzare sempre,
attendendo a mortificarsi in tutto, nel cibarsi, nel bere, nel dormire, nel sedere ed ogni
altra cosa. Gerardo era solito dire : Una volta sola ho l'occasione di farmi santo ; se la
perdo, la perdo per sempre. Quindi abbracci alla lettera la via segnata dal suo maestro.
Se doveva sedersi, si accomodava sul taglio della sedia; se doveva riposare, si gettava
all'estremit del letto con la testa all'ingi. Ottenne di mangiar solo una o due once di
pane e di cospargere di assenzio la pietanza. Si prepar un infuso di erbe amarissime e lo
sorseggiava anche durante le calure estive.
La sua camera fu per molto tempo un buco largo poche spanne, una feritoia per finestra,
il soffitto tanto basso che doveva entrarvi quasi carponi per non dar la testa nelle travi.
Dentro vi rizz due cavalletti, li arm di tavole e vi stese sopra un saccone ripieno di
pietre e cardi smozzicati. Per guanciale, vi pose due embrici. Tutto l'arredamento : una
sedia, senza tavolino. Poi cav dai sotterranei della chiesa quindici, venti teschi di morto
e li dispose intorno alle pareti. A sera, quando accendeva il mozzicone di candela, sembrava che i teschi si muovessero in una danza macabra. In tale compagnia passava le
notti, spesso lasciandosi andare sopra una fascia di punte d'acciaio e premendosene
un'altra sulla fronte.
Ben presto questa tana divenne famosa: i Padri pi austeri andavano a visitarla per
edificarsi; personaggi illustri, come vescovi e prelati, di passaggio per Deliceto in

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occasione di esercizi spirituali, vi si recavano per curiosit e ne ripartivano inorriditi.


Eppure egli la trovava tanto bella che non cessava di baciarla e chiamarla il suo
paradiso.
Che pi ? Raccontano Padri venerandi che il cantuccio dove si dava la disciplina, due
volte la settimana, era cosparso di sangue ed egli stesso ha raccontato al padre Petrella
che spesso si rifugiava in uno stanzino remoto senza luce e li si flagellava violentemente
con punte di ferro per tutto il corpo, finch i piedi non nuotassero nel sangue.
Qualche volta la sua sete di martirio ha rasentato addirittura la follia. Un giorno dispose
davanti alla bocca del forno una catasta di legna, vi diede fuoco, poi si cacci dentro al
forno stesso, per sentirsi soffocare dal fumo e dal calore. Accorse fratel Nicola, accorsero gli altri fratelli e gli gridarono di uscire. Invano. Finalmente gli giunse la voce
tonante del padre Cafaro : allora sgusci fuori a pecoroni e si ferm, mogio mogio,
vicino al superiore che faceva ogni sforzo per controllare i propri nervi.
Ma perch hai agito cos ? Che ti saltato in testa ? . Ed egli a capo chino: Volevo
patire un poco per Dio . Questa sete di penitenza andava di pari passo con la mortificazione interiore. Cercava di abbassarsi, di umiliarsi sempre e dovunque, con la gioia di
assomigliare al suo Maestro, di non contare pi nulla. Era felice quando poteva
spropriarsi realmente di tutto; quando poteva rimanere senza stanza, senza cibo ; quando
poteva stendersi al suolo e abbrancarsi e adeguarsi alla terra; quando poteva gettarsi a
dormire sull'impiantito dei luoghi comuni o in un sottoscala. Perci sorrideva
riconoscente al padre Cafaro che non gli risparmiava sfuriate e strapazzi, e ai confratelli
che lo pigliavano in giro per le sue stravaganze.
Cos il noviziato procedeva allegramente, in un ritmo sempre pi intenso di vita
spirituale, quando un nuovo avvenimento venne a porre il sigillo alla dura prova d'ogni
giorno. Il 12 aprile del 1750, seconda domenica dopo Pasqua, doveva iniziarsi la
missione di Melfi. Era una missione particolarmente importante perch la citt era la
capitale del Vulture e perci vi partecipava lo stesso fondatore.
Il giorno prima a Deliceto avvenne uno spettacolo solenne. Tutta la comunit si rivers
in portineria a salutare i missionari in partenza. Salivano sui muli allineati lungo il muro,
si aggiustavano
i Crocifissi sul petto, la zimarra sulle spalle e scendevano lentamente lungo la mulattiera
del Carapelle verso la pianura, recitando l'itinerario dei chierici. Anche il padre Cafaro
parti: egli chiudeva il piccolo corteo, sempre primo al lavoro, ultimo al riposo. Part il
padre Muscarelli, nonostante i suoi sputi di sangue; part il padre Giovenale, il padre
Petrella, il padre Scibelli, il padre Tortora, tutti divorati dallo stesso fuoco di conquista.
I pochi rimasti chiesero la benedizione al superiore e promisero preghiere sui loro lavori
apostolici. Li seguirono per un piccolo tratto, agitando le mani, finch la nera comitiva
non disparve alla svolta del torrente. Allora si rinchiusero in casa per continuare la vita
comune. Il pi anziano prendeva automaticamente la responsabilit del comando, purch
il superiore non avesse disposto altrimenti. Ma allora non vi era possibilit di scelta,
perch era rimasto un solo corista: il padre Criscuoli. Il resto della comunit era formato
da uno studente di passaggio: il Tannoia ; un giovane sacerdote secolare, venuto per
sperimentare le proprie forze: il Rizzi ; e pochi fratelli laici tra cui Gerardo.
Il padre Criscuoli fu dunque superiore interino e si dette da fare per esercitare la sua
carica. Aveva ingoiato tanti rospi negli anni precedenti che non gli parve vero di potersi
rifare su qualcuno.

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Questo qualcuno fu naturalmente il pi debole, il pi indifeso: Gerardo.


Finora il Criscuoli aveva coperto il suo carattere amaro, ombroso, irritabile, orgoglioso,
dietro un velo di misantropia che lo appartava dagli altri e gli dava tempo di rimuginare i
pretesi torti ricevuti. E si era talmente esaltato nelle sue elucubrazioni solitarie da
credersi un perseguitato da tutti. Motivo per cui, dopo cinque anni di questa vita, vittima
della sua fantasia e delle sue allucinazioni, uscir dall'Istituto con vantaggio dei
confratelli e forse anche suo. Ma intanto, per un mese circa, divenne il martello del
povero Gerardo.
Egli non poteva neanche respirare senza suscitare la sua ira e il suo dispetto. Trovava da
ridire su ogni azione, su ogni atteggiamento. Anche la serenit della vittima, quel riso
che esplodeva dopo ogni mortificazione, lo mandava in bestia. Se poi vi avesse intraveduto l'ombra di una negligenza, ed era possibile in un essere astratto come Gerardo,
allora apriti cielo ! L'obbligava a strisciare con la lingua venti, trenta volte sulla polvere
e sul fango fino a lasciarvi striature di sangue; l'obbligava a mangiare in ginocchio o
seduto sul pavimento di calcestruzzo, quando non gli risparmiava in tutto o in parte, la
fatica del mangiare, lasciandolo a pane e acqua o con, la sola minestra. In ultimo, non
riuscendo a fargli perdere la calma abituale, giunse a privarlo della comunione. Ma
anche in questo s'ingann : Gerardo con la stessa tranquillit con cui si rialzava da terra
con gli abiti sporchi e la lingua irriconoscibile, sapeva rimanere, come il pubblicano del
Vangelo, lontano dall'altare, percuotendosi il petto per la sua indegnit. Pensava: Dio
mi respinge per i miei peccati. Lui vuole cos, sia fatta la sua volont. E taceva. Ma i
confratelli non potevano tacere e mormoravano contro il superiore spietato. Anzi
qualcuno se la pigliava perfino contro il povero perseguitato che non sapeva mostrare i
denti. Lo stesso Tannoia si lasci sfuggire questa riflessione : O costui un pazzo che
non capisce le mortificazioni che gli si infliggono senza motivo, o un santo, giunto a
un grado eminente d'amor di Dio.
Finalmente verso la met di maggio, col ritorno dei Padri dalla missione, il Criscuoli
torn a rimuginare nell'ombra sui suoi nemici e i suoi malanni, con soddisfazione di
tutti, ma non di Gerardo. Questi avr forse ripetuto ancora una volta ci che disse per la
morte di monsignor Albini : Ho perduto l'amico migliore! .
Intanto giungevano in casa due aspiranti della provincia di Lucera : Sebastiano Ricciardi
e un certo Cappelletta. Il Ricciardi era gi stato a Santa Maria della Consolazione
qualche tempo prima, ma terrorizzato dalla vita che vi si menava, era fuggito a
precipizio. Non pensava certo di ritentar la prova, quando una mattina era venuto a
salutarlo l'amico Cappelletta : Addio, vado a Deliceto a farmi missionario!. A quel
nome si era sentito ridestar gli antichi spiriti apostolici e, impetuoso come sempre, aveva
esclamato : Vengo anch'io ! . Insieme si erano messi in viaggio.
Ma appena varcarono la soglia del collegio, ebbero l'impressione che si fosse chiusa alle
loro spalle la porta di una prigione. Non facevano che guardare sospirando la pianura di
Puglia ed escogitare pretesti per giustificare il ritorno in famiglia. Perci il padre Cafaro
affrett la loro partenza per Ciorani dove allora si trovava il noviziato dei coristi : pi
lontani dalla patria, sarebbero stati meno tentati di nostalgia. Gerardo fu incaricato di
accompagnarli.
I tre raggiunsero coi muli il ponte di Bovino dove passava la carreggiata per le Puglie, la
Basilicata e la Campania. Li attendeva la diligenza coi postiglioni gi pronti e presero
posto sulle panche di legno, sotto il sole gi alto. Giunsero a sera all'osteria della Pon-

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tarola, una delle stazioni fissate per passarvi la notte, essendo pericoloso inoltrarsi a
quell'ora per le campagne infestate dai briganti. Si accomodarono tutti insieme in uno
stanzone basso e lurido, sui sedili allineati lungo le pareti, o accanto alle tavole nere,
lastricate di mosche. I pi fortunati si erano gi provvisti di paglia per stendervi le
membra spossate dal viaggio.
I due chierici, appena seduti, puntarono i gomiti sulla tavola, taciturni e indispettiti, col
pensiero alle famiglie lontane; e Gerardo si mosse a servirli, ordinando la cena. Si fece
avanti una ragazzona bruna con qualche cosa da mangiare. Gerardo l'aiut con la solita
grazia e giovialit, cercando di eccitare il buonumore nei due giovani sempre pi
ingrugniti. Aveva tanto brio, tanta freschezza di movimenti e di parole che la ragazza ne
fu conquistata.
Da diversi anni ella aiutava il babbo e ne aveva visti di avventori ! Scaltri, volgari e
brutali, con lazzi sguaiati sulla bocca e basse voglie negli occhi. Nessuno aveva mai,
neppure lontanamente, assomigliato a questo giovane semplice e buono, pallido e
sognante. Anche la strana foggia di vestire lo rendeva straordinario. E lo guardava e lo
spiava a distanza e lo sogn ad occhi aperti tutta la notte. Al mattino, quando gi i cavalli
scalpitavano sulla strada e Gerardo si faceva avanti per saldare i conti, la ragazza, fattasi
di bracia, ebbe l'ardire di rivelargli il proprio amore e la propria decisione di sposarlo.
Gerardo le tronc la parola in bocca con un sorriso: Oli disse, mi dispiace, ma io ho
trovata una sposa pi bella, molto pi bella di te. E, scorgendo in lei un certo dispetto,
soggiunse Mi sono sposato con la Madonna.
Al terzo giorno, giunsero a Ciorani : ma i due chierici - lo confesser candidamente il
Ricciardi - credettero d'esser giunti nella valle di Giosafat. Tanto erano neri di rabbia!
Dopo un breve riposo, proseguirono per la vicina citt di Pagani dove Sant'Alfonso li
avrebbe esaminati. Fu allora che il Ricciardi ebbe uno di quei colpi di fulmine che
cambiano, di punto in bianco, il corso di una vita. Come se un velo gli fosse caduto dagli
occhi, quella vita religiosa che finora gli era sembrata tetra e spaventosa, gli apparve
all'improvviso circonfusa di bellezza e di eroismo. Rest in Congregazione e divenne un
apostolo. Il Cappelletta invece torn in famiglia.
Mistero della grazia certamente, ma la grazia, lecito supporlo, ebbe un intercessore
potente presso Dio : Gerardo Maiella. Egli con la sua serenit, fomentatrice di gioia, era
stato per i due chierici, l'angelo del conforto. Ma un angelo che si eclissa appena
compiuta la sua missione. Giunto infatti a Ciorani, mentre si diede un gran da fare per
preparare le stanze ai due novizi, seppe poi tirarsi in disparte e sfuggire all'attenzione di
tutti. E se qualcuno gli bad, lui avr avuto modo di rispondere che non aveva bisogno
di nulla, che era ben provvisto e sistemato. Cos rimase senza camera e senza letto.
Quando scese la notte e gli altri si furono ritirati nelle loro stanze, egli se ne and nella
stalla, si stese accanto alla mucca, sullo strame, tranquillo come sempre. E perch
avrebbe dovuto offendersi ? Chi era lui ? Si meritava di meglio ?
E ringrazi il Signore.
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LA LAMPADA ACCESA
Una sera d'estate, il padre Cafaro, gettando gli occhi attraverso la finestra della sua
stanzetta, scorse il nostro Gerardo che zappettava le zolle aride dell'orto. Andava avanti
a forza di volont, raddrizzandosi di tanto in tanto per lanciare un'aspirazione al cielo
che si colorava di rosa. E allora la sua figura si stagliava pi fragile e sofferente sotto la

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luce del sole al tramonto. Il Padre si commosse e lo chiam: quando seppe il suo stato di
salute, gli assegn l'ufficio meno faticoso di sagrestano.
Cos un testimone racconta nei processi apostolici il passaggio di Gerardo da una
missione all'altra. Ma noi, senza ricorrere a un intervento diretto del superiore e senza
drammatizzar la cosa, possiamo spiegare il cambiamento con la semplice rotazione degli
uffici, praticata per i coadiutori fin dagli esordi dell'Istituto. Ogni sabato sera, a
refettorio, il ministro assegnava gli uffici secondo le necessit del collegio e le attitudini
dei soggetti. Solo i postulanti e i novizi venivano ordinariamente sottoposti a prove pi
laboriose. E ci spiega il trattamento riservato al nostro santo nel primo periodo della
vita religiosa, anche se verso di lui fu usata maggiore severit, dati i preconcetti di cui
era circondato. Ma, superata brillantemente la prova, dopo il primo noviziato, anche egli
entr nella solita rotazione degli uffici e non c' da meravigliarsi se, data la sua
costituzione infermiccia, la sua spiccata tendenza alla piet e le sue capacit ai lavori di
ago, fosse adibito, di preferenza, nella sagrestia e nel guardaroba. Ma egli fu anche
portinaio, infermiere e cuoco e, nei periodi di emergenza, esercit, se non l'ufficio, le
incombenze dell'economo.
L'ufficio per che tenne pi a lungo fu quello di sagrestano, e fu l'ufficio pi
consentaneo alle sue aspirazioni. Lavorare con Ges e per Ges, a contatto con Lui, gli
sembrava una grazia degna dei beati comprensori.
Perci ci si mise di gran lena. Spazz con cura il pavimento, piccolo s, ma soggetto al
sudiciume degli scarponi che scendevano dagli stazzi, profumati di stallatico ; nett le
pareti, basse, ma infarinate dal vento che si accaniva sullo scoglio solitario ; lucid gli
altari, modesti, ma non privi di decoro. Dopo qualche giorno, la chiesa brillava per
ordine e pulizia. Lo ricorderanno fino alla morte gli antichi missionari e i contadini dei
dintorni, fondendo in un sol quadro quella figura estatica di santo e quel breve sfondo di
archi e di volte che si animava della sua presenza adoratrice. Fu questo il muto teatro
delle attrattive di Dio e della corrispondenza della creatura; ma qualche volta all'azione
magnetica del primo corrispondevano le reazioni e le impennate della seconda che
temeva, contro gli ordini dei superiori, di essere inceppata o paralizzata nel lavoro e
gridava: Lasciami, ch ho da fare, o si dava alla fuga. Non di rado per il santo
veniva agguantato mentre fuggiva dalla mano possente della grazia e costretto a
rimanere fuori del tempo e dello spazio nei luoghi e nelle ore pi impensate. Una volta
fu scovato dopo tre giorni di assidue ricerche dentro un tino, in un angolo buio della
cantina, completamente assente dalla terra. Come vi era penetrato ? Cosa faceva ? Cosa
avrebbe fatto se non si fossero accorti di lui ? Per quanto tempo vi sarebbe rimasto ?
Erano i misteri della grazia che sfuggivano ai confratelli, soliti a disprezzare ci che non
comprendono, ma non all'occhio esercitato del prudente direttore. Questi sapeva quanto
fosse difficile contenere dentro limiti precostituiti il flusso incandescente dello Spirito,
ma ci non gli impediva di riprendere aspramente l'umile Fratello per allontanare da lui
ogni ombra di orgoglio. D'altra parte le riprensioni, se rallegravano il cuore del santo,
non potevano non cagionargli agitazioni e timori: timori di uscire dai binari tracciati dai
superiori, desiderio sincero di adeguarsi alla vita comune. A questo miravano i suoi
sforzi, ma il problema era un altro : come alleggerire la pressione della grazia, come
allentare la stretta di Dio. La fuga non giovava ; ci voleva uno sfogo periodico e il santo
scelse i tempi liberi per essere poi in grado di mettersi al ritmo degli altri. A questo fine
ottenne dal Rettore Maggiore il permesso di servirsi del tempo del riposo pomeridiano

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che nei mesi estivi, dato il calore implacabile 0.della zona, raggiungeva le due ore. Egli
le passava in chiesa, alternando la meditazione alla lettura, la lettura alla preghiera
vocale. Pregava a voce alta, a voce bassa, secondando gli impulsi interiori. Qualche
volta, gridava addirittura.
A sera, sprangata la chiesa, si raccoglieva ancora in qualche cantuccio deserto finch il
corpo non si piegava sui talloni in una lotta disperata contro il sonno e la stanchezza.
Non sempre poteva raggiungere la stanza e al mattino si trovava l, sul nudo pavimento,
intirizzito di freddo.
Qualche volta, invece, sceglieva di proposito la chiesa per i riposi notturni. Era quando,
avendo ceduta la stanza ad ospiti o confratelli di passaggio, si rifugiava dentro l'altare
maggiore per formare col corpo dei martiri lo sgabello al trono di Ges. Ma l'abitudine
gli gioc un brutto tiro. Lo raccontava lui stesso facendovi sopra delle grasse risate. Egli
non diceva, naturalmente, d'aver trascorsa la notte in preghiera. Diceva solo d'essersi
lasciato vincere dal sonno sul far dell'alba dentro l'altare, finch, svegliato di soprassalto
dal campanello, s'era sentito martellare sul capo le parole della consacrazione. Che fare ?
Venir fuori, avrebbe suscitato scompiglio nei fedeli. Fu giocoforza attendere la fine della
messa. Ma quando stava per cacciar fuori la testa, ecco un'altra messa e poi una terza e
poi una quarta. Fortuna che c'era vicino il Signore !
Cos la chiesa divenne la sua casa e la sua abitazione ; anzi il suo guscio : qualche cosa
che si moveva, respirava e s'integrava con la sua persona. Perci l'adornava come si
adorna la propria anima, con atti di fede e d'amore. Tutto era amore : anche smorzare
una candela, spolverare una panca.
Ma questi sentimenti esplodevano pi tumultuosi e gagliardi quando si avvicinavano le
feste principali della Madonna. Con quale trasporto ne collocava l'immagine tra una
pompa straordinaria di fiori e di luci e invitava col suono disteso delle campane i monti e
le valli a lodare la pi pura delle madri ! Allora si moveva con passi quasi di danza,
riversando la sua gioia incontenibile nel lavoro, nella preghiera e nella penitenza. Allora
ogni aspirazione del cuore, come ogni colpo di flagello, era un inno di ringraziamento al
Signore per i privilegi concessi a Maria. Allora le giornate correvano troppo veloci
incontro alla sera e l'aurora sorgeva troppo presto a spezzare i suoi colloqui con la
Regina del cielo che spesso scendeva dal suo trono in un nimbo di luce, lasciando
dilagare il paradiso nella piccola chiesa. Tali apparizioni cessarono dopo il precetto del
p. Cafaro, ma non ne cessarono mai gli effetti nell'anma del santo che al solo nome di
Maria si accendeva di riflessi divini: il volto diveniva una fiamma e la lingua schioccava
contro il palato, pregustando una dolcezza sensibile. La vedeva come una creatura
essenziata di bellezza, una bellezza che scaturiva dalla sua Concezione Immacolata, da
cui s'irraggiava, come da sorgente luminosa, su tutto il creato, per brillare di luce pi
viva sul volto di ogni donna.
Gerardo ha reso mariale ogni donna, in modo particolare le religiose consacrate a Dio.
Dir pi tardi alla Madre Maria di Ges L'unica ragione che mi tocca al vivo del cuore
che tutte voi Spose, mi ricordate e rappresentate la Divina Madre .
Questo carattere marale gli infondeva una venatura di dolcezza perfino quando
impugnava i flagelli o si circondava di teschi ; qualche volta lo trasfigurava in una
creatura infantile che, ignara del male, con la bocca di latte, sorride beata alla mamma,
ardendo del sorriso di lei : pi spesso lo trasfigurava in un serafino trasvolatore degli
spazi.

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Un giorno, racconta il Tannoia, tornava da Deliceto con due ragazzotti, scherzando e


saltellando con loro, quando, giunto in prossimit di una cappella campestre dedicata
alla Madonna, prese a parlare delle sue grandezze con tale trasporto da accendersi in
volto ; poi cominci ad ansare come gli mancasse il respiro. D'un tratto si arrest ; poi,
entrando nella masseria accanto, con una penna tracci alcune frasi su un foglio di carta
e usci a precipizio. Giunto sul prato, spicc un salto, gettando il foglio per l'aria. Poi,
come avesse voluto rincorrerlo, si slanci anche lui per l'aria, trasvolando in linea retta
gli avvallamenti del terreno e andandosi a posare sul greppo di fronte, alla distanza di un
miglio.
Un'altra volta, raggiunta nelle stesse vicinanze una donna che frequentava la chiesa del
collegio, di scatto, le consegn il soprabito e si diede a camminare rapidamente, quasi di
corsa. Entr nella solita cappella e n'usc con la stessa lieta furia, sfiorando appena la
terra con la punta dei piedi. A un certo momento, si lev in aria fino al collegio.
da porsi in risalto quest'aria di giuoco che circondava la sua attivit spirituale, un
giuoco che non ha nulla di frivolo, ma anzi significativo della facilit con cui si muove
nei campi pi rarefatti del soprannaturale. Alle volte il giuoco pu sembrare follia, ma
la stessa follia dei grandi innamorati della Vergine, cantata da S. Alfonso nelle Glorie di
Maria (Cap. T, III), la follia, per esempio, di un S. Francesco Solanes che impazzito ma di santa pazzia - si metteva alle volte con istrumenti di suono a cantare d'amore
avanti una sua immagine, dicendo che, siccome fanno gli amanti del mondo, egli faceva
la sua serenata alla sua diletta regina. Regina ! ecco un titolo che non sarebbe caduto
dal labbro del nostro santo che aveva all'occorrenza parole pi calde, pi immediate, pi
umane Mamma Maria Santissima, Mamma Immacolata o pi semplicemente
Mamma , ma pronunziata in modo che tutti capivano qual era l'amore che lo tirava.
Come si vede, la spiritualit gerardina, cos ardita e complessa, raggiunge la sua maturit
e quindi il suo equilibrio pi profondo proprio qui, tra queste benedette mura di Santa
Maria della Consolazione, a contatto con quella Sapienza che scorre nel mondo con la
leggerezza del giuoco e la potenza della folgore, rivivendo misteriosamente nella carne
tutte le fasi dell'agonia del Signore, e dilatando ogni giorno il proprio cuore nell'incontro
filiale con la Madre del cielo.
Coloro che si meravigliano della frattura troppo repentina tra la vita menata nel mondo e
quella che s'imporr alle moltitudini, dimenticano facilmente che tra la prima e la
seconda intercorrono circa tre anni d'incubazione interiore. Sono gli anni pi ricchi e fecondi che coordinarono tutti gli elementi della vita anteriore e li proiettarono
armonizzati e completi all'ammirazione dei popoli. Ma sono anche gli anni pi nascosti
che noi possiamo ricostruire solo approssimativamente attraverso i pochi episodi narrati
dalla tradizione. Una tradizione piuttosto scarna e anonima, che trova la sua cornice
nelle vicende stagionali del collegio di S. Maria della Consolazione con quella chiesina
aperta alle esalazioni del bosco. Quella chiesina la segreta ispiratrice del santo ; quindi,
la muta protagonista degli avvenimenti che siamo per narrare.
La sua grande giornata cadeva l'otto settembre ed era preceduta da una novena. Allora
due uomini si mettevano all'opera: fratel Gerardo e il p. Cafaro. Il primo per allestire
quegli addobbi macchinosi che strappavano la meraviglia, il secondo per infiammare
quelle popolazioni semplici e religiose di cui S. Alfonso diceva La gente qui
affezionatissima e docilissima, sono inclinati alla piet e ci sono pochi peccati. E del
predicatore : Paolo ha pigliato un gran nome (Lettere, I, 100).

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Il giorno della festa si svolgeva la fiera. I pastori, prima di raggiungere le pianure,


amavano darsi convegno coi loro greggi e i loro prodotti ai margini del bosco. Si
vedevano campionari di cavalli, vacche, pecore e capre, con formaggi e ricotte; quelle
ricotte famose che Sant'Alfonso confessava di non averne mai provate di simili
(Lettere, I, 100). C'era la solita folla di compratori, sensali e curiosi che all'ora della
messa gremiva la chiesa e poi si riversava sui greppi antistanti a giudicare di bestie e
foraggi, con la stessa semplicit con cui sentiva le prediche e confessava i propri peccati.
Cessato il trambusto, con lo scorciarsi dei giorni, mentre il vento umido portava la
pioggia e la nebbia, si diradavano gli stazzi, e nei dintorni calava il silenzio, interrotto
solo la domenica dai soliti gruppetti di cittadini e di pastori ritardatari.
Allora i missionari si chiudevano in dieci giorni di ritiro; ai 15 di ottobre celebravano la
festa di Santa Teresa e all'indomani discendevano dai monti, assetati di anime. Si
vedevano i loro visi accesi sotto i larghi cappelli e gli enormi collarini bianchi aperti
sulla gola: A larghe falde porto il cappello - antica forma del mio drappello - tutta
scoperta porto la gola - perch sia libera la mia parola diceva un antico canto liguorino.
Avanti sotto la pioggia, la neve o la tormenta, attraverso torrenti, fiumi e montagne per
sei sette mesi dell'anno.
Ai primi di novembre, cessava anche l'afflusso degli esercizianti e sullo scoglio si faceva
il deserto, mentre la chiesetta sbadigliava alle nebbie pungenti dell'inverno. Allora
Gerardo aggiungeva all'ufficio di sacrista quello di guardarobiere e di aiuto-economo
alle dipendenze di fratel Leonardo. Costui, il soprintendente dei campi, aveva un cipiglio
burbero di maresciallo a riposo, ma col nuovo sottoposto non doveva davvero alzar la
voce. Bastava un cenno, e lo vedeva partire a tutto vapore, senz'altro pensiero che di far
presto e bene.
Un giorno fratel Leonardo gli disse di prendere il cavallo e di recarsi ad Accadia per
alcune faccende. E Gerardo prese il cavallo e and ad Accadia, col petto contro vento,
gli occhi nella nebbia, i piedi negli acquitrini. Vi giunse nel pomeriggio avanzato, rotto
dal digiuno e dalla stanchezza. Ebbe appena tempo d'entrare in chiesa e cadde svenuto.
Tornato a casa, il superiore era fuori dei gangheri: Ma perch non ti sei messo a
cavallo ? .
Non ne avevo il permesso.
Perch non ti sei portato da mangiare ? . Non me l'hanno dato.
Ebbene, concluse il superiore, da oggi in poi devi servirti del cavallo, hai capito ? .
Aveva capito, ma escogit nuovi modi di mortificarsi. Se usciva con un confratello, lo
costringeva a montare con mille pretesti che lui aveva bisogno di sgranchirsi le gambe;
che il moto gli faceva bene e via discorrendo. Se andava solo, lo cedeva al primo povero
che incontrava, scendendo di sella e invitandolo a salire. Si raccontano in proposito
numerosi episodi.
Un giorno, raggiunse per l'erta di S. Agata di Puglia un'enorme caldaia che traballava
sotto una catasta di cenci. Guard bene una donna incinta risaliva col bucato dal fiume.
Subito scese, e, strappatole a forza il recipiente, se lo pose in testa, una mano all'ansa,
una al cavallo. All'ingresso del paese, qualche curioso lo guard divertito, qualche
monello batt le mani, gridando: Il monaco, il monaco ! . Il sangue gli si rimescol ;
che fare ? Tira avanti! , disse a se stesso, e prosegu a fronte alta per la straducola
rocciosa ; infil la via principale, sotto il fuoco di cento occhi beffardi : Hai vergogna ?
, ripeteva a se stesso. Non sono i poveri i tuoi padroni ? Non un onore servirli ? .

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Prosegu fino all'uscio della poveretta e la lasci l, a dimenarsi in ringraziamenti. Allora


soltanto ritorn sulla sua strada con la coscienza d'aver compiuto il suo dovere e nulla
pi.
Un vecchio strascinava un grosso fascio di legna. Gerardo gli and incontro, si rovesci
il peso sulle spalle e lo accompagn a Deliceto. Un altro vecchio camminava a piedi
nudi sui rovi della via. E Gerardo in un baleno gli pass scarpe e calze e continu la
strada per sentieri da capre. Si present come si trovava al superiore a chiedere il
permesso anche per i casi futuri. L'ottenne.
Lo stesso praticava in casa. Come guardarobiere, aveva in custodia la biancheria
comune. Toccava a lui distribuirla ogni settimana dal deposito senza parzialit o
riguardo , come voleva la regola. Lui invece era parziale e come ! Ma solo con se
stesso. Era l'ultimo e doveva essere trattato da ultimo, con la roba pi logora, pi ruvida.
Se anche questa mancava, pazienza! Restava senza lenzuola o coperte, anche nel rigido
inverno.
Come sarto, toccava a lui rattoppare le vesti e confezionarne di nuove. Ma i mezzi erano
esigui, ed egli pensava con terrore ai confratelli che tremavano di freddo nella casa
incompiuta, scrollata da tutti i venti che s'incrociavano rabbiosamente in quello sperone
solitario. Allora si spogliava degli indumenti personali per rivestirne gli altri, meno
bisognosi di lui. Fu visto, durante l'inverno mentre gli alberi si storcevano sotto la raffica
dell'uragano e il peso della neve, rimanersene intirizzito dal freddo, con la sola veste gettata sulla camicia. Fu visto ancora tornare sporco e bagnato dal lavoro e attendere
tranquillamente in un canto che altri avvertisse la sua presenza. Un giorno torn da
Foggia con un grosso carico di legname da costruzione. Era irriconoscibile per un
incidente occorsogli a un miglio da casa: all'improvviso carro e cavalli erano sprofondati
in un pantano. Gerardo era corso ; era corso il carrettiere bestemmiando come un turco e
insieme erano riusciti a raddrizzare la partita, ma a quale costo! Gerardo aveva perduto
una scarpa nel fango e si era inzaccherato da capo a piedi. Giunti in collegio, i confratelli
si erano preoccupati tutti quanti di scaricare il legname e di ammansire il carrettiere che
faceva della disgrazia un'arma di ricatto per estorcere denaro. Nessuno invece pens al
principale sinistrato che stanco, sudato e bagnato, non reggendosi pi in piedi, si lasci
andare su una pancaccia della portineria attendendo che qualche anima del purgatorio si
ricordasse di lui.
Eppure, egli che era sempre pronto a nascondere le proprie necessit, si faceva in quattro
per soccorrere tutti, specialmente i confratelli malati che non mancavano mai in quella
casa. Perch Deliceto, per la sua aria sottile, era ritenuta la pi adatta per i tubercolotici,
tanto frequenti in quei primordi, specialmente tra i giovani padri e i chierici studenti. Si
aveva per loro tutta la carit, ma non mancava un certo timore di contagio. Da ci
l'isolamento : quella morte morale, pi triste dell'altra morte che si attendeva con certezza fatale.
Gerardo studiava negli altri l'effetto di questo isolamento, ne comprendeva l'umiliazione
e l'agonia prolungata, finir per chiederlo al Signore, desiderando di morire
abbandonato; ma intanto si faceva un dovere di visitare spesso questi malati, di abbattere
tra s e loro ogni diaframma di paura, di nascondere il suo eroismo sotto il velo della
facezia o dell'uscita spiritosa. E, parlando, allungava gli occhi per scrutare eventuali
necessit, per intuire eventuali desideri. Ne seppe qualche cosa il padre Muscarelli.

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Tale carit si moltiplicava con gli ospiti. Voleva che si sentissero a loro agio, che
respirassero aria di famiglia, che fossero prevenuti nelle sfumature dei loro desideri
inespressi.
Lo raccontava molti anni dopo, con la commozione alla gola, il canonico don Antonio
Sabbatelli.
Era venuto una sera d'inverno per qualche giorno di riposo, ma aveva dovuto mettersi a
letto per improvviso malore. I buoni Padri gli furono attorno premurosi: Signor
canonico, ha bisogno di niente Faccia conto di stare a casa sua. Ma la sua casa era
rimasta laggi, a Melfi, ed egli si sforzava di nascondere il proprio disagio che a volte si
trasformava in vera angustia : perch recare disturbo non piace alle persone dabbene. Ma
come sfuggire a due occhioni investigatori, a due mani che si affaccendavano intorno al
suo letto, ad un riso ampio, invitante, che gli apriva il cuore alla confidenza ? Gerardo
era davvero l'angelo del conforto, sceso in quella stanza per assisterlo perfino nella
notte. Infatti una notte, il canonico, svegliandosi di soprassalto, a uno spiraglio di luna,
scorse i due occhi luminosi di Gerardo fissi sul suo letto. La veste e i capelli restavano
assorbiti dalle tenebre, ma quegli occhi emergevano grossi e lucenti dal viso pallido,
come una icone bizantina.
Pi straordinario il caso raccontato dal Tannoia.
Cadde ammalato un romito che abitava ai margini del bosco, nelle immediate vicinanze
della casa. Apparteneva al gruppo che, gi da molti anni, aveva preso stanza nell'antico
romitorio degli Agostiniani, vivendo del lavoro manuale e delle elemosine dei fedeli.
Questi anacoreti, vestiti di sacco alla foggia di S. Antonio Abate o di altri solitari della
Tebaide, osservavano alcuni regolamenti tradizionali, spesso infarciti di pratiche
superstiziose e stravaganti. Al sopraggiungere dei missionari, i migliori si erano messi
sotto la loro direzione, qualche altro aveva preferito restare uccel di bosco, continuando
a scroccare le elemosine della buona gente che gabbava con una certa tranquilla
disinvoltura. L'infermo apparteneva a questi ultimi. Da principio volle rimanere nella
sua tana, a dispetto della malattia: una putrefazione interna che gli rodeva le viscere e lo
faceva latrare come un cane. Impossibile accostarsi a quel giaciglio un fetore nauseante
respingeva i pi volenterosi. Ma non Gerardo. Lo vegli assiduamente; quando lo vide
aggravarsi, lo trasport in collegio per moltiplicargli le cure. Era l, sereno e gioioso,
vicino a quel letto da cui gli altri fuggivano turandosi le narici per l'aria appestata.
Il misero spir tra orribili spasimi, mentre Gerardo gli porgeva il Crocifisso e gli poneva
sulle labbra il nome di Ges e di Maria. Invano! Quei nomi santissimi non rischiararono
la mente dell'infelice che mor, come un riprovato.
Gerardo lo segu con le preghiere, ma una sera fu riscosso da una voce lugubre. Alz gli
occhi: era il romito. Aveva l'aspetto deforme e contratto, pi che sull'orlo del sepolcro.
Lo guard a mezz'aria, poi disse con voce cavernosa : Non pregate per me, che, per
giusto giudizio di Dio, sono dannato. E disparve.
Se vogliamo conoscere la sorgente perenne di tale carit, dobbiamo seguire il nostro
santo dal guardaroba alla chiesa, dall'infermeria all'altare. Qui si accendeva quell'estro
gioioso che lo accompagnava nella dedizione di se stesso agli altri; qui si alimentava la
fiamma del suo sacrificio e qui si rivestiva delle sfumature pi delicate degli affetti
umani e divini. L'umano, per una osmosi soprannaturale, penetrava nel divino e il divino
scendeva continuamente a permeare l'umano. Cos egli intonava il poema integrale della
sua esistenza, accordandolo col canto corale delle ricorrenze liturgiche.

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Acquistava la grazia ingenua dei bambini preparando il presepe e scendendo coi


zampognari a cantare la ninna nanna al Verbo Incarnato; ma penetrava nelle arcane
profondit del dolore, meditando sulla notte buia del Getsemani ed allestendo l'altaresepolcro della settimana santa. Imparava ai piedi di Maria tutti i palpiti di cui capace il
cuore materno ed esaltava la gamma inesauribile dei suoi estri gioiosi quando con le
campane annunziava di greppo in greppo la gloria del Risorto o la discesa del Fuoco
sugli apostoli della buona novella.
Cos il ciclo liturgico era divenuto parte integrante della sua esistenza; qualche cosa che
lo assorbiva nel corpo e nell'anima e lo consumava come lampada accesa davanti
all'altare.
11
IN AGGUATO
Pu forse sorprendere che il collegio di Deliceto, con tutti i suoi terreni e il discreto
raccolto, si sentisse di tanto in tanto soffocare dai debiti e dalla miseria. Per rendersi
conto di questo stato di cose, bisogna riflettere sulle finalit dell'Istituto che doveva
vivere unicamente per l'apostolato missionario, senza ricavarne emolumenti di sorta,
fosse pure il semplice vitto quotidiano. Il collegio, secondo il pensiero del fondatore,
non era solo l'attendamento di soldati che sorgono all'alba per proseguire la marcia ; era
la roccaforte dello spirito dove ognuno poteva bussare per ritrovare la pace con Dio. Pi
che una stazione di missionari, era l'asilo della fratellanza e dell'amore. Il fondatore lo
voleva perci nudo e severo, ma anche ampio e solenne, come una cattedrale, per
accogliere le masse sempre pi numerose di fedeli.
In questo senso, niente di pi bello e suggestivo di Deliceto con le sue mura solide che
nascono dagli abissi, con lo sfondo dei boschi e della campagna solitaria, proteso, come
castello, sulla pianura sterminata delle Puglie. Il padre Cafaro imprimeva anche sulle
pietre la sua tenacia indomabile di combattente. Non si dava requie e non dava requie.
Correva da una missione all'altra, e quando si ritirava in casa, era per predicare di
seguito diversi corsi di esercizi spirituali e insegnare la teologia morale al chierico
Bernardo Apice. Anche gli altri dovevano gettarsi con lui alla disperata, secondo
l'espressione guerresca della regola.
Se c'era un sacrificio da fare doveva riservarsi ai religiosi, purch gli esercizianti
avessero vitto abbondante e alloggio gratuito. E fossero numerosi. Ma il numero esigeva
la molteplicit delle stanze ; perci il padre Cafaro tirava avanti la fabbrica alla svelta,
col desiderio ardente che rigurgitasse di pellegrini in cerca di pace. Questi poi non solo
andavano accolti benignamente sulla porta, come gli ospiti inviati dalla Provvidenza:
andavano cercati in ogni dove con l'ansia amorosa del pastore della parabola. E il p.
Cafaro in questo era esemplare : spediva lettere e corrieri ai vescovi, ai parroci, alle
universit: pregava, invitava e scongiurava. Molti risposero all'appello, specialmente in
quell'anno di grazia del giubileo universale del 1751. Il 20 marzo inizi gli esercizi ai
sacerdoti ; il 28, un altro corso per sacerdoti e laici ; a met aprile si port a Rocchetta ;
poi altrove. In estate, lo troviamo ancora in casa per altri corsi di esercizi. E cos
nell'autunno.
I frutti furono consolanti, ma non mancavano le eccezioni. Vi erano i tirannelli locali per
i quali gli esercizi costituivano un mezzo come gli altri per richiamare su di loro il
favore della gerarchia ecclesiastica ; vi erano i signorotti gaudenti che vi andavano a
forza per far dimenticare uno scandalo; o per abitudine, perch lo voleva la tradizione di

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famiglia. Vi erano gli ostinati, i cavalieri delle passioni, che non si lasciavano abbattere
dalla gragnuola infuocata del Padre Cafaro il quale spalancava sotto i loro piedi l'inferno
e schiudeva sulle loro teste squarci abbacinanti di paradiso. Tutti costoro, gi coperti in
partenza dallo scudo dell'ipocrisia, conducevano fino in fondo la commedia d'una finta
conversione, presentandosi per primi alla comunione generale, col volto pi contrito
degli altri.
Potevano ingannare chiunque, ma non Gerardo. Egli li seguiva passo passo per
convertirli e salvarli. Sembrava lontano, ed era li, invisibile e presente in un angolino del
coro o della sagrestia. Ascoltava senza fiatare la parola ispirata del padre Cafaro,
tremava con lui al pensiero dell'eternit, ma si esaltava al racconto della misericordia di
Dio che va in cerca del peccatore pentito e ne scrutava l'effetto nel cuore degli uditori.
Vedeva quei parrucconi bianchi abbassarsi, quei menti all'aria appuntarsi sul petto, quei
volti in sussiego uscire contratti dal tribunale di penitenza e acco Starsi alla balaustra.
Ognuno gli sfilava davanti con la coscienza scoperta, con le piaghe risanate, o in via di
guarigione, o ancora purulente e incancrenite. In questo caso, da buon chirurgo, usava il
ferro e il fuoco fino alla guarigione definitiva.
Cosa davvero stupenda! L'uomo che si annichiliva davanti a tutti, in quei momenti si
abbatteva sulla preda con l'impeto di un rapace o si ergeva sul nemico di Dio col piglio
del conquistatore. Sembrava un profeta che tuonava e un taumaturgo che guariva. La sua
parola, di solito leggiera come una facezia, diveniva sferzante come uno schiaffo. 1
macigni addiventavano cera nelle sue mani dice il buon Tannoia, con un po' di
secentismo di maniera. Ma che non esageri, ce lo dice la storia.
Una mattina al momento della comunione generale - fu visto calare a precipizio dal
coretto e afferrare per il braccio un signore che stava per raggiungere la balaustra.
Tiratolo in disparte, gli disse a bruciapelo : Come ? Tu osi accostarti all'altare ? Con
questi e questi peccati ? Perch non te li sei confessati ? Va, va, confessati; presto ! .
Attonito, sbalordito, l'altro torn in sagrestia, si confess, riprese il suo posto, sempre
inseguito da quella voce che ancora gli tonava all'orecchio i suoi peccati. Allora fuor di
s, cominci a gridare : Io ho avuto rossore di confessare i miei peccati. stato fratel
Gerardo che me li ha scoperti. Per mia confusione, voglio confessarli davanti a tutti .
E l'avrebbe fatto se un missionario non fosse accorso a turargli la bocca.
Era la sorte di questi miracolati della grazia : la repentina pacificazione dei loro
sentimenti li faceva trasalire di gioia e la gioia li spingeva a palesare agli altri, senza
ritegno, la stoltezza di un tempo.
Ci tocc anche a un sacerdote di Rocchetta, intervenuto agli esercizi, dietro comando
espresso del vescovo. La piet imposta con la forza non mai un antidoto al male e il
sacerdote decise di recitare fino in fondo la parte del finto convertito. Si confess quasi
subito e continu a salir l'altare ostentando fervore. Ma Gerardo scoperse facilmente
l'inganno. Un giorno, avvicinandolo, attacc discorso sulle cose dell'anima. Parlava
come un estatico sulla grazia che la ricchezza del giusto, la luce, il sorriso di Dio, il
paradiso del cuore. E il povero sacerdote, trasportato con violenza in un cielo non suo,
annuiva con la testa e le mani. Ma, a un certo momento, Gerardo s'interruppe e
fissandolo con occhi di fuoco : Se cos disse, perch la disprezzi tanto questa
grazia ? Perch l'hai gettata nel fango con questi peccati ? .
Non conosciamo la reazione del sacerdote, ma abbiamo ragione di credere che, come gli
altri, sia caduto in ginocchio ai piedi del confessore, convertito davvero e per sempre.

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Ma qualche volta Gerardo non trovava la stessa docilit, qualche volta s'imbatteva in
cuori di pietra, sordi ai richiami della grazia. Allora, la sua voce tuonava e la sua volont
diveniva una morsa dalla presa infallibile : non lasciava la preda senza averla
schiacciata. Perch la sua era la volont stessa di Dio : comandava con la stessa autorit :
Cos voglio ! . E non perdeva questa fierezza neanche davanti alle alte gerarchie della
Chiesa. Secondo la testimonianza del Tannoia, un gran prelato ebbe a dire : R Dio che
parla per suo mezzo ; bisogna assecondarlo, se non vogliamo dire, ubbidirlo .
Lo dimostra il fatto seguente.
Un certo Francesco Antonio Rossi di Lacedonia, dopo aver lasciato parlar tanto di s per
la vita scandalosa e scorretta, si accorse d'essere andato troppo avanti, attirandosi
addosso opposizioni d'ogni genere. Finse perci ravvedimento e, per dimostrarlo, si rec
a Deliceto a un corso di esercizi. Ben si comprende quali fossero le sue disposizioni, e
quale valore potesse avere la sua confessione. Ma, mentre si recava alla balaustra,
Gerardo lo chiam in disparte e gli snocciol, uno dopo l'altro, tutti i suoi delitti. Intanto,
il colpevole si arrovellava internamente contro un sacerdote di Lacedonia : Qui c' il
suo zampino; ma l'ultima birbonata che mi fa quell'infame! L'uccider, dovessi andarlo
a scovare da un capo all'altro del mondo! . Ma non aveva finito di formulare il suo
disegno, che Gerardo, secco e risoluto, gli disse : Levati codesto pensiero dalla mente!
.
E i suoi occhi lo frugavano fin nelle pieghe dell'anima. Fu il colpo di fulmine che atterra
e risuscita. Il peccatore ripar pubblicamente gli scandali e persever fino alla morte nel
bene.
Qualche volta per schiantare le resistenze chiamava in aiuto il cielo e l'inferno, i demoni
e Dio. Allora non restava al peccatore che cadere in ginocchio ed aggrapparsi a lui come
un naufrago allo scoglio.
Un certo solennissimo peccatore, - l'esordio del padre Caione - fu spedito dal vescovo
di Lacedonia a un corso di esercizi in Deliceto. Tutti i mezzi erano riusciti vani e se ne
volle tentare quest'ultimo. Non oppose resistenza : sarebbe stato scabroso mettersi contro
l'autorit ecclesiastica e passare per ribelle. tanto pi comodo fare il male di nascosto,
magari sotto la protezione della legge. Perci, fingendo contrizione e penitenza, in veste
d'agnello, scese in chiesa per la comunione generale. Gerardo era in agguato. Gli si par
davanti e gli disse: Dove vai ? .
A comunicarmi.
A comunicarti ? E i tali e tali peccati perch non te li sei confessati ? Va, va, confessati
subito e bene se non vuoi che la terra t'inghiotta .
Il peccatore, atterrito, fece il suo dovere e se ne torn mutato e deciso a perseverare. Ma
l'occasione fa il ladro e lo sciagurato ricadde nelle antiche abitudini, anzi raddoppi gli
scandali. Finalmente, un po' per le ammonizioni del clero, un po' per i rimorsi, si decise
a partecipare a un altro corso di esercizi. Gerardo che l'attendeva al varco, al primo
vederlo, gli disse: Beh, come andiamo ? .
E l'altro con la migliore faccia tosta del mondo: Non c' malaccio; da allora non c'
stato pi nulla.
Gerardo lo for con lo sguardo e, senza dir nulla, and difilato dal superiore per esporgli
il suo progetto ; poi vol nella stanza del peccatore, armato di Crocifisso. Con rapida
mossa, chiuse finestra e porta ; e gli si piazz davanti con la mano puntata sul Crocifisso
Dunque, non c' stato pi nulla eh!... Ah ingrato e bugiardo, e queste piaghe a Ges

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Cristo chi gliel'ha fatte ? E questo sangue chi gliel'ha cavato ? ... Ed ecco le piaghe del
Crocifisso gonfiarsi e sudar vivo sangue.
E che male ti ha fatto questo Dio ? , proseguiva accalorandosi il santo, Che male ?
Per te ha voluto nascere da povero bambino, su un po' di paglia, in una stalla ... Ed
ecco, in luogo del Crocifisso, palpitare nelle sue mani le carni vaporose di un bambino.
E che ? - incalzava il santo sempre pi impetuoso -, tu credi di burlare il Signore ?
Te lo dico io, questo non si fa senza castigo. Egli buono e paziente, ma alla fine
castiga. Se non la finisci, lo vedi che ti resta ? . Ed ecco spuntar fuori, chiss da dove,
un brutto diavolo che con ghigno selvaggio stese le braccia verso di lui per trascinarlo
all'inferno.
Allora s che il povero peccatore stramazz a terra, afferrandosi alle ginocchia del santo,
il quale con voce terribile grid: Sfratta di qua, brutta bestia! .
E la bestia scomparve con una zaffata di puzzo e di fumo. Il peccatore atterrito,
tremante, compunto, and a gettarsi ai piedi del padre Petrella, bagnando di lacrime il
racconto di ogni peccato. E questa volta persever fino alla morte.
La tessitura di questo discorso ricalcava da vicino la predica sulla misericordia di Dio,
composta dal p. Cafaro. Se l'era copiata questa predica e imparata a memoria, ma vi
aveva trasfuso di suo la foga del sentimento, la forza della persuasione, l'eloquenza degli
occhi e del gesto, ma, soprattutto, il potere di attrarre la grazia, fulmine che scuote e
ridesta le coscienze assopite. Fu questo potere sovrumano che lo fece un grande
missionario, un cacciatore robusto di anime, rivale dei primi apostoli della Chiesa. 0
mio Dio , si legge nel suo regolamento, vi potessi convertire tanti peccatori quante
sono le gocciole d'acqua del mare, i granelli d'arena, le fronde degli alberi, gli uomini
della terra e tutte le creature ! .
Chi pu dire l'efficacia di tali desideri, fecondati dalla grazia Certo, Dio opera nelle
profondit delle coscienze; al di fuori dei nostri sguardi indiscreti, ma pure gli episodi
che abbiamo narrati e gli altri che narreremo ci dicono quale strumento meraviglioso sia
stato Gerardo nelle mani dell'Onnipotente. Non per nulla la Provvidenza aveva guidato i
suoi passi in un Istituto missionario, perch tutta la sua attivit fosse improntata del solo
fine specifico dell'Istituto: la redenzione delle anime, dentro e fuori il collegio. I superiori aggiunsero nuova esca ai suoi desideri, dandogli 1'ubbdienza di pregare
continuamente per la conversione dei peccatori.
Mai ubbidienza gli riusc pi gradita. Le anime saranno da oggi in poi lo scopo
principale della sua vita; per le anime affronter rischi, dolori e fatiche, seminando di
conquiste tutte le tappe del suo passaggio per i monti e le valli delle regioni adiacenti.
Non vi paese in vicinanza d'Iliceto, di Caposele ed altrove che non racconti le sue
portentose conversioni ci dice il Tannoia, (o.c., pag. 68) riportando il giudizio dei padri
Caione e Margotta, secondo i quali cento missionari non avrebbero ottenuto ci che
Gerardo consegu col suo zelo e la sua penetrazione dei cuori.
Zelo e penetrazione : lo zelo lo moveva, ma era la penetrazione dei cuori che aggiustava
il colpo decisivo. Pochi, come lui, hanno saputo cogliere il lato debole di ogni uomo,
sfruttandolo abilmente secondo gli interessi di Dio. Una volta scoperto il principio
motore delle singole azioni umane e quel complesso d'ideali e di sentimenti che si
rimescolano di volta in volta nei cuori, egli aveva gi compiuto l'opera di penetrazione
pacifica verso i peccatori: non si trattava ormai che di toccare con le sue dita prestigiose
i tasti pi delicati e l'intento era ottenuto con soddisfazione di tutti.

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Un giorno se ne tornava verso Deliceto con gli occhi perduti nel cielo inerte e affocato
lasciandosi dondolare dal passo sonnolento del cavallo. Giunse cos sul ponte di Bovino,
dove la strada, scavalcato il fiume Cervaro, saliva a destra verso la citt ducale di
Bovino, mentre a sinistra moriva in un sentiero alpestre che, tra burroni e cascate di
rocce, scorciava il cammino verso Santa Maria della Consolazione. Era assente e le
briglie gli si allentavano dalla mano abbandonata sull'arcione, quando fu riscosso da una
scarica di bestemmie : veniva dal basso, da sotto le spallette del ponte. Ebbe un fremito e
si accost a guardare. Sull'arenaccia del torrente giaceva un carro con le ruote affondate
fino al mozzo. L'uomo forz i cavalli con urla e frustate; i cavalli puntarono gli zoccoli
anteriori, curvarono le criniere e si spinsero avanti, ma il carro si scroll di un passo e
ricadde all'indietro, nel solco tracciato dalle ruote. Ne segu una muova scarica di urla, di
bestemmie e di legnate.
Gerardo impallid come sempre quando si trattava dell'offesa di Dio e, sporgendosi in
gi, gli grid: Finiscila, sciagurato! Finiscila di bestemmiare ! .
Il vetturale alz due occhi infuocati, grondando sudore e schiuma dalla faccia: Lo vedi
come mi trovo ? Qui ci rimetto cavalli e carretto .
E Gerardo : A tutto c' rimedio ; basta che la smetti di bestemmiare . Cos dicendo,
sceso dal ponte, spicc un salto sul carro e, impugnando il badile, cal gi una parte del
carico. Poi, drizzandosi in piedi, tracci sui cavalli la sua benedizione, dicendo : Creature di Dio, in nome della Santissima Trinit, io vi comando di uscire dal fiume ! . A
quella voce i cavalli puntarono contemporaneamente gli zoccoli sul breccime e si
gettarono in avanti, mentre le ruote uscivano cigolando dal pantano. Un'ultima scossa e
furono sulla strada.
Il vetturale li segu, mormorando in fretta qualche parola di scusa, ma Gerardo gli tronc
la parola: Ringrazia il Signore e non bestemmiare pi .
A questo fatto tipicamente apostolico ne facciamo seguire uri altro d'indole carismatica,
sebbene avvenuto dopo l'estate del 1752 quando il p. Rizzi fu assegnato di casa a
Deliceto. Era costui quel sacerdote, gi ospite di S. Maria della Consolazione nella
primavera del '50 cio all'epoca della missione di Melfi. Lo spettacolo edificante di fratel
Gerardo alle prese con gli umori bizzarri del padre Criscuoli, lo aveva aiutato nella
scelta della propria vocazione. Qualche mese dopo chiedeva a Sant'Alfonso di essere
ricevuto nell'Istituto., ma a condizione di fare il noviziato da solo, non sembrandogli dignitoso menar vita comune cogli altri novizi ancora ragazzi. Il fondatore accondiscese ;
poi, passati alcuni mesi, con uno di quei gesti abilissimi di cui era maestro, col pretesto
di volerlo conoscere personalmente, lo chiam a Pagani e di l lo sped nel noviziato di
Ciorani. Il Rizzi ubbid volentieri ; era ormai bene avviato nella virt religiosa. Il 25
dicembre fu ammesso alla professione. Entrato da adulto, volle nascondere i suoi meriti
eccezionali. Distrusse il diploma di laurea in utroque conseguito, a pieni voti,
nell'ateneo di Roma e apparve ai confratelli nella veste di una discreta mediocrit finch
non fu rivelato da una discussione scientifica alla presenza del fondatore. Non ci volle
altro : era gi sul candelabro. Da allora fu l'apostolo dell'Istituto nascente. Il vescovo di
Troia lo definiva: Lo spavento dei preti ; il vescovo di Trani Il martello dei preti; il
portento dei predicatori.
Ed avevano ragione perch alle sue prediche si vedevano preti, vescovi e gentiluomini
piangere dirottamente, i chierici deporre il collarino e rinunziare alla carriera
ecclesiastica. Eppure chi non lo conosceva, al vederlo comparire sul pulpito, non poteva

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fare a meno di sorridere davanti a questo uomo, piccolo, scarno e smilzo, dal viso rosso
e lentigginoso, dalle labbra grosse e volgari. Ma bastava che aprisse la bocca, perch una
tromba di voce sonora, profonda e animata, scuotesse l'uditorio e lo trascinasse
addirittura. Iniziava con una mezz'ora di meditazione in ginocchio ; poi attaccava a
predicare per un'ora e mezzo, spesso interrotto dagli urli e dai pianti dell'uditorio. Il
quale una volta fu talmente scosso dagli atti preparatori di fede, di speranza e di
presenza di Dio, che cominci a schiaffeggiarsi e piangere dirottamente e pubblicare a
voce alta, senza ritegno, le proprie colpe, l'uno chiedendo all'altro perdono. E quella
volta, si capisce, non si pot non solo predicare, ma neanche condurre a termine gli atti
preparatori.
Questo celebre predicatore fu per molto tempo l'alleato naturale di Gerardo nella caccia
alle anime. Si stimavano e si amavano a vicenda con la carit dei santi. Dal '52, quando
venne a Deliceto, egli fu il testimone delle virt e dei prodigi dell'umile fratello e ne fu
talmente ammirato che quando Sant'Alfonso lo incaric di tracciarne la biografia, se ne
ritrasse spaventato, come davanti all'impossibile.
Un giorno, dunque, era intervenuto a un corso di esercizi un gentiluomo carico di molti e
gravi peccati, frutto, forse, pi di esuberanza che di malizia. Per cui appena ascolt, la
prima sera, la voce ciel p. Rizzi che tonava con terribile eloquenza sulla giustizia di Dio,
la quale raggiunge infallibilmente il peccatore e gli chiede conto rigoroso di tutte le sue
iniquit, fu scosso da un brivido. Scorse tutta la sua vita: iniquit e ingratitudini. Si vide
a tu per tu con un Avversario pi potente di lui che gli rimproverava, sdegnato, le sue
scelleratezze e alzava la mano per schiacciarlo come un insetto. Spaventato, si ritir
nella propria stanza, in preda alla disperazione pi nera: Si vada pure all'inferno
grid a se stesso, non importa. Sono ancor giovane, posso ancora divertirmi e
stordirmi. Poi chiuder gli occhi incontro al mio destino.
Mentre rivolgeva tra s e s tali pensieri, fu bussato alla porta e, senza attendere risposta,
due passi frettolosi avanzarono verso di lui. Ebbe appena tempo di ricomporsi che
Gerardo gli diceva: Che ti passa per la testa ? Caccia via questa diffidenza infernale e
ricordati che Dio e Maria Santissima sono in obbligo di aiutarti. E se ne usc.
Dal suo nascondiglio, in agguato, come sempre, egli aveva seguito le fasi alterne della
lotta tra il paradiso e l'inferno nell'anima del gentiluomo; lo aveva visto ritirarsi in preda
alla disperazione e gli aveva portato la certezza della vittoria.
12
L'AMICIZIA DEI SANTI
La vita religiosa, osservata dalle navate di una chiesa quando i monaci occupano i loro
stalli nel coro e le loro voci si fondono nel canto liturgico, pu sembrare di una maest
solenne ed omogenea. Ma basta penetrare in quei sacri recinti e vivere un giorno la loro
stessa vita per vedere spuntare, tra la massa amorfa di tonache ambulanti, le individualit
pi spiccate e, con esse, le lotte e gli attriti pi dolorosi. Anche tra i santi. Questi
conservano sempre, perfino nei gradi pi alti della perfezione, eccentricit e difetti, e
sono portati dal loro stesso fuoco di carit a combattere con uguale intransigenza gli
errori propri e gli altrui. Vogliono dagli altri ci che pretendono dalle proprie forze,
senza accorgersi che il loro eroismo non pu servire di norma alla maggioranza
costituita da mediocri: e i mediocri sono il tessuto connettivo della vita religiosa e civile.
Da qui, le incomprensioni e le discordie anche nei monasteri pi esemplari.

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Lo dovette imparare a sue spese il padre Cafaro. A forza di esigere la scarnificazione del
proprio essere, non si era reso conto delle necessit concrete dei sudditi, sottoposti a
privazioni di ogni genere, rese ancora pi dolorose dai suoi modi bruschi e scattanti.
Perci si diffuse un certo malumore che arriv ben presto alle orecchie del fondatore.
Egli non era uomo da transigere, quando ne andava di mezzo la salute dei congregati, e
invi, come visitatore straordinario, il padre Mazzini, suo consultore. Questi giunse a
Deliceto la sera del 17 giugno del 1751, armato di pieni poteri: chiam uno per uno i
padri e i fratelli a un colloquio privato; ascolt lamenti e proteste; percorse
diligentemente i libri dei conti; perlustr la cantina, la dispensa, ogni cosa. Poi chiam il
padre Cafaro e gli disse con rude franchezza il proprio pensiero. Era un santo anche lui e
i santi non conoscono gli infingimenti della falsa diplomazia.
Il padre Cafaro ascolt umilmente, in silenzio, le osservazioni giuste o ingiuste che
fossero. Si dichiar prontissimo a rassegnare le dimissioni dalla carica e lo avrebbe fatto
se non fosse stato sconsigliato dal proprio direttore di spirito. Sorrise anche, ma il suo
cuore versava sangue. Lo rivel in una lettera confidenziale al padre Margotta, suo
amico, lamentandosi d'essere stato processato come rettore aspro e senza carit, anzi
addirittura d'essere stato sottoposto a una formale inquisizione. Insomma, soggiunse:
Mi sono immaginato di tenere in casa un commissario, il quale, dolcemente, per quattro
giorni, mi ha tenuto angustiato. E pi avanti, con una espressione ancora pi forte, ma
tanto umana, perch anche i santi conservano intatta la loro umanit: Pensando d'averlo
un'altra volta, mi viene il freddo e la febbre* (Epistolae Ven. S.D. Pauli Cafaro, pag. 44).
In questo coro di proteste manc certamente una voce : quella di Gerardo. E come
avrebbe potuto lamentarsi del suo padre spirituale che da venti mesi lo guidava per le vie
della santit ? Era austero ? Era brusco ? No, era stato anche troppo buono con lui che si
sarebbe meritato di peggio. Sono supposizioni queste che si fondano su un fatto concreto
: sulla santa amicizia che sorse in quei giorni tra il visitatore e l'umile fratello con
reciproci vantaggi spirituali. All'indomani della professione religiosa, Gerardo gli
scriver: Quanto io vi ami presso Ges Cristo, (e spero che sia un puro affetto in Dio),
non lo posso spiegare. Vi ringrazio sommamente della piet e carit che mi avete usata
nel disporre il nostro Padre a farmi fare la santa Professione.
Donde poteva sorgere tale amicizia in un uomo dell'austerit di padre Mazzini se non dal
colloquio di quei giorni ? Egli dovette rimanere profondamente sconcertato quando,
dopo avere ascoltato dagli altri una lunga tiritera di lamenti, pi o meno fondati, pi o
meno dettati da risentimento o da zelo indiscreto, finalmente veniva a trovarsi di fronte a
questo fanciullone ingenuo che non si era accorto mai di nulla, al quale non era mancato
mai nulla, che aveva trovato sempre il superiore troppo benevolo e non pensava che ad
accusare se stesso e la propria incorrispondenza alla grazia. Il padre Mazzini lo avr
guardato a lungo; avr affondato i suoi occhi in quella coscienza, ne avr colti gli ideali
di santit e di macerazione e, tornando a Pagani, avr perorata la sua causa presso il
Rettore Maggiore ottenendogli l'anticipo della professione religiosa e, per conseguenza,
l'anticipo della vestizione dell'abito. Questa avvenne probabilmente nel mese di luglio
del 1751, forse nella festa titolare del Santissimo Redentore. Con quale entusiasmo
Gerardo indoss la gloriosa divisa di missionario redentorista e si premette sul petto il
Crocifisso, esclamando: che io muoia, o Signore, per amor tuo, giacch tu ti sei
degnato di morire per amor mio!.

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Era la ripetizione pi consapevole dell'offerta gi fatta dall'infanzia e Ges l'accett


immediatamente, sottoponendo l'eroico discepolo a una sequela di prove delle quali
troveremo una documentazione sempre pi abbondante nell'epistolario e nella
tradizione. La prima prova, riferita appunto dalla tradizione, risale all'estate del 1751.
Il santo si trov improvvisamente avvolto da una fitta cortina di tenebre interiori, con
tutti i fenomeni che sogliono accompagnare la notte dell'anima: stanchezza, disgusto
spirituale e timore ossessivo del peccato. La preghiera, la contemplazione non lo
mettevano pi a contatto con Dio : lo facevano approdare in una oscurit, in una nuvola
che, mentre gli toglieva Dio dagli occhi, eccitava la sua brama di vederlo e conoscerlo.
Ed era questa brama, questo desiderio insoddisfatto e impotente di Dio che gli generava
nel cuore l'angoscia penosa, il terrore e la contraddizione interiore. Certo, per noi
profani, difficile comprendere l'amarezza della prova, ma i santi che l'hanno
sperimentata, ci assicurano che tra le pi terribili : un vero purgatorio in terra.
Gerardo pass in questo stato la festa dell'Assunta, arido come la campagna dei dintorni,
screpolata dalla canicola e cominci la cara novena della Nativit di Maria. Ma n la
funzione serale, n i suoni e i canti, n le preghiere e le penitenze raddoppiate, riuscirono
a soffocare la voce che dall'interno sorgeva a rimproverargli le proprie colpe. Era una
visione nuova, lucida e fredda: la sua anima gli appariva nuda e piena di brutture. Dio lo
sentiva come giudice, anzi come giustiziere, e, tentato di disperazione, ripeteva a se
stesso : Anche l'inferno poco per me ! .
Ma la sera del 5 settembre, arriv a Deliceto, con il chierico Bernardo Apice, un
religioso appena diciannovenne: Domenico Blasucci. Ripiegava, dolcemente sul petto il
volto pallido di adolescente malato, con gli occhi sempre raccolti sotto il velo delle palpebre. Gerardo lo vide e ,vederlo e amarlo fu la stessa cosa : aveva avvertito il profumo
della grazia che emanava da quel corpo verginale. Anche il giovane comprese subito la
santit di quei laico, dall'apparenza trasandata e distratta, e lo am come sanno amare i
santi: in Dio. Perci andarono insieme a pregare davanti all'altare della Madonna: due
volti diafani, due espressioni diverse dello stesso ardore verso il cielo. Il primo,
Domenico Blasucci, era un fuoco contenuto che arde nelle profondit dell'anima,
immobile nell'apparenza ; Gerardo, invece, era una fiamma dai mille guizzi rapidi e
brucianti, ma una fiamma che gemeva come sopraffatta dalla sua stessa potenza
distruggitrice. Perci emetteva, di tanto in tanto, certi sospiri dolorosi che lo facevano
trascolorare.
Fratello, ti senti male ? gli chiese il Blasucci qualche giorno pi tardi incontrandolo
nel corridoio.
Oh s, rispose, il mio cuore scoppia, non ne posso pi! e la voce fin in un gemito.
L'amico commosso gli tracci una croce sul petto che si slarg in un profondo respiro. Il
santo era libero, completamente libero e spicc un salto di gioia. Subito corsero a
ringraziare la Vergine e, ai suoi piedi, s'impegnarono solennemente fino alla morte alla
recita reciproca di un'Ave Maria giornaliera. Fu questo l'anello della loro amicizia.
Eppure mai due caratteri furono cos dissimili: il Blasucci, compassato e modesto,
s'imponeva a prima vista all'attenzione degli altri; mentre ci voleva un po' di buona
volont per cogliere, sotto la superficie bizzarra, la santit di Gerardo, sempre folle,
sempre estroso nell'amore. Ma questi due caratteri, umanamente inconciliabili, si
compresero e si armonizzarono perfettamente in una visione superiore di carit,
operando insieme un bene immenso con lo spettacolo delle loro virt. Ci avvenne

63

specialmente nel seguente mese di ottobre, quando numerosi sacerdoti della diocesi di
Lacedonia affollarono il collegio per gli esercizi spirituali. Li guidava il loro vescovo
mons. Amato. Costui non poteva staccare lo sguardo da quell'adolescente con le braccia
piegate costantemente sul petto. Lo voleva ogni mattina a servirgli la messa: vicino a
quell'anglo di cui nessuno conosceva il colore degli occhi, gli sembrava di potersi
accostare meno indegnamente all'altare. Ma nei tempi liberi, andava ad osservare il
giaciglio di Gerardo con quei teschi schierati sul pavimento e ne ripartiva edificato e
atterrito.
Ma intanto grosse novit scuotevano il piccolo ambiente di Santa Maria della
Consolazione. Dopo la visita canonica del giugno precedente, il padre Cafaro aveva
continuato a portare serenamente la sua croce, sempre in attesa della decisione del
Superiore Maggiore che non poteva tardare. Perch Sant'Alfonso comprendeva bene che
la sua posizione era alquanto scossa e, se temporeggiava, era solo per non dare troppo
aire a qualche spirito turbolento. Ma nel mese di ottobre, tronc ogni indugio, invitando
il padre Cafaro a Ciorani, con l'intenzione di mandarlo a presiedere il collegio nascente
di Caposele dove l'osservanza, sotto il governo del mite padre Margotta, gli sembrava
alquanto decaduta.
La notizia per qualche giorno forn materia ai discorsi e ai commenti dei religiosi. Molti
se ne rallegrarono e qualcuno estern il suo disappunto. Gerardo rimase impassibile :
solo nelle profondit dell'anima avr sentito echeggiare una nota di rimpianto per
l'austero direttore che Dio aveva posto sul suo cammino. Ora pi che mai lo stimava e lo
benediceva. E noi dobbiamo riconoscere l'efficacia provvidenziale di quella direzione.
La stessa rigidit inflessibile era stata la solida diga alla carit travolgente di Gerardo ;
come quella prudente noncuranza che confinava col disprezzo era servita di contrappeso
ai privilegi della sua anima. Ci sembrer una direzione troppo prudente ? Ma solo chi
conosce il valore inestimabile di un tesoro, pu trepidare per esso. E il padre Cafaro
conosceva troppo bene la bellezza regale di quell'anima e sapeva che un granello di
orgoglio pu abbattere una montagna di santit. Perci lo tenne al chiodo, lontano dal
chiasso. Ogni aura popolare lo metteva in sospetto e correva ai rimedi : segregazione e
silenzio. Se doveva parlare di lui, ne parlava a mezza bocca, quando era lontano e con
gli amici pi fidati. Allora gli uscivano espressioni di ammirazione incondizionata, ma
guardandosi bene intorno che non lo sentissero orecchie indiscrete e sempre pronto a
rimettersi in contegno se lo vedeva comparire e a fustigarlo con le armi della
mortificazione e del disprezzo.
E Gerardo che lo preferiva proprio per questo, lo supplic di continuare a dirigerlo da
lontano.
Lo vide partire in una fredda giornata di novembre tra i rimpianti di ,quanti amavano
quella scabra figura di asceta, quel cavaliere incorruttibile della regola, che aveva voluto
sempre e dovunque il raccoglimento e la piet, anche a scapito dell'interesse. Con lui
partiva anche il Blasucci, quella figura mingherlina di adolescente malato, dal viso
bianco e verginale e dal cuore innamorato di Dio.
Gerardo lo salut l'ultima volta ai piedi della Vergine e lo salut mentalmente ogni
giorno con la recita dell'Ave Maria.
Dopo appena dodici mesi, il Blasucci, consumato dalla tisi, ma molto pi dall'amore di
Dio, se ne volava al cielo, ricco di meriti. Era il 2 novembre 1752: aveva venti anni. Ma,
poco prima di morire, tramite un confratello di passaggio, ricordava all'amico la pro-

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messa e soggiungeva : lo ho adempiuto fedelmente la mia ! L'Ave Maria di Gerardo,


ne siamo sicuri, lo accompagn nel grande trapasso.
questa l'amicizia dei santi: qualche cosa che sfiora appena la natura e l'incatena a Dio
per l'eternit.
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IL CAVALIERE DELLA PALUDE
Dopo la partenza del padre Cafaro e il breve interinato del padre Giovenale, fu mandato
come rettore il padre Salvatore Gallo, il quale riprese l'antico disegno della coltura
diretta dei campi che sembrava il toccasana della miseria. Il nuovo indirizzo, forse
troppo repentino, produsse un certo disagio nella comunit, dove si avvertiva il vuoto
immenso lasciato dal precedente rettore, uomo di somma autorit e d'indiscusso
prestigio. Il padre Gallo era intelligente, attivo e virtuoso, ma coi suoi ventisette anni,
forse mancava dell'esperienza necessaria per reggere le sorti di una comunit che si
dibatteva in condizioni economiche quasi disperate. I suoi tentativi andarono ad urtarsi
contro gli osservanti ad oltranza che temevano il rilassamento dello spirito per le
soverchie preoccupazioni materiali e contro . i progressisti che avevano sempre qualche
nuovo progetto da presentare. Gli uni e gli altri si permisero osservazioni e critiche che
furono riportate al fondatore dal padre Petrella, recatosi appositamente a Pagani. Uomo
scrupoloso, osservante minuzioso di ogni tradizione, il Petrella avr fatto un quadro
piuttosto colorito della situazione, se Sant'Alfonso pens subito di correre ai ripari,
prima col richiamo brusco al rispetto dell'autorit e poi con la nomina di un nuovo
rettore.
La lettera del 5 gennaio del '52 ed breve e sferzante. Entra subito in argomento,
richiamando tutti al rispetto dell'autorit K bE pervenuto all'orecchio che costi non si
fa molta stima del nuovo Superiore, il Padre Gallo, perch forse giovane. Fate sapere a
tutti di codesta Comunit, Padri e Fratelli che vi sono e verranno appresso, che io voglio
che si stimi ogni Superiore che mando, ancorch mandassi una mazza, come la persona
mia, e voglio che si stimi e gli si ubbidisca come a me . Poi, forse alludendo alle
critiche degli zelanti, soggiunse: << Se il Superiore fa qualche cosa che non paresse
buona, il soggetto lo scriva a me; frattanto ubbidisca e non mormori con altri (Lettere,
1, 191-192).
Queste polemichette interne non interessarono n molto n poco il nostro Gerardo,
avvezzo a considerare l'autorit come l'espressione vivente del volere di Dio. Chiuso nel
silenzio, attese all'apostolato degli esercizianti che continuarono ad affluire fino ai primi
di novembre. Poi, quando il monte Crispiniano si coperse di neve e l'arco delle colline
intorno a Deliceto, di nebbia e di brume, riprese il lavoro ordinario. Tornava dal bosco e
dai paesi vicini coi piedi zuppi d'acqua, con la veste sudicia di fango e se ne rimaneva
tranquillamente al suo posto, tremante di freddo, finch il ministro o l'economo non si
accorgessero del fatto. Non c'era pericolo che toccasse un pezzo di biancheria,
nonostante che avesse, come sarto, la chiave del guardaroba. Eppure ci teneva, qualche
volta, a passare da insubordinato per guadagnarei umiliazioni e rimproveri. Un giorno, si
appese intorno al collo, a guisa di collana, un serto di pere, mele, fichi e formaggio, e,
cos conciato, and ad inginocchiarsi in pubblico refettorio, davanti al padre Giovenale
che fungeva da superiore, accusandosi a voce alta: Padre, tutto questo, senza permesso
.

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Voleva dire che aveva mangiato di quella roba senza licenza dei superiori. Naturalmente
il padre Giovenale finse di crederci ed egli, dopo un forte rimprovero, torn soddisfatto
al proprio posto.
Tra questi lavori e queste umiliazioni, pass il mese di novembre e si prostr giubilando,
ai primi di dicembre, davanti alla statua dell'Immacolata, patrona principale dell'Istituto.
Poi attese all'ultimo corso di esercizi, riservato agli ordinandi della diocesi di Melfi.
Terminato il corso, fu incaricato di accompagnare i chierici ad Atella dove li attendeva il
loro vescovo, mons. Teodoro Basta.
Il tempo era pessimo. Dopo giorni e giorni di pioggia i monti all'intorno apparvero
incappucciati di bianco, tra il nero delle nuvole che si abbassavano all'orizzonte, cariche
di nuova pioggia. Pure, i nostri raggiunsero felicemente Rocchetta e Melfi ; poi,
costeggiando le zolle cretose del Vulture, tra macchie di quercioli, ginestre e rovi
spinosi, toccarono Rapolla e Barile, piegando verso Atella. Il cielo continuava a
mantenersi minaccioso; dagli altipiani del Rendina le acque rotolavano a valle, torbide e
rovinose, invadendo la carrareccia e le poche piste deserte; qua e l, qualche bracciante,
cacciato dalla fame fuori della sua catapecchia, andava avanti lentamente con la vanga
sulla spalla, chiuso in un largo mantello, la testa infilata nel cappuccio. Doveva
camminare ore e ore per sentieri impraticabili prima di raggiungere il feudo o la
masseria. Aveva l'aspetto cupo e rassegnato, come il cielo, come le serre spellacchiate,
come i pendii annebbiati.
A mano a mano, il paesaggio diveniva lagunare. Le acque calate dagli altipiani
giacevano immobili a valle, come immense pozzanghere da cui emergevano pagliai e
tronchi d'alberi, neri come forche. Era la storia di ogni anno : nella stagione delle piogge,
i fiumi dalle grosse magre estive, senza dighe e senza letto, dilagavano paurosamente
sotto l'impeto delle acque, spinte a valle dal terreno argilloso e impermeabile. Sorgevano
cosa le fiumare, laghi bislunghi e paludosi, ma generalmente poco profondi.
A un tratto i nostri viaggiatori si trovarono bloccati dalla fiumara del Rendina, formata
dal fiume omonimo che scende dalle forre di Ripacandida. Con loro si aggrumarono vari
gruppi di braccianti soprapensiero. Un giorno senza lavoro, era un giorno senza pane per
loro e la famiglia : vivevano infatti alla giornata. Gerardo si sent vicino al loro dolore e
alla loro miseria. Si fece avanti, alto sul suo cavallo, pi pallido tra la nebbia della valle:
Buona gente, volete recarvi al lavoro ? Vi trasporto io col mio cavallo.
Curiosit, schiamazzi, ma nessuno si mosse. Allora fece salire un paio di seminaristi, si
segn e disse: Andremo noi; poi torner a prendervi.
E spron il cavallo.
Qualcuno grid: Fermatevi, dove andate ? .
Ma il santo, incrollabile, rispose: Carit del prossimo ! . Poi rivolto al cavallo:
Cavallo mio, diamo gusto al nostro Dio!*. E allent le redini.
La macchia scura scivol sulle acque, si allontan nella nebbia, e scomparve. Riapparve,
poco dopo, la criniera del cavallo, dritta, tesa, e, indietro, sorridente sotto il cappellaccio,
la figura bizzarra di Gerardo. La bestia tagliava la liquida superficie senza sforzo, come
camminando sull'asciutto, poi emerse tutta intera dal fondo melmoso. Traghettati i
chierici, fu la volta degli operai i quali ormai avevano perso ogni diffidenza. Quando
l'ultimo fu traghettato, Gerardo offerse la cavalcatura al pi malato e prosegu a piedi,
sguazzando nelle pozzanghere, sempre pi frequenti della strada.
Nelle vicinanze di Atella, il terreno era tutto una palude fluttuante che si ricongiungeva
alla fiumara locale estremamente ingrossata, chiudendo ad anello il paese. Anche qui,

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gruppi di operai cercavano di aprirsi un varco tra la furia degli elementi sconvolti. Ormai
i chierici avevano capito il giuoco e montarono, l'uno dopo l'altro, sul cavallo; poi furono
ingroppati gli operai. Il cavallo - aggiunge un testimone oculare - passava sulle acque
con tal franchezza come se in terra asciutta avesse camminato... ogni pericolo vedevasi
svanito in vista di questo santo Fratello (TANNOIA, ox., pag. 64).
Ad Atella, Gerardo si conged dai chierici, e si ritir in casa del gentiluomo Benedetto
Graziola, agente generale del principe di Torella, Domenico Caracciolo. Il gentiluomo,
insigne benefattore dell'Istituto, abitava con la sposa Nunzia Di Palma e numerosi
figliuoli in una palazzina attigua al monastero delle Benedettine. Uomo d'armi e d'affari,
amministrava egregiamente le ricchezze proprie e del principe, largheggiando coi poveri
e coi religiosi che trovavano sempre generosa ospitalit nella sua casa. Sant'Alfonso e il
padre Margotta lo avevano avviato verso la perfezione e l'influsso benefico delle sue
virt si faceva sentire su tutta la famiglia. Il primogenito, di ventiquattro anni, Angelo
Antonio, gi suddiacono, sarebbe stato sacerdote due anni pi tardi, poi missionario
redentorista. Una figliuola era postulante nel monastero di S. Giuseppe in Ripacandida,
mentre la seconda, entrata come educanda nello stesso monastero, manifestava gi
l'intenzione di seguirla. E gli altri cinque figli, sotto la guida della piissima signora
Nunzia, si mostravano degni dello esempio paterno. Spiccava in don Benedetto quel
misto di umilt e di grandezza, di piet e di schiettezza che rende amabile la virt e
l'impone all'ammirazione di tutti. E Gerardo ne fu entusiasta fin dal primo momento. Ma
quella stima ebbe la reciprocit pi schietta e duratura da parte del gentiluomo che fu tra
i pi grandi apologisti del santo e ne diffuse, dopo la morte, la devozione tra i fedeli.
Che cosa si dissero questi due nuovi amici nel loro primo incontro ? La storia non lo
riferisce. Possiamo per lecitamente supporre che don Benedetto abbia narrato al nostro
santo gli avvenimenti meravigliosi che accompagnarono il sorgere e il maturare della
vocazione religiosa nel cuore della figlia. Egli stesso l'aveva condotta come educanda
nel monastero di Ripacandida. Un monastero veramente esemplare : tante suore,
altrettante sante. Ma la figliuola non aveva nessuna voglia di restare tra quelle mura e gli
diceva ogni volta che andava a trovarla: Quando vieni a riprendermi ? Non vedo l'ora
di tornare a casa .
Cos fino al maggio dell'anno precedente, quando vi era-andato a predicare gli esercizi
spirituali don Alfonso dei Liguori. Le suore erano raccolte in cappella : due ceri
ardevano davanti al Crocifisso di legno, sul tavolo del predicatore. Ed egli parlava
dell'inferno dove conduce il peccato e del paradiso dove conduce la virt. La bambina
ascoltava, ascoltava, trattenendo il respiro. Le pareva ora di scottare coi dannati, ora di
gioire coi santi. Finalmente, non potendone pi, si rivolse alle suore vicine, esclamando:
Questo Padre ci fa vedere ora nel paradiso, ora nell'inferno ! .
Poi fissando il Crocifisso, lo vide farsi carne e grondar sangue dalle ferite. Da quel
giorno divenne un'altra. Chiese di essere ricevuta tra le postulanti e l'ottenne. Sar
novizia, poi professa col nome di suor Maria Celeste dello Spirito Santo.
Erano ricordi che tutta la famiglia ascoltava con la commozione nel cuore: dalla signora
donna Nunzia di Palma ai due figliuoli pi grandi, studenti a Napoli, Gerardo di diciotto
e Giuseppe di dodici anni, gi gi fino a Giacola, a Scolastica, fino al piccolo Antonio di
appena tre anni che veniva portato in braccio da una delle quattro domestiche. Anche il
nostro Fratello ascoltava ed ardeva dal desiderio di conoscere quelle suore tutte raccolte
in Dio: quel monastero dove Ges si manifestava nella veste di sofferenza e di sangue ;

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quella figliuola, ancora adolescente, che pensava di consacrare a. Dio la propria


verginit.
Da Atella si port, dunque, a Ripacandida. Il monastero delle Carmelitane Scalze di
Santa Teresa, consacrato a San Giuseppe, era stato fondato dall'arciprete Giovanni
Battista Rossi, nato a Ripacandida il 1 marzo 1690 ed ivi morto in concetto di santit il
25 ott. 1746. L'opera gi abbozzata fin dal 1735, era andata definendosi solo dopo il
1738, non senza il concorso dei Teresiani di Napoli. La clausura papale era stata
applicata da mons. Teodoro Basta, vescovo di Melfi, il 16 gennaio 1747. Da allora il
monastero aveva preso un vigoroso sviluppo. All'epoca della nostra storia era composto
da venti suore, quasi tutte adolescenti, alcune ancora bambine la priora, Maria di Ges,
aveva ventisei anni ; Maria Michela ventotto ; Maria Cherubina diciotto ; Maria Battista
della SS. Trinit sedici; Maria Celeste quattordici; solo Maria Giuseppa aveva trentasette
anni e Maria Oliviera ventisette; per limitarci alle suore che furono in corrispondenza col
santo. La giovinezza degli anni nulla toglieva alla maturit della loro perfezione, anzi vi
aggiungeva una fiamma di sacro entusiasmo per cui non solo non pensavano di mitigare
la regola primitiva di Santa Teresa, ma vi aggiungevano mortificazioni spontanee e
penitenze prolungate.
Sant'Alfonso, cos esigente in fatto di santit religiosa e cos misurato nelle parole, trov
per loro accenti di vera poesia: Non avrei mai creduto disse dopo la predicazione
degli esercizi spirituali dell'anno avanti, non avrei mai creduto trovare un garofano
come questo, su questa rupe .
E fino all'ultimo continuer a dirigere il monastero da lontano con lettere da cui trapela
la sua ammirazione. Anzi apparve, dopo la morte, a suor Maria Celeste in un globo
abbagliante di luce e di splendore e le disse: Figlia, conservatevi sempre pi nella
purit del cuore, e sia il vostro cuore posseduto solo da Dio. Abbandonatevi tutta e
sempre in Lui e patite per Lui quanto a Lui piace e state sulla terra come se non ci
foste.
Ma chi pi attirava l'attenzione e rapiva l'ammirazione era la nipote del fondatore, suor
Maria di Ges, anima privilegiata da tanti carismi che lo stesso Sant'Alfonso paragonava
a Santa Teresa d'Avila. Delle sue contemplazioni ed estasi se ne occupavano gi da
tempo confessori e direttori di spirito; anzi lo stesso vescovo, mons. Teodoro Basta.
Eppure ella passava allora nello stadio chiamato dai mistici di purgazione passiva e
sentiva il bisogno di essere rassicurata e consolata.
In questo giardino meraviglioso di virt, in questo castello incantato dell'amore verso
Dio, giungeva verso la met di dicembre il nostro Gerardo, e subito lo riemp della sua
carit. La stessa carit che lo faceva tramortire al semplice pensiero di offesa di Dio, lo
schiudeva impetuosamente alla gioia, quando scorgeva creature innamorate di Lui.
Sembrava allora che la sua carit si moltiplicasse, come immagine ripercossa da migliaia
di specchi. Erano i momenti in cui il suo piccolo cuore di carne premeva talmente sulle
fragili pareti del petto da farle quasi spezzare.
L'incontro con la madre Maria di Ges avvenne attraverso le grate del parlatorio. Erano
quasi coetanei: Gerardo aveva venticinque anni, uno di meno della suora ed erano fatti
per comprendersi, avendo in comune gli stessi ideali di perfezione.
Tanto fu il conoscersi scrive il Tannoia, (o.c., pag. 92-93) quanto comunicarsi i
propri sentimenti. Incontrandosi, vedevansi due fuochi di riverbero che agivan l'un
l'altro; e non sembravan che due Serafini .

