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ARTISTI IN RIVISTA
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didiBBoccaocca

Anno III, N. 11 • Luglio-Settembre 2004

Direttore Responsabile: Giorgio Lodetti / Direttore Artistico: Roberto Plevano / Progetto Grafico: Franco Colnaghi

Strabilianti Orizzonti Splendenti

Marcello Lo Giudice

Francesco Gallo

te dei grandi maestri italiani, da Corpora a Ve-

dova, da Turcato a Scialoja, dall’acquisizione

della cultura dell’improvvisazione e della con- taminazione, tipica di una fase immortale del- l’avanguardia novecentesca in pittura come in musica, in una sorta di metafisica dadaista che

come in musica, in una sorta di metafisica dadaista che Senza titolo, 2004, tecnica mista su

Senza titolo, 2004, tecnica mista su legno, misure variabili

Marcello Lo Giudice dipinge con il cuore, con un senso arcano del ritmo, con una ricerca passionale dell’armo-

nia, lavorando con il colore in maniera libera, ma con-

smo forte, il suo, fatto di esaltazione titanica, di sfida ad ogni pacificazione formale, ad ogni moto di quiete. Sia- mo in quella the possiamo definire, una sperimentazione

ha

metodo per sfruttare gli automatismi della mente e del corpo, la grande risorsa dell’intui-

assorbito lo spirito gezzistico, come nuovo

momento, come in una favola barocca dove

me

luogo di accadimento del frammento che

trollata, sentendo il piacere del fare apparire una visione,

a

forte tensione romantica, dove volutamente si fanno

zione.Tutto questo per dire che siamo in un

giocata con le tecniche dell’informale nel vortice dei se- gni che vengono ora imprigionati, ora liberati dagli smottamenti della materia pittorica, in una impressione

prevalere le motivazioni che vengono da impulsi vitali,

destati dalla voglia di fare, di fare apparire sulla tela i fan- tasmi della mente, generati dalla vita ma desiderosi di

pieno di complessità, che splende in ogni suo

tutto è circolazione arteriosa, essenziale estrin-

di

continuo movimento, come di grandi masse nuvolose

avere una propria esistenza particolare, sia pure colta in

secazione di una volontà di potenza di indole

attraversate dai raggi di luce, sempre in bilico tra qualità riflettente, trasparenza suggestiva e fascinosa.

un attimo preciso, che corrisponde ad uno scatto di umore, ad una prevalenza di colorazioni ottimistiche, op-

creativa e nessun elemento vuole sottomettersi all’altro, ma primeggiare nella tensione tra l’e-

Il

legame con la sintassi travolgente, della liberazione del

pure ad una di rabbia o di delusione. L’informale ha que-

stensione e la verticalità. Così, in uno squili-

sé,

guida la mano e la volontà, in una condizione media-

sto di bello, di essere astrazione libera da costrizioni geo-

brato equilibrio si viene a cogliere una radicale

nica che mette in contatto gli automatismi dell’inco- scienza, con i propositi coscienti dell’esplorazione di

metriche e quindi dalla freddezza olimpica della riflessio- ne, del dubbio, del ripensamento. Qui gioca un eros della

idea della pittura, come sfogo di tensione, co-

frontiere, ardite del linguaggio delle forme, colte nel loro

pittura, che si sente liberato da ogni costume, da ogni pe-

mi

richiama il Borges di sempre, quello che si

momento critico, nella scomposizione in cui tutto diven-

so

della convenzione e torna a fare scorribande, per i bo-

chiede perché non gli spuntano le ali per po-

ta potenza, volontà, gioco. Marcello Lo Giudice dipinge

con la mente, con un forte avvolgimento delle trame del pensiero nelle volute gestuali che non sono solo automa- tismo, ma invenzione di una cartografia fantastica, dove i luoghi sono l’esito di una verginità aurorale, fatta di ap- parizione, di ribellione ad ogni ordine estroso e apertura speculare ad una necessità interiore che trova sfogo nel tracciare una propria unità che non si piega ad un ordine naturalistico esistente, ma si protende nella follia di per- correre un cammino di creazione, che è fatto di ruvidez- ze, di grumi, di escrescenze, tutti ridotti con la forza del gesto a sostenere la prova dell’opera, la fuoruscita del se- greto del laboratorio, tutto intimo, interiore, per apparire come fenomenica di una attualità sconcertante, che si concentra sull’essere sublime che abolisce le frontiere del linguaggio, agganciandosi alle storiche radici della tradi- zione. Perché l’informale è, già da tempo, una tradizione del linguaggio alto della pittura, in pendolarità con la fi- gurazione e questo è un suo momento recessivo in cui molti lo disertano, che attrae spiriti forti e combattivi, come Marcello Lo giudice, che vi trova il luogo ideale per esprimere sentimenti ed emozioni che non si placa- no, nelle pieghe della società dello spettacolo, ma recla- mano uno strabiliante varco per il sublime, che è un mo- mentaneo abbandono della parola e della definizione, per accedere all’indicibile, che è la provocazione del nuovo, il suo accadimento ai confini dell’invisibile. Un anacroni-

schi del desiderio, per le labirintiche scene del caos, che si aprono e si chiudono, offrendo prospettive diverse, modi-

ficando l’ottica stessa del paesaggio pittorico, caricandolo

di effetti orizzontali e verticali, uniti a tratti da mosse tra-

sversali, che lo fanno divenire un tessuto. Un tessuto vitalizzato dagli effetti di luce che Lo Giudice evoca dalla stessa materia impastata in maniera trasfigu- rante, illusiva, testimoniando così della lettura attualizzan-

ter volare e il perché non possa trasformarsi in

fiume impetuoso, che porti il suo nome a

scorrere come una minaccia apocalittica e che

gli fa affermare, in questo nostro tempo di tra-

monto:“Sono la contraddizione assoluta, il pa-

rossismo delle antinomie e il limite delle tensioni; in me

vi sono vapori e scintille, inondazioni di fuoco e incendi

d’acqua”. Culmine e abisso, insieme!

Armando Santelli

Antonello Negri

I lavori di Santelli degli ultimi dieci anni sono riconducibili

a un’area di figurazione che si direbbe nuovamente vitale

dopo esser stata messa tra parentesi a lungo, a vantaggio di operazioni esclusivamente o più marcatamente mentali, so- prattutto in Italia. Il pensiero, nel suo caso, passa attraverso una forma di comunicazione artistica tradizionale, quella della grafica, virtuosisticamente applicata al più elementare

supporto al quale ricorre il disegnatore-pittore (ancorchè qui stropicciato, con un’allusione visivamente molto effica-

ce all’idea di consumo, o consunzione). I grandi disegni

tradiscono ascendenze di certo più nordiche che mediter- ranee. Uno dei temi che attraversano il lavoro di Santelli,

quello della “carne e ferro”, nasce negli anni della Nuova oggettività tedesca, quando uomini e macchine comincia-

vano a mostrare sinistri incroci; lo stesso tema, sempre in Germania, è stato ripreso e sviluppato negli anni Sessanta,

in modo particolare a Berlino. Credo si debba guardare in

tale direzione per dare al lavoro di Santelli delle coordinate storiche e di tendenza. Come in tante opere di artisti di

Maurizio Mazzoleni per le Segrete di Bocca in 3° pagina Crono-Topi in evoluzione 2004,Tecnica mista
Maurizio
Mazzoleni
per le Segrete di Bocca
in 3° pagina
Crono-Topi in evoluzione
2004,Tecnica mista su carta, cm 29 x 42
in evoluzione 2004,Tecnica mista su carta, cm 29 x 42 quell’ambito, gran parte dei suoi personaggi

quell’ambito, gran parte dei suoi personaggi sono circon- dati da macchine, in ambienti di produzione sia arcaici Hai

sistemato i bicchieri?, sia tecnologicamente avanzati Spari tu o sparo io?. Ma appare evidente che anche interni domestici Aspirante parricida, ambientazioni rurali Raptus e non luoghi Graziato, Senza Pietà sono soltanto avanzi di meccanico- virtuali comunicatività (o, ovviamente, non comunicati- vità).Nei disegni grandi la “macchina”è un basso continuo che si sente anche quando non si vede; è dà il rit- mo. Ma il filo conduttore dell’opera di Santelli è la mancanza di ritmo. I personaggi che ritrae non stanno al ritmo; seguono invece la natura, la loro natura, come M, il mostro di Dùsseldorf del leg- gendario film di Fritz Lang (siamo ancora in Ger- mania, non a caso). Che cosa ci può fare - si chie-

de nel film Peter Lorre - se la sua natura è in con-

flitto con le buone maniere di tutti gli altri, con le maniere dettate da ritmi che vanno bene a tutti

ma non a lui?

Non può farci nulla; e meritare il codice a barre

che gli compete.

Cod. N° 031, Urlo negato, 1995 grafite e inchiostro su carta, cm 71 x 101

Summer, 2004, olio e pigmenti su tela, cm 140 x 140

71 x 101 Summer, 2004, olio e pigmenti su tela, cm 140 x 140 Cod. N°

Cod. N° 62 Il bacio di Erika e Omar 2002, grafite e inchiostro su carta, cm 71 x 101

e Omar 2002, grafite e inchiostro su carta, cm 71 x 101 17 Per la tua

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GIOVANNI IUDICE

Galleria Forni

A Bologna dal 13 novembre al 9 dicembre 2004

La luce bonnardiana della

Iudice non muove da model-

Stanza, 2000, ripensata sulla tradizione nuova dei Freud e

li rassicuranti scegliendose- ne epigono. Una tradizione

dei

Pearlstein. Così, in sinte-

riconosce, ma con amore

si,

e a voler essere generici,

feroce e lucido, senza rispet-

si

potrebbe racchiudere in

to. Questo dicono, primaria-

slogan l’approccio pittorico

mente, le misure fiammin-

di

Giovanni Iudice. Ma si

ghe delle tele e delle tavole,

sarebbe, appunto, generici, e ingenerosi.

sulle quali egli interviene con lavorio cautelato, assor-

sulle quali egli interviene con lavorio cautelato, assor- Giovanni Iudice, Nudo e poltrona , 2004, olio

Giovanni Iudice, Nudo e poltrona, 2004, olio su tela, cm. 100 x 100

to, in cui lo scrutinio di ogni passaggio comporta l’ad- densarsi lento e meticoloso dei toni, dei veli, come per coagulo luminoso. Circoscritto, padroneggiabi- le è l’ambito della definizio- ne pittorica, ossessione sot- tile della finestra e, più, spa- zio rappreso in cui l’arro- ganza della visività può ribaltarsi, per accelerazione deviazioni infinitesime, in passo visionario. Alla visione, al regard, egli si rivolge elidendo ogni affettazione di stile e di modo, con sguardo diretto e arguto, con l’umiltà, in prima istanza, di un what you see complice della storia dei rapporti tra pittura e fotografia, senza l’abbiglia- mento di una preventiva clausola di sottrazione di trascrizione. Altro gli sta a cuore. Il farsi forma e, più, il farsi clima emotivo della scena attraverso la luce; della luce, quell’incidere sui corpi, quel bagnarli delle proprie temperature resti-

tuendoli in sorta di appari- zioni di dubitante fisicità, di sfuggente plasticità, di inaf- ferrabile sensualità, ma di intensa presenza; della pre- senza, quella reticenza nar- rativa, quella istantaneità atmosferica, come momento non esemplare di una fluen- za luminosa che vale il tempo. Ecco, dunque, l’operare sui toni in diminuendo, come scavando nell’ombra, negli interni, che rimontano alle bianchezze di luce diurna senza algori mentali, come per transito naturale d’affet- ti. Ecco, per converso, i pae- saggi marini e, più, la scom- messa tematica di Nudo nel- l’orto, tentare condizioni luminose alte, piene, quasi un nitore che la luce solare rende esemplare, fra doratu- re meridiane e toni argentini. Iudice va saggiando, in que- sto suo ancor breve corso d’opera – ma che ne fa, già, una delle figure problemati- camente più autentiche e interessanti della nuova

generazione, una sorta di metabolizzazione definitiva dello iato tra modernità e tradizione, tra vero ottocen- tesco e artificio mentalmen- te analizzato novecentesco, in nome di una normalità dello sguardo che sia consa- pevole, colta, orgogliosa dei propri retaggi storici, ma a un tempo capace di eserci- tarsi per visioni fragranti, dirette, non allusive ad altro che alla propria qualità d’e- sperienza. Non è un caso, in tal senso, che egli operi attentamente, parimenti che alla identifica- zione del tono luminoso, sul taglio d’immagine, bordeg- giando i protocolli di genere ma sempre immettendovi deviazioni significative: non è, il suo, un comporre ordina- to, ma un continuo decostrui- re e ricostruire, sino al punto in cui la visione si innesca di una sorta di teso equilibrio interno, appena riverberante ma fondamentale per far lie- vitare la più esplicita azione sui valori di tono.

far lie- vitare la più esplicita azione sui valori di tono. Giovanni Iudice, Nudo con sedia

Giovanni Iudice, Nudo con sedia e sottana, 2004, olio su tela appl. su tavola, cm. 58 x 119

(…) E’ un lavoro con un destino, quello di Iudice: del quale, è certo, sarà assai fruttuoso esser curiosi.

