Sei sulla pagina 1di 3

Matrimoni gay, la battaglia a favore è ragionata

di Sonia Raffa - Ricordo che solo fino a qualche decennio fa, minoranze africane erano
discriminate nella loro stessa terra. Senza andare troppo indietro facciamo capolino agli anni 70',
quando in Italia si battagliava a colpi di dimostrazioni in piazza, leggi e referendum sulla
questione della liceità del divorzio e ci si chiedeva se le donne potessero assurgere al rango di
pari all’interno del nucleo familiare.

Le pari opportunità oggi sono consolidate (almeno da un punto di vista formale): se subisco discriminazioni sul lavoro
a causa del mio genere femminile posso, in teoria, posso denunciare il datore di lavoro, se mio marito mi scopre con
un altro uomo e decide che devo pagare col sangue, non può appellarsi all’attenuante dell’onore leso e così’ via
discorrendo tra una conquista e l’altra.

Se, dunque, di acqua sotto i ponti ne è passata a favore di gruppi e generi diversi, perché non possiamo sublimare il
nostro obiettivo di parità e concedere ai gay e alle lesbiche il diritto che appartiene loro per il solo fatto di esistere?
Qualcuno potrebbe dire che una famiglia gay non è naturale. Senza scomodare filosofi, antropologi e giuristi che
potrebbero smontare in un sol colpo ogni resistenza, basta consultare qualche vocabolario della lingua italiana per
scoprire che: naturale è ciò che è conforme alla natura di un essere; ciò che esiste in natura.

Come ebbe a scrivere Aristotele:"Del giusto civile una parte è di origine naturale, un 'altra si fonda sulla legge.
Naturale è quel giusto che mantiene ovunque lo stesso effetto e non dipende dal fatto che a uno sembra buono
oppure no; fondato sulla legge è quello, invece, di cui non importa nulla se le sue origini siano tali o talaltre, bensì
importa com'esso sia, una volta che sia sancito".

Vorrei condividere con voi delle riflessioni che sono state mie già quando studiavo e che poi ho appurato, con gioia,
essere condivise e soprattutto approfondite da giuristi e studiosi. Ippia di Elide diceva che: "Gli uomini sono tutti
parenti, familiari e concittadini per natura non per legge; perché il simile è per natura parente del simile, mentre la
legge, essendo tiranna degli uomini, costringe a fare molte cose contro natura".

Chiediamoci, allora, se tante volte non sia proprio la legge a pretendere l’osservanza di norme contro natura quando
vieta il dispiegarsi naturale della vita di un uomo o, per dirla con le parole della nostra Costituzione, lo sviluppo della
personalità, dell’individuo sia come singolo che all’interno delle formazioni sociali (art. 2).

Cominciamo col precisare che, il matrimonio non è definito nè nella Costituzione nè nel codice civile nè in leggi
speciali. Esistono, però, delle disposizioni che fanno riferimento alla coppia e alla famiglia. Il codice civile, ad esempio
agli articoli 108, 143, 143 bis, 143 ter, etc., individua i due ruoli di marito e moglie, ma non usa mai i termini uomo e
donna per distinguere i soggetti della coppia coniugale. Al contrario, si è ritenuto di poter ascrivere la diversità di
sesso tra le cause di impedimento del matrimonio, nonostante la stessa non sia presente nella tassativa elencazione
normativa. Come esplicitato dalla Corte d'Appello di Roma (13 luglio 2006) «non sussisteva [all'epoca della redazione
del codice civile del 1942] l’esigenza di alcuna specificazione in merito alla diversità di sesso dei coniugi, essendo
questa insita nella comune accezione e nella tradizione sociale e giuridica dell’istituto matrimoniale e non essendosi
all’epoca neppure profilata l’ipotesi di un’estensione dell’istituto all’unione affettiva tra persone dello stesso sesso».
E' dunque di origine meramente tradizionale/culturale il mantenimento del divieto di matrimonio omosessuale. Così
come, fino alla sentenza del 1906 che sfatò il mito della donna inadatta al voto, si riteneva – per assunto culturale
appunto - che le donne non avessero questo diritto.