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Da allora la Madre lo riguard come santo e lo invit, la sera stessa, a parlare alla
comunit. Gerardo, preso alla sprovvista, si abbandon al suo estro, trattando del gran
merito che ha Dio di essere amato dalle creature. Ripercorreva la predica del padre
Cafaro. ma l'impeto era suo. Era sua quella passione che gli colorava la faccia e gli
toglieva il respiro. La voce diveniva sempre pi forte. sempre pi vibrata e lo spasimo
cresceva e tutto il corpo era preso da un moto convulso che lo lanciava verso l'aria, l,
davanti alle suore letteralmente travolte da quel fiume irruente di carit. A un certo
punto, sent che la terra gli sfuggiva di sotto... Voler ? Si afferr con tutte e due le mani
alla grata di ferro, munita di grossi spuntoni. L'arrovent, la contorse come fosse stata di
cera. Poi, smorzato quell'impeto, le diede un'aggiustata con la mano. Solo tre spuntoni
rimasero contorti e tali apparivano ai padri Caione e Tannoia, molti anni dopo il fatto.
Il discorso fu ripreso nella sera seguente. Allora il santo s'introdusse di botto
nell'argomento dell'amore e, acceso in volto, con aria di danza nella voce e nel corpo,
prese a dire : Introdurre vi voglio nella cella vinaria . Era il tema della Cantica che
intona l'epitalamio tra l'anima e Dio: Gerardo lo svolgeva a scatti, come sotto la
pressione di un sentimento che esplode. Si accendeva nel volto, negli occhi, nelle vesti e
il fuoco invadeva le grate e copriva la luce delle candele che finora avevano rischiarato
la scena. Il chiarore diveniva forte, tanto forte che le suore erano costrette a sbattere le
palpebre al di sotto dei veli.
Il ripetersi di questi fenomeni aveva circondato Gerardo di un alone di grandezza
misteriosa. Le suore ne parlavano come di un miracolo vivente e col pensiero forse
correvano a don Alfonso che aveva predicato l'anno avanti. E nel confronto ci avr
scapitato proprio quest'ultimo.
Qualche cosa di questi discorsi dovette giungere all'orecchio del santo che, geniale come
sempre, pens di prendersi una bella rivincita.
La mattina seguente, dopo aver lungamente pregato nella chiesa del monastero, corse
alla ruota e la fece girare vorticosamente pi volte. Gli rispose di dentro la voce
argentina di suor Maria Battista della Trinit, una bambina ancora sedicenne, ma tanto
avanti nella perfezione : Fratello, che questo ? Andate con Ges Cristo ! . E il santo:
Eh, eh, sorella, dimmi la verit: quanto vino hai bevuto questa mattina ? .
E la bambina, quasi stizzita: Com' possibile se appena fatto giorno ? .
S, s, non me lo vuoi dire, ma io lo so. E Gerardo rideva beatamente, ripensando al
vino della cella vinaria della sera precedente. Poi tornava a pregare, per riprendere poco
dopo il solito ritornello alla ruota Senti, senti, sorella, questa sera ti verr a trovare! .
E l'altra a pestare i piedi: No, no, non venire: mi metto paura .
Ma la sera, quando le suore si furono ritirate, ecco apparirle il viso pallido di Gerardo.
Era una visione spirituale che impressionava le potenze superiori dell'anima in modo pi
vivo ed efficace di ogni presenza corporea. Suor Maria Battista lo guard : era lui,
proprio lui; il volto s'illuminava, come quando predicava, la bocca si apriva a un sorriso,
ma tutto si svolgeva come in una zona rarefatta, come in un cerchio incantato di silenzio.
Stette cos un pezzo, immobile, sospeso tra cielo e terra, poi disparve.
All'indomani Gerardo mise ancora in moto la ruota e, quando sent da dentro la solita
voce di bambina, disse: Hai visto se ho mantenuto la parola ? .
Eri tu veramente ? .
Sicura ! E pensa che per venire fino a te, ho dovuto passare sotto la trave della tua
stanza ! .

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Per carit, non tornare pi ! Mi metto paura!.


Questo fatto e queste parole produssero una certa impressione sulla giovane suora e sulle
consorelle che ne vennero a conoscenza. Quando Gerardo se ne accorse, fece quello che
sanno fate solo i santi : riparare l'involontario errore, e prenderne occasione per un atto
di edificazione fraterna. Infatti, con l'impeto di carit', che distingueva ogni sua azione,
si gett in ginocchio ai piedi della'tixnadre Priora e delle suore, supplicandole, con le
lacrime agli occh% ad aver piet della sua anima ed a pregare per lui. Le suore,
commosse anche loro fino alle lacrime, insorsero in una gara sincera di umilt
e chiesero e promisero preghiere. In questo clima surriscaldato di carit, stipularono di
comune accordo un contratto solenne di preghiere reciproche. Essi avrebbero dovuto
incontrarsi e salutarsi ogni giorno, dopo la santa comunione nell'aperto e spalancato
costato di Ges Cristo e nel cuore afflitto di Maria SS. dove ogni dolcezza e riposo si
trova , con la recita di un Gloria Patri e di un'Ave Maria. E, a ricordo del patto, Gerardo
chiese ed ottenne un frammento della statua di Santa Teresa.
Ma la mattina della partenza, egli si accorse di essere stato oggetto di altri commenti non sappiamo di che natura ; forse di lode - e ne prov profondo cordoglio : era tanto
confuso da non avvedersi che il cavallo, a un certo punto della strada per Melfi, aveva
dirottato per Foggia, allungando il cammino di quattro miglia. Lo dir nella lettera che
scrisse da Melfi alla madre Priora, il 17 dicembre. La lettera, pi che un atto di
ringraziamento al Signore per avergli fatto conoscere tante anime sante: 0 tu, Divino
amore, sii sempre nel cuore di questa tua diletta e cara sposa , un atto di amaro dolore
per i suoi ammirabili mancamenti, anzi per la sua pazzia: Io vi scrivo in fretta, mia
cara e benedetta Madre, con mettermi di bel nuovo ai vostri piedi e di tutte codeste mie
care sorelle ... Son costretto d'accusarmi reo, con esclamare dappertutto misericordia,
con chiedervi umilmente perdono per amore di Ges Cristo ... .
Ma mentre riconosce le sue mancanze e le esagera fino al punto di accusarsi di poca
modestia e riverenza, ci tiene ad affermare categoricamente d'aver parlato ed agito con
retta intenzione. Quale ? Far conoscere la propria miseria morale a tante anime sante,
perch abbiano compassione di lui e lo' aiutino con le loro preghiere: Da altro non
provenuto se non cha un giusto fine di dichiararmi quale sono, affinch V. R. si movesse
a piet di me con tutte codeste vostre figlie. Date le mie continue imperfezioni, domando
l'aiuto delle Reverende Madri, sperando, mediante le anzidette preghiere, di far
rettamente la volont del mio e comune Padre .
La lettera tutta qui : in una domanda continua di preghiere per lui povero peccatore,
recidivo nella colpa, anzi una delle pecorelle smarrite, e in uno slancio di ringraziamento
al Signore che ha ispirato le sue care spose a venirgli in aiuto. Dal ringraziamento fiorisce l'umilt pensando alla infinita bont di Dio in avere impegnate le sue care spose
per la salvezza di chi tante volte l'ha offeso . E dall'umilt spicca pi vivo l'accento
lirico dell'esaltazione e dell'amore: O eccesso di carit, o stupendo prodigio, o amore
di vero pastore in ricercare con tante industrie le smarrite pecorelle ! Io per me altro non
posso dire che della carit usata verso di me, ve ne sia Renditore il sangue di Ges
Cristo, unito con i dolori di Maria.
In ultimo ogni movimento del cuore si placa nel ricordo del patto concluso con tutte le
sue care figlie. Tutte le abbraccia dentro il sacro costato di Ges Cristo . (Lettere e
Scritti, pagg. 13-15).

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Consegn la lettera al corriere e, come sgravato da un peso, riprese serenamente la via


per Deliceto.
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IN SOTT'ACQUA E SOTTO VENTO
Dopo il brusco richiamo al rispetto dell'autorit, Sant'Alfonso volle provvedere la sua
cara comunit di Deliceto d'uno di quegli uomini eminenti che rendono amabile la virt
e bella l'ubbidienza. Il padre Carmine Fiocchi aveva appena trent'anni, ma gi era stato
rettore della casa di Pagani e consultore generale. Questo ci dice il prestigio che godeva
presso tutti. Il fondatore lo considerava un santo autentico. Scrivendo, infatti, l'anno
prima al padre Margotta, gli augurava di farsi santo, come i padri Cafaro, Villani,
Mazzini, Fiocchi, Ferrara: uomini morti alla loro volont (Lettere, I, 173).
I confratelli lo ammiravano indistintamente per la costanza incrollabile nel seguire la
propria vocazione, il trasporto istintivo verso la piet, lo zelo indefesso per le anime e la
carit inesauribile verso i sudditi. Compiuti gli studi a Napoli, aveva abbandonato le
speranze di un brillante carriera per chiudersi nel seminario di Salerno. Da qui, spinto
dal desiderio del pi perfetto, era volato al noviziato di Ciorani. I genitori, pur di
riaverlo, si rivolsero al braccio secolare fu rinchiuso in un convento di Salerno, ma egli,
forte dell'aiuto di Dio, vinse ogni ostacolo e ritorn nella solitudine di Ciorani, dove
emise i voti nelle mani di Sant'Alfonso. Mor in concetto di santit dopo trent'anni di
laborioso apostolato.
Questo era l'uomo destinato da Dio a divenire prima superiore diretto di Gerardo; poi,
alla morte del padre Cafaro, suo direttore di spirito. E fu lui a dare una nuova svolta alla
sua vita. Finora Gerardo era stato una fiaccola sotto il moggio ; il p. Fiocchi lo porr sul
candelabro. Ma sempre con la dovuta prudenza: lanciandolo a tempo e luogo opportuno
e tirando i freni quando l'entusiasmo della folla minacciava di diventar travolgente. Fu
lui ancora a mitigarne i rigori e a prescrivergli un vitto meno scarso e una stanza come
gli altri. Cos facendo, egli salvaguardava la salute del santo sempre pi cagionevole e
assecondava il proprio spirito di moderazione e di prudenza verso tutti i confratelli. Egli
capiva bene che l'osservanza non pu attecchire in un clima di miseria: povert, ma non
miseria. Perci voleva un tenore di vita pi umano che tenesse conto delle esigenze
legittime della natura.
Ma dove trovare i mezzi ? Il padre Fiocchi era uno di quegli uomini che hanno l'arte di
farsi gli amici e di suscitare la loro generosit : saper chiedere gi un gran vantaggio.
Inoltre aveva a portata di mano un ambasciatore straordinario che parlava con l'eloquenza della santit e dei miracoli. E Gerardo fu il suo ambasciatore, un ambasciatore
singolare che marciava all'insegna dell'umilt, del disprezzo. E specialmente
dell'ubbidienza. Al primo cenno del Rettore, partiva come si trovava, senza cambiarsi
d'abito, senza provvedersi di nulla, presentandosi agli altri con la diplomazia della
semplicit e della fiducia in Dio.
Fu cos che cominci ad allargare la sua cerchia di lavoro e di apostolato. Rimonta a
questo tempo la maggior parte delle opere meravigliose che comp nei dintorni di
Deliceto : miracoli e conversioni. Gli episodi si moltiplicano, ma tutti hanno alcuni punti
in comune. Primo : l'occasione del viaggio, ed era la ricerca della carit materiale dei
fedeli. E Gerardo riceveva con una mano e donava con l'altra. Riceveva un'offerta
materiale e donava l'offerta spirituale della luce e del conforto. Secondo : il fiuto
infallibile con cui avvertiva il peccato e leggeva i segreti delle coscienze. In ultimo la

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prontezza con cui spingeva l'anima a specchiarsi nella luce. Uno scossone formidabile e
l'effetto era ottenuto.
Un giorno si aggirava nelle vicinanze di Sant'Agata. Andava, come al solito, a cavallo,
con gli occhi socchiusi, immerso nella preghiera. Giunto a un bivio, si ferm di scatto.
Una voce, di dentro, gli aveva detto: Fermati, tra poco arriver un gran peccatore! .
Ecco infatti spuntare un uomo sulla quarantina, mascella stirata, cappello sugli occhi.
Proseguiva diritto, a grandi passi, nero come la tempesta. Gerardo gli si fece incontro
con un grazioso sorriso
Fratello, dove vai ? .
E a te che importa ? , rispose l'altro e seguitava a camminare torvo e dispettoso.
Ma pure, dimmi chi sei, dove vai: forse, ti potrei aiutare .
Vado per i fatti miei; lasciami andare, frat4ccio della malora ! e, chiuso come una
lanterna, continuava la sua strada, pi burbero, pi arrabbiato che mai. Fu allora che
Gerardo compi uno di quei gesti che atterrano : lo afferr violentemente per un braccio
e, ficcandogli addosso due occhi fulminanti, gli disse: Io so chi tu sei : tu sei un
disperato che stai per dar l'anima al diavolo. Ma coraggio ! Non niente ! Dio mi ha
mandato apposta per te. Abbi fiducia ! .
S, s, vero, borbott il disgraziato e la faccia assunse un atteggiamento di smorfia
dolorosa e la parola si sciolse in pianto. Non temere! riprese Gerardo, va a Deliceto
dal padre Fiocchi; digli che ti mando io. Fatti da lui una buona confessione e non aver
paura di niente.
Dopo qualche ora, il disperato di Sant'Agata era ai piedi del padre Fiocchi, a piangere i
suoi peccati e a ringraziare il Signore della grazia della propria conversione. Fu tanta la
sua gioia che volle rimanere molti anni in collegio a prestar la sua opera gratuita di sarto,
esempio a tutti di lavoro indefesso, di preghiera e di penitenza assidua. In ultimo, spinto
dal desiderio dell'immolazione completa per i suoi fratelli, volle recarsi a Napoli come
infermiere volontario all'ospedale degli Incurabili, dove mor, vittima eroica della sua
carit. Si chiamava Francesco Teta.
Un altro giorno Gerardo s'imbatt, a poche miglia dal collegio, in un giovanotto
stravagante : qualche cosa tra l'avventuriero e il sognatore squattrinato. Costui, vedendo
aggirarsi per i dirupi della montagna quella strana figura di frate infagottato in una
vecchia talare, con due occhi fosforescenti sotto un cappellaccio a cencio, gli disse in
tono di burla: Fossi tu per caso un negromante ? . Gerardo si fece una risata
Altroch ; sono negromante, e come!.
Il giovane aveva sentito parlare di stregoni che vivono nelle grotte a custodia di tesori
favolosi. Bastava superar delle prove e in un momento si diveniva ricchi sfondati. E
subito la sua fantasia si accese: Senti, disse correndogli vicino, se vai a cavar
qualche tesoro, son qui, ti accompagno, posso darti una mano .
Gerardo colse a volo la circostanza favorevole e, con una certa sospensione nella voce,
gli rispose: Ma ... sei uomo di fegato tu ? .
Io ? ... Ah tu non mi conosci. Io ho fatto questo, io ho fatto quest'altro ... E continu
per un bel pezzo a snocciolare tutte le
sue prodezze. Infine concluse: Te nei sei convinto ora? No? E allora senti anche questa:
sono sei anni che non mi confesso. Bene, benone , soggiunse Gerardo, proprio te
andavo cercando, tu fai proprio per me. Fai come ti dico e il tesoro bell'e trovato .

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Cos dicendo, s'incamminarono per un boschetto, mentre il giovane si sbracciava sempre


pi a mettere in mostra le su bravure. Penetrarono tra le piante umide, nel folto dei
cespugli, e giunsero in una breve radura, sperduta nel silenzio dei tronchi e dei rami.
Ors, a noi, esclam Gerardo, ecco il luogo*. E, steso a terra il mantello, comand al
giovane di entrarvi. Il giovane si sbianc in volto e trem, credendo di veder sbucare da
un momento all'altro il diavolo in persona.
Ed ora inginocchiati ! ton il santo a voce alta, ti ho promesso un tesoro e voglio
mantener la parola. Ma il tesoro di cui ti parlo, non un tesoro di questo mondo. il
tesoro di tutti i tesori, il tesoro del paradiso. E tir fuori il Crocifisso dal petto: Ecco
quel tesoro che tu hai perduto da tanto tempo, quel tesoro che tu hai barattato per
niente ... . Seguit con zelo infiammato per circa mezz'ora, finch non vide il giovane
sferrare a piangere e urlare come un pazzo. Allora, abbracciandolo, lo sollev da terra e
lo condusse in collegio dove, con una bellissima confessione, gli ridiede serenit e pace.
A tante conversioni, si aggiungeva la fama di molti stupendi prodigi. Si diceva da ogni,
parte che le sue mani avessero guarito molti infermi gi disperati dai medici. E la voce
richiamava malati d'ogni genere. Ma un giorno un fatto straordinario accadde proprio
alla portineria del collegio. Gerardo rientrava da una delle solite escursioni, quando si
trov di fronte un giovanotto abbattuto lungo gli stipiti della porta. Vicino, un uomo
attempato, taciturno come una statua.
Chi volete ? , chiese loro. Vogliamo fratel Gerardo . Sono io .
Allora i due ruppero in gran pianto, chiedendo ad alte grida la grazia.
Quale grazia ? , prosegu Gerardo che gi si curvava benigramente verso il giovane.
Questi, per tutta risposta, si port la mano al piede fasciato, urlando : Oh Dio ! finita
per me ! Mi taglieranno la gamba e dovr morir di patimenti e di fame!
Gerardo, in ginocchio, gi sfasciava le bende impregnate di pus e di sangue. Quando
apparve una poltiglia di fetido marciume, ebbe un moto di ribrezzo, subito represso da
un movimento pi forte di carit di fronte al giovane che si dimenava per terra in preda
agli spasimi: chiuse gli occhi; accost la bocca e succhi, succhi, finch apparve l'osso
spolpato e intorno una pellicola nuova, teneramente rosata. Allora rifasci la ferita, poi
disse all'infermo e all'accompagnatore: Ora riposatevi, ripartirete domani di buon'ora
.
All'indomani il giovane si lev guarito, incamminandosi a piedi, benedicendo Dio e
fratel Gerardo.
Tale miracolo, con le inevitabili ripercussioni, provoc un certo afflusso di pellegrini che
minacciavano di turbar la pace della comunit, durante il raccoglimento quaresimale. Si
corse perci ai rimedi, e s'innalz una barriera di silenzio tra il santo e gli estranei,
chiunque essi fossero, compresi gli eremiti che vivevano ai margini del collegio. Il
provvedimento fu opportuno, perch, liberando il nostro Fratello dagli impegni
domestici, proiett pi lontano la sua attivit altamente benefica. Cominci da allora a
frequentare i centri popolosi delle Puglie e del Vulture, sempre uniformato ad miraculum , secondo la felice espressione del p. Caione, alla volont di Dio e sempre
perseguendo, anche nelle citt e nei palazzi, il suo ideale di perfezione evangelica.
Un giorno gli fu comandato di recarsi dalla duchessa d'Ascoli, Eleonora Sanfelice, della
prima nobilt del regno. Doveva recarsi nel suo castello dorato, passando tra
maggiordomi gallonati, paggi e servitori in livrea, per essere ricevuto proprio da lei, la
gran dama. Quale onore ! Il santo non si scompose : con la divisa dei seguaci di Cristo,

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potr figurare anche davanti alle regine del mondo. Prende cappotto e cappello e fa per
avviarsi, quando si accorge di dover pensare anche ai piedi, ai poveri piedi ravvolti in
vecchie pantofole scalcagnate. Come fare ? Dove trovare un paio di scarpe ? Le sue sono
dal ciabattino che non sa pi dove metter le mani per aggiustarle. Ne chieder di nuove ?
Ah questo poi no, non lo vuole la povert professata. E allora ? Parte come si trova;
raggiunge Ascoli Satriano, penetra nella piazza dove viene salutato con una salve di
sassi e torsoli e fischi e grida da parte di una frotta di monelli; ma egli prosegue diritto e
sereno, fiero della sua livrea di povero di Cristo. Inutile dire che la visita produsse un
grande effetto sulla duchessa che divenne sincera ammiratrice del santo.
Da Ascoli, sul suo cocuzzolo pelato, a guardia del Tavoliere, raggiunse Foggia, capitale
dello stesso Tavoliere, in quella quaresima del '52 con l'indirizzo del monastero del SS.
Salvatore e il saluto del padre Fiocchi per la madre Maria Celeste Crostarosa. Questa
Madre nel 1731, nel monastero di Scala presso Amalfi, aveva avuto la prima rivelazione
dell'Istituto dei Redentoristi. Poi, costretta da circostanze esterne a lasciare quell'asilo,
aveva fondato in Foggia il conservatorio del SS. Salvatore che dirigeva con mano
esperta e sicura. Anima infiammata di Dio, ripiena di carismi eccezionali che la pongono
tra le pi grandi mistiche del Settecento, estrosa e volitiva, ingenua ed esperta della vita,
sapeva passare con naturalezza da una contemplazione ardita sul mistero del Verbo
Incarnato, a una dissertazione sui gradi dell'orazione infusa, o alle canzoncine spirituali,
vivaci nel sentimento e felici nelle immagini, anche se trasandate nella forma.
Ricordiamo la Tarantella al dolcissimo Nome di Ges e il Dialogo tra Ges e
l'anima zingarella , se non altro, per quel senso di pastorale e di arcadico che spira dai
titoli ed testimone di una certa cultura umanistica.
Solo i santi sanno comprendersi e i due si compresero perfettamente ai piedi di Ges che
divenne il fulcro della loro amicizia. La Crostarosa che toccava ormai i cinquantacinque
anni e portava sul volto le rughe scavate dalle incomprensioni e dalle invidie, dovette
avere una predilezione materna per quel giovane tanto semplice e tanto folle del suo Dio.
Certo, sar l'unica, come vedremo, a ricordarsi di lui, nel momento supremo della prova.
Da parte sua, Gerardo dovette sentire affetto e riverenza di figlio per quella suora austera
e gioviale, dal manto azzurro sulla tunica rossa, perch l'Istituto da lei fondato doveva
riprodurre perfino nelle vesti la vita terrestre del Salvatore. Era nella tradizione della
spiritualit teresiana la meditazione costante dei misteri del Verbo Incarnato: e la
Crostarosa, come le Carmelitane di Ripacandida, come lo stesso Sant'Alfonso, si
distinguevano per la fedelt agli insegnamenti della grande maestra di Avila.
Sulla scia di questi santi, Gerardo, che finora non aveva visto che l'Eucarestia e la Croce
cio la passione e il memoriale della passione, allarg lo sguardo su tutta la sacra
umanit di Ges. facile notarlo nella corrispondenza di questo periodo alle suore di Ripacandida. Il 22 gennaio del '52, rispondendo alla Priora che gli aveva manifestato il
desiderio di parlargli da solo a solo nel luogo pi sicuro, cio nel sacratissimo Costato di
Ges, Gerardo se ne dichiarava sommamente soddisfatto. Oh in quel rifugio egli vi
penetrava frequentemente e sempre aveva la gioia di trovarvi e rimirarvi Maria di Ges e
di offrirsi al Sacro Cuore per lei. Nel sacro Costato la salutava e con lei tutte le suore.
Ma su tutta l'umanit del Signore, egli vedeva proiettarsi l'ombra della Croce: il Cuore di
Ges era sempre impiagato; il sacro Costato, sempre trapassato dalla lancia, ; il volto di
Ges, sempre velato di mestizia.

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Cos la visione dell'infanzia si allargava senza perdere la sua originalit che proprio in
questo periodo acquista gli accenti pi profondi. Lo spettacolo di tante suore estatiche
intorno al Verbo Incarnato, il loro corpo assiepato intorno al muto tabernacolo, gli suggeriscono l'immagine suggestiva delle suore carceriere di Ges; della Priora, prima
carceriera del Signore appassionato. Ma il loro un assedio d'amore; la morsa materna
sul corpo del figlio. Cos l'immagine rifluisce naturalmente dal carcere al focolare, alla
mamma. La suora appunto una madre ed ha un figlio: Ges. Dunque, la suora qui in
terra l'immagine pi perfetta della Madonna. Non vi meravigliate - dir alla stessa
Priora - se io vi scrivo cos affezionato. L'unica ragione ne che voi siete stimate da me
per vere dilette spose di Ges Cristo, e perci mi muove a divozione il conversare
continuamente con voi. Ma l'unica ragione che mi tocca al vivo del cuore che voi tutte
spose, mi ricordate e rappresentate la Divina Madre (Lettere del 1o e del 16 aprile).
Forse la somiglianza gli sar stata suggerita dalla tunica rossa e dal manto azzurro che
trasformavano le suore del conservatorio in immagini viventi del Figlio della Vergine.
A Foggia, Gerardo rimase buona parte della settimana santa con sommo profitto del suo
spirito, come dir a una suora di Ripacandida. La somiglianza della regola con quella del
proprio Istituto gli dava l'illusione perfetta di trovarsi in Deliceto, tra i confratelli,
mentre la presenza serafica della madre Crostarosa gl'infondeva un senso di calma nelle
prove dello spirito. Prima di ripartire, volle mostrare alle suore il frammento della statua
di Santa Teresa, avuto a Ripacandida, ed esortarle ad amare la gran santa. Non l'avesse
mai fatto ! Le suore insorsero con la prepotenza delle anime buone, e lo vollero a ogni
costo. Mi fu tolto scriver poi il santo alla madre Maria di Ges, chiedendone un
secondo, mi fu tolto da un Monastero desideroso di esso e, per non far loro perdere la
devozione, mi fu forza darlo (o. c., pag. 20).
Verso la fine di marzo, prese la via del ritorno.
Era una giornata tempestosa con grosse nuvole e lunghi ululati di vento. Quando
cominc la salita di Deliceto, la pioggia, trasportata dal vento che muggiva fra le gole
selvagge, lo prese d'infilata.
Il cavallo, acciecato dalle raffiche, s'impennava a ogni passo, portandolo a casa a notte
avanzata. Gli venne ad aprire, borbottando, il ' portiere con gli occhi tra i peli. Lo aiut
in fretta in fretta a scarcare le provviste e si ritir a continuare i suoi sogni. Anche Gerardo cerc di ritirarsi nella sua stanza, ma la trov occupata da un confratello di
passaggio. S'udiva di fuori il suo ronfare rumoroso. Allora and tranquillamente nella
crociera del corridoio, si raggomitol per terra, fradicio di pioggia e morto di fame, e
attese, sbattendo i denti, il mattino.
Tali incidenti, ci avvisa il padre Caione, non furono rari, perch la sua stanza era
considerata la stanza di tutti ed egli non chiedeva mai nulla, n alloggio, n bianchera
per cambiarsi. D'altra parte non era facile accorgersi delle sue necessit: tanto era abile
nello sfuggire all'attenzione degli altri.
L'incidente della pioggia e del vento suggerisce al nostro santo una delle immagini pi
espressive per raffigurarci il suo stato interiore, sbattuto dalle prove. Non lo
crederemmo, tanto siamo avvezzi a considerare la sua vita come il susseguirsi di fatti
strepitosi, lo svolgersi di un magnifico arazzo dipinto dalle mani di un grande artista. E
invece ,non cos. Abbiamo in contrario le confessioni dolorose dello stesso Gerardo
che crescono di angoscia col passare degli anni e col moltiplicarsi dei miracoli.

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Era solito dire : Quando si tratta di patire, Dio sempre pronto ad esaudirci. Non c'
domanda che accoglie pi volentieri. Le altre grazie, specialmente quella della salvezza
eterna, egli le dona s, ma con una certa lentezza, perch siano stimate a dovere. Ma
quando si tratta di patire, non si fa a tempo a chiedere e si esauditi . Il santo lo aveva
imparato a sue spese e ne subiva le conseguenze.
Quanto pi rifletteva sugli altri la luce abbacinante della propria anima, tanto pi si
addensavano sul suo spirito le oscurit e le prove. L'intervento del Blasucci era stato una
goccia di balsamo in una coppa di fiele. Poco dopo, il tormento lo riprese con un
crescendo continuo, come le acque di un fiume che corre verso la foce. La sua anima si
dibatteva nell'mpotenza, nel vuoto assoluto. Era tentata di disperazione e, come un
naufrago, si afferrava all'ultimo scoglio rimastole in mano: la volont di Dio. Da lei, solo
da lei riconosceva
l'origine della prova e solo nel cieco abbandono tra le sue braccia gli si apriva un fioco
spiraglio di luce. Perci scriver alla Priora di Ripacandida in data 16 aprile: Il Divino
Volere vuole che io cammini in sott'acqua e sotto vento. Dio, dunque, che vuole che
egli vada avanti alla cieca, senza vedere dove metta i piedi, o quale efficacia possano
avere le sue preghiere per il bene della propria anima. Dio che lo vuole povero, come
il pezzente della strada, coperto di piaghe e di cenci ; Lui che vuole che egli bussi alla
porta di tutte le case, e specialmente dei monasteri, in cerca di preghiere. Le vergini
consacrate, le carceriere, le spose, le madri di Ges, hanno dei titoli speciali per aiutarlo
e Gerardo non si stanca di chiedere e d'importunare l'aiuto delle loro preghiere : Per
l'avvenire non vi scordate di raccomandarmi a questo Divino impiagato d'amore. Vi
ripeto di nuovo che non vi scordiate di raccomandarmi spesso al Signore, perch ne ho
un grandissimo bisogno e Dio sa le solite mie necessit . (Lettera del primo aprile alla
madre Priora di Ripacandida).
E in un'altra vorrebbe che la madre Priora desse alle sue figlie l'ubbidienza di pregare
continuamente per lui. E quando viene assicurato del compimento volontario di questo
suo desiderio da parte delle suore, esplode in grida di gioia: La grazia del Divino
Amore sia eternamente nell'anima di V.R. Amen.
0 Dio, che somma contentezza ho avuto quest'oggi nell'interno per aver ricevuta la sua
stimatissima da me tanto tempo bi amata! . Ma l'assicurazione della Madre attizza
maggiormente le fiamme dei suoi desideri. Non ha ancora finito di ringraziare per le
preghiere gi fatte, che torna a bussare con maggiore insistenza. Anzi questa volta si
appella, come estremo argomento, alla stessa volont di Dio Vi discorro con verit
innanzi a Dio: questo mio desiderio non mio volere, ma (volere) dell'Altissimo che
mi fa sempre chiedere aiuto dagli altri, perch io non posso. E non pu perch deve
uniformarsi alla divina volont che lo vuole come un relitto schiaffeggiato dalla
tempesta: Il Divino Volere vuole che io cammini in sott'acqua e sotto vento... Voglio
che sia fatto sempre perfettamente il suo Divino Volere, purch Dio me ne faccia
degno. Ma, ardire stupendo, mentre si sente impotente a pregare per se stesso e tremante ricorre alle preghiere degli altri, ha poi la balda certezza d'avere nelle proprie
mani la forza infinita di Dio e di poterne disporre a beneficio di tutti: Il mio unico
padrone Ges Cristo ha dato a me tutta la sua infinita merc, la quale io l'ho offerta al
suo Eterno Padre e voglio che, con la stessa merc datami da suo Figlio, paghi a voi
(cio alla madre Maria di Ges) duplicatamente e con l'infinita gloria per tutta
l'eternit.

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L'affermazione davvero di una grandezza sovrumana: Gerardo che non si lascia


abbattere dalle aridit e dalle desolazioni, Gerardo che si abbandona nelle mani di Dio
perch lo conduca, attraverso il deserto, fino a Lui, si rende forte della stessa forza di
Ges e l'offre al Padre a beneficio del prossimo. Se vogliamo conoscere il segreto dei
suoi miracoli e delle sue conversioni, dobbiamo ricercarlo proprio qui, in questa
debolezza che si appoggia all'onnipotenza di Dio, anzi, per un'audacia inaudita, se
l'appropria per la salvezza degli uomini.
15
CON TRE CHIODI
L'anno 1752 fu l'anno cruciale per il monastero di Ripacandida e per la priora Maria di
Ges, a causa di alcuni motivi di contrasto affiorati in quell'anno, ma forse gi latenti
nella mente stessa del fondatore. Il quale non si era mai proposto il problema sul
carattere da dare all'opera sua: se di autonomia completa, o di aggregazione alla pi
ampia famiglia teresiana. Perch, se da una parte, egli aveva chiesto consigli ed aiuti ai
Carmelitani Scalzi di Napoli, anzi ne aveva chiamato uno come istruttore delle suore,
dall'altra, era andato avanti per conto proprio, contento d'introdurre la regola primitiva di
S. Teresa, resa ancora pi rigida con altre prescrizioni, senza curarsi soverchiamente
delle costituzioni dell'Ordine, gi fissate fin dal 1581, poi corrette ed approvate,
aggionte e mutate per Sisto V e in alcuna parte per Gregorio XIV .
Il problema venne alla ribalta dopo la morte del fondatore quando il monastero fu
canonicamente stabilito e cominci a svilupparsi con una bella fioritura di santit. Allora
le suore, consigliate dal vescovo diocesano, Teodoro Basta, loro protettore e direttore fin
dalle origini, chiesero ai Padri Carmelitani di essere aggregate al loro Ordine per
usufruirne i vantaggi spirituali. I Carmelitani acconsentirono, ma a condizione che
fossero abbracciate le costituzioni e il cerimoniale dell'Ordine senza di cui ogni
aggregazione sarebbe riuscita per lo meno anacronistica. E cos, senza che nessuno lo
volesse, anzi adoperandosi tutti per il meglio, venne fuori il contrasto. Perch il vescovo,
pi che mai desideroso di porre il monastero ancor troppo giovane sotto la guida
sperimentata dell'Ordine illustre di cui era ammiratore, trov logica e naturale la
condizione e l'impose di autorit, mentre le suore che avevano ancora nelle orecchie gli
anatemi
del fondatore contro ogni forma d'innovazione, opposero resistenza. E dall'una parte e
dall'altra si schierarono i patrocinatori: c'era infatti chi giudicava che avesse ragione il
vescovo, e chi invece temeva nell'aggregazione ai Carmelitani la perdita di quel fervore
che allora regnava nella comunit. E il doppio schieramento minacciava di creare dissidi
e compromettere la stabilit stessa dell'opera.
(1) Il monastero di Ripacandida. Le notizie sul monastero di Ripacandida sono desunte
dalla Vita del gran Servo di Dio Giambattista Rossi, Arciprete di Ripa Candida. Napoli
1752 s. L'arciprete era entrato nel noviziato dei Carmelitani Scalzi di Chiaia nel 1707,
ma per la forte miopia, ne era stato dimesso prima ancora della vestizione. Dalla
delusione, lo confesser lui stesso al superiore generale dell'Ordine, nacque il suo
desiderio di fondare quel monastero di Teresiane che inizi poi nel 1735. (Ivi, pag. 80).
Ne ottenne il decreto di clausura papale nel 1737, ma questo fu applicato soltanto dopo
la sua morte, quando finalmente si pot ottenere un giardino accanto al monastero. In
quell'occasione si parl, per la prima volta, di mitigazione della regola primitiva di S.
Teresa, rendendo durature alcune disposizioni transitorie gi permesse dal fondatore, ma

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le suore si misero a piangere dirottamente... e si protestarono di non voler Professare


se non si obbligavano ad ogni strettissima Osservanza della Regola primitiva, n si
quietarono se non furono assicurate che tosi appunto farebbesi come si fece n. (Ivi, pag.
191).
Il tentativo della mitigazione dovette partire direttamente o indirettamente da mons.
Teodoro Basta da cui dipendevano le suore. Egli aveva scritto per loro un'istruzione sulla
perfezione religiosa ed era tanto affezionato al monastero da tentare d'introdurvi anche
una propria nipote, suora del monastero di Nard. (Ivi, pag. 178).
La mitigazione era consigliata dalla prudenza, perch la regola sembrava davvero troppo
rigida, ma il vescovo dovette desistere in attesa di un'occasione pi propizia. E
l'occasione si present da sola nel 1752 quando si tratt di aggregare il monastero
all'Ordine carmelitano, compiendo cos un desiderio del fondatore. Infatti, era stato lui a
rivolgersi per aiuto ai suoi antichi confratelli. Nel maggio del 1738 aveva chiamato da
Napoli il p. Carlo Felice di S. Teresa che aveva regolato personalmente tutto l'andamento
del monastero. Poi, quando questi mori con grido di santit n, fu ancora il fondatore a
sollecitare la venuta del p. Carlo di S. Giuseppe e a chiedere l'aiuto del p. Giuseppe
Maria di S. Carlo, vivente ancora nel 1752. Questi potrebbe essere il Teresiano di cui
parla S. Alfonso nella sua lettera del 23 febbraio del 1753 alla priora Maria di Ges.
Ma i Carmelitani che, vivendo il fondatore, si erano mostrati alquanto restii ad
intervenire, quando furono invitati dal vescovo e dalle suore per un atto ufficiale di
aggregazione, vollero fare sul serio. Ed avevano tutti i motivi per farlo. Un'aggregazione
senza l'applicazione delle costituzioni pontificie non avrebbe avuto senso. D'altra parte,
il-fondatore, per un eccesso di zelo e di sua iniziativa, aveva aggiunto alla regola
primitiva di S. Teresa altri esercizi spirituali. (Ivi, pag. 89).
Ma purtroppo, le suore non erano in grado di ascoltare le ragioni dettate dalla prudenza.
Sarebbe stato per loro tradire lo spirito del fondatore che soleva ripetere che quando
trattavasi di regola... pi presto avrebbe dismesso il luogo, contentandosi di perdere
fatiche e spese cos esorbitanti,... che permettere che una sol costumanza di Scalze
Teresiane andasse in disuso. (Ivi, pag. 89-90).
La meno qualificata a cedere alle pressioni dei Carmelitani era la priora Maria di Ges
che venerava il fondatore come zio e come padre spirituale. Ella, infatti, rimasta ancor
bambina orfana del padre, il dottor Cesare Araneo di Pescopagano, era stata affidata
dalla madre, sorella minore dell'arciprete, alle cure dello zio. Questi che gi pensava alla
fondazione, l'aveva educata all'ideale monastico segregandola completamente dal
mondo. A 10 anni (era nata verso il 1725) l'aveva rinchiusa nel monastero, facendole da
maestro, da direttore, da superiore e lasciandola infine a continuar l'opera sua. Si capisce
perci come costei avversasse ogni idea di mitigazione anche a costo di veder sfumare la
tanto sognata aggregazione all'Ordine. E i Carmelitani dovettero desistere e con loro
anche il vescovo.
Ma la soluzione lasci insoddisfatta madre Maria di Ges che il 30 marzo del 1758 si
rivolger direttamente al superiore generale dell'Ordine, chiedendo una specie di
aggregazione sui generis, un'aggregazione, cio, che, rispettando la completa autonomia
del monastero, si limitasse a far partecipare le suore a tutte le opere buone dell'intero
Istituto e a inserire il loro monastero nel catalogo generale. Riportiamo la lettera Maria
di Ges, attuale Priora delle Carmelitane Scalze di S. Giuseppe di Ripaeandida, si umilia
a' piedi di V. R. Padre Nostro e gli fa noto come, essendosi qui fondato un Monistero di

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Carmelitane Scalze di clausura dove si serva Dio dadovero, vorrebbe la consolazione di


non essere questo totalmente disgregato dal corpo della Nostra Religione. Pertanto, io
prego V. R. Padre Nostro, per amore della Nostra S. Madre, a volersi compiacere di
accettarlo ed unirlo al catalogo di quelle altre nostre case di Scalze che sono ordinis, s,
sed non Jurisditionis : mentre di questa maniera vorebbero [verrebbero] le Scalze di
questa ossa a godere di tutti i privilegi spirituali che godono l'altre Nostre Scalze; e non
vorebbero [verrebbero] ad esser pi membri estranei del mistico [mistico] corpo della
nostra S. Religione. Mi consola [consoli], dunque, col suo benigno assenso, Padre
nostro, dichiarandomi da questo punto per umilissima figlia e serva di V. R. Padre
Nostro siccome, una per una, fanno tutte le Monache e tutte si umiliano a' piedi di V. R.,
Padre Nostro, gli domandiamo la S, benedizione, ed io, in nome di tutte, con piena
stima, mi dedico.
Di V. R. Padre Nostro, Ripacandida alli 30 Marzo 1758 Umilissima figlia e serva Maria
di Ges Carmelitana Scalza Priora.
Purtroppo, la petizione rimase inascoltata e il monastero, tanto caro a S. Alfonso e a S.
Gerardo, non figur mai in nessun catalogo dei Carmelitani Scalzi. La sua storia fu tutta
racchiusa dentro le mura cittadine e si spense nel novembre del 1908 quando le ultime
suore, cacciate dal loro asilo, trovarono rifugio nel monastero di Massa Lubrense,
fondato nel 1673 dalla Ven. Serafina da Capri. Cos le figlie delle Carmelitane Riformate
si fondevano con quelle dell'antica osservanza. E vi sparivano senza lasciar traccia.
Forse nessuno le avrebbe pi ricordate se, nel primo periodo della loro esistenza, non
avessero avuto la fortuna d'incontrarsi coi due grandi santi redentoristi.
Perci il vescovo prudentemente cominci con l'isolare il monastero, imponendo un
direttore di sua fiducia e proibendo di dirigersi da altri.
L'ordine produsse, com'era prevedibile, tale malumore che la madre Priora, non sapendo
dove dar la testa, si rivolse a Sant'Alfonso che rispose con la lettera del 27 gennaio,
cercando di riportare la calma tra le suore con l'unico argomento a sua disposizione la
volont di Dio: Donde nasce questa inquietudine ? Perch non trovano il Direttore
come lo desiderano ? Ma quando Dio cos vuole, perch ha da dispiacere loro quello che
piace a Dio ?... certo che a Dio piace cos, perch cos comanda il Vescovo... Non
abbiate n ora, n appresso, scrupolo di avermi scritto senza ubbidienza... Dite alle
sorelle vostre che mi tengano segreto con tutti, col confessore ed anche col Vescovo .
(Lettere, 1, 193).
Questa lettera non poteva distruggere tutte le inquietudini della buona madre Priora, che
si riteneva responsabile davanti a Dio di ogni eventuale decadenza del primitivo fervore.
Mentre ella cercava di fare appello a tutta la sua virt per resistere e lottare, Dio la colp
con una prova ancora pi dolorosa di cui troviamo echi piuttosto vivaci nella sua
corrispondenza con Sant'Alfonso. In una lettera ella si autodefinisce la bruttezza
infinita, incapace di pregare, di pensare e di agire liberamente; dice di sentirsi
ripiombata nel profondo dell'inferno dalle sue tante schifezze e tuttavia talmente
unita a Dio, da sembrarle d'idolatrare se stessa, quando, dopo la comunione, adorava Dio
nella propria anima. Passava dunque in quello stadio chiamato da San Giovanni della
Croce: seconda notte, o notte dello spirito. L'incontro del divino e dell'umano nella
stessa anima produce tale contrasto doloroso che l'anima teme, da un momento all'altro,
di soccombere e morire.

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La suora aveva bisogno della guida e Dio le mand, oltre a Sant'Alfonso, il dottore che
rischiara, anche San Gerardo, il serafino che conforta e solleva. Infatti quello che nel
primo affermazione e ragionamento, prudenza ed esperienza soprannaturale, diventa
nel secondo partecipazione attiva e impeto lirico. Ecco con quanto affetto le scriveva in
data 22 febbraio : Dio sa l'affezione che mi cagionate, perch vi vedo cos afflitta, ma
la mia non vera affezione naturale, ma invidia. Benedetto sia sempre il Signore che in
tale stato vi ritiene per farvi gran santa! Su dunque allegramente e non temete! Statevi
forte e con coraggio alle battaglie per vincere poi un pi valoroso trionfo nel nostro
regno del cielo .
Dopo questo esordio cos infuocato in cui la partecipazione al dolore tanto viva da
trasformarsi in sentimento d'invidia, Gerardo tocca l'argomento vero e proprio: l'oggetto
della tentazione, ma non si ferma ad analizzarlo e confutarlo. Gli basta affermare che la
tentazione opera del demonio il quale vuole atterrirci e spaventarci per farsi credere
vincitore. Individuato il nemico, bisogna imbracciare l'arma sicura per abbatterlo e
trionfare: l'aiuto di Dio. Dio permette che ci sentiamo confusi e deboli, ma lo permette
perch noi possiamo congiungere la nostra debolezza,con la sua potenza e renderci pi
gagliardi col divino volere: Non ci prendiamo spavento di quello che il maligno spirito
semina nei nostri cuori, perch quello l'ufficio suo, e l'ufficio nostro non di dargliela
vinta nelle sue opere. Non gli crediamo, perch noi non siamo quello che lui vuole e dice
che siamo. Egli lo fa per atterrirci e spaventarci e farci credere in tal modo che lui il
vincitore con le sue cattive opere. vero che talvolta ci vediamo confusi e deboli, ma
non c' confusione con Dio, non c' debolezza colla divina potenza, perch certo che
nelle battaglie la divina maest ci aiuta col suo divino braccio. Perci possiamo stare
allegramente ed ingrandirci pi forte al divino volere, e noi benediciamo le sue
santissime opere per tutta l'eternit. (o. c., pag. 16-17).
Alcune settimane pi tardi, nella lettera del primo aprile, il santo dopo avere accennato,
ancora una volta, ma velatamente, al motivo della prova, ricorda alla madre Priora che
ogni giorno le viene incontro, pregando per lei nella santa comunione e nella visita al
SS. Sacramento, e recitando puntualissimamente 1'Ave Maria promessa. Il fine di
tali preghiere uno solo : perch il Signore la faccia gran santa .
Era il sabato santo e Gerardo sperava di visitare, quanto prima, il monastero, per portarvi
il conforto della sua parola. L'occasione si present dentro l'ottava di Pasqua, quando
pass per Deliceto il padre Cafaro in viaggio per Melfi. Forse doveva trattare col vescovo; a nome di Sant'Alfonso, della fondazione di una casa a Rionero. Gerardo fu
destinato ad accompagnarlo, con l'incarico di proseguire poi fino ad Atella e
Ripacandida per il disbrigo di varie commissioni.
La prima parte del viaggio si svolse secondo i piani prestabiliti, non cos la seconda.
Perch quando Gerardo giunse ad Atella, fu sequestrato a viva forza da don Benedetto
Graziola che voleva tenerlo con s il pi a lungo possibile : Mi ha trattenuto a forza in
sua casa; ha fatto in modo da non darmi tempo di venire cost , scriver poi lo stesso
santo alla Priora di Ripacandida. Infatti era ancora ad Atella, quando gli arriv l'ordine
del padre Cafaro di raggiungerlo in Melfi. Ubbid prontamente, ma non trov il suo direttore che aveva anticipato il ritorno a Caposele.
Trov invece una lettera molto gentile della madre Maria di Ges col pezzetto della
statua di Santa Teresa che aveva richiesto il primo aprile. La Madre prometteva
preghiere da parte delle suore, sollecitava la sua visita e, in ultimo, mandava a salutare

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un eremita di Deliceto, un certo fratel Gaetano che, pi di una volta, era stato spedito dal
padre Fiocchi come corriere presso il monastero.
Nella risposta, il santo, dopo aver ringraziata la Madre col solito impeto gioioso per le
preghiere promesse, passa a parlare delle disavventure del suo viaggio con una
uniformit serena e riposante
nella divina volont che tutto permette e dispone. La parola caso, incidente, non cade
sotto la sua penna: dietro l'evento pi fortuito, c' sempre la volont di Dio. Avrebbe
dovuto andare a Ripacandida e l'andata sarebbe stata di gloria di Dio, perch voluta dai
superiori, ma gli avvenimenti posteriori avevano dimostrato che Dio non voleva tale
gloria; il padre Cafaro era partito per Caposele per mia mortificazione e per volont di
Dio.
La stessa uniformit si manifesta per altri incidenti: non ha ricevuto due delle tre lettere
inviate dalla Priora. Un disguido postale? No, anche questo segno giusto che il
divino volere non l'ha voluto . Non potr salutare fratel Gaetano se non per segni per
volont di Dio, poich cos mi hanno comandato i miei Superiori che io non parli con
nessuno (di quelli che sono) fuori del `nostro Collegio, ci mi riserbato solo quando io
sto fuori ; cio in viaggio (o.c., pag. 20-21).
La lettera termina con una formula insolita: Fiat voluntas sua, ut remaneamus in Corde
Jesu et Beatae Mariae Virginia .
Questa insistenza sulla volont di Dio ci lascia supporre che il santo si sentisse scosso
internamente da qualche violento dolore ; ma la supposizione diventa realt, quando
riflettiamo alla data della lettera : il 16 aprile. A quella data, Gerardo aveva gi saputo la
morte della mamma Benedetta Galella, avvenuta il lo dello stesso mese. Era un dolore
personale e se lo port nel cuore silenziosamente, ma l'appello costante alla volont di
Dio ci dice che la sua non era indifferenza, ma rassegnazione e virt.
Torn tra le mura di Deliceto a guardare il cielo tra un velo di lacrime, ripetendo il suo
Fiat, nella solitudine completa dagli uomini e dalle cose. Un raggio di sole lo sperava
ancora da laggi, da Ripacandida. Quando il superiore gli consegnava quelle lettere,
profumate di preghiere e di sacrificio, il suo cuore sussultava di gioia, come davanti al
messaggio del cielo. Ma Dio voleva ancora questo distacco e fece maturare altri
avvenimenti dolorosi.
Dopo i noti provvedimenti a carico della comunit di Ripacandida, mons. Teodoro Basta
credette giunto il tempo di procedere a un altro giro di vite, proibendo formalmente alle
suore qualunque corrispondenza epistolare verso chiunque e per qualunque motivo,
senza la previa licenza del direttore di spirito.
Costui, amicissimo del santo, sent il dovere d'informarlo dell'accaduto e forse di
qualche rammarico che serpeggiava nel monastero. Fu allora che Gerardo prese la penna
e invi alla madre Priora quella lettera chiamata giustamente dal padre Caione K degna
d'eterna memoria, e tale da darci la misura della sua virt e della sua perfezione. una
lettera in cui la volont di Dio amata, assaporata con volont di compiacenza; diventa
la sostanza stessa della propria anima, la sua unica gioia in questa vita e nell'altra. Il
vescovo l'esecutore fedele dei voleri di Dio e quindi amato con lo stesso impeto di
amore verso Dio. Non soltanto Dio il nostro caro Dio , ma anche il vescovo
Monsignore mio caro illustrissimo . Poi il vescovo, come esecutore, scompare dalla
scena e vi campeggia, sola e bellissima attrice, la volont di Dio, tutta intenta a cullarci
tra le sue braccia materne. E, il santo la contempla e gode di ogni suo movimento

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amoroso: Io assai godo che il Signore vi levi da tanti impicci, poich tutti son segni
che vi ama assai e vi vuole tutta ristretta a Lui e vuole che vi risparmiate da tante fatiche.
Onde' state allegramente e di buon animo, perch non son cose da darci pena, ma pi
presto allegrezza. Quando si tratta di volont di Dio, cede ogni cosa.
Amarezza ? Sconforto ? Come sono concepibili in un'anima consacrata a Dio ? Io non
mi sono ancora potuto far capace come un'anima spirituale, consacrata al suo Dio, possa
mai ritrovare amarezza su questa terra col non piacergli in tutto e sempre la bella volont
di Dio, essendo questa l'unica sostanza delle anime nostre . Solo l'amor proprio ci pu
impedire l'acquisto di un tesoro si immenso, un paradiso celeste e terrestre, un Dio. Solo
la vile ignoranza umana pu immaginare di saper trovare, da sola, per raggiungere il
cielo, una via migliore di quella tracciata dalla volont di Dio. A questa considerazione,
il sentimento trabocca nell'amarezza dell'invettiva: Ahi! Maledetta propriet che
impedisce all'anima un s immenso tesoro, un Paradiso terrestre, un Dio! Oh veramente
gran cosa degna d'infinita considerazione ! Oh vilt dell'ignoranza umana, quanto fa
trascurare un s grand'acquisto... Forse non quel Dio che tutto regge che ci permette ?
Forse non sua sacrosanta volont quella che ci vuole ma non appare ? Vi forse
un'altra condotta maggiore per condurci alla nostra eterna salvazione ?... Oh Dio! E
qual'altra cosa maggiore pu trovarsi per dargli gusto, quanto il fare sempre in tutto la
sua divina volont e farla sempre perfettamente come vuole, dove vuole, e quando
vuole, stando sempre pronti ad ogni suo minimo cenno ? Stiamo dunque indifferentissimi in tutto, acciocch possiamo fare sempre in tutto la volont divina, con quella
somma purit d'intenzione che Iddio vuole da noi.
A questo punto Gerardo si arresta come rapito in una visione la visione della bellezza e
della grandezza della volont di Dio che s'identifica con lo stesso Dio e, dunque, pu
essere compresa soltanto da Lui: Gran cosa la volont di Dio! O tesoro nascosto ed
inapprezzabile, ah si ben ti compiendo: tu sei e tanto vali quanto lo stesso mio caro Dio;
e chi pu comprenderti se non il mio caro Dio? .
Il dovere di ogni anima deve essere quello di cibarsi solo della bella volont del mio
caro Dio... per essere sempre trasformata in una unione perfetta, in una stessa cosa nella
bella volont di Dio .
E in un trasporto di gioia trasumanante, abbraccia tutto l'universo raccolto sotto le ali
della grande ed amabile volont di Dio E ci che fanno gli angioli in cielo, vogliamo
fare anche noi in terra. Volont di Dio in cielo, volont di Dio in terra. Dunque, Paradiso
in cielo, Paradiso in terra.
La conclusione pratica non poteva non corrispondere alla sublimit della premessa. Il
santo raccomanda alla madre Priora di non affliggersi delle disposizioni del vescovo,
perch sarebbe lo stesso che lagnarsi di Dio e si dichiara contentissimo di troncare
qualunque corrispondenza con le suore. Se anche nel mandarmi a salutare, conosceste
una minima ombra contro l'ubbidienza, per carit e per amore di Dio, non lo fate, perch
io mi contento di tutto. Basta che mi raccomandiate al Signore. Questo voglio perch io
ben conosco il fine di questo santo Prelato che vi vuole tutte unite a Ges. E se io verr
costi, mi asterr dal chiedergli licenza di parlar con voi... E se il mio Superiore mi
manda qualche volta costi, non serve vedervi, perch ci vedremo poi in Paradiso. Ma
mentre siamo in terra ci vogliamo far santi con la volont degli altri e non con la nostra.
difficile trovare nelle biografie dei santi qualche cosa che si possa paragonare a questo
inno alato alla volont di Dio, divenuta ormai il paradiso della sua anima. Non solo ogni

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volont del superiore era volont di Dio, ma anche ogni suo cenno, ogni suo desiderio.
Non c' quindi da meravigliarsi se Dio abbia voluto premiare tanta fedelt con una
sequela ininterrotta di miracoli.
Racconta il Tannoia che il padre Cafaro, per provarne la virt, pi volte lo avesse
comandato mentalmente anche a distanza e sempre al comando fosse seguita
l'ubbidienza immediata del santo.
Ma tali episodi diventano pi frequenti proprio adesso, sotto il rettorato del padre
Fiocchi, con l'avvicinarsi della professione religiosa. Sceglieremo solo un episodio
riferito dalla tradizione.
Un giorno il padre Fiocchi lo invi con una lettera a Lacedonia. Egli prese il cavallo e
parti, volentieri come sempre. Era gi lontano, quando il Rettore, rimasto solo e
ripensando alla lettera, si accorse d'aver tralasciato un particolare importante. Ah se
Gerardo fosse ancora qui! , esclam con un sospiro.
Dopo un po' di tempo, Gerardo buss alla porta: Sia lodato Ges e Maria! ed entr.
Ah sei tu! . La faccia pienotta del padre Fiocchi ebbe un movimento di sorpresa :
Beh, Gerardo, che t' successo ? .
Nulla; lei mi voleva ed io son venuto . E con una genuflessione, gli porse la lettera.
Poi la rimise in tasca e ripart veloce. Questa miracolosa sintonia telepatica coi voleri
inespressi dei superiori era il premio pi vistoso del cielo all'abdicazione integrale della
propria volont, al costante dominio delle proprie reazioni interiori. A questo dominio
che la vittoria continuata della grazia sulla fragilit della natura ricalcitrante, si volle
obbligare con un voto, il voto del pi perfetto di cui dar l'esatta portata nel Regolamento: il voto del pi perfetto il voto di fare: quello che a me pare il pi perfetto
avanti a Dio; esso s'estende a ogni opera, a ogni minuzia quale sar in obbligo di fare
con la maggiore mortificazione che a me pare innanzi a Dio, presupponendo averne
sempre la licenza affinch proceda con sicurezza.
Il pi perfetto dunque s'identifica con la massima mortificazione, la massima
mortificazione coincide con la vittoria sulla massima ripugnanza della natura. Il pi
perfetto s'estende non solo alla sostanza dell'azione, ma anche a ogni minuzia, cio a
quelle sfumature che sono il segno caratteristico dell'amore.
Con tali propositi si raccolse nel ritiro che doveva precedere la professione religiosa. Era
un evento troppo importante per lui che aveva cercato solo e sempre la croce, ora
lasciarvisi inchiodare coi tre chiodi dei voti. Perci prima che la sua anima si
configurasse su quel patibolo di morte, volle salirvi ancora una volta e saggiare le sue
forze.
Ai piedi del collegio, si vede anche oggi una grotta scavata nella roccia e contornata da
una muriccia ricoperta di terra e di erbacce, dove si annidano i ramarri e le serpi. Al
tempo della nostra storia, l'accesso era meno impervio, e vi si poteva entrare con relativa
facilit.
Ivi si rifugi il nostro santo. Da quella grotta il mondo si perdeva di vista: appena un
lembo di cielo entrava per un pertugio tondo, come una visione dell'aldil. Infatti il
terreno della grotta scende, sprofondandosi, fino alla pianura di Puglia. Ultimo lembo
del mondo sfuggito, la vetta violacea del Gargano che si confonde col cielo. Seppellita
tra quei sassi, l'anima di Gerardo si sprigionava dalla terra come quella vetta lontana che
era terra e pareva cielo, e saliva, saliva oltre la trasparenza dell'aria, fino a Dio.

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Eppure non era ancora soddisfatto. Da un lato della grotta una rozza croce di quercia lo
invitava tra le sue braccia e ripeteva continuamente l'invito. E Gerardo ubbid. Cominci
col cercarsi gli amici, cio coloro che dovevano procurargli il tesoro pi prezioso e
invidiabile: la Croce. E si rivolse ai suoi figliuoli spirituali: Francesco Teta, il disperato
di Sant'Agata, divenuto ormai un penitente coraggioso ed eroico, e un giovanotto di
Lacedonia, nerboruto come un querciolo, Andrea Longarelli che aveva trascinato alla
vita religiosa con l'esempio delle sue virt.
Entrava dunque nella grotta, seguito da questi discepoli, e li supplicava di dargli il tesoro
della Croce. Lo chiedeva con tali lacrime, da vincere ogni ripugnanza. Sicch i due
carnefici per forza lo legavano alla grossa croce di quercia e cominciavano a batterlo e
flagellarlo senza piet con funi inzuppate di acqua. La pelle si gonfiava, le carni
diventavano livide, si squarciavano e il sangue sprizzava in abbondanza. Allora essi
s'intenerivano e cessavano di battere e Gerardo ancora a pregarli, a scongiurarli. Quando
non riuscivano le preghiere, ricorreva ai comandi. La sua volont era talmente energica
che spezzava le ripugnanze: e Non ci vuole altro battete per ubbidienza! .
Una volta si fece flagellare pi aspramente del solito; poi si fece calcare a forza sulla
testa una corona di spine pungentissime, di quelle che producono gli asparagi, in ultimo
si fece sospendere alla robusta croce, ma il peso del corpo gravit talmente sulle mani e
sui piedi che le ossa scricchiolarono con violenza e le costole gli si inarcarono. Il dolore
fu cos grande che credette di morirne. Lo confesser egli stesso pi tardi.
La prova era riuscita e poteva ormai salire sulla Croce della professione religiosa. Lo
fece il 16 luglio, festa del SS. Redentore, titolare dell'Istituto. E lo fece con tale trasporto
di gioia, di umilt, di ardore, da sentirsene quasi sopraffatto. Cercher, dodici giorni
dopo, di manifestare questi sentimenti in una lettera al santo fondatore, ma poche volte
la sua parola si rivela cos impotente ad esprimere i movimenti del cuore. Il saluto
iniziale semplice e affettuoso : La grazia del Divino Amore stia sempre nell'anima di
V.R. e Mamma Immacolata ve la conservi. Amen.
Cos pure il ringraziamento: Padre mio, eccomi prostrato ai piedi di V.R. e
sommamente vi ringrazio della bont e carit usatami, contro i miei meriti, di avermi V.
Paternit accettato e ricevuto per uno dei vostri figli.
Ma quando dal superiore, con balzo subitaneo, si slancia fino a Dio, autore d'ogni grazia,
allora dall'interno esplode l'amore, la riconoscenza e, specialmente, l'umilt: Benedetta
sia per tutta l'eternit la bont divina che mi ha usate tante misericordie e tante grazie, da
me poco conosciute e, tra l'altre, questa che nel giorno sacrosanto del nostro SS.
Redentore, io gi feci la santa Professione e con essa mi consacrai a Dio. O Dio ! E chi
fui io e chi sono che ardii di consacrarmi a un Dio ? .
E il cuore, sospeso tra due immensit : quella della propria miseria e della grandezza
divina, si smarrisce in un gorgo indecifrabile di parole e di opposti sentimenti.
Sempre cos: quando Gerardo si trova di fronte al suo Dio, scorge troppo addentro la
propria nullit per non lasciarsi andare all'impeto del sentimento, come una massa
d'acqua che rompe gli argini, scrosciando a valle. Quale meraviglia se in quei momenti
la. parola non pu seguire le folate del cuore ed il cuore costretto ad esprimersi al di
fuori di ogni logica ? Pi che il significato delle singole parole, nella lettera surriferita ci
interessa questo balbettio impotente di suoni, testimone eloquente della gioia sovrumana
d'essersi consacrato al suo unico padrone Ges Cristo, d'essergli consacrato con affetto

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di figlio e dedizione di schiavo e di ribadire ogni giorno le catene della sua schiavit, i
chiodi della sua Croce.
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PER CITTA E PER CASTELLI
Il 19 giugno del 1752, Sant'Alfonso scriveva da Napoli al suo fedele collaboratore don
Andrea Villani, ordinando preghiere per la casa di Deliceto che passa dei guai. Gli
Ilicetani si sono voltati contro, dicendo che vogliono farvi un Seminario. (Lettere, I,
200). Finch s'era trattato d'un romitorio cadente, nessuno lo aveva considerato, ma ora
che Santa Maria della Consolazione s'innalzava superba come una fortezza, tutti
pensavano che era un vero peccato lasciarla deserta per buona parte dell'anno, mentre i
loro chierici non trovavano a Bovino una casa adatta alla loro formazione sacerdotale. E
l'idea di avere un seminario, togliendolo alla citt vicina, lusinga-a larghi strati della
popolazione.
Forse sotto la pressione di tali avvenimenti, il fondatore decise di trasferire da Pagani a
Deliceto gli undici studenti del corso teologico. Essi sarebbero giunti nell'autunno
inoltrato sotto la guida del celebre padre Alessandro De Meo. Intanto, per preparare
l'ambiente, vi furono inviati Padri eminenti che potessero svolgere il ruolo di professori :
tra gli altri, i consultori Ferrara e Carbone, il dotto padre Rizzi e il modesto e pio padre
Stefano Liguori.
Ma il problema principale era costituito dai rifornimenti : come sfamare tante bocche ora
che il raccolto del grano era stato scadente e i pochi mezzi finanziari erano stati assorbiti
dalla fabbrica ? Si pens di ricorrere agli aiuti delle popolazioni che beneficiavano maggiormente dei missionari: gli abitanti a cavaliere della regione Lucano-Pugliese.
L'uomo prescelto per quest'opera non poteva essere che Gerardo, ed egli vi si mise con
vigore, animato, come sempre, dall'eroismo della sua virt.
Cos, appena consacrato a Dio con la professione religiosa, diede inizio ai viaggi in
grande stile. Finora le sue azioni avevano avuto la rapidit di una scorreria ; ora invece,
senza nulla perdere dell'impetuosit del corsaro, acquistano una certa organicit tattica e
geografica. Si svolgono infatti di preferenza lungo l'arco nord-orientale del bacino del
Vulture e lungo la cresta settentrionale dell'Appennino Irpino-Lucano.
Un fiume torna di frequente come spettatore e, qualche volta, come attore della nostra
storia: 1'Ofanto. L'Ofanto impetuoso e strepitoso di Orazio, che, nato a occidente di
Sant'Angelo dei Lombardi, nel mezzo dell'Irpinia, sbocca nella piana delle Puglie,
ingrossato dall'Osento e dalla fiumara di Atella, per ricordare solo due nomi gerardini. Il
fiume, nella stagione estiva, ha l'aspetto di un torrentaccio addormentato in un ampio
letto argilloso, avvolto da giunchi e canneti. Si sveglia tumultuoso alle prime piogge
autunnali per il rapido scolo delle acque, dovuto alla impermeabilit dei terreni dintorno.
Allora il fiume merita davvero l'appellativo oraziano di tauriforme per la violenza
con cui dilaga nelle valli adiacenti.
La zona che pi c'interessa, si aggira lungo le sponde del medio Ofanto e, pi
precisamente, attorno alle falde della mole conica del Vulture, un vulcano spento
chiamato volgarmente Monticchio. Scendendo infatti dal nord le colline che circondano
il monte, s'incontrano i centri popolosi di Rocchetta, Lacedonia, Carbonara - la presente
Aquilonia -, Melfi, Rionero, Ripacandida, Atella e Ruvo del Monte: tutti nomi che
entrano trionfalmente nella storia gerardina. Ogni sasso, ogni pianta, testimone di un
prodigio, di una conversione, di un'acclamazione, o, almeno, di un suo passaggio a

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cavallo o a piedi, ma sempre con gli occhi rivolti al cielo, in preghiera. Andava per
ricevere un'offerta, ed era lui che dava la sua carit che non conosceva mai limiti, perch
era la carit stessa di Colui che morto in Croce per tutti. Perci, secondo la sua stessa
confessione, le donne si sarebbero levato l'oro dalle orecchie e dal collo e gli uomini si
sarebbero strappati gli occhi, se lui non li avesse trattenuti. Chiedeva con la voce dei
miracoli e le offerte rappresentavano la riconoscenza spontanea delle moltitudini.
I viaggi ebbero inizio verso la fine di luglio, quando Gerardo parti alla volta di Muro,
per la cerca dell'orzo e del grano. Le prime elemosine le ebbe cos dalla citt natale,
donde era fuggito per la conquista della santit, ma che portava sempre nel cuore. Avr
rivisto il suo negozio ? La stanza della sua prigionia ? Il davanzale donde si era sporto
penzoloni nel vuoto ? Ne dubitiamo. Con la morte della mamma; e forse anche prima, la
casa era tornata agli antichi proprietari. Le sorelle, ristrette nei loro buchi con le relative
covate di figli, non potevano offrirgli nessuna ospitalit. Accett quindi di buon grado,
l'invito premuroso dell'orefice Alessandro Piccolo che lo accolse come un figlio e lo
accompagn nella cerca.
Con lui ripercorse le solite stradette, risali quelle scale semibuie, tra una fila di occhi che
lo spiavano dalle finestre socchiuse, dai pianerottoli, dalle vie affollate. E chi cercava di
baciargli la mano, chi d'averne un'immagine, un ricordo e perfino di tagliuzzargli la
veste come preziosa reliquia. Avranno ricordato i Muresi la profezia di Gerardo, quando
essi lo deridevano chiamandolo: Fate voi*, ed egli rispondeva: M'avete da baciar
questa mano ? . Era sembrato uno scherzo, ed ora diveniva realt. Quella mano
benedetta bisognava portarla sempre nascosta sotto il mantello : tanto era ricercata !
Una mattina i due amici uscirono insieme per la questua. Faceva da battistrada il figlio
dell'orefice, Pasquale, un frugolo di dieci anni che correva avanti, dando grossi pugni
alle porte e saltando come un capriolo da uno scalino all'altro. La sua voce argentina
squillava come un campanello d'allarme, invitando tutti ad essere generosi col loro
compaesano. Indietro veniva Gerardo, discorrendo sommessamente con l'amico e
aprendo sugli usci la sporta che gli pendeva dalla spalla.
A un certo punto s'ud un grido; poi altre grida soffocate, e un accorrere frettoloso di
gente. Qualcuno si fece incontro ai due ; guard l'orefice, esit, non trovava parole :
Tuo figlio... una di sgrazia... caduto... ha colpito con la testa contro un sasso. Poverino!
che disgrazia!.
Dov' ? chiese Gerardo. stato portato a casa .
Gerardo prese per un braccio l'amico e s'incamminarono in fretta. Per i vicoli si
sussurrava sotto voce : Il ragazzo morto . Davanti alla casa, per il cortile e le scale,
stazionava una folla di curiosi. Da dentro giungevano ondate di pianto, rumori e strida.
Alessandro si accasci sulla porta, con la faccia tra le mani ; Gerardo sali le scale ed
entr. Fece scansare i parenti che andavano e venivano all'impazzata, dicendo loro
Non niente, non niente ! .
Si avvicin al lettino : il fanciullo, cereo, non dava segni di vita. Si chin su di lui, gli
tracci una croce sulla fronte gelida e corse a chiamare l'amico. Quando tornarono, il
fanciullo era alzato e senza dolori, come ridesto dal sonno.
Il miracolo fu la migliore propaganda: dopo qualche giorno, Gerardo pot tornare a
Deliceto con le sporte ricolme.

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Ripart per Muro poco dopo per c,intinuare l'impresa interrotta. Ultim la citt e si diede
alla campagna, sempre preceduto dalla fama dei miracoli. Forse da riferirsi a questo
tempo il fatto narrato da una certa tradizione locale.
Egli si trovava a passare per la contrada. detta della Maddalena, quando fu attratto da
un alterco violento. Dai ponti di una casa in costruzione, muratori e manovali si
rimandavano parolacce e bestemmie.
Il santo tramort per l'offesa di Dio e si fece avanti: Di che si tratta, buona gente ? .
Il fatto era davvero irreparabile : la trave maestra risultava troppo corta. Era l, a
mezz'aria, con le funi abbandonate.
E Gerardo : Vi siete sbagliati. Riprovate ! .
Abbiamo provato troppe volte. Non c' pi nulla da fare!. Riprovate: che vi costa ?
.
Qualcuno sbuff; qualcuno protest ; poi si riportarono ai loro posti e ripresero a tirare.
Una testa poggi sul muro. Si tent con la seconda : quadrava perfettamente. Gli operai
si guardarono in viso, muti e sbalorditi ; poi si volsero verso Gerardo, ma costui aveva
proseguito il cammino.
Le offerte venivano depositate nella casa dell'orefice, Alessandro, che pi tardi, dopo la
morte del santo, racconter al Padre Caione i benefici ricevuti da quella ospitalit.
Il primo beneficio riguardava la salvezza eterna della prima moglie, Rosa Caruso, la
quale non s'era mai confessata di un peccato commesso in giovent. Gerardo le disse a
bruciapelo: Confessati il tal peccato e poi preparati alla buona morte, perch, tra breve,
dovrai passare all'eternit. Ma, quando sarai a quel punto, invoca i santi nomi di Ges e
Maria e ti troverai bene .
La signora ubbid e non ebbe davvero a pentirsene. Infatti, dopo qualche tempo, si mise
a letto con una malattia piuttosto grave, ma che non destava preoccupazioni. Lei stessa
sembrava cullarsi nella speranza di una prossima guarigione. E con lei il marito. Ma una
sera, mentre questi s'intratteneva presso il suo capezzale, sent bussare alla porta. Si
affacci : nessuno. Sar stato il vento , pens tornando al suo posto, ma il colpo si
ripet con pi forza. Si riaffacci : silenzio e deserto. Interrog le vicine : nessuno aveva
visto, udito nulla. Fece entrare un'infermiera esperta del mestiere ed ella sentenzi :
Nessun pericolo di morte .
Intanto il vipvai aveva prodotto cicaleccio e strepito, e la donna si lament che non la
lasciavano riposare, che le avevano guastato il sonno. Tutti perci si ritirarono. Ma
quando l'ultimo passo si spense nel buio, fu bussato alla porta con violenza maggiore.
Alessandro si riaffacci : come prima, silenzio e deserto.
Allora credette di capire e and a chiamare il parroco. Ma il parroco era al capezzale di
un infermo. Dove ? Si fecero vari nomi ed egli corse di porta in porta, finch pot
rintracciarlo e condurlo a casa. Trov la moglie in agonia. Allora si ricord distintamente
della profezia di Gerardo : lo aveva preavvisato, perch l'inferma non morisse senza
sacramenti. Di ci ne ebbe la certezza assoluta quando, incontratolo dopo qualche
tempo, gli chiese : Fosti tu a bussare quella sera ? .
Non rispose se non queste parole : Tua moglie stata fortunata perch morta bene,
col nome di Ges e di Maria sulle labbra. Io mi son fatta la comunione per l'anima sua.
Passato il periodo di lutto, l'orefice contrasse nuove nozze con donna Eugenia Pascale.
Tutto lieto, recandosi a Caposele per gli esercizi spirituali, ne inform l'amico che nel
frattempo era stato trasferito col. Gli rispose Stattene allegramente e di buon cuore.