Flaminio Gualdoni dal catalogo Giovanni Iudice - dipinti e disegni edito da Mazzotta nel 2002

GALLERIA FORNI - Bologna, Via Farini 26, tel. 051 231589, forni@galleriaforni.it, www.galleriaforni.it

In-differenza, 2003

alluminio, grafite

Il viaggio, 2001 rete, catrame

TRANSITI & MIGRANTI

Riccarda Montenero

Donato Di Poce

L’artista Torinese, ma di origini puglie- si Riccarda Montenero, completa il suo periplo espositivo Milanese con queste due bellissime personali di libri d’artista dal titolo “Transiti”presso la Libreria Bocca, e “Migranti”, installa- zione di un gruppo scenico scultoreo presso Bazart, dopo aver dato un sag- gio delle sue qualità scultoree nella mostra collettiva alla Ca’ Bianca Arte “ La scultura lingua viva”. Transiti, si compone di una serie di li- bri, papiri, pergamene, rotoli, pagine, realizzate in metallo e carta che testi- moniano anche la sua passione per il disegno. Infatti all’interno e sulle su- perfici visibili delle opere appaiono ombre, segni e sagome con la presenza forte, essenziale e nuda del corpo, qua- si a voler riscattare in questo viaggio di memorie dentro la solitudine globale dei media la centralità dei rapporti, del corpo umano cancellato dalla storia, in una catarsi di solidarietà e presenza quasi ossessiva. Migranti, testimonia più realisticamente l’i- dea del viaggio e ricerca di un nuovo habitat interiore e fisico, con poetiche valigie, orologi e corpi di metallo e catrame, assemblaggi di carte di viaggio e di memoria, frammenti di lettere interiori e snodi esistenziali e lirici, che vogliono fermare il tempo per varcare e allargare i confini fisici del mondo alla ricerca dell’infinito e di un nuovo respiro oltre il catrame dei sensi e le clonazioni me- diali,tecnologiche e umane. Il migrante nel suo anelito di vita e di libertà, con la sua valigia di sogni e di speranze si oppone inconsapevolmente anche contro la massificazione e l’omologazione di civiltà, diventa anche una scheggia impazzita che scardina certez- ze,dogmi e fondamentalismi civili etici e religiosi. Queste opere hanno la sacralità delle preghiere di libertà, sono rotoli di desiderio che si dipanano tra le pagine fer- rose e leggere insieme, tra pergamene che portano il peso del silenzio vissuto con ostinazione e l’assenza sopportata con forza eroica, sono valigie e pagine segnate dal passag- gio dell’uomo migrante e clandestino che come dice l’ar- tista stessa sono “uno sguardo poetico nelle contraddizioni

del pensiero globale che deprime l’approccio profondo, totale e libero alle cose del mondo, che spinge il diverso nel sospetto, lo combatte e lo costringe al peso del limite.” In questi lavori, l’identificazione tra l’artista, l’opera e il lettore-viaggiatore è totale, poiché le opere attraggono, vogliono essere toccate, sfogliate e lette, viste in un connu- bio ottico-aptico-emozionale che lascia senza respiro per- ché coincide e colma un vuoto esistenziale che è di tutti e da cui non ci si può e forse non si vuole nemmeno sot- trarsi, perché il messaggio ultimo poetico estetico e civile che ci arriva è che o ci si salva e si vive insieme o si muore nella polvere delle parole. E allora accogliamole e viviamole insieme, materie e segni parole e sogni, come stazioni di bellezza e di speranza da cui non solo si transita ma vi si arriva e vi si abita come in un nido di carta e ferro da cui si può volare leggeri sulle nuvole dell’essere in un cielo interiore che ci lascia sempre più soli e agghiacciati.

interiore che ci lascia sempre più soli e agghiacciati. SpazioBoccainGalleria dall’11 al 21 Novembre 2004

SpazioBoccainGalleria

dall’11 al 21 Novembre 2004

FRANCESCO

DOSSENA

Giorgio Salmoiraghi

SpazioBoccainGalleria

dal 28 Ottobre al 14 Novembre 2004

SpazioBoccainGalleria dal 28 Ottobre al 14 Novembre 2004 Natura morta con dragone, 2004, olio su tela,

Natura morta con dragone, 2004, olio su tela, cm. 50 x 50

Francesco Dossena è un giovane pittore, ricco di talen- to, che felicemente rinnova i valori classici dell’Arte occidentale. Possiede notevoli capacità disegnative, compositive e tecniche, come ben si può vedere nei di- pinti di figura. L’ultima opera che ha dipinto è una deliziosa madon- nina, eseguita con virtuosismo, tanto da apparentare il giovane maestro ad Antonello da Messina. Squisite poi le Nature Morte, di impronta fiamminga, nelle quali è palpabile la resa degli oggetti, siano essi frutta o elaborati tessuti. Invito l’amatore d’Arte a godere di come il pittore ri- cerchi la perfezione di particolari importanti, ad osser- vare come dipinge gli occhi delle figure: sono occhi che vedono e ci comunicano le sensazioni la vita e l’a- nima del soggetto.

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aurizio

Mazzoleni

L’espressionismo di Isa Stella

Umberto Marinello

L’Opera di Isa Stella copre un periodo di trent’anni di attività, trent’anni in cui l’artista ha compiuto un per- corso evolutivo di grande interesse sondando le possi- bilità espressive di vari movimenti che hanno caratte- rizzato l’arte del nostro secolo alla ricerca del proprio io artistico.

nisti la densità insistita delle emozioni, il riferimento continuo alla realtà contemporanea, il modo forte di affrontare i propri problemi esistenziali e di reagire ad essi. Ma l’Espressionismo di Isa Stella non ripete pedis- sequamente i canoni della corrente, non copia, non imita, non è asservito a quello dei grandi maestri. Per-

Si avvicina dapprincipio all’Impressionismo, ma questo approccio dura poco. Molto presto è attratta dall’espe- rienza postimpressionista e poi approda alla pittura dei

ché in lei c’è una variante.Vi inserisce infatti quello che è un lato peculiare della sua personalità: Isa Stella è infatti una donna mediterranea che ha nei propri geni

Fauves con il tipico ispessimento della materia/colore e

la

solarità della nostra atmosfera.

con l’introduzione di pennellate forti che sono il pre-

E

quindi ecco i colori vivi, squillanti, aggressivi, forti.

ludio a quella libertà gestuale che caratterizzerà la sua pittura successiva. Poi, all’Accademia Internazionale di Salisburgo, c’è stato l’incontro con l’Espressionismo, alla scuola del maestro Jacobo Borges. Si tratta di una vera e propria folgorazione, perché l’Espressionismo le per- mette o, meglio, le fornisce la chiave per esprimersi in tutta la sua forza, per dare consistenza espressiva al suo forte carattere. Un Espressionismo che non abbandonerà più, nemme- no quando, nell’ambito della sua evoluzione, approderà prima alla pittura informale e poi all’Astrattismo. Sono espressioniste quelle pennellate così marcate,

Colori che parlano di vita, una vita caotica se voglia- mo, ma pur sempre prorompente, esplosiva. Ed è pro- prio in questa esplosione che sta la forza della sua pit- tura. E quando si inoltra nell’informale e nell’astratto, conservando l’impronta espressionista, lo fa perché ha sempre più bisogno di sentirsi libera, di riscattarsi dalle limitazioni della forma. C’è la vita nelle opere di Isa Stella, ma ci accorgiamo che purtroppo questa vita a volte non è più godibile, che la persona scompare per lasciar posto alla massa, che l’uomo sembra perdere la propria identità. E’ il contrasto tra la solarità dell’at- mosfera e la fatica di esistere.

spesso addirittura violente; sono espressionisti quei co- lori così decisi, così netti, così vigorosi. Sono espressio-

L’abbandono, 2000, acrilico su carta, cm 80 x 100

L’abbandono, 2000, acrilico su carta, cm 80 x 100 Giorgio Scaini Franco Migliaccio L’albero della vita,

Giorgio Scaini

Franco Migliaccio

su carta, cm 80 x 100 Giorgio Scaini Franco Migliaccio L’albero della vita, 1987 terracotta patinata

L’albero della vita, 1987 terracotta patinata cm 95 x 100 x 35

Osservando le opere di Giorgio Scaini ci viene da pen- sare alla irripetibile stagione del Barocco. Non certo per l’indulgenza a quel senso ornamentale, aggraziato e gentile - mai ridondante e fine a se stesso - intenso co- me serissimo gioco sperimentale; nemmeno per un di- retto richiamo culturale ed iconografico, più o meno latente, con la grande arte del Seicento, ma, piuttosto,

per quella evidentissima padronanza dello spazio e per

la consumata capacità di dominio delle sue infinite,

possibili articolazioni: elementi questi che ci rimanda- no - ma solo per assonanze ideali - a quel periodo del-

la storia dell’arte durante il quale lo spazio fu reso og-

getto di “forzature” e “dilatazioni” portate concettual- mente e visivamente sino alle più estreme conoscenze. Ed è in questo tipo di spazio che si “muovono” le figu-

re di Scaini; leggere e fluttuanti ma anche densamente

plastiche e volumetricamente compiute; leggiadre ed eleganti, incorniciate da un divertito lirismo ma al con- tempo descritte in forze solide e in vibranti brani di

poesia e di accurate introspezioni psicologiche. Ma il “referente” ideale dell’Artista non è reperibile in- ternamente a un solo periodo della storia dell’arte: si possono ignorare i linearismi sinuosi che ci rimandano

ai preziosismi del Liberty o alla monumentalità ele-

gante di certe espressioni della Art-Deco?

L’iconografia di Scaini attinge ad un repertorio vario e ampio che muove dal suo patrimonio culturale (frutto

di sudori e conoscenze, di faticosi processi di assimila-

zione, impagabile bagaglio per un artista professio- nalmente serio) e si congiunge a una “quotidianità”

reinventata dalla fantasia e da un “che”, sempre presen-

te, improntato ad una sottile ironia e ad un disincantato

stupore. È una realtà “rivisitata” con gli antichi stru- menti della simbolizzazione e dell’allegoria, e filtrata da interdimenti espressivi direttamente collegati alla sfera

delle risonanze interiori. Scaini si esprime con forme dinamiche, espressionisticamente dilatate e, a volte, fu- turisticamente compenetrate fra loro; forme perfetta- mente levigate alternate alla freschezza di modellati in-

cisi o “graffiati” per imbrigliare la luce in inusuali effet-

ti chiaroscurali, di indubbia suggestione.

Ma la suggestione non è solo affidata all’eleganza delle forme o, semplicemente, al fascino tematico di molte

opere e alle loro sofisticatissime stilizzazioni; vi concor-

re anche il colore, elemento di una secondaria impor-

tanza nella complessiva economia di tantissimi lavori. Sculture policrome, dunque, che rinnovano suggestioni timbrico-pittoriche ove la commistione fra materiali eterogenei (terracotte, metalli, patine bronzee auree e

argentee, ecc.) alimenta, anch’essa, quella sensazione di ricchezza intrinseca, quasi crisoelefantina, e di grande libertà espressiva. Quello di Giorgio Scaini è un atteggiamento essenzialmente figurativo che si avvale però di una imagerie non condizionata dalla mimesis; le sue immagini sono liberamente interpretate e guidate da una profonda sensibilità (plastica e cromatica) e da una feconda carica inventiva. La sua figurazione è retta da una scelta folta di valori essenziali ed umori psichici estratti direttamente dal profondo. Le opere di Giorgio Scaini rifuggono perciò l’atteggia- mento “contemplativo” e ci invitano ad uno scambio emozionale, improntato a un sistema di rapporti e di intime relazioni con la complicità di una tecnica pre- ziosa, di un linguaggio sofisticato e colto, e con le armi accattivanti di un “mestiere” che, può avvalersi di mille diverse e sorprendenti soluzioni plastiche-formali.

Primo ballo, 1988, terracotta policroma, cm 70 x 57 x 25

Primo ballo, 1988, terracotta policroma, cm 70 x 57 x 25 Ake Ueda Rabindranath Tagore Anna

Ake Ueda

Rabindranath

Tagore

Anna Schoenstein

“Un saluto a chi mi conosce imperfetto e mi ama”. Così scriveva Tagore, con disarmante modestia, in una cartolina indirizzata ad Albert Einstein, incon- trato negli anni Trenta a Berlino. Un momento che fu, raccontano i te- stimoni, come se due pianeti fossero impegnati a conversare: al pianeta Ein- stein, pensatore con la testa di un poeta, rispondeva il pianeta Tagore, un poeta con la testa da pensatore. Poeta, pensatore, amico dei bambini, mistico religioso, pa- triota: un figlio dei saggi dell’antica India,

il cui mattino “cominciò con canzoni e poesie”.

Spesso cerchiamo nelle sue parole il filosofo, il teolo- go o quel mistico che non incontrò mai Dio, per usare le belle parole di Padre Marino Rigon - primo traduttore dal bengali di Tagore in Italia - ma che lo chiamò, che lo sognò da grande poeta qual era. Proviamo allora ad ascoltare solo il poeta Tagore, che

si lasciò indietro le vecchie ampollose forme del

bengali-sanscrito per scrivere nella lingua di tutti i giorni, inventando una nuova “poesia in prosa”, co- me la chiamava egli stesso: rubava alla metrica tradi- zionale della doha, poesia a strofa popolare, reinven- tando al tempo stesso nuovi schemi metrici. Una prosa musicale e poetica. Una poesia che si serve di una lingua così semplice da lasciarci stupefatti. Ed era una poesia scritta per essere cantata. Per la prima volta la musica non è la grande assente nelle opere di Tagore pubblicate in Italia. Prese da diverse raccolte, 24 canzoni - Pioggia, Amore, Puja sono un omaggio alla poesia e alla musica del pensatore in-

diano: l’artista Arup Kanti Das ha curato la produ- zione delle canzoni musicate da Tagore e la registra- zione avvenuta negli studi JMD Sounds di Kolkata nel 2003; un coro di grandi artisti, tra cui spiccano il giapponese Azuma, l’italiano con un cuore indiano Pietro Coletta, il cinese Ho-Kan e il giovane albane- se Aghim Muka, con i loro disegni originali hanno celebrato “la voce universale” del grande poeta e im- preziosito questo piccolo volume. Un omaggio alla ricerca di Tagore, al suo sogno, al suo Bengala dorato, alla sua meditazione che si tra- sforma in canto, a quei canti che il poeta stesso dice- va, con dolcezza,“non condurre in alcun luogo”. Un brindisi alla vita e a ciò che è proprio delle anime più nobili: la leggerezza.

