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Facolt di Medicina e Chirurgia Corso di Laurea Magistrale in Medicina e Chirurgia Insegnamento di Medicina Narrativa

Dott. Massimiliano Marinelli

~ STORIE ~

Come stringere un guanto vuoto


di Lorenzo Lampis

Insegnamento di Medicina Narrativa

A cura di

Massimiliano Marinelli
Progetto grafico e impaginazione

Jacopo Sabbatinelli
Logo Medicina Narrativa realizzato da

Andrea Brasili
Per maggiori informazioni

http://fb.me/MarinelliMN postamarinelli@gmail.com

v. 1.0 del 19.01.2014 ad uso esclusivo degli Studenti

Storie Come stringere un guanto vuoto

Storie: Come stringere un guanto vuoto


Il racconto di Lorenzo Lampis come stringere un guanto vuoto si svolge nellarco temporale di due turni di lavoro in un reparto di cardiochirurgia ed oltre a possedere una elevata qualit artistica, pu essere considerato un vero e proprio testo di medicina narrativa. Al suo interno, infatti, i richiami alle tematiche esposte nel corso sono numerosi e non occasionali, ma coerenti con una rigorosa riflessione sulla propria professione e sulla vita ospedaliera. Per questo motivo si pensato di pubblicarlo alla fine del corso, come un compendio narrato ai concetti espressi. Si commenteranno brevemente solo alcuni passi, ma sono certo che lo studente, oltre ad apprezzarne la forza narrativa, sar ormai in grado di trovare da solo i molti rimandi alle lezioni di NBM.

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di Lorenzo Lampis

Sta l disteso. Immobile. I suoi occhi, rivolti al soffitto, son fissi nella medesima posizione da circa unora.

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Senza pi un guizzo, una sterzata o un monito. Senza pi un battito di ciglia. E privi di sentimento. Neutri. Di un neutro quasi agghiacciante. Sospiro e poi getto lo sguardo fuori dalla finestra. Fuori il cielo terso sabbraccia con il mare lucente, un gabbiano gioca con il vento, le macchine sfrecciano rapide nella statale e nel marciapiede vedo una ragazza ridere. Incredibilmente l fuori, il mondo, prosegue il suo corso immutabile, come se nulla fosse accaduto. Che hai Lor?, mi chiede il mio collega. Trasalgo un istante, poi rispondo: Ma niente che stavo riflettendo che siamo di passaggio. Siamo dei semplici visitatori. Beh, siamo spettatori ma al contempo attori. Sorrido appena, poi sussurro: Attori fatuila realt che, come disse Orazio, non siamo che polvere e ombra.

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Alessandro a questo punto mi viene vicino, mabbraccia intorno al collo e: Guarda, potrei anche concordare macredo che ora sia pi saggio rimandare ogni riflessione filosofica sulla vita e sulla morte a fine turno, dato che adesso gravano su di noi incombenze ben pi pratiche. Ma dimmiti ci eri affezionato, vero? Non saprei, so solo che mi dispiace. Aveva cinquantanni. Una famiglia. Due figlie piccole. E abbasso lo sguardo verso Pietro, che se ne sta disteso davanti a me, sfatto, completamente nudo e con le sue robuste braccia a penzoloni fuori dal letto, poi aggiungo subito risollevando gli occhi: ma ora per favore non mi tirar fuori la tiritera del distacco professionale e tutte quelle puttanate l! Alessandro ride appena: Oh, no! Ma come ti viene? Anziio penso che il giorno in cui mi render conto di non riuscire ad affezionarmi pi a nessun paziente, neanche a uno, ora che lascio perdere. Gi, ma ora forza, su, hai ragione: dobbiamo rimetterci al lavoro. E chiudiamo cos questa piccola parentesi di emotivit, facciamo retromarcia, e torniamo a essere quello che dobbiamo essere: due freddi e risoluti infermieri.

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La camera di degenza affogata nellusuale disordine che si lascia alle spalle unurgenza di circa unora. Di prassi si comincia a sistemare la salma e solo dopo si riordina la stanza, ma questa volta siamo quasi costretti a fare uneccezione in quanto la stanza davvero impraticabile. Sino a neanche dieci minuti fa eseguivamo il massaggio cardiopolmonare, insufflavamo, iniettavamo farmaci, assistevamo in ogni procedura lanestesista, il cardiochirurgo e il cardiologo, mentre adesso spazziamo per terra e scrostiamo il sangue dai muri e da per terra cercando di ridare alla stanza un po di decoro. Quella dellinfermiere davvero una professione variopinta, senza confini precisi, dai contorni sbiaditi. Finito con la stanza passiamo subito a sistemare il corpo di Pietro. Con delle garze imbibite di acqua ossigenata cerchiamo di rimuovere tutto il sangue che ha indosso. un lavoro snervante: il suo torace crocchia, laddome flaccido e sotto alle ascelle siamo costretti a radergli tutti i peli in quanto totalmente ingrumiti di sangue.

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Nel frattempo un fetore dolciastro, dovuto alla reazione chimica dellacqua ossigenata col sangue, ci costringe a respirare pi che altro con la bocca e diverse volte simpossessa di me la sana voglia di rigurgitare, ma non posso, non voglio e non devo; ma soprattutto non ne ho tempo. Ora dobbiamo finire di sistemare Pietro, dobbiamo eseguirgli il fatidico

elettrocardiogramma di venti minuti, dobbiamo fare il giro degli stick glicemici, c da passare il vitto, dobbiamo ancora stampare gli esami ematici, eseguire diversi prelievi e oddio, se comincio a pensare a tutto quello che dobbiamo fare, pi che vomitare, mi vien da svenire. Una volta lavato tutto il suo corpo rimuoviamo dal letto enormi coaguli, poi con un panno gli leghiamo in qualche modo il mento alla parte superiore del capo per far s che non rimanga con la bocca spalancata e con degli steri-strip gli chiudiamo le palpebre che altrimenti, col progressivo irrigidirsi di tutti i muscoli, rimarrebbero dischiuse lasciando cos per sempre i suoi occhi scoperti e immobili in questa espressione di tremenda vacuit. Lo giriamo poi di peso nel letto, prima da una parte e poi dallaltra, per lavargli la schiena ma anche per cambiargli il lenzuolo sotto che sudicio di sangue, urine e sudore.

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Ed ecco cosa diveniamo da morti: delle pesanti sacche flaccide in lenta putrefazione rispondenti solo alla forza di gravit. Una volta di nuovo disteso lo copriamo con un lenzuolo pulito, facciamo due passi indietro e lo guardiamo. Abbiamo fatto un buon lavoro collega, no?, mi chiede Alessandro. Eh gi, ottimo direi. Ma ora via, non c tempo da perdere! Infatti, purtroppo, unurgenza come quella che ci siamo appena lasciati alle spalle sconvolge tutta la routine e se subito non ti muovi per riagguantare il controllo del reparto ti ritrovi in un attimo annegato. Cos io e Alessandro cerchiamo di pareggiare il conto fra le cose da fare e quelle fatte, ma decisamente una gara impari. In pi ci si mette lorologio, che impietoso scocca le diciotto. Ti senti pronto per lorda barbarica?, mi chiede Alessandro. Io scuoto la testa sgomento, ma la O.S.S., impietosa anchessa, si gi fiondata sulla porta dingresso e la sta spalancando. Anche quando me ne sto a casa, qualche volta, mi ritrovo con il guardare lorologio, accorgermi che sono le diciotto e pensare: Oddio, adesso
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entrano i parenti! e temo quasi che mi entrino da un momento allaltro tutti in casa. Poi torno a essere razionale e mi tranquillizzo. Invece ora sbam, una valanga di parenti chiassosi, eccentrici e confusionari irrompe fragorosa nel corridoio principale del reparto. La O.S.S. costretta a scansarsi per non rimaner travolta dallondata. Nei pomeriggi infrasettimanali lora pomeridiana dellingresso dei parenti gi una baraonda, ma nel fine-settimana lapogeo del caos; il reparto si tramuta in un centro commerciale, il corridoio in una passerella di gente e le stanze dei pazienti in piccole immense logge di fracasso. Quando posso fuggo, mi rifugio in cucina, mi barrico in guardiola, mi rannicchio nel magazzino, ma oggi non posso, non possiamo; oggi ci tocca correre su e gi per questo corridoio gremito di gente che ci squadra studiando ogni nostra mossa, ogni nostro passo, ogni nostro impercettibile gesto. E come al solito veniamo subissati da domande, suppliche, reclamiroba del tipo: Come sta mio padre? come se io conoscessi i figli di tutti i pazienti, Quanto ha dormito stanotte? Quando verr dimesso? Quando potr tornare a guidare? Ma pu prendere laereo? Ma chi lha operato? Ma bravo il cardiochirurgo che lha operato? Ma che tipo di valvola ha

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messo? Ma dove li allevate i maiali da cui prendete poi le valvole? Perch la flebo non va gi? Perch la flebo va cos piano? Perch la flebo va cos veloce? Perch non fa nessuna flebo? Ma domani sicuro che loperate a mio padre? Quanto aveva di pressione oggi? E ieri? E domani quanto avr? Potreste cambiargli la traversa che se anche mi sembra pulita mi sa tanto che sporca? Perch mio zio non mi parla? Ma che numero di scarpa ha il cardiochirurgo che lha operato che vorrei regalargliene un paio? Ma mi spieghi perch tu hai la divisa verde mentre qualcuno ce lha gialla? e via cos di questo passo, dalle domande pi classiche, alle quali rispondo in maniera talmente automatica che parlo senza neanche rendermi effettivamente conto di parlare, sino ad arrivare a quelle pi folcloristiche, quelle annidate ai limiti della fantasia umana. Quando il reparto tranquillo mi piace anche rispondere a tutti sorridente, ma quando come adesso non ho il tempo di fare il box informazioni mobile vorrei tanto possedere il mantello di Harry Potter per poter lavorare cos a testa china e concentrato. Ma il mantello dellinvisibilit non ce lho e i parenti, appollaiati ovunque, mi tendono imboscate, mi domandano, mi irritano, mi violentano psicologicamente.