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Avrete molti dolori, ma non mancheranno le gioie. Sei gi padre da quaranta giorni.
Avrai un bel maschietto.
Alessandro prest fede alle sue parole e chiam fin d'allora il nascituro col nome di
Gerardo. E l'evento premi la sua fede. Appena tornato a Deliceto, il santo si present al
Ministro Padre, debbo partire immediatamente; il Superiore mi vuole a Melfi .
Che ? Ti ha scritto ? .
No, ma poco fa mi ha comandato tre volte di partire*. Il Ministro doveva conoscere la
sua virt se lo lasci andare senz'altre spiegazioni.
Quando il padre Fiocchi se lo vide in episcopio, finse di cadere dalle nuvole: Perch
sei venuto ? Chi ti ha chiamato ? .
Vostra Riverenza.
Io ?... ma tu sogni... Io non ti ho mandato n lettere n corrieri .
Sorrise alquanto : S, mi avete chiamato ieri alla tale ora, davanti a Monsignore .
La cosa, secondo il racconto del Tannoia, era andata cos : il giorno prima, il padre
Fiocchi aveva parlato con mons. Basta delle virt di Gerardo e dei doni straordinari
ricevuti da Dio. Monsignore aveva mostrato vivo desiderio di conoscerlo, proponendo di
mandare d'urgenza un corriere a Deliceto.
Non occorre. aveva risposto il padre Fiocchi, basta che ia gli dia il precetto mentale
ed egli sar qui .
Aveva formulato mentalmente il precetto e Gerardo si era messo in viaggio.
Un viaggio intrapreso all'insegna del miracolo, non poteva non produrre frutti consolanti
nel cuore del Vescovo e del clero melfitano. Il Vescovo specialmente non si saziava di
ascoltarlo. Egli che era un'anima contemplativa educata alla scuola di Santa Teresa e di
San Giovanni della Croce, lo volle interrogare sulle pi ardue questioni della mistica e
ne ebbe risposte cos chiare ed esaurienti, quali non poteva aspettarsi che da uno
specialista in materia. Il santo ne parlava senza astruserie, senza sforzo, come di cose
conosciute per esperienza personale; ne parlava con una parola calda che illuminava e
persuadeva. Dalla mistica passarono alla teologia; toccarono il mistero dell'Incarnazione
del Verbo e della Redenzione e su ogni argomento Gerardo affondava lo sguardo con
tale sicurezza d'intuito, con tale precisione di termini, con tale vastit di panorami che
vescovo, canonici, e quanti ebbero la fortuna di ascoltarlo, lo paragonavano a un
Sant'Agostino e a un San Girolamo.
Venuto il giorno del ritorno, il padre Fiocchi volle ancora da Gerardo un miracolo: la
guarigione della signora Vittoria Buono Murante che giaceva a letto, in preda a dolorosa
nevralgia.
Questa donna chiamata confidenzialmente in una lettera posteriore, Mamma Vittoria,
era una benefattrice dell'Istituto di cui conosceva tutti i missionari e lo stesso fondatore.
Ogni missionario le ricordava suo figlio Mauro che, durante la missione del '50, si era
talmente affezionato a Sant'Alfonso da volerlo seguire a ogni costo. Aveva quindici anni
ed era ardente e generoso, ma debole e incostante. Sant'Alfonso doveva volergli un gran
bene se lo chiamava il suo Mauriccio e apriva, unicamente per lui, una specie di
scuola missionaria a Cioram, dandogli a maestro di umanit, il padre Ferrara. Ma il
giovane aveva fatto i conti con l'esuberanza dei suoi sentimenti, non con le sue forze.
Pi volte aveva lasciato la casa religiosa e pi volte aveva chiesto, con le lacrime della
disperazione, di esservi riammesso. Finalmente, dopo la professione e ordinazione
sacerdotale, col pretesto della salute, chiese la dispensa dai voti. Sant'Alfonso cerc in

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tutte le maniere di rimettere sulla retta strada questo figlio traviato : inutilmente.
L'infelice, ritiratosi in famiglia, preso da rimorsi violenti, mor di crepacuore. Misteri del
cuore umano!
Ma all'epoca della nostra storia, Mauro era ancora studente di umanit a Ciorani e
mamma Vittoria, orgogliosa di lui, crr"a ad aiutare i missionari e complimentarli per le
loro prediche. Le ascoltava in prima fila, pettoruta e soddisfatta, come se ascoltasse suo
figlio, qualunque fosse la chiesa e chiunque fosse il missionario, ma le sue preferenze
andavano per il padre Fiocchi. Tutti erano bravi lui era fuori concorso. Questa volta per
il padre Fiocchi, che predicava in cattedrale, non aveva avuto il piacere di vederla tra i
suoi uditori. Deve essere malata, pens, e non si sbagliava. Era a letto con una forte
nevralgia che, gonfiandole la guancia, le aveva prodotto una stortura alla bocca. Quando
lo seppe, invi il santo a guarirla. Questi la trov sul letto che si copriva, arrossendo, le
labbra e sorrise di cuore, tra le proteste della donna che si credette burlata nei suoi
dolori. Poi, con un balzo in Dio, la sollev nella fiducia alla divina volont. E, con un
segno di croce, le raddrizz la bocca.
Cos un altro miracolo dell'ubbidienza conchiudeva questo viaggio. All'indomani
Gerardo lasci le vie affollate di Melfi per la solitudine di Deliceto. Ma ormai l'azione e
il riposo, la citt e il deserto avevano lo stesso valore per lui. Ormai aveva trovato
l'equilibrio perfetto tra la preghiera e l'azione, perch la solitudine la portava nel cuore, e
non gli era pi necessario, come in giovent, di appartarsi dal mondo per parlare con
Dio. Ormai aveva raggiunto la calma degli spiriti grandi e il mondo lo guardava dall'alto,
dove non giunge il breve trambusto degli uomini. Perci, al primo cenno del superiore,
partiva veloce, con l'occhio e il cuore dilatato. E con la stessa gioia si ritirava nel
romitorio, solo a solo con Dio. I superiori non seppero ma; stabilire quale delle due
tendenze prevalesse in lui: la contemplazione, o l'azione; la solitudine o i viaggi apostolici.
Quale il segreto di questo equilibrio ? Lo possiamo cogliere in una nota che risale al
ritorno da Melfi. l'unica volta che il santo ha fissato sulla carta una data: vi annetteva,
dunque, una grande importanza. Doveva trattarsi di una illustrazione soprannaturale che
s'incise come una lama nella sua anima : Al 21 Settembre 1752 mi feci capace di
questa massima : cio che se fossi morto dieci anni addietro, non cercherei, n
pretenderei cosa alcuna . (o.c., pag. 87). Gerardo dunque si considerava come un essere
morto a se stesso, a ogni propria inclinazione, a ogni propria volont. Aveva raggiunto
trionfalmente il Perinde ac cadaver di Sant'Ignazio di Lojola, cio l'ubbidienza
indifferente dei cadaveri, ed era divenuto uno strumento 'efficacissimo nelle mani dei
superiori. Perci la sua azione entrer in un crescendo vertiginoso che lo porter di peso
fino al cielo.
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IL CANTIERE DELLA CARITA
Il riposo non poteva durare a lungo per un uomo ormai lanciato. Tanto pi che la
stagione autunnale gi s'inoltrava a grandi passi, consigliandogli di uscire da quelle
montagnole brulle dove il grano alle dipendenze di un cielo troppo avaro di pioggia e
le viti ingialliscono innanzi tempo sui tronchi annosi degli olmi.
E una mattina: mentre l'alba ancora indugiava tra le cime dei quercioli carichi di guazza,
rimont a cavallo, attravers i boschi odorosi di funghi e di legno fradicio, in compagnia
degli uccelli migratori che passavano a stormi nell'aria umida e triste di ottobre, e

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raggiunse la pianura. All'indomani era in vista dei vigneti melfitani dove ferveva l'opera
della vendemmia; poi risal la collina aerea di Melfi e s'inoltr nelle viuzze, affollate di
carri ricolmi di uve. Dalle cantine spalancate giungevano ondate dolciastre di mosto,
ronzii di vespe e di mosconi.
Tra quelle viuzze maleodoranti, davanti a quegli usci da cui s'intravedevano i pigiatori
ballonzolare a piedi nudi sui tini, l'occipite contro le nere travi, e le donne rovesciare le
conche traboccanti di rnosto nelle botti, si svolse per giorni e giorni l'opera umile e grande del santo. Non mancarono rapide puntate nelle campagne e nelle masserie lontane,
ma l'opera principale si svolse proprio qui, sul vano degli usci dove si stagliava la sua
figura alta e sorridente, con le mani sempre piene di immagini sacre e di cartelline
dell'Immacolata cio di rettangolini di carta velina che portavano impressi, ripetuti in
serie, il nome e la figura della Vergine. Ogni nome e ogni figura si ritagliava con le
forbici e s'inghiottiva con acqua. Il santo se ne serviva per ottenere miracoli d'ogni
genere.
Lo coadiuvavano nella questua i vari benefattori della citt che pensavano a raccogliere
e tenere in deposito il grano e il mosto nelle loro case.
Gerardo intanto correva da una parte all'altra, moltiplicando la sua presenza per far
giungere a tutti il suo ringraziamento e il suo conforto. Era il grande sorvegliante del
cantiere della carit, sempre atteso e disputato dai benefattori dell'Istituto che volevano il
privilegio di fornirgli ospitalit e ristoro per averne in cambio le benedizioni del cielo.
Egli accettava l'ospitalit anche dei poveri, sempre mirando all'opera spirituale da
svolgere nelle loro anime per portarle a Cristo.
Una sera fu invitato da un certo De Martinis, cuoco del vescovo. Costui sarebbe stato il
pi brav'uomo del mondo, senza quel brutto vizio della bestemmia. Ma non lo faceva
apposta il poverino, tanto che si morsicava le labbra dopo ogni moccolo che gli usciva di
bocca.
Gerardo grad l'invito e si adatt volentieri a mangiare in una cucina bassa e affumicata,
con tovaglie non proprio di' bucato. Manc il lusso, la propriet, la pulizia, ma non la
solita allegria. Quella sera il De Martinis mont una guardia rigorosa alla lingua col meraviglia della moglie e dei figli: era la prima volta che non gli scappava qualche
sfarfallone. Poi, volendo completar l'opera, invit il santo a riposarsi in casa sua.
Tanta semplicit, tanto buon volere meritavano il giusto compenso e Gerardo accett.
Quella sera le donne e i figli dovettero accomodarsi sulle sedie e sulle scranne tarlate
della cucina. I 'due uomini invece salirono nell'unica camera conversando di anima e di
Dio. Conversarono a lungo, poi, nel dargli la buona notte, Gerardo gli pos una mano sul
petto, dicendo: Amiamo Dio, amiamo Dio! .
Il De Martinis sobbalz quasi spaventato: quella mano scottava come un ferro rovente.
Da allora non fu pi udito bestemmiare e come - chi gli domandava il motivo del
repentino cambiamento, rispondeva: Come potrei ancora bestemmiare ? Ho dormito
con un santo . Ma tali ospitalit costituivano eccezioni. Ordinariamente erano i
superiori che fissavano in partenza le famiglie presso cui doveva alloggiare. Queste
venivano scelte tra i benefattori del collegio ed erano in genere famiglie benestanti che
avevano la possibilit di aiutare i missionari, perch la Chiesa di Dio, per vivere, ha
sempre avuto bisogno della carit dei fedeli. In questo caso anche la ricchezza diventa
mezzo di redenzione delle anime.

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Gerardo accettava ogni cosa, col sorriso sul labbro, con umilt schietta e sincera.
Nell'abbondanza si sentiva pi povero, pi vicino ai poveri. Questi potevano sempre
avvicinarlo e parlargli, come a fratello ed amico, sicuri di essere compresi e consolati. E
i ricchi non si vedevano respinti a motivo delle loro ricchezze se ne fossero stati
distaccati con l'affetto. Per lui che guardava le cose con l'occhio della fede, le distinzioni
sociali perdevano il loro valore.
Tra le famiglie ospitali vi era in Melfi la signora Scoppa che fu testimone di un'estasi
prodigiosa.
Un giorno, entrando in casa, egli pos gli occhi su un'immagine della Madonna che
pendeva in alto, alla parete del salottd. Subito, tutto acceso, esclam: O donna Anna, che
bella cosa che hai!.
Cos parlando, si alz quasi otto palmi da terra fino a raggiungere la sacra effige e
baciarla e ribaciarla. La buona signora non resse, gett un grido di stupore e cadde
svenuta. Da allora ogni volta che lo riceveva, era tentata di inginocchiarsi ai suoi piedi e
venerarlo come un angelo del cielo. Da questa ammirazione nacque un diario che
narrava le meraviglie operate dal santo tra le mura della sua casa. Tale diario, custodito
gelosamente dalla famiglia, and disperso nel 1818 e con esso il ricordo di quelle
memorie. Ne sopravvive forse solo la seguente profezia d'incerto valore.
Un giorno Gerardo fu avvicinato in casa Scoppa da una povera donna con gli occhi rossi
di pianto. Una tragedia in famiglia: il marito infermo, anzi moribondo. Solo un miracolo
lo avrebbe potuto salvare.
Lo so, lo so, rispose con calma imperturbabile, ma non aver paura. La malattia sar
lunga e dolorosa, ma l'infermo guarir .; ti assicuro che guarir.
E il futuro gli diede ragione.
Trovandosi in Melfi, non poteva mancare la visita a mamma Vittoria, se non altro, per
ragione della questua. Il santo la trov fuori della grazia di Dio, in uno di quei momenti
in cui ci si vorrebbe nascondere sotto terra, senza vedere nessuno. Si accorse subitq che
tirava aria di tempesta, perch, appena la domestica gli aperse, senti venire dai
bassifondi della casa i berci e le proteste di un uomo che sembrava irritatissimo : No ,
diceva, la botte guasta; non la posso prendere . La signora cercava di replicare, ma
fiaccamente : sentiva d'aver torto.
Quando fu avvisata dell'arrivo di Gerardo, sal in fretta con un certo disappunto sul viso.
Chiese scusa di doversi presentare cos, ma non sempre si padroni dei propri nervi.
Aveva una botte di venti some ... del vino migliore di tutta Melfi. I compratori se l'erano
disputato, rilasciandole la caparra. Quel giorno erano venuti per ritirarlo, ma il vino non
era pi quello: puzzava di aceto a mezzo miglio. E, si capisce, nessuno pi lo voleva.
Una bella perdita per una povera vedova!
E Gerardo: Calma, calma! Non niente. Prendi questa cartellina dell'Immacolata e
mettila nella botte. E poi ... poi vedrai . La donna lo guard sorpresa: una cartellina nel
vino ? Egli aveva voglia di scherzare, e non era proprio quello il momento. Invece
Gerardo non voleva scherzare ; perci, serio e risoluto, disse: Ma, insomma, chi che
deve fare il miracolo, tu o Dio ? Ubbidisci, ti dico! . La donna ubbid, poi richiam i
compratori per l'assaggio ; ne segu una scena movimentata di fronti inarcate, di gesti e
frasi di stupore tra lo schioccare rumoroso di lingue contro il palato. In conclusione il
vino fu venduto agli stessi compratori che l'avevano disdetto e con soddisfazione
generale.

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Non terminarono qui i benefici largiti alla famiglia Murante col beneficio materiale and
congiunto quello spirituale.
Un giorno, mentre la signora Teresa Murante, comare di Vittoria, si intratteneva col
santo, il discorso cadde sulla direzione spirituale, necessaria per conseguire la
perfezione. Lei si dichiarava soddisfatta del proprio direttore, un uomo tanto bravo, tanto
buono e tanto gentile che aveva saputo comprenderla e consolarla, ma egli la redargu
bruscamente e le ingiunse di lasciare quella direzione, perch sentimentale ed umana e
tale da compromettere direttore e diretta. Con essa non il cielo avrebbe raggiunto, ma
l'inferno.
La donna, riconoscendo giuste tali osservazioni, secondo i suoi consigli, si rivolse al
canonico Rossi: se ne trov veramente contenta.
Il canonico, nipote del fondatore del monastero di Ripacandida e uomo di virt
eccezionali, era venerato dal santo, che, trovandosi in Melfi, non mancava mai di fargli
visita per incitarsi a vicenda ad amare il Signore. Lo fece anche questa volta, ma, alle
prime parole, prese subito fuoco : il respiro divenne affannoso ; il cuore pareva
scoppiasse. Allora il canonico cap di che si trattava e gli vers sul petto acqua gelata.
Gerardo rinvenne e, confuso, a capo chino, si allontan senza parlare.
Da Melfi prosegui per Rionero, oggi popolosa cittadina, ricca di sorgenti minerali e
d'industrie, ma allora un grosso borgo lungo le propaggini nord-orientali del Vulture. Fu
accolto dai signori Giannattasio nel loro ampio palazzo, contornato di giardini e di
piante e vi si trov a suo agio, in un clima di perfetta familiarit. Forse tra quelle mura
aveva alloggiato durante la missione del '49 ; certo, vi era conosciutissimo e con lui il p.
Fiocchi e i padri di Deliceto. Cos si spiega quella scherzosa giovialit, quella
domestichezza di tratti e di parole che la tradizione gli attribuisce anche riguardo alle tre
o quattro figliuole ancora nubili, tanto bene avviate verso la perfezione e tanto
ammiratrici della sua santit. Erano scherzi e battute che si concludevano sempre in
nuovi incentivi all'amore verso Dio. Una volta si conclusero addirittura con una profezia
strepitosa.
Il santo aveva visto una di queste figliuole che tesseva al telaio, tutta immersa nel suo
lavoro: una mano al pettine, una alla spola, i piedi sulla calcola. Le sorrise, le fece un
profondo inchino e le baci la mano in perfetto stile cavalleresco. La ragazza reag con
un certo sgarbo guerriero, ma egli, fattosi subito serio, disse Perch te la prendi ? Ho
salutato la sposa di Cristo : perch tu dovrai essere suora e morire da gran serva di Dio .
Allora s che la ragazza pass dallo sdegno al riso quasi sguaiato : Io monaca ! Ma non
me lo son mai sognato ! .
Eppure cos .
La ragazza prender il velo nel monastero benedettino di Atella col nome di suor Maria
Cherubina.
Da Rionero scese fino ad Atella dai signori Graziola ; poi pieg a destra fino a Ruvo del
Monte. Quali miracoli vi oper ? Quali conversioni ? La storia tace; i processi apostolici
ricordano solo una estasi avvenuta in casa Blasucci, ma gli avvenimenti dovettero essere
davvero straordinari se Gerardo, nella prossima primavera, cercher di evitare il
passaggio tra quelle mura per timore che si avessero a ripetere le sollevazioni popolari
dell'autunno precedente.
Di tali dimostrazioni egli si lamentava poi amorosamente col suo Dio: Signore, diceva - tu operi molte cose per mezzo di me peccatore ; e poi perch le fai sapere a

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tutti ? . Se fosse dipeso da lui, egli avrebbe voluto la noncuranza e il disprezzo. Pi la


noncuranza, per passare sconosciuto nel mondo.
Con questi propositi, tornato a Deliceto, si prese una bella rivincita degli onori di Ruvo.
Perch, rispedito a Lucera, importante capoluogo del Tavoliere, volle rimanervi
sconosciuto tra la gente della strada. Eppure non gli mancavano ammiratori ed amici,
come quel suo figlio spirituale, don Luigi Mercante, uditore del tribunale della citt,
anima gi incamminata nelle vie contemplative. In una lettera a suor Maria di Ges,
Gerardo lo chiama: Il nostro caro Don Luigi ed afferma che egli non pu trovar
riposo e smania per Ges Cristo. Tutto si visto immerso in Dio, n pu separarsi da
Ges Cristo: mira il mondo come un niente e tutte le creature le mira in Dio, ama Dio e
si trasforma in Dio (Lettere e Scritti, pag. 55).
L'elogio, davvero lusinghiero, pi che del discepolo, rivela il processo ascensionale del
maestro, completamente trasformato in Dio. Ma anche il discepolo doveva essere bene
avanti nel distacco dal mondo e molto affezionato al santo per mettergli a disposizione la
propria abitazione. Questi per volle passare da sconosciuto in mezzo a una citt
straniera. Aveva dormito tante volte sul nudo pavimento in casa di amici, ora voleva
sperimentare qualche cosa di pi eroico: dormire addirittura all'addiaccio, come l'ultimo
pezzente della terra. Si ritir dunque in un luogo solitario, forse tra i ruderi del vecchio
castello di Federico II, felice di potere assaporare finalmente tutti gli effetti della povert
assoluta, onde ripetere col Maestro: Non ho dove posar la testa .
La notte era piuttosto fredda e umida e il vento di ottobre passava, discorrendo, tra i
massi consunti dal tempo. Si ravvolse nel mantello e si distese per terra in comunione
con la natura e con Dio.
Questa era la perfetta letizia !
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ANIME INQUIETE
Verso la fine di ottobre del 1752, il padre Fiocchi predic gli esercizi spirituali a 31
sacerdoti della diocesi di Lacedonia, guidati dal loro vescovo mons. Nicola De Amato; il
3 novembre, un secondo corso, ancora pi numeroso, ai sacerdoti della diocesi di Melfi,
anch'essi col loro vescovo, mons. Teodoro Basta; un terzo corso verso 1'8 o il 9
novembre, a un gruppo misto di sacerdoti e secolari delle diocesi limitrofe.
Dopo la partenza degli ospiti e gli impegni faticosi di quei giorni, sotto una pioggia
insistente e noiosa, il santo raggiunse Lacedonia, la citt cara ai suoi ricordi giovanili.
Attravers la piazza, visit la chiesa - Ges, come sempre, era il primo servito - e corse
difilato al palazzo dei Cappucci con la lieta furia di rivedere gli amici.
Nel seminterrato, il cavallo bendato, bianco di farina, come gli uomini, come l'aria,
come le cose, continuava a rigirare la macina del mulino con frastuono assordante; ma
l'ampio portone di pietra viva, con lo stemma gentilizio, si apriva sul piano rialzato. Era
la piccola reggia di don Costantino, un gentiluomo all'antica che riempiva le sale con la
sua figura solenne e bonaria e la sua risata cordiale e rumorosa. Accanto a lui si moveva,
semplice e disinvolto, il fratello don Antonio, arciprete della cattedrale, anima di
apostolo, da sei anni figlio spirituale del padre Cafaro. L'austero religioso aveva
alloggiato in palazzo insieme a Sant'Alfonso e a molti padri venerandi, durante la
missione del 1746, e da allora esercitava il suo influsso benefico su tutta la famiglia,
specialmente sull'arciprete e sulla signora Emanuela Lerreca, donna saggia e laboriosa,
dedita al culto della religione e dei figli. Ne aveva otto : quattro maschi e quattro

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femmine di cui tre interessano la nostra storia, Nicoletta, non ancora quindicenne, e le
sorelle minori Maria-Antonia e Maria-Teresa, rispettivamente di dodici e dieci anni.
La famiglia Cappucci, per censo, nobilt e virt, era stimata, a ragione, la prima della
citt. Vi confluivano perci le personalit pi illustri dell'universit e del clero che
animavano quelle conversazioni di salotto, tanto care alle dame del Settecento e ai loro
pettegolezzi. Ma questo non avveniva in casa Cappucci dove la nobilt un po' rusticana
della provincia si disposava volentieri con le norme della sincerit e del rispetto.
Soleva parteciparvi un magistrato della citt, Candido Caggiano, padre di numerosa
prole che educava secondo le norme della pi rigida disciplina religiosa. Le due figlie
maggiori, Saveria e Veronica, rispettivamente di ventisei e ventiquattro anni, erano monache di casa: indossavano un corpetto nero in segno di distacco dal mondo e si
dedicavano alle opere di carit. Il terzogenito, toccava col suddiaconato, le soglie del
sacerdozio. Sar in seguito istruttore del principe Doria a Roma; parroco di Melfi e
Venosa; infine vicario capitolare della diocesi. Veniva poi, in ordine discendente, colei
che avrebbe avuto un'importanza decisiva nel corso della nostra storia, la Nerea : una
giovane ventenne che sembrava superare gli altri per piet e religione. La prima in
chiesa, la prima ai sacramenti ne sapeva qualcosa il cappellano, don Benigno
Bonaventura, costretto ad ascoltare le sue frequenti lunghissime confessioni. Anche i
suoi atteggiamenti sembravano improntati a piet: forse qualche volta erano un po' molli
e sensuali; forse qualche volta un po' irrequieti. Quando, per esempio, i suoi occhi neri e
ardenti si aprivano a spiare la vita con una grazia alquanto civettuola. Ma, si sa, a venti
anni, non si pu essere maturi. E la cosa passava inavvertita.
Questo era l'ambiente dove Gerardo veniva a trovarsi quando capitava a Lacedonia e vi
capitava piuttosto spesso. Aveva cos l'occasione di rivedere quei notabili gi conosciuti
otto anni prima come cameriere di mons. Albini. Essi lo ricordavano ancora per la sua
ammirabile pazienza e le preghiere prolungate davanti al Santissimo. Ora poi, con la
veste religiosa, con la fama accresciuta delle virt e dei miracoli, la loro stima era salita
alle stelle. Ogni sua azione, ogni suo gesto, era seguito con curiosit e raccontato per
edificazione. Era il santo della mortificazione che cospargeva i cibi di erbe amarissime ;
che dormiva per terra, scompigliando il letto ogni mattina; che si caricava di cilizi e
pregava minterrottamente.
Ma un giorno, come si narra, un fatto nuovo fin per imporlo all'attenzione generale :
erano tutti raccolti in salotto quando don Costantino entr a parlare di un quadro della
Madonna, acquistato per la sua galleria. I presenti manifestarono il desiderio di vederlo e
Gerardo venne introdotto con gli altri. Egli lo guard e riguard poi, ad un tratto, acceso
in volto, esclam : Com' bella! Com' bella!. E vol fino all'immagine che pendeva
alta dalla parete, tempestandola di baci. Dopo di che, si ebbe l'impressione di trovarsi di
fronte a un santo del paradiso. Tutti lo ascoltavano rapiti per ore e ore e uscivano
migliorati dai suoi discorsi: specialmente le giovani Cappucci, che ne parlavano con
entusiasmo alle loro coetanee.
Fu cos che parenti e conoscenti affollarono la casa : tra cui la Nerea Caggiano. Gerardo
parlava loro a lungo di altre coetanee che aveva incontrate nel conservatorio di Foggia e
nel monastero di Ripacandida : anime vergini che celebravano perpetuamente le nozze
con l'Agnello Immacolato. Quando toccava questo tasto, egli si trasfigurava in volto e si
accendeva negli occhi come invasato dallo Spirito, strappando acclamazioni e consensi
da quelle anime innocenti. Ormai Maria-Antonia e Maria-Teresa Cappucci non sogna-

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vano che la veste rossa e il manto azzurro del conservatorio di Foggia e ne parlavano
spesso col padre. Il pio gentiluomo ascoltava, sorridendo, le due piccine ; poi, rivolto
alla pi grandicella, alla Nicoletta, le diceva : E tu, cara, cosa vuoi fare ? .
La Nicoletta arrossiva e taceva, combattuta tra due opposte volont.
Anche la Nerea era in lotta, una lotta di sentimenti tra quel piccolo mondo che amava :
quell'angoletto di chiesa, quel confessionale, quel prete, quelle funzioni, quelle vie, quei
ritrovi, e quel mondo eroico che intravedeva nei momenti di fervore, quando Gerardo era
l col fascino della parola e la fama dei miracoli. Poi egli si allontanava e sulla sua anima
in tumulto si spianava la bonaccia della vita d'ogni giorno.
Erano cos le cose, quando Gerardo giunse in casa Cappucci, in quelle giornate piovose
di fine novembre del 1752. Veniva per la questua del vino e del grano, veniva a ripetere
le gesta e l'organizzazione capillare di Melfi. trasformando anche questa cittadina nel
cantiere sonante della carit. Si vedeva avanzare di porta in porta dalla mattina fino a
notte inoltrata, tra il fango della strada e la pioggia del cielo, lasciandosi dietro uno
strascico prolungato di riconoscenza e di benedizioni spirituali, ma questa volta, pi che
con la parola, parlava con l'eco dei suoi miracoli.
Uno dei pi strepitosi, riferito nei processi apostolici, avvenne in contrada Cancello
presso la signora Migliola, vedova De Gregorio. La signora, ancora quarantenne, viveva
col suocero e due bambine, in una relativa agiatezza campagnola, ma dava volentieri il
superfluo ai poveri e ai religiosi di passaggio. Con Gerardo fu di una generosit senza
pari, e ne ebbe una giusta ricompensa. Infatti un giorno, la signora fece cadere il
discorso su una botte di vino andata a male. Parlava cos, giusto per dire, perch era
rassegnata e tranquilla: Quando Dio manda le disgrazie, bisogna accettarle con
pazienza .
Quale disgrazia ? , aggiunse Gerardo e sorrise come per dire Non ci credo! .
Allora la signora, alquanto piccata, rispose: Ah, non ci credi ? Vieni, vieni, voglio che
ci metta il dito come San Tommaso . Scesero in cantina ; ma, mentre la donna si
curvava a spillare il vino, egli tracci un bel segno di croce sulla botte : poi attese, calmo
calmo, che l'altra gli presentasse il bicchiere: - Vi accost appena le labbra e glielo
restitu, dicendo : Lo dicevo io ? Il vino squisito .
E la lasci interdetta col bicchiere in mano.
Ma non finirono qui i suoi benefici, perch il santo, anche nel futuro, non dimenticher i
suoi benefattori.
Un domestico della stessa famiglia, testimone dei suoi prodigi, dopo qualche tempo, fu
sorpreso da spasimi viscerali si acuti che emetteva grida laceranti. Una sera, nel pi vivo
dei suoi dolori, ripensando a quel fratello tanto buono e miracoloso, esclam : Gerardo, fratello mio, dove sei ? Perch non mi aiuti ? . Aveva appena proferite queste
parole, quando la porta si aperse davanti al passo leggiero di Gerardo che, raggiunta la
sponda del letto, gli disse: Tu mi chiami in aiuto ed io vengo ad aiutarti. Hai fede in
Dio ? Credi e sei guarito .
Lo sfior con un segno di croce e spar. L'infermo si alz dal letto guarito.
Cos, tra un miracolo e l'altro, a dispetto del tempo avverso, la questua procedeva nel
modo migliore, tra un coro sempre pi nutrito di ringraziamenti, quando una mattina
Gerardo ricevette l'ordine del Padre Fiocchi di trovarsi in serata nel vescovado di Melfi.
Lo avrebbe atteso lui stesso.

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L'ordine troncava le pi belle speranze in una zona ormai dissodata, ma gli ordini
vengono dal cielo e il santo part senza rimpianto, scendendo verso la valle dell'Ofanto,
ridotta ad una vasta palude per le piogge insistenti di quei giorni. Si era proposto di toccare, andando verso Melfi, la citt di Carbonara, per dare le necessarie disposizioni ai
benefattori del luogo.
Lo ricevette con cordiale amicizia il dottore Antonino di Domenico che aveva l'abitudine
di accogliere religiosamente i missionari di passaggio : lo fece accomodare accanto al
caminetto crepitante di fiamme, mentre le donne preparavano la mensa e se ne usc con
un pretesto qualsiasi. Rientr poco dopo con un giovane ecclesiastico, figlio del
governatore della citt, colui che poi stender la relazione precisa dei fatti : il nostro
amico don Matteo Serio , disse presentandolo a Gerardo, come vedi, qui non ti
mancher una buona compagnia anche per questa sera, perch... non vorrai mica partire
con questo tempo da lupi ? Senti come piove a dirotto! Adesso ci facciamo quattro
chiacchiere allegramente, poi mangeremo un boccone in grazia di Dio e poi... poi Dio
provveder.
Ti ringrazio,don Antonino mio , rispose, ti ringrazio proprio di cuore, ma vado di
fretta, perch stasera debbo trovarmi a Melfi. Questo l'ordine del superiore .
Caro fratel Gerardo , interloqu il sacerdote, mi permetto di farvi osservare che
l'ubbidienza va interpretata. Credete voi che se il superiore fosse qui presente, vi farebbe
partire con questo tempo ? Ora pranziamo in santa pace. Poi vedremo che tempo far e,
secondo il tempo, ci regoleremo anche noi .
Speriamo che faccia buon tempo, soggiunse Gerardo, perch debbo partire ad ogni
costo . In quel momento la domestica annunzi che il pranzo era servito e ognuno prese
il suo posto. Cos cadde il discorso della pioggia e si parl d'altro. Don Matteo chiese
notizie del padre Giovenale e del padre Cafaro ; da quest'ultimo si era confessato l'anno
prima nel seminario di Conza : che uomo di Dio ! E, visto l'interesse che suscitava il
discorso, lo continu per un pezzo. Gerardo infatti rispondeva con molta giovialit e,
tutto preso da questo argomento, sembrava non pensasse ad altro. Ma, a un certo punto,
si alz da tavola e annunzi risolutamente che doveva partire.
Questo poi no , interruppero ad una voce il padrone e il sacerdote, lasciarvi partire
con questo tempo, sarebbe per noi imprudenza grande. E poi, come fareste a passare
l'Osento e l'Ofanto Dovreste raggiungere il ponte sulla Pietra dell'Oglio, ma si allungherebbe la strada e l'ora gi tarda .
Gerardo, con tono fermo, ma calmo e quasi compunto, rispose Compatitemi, per amor
di Ges Cristo. Mi aspetta questa sera nel vescovado di Melfi il padre Fiocchi e non
posso restare. Per 1'Osento, non ho paura : ho un cavallo rosso e forte che sa camminare
siearo dentro l'acqua ; per l'Ofanto, mi regoler per via. Se continua a piovere cos e il
fiume in piena, me n'andr per il ponte, allungando un po' la strada. Se il tempo si
rimette, prender la scorciatoia, perch come ho detto, il cavallo forte e sa passare per
l'acqua. Ma, per carit, non trattenetemi! Anzi vi dico che se non esco di casa il tempo
non si aggiusta.
Cos dicendo, si avvi verso la stalla per vedere se il cavallo avesse mangiato la biada. I
due, rimasti soli, ancora sotto l'impressione di quelle ultime parole, mormorarono:
Costui crede d'aver in tasca la pioggia e il sereno. Con che sicurezza ha parlato : se non
esco di casa, il tempo non si aggiusta! Vogliamo proprio vedere se stato un buon
profeta. Acceleriamo la sua partenza ora che piove a dirotto e vedremo . E, raggiuntolo

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nella stalla, il padrone gli disse: Senti, Gerardo, giacch vuoi partire, parti subito,
perch tardi e chiss se arriverai a due tre ore di notte. Ti far accompagnare da due
garzoni fino a che passi l'Osento, ma son sicuro che dovrai tornare indietro. Vedi come
piove e quant'acqua mena il vallone ! .
Gerardo usc dalla stalla, salut calorosamente gli amici e s'incammin sotto la pioggia,
seguito dai due uomini di compagnia, anch'essi a cavallo. Appena svoltata la strada, un
sole lucido e bello irruppe da un ingorgo di nubi, sfolgorando sulla valle impantanata.
Giunti sulle sponde dell'Osento, i due uomini si trassero indietro atterriti: l'acqua era
torbida e violenta.
Coraggio ! , grid Gerardo, non abbiate paura ! .
E si gett con tutto il cavallo nel forte della corrente. I due uomini lo seguirono non
senza difficolt, poi tutti e tre spronarono verso l'Ofanto.
Il fiume, travolte le sponde, aveva invaso le terre vicine, trascinando, nella sua furia
devastatrice, tronchi d'alberi e rottatisi d'ogni genere. Gerardo si arrest sull'orlo
dell'acqua, misurando con lo sguardo quella massa livida che correva all'impazzata,
mentre i due uomini gli gridavano alle spalle : Non andare avanti ! pericoloso! .
Si fece un gran segno di croce e spron il cavallo, lanciando sugli elementi sconvolti il
suo grido augurale : Via, passiamo in nome della Santissima Trinit! .
Allora vi furono momenti solenni : quel groviglio di rosso e di nero avanzava lottando
furiosamente, sempre inghiottito e sempre risorgente dai flutti. Si vedeva il cavallo
fendere le acque col petto e la criniera rialzata e il santo incitarlo con la voce e gli
sproni, sollevando le briglie sulle creste spumose. Stavano gi tagliando il filo della
corrente, quando apparve un albero gigantesco, col tronco puntato sui fianchi della
bestia. Ancora un momento e avrebbe travolto ogni cosa.
Madonna, aiutalo! , gridarono i due uomini dalla sponda, con le braccia al cielo; poi,
credendolo irrimediabilmente perduto, si portarono le mani ai capelli, urlando:
Ahi, fratel Gerardo ! .
Ma il santo, placidamente, rispose: Non temete, ch mo' si scosta! , e tracci in quella
direzione un segno di croce. Miracolo ! In un baleno l'albero pieg bruscamente verso
destra, lasciando incoluini cavallo e cavaliere.
Dalla sponda finalmente raggiunta, Gerardo sollev le braccia al saluto, gridando ai due
accompagnatori : Ora andate con Dio! Non c' pi pericolo! .
E si allontan sotto il sole morente.
19
IL DIAVOLO VALLETTO
La crisi temuta dal vescovo Teodoro Basta cominci a travagliare davvero il monastero
di Ripacandida in sul finire del 1752. E noi la possiamo seguire, almeno
approssimativamente, attraverso le poche lettere di S Alfonso alla madre Maria di Ges;
ma queste lettere presuppongono naturalmente le precedenti informazioni ricevute dalla
Priora, sulla quale ricade; quindi, la responsabilit della valutazione dei fatti suggerita da
quei documenti. Sembra, dunque, che in un primo tempo i Carmelitani, sollecitati dal
vescovo, abbiano imposto di autorit le costituzioni e "il cerimoniale dell'Ordine, poi,
davanti alla resistenza unanime e tenace delle suore, abbiano fatto marcia indietro,
disinteressandosi completamente del monastero che pot tornare alle proprie
costumanze. Contemporaneamente, deve esserci stato un tentativo del confessore, anche

97

questo d'ispirazione vescovile, di ridurre la frequenza della comunione. E anche qui la


resistenza .delle suore fece cadere ben presto le nuove disposizioni.
Questa resistenza era impersonata dall'intrepida Priora verso cui si appuntarono gli strali
dei riformatori e di chi parteggiava per loro. Ella fu giudicata una fanatica, vittima della
sua fantasia e delle suggestioni diaboliche. Alla stessa stregua furono giudicati i carismi
e le rivelazioni di cui era favorita da Dio. Tali giudizi non potevano non influire
negativamente sul morale della Priora che, come tutte le anime buone, era portata a
sottovalutare le proprie qualit e a temere soverchiamente di se stessa.
Per sua fortuna, il vescovo aveva gi abrogate le precedenti disposizioni sulla
corrispondenza epistolare e lei potette, ancora una volta, ricorrere ai consigli saggi e
illuminati di S. Alfonso, strenuo difensore dell'osservanza pura e semplice, senza
attenuanti di sorta.
Questi, il primo dicembre del '52, cos le scriveva : Lasciate venire Teresiani,
Domenicani ecc... e quanti vogliono; non vi partite da quello che vi ho scritto (Lettere, 1,
200).
E il seguente febbraio, ancora pi energicamente: Arroccatevi e state forti e dite
risolutamente a Monsignore, al Teresiano, e a tutti, che voi avete professata la Regola di
Santa Teresa e quella puntualmente, ad litteram, volete osservare; e niuno pu allargarvi.
Il Teresiano parler forse, perch cos si allargata la Regola per le Monache loro; ma
voi non volete fare la Regola delle Monache, ma di Santa Teresa. E state forti, ch Ges
Cristo e Maria vi aiuteranno (Lettere, 1, 211).
Col fervore dell'osservanza, egli voleva ristabilire anche l'uso della comunione frequente
e intervenne presso il vescovo in questo senso : Io ho fatto fracasso con Monsignore
(Lettere, I, 208), ma purtroppo senza risultato.
Di pari passo, rinsaldava lo spirito della madre Priora, sbattuto da tante prove : Per
quello che mi soggiungete che state con tanti timori e dubbi e che tanti Padri vi
chiamano illusa e ingannata, mi consola pi questo che se sentissi che aveste risuscitato
dieci morti. Tutto ci mi assicura che non siete illusa n ingannata... Questi Padri l'hanno
fatto con buon fine servendosi della regola generale che le anime favorite bisogna
umiliarle e tenerle sotto terra, acci non cadano in superbia. Ma questa regola non va per
l'anima vostra... Che paura c' che il demonio vi inganni ? Che demonio, che demonio ?
Dio, Dio che vi assiste e vi sta attorno, perch vi vuole tutta sua. (Lettere, I, 21213).
Mentre il fondatore sosteneva l'eroica religiosa con tanta umana partecipazione ai suoi
dolori, un altro redentorista affiancava da vicino l'azione morale del santo, portando
nella controversia il proprio senso equilibratore e il proprio ascendente personale : il
padre Fiocchi. Il suo successo fu enorme : la Priora e le suore credettero d'aver trovato
finalmente l'uomo provvidenziale che poteva sanare tutti i loro mali e ristabilire la
primitiva osservanza. Ripiene di commossa ammirazione, ne scrissero a Sant'Alfonso,
chiedendolo, a gran voce, come confessore straordinario e patrocinatore della loro causa
presso il vescovo, ma la risposta fu assolutamente negativa: In quanto alla richiesta di
accordarvi il Padre Fiocchi per istraordmario due o tre volte l'anno, questo come lo
posso accordare se espressamente contro la Regola ?... Non mi permesso far cosa
contro la nostra Regola. (Lettere, I, 210).
Il richiamo ai principi era inequivocabile: ma il santo aveva un senso pratico troppo
sviluppato per non trovare una soluzione contingente che, salvando la regola, lasciasse

98

una porta aperta all'opera del padre Fiocchi: Io permetto e godo, scriveva un mese
dopo la precedente alla stessa Priora, che il Padre Fiocchi vi risponda in tutti i vostri
dubbi, e gli permetto ancora che qualche volta anche venga a trovarvi. (Lettere., I,
212).
Cos, senza averne la veste ufficiale, il padre Fiocchi divenne il consigliere e il protettore
delle suore.
La sua azione fu essenzialmente conciliativa, intesa, da una parte, a strappare tutte le
concessioni possibili all'autorit ecclesiastica, e, dall'altra a, riportare la calma
nell'ambiente interno del monastero. E il duplice fine fu raggiunto, almeno parzialmente,
fin dagli inizi dell'anno 1753. Infatti, il 23 febbraio Sant'Alfonso si congratulava con la
madre Priora : Mi consolo che state rimettendo l'osservanza. Fatelo e state forte.
(Lettere, I, 210).
Ma, per arrivare a questo punto, c'era voluta la tenacia incrollabile del padre Fiocchi, che
aveva dovuto scalzare, l'uno dopo l'altro, tutti gli ostacoli: primo, il verdetto dei
Carmelitani che gravava, come una condanna, sulla Priora. Questo verdetto aveva
dovuto produrre una dolorosa sorpresa anche sul vescovo se questi, nonostante la stima
che nutriva per quei religiosi, s'indusse a riesaminare la faccenda insieme col padre
Fiocchi di cui conosceva la prudenza e l'esperienza pastorale. Discussero a fondo la
cosa, ma, quando erano sul punto di partire per Ripacandida, Monsignore ebbe un'idea
che sconvolse tutti i piani precedenti. Pens che, trattandosi di dare un giudizio su
fenomeni che trascendevano l'esperienza e toccavano la sfera del soprannaturale,
sarebbe stato meglio chiedere anche il parere di Gerardo. Egli, godendo degli stessi
privilegi mistici della madre Maria di Ges, avrebbe potuto dire una parola forse
decisiva.
Il padre Fiocchi diede il consenso e sped, a tutta velocit, un corriere a Lacedonia : in
serata, Gerardo era a Melfi.
Seppe mai il santo il motivo della chiamata ? Crediamo di no. N i due avevano
interesse a rivelarglielo, n lui era uomo da domandarlo. Sapeva che il suo ufficio era di
servire, e non trov affatto strano d'essere stato chiamato per questo. A Ripacandida avr
parlato, come al solito, con la madre Priora, emulandone gli ardori verso Dio. Quando,
dopo uno di questi colloqui, il superiore o il vescovo avranno fatto cadere, ad arte, in sua
presenza, il discorso sulla religiosa, per provocarne un giudizio, egli sar stato felice di
esprimere la sua ammirazione entusiasta per quell'anima grande, posseduta da Ges. Poi
avr ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto dei disprezzi. Si racconta, a tal
proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi s'intratteneva con le suore alle grate,
vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacci via, dicendogli: E tu che vuoi ? Passa via,
faccia da diavolo ! .
Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse :
Ha la faccia di Ges Crocifisso ! . Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano
veduto e udito: poi il padre Fiocchi prosegu per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con
s anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di
lasciarglielo ancora per qualche giorno.
Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe voluto prolungarli all'infinito,
ma si trov di fronte alla decisione ferma e irrevocabile del santo. Invano addusse il
pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni precedenti
: ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni costo.

99

Pranzarono, poi il vescovo si ritir nei privati appartamenti, confidando, come disse
celiando ai domestici, nel buon senso di Gerardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva
rimesso nelle mani dei superiori: perci inforc gli arcioni e si mise in cammino.
Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuzzoli bianchi di case, sulle
serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una
nuvolaglia bassa che radeva la terra, zuppa d'acqua, e qua e l allagata. La nuvolaglia
avanzava, avanzava sempre, finch confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente.
Poi le prime gocce cominciarono a cadere.
Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e pieg a sinistra con
l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasci la carrareccia, inoltrandosi per una pista
fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Cammin, cammin al buio, sotto la
pioggia che infittiva sempre pi. Credeva di avvicinarsi alla citt e invece si trov
smarrito in un burrato franoso, al limite di una boscaglia di olmi e di salici, serrato alle
spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi
squarciavano i lividi pantani e li rendevano pi cupi. Che fare ? Dove andare ?
Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizz davanti alla criniera
del cavallo. Era un uomo e anche nella sua ammirazione entusiasta per quell'anima
grande, posseduta da Ges. Poi avr ripreso il suo posto di umile servitore, soddisfatto
dei disprezzi. Si racconta, a tal proposito, che mentre un giorno il p. Fiocchi
s'intratteneva con le suore alle grate, vedendo entrare fratel Gerardo, lo cacci via,
dicendogli: E tu che vuoi ? Passa via, faccia da diavolo ! .
Poi, mentre egli si allontanava col sorriso sulle labbra, rivolto alle suore, soggiunse :
Ha la faccia di Ges Crocifisso ! . Tornarono a Melfi, soddisfatti di quello che avevano
veduto e udito: poi il padre Fiocchi prosegu per Deliceto. Avrebbe voluto condurre con
s anche Gerardo, ma dovette cedere alle insistenze del vescovo che lo scongiurava di
lasciarglielo ancora per qualche giorno.
Furono giorni indimenticabili per Monsignore che avrebbe voluto prolungarli all'infinito,
ma si trov di fronte alla decisione ferma e irrevocabile del santo. Invano addusse il
pretesto del tempo cattivo e delle strade impraticabili per la pioggia dei giorni precedenti: ormai la data fissata dal padre Fiocchi era scaduta e bisognava ubbidire a ogni
costo.
Pranzarono, poi il vescovo si ritir nei privati appartamenti, confidando, come disse
celiando ai domestici, nel buon senso di Gerardo. Ma Gerardo il buon senso lo aveva
rimesso nelle mani dei superiori: perci inforc gli arcioni e si mise in cammino.
Un pigro solicello invernale si posava sulle colline, sui cocuzzoli bianchi di case, sulle
serre giallicce e sui vigneti. Faceva quasi. caldo. Ma dai monti vicini avanzava una
nuvolaglia bassa che radeva la terra, zuppa d'acqua, e qua e l allagata. La nuvolaglia
avanzava, avanzava sempre, finch confuse cielo e terra con un colore aspro e pungente.
Poi le prime gocce cominciarono a cadere.
Gerardo raggiunse un ponte sull'Ofanto, forse Ponte S. Venere e pieg a sinistra con
l'intenzione di pernottare a Lacedonia. Lasci la carrareccia, inoltrandosi per una pista
fangosa, appena segnata tra le tamerici e gli arbusti. Cammin, cammin al buio, sotto la
pioggia che infittiva sempre pi. Credeva di avvicinarsi alla citt e invece si trov
smarrito in un burrato franoso, al limite di una boscaglia di olmi e di salici, serrato alle
spalle dal fiume che rumoreggiava paurosamente, come bestia ferita. I lampi
squarciavano i lividi pantani e li rendevano pi cupi. Che fare ? Dove andare ?

100

Mentre rifletteva, tra lampo e lampo, un'ombra minacciosa si drizz davanti alla criniera
del cavallo. Era un uomo e anche nerboruto. S'intuiva dalla maschia voce che fin in una
risata sardonica Ecco cosa guadagni a far sempre di tua testa! Hai disubbidito al
superiore e al vescovo. Sei in peccato e Dio non ti pu perdonare .
In un baleno, Gerardo corse col pensiero al padre Fiocchi, a mores. Basta: riud le loro
parole. Le soppes davanti a Dio. Le aveva violate ? Era mai possibile ? La terra gli
trem sotto i piedi. Ma fu un momento; una luce soprannaturale lo illumin ; vide e
comprese: aveva di fronte il demonio.
Allora ravvolse il capezzone nel pugno e glielo gett addosso, dicendogli: Brutta
bestia, io ti comando in nome della SS. Trinit e di Maria Santissima, di condurmi sano
e salvo fino a Lacedonia . Il demonio, a testa bassa, ubbid.
Mentre cavalcava con quella strana compagnia, Gerardo ripensava forse a tutte le volte
che si era azzuffato con lui. Dagli scontri nella cattedrale di Muro, a quelli pi frequenti
e recenti nel collegio di Deliceto. Una volta il demonio l'aveva abbracciato, stretto
stretto, in mezzo al corridoio, come per soffocarlo; un'altra volta aveva minacciato di
squartarlo ; un'altra volta, mentre faceva la cucina, gli si era buttato addosso in forma di
mastino rabbioso, arrotando le zanne e sospingendolo verso il fuoco. Gerardo aveva risposto con lo scherno alle minacce: Voi potete abbaiare, ma non farmi alcun male,
perch il mio Dio mi aiuta.
Anzi una volta - questa la racconta il Tannoia - vi era festa a Deliceto e si erano raccolti
davanti alla chiesa capannelli di pastori e mercanti che parlottavano tra di loro con la
giacca gettata sulla spalla e i berretti tirati sull'orecchio.
In disparte si notavano due zerbinotti eleganti, coi capelli inanellati e le lattughe bianche
sul petto. Si movevano in silenzio come due sentinelle e nessuno sapeva che facessero e
donde fossero venuti. Solo Gerardo lo seppe, perch, dalla porta della chiesa, grid loro :
E voi che fate qui ? Andatevene per i fatti vostri! E all'istante sprofondarono
nell'inferno.
Sempre, dunque, pi che vittorioso, il santo era stato un trionfatore. Ma ora la sua
vittoria era pi completa: il diavolo diveniva suo valletto. Eccolo l, marciare a testa
bassa davanti al cavallo, docile, ubbidiente e timoroso.
A un certo punto Gerardo credette intravedere la sagoma della chiesa della SS. Trinit e
le prime case di Lacedonia. Allora conged la guida e spron verso il portone dell'amico
Cappucci : erano lo dieci di notte.
Don Costantino sedeva accanto al caminetto con la famiglia ; le ultime vampe si
spegnevano ed, egli stava per andare a letto, quando ud un colpo al portone. E il vento
, pens, continuando la sua conversazione. Ma il colpo si ripetette pi forte.
Chi sar a quest'ora ? . Apr la finestra, investito dalla pioggia e dal vento.
Chi ? . Non si vedeva la mano davanti agli occhi. Chi ? , ripet con la voce
mozzata dal vento.
Sono io, fratel Gerardo .
Figlio mio, con questo tempo! , e si precipit con la lanterna, mentre il figlio
maggiore, Francesco, prendeva in custodia il cavallo e la signora Emanuela gettava
nuova legna sul fuoco.
Quando Gerardo si fu accomodato sulla scranna, don Costantino non pot fare a meno di
squadrarlo da capo a piedi: era bagnato come un pulcino, con l'estremit della veste
coperta di fango.

101

Caro fratello, come mai a quest'ora, e con questo tempo ? Solo un diavolo poteva
aiutarti a rintracciare la via, un diavolo o un angelo del cielo .
Questa volta stato un diavolo ! , rispose ridendo.
Bene, bene, sentiamo! , soggiunse don Costantino. Intanto il figlio maggiore era
tornato e la famiglia si era raccolta attorno al focolare.
Gerardo cerc di stornare il discorso, ma don Costantino, tra il serio e il faceto, gli disse:
Caro Gerardo, in convento tu ubbidisci al superiore, ma qui faccio io da superiore. E
devi ubbidire a me .
Solenne sul suo seggiolone a bracciuoli, avvolto in una palandrana, sembrava davvero
l'abate di un monastero.
Tutti risero, non il santo. La parola ubbidienza, anche pronunziata per celia, conservava
per lui tutta la sua efficacia.
Pieg, dunque, il capo e parl.
20
COLOMBI E SPARVIERI
L'arrivo degli undici studenti di teologia, avvenuto nell'autunno del 1752, non era fatto
per agevolare l'approvvigionamento di Deliceto, specialmente nei mesi invernali,
quando il collegio, tagliato fuori dalle piogge e dalle nevi, sembrava una livida scogliera
riemersa dal naufragio del mondo. Allora Gerardo scendeva dai monti e rivedeva, l'una
dopo l'altra, le diverse centrali della carit che aveva disseminate lungo l'arco del Vulture
e in mezzo alla pianura pugliese.
Ma, pi che le colline del Vulture, in questa stagione amava percorrere la pianura
pugliese, relativamente meno impervia, raggiungendo, da Foggia, i borghi popolosi della
zona. Foggia diveniva la base delle sue operazioni, il conservatorio della Crostarosa
l'asilo prediletto della sua anima. Vi si portava con sacro entusiasmo, trasformandolo nel
cenacolo dell'amore e nella cittadella del miracolo. Tanto che le suore, i sacerdoti, lo
stesso vescovo di Troia, monsignor De Simoni, travolti da quell'onda prepotente di
divino che sublimava i suoi gesti e le sue parole, avevano finito per investirlo d'ogni
privilegio e autorit. Lo lasciavano parlare alle educande e alle suore, penetrare nella
clausura, assistere le inferme, consolare le moribonde. Eppure di questa libert nessuna
suora, nessuna alunna, ebbe mai a meravigliarsi, a giudicarla soverchia. Lo assicurano
unanimi le discepole della Crostarosa nei processi apostolici. Tanto era l'alone spirituale
che lo circondava, tanti i miracoli operati dalla sua parola. Una parola delle pi semplici,
che trattava gli argomenti pi comuni, come il dolore dei peccati, l'obbligo di amare il
Signore, ma una parola lievitata da tale forza di persuasione e da tale carit che
produceva effetti immediati e duraturi. Qualche volta tali effetti erano davvero
sconvolgenti, come quando educande e suore cadevano in ginocchio, supplicandolo
d'ascoltare le loro confessioni e lui le scongiurava con le braccia al cielo : Ma
figliuole, cosa dite, cosa fate ? Io non sono un sacerdote ; sono un povero laico
ignorante.
La stessa semplicit convincente e meravigliosa lo accompagnava al capezzale delle
inferme. Sembrava lo stesso Ges che confortava e sanava.
Un giorno fu introdotto presso una suora conversa: era stesa sul giaciglio, la faccia
gialla, cadaverica; le occhiaie sprofondate. Respirava appena. Poverina! , si
sussurrava, ne avr per poco tempo . Ma Gerardo le tracci sulla fronte una croce e le
ridon la vita.

102

Un altro giorno fu la volta di un'educanda: spiccava appena sul lettino bianco il leggiero
incarnato del viso : gli occhi ardevano dalla febbre. Smaniava, invocando la mamma
che, purtroppo, era lontana e l'avrebbe riabbracciata cadavere.
Gerardo le diede uno schiaffetto sulla guancia e : Via su, poltrona , le disse, cerca di
star bene!. Subito gli occhi della fanciulla tornarono a sorridere sul visino smunto.
Con la stessa gioia, con la stessa tranquilla semplicit con cui faceva rifluire la vita nei
corpi languenti, annunziava la presenza dell'angelo alato della morte, perch le suore
riattivassero la loro lampada e uscissero incontro allo Sposo.
Un giorno, sul pi bello d'un discorso, la parola gli mor sulla lingua e fiss una suora
tozza e gagliarda che crepava di salute; una pausa di silenzio, poi: Dimmi, sorella, le
chiese, mentre la poverina si faceva rossa, pi della veste che portava, dimmi: ti confessi spesso, non vero ?... S, s, cos va bene. Stai sempre unita con Dio, perch si
avvicina l'ora della resa dei conti.
La suora ne fu leggermente turbata; poi, accogliendo l'ammonizione, si ricompose nella
preghiera : non passarono otto giorni ed era volata all'eternit.
Queste rapide battute, a base d'introspezioni, profezie e miracoli, non devono farci
dimenticare il lato umano del santo, cio quelle qualit naturali che egli metteva al
servizio del soprannaturale, quel suo modo d'insinuarsi nelle anime, di coglierne con
occhio discreto le vaghe aspirazioni, di trarre profitto dalle loro inclinazioni e magari dai
loro difetti, pur di raggiungere la meta prefissa. Era una tattica che usava di preferenza
con le alunne, le quali andavano gradatamente informate alla virt e alla scelta del
proprio stato. Erano generalmente rampolli di nobili famiglie che si educavano all'ombra
del chiostro, in attesa di tornare nel mondo con le prospettive pi lusinghiere. Da ci, un
certo dualismo nelle loro anime: innocenti, non potevano non sentire il fascino delle
cose celesti; sulle soglie dell'adolescenza, avvertivano gi i brividi di segrete aspirazioni
verso la felicit e l'amore terreno. E procedevano nella vita con gli ondeggiamenti
dell'et, oggi tutte di Dio, domani tutte del mondo, senza sapere quale delle due tendenze
dovesse prevalere in loro.
Il santo le seguiva attentamente, sollecitando l'azione della grazia con un ardore,
un'insistenza che alle volte possono apparire perfino esagerate. Quale meraviglia ? Gli
sembrava assurdo che, una volta conosciute le vanit della terra e la bellezza del cielo, si
potesse esitare un istante nella scelta.
Un giorno, osserv tra le educande una fanciulla bruna, dagli occhi ardenti e vivaci, tutta
guizzi nella personcina leggiera, nei gesti, nella voce, e le rivolse la parola: Come
andiamo, piccina ? Sei contenta di star qui ? .
La fanciulla arross e tacque ; poi, alle sue insistenze, si fece ardita e lo fiss con due
occhietti lucidi e biricchini in cui si leggeva chiaramente una risposta negativa. Oh no,
come poteva essere contenta tra quelle mura gelide e spoglie ? Aveva una mamma, una
casa nella sua San Severo e le rivedeva tante volte al giorno...
Il santo sorrise: Ma questa la casa di Ges, qui vi sono le sue spose... .
Geltrude di Cecilia non riusc a frenare una risatina e scapp via con un frullo d'ala. Ma
Gerardo ormai l'aveva ghermita ; non la lascer pi.
Una mattina l'insegu con lo sguardo, mentre dal confessionale si dirigeva a passi lenti
verso la balaustra, maestosa come una matrona, e la fece chiamare. Venne un po'
indispettita, fermandosi a una certa distanza, con aria interrogativa. Ma Gerardo,
accostatosi a lei, con la voce smorzata come un soffio, le disse : Figliuola, perch non

103

ti confessi bene ? Perch hai taciuto questo peccato al confessore ? V, va, confessati
bene. Anzi, segui il mio consiglio: fai una confessione generale e mettiti in grazia di Dio
.
La fanciulla divenne di bracia e part senza rispondere. Fu richiamata dopo qualche
giorno e questa volta ci manc poco che non scoppiasse in lacrime. Avrebbe voluto dire:
Perch ce l'ha proprio con me ? , ma non disse nulla. Quale per non fu la sua
sorpresa quando si senti dire col pi buono dei sorrisi : Figliuola, ora troppo ! Ti sei
confessata e confessata bene. Mettiti, dunque, l'anima in pace, perch sei in grazia di
Dio.
Da quel giorno, quando il santo capitava a Foggia, non mancava mai d'incoraggiare la
brava Geltrude che cresceva ricca di belle speranze, ma con la fantasia che era un
alveare di sogni. L'ultima parola della grazia, egli pensava, e attendeva. Intanto le
dimostrava un affetto, una tenerezza, una stima, come gi la vedesse sposa di Cristo.
Una volta le chiese di cantargli una canzoncina spirituale, ma ella ammutoli aggrottando
le sopracciglia nerissime, e nascondendosi dietro le compagne.
Su, su, da brava, non fare la smorfiosa ! , le dicevano insieme le suore.
Finalmente si fece avanti, col volto coperto tra le palme grassocce e inton la nota arietta
del Metastasio : Se Dio veder tu vuoi... .
Tutti furono intenti ai trilli movimentati della ragazza e nessuno si accorse di nulla. Ma
quando con l'ultima nota l'attenzione torn a Gerardo, questi era come sospeso, gli occhi
sbarrati, senza respiro, nell'estasi. E vi rest per molto tempo.
Si riebbe con un'idea : preparare un piccolo melodramma di carattere sacro che servisse
a ricreare lo spirito e sollevarlo in Dio. L'idea fu accolta con entusiasmo ed egli si mise
al lavoro. Scelse il soggetto, la passione del Signore, ed era il pi conforme ai suoi
ideali: anime innocenti abbracciavano la Croce e seguivano il Maestro per morire sulla
stessa vetta con Lui. Distribu le parti ; prov e riprov finch la materia non divenne
sentimento ; il gesto, partecipazione ; il canto, preghiera meditata e sofferta.
L'effetto fu lusinghiero : i presenti si commossero fino al pianto. Specialmente la nostra
Geltrude che, pi delle altre, aveva accompagnato il Maestro nell'azione drammatica,
supplicandolo di renderla degna della stessa passione. Come se la preghiera musicale
fosse stata accolta, da quel momento si produssero in lei nuovi sentimenti e nuove idee.
Cess, come per incanto, la ripugnanza per il chiostro ; poi affior una certa attrattiva,
un certo desiderio sempre pi determinato per la vita religiosa. E il santo accompagnava
attentamente questa lenta evoluzione, senza affrettarne i tempi. Un'ammonizione, un
incoraggiamento, una parolina di sfuggita, di quelle che s'imprimono come una freccia
nell'anima, poi silenzio : Sorella, facciamoci santi !. E il suo volto assumeva
un'espressione estatica che la lasciava incantata. Finalmente il colpo decisivo : Figlia
mia, se tu abbandoni questo luogo, correrai pericolo evidente di dannazione : te lo
dimostreranno le prime colpe .
Il volto del santo era divenuto serio serio, tanto che la fanciulla ebbe un brivido e una
nuvola pass sui begli occhi innocenti. Preg, riflett e si decise per il chiostro,
portandovi la stessa vivacit di carattere, lo stesso ardore di sentimento. Era di quelle
che credono di farsi sante in due giorni con le macerazioni e i digiuni e dovette scontare
le conseguenze della sua precipitazione : una forma acuta di esaurimento che la costrinse
a tornare in famiglia.

104

Part con rimpianto: poi, condotta per svago da un luogo all'altro, cominci le sue
piccole avventure e gli occhi le si aprirono su un mondo sconosciuto. Allora addio,
monastero ; addio, suore dai manti azzurri sulla tunica rossa! Geltrude s'incamminava su
una nuova strada con l'ansia di percorrerla fino in fondo.
Ma una sera, tornata a casa col brivido di nuove sensazioni che l'avevano affascinata e
sconvolta, attirata e respinta, sola, nel buio della sua cameretta, fu presa da improvviso
terrore, come se si fosse affacciata sull'orlo di un abisso senza fondo : ancora una spinta
e vi sarebbe precipitata. Allora riand col pensiero agli anni sereni dell'innocenza,
quando coi capelli inanellati si moveva per il chiostro muto e solenne, tra le suore che
andavano e venivano, rigide e gravi. Ed ecco, a un tratto, un frate pallido, i grandi occhi
scintillanti sul volto affilato : si curvava ancora su di lei e le sussurrava con la voce di
una volta : Se tu abbandoni questo luogo, correrai pericolo evidente di dannazione; te
lo dimostreranno le prime colpe .
Si riscosse spaventata : vero, vero , grid, sono sulla via della perdizione .
Il nuovo giorno la trov mutata : gett all'aria gioielli e vesti preziose e torn di corsa
all'antico monastero, dove persever fino alla morte, nell'esercizio delle virt pi
eroiche.
Tale era l'apostolato che Gerardo svolgeva nel conservatorio di Foggia, tra quelle anime
innocenti che indirizzava alla piet. Ma la sua gioia era completa quando poteva
ritrovarsi con la madre Crostarosa e gareggiare con lei in atti d'amore verso Dio. Chiss
quante volte la grata si sar illuminata e riscaldata al riverbero delle loro anime ardenti !
Chiss quante volte Gerardo avr dovuto sospendere quelle conversazioni con rapimenti
e salti di gioia ! E chiss quante volte la Madre, matura di anni e di esperienza, avr
cercato di moderare, magari con un sorriso indulgente, i propositi eroici del santo che
avrebbe voluto stringere il mondo nella morsa della sua carit! Usciva da quei colloqui
trasumanato nelle sue aspirazioni e nella sua sete di sofferenza. Dio non manc di
esaudirlo.
Un giorno se ne tornava a cavallo verso Deliceto con le briglie quasi abbandonate e gli
occhi perduti verso il cielo immacolato. Percorse, senza accorgersene, tutta la distesa del
Tavoliere fino alle ultime ondulazioni argillose e giunse nelle vicinanze della Castelluccia, dove muore la valle e sorge la collina. Il cavallo infil, come al solito, la
scorciatoia che tagliava un vasto campo di grano del duca di Bovino. La sapeva ormai a
memoria quella strada e Gerardo lo lasci fare, andando avanti per forza d'inerzia, col
mento all'aria, gli occhi socchiusi, assorto in un pensiero profondo di meditazione e di
preghiera. Ma a un certo punto si sent salutare alle spalle da una stangata tremenda. Non
vide pi nulla e cadde tra i solchi. Quando rinvenne, si vide addosso due occhi infuocati
e una bocca spalancata e bavosa che urlava: Ah ci sei incappato! Da tanto tempo
cercavo un monaco per farmene una scorpacciata e proprio tu ci dovevi capitare! .
Le mani stringevano ancora le canne di un archibugio e col calcio continuava a infuriare
sulla vittima abbattuta. La quale si raggomitol in se stessa, punt i gomiti a terra, si
mise in ginocchio, congiungendo a stento le mani e disse con l'ultimo filo di voce
Batti, fratello mio, batti, ch hai ragione! .
E il guardiano continuava a imperversare, gridando e sbavando sul malcapitato : Non
ci vogliono scuse! .
Poi, raddrizzata l'arma, si mise a punzecchiarlo con la punta della canna, tra un'irrisione
e l'altra. Quando fu stanco del triste giuoco, punt il calcio per terra, vi si appoggi e si

105

ferm a guardare quel povero monaco sempre sereno, sempre composto, sempre in
ginocchio, con le mani giunte, che non faceva che ripetere: Batti fratello mio, batti, ch
ne hai ragione ! . Questo non era un uomo, ma un santo del paradiso.
Allora un nuovo pensiero lo invase. Dalla furia all'irrisione al rimorso il passo fu breve.
Gett l'arma, si butt anche lui in ginocchio tra le porche di grano, gridando con voce
contraffatta dai singulti : Perdonami ! . E si dava grandi schiaffi sulla faccia abbronzata di galeotto, esclamando : Che cosa ho fatto ! Ho ucciso un santo ! . Gerardo fece
ancora uno sforzo e l'abbracci, dicendo Perdonami, non l'ho fatto apposta a passare in
mezzo al grano .
E l'altro, rialzandolo da terra: No, no, tocca a me chiedere perdono ! .
Lo rimise in sella e lo accompagn fino a Deliceto, sostenendolo con ambedue le mani.
Gerardo, intanto, incurante delle trafitture che gli cagionavano le ferite, gli parlava di
Dio e dell'anima e lo disponeva a una buona confessione. Giunto in collegio, lo affid al
superiore con queste parole: Son caduto da cavallo e lui mi ha sorretto fin qui. Lo
raccomando alla sua generosit .
Poi lo chiam in disparte e gli disse: Quello che hai fatto a me, non farlo ad altri: te ne
potresti pentire.
E se ne rimase tranquillo a letto con una costola rotta.
Il guardiano riacquist la pace con una buona confessione e continu a frequentare il
collegio finch, ripreso dalle antiche abitudini, non ricominci a maltrattare i passanti.
Ma non tutti avevano la virt di Gerardo.
Un giorno assal un laico dei Minori Osservanti, il quale, visto il pericolo, si butt da
cavallo, chiedendo piet per San Francesco e Sant'Antonio. Ma, arrivatogli vicino, con
un salto felino, gli strapp di mano il fucile e, usandolo a guisa di bastone, gliene diede
tante e poi tante da lasciarlo mezzo morto sul campo. Allora, spezzato lo schioppo, corse
dal duca che villeggiava non troppo lontano e gli raccont l'accaduto. Come prova, si
scoperse le spalle, mostrando le percosse ricevute. Il duca, commosso, gli fece
un'abbondante elemosina, e conged il guardiano brutale che fu ucciso poco dopo in
rissa con un colpo di fucile. Solo Gerardo lo pianse, Gerardo che portava ancora nella
carne le conseguenze di quell'incontro e le porter fino alla morte. Da quel giorno infatti
la sua salute divenne pi cagionevole e i disturbi pi frequenti. Ma i santi si vendicano
cos.
21
LA GRANDE EPIFANIA
Le opere di Dio, anche le pi meravigliose, stupiscono per l'umilt delle loro origini:
fiumi regali, scaturiti da minuscoli rivi, seppelliti nelle viscere della terra. Dio che
vuole cos, perch nessuna creatura possa insuperbirsi davanti a Lui.
Insuperbirsi ! Ecco una parola che non poteva comprendere il nostro Gerardo.
L'uomo, diceva, non pu nemmeno dire: io mi umilio, o io mi abbasso. troppo
umile per umiliarsi; troppa basso per abbassarsi.
Forte di questo principio, fatto carne e sangue suo, egli ha occupato costantemente
l'ultimo posto nella scala sociale, si adeguato alla terra. Perci il Signore lo ha imposto
all'ammirazione dei popoli. Prima, ai singoli individui, poi alle collettivit intere, trasformando la sua azione in apostolato vero e proprio, di quello che getta la rivoluzione nelle
citt e nelle campagne.

106

Il passaggio a questa nuova forma di apostolato, pi esplicito e continuativo, avviene


proprio adesso, nella primavera del 1753, in occasione d'uno dei soliti viaggi caritativi,
compiuto questa volta nella citt di Corato. Il viaggio, per un seguito di circostanze
provvidenziali, diventa una vera missione che cambia il volto di una citt popolosa e lo
addita ai superiori e ai vescovi come l'apostolo e il taumaturgo per eccellenza. Per
questo, il Rettore di Deliceto gli affida un gruppo di studenti in partenza per un lungo
pellegrinaggio ; il padre Cafaro lo manda come paciere a Castelgrande ; il vescovo di
Melfi lo reclama nella sua diocesi, perch dice: Ora conosco che Gerardo veramente
santo; il vescovo di Lacedonia, durante un fiero contagio, lo vuole nella sua citt,
medico dei corpi e delle anime. Tutto in conseguenza del viaggio trionfale di Corato che
stato la grande rivelazione di Gerardo.
Quale lo scopo del viaggio ? Non lo sappiamo. Fu a Corato , ci dice il padre Caione,
per non so quali affari, in casa dei signori Papaleo, e furono pi le opere prodigiose
che fece, che i passi che diede . Cos risalta anche meglio la sproporzione tra i fattori
umani e l'intervento divino. Il quale cominci a manifestarsi prima ancora che il santo
raggiungesse la meta.
Infatti, dopo un lungo viaggio, si era gi accostato alle ultime ondulazioni che cingono la
citt. Il paesaggio era monotono, ma, tra il biancheggiare delle ghiaie e il lividore delle
frane, squillava l'azzurro degli ulivi e l'arco cristallino del cielo.
Vi saliva il nostro santo sulle ali della preghiera, quando scorse al margine della strada
un massaro che si torceva rabbiosamente le mani, mugolando parole di dolore e di
disperazione. Arrest il cavallo: Che c', buon uomo ? .
Che c' ?... Che c' ?... Non mi far parlare, tanto inutile, nessuno ci pu far niente .
Come, buon uomo? Tu credi che Dio non ti possa aiutare?. Quegli allung la mano
verso il campo.
Vedi ? I topi mi hanno rovinato il grano. Quest'anno morr di fame con tutta la
famiglia .
Si scorgevano, infatti, tra solco e solco, in tutte le direzioni, strani rigonfiamenti a fior di
terra: i roditori compivano nell'ombra la loro distruzione.
Gerardo non ci pens due volte : strapp dalla siepe una pertica, tracci sui seminati una
gran croce e si rimise tranquillamente in cammino.
Il massaro riprese la sua geremiade, gettando un passo dopo l'altro lungo i seminati con
la svogliatezza di un condannato a morte. Aveva fatto appena qualche passo, quando
vide una fila di topi con le zampe all'aria, morti o moribondi. Si spost rapidamente a
destra a sinistra, in lungo e in largo: dappertutto, topi morti, o moribondi. Allora salt
sulla strada e si diede a rincorrere l'uomo di Dio, urlando a perdifiato: Il santo, il santo!
Miracolo, miracolo! .
Che c', che c' ? . Qualcuno sbuc dai campi, qualcuno che veniva dalla citt, si
ferm : in un baleno una piccola folla circond il contadino, il quale non faceva che
ripetere il miracolo dei topi. Parlava e correva e tutti lo seguivano gridando : Miracolo,
miracolo ! Il santo, il santo ! .
Gerardo si vide perduto: alle sue spalle, la marea montante di grida : davanti, la strada
sconosciuta ; in lontananza, le prime case della citt. Dove andare ? Dove abitava questo
Felice Papaleo ? Non c'era tempo da perdere. Abbandon le briglie al collo del cavallo e
lo mise al galoppo. La bestia divor la strada ed entr, scalpitando, tra le mura di Corato,
infilando una via dopo l'altra : poi si ferm di botto davanti a un portone.

107

Ne usciva una donna: Buona donna, Gerardo le chiese, sapreste indicarmi dove
abita il signor Felice Papaleo ? .
Papaleo ? I Papaleo siamo noi. Questa la nostra casa. E lo fece entrare.
Intanto la folla aveva messo a rumore la citt. Qualcuno era andato e tornato dal campo
del miracolo con gli occhi sbarrati dalla sorpresa. Tutti cercavano il santo, tutti volevano
il santo. Dov', dove non , finalmente scovarono la famiglia ospitale e la presero d'assalto. Gerardo dovette mostrarsi e parlare. Con poche parole li spinse all'entusiasmo e
alle lacrime. Da allora, la casa, il cortile, la via antistante fu invasa da una moltitudine
d'ogni et e condizione sociale che chiedeva di vederlo e parlargli ; si apriva al suo
passaggio e lo accompagnava dovunque, i ricchi accanto ai poveri, le dame alle massaie,
tutti affratellati, almeno per un giorno, dalla carit di Cristo.
Ma l'afflusso principale era di sera, quando sacerdoti, signori e gentildonne, operai e
contadini si avvicendavano nella casa per aver la fortuna d'intrattenersi da solo a solo
con lui. Lo trovavano in uno stanzone, con gli occhi posati su un grande Crocifisso
appeso alla parete di fronte. Attingeva da Lui i pensieri, le parole, quella lucidit di
visione per cui penetrava in ogni coscienza e vi leggeva come in un libro aperto. Vi
attingeva, specialmente, quel calore interno che, qualche volta, lo faceva rimanere
estatico con la parola spezzata in bocca.
Una sera, parlando con un gentiluomo, s'interruppe, restando immobile, le pupille
dilatate, senza respiro, senza movimento. Cos per una buona mezz'ora; poi, con un
lungo sospiro, come uscendo da un sogno, riprese il colloquio.
Verso l'una o le due di notte, congedato l'ultimo ospite, si ritirava nella stanza, si
disciplinava aspramente, poi si gettava sul nudo pavimento che gi baluginava. Si alzava
dopo qualche ora, scompigliava coperte e lenzuola e riprendeva il lavoro : un lavoro che
cresceva d'intensit con l'avvicinarsi della settimana santa. Passava dalla chiesa al
capezzale dei malati; dalla casa Papaleo ai monasteri delle suore.
Il monastero delle Domenicane aveva bisogno assoluto di riforma, perch, situato lungo
la strada maestra, a pochi passi dalle mura della citt, era pi un osservatorio che una
casa religiosa. Infatti da un magnifico belvedere si poteva contemplare l'ampia vallata
sottostante, mentre da un finestrone alquanto basso si potevano contare i passi di chi
entrava e usciva da Corato. Cos l'aria del mondo circolava liberamente in clausura,
producendo i suoi tristi effetti. C'era anche chi faceva sfoggio di vesti ricercate e di
anelli preziosi. Il silenzio e la disciplina erano decaduti; la rilassatezza era generale. La
priora, sulle prime aveva cercato di arginare il male; poi la sua parola era caduta nel
ridicolo.
Gerardo arse di zelo. Il tempo sacro della passione gli forn materia per le sue
conversazioni : di proprio ci mise tutto il fuoco dell'anima e l'ardore degli occhi.
Un giorno, mentre parlava dell'amore di Ges nell'affrontare la morte per noi, la fiamma,
divampando all'esterno con forza irresistibile, gli mozz il respiro. Dovette fermarsi,
muto e tremante come un fuscello. Si abbracci all'inferriata, con gli occhi al cielo, sotto
il peso di un dolce deliquio ; poi si riscosse e chiese dell'acqua. Ne tracann una parte ; il
resto se la gett sul petto per temperarne l'arsura. Spesso i suoi discorsi finivano in
soliloqui amorosi con Dio, come se l'uditorio fosse scomparso dai suoi occhi.
Il prodigio fu operato : si gettarono gli anelli e le vesti raffinate; l'osservanza torn a
fiorire. Specialmente l'ubbidienza. Ma il santo non era ancora contento. Sapeva che i
propositi pi eroici non sarebbero durati se l'aria del mondo avesse continuato a

108

circolare liberamente nel sacro recinto. Perci volle che le suore s'impegnassero
solennemente a non mostrarsi pi all'esterno. Lo promisero. Allora si lev dal petto il
Crocifisso e lo fece appendere nel corridoio di accesso al belvedere perch rimanesse l a
ricordare le loro promesse e ad ammonire le incaute.
Restava il finestrone, l'osso pi duro, e bisognava battere il ferro finch era caldo.
Gerardo preg a lungo ; poi raccolse ancora una volta le suore e le port a tal clima di
fervore, che l, a tamburo battente, se ne decise, con voto unanime, la chiusura. Chi prese
i chiodi, chi il martello, chi la scala e fu un risonare di colpi, uno stridere d'imposte. In
poco tempo tutto fu a posto. Allora Gerardo ordin che vi fosse inchiodato sopra un
grande Crocifisso, dicendo Le suore che vogliono salvarsi, guardano solo Ges
Crocifisso .
E non fu fuoco di paglia.
Passarono sette anni, quando giunsero a Corato due padri redentoristi, tra cui il padre De
Meo. Questi, osservando il belvedere sempre deserto a qualunque ora del giorno,
esclam: Ges ! E che questo ? Son tutti morti qua dentro ? .
Il sacerdote che lo accompagnava rispose: Sono ormai sette anni che venne qui fratel
Gerardo; da allora non si vede pi una suora .
Il ricordo di quegli avvenimenti grandiosi non si spense pi tra quelle mura, perch le
religiose se li tramandarono l'una all'altra, anzi qualcuna attribuiva al santo l'origine
della propria vocazione. Tra le altre, due suore venerande, morte in concetto di santit :
suor Maria Iacobi e suor Vincenza Palmieri, le quali, all'epoca della nostra storia, erano
ancora educande.
Mia madre , diceva suor Vincenza, era molto ricca e, partendo per Napoli, mi
affid, come educanda, alle suore. Io ero ancora piccina, ma gi pensavo con invidia alla
vita galante che la mamma avrebbe condotto nella capitale : spettacoli, festini, divertimenti. Perci sentivo pi gelide le mura del monastero. Ma verr la mamma, dicevo per
confortarmi, e avr anch'io la mia felicit. Ma un giorno venne fratel Gerardo e mi
disse : - Che uscire, che uscire ! Voi dovete esser monaca in questo monastero. - Oh non
questa la mia vocazione, risposi freddamente. - Bene, bene, soggiunse, Dio padrone
dei cuori e sapr cambiare anche il tuo. Tu sarai suora proprio in questo monastero che
ora detesti e vi morrai da serva di Dio. - Da allora, non so come, cominciai a sentirmi
mutata e ad amare la vita austera del chiostro. Quando venne la mamma per portarmi
via, ero un'altra e mi rifiutai di seguirla, nonostante le sue insistenze .
Mor quasi centenaria, confortata visibilmente, come si narra, dal patriarca San
Giuseppe.
Col monastero delle Domenicane, Gerardo visit quello delle Benedettine.
Qui, grazie a Dio, le cose andavano molto meglio : non c'erano abusi ; l'osservanza era
in fiore. Ma egli voleva il fervore, l'eroismo, la santit, insomma quella volont risoluta
che non dice mai basta al soffio rigeneratore dello Spirito. A questo mir con le sue
esortazioni alla preghiera assidua, alla comunione frequente, al distacco assoluto dal
mondo. E ottenne l'intento.
Non si ricordano tra queste mura opere strepitose, ma solo una profezia alla badessa
Azzariti.
Era un'anima umile e pia che voleva l'esonero dalla carica. Prega Dio, disse. a
Gerardo, che mi liberi da questa croce. Egli la fiss un momento; poi cispose: Si, ne
sarai liberata, ma solo per caricarti di un'altra croce pi pesante.

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E cos fu. Di l a qualche tempo, tornata al rango di semplice suora, fu colpita da una
piaga cancrenosa alla gamba che la port alla tomba dopo anni di atroci sofferenze
pazientemente sofferte.
Tanto zelo, tanto fervore di apostolato doveva finire in bellezza. La sera del 20 aprile,
venerd santo, il popolo sfilava muto dietro i simboli della passione, al chiarore delle
torce a vento. Precedevano uomini incappucciati coi lanternoni inastati: in mezzo
avanzava un Crocifisso dissanguato, con la bocca aperta e le pupille semispente. Lo
spettrale corteo attravers le vie del paese ; poi entr nella chiesa delle Benedettine,
disponendosi a semicerchio intorno alla balaustra, mentre il coro delle suore intonava un
canto di dolore e di pentimento. Questo canto, queste luci riscossero il nostra santo che
pregava chiss da quanto tempo, in un angolo buia del tempio. Apr gli occhi e si trov a
faccia a faccia col Crocifisso alto e massiccio sul quale sbatteva sanguigna la luce dei
ceri. Come una potente calamita, quella visione lo attir, lo attir fino a portarlo ai piedi
del Crocifisso, fino a sollevarlo pi palmi da terra per congiungere le sue labbra con le
labbra divine tra il commosso entusiasmo della moltitudine.
Era l'epilogo trionfale del viaggio. Dopo qualche giorna, Gerardo ripartiva
improvvisamente, invano trattenuto da sacerdoti e gentiluomini, contadini e artigiani ai
quali non faceva che ripetere: Il superiore mi vuole; non posso restare .
Tutti stupirono, perch non erano giunti n lettere, n corrieri da Deliceto. Il canonico
Giovio ne domand, in seguito, spiegazione al padre Fiocchi e costui svel il mistero
della partenza subitanea egli aveva comandato mentalmente al Fratello di tornare in
collegio. Part, dunque, seguito dalle benedizioni di tutta Corato. Il canonico Scoppo di
Melfi si rese interprete di tali sentimenti con una relazione particolareggiata allo stesso
padre Fiocchi, ripiena di ammirazione e di stupore.
La Divina Provvidenza , egli scrive, ha fatto che in Corato si portasse Fratel
Gerardo, inaspettatamente, anzi, per divino volere, miracolosamente, per provvedere alla
salute delle sue dilette creature, mentre con la sua venuta e col suo buon esempio, ha tirato a divozione tutto il popolo, ed ha operato stupende conversioni. I signori, le
gentildonne lo seguivano a folla e la compunzione e l'ammirazione stata somma ...
Padre mio, mi si confonde la mente e mancano le parole in bocca per potermi spiegare.
Vostra Riverenza non si pu immaginare il concorso e il seguito che aveva per la citt ;
mai lo lasciavano, anzi lo portavano in mezzo, come un santo calato dal Paradiso... Era
una cosa meravigliosa... Ogni parola che usciva di bocca a Gerardo feriva i cuori di tutti
gli astanti... Al solo proferire qualche sentimento di Dio, si vedeva il silenzio e si udivano i profondi sospiri, mentre egli con poche parole ammolliva e atterriva ogni duro
cuore... Infiammati dalla sua santit e dal suo buon esempio, i signori non solo vogliono
la Missione in Corato, ma una ventina di essi e anche pi, vogliono venire per il 15 o 20
del mese entrante a fare gli esercizi a Deliceto, e molti sono animati a lasciare il
mondo.
E, dopo aver parlato della conversione del monastero delle Domenicane e accennato al
fervore che regnava nella citt, conclude Vorrei scrivere di pi, ma mi manca la lena di
scrivere quanto mi sta in mente. Spero nel Signore di venire di persona per parlarvi a
viva voce di molte cose meravigliose .
La lettera porta la data del 24 aprile 1753. Erano due o tre giorni che il santo aveva
lasciato Corato e gi le sue gesta avevano acquistato una risonanza epica.
Erano passate alla storia.

