Sei sulla pagina 1di 2

Ritorno alla pagina principale

BLANCHOT: IL VUOTO SILENZIOSO DELLA PAROLA

[«Il Domenicale», 13 marzo 2004, p. 5]

Pare che, nelle ultime settimane prima della morte (avvenuta il 21 febbraio dello scorso anno),
Maurice Blanchot non riuscisse più a scrivere, che la sua mano si fosse irrigidita, come raggelata -
che si fosse spezzato, ancor prima della morte fisica, quel legame sottile ma essenziale che univa
l'esperienza alla pagina, il fluido della carne e del pensiero a quella sua ideale metamorfosi e
prosecuzione che è il «sangue del vocabolo», mescolato a quello vero del cuore e delle vene, con
cui - dice Edmond Jabès nel Libro della sovversione non sospetta - «si scrive»; infine, la sostanza
dolente dell'esistenza e della speculazione al medium della parola, a quella materia perenne e inerte
che ne rappresenta l'espressione, il compimento, l'inveramento, ma in certo modo anche il sepolcro,
la definitiva imbalsamazione.
Ed è proprio qui, intorno a questo nodo cruciale di vita e morte, di presenza e assenza, che
risiede il grande paradosso, l'enigma seducente che Blanchot consegna alla posterità. Lo scrittore è
«tal che in se stesso infine l'eternità lo muta», come dice, all'inizio del Tombeau d'Edgar Poe,
Mallarmé, il «poète très obscur» (secondo una laconica definizione di D'Annunzio), l'autore per
definizione denso, ostico, quasi impenetrabile, e insieme pregno di sensi riposti e di inesauribili
possibilità d'interpretazione, a cui Blanchot dedicò, negli anni, una «lunga fedeltà» pervicace e mai
tradita. Lo scrittore - come Blanchot teorizza, in fitto dialogo con Mallarmé stesso, nello Spazio
letterario, forse il suo libro di più alto spessore ed impegno speculativi - affida la sua vita, la sua
vocazione e il suo destino a uno strumento e ad un atto - la scrittura - che se da un lato (e qui si
potrebbe richiamare, per via di pura analogia e suggestione, l'oraziano «monumento più duraturo
del bronzo», insieme «testimonianza» e «tomba», emblema di perennità e nel contempo di morte) li
proietta verso la posterità, nell'eterno, oltre i confini del tempo dato, al di là dei margini dell'esserci,
dall'altro si configura - un po' come la filosofia per Platone - quale melete tou thanatou, «iniziazione
alla morte» o «esercizio di morte» - quasi che la selva di segni che si accampa e si intreccia sulla
pagina prefigurasse, con la sua immobilità severa ed eterna, la maschera silenziosa e inesorabile
dell'estremo riposo.
La parola letteraria - si legge nella Scrittura del disastro - «è la vita che porta la morte, e si
mantiene in essa». Lo spazio letterario è «spazio di morte», di silenzio, di assenza: come Mallarmé,
Blanchot celebra l'«assenza» e la «sparizione» del poeta, il suo dimorare, isolato dal mondo, dal
tempo, dall'umano, nel «vuoto silenzioso» e nella «solitudine essenziale» di un'opera a cui - e qui si
può richiamare l'ideale, comune a Mallarmé, a Flaubert, a Borges, forse anche a D'Annunzio, del
Libro assoluto, supremo, definitivo, da inseguire vanamente, per un'intera vita, attraverso una
molteplicità di opere parziali, imperfette, sempre in qualche parte manchevoli - l'esistenza
individuale viene interamente consacrata, e si direbbe immolata, fino all'annullamento,
all'alienazione di sé, al supremo naufragio - «disastro oscuro», per citare ancora Mallarmé - nel
mare infinito e cupo del Linguaggio, rivelatrice dimora dell'Essere come del Nulla.
Ed è qui che, nel discorso di Blanchot, l'esercizio della critica e dell'interpretazione trova la sua