SpazioBoccainGalleria

presentazione 21 Ottobre 2004, ore 18,30

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Premio Movimento Segrete di Bocca

Premiazione

Giovedì 14 Ottobre 2004 - Ore 21,00

Libreria Bocca - Galleria Vittorio Emanuele II, 12 - 20121 Milano - Tel. 0286462321

Artisti finalisti

II, 12 - 20121 Milano - Tel. 0286462321 Artisti finalisti Marco Arduini Gabriele Buratti Aghim Muka

Marco Arduini

Milano - Tel. 0286462321 Artisti finalisti Marco Arduini Gabriele Buratti Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla

Gabriele Buratti

0286462321 Artisti finalisti Marco Arduini Gabriele Buratti Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi

Aghim Muka

Artisti finalisti Marco Arduini Gabriele Buratti Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo

Sergio Sansevrino

Marco Arduini Gabriele Buratti Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines

Carla Benvenuto

Buratti Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino

Andrea Buzzi

Aghim Muka Sergio Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino Simona

Alfredo Omaña

Sansevrino Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino Simona Ceccarelli Rosa

Snebur

Carla Benvenuto Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino Simona Ceccarelli Rosa Quaglieri

Ines Daniela Bertolino

Andrea Buzzi Alfredo Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino Simona Ceccarelli Rosa Quaglieri Matteo Soltanto Manuele

Simona Ceccarelli

Omaña Snebur Ines Daniela Bertolino Simona Ceccarelli Rosa Quaglieri Matteo Soltanto Manuele Blardone Andrea

Rosa Quaglieri

Ines Daniela Bertolino Simona Ceccarelli Rosa Quaglieri Matteo Soltanto Manuele Blardone Andrea Cereda Jeannette

Matteo Soltanto

Bertolino Simona Ceccarelli Rosa Quaglieri Matteo Soltanto Manuele Blardone Andrea Cereda Jeannette Rütsche Eugenio

Manuele Blardone

Ceccarelli Rosa Quaglieri Matteo Soltanto Manuele Blardone Andrea Cereda Jeannette Rütsche Eugenio Giuseppe Tursi

Andrea Cereda

Quaglieri Matteo Soltanto Manuele Blardone Andrea Cereda Jeannette Rütsche Eugenio Giuseppe Tursi Paolo Bosisio

Jeannette Rütsche

Soltanto Manuele Blardone Andrea Cereda Jeannette Rütsche Eugenio Giuseppe Tursi Paolo Bosisio Christian Evallini

Eugenio Giuseppe Tursi

Andrea Cereda Jeannette Rütsche Eugenio Giuseppe Tursi Paolo Bosisio Christian Evallini Giacomo Sampieri Eltjon

Paolo Bosisio

Jeannette Rütsche Eugenio Giuseppe Tursi Paolo Bosisio Christian Evallini Giacomo Sampieri Eltjon Valle La giuria

Christian Evallini

Eugenio Giuseppe Tursi Paolo Bosisio Christian Evallini Giacomo Sampieri Eltjon Valle La giuria è composta da:

Giacomo Sampieri

Tursi Paolo Bosisio Christian Evallini Giacomo Sampieri Eltjon Valle La giuria è composta da: Raphaelle Blanga,

Eltjon Valle

La giuria è composta da:

Raphaelle Blanga, Rossana Bossaglia, Sergio Dangelo, Philippe Daverio, Alessandra Delfino, Barbara Ferriani, Alessandro Papetti

Dangelo, Philippe Daverio, Alessandra Delfino, Barbara Ferriani, Alessandro Papetti Presidente onorario Giacomo Lodetti

Presidente onorario

Giacomo Lodetti

Dangelo, Philippe Daverio, Alessandra Delfino, Barbara Ferriani, Alessandro Papetti Presidente onorario Giacomo Lodetti

Ghinzani, scultura di novembre, 2000 lamiera e resina dipinta cm 58 x 28 x 20

Alberto Ghinzani, scultore-pittore

Giancarlo Cerri

x 28 x 20 Alberto Ghinzani, scultore-pittore Giancarlo Cerri Alberto Ghinzani (1938),ha studiato e si è

Alberto Ghinzani (1938),ha studiato e si è diplomato a Brera avendo avuto come maestro Marino Marini.Ghinzani l’ho sempre visto come scultore pittore.La qual cosa,a parer mio, non guasta affatto. Alcuni esempi nella storia dell’arte moderna: Medardo Rosso, Marino Marini, Lucio Fontana, Alberto Giacometti,Umberto Milani.Come si può notare, Alberto Ghinzani è in assai buona compagnia;gli artisti sopra menzionati,tutti,chi più chi meno,sono stati scultori-pitto-

ri. Il ‘più pittore” di tutti? Umberto Milani che, negli anni Cinquanta-Sessanta fu pittore informale d’avanguardia pur vincendo, nel 1963, la Biennale di Venezia come scultore. Dopo un avvio improntato alla attenta osservazione della natura nella sua continua perenne metamorfosi, nei suoi momenti più intensamente drammatici di cui l’artista si rende interprete tramite l’osservazione del “particolare”reso protagonista (anni Sessanta-Settanta) con opere quali Traccia

e Sull’acqua, Ghinzani procede nel suo percorso con altre

opere “costruite”tendenti ad una figurazione maggiormen-

te “bloccata”che perviene ad una aggiornata idea di monu-

mentalità.Si vedano,in proposito,le sculture facenti parte del ciclo “Pianura”dove,al di là dei precedenti “paesaggi”,viene

sapientemente inserita la figura.

La vera importante “svolta” avviene intorno alla metà degli

anni Ottanta,grazie anche all’uso di nuovi materiali adope- rati dall’artista per ottenere effetti materici e cromatici di sicuro effetto plastico e forte impatto visivo. Ghinzani, da questo periodo in poi,si affida sempre meno al bronzo usan-

do prevalentemente lamiere, resine e vernici industriali per

l’esecuzione dei suoi lavori che — sul piano estetico — per- vengono ad un sostanziale mutamento.

Opere quali Ritratto perduto e Antiche mura (1987),via via sino

alle pittoricissime “Sculture di novembre”, realizzate tra la

fine degli anni Novanta ed i primi recenti anni del nuovo millennio,stanno a testimoniare la sua innata pre-

disposizione e sensibilità pittorica. Non soltanto quando

usa i colori primari ma, soprattutto, quando propone la

vastissima gamma dei suoi amati “grigi” e le coloratissi-

me “terre”.

In proposito si tengano presenti queste opere: Grande piega

notturna, Pagine (1999) e Casa dell’inverno (2002), dove si

noterà l’infallibile “occhio pittorico” del maestro pavese.

Ho sempre pensato Ghinzani come artista tra i più completi

incontrati durante l’arco della mia esistenza,sicuramente il più colto tra quelli della mia generazione da me conosciuti. Completo perché è finissimo nel disegno e, come già detto,

con i colori ci fa ciò che vuole egregiamente approdando poi

alla scultura pienamente consapevole di ciò che vuole ottene-

re.Infine è profondo conoscitore della storia dell’arte in tutta

la sua complessità! Alberto Ghinzani ha percorso il suo itine-

rario artistico tenendo varie “personali” in rinomate Gallerie

tra cui ricordo:Galleria delle Ore,Milano (1966-’70-’71-’95),

Galleria Documenta, Torino (1974), Galleria Bergamini (1975-’81),Galleria Palladio,Lugano (1987) ed ha esposto in

luoghi pubblici tra i quali:Museo Butti,Viggiù (1995),Museo

di Sarnano (1997),Castello Sforzesco diVigevano (2002).Per

ciò che concerne rassegne collettive di prestigio ha partecipa-

to alle Biennali di Milano, alla Quadriennale di Roma del

1999 e ad altre importanti manifestazioni internazionali.Ora

la Città di Torino gli dedica due grandi esposizioni contem-

poraneamente, una a Palazzo Bricherasio, l’altra al Circolo

degli Artisti,mentre a Salò si terrà una sua importante mostra concernente la parte grafica,al Museo del Disegno. Ecco, dunque, l’opportunità di conoscere meglio uno tra i

più significativi artisti della generazione anniTrenta.

Le mostre di Ghinzani si terranno:

a Torino,Pal. Bricherasio/Circolo degli Artisti dal 16 settembre al 20 ottobre a Salò, al Museo del Disegno dal 6 settembre al 6 ottobre

a Salò, al Museo del Disegno dal 6 settembre al 6 ottobre Gaetano Orazio “Sacrificio II”

Gaetano Orazio

“Sacrificio II”

6 settembre al 6 ottobre Gaetano Orazio “Sacrificio II” Roberto Plevano Gaetano Orazio Roberto Plevano incontra

Roberto Plevano

ottobre Gaetano Orazio “Sacrificio II” Roberto Plevano Gaetano Orazio Roberto Plevano incontra Gaetano Orazio re

Gaetano Orazio

Orazio “Sacrificio II” Roberto Plevano Gaetano Orazio Roberto Plevano incontra Gaetano Orazio re arrivato a Milano

Roberto Plevano incontra Gaetano Orazio

re arrivato a Milano da Angri in provincia di Salerno.

se la poesia abbia bisogno delle nostre parole, se la luce a

Avevo ancora addosso il profumo della mia terra, per

cui

i vegetali si elevano abbia bisogno dei nostri colori e

capirci quella dei pomodori San Marzano, terra ancora

dei

nostri gesti. La vita è una lunga convalescenza, faccio

riscaldata dalVesuvio che vedevo lontano dall’alto di casa mia, mi portavo dentro ancora l’azzurro del mare e la

possibile per non affrettare i tempi per arrivare al ter- mine del vagito che ho urlato alla nascita.

il

visione dei monti Lattari che con le improvvise pioggie

Mi

porto alle cose che mi circondano con la medicina

trasformava le strade del paese in ramificazioni fluviali.È strano come nel tempo abbia rimosso tutti i ricordi che

dei

tonizzare il mio con i due respiri della Salamandra, a

giorni,con lentezza e discrezione riesco a volte a sin-

mi

legavano a quei luoghi; è solo da pochi anni e con la

seguire una processione di lumache, a star dietro ad una

pittura che ho rimesso in gioco tutto. La terra lombarda

libellula fin quando nei campi non si spengono le luc-

mi

ha affascinato fin dal primo giorno che l’ho incon-

ciole o l’ultima lampadina delle case.

trata e col tempo ho sentito il bisogno di renderle omag- gio. Mano a mano che maturano gli anni la pittura è il

Riesco a sostare sulla curva di un fiume come ad un angolo di marciapiede, mi emoziono a guardare il lilla

dei fiori della cicoria comune; quando posso mi dono e

chiedo conforto al buio e al silenzio. Se è vero, come spesso si dice, che in arte e in poesia tutto è già stato detto, è anche vero che io non c’ero.Vorrei, ora che ci sono, vivere fino in fondo ciò che mi è dato, anche la possibilità di intuire che c’è un filo sottile che lega la caduta di una foglia e la traiettoria di un aereo superso- nico: è sicuro che atterreranno. Solo quando dipingo mi permetto il lusso di velocizzare l’istinto e quasi mai

riprendo i lavori già eseguiti. Non voglio che passi trop-

po tempo nella breve distanza che intercorre tra i pen-

sieri,le braccia e le mani.La parvenza di «non finito» nei

miei quadri sarà la completezza che gli daranno altri occhi se li guarderanno”.

Gaetano Orazio, “Orizzonte”

occhi se li guarderanno”. Gaetano Orazio, “Orizzonte” L’incontro con Gaetano Orazio è avvenuto casualmente alla

L’incontro con Gaetano Orazio è avvenuto casualmente alla presentazione di un libro di poesie dell’amico Alberto Figliolia alla Mon dadori di Milano.

viatico per comprendere l’amore e l’attenzione che ho per le cose, il caso ha voluto che lo faccia in questi luo- ghi. Le famose otto ore che quotidianamente trascorre-

I nostri sguardi si sono incontrati e ci siamo chiesti dove ci fos-

vo

in fabbrica non hanno intaccato quello che era ed è

simo già visti. Sì, ci eravamo già visti alla mostra sul Nuovo

il

bisogno di conoscere e partecipare al mondo.

Costruttivismo alla Libreria Bocca a cui partecipavamo en- trambi e mi ricordai anche di un interessante servizio televisi- vo di Philiphe Daverio (Passe-partout di R.A.I.TRE) su di lui. Ho visitato il suo Studio, una cascina immersa nel verde della Brianza,sono rimasto colpito dal personaggio e dalla sua opera. Da qui la necessità di conoscerlo meglio e di questa sua testimonianza. Parlare con lui è come respirare aria pulita di montagna, intui- sci di avere di fronte un uomo particolare, intensamente poeti- co e spirituale. Ti seduce accompagnandoti mentalmente nel suo fiume da cui trae ispirazione, dove tutto vive e scorre, in una comunicazio-

Solitamente ho condotto una vita appartata ma sempre con attenzione agli accadimenti artistici. La mia è una ricerca sul “luogo”, ho rivoltato sottosopra per anni la periferia milanese cercando coordinate tra il fumo di una ciminiera e un campo di frumento, mi sono perso nel- l’individuare le relazioni tra le architetture industriali e quelle vegetali che vivono ai margini degli insediamenti urbani, sempre da solo con un’unica pretesa: la natura come maestra.Sono riuscito,lo spero,a conciliare il lavo- ro in fabbrica con l’amore per la pittura, a non accettare compromessi, a non far diventare la pittura un lavoro; essa è per me l’unica possibilità di riscatto da un quoti-

ne intima, profonda, vera, primordiale. Lo sguardo è da ani- male ferito ma non domato, limpido, lucido, buono, con lampi d’immensa dignità, e ti invade un senso immediato di simpa-

diano che livella in basso. Ognuno di noi è possessore di quelle che Thoreau chiamava «dispense celesti». Le mie penso siano nelle mani, depositarie di un fare che pren-

tia e amicizia. Mi ha impressionato particolarmente un’opera

de

corpo solo nella natura. Quello che faccio è un lavo-

che occupava tutta la parete di una grande stanza al piano di

ro

di sostanza, se sfioro una foglia di granoturco e poi

sopra. Era la stiva di una nave con centinaia di schiavi neri legati a ceppi di ferro in piccole bare nel viaggio supplizio dall’Africa alle Americhe ai primi dell’Ottocento, il tutto reso

dipingo voglio che le mani rendano la sostanza della foglia del granoturco altrimenti non dipingo. Ritorno ai primordi, all’uomo delle caverne: apro gli occhi e saggio

in una inquietante serialità astratta. Immensa e potente

la

luce, i profumi, gli umori del giorno, li faccio miei e

metafora della brutalità e insensatezza del male. In questi tempi mostruosi di finta e martellante comunicazione politi- chese, pubblicitaria, tecnocratica, nella tragica farsa finale di un potere cinico, violento e mistificante, ascolto la tua voce e mi

cerco di dare concretezza all’avvenire. Nessuna bravura esecutiva, anzi, mi interessano gli inciampi perché pre- tendono più attenzione e quindi l’uso delle mani è indi- spensabile.Tutte le cose viventi non sono forse plasmate

viene di credere ancora nell’uomo, entità poetica del cosmo.

da grandi mani invisibili? Negli ultimi anni,oramai dieci,

“Dire quando ho iniziato a dipingere è difficile, forse verso i venti anni, anche se fin da ragazzo ho sempre sentito il bisogno di disegnare; il mio è un percorso anomalo.All’età di quindici anni ho fatto il mio ingres- so nel mondo del lavoro in un’officina metalmeccani- ca, ci sono rimasto trent’anni, pochi giorni dopo esse-

mi sono «trovato» lungo il torrente che scorre accanto

all’Abbazia di San Pietro al Monte in Civate (Lecco); è

lì, in quel microcosmo che con la pittura mi adatto alla

durata della cose.Quando ritorno dal torrente sono soli- to guardare indietro, mi piace pensare che il mio passag-

gio in quel luogo non abbia mutato nulla e che in mia assenza tutto scorrerà come sempre. Mi domando spesso

22

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Verso l’incontro L’abbraccio di Roland Van den Berghe

Annie Reniers

L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe
L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe
L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe
L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe
L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe
L’abbraccio di Roland Van den Berghe Annie Reniers Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe

Nel marzo del 2004 Roland Ven den Berghe fece girare la mac- china da stampa senza imprimere le pagine del giornale Arte In- contro in Libreria Aprile-Giugno n. 45; producendo 248 riviste in bianco, che in data 30 marzo 2004 furono presentate al pub- blico,in occasione della mostra personale,alle Segrete di Bocca.