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22
LA PICCOLA CAROVANA DELLA PROVVIDENZA
Una mattina di maggio del 1753, mentre gli undici chierici del collegio di Deliceto
studiavano sotto le querce annose del bosco, tra il pigolio degli uccelli e il chiacchierio
delle fonti, furono distratti da un coro di pellegrini che passavano cantando di montagna
in montagna, diretti verso il monte Gargano a venerare l'arcangelo San Michele nella
ricorrenza della sua apparizione. In quell'attimo di attesa che sospende in un punto le
potenze dell'anima, cadde l, per caso, l'idea d'un pellegrinaggio al santuario famoso. La
si credette, da principio, una battuta spiritosa, invece l'idea fu raccolta e cominci a far le
spese di ogni conversazione.
Qualcuno s'incaric di presentarla al padre Fiocchi, ma questi slarg la grossa faccia in
una risata: Un pellegrinaggio cos lungo ... a questi chiari di luna ... ma voi siete matti!
Lo sapete quanto mi trovo in cassa ? Non pi di trenta carlini. (Cio, un migliaio delle
nostre lire). Non basterebbero per un giorno. Perci, non parliamone pi . Invece i
giovani continuarono a parlarne, guardando mestamente il celebre monte che si profilava
laggi, tra la nebbia d'oro dei tramonti. Cos di giorno in giorno, finch all'inizio della
seconda decade del mese, quando ormai tutto sembrava sfumato, torn da uno dei soliti
viaggi nella citt di Foggia il nostro Gerardo che, dopo i fatti di Corato, resi noti dalla
relazione del canonico Scoppo, godeva in casa di un grande prestigio. Il suo ritorno
riaccese una ventata di speranze. Si sentiva che accanto a lui cadeva ogni difficolt,
perch egli sapeva aprire, a tempo e luogo, i tesori della Provvidenza. Anche il padre
Fiocchi disarm, rimettendosi alla decisione del santo Fratello. Questi, interpellato, apr
le braccia in un gesto di accettazione entusiasta che mand in visibilio i nostri giovani.
Ma come farai con trenta carlini ? gli chiese il superiore.
Dio provveder ! . E gli occhi si accesero di tutta la luce dell'anima.
I preparativi furono brevi. Gerardo caric le poche provviste su due somarelli, presi a
nolo, affidandoli al pungolo di frate Angelo di Gironimo e col bastone da viaggio si pose
alla testa della piccola carovana, composta dei chierici e del loro professore, padre
Alessandro De Meo.
Molta fede nel cuore e molta gioia nell'aria, perch il mese di maggio passa come una
visione sulla terra assolata di Puglia. Ogni zolla ha il colore della speranza e la pianura
una distesa di mare che svaria i suoi toni col variare dei giorni. Quando il mese si scorcia, diventa un mare di oro, come se tutti i raggi del sole si fossero fitti in piedi tra gli
ulivi.
Arrivarono a Foggia a sera inoltrata, dopo una marcia di trenta e pi chilometri, lungo
strade polverose e scorciatoie campestri, allegri, ma con un fiatone grosso cos.
Quest'allegria non poteva ingannare l'occhio vigile di Gerardo che nella notte prepar la
sua sorpresa. All'indomani, quando furono di partenza, i giovani si trovarono davanti a
un carro scoperto, coi sedili di legno allineati sulle spallette. Si guardarono in faccia, tra
la meraviglia e la gioia, come per dire: Tutto va bene, ma chi paga ? . Qualcuno
tacci d'imprudenza il nostro santo che, per tutta risposta, sollev ancora una volta gli
occhi al cielo, ripetendo quelle fatidiche parole : Dio provveder ! .
Si accomodarono sul carro traballante e partirono verso Manfredonia, lasciando
appiedato il povero eremita coi due somarelli mezzo morti di fame. A met strada si
fermarono in una taverna, tra gli acquitrini paludosi del Gandelaro. Fecero colazione e si

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misero ad attendere il loro compagno di viaggio. Quando arriv, i giovani avevano avuto
tempo di schiacciare un sonnellino all'ombra dei pioppi.
Gerardo gli mosse incontro, gioviale come sempre, ma l'eremita era fuori dei gangheri.
Fece ancora qualche passo e si lasci andare su una pancaccia, grondando sudore e
rabbia. Scans sgarbatamente il cibo che gli venne offerto e ci volle del bello e del
buono per fargli accettare qualche boccone che mandar gi, a forza, con lunghe sorsate
di vino. Quando pot parlare, gett come un mugghio strozzato : Alla malora quelle
bestiacce che non si reggono in piedi ! Vi giuro che non mi muovo di qui, se non si
lasciano nella stalla fino al ritorno. Altrimenti creperanno per via .
E Gerardo calmo calmo: Nossignore ! Verranno con noi; ci penser io a farle
camminare .
Si portarono sulla strada, vicino ai due somarelli spolpati che stavano l come due
condannati a morte, le orecchie e la coda penzoloni, incuranti perfino delle mosche che
succhiavano i loro occhi.
Tu, disse Gerardo all'eremita, monterai su questo somaro; e tu, disse al figlio del
carrettiere, monterai su quest'altro . No, no , grid il monello, io non voglio
restare indietro ; voglio andare con pap, io!.
Non andrai indietro, ma avanti!, replic energicamente il santo.
Tutti presero posto. I somari, coi rispettivi cavalieri, furono fatti passare davanti al carro.
Verso di loro, Gerardo, salito a cassetta, alz la mano in un gesto pacifico di
benedizione. Prodigio ! A quel segno, essi drizzarono le orecchie, dimenarono irrequieti
la coda e, quando la mano del santo torn a posarsi sul petto, si diedero alla fuga.
Continuarono cos per lungo tratto di strada, poi, quando cominciavano a diminuir
l'andatura, bast una nuova benedizione per rimetterli in tono. Anzi, quando i cavalli si
davano al galoppo essi divenuti carne uccelli , annota candidamente il cronista,
filavano pettoruti, a testa alta, con meraviglia di tutti, specialmente dell'eremita.
Giunsero a Manfredonia nel tardo pomeriggio e, licenziato il carrettiere, si fermarono a
consumare le ultime provviste sul prato adiacente al castello di Manfredi, di fronte al
mare che diveniva a mano a mano pi violaceo; ai piedi del Gargano rosso di sole. Lo
spettacolo era meraviglioso, specialmente per chi, come Gerardo, contemplava per la
prima volta la grande distesa delle acque sempre vive, sempre animate da una forza
interna che le sollevava e le spianava in un respiro possente di preghiera e di offerta al
Creatore. Mai come allora egli aveva sentito incombente sul creato l'immensit
sconfinata di Dio.
Se fosse stato solo, avrebbe prolungato chiss quanto quella muta contemplazione, ma.
era gi tardi e la sua famigliola aspettava da lui cibo e riposo per la notte. Cont il
denaro rimasto : diciassette grane, un centinaio delle nostre lire. A che potevano bastare?
Prima di tutto a fare un piccola presente al Signore che lo aveva accompagnato fino a
quel punto. Con cinque tornesi - una ventina di lire - compr un mazzetto di garofani,
entr nella chiesa del castello, lo depose davanti al tabernacolo e si ferm li, tranquillo,
in preghiera, nell'atteggiamento di chi dice : Signore, io ho pensato a Te, ora Tu pensa
alla mia famigliola.
Che cosa la preghiera di un santo ? Qualche cosa che s'impone agli angioli del cielo, i
quali la portano fino al trono di Dio, calda ancora del cuore che l'ha dettata. Ma anche
qualche cosa che strappa l'ammirazione dei viandanti distratti della terra, i quali
avvertono la presenza del divino.

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La chiesa era semideserta : qua e l gruppetti di fedeli sonnecchiavano sulle panche; in


sagrestia, due reverendi parlottavano. Ma bast quella preghiera perch un, soffio di
soprannaturale invadesse l'ambiente : i fedeli si riscossero dal loro torpore ; i sacerdoti
tacquero ammirati e in quel silenzio si sentirono sfiorare dall'ala invisibile di un angelo.
I due sacerdoti restarono cos qualche tempo, interrogandosi con gli occhi; poi si
accostarono a Gerardo, lo trassero in disparte e gli chiesero i motivi del viaggio. La
risposta fu schietta e sincera; era in pellegrinaggio al monte Sant'Angelo coi giovani del
collegio di Deliceto : per loro aveva domandato al Signore la sua provvidenza.
Tanta semplicit, tanta cieca fiducia conquise il loro cuore il cappellano gli offr una
buona somma di danaro e l'ospitalit per la notte nelle sale del castello ; l'altro, che
conosceva la povert della chiesa di Deliceto, promise un incensiere d'argento. Lo
compr infatti, poco dopo, il 24 maggio, alla fiera di Foggia e doveva essere davvero
prezioso se lo pag sessanta ducati, circa cinquantamila lire.
Al mattino seguente, ristorati e rinfrancati, i giovani ripresero il viaggio fino ai piedi del
monte. Qui Gerardo fece noleggiare dei muli, ma lui volle procedere a piedi, nonostante
i gravi sintomi di stanchezza che gli opprimevano il petto. Si arrampic per un sentiero
ciottoloso, all'ombra delle faggete che segnano l'ascensione verso la vetta scogliosa,
tutto chiuso nella visione del suo arcangelo che dall'infanzia aveva guidato i suoi passi
verso le vette supreme del Calvario.
Si riscosse quando fu sotto il bruno campanile ottagonale che addita ai pellegrini il luogo
della famosa apparizione; entr nell'attigua navata del tempio, penetrando sotto il masso
ondeggiante della grotta. Allora non vide, non sent pi nulla, e si sprofond nella
preghiera: una preghiera al di fuori del tempo e dello spazio, in Dio. Quanto dur ? Lo
seppero solo gli studenti che, a un certo punto, stanchi di attendere - e dire che erano
pieni di fervore! - lo destarono a forza e lo condussero all'albergo.
Ripresero le loro preghiere all'indomani, di buon'ora, e le protrassero a lungo ; poi
tornarono all'albergo per prepararsi a partire. Avrebbero dovuto affrontare lunghi
chilometri di marcia e c'era bisogno d'immagazzinare energie. Ma, prima d'ordinare il
pranzo, Gerardo volle saldare i conti aperti. Prevedeva un margine sufficiente per
affrontare le nuove spese. Invece, raggirato dall'albergatore, si trov in mano solo pochi
centesimi di resto. Ed ora come fare ? Non si perse di coraggio : corse a comprare alcune
fette di pane, le divise in una dozzina di ostie, le rimescol nel suo cappellaccio che fece
passare in giro dall'eremita, tra le risate dei giovani. Poi scomparve, lasciandoli li a
commentar l'accaduto, con l'appetito stuzzicato e lo stomaco inquieto. Ricomparve verso
mezzogiorno; i poveri affamati erano ancora nella stessa sala ; alcuni dormicchiavano
sulle panche, alcuni facevano circolo intorno al padre De Meo, discutendo sul da farsi.
Li guard con aria biricchina, poi alz allegramente la voce: A tavola, a tavola!.
Nessuno si mosse : credevano che volesse ripetere lo scherzo del mattino. Allora rinnov
l'ordine con tono quasi alterato : Cos si fa l'ubbidienza ? A tavola, vi dico! . Poi, con
un cenno della mano, chiamato l'eremita, gli consegn ventiquattro grane per la
provvista del pane e del vino.
Quando frate Angelo torn dallo spaccio a pianterreno coi fiaschi e le pagnotte sotto il
braccio, trov la mensa imbandita con pesci squisiti di varie qualit : poich era di
venerd. Gerardo, col vassoio in una mano, la forchetta nell'altra, serviva porzioni
abbondanti di anguille fritte. Dato il digiuno forzato e l'aria fine di montagna, tutti

113

avevano una fame da lupi: eppure ce ne fu d'avanzo. Appena mangiato, tutti si


guardarono in faccia stupiti: Ma dove costui ha pescata tanta grazia di Dio ? .
Il padre De Meo, pi curioso degli altri, chiamato l'eremita, gli chiese a quattr'occhi:
Hai portato qualche cosa qui dentro, tu?.
Io ? Neanche per sogno ! .
Eppure vi posso giurare , soggiunse il chierico Ricciardi, che ieri sera fratel
Gerardo non aveva pi di quattro grane .
Ve lo spiego io il mistero, riprese l'eremita; prima di andare a tavola, Gerardo,
ridotto al verde, si recato a pregare davanti all'altare di San Michele. Mentre pregava,
una persona gli ha posto in mano una somma, raccomandandosi alle sue preghiere. Ora
s che potevano partire rifocillati nel corpo e nell'anima, con la gioia che cantava nelle
loro vene. Tutti erano allegri, solo Gerardo andava avanti col volto atteggiato a uno
sdegno represso. Era l'atteggiamento che assumeva quando qualcuno veniva meno alla
legge della giustizia e della carit. Allora lui cos semplice, umile e gioviale, prendeva
un'aria di fierezza profetica che incuteva terrore. Tanto grave gli sembrava l'offesa fatta
al prossimo.
Cammin alquanto senza dir nulla; finalmente, prima di uscir dal paese, si rivolse a certi
muratori che lavoravano sulle impalcature di una casa: Buona gente, vi prego di dire al
padrone dell'albergo tale, dove abbiamo passata la notte, che in capo a tanti giorni, gli
morr la mula migliore .
I muratori, scandalizzati, risposero : E voi sareste i servi di Dio ? .
Intervennero il padre De Meo e il chierico Cimino, cercando di correggere l'espressione
un po' cruda di Gerardo, ma egli replic con energia: S, s, gli deve morir la mula
migliore. Lo vuole Dio, perch si fatto pagare due volte lo stallaggio . E si allontan
con l'eco della minaccia nell'aria. Nessuno seppe se fosse stata raccolta dal cielo.
questa la versione dell'eremita, il compagno inseparabile del santo in questo viaggio.
Secondo altri, invece, il fatto, alquanto diverso, sarebbe avvenuto in un'osteria, la prima
sera del ritorno. L'oste pretendeva una somma esorbitante e non voleva sentir ragioni.
Anzi con cipiglio beffardo si permise di dire a tutti i presenti: Se non avete denaro, vi
piglio talare e cappello.
Allora Gerardo, fattosi serio e minaccioso, gli grid: Tu succhi il sangue dei poveri e
Dio ti castiga. Se non ti contenti del giusto, ti far morir le due mule .
Appena pronunziate queste parole, entr trafelato il figlio dell'oste: Correte, ch le
mule si voltano e si rivoltano con la pancia all'aria .
La fulmineit tra la minaccia e l'esecuzione atterri l'oste che dall'altezzosit pass al tono
umile e dimesso. Chiese perdono e si content del giusto.
Ridiscesi dal monte, prima d'inoltrarsi nella pianura, i nostri decisero di fermarsi nelle
vicinanze di un'osteria a bere un po' d'acqua. Si scorgeva infatti ai margini della strada il
parapetto di un pozzo e la carrucola in alto. Ma, giunti sull'orlo, dovettero contentarsi di
guardar l'acqua a distanza, perch i secchi erano stati asportati dall'oste, forse per
costringere i viandanti ad entrar nella sua taverna. Il che, in una zona cos arsiccia, nei
mesi torridi di estate, rappresentava una vera crudelt. E la crudelt verso il fratello che
soffre faceva molta presa sul santo. Entr a passi concitati nella taverna e all'oste che gli
veniva incontro complimentoso e servizievole, tenne un discorso breve, ma duro e tutto
balenante minacce, e conchiuse cos: Se tu neghi l'acqua al prossimo, il pozzo la
negher a te; per sempre! .

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Quel gesto, quella voce atterrirono l'oste : e il secchio torn a stridere ai due capi della
catena.
Le ultime tappe, secondo il racconto del Tannoia, furono per Gerardo un'estasi continua
da un santuario all'altro.
La prima estasi avvenne nel santuario mariano dell'Incoronata, nascosto in un fitto
boschetto di querce, nella solitudine della pianura, a sei, sette chilometri da Foggia. In
quella cornice di silenzio, ai piedi di quell'immagine miracolosa, Gerardo fu sorpreso da
un dolce deliquio amoroso: il suo volto divenne diafano, il corpo si accasci al suolo,
come spossato; l'anima sembrava, da un momento all'altro, dileguarsi nell'infinito.
Ti senti male ? gli chiesero gli studenti appena si riebbe. Ed egli: Nulla, nulla,
un'infermit che patisco .
Questa infermit si manifestava molto spesso quando pregava ai piedi della Vergine e in
forme sempre nuove. Non era solo il deliquio, era il ratto, la compiacenza, la gioia.
Infatti lo stesso fenomeno si trasform poco dopo in un'estasi gaudiosa davanti alla
Madonna dei Sette Veli che si venera nella cattedrale di Foggia. Egli rinnovava cos
l'estasi del suo padre Sant'Alfonso, avvenuta qualche anno prima, nella stessa chiesa,
mentre predicava : nel fervore della perorazione, il suo corpo, percosso da una colonna
di luce staccatasi dalla Madonna, levit nell'aria, stendendo le braccia verso la cara
Immagine, alla presenza di una massa delirante di popolo che gridava al miracolo. Cos i
due santi, dalla spiritualit tanto diversa, si ricongiungevano nello stesso impeto d'amore
per la Madre del cielo.
Da Foggia i nostri giovani proseguirono per Troia, la cittadina giustamente celebrata per
l'antica cattedrale dal magnifico portale romanico e dal festoso rosone, tutto un ricamo
concentrico, tramato nella luce. Ma non erano le meraviglie dell'arte che essi cercavano,
bens un nutrimento sostanzioso per la loro piet. Corsero quindi a prostrarsi davanti al
Crocifisso di legno, fatto scolpire, secondo i gusti del tempo, da monsignor Emilio
Cavalieri, zio materno di Sant'Alfonso. Anche questa visita si trasform per Gerardo in
un'estasi. Patenti scrive il Tannoia, furono gli slanciamenti del suo cuore e i
trasporti del proprio spirito (o.c., pag. 43).
Forse si riferisce a questa visita, la leggenda raccolta dal Landi. Il Crocifisso era coperto
da un velo che ne impediva la vista. Gerardo vi lanci sopra un soffio infuocato e il velo
and in fiamme. Da sotto al fuoco apparve intatta la sacra effige e tutti si gettarono in
terra a venerarla.
Da Troia, la piccola carovana risal la valle del Cervaro, poi la collina boscosa di
Bovino. Di qui, attraverso i cocuzzoli montani, raggiunse Deliceto, dopo otto o nove
giorni di pellegrinaggio. Il pellegrinaggio aveva avuto un solo protagonista: Gerardo.
Egli aveva pensato a tutto, provveduto a tutto. Si era prodigato perch i giovani avessero
tutti quegli onesti divertimenti che valessero a ritemprarli nel corpo e nello spirito, ed
aveva piegato in loro favore gli uomini e le cose. Soprattutto, la Divina Provvidenza.
Solo a una persona non aveva badato : a se stesso. Si era fatto tutto a tutti, senza riserve,
camminando sotto il sole, inerpicandosi sui monti, sempre vigile sui bisogni dei fratelli,
sempre alacre nel porger loro aiuto, di giorno e di notte, nonostante le forze stremate.
Aveva chiesto troppo al suo corpo macilento e ne sub le conseguenze. Di ritorno a
Foggia, ritirandosi nell'alloggiamento, a un tratto, si sent pi stanco, pi abbattuto del
solito. Si appoggi alla branda, si curv, mise una mano sul petto e cominci a tossire.
La faccia si gonfi, divenne paonazza, mentre qualche cosa di caldo gli saliva alla gola.

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Port il fazzoletto alla bocca e lo ritrasse inzuppato di sangue, sangue vivo sgorgato dal
petto. Alcuni studenti gli corsero vicino e lo aiutarono perch era divenuto pallido e
cadaverico. Pure sorrise e preg di non dirlo a nessuno.
Era l'inizio della fine.
23
DRAMMA IN DUE ATTI
Verso la fine di maggio, qualche settimana dopo il viaggio al Gargano, Gerardo dovette
ripartire in tutta fretta alla volta di Castelgrande, per sedare una grave discordia
cittadina, nata da un fatto di sangue. Anni prima il notaio Martino Caruso aveva ucciso
in rissa il cugino Francesco Caruso ancor ventenne. I genitori della vittima, Marco e
Teresa, avevano giurato di vendicarlo e, a ricordo del giuramento, conservavano le vesti
insanguinate del figlio, perch il sangue reprimesse ogni altro sentimento che non fosse
di odio implacabile ed eterno.
Da allora quell'odio si era propagato di famiglia in famiglia, dividendo la citt in due
fazioni irriducibili, che, se non venivano alle mani, si guardavano per in cagnesco. Per
l'aria e tra le oscure stamberghe stagnava la diffidenza e la paura.
Questo stato di cose aveva spinto uomini influenti a tentare una composizione pacifica,
ma senza risultato; anzi in quel mese di maggio le cose sembravano prendere una piega
peggiore. Che fare ? Mentre si discutevano i vari progetti, giunsero gli echi dei fatti di
Corato ad aprire i cuori ad un'ondata di speranza.
Dunque , si chiedevano un po' tutti, Gerardo non solo un potente intercessore
presso Dio : anche un agitatore di anime e un conquistatore di folle .
Dalla riflessione spunt fuori la decisione : bisognava chiamarlo a ogni costo. Solo lui
poteva riportare la pace nella citt divisa. Fu cos che una deputazione di notabili
raggiunse sui monti dell'Irpinia il padre Cafaro che predicava la missione a Guardia dei
Lombardi, per chiedergli d'inviar loro, come paciere, fratel Gerardo. In altre occasioni
l'austero missionario avrebbe respinto la proposta : tanto era nemico delle chiassate. Ma
ora, conoscendo egli stesso la gravit della situazione qualche settimana prima aveva
predicato la missione a Pescopagano, a pochi chilometri da Castelgrande - promise il suo
vivo interessamento. Scrisse, infatti, al padre Fiocchi, pregandolo di mandargli a
Caposele fratel Gerardo per un'opera di grande gloria di Dio. Avrebbe pensato lui a
fornirgli gli opportuni ragguagli perch riuscisse nella difficile impresa.
Gerardo part per Caposele e, presi gli accordi col suo direttore, torn a Deliceto ; poco
dopo, si rimise in viaggio per Castelgrande, in compagnia di fratel Fiore. Tocc le falde
occidentali del Vulture, seguendo il corso del medio Ofanto, poi pieg a sud,
inoltrandosi in un andirivieni di vallette brevi, ombreggiate da querce e castagni, tra
rocce fiorite di muschio, rinfrescate da sorgenti purissime.
Giunto su una piccola sella, trov che la strada si biforcava: a destra saliva ansimando
verso Rapone, un paesello addossato a folti pinnacoli di monti, bianchi come nuvole ;
mentre a sinistra procedeva lungo la dorsale di alcune collinette, verso Ruvo del Monte.
Senza esitare, prese a destra. La via sarebbe stata pi disagevole, ma gli avrebbe
permesso di abbreviare il cammino e di evitare le dimostrazioni di Ruvo che
nell'autunno precedente avevano assunto proporzioni tanto solenni. Ma i ruvesi avevano
previsto il colpo e lo attendevano al varco, nascosti tra le siepi e le piante. Appena scoperta la sua intenzione, gli si precipitarono addosso e lo portarono in trionfo dentro il
paese come avrebbero portato un santo del Paradiso, dice il padre Caione.

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La fermata non fu lunga, sufficiente tuttavia per farlo giungere a destinazione qualche
ora dopo il previsto, quando gi le tenebre si stendevano sulla terra stanca da tutta l'afa
di giugno. Eppure il concorso fu enorme : dai massi e dai ciglioni si scorgevano ombre
umane aggrappolate, mentre i ragazzi correvano come folletti tra fuochi di gioia,
rattizzando le fiamme con lunghe forcine e l'aria risonava di grida e di spari d'archibugi.
All'ingresso del paese gli si fece incontro il dottor Gaetano Federici, mastro giurato e
luogotenente della citt. C'erano tutti : autorit e popolo e Gerardo passava come un
Messia, tra due ali di persone acclamanti, pi pallido ai riflessi lattiginosi della luna, con
l'umilt dipinta sul volto, come quel giorno, quando, adolescente, in tempo di carnevale,
passava per quelle stesse vie, pizzicando la chitarra e veniva dai compagni strascinato
nel fango. Era mutata la sua condizione esteriore, restava identica la sua umilt, anzi si
faceva col tempo pi composta e profonda.
Il dottor Federici, come primo cittadino del paese, volle avere l'onore di ospitarlo in casa
sua. Era pronta la cena e Gerardo prese posto tra i familiari con tale semplicit e cortesia
da conquistarsi subito le simpatie di tutti. Parl del pi e del meno; poi fece scivolare il
discorso su argomenti spirituali e vi s'immerse completamente, sollevando gli occhi al
cielo e accalorandosi gradatamente, come ferro gettato in una fornace. Le fiamme, ci
dice il dottore, cronista fedele di quei giorni, le fiamme salivano sulle gote
straordinariamente pallide come due rose arcuate, finch tutto il volto divenne di fuoco.
Parlava ancora quando il dottore fu chiamato: si udirono i suoi passi frettolosi per le
scale; poi pi nulla. Torn poco dopo nella sala: Gerardo era sempre allo stesso posto,
con gli occhi in alto, sempre pi accalorato, sempre pi invasato da Dio. Allora, avendo
fretta, gli tronc il discorso in bocca col tono autoritario di chi avvezzo al comando :
Fratel Gerardo , disse, questa sera, a maggior gloria di Dio, merc le vostre orazioni,
si ha da liberare una giovane ossessa .
Non conviene , rispose umilmente il santo, non conviene mettere a rumore il paese,
richiamando l'attenzione di tutti. Non mi lascerebbero pi in pace .
Ma vi pare ? riprese il dottore desideroso di rompere gli indugi, la madre
dell'ossessa attende qui da molte ore e noi vogliamo rimandarla a casa senza alcuna
speranza ? .
Alz la voce e la chiam: Eccola , disse additando una donna che entrava urlando a
graffiandosi la faccia, anche lei vi supplica per la guarigione della figlia .
La donna continuava a piangere e gridare, ma il dottore le impose silenzio : Ora basta!
Andate subito a prendere vostra figlia. Dopo qualche tempo, s'ud stridere l'uscio di
casa e giunsero le grida forsennate di una giovane che tentava di svincolarsi dalle
robuste braccia della madre. Messo il piede sulla soglia, diede ancora dei formidabili
strattoni per gettarsi al di fuori, poi emise un grido straziante: La bestia vinta!.
E da sola, sfuggendo alla stretta materna, prese la rincorsa su per le scale, infil la stanza
dove era Gerardo e si gett ai suoi piedi con la spuma in bocca.
Gerardo s'inginocchi, intonando le litanie della Madonna, proseguendole
alternativamente coi presenti, inginocchiati anch'essi. Terminate le litanie, si alz, si
sciolse la fascia di dosso, vi appose alcuni oggetti di devozione e, cingendone la
giovane, si pose a sedere a un metro da lei. Ci fatto, la fiss con gli occhi,
pronunziando con le labbra parole impercettibili. Continuarono cos per un pezzo; poi la
giovane prese una sedia e gli si pose a sedere vicino. Allora il santo fece segno ai
presenti di uscire e di chiudere la porta, ma il dottore si ferm a spiare tra i battenti.

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La scena era davvero singolare: i due, seduti fronte a fronte, continuavano a guardarsi,
movendo or l'uno or l'altro le labbra in un colloquio muto, colorito e punteggiato
dall'espressione degli occhi e della faccia. Cos per una ventina di minuti. Finalmente
Gerardo, sorgendo in piedi, disse ad alta voce: Va pure, sorella, non dubitare,
conservati in Ges Cristo e non avrai timore!.
La giovane usc con la madre e il dottore, tutto raggiante, corse a congratularsi con
Gerardo : Dunque, come Dio ha voluto, anche questa fatta ! .
S, era veramente ossessa, rispose tranquillamente, ma Dio non la vuole del tutto
libera. E ci per suo bene.
Cos fu. La giovane, dopo parecchi anni, pot tornare in chiesa, riprendere le pratiche di
piet e accudire alle faccende domestiche. Ma pi tardi, fu ripresa saltuariamente dagli
attacchi del male, in modo per tanto blando da non riceverne alcun pregiudizio n per
la sua salute, n per la sua attivit.
Intanto, secondo la predizione del santo, la guarigione della giovane aveva gettato lo
scompiglio nel paese, richiamando la folla nella casa Federici. Questa, ci dicono i
testimoni oculari, prese l'aspetto di un tribunale, per il viavai ininterotto di gente che,
dalla mattina alla sera, si accalcava alla, porta: chi voleva un consiglio, chi una
preghiera, chi una buona parola, e chi addirittura un miracolo. E Gerardo ascoltava tutti,
consolava tutti senza concedersi un'ora di riposo, anche quando veniva meno per la
stanchezza. Appena a tardissima notte si ritirava nella stanza, in seguito all'intervento
energico del dottore che licenziava in tronco i presenti.
Allora, solo finalmente con Dio, si gettava bocconi per terra. L, brancicando la polvere,
sentiva meglio la sua miseria e la grandezza di Dio che aveva scelto a cose meravigliose
proprio lui, perch s'era fatto pi piccolo degli altri.
Con tale preparazione spirituale, decise di affrontare il demonio che s'era impiantato in
un'intera famiglia per gettare i semi dell'odio nell'intera citt. Si fece chiamare il padre
della vittima, ma ordin a fratel Fiore che, durante il colloquio, se ne rimanesse in
ginocchio davanti all'altare. La sua fiducia era sempre e solo nella preghiera. Marco
Caruso si present all'ora stabilita col mento all'aria e la fronte corrugata. L'aspetto non
prometteva nulla di buono, ma il fatto d'essersi presentato era gi un successo, perch
altre volte aveva sdegnosamente rifiutato ogni approccio, sprangando la porta di casa per
vietarne l'accesso a chicchessia. Ora invece non aveva saputo resistere alla voglia di
conoscere l'uomo di cui tutti raccontavano meraviglie. Voleva solo conoscerlo, ma col
proposito di non cedere di un apice in quello che considerava un affare privato della sua
famiglia. Perci and ad affrontarlo a testa alta, ben ferrato del suo orgoglio e preparato
a un duello oratorio all'ultimo sangue. Forse s'immaginava il santo come un potente
della terra, col pugno chiuso e gli occhi roteanti, ma qual non fu il suo stupore quando,
accostatosi a lui, si trov avvolto in un clima di semplicit, di candore e di carit
cristiana che, senza prenderla di punta, disarmava tutta la sua albagia, scioglieva il gelo
dell'odio e gli apriva il cuore al perdono fraterno ! Si trov a terra, prima ancora di
combattere e, non sapendo pi come difendersi, ricorse alla tattica del guadagnar tempo :
ci avrebbe pensato con calma e avrebbe deciso a mente fredda. Era quello che voleva
evitare Gerardo, perci lo stringeva da ogni parte e non gli dava tregua. Oggi lo voleva il
Signore, oggi e non domani.
Costretto a capitolare, Marco si appell alla moglie, bisognava sentire anche lei, ci
voleva una dilazione. Ma Gerardo che si vedeva in pugno la preda, non aveva voglia di

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allentarla: Va bene concluse, parlatene pure con vostra moglie e domani ci


ritroveremo tutti e tre.
All'indomani il santo dovette armarsi di santa pazienza per sopportare gli umori
irrequieti della donna che passava ininterrottamente dalle escandescenze furiose verso il
nemico agli scoppi convulsi di pianto per il figlio ucciso. Seppe attendere, poi l'assal a
sua volta con l'irruenza della sua carit finch non vide quegli occhi gonfiarsi di pianto
purificatore al pensiero del grande Ucciso del Calvario che moriva perdonando i suoi
crocifissori. Allora fece chiamare il mastro giurato per la stipulazione dell'atto pubblico
dell'avvenuta riconciliazione e part per Muro dove l'attendevano altri gravi impegni.
Questa volta i bravi Muresi, di solito indolenti, si proponevano di emulare gli abitanti di
Corato e di Castelgrande per festeggiare il loro illustre concittadino, ma Gerardo,
avutone sentore, prefer evitare la folla e si ridusse nel convento dei Padri Cappuccini.
L, tra i cipressi della montagna sassosa, voleva ritrovare quella quiete esterna che tanto
bramava. Ma s'ingann. La fiaccola ormai era accesa e non poteva pi nascondersi sotto
il moggio. A mano a mano fu risucchiato dagli avvenimenti che trasformarono la sua
andata in un fatto di pubblica importanza.
La prima visita fu un atto di cortesia verso il suo antico vescovo mons. Moio che,
travagliato dalla podagra e in preda a spasimi di varia natura, passava la giornata a letto
o inchiodato sul suo seggiolone. Quando costui lo vide entrare con quel passo disinvolto
e quella faccia gioviale: O Gerardo mio , esclam, pregate per me, perch mi
passino questi dolori.
Ed egli con tutta franchezza: O Monsignore, se vi passano codesti dolori, V.S.
Illustrissima non si salver, perch non di gloria di Dio, n della sua volont che vi
abbiano a passare.
E lo lasci consolato con la promessa di tornare. Torn infatti altre volte durante questo
viaggio e torn ancora ogni volta che si portava in Muro. Allora la prima visita era
sempre per il vescovo che lo attendeva al solito posto, abbozzando al sorriso il volto
rugoso. E Gerardo, slargando le braccia, prorompeva immancabilmente in queste parole:
O Monsignore, beata V.S. Illustrissima che patisce tante pene e dolori per Ges Cristo!
Ed io non patisco niente! . E si allontanava lasciandosi dietro una scia di beatitudine.
Lo ricorder otto anni pi tardi il vecchio Monsignore a un coadiutore redentorista
venuto a salutarlo: Ogni volta che Gerardo veniva da me, mi consolava con quella
faccia di paradiso .
Come il vescovo, anche i sacerdoti vollero sottoporgli gli affari della propria coscienza e
del proprio ministero; il Rettore del seminario, vari casi relativi alla vocazione dei suoi
chierici; le Clarisse, i loro propositi di perfezione. Queste si rivolsero a Monsignore per
averne il permesso : S, s, , rispose accompagnando la parola con lunghi assensi del
capo, non solo ve lo permetto, ma ve lo consiglio, ma ve lo raccomando. Vale pi una
chiacchierata con fratel Gerardo che un intero quaresimale .
E non si sbagli. In monastero vi erano abusi inveterati che avevano resistito a tutta
l'eloquenza dei predicatori, a tutta la dialettica dei padri spirituali: essi caddero come
castelli di carta alle prime parole del santo. Una suora si strapp dal collo un cuoricino
d'oro che idolatrava. Guai a toccarglielo ! Avrebbe preferito deporre l'abito. Nessuno
glielo tocc; fu lei stessa a gettarlo via senza rimpianto.
Un'altra, ancor pi fortunata, pot strappare dal cuore un peccato che aveva resistito a
molti anni di confessioni ordinarie e straordinarie.

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La madre badessa, inferma di febbre terzana, fu guarita con un po' di polvere del
sepolcro di S. Teresa e pot riprendere le sue mansioni in un ambiente saturo di fervore.
Diversi borghesi vollero aggiustare le partite della propria coscienza e Gerardo fu
ricercato dappertutto ; tutti si disputavano l'onore di baciargli la mano. Eppure, al dire
del Tannoia, si manteneva cos umile che fu visto pi volte, all'ora di pranzo, mendicar
con gli accattoni una minestra alla porta del seminario. Ci volle l'intervento del vescovo
per far cessare quell'atto di umilt che a lui sembrava la cosa pi naturale del mondo.
Intanto a Castelgrande le cose avevano preso una piega del tutto imprevista. Partito
Gerardo e svanita quell'atmosfera incandescente da lui creata, donna Teresa, la madre
dell'ucciso, si era rituffata nel suo clima di odio e di passione. Respinse con furia il
mastro giurato che veniva per stipular l'accordo e scagli sul marito una valanga
d'ingiurie, dandogli mille volte del vigliacco e peggio; infine gli gett tra i piedi le vesti
insanguinate del figlio, gridandogli: Questo tuo figlio, morto ucciso. Guarda queste
vesti e poi va, se hai cuore, a rappacificarti con chi l'ha ucciso. Questo sangue grider
vendetta eterna all'uccisore ! .
E le figlie, scarmigliate come furie, davano man forte alla madre, imprecando anche loro
contro il povero padre che si sent perduto e si chiuse inorridito in un cieco mutismo.
Gerardo, informato dell'accaduto, corse a Castelgrande e and difilato nella casa di
Marco. Qui, raccolta la famiglia, calmo, quasi scandendo le sillabe, rinnov a tutti
l'invito alla conciliazione e al perdono. Don Marco, pallido, gli rispose una sola parola:
Impossibile ! .
Le donne esplosero in urla e schiamazzi a non finire.
Allora il santo si drizz sulla persona; il volto prese un'aria grave; gli occhi divennero
fiamme e la voce usc dalla gola con un tono di comando che incuteva terrore: O per
forza o per buona voglia, voi dovete perdonare. Sappiate che la prima volta io venni qua
mandato da altri; ora Dio che mi manda .
Poi abbass la voce: Vostro figlio in purgatorio e c' appunto per la vostra
ostinazione. Se lo volete liberare fate subito la riconciliazione e poi fate celebrare cinque
messe per lui. Ma se non vi riconciliate, e qui la voce si lev terribile come un tuono,
se non vi riconciliate, egli non uscir dal purgatorio, e voi , aggiunse, fulminandoli con
l'indice e gli occhi, e voi aspettatevi un giusto castigo da Dio. Quale sia questo castigo,
io non ve lo dico, ma state sicuri che verr! .
E, a passi concitati, si volt per andarsene, ma quelli atterriti l'arrestarono gridando ad
una voce: Si faccia, si faccia!.
E in quel medesimo istante fu chiamata la parte avversa e l, tra le lacrime, si
scambiarono il bacio di pace.
La pace fu duratura.
Caldo ancora dall'emozione, il santo si port in chiesa a ringraziare il Signore. Era
genuflesso davanti all'altare, quando intese un grido lacerante, poi un tonfo di corpo
morto, seguito da una scarica di bestemmie che fece tremar la volta. La voce era acuta,
di donna, ma contraffatta e orribile. Accorse gente, accorse anche lui. Una giovane si
rotolava per terra, gli occhi sbarrati e stravolti, la bocca aperta alle bestemmie pi sozze.
Povera creatura! si mormorava dintorno, sono anni e anni che fa cos .
Gerardo le si fece pi vicino, proprio mentre ella vomitava un'altra bestemmia ancor pi
sconcia e con voce tremante, ma autorevole, le disse: Chiudi la bocca! .

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Poi, rivolto allo spirito maligno, aggiunse: Io ti comando, in nome della SS. Trinit, di
lasciar questa giovane.
Allora s'ud uno strappo violento; il volto dell'infelice si gonfi, divenne paonazzo, come
se un malloppo le serrasse la gola; un ultimo sforzo e torn normale. Era guarita. Mentre
prima, al sentir nominare le cose sacre, dava in bestemmie e nei momenti pi solenni
della messa usciva in atti sconci, ora riprese in pieno l'esercizio della vita spirituale:
pregava a lungo e si accostava compostamente in chiesa con edificazione di tutti.
Gli ultimi giorni di Gerardo in Castelgrande si trasformarono in una missione vera e
propria. Non si limit pi ad ascoltare chi veniva a visitarlo; lui stesso si mise alla
ricerca dei bisognosi. Prima gli ammalati, i prediletti del suo cuore. Li visit casa per
casa, dando ad ognuno una speranza, spesso una guarigione. Cos avvenne a un bambino
di tre anni, di nome Antonio Pace, ammalato fin dalla nascita di rachitismo ribelle. A
ogni tentativo di muoversi si afflosciava piangendo per terra.
Gerardo, andato da lui per invito del dottor Gaetano Cianci, si ferm a guardare quella
mucillaggine appassita gettata su un seggiolino, quelle braccia, quelle gambucce
rattrappite, quegli occhietti seminascosti dai capelli; poi lo segn sulla fronte, dicendo
alla mamma: State di buon animo, perch in seguito non avr pi tali incomodi. Il
bambino, come avesse compreso, si mise a sbattere le gambucce contro i pioli del
seggiolino e a dimenare le braccine, magre come due stecchi. Da allora cominci a
migliorare e a dare i primi passi annaspando, poi si drizz con sicurezza. Visse sano e
robusto fino alla tarda vecchiaia.
Con gli ammalati del corpo, cerc gli ammalati dell'anima: i peccatori. Li insegu uno
per uno nei loro nascondigli e li riport a salvezza.
Tra gli altri si ricorda una banda di quindici giovinastri sfacciati e libertini che
formavano lo scandalo del paese. Spavaldi e sguaiati, vollero affrontare il santo con
l'arma del ridicolo, ma l'arma si rese inservibile. Cosa curiosa! Avevano riso dei migliori
oratori ed erano costretti a piangere alle parole semplici, dialettali, dell'umile Fratello.
All'ora della partenza, la buona signora Federici, con un senso di timidezza quasi pudico,
present a Gerardo la figliuola di tre anni, rimasta cieca per il vaiolo. Aveva operati tanti
miracoli a beneficio degli altri, ne operasse uno per lei che si era prodigata tanti giorni
per dargli un'ospitalit confortevole, per lei, sua concittadina, che egli chiamava
confidenzialmente la paesana.
Preghiamo insieme, rispose.
Dopo qualche istante, alz gli occhi sulla donna che attendeva ansiosa e le disse con
tono ispirato : Se la vostra Giuditta riacquister la vista, far cattiva riuscita ; perci
dovete rassegnarvi alla volont di Dio. Ma fatevi coraggio : la figliuola sar compensata
della sua infermit, perch avr pi talento delle sorelle e riuscir dove le altre non
riusciranno.
La mamma tacque sospirando, ma pi tardi potette toccare con mano la verit di quelle
parole. Perch Giuditta crebbe laboriosa e saggia. Passava la sua giornata al telaio dove
rivelava un'abilit eccezionale: conosceva con i polpastrelli delle dita il colore dei fili e
ricamava alla perfezione. D'udito finissimo, distingueva al passo le persone e si moveva
con sveltezza per ogni parte della casa. Era inoltre tanto saggia che divenne la seconda
madre delle sorelle minori.
Questo avverr pi tardi; ma in quel momento il sospiro della signora Federici fu tanto
accorato che il santo ne rimase profondamente colpito. Se ne ricorder durante il ritorno,

121

quando fu raggiunto da un corriere che gli riportava un fazzoletto dimenticato nella casa
ospitale. Se lo tenga la paesana! esclam con tono ispirato. Fu un segno di
benedizioni celesti per lei e per le donne dei dintorni che lo usarono nei travagli della
maternit.
Quando Gerardo si pose in viaggio, racconta il padre Caione, il paese si scas :
uomini e donne, giovani e vecchi, rovesciati nelle vie, salutavano freneticamente il loro
grande benefattore. Giunti fuori le mura, pi di trecento persone gli si incolonnarono
dietro tra canti e benedizioni di gioia.
Era un chiaro mattino ; nelle campagne assolate i mietitori in fila brandivano le falci
sulle larghe distese di grano e le donne legavano i covoni; ma al passaggio del santo,
tutti si facevano sulla strada, acclamando e inginocchiandosi sulla polvere. Molti, per,
non conoscendolo, s'inginocchiavano davanti al primo cavaliere che apriva il corteo,
cercando di baciargli il lembo della veste e chiedendo la sua benedizione. Era fratel
Fiore, il quale, spaventato da quella dimostrazione, non faceva che ripetere: Non sono
io il santo! Eccolo l, viene appresso ! .
E accennava a un fraticello pallido e sfinito che allungava le braccia in cerchio come
avesse voluto stringere al cuore tutti quanti, sfavillando due lucidi occhioni da sotto il
cappello a cencio. Cosi per oltre un miglio di strada ; poi lentamente la gente si disperse.
Invece i quindici giovanotti, sempre stretti intorno al santo, proseguirono imperterriti
fino a Caposele, incuranti del viaggio e delle scarpinate in montagna. Si confessarono
tutti e quindici dai missionari e rimasero cos soddisfatti da tornare per molto tempo ogni
sabato per ripetere la loro confessione, percorrendo dodici e pi miglia di sentiero
montano e passando la notte precedente la domenica sotto baracche di legno.
Questo episodio commosse talmente il padre Cafaro che esclam con molta enfasi, in
dialetto : Dove arriva costui, arriva il terremoto ! .
24
IL CUORE DI UN SANTO
Intanto nuovi avvenimenti erano maturati nel monastero di Ripacandida, dove, verso la
fine di aprile, madre Maria di Ges, la veggente che aveva suscitato intorno a s tanta
disparit di giudizi, in seguito alle elezioni domestiche, dovette cedere l'ufficio di priora
a madre Michela di San Francesco, gi sua discepola nelle vie della perfezione. Lo
cedette volentieri, ritirandosi nell'ombra a ringraziare il Signore; ma poi il suo piccolo
cuore di carne sent lo sconforto dei primi giorni, quando si trov improvvisamente
relegata nel silenzio, lei, nipote del fondatore e quasi confondatrice e maestra del
monastero. Debolezze ? Sia pure; ma la santit non le toglie, anzi le presuppone come
motivo perenne di elevazione purificatrice.
In uno di quei momenti di segreti tumulti in cui mente e cuore sono in lotta tra loro, la
buona suora pens di riversare la sua anima nell'anima dell'amico lontano che l'avrebbe
saputa comprendere e consolare.
Gli scrisse come il cuore le dettava, senza frenar la foga delle parole e delle lacrime,
felice di alleggerirsi di un peso e fiduciosa nell'indulgenza del santo. Gli parlava di
amarezze, di dolori, di solitudine, e lo pregava di venir quanto prima a Ripacandida a
confortarla con la sua presenza, seppure, aggiungeva con una punta di bonaria ironia, si
ricordasse ancora di lei, giacch ora che non sono priora, tutti si scorderanno di me.
Gerardo le rispose da Foggia ai primi di quel mese di maggio che fu tra i pi
movimentati della sua vita, ed una risposta tenera, umana e insieme soprannaturale. I

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due motivi s'intrecciano e si fondono con naturalezza di passaggi e armonia di toni: Mi


dite che io venga cost: s, mia cara Madre, quando Dio vorr, io verr, con tutto il
cuore, a consolarvi. Perci state allegramente, non vi affliggete, perch affliggete me
pure... Mi dite che adesso che non siete Priora, tutti si scorderanno di V. Riverenza. Dio
mio! E come lo potete dire ? E se mai se ne scorderanno le creature, non si scorder di V.
Riverenza il vostro divino Sposo Ges Cristo. Se per me, io mai mi sono scordato, n
mi scordo di V. Riverenza. Vorrei che V. Riverenza non si scordasse di me, mai: poich
ben sapete che vuol dire Fede, Fede. Via su, animo grande in amare Dio e fatevi santa
grande, perch adesso avete pi tempo di prima (o.c., pag. 28).
Ecco una di quelle lettere che diremmo scritta col cuore, tanto i sentimenti zampillano
vivi e spontanei, freschi e immediati, come acqua di polla. Il santo accoglie i dolori della
suora cos come sono, senza giudicarli, condannarli, o rettificarli ; anzi li fa suoi. Siamo
su un piano di umanit comune ; eppure avvertiamo che il divino la permea da ogni
parte e la solleva gradatamente fino alla sfera del soprannaturale. Da questa altezza
prorompe l'esortazione finale con quel grido tanto arioso di liberazione dalle pastoie
della terra e con quello slancio poderoso verso le vette della santit. Cos il divino non
sopravviene dall'esterno : sboccia dal fondo stesso della natura dove si trova nascosto,
come il lievito del Vangelo, per trasumanarla tutta intera alla luce della fede.
Ma non sarebbe completa l'umanit del santo, se, come sa piangere con chi piange, non
sapesse ancora godere con chi gode. Da questo nuovo sentimento sboccia l'augurio
sincero, alato, per la nuova superiora. Il trillo della gioia si avverte fin dalla giaculatoria
iniziale: La divina grazia riempia il cuore di V. Riverenza e Mamma Maria SS.ve la
conservi. Amen.
Mia cara Sorella in Ges Cristo,... mi consolo della vostra santa elezione... Prego il
Signore che vi faccia davvero esercitare codesto vostro ufficio acci possiate vigilare
con somma attenzione su tante Spose di Ges Cristo e di Maria Santissima, affinch con
tale grazia e spirito possiate giungere a quella perfezione che si merita sua divina Maest
e tutte voi restiate tante serafine di amore di Dio (o.c., pag. 29).
In poche parole inquadrata la visione soprannaturale dell'ufficio di priora, voluto da
Dio, mediante una santa elezione, al solo scopo di vigilare sulle spose di Ges Cristo,
onde trasformarle in serafine di amore. Il concetto, qui appena abbozzato, trover pieno
svolgimento in un'altra lettera alla stessa priora che gli aveva chiesto un regolamento
spirituale per bene esercitare il suo ufficio. Questo regolamento, conservatoci in gran
parte dal Tannoia, che per ha ritoccato con mano troppo forte lo stile originario, poggia
interamente sul principio basilare della spiritualit gerardina : il volere di Dio. La priora
la vicaria di Dio; Egli l'ha prescelta ab aeterno per questo ufficio ed ella deve
esercitarlo, uniformandosi per quanto le possibile allo stesso volere di Dio, con
rettitudine nell'intenzione; prudenza nell'azione; umilt nello spirito; amore nel cuore.
Primieramente la Madre Priora, che sta in luogo di Dio, ha da soddisfare il suo ufficio
con somma rettitudine se vuol compiacere il suo supremo Signore che la tiene in suo
luogo.
Sia piena d'infinita prudenza; ed in tutte le sue cose si deve regolare con lo spirito di
Ges Cristo.
Chi superiora deve mirare continuamente la sua bassezza, considerando che non pu
fare altro che male; che in quest'ufficio in cui sta, ve l'ha posta Dio per sua bont, poich
vi sono tante altre che potrebbero farlo e dargli maggior gusto ; perci deve avvilirsi,

123

considerando le sue imperfezioni e compatire i difetti delle altre. Deve disimpegnare il


suo ufficio tutta piena d'amore di Dio e non aborrirlo come cosa che non le fosse data da
Dio e pensare che Dio glielo ha preparato ab aeterno.
Amore e volont di Dio sono una cosa. Perci nell'amore la priora assommer tutta la
grandezza della sua missione. Ella deve amare per riflettere amore sulle sue figlie: Vi
vorrei vedere le dice in un'altra lettera vi vorrei vedere una Serafina piena d'amore di
Dio, acci la vostra vista infocasse codeste vostre figlie. Si stia al puro amore di Dio
(o.c., pag. 32).
In questa maniera, ella comander prima di tutto con l'esempio, diventando, come dice
S. Pietro, modello del gregge: la priora deve essere un puro vaso ripieno di sante virt,
da cui escono tutte le virt per comunicarle alle sue figlie, acci crescano tutte con le
medesime virt della Madre... Deve soddisfare (il suo ufficio) con somma angelica
perfezione e conformarsi in tutto al divino volere; e stare in questo impegno
indiferentissima, senza attaccarvisi.
Insomma, tutte le virt della priora si riducono alla conformit al volere di Dio e la
conformit si concreta nella rettitudine d'intenzione.
Ma come si dimostra praticamente la rettitudine d'intenzione ? Col cercare solo e sempre
la gloria di Dio e non le proprie soddisfazioni. La gloria di Dio esige in primo luogo,
fermezza nell'agire. Nei dubbi, la superiora chieda consiglio alle persone illuminate e
appuri i vari elementi di giudizio, ma una volta presa una decisione, deve mettersi
avanti gli occhi la gloria di Dio... senza badare ad altro; e per Dio si deve mettere il
sangue e la vita, perch causa di Dio. Per amore del medesimo Dio deve disprezzare
specialmente la propria stima; come non l'avesse. Solo deve mettersi in testa che Superiora e dire : Dio mi vuole in questo stato, e perci debbo fare in tutto la volont sua.
La gloria di Dio esige, in secondo luogo, l'imparzialit: Debbo vigilare sopra di tutte;
debbo servire a tutte; debbo consigliare ed ammaestrare tutte; debbo dare sempre a tutte
le cose migliori, e servirmi del peggio, acci dia gusto a Dio; e finalmente debbo in tutto
patire per godere la santa imitazione del mio caro divino Sposo Ges Cristo.
La gloria di Dio esige, soprattutto, amore materno: Il pensiero della Superiora ha da
essere una continua ruota che si raggira a pensare sopra i bisogni delle sue figlie. Tutte le
ha da amare puramente in Dio, senza veruna distinzione. Ha da pensare che le sue figlie
non possono cercare ci che loro bisogna, se non ce lo d la santa ubbidienza, perci non
deve pensare niente sopra di s, ma tutto il pensiero ha da essere sopra le sue care figlie.
Quando viene dato il cibo, abito o altra cosa, non se li deve pigliare se prima non ha
contentate le altre.
Ma l'amore materno si dimostra nel dare a tutte confidenza, specialmente alle pi restie:
Deve dare confidenza a tutte, maggiormente quando vede che alcuna non ha con essa
tutta la confidenza. Allora deve usare tutta la forza e tutta la prudenza per guadagnarsi il
cuore, dimostrandole buona cera, ancorch non se la sentisse internamente; e deve farsi
tutta la forza per vincere se stessa per amore di Dio. Se non fa cos col dimostrarle
familiarit di madre, accresce di certo il disturbo di sua figlia, e quella, vedendosi
avvilita, si pu dare alla disperazione, o almeno non avanza nell'amore di Dio, perch
continuamente le sta nel cuore quella radice, e a questo vanno soggette le donne.
Fortezza e dolcezza in essa si esige.
Anche la correzione deve partire dall'amore per non esasperar la colpevole ma umiliarla
ed elevarla in Dio: Stando la Superiora in luogo di Dio, deve farsi ubbidire e deve

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castigare le disubbidienti che non vogliono sentire la voce di Dio, ma castigarle con
prudenza. La correzione si comincia con la dolcezza. Con questa vi resta una certa
tranquillit che fa conoscere il proprio errore. Per esempio, la correzione si fa in questa
maniera : tu sei un'indegna e la tua indegnit non si pu da me sopportare e da tante
anime buone che ti conoscono per tale. Dio mio, come voglio fare con quest'anima imperfetta ? Figlia mia, non vedi che col tuo male esempio sei causa di scandalizzare tante
anime sante ?... Ti dico questo, te lo debbo dire, perch ti sono madre. Dio sa quanto ti
amo e ti voglio bene e quanto desidero la tua santit ! Figlia mia, risolviti di farti santa e
prometti a Dio che ti vuoi levare codeste tue imperfezioni. Fa cos e vedi in che ti posso
aiutare e vieni a me con confidenza di figlia .
La dolcezza, unita alla prudenza, ottiene sicuramente il successo : Io sono di
sentimento che quando la correzione si fa in questa maniera, la figlia ricorre alla madre e
la madre, dimostrandole confidenza, pu disingannarla e farla camminare per la vera
strada della perfezione. Si fa pi bene con la dolcezza, che con l'asprezza. L'asprezza
porta con s turbamenti, tentazioni, oscurit e pigrizia. La dolcezza porta pace e
tranquillit ed anima la figlia ad amare Dio .
Le conseguenze di un tal governo non tarderanno a manifestarsi : la superiora cooperer
con Dio alla santificazione delle sue figlie : Se tutte le Superiore facessero in questa
maniera, tutte le suddite sarebbero sante. Perch si manca di prudenza, perci vi sono
tanti disturbi in alcune case religiose. Dove c' il disturbo, vi sta il demonio e dove sta il
demonio non c' Dio... (o.c., da pag. 74 a 77).
Manca il dippi della lettera, dice il Tannoia (o. c. pag. 102), perch disperso, ma la
parte che ci rimane gi sufficiente a darci una misura adeguata dell'intuito psicologico
e dell'esperienza personale del santo, acquisita con l'osservazione esterna e,
specialmente, con la riflessione sulle reazioni interiori, prodotte nella propria anima dai
rimproveri ingiustificati e violenti, o dalla mancanza di carit e di tatto da parte di chi
doveva rappresentare l'autorit del Signore. Tali reazioni, vero, si placavano prima di
risalire in superficie, in virt di una volont eroica che sapeva frenare i sussulti del
cuore, ma tali sussulti non sparivano mai senza sedimentare in lui tesori di esperienze
sofferte. Da tali esperienze nato il regolamento spirituale che vuol fornire alcune
norme pratiche di governo a una nuova priora. Sono norme vive, fluide, asistematiche ;
spunti, pi che norme, dipendenti dal principio rigoroso e immutabile che la superiora
deve amare il suo ufficio come dato da Dio e agire in conformit di tale amore: cio con
rettitudine d'intenzione.
Ma se rigoroso e immutabile il principio, molteplici e varie ne sono poi le applicazioni,
come molteplicie vari sono i casi della vita e le risorse di natura e di grazia fornite da
Dio. Niente pi alieno dal santo dell'inflessibilit, dell'uniformita, del meccanicismo.
Imparzialit non livellamento, ma carit estensiva verso tutti, uguale nel grado, ma
differente nel modo. Qui entrano in giuoco un'infinit di sfumature, corrispondenti al
carattere, all'intelligenza, alle incombenze, alla sensibilit di ognuno. E di ci la priora
dovr ricordarsi nel trattare con le suddite. Ella deve tener conto di ognuna, specialmente
della situazione di ognuna, per evitare crisi spiacevoli o almeno prove dolorose. Niente
di pi facile che calcare la mano sulla superiora di ieri, specialmente se stata autoritaria
o peggio. Ma niente di pi ingiusto. E il santo, cos assetato di umiliazioni, si adopera a
risparmiarle agli altri. Da tale preoccupazione dettata la raccomandazione in favore di

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suor Maria di Ges: Vi stia nel cuore Suor Maria di Ges, poich ben sapete che lei vi
stata madre da principio e vi ha allattata col latte dell'amore di Dio. (o. c., pag. 30).
La raccomandazione non poteva essere pi efficace nei motivi, pi tenera nelle parole,
pi soave nell'immagine che sembra tolta di peso da una lettera di S. Caterina da Siena.
Il magistero della formazione spirituale visto con gli occhi della maternit naturale,
colta nella funzione pi sacra e umana: l'allattamento. Le due maternit, naturale e
spirituale, hanno questo in comune, che creano un vincolo indissolubile di affetto che
non pu essere alterato o spezzato da nessun mutamento di sorte. E le immagini e i
concetti s'inquadrano spontaneamente nella visione gerardina della suora come perfetta
incarnazione in terra della divina Madre.
Eppure tanta ricchezza interiore veniva celata ordinariamente sotto i veli di una umanit
pi spicciola, pi quotidiana, quasi scanzonata, che sapeva punzecchiare e sorridere con
grazia ingenua e biricchina : e Carissima Sorella , scriveva in data 11 luglio alla stessa
Priora, e io vi scrivo da Foggia e vi scrivo in fretta. Dio mio! Vorrei proprio sapere che si
fa costi. Io non ne so niente, perch a tutte le mie lettere non ho avuto nessuna risposta.
Credo che non avete carta da scrivere. Per carit, se cos, mandatemelo a dire che ve ne
mando un quaderno, acci mi possiate scrivere appresso (o. c., pag. 30-31).
Qualche volta sapeva perfino sgranare gli occhi e far la voce grossa come chi finge
minacce per spaventare un bambino riottoso. Cos nella lettera del 21 luglio ordina alla
priora di mettere carcerata madre Maria di Ges perch impari a pregare per lui (o. c.,
pag. 32) ; e in un'altra, non datata, ma scritta certamente nello stesso tempo e diretta alla
stessa priora, minaccia di segar la lingua a una postulante che si preparava ad entrare in
convento, se si fosse lasciata scappare una sola parola coi parenti (o. c., pag. 73).
Quando leggiamo siffatte espressioni, ci torna in mente il ritratto dei primi cristiani
tracciato dal Pastore : Costantemente semplici, felici, senza acredine gli uni contro gli
altri, pieni di compassione per tutti e ricolmi di candore infantile.
E questa sensibilit, questo candore, questa felicit, si manifestavano a misura che
procedeva negli anni e aumentavano le infermit fisiche e le angustie spirituali. I viaggi
al Gargano, a Castelgrande, a Foggia, nonostante le ripetute emottisi, consumavano di
giorno in giorno la sua fibra gi tanto gracile e malferma. Doveva sentirsi molto stanco e
abbattuto, se lui, cos vigile nel nascondere le proprie sofferenze, poteva lasciarsi
sfuggire l'11 luglio con la priora di Ripacandida, questo inciso rivelatore : Io sto male
(o. c., pag. 31).
Coi dolori fisici aumentavano i travagli interni. Erano dolori d'una natura nuova,
misteriosa, che il santo stesso vorrebbe esprimere e non trova parole adeguate per farlo:
Dio sa come sto afflitto e sconsolato assai, scriveva in data 7 maggio alla madre
Maria di Ges, ... Dio sa che cosa vorrei dirvi (o. c., pag. 28). E concludeva con
un'esortazione rivelatrice del lavorio che si operava nella sua anima sempre pi anelante
all'unione trasformante in Dio Restiamo uniti in uno, trasformati nell'essere di Dio.
Amen (o. c., pag. 28).
L'aspirazione molto alta, raggiunge il vertice della mistica, quella che la preparazione
immediata alla visione beatifica di Dio.
In attesa di venir sollevato a queste vette supreme, si operava in lui una conoscenza
sempre pi profonda e sperimentale dell'infinita grandezza, bont e belt del Creatore, in
constrasto con l'infinita piccolezza della creatura. La luce abbagliante della grazia che
non lascia nulla nell'ombra, gli dava la sensazione minuta delle colpe commesse

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facendogli toccar con mano la putredine dei propri peccati che lo rendevano indegno
d'ogni soccorso. Di conseguenza, si rendevano sempre pi angosciose e imploranti le sue
suppliche a tutte le anime buone, specialmente alla madre Maria di Ges e alle suore di
Ripacandida, che dovevano scongiurare l'Onnipotente per la salvezza della sua anima.
Nella lettera dell'11 giugno giunse a pretendere che anche la nuova priora obbligasse in
coscienza tutte le sue figlie a pregar sempre per lui (o. c., pag. 29).
Ma lo spettacolo della propria miseria, lungi dal deprimerlo gli porgeva le ali per
sollevarsi fino al cielo ad inebriarsi della grandezza di Dio. Come San Giovanni della
Croce, egli ne sentiva l'immensit sconfinata; come lui esultava nel cantico della gioia.
Bastava pronunziare una sola parola che ricordasse qualcuno di questi attributi, per
vederlo raggiare di una felicit incontenibile che dilatava tutto il suo essere nell'impeto
folle dell'estasi. Le due estasi pi fainose di questo periodo hanno per motivo ispiratore
questo tema; tutte e due si manifestano con la stessa furia travolgente dell'anima che
rapisce il corpo nei suoi movimenti e lo associa al suo estro interiore.
La prima estasi avvenne a Foggia nel pomeriggio del 16 giugno, vigilia della SS. Trinit.
Il santo passava nel corridoio del monastero del SS. Salvatore, quando sent dal coro il
canto dell'antifona: O altitudo divitiarum!, che grida la propria stupefatta ammirazione
alla sapienza ineffabile della Santissima Trinit. Si ferm come sospeso ad ascoltare ;
poi ripet a voce alta : O altitudo divitiarum ! , come assaporando l'eco di quel canto
che gli riempiva il cuore. Rimase cos, con gli occhi sbarrati verso l'alto, ripetendo tra un
sospiro e l'altro: O altitudo divitiarum ! , alternando il silenzio a grida di giubilo. Ad
un tratto sembr che una forza interna lo agitasse come una foglia, mentre i sospiri
divenivano pi roventi. Allora, come trasportato da un impeto irresistibile, si mise a
correre all'impazzata per i corridoi, ripetendo a braccia stese: O altitudo ! O altitudo !
.
Percorse, veloce come il vento, un corridoio, un altro ; entr, usc da un dormitorio,
riprese la via del corridoio, sempre a braccia aperte, sempre di corsa, finch non venne a
imbattersi nel gruppo di suore che usciva dal coro. Allora si arrest tutto di fuoco, con
gli occhi al cielo e, sollevandosi da terra, esclam : O sorelle, amiamo Dio; o sorelle,
amiamo Dio ! .
Poi cadde in dolce deliquio, pallido, sbattuto, cercando di trattenere una visione che gi
dileguava nell'aria.
La seconda estasi avvenne a Melfi tra il luglio e l'agosto, in casa di mamma Vittoria. In
quel periodo i padri che ne avevano bisogno, solevano far la cura delle acque del
Monticchio. Lo ricaviamo da una lettera di Sant'Alfonso dei primi di giugno, diretta al
chierico Angelo Picone di stanza a Ciorani : Ho ordinato che vi mandino alla nostra
Casa di Caposele, donde (se neppure quell'aria vi giova) passerete alla Casa d'Iliceto ; e
voglio, senza meno (ditelo poi col), che verso Luglio-Agosto vi facciano pigliar l'acqua
di Monticchio (o. c., I, 217).
Non sappiamo se a Melfi vi sia andato il Picone : sappiamo, per, che vi andarono due o
tre congregati di Deliceto, tra cui il padre Liguori e il fratel Gerardo come serviente. Ma
il servizio si ridusse a nulla, data la presenza di mamma Vittoria, e il santo pot dedicarsi
completamente alla preghiera e alla mortificazione. Era abilissimo nel cospargere il
proprio cibo con una polverina color cenere, ma una volta il gesto fu notato dall'occhio
attento della donna che, incuriosita, volle assaggiarne un boccone. Non l'avesse mai
fatto! Dovette rigettarlo in fretta. E cos i Padri che ritentarono la prova.

127

Dalla mortificazione trovava alimento la sua carit, sempre pi librata verso la sovrana
maest del Creatore. Un giorno, si sedette al clavicembalo e cominci a cantare la nota
arietta del Metastasio : Se Dio veder tu vuoi... Ma subito acceso da una foga sfrenata,
scatt in piedi, continuando a modulare il canto secondo le suggestioni dello Spirito.
Saliva trillando sugli acuti, si spegneva come un deliquio nello smorzato, per risalire,
come colonna vibrante e sonora, verso Dio nella piena espansione del suo essere. E,
accompagnando la voce con la testa, con le mani, coi piedi, col corpo, si moveva come
in una danza velocissima e capricciosa, sfiorando appena appena il terreno. Ma a un
certo momento gli sembr che il pavimento gli sfuggisse di sotto, continuando a
muoversi vorticosamente come un carosello. Allora, per sostenersi, si abbranc al primo
che gli capit a tiro. Era il padre Liguori. Il povero padre, un pacifico ex-curato di
campagna, entrato da poco nell'Istituto, si vide trasportato qua e l come una pagliuzza
rapinata dal vento, poi sollevato alcuni palmi da terra.
Stavolta mamma Vittoria rimase sbalordita. Quel benedetto uomo di Gerardo ne aveva
combinate di cose strabilianti, ma questa le superava tutte.
25
IL SANTO DALL'ARMATURA DI FERRO
La sera del 19 luglio 1753, mons. Teodoro Basta riceveva nel suo palazzo episcopale di
Melfi la coppia ormai inscindibile del padre Fiocchi e di fratel Gerardo. Li riceveva
cordialmente come sempre, ma questa volta all'affetto ordinario aggiungeva un'intima
soddisfazione che gli trapelava dal sorriso sottile delle labbra, strette sotto il gran naso
aristocratico e dal lucido brillare degli occhi sul volto allungato e rugoso. Erano ormai
sette anni che il quarantaseienne Teodoro Pasquale Basta dei marchesi di Monteparano
reggeva la diocesi, lasciando dappertutto il segno della sua attivit negli ampi saloni del
palazzo, come nelle navate della cattedrale che da alcuni decenni veniva soffocando
l'antica severit normanna sotto gli stucchi e gli orpelli settecenteschi. Restava ancora
incontaminato nella sua grandezza, segno dei tempi antichi e presagio dei nuovi, il
campanile. Chi avrebbe osato toccarlo proprio allora che ricorreva il sesto centenario di
quel lontano 1153, quando Noslo da Nemerio lo innalzava di fronte alle vette dentate del
Vulture perch vegliasse sulle culle e sulle tombe, sui campi e sugli altari ?
Ma forse con tali restauri - per noi poco felici - il vescovo intendeva richiamare i suoi
sudditi sul significato spirituale della storica ricorrenza e a questo fine l'abbinava a una
nuova festivit di cui aveva creato i presupposti.
Infatti, da nove mesi, all'ombra di questi monumenti, sotto le arcate dell'abside e a
ridosso dell'altare maggiore, dormivano le ossa del patrono, S. Teodoro. Rinvenute a
Roma nel cimitero di Priscilla, erano state ricomposte, secondo l'uso coreografico dei
tempi, nella veste guerriera di un soldato romano e collocate dentro una urna di vetro,
listata di legno dorato. Il trasporto aveva assunto le proporzioni di un trionfo.
In quei giorni brevi di novembre l'antica capitale normanna sembr palpitare di tutta la
gloria religiosa del passato, quando nel castello era stata bandita la prima crociata, o
quando all'ombra delle torri vetuste, il grande Federico II aveva tenuto i consigli di
guerra per respingere i saraceni dalle pianure pugliesi e aveva concesso ai cittadini le
prime costituzioni melfitane. Erano glorie ormai sepolte dall'ignavia dei tempi, ma
bastava un avvenimento che uscisse dall'ordinario per ridestarle nell'anima popolare che
nella fede vedeva espresse le migliori tradizioni cittadine. Perci l'ingresso del martire,
in veste di vincitore, aveva suscitato, nove mesi prima, echi profondi di piet e di

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fervore. Ora, per non far spegnere l'incendio di quei giorni, il vescovo aveva pensato di
istituire una nuova festivit che ogni anno, dal 20 al 29 luglio, avrebbe raccolto intorno
al santo patrono il popolo ormai libero dal lavoro dei campi. Ma era necessario che la
prima festa riuscisse davvero splendida se si voleva colpire il sentimento e la fantasia
comune anche per gli anni avvenire. E Monsignore, gi da vari mesi, si era assicurata la
cooperazione del p. Fiocchi, missionario zelante e famoso. Poi, quando tutto era pronto e
il programma ormai rifinito in ogni parte, giunsero gli echi dei fatti di Corato a destare le
sue meraviglie e a strappargli dal petto quel grido enfatico : Ora conosco che Gerardo
veramente santo !
Prima lo aveva considerato come un mistico, ricco di doni eccezionali, ma chiuso nella
torre d'avorio delle sue contemplazioni ; ora lo vedeva nella veste fascinosa di pacifico
conquistatore di popoli, strumento valido per l'attuazione dei suoi piani, degno
collaboratore del p. Fiocchi, suo superiore di religione. L'uno avrebbe predicato con la
parola, l'altro con la santit e insieme avrebbero prodotto frutti immensi di bene. Ne
scrisse al Rettore di Deliceto il quale fu ben felice di mettersi al fianco un aiuto s valido.
E l'attesa non fu delusa.
Gerardo inizi il suo apostolato, come al solito, in sordina: durante la predica del padre
Fiocchi, raccolse i fanciulli in sagrestia, intrattenendoli con istruzioni pratiche sui loro
doveri verso Dio e la famiglia. Erano conversazioni facili, animate da fatterelli e uscite
spiritose, interrotte, di quando in quando, da botte e risposte. Ce n' stata tramandata
qualcuna da un vecchio quasi centenario, l'unico testimone oculare al processo ordinario
di Muro, il quale, all'epoca della nostra storia, aveva sei o sette anni. Egli ricordava
ancora quella lunga figura di asceta che moveva con difficolt le braccia perch, lo
sussurravano tutti, le portava incatenate da cilizi ; che regalava medagline e immaginette
ai fanciulli pi buoni; che si segnava molto spesso sul petto e sulla fronte. Ricordava
ancora qualche sua battuta.
Una volta che li aveva esortato a dare se stessi a Ges, interrompendosi, cominci a
interrogarli: E voi, cosa date a Ges ? .
Risposero in coro: Una preghiera...; un fioretto...; una elemosina...; una comunione....
No, no riprese il santo scuotendo la testa, non basta, dovete dar tutto, tutto, anima e
corpo, e fin d'adesso che siete piccoli. Ma durante le lunghe giornate correva alla
ricerca delle anime. Non trascurava i poveri, gli umili, gli abbandonati. Dava loro un
sorriso, una parola buona, un'elemosina. Una volta fu visto condurre un povero fin sulle
soglie del vescovado, ivi cavarsi le scarpe e consegnargliele.
L'attivit maggiore era per sempre la ricerca delle miserie morali che nascono dal
peccato. Le scopriva con intuito infallibile e la scoperta del male era il primo passo
verso la salvezza del peccatore. Una volta convertito, lo indirizzava al canonico Rossi, o
al padre Fiocchi.
Un giorno s'incontr con un gentiluomo: se ne veniva avanti con la spada al fianco, i
capelli arricciolati sulle tempie, pettoruto come un conquistatore. Era un miserabile e
fingeva d'ignorarlo. Ma ci pens Gerardo a strappargli la maschera dal volto in sussiego
Figlio mio, tu vivi in peccato e perch vuoi morir dannato ? Confessati il peccato che
hai taciuto per tanto tempo al confessore. L'esordio era sempre quello : una parola
affettiva in cui ricorrevano spesso gli appellativi sacri di figlio e di sorella, resi pi dolci
dal calore della sua anima; poi la rivelazione del peccato e l'esortazione alla penitenza.
La quale appariva facile dopo la parola infuocata del santo, che spezzava tutti gli

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ostacoli. Perfino quello delle volont inveterate nel male. Spesso erano i parroci, erano i
confessori che gli inviavano questi peccatori induriti e caparbi ed egli glieli rimandava, a
sua volta, dopo aver piegato con la grazia le loro volont ribelli. Perfino alcuni
gentiluomini, tronfi dei natali e chiusi a ogni senso di carit e giustizia, furono tocchi da
quelle parole e cambiarono completamente vita.
Ma il fatto pi strepitoso avvenne nella persona di una donna che passava la sua giornata
da una chiesa all'altra, sempre la prima a ogni predica, a ogni esercizio devoto. Gerardo
l'incontr mentre saliva le scale di una casa ed ella fu felice d'intavolare con lui una
conversazione spirituale, ma venne bruscamente interrotta: Come fai a far la devota tu
che da molti anni ti confessi e ti comunichi sacrilegamente ? Questi e questi peccati
perch non glieli dici mai al confessore ? Va, va, confessati bene, se non vuoi morir
dannata .
La povera donna ebbe appena la forza di correre nella chiesa degli Agostiniani e farsi
chiamare maestro Martino, suo confessore Padre, Padre, per carit, aiutatemi, son
dannata! Voglio farmi una buona confessione generale perch mi trovo imbrogliatissima
di coscienza!.
Ma sei pazza ? Sono tanti anni che ti confessi regolarmente ogni settimana e adesso
che ti salta in testa ? Stai tranquilla, ti conosco molto bene .
No, non vero, sono in peccato. Me lo ha detto fratel Gerardo ! Mi ha detto che, se
non mi confesso, son dannata!.
Al nome di Gerardo, maestro Martino perse il lume degli occhi e la respinse sdegnato.
Questo s che era troppo ! Dove mai si era visto che un laico ignorante s'andasse a
intromettere nelle cose di coscienza, turbando la pace delle anime timorate di Dio ?
Costui era, per lo meno, un impertinente, un avventato, un pazzo da legare. L'autorit
ecclesiastica non poteva, non doveva permetterlo. Assolutamente. Cos diceva ai
colleghi, sbuffando come un mantice, mentre la povera donna, sempre pi sconvolta,
sentendosi in disgrazia di Dio da almeno dieci anni, andava a gettarsi ai piedi del
canonico Rossi, riacquistando la pace. La cosa non sarebbe finita cos presto, se lo stesso
canonico, col permesso della penitente, non avesse manifestata la verit, imponendo
silenzio al religioso agostiniano.
Con le conversioni, andarono, come sempre, congiunti le profezie e i miracoli. I seguenti
sono narrati dal Tannoia.
Il chierico Michele di Michele era a letto divorato dalla febbre. Dopo il medico, fu
chiamato Gerardo. Egli si ferm a guardare quella bianca figura di adolescente affondata
nei guanciali col volto inerte, ombrato da una leggiera peluria ; poi alz gli occhi al cielo
e preg. Infine tastandogli il polso: Che febbre, che febbre , disse sorridendo, voi
state bene ! .
E il medico, tornato poco dopo, lo trov guarito.
Ma la guarigione non doveva essere fine a se stessa: mirava a conquistare quest'anima
ardente, nata per l'apostolato missionario. Gerardo glielo rivel esplicitamente
Voi sarete dei nostri.
Lo sar , rispose, quando toccher il cielo con la mano ! . Sacerdote s, pensava;
ma farmi missionario, abbandonare la famiglia e la Patria, questo proprio non mi va.
Perci la sua risposta fu piena e precipitosa. Ma non aveva fatto i conti con la prepotenza
della grazia. Da quel giorno, infatti, cominci a notare in se stesso il sorgere di un nuovo
desiderio sempre pi esplicito, contro cui reagiva con stizza, quasi con furore. Cerc di

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distrarsi ma si vedeva sempre davanti i missionari redentoristi, mentre una voce interna
lo invitava a seguirli. Si rivolse al vescovo, ma questi, spaventato dal pericolo di perdere
un giovane di belle speranze, cerc di dissuaderlo. Si rivolse a sacerdoti e religiosi e i
primi cercarono di rimuoverlo dal suo proposito, i secondi di attirarlo nel loro Istituto,
ma tutto fu inutile. Quattro mesi dopo, il giorno dell'Immacolata, egli vest la divisa dei
Redentoristi che onor fino alla morte con zelo indefesso e santit di vita.
Coi primi di agosto, Gerardo torn a Deliceto, in tempo per ascoltare una triste notizia
che gett nello sgomento l'intero Istituto la sera del 5 agosto il padre Cafaro fu colto da
un febbre epidemica talmente violenta che fin dall'inizio le sue condizioni apparvero
disperate. Sant'Alfonso ordin messe e preghiere a tutte le case; sped corrieri a tutti i
monasteri di sua conoscenza, raccomandando suppliche continuate a Dio per strappare
dalla morte colui che considerava giustamente la colonna della congregazione nascente;
ricorse anche a tutti i rimedi umani. Inutilmente. Il male progrediva ogni giorno tra la
costernazione del fondatore che continuava a confidare contro ogni speranza. Il 9 agosto
scriveva al padre Giovenale, ministro di Caposele : Considerate come stiamo afflitti, e
specialmente io che sto come stolido, ma non ho perduta ancora la speranza che Mamma
mia ce lo voglia lasciare a gloria di suo Figlio (Lettere, 1, 226).
Invece i disegni di Dio furono differenti, perch il padre Cafaro, il 13 agosto, all'una
pomeridiana con una pace di paradiso, tenendo gli occhi rivolti al Crocifisso, tra le
lacrime dei suoi Confratelli, rende a Dio l'anima benedetta (Sant'ALFONSO : Vita del
Padre Cafaro. Roma, 1894: pag. 54). Aveva quarantasette anni.
All'udire il triste annunzio, Sant'Alfonso esclam : Sempre sia adorata ed abbracciata
la divina volont! (Lettera al padre Giovenale del 14 agosto, I, 227). E per consolarsi
della perdita, compose la celebre canzoncina: Il tuo gusto e non il mio - amo solo in te,
mio Dio .
Non sappiamo le reazioni di Gerardo. Secondo una certa tradizione, egli seppe il beato
transito direttamente da Dio. Si dice infatti che in quel punto medesimo, mentre si
trovava a ricreazione coi confratelli, parve come assopito : lo sguardo vagava nel vuoto,
seguendo qualche cosa che saliva nel cielo, terribilmente infuocato. Gli dissero: Che
hai ? Ti senti male ? .
Ed egli: Contemplavo l'andata in cielo del padre Cafaro al quale riserbato un posto
vicino a San Paolo, perch predicando continuamente con zelo e caldo amore, seppe
guadagnare molte anime a Ges Cristo.
E, qualche giorno pi tardi, parlandosi della dipartita del grande missionario, se ne usci
col seguente elogio: Don Paolo un gran santo e gode Iddio poco discosto da San
Paolo, perch ha sofferto i tormenti che soffr San Paolo per gli stimoli della carne
(TANNOIA, o. c., pag. 138-139).
Tale pena era nota solo a Sant'Alfonso suo direttore di spirito che, quattordici anni pi
tardi, scriver di lui: Negli ultimi anni di sua vita ebbe una prova la pi penosa che
possa patire un'anima che conosce ed ama Dio. Il sigillo al quale mi obbligai, non mi
permette di manifestarla; ma se potessi scriverla, farei muovere a compassione, per cos
dire, anche le pietre (o. c., pag. 26).
Gerardo l'aveva gi vista in Dio al quale ogni segreto manifesto.
26
LA MORTE VIENE DAL PIANO

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Il morbo che in una settimana aveva spezzata la fibra robusta del padre Cafaro, teneva il
suo epicentro nelle Puglie, donde dilag nelle regioni limitrofe, seminando terrore e
morte. Lo stesso Sant'Alfonso dovette rimanerne fortemente impressionato, se si astenne
dal mandare a Caposele il nuovo rettore, padre Giovanni Mazzini. Son tante le notizie
spaventose che sento correre di codesti dintorni, scriveva in data 21 agosto al padre
Giovenale, che non mi fido di sopportare che questo soggetto pericoli per mia cagione
(Lettere, 1, 228).
E il 31 dello stesso mese scriveva al p. Margotta, suo procuratore in Napoli: Sento che
verso la Puglia la morte miete a tondo, onde non mi fido di mandare il Padre Don
Lorenzo D'Antonio a Iliceto (Ibid., 233).
E il 2 settembre gli annunziava addirittura che a Caposele: Ora vi sta la peste (Ibid.,
233).
Non era la peste, ma qualcosa di simile. Erano le terribili febbri perniciose o malariche,
che ogni anno spopolavano le contrade. La morte veniva dalle pianure di Puglia,
possesso della Corona, risalendo le colline donde, qualche mese prima, erano scesi i
mietitori, attirati dalla speranza di un misero guadagno. Erano scesi gi fiaccati dai
cosiddetti salassi di precauzione che avrebbero dovuto impedire, secondo la scienza
medica di allora, il coagulo del sangue, causa principale del male; erano vissuti, per
decine e decine di giorni, in campi riarsi e polverosi, dormendo per terra, lungo i fossati
paludosi, nidi di miasmi e di zanzare; poi erano risaliti nei loro tuguri col piccolo
gruzzolo in mano e la morte nel sangue. In agosto, quando la terra avvampava sotto i
dardi della canicola, si erano abbattuti accanto agli usci cadenti, gocciolando sudore
gelido dalla pelle screpolata e nera. Si trascinavano cos, tra la vita e la morte, fino
all'autunno inoltrato, quando, col tornare del freddo e delle piogge, il male si ritirava
nello stato latente, per scoppiare con pi virulenza nell'estate successiva, sotto l'afa
immobile e la polvere poveri mietitori, mietuti dalla morte!
Era la storia dolorosa d'ogni anno, che variava solo d'intensit. Perch qualche volta il
male assumeva forme pi aperte e ribelli e allora anche quei paeselli, che avevano
cercato scampo sulle colline e tra gli alberi, cadevano in preda allo spavento e ai vari
medici e ciarlatani che spacciavano rimedi pi o meno miracolistici : come salassi,
acqua fresa e olio di mandorle per debellare la sonnolenza e rimettere in circolazione il
sangue; qualche volta si facevano ingoiare perfino insetti vivi, ravvolti in un poco
d'ostia, perch stimolassero l'organismo intorpidito. E cos si facilitava l'opera distruggitrice del male.
Tra le citt pi colpite in quella triste estate del '53 vi fu Lacedonia, nonostante i suoi
settecento e pi metri d'altezza. Era troppo vicina alle Puglie per non pagarne il tributo.
Le prime morti colpirono l'immaginazione popolare per la rapidit con cui il morbo fulminava le sue vittime e per l'inanit dei rimedi umani. Poi i casi si moltiplicarono, si acu
il disagio e la paura; si rilasci in molti il senso morale. Perch, mentre i buoni si
ravvedevano, gli scapestrati cercavano di stordirsi nell'ubriachezza e nel vizio.
Per fortuna, Lacedonia aveva un vescovo molto pio, chiamato dal Tannoia : e Uomo
savio e corona dei Vescovi (o. e., pag. 90) e un arciprete virtuoso, don Antonio
Domenico Cappucci, discepolo prediletto del padre Cafaro. Costui, reduce da Caposele,
dove aveva assistito alla morte del suo grande maestro, ardeva dal desiderio di emularne
lo zelo, specialmente in quel tempo di pubblica calamit. Preg, lavor, fece penitenze;
si gett a capofitto nel pericolo, correndo da un capezzale all'altro, ma si avvide ben

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presto che le sue forze erano impari all'immane bisogno. Allora si rivolse al consiglio del
vescovo e insieme decisero di ricorrere a un rimedio pi efficace che valesse a
risollevare il morale degli infermi e arginare l'ondata degli scandali. Il pensiero corse a
Gerardo che, dopo i fatti di Corato e Melfi, era entrato nella leggenda.
Era l'autunno inoltrato quando egli, con l'ubbidienza del padre Fiocchi, giunse a
Lacedonia e fu accolto come un trionfatore.
Cosa strana ! Si era aggirato tante volte tra quelle case sbrancate sull'aerea collina, e
pochi si erano accorti di lui, ma ora che veniva su richiesta delle autorit, la sua presenza
assumeva l'importanza dei grandi avvenimenti. I buoni si consolavano che fosse venuto
finalmente il tempo di fugare gli scandali che attiravano i castighi di Dio; gli ammalati
aprivano il cuore alla speranza. Solo lo sparuto gruppo dei mestieranti del male
fingevano indifferenza, ma, sotto sotto, anch'essi preferivano d'avere a che fare con un
fraticello disarmato che con la tracotanza degli sbirri, usi a frenar gli scandali con metodi
pi sbrigativi.
Tutti, dunque, si stringevano attorno a Gerardo, meno gli ammalati che salutavano con
lenti gesti dagli usci e dalle finestre fuligginose, con un sorriso negli occhi spenti. Ed
egli entr in ogni tugurio come un raggio di sole, confortando le anime e risanando i
corpi.
Un giorno si port al capezzale del massaro Domenico Saponiero, fratello
dell'arcidiacono don Ciriaco. Era a letto da vari giorni senza toccar cibo ; senza dar segni
di vita, sempre con la stessa febbre, sempre con la stessa sonnolenza che poteva
trasformarsi, ad ogni momento, nel sonno della morte. Dintorno c'era aria di funerale: la
moglie Teresa baciava piangendo il figlio di un anno; il fratello Pietro e la cognata si
movevano trattenendo il respiro.
Con Gerardo entr la gioia. Si accost al moribondo quasi assente dalla vita; sfior
quelle guance infossate, quelle palpebre ormai calate sugli occhi e rimase in attesa di
qualche cosa di nuovo.
E l'attesa non fu delusa. All'improvviso l'infermo apr gli occhi, raccolse tutte le sue
forze e, come delirando, esclam: Dio sia benedetto ! .
E Gerardo : Allegramente! Voi non avete pi febbre! .
Cos dicendo, allung il pollice per tracciargli sulla fronte un segno di croce. Allora
finalmente l'infermo sembr destarsi da un incubo ; si guard lentamente attorno ; poi
chiese di alzarsi.
No, no , rispose Gerardo, vi alzerete domani .
Pi complesso il caso di una povera giovane, orribilmente contratta nei nervi, che apriva
la bocca alle parole pi immonde con una volutt che trovava riscontro solo nell'atrocit
del male. La tragedia era cominciata da parecchio tempo, ma ora si avviava a passi
rapidi verso la catastrofe.
Era stata la giovane pi quieta e religiosa del mondo, unica figlia di onesti genitori che
tiravano avanti la vita col lavoro di un campicello e il piccolo commercio. Una sera
aveva atteso invano il babbo, partito all'alba per un paese vicino. Sola con la mamma,
attorno al focolare spento, aveva vissuto ore di trepidazione, credendo di udire ogni
momento i suoi passi; poi era uscita a chiamarlo per la campagna deserta, sotto le stelle,
mute spettatrici.
Torner all'alba , aveva detto la mamma, ma il sole era sorto e calato pi volte sulla
loro muta disperazione, senza portare un po' di luce nella loro anima. Avevano fatto

133

ricerche nei dintorni, avevano domandato ad amici e conoscenti: tutto invano. Il silenzio
era divenuto pi cupo, il mistero pi denso.
Allora la madre era ricorsa a Gerardo che in quel tempo si trovava a Lacedonia. Egli
aveva cercato di prender tempo, di prepararla alla triste notizia, mentre la voce gli
tremava in gola e la faccia diveniva pi pallida. Finalmente aveva parlato: il marito era
stato ucciso; presto ne avrebbe avuto la conferma ufficiale. La donna, tornata a casa
sotto il peso dell'immane sciagura, si era chiusa nel suo dolore e, dopo pochi giorni, era
andata a raggiungere il marito.
La giovane, rimasta improvvisamente sola, cominci ad aggirarsi per la casa deserta,
chiamando i genitori assenti, incurante del cibo, del sonno e del lavoro. Alla fine sembr
quietarsi, ma si sedeva muta, con le mani incrociate sulle ginocchia, e guardava
lungamente un punto remoto nello spazio. Se le amiche cercavano di distrarla, ella le
interrogava ansiosamente: Dove la mamma ? Si salvata ? ... Come ? Non lo
sapete ? Ella morta disperata: Dio l'avr perdonata?.
E continuava a interrogare, cacciando gli occhi fuori dell'orbita, agitando la faccia
stirata, coi nervi a fior di pelle.
Allora le amiche ricorsero a Gerardo ed egli si rec a visitarla Coraggio , le disse,
tua madre in purgatorio. Fai quaranta comunioni per l'anima sua e andr in paradiso .
La giovane, rasserenata, ubbid e per quaranta giorni preg con gran fervore. Ma nel
quarantesimo scoppi la crisi. Quel giorno le parve di vedere la madre in un nimbo di
luce : le sorrideva raggiante e beata, sparendo come un sogno. Quella visione, invece di
consolarla, stronc la sua gioia. Cominci a chiedersi perch la mamma fosse stata tanto
cattiva d'andarsene in paradiso, lasciandola sola nella disperazione. Il pensiero divenne
fissazione e la fissazione le tolse il poco cervello rimastole. Digrignava i denti, dava in
escandescenze senza motivo, cadeva in convulsioni violente, durante le quali usciva in
bestemmie, accompagnandole con parole e gesti osceni.
Le amiche ricorsero di nuovo a Gerardo. Egli la trov nello stato di prostrazione in cui
cadeva dopo le solite sfuriate : accasciata sulla sedia, lo seguiva con gli occhi
imbambolati di creatura malata. Si lasci toccare sulla fronte senza reagire ; poi, appena
non sent pi quella mano benefica, inton una canzoncina devota. Era rinata alla gioia.
Questi prodigi accrebbero la statura del santo, moltiplicando l'efficacia della sua parola.
Una parola cui nulla resisteva, che penetrava come lama nei cuori e li apriva agli effetti
pi strepitosi della grazia. Cadevano le volont pi ostinate, i propositi pi fieri, le costruzioni pi massicce dell'orgoglio, lasciando filtrare la luce nelle anime, rifatte serene.
Un giorno fu chiamato al capezzale d'un moribondo. Egli era cosciente del suo stato,
eppure respingeva, l'uno dopo l'altro, i ministri del perdono di Dio. Dio ? Era venuto il
momento di fargli l'ultimo dispetto : maledirlo e morire.
L'arciprete non fu pi fortunato degli altri. Allora ricorse a Gerardo che si precipit
dall'infermo. Quando questi lo vide, raccolse tutte le forze per gridargli contro peste e
vituperio. Ma l'altro continu ad avanzare; gli giunse vicino e, lasciandosi andare in
ginocchio, cominci a recitare a voce alta e cadenzata l'Ave Maria. Prima dell'amen
finale, s'ud un singhiozzo: il peccatore era vinto.
Dopo gli infermi e i moribondi, fu la volta dei sani, soggiogati anch'essi dalla sua
presenza.
Una dama si lament del marito che la tradiva pubblicamente, picchiandola se avesse
osato lamentarsi o assumere l'atteggiamento di vittima.