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Per un po vengo invaso da una morsicante voglia di urlare e zittire tutti, tutti quantiSILENZIO! ma che ne sapete voi, zanzare di parenti, e voi, ipocondriaci di pazienti, che io, IO, mentre faccio una cosa, ne ho in mente almeno altre cinque da fare immediatamente dopo, e che adesso ogni vostra domanda, ogni vostra lamentela, ogni vostra richiesta futile, per me come un acido che corrode il mio filo lavorativo? Ma non posso farlo. Cos mi sforzo di essere comunque garbato, mi disegno in faccia un sorriso falso come le banconote del Monopoli e anche se ho tremila cose da fare e da ricordarmi, mi fermo e seppur sbrigativamente rispondo a tutti. Alle diciannove io e Alessandro siamo in guardiola a smistare plichi di esami quando delle urla strazianti di dolore ci fanno sobbalzare. Di certo devono essere arrivati i parenti di Pietro, la moglie con le due figliolette di sedici e diciotto anni. Io e Alessandro ci guardiamo e solleviamo appena le spalle, ma non in segno di menefreghismo, in segno di impotenza. Perch ti senti proprio cos: impotente. Non certo il primo morto che vediamo, ma il fatto che alcuni li vivi come normali ormeggi in un golfo dove, prima o poi, si deve comunque
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approdare; mentre altri, come questo, li vivi come un naufragio, una sciagurae per una cardiochirurgia, veder morire uno di cinquantanni proprio un naufragio. Entra in guardiola il cardiochirurgo con il quale abbiamo appena fatto lurgenza e ci fa: Ragazzi, ho appena parlato con in parenti e li ho fatti entrare nella stanzacomunque voglio complimentarmi con voi, siete stati freddi e inappuntabili., e ci rifila due pacche sulle spalle prima di andarsene. Noi sorridiamo appena. Poco dopo, mentre sto frettolosamente dispensando in clamoroso ritardo la terapia delle sedici, mi ritrovo a passare proprio davanti a quella stanza, distinto butto unocchiata fugace dentro e disgraziatamente i miei occhi, per un istante, si allacciano con quelli della moglie di Pietro. Faccio ancora due passi oltrepassando la stanza ma poi, anche se lo desidererei, non ce la faccio a proseguire, mi fermo, stringo forti i pugni, torno indietro ed entro timido, quasi pentito per averlo fatto. La stanza gronda afflizione da ogni parete e io non so davvero che dire, non so che atteggiamento adottarenon lho mai saputo e probabilmente, di preciso, credo che mai lo sapr.
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Lunica indicazione che mi ha dato luniversit quella del distacco professionale; i docenti universitari ripetevano perentori, come se si trattasse della cosa pi semplice al mondo, che non bisogna affezionarsi ai pazienti, non bisogna lasciarsi coinvolgere e gi a spiegarti il transfert, lantitransfert, la traumatizzazione vicaria, la compassion fatigue e compagnia bella eva bene, tutto chiaro, ma se mi capita di farlo? Certo, non che per la morte di un paziente rimango sconvolto un mese, ma mi dispiace, inoltre mi capita anche di affezionarmi qualche volta. Sono forse da considerare incompetente? Sono anormale? Comunque ora questa riflessione del tutto irrilevante, in quanto sono qui, in modalit muta, sentendomi del tutto inadeguato e con non so quale espressione disegnata in volto. Le due figlie non piangono, si guardano intorno con due occhi sbarrati come di chi ancora deve realizzare; non sono esattamente disperate, come se in loro fosse ancora annidata una piccola insensata speranza. Mentre la madre una maschera di sofferenza, quasi irriconoscibile, tutti i lineamenti, la fisionomia, sono tesi e deformati dal dolore e appena mi scorge mi viene incontro piangendo: Lorenzoma com possibile? Come? Com possibile?, e mi abbraccia, stringendomi forte. Resta avvinghiata a

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me per un minuto. Un minuto che mi sembra un anno, una vita intera, anche di pi. Non so davvero che poterle dire, perch nessuna delle parole o frasi che elaboro mi sembra idonea, cos mi limito ad accarezzarle la testa cercando di assumere unespressione riservata e discreta, di pieno rispetto verso il suo dolore. Ma quella prosegue ad abbracciarmi, stringendo sempre pi forte, cos distinto labbraccio anchio e la lascio sfogare. Mi bagna tutta la divisa di strazio e balbetta frasi che non riesco a comprendere. E rifletto che il mio abbracciarla, in questa circostanza, davvero il minimo che possa fare, ma allo stesso tempo anche il massimo. Poi si stacca, come se fosse tornata dimprovviso in s. Leggo nei suoi occhi come un lieve pentimento per essersi lasciata andare in quel modo davanti alle figlie, sasciuga le guance e mi dice: Non me lo aspettavo proprio Lorenzo, ieri stava cos bene che oggi a mezzogiorno neanche sono passata a trovarlo presa comero da certi impegnie un singhiozzo rimanda il continuo della frase:e chiedevo solo di potergli dare un ultimo baciovolevo fare ancora tante cose insieme a lui, tante, lo amavo, ancora ci amavamo, ma mi bastava anche un ultimo bacio, lultimo. O potergli

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almeno dire che lho sempre amato, che lamo e che lamer per sempre. poi quel lieve pentimento si dissolve e si ributta tra le mie braccia continuando: e comunque grazie, grazie per tutto quello che hai fatto, grazie, Pietro mi diceva sempre che eri cos caro con lui, cos gentile e non aggiunge pi nulla, restando avvinghiata a me. Solo quando si slega, sorridendole riservato, le rispondo: Non deve ringraziare me, non merito mio se sono stato gentile con suo marito, era lui che era amabile. Era il mio preferito., anche se questo non esattamente vero, il mio preferito Mario, quello al letto otto, ma questo poco importa, anzi, in questa circostanza non conta davvero nulla. La moglie a sua volta mi sorride: Sar stato anche amabile come dici, Lorenzo, ma mi aveva detto quanto e come gli eri stato vicino il giorno dopo linterventoe ti posso assicurare che non da tutti. Quindi grazie, grazie davvero di tuttoe vedo che dispiace anche a teanche se voi, ormai, ci sarete abituati a queste cose, no? Sollevo appena le sopracciglia e: Beh, abituarsi una parola forte! La divisa che porto e la professione che svolgo in un certo qual senso, si, mimpongono un certo distacco professionalee con landare del tempo

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un po come se si formasse un callo, che attutisce il colpo. Ma signora mia, si fidi, un callo non mica uno scudo, solo un callo. Gli occhi a quel punto mi cadono un istante su Pietro, riverso in quel letto, pi bianco del lenzuolo che in parte lo copre e disumanamente immobile. Non ne comprendo sino in fondo il motivo, ma un po mi agita il guardarlo. Non in s per s la sua morte ad agitarmi; ad agitarmi, anche se ben mi rendo conto che un sinonimo, lassenza di ogni traccia di vita dal suo corpo. Unassenza cos palpabile da non crederci che sino a qualche ora fa era vivo. Che ci parlavo. Che ci scherzavo. E questa sar la fine che spetter anche a me. Che spetter a tutti. Se non sar un evento improvviso, sar su di un asettico letto dospedale. Una morte assistita, tra le urla di infermieri e dottori che cercheranno di prolungare la nostra agoniacon nessuno che ci stringer la mano, nessuno che ci sussurrer in un orecchio: Io ti ho amato! e senza il tempo di sussurrare a nessuno: Io ti ho amato! Ma poi con un sussulto mi riprendo e torno in me, dentro la mia divisa, e stop alle elucubrazioni! Ho ancora una vagonata di cose da fare l fuori, quindi ora bisogna che mi sbrigo a uscire da questa stanza che, mannaggia, ci ho perso pure troppo tempo.