Il primo incontro che ho avuto con l’opera di Roland risale a molto tempo fa, quando espose nella galleria dell’università di Bruxelles alcuni volumi puri come la piramide, il cubo, la sfera.Volumi geometrici che sem-

la piramide, il cubo, la sfera.Volumi geometrici che sem- mo l’attenzione sull’importanza del quadrato bianco come

mo l’attenzione sull’importanza del quadrato bianco come centro di contemplazione (Kermit Swiler Champa), ricordando che negli schizzi, l’artista, cerca una proporzione dei piani per attrarre lo sguardo dello spettatore attraverso il quadrato bianco. In Mondrian l'opera è un momento in evoluzione che cresce nella mente dell’osservatore; medesima sensazione si avverte

nell’opera di RolandVan den Berghe. Una seconda mostra, sempre all’università, raffigurava tre pareti con una serie di fotografie. Ho pensato, "cosa c'è

da vedere?", questo perché lo spettatore in un primo

momento non sa cosa deve guardare!. Poi ho visto un motivo ricorrente: la bicicletta con contadini e ragazze. Più attentamente lo sguardo ha focalizzato una gruccia, posta vicino a un albero e una casa, di sbieco, e ho pen- sato: "questo elemento rappresenta il dolore e la bici la gioia". Solo in seguito ho capito che il soggetto raffigu- rato era il Vietnam; un ragguaglio storico certamente

molto discreto. Roland lavora con accenni, con un se- gno che poi cresce nella mente e diviene immagine quando gli elementi si incontrano. La bici è la gioia, tutti inVietnam vanno in bici, nei villaggi, poi… è la gruccia! Dunque, positivo e negativo, gli opposti si incontrano quasi sempre per caso. La bici può anche ricordare la Roue de Bicyclette di Duchamp; e la gruccia In Advan-

ce of the Broken Arm come oggetti enigmatici, isolati in

sostituiti da due ben più conosciuti in Italia. Quando un nome viene sostituito emblematicamente costitui- sce una profondità: vi sono due strati, dove uno na- sconde l'altro, come se fosse lo pseudonimo o l'etero- nomo. L’opera di Roland è cosparsa di simboli, ma i simboli non sono niente se non si parte dalla nostra vi- ta, dal nostro sviluppo psicofisico. Alzando l'oggetto a

90° abbiamo una costruzione che rimanda alla vita dello spirito e non alle cose materiali. L’intreccio è si- stematico: Roland, che vive in Olanda, incontra Mon- drian e quest’ultimo incontra Duchamp nella mente di Roland. Pessoa incontra Duchamp perché ha scritto una poesia famosa sul tema della tabaccheria, molto ni- chilista, dove saluta qualcuno a distanza, e quel saluto è un riscatto che salva il mondo. La sua è una disperazio- ne che parte dalla presa di coscienza che il mondo non ha senso, basta un gesto d'incontro, quasi d’amicizia, un legame e il mondo ritrova l'unità; anche se con un sa- luto. La poesia finisce col saluto e il mondo diventa di nuovo splendido. Se guardiamo i due giornali esposti qui nell’Abbraccio, l'Expresso incontra Le Monde, il Portogallo incontra la Francia. Se compriamo i giornali

e li pieghiamo l'uno dentro l'altro per portarli via sot-

tobraccio succede qualcosa. Il sigillo bianco di Le Monde, con dieci buchi, lascia un’impronta sull’Ex- presso, quando pieghiamo un giornale nell’altro, esso lascia un’impronta blu come il cielo del Portogallo.Tale impronta, che avviene sopra l'orizzonte, cambia sostan- za (pensiamo al Grande Vetro di Duchamp con i due

regni diversi) e contiene sei buchi, è più immateriale, è già celeste. Dunque: sotto l’orizzontale, il sigillo - sim- bolo di autenticità - è pesante, è un’oggetto, e qui sul- l’altro giornale c'è solo l'impronta a forma di mongol- fiera.Tocca allo spettatore fare emergere il legame. L’in- vito è a noi rivolto, di adempiere a un gesto di unione:

unire i due giornali come i due triangoli di perspex e farli incontrare, uno rivolto in su, sul quale è posato Le Monde, l’altro triangolo come una tenda che protegge l'incontro tra terra e cielo. Roland Van den Berghe tra- smette messaggi da diversi paesi, sostituisce un piccolo testo di giornale con un altro, mettendo un messaggio personale su quelle pagine. Questa però è un’operazio- ne che non si vede, ma si sa!

È l'oggetto-concetto, non è arte concettuale, è il con-

cetto-oggetto: l'astratto nel concreto. Il bianco in sé non è niente, se non attraversa un oggetto o se non svi- luppa una vibrazione. Il collegamento con l’artista ita- liano, Manzoni, è facilmente collegabile. Nei suoi qua- dri con le cuciture, il fatto di tagliare e poi riunire di nuovo è un gesto di rimando emblematico. Anche Rückriem, lo scultore, l’ha fatto, tagliando la pietra per poi riunire le due parti (avviene una vibrazionie nel ta- glio e la scultura si sviluppa dall’interno). O il taglio di

Duchamp nel GrandeVetro: succede qualcosa quando i due elementi si incontrano e per Duchamp l'opera non

finisce, lascia il GrandeVetro incompiuto. Gli dava noia,

e la lascia definitivamente incompiuta. L’invito a noi ri- volto, ancora una volta, è di continuare e ultimare la sua opera…ancora incompiuta!

al prossimo Arte Incontro

bravano dipinti con la stessa tonalità dei colori adope-

un regno intermedio tra realtà naturale e simbolo aperto

rati da Mondrian. Sorse in me l’idea di un filo rosso fra

a

risonanze diverse nella mente degli spettatori, i quali

la

ricerca creativa di Roland Van den Berghe e l’opera

possono trovare con l’immaginazione questa libertà di

di

Mondrian. Quest’ultimo, spiega che davanti a un

interpretazione grazie alla frazione d’interstizio, che esi-

paesaggio di campagna al plenilunio, basterebbe trac- ciare una linea dalla luna verso la terra per ottenere una perfetta realizzazione compositiva. In una tela s’adem- pie un incontro multiforme: maschile e femminile, realtà naturale e realtà spirituale, contrapposizioni fra l'orizzontale e il verticale che formano l'incontro dina- mico in un equilibrio fra posizione e contrapposizione (cfr. Mondrian, Realtà naturale e astratta.Trialogo du-

(cfr. Mondrian, Realtà naturale e astratta.Trialogo du- rante una passeggiata dalla campagna verso la città, in

rante una passeggiata dalla campagna verso la città, in De Stijl 1919). Una sintesi di tale assunto filologico e

critico lo si può scorgere nella croce del giornale bian-

co di Van den Berghe. L’apertura del giornale, infatti,

consente allo spettatore di percepirne le pieghe e sosta-

re dinanzi alla croce, leggendone i segni, identificabili

nelle lettere V e A: una filosofia dei contrari, in un uni-

cum, il cui rovesciamento delle parti nell’indicazione – segno è presente. Avviene così dell’Ave Maria come esperienza di croce e per il sigillo di Salomone, impli- citamente suggerito; esperienze, queste, seppur insolite

di “rovesciamento” care a Marcel Duchamp. Inoltre, vi

è un chiaro senso di identificazione da parte dell’artista

ste anche per l'artista. Quindi una libertà, un momento che si può definire coefficiente d’arte. Quando ho visto l’opera L'abbraccio, ho pensato: "ho capito l'incontro, l'incontro tra Pessoa-Duchamp, Roland-Duchamp". L’abbraccio rimanda a un’altra opera di Roland e di se- guito tutte si richimano fra loro in un barlume di ele- mento che si sussegue sempre lo stesso nei suoi diversi lavori. Se guardiamo, per esempio, MUTU M', ritrovia- mo Duchamp nel titolo stesso, incontro tra R. Mutt, pseudonimo di Duchamp con cui ha firmato la Foun- tain del 1917 et Tu m',il suo quadro del 1918.

La Fountain è un’orinatoio rovesciato a 90°. Dunque un

oggetto che viene mostrato allo spettatore.Tra l’altro

nella fotografia di Alfred Stieglitz di quell’opera vediamo

i sei buchi dell’oggetto ormai enigmatico, posti quasi al

centro dell’immagine, come una figura emblematica, simbolo di una totalità. Innalzare l’oggetto a 90° significa trasfigurare il naturale in dato spirituale. Nell’opera MU- TU M' di Van den Berghe si vedono dieci buchi: è già un’interpretazione che va oltre i sei buchi di Duchamp; da sei a dieci, in cui la somma degli elementi 1+2+3+4= 10, la Tetractys pittagorica. Con il Quattro che sta alla base innova una visione del tetragramma.Van

den Berghe ha alzato a 90° un oggetto che ha visto (e comprato per un fiorino simbolico) in una tabaccheria prestigiosa del '900 ad Amsterdam, trasferendo dall’oriz-

zontale al verticale dieci sigari. L'artista da parte sua pre- senta allo spettatore una sorta di offertorio di contem- plazione.Van den Berghe riprende l'atto unico di Du- champ, continuandola come fosse uno "spettatore inte- grato" (Cesare Brandi). La funzione critica di quest’opera risulta poi nel confronto dell’im- magine emblematica con il denaro buttato in basso, chiara allusione al commercio. Qui il confronto è fra la trasparenza luminosa della tetractys e del tetragramma e il denaro.

A questo punto, immaginando di partire per

nell’opera, attraverso le tre lettere presenti atte a sugge- rire uno pseudonimo “V.V.V.” (chiaro riferimento alla rivista di Breton) con cui Roland Van den Berghe fir- ma i suoi testi, come, tra l’altro, si vede sulla pagina da

un viaggio fantastico, ci apprestiamo a leggere l’avvoltoio raffigurato su MUTU M' e sul-

l’Abbraccio come simbolo della dea madre Mut, la dea egiziana. Con quell’idea si va in

lui

chiamata Immixture del giornale Le Monde (espo-

Egitto, dove Eduardo e Peppino de Filippo

sta

alla mostra delle Segrete di Bocca) col titolo Eduar-

sono arrivati in mongolfiera dopo il giro del

do

e Peppino sont entrés dans la légende.

mondo nel 1999. Certo, non loro, ma Ber-

Tornando, solo per un istante, a Mondrian focalizzia-

trand Picard e Brian Jones. I nomi sono stati

focalizzia- trand Picard e Brian Jones. I nomi sono stati 23 Per la tua pubblicità chiama
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23

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Da sinistra a destra

1

New York, 1917 Acquired for Marcel Duchamp by Walter Arensberg and Frank Stella at Mott Iron Works

2

New York, 1917 Marcel Duchamp Signed and dated on the bearer:

R.Mutt 1917

3

Paris, 1950 Acquired for Marcel Duchamp by Sidney Janis Signed and dated on the bearer:

R.Mutt 1917

4

New York, 1951 Marcel Duchamp Signed and dated on the bearer:

R.Mutt 1917

5

Stockholm, 1963 Acquired for Marcel Duchamp by Ulf Linde Signed and dated on the bearer:

R.Mutt 1917

6

Milano,1964

Reproduced by Arthuro Schwartz and Marcel Duchamp Signed and dated

on the bearer:

R.Mutt 1917

With the framed newspapers:

1/12 “recto”and 1/12 “verso” both part of the collection Koen Deprez, Brussels

With the envelops:

9/248 “recto” 9/248 “verso” collection G. Lodetti

Arancia Meccanica polimaterico Sotto vuoto spinto Valeria Modica Eliana Colombino Sotto vuoto spinto è una

Arancia Meccanica

polimaterico

Sotto vuoto spinto

Valeria Modica

Eliana Colombino

Sotto vuoto spinto è una metafora del sesso “pronto da consumare” prodotto in serie e pro- tetto da confezioni sot- tovuoto che garantisco- no l’asetticità del “pro- dotto”. L’erotismo, la sensualità, il sesso, carat- terizzati dall’idea del movimento, del divenire che intrinsecamente li avvolge diventano qui fermi, bloccati standar- dizzati e prodotti in serie secondo procedimenti rigorosamente industriali che l’artista ha voluto se- guire ricorrendo alle macchine delle industrie

alimentari per il confe- zionamento sottovuoto. Erotismo massificato, uniforme nelle sue manifestazioni, imprigionato nelle maglie del-

la rete planetaria dei consumi, e visto dall’artista in

chiave ironica. I materiali utilizzati provengono dall’uso quotidiano: appaiono gli imbuti e le spugne che scelti dall’artista vivono un momento d’esaltazione balzando dagli anonimi scaffali di un supermercato alle tele co- lorate e materiche, simboli traslati di un erotismo non represso e giocoso, casalingo ed ironico. L’uso di mate- riale del quotidiano non artistico e legato alla civiltà del sintetico e abbraccia l’essenza del messaggio che l’artista vuole tramandare: la civiltà dei consumi ricca

di oggetti e di simboli facilmente fruibili dove la ses-

sualità s’impadronisce del design degli oggetti di uso comune e dell’arte stessa che diventa nell’intento del- l’artista merce riproducibile quasi industrialmente in serie, assemblata e confezionata con un packaging tec- nologico quale il sottovuoto. L’artista crea le sue opere con procedure rigorosamente artigianali dalla predispo- sizione dei telai alla stesura e preparazione delle tele spesso materiche trattate con polvere di marmo: per quest’ultima produzione sceglie il messaggio forte e antiartigianale del sottovuoto per dare enfasi all’idea di fondo che la crisi della diversità è nel sesso come nel- l’arte.Valeria Modica è nata a Caltanissetta nel 1967, opera e lavora a Palermo. Nel 1991 si diploma all'Acca- demia di Belle Arti di Palermo nella scuola di Decora-

zione. Dal 1992 al 1993 arricchisce la propria profes- sionalità nella collaborazione con alcuni laboratori di ceramica a Palermo, sperimentando nuove forme espressive. Nel 1995 si trasferisce alla "Fiumara d'Arte" di Castel di Tusa e lavora alla creazione e ideazione di oggetti ceramici e di nuovi motivi decorativi per la Fiumara. Mettendo a punto le tecniche sperimentate collabora con artisti di rilievo quali Elisabeth Fralet, Graziano Marini, Paolo Grassino, Luigi Mainolfi. Nel 1998 allestisce e realizza collaborando con l’artista Ri- chard Long, per il Comune di Palermo, la mostra due installazioni legate alla land art presso i Cantieri Cultu- rali alla Zisa di Palermo. Nello stesso anno e nel mede- simo sito collabora con Rosemarie Trockel e Carsten Holler alla realizzazione dell’installazione Addina. Nel 2000 la mostra personale dell’artista per la Provincia Regionale di Palermo Lineaspirale presso l’oratorio di Santo Stefano Protomartire a Palermo.“Sotto vuoto spinto” nasce come mostra virtuale di opere estrema- mente materiche negli anni successivi.