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Gerardo lo mand a chiamare. Contro ogni aspettativa, il prepotente rispose all'invito,


spinto forse dalla voglia di misurarsi con lui. Entr a testa alta, con l'arroganza dipinta
sul volto, ma il santo, sereno e pacifico, Accomodatevi! , gli disse, indicando una
sedia; poi, con la stessa serenit imperturbabile, gli enumer le sue scelleratezze, dalle
pi occulte alle pi scandalose e, senza dargli tempo di rispondere, gli addit il
Crocifisso, oggi Padre pietoso, domani Giudice terribile.
L'uomo abbass la testa tra la meraviglia e lo sgomento. Infine scoppi in singhiozzi :
vero, ho peccato , disse ; ho bisogno di mettermi in pace con me stesso e con Dio.
Mi occorre tempo e riflessione .
Li avrai , rispose Gerardo, se partecipi agli esercizi spirituali che si daranno a
Deliceto il prossimo mese. il luogo e il tempo migliore per riflettere e rimediare.
Il gentiluomo acconsent e fu di parola. Da allora tutti ebbero a lodarsi di lui.
Specialmente la moglie.
Pi strepitosa la conversione di un sacerdote sacrilego : si parava per la messa, quando
Gerardo lo vide e cap la tragedia in cui si dibatteva la sua coscienza. Gli and vicino e
gli si gett ai piedi sembrava che stesse confessandosi; invece era lui che, piangendo,
accusava il sacerdote, svelandogli uno per uno tutti i peccati che aveva commessi, fino
all'ultimo che si accingeva a commettere. Accentuava ogni ombra, sbalzava ogni
circostanza con voce resa pi cupa dal tono basso e dimesso; resa pi dolorosa
dall'atteggiamento del corpo. Non si rialz se non quando lo vide convertito, deciso a
mutar vita davvero.
Sono pochi esempi, sfuggiti all'oblio del tempo, ma sufficienti a darci un quadro
approssimativo dell'opera prodigiosa del santo, sempre cacciatore robusto davanti al
Signore.
Dopo la messe copiosa della giornata, altra ne mieteva la sera in casa Cappucci, dove lo
attendevano i peccatori gi convertiti, o in via di conversione. Li accoglieva uno per
uno : a chi dava un consiglio; a chi un incoraggiamento; a chi un'ammonizione e tutti
spingeva a Cristo.
Una signora si accus di sentirsi squassata dalle pi fiere tentazioni. La colpa vostra
, le rispose interrompendola, perch non sapete chiudere bene la porta dei sensi,
perch non siete fedele alle ispirazioni della grazia. Custodite meglio il vostro cuore e
sarete guarita .
Ai colloqui privati seguiva una conversazione collettiva con un pubblico ristretto, seduto
a semicerchio davanti a lui. Ci gli permetteva di guardar negli occhi i suoi uditori e di
studiare l'effetto delle sue parole con una precisione sbalorditiva, notando ogni distrazione anche fugace e richiamando bruscamente l'attenzione. Lo impar a sue spese,
mastr'Angelo, il sarto di casa Cappucci. Una sera che il santo parlava dell'amor di Dio,
facendo passare davanti agli uditori le scene di Betlem, del Cenacolo e del Calvario, mastr'Angelo, conquiso fino alle ossa, diceva tra se stesso : Se ci fosse qui mia moglie!
Lei che smaniava di sentirlo! .
E Gerardo subito a rimbeccarlo : Mastr'Angelo, invece di pensare a tua moglie che
vorresti qui presente, faresti meglio a pensare all'anima tua. Cos, per pensare agli
assenti, ti assenti tu pure e non comprendi, quello che sto dicendo per il bene di tutti.
Congedati gli ospiti, s'intratteneva coi sacerdoti o si recava dal vescovo. Toccavano di
preferenza argomenti di teologia e di mistica. Dopo uno di tali colloqui, Monsignore
ebbe a dire: Tanto entrare con Gerardo nella dottrina ascetica e teologica, quanto

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dichiararsi suo discepolo. E chi entra discepolo, ne esce teologo tanti sono i lumi che
acquista.
Era una sapienza calda di preghiera : si vedeva infatti spezzare il discorso pi accalorato
per scagliare verso il cielo qualcuna delle sue giaculatorie che avrebbero voluto incenerir
la terra. E dal cielo scendeva quella luce che illuminava la sua anima, riverberandosi
attraverso il corpo, affinato dalle lunghe macerazioni e roso dalla malattia. Ormai
sembrava uno scheletro ambulante: eppure dietro di lui si moveva, a spire sempre pi
larghe, un mondo coi suoi dolori e le sue segrete aspirazioni. Chiunque aveva una piaga
nella carne o nell'anima sapeva come trovarlo.
Un giorno fu la volta di Bisaccia: era venuto di l un uomo col ventre gonfio come
l'idropico del Vangelo. Gerardo, appena lo vide, gli rivolse la parola di Ges : Va, la
tua fede ti ha guarito.
E in quel momento il ventre si sgonfi dagli umori.
Fu la classica scintilla che fece scoppiare l'incendio, perch, da allora, anche quel
paesello adagiato tra il monte e il piano, diede il suo contributo alla gloria del santo.
Tra gli altri, si mosse il primicerio della collegiata, don Gela, e lo preg, per mezzo del
canonico Saponiero, di andare con lui a Bisaccia. Gli nascose il motivo del viaggio fino
a quando, entrati in paese, si accostarono alla casa di un certo Bartolomeo Melchionna,
che, molt'anni addietro, il giorno del matrimonio, aveva perduto la favella. Era
intelligente e bravo, commentava la gente, ed aveva trovato un buon partito, ma
gl'invidiosi gli hanno fatta la fattura e il demonio lo travaglia cos. Convinti che si
trattasse del demonio, i parenti lo avevano condotto da un santuario all'altro. Si erano
spinti fino al santuario di Sant'Antonino nella citt di Campagna, distante alcune decine
di miglia. Ma il demonio gli era rimasto in corpo a dispetto dei santi. Ora ,
conchiudeva don Gela, bisogna dar gloria al Signore, liberando l'infermo e restituendo
la gioia ad una famiglia desolata .
Intanto erano giunti all'uscio del Melchionna e Gerardo salut la famiglia raccolta
intorno al focolare: Sia lodato Ges e Maria!. Tutti risposero: Oggi e sempre*.
E tu, perch non rispondi ? , chiese a Bartolomeo.
muto , sussurrarono, gli hanno fatta la fattura .
Che fattura ! Che fattura ! esclam, lo far parlare io ! . E rivolto al paziente: In
nome di Dio , gli disse, io ti comando di parlare .
Al suono di quelle parole, il muto aperse la bocca e mosse speditamente la lingua come
prima del matrimonio; anzi meglio. Successe un momento di sorpresa, poi il piccolo
gruppo familiare, al quale si erano aggiunti alcuni curiosi, scoppi in un forte applauso :
Il santo! Il santo ! .
Gerardo si fece piccolo, cerc di nascondersi dietro il primicerio, ma questi gli venne in
aiuto: Andiamo , disse, andiamo a casa a festeggiare l'accaduto .
E, presi a braccetto Gerardo e il Melchionna, li condusse in canonica. Alla fine del
pranzo, il santo invit il miracolato a cantare una canzoncina : la voce era limpida e
tersa. Allora si accomiat dai presenti, e, quasi di nascosto, attraverso gli antichi boschi
di querce e di castagni, fece ritorno a Lacedonia. Di l prese la via di Deliceto. Giunto a
Rocchetta, sent parlare di un fondachiere calabrese che dava spettacolo con una donna
di facili costumi. Se ne parlava apertamente, perch lo scandalo era pubblico e
inveterato, nonostante i ripetuti tentativi di eminenti sacerdoti di porvi rimedio. Gerardo
non aveva tempo da perdere: lo affront bravamente e, senza dargli respiro, lo atterr col

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quadro spaventoso della sua anima annerita dalle colpe: gliele enumer tutte quante,
cominciando dalle pi occulte, e gli intim di provvedere, prima che fosse troppo tardi.
L'effetto fu istantaneo : il fondachiere lo segu a Deliceto per confessarsi; regolarizz la
sua posizione col matrimonio ; poi torn in Calabria.
27
IL DRAMMA DI NEREA
Parallela all'azione apostolica rivolta alle masse, Gerardo ne andava svolgendo un'altra
in favore delle vergini consacrate o che volevano consacrarsi al Signore. Mai apostolato
fu abbracciato con pi ardore operativo. La divina poesia della purezza lo rendeva
audace nelle iniziative, perseverante negli sforzi, ardito e angelico nelle manifestazioni
esteriori. A lui come a pochi, si attagliano le parole dell'Apostolo : Tutto puro per i
puri . Un'anima che prima di salire al cielo confessa candidamente al superiore di non
sapere cosa fosse una tentazione impura, ma di avere solo e sempre amato il suo caro
Dio, un'anima che vede riflesso nel volto di ogni donna il candore della Vergine
Immacolata, ha potuto agire con la libert dei figli di Dio: ormai egli si era affrancato
completamente dalla carne. Era, a detta di tutti, un angelo e gli angeli si portano naturalmente verso gli angeli per averli compagni nella gloria.
Ecco la genesi segreta di questo apostolato che Gerardo foment prima col calore della
sua santit, poi, quando le circostanze glielo permisero, con l'esuberanza della sua
azione. Perch le circostanze all'inizio non gli furono favorevoli.
Una giovane suora di Ripacandida, quella suor Maria Giuseppa salutata tante volte dal
santo in calce alle sue lettere, gli aveva raccomandata la sorella che non poteva seguire
la vocazione per mancanza di dote. Egli aveva pensato di rivolgersi ai numerosi benefattori di sua conoscenza, ma non ebbe il consenso dai superiori. Cos fu costretto a
limitarsi al campo spirituale dove aveva pi libert di movimenti : leggeva nelle
coscienze giovanili le intenzioni pi riposte, i desideri inespressi, le vaghe nostalgie di
cielo e scuoteva la loro inerzia, spronava le loro volont e le rilanciava verso le altezze.
Trovava generalmente docilit, facili entusiasmi e saggi propositi, naturali in un popolo
di sane tradizioni e di affetti robusti, fertile semenzaio di vocazioni, ma purtroppo, poca
corrispondenza all'invito di Dio. Per colpa delle condizioni ambientali. La vocazione
richiedeva un corredo, una dote in danaro liquido, non eccessiva, ma sproporzionata alle
condizioni economiche delle famiglie, parificate nella miseria, spadroneggiate da pochi
signori feudali. Per cui, ad eccezione delle giovani ricche, poche avevano la possibilit
di seguire la chiamata interiore. Le altre avrebbero trovato facile ricetto negli Ordini
attivi, ma dove trovarli in quei tempi e in quelle localit ? Abbondavano i monasteri di
clausura che avevano bisogno di una certa sicurezza economica per dedicarsi alla
contemplazione, giacch le loro occupazioni retributive, ordinariamente l'educazione
delle fanciulle che potevano permettersi il lusso di una certa istruzione, non trovavano
facilit d'impiego in quei paesetti rurali. Restava, dunque, come mezzo principale di
sostentamento la dote e i monasteri giustamente non transigevano nel ricevere le
postulanti il fervore non si concilia con la miseria.
Le Teresiane di Ripacandida erano in questo pi esigenti; pi moderata la Crostarosa,
forse perch la citt di Foggia le dava maggiori possibilit di sussistenza, o perch, come
dir Gerardo nel suo fervore, ella aveva pi fiducia nella Provvidenza.
Stando cos le cose, il santo, all'inizio, si vide tarpar le ali da difficolt d'ogni genere, ma
appena nella primavera del '53, ebbe dal padre Fiocchi pi ampie libert e promesse di

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aiuti, allora potette imprimere alla sua opera un ritmo accelerato, quasi vertiginoso, che
si protrasse fino alla primavera seguente, quando fu spezzato dalla calunnia. Seguiamo
le fasi di tale movimento attraverso le poche lettere che ci sono rimaste, briciole sparute
di una corrispondenza vasta e nutrita, perduta, forse, per sempre.
Appena, dunque, Gerardo ebbe dal padre Fiocchi non solo le necessarie facolt, ma
perfino la promessa di un contributo in davaro, mise in moto l'ingranaggio di conoscenze
e di amicizie in favore della sorella di suor Maria Giuseppa. Scrisse alla madre Priora di
Ripacandida perch interponesse l'autorit della madre Maria di Ges presso donna
Nunzia di Palma, sposa di don Benedetto Graziola : Chieda una buona elemosina per
l'affare che sapete, ma sia con segretezza di suo marito, e che sia presto presto e con
somma sollecitudine. Fatele intendere che si sono avute altre elemosine, acci essa pure
concorra (o.c., pag. 31).
Nel prospettare alla buona signora il generoso concorso di altre benefattrici, il santo
rivela una tattica squisita intesa ad eccitarne l'emulazione, ma nel raccomandarle il
segreto col marito vi aggiunge ancora una certa astuzia, una certa abilit diplomatica e
faccendiera. Perch il marito avrebbe dovuto concorrere nello stesso affare, con un
contributo piuttosto cospicuo. Anzi di pi : avrebbe dovuto farsi intermediario e
intercessore presso il principe della Torella, don Domenico Caracciolo, di cui era
l'agente generale e ottenere anche da lui una grossa elemosina . Il santo ardito nelle
sue richieste. Ci contentiamo , scrive, che l'elemosina del Principe e quella di Don
Benedetto siano di ducati cento (o.c., pag. 77). Circa centomila lire della nostra moneta
e forse pi.
Ci contentiamo ! . Saremmo tentati di credere che Gerardo abbia voglia di scherzare e
invece parla sul serio. In tempi di tanto dispotismo, in cui si sempre confuso il diritto
di propriet col diritto di usare e abusare dei propri beni, senza renderne conto ad alcuno,
egli sente istintivamente che il povero ha diritto di ricevere ci che chiede in nome di
Cristo, mentre il ricco non pu sottrarsi al suo preciso dovere di dare il superfluo, senza
ledere le norme elementari di giustizia. E tra i poveri, la precedenza assoluta spetta alle
giovani che vogliono consacrare a Dio la propria verginit. Perci scrisse a tutti i
conoscenti che sapeva dotati di beni di fortuna. Scrisse anche a suor Maria Francesca,
sua concittadina, affinch essa pure cercasse un'elemosina a suo fratello (ibid).
Dopo questi sforzi, il 21 luglio poteva annunziare alla priora i Ripacandida d'aver
ricevuto gi tre zecchini (circa quindici ducati) da una persona che voleva mantener
l'incognito. Quasi contemporaneamente riferiva al padre Margotta d'avere ottenuto
cinquanta ducati alla prima aperta di bocca e lo supplicava di voler cooperare anche
lui allo stesso scopo, rivolgendosi ai signori Berrilli di Calitri, suoi concittadini: Via
su, Padre mio, cercate a chiunque senza rispetti umani. Io cerco senza rossori (o.c.,
pag. 67).
Senza rispetti umani, senza rossori. Quest'uomo che durante la vita, nonostante le
malattie e l'indigenza assoluta, non ha chiesto nulla per s, quando si tratta della gloria di
Dio sa chiedere senza rossori, con abilit, prudenza umana e anche con una certa
astuzia che fa sorridere per l'ingenuit con cui si manifesta.
Raccolti i trecento ducati, si affrett a comunicarlo alla priora di Ripacandida : credeva
che ormai ogni difficolt fosse stata appianata e la giovane potesse raggiungere la sorella
nello stesso monastero. Ma la madre Michela non fu soddisfatta della somma indicata
che giudic troppo al di sotto del tasso stabilito dalla regola. Se non si poteva racimolare

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altro danaro, gli rispose, era segno evidente che il Signore non voleva l'entrata in
religione della sua protetta. In questo casa si contentasse di far la volont di Dio e il
danaro avrebbe potuto servire per ben maritare la giovane. Glielo avesse pure spedito ;
avrebbe pensato lei a custodirlo.
La replica del santo di quelle che rivelano il fondo cristallino della sua coscienza ed
esaltano la dirittura della sua volont: Madre Priora, mia cara, in quanto alle difficolt
che vi sono per la sorella di Suor Maria Giuseppa, mi dite che mi contenti della volont
di Dio. Sissignore, levatemi questa e poi vedete che cosa mi resta!... dei danari che
stanno in mio potere... mi dite che li volete cost, perch se non riesce a farsi Suora,
potrebbero servire per maritarla. Madre mia, che dite ? Questo n io n alcuno lo pu
fare, perch sarebbe lo stesso che disonorare la nostra Congregazione, mentre io a chi li
ho cercati, li ho cercati con patti e fini di farla monaca e non per maritarla. E se ci non
riesce, si devono restituire a coloro di cui sono.
Ma il santo non si perde di coraggio ed gi entrato in trattative col conservatorio di
Foggia perch l ci vorrebbero pi pochi danari , sebbene abbiano anch'esse lo stesso
tenore di vita civile di Ripacandida, ma, aggiunge, con una punta di rimprovero per la
priora, l vivono della divina Provvidenza, recitando l'Ufficio della Madonna - forse
perch pi semplice di quello ordinario e quindi pi accessibile a tutte - e poi, sommo
pregio per il santo della carit, stanno tutte senza veruna distinzione tra loro : ci non
avrebbe umiliato la sua protetta, facilmente una conversa. Egli per non vuol decidere
senza la principale interessata. Vuol dunque che gli si mandi quella figliuola , per
poterle parlare con somma sincerit e sentire i suoi desideri. Cos subito, subito,
riescono meglio le cose (o.c., pag. 73).
Non sappiamo se la giovane sia stata ricevuta; non abbiamo motivo di dubitarne. Il santo
non si perde a raccontare i suoi risultati, proteso com' alle nuove imprese da realizzare,
senza darsi tregua, ma basta questa lettera per puntualizzarne la tattica nella nuova
azione apostolica e il complesso delle qualit che richiedeva dalle chiamate da Dio. Egli
non impone loro decisioni precostituite. Ama esporre con somma sincerit i propri
punti di vista ed ascoltare attentamente i desideri delle candidate. Ma quando si giunti
ad una determinazione, allora si spezzino gli indugi e si abbattano gli ostacoli: Subito
subito, riescono meglio le cose ! . Gerardo ama le volont ferme, risolute, che non
arretrano di fronte a qualunque difficolt: ne andasse la vita; che sanno darsi senza
riserva; che sanno essere tutte di Ges. Che, insomma, sanno farsi sante. questa la
vetta che egli non perdeva mai di vista; verso cui pungolava le anime. La santit non era
un lusso per lui; un'eccezione alla norma; era la regola, era la norma dalla quale non si
poteva transigere senza venir meno al fine stesso della vita religiosa.
Un giorno conduceva una nipote al conservatorio di Foggia ed erano giunti sull'Ofanto :
al di sotto le acque scorrevano torbide e minacciose per le piogge autunnali, mentre
rombavano i tuoni, guizzavano i lampi e i salici si piegavano fin sul letto del fiume. Egli
afferr la giovane per un braccio e Vuoi farti santa ? , le disse, vuoi farti santa ? Se
no, mo' ti butto nel fiume .
Farsi sante o morire ! Gerardo conosceva questa sola alternativa e la brandiva come una
lama affilata davanti agli occhi attoniti delle postulanti, le quali dovevano avere il
coraggio di una decisione. Decidersi a scandire un s risoluto che le impegnasse per
la vita e oltre la vita a curare l'onore del loro Sposo Ges, a dispetto delle tentazioni pi
fiere e delle lotte pi cruente. Ripiegare, venir meno, era tradire lo Sposo ; rendersi reo

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di adulterio. Un delitto che gridava vendetta davanti a Dio e alla propria coscienza. A
questo pensiero fremeva e gli uscivano dal cuore parole roventi di carit e di sdegno. Il
santo mite e gioviale prendeva in prestito la foga travolgente degli oratori.
Un giorno venne a sapere che una novizia di Ripacandida, forse suor Maria Celeste dello
Spirito Santo, figliuola di don Benedetto Graziola, vacillava nella vocazione. Prese
subito la penna e scrisse quella lettera che, come dice il Tannoia, ha veramente del
divino. Con una sicurezza, con un'autorit che s'impone; le annunzia fin dall'inizio, da
parte di Dio, che la sua tentazione del demonio Sorella mia in Ges Cristo, sono a
dirvi, da parte del mio caro Dio, che vi mettiate in una soda e santa pace, perch tutto
opera del demonio per cacciarvi da codesto santo luogo... .
Si vince il demonio con la fiducia in Dio. Egli permette le tentazioni per provar la nostra
fedelt : quindi obbligato per ci stesso, a rispondere alle nostre suppliche : Tutti
siamo stati tentati sulla vocazione, e Dio quello che manda le tentazioni per vedere la
nostra fedelt. Perci statevi allegramente, ed offritevi sempre a Dio senza riserva, ch
Egli vi aiuter.
L'accento batte non solo sull'aiuto immancabile di Dio, ma sulle risorse interne della
volont e sulla costanza del carattere che sono il distintivo stesso della nostra
personalit: Com' possibile che la vostra carit si vuole scordare delle belle
risoluzioni che tante volte ha fatte a Ges Cristo con chiedere di essere sua sposa ? Se
dunque allora lo desiderava, ora perch lo vuole rifiutare ? .
Ma questa fedelt vista, nei termini stessi del matrimonio cristiano che ha come
esigenze assolute : la perpetuit e l'esclusivit da, ogni altro amore. L'anima non pu
amare che Dio o il mondo: nei due termini dell'antitesi c'e la sua felicit, o la sua
tragedia: Sorella mia, chi pu darvi pace se non Dio ? Quando mai il mondo ha saziato
il cuore umano, ancorch di principessa, di regina o d'imperatrice ? Non si sentito
ancora, non si letto in alcun libro... Quanto pi erano ricche, onorate e stimate con una
vita di soddisfazioni, altrettanto erano cruciate nel loro interno .
Allegramente, dunque, animo grande, vincete ogni tentazione con la generosit
dichiarandovi sempre sposa del nostro grandissimo Signore Ges Cristo ; in Lui si
ritrova ogni felicit, ogni pace, ogni bene. A che servono le brevi apparenze del mondo
in paragone di quella celestiale ed eterna beatitudine che si gode in cielo, da chi
sposata a Ges Cristo ? .
E l'argomento rifluisce in un'antitesi ancora pi aperta, ancora, pi stridente : tra il tempo
e l'eternit ; tra la vita che sfocia nella morte e la vita che s'infutura nella gloria.
Argomento comune senza dubbio, ma ravvivato da un sentimento gagliardo che investe
e trasfigura le cose: Non dico che chi vive nel mondo non possa salvarsi ; ma dico che
sta in continuo pericolo di perdersi, n pu farsi santo con tanta facilit come nel
chiostro. Considerate, vi prego, la brevit del mondo e la lunghezza dell'eternit e
riflettete che ogni cosa finisce. Finisce ogni cosa a chi vive nel mondo, come se mai
fosse stato nel mondo. Dunque, a che serve appoggiarsi su ci che non pu sostenerci ?
Ahi! Ch tutte quelle cose che non ci portano a Dio, tutte son vanit, che non ci possono
servire per l'eternit...
Sorella mia, andate un poco sulla vostra sepoltura dove sono racchiuse le ossa di tante
sante Religiose di codesto Monastero ; riflettete a quello che avrebbero trovato se
fossero state le pi grandi del mondo. Oh quanto loro giovato l'esser vissute povere,
mortificate, disprezzate, e chiuse in codesto piccolo Monastero !... Quale pace non

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ebbero in punto di morte, vedendosi morire nella Casa di Dio! Ognuno vorrebbe esser
santo in punto di morte, ma allora non si pu : quello che si fatto per Dio, quello solo
si trova.
Ma la fiducia della vittoria, pi che in queste considerazioni, il santo la ripone nella
preghiera : Se la tempesta non passata, io tengo tanta fede e tanta speranza nella SS.
Trinit ed in Mamma Maria che Vostra Carit abbia a farsi santa cost. Non mi fate
trovar bugiardo. Calpestate la testa alla gran bestia infernale che pretende cacciarvi fuori
di codesto santo luogo. Disprezzatelo, ditegli che siete sposa di Ges Cristo, acci tremi;
statevi allegramente; amate Dio di cuore, datevi sempre a Lui senza ripulsa, e fate che il
demonio crepi e muoia; pregate per me, ch io lo fo per voi (o.c., pag. 61-63).
Tanto interessamento per il progresso spirituale delle suore da lui dirette, non gli faceva
dimenticare il loro benessere materiale, la salute del corpo. Il santo che stato il
carnefice di se stesso, ha tremato per ognuna delle sue figlie ed ha chiesto a Dio la loro
guarigione in termini tanto arditi che spaventano la nostra piccolezza. Voglio che
t'impegni fortemente a pregare Dio per una Sorella che sta per morire , scriveva a suor
Maria di Ges. Io non la voglio morta, ditelo al mio caro Dio, perch voglio che si
faccia pi santa e che muoia in vecchiezza, acci goda d'aver passati molti anni nel
servizio di Dio. Via su, impegnatevi con la Potenza di Dio, e che questa volta ci lasci
fare come noi vogliamo. In nome di Dio, vi d l'ubbidienza di non farla morire... (o.c.,
pag. 55).
Quante volte il verbo voglio in poche parole! E davanti a Dio! E per ridare la salute
fisica a una sua figliuola spirituale! Questa relazione di amicizia non creava soltanto un
vincolo spirituale dolcissimo tra lui e le sue figlie, ma si estendeva ai loro parenti coi
quali conservava l'affetto pi cordiale e duraturo. In una lettera diretta ad una religiosa di
Ripacandida si sente felice di renderla partecipe della gioia provata in casa dei suoi
genitori: Viva il nostro caro Dio! Carissima in Cristo, io sono stato in vostra casa,
perch mi comand il vostro signor padre acci io avessi consolate tutte di sua Signora
casa. Tanto ho fatto ed io sono stato consolatissimo per aver parlato con tante serve di
Dio... (o.c., pag. 33).
Nessuna meraviglia se con tali sistemi, messi a servizio della carit infinita di Dio, il
santo producesse tali ondate di entusiasmo da travolgere l'intera zona del Vulture e le
regioni adiacenti. Candide masse di giovani movevano verso le ombre auguste del
chiostro, affascinate dalla sua parola, desiderose di offrire la propria verginit al loro
Sposo Ges. Con queste anime ardenti, Gerardo ripopol antichi e illustri monasteri,
come Savignano, Foggia, Ripacandida, Atella, riportandoli ad un alto grado di fervore.
Al monastero benedettino di Atella, il santo vi si port durante una missione predicata
dai padri redentoristi nella citt. Egli li accompagnava come coadiutore, ma nel palazzo
signorile di don Benedetto Graziola dove alloggiavano, c'era poco bisogno dell'opera
sua. Potette cos dedicarsi alla riforma spirituale delle suore che abitavano in una casa di
fronte, completando l'opera felicemente iniziata dai padri Fiocchi e Margotta, suoi
confratelli. Essi erano stati i teorici della riforma, ma chi l'attu, ridestando il fervore
dell'osservanza, fu appunto lui, Gerardo. Vi predic pi con l'esempio che con la parola,
perch libero da ogni lavoro, passava lunghissime ore in chiesa pregare. Una volta la
suora sagrestana, venuta a chiudere la chiesa, verso l'ora di mezzogiorno, lo trov
bocconi nella cappella dell'Immacolata senza dar pi segni di vita. Spaventata, corse ad

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avvisar la superiora, la quale cominci a chiamarlo dal coretto, ma Gerardo non sentiva.
Allora lo chiam con l'ubbidienza del superiore.
Ah fratel Gerardo, pazzo d'amore per Ges Cristo, i padri sono a tavola, il superiore ti
cerca e tu te ne stai qui a pregare!. Al nome del superiore, Gerardo parve svegliarsi e,
rosso rosso, senza rispondere, usc di chiesa.
Dopo quindici o venti giorni di tali preghiere ardenti e di esortazioni continue, il
monastero parve rinato al fervore e all'osservanza regolare.
L'avvenimento si diffuse rapidamente all'esterno e molte giovani di buona famiglia
bussarono alla porta, condotte e spronate dal santo.
Ma il quartier generale delle sue leve giovanili era sempre Lacedonia dove, dopo la
missione all'epoca delle febbri malariche, egli aveva acquistato un ascendente
straordinario. La sua parola aveva una presa irresistibile su quelle anime tenere e
naturalmente generose alle quali faceva brillare tutto l'incanto d'una vita d'immolazione
e di sacrificio, perfettamente modellata sulla Vergine Immacolata che visse perduta nel
suo sogno d'amore : Ges. Le vergini lo ascoltavano estatiche e s'incolonnavano dietro a
lui, pronte a seguirlo dovunque. Erano stuoli candidi e fitti, prelevati generalmente dalle
famiglie migliori. Basti pensare che i signori Cappucci, tra parenti e cugine, diedero
quattordici giovani ; tre, i signori Graziola.
Questo ci dice la vastit dell'incendio suscitato. Il santo stesso le accompagnava ai
diversi monasteri, a preferenza nel conservatorio di Foggia o a Ripacandida, creando
all'intorno, col suo fervore, un clima di leggenda che trasfigurava ogni sua azione,
seguiva ogni suo passo.
Si raccontavano in giro cose meravigliose : un giorno il santo conduceva sette giovani al
monastero di Savignano, quando cominci a cadere una fitta pioggia con fulmini e
lampi. Il santo allarg il suo mantello sulle spalle delle giovani proseguendo sereno sotto
la furia degli elementi sconvolti, per vie aspre, trasformate in torrenti, fino alla meta.
Allora il monastero si apr e le suore si precipitarono loro incontro : Povere figliuole,
come sarete bagnate ! .
Sorrisero : erano asciutte come un osso. Asciutte anche le scarpe e avevano nuotato nel
fango.
Un altro giorno accompagnava don Costantino Cappucci e le figliuole Maria Teresa e
Maria Antonietta al monastero di Foggia,. La pianura a mano a mano si trasformava in
pantano, poi in palude.
I cavalli arrancavano a fatica, sguazzando nell'acqua ; la carrozza affondava fino al
mozzo. In mezzo a quella marea di fango, scorreva il Cervaro, gonfio di piogge recenti.
Il ponte e le rive sommerse. Qualche pagliaio spuntava livido, sotto un cielo bluastro.
Anche gli alberi grondavano lacrime sulle morte rovine. Le giovani rabbrividirono e
Gerardo: Volete farvi sante nel monastero ? Altrimenti: ecco, il fiume v'inghiotte .
Risposero : quello che vogliamo : farci sante .
In quel momento le acque rotolarono a destra e a sinistra e si alzarono a muraglia,
lasciando in mezzo la via aperta e il breccime luccicante. Allora i cavalli avanzarono
rapidamente, mentre dietro le loro groppe le acque si ricongiungevano mugghiando.
Tutto questo mondo di santit e di leggenda che levitava sulla figura del santo, esercit
una forte impressione sulla fantasia di una giovane romantica e passionale, la quale da
tempo aveva attirato l'attenzione generale per quell'aria di piet che traspariva dalla sua
persona: Nerea Caggiano. Quella strana creatura che aveva concepito la religione come

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qualche cosa che accarezzasse il sentimento, fu sospinta verso Gerardo dal fascino che
sprigionava da lui e da un certo desiderio di non rimanere indietro alle compagne che
raccontavano cose straordinarie delle sue virt. Ben presto quel desiderio di distinguersi,
di farsi notare, la rese una delle pi assidue alle sue conversazioni, una delle pi
entusiaste alle sue esortazioni a consacrare la propria verginit al Signore.
Con pi calma, con pi introspezione, Gerardo avrebbe potuto scoprire il carattere di
quella postulante, ma non bisogna perdere di vista che l'introspezione di cui godeva era
un dono gratuito e transeunte con cui Dio veniva incontro alla sua semplicit estrema.
Era un'assistenza prodigiosa e continuativa del cielo che gli faceva evitare gli scogli
connessi con la sua natura e la sollevava nel divino.
Ora Dio volle, per un istante, ritirare da lui una parte dei suoi doni, perch dalla prova la
creatura uscisse sublimata e ingigantita. Gerardo, dunque, si lasci convincere delle
buone disposizioni della giovane e decise, con la solita sveltezza, di venirle in aiuto.
Perch il babbo, interrogato al riguardo, non si mostr contrario; solo rispose che con
sette figli sulle spalle di cui uno suddiacono, pi una sorella e una zia nubili, non poteva
approntare tutta la somma richiesta. Gli impiegati dello stato, da che mondo mondo,
non furono mai ricchi, se vollero conservare la propria onest. E Candido doveva essere
onesto. E, forse, anche un po' letterato se scelse per questa figlia il nome arcadico di
Nerea.
Senza spaventarsi, il santo riusc a raggranellare, a tempo di primato, duecento ducati.
Con questi e con quelli forniti dalla famiglia fu approntata la dote e anche la Nerea,
versando lacrime che parvero di consolazione, pot raggiungere l'Istituto della Crostarosa. Ma non aveva fatto i conti col suo povero cuore malato. Sbolliti i primi entusiasmi,
cominci a sentire la nostalgia del paese, della famiglia, degli amici, di tutte quelle
persone che finora avevano servito da sfondo alla sua sensibilit morbosa. Tutto le tornava in mente e tutto si colorava di passione e di dolore : perfino la piet. La piet
austera del monastero, moderato da una santa autentica come la Crostarosa, dovette
sembrarle troppo fredda a paragone di quell'ideale piuttosto sentimentale che finora
aveva cullato la sua fantasia. Le confessioni stesse accrescevano il suo tormento, perch
la riportavano continuamente al confessore di Lacedonia che l'aveva conosciuta da
piccola e le apriva il cuore a maggior confidenza. Lo rivedeva con la mente, ne
riascoltava la voce e si consumava dal desiderio di sfogarsi ancora con lui. La lotta di
giorno in giorno si fece pi tremenda, il dramma pi acuto e, allo scadere della terza
settimana, la Nerea era di nuovo a Lacedonia. In un paesetto di fede primitiva, il ritorno
al secolo della giovane cagion un piccolo scandalo e diede la stura alle pi strane
congetture. Ella fu costretta a parlare, a difendersi e non trov di meglio che gettare la
colpa sulle suore, sulle compagne, su tutto il monastero. Meno era creduta, e pi
rincarava la dose; pi crescevano i suoi rimorsi e pi sentiva gelosia delle coetanee che
spiccavano il volo per lo stesso monastero da lei disprezzato. Avrebbe voluto ripresentarsi a Gerardo e sgravare la coscienza, ma non ne aveva il coraggio. Avrebbe
voluto chiudersi nel silenzio, ma troppo spesso giungevano da Foggia, da Ripacandida,
da Atella, le notizie delle altre giovani che esaltavano la bellezza della vocazione
religiosa. Questo insieme di cose fin per inasprirla, per spingere all'assurdo la gelosia
verso le compagne che si recavano da Gerardo per essere guidate verso il chiostro. Se
almeno costui fosse andato altrove ! Ma no; le sembrava che non trovasse pi la strada
di lasciar Lacedonia ; e quando la lasciava, era per tornarvi poco dopo, destando

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ripercussioni sempre pi vaste tra le sue coetanee. Allora cominci a spiarlo da lontano,
arrovellandosi internamente alla ricerca di una soluzione. E la soluzione si present da
sola.
Dopo la partenza delle due sorelle minori, Gerardo stringeva sempre pi da vicino la
Nicoletta Cappucci che sembrava nata anche lei per la piet, ma era alquanto indecisa
nelle sue risoluzioni. Egli, ospite abituale della sua casa, spendeva ogni ora libera a
spronarla con quei discorsi sulla bellezza della verginit religiosa che rendevano
rubicondo il suo volto e rapivano in estasi il suo spirito. Parlava come il cuore gli
dettava, con calore, con franchezza, con trasporto.
Un giorno in cui, pi accalorato che mai, s'intratteneva con la giovane, fu visto da donna
Emanuela che andava e veniva, tutta presa dalle sue occupazioni. A un certo momento,
la signora ebbe quasi uno scatto di nervi ma si contenne e disse tra s: Guarda l, io a
lavorare e mia figlia con le mani alla cintola. E anche lui... i santi tremavano nel parlare
con donne ed egli, invece, ci prova tanto gusto.
Ma fu uno scatto momentaneo di cui si penti come di una colpa; perch chi poteva mai
azzardare il minimo sospetto verso un santo come lui ? Gi ne sentiva rimorso e gi
pensava di confessarsene, quando Gerardo, passandole vicino, le disse: da madre
saggia pensare come hai pensato tu. Se tutte le madri avessero la stessa accortezza verso
le figlie, non si vedrebbero tanti scandali anche nelle famiglie migliori. Questa volta,
per, i tuoi giudizi sono errati, perch io spero che anche Nicoletta imiti le altre due
sorelle.
La donna, sorpresa, rispose: Non ti comprendo: che cosa vuoi dire ? .
E Gerardo : Non ti ricordi dei pensieri che hai avuti poco fa ? . La donna balbett
qualche scusa.
No, no , riprese Gerardo, tu hai perfettamente ragione. Sono io che ho torto*.
E, tra lo sgomento della buona signora rimasta di sasso, si gett a baciarle i piedi.
Da allora ella non cess di raccontare il fatto, sbalordita di tanta umilt e pi della
scrutazione del suo cuore. Tra le ascoltatrici, la pi intenta fu Nerea e fu anche l'unica a
gridare allo scandalo. Giacch nella sua mente malata tutto si colorava di passione, tutto
veniva riportato in termini di gelosia. Gerardo dunque faceva la corte alla rivale ! Chiss
che cosa si nascondeva dietro a quelle conversazioni ! E, a poco a poco, con la fantasia
diede corpo alle ombre e i sospetti divennero realt. Allora non trov pace se non
quando si fu sfogata col confessore e questi, semplice come l'acqua, non si accorse di
trovarsi di fronte a una penitente travolta dalla passione. Credette di salvar la prudenza,
chiedendole di confermare per iscritto quanto aveva detto a voce. Ella conferm e la
lettera fu spedita a Sant'Alfonso, conosciuto otto anni prima durante la missione. Cos un
santo, autore di miracoli, e una giovane innocente chiamata dal padre Caione :
onestissima e piissima donzella , cadevano insieme vittime della cieca credulit di un
prete, messa a servizio della fantasia esaltata di una donna.
Sant'Alfonso, fulminato dalla strana notizia, mand sul posto il buon padre Villani, suo
braccio destro nel governo dell'Istituto. Questi interrog a voce il sacerdote e la Nerea :
il primo, in buona fede, gli fece l'elogio della calunniatrice, una coscienza retta, incapace
di mentire ; la seconda giur sulla verit della sua deposizione scritta. Dopo di che, al
buon padre Villani non rest che ascoltare in giro ci che si diceva di Gerardo: erano
elogi per i suoi miracoli e per le sue gesta ardite e originali. Forse troppo originali per lui
che esaminava i fatti con la freddezza compassata del critico. Allora si port a Deliceto e

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interrog diversi padri autorevoli i quali furono discordi sulla valutazione del Fratello
incriminato. Non tutti potevano approvare il suo operato tanto soggettivo che
sconcertava ogni calcolo umano, fondato sul conformismo a norme prestabilite. L'agire
per intuito d'un uomo molto diverso dagli altri sorprende sempre i mediocri, adoratori
delle tradizioni secolari.
L'unico a non essere interrogato - come troppo spesso avviene in simili circostanze - fu
il nostro Gerardo.
Con questo bagaglio d'informazioni, il buon padre Villani torn a Pagani, a colui che
attendeva con tanta trepidazione. Sant'Alfonso, il patrizio napoletano, educato
nell'infanzia secondo la rigida etichetta spagnola, lottatore indomito contro i moti ribelli
del proprio cuore fino alla tarda vecchiaia, analizzatore acuto dei peccati e delle cause
dei peccati, era portato a un certo pessimismo nel giudicare il cuore umano. Ed aveva
ragione. Ne trovava conferma ogni giorno nella sua esperienza di confessore. Se avesse
conosciuto Gerardo, non avrebbe tardato a capire che questa volta si trattava di una
gloriosa eccezione, da giudicarsi con criteri speciali, come gi aveva fatto per la madre
Maria di Ges, umiliata soverchiamente dai suoi giudici carmelitani. Ma i due santi non
s'erano mai incontrati finora. Il fondatore conosceva Gerardo solo attraverso i discorsi
dei confratelli, usi magari a fermarsi alla scorza della sua santit, senza penetrarne lo
spirito. Un santo che sconvolge ogni schema precostituito con una istintivit che
rifluisce spontaneamente nel moto circolatorio dell'amore di Dio si presta pi alla
denigrazione che all'esaltazione. I santi, ha detto il Bernanos, sono stati la prova
della Chiesa, prima di divenirne la gloria (Diario di un Curato di campagna, Mondadori
1952, pag. 74).
Il fondatore dunque si convinse, o almeno dubit d'avere a che fare con un esaltato che,
preso dal proprio orgoglio, in seguito allo strepito popolare suscitato intorno a s, fosse
riuscito a falsare la propria coscienza, venendo meno alle norme pi elementari della
prudenza. Volle vederci chiaro : volle esaminarlo personalmente e farlo esaminare da
altri. Perci lo fece venire a Pagani e lo sottopose a una serie di umiliazioni severe.
Pi complessa la figura di Nerea la quale odia Gerardo perch la sua presenza le ricorda
un passato che vorrebbe dimenticare; ma sotto quell'odio si cela un sentimento d'amore
che accende la sua gelosia; la gelosia mette in moto la calunnia che deve servire ad
allontanare il santo dalle sue rivali. Poi quando, dopo un certo tempo, si accorge di
essere andata troppo oltre, si ritratta piangendo.
28
SOTTO IL TORCHIO DELLA DIVINA VOLONTA
Mentre la tempesta esterna si andava addensando sul capo di Gerardo, un'altra tempesta
pi violenta si agitava da mesi nella sua anima, attirata e insieme respinta da Dio. Dio
usa spesso frugare i suoi eletti con una luce talmente vivace da dar loro l'impressione
netta e distinta di vedersi davanti, ingigantite, tutte le colpe commesse da quando sono
nel mondo, anche quelle che sfuggono all'occhio pi esercitato della coscienza. Ci vuole
un'assistenza superiore per non morirne di terrore.
Era guanto avveniva nel nostro santo. Egli, che aveva conservata intatta l'innocenza
battesimale, si vedeva brulicare nell'interno una infinit di peccati che stendevano tra s
e Dio un nero diaframma di colpe. Lo rivel in una lettera alla madre Maria di Ges:
Io mi ritrovo pieno di peccati, pregate Dio che mi perdoni. Tutti si convertono ed io sto

145

ostinato: abbiate pazienza di disciplinarvi per me, acci sua Divina Maest mi perdoni e
mi accolga. (o. c., pag. 34).
La lettera dei primi mesi del '53. Da allora era stato un crescendo continuo di angustie
e di lacerazioni interiori che raggiunsero vette spaventose proprio nella Pasqua del '54
alla vigilia della calunnia. Abbiamo, in proposito, la testimonianza autorevole del
canonico don Camillo Bozio, di Caposele, che divenne amicissimo del santo in seguito
ad una prova alla quale aveva voluto sottoporlo.
Il canonico, avendo sentito lodare fratel Gerardo da un uomo riservato come il padre
Cafaro, aveva desiderato di conoscerlo per veder se la fama corrispondesse alla virt.
L'occasione gli si present nel marzo del 1754, mentre predicava il quaresimale ad
Atella.
Lo vide una mattina in sagrestia, circondato da sacerdoti e gentiluomini che bevevano
avidamente le sue parole. Si fece avanti e lo sent parlar di perfezione e gloria di Dio.
Preso da un moto di dispetto, gli spezz la parola in bocca con fare sprezzante : Ma
che vai parlando di perfezione e di gloria di Dio, tu che non sai nemmeno leggere e
scrivere ? Va l, scioccone ; smettila di far da maestro ! ... Ma non mi meraviglio di te;
mi meraviglio di questi signori che stanno a sentire i tuoi spropositi! .
Gerardo ammutol, poi, in un impeto di gioia, lo abbracci dicendo : Grazie ; avete
ragione! .
Don Camillo era vinto. Da quel momento gli divenne ammiratore ed amico, ed, essendo
molto versato nella teologia mistica, cominci a studiarlo intimamente. Fu sorpreso di
scorgere, sotto quella superficie di serena giovialit, le fitte acute di un dolore misterioso
che non trovava spiegazione plausibile nelle cause naturali. Mi accorsi scrisse in una
sua annotazione, che pativa movimenti soprannaturali .
Pativa : il soprannaturale gli era divenuto un premio e una prova. Forse pi una prova
che un premio, perch, acuendo progressivamente il bisogno di congiungersi con Dio e il
sentimento della propria indegnit, scavava pi profondo il solco del suo dissidio
interiore.
Il dissidio era scoperto e il sacerdote lo intu quasi subito. Trattolo perci in disparte, gli
chiese se quella mattina si fosse comunicato. La risposta fu negativa : quella mattina tra
lui e Ges era sorto un ostacolo : quello dei propri peccati. L'umile confessione
spalancava la porta a numerosi quesiti che avrebbero richiesto maggiore opportunit di
tempo e di luogo. Decisero, dunque, di rivedersi nel pomeriggio in casa del sacerdote. Il
santo vi and, ma non fu in grado di parlare, perch la fame del Pane Eucaristico,
acchetata al mattino dal sentimento della propria bassezza, erasi posta in moto e gli
cagionava nello spirito ardentissimi slanci verso il Sacramentato Signore .
Allora il sacerdote lo invit ad uscire all'aperto, sperando che il paesaggio potesse
distrarlo alquanto dai suoi pensieri. Gli faceva osservare ogni cosa : i campi arati, le
colline solatie, le montagne sfumate nella nebbia, i pastori ritti sulle gregge, i frulli d'ali
invisibili tra gli alberi fronzuti. L'altro assentiva con la testa, ma era triste e lontano. Si
sforzava di sorridere, ma il riso gli moriva sulle labbra che modulavano di tanto in tanto
alcuni versetti delle lamentazioni di Geremia.
Non restava loro che tornare indietro e dirigersi nella collegiata.
Era vuota; dalle rade finestre penetrava una luce attenuata che levitava perfino i rozzi
pilastri e le basse navate. Salirono in cantoria. Gerardo tocc l'organo e insieme

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cantarono la canzoncina di Sant'Alfonso che comincia: Fiori, felici voi che notte e
giorno Vicino al mio Ges sempre ne state....
La voce del santo saliva a Dio dal profondo della propria rovina, come il gemito di uno
schiavo in attesa della liberazione. Era un gemito che non trovava sfogo nel colloquio
cogli uomini, ma solo in uno sguardo muto verso il cielo lontano.
Il canonico finalmente comprese e tacque.
Da Atella, Gerardo si port a Foggia. La prova interiore diede alla visita una nota di
velata malinconia che si accompagnava ai lugubri canti della settimana santa. A quanto
si racconta, prima di separarsi da quelle suore che non avrebbe pi riviste sulla terra,
levandosi il Crocifisso dal petto, lo consegn, come ricordo, alla madre Crostarosa. Ai
piedi vi aveva scritto: O legno, che sopra ogni altro legno - di portare il Figlio di Dio
sei stato degno! .
Erano gi in programma altri ritorni, e anche a breve scadenza eppure il commiato ebbe
la tristezza dell'addio. Non era questo il presentimento della tempesta esterna ormai
vicina ?
Pass la Pasqua, passarono i giorni trionfali dell'Alleluia e nessun raggio di sole venne a
rallegrar l'anima del santo, sempre serena all'esterno, ma sempre pi macinata dalla
prova interiore.
Si trovava, dunque, in tale stato quando gli fu comunicato dal padre Fiocchi l'ordine di
partenza. Senza fiatare, pieg a terra il ginocchio, gli baci la mano e usc, tranquillo
come sempre.
Gi si preparava al viaggio, quando gli giunse una lettera da Caposele. Era del sacerdote
don Gaetano Santorelli, conosciuto dieci mesi prima, durante il ritorno da Castelgrande.
Glielo aveva presentato il dottor don Nicola, suo fratello, discepolo anche lui del padre
Cafaro, perch calmasse le ansiet della sua coscienza. Don Gaetano era, infatti, un tipo
irrequieto e scrupoloso, specialmente al tribunale di penitenza. Inoltre era premuto da un
complesso d'inferiorit che comprometteva il suo apostolato. Gerardo con un direttorio
spirituale gli aveva ridato calma e fiducia, ma la bonaccia non era durata a lungo e il
passato aveva avuto il sopravvento. Perci il sacerdote si proponeva di recarsi a Deliceto
per abboccarsi con lui : lo avrebbe accompagnato il fratello don Nicola che, dopo
l'incontro di Caposele, gli si era legato con la pi cordiale amicizia.
Gerardo rispose immediatamente con una lettera che riflette l'occhio sicuro dei forti e il
cuore fiducioso dei santi : qualit tanto pi apprezzabili, in quanto precedono uno di quei
colpi mortali che spezzano un'esistenza, o la sublimano per l'eternit. Egli intuisce che
con certi malati ci vuole decisione e affetto, specialmente decisione. Perci non discute:
comanda: Sentite a me: e sentite con somma attenzione ci che vi dico ; ve lo dico da
parte di tutta la mira SS. Trinit, e di mamma Maria Santissima. Fate che questa sia
l'ultima risposta che avete da me ... le vostre angustie e dubbi son tutti arte del nemico
infernale, il quale vuol farvi perdere la bella pace di coscienza ... discacciateli come vera
tentazione ... .
Circa il Regolamento, V. Riverenza si serva di quello che io vi feci e non altro ... . Gli
raccomanda soprattutto di non sottrarsi al dovere del confessionale per quanti scrupoli e
tentazioni possa averne: una gran tentazione (questa) per farvi lasciare l'impiego di
Dio, che vi fu destinato - ab aeterno - per vostro sommo profitto spirituale ... vi dico da
parte di Dio : non acconsentite mai a tal tentazione ... sarebbe la vostra rovina ... nella
vita spirituale, e ... Dio non vi darebbe il gran premio futuro ... volont di Dio che

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v'impieghiate con sommo zelo nella vigna del mio Signore e non dubitate di ci che vi
suole accadere nella confessione : asta che la volont sia ferma a non volere offendere
Dio, e per il resto non importa .
Circa la dottrina, Dio ve ne ha data tanta quanta ve ne bisogna per il vostro impiego .
In ultimo, si scusa di non poterlo ttendere a Deliceto, perch sto per partire per
Pagani, come mi dice il Superiore .
Non aggiunge altro su un affare tanto spinoso. Reticenza? Non crediamo : il santo
all'oscuro di tutto. Sa che deve mettersi in viaggio, e sa la meta del viaggio: il resto
nelle mani del superiore e non si cura di saperlo.
La lettera si chiude con un accenno fugace alla prova interiore Vi prego di pregar
sempre Dio per me, perch ne ho molto bisogno. Benedetta sia sempre la divina bont
che sopporta tante mie miserie ! (o. c., pag. 65).
Queste ultime parole erano una lacrima silenziosa che scendeva sui luoghi dove aveva
tanto amato e sofferto; sui luoghi che erano stati i testimoni delle sue elevazioni
spirituali e del suo apostolato fecondo, stroncato dalle forze del male.
Qualche giorno dopo, era a Pagani, alla presenza del fondatore che lo attendeva in veste
di giudice implacabile e severo. Sant'Alfonso era uno di quegli uomini che sanno
perseguire soltanto un'idea e subordinano ad essa tutta la loro esistenza. Sacerdote,
missionario, fondatore, scienziato, apologista, poeta, egli raccoglieva le sue energie
esuberanti attorno a un centro focale : lo zelo per la salvezza delle anime. questa
l'ossatura che sorregge la sua personalit poliedrica e le d un'impronta nella storia. La
Chiesa ha colto giusto, denominandolo: Dottore zelantissimo . Perch lo zelo fu la
passione che illumin la sua intelligenza e infiamm la sua parola di apostolo e di
forgiatore di apostoli educati alla scuola del Maestro divino, di cui dovevano riprodurre
in se stessi la vita. Guai a chi defletteva da questo ideale, specialmente per l'innocenza
dei costumi! Il mite, il buon don Alfonso diveniva allora un giudice inesorabile, rigido e
fiero nel volto, sferzante nella voce, terribile nelle sanzioni. Non esitava ad usare il ferro
del chirurgo per amputare dall'Istituto un membro infetto.
Con Gerardo, invece, non credette necessario di ricorrere a rimedi estremi n di
minacciarli. Quindi, tutto lascia supporre che non avesse data soverchia importanza alle
accuse: l'innocenza del santo e quella della Nicoletta Cappucci erano fuori discussione.
Restava, ci dice il padre Caione, qualche sospetto. Probabilmente di indole generale :
che l'imputato non avesse usato sempre tutte le regole di prudenza; che la sua condotta si
fosse prestata a interpretazioni maligne; che il suo cuore, riboccante di affetto, avesse
potuto attaccarsi, magari a fin di bene, a qualche creatura; che il chiasso soverchio,
suscitato dal suo apostolato, avesse finito per falsare o deviare la sua coscienza,
depositandovi qualche seme di orgoglio.
Ecco perch Sant'Alfonso con tutto che non avesse dato credito alle imposture,
nondimeno, come ci assicura il padre Caione, volle provare la spiritualit del Fratello
con le umiliazioni e i castighi. Il saperlo privilegiato da Dio era un motivo di pi per
gravar la mano, memore del principio generale, espresso in un'altra occasione alla madre
Maria di Ges : che le anime favorite bisogna umiliarle e tenerle sotto terra, acci non
cadano in superbia. (Lettere, I, pag. 212).
Gerardo entr nella stanza del suo Superiore Maggiore con l'anima composta alla
riverenza e dilatata dall'affetto, ma si trov davanti due occhi freddi e indagatori che lo
fissavano da sotto l'ampia fronte corrucciata. Ebbe un brivido premonitore e appena

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sent le prime parole cupe e minacciose, cadde in ginocchio e curv il capo sotto il peso
della condanna divina che gli giungeva per mezzo del suo rappresentante. Come da
piccolo nella sartoria Pannuto, come da grande davanti al guardiano del duca di Bovino,
egli poteva ripetere, se non con la voce, almeno col cuore: Batti, ch hai ragione Dio
che mi batte!.
E a testa china, con le labbra ermeticamente sigillate, senza una parola, un gemito, un
sospiro, ascolt impassibile la tremenda requisitoria e impassibile ascolt la sua
condanna.
Parlare ? Giustificarsi ? No, egli aveva formulato da molto tempo, insieme con gli altri,
due propositi che poi, su invito del superiore, metter per iscritto: Non risponder mai
a chi mi riprende, se non domandato.
Non mi scuser, ancorch abbia ragione, purch in quello che mi vien detto, non vi sia
offesa di Dio e pregiudizio del prossimo . In questi due propositi, c' il segreto del suo
silenzio. Egli non vide nell'accusa la trama ordita ai suoi danni dalle piccole creature
della terra. Le creature erano scomparse : appariva solo la maest del sovrano Giudice
che rimproverava le sue negligenze, le sue ingratitudini, i suoi peccati, calcandogli sulla
nuca quella mano pesante che lo piegava verso la polvere.
Perci, quando la parola del superiore cess di martellare al suo orecchio, egli ebbe la
prova decisiva di essere un riprovato da Dio e dagli uomini. Da Dio che non avrebbe pi
ricevuto nella santa comunione ; dagli uomini da cui sarebbe vissuto lontano. Erano
questi gli ordini categorici ed egli li accettava con umile rassegnazione, nonostante la
ripugnanza del cuore che avrebbe voluto nutrirsi sempre di Dio. Chi lo vide uscire da
quella stanza, avrebbe potuto giurare che uscisse da uno dei soliti colloqui paterni tra superiore e sudditi: tanto era calmo e sereno, tanto gioviale nel volto. Nessuno sapeva cosa
passasse nel suo spirito nelle ore di solitudine, specialmente quando la notte gli dava la
sensazione esatta del suo stato interiore. Allora saliva nella soffitta e si disciplinava
aspramente; poi scendeva nel chiostro, fermandosi immobile a rimirare quella breve
calotta di cielo stellato che s'inarcava su di lui, povero insetto della terra, investito dal
mistero sempre pi tangibile della grandezza di Dio. Quando le forze gli venivano meno,
tornava nella sua cara soffitta, cercava a tastoni una vecchia cassa da morto, servita per
l'ultimo riposo del venerabile padre Cesare Sportelli e vi si calava per qualche ora di
sonno.
Alcuni padri lo invitavano di tanto in tanto a servir la messa Non mi andate tentando,
rispondeva, tra la celia e l'amarezza, vi strapperei Ges dalle mani! .
Cos ogni giorno, sempre sbattuto tra i richiami dell'amore e la repulsione del peccato,
tra l'estasi e lo sgomento.
Una mattina accompagnava il sacerdote che portava la comunione ad un infermo. La
portava sulla patena, velata dalla palla, ma giunto sul posto, si accorse che la patena era
vuota. Un momento di sorpresa, poi tutti si misero alla ricerca. Gerardo correva avanti
con le braccia spalancate e gli occhi luccicanti. Eccola ! grid a un tratto e cadde a
terra, adorando. Quale sforzo per non portarla alla bocca!
Tali alternative, tali macerazioni, tali insonnie produssero il loro effetto : verso la fine di
maggio, il santo, assalito da una febbre violenta, fu costretto a mettersi a letto. La
malattia lo rivel ai confratelli e allo stesso Rettor Maggiore.
Una sera, infatti, il padre Gaspare Caione si port a leggergli la meditazione. Aveva
scelto per argomento un paragrafo del Libretto degli avvisi spettanti alla vocazione

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religiosa, scritto dal fondatore, e precisamente quello intitolato: Dell'amore che dobbiamo a Ges, in ricompensa dell'amore ch'Egli ci ha dimostrato. Leggeva con enfasi,
calcando la voce sulle parole pi espressive e pausando le frasi con una certa solennit.
Arrivato in fondo alla pagina, alz gli occhi sull'infermo. Lo vide nella stessa posizione
di prima, gli occhi aperti verso il cielo. Non batteva palpebra, non moveva il respiro.
Pass una buona mezz'ora. Finalmente il Padre cominci a muoversi, a stropicciare i
piedi sul pavimento, a spostare qualche sedia, a chiamarlo. Invano. Gli occhi erano
sempre dilatati, impietriti verso il cielo. Allora comprese : era in estasi.
A questa prima rivelazione ne segu una seconda di cui fu spettatore lo stesso S. Alfonso.
Questi, una mattina, trovandosi a refettorio, and col pensiero a quel benedetto Fratello
che gli restava sempre un enimma. A un certo punto, ebbe desiderio d'interrogarlo, ma fu
un desiderio passeggiero. Stava infatti pensando ad altro, quando se lo vide davanti,
avvolto in un lenzuolo. Sorpreso, gli domand che andasse facendo in quella strana
maniera.
Ed egli: Vostra Paternit mi ha chiamato.
Si rividero un'altra mattina, nel corridoio ; Sant'Alfonso veniva avanti col suo passo
misurato e l'altro era ad attenderlo nel vano d'una finestra, guardandolo con due occhi
luminosi. Quando furono vicini, Gerardo esclam : Padre mio, voi avete la faccia di un
angelo! Quando vedo voi, mi sento consolare! .
Anche questa volta Sant'Alfonso rimase impassibile. Forse pens che il Fratello agisse
per calcolo, essendo sotto lo sguardo diretto del Rettor Maggiore e di Padri che poteva
considerare suoi emissari. E cambi tattica. Lo invi a Ciorani, con l'ordine di dargli
maggior libert di movimenti e di studiarne accuratamente la condotta. Furono incaricati
della sorveglianza i padri Rossi e Tannoia : il primo, rettore della casa ; il secondo,
maestro dei novizi.
Il padre Rossi si mise all'opera. Un giorno gli disse: Portami questa lettera a
Castellammare. Prenditi il cavallo .
Gerardo prese il cavallo per le briglie e l'uno avanti, l'altro appresso, proseguirono fino a
Castellammare.
La sera, al ritorno, il Rettore, vedendolo con le ossa rotte, gli chiese: Ma come ? Non
sei andato a cavallo ? .
E lui: No, non ne avevo l'ordine.
Il fatto non manc di fare impressione, ma l'impressione maggiore la produsse il suo
atteggiamento sereno, gioviale : mai uno sfogo, mai un risentimento, nonostante le
astuzie dei confratelli per carpirgli qualche segreto, qualche nota di stanchezza o di
malumore. Qualcuno lasciava cadere una parola di censura verso i superiori : ed egli ne
prendeva le difese. Qualcuno lo compativa per la privazione della comunione: ed egli
rispondeva: Mi basta di aver Ges nel cuore. Oppure: Me la spasso nell'immensit
del mio caro Dio! . Un altro, durante la ricreazione, lo consigli di rivolgersi
direttamente al Rettor Maggiore per ottenere la comunione. Gerardo rest un momento
sospeso ; poi, dando un gran pugno sul muretto al quale era appoggiato: No, disse, si
muoia sotto il torchio della volont del mio caro Dio! . Dopo una decina di giorni, fu
rispedito a Pagani con gli attestati pi lusinghieri, i quali per non riuscirono a
tranquillizzare completamente il fondatore.
Chi invece subito comprese di che si trattava, fu la madre Celeste Crostarosa che aveva
conosciuto personalmente la Caggiano ed era in relazione con la famiglia Cappucci di

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cui educava le figliuole. Perci si affrett a scrivere all'eroico religioso: Abbiamo


saputo la causa dei vostri travagli. Voi sempre per fare la carit, vi trovate nei guai. Fra
tutto (il diavolo) questa volta ha faticato per non farvi venire a Foggia. Sia fatta la
volont di Dio! Noi per abbiamo sempre pregato per voi e spero che lui abbia da restare
confuso. Vediamoci in Dio ove stiamo e viviamo, ed uniti amiamo quell'unico nostro
Bene Ges che tanto ci ama .
Col suo intuito femminile, la Madre aveva compreso la vera colpa di Gerardo : Voi
sempre per fare la carit vi trovate nei guai!. La sua colpa era, dunque, un'eccessiva
carit che non poteva contenersi nei limiti fissati dalla prudenza degli uomini. E questa
carit aveva giocato molto spesso - la Madre dice: sempre! - dei brutti tiri al nostro
santo che dov lottare con la malizia dei suoi beneficati. Ma niente era valso a frenare lo
slancio del suo cuore, regolato solo dal ritmo inesauribile della carit verso Dio.
Un'altra lettera la ricevette dal padre Margotta, importante anch'essa, perch ci aiuta a
comprendere le sue disposizioni di spirito durante la prova: Io che vi bramo ogni bene
e vantaggi sempre pi grandi nel divino servizio, vi confermo in questa buona volont in
cui siete di voler fare l'ubbidienza e vivere solo per fare la divina volont, obbedendo
perfettamente ai Superiori ... .
Anche ora i suoi propositi erano rimasti immutati.
Intanto, visto che le cose andavano per le lunghe senza che nessun elemento nuovo
venisse a chiarire la sorte del povero condannato, Sant'Alfonso pens d'inviarlo a
Caposele, affidandolo direttamente all'occhio sperimentato del padre Giovenale, gi
ministro di quella casa ed ora superiore interino, in seguito alla rinunzia del padre
Mazzini, avvenuta per motivi di salute. Il padre Giovenale aveva accompagnato a Pagani
l'ex-rettore infermo e si accingeva a tornare in sede. Prima di ripartire, ebbe in consegna
il povero Fratello con questa parola d'ordine: Mortificarlo, mortificarlo sempre e
dovunque e proibirgli qualunque rapporto con estranei. Poteva permettergli la
comunione domenicale.
Durezza ? Incomprensione ? Bisogna aver la forza morale dei santi per comprendere la
gravit anche di una colpa che noi chiamiamo leggiera e la necessit dell'espiazione
come mezzo redentivo dal male.
29
L'AUTOBIOGRAFIA DI UN SANTO
Era un venerd di giugno, quando, verso l'imbrunire, Gerardo saliva la collina di
Materdomini, cos chiamata dal piccolo santuario mariano al quale si addossa il lungo
edificio dei Padri Redentoristi allora in costruzione. Chiesa e collegio dominano la citt
di Caposele, bagnata dalle acque limpide del Sele che nasce a pochi passi dalle sue mura
e scorre nella valle omonima, tra una selva di ulivi. O meglio, scorreva, perch oggi il
fiume, incanalato in un superbo acquedotto, porta le acque alle genti assetate delle
Puglie.
Il santo si rec subito in chiesa a ringraziar la buona Madonna per i tanti dolori sofferti e
per il silenzio che aveva accompagnata la sua venuta. Ormai egli pensava di esser
lasciato per sempre nella cara solitudine a piangere i suoi peccati, senz'altra
preoccupazione che di amare il suo caro Dio. Amarlo di giorno e di notte, senza che il
sonno interrompesse il colloquio amoroso. Lo rivel il mattino seguente al dottor
Santorelli in una di quelle risposte pi significative, perch non preparate dalla
riflessione.

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L'amico che saliva ogni giorno dalla sottostante cittadina per partecipare alle funzioni di
chiesa e spesso alla vita di comunit, quando lo vide, credette sognare. Dopo alcune
esclamazioni di stupore l'abbracci con molto affetto, ringraziando la Vergine di avergli
concesso di rivederlo qui in terra. Poi, placati i loro reciproci entusiasmi, il Dottore che
era di buon umore, gli chiese: Beh, come hai passata la notte ? Le pulci ti hanno fatto
dormire ? .
Le terribili pulci di Materdomini erano note a tutti i congregati e anche al fondatore che,
per distruggerle, consigliava nelle stanze un pavimento a lastricato, invece dei soliti
mattoni. (Lettere, I, 278).
Gerardo rise di cuore : Le pulci ? Io le debbo ringraziare, perch mi danno pi tempo
per pensare al mio Dio.
Era una battuta spiritosa che diede l'avvio a una delle giornate pi luminose del santo.
Infatti, poco dopo, il cuore gli si apriva a un'ondata di gioia, quando il padre Giovenale
gli annunzi per l'indomani la santa comunione. Diede in grida, in eplosioni di allegrezza, ripetendo a se stesso e agli altri : Domani far la comunione ! . E inizi
alacremente la sua preparazione.
A sera, non si credette completamente pronto e chiese il permesso di passare in ritiro
tutto il tempo che precedeva l'incontro con Dio. L'ottenne e si chiuse nella sua stanzetta
a pregare. Al mattino era in coro con gli altri, ma, dopo la meditazione comune, scomparve senza che nessuno gli badasse. A una cert'ora, un confratello ebbe bisogno di lui e
lo cerc. Non trovandolo, pass la voce agli altri e, in breve, tutti si misero in moto.
Bussarono alla sua porta. Silenzio assoluto. Entrarono : il letto era spianato, il berrettino
bianco da notte giaceva intatto sul guanciale; la sedia, il tavolino, tutto in ordine, ma di
lui nessuna traccia. Lo chiamarono, lo cercarono in ogni nascondiglio: niente. Il padre
Giovenale non sapeva pi che dire. Pens che Gerardo avesse ripetuto il gesto di
Deliceto quando si nascose per tre giorni dentro un tino per attendere pi
tranquillamente alla preghiera. In tal caso, gliel'avrebbe data lui la meritata lezione!
Mentre cos rifletteva, sopraggiunse il Dottore e si affrett a comunicargli la cosa
Caro don Nicola, la sapete la nuova ? Abbiamo perduto fratel Gerardo .
No; non possibile. Fate le ricerche . Le abbiamo fatte, ma senza risultato. Sar
sotto il letto .
Ho gi fatto rovistare tutta la sua stanza. Adesso ci vado io .
E si avvi con fratel Nicola Sapia, ma il successo non fu migliore.
Non importa , concluse il Dottore, vedrete che all'ora della comunione sbucher
fuori da qualche parte.
E cos fu. Verso le nove, lo videro in mezzo al corridoio, con le vesti in disordine e la
corona tirata sulle reni. Andava avanti con l'aria pi tranquilla del mondo e stava gi per
imboccare la sagrestia, quando fu chiamato dal padre Strina e condotto davanti al padre
Giovenale che s'intratteneva col Dottore e altri padri nel cortile, vicino alla cisterna,
all'ombra della chiesa.
Il superiore lo invest subito con parole roventi; poi, sbollita l'ira, gli disse: Io ti
comando, in virt di santa ubbidienza, di dire dove sei stato .
In camera , rispose senza scomporsi.
Come in camera, se ti ho fatto cercare da tutti i fratelli e non ti hanno trovato n in
camera, n altrove ? Fai dieci croci con la lingua per terra.

152

Il povero Fratello si chin sul terreno bagnato, inzaccherandosi di fango. Si rialz


sorridente, come se niente fosse stato, e si ritrov davanti gli stessi occhi infuocati del
superiore che continuava a inveire: Ti far stare un mese senza comunione e un mese a
pane e acqua.
Ed egli: Padre mio, fatemelo fare per amore di Ges Cristo!. E si ritir in chiesa.
Se ne usci pi tardi tutto raggiante. Nella sagrestia s'incontr col Dottore e gli sussurr
all'orecchio: Non lo sai, neh ? Aggio fatta la comunione! .
Il Dottore, prendendolo per un braccio: Gerardo, dimmi proprio la verit : dove sei
stato ? .
In camera!.
Ma che Dio ti faccia santo, come e possibile se io e fratel Nicola abbiamo messa
sottosopra la tua camera, e non ti abbiamo trovato ? .
Vieni con me disse Gerardo e lo condusse a braccetto nella stanza: Ecco qui ,
soggiunse indicando un seggiolino di paglia accanto alla porta, io ero proprio li! .
Ma anche l abbiamo guardato e non ti abbiamo visto ! .
Non mi avete visto perch alle volte io mi faccio piccirillo! . Anche il padre
Giovenale con pi calma volle tornare sull'argomento: Ma si pu sapere che cosa mi
combini ? .
E Gerardo : Vi avevo chiesto il permesso di passare in ritiro tutto il tempo che
precedeva la comunione. Per non esser disturbato, ho chiesto al Signore di rendermi
invisibile .
Che misteri son codesti ? , interruppe bruscamente il superiore, per questa volta ti
perdono, ma guardati dal ripetere siffatte preghiere ! .
Rimasto solo, il padre Giovenale, ancora sbalordito, si mise a ripensare a quanto era
accaduto sotto i suoi occhi: Possibile , diceva tra s, che Dio lo ricolmi di tanti
doni, se colpevole ? .
E riand col pensiero agli anni di Deliceto, quando lo aveva conosciuto ed ammirato per
l'illibatezza della sua coscienza che fuggiva l'ombra stessa della colpa. Era semplice ed
ingenuo, incapace di un pensiero, o di una tentazione relativa alla purezza.
Un giorno gli aveva chiesto : Gerardo, perch non tieni gli occhi bassi ? .
Ed egli: E perch dovrei tenerli bassi ? .
Perch voglio cos. Ed aveva troncato un discorso che poteva turbar tanto candore.
Eppure il prudente direttore doveva moderare il suo ardore di crocifiggere quella carne
gi da se stessa ubbidiente ai richiami della ragione e della fede. Per quale motivo ? Uno
solo : Gerardo amava Ges e voleva assomigliare al Martire Divino.
Una volta il Padre aveva voluto mettere alla prova il suo amore. Accortosi che, ricevuto
il Signore, usciva dai sensi, gli aveva comandato di servirgli la messa appena fatta la
comunione.
Ma, Padre... , aveva risposto timidamente.
Che Padre ?... Non vuoi far l'ubbidienza ? Fai la comunione al principio della messa e
poi me la servirai.
Il povero Fratello aveva tremato, poi, facendosi una violenza disperata, era arrivato alla
fine. Non ne poteva pi e cadde dietro l'altare, in estasi silenziosa. Per tutta la messa
aveva lottato contro Dio, pur di ubbidire.
Perch l'ubbidienza era allora la virt caratteristica di quell'anima. E il padre Giovenale
ricordava un autentico miracolo operato in virt di santa ubbidienza.