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Cos, senza far trapelare la mia fretta e riuscendo a non abboccare alle numerose frasi stupide e di proforma che mi assalgono la mente come cavallette impazzite, riesco a indietreggiare, accennare un saluto e uscire dalla stanza con gran discrezione. Tutto sommato mi andata fin troppo bene, in quanto nella maggior parte dei casi, o devi farti quasi una seconda urgenza sul parente che si sente male e sviene, o devi cercare di sedare crisi disterismo allucinanti, o hai a che fare con parenti fin troppo lucidi che invece di esser dispiaciuti per la scomparsa del loro caro cercano ogni cavillo per far decollare una denuncia coi fiocchi. Finalmente alle ventidue e quaranta siamo fuori, in borghese. Liberi. Per la precisione, io Alessandro e Angelica, la nostra collega di semiintensiva, ce ne stiamo seduti intorno a un tavolino di un bar. Il nostro reparto di Cardiochirurgia diviso in Degenza e Semi-Intensiva ed essendo Angelica adibita a questultima ha seguito molto poco lurgenza, cos, mentre sorseggiamo una grappa, ci chiede: Ma spiegatemi megliocom successo? C poco da spiegare., risponde subito Alessandro: Allinizio sembrava una consueta fibrillazione atriale ad alta risposta ventricolare, ma presto
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s tramutata in una tachicardia ventricolare sostenuta con polso, poi il polso se n andato e poi boh, tutto cominciato a precipitare e nessuno ci ha capito pi moltolanestesista, alla fine, ha ipotizzato unembolia polmonare massiva, ma per sapere la verit bisognerebbe fargli unautopsia. Caspita! Era giovanissimo, poco pi di cinquantanni sussurra Angelica parlando fra s e s. Ma presto ci lasciamo invadere da una profusa ilarit rievocando varie scene burlesche svoltesi proprio durante quellurgenza, capostipite di queste la cozzata tra il cardiologo chiamato durgenza che entrava spedito nella stanza con il suo ecocardiografo portatile e Alessandro che invece usciva di corsa per prendere altre siringhe. Ridiamo, a tratti in maniera quasi esasperata. Ma dopo aver ordinato ancora da bere il ridere si dirada lasciando una scia meditativa, infatti seguono alcuni istanti di totale silenzio, poi io chiedo: Ma secondo voi ci si pu abituare alla morte, al pianto dei familiari, alla sofferenzaovvio che durante lurgenza bisogna essere totalmente distaccatima secondo voi si pu arrivare a essere completamente distaccati anche dopo, come se nulla fosse successo?

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Angelica: Non credo. Ma dipende dal carattere che hai. A me, ad esempio, capitato pi di una volta di mettermi a piangere per la morte di un paziente. Alessandro: Secondo me non puoi n abituarti, n non

abituartibisognerebbe trovare un equilibrio in mezzo. Chi davvero riesce ad abituarsi restando costantemente impassibile, una persona arida, quasi inumanainsomma, mi spaventerebbe. Annuisco: Gi, spaventerebbe anche memavolete sapere cosa mi capita diverse volte? Eh? Cosa? Non mi prendete per matto, ma a me, dopo unurgenza come quella di oggi, vien voglia di ridere, ho bisogno di ridere come se fosse ossigenoma capitemi bene, non risate di scherno o perch mi sia divertito, ci mancherebbe, ma un ridere liberatorioinsomma, un ridere come abbiamo riso sino a qualche minuto fa. Mah si!, esclama Alessandro allargando le braccia: Dopo un pomeriggio come quello che abbiamo appena vissuto in reparto, il ridere una volta smontato necessit! Perch ragazzi, quando si smarca, punto, bisogna

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lasciarsi tutto alle spalle. In questo senso credo che dovremmo usare le nostre divise un po come se fossero le nostre maschere. E cio?, domanda Angelica. avete mai letto qualcosa sul teatro?, ci chiede. Mahpochino ondeggio il capo io. Alloradovete innanzitutto sapere che la maschera, una volta indossata, definisce la tua personalit e di conseguenza indirizza i tuoi atteggiamenti; solo quando la togli puoi uscire dal personaggio e tornare a essere te stessoinsomma, quello di coprirti il volto solo laspetto secondario della maschera. Un esempio: se indosso la maschera di Arlecchino, dovr poi comportarmi da Arlecchinoe non come Pulcinella o come pare a me. Ecco secondo me come noi, allo stesso modo, dobbiamo usare la nostra divisa. Ma cos non stai legittimando quel distacco professionale che prima aborrivi?, contesto io. No. O forse s, ma solo in parte. Nel senso che mentre siamo al lavoro, con la nostra maschera/divisa indosso, siamo infermieri e dobbiamo comportarci di conseguenza: da professionisti. Ma ci non significa che

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dobbiamo rimanere costantemente distaccati, distanti. Al contrario dovremmo avvicinarci e allontanarci, a seconda delle

circostanzeinsomma, dovremmo funzionare un po come lo zoom di una cinepresa. Perch a renderci dei professionisti, secondo me, non il rimaner freddi e distaccati, a renderci dei professionisti il riuscire a comprendere quando, a seconda delle circostanze, sia meglio zoomare e quando no. Dobbiamo zoomare, e quindi avvicinarci al soggetto, quando percepiamo che il paziente ha bisogno di noi innanzitutto come persone, quando percepiamo che in quellistante gli pi utile del calore umano che un principio attivo. Dobbiamo invece subito zoomare indietro, e quindi allontanarci dal soggetto, qualche volta cos tanto da scordarci che abbiamo a che fare con una persona, quando invece indispensabile il massimo della nostra concentrazione, come nellurgenza di questo pomeriggio. Oppure quando questo distacco serve a noi come protezionee anche semplicemente perch credo che a farci scorgere troppo tristi per la loro malattia, non aiuti affatto il paziente. Ma ci che dobbiamo comprendere che una volta toltaci la nostra maschera/divisa da indosso la nostra parte finita, perch altrimenti il rischio quello di arrivare al punto, come fecero diversi artisti di teatro, di pitturarsi la maschera in volto in quanto non riuscivano pi ad avere una propria personalit senza quella. Insomma, secondo me lospedale come il nostro
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teatro e una volta usciti da quelle mura dobbiamo capire che la nostra parte conclusa, una volta fuori dobbiamo tornare alla nostra vita, pressappoco come fanno gli attori quando finiscono le riprese sul set. Quindi ora capirete che per me non vi nulla di male nello starmene qui seduto a ridere, bere qualcosa e scherzare con voi; non potrei in alcun modo essere ancora triste e addolorato, perch ho gi sofferto mentre ero l, ho fatto tutto il possibile per mantenere in vita Pietro e ho abbracciato con sincerit i suoi familiariquindi ora basta, la mia parte finita, conclusa. Sono dispiaciuto, questo s, ma se fossi ancora triste e addolorato il fatto sarebbe grave e pericolosoe sinceramente me ne preoccuperei. Io annuisco e Angelica esclama: Concordo. Bella lezione sul come vivere la nostra professione! Ma Alessandro subito ci tiene a precisare: Beh, vero, forse sono stato un po lezioso, ma non volevo farvi una lezionevolevo solo esporvi come vivo io la nostra professione. E non ho certo la presunzione daffermare che sia il modo migliore! Poco dopo paghiamo e le nostre strade si dividono. Ma appena disteso nel mio letto, seppur molto stanco, non riesco ad addormentarmi.

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Comprendo subito che non si tratta di una notte fatta per dormire, troppi pensieri mi pungono. In un primo momento cerco di eluderli e addomesticarli, fingo che il problema della mia insonnia sia la posizione scomoda nel letto e cambio svariate posizioni, da quelle classiche ad alcune veramente eclettiche. Ma alla fine ci rinuncio. tutto inutile, cos mi sistemo pancia allaria, mani dietro alla nuca e rinuncio alla speranza di potermi addormentare presto. Appena i miei pensieri si rendono conto di essere sciolti, finalmente senza guinzaglio, ecco che mi affollano fragorosi lintera scatola cranica. Inizialmente rivivo le sensazioni provate mentre guardavo Pietro riverso in quel letto. Quella vivida assenza di vita mi permea e mi annichilisce. Poi comincio a figurarmi le vetrine appariscenti di certi negozi, le pubblicit millantatrici sparse ovunque che sembrano indicarci la strada per la felicit, centri commerciali sempre pi smisurati e del tutto simili a vere e proprie metropoli del consumismo, inni alla tecnologia come fonte di benessere, cellulari, auto ed elettrodomestici con sempre pi funzioni del tutto inutili ma propagandateci come indispensabili, mille luoghi mondani di divertimento, di distrazioneproprio cos, di distrazione.
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Siamo immersi in una societ che tende di continuo a distrarci, a farci passare per essenziali oggetti e vizi che in realt sono del tutto superflui e vani, ci sentiamo pi sicuri di noi stessi e superiori agli altri se possediamo una macchina potente, se al polso portiamo un orologio pesante, se il nostro cellulare ha mille funzioni, se vestiamo alla moda, se abbiamo potere dacquisto, soldi. Siamo ormai risucchiati da una potente aspirapolvere in una societ estetica, del tutto basata sullesteriorit, sul consumismo. E la mia mente, impazzita credo, prosegue col raffigurarmi questa nostra schizofrenica societ tramite dei rapidi flash, rapidi come il flash di una reflex, gente che corre, guarda lorologio, legge solo i titoli dei giornali mentre si scola un caff, ti suona il clacson appena il semaforo dei pedoni scatta da verde a rosso, sorpassi ovunque, un continuo formicolio, impellenza, nervosismo La societ odierna come se ci travolgesse lanciandoci come schegge impazzite in vite frenetiche e convulse, fatte di dialoghi preconfezionati e di divertimenti surgelati, fondate sul solo raggiungere un buono status sociale e pi potere dacquisto possibile. Come pressappoco direbbe il buon Gauvreay: abbiamo costruito un sistema che ci persuade a spendere denaro che non abbiamo in cose di