di opere estrema- mente materiche negli anni successivi. Try to fly, polimaterico Attraverso gli sguardi Mariola

Try to fly, polimaterico

Attraverso gli sguardi

Mariola Vicentini

Antonio D’Amico

L’arte di Mariola Vicentini concettualmente si edifica

sull’espediente singolare, e quanto mai originale, che consente allo spettatore di scrutare la percezione intima che l’artista possiede di se stessa e del mondo che la circonda più da vicino. Fer- marsi a guardare i suoi qua- dri significa entrare nella sfera percettiva di una gio- vane artista che sembra di- latare lo sguardo, come da- vanti allo specchio, immer- gendosi nell'intimo d’ogni singola parte recondita. La sua opera, quindi, è l’esatta corrispondenza della per- cezione che Mariola pos- siede del corpo, degli even-

ti che la colpiscono e degli

affetti a lei più cari. In que- sta direzione, la pittura di- viene una lente d’ingrandi- mento della sua psicologia interiore, concentrandosi

visivamente nel punto di massima espressione dell’universo cromatico, vale a dire negli sguardi dei protagonisti.Verosimilmente, infatti, i personaggi, siano esse donne o uomini, con fogge orientali o non, raffigurano per traslitterazione gli sguardi con cui Mariola guarda il mondo.Tra l’altro, è quel gioco intrigante degli sguardi che cattura l’atten- zione dello spettatore con subitanea ammirazione per un’arte che affascina e lancia nuove dimensioni di let- tura. Riconoscersi attraverso quegli sguardi è possibile, così come estrapolare i sentimenti – l’orgoglio, la soffe-

renza, la rabbia – dagli assetti luministici diviene la sen- sazione, da parte di chi guarda, di sentirsi quasi spiato e scrutato da quei visi. Mariola Vicentini nasce ad Arezzo nel 1974, frequenta

Abissi, 2004, acrilico su tela

e

si diploma all’Ent Art Polimoda nel 1998. In seguito,

si

dedica alla moda vincendo alcuni premi e collabora

ad una linea di collane creative.Attualmente si è trasfe- rita a Roma dove vive e lavora. La sua pittura potrebbe riassumersi, sebbene cosa non facile da fare per la po- liedricità d’intenti, come un cannocchiale diretto su due direzioni contemporaneamente; da una parte i sentimenti, quindi l’anima in cui sono contenuti allo stato primordiale, dall’altra la società, globo entro il quale i sentimenti trovano il loro pieno esplicitarsi.

MOVIMENTO

i sentimenti trovano il loro pieno esplicitarsi. MOVIMENTO arte contemporanea Snebur Il 9 giugno si sono

arte contemporanea

il loro pieno esplicitarsi. MOVIMENTO arte contemporanea Snebur Il 9 giugno si sono inaugurati i nuovi

Snebur

Il 9 giugno si sono inaugurati i nuovi locali della Galleria Movimento Arte Contemporanea. Uno spazio unico dove ammirare opere di artisti emergenti e non. Un contenitore per l’arte curato in ogni particolare, studiato per incuriosire i visitatori e valorizzare al suo interno le opere. Una cornice pulita, bianca e nera, con prospettive simmetriche, so- spese e giochi di luci. Il tutto per rendere l’ambiente minimalista, informale e accogliente.

rendere l’ambiente minimalista, informale e accogliente. Omaña Corso Magenta, 96 • 20123 Milano • T/F +39

Omaña

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Via Scoglio di Quarto, 4 - MI Tel. 0258317556 - 3485630381
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Sul filo dell’arte

a cura di Stefano Soddu

arte contemporanea V. le Col di - 0258317556 - 3485630381 Lana, 8 MI
arte contemporanea
V. le Col di
-
0258317556 - 3485630381
Lana,
8
MI

domanda surreale

“il sesso può essere arte?”

risponde

Oreste Ferrando

Si, anche. Il sesso può tranquillamente essere arte visto

e considerato che nell'arte contemporanea si vede così

tanta prostituzione.

La terra è più luce di ogni altro giorno da qui a dove teca n.1,
La terra è più luce di ogni altro giorno da qui a dove teca n.1, 2002, cm 150 X 60
costruzione vetri float, fotolito, ferro, alluminio, fango, aerosol

Visita allo studio di Sergio Dangelo

Stefano Soddu

Conosco Sergio Dangelo, surrealista di “grande razza” (Breton dixit), da moltissimi anni. Ho visitato un suo bellissimo studio negli anni sessanta, con le vetrate su un rigoglioso giardino. Era già un mito per il suo Mo- vimento Nucleare. E poi, biennali di Venezia, Qua- driennali di Roma e la vasta antologica nel 1972 al Pa- lazzo Reale di Milano (87 opere esposte). Si tratti oggi

di

amicizia e di reciproco rispetto. Da parte mia anche

di

gratitudine per avermi tra l’altro aiutato, felicemen-

te,, all’allestimento di una mia particolare mostra all’O- ratorio della Passione di Milano, con preziosi suggeri- menti di cui feci tesoro. Sergio Dangeto è una persona dolce. Ma non vuole evidentemente che questo lato del carattere appaia apertamente. Di solida corporatura frutto di anni di disciplina Kendo, ha occhi attenti e vi- vaci. Una parlata veloce e colta e una vasta e raffinata cultura da letterato e da pittore, rendono la sua con- versazione una fonte inesauribile di informazioni di prima mano sulle vicende dell’arte e sugli artisti euro- pei degli ultimi dieci lustri. Occupa da diciotto anni il suo attuale studio, dopo aver conosciuto gli atelier di Parigi, Londra, Bruxelles e lavorato, abitandovi, nella Villa Colleoni, del veronese. La porta d’ingresso si af- faccia discreta e senza targhe su un cortile di un edifi- cio della antica Milano che si estende a ovest di via To- rino.”Prima era un cravattificio - mi informa - e non ho cambiato niente. Ho mantenuto le stesse lampade, alcuni tavoli e gli arredi, così come ho fatto nei prece-

denti studi. Amo gli studi che sembrano depositi. Un mio maestro, Dova, aveva la stessa idea. In tutti i miei luoghi di lavoro ho aggiunto solo alcuni mobili spesso recuperati in un secondo tempo”. Lo studio è compo- sto da due locali. Il primo, a pian terreno, è adibito a biblioteca; il secondo, più vasto, a cui si accede da una

scala posta sul fondo del primo locale, è seminterrato ed è il vero e proprio atelier. In ambedue i locali la lu-

ce è artificiale. La biblioteca. Sulla parete destra, appena

oltre la porta alcuni disegni, incorniciati, di Carla, sua moglie,“Il Nido”, dei figli Amanda,“I Pulcini” e Simo- ne,“Il Vortice”, fatti questi ultimi quando erano bambi- ni. In fondo alla stessa parete un manifesto di una mo- stra organizzata a Vergiate negli anni cinquanta dove, si annuncia, suonerà la banda di Sesto Calende. Redatto

da Bay in chiave ironica e con la retorica di quegli an-

ni, riporta tra gli artisti, oltre Dangelo, nomi divenuti importanti, tra cui e per tutti Fontana. Di fronte una piccola scrivania piena di carte e libri; sul davanti una sedia “da posa” in legno scuro che costringe il modello ad un portamento innaturalmente eretto. Al fianco un mobile, disegnato da Ducros, a vetrine opache che na- sconde la scala. Sparsi ovunque vari oggetti, quadri e sculture di amici artisti tra cui Sangregorio, Festa e Sca- navino. All’imbocco della scala per il seminterrato un bel monocromo su cartone a nido d’ape rinforzato di Aubertin. L’atelier. La prima impressione, poi confer- mata, è di ordine e metodo. Sulla sinistra il banco at-

trezzi: martelli, pinze, tenaglie, cacciaviti di ogni misura appesi sulla parete per tipologia. Sul banco, in fila, una sterminata collezione di bicchieri di recupero di plasti-

Sono Debora Ferrari, Presidente e socio fondatore di

Fabbrica Arte, una piccola società cooperativa sociale di beni culturali onlus, che per prima in provincia di Vare-

se ha voluto iniziare cinque anni fa un cammino - en-

tusiasmante quanto rischio- so - di modello no-profit

nella gestione di beni mo- numentali e nell’organizza- zione di eventi, partendo da basi scientifiche e favoren- do un lavoro qualificato professionalmente (modello che dal 2000 stiamo appli- cando principalmente alla gestione del Chiostro di Voltorre in Gavirate, grazie

a una convenzione con la

Provincia di Varese, ente proprietario). Fabbrica Arte

ha tra i suoi scopi la valorizzazione e la promozione del

patrimonio storico artistico e monumentale, l’organiz- zazione di eventi culturali, l’interrelazione e l’integra- zione territoriale di sistemi, dando anche lavoro a per- sonale svantaggiato e creando nuove opportunità pro- fessionali per giovani che escono dai nuovi corsi uni- versitari.Tornando dunque a noi, e a Malraux, la nostra mission si identifica con i nostri statuti: dare un destino

contemporaneo a ogni storia, raddrizzare le visioni, at- tualizzare le letture, creare nuove possibilità di scambio culturale, dare spazio e godibilità alle arti, perché l’uo- mo di oggi possa comprendere e godere il patrimonio

l’uo- mo di oggi possa comprendere e godere il patrimonio Sergio Dangelo El mar, 1955 ca

Sergio Dangelo El mar, 1955

ca

color nocciola; all’interno chiodi e viti. Ovviamente

di

cui è fortunato erede.

in

ogni bicchiere la stessa misura di minuteria. Più

avanti una semplice libreria carica di cataloghi.Al cen- tro della stanza i tavoli da lavoro macchiati di colore. Il più vasto è ricavato da un tavolo da ping-pong per le tele di grande formato. Dangelo non ha mai dipinto in

verticale; il cavalletto serve solo per mostrare agli ospiti

i lavori. Sulla parete destra il lavandino e un mobile

con una insolita rastrelliera adibito ad accogliere colori

e pennelli presenti in quantità industriale. Però ne usa

pochi, mi confessa, e quasi sempre gli stessi. Non man-

ca neppure un banchetto da falegname con le morse di

legno: usato per le sue sculture e per comporre oggetti

un poco dada.Teatrini surreali, sculture delicate, tra cui una con inserto di fiori e oggetti sparsi, completano il resto dell’arredo, unitamente ai quadri disposti alla base delle pareti con l’immagine rigorosamente rivolta verso

il muro. C’è ovviamente l’armatura Kendo su una se-

dia. Surreale anch’essa nella sua orientalità collocata com’è tra le opere di “Dangelo San”, maestro con di- ploma giapponese della Zen Nippon Kendo Renmey. Orientale è anche il thè tibetano, che mi offre, e ama offrire agli amici, caldo e sapido in una piccola tazza azzurra di porcellana. Dangelo, poeta, pittore, praticante

di scherma, da anni ha abbracciato la civiltà del thè.

Il 3 luglio scorso grazie alla Regione Lombardia, Assessorato alle Culture identità e autonomie, e alll’Assessore Ettore Albertoni, si è iniziato a parlare in modo ampio, nuovo e diverso delle capacità di chi opera nella cultura oggi. Oltre duecento le associazioni presenti per un forum di grande richiamo e uti- lità nel confronto e nel dialogo la cui finalità è e sarà dare sostegni legislativi e attuativi migliori proprio per chi opera in questo campo. Mi sembra significati- vo riproporre uno di questi interventi, quello di Debora Ferrari che ha rappre- sentato il gruppo dei promotori dell’arte, quelli cioè che vitalizzano il contem- poraneo. Una riflessione per un dibattito che può continuare…

Stefano Soddu

La nostra missione? Dare un destino contemporaneo a ogni storia

Debora Ferrari Fabbrica Arte - Direzione Chiostro di Voltorre

CONTEMPORANEITA’ DEI PROGETTI E DELLE PROPOSTE Proprio questa è una caratteristica saliente del nostro operare: dare una lettura contemporanea a qualunque strato e stato della cultura per attualizzare i temi, vivifi-

carli, renderli appetibili alla gente, metabolizzarli in for- me diverse per trasformarli in energia per i contesti so- ciali in cui siamo inseriti. Profondamente legate alle esigenze del territorio cerchiamo sempre e comunque

di precederlo, dando indicazioni di come evolverci, di

come andare avanti, con un occhio all’oltre e al doma- ni. Ripeterei i nomi di tutte le associazioni se volessi ancora rimarcare come vengono attualizzati i discorsi culturali, letterari, artistici, poetici, teatrali, ecologici e geografici, ambientali, divulgativi che voi, rappresen- tanti istituzionali che ci ascoltate, potete nuovamente evincere leggendo le nostre intestazioni. La nostra missione, sia che abbiamo un contenitore - una sede - in cui attuarla, sia che ideiamo eventi itine- ranti o temporanei, è dare un “oggi” alla voce dell’arte che supera ‘di mille secoli il silenzio’.