153

Un giorno, allora egli era superiore interino, gli fu annunziato che Gerardo giaceva a
letto in preda a una febbre violentissima. And difilato nella sua stanza e Come ? , gli
disse, c' tanto da fare e tu te ne stai a poltrire sotto le coperte ? Su, su ! In virt di
santa ubbidienza, fatti passare la febbre, e mettiti al lavoro .
Un momento dopo, l'ammalato, completamente guarito, era al lavoro. Ma portava uno
scrupolo sulla coscienza: fino a quando dovesse restare in buona salute. Ed era tornato
dal superiore a chiedere spiegazioni: Padre, dunque non debbo farmi tornare pi la
malattia ? .
Il Padre, che era per partire, rispose: Finch io non torni dalle missioni, voglio che tu
stia bene .
Tali ricordi gli tornavano in mente e lo commovevano ancora. S, diceva tra s, lo rivedo
dopo due anni, e due anni sono pur qualche cosa; ma mai possibile che un'anima simile
possa cadere non dico in una colpa, ma in una leggerezza pienamente avvertita ? E, in
questo caso, come mai Dio continua a gratificarlo di doni straordinari ?
Assillato da questo pensiero, decise di conoscere a fondo lo stato di quella coscienza:
cio, le sue intenzioni, i suoi desideri, i suoi sentimenti, i suoi propositi, rendersi conto
esatto se fosse Dio che operava tanti fenomeni meravigliosi o il demonio travestito da
angelo di luce. Perci, gli ordin di mettere fedelmente in iscritto tutto ci che passava
nella sua anima: dai mezzi esterni con cui macerava la carne a tutto quel mondo di
pensieri, di affetti, di ideali con cui nutriva lo spirito e lo spronava verso la santit.
Da questo comando del superiore, abbracciato con docilit e senza reticenze, nato quel
Regolamento di vita che l'indice pi completo della spiritualit di Gerardo, maturata
dalla prova.
Il Regolamento procede dall'esterno cio dalle mortificazioni pi frequenti nel giorno,
nella settimana e nell'anno. Ma avvertiamo subito che la parola esterno ha un significato
convenzionale, perch tali mortificazioni mirano a piegare lo spirito davanti alla
grandezza di Dio: quindi, sono essenzialmente atti di adorazione e di amore che iniziano
il giorno e le azioni importanti del giorno, o ringraziano Dio dei privilegi concessi ai
suoi santi.
Cos, appena alzato, Gerardo si stender bocconi per terra, strisciando nella polvere nove
volte la lingua a forma di croce, in onore della Santissima Trinit.
Appena vestito, nasconder sul petto una maglia di punte ferrate a forma di croce, a
simboleggiare la repressione degli affetti terreni, i quali devono mantenersi nella purezza
voluta da Dio.
Cosparger il cibo di erbe amarissime per trasformarlo in sacrificio di lode.
Intensificher queste mortificazioni il mercoled in onore dell'abitino del Carmine; il
venerd in onore della passione del Signore; il sabato, in onore della Madonna. In tali
giorni inizier il suo pasto strisciando nove volte la lingua per terra; manger in ginocchio, in atteggiamento di preghiera; cosparger il cibo di assenzio e lascer le frutta.
Il sabato lo passer a pane ed acqua. La sera si stringer sulla fronte e sulla coscia una
piccola rete di ferro, irta di punte, larga quattro dita ; si stender per dormire su un'altra
rete di punte, larga un palmo e lunga tre palmi ; e si cinger le braccia con anelli di punte
ferrate.
In tutte le novene di Ges, di Maria Santissima e dei suoi santi protettori, alle anzidette
mortificazioni aggiunger ogni giorno una disciplina con funi nodose spalmate di cera;

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mentre una volta durante la novena, si batter con punte acuminate di ferro. Altre
penitenze straordinarie le chieder, volta per volta, al suo superiore.
Dalle strettoie della carne si slarga una visione potente di altissimo respiro che s'innalza
fino a Dio sulle ali dell'amore, ma di un amore che abbraccia nel suo volo di ascesa le
creature della terra e del cielo : Dio mio, io vi amo con tutti gli atti di amore fattivi da
Maria Santissima e da tutti gli Spiriti beati dal loro principio fino adesso e dai fedeli di
tutta la terra; con quell'amore che Ges Cristo porta a se stesso, a tutti i suoi diletti e a
Maria Santissima .
Ma quest'amore affettivo non resta fine a se stesso ; si consuma in un'estasi
d'immedesimazione alla divina volont: Amare assai Dio; unito sempre a Dio; fare
tutto per Dio, amare tutto per Dio; conformarmi in tutto al suo santo volere; patire assai
per Dio.
Amare, fare, patire, un trinomio che procede di pari passo amare in Dio, agire in Dio,
soffrire in Dio, partendo sempre dalla stessa molla iniziale: la volont di Dio. La volont
di Dio lavoro, orazione, contemplazione, santit, tutto : Pensa che non ti farai santo
con lo stare in continue orazioni e contemplazioni: la migliore orazione stare come
piace a Dio ; essere santo col divino volere, cio in continui impieghi per Dio, questo
Dio vuole da te.
Impieghi per Dio: cio impieghi avuti da Dio, esercitati per Dio e in vista di Dio, senza
tener conto dei giudizi pi o meno fallaci del proprio orgoglio e di quelli interessati di
tutto il mondo. Gerardo vuole agire commisurando le proprie forze con le forze stesse di
Dio che rende infinite le risorse della natura: Non metterti soggezione di te stesso e di
tutto il mondo : basta avere Dio presente nei detti impieghi ed essere sempre in Dio.
Voglio operare in questo mondo come fossimo io e Dio.
Se Dio con lui, egli non teme nulla, perch allora la sconfitta vittoria; il dolore, un
premio: pena infinita il patire e non patire per Dio. Patire tutto e patirlo per Dio non
niente. Niuna pena pena, quando si opera davvero.
A questa santit, che conquista giornaliera, Gerardo sprona, momento per momento, la
propria volont: Una volta ho la bella sorte di farmi santo; se la perdo, la perdo per
sempre.
Ma lo sprone pi efficace sono i suoi propositi che vogliono tradurre nella pratica le
aspirazioni infiammate della sua anima. In che modo ? Con l'umile confidenza in Dio e
la diffidenza di se stesso, perch la volont umana, da s, non capace che di frapporre
indugi all'azione della grazia. Perci i suoi propositi sono spesso formulati a guisa di
preghiera: escono dal cuore, non come energia autonoma, ma come grido d'implorazione
all'Altissimo. Implora l'aiuto del suo Ges da cui tutto spera; poi dello Spirito Santo che
sceglie per consolatore e postulatore di tutto ; poi della Vergine Santissima: E tu,
unica mia gioia, Immacolata Maria, tu ancora mi sii seconda protettrice e consolatrice in
tutto quello che mi accadr. E sii sempre l'unica mia Avvocata presso Dio... ; infine dei
suoi avvocati e protettori, particolarmente di Santa Teresa, Santa Maria Maddalena dei
Pazzi e Santa Agnese.
In ultimo si rivolge a se stesso, tra il timore e la speranza Ahim Gerardo, che fai ? Sai
che un giorno ti ha da essere rinfacciato questo scritto, tutto questo scritto. Perci
pensaci e pensaci bene ad osservarlo .
Ma la vittoria sar di Dio cui il santo si appoggia: Ma chi cos mi parla ? S, tu dici
bene, ma non sai che di me mai me ne sono fidato, n mi fido, n mi fider per aver

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conosciuta alquanto la mia miseria; ma solo mi fido e spero in Dio ed in Lui spero di
poter osservare quanto gli prometto.
La prima promessa e la prima domanda a Dio non pu essere che quella di fare in tutto e
sempre la divina volont: Mio caro Dio, unico Amor mio, oggi e per sempre mi
rassegno alla vostra divina volont ed in tutte le tentazioni e tribolazioni dir : Fiat voluntas tua! Terr sempre gli occhi al cielo per adorare le vostre divine mani che spargono
su di me gemme preziose del suo divino volere .
Ma la volont divina s'incarna nella Chiesa e nei superiori e questi tre termini diventano
per Gerardo equipollenti. Dir spesso nelle sue lettere: Dio vuole cos , quando invece
l'hanno voluto la sua regola o i superiori. Perci il proposito di fare la volont di Dio si
estende all'ubbidienza assoluta alla Chiesa e alla gerarchia della Chiesa: Signor mio
Ges Cristo, far quanto la Chiesa Cattolica mi comanda .
Ai superiori, nella dignit, sono equiparati i sacerdoti, tutti i sacerdoti: Da oggi avanti
tratter con Sacerdoti con tutto il riserbo possibile, come fossero la persona di Ges
Cristo, riguardando in essi la gran dignit.
Questo amore effettivo alla divina volont presuppone lo esproprio di se stesso, cio
della propria volont e del proprio egoismo insomma di tutto ci che non Dio: Sar
povero d'ogni piacere di mia volont; ricco d'ogni miseria. Non siano pi in me queste
parole : voglio e non voglio ; vorrei e non vorrei ; ma solo : vota tua, Deus, et non mea
. Per fare quello che vuole Dio, bisogna che mi stacchi da tutto ci che non Dio. Mi
scorder di cercare qualunque cosa per comodo proprio.
L'annullamento vero di se stesso si realizza col desiderio costante di perdersi nel
numero, di amalgamarsi con la massa Non dir mai bene o male di me stesso, ma far
come se non vi fossi .
Ad ogni parola che volessi dire che non sia di gloria di Dio, dir la giaculatoria : Ges
mio, io t'amo con tutto il cuore .
Sar nemico d'ogni particolarit .
Una volta spezzate le barriere dell'egoismo, l'amore prorompe esultando all'esterno,
abbracciando nel suo circuito il prossimo che l'immagine stessa di Dio. Tale amore si
manifesta prima di tutto nel non peccare verso i fratelli: Non dir mai i difetti degli
altri, neppure per ischerzo. Sempre scuser il prossimo; specialmente in sua assenza,
considerando in esso la persona di Ges Cristo, quando veniva innocentemente accusato
dagli Ebrei .
Notevole quest'ultimo pensiero che svolge con coerenza implacabile il grande
comandamento del Vangelo. Se il prossimo Ges, ne segue che chi mormora contro il
prossimo, mormora contro Ges e, dato che Ges non pu non essere innocente, la sua
mormorazione si risolve in una menzogna. Si ripete cos nei secoli la menzogna dei
farisei che condannarono a morte il Giusto per eccellenza.
Il prossimo, dunque, per quanti delitti possa avere sulla coscienza, pu essere colpevole
davanti a Dio, ma conserva davanti ai suoi fratelli la propria innocenza. Perci chi
l'accusa, mentiste ed degno di essere ripreso, qualunque sia la sua dignit: Avviser
ognuno, ancorch sia il Rettore Maggiore, quando dir male del prossimo . Basterebbe
questo proposito per darci la misura della forza morale del santo, in apparenza cos
remissivo. Ma questa forza morale sa manifestarsi con discrezione - e prudenza:
Quando mi accorger dei difetti del prossimo, lo avviser da solo a solo, con voce
bassa e tutta carit.

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Tale carit, come quella del Maestro, abbraccia l'anima e il corpo, o meglio, sale
all'anima per mezzo del corpo: Quando vedr qualche bisogno di un Padre o di un
Fratello, lascer tutto per aiutarlo. Basta che non vi sia l'ubbidienza in contrario .
Visiter pi volte al giorno gli infermi, purch mi venga permesso .
Dal corpo passando all'anima, il suo pensiero corre naturalmente alle colpe che ne
deturpano il candore e al sangue di Ges che le lava Le mie orazioni e comunioni
siano sempre per i poveri peccatori, unite al Sangue di Ges Cristo... O mio Dio, vi
potessi convertire tanti peccatori, quante sono le gocciole d'acqua del mare, i granelli
d'arena, le fronde d'alberi, gli uomini della terra e tutte le creature !.
Ma il lato pi affascinante di tale carit questo : che mentre appare in veste
squisitamente soprannaturale, ha sfumature e delicatezze materne : nulla le sfugge.
Dove c' una sofferenza, ivi si manifesta, perch ivi c' Dio: Quando so che qualche
persona vive come vuole Dio, e non ha forza di patire il dolore, io pregher Dio per lei,
offrendogli anche quanto faccio.
Il precetto di consolare gli afflitti poche volte ha avuto un'applicazione cos esatta,
generosa e delicata.
Cos concepita, tutta la vita di Gerardo diventa una lode perenne al Creatore, scandita,
momento per momento, col battito delle proprie arterie. Tutto viene santificato, tutto
viene naturalmente rapportato alla sovrana grandezza della Santissima Trinit, perfino
quelle che sono le azioni pi naturali e istintive della natura. Ecco, p. es., come viene
santificato il pasto : prima e dopo, egli dir: Tre Gloria Patri alla SS. Trinit e tre Ave
Maria alla Divina nostra Madre; nel dividere il pane in ogni fetta: un Gloria Patri; nel
bere l'acqua o il vino: un Gloria Patri.
Al suono delle ore, un'Ave Maria alla Vergine .
Ogni creatura viene osservata sotto la luce di Dio e riportata al suo centro naturale da cui
le deriva l'essere: un filo d'erba, un fiore, un uccello. E viene amata per questo carattere
sacrale.
Racconta il padre Celestino De Robertis che Gerardo stendeva le mani fuori della
finestra e gli uccellini dell'aria correvano a posarvisi sopra.
Ma quest'atto di lode salir pi intenso alla Santissima Trinit, quando s'incontra con n
simbolo o con un'immagine che gliela ricordi : Alla Santissima Trinit: mi protesto di
farvi questa piccola devozione : cio dirvi un Gloria Patri, tutte le volte che miro croci o
pitture d'alcuna delle Tre Persone divine, o in sentirle nominare, ed in principio ed in
fine d'azione.
A Maria Santissima: nell'istessa maniera intendo fare quando vedr donne, dicendo
un'Ave Maria alla sua Purit .
Queste ultime parole hanno bisogno di essere inquadrate nel contesto. Come Gerardo
loder la Santissima Trinit nel vedere qualche cosa che la ricordi, o la simboleggi qui in
terra, quali croci, o pitture, cos ancora loder la purezza della Madonna, quando scorger un'immagine che gliela ricordi. Questa immagine vivente la donna, ogni donna.
Ella, la creatura gentile che sotto l'influsso della spiritualit francescana, aveva parlato al
cuore della prima grande scuola poetica italiana del Dolce stil novo , oggi torna a
parlare al cuore di questo poeta istintivo con una visione di purezza che rispecchia la
purezza stessa della Madre di Dio. la visione mariale della donna che riflette la luce di
Dio, solo perch ritrasmette la luce di Colei che la creatura pi nobile dell'universo per
il privilegio della sua Immacolata Concezione.

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Ancora una volta la preghiera del mistico s'incontra con l'intuizione del poeta in una
suprema immagine di bellezza angelicale.
30
UNA BOCCA DI PARADISO
Intanto a Lacedonia la Nerea Caggiano non trovava pace. Non la trovava da quando
l'invidia e tutte le passioni che fanno capo alla gelosia l'avevano spinta a calunniare il
suo benefattore. Forse da principio non si era resa conto della gravit del suo atto; forse
aveva creduto che tutto si sarebbe risolto con l'allontanamento di Gerardo dalla citt. Ma
quando cominci a sentire le gravi sanzioni inflitte alla vittima innocente, allora svan la
magra soddisfazione iniziale, e, rosa dal rimorso, si present al confessore con una
lettera di ritrattazione integrale.
La notizia commosse profondamente il fondatore e quanti conoscevano la santit del
calunniato. Commosse specialmente il grande amico di Gerardo, padre Margotta, uomo
di austeri costumi e santa vita, ma irrequieto di carattere, tormentato di coscienza, con
una punta di insofferenza verso se stesso e gli altri. Apparteneva anche lui alla casa di
Caposele, ma faceva spesso la spola tra Napoli e Pagani per il disbrigo delle sue funzioni
di procuratore dell'Istituto. A Napoli alloggiava fuori Porta S. Gennaro, al Sottoportico
Lopez, angolo di Via dei Vergini, in un appartamento del palazzo Liguori che il
fondatore aveva messo a disposizione dei congregati. Vi conduceva una vita di tale
sacrificio che spesso si sfamava mendicando una minestra alla porta del collegio dei
Geromini coi pezzenti della strada.
Ora il padre Margotta, giunto a Pagani dopo la ritrattazione della Nerea, quando
l'ambiente era pieno di ammirazione per Gerardo, volle tentare un colpo presso il
fondatore. Cominci col parlargli delle virt eccezionali dell'umile Fratello, studiando
l'effetto che le parole producevano sul suo interlocutore. Questi ascoltava a capo chino,
corrugando ogni tanto l'ampia fronte sfuggente sotto i radi capelli. Poi, fissandolo coi
suoi piccoli occhi socchiusi dietro le forti lenti, disse: Ho conosciuto le virt di questo
Fratello. Se altre non ne avesse, mi basterebbe come si comportato in questa circostanza .
Era il momento giusto e il padre Margotta seppe coglierlo : Se V. Paternit lo
permettesse, vorrei condurlo con me a Napoli. Oltre tutto, potrebbe servirgli di svago .
Ma internamente pensava: Potrebbe sollevarmi dalle mie tribolazioni . Da quelle
tribolazioni divenute ormai intollerabili. Avuto il consenso, si affrett a scrivere a
Caposele e, verso la met di luglio, Gerardo era a Pagani. Vi tornava con la stessa calma
e giovialit con cui n'era partito un mese prima sotto il peso dell'accusa. Nessun segno di
soddisfazione o di gioia. Solo un sorriso d'indifferenza verso chi si congratulava con lui.
Qualcuno se ne meravigli : Ma come, non te ne importa ? Eppure si tratta di te, del
tuo onore! .
Ed egli allora rispose come nei mesi difficili della prova: La mia causa nelle mani di
Dio. Ci che Lui dispone, sempre il meglio per me.
Sant'Alfonso questa volta lo accolse coi segni di una gioia contenuta, ma cordiale,
trattenendolo a lungo colloquio. Prima di congedarlo, gli espresse la propria meraviglia
perch non si fosse lasciata sfuggire una sola parola di giustificazione.
La risposta di quelle che scolpiscono un'anima per l'eternit E come avrei potuto
farlo, se la regola proibisce di scusarci e vuole che si soffra in silenzio qualunque
mortificazione ? .

158

Per, riprese confidenzialmente Sant'Alfonso, non potete negarmi che vi siete


rattristato nel vedervi privo della comunione! . Io ? , rispose Gerardo, io
rattristarmi ? E perch ?... Se era Lui che non voleva venire da me ? .
Sono le ultime battute dello scontro tra due santi, provocato da elementi estranei alla
loro volont, ma favorito da due caratteri in molti punti antitetici. La natura rimane
intatta accanto alla grazia per giuocare il suo ruolo di primaria importanza. L'essenziale
non di non errare, ma di saper riparare i propri errori, anche involontari. E questo va
ascritto a merito di Sant'Alfonso.
Passeranno quindici mesi e il giudice severo di ieri diventer il primo apologista
dell'umile accusato. Lo definir un nuovo San Pasquale Baylon per la larga scia dei
miracoli che diffondeva all'intorno ; e ne propagher le immagini fatte stampare
dall'amico don Benedetto Graziola. Molti anni pi tardi, sul letto di morte, i suoi
religiosi gli presenteranno ancora una volta l'effige dell'umile Fratello :
Raccomandatevi a lui : fa tanti miracoli ! .
Ma il fondatore, ormai decrepito, tentenner la testa incollata sul petto, come per dire:
Non pi tempo di miracoli questo. Sento la voce di Dio che mi chiama. E andr a
ricongiungersi nel cielo dei giusti col suo grande figliuolo spirituale.
Il campagnolo che s'inurba ha sempre suscitato il riso dell'osservatore smaliziato : tanto
divertente con quegli occhi smagati e quel naso all'aria ! Ma s'inganna chi crede che il
nostro Gerardo abbia mostrato la minima sorpresa nel passare dagli abituri della Lucania
alla superba metropoli che allora figurava tra le citt pi cosmopolite d'Europa. La
Napoli del Settecento era ravvivata da un soffio d'Illuminismo romantico che allineava
sulle sue strade monumenti fastosi, ricalcati sui modelli greco-romani, venuti in luce
dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Nelle nuove vie e negli antichi angiporti si
rimescolavano le ricche livree di illustri famiglie e i cenci della plebaglia spiantata. E
l'animazione era sempre nuova, varia e ricca di sorprese, tanto da giustificare il
proverbio del tempo : Vedi Napoli e poi muori! .
Ecco invece come il santo annuncia alla madre Maria di Ges la sua nuova destinazione:
Io mi trattengo in Napoli per compagnia del Padre Margotta; ed ora pi che mai me la
scialo col mio caro Dio! .
Ora pi che mai! Proprio a Napoli, ha ritrovato i tempi della sua giovinezza, quando
poteva trattenersi con Dio, senz'altra preoccupazione che di amarlo immensamente. Il da
fare era ben poco con due persone che si contentavano di tutto. Il padre Margotta
tornava a casa nelle ore pi impensate e chiedeva solo se c'era qualche cosa da portare in
bocca. Delle volte non trovava nulla e il pranzo si conchiudeva in due battute: Cosa c'
da mangiare ? .
E Gerardo : Quello che avete ordinato. Niente avete ordinato e niente trovate.
Cos il nostro santo ebbe tutta la libert di correre di chiesa in chiesa dove erano di turno
le Quarantore, finch non fu rivelato dalla sua carit. Allora, addio libert, addio riposo!
Egli si lasci prendere nelle spire di occupazioni sempre nuove che non gli lasciarono un
minuto di requie. Nella lettera del 28 luglio a suor Maria Celeste dello Spirito Santo, dir
: Mi dispiace che non vi posso scrivere a lungo, per tanta pressa che ho. Perch ho da
uscire e sono aspettato in Chiesa. Sia fatta sempre la Divina Volont! (o.c., pag. 36).
La giaculatoria, pi che le parole, lascia capire quanto fosse assorbente il suo lavoro.
Aveva cominciato col visitare, a pochi passi da casa, l'ospedale degli Incurabili, dove si
accatastavano i mali pi ripugnanti che non trovavano rimedi nell'arte sanitaria. Il vasto

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cortile era abitato dagli infermi di mente : una folta colonia che versava nelle peggiori
condizioni morali. Gli infelici, gettati alla rinfusa in ambienti malsani, a contatto solo
con infermieri aguzzini, finivano per perdere le ultime tracce della loro umanit, ed
offrivano lo spettacolo della depravazione pi immonda.
merito eccezionale di Gerardo l'aver compreso la capacit di redenzione di quegli
sventurati e l'aver tentato efficacemente la tattica della carit per penetrare nei loro cuori.
Passava con disinvoltura dall'uno all'altro, con uno scherzo, un saluto, un incoraggiamento. Presto si formavano intorno a lui capannelli di nasi all'aria e di bocche
semiaperte : ascoltavano, ridevano, ripetevano le sue parole, le sue preghiere, i suoi
segni di croce. Capivano ? Non capivano ? Gerardo non se lo domandava: a lui bastava
di fare qualche cosa, affidando il resto alla misericordia di Dio.
Fra una preghiera e l'altra, scivolava leggiero tra i gruppi, affondando la mano nei
tasconi rigonfi e tirandone fuori chicche e leccornie. Gongolava quando quei poveri
infermi schioccavano rumorosamente la lingua e stendevano ancora la mano. Alla fine,
prendeva il Crocifisso e con gesti e parole alla buona li esortava a picchiarsi il petto, ad
alzare gli occhi al cielo. Dava anche immagini di santi e le baciava alla loro presenza,
invitandoli a fare lo stesso. Nei momenti di lucido intervallo, quando i pazzi perdevano
la fissit vitrea dei loro occhi e s'intenerivano e piangevano, faceva loro ripetere a voce
alta l'atto di dolore e li lasciava consolati.
Da allora quei miserabili lo considerarono come il loro amico e protettore. Quando lo
vedevano spuntare nel cortile assolato, gli correvano incontro e gli facevano gran festa.
Parlavano tutti insieme: Padre mio, tu ci consoli! Noi vogliamo star sempre con te.
Non lasciarci pi ! Hai una bocca di paradiso ! .
Una volta giunsero col loro entusiasmo fin quasi a soffocarlo. L'avventura la raccont
Gerardo stesso al padre Caione con la solita gaiezza spiritosa.
Quel giorno egli era stato pi attivo del solito, distribuendo frutta e zolle di zucchero,
immagini e sorrisi luminosi. Era gi sul punto di congedarsi e stendeva le braccia al
saluto su di un groviglio di mani convulse, quando si sent afferrare stretto da due pazzi.
Cerc di convincerli con le buone : niente. Cerc di svincolarsi ; peggio ancora: quelle
braccia lo stringevano come branche di acciaio. Torn a raccomandarsi di lasciarlo
andare, promettendo che sarebbe tornato. Ma quelli insorsero, serrandolo sempre pi
nelle loro spire: Nossignore, non ti vogliamo far partire pi da noi. Devi restar sempre
con noi. Non troviamo un altro che ci consoli come te. Quelle cose che tu ci dici, non ce
le dicono gli altri. Hai una bocca di paradiso .
Stava per essere soffocato, quando un pazzo nerboruto si fece addosso ai compagni,
gridando loro: Ol ! Non tanta confidenza col confessore dei pazzi ! .
E, allargando insieme le braccia, sferr una doppietta di pugni sul loro petto,
obbligandoli a sciogliere la stretta attorno al malcapitato. Il quale, ne siamo certi, il
giorno dopo torn come prima, tra i suoi amici.
Dall'ospedale degli Incurabili pass negli oscuri bassifondi tra i lazzaroni, gli scugnizzi,
gli avventurieri e gli appaltatori d'imprese rischiose, i cosiddetti : guappi. Dappertutto
lasci i segni del suo passaggio nelle conversioni numerose.
Dalla strada penetr nell'ambiente degli artisti. Un giorno passava infatti in San Biagio
dei Librai, rasente le mura accaldate dal solleone, quando i suoi occhi caddero su alcuni
busti di santi, schierati dietro la porta. La porta si apriva in un antro buio, invaso dal
fumo e dall'acre odore di colla e cartapesta.

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Gerardo si ferm a contemplare alcuni busti di Ges appassionato : d'uno in altro, si


trov, senza saperlo, a contatto diretto con alcuni giovanotti che, sotto la guida del
maestro, modellavano le immagini nel gesso ; poi le passavano nella cartapesta e le
dipingevano al naturale. I colori sgargianti, gli atteggiamenti enfatici, le espressioni
violente accennavano a un sentimento pi visivo che reale, pi eloquente che profondo:
Ma al santo quelle figure sembrarono vive e parlanti, perch trovavano una certa
corrispondenza coi sentimenti del suo cuore. Perci cominci ad interessarsi di colla,
pennelli e colori, e a chiedere spiegazione d'ogni cosa. Infine prese in mano i ferri del
mestiere e si mise alla scuola col pi grande entusiasmo. Poteva finalmente esternare
quella visione di Ges sofferente che dall'infanzia gli parlava nel cuore, guidando la sua
mano nella costruzione di altarini e sepolcri. L'adulto ritrovava cos la linea di sviluppo
della sua fanciullezza. Era lo stesso bisogno del sensibile che accendeva la sua fantasia,
avvalorava il suo apostolato e lo spingeva a santificare un ambiente che quasi sempre il
pi abbandonato. L'umile Fratello ha compreso che il mezzo migliore per giungere agli
artisti quello di interessarsi del loro lavoro, apprezzarlo e magari esercitarlo. L'averlo
compreso la sua gloria.
Ecco, dunque, il nostro santo passare ogni giorno dalla via saettata dal sole di agosto
nell'antro nero degli artisti. Sedeva sul suo sgabello e guardava sospirando quelle figure
allineate sul bancone ; poi aggiustava alle forme i fogli di cartapesta e l'immagine
sorgeva sotto i suoi occhi. Ancora alcuni tocchi di colore e sembrava animarsi di vita
interiore. Era un lavoro-contemplazione. Una contemplazione plastica che ricostruiva le
cose vissute dalla sua fantasia, le amava e le palpava con la sua sofferenza, incurante
delle lunghe ore di applicazione, della vernice che inzaccherava le sue vesti, del fumo
che si depositava sulla sua faccia estenuata. Una vera macchietta d'artista sognatore che
doveva destare l'ilarit dei monelli.
Un giorno che era alle prese con colla e colori nella bottega di San Biagio dei Librai e la
sua faccia spiccava pi giallastra tra le spire del fumo, all'improvviso, una mano gli
rote sugli occhi; poi due dita si calarono sulle sue palpebre; due altre gli schiacciarono
il naso. Prima di rendersi conto di ci che accadeva, ud la voce di un monello che
diceva tra uno sberleffo e l'altro: Gioia mia, quanto sei bello!.
Fu un attimo, perch i padroni si gettarono addosso allo scugnizzo che se la diede a
gambe, ma Gerardo era rimasto tranquillo al proprio posto, perduto nel suo sogno di
artista.
Dagli artisti pass ai librai e ai santari. Col pretesto delle compere, si metteva a contatto
con commessi e padroni. Poche battute, l, dietro un bancone, uno scaffale, una statua, e
l'esito era sicuro.
Un giorno entr col sacerdote don Francesco Colella in un negozio di articoli religiosi.
Mentre il compagno esaminava medaglie, corone e crocifissi, il proprietario attacc
discorso di cose spirituali tattica non insolita tra simili commercianti, forse per
convincere l'acquirente della loro onest. Ma con Gerardo non servivano chiacchiere. Lo
chiam in disparte e gli pose sotto gli occhi il quadro poco edificante della sua vita. Tra
l'altro, gli ricord un peccato molto grave e segreto ; poi, esortandolo a vera penitenza,
usc dal negozio.
Il padrone, costernato e sconvolto, si accost al sacerdote e gli disse: Questo Padre
deve essere un gran servo di Dio ! .
Lo davvero! rispose.

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Me ne sono accorto. Pensi: mi ha manifestato un peccato che non lo sapeva nemmeno


l'aria!.
Questi contatti quotidiani non potevano esaurirsi nelle poche parole scambiate in un
negozio o sul marciapiede, tra le spinte dei passanti: richiedevano altri colloqui fatti in
luoghi e tempi pi opportuni. Perci ogni giorno l'ospizio rigurgitava di persone d'ogni
condizione sociale, tra cui sacerdoti e religiosi. Egli non si rifiutava a nessuno, senza
risparmio di tempo e di fatica, nonostante il caldo soffocante di agosto. Per fortuna ai
primi di settembre, gli venne in aiuto il Padre Margotta, conducendolo a Caposele, in
compagnia dei pellegrini che affluivano per la sagra della Nativit di Maria.
Quante gioie in quel ritorno ! Lo attendeva a braccia aperte l'indimenticabile don
Benedetto Graziola, ospite in collegio per un periodo di raccoglimento e di preghiera. E
lo attendeva il nuovo rettore, padre Gaspare Caione.
Era questi un giovane di 32 anni, laureato in diritto all'universit di Napoli e da soli tre
anni nell'Istituto, ma gi ammirato da tutti per il felice connubio di natura e di grazia,
d'intelligenza e di carattere. Forse un po' freddo e calcolatore, ma prudente nelle imprese, costante nelle iniziative, sempre padrone dei propri nervi, nonostante le molteplici
occupazioni. Sant'Alfonso aveva fatto un vero sacrificio nel privarsi della collaborazione
diretta di un Padre tanto eccellente, ma non poteva scontentare l'arcivescovo di Conza
affezionatissimo all'Istituto nella cui diocesi era la casa di Caposele da lui fondata.
L'evento corrispose alle aspettative, perch il padre Caione, nei quasi venti anni che
diresse quella comunit, oper un bene immenso, conquistandosi larghe simpatie in ogni
strato della popolazione e riscuotendo grande stima nelle alte sfere ecclesiastiche. Poi
pass nel collegio di Benevento dove raccolse una ricchissima collezione di
numismatica, andata a finire nelle mani rapaci del Talleyrand. Ma la sua gloria maggiore
quella di essere stato l'ultimo superiore del santo e d'averci lasciato le uniche notizie
autentiche della di lui santit.
Ma con la gioia non venne a Gerardo il desiderato riposo. Anzi il lavoro si accrebbe
durante la sagra dell'otto settembre per i pellegrini affluiti da tutta 1'arcidiocesi e dai
luoghi dove egli aveva esercitato il suo apostolato o se ne era diffusa la fama. Dovette
farsi tutto a tutti per portare tutti a Dio. Da tale ansia di bene fioriscono anche questa
volta i miracoli.
Una mattina incontr la signora Emanuela Vetromile che sembrava sotto il peso di una
grave sciagura. Era venuta da Muro nella citt natale di Caposele, per partecipare alla
festa, ma ormai la festa si andava trasformando in mortorio per la malattia di una
nipotina. Ora si recava in chiesa per raccomandarla alla Madonna. S, s, prega pure la
Madonna , le rispose Gerardo, ma non temere. Appena torni a casa, le farai una croce
sul petto in nome di Dio e sar guarita.
Dopo le feste, come sappiamo da una lettera di S. Alfonso (Lettere, I-268), il santo ebbe
l'ufficio di economo con la sorveglianza della fabbrica e dei campi. Di sua volont, si
assunse il compito di aiuto infermiere, spinto dal naturale desiderio di sollevare le
sofferenze degli altri, specialmente se mortali. Allora, per prima cosa, invocava
sull'infermo l'aiuto divino. Un giorno che tratteneva in giardino un giovanetto malato del
luogo, un certo Nicola Benincasa, questi, vinto dall'amabilit del santo, tra se stesso
diceva: Gerardo, fratello mio, tu sei cos buono e fai tanti miracoli per gli altri,
possibile che proprio per me non fai nulla ? Perch non preghi Dio anche per me ? .

162

Cosa stai dicendo ? lo interruppe Gerardo, come ? Io non prego per te ? Ah no,
figlio mio, non vero. Ma Dio non vuole guarirti perch tu non sei per questo mondo !
E la sua profezia si avver molto presto.
Ma l'inesorabilit del male, e l'uniformit al volere di Dio, accendevano la sua carit e
affinavano le sue premure, quasi volesse compensare l'infermo della brevit dei suoi
giorni. Lo seppe il chierico Pietro Picone che, consunto dalla tisi, si preparava a volare al
cielo da quella stessa casa di Materdomini. Era un angelo e Sant'Alfonso, pur di salvarlo,
aveva deciso d'inviarlo dai migliori professori di Napoli, quando Gerardo venne a
prestargli i primi servigi. Torn altre volte anche nelle ore notturne.
Una sera, verso mezzanotte, l'infermo chiese di lui ; ma il fratello assistente credette
bene di non disturbarlo. Lo sapeva ammalato e soggetto agli stessi sbocchi di sangue.
Ma, mentre usciva di stanza, ecco incontrarsi con Gerardo che correva al capezzale del
malato. Chi lo aveva chiamato ? Solo la sua carit.
Dopo qualche giorno, il Picone non sapeva fare pi a meno del santo : tanto che
scongiur il padre Caione di essere lasciato a Caposele vicino a lui, mentre era gi
pronta la carrozza che doveva portarlo a Napoli.
Un fratello coadiutore, ammalato di una malattia ributtante, confidava nello stesso tempo
al superiore: Oh Dio, questo Fratello mi sana e mi consola!. E si commoveva fino al
pianto.
Quale meraviglia se, dopo tante occupazioni, verso la fine di settembre, Gerardo torn a
Napoli, completamente sfinito ? Solo passando attraverso il cuore di un santo, il dolore
diventa gioia per gli altri.
31
SU QUESTA AMARA CROCE
Un giorno il padre Margotta invit Gerardo ad accompagnarlo alla chiesa di San Giorgio
Maggiore dove fratel Cosimo, un religioso dei Pii Operai, otteneva favori dal cielo,
benedicendo i fedeli con l'immagine di Nostra Signora della Potenza. Voleva un sollievo
dalle agitazioni spirituali che soffriva da mesi, senza trovar refrigerio nella preghiera e
nella penitenza.
Andiamo pure , rispose il santo, ma per ora la grazia non l'avrete .
Verso sera uscivano dal vasto tempio incrostato di barocco. La brezza saliva dal mare a
rimescolare l'aria dolciastra dell'autunno incipiente e il povero Padre si fermava ogni
tanto a respirare, come sorpreso dall'affanno. L'umile Fratello, mosso a compassione, gli
disse: La guarigione l'avrete; l'avrete certamente, ma pi tardi. Passarono alcuni mesi.
Gerardo era a Caposele in una grigia giornata di dicembre e scriveva in guardaroba,
quando entr il dottor Santorelli : Che facciamo, caro Gerardo ? gli chiese.
Il santo, alzando gli occhi dalla carta, rispose: Scrivo a Pagani per avvertire il padre
Margotta che finalmente giunta l'ora della sua liberazione.
ll'indomani il padre Margotta si trovava coi confratelli nel coro di Pagani, quando a un
tratto, sent come una mano passargli sulla fronte e sul petto e un velo cadergli dagli
occhi. Si riscosse il petto si dilatava, come premuto internamente da una gioia non
provata da anni; tutto il corpo sprizzava agilit e freschezza. Si alz, scoppiando in
lacrime, e corse ad abbracciare i confratelli i quali ridevano e piangevano con lui. Nello
stesso momento a Caposele Gerardo si sent schiantato da un peso e offuscato da una
nuvola. Tutti lo videro cadaverico e paurosamente triste.
Che hai ? , gli chiese il superiore.

163

Ed egli confess: Non mi reggeva il cuore di sapere le sofferenze del padre Margotta e
le ho chieste a Dio per me.
Questo avveniva a Caposele, alla vigilia dell'Immacolata. Fu una prova piuttosto breve
con ripercussioni esterne.
Ma un'altra prova egli celava nelle profondit dell'anima fin dall'estate del 1754, mentre
si aggirava per i marciapiedi infuocati di Napoli, tra i pazzi degli Incurabili e gli
scugnizzi del porto: una prova completamente nascosta, della quale sappiamo quel tanto
che egli stesso ci ha manifestato attraverso le poche lettere dirette alle sue confidenti di
Ripacandida.
Non era il solito strazio della visione ingigantita delle proprie colpe, ma la
partecipazione attiva alla passione e morte di Ges. Tali fenomeni si erano riprodotti
nella sua carne nei primi anni di Deliceto, poi erano cessati, dopo il comando espresso
del padre Cafaro : ora tornavano a manifestarsi, non nel corpo, ma nell'anima, per una
specie di comunione mistica con le pene del Maestro. Solo il santo, sapeva, sebbene
confusamente, che cosa avvenisse nel proprio interno e lo narrava trepidante a quelle
anime da cui sperava conforto. A una suora di Ripacandida, scriveva verso la fine di
luglio: Vi scrivo da su la croce... Compatite la mia agonia... Se non fosse la forza che
mi fo, questa mia vi sarebbe scritta a lagrime di sangue. Tanto sono acerbi i miei dolori
che mi danno spasimi di morte, e, quando mi credo di morire, mi ritrovo vivo, per essere
pi afflitto e addolorato. Non so dirvi altro ; non son capace di darvi il mio fiele e il mio
veleno per amareggiarvi .
Erano dolori arcani, frutti di una croce misteriosa conficcata in mezzo all'anima. Con la
croce si accompagnavano le trafitture dei chiodi e gli squarci della lancia che, come dice
il santo, uccide e non d morte: Mi ritrovo in croce in mezzo a patimenti inspiegabili.
Per me si perse la lancia per darmi morte e il mio patibolo obbedisce a ritrovarla, ma
solo per prolungare la mia vita nel patire . Ma pi che per questi dolori, l'anima soffre
di trovarsi sola, paurosamente sola di fronte alla giustizia di Dio: Tutti par che mi
hanno abbandonato... Questa la volont del mio celeste Redentore: di stare inchiodato
su questa amara croce. Chino il capo e dico : questa la volont del mio caro Dio. Io
l'accetto e ne godo di far quanto comanda .
E un'agonia senza conforto, perch consumata nella solitudine; un'agonia senza misura
di tempo e di spazio, cio eterna, come eterna la giustizia di Dio: Io mi credo che le
mie pene hanno da essere eterne. Non me ne curerei che fossero eterne : basta che io
amassi Dio. Ma questa la mia pena che mi credo che io patisca senza Dio. Madre mia,
se non mi aiutate, son gran guai per me, perch mi vedo tutto abbattuto e in un mare di
confusione, quasi vicino alla disperazione. Mi credo che per me non vi pi Dio e la sua
divina misericordia finita per me, ma sola mi rimasta la giustizia ... .
E nell'ottobre alla stessa Madre : Io sto tanto afflitto e sconsolato per essere tanto
cruciato dalla divina giustizia che nulla pi. Benedetta sia sempre la divina volont ! E
quello che mi fa tremare e mi d maggiore orrore che temo di non perseverare : Dio
non voglia ! .
A questi tormenti interni si aggiungeva la stato di prostrazione fisica che si accentuava di
giorno in giorno. Alla fine di settembre si era ritrovato a trascinare per i marciapiedi
della citt un corpo logoro e uno spirito tiranneggiato dalla prova, tra il lavoro
estenuante e la confusione di ogni giorno. Ai primi di ottobre aveva perduto il sonno,

164

l'appetito, la salute; larva ambulante, ravvivata dalla volont. Scriveva in quei giorni alla
Priora di Ripacandida : Io sto malissimamente ! .
Il superlativo in bocca di chi non aveva mai detto basta a nessuna sofferenza, quanto
mai significativo.
Eppure, cosa meravigliosa, la prova si disposa continuamente con una sovrana
consolazione che non ha nulla di umano; una consolazione che non toglie il dolore; anzi
lo rende pi acuto e insieme stimola la sua anima a scialarsela col suo caro Dio e a
godere di far quanto egli comanda. C' sempre una vetta del suo essere che emerge dal
dolore nella luce e scioglie l'inno alla fede in un rapimento turbinante di amore. Proprio
in questi giorni gli escono dal labbro grida come queste: Fede ci vuole ad amare Dio. Io
sono risoluto di vivere e morire impastato di santa fede. Oh Dio e chi vuol vivere senza
la santa fede ? Io vorrei sempre esclamare e dire sempre cos e che fossi inteso per tutto
l'universo : Evviva la nostra santa Fede del nostro caro Dio ! Ahi ! Bisogna che dia freno
alla penna e viva sepolto in silenzio e col riposarmi in dolce riposo di eterna
liquefazione. O inesplicabile divinit, parla tu per me, ch io non posso. A Te mi rendo,
mio Bene, ho in Te riposo .
La sua persona traspira gioia dagli occhi e dal viso, come la superficie del mare che cela
nelle profondit le tempeste e si adagia blanda nel sole. Sembra che i suoi dolori si
modulino all'esterno in una musica soave che placa le angustie. degli altri.
Sappiamo infatti che il padre Margotta i pochi momenti di tregua alle sue lotte interiori li
provava proprio vicino a Gerardo. E le stesse suore di Ripacandida dovevano sorridere
leggendo le trovate geniali del santo, il quale, allora pi che mai, nutriva pensieri gentili
per tutte e aveva un'aria scherzosa che conquistava alla gioia. Verso la fine di agosto, si
ricord d'aver promesso a suor Maria Celeste dello Spirito Santo, la giovane novizia
della famiglia Graziola di cui aveva salvata la vocazione, un libretto di canzoncine
spirituali. Felice di poterglielo finalmente mandare, le scrisse una lettera che trapela
affetto paterno da ogni parola: dall'invocazione allo Spirito Santo: Viva lo Spirito
Santo mio!, all'appellativo confidenziale : Celeste mia ! , all'augurio finale :
Cantate nella vostra cella, acci vi facciate santa grande e preghiate Dio per me ! (o. c.,
pag. 36).
Ma le trovate pi spiritose fioriscono nella corrispondenza con la madre Maria di Ges,
colei che gli era pi vicina nelle ascensioni spirituali. Quando, dopo il lungo periodo
della calunnia, riceve da lei una lettera, prorompe in questo grido di gioia stupefatta:
Bisogna scrivere per tutto l'universo e fare intendere che si tratta di una delle famose
meraviglie di Dio che, dopo tanto tempo, la Riverenza sua si ricordata di me, suo
servo! (o. c., pag. 53).
In un'altra lettera si lamenta di non aver pi notizie della madre Priora : Io la tengo
segnata - cio me la lego al dito - la voglio accusare proprio a Ges Cristo, affinch la
metta carcerata . Poi, fingendo d'aver fatto pace, manda anche a lei i suoi saluti:
Salutatemi specialmente la Madre Priora. Io non le scrivo perch non mi vuole mandare
risposta: ma la perdono. Non la mettete carcerata (o. c., pag. 58).
Finalmente riceve una lettera dalla madre Priora ed eccolo prorompere in espressioni di
vivissima gioia: Viva il nostro caro Dio e la nostra Divina Madre ! ... Infinite volte,
infinite volte sia sempre benedetto il mio Signore che mi di tanta consolazione e benedetta la carit e la bont che mi avete usata contro i miei meriti! Nostro Signore ve la
renda ! .

165

Ormai rappacificato, le pu rimettere l'accusa che era disposto a presentare, a suo carico,
davanti al tribunale di Dio: Io ero risoluto di darvi querela al mio caro Dio. Ne avevo
giustamente ragione per le lettere mandatevi senza risposta. Avete fatto bene a scrivermi,
perch Vostra Riverenza stava in pericolo di cadere nella censura ... (o. c., pag. 37-38).
Dio, , dunque, l'intermediario di questa amicizia: Dio sentito vicino come un buon
pap, chiamato a dirimere le piccole affettuose baruffe di famiglia. Perch la figliuolanza
divina non per Gerardo un domma astratto che interessa solo l'intelligenza : essa
scende nella sfera del sentimento, investe tutta la nostra umanit e ne plasma una nuova
parentela pi viva e tangibile di quella del sangue. Ecco che cosa scrive in questi giorni
alla Priora di Ripacandida: Voi siete Sposa di Ges Cristo, e come tale io vi stimo e venero. Siete figlia di Teresa mia cara ed tale la stima che io ne ho, che darei il sangue e
la vita per difendere sempre e innalzare la gloria del mio caro Dio ... Siamo fratello e
sorella nel mio Signore, perci giustamente ci dovevamo sempre puramente amare in
Dio (o. c., pag. 38).
Coerentemente, pu lagnarsi se quest'amore non traspira dalle lettere che riceve: Ho
ricevuto, scriveva alla madre Maria di Ges, la vostra stimatissima della quale io
molto mi lagno; primo perch mi scrivete cos freddo ... (o. c., pag. 52).
Espressioni simili potrebbero stonare su altre labbra, ma diventano normali in lui che sa
amare: giustamente e puramente, elevando ci che tocca nella sfera del soprannaturale e
traducendo il ricordo nella preghiera. La preghiera l'obiettivo che non perde mai di
vista e che, una volta raggiunto, lo riempie di gioia. Ecco, infatti, come esplode il suo
ringraziamento per una novena di preghiere alla SS. Trinit che madre Maria di Ges ha
innalzato per lui: Ti benedico mille volte; mille volte sii benedetta; benedetta sii dallo
stesso Dio e da Mamma Maria Santissima e da tutta la corte celestiale (o. c., pag. 57).
Tra questo alternarsi di gioia e di angosce, Gerardo pass l'estate e le prime settimane di
autunno. Il 6 ottobre inizi la cara novena di Santa Teresa, sotto la guida della grande
maestra del Carmelo. Dalle altezze della contemplazione scendeva ripieno di luce, come
un messaggero dei segreti di Dio. Verso il settimo o l'ottavo giorno, durante un colloquio
col padre Margotta, si sent come alienato dai sensi. Poi, riprendendosi, disse: In
questo momento il padre Latessa entrato in paradiso. Il Padre era morto otto giorni
prima a Caposele, purificato da un lungo martirio e confortato dalla coscienza di tutta
una vita spesa al servizio della buona causa.
Anche la distanza era sparita per lui.
Il 14 ottobre, vigilia della festa, rifer un fatto di sangue avvenuto poco prima a Muro.
Quella sera, si era recato, come al solito, nella casa di un concittadino che dimorava a
Napoli per ragione di studi. Vi confluiva la piccola colonia murese residente nella
capitale. Si parlava del pi e del meno e si recitava insieme il rosario.
Gerardo, sempre tra i pi gioviali, quella sera si mostrava taciturno e come in preda a un
pensiero tormentoso. La cosa non sfugg all'amico che gliene chiese il motivo. Allora
lentamente disse: Don Pasquale, non la sai la notizia ? A Muro stato ucciso l'arciprete
Coccicone .
Ma che dici ? Se proprio oggi ho ricevuto posta da Muro, con la data di ieri e non mi si
dice nulla ? .
Eppure cos ! .
L'accaduto si seppe solo dopo qualche giorno. Un sacerdote, curato della chiesa di
Sant'Andrea, forse su istanza dell'arciprete Coccicone, per infermit mentale, era stato

166

sospeso dalla celebrazione della messa. Trascorsa una settimana, era tornato dal Vescovo
per ottener la propria riabilitazione. E l'avrebbe ottenuta se il Vescovo non avesse mutato
parere all'arrivo dell'arciprete Coccicone. Che cosa fosse accaduto non si sa, ma
l'infermo ebbe l'impressione, a torto o a ragione, che fosse stato proprio l'Arciprete ad
ammiccare furtivamente verso Monsignore per sconsigliarlo da quella riabilitazione.
Tornato a casa, raccont al fratello l'accaduto, rovesciando sul preteso avversario tutti i
furori della sua mente esaltata. L'esito fu catastrofico. Il fratello si arm di pugnale ed
attese l'Arciprete, nascosto dietro una muriccia della Piazza di Mezzo. Quando lo vide,
gli fu sopra e lo fredd con un colpo. Poi, col favor delle tenebre, si mise in salvo.
Un'altra conoscenza a distanza dovette verificarsi qualche giorno dopo la festa di Santa
Teresa. Rispondendo, infatti, a madre Maria di Ges che gli aveva inviato i saluti di suor
Oliviera, Gerardo cos si esprime: Dite che Oliviera mi saluta: vero, ma dal Paradiso,
non da cost. Io ho fatto otto giorni di comunioni per l'anima sua. (o. c., pag. 51). Come
aveva potuto conoscere la morte di suor Oliviera ? Ce lo dice lui stesso, ripetutamente,
nelle lettere di questo periodo : In Dio ; In Ges ; Nello Spirito Santo . Lo
scriveva a madre Maria di Ges : Io so con somma certezza le pene che avete passate e
passate: vi dico che le sento io pi acute nel mio cuore, che Vostra Riverenza. Non
potete immaginarvi con che distinzione e chiarezza le concepisco ! Se dico pi di voi
stessa, non dico bugie. Io non vi spiego cosa alcuna, perch io so che mentre Vostra
Riverenza legge la presente, lo Spirito Santo mio vi fa intendere il tutto da parte mia
meglio di quello che io vi potevo spiegare .
E qualche rigo prima si era protestato di scrivere avanti al cospetto divinissimo di
Dio ... e che la nostra Santissima Trinit e Mamma Maria Santissima avrebbero
reso testimonianza di ci che aveva scritto (o. c., pag. 50-51).
Eppure, proprio quando si addensavano i favori del cielo, risentiva pi che mai le
conseguenze del fisico stanco e malato, tanto da lasciarsi cogliere dalla distrazione e non
ricordar pi le cose di un momento prima. In un poscritto alla lettera per la Priora di Ri pacandida, esclamava : Sia fatta la volont di Dio! Non mi ritrovo la lettera che io
avevo fatta a Suor Maria di Ges. notte e non posso farne un'altra e stasera parte la
posta (o. c., pag. 58).
Questa nota di debolezza ci dice eloquentemente che la santit sempre un incontro di
grandezza e di piccolezza: della grandezza di Dio, e della piccolezza degli uomini. Il
santo che legge con tanta sicurezza i decreti del cielo e sorvola gli spazi e penetra nelle
coscienze, si smarrisce tra le quattro pareti della sua stanza ed costretto ad annaspare
alla cieca dietro una lettera, forse coperta da un foglio di carta. Come pi o meno capita
anche a noi comuni mortali. Ma nel nostro santo tale stato era significativo di un esaurimento generale giunto ormai agli estremi. Lo avevano avvertito perfino i superiori ed
avevano deciso di rinviarlo a Caposele ; era giunto ormai il sostituto fratel Francesco
Tartaglione. Si attendeva solo il ritorno del padre Margotta, uscito di citt per i suoi dieci
giorni di ritiro annuale. Gerardo rimase cos a far compagnia al nuovo arrivato.
Francesco era un religioso molto ligio al dovere, ma nervoso e autoritario. Guai a
contrastarlo! Sapeva reagire e come! Fortuna che ora aveva da fare con uno che amava
pi lui di sottomettersi che l'altro di comandare. Cos l'accordo fu completo. Fratel Francesco gli contava ogni mattina il danaro per la spesa e ne esigeva conto esatto fino
all'ultimo centesimo. Ma una volta Gerardo gli gioc un brutto tiro, o meglio, Gerardo
stesso fu giocato dalla sua carit.

167

Quella mattina egli si avviava al mercato con un tar intascato poco prima, quando gli si
fece incontro un venditore ambulante che gli pose sott'occhio tutte le sue mercanzie:
esca, zolfanelli e pietre focaie, e lo invit a comprare. Gerardo si mise a ridere : Che
vuoi che me ne faccia di codesta roba ? .
Ma l'altro fece uscire da sotto la barba arruffata una voce lamentosa : Muoio di fame e
non so pi come fare a campare . Quando cos, la cosa cambia aspetto : e Gerardo,
senza pensarci due volte, cav fuori il suo bravo tar passandolo nelle mani del
venditore. Poi, con le tasche rigonfie, se ne torn a casa. Sulla porta, si incontr con
fratel Francesco che gli disse: Che cosa hai comprato ? Carne, o pesce ? .
Gerardo fece una mezza piroetta, poi allarg le braccia, quasi a prenderlo per la vita :
Che carne, che pesce ! ? ... A che servono tutte codeste cose ? Dio solo e nulla pi ! .
Va bene , fece fratel Francesco che gi cominciava a fumare, ma Dio vuol pure che
si mangi! .
Poi, vedendolo cavar fuori un involtino : Ah briccone , disse, hai sempre voglia di
scherzare!.
Ma non aveva fatto in tempo a pronunziare queste parole che torn a rabbuiarsi: E che
ci facciamo con questa roba ? .
Questa ?. Pu servire a molti usi , rispose Gerardo, ma poi, vedendo che l'altro stava
uscendo dai gangheri, soggiunse : Ecco, voglio dir la verit. Ho incontrato un povero
che la vendeva: era mezzo morto di fame e gli ho dato il tar .
Fratel Francesco brontol parecchio, ma per quel giorno dovette rassegnarsi a tirar la
cinghia.
Compassionevole coi poveri, Gerardo diveniva inesorabile verso i mestieranti della
carit pubblica.
Proprio vicino all'ospizio, tra Via dei Vergini e Porta S. Gennaro, si vedeva da qualche
tempo un giovanotto allungato sul marciapiede, inseguendo con voce querula e petulante
ogni passeggero. Trascinavasi l a stento con le grucce, poi si gettava per terra, mettendo
bene in mostra una gamba enorme e piena di pezze e di sudiciume. Povero giovane !
diceva la gente facendo cader su quella mano sempre protesa qualche spicciolo. Solo
Gerardo non si lasci commuovere, anzi, pi di una volta, lo aveva ammonito a cambiar
mestiere, ma l'altro lo trovava tanto lucroso che non se ne dava per inteso. Eccolo,
infatti, una mattina al solito posto: si sentiva all'intorno la sua voce lamentosa che
chiamava tutti i santi in suo aiuto.
Gerardo quella volta non ne pot pi : gli si fece vicino ; gli strapp una per una le
bende, gridandogli in faccia: Furbo, se non vuoi morir dannato, smettila di prenderti
giuoco di Dio e del prossimo ! .
Il giovane confuso fugg a precipizio, lasciando l per terra gli strumenti del mestiere.
Forse la lezione gli sar servita per un pezzo Furono le ultime battute della sua dimora a
Napoli. Col ritorno del padre Margotta, si prepar al viaggio. Raccolse in un sacchetto
alcuni modelli di Ges appassionato e si licenzi dagli amici.
Quali fossero allora i suoi sentimenti, lo sappiamo da una lettera del primo novembre a
suor Maria Celeste dello Spirito Santo. La giovane gli aveva annunziato d'essersi
consacrata irrevocabilmente al Signore coi voti religiosi. Il santo, che le aveva salvata la
vocazione, nella risposta esulta di gioia: Viva Dio e Vostra Riverenza che hai ottenuto
la grazia di consacrarti maggiormente a Dio per mezzo dei santi Voti.

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Ma insieme le ricorda, ancora una volta, la grandezza del suo nuovo stato che esige
assoluta corrispondenza alla grazia per divenir santa e gran santa: Ora pi che mai stai
con grandezza, perch sei Sposa novella del mio Signore. Oh mille volte te beata, se col
riflettere notte e giorno sulla tua gran sorte, ti confondi e metti in esecuzione i perfetti
costumi che il tuo grande stato richiede ... apri gli occhi e venera ogni mattina quella
divina Bont che ti fa tante grazie. Via su, fatti santa grande ... .
Ma la santit dello stato religioso pone il santo davanti alle proprie responsabilit: Io
perdo il tempo. Dio mio, che mala fortuna la mia che faccio passare tanti momenti e
ore e giorni inutilmente, cio senza saperne approfittare! O quanto ci perdo ! Dio sia
quello che mi perdona.
La confessione tanto umile ha per fine di impegnare a pregare per lui: Pregate, pregate
sempre Dio per me. Ditegli che mi faccia santo, per carit ! ... Pregate tutte Dio per me,
povero miserabile... .
Ormai stanco, malato e non ha altro desiderio che della solitudine. Verrebbe anche
volentieri a Ripacandida, dove atteso da tante anime sante, ma non chiede nulla ai
superiori essendo questa la strada che m'insegna il mio Dio, il mio Signore .
O meglio, chieder una cosa sola: d'esser murato in una stanza per non uscir pi di casa:
Ora che mi ritiro, a Dio piacendo, pregher il mio santo Rettor Maggiore che mi
fabbrichino in una stanza, acci non esca pi di casa. E spero d'ottenerlo (o. c., pag.
40). Con questo desiderio si metteva in viaggio per Caposele.
32
LE CHIAVI DEL PARADISO
Ai primi di novembre, Gerardo torn a rivedere la collina silenziosa di Materdomini,
cullata dal fragile sole autunnale. Giungeva appena in tempo per accogliere l'ultimo
respiro del chierico Pietro Picone, che si spegneva lentamente il 9 novembre, consumato
dalla tisi. Non lo pianse, non poteva piangere chi, prima di morire, aveva dato
l'appuntamento in paradiso a tutti i confratelli: Addio; Padri; addio, Studenti; addio,
Novizi; addio, Fratelli; arrivederci in Paradiso! . Arse solo d'invidia, consolandosi nella
speranza d'una prossima fine. Oramai era minato internamente dalla stessa malattia del
Picone. Ne erano i segni premonitori la tosse insistente e le chiazze di sangue che
depositava nei fazzoletti. Sembrava dovesse esalare anch'egli da un momento all'altro
l'ultimo respiro, invece bastava vederlo all'opera per domandarsi donde attingesse tanto
vigore.
Da principio il lavoro non fu gravoso; ebbe la portineria e il guardaroba; due uffici
graditi, specialmente il primo che lo metteva a contatto coi bisognosi. Perci, quando gli
fu consegnato il grosso mazzo di chiavi, se lo fece tintinnare compiaciuta davanti agli
occhi, dicendo: Queste chiavi mi debbono aprire il paradiso ! .
E se le pass alla cintola come un ornamento di lusso. I tempi liberi li impiegava a
tradurre in cartapesta la sua visione di Ges appassionato. Appartengono a questo
periodo le poche cose autentiche, uscite, pi che dalle sue mani, dalla sua anima:
secondo il p. Caione, due Crocifissi. Uno, spedito alla famiglia Bosco di Montella e
conservato in un oratorio del luogo; l'altro, colorato dopo la sua morte, custodito nel
collegio di Materdomini. Il Tannoia, invece, ricorda un terzo Crocifisso presso la
famiglia Coppola di Vietri di Potenza e 1'Ecce Homo della sagrestia di Deliceto.
Lavorava estatico in un cantuccio della falegnameria, come un sacerdote che consuma
sull'altare il suo sacrificio. Era felice.

169

Non cos quel fratacchione basso e tarchiato che vicino a lui manovrava la pialla e
l'ascia. Stefano Sperduto ci teneva al suo lavoro e pi alla falegnameria, divenuta ormai
il suo regno. Riguardava perci come un ingiusto invasore chi osava penetrare in quel
bassofondo, creato a sua immagine e somiglianza. Quante volte era tentato di prendere a
pedate quel povero artista che dipingeva inginocchiato in un canto e veniva a infastidirlo
ogni momento per colla e colori!
Sulle prime abbozz, borbottando, poi cominci a seccarsi maledettamente. E un giorno,
perch lo capisse, nascose ogni cosa. Cos, quando se lo rivide davanti con la solita
richiesta, alzando appena gli occhi dalla tavola che stava piallando, rispose: Non ci
sono pi . Qui, no, soggiunse Gerardo, perch li hai nascosti nel pagliericcio !.
Lo Sperduto mastic male, ma, vedendosi scoperto, fece buon viso a cattivo giuoco,
deciso a prendersi la rivincita alla prima occasione. Infatti, poco dopo, dovendosi recare
a Teora, suo paese natale, mise colla e colori in una pignatta, nascondendola in un buco
della falegnameria. Gerardo, col fiuto d'un bracco, la scov e la pose sulle braci. Non
l'avesse mai fatto ! Ne venne fuori una poltiglia appiccicosa d'un colore indefinito.
Quando fratello Stefano torn, l'artista mortificato gli si present davanti, umilmente, col
corpo del delitto : Credevo , disse, di trovare la solita colla e invece guarda un po'
che cosa ho trovato : un pasticcio che non so capire! .
Stefano non ci vide pi : diede due o tre salti per l'aria, annasp in cerca di qualche cosa,
finch non gli capit fra mano una stanga e si gett addosso al povero Gerardo. Questi
che lo sovrastava con la sua alta statura, per facilitargli il compito, si mise in ginocchio.
Fu il colmo. Stefano continu a martellare, finch n'ebbe forza. Poi si ferm con la
stanga in mano e la schiuma in bocca. Non trovava parole; finalmente, con voce
strozzata, proruppe: Vuoi proprio che ti uccida ? Rispondimi!.
La vittima immobile ascoltava in ginocchio.
Dopo una lunga pausa, Stefano concluse: Va va, non ti voglio uccidere !.
Gerardo usc sereno e tranquillo ; ma l'altro fu assalito dal rimorso. Pianse, si picchi il
petto e, finch visse - cio per circa cinquanta anni - raccont a tutti tale miracolo di
pazienza, conchiudendo ogni volta con queste parole: Gerardo, s, quello era un santo !
Ed io, quando lo vidi sul letto di morte, prossimo a volarsene al cielo, gli dissi: Gerardo,
fratello mio, prega Dio per me. Ed Egli: " Si, si, tu mi sei stato sempre compagno ed
amico: voglio pregare per te " .
A questi ricordi scoppiava in lacrime come quel giorno, in quell'oscura falegnameria. Da
allora fratello Stefano non ebbe pi gelosia del confratello, anzi andava lui stesso ad
invitarlo, ma ormai il nostro artista aveva ben altro da pensare.
L'autunno era stato piovigginoso, poi le nubi si sciolsero in neve e la neve, sferzata dal
vento, divenne una lastra di ghiaccio che ridusse tutto quel frastaglio di colli a una vasta
distesa di morte. Erano caduti tre palmi di neve, annota il padre Caione.
Le conseguenze per la popolazione, formata in gran parte di braccianti pagati a giornata,
con un salario minimo e senza possibilit di risparmi, furono terribili. Il ristagno del
lavoro signific la miseria e la fame. Sarebbe stata la morte se la carit cristiana non
avesse sopperito alle deficienze dell'organizzazione sociale. E la carit in quel gennaio
del 1755, a Caposele, ebbe un nome Gerardo. Egli l'aveva concepita come un servizio
reso al prossimo, elevato al livello di Dio ; perci si fece tutto a tutti, rifocillando i corpi
e consolando le anime di centinaia di persone. Il superiore gli aveva detto: Voi avete da
pensare ai poveri, altrimenti moriranno. Io, da parte mia, non vi metto limiti.

170

E lui, come al solito, aveva preso la parola alla lettera. Cominci a distribuire la sua
biancheria personale. Si priv di maglia e corpetto, restando con la semplice veste talare,
gettata sulla camicia, mentre aumentavano la tosse e gli sbocchi di sangue. Poi diede di
piglio alle federe, alle lenzuola, alle coperte, alle zimarre, alle talari dimesse; insomma a
tutto ci che trovava nel guardaroba e confezion giubbe, pantaloni e mantelli per
piccoli e grandi, senza guardare al taglio o al colore delle stoffe : purch tenessero caldo.
Col guardaroba vuot granaio e dispensa, perch ci fosse cibo per tutti.
Giungevano gli uomini coperti di cenci, i piedi affondati nella neve, i ghiacciuoli sulle
barbe sporche; giungevano le donne avvolte in mantiglie bianche; giungevano i bambini
coi corpiccioli rattrappiti che sciacquavano nelle grosse giubbe dei fratelli maggiori.
Giungevano silenziosi, le teste-rinsaccate nelle spalle ricurve, quali cariatidi ambulanti.
Unico segno di vita, tra il pallore del cielo e il nevischio dell'aria, il pianto dei piccoli.
Ma essi erano i primi a saltellare di gioia quando scorgevano gli enormi bracieri accesi
davanti alla porta e la caldaia di minestra fumante. Gerardo andava loro incontro ;
riscaldava le loro manine nelle sue, dicendo con voce tremante di commozione: Noi
abbiamo peccato e questi innocenti ne portano la pena! . Gli adulti, in piedi, a
semicerchio intorno al fuoco, assentivano mestamente.
Poi veniva la distribuzione della minestra e la scena si animava. C'erano urtoni e
battibecchi; volava qualche insolenza, ma il santo era pronto a portare la pace. C'era chi
si cacciava avanti per avere una seconda razione; c'era chi trangugiava in fretta e
ripresentava la ciotola vuota, tra le proteste di chi temeva di restar digiuno. Gerardo
osservava divertito le astuzie della fame e diceva agli zelanti: Lasciate stare! Sono furti
che piacciono a Ges Cristo ! Non temete! Ce n' per tutti. E saltava con moto perpetuo
dalla porta alla cucina al refettorio, manovrando ininterrottamente quelle grosse mani
che avrebbero voluto abbrancare perfino le pareti.
I confratelli, bravi senza dubbio, ma incapaci di raggiungere tali vette di carit,
brontolavano e protestavano. Lo stesso padre Caione si credette in dovere di richiamarlo:
Fratello mio, non allargar troppo la mano, perch il grano va mancando e siamo ancora
al principio dell'anno I poveri, invece, aumentano sempre! . Ed egli con un tono tra il
serio e lo scherzoso: Padre mio, voi avete il cuore piccolo e non sapete quanto
grande Dio e quanto onnipotente la sua mano. Se ne dubitate, mettiamolo alla prova
diamo un giorno di ricreazione ai poveri con un buon pranzo. Poi vedrete che cosa Egli
sa fare .
Il suo parlare era tanto risoluto che il superiore non seppe dir altro che: Fai come vuoi
.
Il gioved seguente, Gerardo chiam a raccolta i fratelli e insieme stacciarono grandi
quantitativi di farina, mentre il cuoco faceva fuoco accelerato sotto i calderoni. All'ora di
pranzo, la folla, composta di alcune centinaia di poveri, fu fatta sistemare nel refettorio
della comunit e i fratelli, i chierici e i padri si posero a loro servizio. Gerardo scoppiava
di gioia: con due forchettoni riempiva i piatti che a mano a mano gli venivano passati,
sempre calmo, sempre sicuro nonostante l'afflusso crescente di bisognosi e il diminuire
delle provviste. Quando l'ultimo piatto fu colmo, egli fece girare attorno numerose gerle
di pane e grossi fiaschi di vino tra lo stupore dei presenti. L'unico a non mostrar
meraviglia fu Gerardo che si port difilato in chiesa, buss alla porticina del tabernacolo
dicendo commosso e soddisfatto: Padrone, Padrone! In questa parola c'era tutto il
suo ringraziamento al Datore di ogni bene.

171

Il palese intervento di Dio incoraggiava il nostro santo e lo spingeva alle soluzioni pi


ardite. Un giorno, racconta il Tannoia, il cuoco preparava i piatti per la comunit,
schierandoli sulla tavola di marmo. A mano a mano che li approntava, all'altro capo della
tavola le dita furtive di Gerardo ne rovesciavano il contenuto nelle pignatte dei poveri. A
un certo punto, il cuoco, stanco del giuoco, gli grid: Voglio proprio vedere come va a
finire questa commedia! Che cosa ci resta per la comunit ? .
E Gerardo, bilanciando due pignatte : Fratello, Dio provveder ! .
Ma il fratello continuava a brontolare: Deve finire questa commedia ; deve finire ! . E
si mise a rifare le porzioni, borbottando tra i denti: Peggio per loro, mangeranno di
meno! .
Uno per uno i piatti ripassarono nelle sue mani lardellate. Quando l'ultimo fu collocato
sulla tavola, dando un'occhiata alla caldaia, gett un grido di meraviglia: O che
succede ? il pozzo di San Patrizio questo ? C' ancora tanta roba!.
E le razioni furono pi abbondanti del solito.
Ormai si sussurrava dappertutto che Gerardo moltiplicava le provviste. Una volta
l'osserv un chierico che lo aiutava nella distribuzione delle elemosine. Quando l'ultimo
pane fu deposto in una mano allungata, tornando indietro, si accorse che i due cofani gi
vuotati, rigurgitavano di nuovo pane. Lo stesso osserv un altro chierico, il Siniscalchi,
che poi lascer l'Istituto. Aveva ripulito proprio allora un cassone, ma, nell'atto di
chiuderlo, lo rivide pi colmo di prima.
Alla fine dei pasti, Gerardo faceva disporre la folla a semicerchio sul piazzale attorno ai
bracieri: qua gli uomini; l le donne; in mezzo i bambini, e cominciava la sua
chiacchierata. Parlava dei doveri d'ognuno con immagini semplici, con parole dialettali,
abbassandosi col mento fino a sfiorare i bambini. Poi recitavano insieme le preghiere e li
rimandava consolati e satolli.
Quando per il paese si diffuse la notizia che Gerardo moltiplicava il pane e teneva
discorsi, alcuni benestanti, specialmente signore, s'intrufolarono in mezzo ai poveri per
conservarsi, come reliquia, il pane della Provvidenza. Qualcuno se ne lament col santo,
tra cui il dottor Santorelli.
Hai visto ? , questi gli diceva un giorno, hai visto ? stamattina tra i poveri c'era
anche la signora tale, la signora tal'altra. Persone che stanno bene, che non hanno
bisogno di nulla e invece vengono a togliere il pane a chi ne ha veramente bisogno. Stai
attento. Fai l'elemosina solo ai poveri .
No , rispose risoluto Gerardo, assolutamente no, bisogna farla a tutti, perch tutti la
domandano per amor di Ges Cristo. Altrimenti Ges non far pi crescere il pane .
Una cura speciale si prendeva delle giovani in pericolo di barattare il proprio onore per
un pezzo di pane. Allora la sua carit acquistava tali sfumature di gentilezza e di riserbo
che commovevano le persone interessate.
Un artigiano, non sapendo come sfamare le figliuole, le mand da Gerardo, ma quelle,
vergognose, si posero in un canto, col naso sotto il grosso scialle. Egli, appena le scorse,
si avvide del loro bisogno e le preg di passare pi tardi, quando l'elemosina non fosse
veduta da altri. Ma le giovani tornarono troppo tardi, quando non c'era pi nulla.
E ora come faremo ? , esclam appena le vide, non mi rimasto nulla, proprio
nulla! . Poi, mentre le due figliuole lo guardavano supplichevoli con la testa piegata
sulla spalla, riflettendo un istante, disse : Aspettate ! .

172

Sgusci dentro la porta e subito riapparve con due pani appena sfornati, d'una forma
differente dagli altri. Nessuno seppe mai dove li avesse presi.
Uguale carit dimostrava verso i vergognosi, quelli che non erano avvezzi a palesare la
loro miseria. Anche a costoro il santo rivolgeva la preghiera di passare in altre ore. E
anche per loro oper miracoli.
Un giorno, tra la folla, c'era un gentiluomo spinto dalla fame, ma umiliato, confuso e
rosso fino alla radice dei capelli. Si nascose in un angolo e non ebbe il coraggio di farsi
avanti. Se ne accorse il giovane Teodoro Cleffi che lo present a Gerardo. Figlio mio,
disse questi, sei proprio cascato male. Ho dato via tutto .
Ma poi, dopo un attimo di sospensione, soggiunse: Aspetta, aspetta! .
Arretr di un passo e riapparve da dietro l'uscio, tirando di sotto la veste una focaccia
calda calda, d'un profumo sconosciuto. Il gentiluomo se ne and senza domandarne la
provenienza, ma ci pens il giovane Cleffi, che ispezion rapidamente forno e cucina.
La cucina era spenta; il forno non era stato acceso in quel giorno. E poi era fin troppo
evidente che simili bocconi non escono dal forno dei frati.
Anche il padre Caione non seppe mai la provenienza di alcune somme di denaro, portate
tre o quattro volte dal santo : Le ho trovate nel buco della chiave! diceva depositando
in fretta le monete d'argento.
Intanto, con lo sciogliersi delle nevi e l'allungarsi dei giorni, un nuovo soffio di vita
aleggi dintorno, mentre i braccianti riprendevano i loro posti di lavoro. Tra la fine di
gennaio e i primi di febbraio, la portineria si sfoll gradualmente. Rimasero i visitatori
abituali, in gran parte vecchi e inabili. Allora si procedette all'inventario di quello che era
rimasto: poco davvero. I granai, vuoti; il guardaroba, spogliato; la dispensa,
saccheggiata. Ed era vicina la quaresima con le mute di esercizianti. Come fare ?
Il padre Caione mand Gerardo a Muro, in cerca di aiuti: lui solo avrebbe potuto
picchiare al cuore dei ricchi con l'immenso prestigio della sua santit.
Il viaggio non ebbe la risonanza degli altri, ma oper in profondit nelle coscienze con
un succedersi ininterrotto di profezie, introspezioni, miracoli e altre manifestazioni
soprannaturali. Ne sappiamo qualche cosa dal giovane Lorenzo Negri che ebbe la fortuna d'incontrarlo sotto l'atrio di un palazzo. Lo aveva conosciuto cinque o sei mesi
prima, quando era andato a Caposele per sperimentare nel ritiro la propria vocazione
religiosa. In quei giorni si era visto sempre vicino il nostro santo con le premure di una
madre. Lo aveva visto anche al momento della partenza con un involtino per il viaggio.
Egli aveva protestato vivamente: No, non occorre. Le giornate sono ancora lunghe; il
cavallo di razza; sar a Muro prima di sera.
Dammi retta, aveva risposto Gerardo, portatelo appresso ti servir . E glielo aveva
cacciato a forza nella tasca.
Lo aveva preso per farlo contento e si era messo in viaggio. Quale viaggio ! Aveva errato
a casaccio tra quegli andirivieni di monti boscosi, finch non fu sorpreso dalla notte in
una valle solitaria: notte umida e senza luna. Rifugiatosi in una capanna e accoccolatosi
sul fieno, si era allora ricordato delle parole del santo e dell'involtino provvidenziale.
Appena il Negri lo rivide sotto l'atrio del palazzo, Gerardo si scost alquanto da alcuni
gentiluomini che lo accompagnavano e gli disse : Allegramente, perch non
passeranno tre mesi e tu sarai dei nostri.
Il giovane credette di sognare. Era tanto tempo che cercava di entrare nell'Istituto e
aveva trovato sempre sbarrata la porta dalla legge civile che gli impediva, come figlio

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unico, di lasciare i genitori. Era ricorso al fondatore, ma inutilmente. Tutto sembrava


crollato, quando le parole del santo gli riaprirono il cuore alla speranza. Poi l'evento
conferm le parole. Nel mese di marzo venne la tanto attesa autorizzazione civile ed a
maggio il Negri vest l'abito religioso nel noviziato dei Redentoristi. Ebbe la sorte di
assistere alla morte di Sant'Alfonso.
Una seconda profezia di tutt'altra natura la pronunzi contro un feroce bestemmiatore.
Un giorno che si recava al monastero delle Clarisse, accompagnato da don Giuseppe
Pianese, rettore del seminario, ud, nelle vicinanze di un'osteria, un uomo mezzo ubriaco
prorompere in bestemmie contro la SS. Trinit. Pieno di orrore, volgendosi al Rettore,
disse - Queste bestemmie non resteranno impunite e lo vedrete ben presto.
Tre giorni dopo il bestemmiatore cadde in mezzo alla strada, freddato da un colpo di
archibugio, senza aver tempo di ricorrere a Dio.
un raro esempio di vendetta divina, preannunziata dal santo che stato sempre il
messaggero del perdono del cielo. La sua parola giungeva come la luce a ravvivare le
anime sepolte nel peccato, a ridestare gli echi segreti delle coscienze, infondendo
serenit e pace. Il notaio Pietro Angelo De Robertis era un uomo rispettato da tutti per
integrit di vita e onest professionale. Ma custodiva nell'interno un peccato; lo celava a
coloro che gli erano pi cari e avrebbe voluto celarlo alla sua stessa coscienza e
all'occhio vigile di Dio. Egli aveva nella sua vigna un ciliegio meraviglioso che
produceva frutti primaticci davvero squisiti. Tutti ne parlavano e pi di tutti lui stesso,
quando, ogni anno, con qualche settimana di anticipo sugli altri, poteva preparare cestini
di ciliege grosse e mature e inviarle come dono alle persone pi ragguardevoli del luogo.
Ma una mattina si accorse che l'albero era stato saccheggiato da un visitatore notturno.
Perci, al calar della sera, si appost con l'archibugio dietro una siepe. Verso mezzanotte,
ecco un'ombra strisciar tra le viti, avvicinarsi alla pianta e cominciar la scalata. Allora
usc fuori con l'arma spianata. Il ladruncolo gli si gett ai piedi, implorando perdono e
promettendo di non farlo pi. Ma la notte appresso, alla solita ora, rieccolo strisciar fra
le viti e riprender la scalata. Il De Robertis con due salti lo raggiunse: Ancora qui,
furfante! Se ti colgo un'altra volta, me la pagherai per tutte.
Per qualche sera la cosa and liscia; poi, verso la mezzanotte, riecco il solito fruscio tra
le viti. lui ! disse tra s il notaio e lo lasci arrampicare; poi prese la mira e lo
fredd con un colpo. Scav in fretta una fossa vicino ad una vasca e lo sotterr, tornando
a casa per un sentiero insolito. Nessuna traccia del delitto ; mai una parola con qualcuno,
neanche col confessore. Lo sapeva solo Dio e la sua coscienza tramortita dalla paura. A
poco a poco anche il rimorso aveva perduto i suoi denti e tutto sembrava seppellito sotto
una coltre di silenzio, nella preistoria dell'anima.
Ma la voce di Gerardo ridest gli echi della sua coscienza, sbalzando tutti i contorni del
delitto. L'infelice riud i rantoli dell'ucciso fulminato sull'albero e i rimorsi accumulati in
tanti anni e in tante confessioni pasquali. Tutto riud e cadde in ginocchio sbalordito e
tremante, riacquistando col perdono la pace.
Non manc ancora un miracolo, riferito dalla tradizione locale. Un giorno il santo vide
sul ballatoio di una casa, una povera mamma che cercava di calmare, ballonzolandolo
sulle ginocchia; i lamenti prolungati di un bambino. Si ferm come sempre quando si
trovava davanti alla sofferenza: Che cos'ha che piange cos ? , domand.
E la donna: Che cos'ha ? Povera creatura! Era vicino al fuoco, accanto a me. Mi alzo
per alcune faccende e lui si abbassa ad attizzare il fuoco. Proprio allora dal paiolo gli si

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rovescia addosso dell'acqua bollente. Si scottato tutto, povero figlio ! Vedi ? . E gli
scopr una spalla, violentemente arrossata, mentre i vagiti si facevano pi acuti. L'ho
spalmato di olio e di cera, ma non giovato. Anche il medico non ha potuto far nulla : e
ne abbiamo comprate di medicine! Da allora non fa che piangere .
Oh , disse Gerardo, tracciando sul bambino un segno di croce, non niente! Non
niente! .
All'indomani il bambino era perfettamente guarito.
Con questi segni portentosi Gerardo si congedava dal paese natale. Un mattino di
febbraio, mentre il vento spazzava le strade, si rimise in viaggio, salutando per l'ultima
volta quei poggi alpestri e quei prati sassosi. A Laviano volt a destra, attraverso una
serpentina, mangiata dalla pioggia, che si contorceva tra le montagne. Fu proprio su
questa strada, come narra una tradizione, che il cavallo, scalpitando sui ciottoli, perdette
i ferri. Fu rimesso in ordine dal maniscalco di Santomenna, il quale, approfittando che
l'avventore era frate e forestiero, chiese un prezzo esorbitante. Era un'aperta violazione
della giustizia e il santo divenne di fuoco. Prima lo riprese aspramente ; poi, vedendolo
persistere nelle sue pretese, si rivolse al cavallo e gli disse: Restituiscigli i ferri!.
L'animale, alzando, l'uno dopo l'altro, i quattro zoccoli, li fece ricadere per terra.
Allora Gerardo, senza pi voltarsi, nonostante i richiami forsennati del maniscalco
pentito e sbalordito, prosegu il cammino. A sera era a Sant'Andrea di Conza, dove prese
alloggio presso la famiglia Cianci, conosciuta due anni prima a Castelgrande. Fu una
festa per tutti. Egli sedeva al posto d'onore, circondato dai padroni e dagli amici e tutti lo
ascoltavano, incuranti dei cibi preparati con grande maestria. Lo ascoltava perfino una
bambina di quattro anni, seduta a un lato della sala con la maest d'una matrona,
sgranando verso di lui due occhioni nerissimi, il cucchiaio a mezz'aria. Gerardo la fiss
un momento col suo sguardo scrutatore: poi and a sederle vicino, dicendo: Voglio
mangiare con una futura sposa di Ges Cristo.
La bambina arretr spaventata, ma poi sorrise, vedendo che il santo l'accarezzava,
aggiustandole il bavaglino intorno al collo e affondando con lei il cucchiaio nella tazza.
Tutti risero e presto dimenticarono quelle parole che credettero uno scherzo gentile. Se
ne ricordarono solo molti anni dopo, quando la bambina, divenuta ormai una giovinetta,
chiedeva di restare nel monastero di Atella dove era stata educanda.
Anche da vecchia soleva ricordare il fatto alle giovani suore Ho mangiato con un
santo!. E rideva compiaciuta.
33
LA LUCE VIENE DAL CIELO
Quando Gerardo torn a Caposele, gli ultimi resti della crisi erano ormai sommersi
nell'allegria rumorosa del carnevale che dal paese saliva a lambire la collina solitaria di
Materdomini. Era un'allegria schietta che distendeva i nervi e preparava gli animi al
raccoglimento quaresimale. Perci veniva intesa quasi come un dovere perfino tra le
pareti del santuario.
In quei giorni, approfittando delle ferie, venne da Muro il chierico Donato Spicci,
studente di teologia, per un corso di esercizi spirituali, ma specialmente per godere della
conversazione con Gerardo di cui ammirava la santit. Era di quelli che condividevano il
parere di mons. Moio sull'efficacia straordinaria di una chiacchierata con lui.

175

D'indole buona e generosa, don Donato aveva i difetti propri dell'et, cio quella balda
sicurezza che gonfia l'ardire di un ragazzo diciottenne, imbottito d'imparaticci indigesti e
di disprezzo per gli altri; e ci gli merit una saporita lezione del santo.
Questi se ne stava a cucire tranquillamente in guardaroba, quando il giovane gli venne
vicino e, tra una parola e l'altra, si mise a sfogliare un libro trovato aperto sul tavolo di
lavoro. Era la vita della venerabile suor Maria Crocifissa e l'occhio cadde sul capitolo
XII : Stato di solitudine interna sul Calvario, in cui si narra come ella fosse stata
collocata dal Signore in un disabitato Calvario, di fronte al Cristo morto sulla Croce
che, dimorando immoto e taciturno, fra tante ferite, pene e dolori, spirava nell'animo suo
un rigoroso silenzio .
Anche il santo si era trovato nell'estate precedente in tale stato di solitudine interiore,
nell'abbandono totale dalle creature, e nessuno pi di lui poteva comprendere per
esperienza diretta le parole della serva di Dio. Perci, avendo osservato la pagina che
l'altro stava leggendo, disse: Queste cose non sono per voi!.
Don Donato ebbe uno scatto di sorpresa, ma Gerardo continu Voi siete teologo,
eppure son sicuro che non siete capace d'intendere il significato di queste parole.
E che ? , rispose, punto sul vivo, non mica scritto in francese o in ebraico questo
libro ! Chi ha un po' di sale nella testa pu capirlo ! .
Gerardo sorrise : Quand' cos , disse, leggetemi adagio adagio, con tutta la
riflessione, un periodo e poi me lo spiegherete . Volentieri! e s'immerse nella
lettura, soppesando ogni parola, ogni sillaba; poi alz gli occhi, tentando una
spiegazione. Niente da fare! Le idee gli si annebbiavano; non riusciva a spiccicare una
sillaba.
Avete letto ? . S.
Allora spiegatemi quello che avete letto.
Don Donato moveva la lingua, storceva la bocca, ma le parole non venivano fuori.
Intanto era entrato il dottor Santorelli e osservava dalla porta la scena. Si sforzava di star
serio, ma a un certo punto, vedendo che il povero teologo si arrabattava con le mani e
coi piedi per non darsi vinto, scoppi in una risata. Ci indispett maggiormente il
chierico, il quale, non sapendo pi che dire, soggiunse: Del resto, qui non siamo in
teologia!.
Ah s ?... , prosegu il santo, e allora spiegatemi il primo versetto del Vangelo di San
Giovanni: In principio erat Verbum . Era il colmo. Don Donato mont in collera : quel
prologo lo aveva studiato proprio bene; lo aveva presentato perfino agli esami, ed ora...
non era capace d'imbroccare una parola !
Fortuna volle che Gerardo gli venisse in aiuto con la solita giovialit : Don Donato
mio, lasciate andare la collera e venite qua. Gli tracci una croce sulla fronte : Ora
leggete e intenderete ogni cosa.
Fu come se a don Donato cascasse una benda dagli occhi e la lingua si sciogliesse da un
nodo: cominci a parlare con tanta propriet ed energia che gli uscivano dalla bocca, lo
confessa lui stesso, parole di paradiso.
Anche un parroco and a farsi spiegare dal santo alcune pagine del libro: Il Pastore
della buona notte di mors. Giovanni Palafox. Il libro, un romanzo allegorico-religioso,
scritto per combattere la voga dei romanzi erotici e picareschi, vuole spronare ogni cristiano, specialmente i curatori di anime, all'esercizio della virt, ma il velo dell'allegoria,
non sempre chiaro, ne rende difficile la lettura.