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cui non abbiamo bisogno per creare impressioni che non dureranno in persone che non ci interessano. A una prima occhiata tutto ci sembra un inno alla vita, gi, tutti cos indaffarati, occupati, magi al secondo sguardo, possibile notare che ci vengono vendute come superbe vite illusorie, di sola apparenza, e questo semplicemente perch non si pu inneggiare alla vita senza prendere in considerazione la morte, la fine di ogni processo vitale. E dimprovviso mi ritrovo davanti gli occhi di Pietro. Spalancati. Vitrei. Lantitesi fra questa nostra societ cos dinamica e questi suoi occhi cos eccessivamente statici, apre la porta a unaltra ondata di riflessioni. Rifletto che seguendo il solco che ci traccia questa societ ci ritroveremo probabilmente a morire allimprovviso, ancora immersi nella nostra stolta scalata al successo e alla ricchezza e forse senza neanche esserci resi conto desser invecchiati. Rifletto che sta a noi uscire fuori da questo solco, decidendo di intraprendere un cammino nostro, decidendo di convivere in maniera pacifica, quasi fertile, con il pensiero della nostra morte.

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Ci non significherebbe abbandonare la carriera o qualsiasi altra meta, assolutamente no, ma significherebbe comprendere sino al midollo la frase di questo anonimo che stimo: la felicit non un posto da raggiungere, ma un modo di viaggiare. Significherebbe quindi che dovremmo tornare a sentirci mortali, degli esseri con una data di scadenza misteriosa. Di conseguenza dovremmo imparare a togliere il piede dallacceleratore e compiacerci del paesaggio, tralasciare un po la carriera e il lavoro per stare pi tempo con i nostri cari, farli sorridere e godere del loro sorriso. Ma soprattutto significherebbe non dare per scontato che i nostri cari siano eterni. Perch ci che ci torturer lanima, camminando sul solco che ci traccia questa societ, non sar la nostra mortela nostra morte tutto al pi ci potr stupireci che ci torturer lanima sar la morte dei nostri cari, perch avremmo sempre sulla coscienza il peso e la consapevolezza di non esserceli goduti abbastanza quando potevamo goderceli. e ora, scrosciante, sento il pianto lancinante della moglie di Pietro. Lo sto respirando. La mia mente lo sta ricostruendo in maniera cos verosimile che m diventata la pelle doca.

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ma i miei pensieri, come un fiume in piena, continuano il loro corso e mi trascinano via, facendomi tornare in mente quello che lessi in una rivista diverso tempo fa, e cio che siamo nellera della depressione, mai cos tanti depressi, o che si ritengono tali, hanno popolato il mondo. C il boom della depressione, soprattutto negli Stati Uniti, la grande fabbrica dei desideri, la patria degli illusi, ma il fatto pi significativo che la maggior parte di questi presunti depressi non assolutamente depressa, perch neanche sa che cosa voglia dire Depressione, per tutti questi tipi si sentono cos, depressi, di certo percepiscono che nelle loro vite c qualcosa che non va, probabilmente percepiscono che seguendo il solco, che vivendo di soli traguardi, si perdono il sapore della vita, il suo profumo. Ma invece di aprire gli occhi si rifugiano nella medicina, nelle pasticche, magiche pasticche che risolveranno ogni problema, principi attivi che arriveranno presto nei loro cervelli per livellare ogni squilibrio chimico; perch pi facile convincersi di essere malati che rendersi conto di essere perfettamente sani, ma un po idioti. Poi i miei pensieri mi concedono una tregua. Solo ora mi rendo conto che sto sudando. Solo adesso mi rendo conto che non sto scomodo nel letto, sto scomodo dentro me stesso.

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La luna illumina la mia stanza da letto quasi a giorno e io vengo invaso dalla voglia di chiamare mia madre e mio padre per dir loro che gli voglio bene. Perch loro lo sanno, lo so che lo sanno, ma io non so da quanto tempo che non glielo dico pi. Ma sono le tre di notte, non posso chiamarli adesso, altrimenti domani c il rischio che me li ritrovo ricoverati nel mio reparto. Senza averlo stabilito mi ritrovo in piedi che minfilo un paio di pantaloncini corti, poi mi ritrovo in balcone ad accendermi una sigaretta. Si riflette in maniera molto pi aguzza in una sola notte insonne che in un mese intero. Ci sono notti, come questa, in cui si ha una lucidit vivida che durante il giorno viene diluita e sbiadita da preoccupazioni, a dir la verit, molto pi superficiali. Ma forse il trucco della nostra esistenza alberga proprio in questo lasciarci solo pochi istanti di limpida coscienza, pochi attimi di nitida e gelida consapevolezza, attimi e istanti che se fossero assidui finirebbero con il logorarci e lacerarci lanima, forse. Torno sommesso a letto. Con gli occhi guardo il soffitto ma non riesco pi a pensare a nulla, tutti quei pensieri che affollavano prima la mia mente si sono congedati lasciandomi in una staticit mentale quasi terrificante. Prima volevo

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addomesticarli, eluderli, ora invece quasi vorrei che tornassero, tutti insieme, selvaggi, con il loro fracasso. Ma niente, mi lasciano solo e avvolto in unombra dangoscia che non mi abbandoner di certo sino a che non avr preso sonno. Questa carrellata di riflessioni inattese mi ha destabilizzato. Mi sento cos piccolo ora, cos insignificante. Cos fragile. Non la paura di morire ad affliggermi, mah no, a morire prima o poi ce la fan tutti, non devessere poi cos complicato. Al contrario ho paura di vivere, ho paura che tutto mi scorra rapido, troppo rapido. Una volta avevo come nostalgia del mio futuro, mentre ora lo temoe inquieto mi domando: E se non riesco a diventare la persona che vorrei diventare? Chi sar? Una brutta fotocopia di me stesso? In definitiva temo che da vecchio, facendo il sunto della mia vita, possa provare come la sensazione di stringere un guanto vuoto.

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E nel frattempo non riesco a scrollarmi di dosso limmagine di Pietro e il pianto lancinante della moglie. In questi casi, lo so, lunica terapia la luce del sole, il vociare della gente; di certo domani mattina, appena aprir gli occhi, mi sentir di nuovo immortale e le riflessioni di questa notte mi sembreranno un sogno distante e insano, si, sar di sicuro cos, lo soma ci non mi aiuta, perch il problema ora. Domani mattina sar salvo, va bene, ma adesso la luce del sole, il vociare della gente, mi sembrano miraggi e li percepisco distanti da me esattamente come domani mattina percepir distanti da me i ragionamenti di adesso. Chiss, mi chiedo, qual la realt, qual la veritchiss se il senso della vita sta rinchiuso nei deliri insani della notte, dove tutto cos inquieto ma intimo, o se invece riposto nelle visioni oniriche del giorno, dove tutto pi spensierato ma cos epidermico. La vita e la morte, cos legate fra di loro, ma allo stesso tempo cos antitetiche. Un po come il d non ha nulla a che vedere con la notte, seppur facciano entrambe parte della stessa giornata. E che sia maledetta la professione che svolgo. Linfermiere. Odio fare linfermiere. Ma come mi venuto in mente? Ma soprattutto perch? Uno

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stipendio che ad andar bene discreto in cambio di un ciclo circadiano fottuto, responsabilit enormi e rischi altrettanto grossi. In pi, ritrovarsi di sabato sera a fare ragionamenti di questa sorta invece che starmene ebbro in una discoteca a divertirmi e ballare spensierato. Fanculo. E mi rivolto nel letto come un pollo sul girarrosto. Solo il sonno mi salva; che a ben vedere non altro che una microscopica morte temporanea. la sveglia, impassibile, che mi riporta in vita alle cinque e mezzo. Mi aspetta il secondo tempo in reparto, ovverossia la mattina. Mi preparo alla meglio e parto. Parcheggio, scendo e cammino verso lingresso principale. Il grosso ospedale, con le sue cupe fauci, l famelico che maspetta, pronto come sempre a fagocitarmi per risputarmi fuori, mezzo logoro, fra non prima di otto ore. Comunque, come previsto, tutti i pensieri che mi hanno sconvolto stanotte, ora, sono impalpabili come il fondoschiena di unanoressica e li vedo distanti come se fossero in fondo a una fila di novecentonovantanove porte
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aperte. Ora lunico fatto concreto che comprendo non la fugacit della vita, ma chissenefrega, ora comprendo solo che mi aspettano otto ore di lavoro dentro un reparto schizofrenico. Il reparto infatti, come da diagnosi, burrascoso, seppur si tratti di una domenica mattina. Tra laltro siamo anche senza O.S.S. dato che quella che doveva esserci in turno stamattina ha chiamato stanotte per mandare malattia. Quindi giusto il tempo di un caff sbiadito alle macchinette insieme ad Alessandro e Anna, che ha fatto un cambio di turno con Angelica, e poi gi col giro letti, terapie, telefono che squilla neanche fosse posseduto dal demonio (penso che risponde meno al telefono chi lavora in un call center che un infermiere), campanelli che suonano, il medico di guardia che gi vuole visitare i pazientiuna baraonda insomma. Si dice che ci sia un limite oltre il quale pazienza cessa di essere virt, ecco, io ho gi oltrepassato questo limite alle dieci. Ma come se non bastasse alle dieci e un quarto mi vedo arrivare nel corridoio una barella con sopra un paziente.