Ma nessuna norma aveva mai esplicitamente definito la parola sesso, come nessuna legge definisce la famiglia
naturale. E qui, entra in gioco il jolly; la norma cui tutti fanno riferimento per sottrarre agli omosessuali la loro libertà
di essere trattati fino in fondo con pari dignità. L'art. 29 della Costituzione recita: "La Repubblica riconosce i diritti
della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Viene da chiedersi, o almeno sarebbe auspicabile farlo,
se esiste un concetto "naturale" di famiglia.

Date le continue evoluzioni del nucleo familiare, che ha dismesso le vesti del patriarcato e della famiglia "allargata"
per approdare al concetto di famiglia "nucleare", non vedo come si possa dire che esista una nozione univoca di
famiglia, sempre uguale a se stessa. Oggi, i coniugi hanno pari diritti e doveri ed è riconosciuta come famiglia anche
quella formata dai soli consorti. Né il diritto civile o costituzionale intendono impedire il matrimonio o permetterne lo
scioglimento per impossibilità (o non intenzionalità) alla procreazione. Un residuo in tal senso persiste, ma resta
marginale al perfezionamento dell’ipotesi di errore sulle qualità essenziali del coniuge (art. 112 c.c). Cadono anche le
vecchie tradizioni, legittime, dello sposalizio tra cugini e dell’età adatta per il matrimonio che era prevista a 14 anni.
Tutto cambia nella famiglia: estensione, potestà genitoriale, vincoli ed impedimenti, cause di nullità. Tutto tranne
"l’impalpabile" divieto dell’identità di sesso. L'on. Aldo Moro, durante l'adunanza plenaria del 15 gennaio 1947 in
assemblea cistituente, dichiarò: "(...) Quando sì afferma che la famiglia è una "società naturale", si intende qualche
cosa di più dei diritti della famiglia. Non si tratta soltanto di riconoscere i diritti naturali alla famiglia, ma di
riconoscere la famiglia come società naturale, la quale abbia le sue leggi ed i suoi diritti di fronte ai quali lo Stato,
nella sua attività legislativa, si deve inchinare." Prendo in prestito le parole di Roberto Bin - docente diritto
costituzionale presso l'Università di Ferrara dal saggio "La famiglia: alla radice di un assimoro": [l'enunciato dell'art.
29] "è una proposizione impossibile, una specie di equivalente legislativo delle scale di Escher.

Verrebbe da dire che ha un senso, ma non un significato: ossia muove reazioni emotive abbastanza precise sul piano
ideologico, ma non si traduce in regole giuridiche che possano basare un ragionamento argomentativo serrato." Anzi,
la famiglia, qualunque ne sia la natura, l'estensione e la funzione rappresenta una delle formazioni sociali all'interno
delle quali lo Stato deve riconoscere e garantire lo sviluppo della personalità di ciascun individuo. Molto
coraggiosamente la giurisprudenza di alcuni tribunali si è mossa in un senso inverso rispetto alla tradizione
fondamentalista. Un esempio recente è l'ordinanza con cui il Tribunale di Venezia ha dicharato la non manifesta
infondatezza della questione di legittimità costituzionale inerente le norme che non consentono alle persone di
orientamento omosessuale di contrarre matrimonio con persone dello stesso sesso, richiamandosi agli articoli 2 e 3
della cost. (diritti inviolabili e principio di uguaglianza) nonchè alla giurisprudenza della Corte Europea per i Diritti
Umani.

In conclusione, nulla vieta anche alla nostra società di fare uno scatto di qualità adeguandosi ad un principio di non
discriminazione per non incorrere nel lapidario comandamento di Orwelliana memoria: "Tutti gli animali sono uguali,
ma alcuni sono più uguali degli altri."
Nome file: Nuovo Documento di Microsoft Office Word
Directory: C:\Users\Pre\Documents\Desktop
Modello: C:\Users\Pre\AppData\Roaming\Microsoft\Templates\Normal.dotm
Titolo:
Oggetto:
Autore: Pre
Parole chiave:
Commenti:
Data creazione: 20.07.2009 10:52:00
Numero revisione: 1
Data ultimo salvataggio:
Autore ultimo salvataggio:
Tempo totale modifica 17 minuti
Data ultima stampa: 20.07.2009 11:16:00
Come da ultima stampa completa
Numero pagine: 2
Numero parole: 1.214 (circa)
Numero caratteri: 6.435 (circa)