importanza e il suo significato. Fra il critico e l'opera si instaura quello che Carlo Bo (grande figura
affine a Blanchot per la vastità sconfinata e amorosa delle letture, per la fedeltà alla solitudine, al
raccoglimento, all'assenza, in definitiva per la dedizione di un'intera vita a un puro ed eburneo
ideale di letteratura) chiamava «uno scambio perfetto di vita» (vita, peraltro, già trasfusa, e per così
dire transustanziata, in affabulazione letteraria e trasfigurazione verbale): la critica - come scrive,
parafrasando liberamente Heidegger, il Blanchot di Lautréamont e Sade - è simile ad una «leggera
neve» che, depostasi su di una «campana sospesa all'aria libera», la fa lievemente, e quasi
insensibilmente, vibrare, poco prima di dissolversi e svanire. Come la neve, anche la parola del
critico, dopo aver fatto risuonare quella del poeta svelandone le sfumature segrete, gli echi e i
riverberi latenti, dovrà unirsi e confondersi al proprio oggetto, sprofondarsi in esso fino ad
annullarsi, fino a non essere più se stessa ma piuttosto un riflesso o un'armonica o un «terzo suono»
del testo altrui.
Non c'è, d'altro canto, una cesura, uno stacco netto fra l'opera teorica e critica di Blanchot e i
suoi lavori narrativi, ancora piuttosto malnoti in Italia, e su cui forse grava ancora il giudizio
negativo di Sartre. Anche il romanzo è, per Blanchot, una forma di ininterrotta riflessione sulla
letteratura. Basti qui ricordare Thomas l'obscur, la prima e forse la più riuscita delle sue prove
narrative, il peregrinare labirintico ed inconcluso di un personaggio - archetipo dello scrittore - che
si abbandona proprio al travaglio voluttuoso della lingua, inseguendo le parole che sorgono dalle
pagine con una «potenza mentale», ed esercitano sullo «sguardo che le sfiora» un'«attrazione dolce
e placida».
Della lettura e della comprensione, peraltro, il saggista francese - immune, in ciò, da ogni boria
specialistica, da ogni accademica pretesa di oggettività e di esattezza - ebbe ben presenti e chiari i
limiti conoscitivi. Posta innanzi al genio sfrenato e crudele di Lautréamont, alla «follia» di
Hölderlin che è tensione eroica e improbabile verso le radici pure e le origini prime, all'attesa
insoddisfatta e alla stasi snervante di Beckett, al mistero chiuso ed ostinato del Male e della Legge
interrogato da Kafka, la critica - pura e fredda, e insieme labile, come la neve - «cerca quello che le
sfugge, avanza verso il momento», inevitabile, «in cui comprendere non è più possibile», in cui
l'«incomprensibile» non può più darsi e definirsi che come l'«irriducibile», l'«impenetrabile». A quel
punto, davanti a quella «purezza di enigma», essa si arresta, ripiega, si atteggia al più alto e nobile
dei silenzi, si rassegna alla più onorevole delle sconfitte - e non è casuale che Giacomo Debenedetti
paragonasse il rapporto fra il critico e il testo ad una «lotta con l'angelo» al termine della quale si
deve ammettere che l'antagonista, in apparenza così placido e disarmato, «non è umano», «non è di
questo mondo», e perciò si invola al nostro sguardo fioco.
La scrittura stessa di Blanchot domanda a sua volta il silenzio, il raccoglimento, l'attesa che
grava su ogni profonda richiesta e ricerca di senso. Vale anche per lui ciò che egli stesso scriveva di
Beckett all'indomani della morte: ogni scrittore defunto - ma, lo si è visto, ogni esistenza votata alla
parola è già prefigurazione di morte - ci lascia il «dolore di prendere a nostro carico ciò che non
poteva compiersi in lui», e «veglia per sapere ciò che faremo del suo silenzio».

Matteo Veronesi