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Salve! mi fa un camice bianco mentre mi viene incontro: questa la Cardiochirurgia? Si. Dica., corrugo la fronte io. Bene. Siamo arrivati con la dissezione. Quale dissezione? Come da accordi. La dissezione. Dai, forza, chiamami il medico. Mi mordo la lingua Dai, forza, chiamami il medico, lo vai a dire a qualcun altro, razza di un imbecille! ma non ho il tempo neanche per incazzarmi cos chiamo subito il mio medico di guardia e: Ma dott! Doveva arriv na dissezione? Ah! Si gi arrivata? No! Sono un veggente! e che cazzo, per! Avvisare anche noi infermieri, no?, sbuffo e metto gimah s, ma che cazzo avvisi a fare linfermiere? tanto chi lo deve preparare il posto letto, fare il ricovero, la SDO, i prelievi, lelettrocardiogramma, organizzare tutto per ma vabb, lasciamo stare, e con Alessandro ci rimbocchiamo le maniche e via: accettiamo il paziente, lo prepariamo, burocrazia a non finire, vari esami e poi gi in Sala Operatoria durgenza.
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E campanelli che smartellano, allarmi che suonano, telefoni che squillanopoi svenuto in bagno quello del letto dieci, pressione, prelievo, forse tamponato, ma forse no, probabilmente si tratta di una semplice crisi lipotimica, alla fine lo stabilizziamo e subito dopo via al giro visita. Medicazioni, elettrocardiogrammi, qualche prelievoma oltre al nostro ci tocca pure fare da badanti al medico: Dott, deve firm questo. Dott, ce deve ancora stamp la richiesta per i raggi. Dott, ha sbagliato a stampare la terapia del due. Dott, deve mettere in terapia lantibiotico al tree tutto ci per sentirci poi dire alla fine da questo: Ma quando ve la finite tutte due di rompermi i coglioni stamattina? Alle tredici la situazione sembra placarsi, tanto che io e Alessandro riusciamo addirittura a scambiare due parole da seduti in cucina. Poi viene Anna, dalla semi-intensiva, e mi d le consegne di una paziente che mi ha trasferito. Neanche dieci minuti e la paziente che mi ha trasferito suona il campanello. Lo spengo, sbuffo e vado. Dimmi Adele. Che succede?, mi piace sempre chiamare i pazienti per nome e anche se le direttive aziendali mimporrebbero il lei, io ai pazienti do sempre del tu.

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Scuseme se tho disturbato ma io nun ce la fago pi a resiste. Me dole tuto il petto! Ma chi tha detto che devi resistere? Tranquilla, adesso facciamo subito un antidolorifico., la tranquillizzo. A quela che stava de l du ore che je digo che me fa male tuto il pettoma mha deto che era normale, che dovevo resiste. Ma te posso d na cosa cocco? Quela de l me pare che cha voja de fadig come ce lho io de mur! A questa sua uscita esplodo a ridere. Anna in effetti, lavorativamente parlando, non ha di certo la mia stima; una di quelle infermiere che lavora mezzora e passa le restanti sette ore e mezzo a lamentarsi di quella mezzora che ha dovuto lavorare. E poi cocco, me spieghi na cosacus che mha deto ogi l dotore? Che me dovr mete l pesmechere? Le sorrido e: In consegna, quela de l, mi ha detto che probabilmente non ci sar bisogno di alcun pacemaker. Comunque ora ti abbiamo messo la telemetria, che quello scatolotto lesatto, quelloche ci fa vedere in un monitor che abbiamo in guardiola tutti i tuoi battitie in base a come si comporter il tuo cuore in questi giorni si decider il da farsi.
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Sc mapoi sentivo d che decider l ritmologopo esse? Ma chi ? Laritmologo. il medico che mette i pacemakered quello che decider se il caso di impiantarti un pacemaker o meno. Ma ora non ci pensare, tempo al tempo. E questaltro scatoloto che cho tacatocu ? Quello un pacemaker esterno che, tramite quei filetti l, li vedi?, ecco, che tramite quelli arriva al tuo cuore e se c bisogno entra in azione. Capito? Ma sino adesso il tuo cuore sempre andato bene da solo, quindi diciamo che sta l pi per scrupolo che per necessit! Lei si rigira lo scatolotto tra le mani poi mi fa: Sc mase poi me lo dovrane metend me lo ficane? Cio groso n bel po sto pesmechere! Io esplodo a ridere: Ma no Adele, mica ti ci mettono quello. Quello un pacemaker esternopoi ci sono quelli fatti apposta per essere messi dentro! E sono molto pi piccoli e molto pi carini! Amb! Me stavi a preocup!, e si mette a ridere. Mi metto a ridere anche io, le accarezzo la testa e le dico: Te, Adele, la prossima volta, prima de preoccupatte, chiede a me! Va bene?
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Eh sc, me sa che chai ragi. Io nun ce capiscio ni!, e mi sorride come farebbe una nonna col nipote, poi mi stringe una mano e mi guarda. Ma non uno sguardo di quelli che si perdono in mezzo ad altri mille, uno sguardo che vibra, vibra nellaria sino a raggiungermi e toccarmi, si, proprio come se, con questi suoi occhioni blu incavati, mi toccasse un qualcosa dindefinito dentro. un essere umano e sta soffrendo. questa la riflessione che mi provoca questo sguardo. Mi rendo conto che, cos, di primo acchito, potrebbe sembrare un pensiero banalissimo. Ma non lo , perch io, e penso un po tutti quelli che lavorano nellambiente sanitario, si finisce con lappiccicare nella fronte delle persone ricoverate letichetta paziente e con questa etichetta tendiamo poi a depersonalizzare quella persona sino quasi a dimenticarci che il paziente una persona, una persona in carne e ossa proprio come noi, proprio come nostra madre o i nostri amici. Penso sia un lento processo inconscio, forse una specie di meccanismo difensivo, con il quale cerchiamo di distaccarci da tutto il dolore, la sofferenza e la morte che siamo costretti a subire durante ogni nostro giorno lavorativo.

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Di contro, anche la persona ricoverata, trovandosi catapultata in un ambiente sconosciuto e a forte contatto con paura e sofferenza, finisce con il non essere pi se stesso. Lalleanza di questi due fattori fa s che il rapporto infermiere-paziente, invece di essere un rapporto sincero e quasi intimo, diventi del tutto alienato, filtrato. Un rapporto fra due esseri umani che per, calati come sono nelle parti, ibernati nei loro ruoli di infermiere e di paziente, si dimenticano che in primo luogo sono per lappunto due esseri umani, due persone, e che lunica differenza fra di loro lavere in mano un copione diverso. E mentre silenziosamente cos considero, Adele mi stringe ancor pi forte la mano e mi sussurra: e te prego, cocco, famme qualc pe sto dolore. Io le carezzo di nuovo il viso. Dai suoi occhi trapela una sofferenza cos palpabile che la si potrebbe affettare con un coltello. Adesso ci penso io. Fra un po vedrai che non sentirai pi alcun male. E quando esco dalla stanza sento che con quella sua vocina acidula come una spremuta di limoni ancora mi sta ringraziando. Io invece mi sento il cuore come dilatarsi e percepisco che fare linfermiere mi piace. Dannatamente.
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Non vero che odio la mia professione, come farneticavo stanotte. Io amo fare linfermiere. Ci che odio che il pi delle volte non ho il tempo per espletarla come vorrei. Ci che odio che la nostra professione si sta burocratizzando troppo, ci che odio che questa mattina mi toccato stare dietro alla stampante, che non ne voleva sapere pi di stampare, per pi di mezzora e sempre per pi di mezzora m toccato stare dietro pure al fax che si era inceppato. Ci che odio sono tutte quelle sacrosante scale e moduli e schede di valutazione da compilare, ne spuntano come i funghi, sono per il nostro bene ci dicono, perch documentano tutto ci che facciamo. Si, ma di questo passo riusciremo a fare sempre di meno, di questo passo finiremo per documentare che siamo rimasti tutto il santo turno a documentare. Ormai con tutta la burocrazia che c il vedere in faccia un paziente divenuto quasi un optional. Ma tanto del rapporto umano tra paziente e infermiere non interessa a nessuno. Ci che conta che la parte infermieristica di una cartella clinica sia compilata correttamente. Il resto chiacchiera. Comunque alle quattordici e trenta io e Alessandro stiamo finalmente smontando. Siamo sfiniti, sgonfi, ma mentre camminiamo lungo il corridoio per raggiungere la porta duscita dal reparto la maggior parte dei