PUNTI SALIENTI PER UN FUTURO PRESENTE

Con disponibilità e soddisfazione ci siamo confrontati

al Forum di maggio e oggi a questo Forum rendiamo

pubblico ciò che nei nostri animi cresceva già da tem- po, grazie alla Regione Lombardia-Assessorato alle Culture, Identità e Autonomie, che ha ideato questo

incontro, preziosa opportunità di crescita e confronto. Almeno tre sono i punti che possono creare una cor- rente alternata permanente con chi ci governa, ma an- che fra di noi. 1) sinergia operativa sulle problematiche per dare voce alle nostre esigenze e dare modo alla Regione di attua-

re politiche di sostegno alle nostre attività creando un

canale di avvicinamento e informazione costante;

2) sfruttare i sistemi regionali (biblioteche e musei) in ac- cordo con l’Assessorato, per migliorare la promozione e la divulgazione sul territorio regionale ma anche per acqui- sire,da parte nostra,continui aggiornamenti e migliorie; 3) agevolare noi stessi l’integrazione fra le azioni delle associazioni lombarde, ciascuno sul proprio territorio per beneficiare dei risultati ottenuti. Occorrerà confrontarci sempre più spesso e trovare la forza comune di sviluppare sinergie - anche solo e semplicemente comunicative - in grado di stare al pas-

 

so

con una Europa che accresce i servizi, amplia i baci-

“Ogni capolavoro è una purificazione del mondo.

ni

di utenza e modifica le distanze. Sarebbe anacronisti-

E l’emancipazione di ogni artista dai propri limiti rin-

nova la vittoria dell’arte sul destino dell’umanità.

L’arte è un antidestino”. con queste parole scritte da André Malraux nel 1935

voglio salutare il pubblico presente per avviarlo fin d’o-

ra dentro la mission che caratterizza le Associazioni di

volontariato che si occupano di promozione culturale.

co oggi continuare a vedere singole istituzioni impe-

gnate in una lotta di proposte per soddisfare un’utenza sempre più esigente. C’è un tesoro nascosto dietro questo non utopistico progetto, fortunatamente soste- nuto dall’Assessorato alle Culture, Identità e Autono- mie della Regione Lombardia: la crescita del territorio

e la soddisfazione dei suoi abitanti.

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Il National Museum of Women in the Arts arriva in Italia

Simona Bartolena

Se è vero che non esiste un’“arte femminile”, così co- me non ne esiste una “maschile”, è altrettanto vero che sono esistite, e continuano ad esistere, moltissime don- ne che hanno fatto arte. Presenze importanti, spesso in- giustamente dimenticate. Il National Museum of Wo- men in the Arts di Washington lavora da anni su questo argomento, proponendo, oltre che a una ricca collezio- ne permanente interamente dedicata all’universo fem-

minile, mostre, conferenze, iniziative editoriali sul tema.

A settembre lo staff di questo prestigioso museo – il

decimo americano in termini di importanza – sbar-

cherà in Italia, per presenziare alla nascita dell’Associa- zione degli Amici del National Museum of Women in the Arts, che si impegna, oltre che a diffondere l’imma- gine del museo in Italia e agevolarne i contatti con la nostra realtà culturale, anche a organizzare iniziative di approfondimento sul tema e a promuovere nuovi ta- lenti. Un programma ambizioso e di grande interesse,

al quale ci auguriamo che l’Associazione, che verrà

presentata il 22 settembre, presso la “Società del Giardi- no” di Milano, riuscirà a tenere fede.

Anna Laura Cantone copertina Andersen aprile 2004

fede. Anna Laura Cantone copertina Andersen aprile 2004 Paesaggio di bosco, 2004, tecnica mista Tra cielo

Paesaggio di bosco, 2004, tecnica mista

Tra cielo e terra

Monica Isler

Antonio D’Amico

La donna, l’artista, si rivela attraverso un dinamismo materico di forme contrapposte fra verticale e oriz- zontale …fra cielo e terra, dove il punto d’incontro, le radici e le fronde, rimangono oscure al nostro sguar- do. L’intento della pittura di Monica Isler è di aprire una finestra sul mondo, il suo cosmo conosciuto, lo stesso che si addentra nelle radure umbratili dei suoi paesaggi boschivi. La realtà raffigurata trova, però, un punto di vista deforme, non una veridicità di narra- zione ma un’alterazione ‘geometrica’ di espressioni filtrate dalla mente e vis- sute nell’oggi. Il percorso cromatico spazia dal na- turale, con l’emozionale presente, non osando l’incerto, alla rivelazione di un io figurato, ravvisa- bile nel tronco, che certi- fica l’unica forza dell’e- go: l’attuale stato di ma- turazione. I quadri di Monica aprono mille cu- riosità, così come l’uni- verso femminile, una gentile fragilità nascosta nella plasticità del colore e l’attaccamento al visibi- le. Ma nessuna certezza per ciò che sarà l’evolu- zione …e noi ad essa at- tendiamo!

che sarà l’evolu- zione …e noi ad essa at- tendiamo! L’armonia degli opposti Elena Ferrari Antonio

L’armonia degli opposti

Elena Ferrari

Antonio D’Amico

Nel variegato cosmo dell’espressione artistica contem- poranea, sembra perpetuarsi, in alcuni proficui casi sempre più sovente, il forte legame, generatore di un sodalizio d’intenti, fra personalità e carattere dell’indivi- duo con ciò che si concreta nella sua opera pittorica. Indiscutibilmente il quadro è il biglietto da visita, che non si presenta come un oggetto inanimato estraneo alla fisicità del suo protagonista ma è tracciato, con se- gni essenziali, attraverso la delicata fibra fluente di un cromatismo ancora in divenire. Elena Ferrari consegue il diploma presso il liceo artistico di Lodi e in seguito frequenta lo studio del pittore Vittorio Emanuele a Cusago e affina le sue capacità disegnative collaboran- do con diversi studi grafici. Già, perché incontrare Ele- na Ferrari, nata a Milano nel 1973, e captare, in separa- ta sede, i suoi dipinti, significa riconoscere l’ideologia della filosofia dei contrasti, che trionfa nelle forme ar- moniche e avanza con audacia nella calma piacente de- gli equilibri espressi, forse anche troppo calibrati. In tal senso, è un perpetuo stimolare l’immaginazione di chi tende ad accostarsi al mondo pittorico di Elena, ancora tutto in divenire. Ogni forma raffigurata è pervasa da una trasparenza sperimentale che proietta lo sguardo verso orizzonti ancora da scoprire e intangibili. Luci, colori, spazi informi, tendono ad armonizzarsi come una danza suadente, lenta e avvolgente. Elena possiede

Il ritorno, 2001, olio su tela, cm 80 x 40

una sua immaginazione del creato, ancora in nuce, rac- chiusa in consistenze materiche compresse, non del tutto risolte, visibili e libere da limiti. Una incomple- tezza evidente ma non sofferta. È l’intimità che trionfa, quasi una conteplazione attualmente in corso che tro- verà, in un prossimo futuro ancora non esplicitato, il netto concretarsi nella vita attiva. Un movimento espressivo che dall’interno, in formazione, sfocerà all’e- sterno di se stessa. Mostrarsi ma non del tutto con un ego che risiede nelle viscere dell’oscurità, nella recon- dita e nuda terra. L’esibizione di se stessa, da parte del- l’artista, non è ostentazione di una fisicità già definita, ma solo un silente inizio di disvelamento per evitare la totalità di consuetudini già composte in sentimenti as- sodati. Un progresso dinamico, oserei dire un barlume futurista, che si lascia mutare e ampliare dopo nuovi impulsi e sensazioni. I quadri di Elena rivelano una giovane donna-artista in cammino che per maturare il suo fare pittorico e il diluirsi della quotidianità necessi- ta una protezione. Grandi e forti mani s’intendono espresse con adeguatezza, che divengono, in tale dire- zione, simbolo di guida e protezione. E se per questi intenti s’incrociano spirituale e materiale avviene un gioco simbiotico di identità. È il gioco delle parti, di pirandelliana memoria, che campeggia nelle figure e nelle radure in penobra di Elena Ferrari. Spazi, figure animate che aprono uno squarcio della sua identità. L’artista invita l’osservatore a passare dinanzi alla sua opera, scrutarne i sentimenti, per cercare un quid che permetta a ciascuno di identificare il proprio ruolo da protagonista per giocare se stessi nell’affascinante gioco della vita.

per giocare se stessi nell’affascinante gioco della vita. Paesaggio, 2004, olio su cartone, cm 50 x

Paesaggio, 2004, olio su cartone, cm 50 x 36

Elena Mutinelli

Sculture & disegni

Elena Mutinelli Sculture & disegni Dal 7 Ottobre al 12 Novembre 2004 Banca Intermobiliare di Investimenti

Dal 7 Ottobre al 12 Novembre 2004

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Articolazioni spaziali di Valdi Spagnulo

Giorgio Zanchetti

Nelle costruzioni sottili, apparentemente ai limiti della legittimità e della sostenibilità statica, proposte in questa mostra da Valdi Spagnulo si risente — quasi in controtendenza rispetto alla linea di ricerca linguistica o massmediale privilegiata da molti tra i colleghi della sua stessa generazione (quella dei quarantenni, per intenderci) — la volontà di un ap- profondimento rigoroso e diretto della dialettica di struttura e materiale. La piegatura a freddo, a sola forza di braccia e senza esitazioni né ritorni, delle fini cornici metalliche di ferro o d’acciaio, dimostra una sensibilità tattile per l’armonia dell’angolo e della curva che non sarebbe stato possibile delegare a nessuna tecnica di forgia- tura più elaborata e a nessuno strumento meccani- co. La partita della resistenza della barra, del peso e della trazione della leva si gioca tutta tra la stretta del palmo e quella di una semplice morsa da banco. Sulla parete la loro linea spezzata circoscrive, senza racchiuderla in sé, un’area, proiettandosi con discre- zione e leggerezza nell’ambiente e indicando così l’illusione di una soglia attraverso la quale la porzio- ne di spazio, virtuale, interna all’opera e lo spazio, reale, in cui lo spettatore si muove possano coinci- dere e, contrapponendosi, identificarsi. Tale complessità d’articolazioni spaziali che queste strutture suggeriscono e impongono si colloca a mezza strada tra due tradizioni a primo vedere di- stanti e inconciliate, senza però assimilarsi piatta- mente all’una o all’altra. Da una parte possiamo in- dividuare la linea d’una rinnovata scultura d’assem- blaggio di matrice post-dadaista, nella quale l’ogget- to (o una pluralità d’oggetti) di scarto, vissuto, è

prelevato e ostentato come portatore d’una memo- ria industriale al tempo stesso umana e meccanica, esistenziale e sociale, storica e metaforica: sono questi i legni smangiati, i plexiglas sgraffiati e mac- chiati, i metalli stessi bruscamente torti e saldati sul filo d’una parvenza di precarietà. Sul versante op- posto è altresì riconoscibile l’indirizzo d’un raffinato esercizio grafico d’impronta neo-concettuale, in cui la consapevolezza del mezzo, la pertinenza del mate- riale e la puntualità descrittiva del segno lineare si integrano complemetarmente costituendo i tre dif- ferenti livelli di discorso (e i tre registri stilistici) di un’unità espressiva complessiva. Al contrario di quanto accade ed è accaduto spesso in altre esperienze artistiche recenti, questa duplice polarizzazione del lavoro di Valdi Spagnulo non co- stituisce per lui un limite né una dispersione di for- ze. Al contrario, gli permette di esercitare, spingen- dolo fino in fondo, un approfondimento analitico che è di per sé autonomo tanto dal materismo informale quanto dal concettualismo (o dal poveri- smo) rigorosamente intesi, poiché mantiene le pro- prie radici strettamente appigliate alla dimensione più immediata del fare e alla comprensione piena dei valori espressivi e formali della materia. Non è un caso che in questa mostra le sculture me- talliche lineari che hanno caratterizzato la produzio- ne di Spagnulo negli ultimi anni tornino ad essere affiancate da una nuova esperienza bidimensionale, ma non più derivante dalle campiture materico- informali sagomate che occludevano parzialmente i telai chiusi e rigorosi dei secondi anni Novanta, bensì in direzione della spontaneità e dell’immedia-

SALA GARZANTI, via della Spiga, Milano FULVIO RINALDI novembre, 2004
SALA GARZANTI, via della Spiga, Milano
FULVIO RINALDI
novembre, 2004
via della Spiga, Milano FULVIO RINALDI novembre, 2004 tezza di quelli che lo scultore chiama disegni

tezza di quelli che lo scultore chiama disegni o pro- getti, ma che sono, assai più propriamente, da defi- nirsi opere autonome, di piccole medie dimensioni, in cui la medesima tensione spaziale e ambientale delle sculture maggiori è declinata, quasi in riduzio- ne scalare, nella facilità di impiego e di sperimenta- zione del cartone, delle colle, della grafite e dell’a- crilico. Si tratta di un fare in senso proprio com- pendiario, teso cioè a ridurre e sintetizzare tutti i passaggi retorici, compositivi e plastici in pochi o pochissimi tratti essenziali, che rendono, forse, più visibile la struttura che sottostà all’articolazione del- le forme, senza divagazioni, senza fronzoli, con una intenzionale povertà di mezzi e d’intenti, ma non di maestria né di pensiero.

di mezzi e d’intenti, ma non di maestria né di pensiero. Shangai café, 2003 ferro, acciaio,

Shangai café, 2003 ferro, acciaio, plexiglas Collezione dell’artista

Sospeso, 2003 ferro, acciaio, plexiglas Collezione privata

Mostra di Valdi Spagnulo

“PARVENZE DI PRECARIETÀ” a cura di Giorgio Zanchetti Galleria Arte + arte contemporanea c.so Matteotti, 3 (ing. Via Romagnosi, 4) Varese

Inaugurazione:

sabato 2 ottobre 2004 ore 18.00

dal 2 ottobre al 5 novembre 2004

Orari di apertura:

da lunedì a venerdì 15,30 - 19,00 sabato 10,00 - 12,00 domenica 10,00 - 12,30

Per informazioni:

Galleria Arte + arte contemporanea tel. 0332 237782 (orari di galleria)

Catalogo in galleria

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Vittorio Emanuele

Carlo Adelio Galimberti

Nelle ultime sue opereVittorio Emanuele pare assecon- dare alla lettera e con ostinato coraggio la qualità neces- saria che il letterato Luigi Dolce imponeva come condi- zione dell’arte del suo tempo: «L’ufficio adunque del pittore è di rappresentar con l’arte sua qualunque cosa, talmente simile alle diverse opere della natura, ch’ella paia vera», (L. DOLCE,

opere della natura, ch’ella paia vera» , (L. D OLCE , Le ombre lunghe del meriggio,