176

Il parroco apr una pagina sotto gli occhi di Gerardo ed espose le sue difficolt, ma, per
tutta risposta, si sent tracciare una croce sulla fronte e ud la parola d'ordine: Leggi
mo', in nome della Santissima Trinit!.
Al contatto di quella mano la sua mente si apr; una luce nuova, improvvisa, dirad ogni
dubbio e rese palpabili le idee pi astruse. Da allora bastava che aprisse quel libro per
sentirsi investito dalla stessa luce.
Intanto don Donato, sempre pi ammirato della santit del suo concittadino, lo seguiva
passo passo molte ore del giorno. Gli sedeva vicino nel guardaroba e, mentre il santo
lavorava, egli leggeva e meditava. Una volta lo trov alquanto agitato, alle prese con alcuni ritagli di stoffa. Sul tavolo spiccava un piccolo conopeo ricamato in oro. Era una
meraviglia: ognuno dei quattro pezzi aveva nel mezzo un disegno eucaristico.
Bello! , esclam don Donato.
Si, rispose Gerardo, ma ora debbo farne un altro, grande come questo, e la stoffa
tutta qui. E gli mostr i ritagli sui quali cercava in vano di far quadrare il modello di
carta.
Prova e riprova, tutto era inutile: se accostava un capo, scappava l'altro. Dopo ripetuti
tentativi, ricorse al padre Caione : Padre mio, la cosa impossibile!.
Ma il Padre gli spezz la parola in bocca: Non voglio scuse tu ci hai da pensare.
Gerardo si rimise al lavoro, ma a un certo momento si rivolse a don Donato: Sentite,
don Donato, qui le misure non tornano che mi consigliate di fare ?
Fammi vedere ! , rispose posando il libro sul tavolo ; prov anche lui, poi si strinse
nelle spalle e, alzando il mento, sentenzi Ad impossibile nemo tenetur ; nessuno
tenuto all'impossibile ! . E si rituff nella lettura.
Ma io debbo far l'ubbidienza e la debbo far presto , continu Gerardo, come parlando
a se stesso, questa opera di Ges Cristo e Lui ci ha da pensare.
Si gett in ginocchio, con gli occhi al cielo. Poi si rialz in fretta, come volesse
riguadagnar tempo, afferr la stoffa, la stese sul modello e cominci a tagliare senza
esitazione, fino alla fine. Ne risultarono quattro perfettissimi pezzi, tutti e quattro col
disegno dorato nel centro, tra le meraviglie del giovane che stentava a credere ai propri
occhi.
Prima di tornare a Muro, don Donato volle dal padre Caione alcune di quelle monete che
Gerardo disse d'aver trovato nel buco della serratura. Poi si rivolse a lui direttamente :
Senti, Gerardo, la cognata dell'arciprete Marolda, la signora Rosa Matilde, quella
rimasta cieca da tanti anni, ti chiede, per mezzo mio, qualche cosa che la faccia guarire
.
Il Signore , rispose, la vuole ancora purificare. Ditele che non pensi a guarire, ma
solo a far la volont di Dio .
Don Donato torn alla carica con nuovi argomenti e l'altro sembr mitigare il suo rifiuto:
Il Signore non la vuole guarire cos presto. Perci per ora si consoli, meditando i dolori
di Ges Cristo .
Don Donato venne ai ferri corti: Senti, Gerardo: io dovevo partir questa mattina, ma ti
giuro che non me ne vado pi, se non mi dai qualche cosa da portare alla povera cieca.
Allora Gerardo si rec dentro un ripostiglio, torn con una bottiglia piena d'acqua e
gliela consegn con queste parole: Dategliela con tutta segretezza : non lo sappia
nessuno, proprio nessuno ! .

177

Giunto a Muro, il giovane trov ad attenderlo la domestica della signora, ma la conged,


dicendole: Verr io stesso domani.
Vi and, infatti, recando la bottiglia. L'inferma la ricevette con gran fede e, postasi in
ginocchio, cominci subito a bagnarsi gli occhi risecchiti e spenti. Dopo otto giorni era
perfettamente guarita.
Cosa meravigliosa! Tutti, racconta lo stesso don Donato, attribuivano la guarigione
all'efficacia dei medicinali adoperati; eppure tutti, nel congratularsi con la miracolata,
non potevano fare a meno di gridare: Viva Dio! Viva Dio!.
Quasi contemporaneamente, a Caposele, un'altra donna riaquistava la luce dell'anima,
perduta da molti anni. Era una donna dall'apparenza devota, frequentatrice della
portineria del collegio e conosciutissima dai Padri che la stimavano persona onesta e
devota. Solo qualcuno aveva dubitato di lei, cercando di riportarla sulla via giusta, ma
ella si era schermita con abilit: Oh non ho scrupoli! , aveva detto, evasiva e
disinvolta, conosco molto bene i miei doveri . Ma questa risposta non convinse
Gerardo che un giorno, di punto in bianco, forz decisamente la porta della sua
coscienza. La donna si difese disperatamente, sempre protestando la propria innocenza,
finch non si vide scoperti, uno per uno, tutti i peccati, cominciando dai pi gravi ed
occulti. Allora si diede per vinta e si lasci condurre dal padre Fiocchi che si trovava in
quei giorni a Caposele. Si confess tra scoppi continui di pianto e si rialz
completamente mutata e decisa a perseverare fino alla morte. A chi, dopo molti anni, le
chiedeva di Gerardo, rispondeva con le lacrime di una volta: l'angelo che Dio mi ha
mandato per liberarmi dall'inferno ! .
Passato il carnevale e dispersi col grigiore delle Ceneri gli ultimi strepiti del mondo, nel
collegio riprese il ritmo ordinario della vita religiosa con il lento snodarsi della
quaresima. Ora finalmente il santo, libero dalle soverchie occupazioni esterne, potr
organizzare in tutta l'estensione, il suo sogno di solitudine integrale - aveva desiderato,
tornando a Caposele, d'essere seppellito vivo in una stanza - e d'immersione totale
nell'Amore. Consumarsi in Dio, passando attraverso il proprio nulla: ecco il suo sogno
sublime. La base di partenza sarebbe stata l'umilt; il punto di arrivo, l'Amore. Perci si
diede a scavare in se stesso; a svuotarsi di ogni egoismo : a purificare, insomma, la sua
umilt. Una umilt che abbracciava non solo la zona dell'intelligenza, ma compenetrava
perfino il sentimento. Si sentiva molto al di sotto degli straccioni ai quali prestava
l'assistenza; al di sotto dei peccatori che convertiva alla grazia. Il confronto gli riusciva
facile, spontaneo, emotivo fino al pianto.
Un giorno era capitato in casa un corriere fradicio di fango e di pioggia. Gerardo, mentre
lo colmava di premure, disse ai presenti Vorrei esser privo di tutto e trovarmi nello
stato di questo poveretto. Guardate com' ridotto per guadagnarsi un pezzo di pane! Ed
io!... Ed io!... . Non pot continuare per il pianto.
L'umilt, come annientamento di orgoglio, come distruzione della propria volont e del
proprio giudizio, lo spingeva verso le vette dell'amor puro, nell'unione trasformante di
Dio. L'ascensione per si compiva abitualmente attraverso il ritmo ordinario della vita
comune, con quelle piccole e metodiche azioni scandite dal suono della campanella, con
quelle preghiere vocali prescritte dalla regola che fondevano la sua voce con la voce dei
confratelli. Tutti i carismi di cui fu abbondantemente ripieno non escludono, anzi
presuppongono la lenta trama della vita del chiostro dalla quale non tent mai di
evadere, nonostante la fierezza dei suoi mali. I miracoli, per quanto frequenti,

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costituiscono sempre l'eccezione ; e cos quelle illustrazioni sui misteri della vita
trinitaria. I primi non gli risparmiavano quelle soggezioni alle leggi fisiche dalle quali
tutti vorrebbero essere liberati, perch considerate come una schiavit ; le seconde non
escludevano la lotta abituale contro la dissipazione delle potenze interiori e
l'applicazione anche faticosa dell'intelligenza all'acquisto di quelle verit che formano il
corredo morale di un uomo della sua condizione sociale. Niente di pi errato del
considerarlo un dotto nel significato comune del termine. Gerardo dovette sudare per
arrivare a leggere e capire approssimativamente un libretto di devozione scritto in latino
e si fece aiutare da un chierico redentorista. Alle volte, questi racconta, egli non riusciva
a connettere insieme una parola con l'altra; altre volte procedeva pi spedito, proprio
come avviene nei discepoli mediocremente dotati. Questi balbettamenti hanno il valore
delle azioni pi prodigiose, perch sempre Dio che le illumina e le rende preziose. Ma
questi balbettamenti sono anche istruttivi perch richiamano la nostra attenzione sui necessari presupposti di questa santit che s'impone sulle masse solo in virt degli
strepitosi episodi, mentre, invece, attinge le sue linfe pi nutrienti nell'oscuro sottosuolo
delle azioni ordinarie. Ammiriamo pure gli episodi cos splendidi, cos numerosi, ma,
ammiriamoli come il frutto pi appariscente di una somma di virt nascoste come i
bacini montani sono il risultato dei mille rivoli che li alimentano ; come i vulcani
eruttano il magma stratificato lentamente nelle loro viscere.
Anche Gerardo accumulava ininterrottamente nel proprio interno incentivi possenti di
amore. Quale meraviglia se poi, quando la misura era colma, fosse costretto ad esalarli
impetuosamente all'esterno ? Allora un estro gagliardo lo scuoteva, gli accelerava il
cuore, gli serrava la gola, tanto da costringerlo ad emettere dei sospiri che rintronavano
la casa. Fu ripreso bruscamente dal Padre Cafone, ed egli, per tutta risposta, gli afferr la
mano, portandosela al petto. Il cuore sbatteva come per squarciargli lo sterno. Lo stesso
fenomeno fu osservato dal dottor Santorelli che arrest la mano sotto l'impeto di quel
cuore impetuoso come un cavallo impazzito. E il santo, leggendogli lo stupore sul viso:
Ah, Dottore, disse; se fossi sopra a una montagna, vorrei coi miei sospiri incendiare
tutto il mondo! .
Consapevole di queste sue condizioni, Gerardo amava allora pregar da solo,
possibilmente all'aperto, spaziando gli orizzonti sconfinati e la volta profonda dei cieli.
Una volta fu trovato dal Padre Caione, durante la siesta pomeridiana, in una stanza
solitaria, davanti al balcone aperto sulla valle del Sele, alternando a voce spiegata atti
d'amore verso Dio e atti di dolore per i propri peccati. Bastava la pi piccola eccitazione,
perch tutta quella forza interna si mettesse in ebollizione, cercandosi un varco
all'esterno. Allora era costretto a correre, a danzare, a volare, con tutti quei movimenti
che all'uomo ordinario possono sembrare anormali. Ma l'anormalit dei santi la logica
dello Spirito che muove i loro impulsi interiori.
Un giorno, il santo passeggiava col dott. Santorelli nel piazzale interno della casa,
parlando di Dio. Le parole erano placide come i loro passi, come la campagna intorno
con le piante ancora spoglie, tra cui spiccava il colore bianco-carnicino dei mandorli in
fiore. A un tratto giunsero le note di un flauto, poi una voce dolce e mesta che si
esprimeva nel canto. Era un povero cieco che veniva ogni giorno a ritirar l'elemosina
dalla portineria. Passava rasente le mura esterne, cantando la canzoncina composta due
anni prima da Sant'Alfonso per consolarsi della morte del Padre Cafaro : Il tuo gusto e
non il mio - voglio solo in Te, mio Dio!.

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Il santo si arrest un momento come per afferrar bene la nota, poi ripet a voce alta: Il
tuo gusto e non il mio; il tuo gusto e non il mio! , alzando a mano a mano la voce, a
seconda dell'impeto interno che l'assaliva e l'invadeva tutto. Poi si diede a correre, a
saltellare qua e l, sempre ripetendo a voce alta le parole del canto, mentre il Santorelli,
rimasto solo, lo contemplava meravigliato.
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CON DUE DITELLE
Una mattina di fine febbraio, Gerardo and di buon'ora dall'amico Santorelli : Domani
, disse, dovr partire per Napoli, e son venuto a salutare gli amici.
La notizia produsse una dolorosa sorpresa, specialmente nella sorella del Dottore, la
quale alla fine gli disse tristemente: Ed ora quando ci rivedremo ? .
Stasera! , rispose.
Il Dottore sorrise, sapendo che il santo, dopo l'Ave Maria, per regola, non avrebbe potuto
uscir di casa.
Ma egli insist : Non scherzo, torner stasera. In giornata debbo salutar gli amici.
Quell'insistenza sugli amici fece una certa impressione sul Dottore che si domandava a
chi volesse alludere. Lo seppe pi tardi quando inizi le visite agli ammalati. Presso ogni
capezzale, vedeva un'ombra scivolare silenziosa, attirando l'attenzione e le speranze
dell'infermo. Era lui, Gerardo : lo stesso volto, gli stessi occhi, lo stesso sorriso. Avrebbe
voluto interrogarlo, ma non os. Lo fece la sera, incontrandolo nella portineria del
collegio: Ma si pu sapere cosa volevi da me, quest'oggi ? In ogni visita ti avevo
sempre davanti .
E che volevo ? rispose Gerardo, non lo sai che domani debbo partire ? Non te lo
avevo detto che dovevo salutar gli amici ? . Il Dottore torn a casa sbalordito, ma una
nuova sorpresa lo attendeva sulla soglia, quando la sorella gli disse: Sai ? Poco fa
venuto fratel Gerardo .
Ma come possibile, se poco fa era con me in collegio ? Te lo sarai sognato .
Non me lo son sognato , rispose energicamente, l'ho visto coi miei occhi cos come
ora vedo te. Avrei potuto parlargli, ma non ne ho avuto il coraggio. Lo posso giurare!.
Ma non c'era bisogno di giuramenti, perch un altro fenomeno di bilocazione era stato
osservato nella stessa giornata dal giovane Teodoro Cleffi.
Egli era stato pregato dal santo di segnalargli le necessit pi urgenti degli infermi ed era
volato immediatamente nella casa di un suo conoscente: Amico, vi occorre qualche
cosa?, gli disse.
Nulla , rispose, perch proprio adesso venuto fratel Gerardo e mi ha rifornito di
tutto .
Ma come pu essere, se vengo da lui e l'ho lasciato in collegio ? .
Guarda!, e gli indic vari oggetti depositati sulla tavola, quella roba me l'ha portata
fratel Gerardo .
All'indomani si diresse verso Napoli con un solo programma Vivere nascosto in Dio .
Giunto a Serino, un paesello adagiato in una valle fluviale, verde di prati e di piante, per
non essere riconosciuto, si ferm in una lurida taverna, tra i motteggi dei fannulloni,
meravigliati di vedere un missionario tra quegli avventori avvinazzati. La voce arriv
fino alla famiglia De Filippis che si onorava di ospitare i missionari di passaggio. Il
padrone scese subito a rendersi conto del fatto e, riconosciuta la divisa dei Redentoristi :
Oh Padre , esclam, voi qui ? . E lo trascin a viva forza in casa. Conosceva molti

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Padri e di tutti chiese notizie, specialmente di fratel Gerardo di cui aveva sentito tanto
parlare e che avrebbe desiderato ardentemente di conoscere.
Gerardo, con una risposta evasiva, cambi discorso.
A Napoli si propose di evitare assolutamente i luoghi dove aveva suscitato entusiasmi,
contento d'inseguire di chiesa in chiesa il suo Signore, esposto nelle sacre Quarantore, e
di passare i tempi liberi nelle botteghe degli artisti a ragionar di Dio. rimasta celebre la
sua amicizia col pittore Di Maio, rinomato per la sua arte e la sua virt. Il santo si
fermava estatico davanti ai suoi quadri, plasmati dal soffio dell'ispirazione cristiana, e
dalla bellezza dell'arte risaliva alla bellezza creatrice di Dio.
Nello stesso tempo frequentava lo studio di uno scultore che stava lavorando una
Madonnina per il Padre Celestino De Robertis. Gerardo assisteva e sollecitava l'artista,
intrattenendolo con discorsi di cielo. Fu soddisfatto quando pot assicurare il Padre che
La statovina... era venuta veramente bellissima e che si stava gi lavorando l'aureola
e la colorazione al vivo (o.c., pag. 43).
Ma la sua occupazione prediletta era sempre la preghiera, una preghiera divenuta ormai
orazione di quiete, come placido approdo dell'anima in Dio. Dopo le tempeste dei mesi
precedenti, si trovava finalmente immerso in una luce nuova, pacifica e pacificante, che
scorreva, come torrente, dal Cuore ferito di Cristo; poteva abbandonarsi, senza
resistenze, al flusso gioioso della luce e inebriarsene in ogni fibra dell'essere. Da ci
nasceva in lui il desiderio sempre pi ardente d'impossessarsi dei tesori del Sangue
Divino, custoditi nei forzieri della Chiesa: di arricchirsi cio del maggior numero d'indulgenze. Appena arrivato a Napoli venne a sapere che il dotto gesuita Francesco Pepe,
confessore del Re e direttore del conservatorio della citt, aveva ottenuto dal sommo
pontefice Benedetto XIV grandi privilegi per l'acquisto delle sante indulgenze. Senza
perder tempo, arriv fino a lui, e con urgenti preghiere , come egli stesso si esprime,
riusc a impossessarsi dei suddetti privilegi.
Desideroso del bene altrui, come del proprio, si affrett a parteciparli alla madre
Crostarosa con una lettera che tutta un grido di trionfo : La divina grazia e la
consolazione dello Spirito Santo nostro siano sempre nell'anima di V.R. e di tutte le
vostre figlie, Mamma Maria Santissima ve le conservi: Amen, amen . Segue l'elenco
delle indulgenze plenarie da lucrarsi nelle feste della SS. Trinit ; in tutte le feste di Ges
Cristo e di Maria SS. e degli Apostoli; nella festa di San Giovanni Battista, S. Anna, S.
Giuseppe, S. Michele Arcangelo, S. Gioacchino e S. Elisabetta. Le suddette indulgenze
sono estensibili a tutte le suore ed educande presenti e future col solo onere della
comunione e delle solite intenzioni generali.
Come compenso, chiedeva l'applicazione di otto comunioni con relative indulgenze nei
giorni successivi alla propria morte. La lettera porta la data dell'8 marzo, quarta
domenica di quaresima. Si entrava nel tempo sacro della passione e il santo si applic
alla contemplazione del suo Dio crocifisso. Traspariva all'esterno, dalla mente astratta,
dall'occhio lanciato verso l'alto, l'abitudine ai sublimi pensieri che lo rendevano estraneo
alla piccola vita di ogni giorno. Ci destava la curiosit dei monelli, il frizzo mordace
degli adulti e, una volta, perfino l'affronto di due donne di cattiva fama. Il fatto lo narr
lui stesso al padre Caione.
Se ne andava per un vicolo meno frequentato, tra il monastero di Donna Regina e lachiesa di San Giuseppe dei Ruffi, quando da uno di quei bassifondi in cui vivevano
promiscuamente uomini e bestie, gli giunsero all'orecchio i lazzi delle due donne. Si tur

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le orecchie e continu la sua strada. Ma il giorno dopo, allo stesso punto, le due donne,
divenute pi ardite, gli mossero incontro. Una sonava il colascione ; l'altra il tamburello.
Lo presero in mezzo e cantando e sonando e ballando gli intralciavano il cammino,
aggiungendo ai gesti parole sconvenienti.
Allora Gerardo arretr d'un passo, si drizz sulla persona e con voce terribile tuon:
Ah non la volete finire ? Volete proprio vedere un castigo di Dio sotto i vostri occhi ? .
Appena proferite queste parole, una delle donne, come percossa dal fulmine, stramazz a
terra, urlando: Madonna mia, muoio! Madonna mia, muoio! .
Fu raccolta e portata via di peso, mentre l'altra, atterrita, se la dava a gambe, e Gerardo,
senza voltarsi indietro, proseguiva il cammino.
Ma l'ora della grande manifestazione era ormai sonata.
Quella mattina egli si era recato, come al solito, in Piazza del Mercato per gli acquisti
giornalieri. Erano i primi di aprile, ma la primavera sembrava ricacciata indietro da un
vento indiavolato che portava nuvole e pioggia. La piazza era deserta. Intorno alla Pietra
del Pesce vagabondavano alcuni pescatori scalzi e disillusi per il mare grosso che aveva
impedito nella notte ogni buona retata.
Gerardo gi si accostava al gruppo, quando ud un urlo prolungato che andava e veniva
col vento : grida, pianto, implorazioni di aiuto.
Una disgrazia! , pens, correndo verso il mare. Il mare lo vide come una bestia ferita
che stramazzava, muggendo, sugli scogli; tutta la distesa era un sussulto frenetico di
bava, soffocata dalle nubi. Ma chi gridava ? Eccolo l, pi avanti, lo strano groviglio di
uomini e donne in delirio. Che volevano ? Chi cercavano ?
Tutti gli occhi erano fermi su un punto distante pochi metri, dove, nel vortice formato
dalla risacca, una barchetta carica di pescatori ballava inpazzita sui flutti, facendo sforzi
disperati per prender terra. Dalla riva ogni tanto scendevano uomini muniti di corde, ma
venivano spazzati via inesorabilmente dalla furia delle onde. Poi il vento crebbe ; crebbe
la rabbia del mare che copriva ormai con gli spruzzi i pescatori fiaccati e stravolti;
crebbe la disperazione del gruppo sulla riva che si aspettava da un momento all'altro il
fatale naufragio.
Fu allora: Gerardo si fece un segno di croce; si gett il mantello sulla spalla sinistra ;
avanz tranquillo nel mare e, raggiunta la barca, l'afferr con due dita, dicendo a voce
alta: Via su, in nome della SS. Trinit! , e la tir a riva come un sughero galleggiante.
La folla, rimasta attonita e senza fiato, proruppe in un sol grido Miracolo ! Miracolo !
Il santo ! Il santo ! . E gli si precipit addosso, ma il santo era gi fuggito. Attravers
come un lampo la piazza, infilando un vicolo dopo l'altro, finch non ud pi alle spalle
quel grido : Il santo ! Il santo ! Miracolo ! Miracolo ! .
Allora si ferm trafelato nella bottega di un suo amico, Gaetano 1'ottonaio, che,
incuriosito, lo tempest di domande. Seppe cos l'accaduto e lo raccont ai Padri.
Invece il padre Caione lo seppe direttamente dallo stesso Gerardo. Mentre conversava
con lui alla presenza del dottor Santorelli, gli disse a bruciapelo: E la faccenda della
barca come and ? . Egli sorrise: L'afferrai con due ditelle e la tirai a terra.
E il Dottore: Dimmi la verit: ti sei gettato in mare, perch sentivi caldo, non vero?.
E Gerardo : Come stavo in quel giorno, ci sarei andato pure volando per l'aria . Anche
il canonico don Camillo Bozio lo seppe direttamente da Gerardo e proprio all'indomani
dell'avvenimento. Passeggiavano insieme di fronte al castello, per l'attuale piazza del

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Municipio, quando, dietro alle loro spalle, un abate disse: Ecco quello che ieri si gett
in mare.
Gerardo allung il passo, mentre il Canonico non faceva che ripetergli : Adagio,
adagio ! Aspettatemi ! Aspettatemi ! . Finalmente, allontanatisi dal luogo, il Canonico
gli disse: A che cosa alludeva l'abate ? . E Gerardo raccont l'accaduto.
Da allora il suo nome si sparse per tutta la citt e spesso fu fatto segno a dimostrazioni di
stima anche da parte di personaggi ragguardevoli, ma egli cerc di nascondersi dietro il
velo della sua umilt.
Una mattina, mentre si ritirava in casa, fu avvicinato da un volante, vestito di bianco,
con galloni dorati di un'illustre famiglia napoletana.
Chi cercate ? gli chiese.
Ed egli con profondo inchino: La signora duchessa di Maddaloni desidera conferire
con fratel Gerardo .
E Gerardo: Ma che cosa ne vuol fare la Duchessa di fratel Gerardo ? Costui un
pazzo, uno scemo senza cervello. E si ritir.
Un'altra mattina, una dama lo raggiunse davanti alla chiesa dello Spirito Santo per dirgli:
Fratel Gerardo, compiacetevi di venire a casa, perch mio figlio malato.
Ed egli: Signora mia, a che servirebbe la mia venuta ? Vi prometto di raccomandarlo
alla Madonna.
La stessa chiesa fu testimone di un altro fatto simile.
Mentre conversava con don Filippo Rossi di Caposele, sopraggiunsero due nobildonne.
Una gli disse: Fratel Gerardo mio, vieni a guarire mia figlia.
Gerardo era combattuto tra l'umilt e la carit, ma, viste le lacrime della donna, rispose:
Voglio andare a domandare il permesso al padre Margotta. E, ottenutolo, raggiunse
l'inferma. Non sappiamo che avvenne.
Il padre Margotta, per salvare le convenienze, fu costretto qualche volta a inviarlo nei
palazzi dei grandi, ed egli ubbid. Con la solita veste e il solito cappellaccio, sal le
superbe scale di marmo, calpest i preziosi tappeti, mentre i valletti gli aprivano il passo
di sala in sala, tra le specchiere arricciolate e gli stucchi dorati, fino al cospetto della
dama, dai piedini fruscianti sotto l'ampio guardinfante, la testa piumata, il viso cosparso
di nei.
Tra le sue ammiratrici primeggiava la duchessa d'Ascoli, donna Eleonora Sanfelice che
portava il nome del santo in tutti i salotti della capitale.
Gerardo non era l'uomo da sdegnarsi davanti a quel mondo fittizio, in cui anche la piet
si colorava di un languore d'Arcadia. Solo il santo sa essere indulgente con le debolezze
della nostra natura e abbraccia con la stessa carit ricchi e poveri, nobili e plebei, perch
tutti redenti dal sangue di Cristo.
Se vogliamo conoscere i discorsi che egli teneva con queste persone, basta leggere le
lettere indirizzate ai gentiluomini, poche in verit, ma tutte ripiene dello stesso affetto
paterno, delle stesse esortazioni alla pazienza, all'amore a Ges, alla fuga dal peccato.
Un nobile spiantato gli si era rivolto per una raccomandazione presso un duca; ma la
raccomandazione non sort l'effetto sperato. Il santo ne approfitt per spronarlo alla virt
: Fratello mio in Ges Cristo, abbiate pazienza nelle vostre tribolazioni, ch tutto ci
permette Dio per vostro bene. Dio vuole che vi salviate l'anima e vi ravvediate. Uno
necessario : soffrire tutto con rassegnazione alla divina volont, perch questo vi aiuter
per la vostra eterna salute .

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Il gentiluomo insistette e il santo fu costretto ancora una volta a bussare alle dure
illustri porte, ma con lo stesso esito di prima buone parole, buone promesse, e non
altro. Gerardo non perd per questo la sua serenit e il suo spirito cristiano, e continu le
sue esortazioni: Abbiate pazienza se non ottenete subito ci che andate trovando. Forse
il mio Signore impedisce la strada per tenervi mortificato. Iddio riduce l'anima tra le
miserie ed amarezze per farla rientrare in se stessa e conoscere che cosa vuol dire un Dio
offeso... Perch dunque vi volete disperare, quando codeste vostre pene sono poche di
fronte a quelle che avreste da patire per i vostri peccati ? Non sarebbe peggio se ora vi
trovaste nell'Inferno ?... Io l'ho mandato a dire di nuovo al Signor Duca; ma lo
compatisco, perch non ha comodo per ora di situarvi. Lasciate fare a Dio: come vi
porterete con Dio, cos Dio vi aiuter (o.c., pagg. 68-69-70).
Cos, da una di quelle occasioni che noi chiameremmo banali, Gerardo sa cavare
considerazioni elevate ed esporre con franchezza apostolica quelle verit che debbono
guidare anche le azioni dei nobili per non incorrere nella condanna eterna.
Quando poi c' di mezzo l'offesa di Dio, allora non c' nobilt o amicizia che tenga. Egli
sa drizzarsi nella persona come un lottatore e affrontare l'avversario. Ci resta al riguardo
una lettera molto significativa, perch indirizzata a un nobile dell'amicissima famiglia
Santorelli di Caposele, di nome don Girolamo, il quale aveva tentato circuire con doni
una certa Caterina, monaca di casa, e, non essendoci riuscito, aveva imprecato contro il
confessore di lei e chi le aveva imposto il corpetto nero. La lettera del 16 maggio, da Napoli, scandita con la fierezza di chi sa difendere la giustizia, e con la sicurezza di chi si
appoggia alla forza di Dio: Ti dico che ella difesa da Dio e da me: perch vuoi
tentare la potenza di Dio ?... Non sono cose da uomo dabbene... e se sto lontano, sappi
che nessuna cosa pi impossibile a Dio... .
Poi la sua parola si fa pi umana, pi comprensiva: Oh Dio! Tu sai il bene che ti porto
e ti avanzi a tanto! Ma ti perdono, perch fosti trasportato dalla tua giovent ; poich chi
sta in tale stato, non pensa all'Inferno e all'infinita perdita di Dio (o.c., pag. 45). Le
ultime giornate di Napoli furono rallegrate dalla presenza del padre Celestino De
Robertis, uno degli ammiratori del santo, venuto da Pagani, forse per prendere la
statuetta della Madonna. I due amici uscivano spesso insieme, evitando accuratamente le
vie centrali, dove, verso il tramonto, sfilavano le carrozze dei nobili, veri salotti
ambulanti, costruiti per la felicit della dama e del cavaliere servente. I quali, seduti
languidamente sui molli cuscini, coi cristalli abbassati, sfoggiavano i loro gioielli
davanti agli occhi attoniti dei popolani, mentre i volanti con le mazze d'argento precedevano di corsa le superbe quadrighe, urlando ai quattro venti i lunghi titoli dei loro
nobili signori. Intanto il sole calava e la sfilata continuava al chiarore delle torce. Allora
per i nostri due amici erano gi raccolti nella meditazione serale.
In uno di questi pomeriggi, mentre Gerardo e il padre De Robertis tornavano, bel bello,
per una via appartata, s'incontrarono con un giovane sacerdote, venuto a studiare
teologia all'universit. Dopo i primi saluti, il sacerdote cominci a parlare delle sue
occupazioni, tutt'altro che liete: studi faticosi e difficili. E senza avvedersene, entr nel
tema dell'Incarnazione del Verbo, e della sua generazione eterna dal Padre. Gerardo
ascoltava senza batter ciglio, poi cominci col chiedere spiegazioni, coll'aggiungere
qualche breve commento; in ultimo prese lui la parola con tanta chiarezza e propriet
che i due s'interrogarono pi volte con gli occhi carichi di meraviglia. I concetti pi

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astrusi si rivestivano naturalmente delle immagini pi semplici e tutto veniva soffuso di


tanta carit che si comunicava anche ai due ascoltatori.
Le ombre calavano dal cielo e il gruppetto nero si disegnava ancora ai margini della
strada, tra le gomitate di un passante frettoloso e il grido lamentoso di un venditore
ambulante.
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LA RUOTA-DEL CONVENTO
Verso la fine di aprile, i due solitari dell'ospizio si trasferirono per alcuni giorni da
Napoli a Calitri, nella verde vallata dell'Ofanto. Il padre Margotta vi possedeva una
propriet terriera che aveva legata al collegio di Materdomini e vi si recava di tanto in
tanto, specialmente al tempo del raccolto. Questa volta lo accompagnava il nostro
Gerardo.
Presero alloggio presso la famiglia Berrilli, una di quelle famiglie di nobilt provinciale,
frequenti in quell'et ancora feudale, che passavano il tempo nelle normali faccende
agricole e nei pettegolezzi paesani. Religiose per tradizione, imparentate con molte suore
dei vari monasteri locali, sufficientemente dotate di ricchezze, riponevano la loro
ambizione nell'ospitare i missionari di passaggio e nel legare i loro nomi a qualche
chiesa o arciconfraternita religiosa. Per se dalle chiese esigevano, come compenso, una
lapide coi titoli altisonanti degli avi, dai missionari si aspettavano tutto un codice di
osservanza rigorosa: austerit di gesti e di parole; mani e mento inchiodati sul petto;
volto atteggiato a piet.
Per la famiglia Berrilli il tipo ideale del missionario era impersonato dal padre Margotta,
cos grave e compassato e col tormento interno scavato sulle guance. La sua figura un
po' tetra e nostalgica rendeva pi evidente il contrasto col suo compagno di viaggio,
tutto fuoco negli occhi; tutto fremiti nelle parole ; tutto giovialit nella persona. Ma il
Padre correva dalla mattina alla sera dietro le opere dei campi, mentre l'umile Fratello
rimaneva solo, a contatto con una famiglia sconosciuta da cui veniva riguardato con una
certa aria di compatimento.
Se ne consol col Signore, proponendosi di trarne i massimi vantaggi spirituali. Nelle
ore libere dalle lunghe orazioni in chiesa, voleva servire; servire in casa degli ospiti con
la stessa semplicit con cui serviva in collegio. Spaccava la legna, rassettava le stoviglie,
sbrigava le incombenze pi faticose, nonostante le proteste della famiglia che venerava
in lui, se non altro, la veste del missionario. Ma per Gerardo l'essenziale era di rendersi
utile e di guadagnarsi il pane che mangiava, anche se la sua non eccessiva abilit
nell'arte culinaria fosse resa ancor meno valida dalle distrazioni frequenti.
Un giorno che aveva sollevato una vettina sul ginocchio per versar l'olio in una bottiglia,
la lasci scivolare per terra, macchiando la veste e il pavimento. Una ragazza l presente
gli scaric addosso molte villanie. Alle sue grida accorse donna Giulia Arace, la padrona
di casa, che riprese aspramente la figliuola : Non questo il modo di trattare i
missionari ... Del resto, soggiunse per consolare il povero Gerardo che guardava
mortificato il disastro, del resto, mi occorrevano proprio dei batuffoli di lana inzuppati
d'olio e il fatto mi viene a proposito.
Cos dicendo, si ritir nella stanza vicina a rifornirsi di lana. Quando torn in cucina, la
vettina era al proprio posto, con la stessa misura di olio, il pavimento asciutto e pulito.
Guard la figlia: aveva i segni dello stupore sul viso. In quei momenti - dir costei pi
tardi alle consorelle del locale monastero benedettino, dove prendeva il velo col nome di

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suor Maria Giuseppa - in quei momenti io ero come stordita, come immersa in una
visione di sogno. Vedevo Gerardo ricomporre con le sue mani i cocci sparsi per terra e
l'olio rifluire lentamente nel vaso risanato. Mia madre rimase senza fiato per un pezzo,
mentre egli si ritirava nella sua stanza a pregare. L lo trovammo, luminoso come un angelo .
Fin d'allora donna Giulia cominci a venerare fratel Gerardo e a confidargli i segreti
della propria coscienza. Una volta, durante il pranzo, il santo conversava con lei
animatamente di Dio. Li ascoltava con un certo sussiego il padrone di casa, don
Giuseppe Nicola Berrilli, meravigliandosi grandemente del calore di quelle parole, sante
senza dubbio, ma forse troppo familiari per non dare appigli al demonio, il quale
maestro nel prendersi giuoco delle migliori intenzioni. Non aveva ancora finito di
formulare il suo giudizio che Gerardo, troncando il discorso con donna Giulia, si rivolse
a lui direttamente: Si: vero, disse, il demonio va sempre in cerca di ci che di
Dio ; ma state sicuro che Dio non permetter mai che egli si prenda qualcosa delle nostre
sante intenzioni .
E riprese il discorso interrotto.
Ma la rivelazione completa avvenne poco dopo per opera del padre Margotta. Era venuta
una donna da Bisaccia in cerca di Gerardo, e dovette attenderlo fino all'ora di pranzo
perch era in chiesa. Quando lo vide spuntare, gli si gett ai piedi, scoppiando in lacrime
disperate e implorando la grazia per un congiunto gi spacciato dai medici. Non si calm
se non quando ebbe l'assicurazione che avrebbe pregato per lui.
Osservavano la scena, sorpresi e divertiti, i signori Berrilli, mormorando di tanto
fanatismo che poteva compromettere la seriet stessa della religione. La sera
raccontarono l'accaduto al padre Margotta, deridendo in un fascio la fede superstiziosa
della donna e la goffa semplicit di Gerardo. Ma il Padre, fattosi serio, rispose Voi ci
ridete, perch non conoscete i doni straordinari di questo santo Fratello .
E narr brevemente alcuni episodi di cui era stato testimone. La sorpresa fu grande, ma
le sue parole ebbero quasi subito la conferma strepitosa dei miracoli.
Era moribondo un valente chirurgo di nome Giovanni Cioglia, rinomato per l'abilit
professionale e l'onest della vita. Si; attendeva da un momento all'altro la notizia del
trapasso, quando entr Gerardo, inviato in suo soccorso dal padre Margotta, e gli tracci
sulla fronte un segno di croce. Al tocco di quella mano, l'infermo si riebbe, conservando
per pi giorni perfetta lucidit mentale, tra le meraviglie di tutto il paese che gridava al
miracolo. Ma il santo corresse: Tanto pu fare l'ubbidienza!.
Questo fatto ne provoc un secondo, quasi uguale.
Una suora, atterrita per la sorte di un fratello, entrato in agonia prima d'essersi
confessato mentre ne aveva estremo bisogno, si rivolse a Gerardo, ma questi,
preoccupato dal crescente rumore dei suoi miracoli, riluttava. Allora la suora ricorse al
padre Margotta e l'ubbidienza vinse ogni ostacolo. Al segno di croce del santo,
l'ammalato prima riacquist i sensi e si confess; poi, a pi riprese, si ristabil
completamente.
Insomma, quanto pi Gerardo amava nascondersi, tanto pi il Signore lo glorificava:
perfino le sue vesti cominciarono a produrre miracoli.
La signora Angela Rinaldi, sorpresa da acute emicranie in casa Berrilli, vedendo in un
angolo il cappellaccio di Gerardo, se lo calc sulla testa, dicendo tra il serio e il faceto:
Voglio proprio vedere se questo Fratello santo ! . Il dolore scomparve all'istante.

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Allora cominci una vera caccia alla roba del santo, ricorrendo a tutte le industrie per
sorprendere la sua buona fede.
Un giorno i signori Berrilli lo costrinsero a calzare un paio di scarpe nuove per tenersi,
come preziosa reliquia, le vecchie. Le avevano appena riposte nell'armadio, quando un
giovane garzone fu assalito da violente coliche viscerali. Mentre si contorceva sul letto,
la signora Giulia gli appoggi sulla, parte inferma le scarpe e ogni dolore scomparve. Il
male torn dopo una decina di giorni. Ma questa volta fu lo stesso giovane che tra gli
spasimi si mise a gridare Portatemi le scarpe di fratel Gerardo . E il dolore scomparve
per sempre. Da allora quelle vecchie scarpe passarono di casa in casa, seminando
miracoli, finch, divise e suddivise tra i devoti, scomparvero dalla circolazione. Si sa
solo che una di esse fu donata al monastero delle Benedettine dove and perduta.
Tutti questi prodigi preludevano alla conversione delle anime. Infatti, appena se ne
diffuse la fama, i peccatori e i sofferenti sentirono il bisogno di ricorrere al grande
taumaturgo, il quale inizi una vera azione apostolica con la stessa efficacia di Corato e
Castelgrande. Molte anime tocche dalla grazia tornarono a Dio; molte, gi bene avviate,
raddoppiarono il fervore.
Tra le altre, la signorina Maria Candida Arace, sorella dell'arciprete di ndretta, la quale
era agitata da infiniti scrupoli che non le davano pace di notte e di giorno. Stava per
perdersi di coraggio quando, per mezzo di donna Giulia, sua parente, venne a conoscere
i prodigi di Calitri. Allora prepar una lunga filastrocca di ansiet e di dubbi, e si mise in
viaggio, ripassandosela mentalmente infinite volte. Ma, giunta alla presenza del santo,
fosse la commozione, fosse un collasso improvviso di nervi, non riusc a spiccicare una
parola. Arrossiva, tremava, apriva e chiudeva la bocca, ma non le si cavava nulla.
L'altro, dopo averla incoraggiata pi volte, alla fine disse: Giacch non volete parlar
voi, parler io. E le pose sotto gli occhi tutti i suoi pensieri, ansiet, dubbi e timori,
dando per ognuno un risposta esauriente. La poverina riacquist la pace.
Se poi le anime non andavano da lui, era lui che correva loro incontro con tutte le
insinuazioni della grazia e le minacce dei castighi di Dio.
Don Nicol Saverio Berrilli era un gentiluomo dalla vita facile e gaudente che si gettava
nei piaceri con un'impetuosit naturale e selvaggia, incurante degli scandali. Ma i suoi
eccessi derivavano dalla passione, non dai principi, perch era fondamentalmente credente e rettore di un beneficio ecclesiastico. Voleva solo godersi la vita, riservando alla
penitenza il tempo futuro. Ma disgraziatamente le sue vedute non collimarono con quelle
del cielo.
Il santo lo esort con rude franchezza a far penitenza e a recarsi a Caposele per gli
esercizi spirituali. Don Nicol non neg le sue colpe: non oppose un rifiuto e non si
meravigli della proposta.
Solo cerc di guadagnar tempo. Ora non posso , rispose, ma, a Dio piacendo, dentro
ottobre senz'altro verr .
In ottobre ? , lo interruppe il santo con forza, ma voi ottobre non lo vedrete! . Il
gentiluomo era robusto come una quercia; eppure, sorpreso da febbre maligna, scese
precocemente nel sepolcro il 19 luglio di quell'anno, munito dei conforti religiosi.
Intanto la fama delle conversioni e dei miracoli era penetrata nel monastero delle
Benedettine, le quali si rivolsero al padre Margotta per averlo tra loro. Ricevuta
l'ubbidienza, Gerardo si mise all'opera con l'usata veemenza. Esort le suore ad amare la
regola e lo sposo divino: due amori che dovevano formare un unico amore. Infiamm le

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fervorose, rianim le timide, spron le tiepide e le irrisolute con parole che scioglievano
le difficolt, ridestavano le energie assopite e raddoppiavano l'efficacia dei propositi.
Una giovane aspirante, sul punto di cedere alle insinuazioni dei parenti, dopo una breve
conversazione col santo, cambi improvvisamente parere, e chiese franca e risoluta di
consacrarsi al Signore.
Una suora scrupolosa, tormento dei confessori e delle consorelle, si present a Gerardo.
Egli le impose silenzio ; le espose il suo stato interiore e poi conchiuse : Ed ora ecco
quello che devi fare per guarire e le tracci un programma di vita. La suora riacquist
la pace.
Dal fervore privato si accese il fervore comune. Crebbe il raccoglimento e il distacco dal
mondo. Ma il santo non ne era soddisfatto, perch pensava che non si potesse concepire
un vero fervore finch sussistessero le cause della dissipazione e del male. Ora queste
cause egli le aveva individuate nella ruota del monastero, che dava sulla strada e sul
piazzale antistante alla chiesa : per cui avveniva che il viavai di persone col loro vocio
scomposto riuscisse a turbare quella zona di silenzio, necessaria alla preghiera. E poi in
una tavola della ruota egli aveva scorto un certo forellino che poteva divenire sorgente di
curiosit e di scandali.
Si rivolse alla madre Badessa, la quale personalmente non fu contraria, ma gli fece
osservare che, per sistemare altrove la ruota ed ovviare agli inconvenienti lamentati,
sarebbe stato necessario consultare le altre suore. La risposta era evasiva, ma Gerardo
non si perse di coraggio. Col consiglio del padre Margotta, tenne alla comunit un
discorso tanto infuocato sui pericoli del mondo e gli inconvenienti della ruota che a un
certo punto fu interrotto da un sol grido : Si faccia, si faccia subito ! .
Far subito era anche il suo parere, ma l'ora era tarda e non sarebbe stato possibile avere
un muratore. Perci la cosa fu rimessa all'indomani. Ma all'indomani si era gi dovuto
verificare qualche cosa di nuovo, se Gerardo corse di buon mattino al monastero, nascondendo a malapena l'agitazione interna.
Si present alla madre Badessa e le chiese se la comunit avesse gli stessi sentimenti
della sera precedente. La Madre, colta di sorpresa, cominci a destreggiarsi con parole
generiche : che non capiva il perch della domanda; che non c'era motivo di credere che
ci fosse qualche cosa di nuovo. Ma il santo, fattosi serio e triste, le spezz la parola:
Dunque, voi mi dite che non c' nulla di nuovo ? E non ricordate che la tal suora, ieri
sera, durante la ricreazione, ha opposto questa e questa ragione ? E la tal'altra'quest'altra
ragione ? .
E seguito, citando nomi e cognomi e le ragioni addotte contro la rimozione della ruota.
Ebbene , concluse, non se ne parli pi. Non avete voluto cambiar la ruota ed essa non
si cambier pi . E usc profondamente turbato.
La ruota, per testimonianza di molti, rimase ancora per decine e decine di anni al
medesimo posto. Solo pi tardi, dopo incessanti preghiere, si riusc finalmente a
sistemarla altrove. Di fronte vi fu posta l'immagine di fratel Gerardo. Egli, col Crocifisso
posato sul petto, rimase l a ricordare alle religiose gli impegni solenni della loro
consacrazione a Dio.
36
GLI OCCHI DEL SANTO
Quando ai primi di giugno, il santo torn a Caposele, il collegio sembrava una fortezza
presa d'assalto dai numerosi operai intenti a squadrare le pietre ed innalzare le mura. Ma

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il piano gi ultimato risonava del salmodiare cadenzato degli esercizianti che nella
preghiera costruivano anch'essi il loro edificio spirituale. Vi era un gran da fare per la
casa, animata come un alveare, e Gerardo attese alle mansioni pi disparate, passando
dalla cucina al guardaroba, dal guardaroba alla dispensa, senza mai distogliere gli occhi
dalla contemplazione che continuava ad essere la sua occupazione principale.
Una mattina, lo racconta il Tannoia, dopo la comunione, si lasci andare in ginocchio
davanti al Crocifisso che dominava una parete della cappella detta dei Bracciali e rimase
li, impietrito come una statua. Quando si riebbe, il sole picchiava a perpendicolo sui
tetti.
Si avvi verso la cucina con la pupilla ancora colorata della visione svanita, quando
s'imbatt con fratel Carmine Santaniello, rosso di stizza: Come ? quasi l'ora di
pranzo e non hai ancora acceso il fuoco ? .
Ed egli con calma imperturbabile: Uomo di poca fede, e gli angioli che hanno da
fare?.
Il pranzo fu servito con perfetta regolarit.
Ma il suo lavoro ordinario era sempre nel guardaroba, divenuto suo appannaggio
tradizionale per la discreta competenza in materia. Vi passava lunghe ore alle prese con
vesti e biancheria. Nei tempi liberi confezionava conopei e piccoli arredi liturgici, sfruttando ritagli di stoffe preziose, merletti e ricami. Quando non li aveva, se li procurava
con rara industria dai suoi benefattori.
Un giorno chiese alla signora Fungaroli un pezzo di seta bianca. Ella frug la casa senza
trovarla. Gi pensava di ritagliarla dall'abito di sposa, quando il santo, incontrandola, le
disse : Non occorre guastare una veste di tanto valore per due striscioline di stoffa;
cerca meglio nel fondo di tale armadio e le troverai. Le trov l con sua grande
meraviglia, sebbene in precedenza lo avesse rovistato inutilmente almeno dieci volte.
Terminati gli esercizi spirituali, s'iniziarono i preparativi per ricevere l'arcivescovo di
Conza, mors. Giuseppe Nicolai, al quale, come scrisse il padre Caione, dopo Dio,
dobbiamo quanto abbiamo in Collegio .
L'attesa era grande, specialmente per i benefici che ci si riprometteva dalla visita :
urgeva accelerare i lavori in corso e sistemare definitivamente quelli gi ultimati che
d'inverno rivelavano gravi deficienze. Allora, infatti, le stanze lasciavano filtrare
l'umidit dall'esterno, arrecando grave danno alla salute dei religiosi, i quali, in
mancanza d'altro, sfogavano il loro malumore, presentando al fondatore un ricco
campionario di progetti : chi consigliava il pavimento a mattoni, chi un nuovo intonaco
alle pareti, chi speciali ripari alle finestre. E il povero Sant'Alfonso con angelica
pazienza era costretto ad ascoltare tutti questi ingegneri improvvisati e dare
soddisfazione ad ognuno : Per i mattoni, sto inteso. Le sbascie, sissignore, si possono
mettere appresso ; e va bene che si faccia la prova di quella tonaca che dice il Padre
Ferrara ; ma dice l'ingegnere che sar sempre inutile perch l'umido delle mura (venendo
poi le gelate dell'inverno) sempre la ributter (Lettere, 1, 289).
Ma, se era facile far progetti, non era altrettanto facile attuarli. Si attendevano i mezzi
dall'Arcivescovo che sarebbe venuto a rendersi conto dello stato dei lavori. Si conosceva
la sua generosit, ma si temeva che potesse farla pesare con qualche ingerenza indebita.
Perci Sant'Alfonso metteva sull'avviso il padre Caione : Parlando della fabbrica
coll'Arcivescovo, e specialmente di riparare l'umido, state attento di non farlo entrare in
qualche impegno di volere che si faccia cos: sfuggite allora e dite che si sta

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consigliando il miglior modo ; che si sta spettando la esperienza, ecc... (Lettere, 1,


289).
Con tali speranze e tali timori, il 18 o il 19 giugno, fu accolto l'Arcivescovo col suo
bravo seguito di abati e gentiluomini che per quattro giorni misero a soqquadro la casa.
Mai fino allora quelle austere mura avevano visto o udito tanto frusciare di sete e ondeggiare di parrucche e scintillare di fibbie e tintinnare di spadini e rosseggiare di tacchetti.
Una fiera di alta moda maschile. L'arcivescovo Giuseppe Nicolai, dei baroni d'Arfeville,
nel Delfinato, era alto e solenne, ligio al cerimoniale e ripieno della propria dignit, ma
accanto a lui, a riscontro, spiccava un allegro cortigiano con la sua parlantina
schiettamente romana, ricca di battute spiritose e di sorrisi civettuoli. La storia ci dice
che portava l'abito talare, ma non si deve intendere con questo che egli fosse sacerdote, o
si facesse passare per tale. Era uno dei tanti abati vagheggini del Settecento che
riponevano la somma dei loro doveri nel portare con eleganza una talare di finissimo
panno inglese, piuttosto corta, coperta alle spalle da una mantellina di raso crespato. Si
movevano quasi danzando sui tacchetti rossi delle loro lucide scarpette dalla fibbia
d'oro, facendo ondeggiare ritmicamente sul capo i mille ricci della zazzera che grondava
a ogni passo stille odorose. Spesso non ricevevano gli ordini maggiori; qualche volta
nemmeno i minori ed erano liberi di contrarre matrimonio.
Il nostro cortigiano apparteneva a quest'ultimo gruppo. Era, quindi, uno di quegli abatini
laici, elemento indispensabile di ogni salotto aristocratico dell'epoca, ehe avevano
l'ufficio di segretari o precettori, o camerieri. Come proveniente da Roma, da quella citt
che il papa Lambertini chiamava II Paradiso degli Abati, egli amava mettere in
mostra, tra i provinciali, una certa dovizia di gesti e di parole raffinate, congiunte ad una
facile vena di umorismo. Questa volta, poi, in occasione della visita, sfoggi fin
dall'inizio i suoi numeri migliori, come avveniva quando capitava in ambienti nuovi, per
calamitare sulla sua persona l'attenzione degli altri. Lo credevano un buontempone ed
egli covava dentro la sua tragedia che sapr scoprire solo l'occhio esercitato di un santo.
Gerardo, infatti, lo penetr fino all'anima ed ebbe orrore di ci che vide, ma attese
tranquillamente l'ora di sferrare l'attacco. Questa giunse all'improvviso : trovatolo solo
nel corridoio, gli piomb addosso come uno sparviero, lo abbracci stretto stretto, lo
baci e fugg via, senza dire una parola. L'altro rimase l, turbato; irrequieto, fremente,
con la febbre nelle ossa e la smania di ritrovarsi con lui. Lo cerc per ogni dove e
finalmente lo vide e gli corse incontro col cuore in sussulto, le braccia spalancate, le
labbra aperte a un sorriso equivoco, il viso tutto una smorfia di corruzione e di peccato.
Gerardo lo attese a pi fermo; poi gli fece segno di seguirlo. Attraversarono un corridoio
fortemente ombreggiato e, per una porticina seminascosta nel muro, raggiunsero un
piccolo coro. Si scorgeva l'altare e il lento oscillare della lampada. I due si guardarono in
silenzio per lunghissimi istanti. Finalmente Gerardo parl: Amico, come puoi ridere,
mentre porti l'inferno nel cuore ? Tu hai abbandonato a Roma tua moglie; tu sei vissuto
per molto tempo con una donna di facili costumi ed ora seppellisci nel cuore crudeli
rimorsi .
E con voce lenta, pausata, inesorabile, continu a scavare nella sua coscienza peccati
antichi e recenti, ridestando echi vicini e lontani di dolori non ancora sopiti. Poi la sua
parola si fece calda, avvincente, amorosa, incalzandolo con foga sempre maggiore,
finch non vide quegli occhi provocanti arrossarsi e quel corpo di bellimbusto cascare in

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ginocchio, battendosi il petto e implorando piet. Allora lo prese per mano e lo condusse
dal padre Fiocchi che si trovava di passaggio a Caposele.
Fatta la confessione, il cortigiano si avviava in chiesa, ma Gerardo gli sbarr la strada:
Dove vai ? .
A comunicarmi.
A comunicarti? E perch non hai confessati tutti i tuoi peccati ? .
E gliene ricord alcuni: Va, va, confessati bene; poi andrai a comunicarti.
Il cortigiano usc di chiesa serio e pensoso, come sotto il peso di un'improvvisa sciagura,
lasciandosi dietro una larga scia di stupore. Era la prima volta che non si apriva al riso
quella faccia pienotta di gaudente spensierato. Di bisbiglio in bisbiglio, la notizia giunse
a Monsignore che gliene chiese il motivo. Ed egli: Venite , rispose con la Samaritana
del Vangelo, venite a vedere colui che mi ha detto tutto ci che ho fatto .
E raccont l'incontro con Gerardo. La sincerit, la commozione trapelava da ogni parola
e il Prelato si convinse quasi subito che solo un santo aveva potuto operare tale
cambiamento. Lo volle conoscere e se lo fece chiamare nella sua Manza. Che cosa si
dissero, non sappiamo, ma Monsignore confesser pi tardi d'aver provato una
consolazione di paradiso che lo commosse fino al pianto.
In tal modo l'umile Fratello divenne oggetto di curiosit e d'interesse da parte dei
presenti. Mai come in quei giorni il soprannaturale si manifestava in lui tanto
apertamente. Lo stesso dottor Santorelli, il testimone di molti avvenimenti prodigiosi, ne
rimase stupefatto. Egli s'incontr sulla porta del collegio coll'arciprete di Teora don
Nicola Fiore, venuto a riverire Monsignore e gli disse : Caro don Nicola, ora tempo
di conoscere fratel Gerardo che tornato da una decina di giorni.
Infatti, un mese prima, l'amico gli aveva manifestato il desiderio di conoscere fratel
Gerardo allora assente.
Grazie , rispose l'Arciprete, ma ora l'ho visto e conosciuto . Ma dici sul serio ? E
quando ? .
Pochi giorni fa: mi trovavo nella mia stanza, quando mi vidi vicino un religioso
redentorista, alto e magro, il volto affilato, gli occhi enormi. Non mi pareva che fosse l
col corpo. Era un'immagine impressa nella mia pupilla, ma con tanta chiarezza che me la
vedo ancora davanti viva e parlante. Ebbi subito la persuasione che si trattasse di
Gerardo .
Allora il Dottore si ricord che proprio in quei giorni aveva manifestato a Gerardo il
desiderio dell'arciprete di Teora e ne aveva avuto per risposta queste precise parole: S,
lo voglio andare a trovare ! . Ma, volendo meglio accertare la presenza del soprannaturale, soggiunse : Saresti capace di riconoscerlo ? .
Senza dubbio!.
S'incamminarono per il lungo corridoio e imboccarono la sala dove la comunit era
raccolta intorno al folto gruppo di ospiti. Ma, appena messi i piedi sulla porta,
l'Arciprete allung il dito verso il santo, esclamando : Eccolo ; lui ! .
La sua gloria culmin quando l'Arcivescovo prese commiato dalla comunit. Per ognuno
egli ebbe una parola di saluto e di ringraziamento, ma quando si vide davanti Gerardo
inginocchiato al bacio del sacro anello, lo sollev affettuosamente da terra, manifestandogli la sua alta stima e la sua cordiale simpatia. In ultimo, si raccomand
caldamente alle sue preghiere. Allora il santo, ci dice il padre Caione, si fece un
pizzico e abbass la testa, arrossendo fino alla cima dei capelli. Sollecitato a

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rispondere, disse di essere un povero peccatore che aveva bisogno di tutta la


misericordia di Dio per salvarsi. Ma lo disse con tanta sincerit che il Prelato, pur cos
padrone dei propri sentimenti, non riusc a frenare le lacrime davanti a tutti.
Il pi commosso, per, fu il cortigiano che s'era posto sotto la direzione spirituale del
santo e gi provava le soddisfazioni della grazia. Tornato a Sant'Andrea di Conza,
continu animosamente per la via intrapresa, chiedendo nei dubbi utili consigli al suo
grande benefattore, col quale inizi una nutrita corrispondenza epistolare. Tale
mutamento di vita produsse naturalmente una forte impressione su quanti lo
conoscevano.
Che vi successo ? gli chiese un giorno il rettore del seminario, don Giacomo Bozio,
non vedo pi in voi la solita allegria e non so darmene ragione .
Ah, don Giacomo mio , rispose il cortigiano, se sapeste che mi successo a
Caposele ! Io sono ammogliato e vivevo in peccato e fratel Gerardo, appena mi ha visto,
mi ha posto sotto gli occhi la mia partita con Dio.
Le stesse parole ripeteva agli amici. In breve tempo tutti sapevano le sue vicende
spirituali e coniugali, e tutti ne erano ammirati. Perci l'Arcivescovo lo consigli
d'affrettare il ritorno a Roma, raccomandandolo a mors. Casone, suo stretto congiunto.
Ma anche col nuovo protettore, l'abate non riusc a nascondere l'avvenimento che aveva
rivoluzionata la sua vita anteriore. Monsignore, convinto della sua sincerit e commosso
dei suoi buoni propositi, confid il segreto a un cardinale, suo amico. Il cardinale,
s'infiamm dal desiderio di conoscere il taumaturgo e ne scrisse subito a mons. Nicolai
per avere a Roma Gerardo. Ma, quando giunse la lettera, il santo era passato a miglior
vita.
Intanto la visita dell'Arcivescovo aveva dato i suoi frutti: centotrenta ducati in contanti e
una circolare al clero, al popolo e alle amministrazioni dei luoghi pii dell'arcidiocesi per
la raccolta dei fondi in favore del collegio.
Il padre Caione decise di rimandar la questua alla fine di luglio, a raccolto ultimato, e
intanto col denaro ricevuto dar nuovo impulso ai lavori. A sorvegliarli vi pose Gerardo
non senza gravi esitazioni.
Perch se da una parte egli capiva che solo lui poteva infervorar gli operai in un'impresa
di tanta gloria di Dio, dall'altra non poteva non preoccuparsi del suo stato di salute che
deperiva ogni giorno. Una volta, a tavola, lo aveva osservato mentre si sforzava di portare in bocca un pezzetto di carne senza riuscirvi per la soverchia nausea del cibo. Il che
si ripeteva frequentemente, mentre aumentavano gli sbocchi di sangue. Specialmente il
venerd.
Quale fosse allora il suo stato di salute, ce lo dice un confratello che gli fu compagno di
stanza: Egli pativa dolori di petto molto forti ed aveva gravi difficolt nell'alzarsi la
mattina. Perci mi disse di dargli l'ubbidienza mentale al primo tocco di campana. Cos
io facevo ed egli subito si buttava dal letto, sebbene fosse carico d'infermit. Il suo
corpo, le sue vesti, tutta la stanza mandavano un odore grande, straordinario, ed io, non
sapendo distinguere che odore fosse, un giorno gli dissi: Fratello, voi portate addosso
profumi e questo contro la regola. Egli lo neg, ma io sentendo sempre pi acuto
l'odore, per mio scrupolo, lo riferii al Rettore. Questi, che era anche suo direttore, mi
rispose che Gerardo godeva di favori straordinari e non aggiunse altro. Solo in appresso,
osservandolo meglio, mi avvidi che ci che odorava era il sangue che scaricava dalla
bocca. I suoi dolori aumentavano il venerd ed allora aumentava anche l'odore .

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Queste continue emottisi impensierivano i confratelli e anche l'amico Santorelli che,


verso i primi di giugno, gli chiese come stesse. Egli rispose, come al solito : Bene ! .
Ma il Dottore non ne fu soddisfatto e il santo, ridendo, soggiunse Non lo sai ?
Quest'anno me ne muoio e me ne muoio tisico . Si fece serio, poi, visto l'effetto delle
sue parole, riprese a ridere : Cos , caro Dottore : burlando, burlando, me ne muoio, e
me ne muoio tisico .
E perch proprio tisico ? , gli disse fratel Gennaro al quale aveva ripetuto la profezia.
L'ho chiesto al Signore, perch voglio morire abbandonato come Lui. Si lo so che nella
Congregazione si usa tutta la carit con gli infermi. Ma pure, quando si tratta di tisici, c'
sempre qualche cautela, come la segregazione... .
Le cose erano a questo punto, quando il padre Caione volle affidargli la sorveglianza dei
lavori, pensando forse che egli si sarebbe limitato a vigilare. Ci sarebbe bastato per
creare il clima d'entusiasmo.
Ma Gerardo non lo concepiva cos il suo ufficio. Chi preposto agli altri tenuto a
lavorare come loro e pi di loro per meglio comprendere e compatire. Perci non
risparmi le sue forze. Di prima mattina scendeva in paese ad assoldare le opere per il
trasporto del legname. Poi correva a stemperar la calce, a cavar le pietre, a portar la rena,
incollando grosse secchie e salendo sui ponti traballanti, soffocato dalla polvere e
dardeggiato dal sole. Di tanto in tanto era costretto a fermarsi e a curvare fino a terra la
faccia divenuta paonazza sotto lo stimolo atroce della tosse che gli cavava sangue dai
polmoni. Cos impar a sorvegliare con l'occhio del padre, dell'amico e del benefattore,
mettendo a servizio degli operai l'onnipotenza di Dio.
Una sera si trovava con l'antico compagno di sartoria Vito Mennonna, venuto apposta da
Muro a fargli visita. Erano al balcone e contemplavano la vallata del Sele, chiusa tra le
montagne boscose, coi paeselli sul dorso, aerei e leggieri, staccati dalla luce radente del
tramonto. Parlavano di Dio a voce bassa, sussurrata, e la voce era rapita dalla brezza che
passava, ravvivando gli olmi e gli ulivi, raccolti anch'essi sotto un cielo di perla, quando
l'incanto fu rotto all'improvviso dallo scalpitio affrettato di un cavallo che scendeva da
sinistra, inseguito da un nuvolo di grida, di pianti e di strepiti. Il cavallo pass come un
bolide, portando in sella un giovane del cantiere, pallido come la morte. Ancora pochi
metri e li avrebbe inghiottiti il precipizio.
Vergine Santa, aiutatelo ! , esclam Gerardo sporgendo fuori le braccia; poi, rivolto al
compagno che aveva chiusi gli occhi per il raccapriccio, disse: Cadr, ma senza farsi
male.
E cos fu: il cavallo, giunto sul ciglio del precipizio, s'impenn sulle zampe posteriori,
scaricando a terra il giovane perfettamente illeso.
Quando non riusciva a sbrigare il cumulo delle sue incombenze, moltiplicava la sua
presenza per farsi tutto a tutti. Sembrava che il suo spirito uscisse dal corpo e prendesse
forme concrete, visibili in chiesa, in cantiere, altrove. E di questi fatti, ci assicura il p.
Caione, ne avvennero moltissimi.
Una volta, dopo avere atteso tutto il giorno un corriere da Muro per cose della massima
importanza, disse ai presenti: Bisogna che domani ci vada di persona . All'indomani
egli era regolarmente tra gli operai e fu veduto a Muro dal signor Domenico di Maio.
Qualche volta era in adorazione estatica davanti al tabernacolo, proprio mentre attendeva
con maggiore impegno alle sue faccende. Il fatto sconcertava perfino gli ammiratori pi
convinti che manifestavano il loro stupore con parole e scatti impulsivi: Quel pazzo di

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Gerardo , esclam un giorno sbalordito il padre Margotta, stanotte, mentre era nella
sua stanza, stato visto in estasi nel coretto dei Francescani .
Spesso le estasi irrompevano impetuose, quasi con fragore, destando sorpresa.
Una mattina, nel fare la genuflessione al Santissimo, egli gett un grido e cadde sui
gradini dell'altare. Quando rinvenne, vedendosi circondato dal Dottore e da alcuni
confratelli, si allontan confuso, a testa bassa. Pi tardi, rincontrandosi col Santorelli e
scorgendo un sorriso malizioso sulle sue labbra, gli disse : Non te lo dicevo io che con
Lui - e stese il pollice verso il tabernacolo - non si scherza ? Hai visto che tiri birboni mi
giuoca ? E dire che non lo tratto con troppa delicatezza .
Infatti, era solito passar di corsa davanti all'altare. Perch corri ? , gli chiese il
Dottore.
Ed egli: E che ho da fare ? Quel Galantuomo - e additava il tabernacolo - mi ha
scottato pi d'una volta. Perci debbo pigliar le dovute precauzioni .
Come si vede, il suo linguaggio con Ges era divenuto estremamente confidenziale. Ed
proprio di questo tempo ci che riferisce il Tannoia e una certa tradizione : una
mattina, passando davanti all'altare, Gerardo proruppe in una risata. Lo vide il padre
Caione dal confessionale e gliene chiese il motivo. Ed egli: Mi ha detto che sono
pazzo. Ed io gli ho risposto : pi pazzo sei Tu che Te ne stai qui rinchiuso per amor
mio!.
Dall'amore di Ges si alimentava ogni altro amore, assumendo lo stesso ardore del
primo e lo stesso estro di movimenti. Bastava nominar la Madonna per vederlo sfavillare
negli occhi e vibrar da capo a piedi come una corda. Un giorno, il Dottore, per
provocarlo, gli disse: S, ammettiamo pure che tu voglia bene al Signore: ma vuoi bene
anche alla Madonna ? .
Gerardo si fece di fiamma: O medico mio, rispose, mi volete proprio tormentare ?
Ma guardate che mi va domandando... . E si guardava intorno, quasi in cerca di
consensi. Poi, non potendone pi, si mise a fuggire all'impazzata : segno che il calore
interno aveva raggiunto il grado di ebollizione.
Un giorno, volendo scherzar col padre Strina che sapeva innamorato di Ges Bambino,
gli disse con una punta di dispetto fanciullesco : Tu non ami Ges Bambino!.
E l'altro pronto: E tu non ami la Madonna!.
Non l'avesse mai detto! Al nome della Madonna, Gerardo si sent rimescolare il sangue:
lo afferr per le mani e si mise a saltellare qua e l, trascinandoselo appresso, come una
piuma.
Insomma, come il sole al tramonto sfolgora di tutta la pompa dei suoi colori, Gerardo, a
tre mesi dalla morte, appariva trasfigurato da tutta una gamma esuberante di virt, che si
esaltavano in un'accesa pienezza di vibrazioni e di contrasti, ma i contrasti si accordavano in un'armonia superiore dominata dalla carit. La carit investiva anche i toni
pi dimessi dell'umilt e dell'ubbidienza e li scioglieva nei guizzi tumultuosi del
movimento.
Un pomeriggio, il canonico Bozio partecipava, in giardino, alla ricreazione della
comunit. Si rideva e si scherzava con santa schiettezza, come se il mondo si fosse
rifatto bambino. Gerardo, teneva desta la gioia comune, anzi era divenuto un po' il
pallino della conversazione. Tanto che a un certo punto, il padre Caione, celiando, gli
disse di baciare i piedi del Canonico. Questi, sorpreso e confuso, si scost; poi si mise a
correre, trascinandosi appresso Gerardo che lo scongiurava di permettergli di fare

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l'ubbidienza. Correva sebbene sopraffatto dalla tosse. Allora don Camillo ne ebbe
compassione e si ferm. L'altro si stese a terra per eseguire il comando del superiore.
Tale ubbidienza, tale umilt, risaltavano maggiormente, se messe a riscontro col suo
stato interiore che aveva raggiunto ormai il grado supremo della contemplazione. Era il
grado che i mistici chiamano della contemplazione negativa, perch procede di distacco
in distacco, di negazione in negazione, fino al punto in cui l'anima, sollevata con un
colpo d'ala al di l delle creature pi eccellenti in grandezza e bont, viene ripiena della
luce ineffabile di Dio tenebra divina , senza mescolanza di elementi sensibili e creati.
Quando da queste altezze tornava sulla terra, portava con s tanta luce della visione
sofferta da rapire di ammirazione i teologi pi consumati.
Anime grandi, Religiosi, preti, Confessori, Direttori e persone di riguardo... vedevansi
far capo da Gerardo, per essere rischiarati nei loro dubbi, e sollevati nelle loro angustie. I
nostri stessi della Congregazione, ancorch dotti e illuminati, non trovavano pace che
ricorrendo a lui . Cos scrive il Tannoia (o.c., pag. 146-47) e porta l'esempio del padre
Francesco Garzilli, gi canonico della cattedrale di Foggia, teologo e direttore di anime,
il quale, sebbene settuagenario, ricorse a Gerardo per alcune ansiet di spirito e ne ebbe
la seguente risposta : Padre mio caro, molto godo e mi consolo del gioco che Sua
Divina Maest fa con V. R... Non temete, ma statevi allegramente che Iddio con V. R...
V. R. dubita delle sue confessioni. Questa una piccola mortificazione che Dio vi vuol
dare, tenendovi angustiato. Mi dite che siete in causa propria. Sissignore, questo
conoscimento dovete averlo per forza ; se non fosse cos, non vi sarebbe angustia... Se
l'anima di V. R. avesse conoscimento che tutto ci viene da Dio, certamente non vi
sarebbero pi pene, anzi tutto ci vi sarebbe un Paradiso in terra... Se poi abbiamo
qualche piccolo difetto e vi caschiamo, pensiamo che i santi non furono puri spiriti in
terra... .
Un chierico, studente di teologia, dopo aver conferito con lui, ebbe a dire stupefatto che
neanche un Sant'Agostino o un San Tommaso avrebbero potuto esporgli con pi
chiarezza e profondit il mistero dell'Incarnazione e della Santissima Trinit. E il suo
giudizio coincide con quello del Santorelli e di altri.
Ma questa luce non esauriva il suo compito nell'illuminare gli erranti: era la luce di Dio
che carit, cio, calore. Gerardo, immerso in Dio, per un prodigio proprio del santo, era
presente al mondo e agli avvenimenti del mondo, perch li vedeva nell'occhio stesso di
Dio, quindi trasfigurati dalla luce di Dio, Padre e Creatore di tutto. Perci Gerardo
guardava l'umanit come una famiglia da amare con l'amore stesso del Padre: un amore
che si portava giulivo verso il bene, benigno verso il dolore, comprensivo verso il male,
sempre ilare e giocoso, sempre leggiero come una brezza, sempre refrigerante come un
balsamo. Spalancava a tutti la porta del collegio con la stessa generosit con cui
spalancava la porta del proprio cuore per porlo al servizio dei piccoli e dei grandi, degli
innocenti e dei malvagi. Ogni ospite era un inviato dal Padre, qualunque fosse il suo
nome e il suo paese di origine. Dormiva sotto lo stesso tetto, entrava direttamente nel
circuito della sua carit.
Una notte ud un gemito dalla stanza vicina : un forestiero sconosciuto si lamentava.
Gerardo si alz di letto, corse al suo fianco, gli tracci una croce sulla fronte
esclamando: Confida nella Madonna! . E la sciatica scomparve.
Tutta Caposele era la sua casa: conosceva vita e miracoli di ognuno e questo lo
impegnava verso tutti. Alcune giovani erano in chiesa, ma la funzione non voleva pi

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finire: il predicatore la sapeva molto lunga. Su, bello mio , esclam Anna Rosa
Ruglio, sbrigati, ch non ci vedo pi per la fame! . Le compagne risero e, a funzione
finita, sciamarono di corsa in portineria : Fratel Gerardo, aiuto: moriamo di fame! .
E Gerardo con lo stesso tono: Ah no, so io chi veramente ha fame. Anna Rosa, vieni
qua. E la ragazza ebbe la precedenza sulle altre.
Anche i paesi vicini, quelli che aveva visitati durante i suoi giri apostolici, divenivano la
sua famiglia. Specialmente il paese natale Muro, di cui seguiva le vicende con viva
partecipazione di affetto. Esiste al riguardo una vasta rosa di esempi. Ne scegliamo uno
tra i pi significativi. il racconto di un contadino, guarito all'et di dieci anni
dall'intervento provvidenziale del santo. Lasciamo intatto il suo racconto, anche se
mescolato con elementi fantastici.
Si chiamava Felice Antonio Iasillo e sarebbe stato un bel ragazzo senza quel gozzo che
gli pendeva dal collo. Suo padre Alessandro, dopo aver ricorso a tutti i medici, un bel
giorno sell il cavallo e lo condusse a Materdomini per ottener la guarigione dalla
Madonna. Appena arrivato, volle salutar Gerardo, amico di famiglia. Questi chiese
subito notizie della moglie e dei figli.
Tutti bene, grazie a Dio , rispose:
vero, soggiunse il santo, per tua moglie si molto dispiaciuta perch non le hai
lasciato la chiave della cantina : Alessandro si frug in tasca : la chiave era l.
Intanto Gerardo, scorto il fanciullo con quella strana pappagorgia, gli domand cosa
avesse. Ha le scrofole , rispose: il padre, e siamo venuti apposta per implorar la
guarigione dalla Madonna. S, s, egli riprese, la Madonna vi far la grazia.
Cos dicendo, gli tocc la gola: il gonfiore cominci a: scemare ; dopo una preghiera alla
Madonna, scomparve del tutto.
Prima di accommiatarsi, Gerardo consegn al fanciullo quattro fichi piccoli e duri come
sassolini, perch li portasse alle sorelle.
A che potranno servire ? , egli pens accoccolandosi dietro il sellino del padre,
mentre il cavallo scendeva verso la valle del Sele.. Era per buttarli via, quando si accorse
che ingrossavano a vista d'occhio. Questa curiosa! , esclam, riponendoli nel
sacchetto da viaggio ed osservandoli di tanto in tanto con crescente stupore.
Gi voltava verso Laviano in compagnia delle acque del Temete, quando si avvide che i
fichi erano divenuti morbidi e polposi, con la camicia screpolata e la lacrima sulla
corona. Vinto dalla gola, ne port uno alla bocca : Squisito davvero ! . Si succhiava
le dita soddisfatto, quando cadde da cavallo, per fortuna, senza farsi male. Ben ti sta
gli grid il padre; cos impari a non mangiare i fichi che devi portare alle sorelline .
Per timore di nuovi castighi, si astenne dal mangiare anche gli altri e li consegn alle
sorelle le quali non dimenticarono pi il dono di Gerardo. Erano cos buoni quei fichi !
diranno fino alla morte, e poi ce li aveva mandati un santo, che, anche da lontano,
pensava a noi!. E si commovevano ancora.
Col prossimo Gerardo abbracciava l'universo, come creatura di Dio : trasaliva al
pensiero che Egli l'avesse fatto per la gioia dei suoi occhi e l'estasi della sua anima.
Una mattina era sceso a Caposele, presso la famiglia Ilaria, che abita tutt'ora ai margini
meridionali del paese, in una palazzina dall'ampio ballatoio, aperto al pi bel sole di
mezzogiorno. A pochi passi le acque limpide del Sele lambivano mormorando i fianchi
dell'orto, perdendosi nella valle sottostante, verso cui scendevano dai colli opposti,
gradinate di ulivi, di querce e di lecci, inzuppati di luce. La luce invadeva un cielo senza

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nubi, ruscellando, di poggio in poggio, ondate di rosso, di verde, di giallo, fin sulle
ultime vette dei monti, sfumati nell'azzurro.
Dal ballatoio esterno, Gerardo abbracciava la superba visione e saliva, adorando, fino a
Dio; a Dio che gli parlava con l'ombra del leccio e il sospiro del fiore, col canto spiegato
del fiume e l'umile singhiozzo di quel tacchino che passava gurgugliando tra le vicine
casupole, macchia scura nella luce. Era anche lui una scintilla della bellezza divina, una
nota del poema eterno. Il santo stese le mani e chiam : Creatura di Dio, vieni qui!.
L'animale si lev a volo sui tetti e si accovacci ai suoi piedi..
Il Padre cap l'allusione e, per celare la sorpresa, lo interruppe bruscamente: Vattene,
ch sei uno stordito ! .
E Gerardo a voce alta: Voglio far l'ubbidienza; voglio star bene, voglio star bene! .
All'indomani gi si preparava per il viaggio, quando sopraggiunse di corsa il Dottore:
Gerardo mio, fai presto! Sta morendo un gran peccatore e non ha avuto il tempo di
confessarsi .
Gerardo si precipit per la discesa ed entr nella casa dove Gennaro Cinna tirava i
rantoli dell'agonia, tra una fila di parenti taciturni e sconvolti. Senza dir parola, si
avvicin al letto, si appoggi ai guanciali e, accostando il volto a quello del moribondo,
alit sulla sua bocca semiaperta. Parve alitargli un soffio di vita, perch l'infermo riapr
subito gli occhi e riacquist i sensi e la parola. La morte si arrest per otto o nove giorni
per dargli il tempo di rimettersi in pace con Dio e col prossimo. Poi lo prese nelle sue
braccia, come un fanciullo addormentato.
Ma Gerardo era allora sul campo dell'azione.
Gli fu assegnata la media valle del Sele, dal punto dove il fiume, vinte le strettoie dei
monti, sbocca nella conca collinosa di Contursi, avanzando lentamente in un vasto
anfiteatro, chiuso dalle vette solenni dell'Alburno e dalle ultime propaggini
dell'Appennino Lucano. La zona, oggi florida, salubre e ricca di acque termali, era
all'epoca della nostra storia, la triste valle della morte. Dagli acquitrini verdastri che
insozzavano le pianure si levavano densi sciami di zanzare, raggiungendo i paeselli
seminascosti sui monti, coi germi di perniciose malattie spesso mortali. Raggiungevano
perfino cittadine di alta collina come Buccino e San Gregorio, nonostante i seicento e i
cinquecento metri di altezza. Ne abbiamo la testimonianza sicura in una lettera di
Sant'Alfonso che, nell'estate del 1756, un anno dopo il viaggio di Gerardo, rimproverava
aspramente il padre Caione per avervi mandato a predicare il p. Apice: Io non so
fingere. Dico la verit : questa cosa che avete fatta di mandare il Padre Apice (e Dio non
voglia che ci abbiate mandato alcun altro) a San Gregorio, mi ha ferito l'anima... Dio
mio ! Mandare un soggetto (che ogni soggetto ci costa sangue) a morire in un luogo di
mal'aria, nel solleone... (Lettere, 1, 348).
Solo tenendo conto di questi dati di fatto, arriveremo a comprendere lo spirito di
sacrificio che animava il nostro santo, quando si inoltrava in quella campagna desolata,
sotto il cielo immobile di agosto, gli occhi calcati dall'afa e acciecati dal sole, avanzando
lungo le vie polverose, rasente gli stagni mefitici e le stoppie riarse, sospinto sempre dal
suo immenso ideale di amore che sorpassava di mille doppi i motivi contingenti della
questua.
Era coadiuvato dal confratello Francesco Fiore che batteva l'alta, valle del Sele con i
paesi pi conosciuti dai missionari. Gerardo si riserv le zone pi impervie e lontane.
Cominci da Senerchia, un paesello addossato alle falde orientali del Boschetiello.