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pazienti ci saluta calorosa, sembra un po come quando i tifosi incitano ed acclamano i ciclisti che si stanno inerpicando in unirsuta salita, e questo un po ci d la carica. Io, come Alessandro, sorrido e saluto tutti appagato. Queste piccole dimostrazioni daffetto da parte dei pazienti mi scaldano lanima e mi fanno capire che il sentiero che sto percorrendo quello giusto. E non faccio lipocrita affermando che mi appagano pi di un qualsiasi incentivo economico. Anche perch se per sentirmi appagato necessitassi di incentivi economici, beh, resterei inappagato a vita. Una volta fuori dallospedale Alessandro se ne va di fretta, mentre io mi accendo una sigaretta. Ma neanche fatto il secondo tiro una voce femminile mi saluta. Mi volto. Roberta, uninfermiera che lavora in Rianimazione post-operatoria. Ci stiamo molto simpatici, ma siamo quasi sempre in disaccordo, soprattutto intorno ad argomenti che riguardano la nostra professione. Cos ogni volta che ci vediamo, ormai quasi per gioco, tiriamo fuori un argomento che verte la nostra professione e ci divertiamo a punzecchiarci. Ciao Roby!, la saluto a mia volta.
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Si accende una sigaretta anche lei poi mi chiede: Andata bene la mattina? Insomma, poteva andare meglio. Ma dimmiposso farti una domanda? Vuoi come al solito litigare? No. Voglio solo discuteree dimmi, no? ma secondo te importante la qualit percepita dal paziente? Roberta si mette a ridere: No, dai, adesso non proprio il caso di immergerci nei nostri soliti dialoghi altercanti. ma poi come sospettavo non riesce a resistere e aggiunge: Comunque per me, se devo essere sincera, non conta quasi nulla la qualit percepita dal paziente! E questa volta a ridere sono io:Ah! Ah! Ci avrei scommesso! E quindi cosa conta per te? La professionalit!...che discorsi Bene. E secondo te, seppur anchio sia daccordo che non ci voglia alcuna vocazione per fare linfermiere, serve almeno una certa attitudine?

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In linea di massima no! La nostra una professione quindi ci che conta aver studiato, essere preparati e aggiornarsi! E poi cosa intendi tu per attitudine? Il fare le coccole al paziente?, e ridacchia. No! Attitudine per me significa il possedere almeno un po di garbo e di empatia! Roberta arriccia il naso e: Va bene macome disse il Dottor House: preferiresti un dottore che ti tiene la mano mentre le cose vanno male, o un dottore che non entra neanche nella tua stanza mentre per fa andar bene le cose? Dissento robusto con la mimica facciale e ribatto subito: Vedianche qui bisognerebbe scindere bene. Se mi parli di un cardiochirurgo ovvio che da lui mi accontenterei di unottima capacit tecnica, ma gi se mi parli di un internista la faccenda cambia perch a quel punto vorrei un medico preparato ma che allo stesso tempo mi spieghi con tatto tutto quel che mi sta succedendo. E traslando lesempio a noi infermieribehovvio che da un infermiere di sala operatoria non mi aspetto calore ed empatia, ma da un infermiere di corsia si, lo pretendo, rientra nel patto InfermiereCittadino!

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Va benema chi il pi professionista secondo te? Quello che ti tiene la mano ma poi sbaglia a somministrarti la terapia, o quello che neanche ti saluta ma che esegue tutto perfettamente? Nessuno dei due!, esclamo perentorio. Ma chi lo pi dellaltro?, mi esorta ancora aggressiva. Se devo scegliere il male minore ovvio che scelgo quello che esegue tutto perfettamentema un discorso del cazzo! E perch? Perch per me i due personaggi da te descritti non possono che essere complementari. come se mi stessi chiedendo se preferisco un automobile col volante o una con le ruotese permetti ne pretendo una che abbia entrambe le cose! La professionalit un concetto molto pi ampio che il semplice eseguire tutto perfettamente! Si, mavabb... getta la sigaretta e conclude: ne continueremo a parlare unaltra volta. Ora sono di fretta! Va bene, vai, ci mancherebbema ne riparleremo! Puoi contarci che ne riparleremo. Ciao Lory!, e si allontana.

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Con calma anchio comincio a indirizzarmi verso la mia auto. Nel mentre rifletto. Rifletto che la carica per continuare a fare linfermiere e il motivo per cui ancora amo fare linfermiere: il paziente. Ovviamente non tutti i pazienti, ma quando la mattina entro in una camera e mi sento dire:Oh! Che bello, questa mattina ci sei tu! e li vedo sorridere perch sanno che ci sono ioecco, la stanchezza se ne va e, anche se non me ne andava, sorrido. La mia piccola meta, che rinnovo e che cerco di raggiungere ogni volta che varco le cupe fauci del nosocomio, il riuscire a farli sentire almeno un po a proprio agio seppur costretti a starsene rinchiusi in un ambiente a loro di certo ostico. Una volta ricordo che un paziente mi disse: Sei un infermiere eccezionalee non mento dicendoti che se tutto il personale di un ospedale, o anche solo la met, fosse come te e come pochi altri, non sarebbe poi tutto questo gran strazio doversi ricoverare. Ecco, questa la mia meta e secondo me la differenza che passa fra il fare linfermiere e lesserlo, molto simile alla differenza che intercorre fra linsegnare e leducare. Come disse Alberto Hurtado: pi facile insegnare

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che educare, perch per insegnare basta sapere, mentre per educare necessario essere. Allo stesso modo secondo me fare linfermiere una professione, mentre essere un infermiere unarte. Proprio cos, perch la nostra professione non pu limitarsi a essere un semplice non sbagliar nulla, un semplice rispettare le regole delle sette G, un semplice compilare esattamente scale e schede e moduli e un semplice incanulare bene le vene. Sarebbe solo questo se avessimo a che fare con degli oggetti. Ma, anche se forse ci piacerebbe, il paziente non un oggetto, quindi per forza di cose il processo di assistenza infermieristica non pu essere assimilabile alla matematica, non pu essere come risolvere unequazione, bens molto pi simile al dipingere un quadro. Almeno io la penso cos e, sbagliato o giusto che sia, la mia professione continuer a svolgerla e viverla in questo modo, camminando su questa strada, perch questo sento che il mio sentiero. Insomma, per molti un peso lavere a che fare con morte e sofferenza, io invece cerco di viverla come una possibilit che mi viene data per far del bene.

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Entro in macchina, metto in moto e parto. Le strade son vuote e lass nel cielo delle nubi scure e massicce, in assetto da guerra, si muovono rapide oscurando a tratti il sole. Ho deciso, ora andr a trovare i miei. E li abbraccer stretti a me. Sono ormai diversi anni che me ne sono andato a vivere da solo e con il passare del tempo li sto vedendo sempre meno. Soprattutto in questo periodo che, preso come sono da certi impegni, sar da pi di un mese che non passo a trovarli. Ed da non so quanto tempo che non dico pi loro quanto gli voglio beneuninfinit di bene. Sar sottinteso, forse si, ma tutto ci che sottinteso, per proseguire a esserlo, ogni tanto va urlato. Parcheggio sotto casa loro, spengo il motore e prima di scendere, sorridendo, bisbiglio: Non te la finivi mai di ringraziarmi, Pietro. Ma lasciati dire una cosa: sono io che devo ringraziare te. Grazie di tutto. E stammi bene!

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Un brevissimo commento
Il problema della distanza
Ma dimmi ti ci eri affezionato, vero?

Il racconto si apre sul problema dei sentimenti che si provano nei confronti dei pazienti. La domanda del collega sembra possedere un timbro particolare ed interpretata come: vedi ci sei ricascato unaltra volta: non sei riuscito a mantenere la giusta distanza e ti sei affezionato. Come se laffetto fosse un pericolo per la nostra professione, una cosa da evitare, un sentimento da rintuzzare. Non saprei, so solo che mi dispiace. Aveva cinquantanni. Una famiglia. Due figlie piccole. [] ma ora per favore non mi tirar fuori la tiritera del distacco professionale e tutte quelle puttanate l Alessandro ride appena: Oh, no! Ma come ti viene? Anziio penso che il giorno in cui mi render conto di non riuscire ad affezionarmi pi a nessun paziente, neanche a uno, ora che lascio perdere. Di fronte al problema della distanza, del distacco professionale, Alessandro contrappone lesigenza di nutrire sentimenti. Il pericolo non risiede tanto nei sentimenti e in un precario distacco ma nel divenire anaffettivo: condizione che non permette di svolgere il nostro lavoro.