Le ombre lunghe

del meriggio, 2004,

olio

cm

su tela 75 x 118

Dialogo della pittura, intitolato l’Aretino

Certo oggi è difficile ascoltare quest’imperativo ed è per

questo che abbiamo parlato di coraggio. Infatti, ad un

,

Venezia 1557).

secolo di distanza dall’esordio delle avanguardie storiche, la forma delle opere ha spesso dismesso il riscontro natu- rale, la riconoscibilità dei soggetti delle opere d’arte, abbandonando i sapienti sentieri della mimesi sui quali s’era da millenni incamminata la storia dell’espressione artistica. Ecco perché ho parlato di coraggio nella poeti-

ca diVittorio Emanuele,come quello di chi sfida le mode

e le facili scorciatoie poetiche,rappresentate da coloro che si affidano a segni improvvisati magari per giustificare pretese concettose attorno a prodotti definiti artistici e che spesso compiono vere e proprie invasioni di campo, quando quattro parole cancellate da un testo o un sasso isolato in una stanza vuota s’ammantano di pretesi e pon- derosi concetti filosofici che di pesante hanno spesso solo

il fardello del “catalogone”che le accompagna,rivelando

come si possa bistrattare la filosofia chiamandola “arte”,

facendo quindi due danni in un colpo solo. Ma non si tratta solo di coraggio: esiste nell’opera di Vittorio Emanuele anche una sorta di “moralità”delle immagini come quelle che sgorgano da una “religio- sa”, lunga, lenta, preziosa conduzione il proprio lavo- ro. Che è quella di chi ha lo sguardo che è degli arti- sti: uno sguardo che non soffoca l’esistente nella

costrizione delle definizioni funzionali cui la nostra cultura l’ha ridotto,ma l’osserva e lo sollecita da inna- morato per stimolarne la rivelazione dei sensi più nascosti. È questa una maniera che ci viene rivelata dal protagonismo della luce delle ultime sue opere. Quella luce sono gli occhi di Vittorio Emanuele che come in Le luci del meriggio sale delicata dal lontano orizzonte, per incresparsi nelle fratture d’un antico tronco spezzato,quasi che ogni ombra ed ogni baglio-

re siano frammenti d’una lunghissima storia che quel

legno trattiene e ugualmente rivela. Od anche nella

seconda versione del medesimo soggetto, quando l’o- pacità del muro che in aurea sezione divide la com- posizione, fa da quinta teatrale allo spettacolo lumine- scente degli acini dei grappoli d’uva, che sporgendosi sul bordo del vaso che li sostiene intercettano quei raggi che in trasparenza hanno attraversato le foglie dei piccoli tralci di vite.

Ed è la stessa luce che ne I cedri di ribera accarezza deli- cata l’intonaco del muro di fondo per accendersi infi-

ne nell’arancio prorompente del colore dei frutti che

punteggia la base dell’opera, quasi una sorta di foco- laio delicato e naturale, metafora della bellezza che si produce quando l’offerta della natura incrocia la sen- sibilità dell’artista. Un lavoro lento e disciplinato quello di Vittorio Emanuele, come di chi sente la responsabilità della storia che lo ha preceduto e che l’artista ripercorre con frequentazioni colte e impegnative,facendo inte- ragire antico e contemporaneo, ma mai in modo gra- tuito o capriccioso, ma sempre restituendoci d’ogni

nota dei suoi registri pittorico-musicali il timbro cro- matico dal tono più seduttivo. Ecco allora che le cita- zioni di opere antiche, riprodotte nell’ironica veste di fotocopie accartocciate, paiono assumere una sorta di fedeltà ad un’antica fonte feconda, unita alla consape- volezza del tempo trascorso che lo spiegazzarsi della carta sembra affermare, mentre l’utilizzo del supporto della fotocopia che Emanuele riproduce dipingendo-

la, intesse un fecondo discorso tra l’antico insegna-

mento dell’arte e le urgenze pressanti del nostro tempo.

Vittorio Emanuele - Cascina Robaione - Cusago (Mi) - 02.48843062 - 335.57.82.122

Cascina Robaione - Cusago (Mi) - 02.48843062 - 335.57.82.122 SpazioErgy Giulio Residori Due righe di presentazione

SpazioErgy

Giulio Residori

Due righe di presentazione per chi non ci conosce. SpazioErgy è nato negli anni ’90 come iniziativa ama-

toriale nell’ambito culturale e da allora ha costituito supporto e dato incoraggiamento ad artisti giovani e meno giovani,accomunati dal desiderio di impegnarsi,

di creare, di fare arte, ai quali non sempre era concesso

di presentare le loro opere o di

avere i riconoscimenti adeguati.

In questi anni sono state organiz-

zate oltre cinquanta mostre per- sonali e collettive dotate di pic- cole monografie illustrative non- ché una dozzina di importanti mostre, con supporto di grandi monografie, in spazi pubblici. SpazioErgy è diventato, quindi,

un punto di aggregazione nella formazione di un gruppo che si

punto di aggregazione nella formazione di un gruppo che si riconosce in determinati ideali ed è

riconosce in determinati ideali

ed è un centro di valorizzazione

delle capacità artistiche dei sin-

goli; in tal senso SpazioErgy amplia ed ingloba gli interessi dell’Associazione Amici dell’Acquaforte, una associazio- ne nata nel ’93 con gli stessi

scopi ma in difesa dell’incisione originale. Da allora sono state esposte le opere di un centinaio di inciso-

ri di talento anche se talora

poco noti al grande pubblico e numerose aziende sono state orientate alla pubblicazione di

pregiate e personalizzate tiratu-

re di grafica originale d’autore

Giuseppe Mallai

per usi istituzionali e di relazione. I supporti provengono dell’entusiasmo e dal coin-

volgimento di artisti e di alcune aziende che contri- buiscono all’attività.

La finalità,in conclusione,è di dare supporto a talenti arti-

stici per i quali vale sempre l’invito ad un contatto con noi. Con questo numero inizia il nostro impegno con l’e- ditore per presentare ogni volta tre artisti esponenti della pittura, scultura e grafica che, a nostro avviso,

posseggono queste caratteristiche. La premessa era necessaria per meglio intendere le scelte che, in que-

sto spirito, proponiamo. Un pittore Giuseppe Mallai, uno scultore Marco Cornini, un incisore Carla Di Pancrazio.Tre validi artisti.

GIUSEPPE MALLAI: Un sardo, nato nel 45 a Bonarcado (Oristano) ma che sin da giovane ha vis-

suto all’estero, in particolare a Londra ove è rimasto dal 66 al 72 seguendo i corsi d’arte; numerosi i viag-

gi in Europa soprattutto in Spagna ove ha vissuto per

lungo tempo con i gitani studiando i loro costumi ed

imparando a suonare la chitarra ed il flamenco. Tornato a Milano ha frequentato l’Accademia di Brera ove si è diplomato nel ’76 ed iniziando subito dopo la sua attività pittorica. Un simpatico compagno di serate il nostro Pino ma

soprattutto un professionista nell’ambito del pro- prio lavoro pittorico che si esprime nel figurativo.

Come ben disse Mario De Micheli la sua natura è

di essere un artista che ama immaginare e rappre-

sentare, cioè dare una forma alla sua fantasia, un volto alle sue figure facendo di ogni segno una sug- gestiva allegoria. Il tutto espresso attraverso una grande padronanza dello strumento colorico. Una pittura colta che fa di lui un artista magico ed un po’ irreale. Ha il pregio di avere una cerchia di col- lezionisti che ha sempre apprezzato il suo lavoro tanto che il suo nome è relativamente noto al di la dei suoi estimatori. Ma di lavori importanti egli ne ha fatti parecchi; dalle decorazioni del salone dell’Hotel Gallia a

Milano a quelle di private abitazioni di pregio, quasi museali, dal grande ritratto di De Andrè a quello di

El Camborio con Zeffirelli, Raphael Alberti ecc.

oltre ad una produzione pittorica orientata in par- ticolare sui grandi quadri. Dal 18 settembre al 14 novembre una grande mostra corredata da monografia antologica è aperta a Serra

dé Conti bellissimo paesino nelle Marche, con i suoi

lavori più recenti.

Una quarantina di quadri, nel complesso, realizzati negli ultimi cinque anni. Una occasione per vedere

ed apprezzare il lavoro di un artista impegnato e non

allineato.

MARCO CORNINI: scultore della nuova genera- zione (è nato nel 66) è considerato a ragione uno dei più promettenti artisti di lavori in terracotta. E con la terracotta egli racconta la contemporaneità di un mondo ove i personaggi sembrano assenti,drammatica- mente soli ed incomunicabili, moderni nella foggia ma vuoti. Peraltro di una grande bellezza ed attrazione. Cornini è ormai un talento sbocciato e con riconosci- menti anche sul piano internazionale. Ne proponiamo

un opera realizzata una decina di anni fa in occasione di

una mostra a SpazioErgy (La meraviglia).Un cammino

da allora sempre più ricco di soddisfazioni.

CARLA DI PANCRAZIO: una piemontese ormai naturalizzata veneziana, studi classici e laurea in storia della Critica d’Arte con una formazione artistica sotto

la guida dei maestri Soffiantino e Ramella. Pittura ad

olio ed acquaforte sono le sue espressioni artistiche pre-

Carla Di Pancrazio

dilette privilegiando tra i soggetti il ritratto e la figura umana ma anche le composizioni. L’attività calcografi-

ca comprende collaborazioni con enti e collezionisti per

i quali cura personalmente la tiratura delle sue lastre e

partecipazione con grafica ed illustrazioni alla edizione

di libri d’arte a tema. Notevole ed apprezzata l’attività

nell’ambito ex libris sviluppando un linguaggio intenso sintesi di una meditata ricerca compositiva e di una attenta traduzione delle esigenze del committente. Nel panorama calcografico contemporaneo Carla Di Pancrazio rappresenta uno dei punti di maggior espres- sività di quest’arte;un segno essenziale,deciso,con effet- ti quasi luminosi.Fantasia e proprietà del mezzo inciso- rio vanno di pari passo. Ne proponiamo uno dei pezzi più rappresentativi “Gli Orci di Brancaccio”.

Marco Cornini
Marco Cornini

Maggiori informazioni possono essere fornite a SpazioErgy, Corso Sempione 63 tel. 023311009 o nel sito www.spazioergy.it. Le foto sono state eseguite con Fotocamera Digitale Caplio RX della Ricoh.

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Claudio Rotta Loria

Dialogo tra un artista un critico e un’antropologa

In occasione dei due eventi espositivi di Claudio Rotta Loria — il primo a Biella presso la Galleria Zaion dal 25 settem- bre al 6 novembre p.v., il secondo a Thonon Les Bains, presso la Chapelle de la Visitation, dal 12 novembre al 12 dicembre p.v. — riportiamo alcuni brani dell’intervista-colloquio tra l’artista, il critico Francesco Poli e l’antropologa Franca Pre- gnolato. Franca. Ciò che ha sempre caratterizzato Claudio e il suo lavoro, è stato il non rinunciare mai all’idea che

il suo lavoro, è stato il non rinunciare mai all’idea che Equatore (installazione) Museu de Belles

Equatore (installazione) Museu de Belles Arts de Castellò, Spagna

l’arte sia impegno di costruzione di senso e di cultura, via della conoscenza.Che la ricerca di senso e di bellez- za attraverso la visione sia etica in se stessa e spinta vo- cazionale estranea a influenze di altra natura e ai conformismi del momento. Claudio. Quando ci siamo conosciuti — era il ’69 — c’era chi abbandonava l’arte per dedicarsi alla politica, poiché il clima ideologico dei tempi irrideva ad ogni tipo di poetica. Personalmente, affascinato dalle qualità sintetiche dell’astrazione, abbandonavo la figurazione e sceglievo la sfida didattica e gli spazi della ragione, pie- namente convinto - lo sono ancora - che l’arte possa e debba educare alla visione, a quelle soglie percettive minime che definiscono l’esperienza estetica. Francesco. Sono per te gli anni delle griglie ambigue, delle superfici incise, delle spazializzazioni di forme geometriche elementari, dei colori primari, dei ma- teriali leggeri e comuni come la carta, delle variazio- ni cromatiche minime. Cominci allora a costruire grandi forme nello spazio, valorizzando la terza di- mensione - peraltro già presente nel periodo della tua formazione artistica -, l’uso della luce riflessa dei colori fluorescenti sul quadro e della luce al Wood, insieme ai primi interventi ambientali nelle strade e nelle piazze (allora non si usava il termine installazio- ne) e all’uso della fotografia nella ricerca sui gesti.

Scelte paradigmatiche di molte esperienze successive. Franca. Nella Torino degli anni ’70 pochi resistevano alle seduzioni ideologiche o di mercato del momento. Erano artisti non allineati che difendevano la loro iden- tità, oggi sorta di Indiani d’America dell’arte contem- poranea, il cui patrimonio di conoscenze ne fa — co- me i classici visti da Pontiggia — schegge del nostro

prossimo futuro. Aveva ben capito le potenzialità di quel tipo di ricerca artistica il primo governo socialista del Portogallo,la cui azione di rifondazione culturale e-

ra promossa in modo efficace in un manifesto su cui

campeggiavano alcuni simboli elementari: un triango- lo,una matita e un righello.E che nel luglio del ’75,in-

vitava Claudio a una mostra itinerante traViana do Ca- stelo, Porto e Lisbona. Un’esperienza tra le più vive e interessanti di quegli anni.

Claudio. La fase successiva, è stata invece caratterizzata dalla riscoperta delle mie radici spirituali. Ciò ha rinforzato un aspetto del mio lavoro che non solo per- mane, ma è diventato il filo conduttore irrinunciabile. Fare cultura non basta, compito primo dell’arte è “fare anima”, sapendo evitare le ristrettezze e i conformismi del momento, per esprimere dimensioni più profonde. Francesco. Dagli anni ’80 in poi questo aspetto si espri- me con forza nelle opere tridimensionali di grandi di- mensioni, nei frammenti azzurri di mandala — simbo-

lo dell’incontro tra uomo e Dio, di ricerca interiore —

che esprimono lo spirito dei luoghi. Ricerca che, oggi,

mi regala la libertà di un viaggio nel quale provo a dise-

gnare nuove geografie, nuovi orizzonti e nuove terre e

nuovi cieli. Francesco. Dagli anni ’90 in poi, il tuo lavoro si caratte- rizza, in effetti, per nuove e inaspettate geometrie, per uno sforzo di valorizzazione del simbolismo e al tempo stesso di mantenimento della continuità con l’astrazio- ne.C’è anche il ritorno della fotografia come mezzo e- spressivo. Penso alle foto aeree di Insula, sospesa al cen-

tro di un fascio di luce; a “L’equatore”, quindici metri

di geometrie destrutturate che lievitano intorno al loro

asse.Agli archi di terre o al grande metro per le “misu-

re giuste”. Una ricerca nella quale permangono conti-

nuità e innovazione.