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Lo accolse freddamente il parroco don Giuseppe Frunzi, brontolando contro i frati


cercatori che gli rapivano perfino la carit dei fedeli. E a lui nessuno pensava, lui che
aveva visto crollare la sua chiesa sotto la furia dei terremoti e delle inondazioni, e solo
come un cane aveva tirata su un'altra chiesa pi grande della prima, ma, sul pi bello, si
erano arenati i suoi sogni. Eccola l la sua chiesa, con le occhiaie vuote e senza tetto,
abbandonata come un rudere in bala del vento e della pioggia che avrebbero sgretolata
la sua ventennale fatica. La, potesse almeno riparare dalle intemperie ! Nossignore,
neanche questo. Aveva fatto segare sul monte Acerno gli abeti pi belli ed ora marcivano
sul posto senza trovare, a pagarlo un occhio della testa, chi li trasportasse. Impossibile
andarci coi buoi : i luoghi erano impervi. Gli operai aumentavano giorno per giorno le
loro pretese. E la chiesa era sempre l, come un rudere, in bala del vento e della pioggia.
Gerardo non rispose, usc sulla piazza dove, a cavalcioni delle muricce, bighellonavano
gli sfaccendati del paese e : Andiamo, disse loro, andiamo tutti, tutti ! Si tratta della
gloria di Dio : nessuno deve mancare! .
Tutti si mossero senza chiedergli dove. Quando se li vide vicino Su, su , soggiunse :
svelti, ragazzi! Andiamo alla montagna a prendere le travi ! Coraggio tutti insieme !.
Aveva il fuoco negli occhi e la convinzione nel cuore e tutti, con un urlo di gioia, si
misero in marcia. Egli, in mezzo a loro, spiccava come uno stendardo. Quando vedeva
sbucare dai vicoli o dalle porte qualche crocchio di curiosi, allungava loro le braccia e
alzava la voce: Su, anche voi, da bravi: tutti alla montagna. Scomparvero vociando
pei campi polverosi, riapparvero in salita come un drappello lanciato a una conquista; si
snodarono come uno strano serpente tra i massi e i dirupi. Avanti, a grosse falcate, marciava Gerardo. Raggiunse una radura scoscesa, circondata di faggi e di abeti. Sul prato
arsiccio erano affondati alcuni tronchi enormi, gi fioriti di muschio. Al pi lungo
attacc una fune: Dio con noi , grid, ma tocca a noi cooperare con la sua grazia!
. Si pass la corda sulla spalla e diede il primo strattone ; gli altri lo assecondarono,
incitandosi a vicenda con boati lunghi e prolungati. Fu tanto l'ardore che in breve si
affacciarono sul piazzale antistante la chiesa, tra gli evviva del popolo accorso allo
spettacolo.
Ed ora, sotto con le altre travi!, grid Gerardo.
Tutti ubbidirono. Il santo era sempre alla testa, animando e spronando gli operai, fattosi
operaio anche lui, nonostante i disturbi di petto che, placati dall'entusiasmo, ripresero
pi violenti la sera. Ma col suo sacrificio, la chiesa fu ultimata.
Da Senerchia annunzi la sua venuta all'arciprete don Arcangelo Salvadore di Oliveto
Citra, un altro paesello sulla riva destra del Sele, tra foreste di ulivi. La lettera terminava
cos : Vostra Signoria desiderava conoscere uno dei nostri : ecco che il Signore vi ha
consolato . Nel leggere il foglio, don Arcangelo rimase di stucco : da mesi desiderava
conoscere il santo, ma non l'aveva detto a nessuno. Era dunque una coincidenza fortuita,
o erano stati letti i segreti della sua anima? La risposta venne qualche giorno dopo.
Gerardo, appena giunto ad Oliveto, lo abbracci come un vecchio amico, dicendogli con
ingenuit fanciullesca : Arciprete, hai letto quelle parole in fondo alla lettera ? .
L'Arciprete finse di non capire: S, ho letto quella parola indegnissimo, prima della
firma ed ho ammirato la tua umilt . No, non dicevo questo!.
S, ho letto pure quelle altre parole: fratello in Ges Cristo. Gi lo so : siamo tutti
fratelli in Ges Cristo.
Nemmeno questo volevo dire!. E allora che volevi dire ? .

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Ecco: da molto tempo tu avevi un gran desiderio di conoscermi. Ora il Signore mi ha


mandato.
L'Arciprete stent a mantener la calma e, troncando ogni discorso, lo condusse nella
stanza a lui destinata.
Lo and a chiamare all'ora di cena. Bussa e ribussa : nessuno rispose. Spinse
leggermente l'uscio : il santo era sospeso, tre palmi da terra. Usc in gran fretta, quasi
avesse violato un segreto di Dio e torn nella sala dove attendevano i familiari, ma non
riusc a mantener la calma. Pianse, raccontando la scena di cui era stato testimone, e gli
altri piansero con lui.
Dopo una mezz'ora, Gerardo, acceso in volto, si affacci per dire: Fate pure
liberamente, perch non intendo incomodarvi . Ma la commozione dell'Arciprete non si
cancell pi : alcuni mesi dopo, egli far porre una targa sul muro per ricordare l'altezza
raggiunta dal santo in preghiera.
All'indomani, di buon'ora, Gerardo si mise all'opera accompagnato visibilmente dalla
grazia che suggellava il suo apostolato. Guarigioni, profezie, liberazione di ossessi, si
susseguirono senza interruzioni. Ogni passo, un miracolo, dice enfaticamente il padre
Caione.
Un giorno, passando davanti alla casa di un gentiluomo, vide un ragazzo che giuocava
coi coetanei: Oh che gran mostro , disse mestamente a chi l'accompagnava, sta
crescendo in questa casa! .
La parola fu ricordata diversi anni dopo, quando il ragazzo divenne un giovinastro
scapestrato che giunse fino a violentare la propria sorella. Ripreso aspramente dal padre,
Filippo, concep contro di lui fieri propositi che non si vergognava di manifestare agli
altri. E un giorno - era il 4 dicembre 1772 - dopo un ennesimo alterco, gli si precipit
addosso con la spada sguainata, calandogli sulla testa due fendenti, per fortuna andati a
vuoto. Il povero padre, balzato all'indietro, spiccato l'archibugio dalla parete, cerc
d'atterrirlo, puntandoglielo sul viso, ma l'altro continu ad incalzarlo. Allora, fuor di s
dallo spavento, lasci partire il colpo che lo liber dall'ingiusto aggressore e dal figlio.
Costui si chiamava Michelangelo Indelli ; aveva ventinove anni ed era laureato in
medicina.
Un altro giorno, secondo il Tannoia, Gerardo fu attratto da un assembramento di gente
che urlava e strepitava e faceva una gazzarra del diavolo.
Si fece avanti. Un giovanotto, gli occhi stravolti e la spuma in bocca, bestemmiava e
scalciava per terra con le braccia tenacemente aggrappate ad un ostacolo: Volevamo
condurlo da voi dissero, ma non c' verso: non vuol venire. Gerardo comand:
Manifesta qui, avanti a tutti: chi sei ? .
S'ud un ruggito strozzato, poi una voce cavernosa: Sono il demonio, sono il
demonio!.
Allora il santo reiter pi forte il comando : In nome della Santissima Trinit, io ti
comando di uscire da questa creatura . Gli rispose la stessa voce in tono pi rabbioso :
Me ne vado, ma me la pagherai.
Finita la questua nel paese, Gerardo volt le spalle alle vette boscose del Polveracchio,
scendendo a valle in compagnia delle acque del Sele che apparivano e sparivano,
immobili sotto il cielo di fuoco. Penetr nella pianura accidentata e pantanosa di
Contursi, oltrepass Sicignano e, sfiorando i pendii orientali degli Alburni solitari,

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raggiunse Auletta, una bracciatella di case sullo sfondo di aspre giogaie. Vi lasci tracce
memorabili del suo passaggio.
Un giorno, entrando in casa di un certo don Giuseppe Mari, gli fu presentata una
fanciulla pallidissima con gli occhi stralunati e la faccia angolosa. Era uscita proprio
allora da una convulsione epilettica e stentava a riacquistare la morbidezza dei
lineamenti. Povera creatura!, mormor il santo, sfiorandola con un segno di croce: la
faccina si spian in un sorriso e due occhi nerissimi scintillarono come due stelle. Era
guarita. Per sempre.
Un altro giorno attraversava la piazza saettata dal sole, quando vide passare in gran fretta
un uomo accaldato: era solo con la sua ombra che gli rotolava tra i piedi. Il santo gli
corse incontro: Figlio mio , gli disse, come puoi aver pace con tali peccati nell'anima ? Via su, confessati, mettiti in grazia di Dio!. L'uomo, fulminato, interdetto,
ubbid.
Quest'altro fatto lo raccont il parroco don Raffaele Abbondati al padre Caione. Gerardo
passava per una via solitaria, quando gli fu indicata una casupola: L dentro, gli
dissero, abita una ragazza storpia e rattrappita. Da anni vive cos : sempre a letto, o
sulla sedia .
Dalla porta semiaperta entrava un fascio di sole che staccava le ombre di fondo. Tra luce
e ombra biancheggiava un visetto pallido. Eccola , gli dissero, ieri come oggi; oggi
come domani.
Gerardo entr accomodandosi su uno sgabello ; guard un istante quella faccina
languida e dolce, dicendo ai presenti : Questa figliuola non ha proprio niente; questa
figliuola sta proprio bene . Poi, rivolto alla ragazza che continuava a guardarlo con gli
occhietti incantati, soggiunse : Su, su, piccina, vieni qua; presto, vieni qua ! . E le
stese le braccia.
La poverina esit, sorrise; pose i piedi in terra, prima titubante, poi sicura, e corse a
baciargli la mano. La guarigione era completa. Dopo alcuni anni, passando per il paese
fratel Francesco Fiore, gli fu mostrata una giovanottona abbronzata che tornava dalla
fontana, pettoruta, le mani ai fianchi, una grossa conca sul capo. Quella l , gli
dissero, la ragazza guarita da fratel Gerardo .
Da Auletta, piegando verso oriente, raggiunse Vietri di Potenza, sullo sfondo di un
paesaggio sempre pi alpestre e roccioso. Fu ricevuto dal parroco don Onofrio Coppola
che stese personalmente la relazione dell'avvenimento pi strepitoso.
Il santo si aggirava tra le vie per la questua, quando gli si present una giovane donna
con un inchino alquanto caricato e una leggiera smorfia sulle labbra dipinte: Padre ,
disse ridendo, vorrei un'immaginetta della Madonna . E intanto si dondolava sui
fianchi, mettendo bene in mostra le ricche sete e i gioielli.
Ecco l'immagine , rispose il santo, ma preparatevi alla morte, perch vi restano
pochi giorni di vita .
La donna torn a casa con gli occhi arrossati di pianto, con meraviglia di quanti
conoscevano la sua leggerezza. Verso sera fu assalita dalla febbre. Non sembrava cosa
grave, ma lei volle subito il sacerdote per mettersi in pace con Dio. Fu una vera grazia,
perch in tre giorni si ridusse in fin di vita e al quarto pass all'eternit. Auletta e Vietri
segnarono le punte estreme toccate dal santo da allora cominci a ripiegare verso la base
di partenza con l'intenzione di percorrere i lembi orientali della media valle del Sele. Ma
l'itinerario preciso ci ignoto, perch nessuno ebbe cura di raccogliere le sue gesta e

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tramandarle ai posteri. Ci restano solo poche notizie, necessariamente frammentarie,


riferite dai parroci che capitavano per affari nel collegio di Caposele.
Sappiamo per che le folle plaudenti si movevano da ogni parte in cerca di lui ; che
attendevano ore e ore sotto le vampe della canicola per vederlo, riceverne una
benedizione, ascoltarne una parola, e sfiorargli la veste con la punta delle dita. Ognuno
era spinto dalla fama dei miracoli e dallo strepito delle opere che mettevano in subbuglio
paesi e villaggi. Dove passava si placavano gli odi, tornava la concordia, nei cuori
sbocciava la grazia. In un paese, ci narra il Tannoia, le discordie erano salite perfino nel
campo ecclesiastico. A nulla era valsa l'opera diuturna dell'Arcivescovo e dei notabili,
ma una parola di Gerardo riport la pace.
Nessuna meraviglia, quindi, se quando lo vedevano apparire, pacifico sul suo giumento,
i popoli prorompessero in acclamazioni frenetiche come apparisse il Messia. Ma il santo
si guardava intorno spaventato, chiedendosi se tutta quella gente fosse stata presa da un
impeto di follia collettiva. E scoppiava a piangere e se ne lamentava col Signore.
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IL FIOTTO DI SANGUE
Una massa fremente di popolo lo aveva accompagnato lungo la campagna affogata dal
sole; poi si era congedata. Rimasto solo col suo giumento, il santo prese a salire la
collina deserta di San Gregorio sotto un cielo di bronzo ; la terra ardeva come un forno.
Si era in una di quelle giornate tra l'ottava del ferragosto quando il caldo, sebbene
accenni a scemare, porta in s qualche cosa di guasto che lo rende pi inerte e pesante.
Ne sembrano fiaccati uomini e cose.
Entr in silenzio tra le case annerite del paese, accasciato sul cavallo che arrancava di
malavoglia, ciondolando la testa. Un monello scamiciato gli fece uno sberleffo; un uomo
appoggiato agli stipiti di una porta continu a sonnecchiare col cappello tirato sugli
occhi. Anche l'arciprete don Robertazzi fu parco di parole : lo accompagn nella stanza
riservata agli ospiti, ritirandosi in fretta. Non aveva tempo da perdere coi frati cercatori :
era gi troppo il fastidio che gli davano.
Il silenzio di quelle rustiche mura, calato improvvisamente sulla sua persona, parve al
santo una benedizione del cielo: diede un profondo respiro e, con un grido di
liberazione, si gett in ginocchio, a braccia spalancate, davanti al Crocifisso.
Signore, Ti ringrazio; almeno qui non sono conosciuto da tutti ! .
L'ud l'Arciprete dalla stanza attigua e sobbalz dal suo seggiolone : Chi costui che
ringrazia Iddio perch non stato accolto con attestati di stima ? E perch altrove lo
hanno applaudito ? Sar certamente un gran servo di Dio. Voglio conoscerlo . E, con un
pretesto qualsiasi torn da lui. Desidererei , disse, qualche cosa sulla passione del
Signore, da usare nelle mie meditazioni .
Egli gli present un libretto. L'altro intanto pensava : Sarebbe stato pi delicato da
parte sua, se me lo avesse lasciato scegliere da me , ma nascose il pensiero sotto il pi
bel sorriso di ringraziamento. Proprio allora Gerardo ritirava prontamente la mano e,
presentandogli l'intero mazzetto, diceva : Signor Arciprete, ecco se lo scelga come
crede .
Don Robertazzi non ebbe il tempo di meravigliarsi perch fu distratto da un gentiluomo
che entrava. Si scambiarono le presentazioni, poi uscirono tutti e tre nel salotto,
intavolando una conversazione qualunque. Alle prime battute Gerardo interruppe
bruscamente il discorso : Signor Arciprete , disse, se permette, vorrei chiederle un

201

parere. Un uomo decide di commettere un adulterio e gi vi si accinge, quando, o per


difficolt sopraggiunte, o per impulso superiore della grazia, cambia idea e si pente di
quello che stava per fare. Ora se quest'uomo si confessa, tenuto a specificare tutte
queste diverse circostanze ? .
Certamente , rispose l'Arciprete, chiedendosi sorpreso dove egli andasse a parare. Lo
seppe subito dopo, quando il gentiluomo che a quelle parole stentava a tenersi fermo
sulla sedia, lo tir in disparte per dirgli : Signor Arciprete, voi avete un santo in casa
vostra. Il caso proposto si riferisce proprio a me. Fui io che, prima di entrare qua dentro,
volevo commettere un adulterio e poi, un po' per i rimorsi, un po' per l'ispirazione di
Dio, sono riuscito a vincermi .
Questi fatti diedero un avvio brillante alla questua che prosegu a ritmo serrato fino al 21
agosto, quando avvenne l'irreparabile che diede il segnale della fine.
Quella mattina egli aveva stentato ad alzarsi, vincendo la tosse e l'affanno. Poi si era
trascinato in chiesa per le sue devozioni, inginocchiandosi per terra in un cantuccio
solitario, ma all'improvviso fu sorpreso da un accesso di tosse insistente e accanita. Il
petto parve spezzarsi e fu costretto a cercare un appoggio, ma qualche cosa di caldo gli
corse alla gola. Era un fiotto abbondante di sangue, un butto come di fontana,
secondo l'immagine espressiva del santo. Senza scomporsi, terminate le preghiere, si
rec con tutta segretezza da un medico, il quale, dopo un attento esame, diede il suo
referto. Il paziente era sano di petto. Il fatto del sangue trovava la sua causa adeguata
nello sciogliersi dei coaguli interni prodotti dalla malaria. Era stata una valvola di
sicurezza che aveva alleggerito la soverchia pressione. Al medico non restava che
coadiuvare l'azione benefica della natura per rendere pi normale la circolazione
sanguigna. Forte di questo ragionamento, nonostante il pallore mortale dell'infermo, lo
salass alle tempie. Naturalmente il miglioramento non venne. Perci il santo, deciso
ormai ad accelerare il ritorno a Caposele, ripart per Buccino.
Vi giunse la sera del 22 agosto. Era di venerd e la salita in paese fu un vero calvario.
Pure, sorretto da persone caritatevoli, riusc a raggiungere la canonica, ma mentre si
adagiava sul letto, sorpreso dalla solita tosse, ebbe un nuovo sbocco di sangue, violento
come il primo. Furono chiamati di urgenza due medici che confermarono la diagnosi del
loro collega di San Gregorio e gli cavarono altro sangue. Questa volta dalle estremit. A
loro discolpa possiamo dire che in quei giorni e in quelle zone non si parlava che di
malaria e dei famosi salassi di precauzione. sempre facile seguire la corrente.
Ma il rimedio fu peggiore del male: quel corpo esangue si abbatt sul letto come privo di
vita. Che faro ? I due sanitari si strinsero nelle spalle. Alla fine, se la presero con l'aria
troppo sottile del luogo, e consigliarono il trasporto dell'infermo nel clima pi dolce di
Oliveto Citra. L avrebbe potuto profittare della valentia di quell'altro luminare di
scienza che era il dottor don Giuseppe Salvadore, fratello dell'Arciprete.
Per sua fortuna, quando all'indomani vi giunse, il Dottore era assente. Cos pot evitare ma solo per quel giorno - altri salassi di precauzione e godersi il beneficio di quell'aria
veramente salubre che gli apport un giovamento immediato. Cess la tosse e nuove
forze sembrarono rifluire nel suo organismo. Approfitt del leggiero benessere per
informare dell'accaduto il padre Caione : Sappia V. R. che mentre stavo inginocchioni
nella Chiesa di San Gregorio, mi venne un butto di sangue... . E continu raccontando
la cronaca precisa dei fatti: senza un lamento, un rammarico, un turbamento. E concluse:
L'avviso a V. R. per sapere come debbo fare: se volete che me ne venga subito, me ne

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vengo ; se volete che continui la cerca, la seguiter senza incomodo; perch circa il petto
presentemente mi sento meglio di quando stavo in casa. Tosse non ne ho pi. Via su,
mandatemi un'ubbidienza forte e sia come si sia. Mi dispiace che V. R. si metter in
apprensione. Allegramente, Padre mio caro, non niente; raccomandatemi a Dio, che mi
faccia fare sempre in tutto la sua Divina volont (o.c., pag. 47).
Solo ora, dopo la lettura di queste ultime righe, comprendiamo tutto il suo eroismo.
Malato, sfinito, viene gettato allo sbaraglio in zone impervie, nei mesi pi tristi
dell'anno. Soccombe per via; prevede prossima la fine, ma se ha un tremito di
commozione, non per s, per i suoi ventinove anni stroncati dal male : ma per il superiore che stata la causa, involontaria s, ma sempre la causa della sua rovina. Povero
superiore ! Ora dovr mettersi in apprensione per lui ! Solo questo ci mancava ! E lo
incoraggia, egli malato e moribondo, a stare allegro, a fare la volont dell'Altissimo.
La lettera produsse una profonda impressione in tutti, specialmente nel padre Caione che
si sentiva in qualche modo responsabile dell'accaduto. Era di sabato e il popolo affollava
la chiesa per la funzione mariana. Il Padre sal sul pergamo e con voce commossa scand
la triste notizia; poi mentre un fremito di costernazione giungeva fino a lui esort i
presenti a supplicare la Vergine per la salute del loro benefattore. Intanto aveva gi
mandato le sue disposizioni ad Oliveto : pregava i signori Salvadore di trattenere
l'infermo fino a quando fosse in grado di tornare a Caposele e raccomandava all'infermo
di fermarsi sul posto fino a quando lo permettesse la famiglia ospitale.
La lettera tranquillizz il santo che desiderava solo di ubbidire. Si rimise perci nelle
mani dell'Arciprete, come suo superiore, felice di dipendergli in tutto. La stessa
dipendenza mostrava al fratello dottore, che, appena tornato, era corso ad apprestargli le
prime cure con l'affetto di amico. Con loro gareggiavano i familiari.
Si era appena riavuto dalla crisi, che alcuni valligiani portarono a braccia fratel
Francesco Fiore, uscito per la questua dalla stessa comunit di Caposele. Era stato
sorpreso da una di quelle violentissime febbri maligne, capaci di stroncare in pochi
giorni l'esistenza di un uomo.
Don Giuseppe, dopo aver cercato di far condurre il Fratello al piano superiore, lo fece
sistemare vicino all'ingresso e si rec ad informare Gerardo: Questi lo ascolt in silenzio
; poi, fissando gli occhi al cielo, rispose : Fate il favore di dire a fratel Francesco che,
per ubbidienza, si faccia passar la febbre, si alzi e venga subito qui, perch noi abbiamo
da fare ed io non posso andare ad assistere i malati .
Don Giuseppe credette che volesse scherzare, ma egli replic Fate come vi ho detto: si
lasci passare la febbre; si alzi e venga subito da me.
L'ordine era categorico e il Dottore si mosse. Quando si trov davanti al Fratello con gli
occhi lustri e in delirio, ebbe un momento di esitazione, ma si vinse e comunic
1'imbasciata. A quelle parole, l'infermo riacquist l'aspetto normale; i suoi occhi persero
la loro lucentezza metallica; punt i gomiti sui guanciali e salt gi. Poi, accompagnato
dal Dottore, sal con facilit le scale. Lo attendeva Gerardo con lo sguardo ardente e le
guance cadaveriche. Appena lo vide, con voce stanca ma martellata e decisa, disse:
Come ? Noi siamo usciti per la questua e tu ti fai venir la febbre ? Ors, bando alle
chiacchiere: ubbidisci e non farti venir pi la febbre.
Fratel Francesco, drizzandosi sulla sedia, rispose: Ubbidisco! . Ed ora , soggiunse
rivolto al Dottore, tastategli il polso . Era regolare come un orologio. Appena una
leggiera alterazione lasciava supporre che l'infermo era uscito proprio allora da un ac-

203

cesso violento di febbre. Gerardo si guard intorno e, scorgendo un incrociarsi di sguardi


stupiti, disse: Signori miei, e che? Vi meravigliate di ci che avvenuto ? E no! Tanto
pu l'ubbidienza! .
Il Dottore era un fervente cattolico e credeva al soprannaturale, ma, trattandosi di un
fatto tanto straordinario, non volle trascurare le norme elementari della prudenza. Egli
sapeva che le febbri maligne hanno un decorso molto irregolare e che, quando si credono
scomparse, si riaccendono con maggior virulenza. Perci tenne in osservazione il
Fratello per tre giorni, ma dovette constatare che la convalescenza procedeva rapida e
normale. Al terzo giorno, la guarigione era completa.
Fu questo il primo di una lunga serie di prodigi. Perch l'Arciprete, vista la facilit con
cui li operava, lo supplic per la sorella, Rosa, vittima anche lei della febbre di malaria.
Si portarono insieme dall'inferma. La malattia l'aveva invecchiata; i capelli quasi grigi le
ricadevano sulle guance avvizzite. Gerardo si appoggi stancamente alla ringhiera del
letto, poi disse sorridendo: Non niente, non niente! . E la febbre scomparve.
Un altro prodigio lo segu di qualche giorno. Il santo nelle ore migliori del mattino e del
pomeriggio, soleva lasciare il letto o il divano, lieto di muoversi un pochino e di
trattenersi con le persone di famiglia. La malattia gli aveva accentuata quell'aria di
fanciullo sognatore che, col sorriso gioviale, costituiva il fascino principale del suo volto
fortemente angolato. La gioia di una coscienza serena, la limpidezza di un occhio
esercitato alle altezze, ravvivava quell'aria stanca che cercava invano di nascondere.
Parlava e scherzava coi bambini, tanto numerosi nella casa dove confluivano i tre fratelli
coniugati dell'Arciprete.
Fu appunto in uno di questi giorni: era in salotto coi fratelli dell'Arciprete, don Nicola e
don Filippo, quando irruppe dall'uscio aperto il piccolo Giovanni con la lieta
spensieratezza dei suoi dodici anni. Correva schiamazzando come un trionfatore,
stringendo in pugno un uccellino preso all'arco: una ficedola. Fece un giro per la sala,
poi la pose sotto gli occhi del santo, dicendogli: Guarda, guarda ! .
Egli la prese, le fece molte carezze, poi, rivolto al cielo che s'incendiava al tramonto,
sporse la mano aperta fuori del balcone. La bestiola si scosse un po' timida, poi prese il
volo trillando per l'aria, mentre Giovannino scoppiava in un pianto dirotto, pestando i
piedi sul pavimento. Gerardo cerc di rabbonirlo : invano. Allora torn verso il balcone
e, tendendo le mani, chiam: Belluccia mia, belluccia mia, vieni, perch il ragazzo
piange e non contento della tua libert! .
Non aveva finito di parlare, che si vide il piccolo pennuto tracciare un arco nel cielo e
posarsi sulla sua mano, tra lo stupore dei presenti.
Pi di tutti amava trattenersi col santo e profittare dei suoi esempi la diciannovenne
Isabella Salvadore, figliuola di don Nicola. Era una di quelle anime belle che uniscono
all'innocenza della vita il desiderio di evasione dal mondo, troppo brutto per le loro
aspirazioni. Ma l'innocenza frutto pi di una felice disposizione di natura che di
fermezza di carattere e le aspirazioni mancano di concretezza e sfumano nel sogno. Cos
vivono sempre ondeggianti, sempre in attesa di qualche cosa che debba strapparle
dall'inerzia, risparmiando loro la fatica di una scelta decisiva: magari per anni, magari
per tutta la vita. Isabella rifiuter qualunque partito di mondo, sempre pensando di
raggiungere il chiostro e sempre paga di mirarlo e sospirarlo da lontano. Ma ci fu un
giorno in cui credette di toccarlo con mano e di trovare in s la forza di correre generosamente incontro a Ges: fu quando Gerardo con voce ardente, ma velata dal male, le

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parl di quei sacri recinti dove aveva guidato altre anime giovanili, pure come la sua, e
come la sua assetate d'ideali che non si trovano quaggi. Allora Isabella si vide davanti
schiere e schiere di vergini coi soggoli candidi e la lampada accesa sciogliere
perpetuamente un cantico alla bellezza dello Sposo, ma quando era sul punto di
congiungersi a loro, il santo, gi lontano, non fu in grado di porgerle l'ultimo aiuto.
D'altra natura erano i colloqui con l'Arciprete, gi tanto avanti nelle vie della perfezione.
Con lui amava riprendere il tema dominante delle sue contemplazioni: l'immensit di
Dio.
Una sera - si era al tempo del primo incontro e il chiarore lunare scendeva come una
benedizione sull'afa opprimente di agosto - una sera, dopo cena, Gerardo s'inoltr senza
accorgersi nel suo caro argomento. Sotto il cerchio breve, oscillante della lampada, la
sua persona stanca dai viaggi del giorno prendeva gradatamente vigore, si colorava in
volto, dilatava le pupille, si protendeva verso 1'alto,quasi ad afferrare una musica divina.
Doveva sentire, infatti, trascorrere il soffio onnipotente di Dio coi bagliori del cielo
stellato, coi silenzi animati della valle, col respiro degli ulivi che tremavano nel vano
delle finestre ; doveva vederlo avvolgere con la sua presenza i milioni di mondi sospesi
sugli abissi e penetrare in ogni fibra di essi, se, dopo aver lanciato sguardi estatici in
giro, indicando quella piccola sala illuminata, occhio acceso nella notte, e le pareti inerti
e le pietre dei davanzali e degli stipiti, esclam : Anche sotto queste pietre, anche sotto
di quelle, c' Dio. Oh se cadesse dai nostri occhi questo velo di ombre, noi saremmo,
d'un battito, alla presenza di Dio ; noi lo vedremmo attorno a noi e in noi. Noi ci
vedremmo in Lui come pesciolini in un oceano sconfinato di acque! Allora non ci
sarebbe pi dolore, n affanno, n miseria. In ogni luogo, in ogni momento, sarebbe il
paradiso!.
Un'altra sera i due amici si attardavano sul balconcino aperto nella loro meditazione.
Erano scese le tenebre e nessuno pensava ad accendere una lampada. Si udivano solo le
loro voci che parlavano della grandezza di Dio e i loro sospiri di amore. Poi tacquero,
mentre le loro anime continuavano un colloquio senza parole. A un certo punto
l'Arciprete si riscosse e pens alla laboriosa giornata dell'amico e all'altra che lo
attendeva quando l'alba si sarebbe levata sulla valle addormentata: Gerardo mio caro,
disse, tardi. molto tardi. S, bello parlare di Dio e dei suoi attributi, ma Egli vuole
pure che diamo al nostro corpo il riposo necessario .
S'ud un sospiro prolungato. Che hai ? gli chiese.
Oh Dio ! , rispose, come siamo miserabili, mentre durante il sonno non possiamo
pensare al nostro caro Dio ! .
Queste meditazioni, interrotte con la partenza del santo per la media valle del Sele,
furono riprese al ritorno, durante la malattia. Quando egli vedeva don Arcangelo entrare
nella sua stanza e sedersi accanto al suo letto, sollevava gli occhi al cielo e ne traeva
ispirazioni per i suoi argomenti prediletti. Parlava adagio, con lunghe pause, sviluppando
e assaporando mentalmente gli spunti proposti con la parola.
Anche i fratelli dell'Arciprete divennero ben presto discepoli spirituali di Gerardo che
ripagava l'ospitalit ricevuta indirizzando le loro anime verso la perfezione. Non c'era
dubbio, difficolt, ansia di spirito, che non sottoponessero a lui, pronti ad assecondarlo
in tutto. Perch erano sicuri che egli conoscesse la loro anima per illustrazione superiore
della grazia.

205

Un giorno don Filippo, che era venuto per sottoporgli un dubbio di coscienza, lo trov in
estasi, sollevato due palmi da terra e se ne usciva silenziosamente, quando, giunto sulla
porta, l'uscio cigol. A quel rumore, tornato in s, il santo gli fece cenno d'accostarsi :
Caro don Filippo, gli disse, non farti scrupolo della tal cosa e riposa tranquillo sul
mio consiglio.
E l'occhio lucido e fermo esprimeva pi di quanto dicessero le parole.
Il susseguirsi di tanti prodigi indusse l'Arciprete ad esporgli un caso doloroso che
angustiava una famiglia e l'intera popolazione. Erano sette anni che il sacerdote
Domenico Sarro era caduto vittima di una malattia nervosa che aveva sconvolto i suoi
sentimenti e straziava la sua anima. Se ne stava tutto il giorno disteso sul letto, lo
sguardo vitreo, il volto stirato, impassibile. Non apriva bocca che per emettere urla e
bestemmie contro Dio che lo aveva condannato, ancor vivo, nell'inferno. Se qualcuno
cercava di consolarlo, lo investiva con un torrente d'ingiurie, agitando le braccia e gettando schiuma dalla bocca. Poi rideva d'un riso sinistro e profondo.
Da sette anni non aveva celebrato, n si era accostato ai sacramenti, sette anni di
disperazione per i parenti, chiusi in un cerchio di ossessione allucinante. Erano ricorsi a
medici famosi, avevano peregrinato ai santuari pi celebri dei dintorni; erano saliti al
collegio di Caposele ; tutto inutile. Perfino l'intervento del padre Cafaro che lo aveva
benedetto ai piedi della Madonna ed aveva pregato a lungo col fervore di cui era capace.
Il povero sacerdote, pi stanco, pi malato, pi disperato, era tornato ad assordare la
casa con urla, bestemmie e risa sinistre.
Ormai nessuno pensava alla possibilit della guarigione, quando le gesta prodigiose di
Gerardo riaccesero una speranza nell'Arciprete che si rivolse fiducioso alla sua potente
intercessione. Il santo promise di pregare. Poi all'indomani si fece accompagnare dall'infermo. Gli and vicino senza lasciarsi turbare dalle sue escandescenze; lo guard con
quegli occhi capaci d'ammansire una belva e gli tracci la croce sulla fronte corrugata.
Miracolo ! Al tocco di quella mano, si spianarono le rughe, si ammorbidirono le guance,
scomparvero le ombre, la bocca si chiuse, poi si apr ad un sorriso di placido poppante.
Allora il santo lo aiut a scendere di letto, lo condusse al clavicembalo che dormiva da
tanti anni appoggiato alla parete di fondo, e gli disse: Suona qualche cosa.
Che debbo suonare ? .
Una litania alla Madonna.
Il sacerdote mosse con disinvoltura le lunghe dita stecchite sulla vecchia tastiera.
Gerardo inton il canto, con la sua voce divenuta fioca dalla malattia; l'altro rispose con
prontezza e le due voci s'intrecciarono e si modularono insieme fino alla fine.
La grazia certa , disse il santo all'Arciprete, rincasando. Infatti all'indomam si rec
di buon'ora dal malato, lo condusse in chiesa, e gli fece ricevere i sacramenti. E cos il
giorno seguente. Il sacerdote appariva raccolto, devoto, tranquillo, come se fosse stato
sempre l'uomo pi normale del mondo.
Non restava che la celebrazione della messa e si fiss il giorno che doveva rivestire un
carattere eccezionale.
Quel mattino i parenti del sacerdote erano pronti da un pezzo intorno all'altare
addobbato e sfavillante; con loro i signori Salvadore e buona parte del popolo.
Mancavano don Domenico e il suo accompagnatore: Gerardo. Il primo era a casa in
attesa, ma l'altro dov'era ? Bussarono alla sua porta una prima, una seconda volta
nessuna risposta. Allora entrarono in punta di piedi e lo trovarono genuflesso accanto al

206

letto : una mano stringeva il Crocifisso ; l'altra era piegata sul petto, come fu poi
rappresentato nelle immagini tradizionali; ma le palpebre erano socchiuse, la testa
rovesciata leggermente verso il cielo, il volto pallidissimo come se tutto il sangue fosse
rifluito nel cuore. Non respirava. L'Arciprete, messo sull'avviso, accorse
immediatamente e con lui parecchi familiari. Contemplarono commossi lo spettacolo,
poi uscirono adagio adagio, fermandosi a una certa distanza dalla porta. Quando, dopo
una mezza ora, lo sentirono muversi, bussarono per chiedergli come stesse.
Questa notte, rispose, non ho dormito a sufficienza, e sul far del giorno, sono stato
sorpreso da un sonno profondo.
Don Sarro, senza indugio, scese in chiesa, dando la mano a Gerardo. Sal sull'altare con
la piet e la disinvoltura dei giorni migliori, sciolto nella pronunzia, composto nei
movimenti, svelto nelle rubriche, come avesse celebrato ogni mattina. Da allora
continu a celebrare regolarmente, suscitando sempre la stessa commozione nel popolo
che quando sentiva suonar la sua messa, diceva: Andiamo a vedere il miracolo .
Vi fu ancora qualche dubbio, qualche esitazione, qualche intoppo, ma bastava la
presenza del santo per calmarlo. Anzi, e questo ancora pi stupendo, quando egli part
da Oliveto, lasci come sostituto l'Arciprete, perch, vedendolo ricalcitrare, gli avesse
comandato di celebrare in nome suo. Bastava che l'Arciprete pronunziasse questo nome,
perch ogni resistenza cadesse e si avviasse sereno all'altare.
Nello stesso tempo avveniva un'altra guarigione, ma a distanza. Il santo aveva spedito un
corriere a un certo Lorenzo Di Masi in Caposele, per informazioni di grande importanza.
Nella risposta, Lorenzo gli raccomandava suo padre, Stefano, afflitto da grave malattia.
Appena Gerardo apr la lettera, alz gli occhi al cielo. In quello stesso istante, l'infermo
di Caposele si alzava perfettamente guarito. Intanto, approfittando delle ore mattutine in
cui la febbre non gli dava molta noia, al fianco di qualche amico, si andava licenziando
dai benefattori del luogo. Si trascinava a stento, ma voleva andare di persona, grato di
ogni beneficio ricevuto. La tradizione ricorda solo l'addio alla famiglia Pirofalo per i
fatti straordinari che l'accompagnarono. Mentre tutti si congratulavano con lui nel
vederlo ancora in piedi e gli auguravano una perfetta guarigione: Oh, rispose,
morir presto, molto presto . E guardava il cielo come volesse spiccare il volo verso il
luogo della sua liberazione.
Guardate , disse infine, le finestre del nostro collegio : quando vedrete un lenzuolo
spiegato ad una di esse, io sono ancora in vita. Quando non lo vedrete pi, sar morto .
Per pi di un mese i signori Pirofalo dal loro giardino spinsero gli occhi verso il collegio
che appariva come una striscia bianca campita all'orizzonte. Il lenzuolo era sempre l,
alla finestra, visibile a occhio nudo, come se la distanza di oltre sei miglia in linea d'aria
che lo separava da Oliveto fosse stata raccorciata, o i loro occhi avessero acquistato
nuova potenza visiva. Solo la mattina del 16 ottobre non videro pi il lenzuolo per
quanto aguzzassero gli occhi e allora si precipitarono a Caposele per rendere l'ultimo
omaggio al grande amico e benefattore.
Terminata la visita, Gerardo si avvi verso l'uscita. Proprio allora una giovinetta gli
riport un fazzoletto che aveva lasciato sulla sedia: No, no, tienilo pure*, rispose
sorridendo, un giorno ti potr servire. Le serv, infatti, alcuni anni pi tardi quando si
trov in preda alle doglie del parto. Allora, mentre tutti i santi del paradiso parevano
sordi e i medici non sapevano pi che fare, lei si ricord del fazzoletto e lo chiese

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insistentemente. Subito cessarono i dolori, e con estrema facilit pot stringere fra le
braccia il figliuolo.
In seguito, per soddisfare la devozione dei fedeli, il fazzoletto prodigioso fu diviso in
molte reliquie. Una di esse, circa novant'anni dopo, era conservata da colui che attest il
fatto prodigioso nei processi apostolici.
Ma l'addio pi commovente fu con la famiglia ospitale, specialmente con l'Arciprete
che, pi degli altri, sapeva apprezzare la grandezza della sua santit. Non lo lasci
partire senza aver firmato un patto di mutua preghiera e assistenza in vita e in morte. Il
patto fu stipulato in presenza della SS. Trinit e di Maria SS. e di tutta, la corte celeste
, ma obbligava quasi unicamente uno dei due contraenti, cio il detto venerando
Fratello Gerardo il quale era tenuto, tra l'altro, e in virt di santa ubbidienza in vita e
dopo morte
A pregare efficacemente il Signore ... perch ci vediamo per tutta l'eternit nella gloria
del Paradiso ...
A soccorrermi anche da lontano in tutte le necessit spirituali e temporali con
raccomandazioni a Dio ...
Ad impetrarmi forza di adempiere santamente la mia carica, santificar tutti, fuggir le
offese del Signore e purificarmi di tutte le imperfezioni.
A pregare Dio per la salute spirituale e temporale di quelli di mia casa e per la quiete e la
pace generale di questa patria dello Oliveto ...
Ad impetrare una perfetta ubbidienza a tutti quei penitenti a lui ben noti .
Questo ultimo punto rivela una perfetta intesa tra l'Arciprete e l'umile laico nel campo
dell'apostolato. I penitenti sono le anime
che egli convertiva e presentava al sacerdote per la confessione sacramentale. Essi
dovettero essere molti se si parla : di tutti quei penitenti e il santo dovette assisterli
con una certa frequenza per conoscerli assai bene. Cos, anche fiaccato da un male che
non 'perdona, Gerardo continuava il suo apostolato.
Da parte sua, l'Arciprete si obbligava a corrispondere a tutti i lumi del Signore, e a
pregare e far pregare Sua Divina Maest per il suddetto venerando Fratello Gerardo (o.
c., pagg. 83-84).
Col patto il santo compensava ad usura la famiglia Salvadore e tutto il popolo di Oliveto,
tanto cari al suo cuore.
39
L'ARRESTO DELLA MORTE
I lenti rintocchi della campana di mezzogiorno vennero incontro a Gerardo che saliva
l'ultima volta la collina di Materdomini per addormentarsi nel sonno della morte in
mezzo ai suoi confratelli. Era la domenica 31 agosto del 1755.
Lo attendeva il padre Caione gi prevenuto sulle condizioni dell'infermo. Eppure, lo
confessa lui stesso, al vedere quello scheletro ambulante, ravvivato solo dagli occhi
luminosi, non riusc a frenare le lacrime. E pens prossima la fine. Lo stesso pensiero
era condiviso dal santo che trasform la sua stanzetta nell'altare del suo sacrificio. Fece
apporre sulla porta una scritta che diceva: Qui si sta facendo la volont di Dio, come
vuole Dio e per quanto tempo piace a Dio.
Sulla parete di fronte al letto fece appendere un grande Crocifisso tutto squarci e sangue
e, sotto al Crocifisso, una Vergine in gramaglie, con le sette spade confitte nel cuore. Ivi
posava continuamente gli occhi per immedesimarsi nella stessa agonia. Anzi, nelle ore

208

calde del pomeriggio, si faceva adagiare su un divano, posto ai piedi delle care immagini
e vi si tratteneva ore e ore, quasi a raccogliere il sangue del Maestro e le lacrime della
Madre.
Anche il suo era un sacrificio cruento : tutto il corpo sembrava sciogliersi in sangue. Ne
versava fino a dieci libbre al giorno, mentre la pelle si copriva di sudore. Intanto
cresceva la febbre e il petto si stringeva sotto la morsa dell'oppressione che gli serrava la
gola. Il cuore batteva con violenza. A queste fasi ipertensive succedevano deliqui e
svenimenti: allora il cuore sembrava aver sospesi i suoi battiti e il corpo in preda al
freddo della morte.
Impossibile trangugiare qualunque cibo, perch una nausea invincibile gli chiudeva
ermeticamente lo stomaco. Si nutriva appena con qualche sorso di liquido.
La violenza del male non sfugg al dottor Santorelli sempre vigile accanto al suo letto, e
non sfugg neanche ai confratelli che si recavano spesso a contemplare lo spettacolo
della morte di un santo e ne partivano compunti.
finita ! si sussurravano a vicenda.
Gerardo non se ne dava pensiero : sempre sereno, sempre tranquillo, sempre con lo
sguardo sul grande Crocifisso e sulla Madre Addolorata, senza batter ciglio, come
immerso in un'estasi prolungata. Solo una volta il padre Rettore lo trov leggermente
turbato e gliene chiese il motivo. Dopo un gran sospiro, lasci capire d'essere stato
tentato in materia di purezza, ma non trovava termini per esprimersi, perch disse: Io
non so cosa sia questa tentazione ... Io ho voluto sempre bene al mio Dio.
Il tema dell'amore tornava frequentemente sulla sua bocca, ed era un amore di unione
alle disposizioni dell'Altissimo.
Un giorno il padre Caione lo esort ad uniformarsi alla divina volont. Ed egli: S,
Padre, io mi figuro che questo letto sia la volont di Dio e che io sia inchiodato su
questo letto, come stessi inchiodato sulla stessa volont di Dio. Anzi mi figuro che io e
la volont di Dio siamo divenuti la stessa cosa.
Anche nei momenti pi cruciali fu udito ripetere: Patisco, perch non patisco ! Signore,
patire e patire ! .
Un altro giorno il Dottore gli domand se desiderava vivere o morire. Ed egli: N
vivere, n morire; voglio solo ci che vuole Dio .
Ma se dipendesse da te, che cosa sceglieresti ? .
Non lo so neanch'io: da una parte vorrei morire, per unirmi con Dio; dall'altra mi
dispiace morire, perch non ho patito. Desiderio di Dio ; sofferenza: tra questi due poli
oscillava continuamente il suo spirito, ma si fermava forse di preferenza sul primo.
Unirsi a Dio ! L'aspirazione lo faceva sobbalzare dal letto e gli rendeva il volto di bracia.
Una volta il padre Caione lo vide lanciare un'occhiata al Crocifisso e prender fuoco. Il
volto, egli disse, sembrava tutto pezzato di scarlatto. Che cosa hai ? , gli chiese. Egli
cerc modestamente di schermirsi, ma costretto dall'ubbidienza a parlare, disse con lo
spasimo di un prigioniero che voglia infrangere i ceppi: Ah, Padre, ho un gran
desiderio di unirmi con Dio .
Tale intensit di sofferenza, congiunta col soverchio ardore interno, consum ben presto
tutte le risorse del suo organismo : dopo sei giorni dal ritorno a Caposele, sembr vicina
la partenza per l'eternit e si pens d'amministrargli i conforti della Religione.
Il venerd, 5 settembre, il padre Francesco Buonamano, ministro del collegio, gli port il
viatico. Lo trov sul letto in atteggiamento tanto umile e devoto che commosse i

209

presenti. Gli and vicino, gli sollev la particola davanti agli occhi, dicendo : Ecco
quel Signore che fra poco deve esser vostro giudice. Ravvivate la fede e presentategli i
vostri atti di amore .
E Gerardo, congiungendo le mani: Signore, Voi sapete che quanto ho fatto e ho detto,
tutto ho fatto e detto per onore e gloria vostra. Ora muoio contento, perch spero di non
aver cercato altro, in tutto questo, che la gloria vostra e la vostra sola volont. Sporse
leggermente la lingua; pieg le mani sul petto e socchiuse gli occhi parlava con Ges.
All'indomani, sabato, le sue condizioni si erano talmente aggravate che si discuteva se
dargli subito l'estrema unzione, o attendere qualche ora. Era l, steso sul letto, esanime,
il capo abbandonato sui guanciali. Tutta la vita pareva concentrata in quegli occhi levati
verso il cielo, quegli occhi tanto accesi sul volto di cera liquefatta. Pareva dicesse:
Eccomi, vengo, per fare, o Dio, la tua volont .
Fu riscosso dall'estasi : era entrato il padre Caione stringendo tra le dita un biglietto :
Ti scrive il padre Fiocchi, gli disse spiegando il foglio, ascolta bene ci che vuole .
Lesse adagio adagio lo scritto: Ora , concluse, vedi tu il da farsi .
Gli consegn il foglio, ritirandosi prontamente.
Gerardo se lo pose sul petto. Era la volont di Dio, manifestata dal suo direttore di
spirito : voleva che stesse meglio e si fosse lasciato passare gli sbocchi di sangue.
Signore , ripeteva mentalmente il santo, si faccia di me, secondo la tua volont! .
In questo atteggiamento di supplica lo trov il padre Garzilli che, fingendo d'ignorare la
lettera, gli disse : Che hai sul petto ? .
l'ubbidienza del padre Fiocchi: vuole che stia meglio e mi faccia passar gli sbocchi
di sangue .
Bravo! Cos ubbidisci? . E con la mano accennava a una bacinella di sangue, posta
vicino ai guanciali, non ti fai scrupolo a disubbidire al tuo padre spirituale ? .
vero , mormor con filo impercettibile di voce, e preg l'infermiere di allontanare
la bacinella. Di botto il sangue ristagn, mentre prima ne versava a bocca piena.
Allora si rivolse sorridendo al Padre Garzilli. Voleva dire Va bene cos ? .
Ma il Padre scroll la testa: No, la tua ubbidienza non completa. Il padre Fiocchi
vuole che tu non solo ti faccia passar gli sbocchi di sangue, ma anche la febbre e ti alzi
dal letto guarito.
Gerardo rispose immediatamente: Padre, giacch cos, voglio ubbidire in tutto . La
febbre cess all'istante. Passata la tensione del male, il suo corpo si abbandon come un
cadavere in uno stato di atonia completa. Lo trov cos, al mattino del giorno 7, il
Dottore e lo credette nello stato preagonico. Ma il santo, che gli lesse il pensiero, disse
con giovialit
Lo sai? Domani debbo alzarmi .
Il povero Dottore si domand se delirasse, ma l'altro insist S, s, domani debbo
alzarmi. Non c' dubbio. Se mi vuoi dare qualche cosa da mangiare, son pronto .
Ma che dici ? Vuoi morir sul colpo ? .
No, stai tranquillo. Ora non posso morire, perch debbo far l'ubbidienza al padre
Fiocchi. Egli vuole che io stia bene e mi alzi di letto .
Bisogna dire che il Santorelli avesse un concetto molto alto dell'ubbidienza del santo
perch, dopo vari tentennamenti, fin per accondiscendere ai suoi desideri. Ma ora
s'imponeva un nuovo problema: cosa dargli da mangiare ? Ad un infermo in quello stato
ogni cosa poteva riuscir fatale.

210

Intervenne ancora una volta Gerardo: Mangerei volentieri qualcuna di quelle


albicocche che sono l, nel tiretto del tavolino . Erano delle magnifiche albicocche
portate dalla famiglia Salvadore. Forse le aveva preparate con mano amorosa la giovane
Isabella, ripensando con nostalgia al santo che le aveva schiuso, coi suoi discorsi, uno
squarcio di cielo. Certo, conservavano ancora il profumo della terra di Oliveto e lo
spandevano per la stanza.
Mangiare le albicocche ? una vera pazzia ! , protestava il Dottore, dimenando le
braccia.
No, vedrai: mi faranno bene.
Fate voi; io me ne lavo le mani! , concluse il Dottore, mentre l'infermiere prendeva
per il picciolo la pi bella albicocca, ponendola sotto gli occhi del santo: La vedi
quanto bella ? Te la do se mi prometti d'ubbidire al padre Fiocchi.
Gerardo sorrise abbassando la testa e la mangi con molto appetito. Dopo qualche
minuto, ne chiese una seconda; poi una terza. Quella sera il Dottore torn a casa molto
agitato e non pot dormire a causa di quelle benedette albicocche: A un moribondo! ...
Se non muore questa volta, non muore pi ! . Con questo pensiero nella testa,
all'indomani, appena sbrigate le visite pi urgenti, sal con molta apprensione la collina
di Materdomini : Se lo trovassi morto , diceva tra s aprendosi a fatica il varco sul
piazzale nereggiante di pellegrini, non me ne meraviglierei affatto .
And difilato nella sua stanza col cuore grosso, e buss : silenzio assoluto. Spinse
l'uscio: il letto era rifatto, ma l'infermo mancava. Usc nel corridoio in preda ad una
agitazione ancora pi forte, per domandare che ne fosse di Gerardo. Gli fu risposto:
Gerardo ? Si alzato di buon'ora e adesso se la passeggia per casa e per il giardino ! .
Egli credette di sognare, ma poi, affacciandosi alla finestra, scorse l'amico che
camminava lento lento, appoggiandosi al bastone. Camminava con una certa timidezza,
come un bambino che tema di cadere a ogni passo. Allora s che alz gli occhi al cielo,
esclamando: Ho capito: qui c' il dito di Dio. Solo la gran fede che ha nell'ubbidienza,
lo ha salvato dalla morte .
E il suo giudizio fu condiviso dai confratelli : anzi dallo stesso Gerardo. A chi si
congratulava con lui per la recuperata salute, rispondeva che il Signore aveva voluto
mostrare quanto gli fosse gradita l'ubbidienza. Pi esplicitamente lo disse qualche giorno
dopo allo stesso Santorelli : Io dovevo morire nella festa della Madonna e il Signore
mi avrebbe fatto la grazia di condurmi in paradiso; ma io gli chiesi di prendermi
all'indomani, per non morire in mezzo a tanta confusione e rumore, ma specialmente per
non recare soverchio incomodo ai poveri Padri e a tutta la comunit, affaticata dall'immenso concorso di pellegrini. - Quell'anno, annota il padre Caione, essi raggiunsero i
dodicimila - Ma poi intervenuta l'ubbidienza e ho dovuto sopravvivere .
S, sopravvivere : la parola esatta. Non fu una guarigione vera e propria. Fu una
sospensione misteriosa del male che gli dava la possibilit di restare in vita con un corpo
sfinito e prossimo alla fine.
Continu per otto o dieci giorni ad alzarsi di letto e a passeggiare lentamente in giardino
nelle ore calde, sempre appoggiato al bastone. Forse qualche volta pot partecipare alla
mensa comune. Pi spesso pot raggiungere la chiesa da cui era separato dalla larghezza
di un corridoio. Poi si ritir definitivamente tra le sue quattro pareti, dividendo il tempo
tra letto e lettuccio. Quando si sentiva in forze, prendeva in mano la penna e, seduto sul

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letto, il foglio sulle ginocchia, lo sguardo posato sul Crocifisso, rispondeva ai figliuoli
spirituali che gli aprivano ancora una volta i segreti delle loro anime.
Di queste lettere, scritte sulla soglia dell'eternit, ci resta solo quella diretta ad Isabella
Salvadore, la giovane nipote dell'Arciprete di Oliveto ed la perla pi suggestiva
dell'epistolario gerardino. il suo testamento spirituale, ereditato da un'anima pura,
sorella ideale di tutte quelle anime che il santo aveva strappato dal mondo e sposate a
Cristo per l'eternit.
La lettera prima di tutto una confessione aperta e sincera della grande anima di un
santo : egli che aveva esercitato il suo apostolato specifico in un campo tanto pericoloso
per le suggestioni che esercita nei nostri cuori, egli che era potuto sembrare troppo
umano a chi non poteva raggiungere l'altezza dei suoi ideali, proprio ora sul letto di
morte che per tutti la cattedra suprema di verit, davanti al Crocifisso che dominava il
cielo della sua stanza, ha cantato l'inno pi bello alla purezza del suo amore, in cui
l'umano e il divino perdono la loro reciproca diffidenza e accordano e fondono insieme
perfettamente la loro voce: Figlia mia cara, non vi potete immaginare quanto v'amo in
Dio, e quanto io desidero la vostra eterna salute, perch Dio benedetto vuole che io tenga
un occhio particolare sulla vostra persona. Ma sappiate, figlia benedetta, che il mio
affetto purificato da ogni ardore di mondo; un affetto divinizzato in Dio. Vi replico
dunque che io vi amo in Dio, non fuori di Dio ; e se l'affetto mio uscisse poco poco fuori
di Dio, sarei un tizzone d'inferno. E colpe io amo voi, cos amo tutte le creature che
amano Dio; e se io sapessi che una persona amasse me fuori di Dio, da parte del mio
Signore la maledirei, perch il nostro affetto deve essere purificato in amare ogni cosa in
Dio .
La parola assertiva : nessun dubbio, nessuna ansiet, nessuno scrupolo sfiora la sua
mente. Il suo amore verso le creature non mai uscito, nemmeno di una linea
impercettibile - poco poco - fuori di Dio. N mai ha permesso che altri lo facesse nei
suoi riguardi. Altrimenti avrebbe preso le parti di Dio offeso, per maledire il sacrilego,
usurpatore dei diritti del Creatore.
A questo motivo se ne intreccia un altro, il principale. Dalla confessione si passa
all'esortazione. E il tema che ha svolto oralmente con la giovane Isabella e con tutte le
giovani con cui si trovato a contatto nel breve corso della vita: la scelta di Dio. E
questo non solo il partito migliore, ma l'unico per chi vuole essere felice per sempre. Sul
letto di morte la sua parola si accende di una forte nostalgia di cielo: Mia carissima
sorella in Ges Cristo, Dio sa come sto, eppure il mio Signore permette che io vi scriva
di proprio pugno, onde da questo potete argomentare quanto Dio v'ama; ma quanto pi
vi amer se farete tutto quello di cui costi vi pregai ... Se farete quanto vi pregai, darete
una continua consolazione al mio Dio ed a me. Figlia cara, non c' altro che amare Dio
solo e niente pi. Perci vi prego che vi spogliate di tutte le passioni ed attacchi del
mondo, e vi uniate e stringiate tutta a Dio ... Che bella cosa essere tutta di Dio! Lo sanno
quelle benedette e beate anime che lo provano: provatelo voi pure e poi me lo direte ... .
Il suo pensiero nello scrivere queste righe non poteva non volare ancora una volta a tutte
quelle oasi che egli aveva fecondate con l'ardore della sua carit, dove aveva cercato
pace e ristoro durante le sue escursioni apostoliche, da cui aveva cercato la consolazione
della preghiera per vincere le aspre prove del calvario interiore: Ripacandida, Atella,
Foggia, Corato, Calitri, serre profumate dove uno stuolo candido di vergini si erano

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appartate dal mondo : perch fino al morir si vegghia e dorma - con quello sposo
ch'ogni voto accetta - che caritate a suo piacer conforma (Paradiso, III v. 100-103).
Quante volte aveva pronunziato simili parole per ricordare i loro doveri alle vergini
consacrate ! Ora la sua penna ricalca gli stessi motivi e li rivive con lo stesso amore di
compiacenza: La sposa ha da essere gelosa dello Sposo suo divino ; perci si ha da
guardare continuamente e con somma attenzione da ogni vana apparenza ; ha da
custodire il suo cuore che deve chiamarsi tempio di Dio, casa di Dio, luogo di Dio,
abitazione di Dio. Cos si chiamano quei cuori consacrati al nostro caro Dio (o. c.,
pagg. 47-48-49).
Sulla parola Dio cade la sua mano. Dio scende veramente come suggello sul cuore di un
santo che stato sempre : tempio, casa, luogo, abitazione della divinit.
40
LA FESTA DEL SEDICI OTTOBRE
Racconta il padre Tannoia che il 14 settembre, festa dell'Esaltazione della Croce,
Gerardo abbia detto a un confratello: Oggi a Foggia la madre Maria Celeste passata a
godere Dio . Quel giorno, aggiunge un testimone, il santo apparve pi allegro del
solito, come chi custodisce un segreto di gioia. Quale ? Che la Madre gli abbia
annunziato la sua prossima morte ?
All'indomani, dopo la stasi di otto o nove giorni, cominci ad accusare i primi ritorni del
male: il pallore, la stanchezza, l'affanno. Poi fu ripreso dalla febbre che gli accese di
porpora le guance disfatte. Con le prime piogge d'autunno fu costretto a rimettersi a
letto: era ormai certo dell'inutilit di ogni rimedio umano. Medico mio , disse al
Santorelli che era venuto a visitarlo, Ges Cristo vuole che io patisca e non occorre
altro .
Pure ubbid sorridendo a tutte le disposizioni dell'amico, cercando solo di moderarne lo
zelo che gli sembrava esagerato. Un giorno che gli aveva ordinato un cibo migliore per
sostenere la debolezza del suo stomaco: Dottore, disse, non darti pensiero di
prescrivermi questi cibi delicati, perch per me tanto sono le zucche, quanto la carne di
piccione . E gli rivel d'aver domandato al Signore la grazia di perdere ogni gusto per il
cibo e d'averla domandata per tre anni. Alla fine l'aveva ottenuta ; ormai per lui tutti i
cibi avevano lo stesso sapore.
Il suo unico pensiero, dice il padre Caione, cronista diligente dell'ultima malattia, era di
allargare le redini a quei desideri ardentissimi ed eccessivi che aveva sempre avuti di
patire qualche cosa per Dio . Lo aveva chiesto alla Madonna durante la precedente
novena della Nativit, mentre infierivano i primi attacchi del male Voglio la grazia di
morire o di vivere in continuo martirio. Ebbe l'una e l'altra, perch doveva sopravvivere
al male per alcune settimane e patire dolori veramente misteriosi. Quali fossero questi
dolori, lo comprenderemo pi facilmente, tenendo presenti quelli da lui sostenuti
nell'estate del '54, durante la permanenza nella capitale. Le espressioni che ora gli
escono di bocca, ricalcano esattamente quelle che allora gli caddero dalla penna, scrivendo alle sue confidenti di Ripacandida. Ci troviamo di fronte alla stessa riproduzione
interna della passione e morte di Ges. Il dramma aveva inizio ogni pomeriggio e durava
all'incirca tre ore, lasciando trasparire all'esterno tracce visibili dell'interna agonia.
All'approssimarsi di quelle ore fatali, Gerardo si trascinava sul divano ai piedi del
Crocifisso e rimaneva l come un cadavere svenato e tramortito . Col capo affondato
nei guanciali, l'occhio vivo sul viso spento, egli sembrava accogliere nella conca del

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proprio corpo straziato, tutta la tragedia del Calvario. L'amarezza era tanta che spesso si
lasciava sfuggire dalla bocca lo stesso lamento del Maestro : Padre, se possibile, si
allontani da me questo calice .
Una sera, appena uscito da tale stato, and a trovarlo un sacerdote di Ricigliano, di nome
Gerardo Gisone che poi abbracci l'Istituto e fu socio del maestro dei novizi. Voleva
esporgli le torture della sua coscienza, ma il santo lo prevenne, sciogliendo anticipatamente i suoi dubbi.
Sotto l'impressione del repentino sollievo, ma timoroso di ripiombare nel male, il
sacerdote esclam: Fratello mio, prega Dio per me, perch patisco assai!. Gerardo,
quasi involontariamente, rispose : Se tu sapessi che cosa patisco io ! Si ha da patire,
fratello mio, si ha da patire ! . Quell'accenno ai suoi dolori eccit la curiosit del
sacerdote che gli rivolse insistentemente alcune domande in proposito. Ed egli: Io sto
sempre dentro le piaghe di Ges e le piaghe di Ges stanno in me. Io patisco
continuamente tutte le pene, tutti i dolori della passione di Ges Cristo.
Ai dolori della passione si aggiungevano altri dolori anch'essi misteriosi, anzi forse pi
misteriosi dei primi; tanto che egli non trova le immagini sensibili per portarli alla nostra
conoscenza. Li chiama: i dolori del purgatorio. Dovevano per essere acuti se gli
strappavano spesso lamenti prolungati.
Un giorno, credendo di parlare da solo a solo con Dio, disse a voce alta: Signore,
aiutami in questo purgatorio in cui mi hai messo ! .
In quel momento entrava il Santorelli : ha inteso tutto e vuole che l'amico continui ad
usargli la stessa confidenza di una volta. Ed egli: Ho chiesto al Signore la grazia di
scontare i miei peccati quaggi; ma voglio andare in purgatorio per amore e non per i
debiti dei miei peccati; perch gi il mio Signore mi ha accordata la grazia di pagarli in
questa vita, facendomi fin d'adesso assaggiare il purgatorio.
Come mai il santo, tanto bramoso di unirsi con Dio, ora esprime un desiderio che
teologicamente un assurdo ? Ci rientra nelle solite follie dell'amore sofferente che
pervade da cima a fondo tutta la sua vita. Ma la brama di sempre nuovi martiri non gli
poteva togliere le conseguenze che il martirio provocava nella carne e nello spirito. Chi
lo vide in quelle prove confess che la sua anima pareva proprio a contatto con un fuoco
soprannaturale che la bruciava senza consumarla. La lingua stessa, inaridita e grossa, era
incapace di parlare: Te lo dico in gran confidenza, diceva in uno di questi momenti al
Dottore, non posso pi neanche parlare, perch assaggio un gran martirio .
Mentre lo spirito veniva torturato da questi dolori intensi, il corpo cedeva lentamente
sotto le strettoie del male che si riproduceva con gli stessi sintomi della prima volta,
quando era stato stroncato dall'ubbidienza. Si notava una sola eccezione : l'assenza del
sangue. Si andavano per accentuando la debolezza e l'affanno. L'affanno gli toglieva la
possibilit di dormire perch appena si appisolava, il respiro ingrossato, uscendo come
un rantolo dalla gola, minacciava di soffocarlo.
Come hai passata la notte ? , gli chiedevano al mattino il Dottore e i confratelli.
Ed egli: Io non patisco niente. Patisco perch non patisco . Solo una sera si lasci
sfuggire un lamento, quando il Dottore gli ordin una medicina da prendersi a
mezzanotte. Allora il santo, compassionando l'infermiere che avrebbe dovuto vegliare
per tanto tempo, disse : Oh Dottore ! Questo s che patire ! .
La preoccupazione che altri dovesse scomodarsi per lui, cos piccolo, cos insignificante,
cos inutile, non gli dava pace. Si confondeva per le preghiere che i confratelli

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recitavano per la sua guarigione e si dispiaceva che la comunit dovesse sostenere le


spese della sua infermit. Questo pensiero lo torturava. Un giorno arriv a chiedere al
Dottore a quanto ammontasse il costo totale delle medicine. Aveva in Muro un parente in
condizioni non troppo disagiate che avrebbe potuto rifonderlo. E soggiunse piangendo :
Io sono un soggetto inutile alla congregazione. Che bene le ho fatto io che lei debba
pensare ad assistermi ? .
Da ci proveniva la ripugnanza estrema quando doveva prendere una medicina. Qualche
volta invece era la medicina stessa che gli cagionava una nausea violenta. Allora, davanti
a quei fetidi intrugli, inutili se non rovinosi alla salute, lo stomaco si rivoltava e gli
uscivano espressioni come queste: Oh mio Dio, non me la sento! Proprio non me la
sento!.
Ma l'infermiere gli porgeva il cucchiaio: Su, coraggio, per ubbidienza ! . Alla parola :
ubbidienza, ogni resistenza era vinta. Venne il momento in cui le ultime forze lo
abbandonarono e l'esercizio della vita fisica sfugg al controllo della volont. Eppure
anche allora nel corpo divenuto un tronco inerte, si manifestarono i doni meravigliosi del
Signore. La sua persona emanava un profumo delicato che permeava il letto e i mobili, e
si spandeva nei corridoi e nelle scale, guidando fino a lui i numerosi visitatori. Essi venivano da ogni parte, specialmente da Oliveto e da Bisaccia, ma giunti in portineria,
seguendo la scia odorosa, raggiungevano senza incertezza la sua stanza.
Ognuno di questi visitatori gli portava un suo piccolo mondo di ansiet e di dolori e
parlava e insisteva senza riguardi alle condizioni dell'infermo. Ma egli ascoltava tutti,
spianando al sorriso il volto contratto dagli spasimi. Spesso preveniva le loro domande e
i loro discorsi, consolandoli prima ancora che avessero parlato. Lo racconta di s il
signor Lorenzo di Masi, di Caposele.
Qualche cosa di simile e di diverso capit a un giovinastro che con le sue arti malefiche
aveva rotta la concordia in alcune famiglie, finch, caduto nelle stesse trame ordite
contro gli altri, non sapendo come uscirne, si rivolse a Gerardo. Ma il santo, appena lo
vide, gli disse: Come avete avuto il coraggio di venire da me? Voi fate piangere tante e
tante persone e poi volete la grazia da Ges Cristo ? . Non sappiamo l'effetto di queste
parole.
Tante visite non turbarono mai la sua serenit. Sapeva ascoltare con calma e sapeva
scusare con un motto di spirito le indiscrezioni degli altri. Ebbe sempre pronta l'arguzia
faceta e gioviale, l'osservazione umoristica, lo scherzo amabile e gentile che non
lasciava sedimenti di recriminazione o di dispetto.
Racconta il Tannoia, che un giorno venne da Oliveto il dottor don Giuseppe Salvadore
per osservar da vioino il decorso del male.
Finita la visita, mentre stava per congedarsi, entr l'abate benedettino don Prospero
dell'Aquila del monastero di Montevergine. Veniva da Sant'Andrea di Conza dove
trascorreva un breve periodo di vacanze ed era accompagnato da un contadino. Ma il
contadino era rimasto fuori la porta. Si udivano, infatti, i suoi scarponi ferrati e si
vedevano ogni tanto i suoi occhi neri sotto il ciuffo nero spiare tra i battenti socchiusi. Il
santo preg l'Abate di introdurlo. Era molto giovane e timido: un vero figlio dei campi,
bruciato dal sole, ma ingenuo come un bambino. Appena dentro, egli lanci occhiate
furtive al volto pallido del santo, ai quadri, al grande Crocifisso squarciato, al piccolo
tavolo ingombro di boccette colorate, ad un certo mobile addossato alla parete. Tutto gli
sembrava stupendo, tutto gli sembrava ripieno della presenza arcana del santo di cui

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aveva sentito raccontare mirabilia. Specialmente quest'ultimo mobile che continuava a


guardare dall'alto in basso. A che potevano servire quelle stecche bianche e nere,
allineate sullo stesso piano ? E che cosa si nascondeva sotto quel coperchio di legno ?
Gerardo seguiva divertito l'inarcarsi di quella fronte e il breve roteare di quegli occhi e
comprese a volo quale fosse l'oggetto di tante meraviglie: un clavicembalo che l'amico
Santorelli aveva voluto portargli, per sollievo, all'inizio dell'infermit. Ma quello
stupore, quella meraviglia, quante cose gli ricordavano! Gli ricordavano la sua infanzia,
la sua giovinezza squallida di povero operaio alla merc degli altri; gli ricordavano
quella gente dei campi che sarebbe vissuta senza conoscere le raffinatezze della civilt,
ma che, in compenso, avrebbe continuato a godere le immortali certezze della fede,
promesse ai semplici di cuore. Ebbe un moto di simpatia per quel giovane contadino e,
accarezzandolo cogli occhi lucidi di febbre, lo invit a toccare quella tastiera. Il giovane
indietreggi spaventato, guardandosi i manoni color mattone, tra le risate di don
Giuseppe e dell'Abate. Gerardo insistette: Su, su, siedi e suona un minuetto.
Ma l'altro guardava inorridito lo strumento finch l'Abate non lo spinse a viva forza sullo
sgabello : Ubbidisci, scioccone, metti le mani cos .
In quel momento una musica leggiera e vivace scoppiett per la stanza, modul alcuni
motivi, li riprese, li svolse in un intreccio sempre pi movimentato di suoni; poi si
spense per l'aria tra lo stupore dei presenti. Ma il pi sorpreso fu il contadino, che,
alzandosi dallo sgabello, si guardava ancora i suoi ditoni terrosi, dicendo: Mi si
movevano da s; saltellavano qua e l, come puledri imbizzarriti ! .
Quella musica fu il preludio che la terra intonava al cielo per la dipartita del suo figlio
migliore. Poco dopo fu raccolta e ripetuta dagli angeli. Attesta, infatti, il padre Petrella,
che il giorno 14 ottobre, antivigilia della morte del santo, furono uditi degli arpeggi
celesti passare ripetutamente per l'aria, come cori invisibili osannanti al nuovo beato che
era per aggregarsi alla loro schiera. Gerardo comprese il significato di quegli inviti e la
mattina del 15, annunzi al falegname Filippo Galella di Muro, il suo ingresso in
paradiso: Maestro Filippo , disse oggi i Padri fanno ricreazione per Santa Teresa,
domani ne faranno un'altra per me .
Che intendi dire ? .
Perch la prossima notte me ne muoio .
Sant'Alfonso aveva, infatti, introdotto nel suo Istituto l'uso di festeggiare la morte di
ogni confratello, nella certezza di avere un nuovo modello da imitare sulla terra e un
nuovo protettore nel paradiso.
Con questa speranza pass la giornata. Verso il tramonto allo stesso Galella che era
tornato a visitarlo, domand : Che ora ? . L'Ave Maria.
Ancora sei ore! . Si raccolse nella recita degli atti cristiani. Li recitava ripetutamente a
voce alta, insistendo specialmente nell'atto di dolore. Poi pass al Miserere: indugiava su
ogni sillaba, pausava ogni verso, intercalando, tra l'uno e l'altro, gemiti di dolore.
Rplicava specialmente due versetti e sempre con gran copia di pianto : Tibi soli
peccavi et malum coram Te feci: ho peccato contro di te e ho peccato davanti a te ! . E
l'altro : Et a peccato meo munda me mondami dal mio peccato!.
Le guance erano rigate di lacrime; la voce tremava, la mano picchiava il petto, e lo
sguardo si posava sul Crocifisso che, al lume della candela, scintillava di sangue. Di
tanto in tanto, come in preda al terrore, esclamava : Ho da fare con un Dio!.

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Infine, si ricompose nella sua calma abituale. In tale stato lo trov il Dottore. Si
scambiarono qualche parola di saluto, poi Gerardo, stringendogli la mano, lo preg
amabilmente di restare in collegio quella notte. L'intenzione era palese: lo voleva vicino
nel gran momento. C'era contraddizione con la preghiera rivolta al Signore di morire
abbandonato come Lui ? S; ma la contraddizione stessa sofferta da Ges : Lo spirito
pronto ; la carne inferma . Pure il Maestro nell'orto dell'agonia aveva cercato un
conforto dalle creature. Il Maestro non l'ebbe e anche a Gerardo fu negato. Il Dottore
non credeva prossima la fine, aveva qualche impegno e and via. Solo all'indomani cap
il significato della richiesta e si diede delle grandi manate sulla fronte. Ma ormai era
troppo tardi. Il Signore aveva permesso l'errore, perch il suo servo lo imitasse fedelmente fino in fondo.
Verso le venti fu annunziato un corriere da Oliveto, con una lettera per Gerardo da parte
dell'arciprete don Arcangelo Salvadore. Gliela lesse il padre Ministro che fungeva da
superiore in assenza del padre Caione. La venuta del corriere in un'ora insolita lasciava
presagire qualche cosa di grave. Nel pomeriggio, mentre si cuoceva la calce per la
costruzione del santuario della Madonna della Consolazione, era franata una parte della
volta della calcara e la restante minacciava rovina con perdita enorme di tempo e danaro.
L'Arciprete si rivolgeva alle preghiere dell'amico per scongiurare il disastro.
Gerardo seguiva le parole senza batter ciglio, chinando ogni tanto la testa in segno di
consenso alla domanda di preghiere. Finita la lettura, fece prendere un po' di polvere del
sepolcro di Santa Teresa e la consegn al corriere perch la spargesse nella calcara. La
polvere fu efficace. Infatti la calcara, nonostante le crepe della volta, resistette fino alla
fine con grande meraviglia dei tecnici.
Fu l'ultimo miracolo operato prima di morire: un miracolo che aveva per oggetto la
gloria di Dio e la carit verso il prossimo. Non era stato questo l'ideale di tutta la sua
vita?
Partito il corriere, l'infermo sembr aggravarsi; si moveva sul letto in cerca di una
posizione pi comoda. All'agitazione esterna corrispondeva una certa agitazione
interiore perch si udiva esclamare : Mio Dio, dove sei ? Fammiti vedere ! e altre
giaculatorie del genere. Poi riacquist la sua pace.
Verso le ventidue, i rintocchi della campanella raccomandavano ai confratelli di
raggiungere le loro stanze, di spegnere i lumi e riposare. S'ud ancora qualche passo
frettoloso nei corridoi ; qualche strepito di porta; poi pi nulla. La casa era
addormentata. Vegliava in una stanza la fioca luce di una candela che lambiva,
sfriggendo, le piaghe squarciate del Crocifisso, il velo nero dell'Addolorata e la faccia
cadaverica di Gerardo. Il quale sembrava parlare con personaggi venuti dal cielo.
Vaneggiamenti ? Visioni ? Non sappiamo.
A un tratto s'interruppe e, guardando verso un punto della camera, grid a fratello
Saverio D'Auria che lo assisteva: Caccia via quei guappi ; caccia via quei milordi ! .
L'accostamento tra la tipica macchietta napoletana e il classico signore inglese, ci dice
che il senso dell'umorismo non l'aveva ancora abbandonato.
L'infermiere asperse di acqua santa la stanza e l'ammalato si quiet: sembrava sorpreso
dal sopore; invece era il respiro che si attenuava.
Dur cos una mezz'ora; poi sembr riprendersi: guard in alto, con gli occhi
completamente aperti, il volto sfiorato da un sorriso; le palme abbandonate sul letto:
Guarda, guarda, diceva, quanti abitini ! . E gli occhi seguivano qualche cosa che

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scendeva dall'alto, che avanzava dalla parete di fronte. Vaneggiamenti ? Visioni ? Non
sappiamo. Ma la tensione esterna gli produsse un forte turbamento di stomaco. Si
abbatt sul letto come un cadavere. Poi si risollev per prorompere in sospiri ardenti di
tale intensit che l'assistente si domandava dove prendesse quella forza. Poi la voce si
abbass in un soffio: Mio Dio, mi pento ... Voglio morire per darvi gusto ... Voglio
morire per fare la vostra santa volont ... . Si rivolse con un cenno all'infermiere: chiese
un sorso d'acqua.
Questi, con la solita flemma, and ad ubbidire: ma il refettorio era chiuso. And a
svegliare il refettoriere che dormiva come un ciocco. Forse l'acqua non c'era e dovette
procurarsela altrove. Certo che perdette una buona mezz'ora e Gerardo, come il
Maestro, non ebbe il sorso d'acqua per le sua sete. Quando l'infermiere torn lo vide
voltato verso la parete. Dormir, pens attendendo con il bicchiere in mano. Ma no, era
sveglio. Eccolo, infatti, voltarsi ancora verso di lui, aprire alquanto la bocca e gettare un
profondo sospiro abbandonandosi sul guanciale. Era la fine. Allora l'infermiere si scosse
dal suo torpore e corse a chiamare un altro fratello. Poi vol dal ministro che trov
l'infermo boccheggiante e gli rinnov l'assoluzione sacramentale.
Dopo qualche minuto, Gerardo si addormentava placidamente nel Signore. Era circa
l'una del 16 ottobre 1755. Aveva ventinove anni, sei mesi e dieci giorni.
Il padre Buonamano lo salass a un braccio: ne spicci vivo sangue. Commosso fino al
pianto, fece svegliare la comunit, annunziando il felice trapasso del caro confratllo.
Tutti si portarono nella sua stanza, trasformata in camera ardente. Nel silenzio s'udiva
soltanto qualche singulto: tutti sentivano il bisogno di raccomandarsi alle sue preghiere
perch erano sicuri che fosse in paradiso. Specialmente il padre Buonamano che gli era
stato vicino nell'ultima malattia. Perci, desideroso di avere un segno tangibile della sua
gloria, esort i presenti a pregare il Signore perch facesse risplendere sotto i loro occhi
la santit del suo servo fedele.
Tutti pregarono; poi, dopo alcune penitenze collettive, tornarono nella stanza del defunto
che intanto era stato rivestito dei propri abiti. Stringeva il Crocifisso sul petto con le
palpebre leggermente socchiuse. Pareva riposasse, come dopo uno dei suoi viaggi
apostolici. Era pi leggiero, sfiorato appena dalla luce incerta dell'alba che saliva dai
monti del Vulture.
Il padre Buonamano gli scopr il braccio destro, estrasse il rasoio e, tenendolo in alto,
esclam: Gerardo, voi siete stato sempre ubbidiente. Ora io vi comando, in nome della
SS. Trinit e in virt di santa ubbidienza, di dare un segno della vostra virt, operando
qualcuno dei vostri soliti prodigi.
Abbass la lama a fior di pelle e tagli dove la vena formava un rigonfio bluastro. Dalla
vena spicci nella bacinella sottoposta circa mezzo rotolo di sangue, cio un quarto di
litro. Tutti si affrettarono a intingervi fazzoletti e pannilini per la possibile richiesta dei
devoti.
Quando i primi raggi di sole sbucarono da un cielo cinerino, gi la chiesa rigurgitava di
fedeli: donde venivano ? Chi li aveva avvisati ? Nessuno mai lo seppe. In un baleno la
notizia era volata per ogni casolare della valle e dei monti, chiamando a raccolta una
fiumana di persone. Tutti sfilavano davanti al defunto che dormiva il suo placido sonno
sotto la navata centrale; poi tornavano una prima, una seconda, una terza volta, non
ancora sazi di contemplarlo e di raccomandarsi alle sue preghiere.

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I pi indiscreti si accostavano fino a lui, cercavano di tagliargli un lembo di veste, una


ciocca di capelli, e chiss dove sarebbero arrivati se fratel Gennaro Cerreta, accortosi
della cosa, non avesse montato la guardia accanto alla bara. La sfilata dur per tutta la
giornata di gioved, n accenn a diminuire il giorno dopo. Davanti a tale spettacolo,
anche il santo sembrava volesse rompere il sonno della morte per partecipare al dolore
del popolo. Infatti appariva col volto imperlato di sudore. Quanto sudore! Brillava alla
luce delle candle, come rugiada attraversata dal sole, scorrendo a rivoli sulle guance
risecchite. Vi passavano i fazzoletti e il sudore risorgeva come da fonte inesauribile. Il
padre Buonamano pens giustamente che questo fosse un altro segno del cielo e, per
soddisfare la moltitudine, volle procedere a un nuovo salasso.
Erano le tre del pomeriggio. Fece accendere tutte le candele dell'altare maggiore. Poi,
nel silenzio, tenne al popolo che gremiva la chiesa una breve esortazione. Preghiamo
Iddio , concluse, preghiamo Iddio che mostri qui a voi tutti un nuovo segno della santit del suo servo fedele .
Si accost alla bara, estrasse ancora una volta il rasoio, e, mentre il padre Strina reggeva
la bacinella, scand il precetto di ubbidienza in nome della SS. Trinit.
Ci fu un attimo di sospensione, poi una lama lampeggi e dal braccio spicciarono due
once di sangue. Allora tutti esplosero in grida ed acclamazioni, alzando in alto i loro
fazzoletti. Sembrava il trionfo tributato a un conquistatore.
Prima di procedere alla sepoltura, si mand in cerca di un pittore per il ritratto. Si trov
una specie di scultore di passaggio, specializzato in mezzi busti di cera ed egli fu
incaricato di prendere la maschera dell'estinto in duplice copia : una per il collegio,
l'altra per la famiglia Salvadore di Oliveto che ne aveva fatto richiesta. Dopo di che, il
cadavere fu tumulato davanti alla porta della sagrestia, senza alcuna pompa. Sopra vi fu
posta una semplice pietra, con la leggenda del nome, cognome, patria, anni di vita,
giorno della morte.
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EPILOGO IN CIELO
Quella mattina del 16 ottobre, fratel Carmine Santaniello aveva negli occhi il volto di
Gerardo trasfigurato dalla morte e nel cuore le lacrime. I santi hanno sempre una parola
da dire al nostro spirito, specialmente quando fresca la memoria delle loro gesta e
l'esempio delle loro virt. E fratel Carmine riviveva intimamente tutta la scena maturata
nella notte, quando, dopo aver composta la salma nella navata centrale della chiesa, sotto
lo sguardo vigile della Madonna, nel baluginio dell'alba che entrava dalle inferriate del
tetro campanile, afferrava la corda della campana grossa e della piccola, perch singhiozzassero insieme nella valle la fine del caro scomparso. Ma un estro irresistibile gli
mosse le braccia che cominciarono a salire e scendere, scendere e salire col guizzo del
lampo. Le campane intanto lanciavano a piene mani nell'aria ondate su ondate di suoni
che s'intrecciavano e si svolgevano a ritmo vorticoso di danza, come volo d'angeli nei
cieli. Sonavano a gloria.
Avvertito dell'errore, esclam : e Che volete che vi dica ? Non so spiegarmelo nemmeno
io!.
Forse, commenta il padre Caione, la sua mano era mossa da Dio che fin d'allora
manifestava la sua volont di glorificare l'umile suo servo. Certo che dalla pietra del
sepolcro, anzi dalla bara, cominci il suo viaggio trionfale nel mondo. Tutti lo hanno
riconosciuto e benedetto per i suoi miracoli.

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Quanti miracoli! Erano tanti che Sant'Alfonso, qualche tempo dopo la sua morte, lo
chiamava un nuovo S. Pasquale Baylon. E il Tannoia scriveva nella prefazione alla sua
biografia, verso i primi dell'800, che se si fossero registrati tutti i miracoli che egli aveva
operati dopo la morte, non sarebbe bastato un grosso volume a contenerli. Anzi,
aggiungeva, gi da un pezzo egli sarebbe stato innalzato all'onore degli altari, se le sue
singolari virt e i suoi molteplici prodigi fossero stati presentati al Sommo Pontefice e la
sua causa introdotta nella sacra Congregazione dei Riti.
Invece dovr aspettare ancora cento anni. Come spiegare il ritardo ?
Il Tannoia lo attribuiva alla povert dell'Istituto nascente, ma in un'altra parte del suo
libro (o. c. p. 191) egli condannava senza mezzi termini l'indolenza dei suoi confratelli
che sono stati troppo pigri in raccorre i suoi tanti portenti . Pi volte il fondatore aveva
esortato i soggetti pi capaci a raccogliere le notizie sulle virt e miracoli operati
dall'umile coadiutore, e nei limiti delle sue possibilit, ne aveva dato l'esempio, ma
purtroppo non era stato assecondato. Tanto vero che la prima piccola biografia di San
Gerardo doveva veder la luce soltanto cinq