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Dobbiamo rimetterci al lavoro. E chiudiamo cos questa piccola parentesi di emotivit, facciamo retromarcia, e torniamo a essere quello che dobbiamo essere: due freddi e risoluti infermieri.

interessante segnalare come I due concedendosi una piccola parentesi di emotivit pensino di trovarsi allesterno del mondo procedurale operativo della professione. Come se la riflessione su quel corpo immobile sdraiato che prima era stato marito e padre non rientrasse nel core della Medicina, nella quale hanno compiti precisi da svolgere con risoluta freddezza. Il sentimento pone fuori dal mondo procedurale dove per prassi si sistema prima la salma e poi il resto in un insieme di gesti ordinati precisi secondo un programma giornaliero efficiente e sempre uguale a se stesso e nel quale lurgenza non rappresenta solo la morte di un uomo, ma anche il sconvolgimento della routine. Il sentimento pu essere tuttalpi tollerato come una brevissima ricreazione, una pausa caff. Per unanalisi seppure sommaria del significato della distanza si rimanda alla lezione apposita. Si ricorda comunque di aver individuato almeno tre ragioni per tenere una certa distanza: 1. Il pericolo dellintrusione.

Si tratta del pericolo dellintrusione nella propria sfera privata che genera una specie di distanza di sicurezza. La distanza di sicurezza quello spazio che limita il rischio. La distanza di sicurezza tra me e gli altri ha a che fare con il concetto di privacy: con la necessit di creare una bolla che tuteli la propria riservatezza.

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Si tratta di uno spazio intimissimo ove a nessuno concesso di entrare senza la mia espressa volont. In questo caso latteggiamento del paziente che visto come intrusivo ed il medico che mantiene la distanza non fa altro che difendere lintegrit della sfera privata da ci che percepito come un attacco esterno. il medico il distanziatore. 2. Il rischio della perdita della scientificit dellatto medico.

In questo caso, il termine pi appropriato distacco piuttosto che distanza, poich il pericolo percepito una perdita della efficacia e della efficienza complessiva nellatto se il medico non si distaccasse dal paziente al momento dellatto stesso. Il medico, in qualche modo, dovrebbe essere distaccato quando opera. Si ritiene che tale percezione sia una indebita trasposizione del metodo scientifico nella prassi medica. Il metodo scientifico rappresenta la modalit con la quale la scienza procede, per raggiungere una conoscenza della realt oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile e nella quale losservatore deve essere neutrale e losservato essere un oggetto. Uno sguardo scientifico deve essere distaccato: creare una certa distanza dalla cosa che si vuole indagare, conoscere, spiegare. necessario rimuovere entrambi i soggetti: il soggetto indagante e quello indagato con le loro rispettive peculiarit

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che disturbano lazione scientifica. Una volta spersonalizzati entrambi la cosa si presenta spiegabile simile a tutte le altre cose come lei, e quindi, possibile applicare a lei le stesse procedure studiate e create per le cose simili. La trasposizione automatica di tale metodo nella prassi medica creerebbe il distacco, esigerebbe la neutralit, limpassibilit, ma chiaro che questo impossibile perch losservatore un soggetto e non potr mai essere neutrale. Tuttavia necessario non confondere il distacco del medico dal portato della educazione professionale del medico. Nel caso di un incidente stradale mentre gli altri vedono soprattutto limmagine emotiva di un uomo con una gamba spezzata, un professionista della saluta ha limmagine operativa di una frattura scomposta della tibia e inizia una procedura che ha appreso. In questo caso il distacco dal paziente avviene in quanto oggetto osservato e manipolabile. 3. Il contatto con limmane potenza del negativo.

Anche in questo caso il termine pi idoneo appare il distacco che evocato non tanto perch le emozioni e lo spettacolo del paziente possono distrarre lazione efficace del medico o disturbarne la neutralit, ma perch tali sensazioni espongono al rischio di essere scossi dallirruzione distruttiva del negativo che potrebbe cogliere anche noi.

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Il problema della distanza che rappresenta uno dei temi principali scelti dallautore viene sviluppato successivamente con la metafora dello zoom che fa avvicinare o allontanare le immagini a seconda della volont delloperatore e, soprattutto, con la metafora della maschera professionale da indossare solo durante lorario di lavoro. A renderci dei professionisti, secondo me, non il rimaner freddi e distaccati, a renderci dei professionisti il riuscire a comprendere quando, a seconda delle circostanze, sia meglio zoomare e quando no. Dobbiamo zoomare, e quindi avvicinarci al soggetto, quando percepiamo che il paziente ha bisogno di noi innanzitutto come persone, quando percepiamo che in quellistante gli pi utile del calore umano che un principio attivo. Dobbiamo invece subito zoomare indietro, e quindi allontanarci dal soggetto, qualche volta cos tanto da scordarci che abbiamo a che fare con una persona, quando invece indispensabile il massimo della nostra concentrazione, come nellurgenza di questo pomeriggio. Oppure quando questo distacco serve a noi come protezionee anche semplicemente perch credo che a farci scorgere troppo tristi per la loro malattia, non aiuti affatto il paziente. Ma ci che dobbiamo comprendere che una volta toltaci la nostra maschera/divisa da indosso la nostra parte finita, perch altrimenti il rischio quello di arrivare al punto, come fecero diversi artisti di teatro, di pitturarsi la maschera in volto in quanto non riuscivano pi ad avere una propria personalit senza quella. Tuttavia la teoria dello zoom e della maschera tiene solo per poche ore.

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Lorenzo non riesce a dormire e riflette sul senso della vita che non pu essere compreso se non si assume la realt della morte. Certamente la capacit di zoomare indice di professionalit e di una sensibilit di fronte al paziente, ma assomiglia di pi ad una tecnica di fine equilibrismo che ad un atteggiamento empatico, mentre la maschera appare come strumento di difesa, purtroppo spuntato. Il problema che inceppa il meccanismo dello zoom e che penetra attraverso la maschera presente da sempre, ma stato evocato dallesperienza della morte di Pietro e della sofferenza della moglie. Esso ha a che fare con senso della vita, con le relazioni con i propri cari e con latroce dubbio di vivere ingiustamente e sperperare la vita in unesistenza sprecata cosicch: Da vecchio, facendo il sunto della mia vita, possa provare come la sensazione di stringere un guanto vuoto.

La morte in ospedale
Finito con la stanza passiamo subito a sistemare il corpo di Pietro.

necessario seguire con attenzione questo passaggio nel quale i due infermieri, dopo aver ripulito la stanza, sistemano il corpo di Pietro. La morte in ospedale non cosa neutrale, non indifferente morire a casa o dopo un intervento rianimatorio. Nella morte in ospedale, la Medicina gestisce il processo del morire allo stesso modo con cui si occupa della terapia. Il processo 52

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del morire, quindi, ricondotto allinterno della Medicina che trattiene il corpo anche dopo la morte. Esso non consegnato immediatamente ad altre cure, ma trattenuto ancora entro i possedimenti della medicina e solo successivamente, quando sar esposto e trasportato nella camera mortuaria sar reso disponibile. Il trattenimento del corpo allinterno della Medicina pu durare il tempo della ricomposizione o, per esempio, i tempi pi lunghi dellespianto degli organi. In questo strano tempo, dove gi terminata lazione attiva della Medicina ma non ancora rilasciato il corpo, i professionisti della salute divengono anche i professionisti della morte e solo a loro dato di vedere il corpo disfatto, prima di ricomporlo in unimmagine decente che gli altri possano sopportare. Il disfacimento del corpo che non pi quello oggettivo degli organi da trattare, ma quello dellintero cadavere da ricomporre, visibile solo agli addetti ai lavori ed precluso agli altri. interessante constatare come tale situazione, del tutto peculiare, dello sguardo scientifico, che abbandona lorgano per cogliere il cadavere, non sia generalmente approfondita come se effettivamente potesse essere una mansione routinaria il farlo, come se il medico e gli infermieri fossero formati per questo specifico lavoro. un tempo di mezzo alla fine del quale la Medicina, generalmente, lascia le consegne alla religione come se luomo non si sentisse a suo agio a gestire da solo la morte del familiare, riuscendo a sopportare il fallimento della medicina e per 53

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una cardiochirurgia, veder morire uno di cinquantanni proprio un naufragio che consegna il corpo solamente attraverso la speranza della Religione che se ne appropria. Pu essere utile paragonare alcune riflessioni di Lorenzo con quelle di Peter Ivanovic il collega amico di Ivan Ilic, il cui cadavere a casa, esposto alle visite dei conoscenti. Il collega di Ivan entra imbarazzatissimo nella stanza del morto. Limbarazzo legato al non sapere bene quale fosse il comportamento giusto da tenere a parte quel segno di croce che non guasta mai. Il suo imbarazzo contrasta con il tono deciso e che non ammette repliche del chierico che evidentemente ben conosceva ci che si doveva fare. La stanza del morto appannaggio della chiesa, presidiato dalla religione e luogo imbarazzante per i vivi. Tolstoj, per ben quattro volte, ci dice che il morto era come tutti i morti, come se la morte cancellasse non solo la vita, ma anche lindividualit che il vivo aveva posseduto. Con la morte se ne va via anche il soggetto e rimane un corpo che pur con i connotati di Ivan Ilic si comporta non da Ivan, ma come tutti gli altri morti.

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Latteggiamento del morto in quanto corpo esamine e scrutandone il viso, il collega di Ivan sembra percepire un quale certo ammonimento che giudica subito inopportuno e comunque non riguardante lui. Nonostante questo Peter Ivanovic comincia a sentirsi a disagio, perci si fece in fretta un altro segno della croce, si volt e and verso la porta. Anche Lorenzo quando sar a colloquio con la moglie di Pietro si trover a disagio di fronte al cadavere. Non ne comprendo sino in fondo il motivo, ma un po mi agita il guardarlo. Non in s per s la sua morte ad agitarmi; ad agitarmi, anche se ben mi rendo conto che un sinonimo, lassenza di ogni traccia di vita dal suo corpo. In realt il motivo lo comprende ed lo stesso che ha spinto Ivanovic a ritenere inopportuno lammonimento del morto e lo ha fatto uscire in fretta dalla stanza: E questa sar la fine che spetter anche a me. Che spetter a tutti. Se non sar un evento improvviso, sar su di un asettico letto dospedale., afferma Lorenzo. Ed anche Lorenzo, allora, senza far trapelare la sua fretta (), riesce a indietreggiare, accennare un saluto e uscire dalla stanza con gran discrezione.

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La difficolt di parlare con i parenti


Oddio, adesso entrano i parenti [] E come al solito veniamo subissati da domande, suppliche, reclami [] ma che ne sapete voi, zanzare di parenti, e voi, ipocondriaci di pazienti, che io, IO, mentre faccio una cosa, ne ho in mente almeno altre cinque da fare immediatamente dopo, e che adesso ogni vostra domanda, ogni vostra lamentela, ogni vostra richiesta futile, per me come un acido che corrode il mio filo lavorativo? Al di l dellinsolenza e della futilit di molte domande, non certamente facile rispondere, spiegare e tradurre in una lingua comprensibile ci che chiesto. Non certamente facile fare il traduttore e tanto meno mettersi in gioco nella comunicazione, ascoltando realmente le ragioni dellaltro, o comunicando ai familiari il verdetto di una prognosi infausta. Odio parlare ai parenti! Non sopporto il loro dolore, quella sofferenza smarrita che mi sbattono in faccia e per la quale non posso fare assolutamente nulla, se non cercare di non farci caso per non perdere lappetito. Odio dover affrontare la mia ignoranza e la mia impotenza ed essere costretto a mascherarle sotto parole complicate affinch non si mostrino cos palesi a colui che mi sta affidando lesistenza di un proprio caro. 1

Venturino M, Cosa sognano i pesci rossi, 79-80

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Storie Come stringere un guanto vuoto

Dalle parole del medico di terapia intensiva di Cosa sognano i pesci rossi, traspaiono le difficolt che un professionista affronta quando, come in questo caso, deve parlare con i familiari di un paziente ricoverato. Il difficile contatto con la sofferenza degli altri, la frustrazione per unimpotenza di fondo e lutilizzo della traduzione tecnica come consapevole difesa per non dire ci che non lecito dire. Difendersi da uneccessiva prossimit con la sofferenza, annettere nella routine lavorativa quotidiana le storie di vite devastate dei pazienti, utilizzare il linguaggio scientifico per non dover dire, sono tutti meccanismi attraverso i quali loperatore sanitario prende le distanze dallirruzione del negativo per salvaguardare la propria identit: Oggi, quando faccio ambulatorio, ne esco distrutto perch mi rivivo nelle storie dei miei ammalati 2, afferma il dott. Sartori dopo essere passato dallaltra parte.

Limmane potenza del negativo


Mi ritrovo a passare proprio davanti a quella stanza, distinto butto unocchiata fugace dentro e disgraziatamente i miei occhi, per un istante, si allacciano con quelli della moglie di Pietro. Faccio ancora due passi oltrepassando la stanza ma poi, anche se lo desidererei, non ce la faccio a proseguire, mi fermo, stringo forti i pugni, torno indietro ed entro timido, quasi pentito per averlo fatto. [] La stanza gronda afflizione da ogni parete
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Bartoccioni S., Bonadonna G., Sartori F., Dallaltra parte, BUR 2006

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Insegnamento di Medicina Narrativa

e io non so davvero che dire, non so che atteggiamento adottarenon lho mai saputo e probabilmente, di preciso, credo che mai lo sapr. ancora una volta la potenza dello sguardo che incrocia con la moglie di Pietro a indurlo ad entrare nel lato oscuro della vita, dove mai si vorrebbe andare. Che cosa pu aver visto negli occhi di quella donna da spingerlo a varcare quella soglia? Ha visto in quello sguardo incarnato il motivo per cui diventato infermiere: una persona che soffre e chiede aiuto. Entra nella stessa stanza in cui prima erano stati indaffarati medici e infermieri, ma si tratta di tuttaltra stanza come se ora non facesse pi parte dellospedale, ma fosse sprofondata in un altro luogo. Essa non la stessa di prima: non pi abitata dalle ordinate categorie scientifiche che hanno applicato i protocolli previsti per le urgenze cardiologiche e neppure appare quella resa decorosa da Lorenzo e da Alessandro che dopo aver ricomposto il corpo erano soddisfatti del loro lavoro. un luogo oscuro che gronda di afflizione come prima era incrostato di sangue; un luogo dove non esiste un linguaggio capace di dire parole di senso e dove non si sa che cosa fare.

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La vicinanza silenziosa
Mentre la madre una maschera di sofferenza, quasi irriconoscibile, tutti i lineamenti, la fisionomia, sono tesi e deformati dal dolore e appena mi scorge mi viene incontro piangendo: Lorenzoma com possibile? Come? Com possibile?, e mi abbraccia, stringendomi forte. Resta avvinghiata a me per un minuto. Un minuto che mi sembra un anno, una vita intera, anche di pi. Non so davvero che poterle dire, perch nessuna delle parole o frasi che elaboro mi sembra idonea, cos mi limito ad accarezzarle la testa cercando di assumere unespressione riservata e discreta, di pieno rispetto verso il suo dolore. E rifletto che il mio abbracciarla, in questa circostanza, davvero il minimo che possa fare, ma allo stesso tempo anche il massimo. La risposta alla richiesta di senso che la moglie di Pietro esprime stata accolta da Lorenzo senza parole. Non ne avrebbe trovate perch non ce ne sono. C, tuttavia la vicinanza silenziosa che esprime rispetto e pudore. Il linguaggio non verbale (non abbiamo le parole) si attua attraverso la carezza, la stessa che riserver ad una anziana verso la fine del racconto e con un abbraccio che rappresentano latteggiamento corretto da sostenere.

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La dimensione tattile della medicina e lethos umanitario


Eh sc, me sa che chai ragi. Io nun ce capiscio ni!, e mi sorride come farebbe una nonna col nipote, poi mi stringe una mano e mi guarda. Ma non uno sguardo di quelli che si perdono in mezzo ad altri mille, uno sguardo che vibra, vibra nellaria sino a raggiungermi e toccarmi, si, proprio come se, con questi suoi occhioni blu incavati, mi toccasse un qualcosa dindefinito dentro. un essere umano e sta soffrendo. questa la riflessione che mi provoca questo sguardo. Nonostante una giornata intensa dove le pretese burocratiche sembrano avere il sopravvento sulla vocazione infermieristica, ecco uno speciale scambio di sguardi che di burocratico non hanno nulla a che fare. lo sguardo, di una anziana dolente che, del tutto spaesata con paure tremende e ridicole, chiede sollievo tanto dal dolore quanto dalle sue paure. E Lorenzo, istintivamente, mostra ci che : un professionista della salute caratterizzato da conoscenze scientifiche, abilit tecniche e da ethos umanitario. Ed proprio lethos umanitario a indicare la via da seguire: attivando la dimensione tattile della medicina con la carezza e aprendosi alla funzione materna. Lui un uomo a rassicurare maternamente una nonna: Adesso ci penso io. Fra un po vedrai che non sentirai pi alcun male. 60

Storie Come stringere un guanto vuoto

La discussione che segue con la collega, fan del dott. House, si gioca nel fraintendimento del concetto di professione che chiss perch dovrebbe essere priva di ethos. Il racconto si chiude con una frase che dona senso al rapporto con Pietro: Non te la finivi mai di ringraziarmi, Pietro. Ma lasciati dire una cosa: sono io che devo ringraziare te. Grazie di tutto. E stammi bene!.

Grazie a te, Lorenzo, per il dono del racconto.

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