Franca. A questo va aggiunto il dialogo ininterrotto sui contenuti del mio lavoro di ricerca: l’uso culturale del-

lo spazio, le modalità della visione, la prossemica come

disciplina scientifica e dimensione del fare e del vivere quotidiano. Per un’arte non intellettualistica, come

qualche critico decerebrato di nuova generazione ma- gari pensa, bensì densa di cultura e alla ricerca di nuovi fondamenti, oltre che di più solide fondamenta. Francesco. Negli ultimi tempi lavori su un segno/gesto che pare una piroetta,un archetipo assopito nel profon- do. E’ un segno/gesto efficace, inatteso e attivo. Il dina- mismo, l’essenza di molti tuoi ultimi lavori, richiamano

che collocavi sulle pareti, tra muri e porte, disposti a

la rotondità della vita, il suo movimento originario, che

terra, appesi come vele ai soffitti di gallerie e di cappel-

è poi quello di un viaggio che ricongiunge a sé. L’e-

le,

intorno ai pilastri dei centri culturali, agli alberi del-

quatore, in particolare, diventa moto cosmico, segno in

le

stazioni, dentro fienili o chiese sconsacrate, sotto i

evoluzione, firma e graffito insieme.

tetti delle case, nelle gabbie di zoo smantellati: ovunque

Franca. Quando si affronta la rotondità, ciò che si evo-

lo

spazio contenesse le relazioni strutturali, i pieni e i

ca

è la carezza,la cura,l’attenzione.In natura viene det-

vuoti che consentivano di dare un senso a quelle che in

ta

neotenia: forma capace di suscitare protezione. Il la-

quegli anni cominciavano a chiamarsi “installazioni”.

voro di Claudio esprime anche la dimensione persona-

Claudio. Proprio così. E dentro i quadri — il pane

le

di chi ha cercato di vivere con interezza vita privata e

quotidiano — riproponevo gli stessi aggetti,i fili in ten- sione dai colori fluorescenti in luogo dei neon o delle fibre ottiche,le stesse simulazioni di spazi inesistenti,ma percepibili. Senza dimenticare le forme bianche, la mo- dulazione seriale, in uno sforzo continuo d’integrazio-

ne di codici espressivi.

Franca. Sono stati anni intensi di ricerca di sintesi con altre culture estetiche, ad esempio l’arte d’Oriente, che “sa trasformare il gesto del braccio che dipinge l’albero nel movimento dell’albero”. Di riflessione sull’uso del segno e del colore, di pittura scrittura del mantra: quanti i metri quadrati

di tela su cui la disciplina della

sua mano ripeteva all’infinito, con colori dominati dall’azulete, la frase sacra che trasforma il fare arte in contemplazione! Claudio. Sì, e anche anni di cre- scita consapevole, nei quali mi sono confrontato con il valore del limite, in cui ho cercato le condizioni che danno senso e si- gnificato all’installazione, quelle

vita professionale. E con delicata poetica e passione arte

e vita affettiva.

Claudio. In fondo credo che l’affettività sia l’essenza di

ogni ricerca e dell’arte stessa. E credo anche che l’arte impegni a custodire il sentimento più dell’emozione, l’incanto più che stupore o meraviglia.L’arte regala sus- sulti di giovinezza costantemente. Protagonista del mio lavoro di questi tempi è un segno/gesto semplice e spe- ciale: è l’abbraccio e il calore della sua energia.

con il patrocinio del Comune di Vaprio d’Adda

16-24 OTTOBRE 2004

ANTIQUARIATO

XVIII MOSTRA MERCATO NAZIONALE

OTTOBRE 2004 ANTIQUARIATO XVIII MOSTRA MERCATO NAZIONALE Villa Castelbarco Vaprio d’Adda (MI) ORARI: Lunedì,

Villa Castelbarco

Vaprio d’Adda (MI)

ORARI:

Lunedì, Martedì, Mercoledì, Giovedì 15.00 - 20.00 Venerdì 15.00 - 23.00 Sabato e Domenica 10.30 - 20.30

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Autostrada A4 (MI-VE) uscita Trezzo sull’Adda

Ingresso aperto al pubblico a pagamento

Trezzo sull’Adda Ingresso aperto al pubblico a pagamento 30 Per la tua pubblicità chiama Gabriele Lodetti

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Valentino Vago

La pittura murale civile e religiosa

Giacomo Lodetti

È consuetudine alla libreria Bocca fare la conoscenza

di un artista quando viene pubblicato un libro sulla

Galleria Vittorio Emanuele II. Fino al giorno in cui

mi disse:“Giacomo devi venire a vedere cos’ho fatto

sua attività, dal momento che la vetrina affacciata sulla Galleria Vittorio Emanuele II è rituale meta di osser-

vazione a Milano degli appassionati dell’arte. Lo è

L’occasione quindi dell’uscita del volume di Laura

a Rovello”“A una condizione Valentino che guidi tu

perché io odio il traffico”. Raggiunto l’accordo sul giorno e sull’ora mi reco in

stato per Walter Valentini che ha illustrato le poesie di

via

Aldrovandi, saliamo sul suo mercedes che ha qual-

Leopardi in una raffınata edizione dell’editrice Una

cosa del suo padrone, come gli animali del film di Walt

Luna, per Mario Ceroli che ha realizzato una serie di disegni per il volume di poesie Anima perduta di

Disney La carica dei 101, e in meno di mezz’ora arri- viamo a destinazione. In macchina ci siamo racconta-

Adriana Iftimie e per Luca Pignatelli che ha realizza-

ti

quasi tutto quello che c'è da raccontare della pro-

to sei belle tavole per le poesie di Alda Merini

Salandin, Valentino Vago. La pittura murale civile e religio-

pria vita e così ho appreso che Valentino è nato a Barlassina nel ’31, che come molti altri suoi coetanei

aveva frequentato e terminato gli studi all’Accademia

sa, edito dalle Edizioni SINAI, 19, ha portato il

di

Brera. Aveva 29 anni alla sua prima personale, tenu-

grande artista ad oltrepassare l’ormai mitica Porta del

ta

in una Galleria di Milano, famosa negli anni ’50 ma

Sole. L’aggettivo solo apparentemente esagerato si addice particolarmente all’ingresso della Bocca, dopo l’erudita citazione che le ha dedicato Luisa Cogliati Arano alla presentazione di un’edizione delle Favole di Esopo illustrata da Nico De Sanctis, il suo creatore. Si contano ormai a decine le segnalazioni nel mondo, su riviste specializzate in Moda e Arte, della Porta del Sole che un industriale cinese, titolare di una catena di

che oggi non esiste più, l’Annunciata. Fu Guido Ballo, autore del libro Occhio critico, a presentarlo. Fuori dai molteplici movimenti artistici e indipendente di pen- siero, Vago si caratterizza come artista autonomo e originale. Adesso che lo conosco meglio direi anche ispirato, come un profeta di una pittura che deve ancora venire ma che lui ha visto e vede, avendo la sua anima oltrepassato tutti gli umani orizzonti. Già per-

ristoranti a San Francisco, ha persino clonato come

ché

Vago “cerca la luce dell’Universo”, non gli si può

accesso ai suoi locali. Per la prima volta ho così fatto

dire, quindi, cos’è o cosa faccia perché lo sa benissimo

la

conoscenza di Valentino. Un uomo alto, possente,

da

solo e regge le proprie teorie con una rete di soli-

distinto e dai tratti signorili che incedeva lentamente

de

conoscenze, tanto in filosofia quanto in storia delle

appoggiato al bastone. Fronte ampia e rari capelli

religioni. Arrivato a Rovello Porro ho avuto la più

canuti che fanno da orizzonte ad un volto dal dolce sorriso rassicurante. Alle prime battute di una rapida conversazione di rito percepivi immediatamente la sua profonda cultura, più che profonda, vissuta.

suggestiva esperienza della mia attività di libraio d’ar- te. Due realtà distinte ma tra di loro complementari e conseguenti mi hanno sorpreso in un luogo fuori dal mio pensiero, abituato come sono a vivere nel centro

Pensieri che raramente riesce a confrontare con un

di

Milano e nel cuore di problemi caratterizzati dal-

qualsiasi interlocutore, assai raro da trovare nella

l’ansia, dall’incertezza e dalla frenesia. La Chiesa dei

società odierna, scarsa di luoghi d’incontro per il pia-

Santi Pietro e Paolo e don Maurizio Corbetta, il suo

cere del solo conversare, capace di condividere o

parroco da 15 anni. Se non ci fosse don Maurizio non

meno un’opinione sulla pittura. Potrebbe sembrare un

ci

sarebbe stato il lavoro di Vago, né quello di Bodini,

orso ma non è così e io ne apprezzo idee e realizza- zioni. Da allora ho avuto molte occasioni d’incontrar- lo. L’ultima l’ha visto coinvolto con gli amici Borioli,

autore in quella chiesa di un altare da favola, opere d’arte entrambe che entrano in dialogo col credente come desidera lui,don Maurizio.Né la Chiesa vivreb-

Della Torre, Olivieri, Raciti e altri, in una mostra di

be

di quello spirito capace di “dire” Dio a tutti colo-

cui si parlerà più in futuro che oggi, per essere stata la

ro

che vi entrano, spirito che riconduce ai primi

prima, finanziata dai commercianti per il rilancio della

tempi del Cristianesimo. Quando uomini parlavano

ad altri uomini e insieme affron- tavano una vita che è sempre stata ostile. Classe 1956, Corbetta è il parroco dei primati. Giovane, colto, appassionato, cordiale e collezionista. Non per dire, ma la sua raccolta di musica classica, dal Canto Gregoriano agli autori contemporanei come Arvo Pärt, accumula ben 29000 CD. Per chi volesse contattarlo, so che gli farebbe piacere, per vede- re la chiesa, per conoscerlo o solo per sentire una sua messa, questo è il suo email mcorbe@tin.it. Entrato nella chiesa in compa- gnia di Valentino, vengo avvolto dagli Atti degli Apostoli, un affre- sco, a spruzzo con aerografo, tamponi di garza e pennello, di colori acrilici misti a tempere, di ben 7000 mq. Pittura di pura luce, che interessa l’intera vasta chiesa, dalle pareti ai soffıtti e alle volte. Immerso in quell’ambiente ho provato un sentimento non descrivibile ma che potrebbe ricordare lo stato d'animo degli Apostoli, quando sul monte degli ulivi,coi volti e gli occhi rivol- ti al cielo, assistevano più sorpresi che felici, all’ascen- sione di Cristo. Avevo l’impressione di lievitare guar- dando le pareti colorate, non sentivo più il pavimento sotto i piedi e mi domandavo come un uomo, non più giovane, avesse potuto concepire e realizzare un lavoro simile che sembrava uscire direttamente dal pensiero, senza passare attraverso un disegno, una traccia, una sinopia, una qualsiasi guida e fissarsi con una potenza strutturale incredibile ai muri. In poco più di un anno, tra il 2001 e il 2002,Vago ha realizzato, salendo sui tra- batelli alle 5 del mattino, scendendone al calar della luce, questo capolavoro che invito il lettore ad andare a visitare. Il libro, per il tema trattato e correttamente enunciato nel sottotitolo, parla di questa Chiesa, della Cassa Rurale di Barlassina,della parrocchiale di San Giulio, dei tanti negozi, soffıtti e pareti affrescati dappertutto. Avrebbe meritato una dimensione maggiore per trasmette- re in parte la comunicabilità delle opere diVago e le imma- gini a colori avrebbero meritato maggiore luminosità per l’identico motivo.Giudizio in ogni caso positivo per il meti- coloso lavoro dell’autrice,per la selezione dei testi,definiti- vo quello di Luciano Caramel e per le schede delle opere.

vo quello di Luciano Caramel e per le schede delle opere. Ho conosciuto Ettore Moschetti tra

Ho conosciuto Ettore Moschetti tra i ragazzi. Insegnava loro a incidere, tagliare, modellare, colora- re;insegnava a prendere materiali e non guardarli più per quel che sono, dentro gli oggetti di uso comune, bensì a considerarli strumenti per costruire mondi esteriori e interiori,e ricercare figure (perché la figu- ra umana, nascosta, ammiccante, velata o “sindone” che sia,sta sempre al centro della sua personale ricer- ca artistica, anche quando strizza l’occhio all’infor- male!). Così ho visto nascere un frontone di Partenone in grandezza quasi naturale, dove Fidia vibra per la scossa elettrica dell’oggi; e prima ancora ho visto un pannello, due pannelli in formica che riassumono le convulse e geniali rivoluzioni dell’Otto-Novecento artistico. Ho visto questi lavo- ri dare vita e colori ad uno strano edificio in mattoni, che i ragazzi abitano…

Ettore tra i libri

Franco Signoracci

Ma il suo insegnamento non è che la punta di un iceberg del grande, aperto lavoro di ricerca che Moschetti porta avanti. Perché Ettore dipinge, ma

non solo:lavora con materiali diversi,che sotto le sue dita prendono una densa e calda consistenza (si trat-

ti pure della luce, come diremo), per costruire forme

plastiche dentro cui lotta la sua ricerca espressiva. Di

fronte ai suoi lavori si ha sempre l’impressione di scorgere un mistero che ammicca, sorride, ma chie-

de di essere svelato nella sua profondità. Così è l’ar- te, così è l’uomo. Sorride, ma quanta vita e quanta esperienza dietro quegli occhi, che colgono nel colore e nei materiali vie da indagare a fondo, come testimoniano anche le sue mani da artista-artigiano.

I miei non sono solo ricordi: ho avuto la fortuna di

visitare di recente lo studio di Ettore Moschetti e ho percepito lungo quali direttive prosegua la sua ricer-

ca,tra riprese del passato,della sua storia artistica per- sonale, e straordinarie aperture a temi nuovi. Così da grandi quadri (di una originalissima tecnica puntillistica) guardano grandi volti dagli occhi enig- matici (è l’occhio scuro di Modigliani?); così finestre reali, ma aperte sul passato, trattengono frammenti di immagini, còlti dalla vita che scorse dentro quelle mura; così figure umane primigenie, quasi epiche, nascono dall’informale, che libera il gesto e accresce l’intensità espressiva. Così, infine, grandi lampade (una nuova via aperta dall’artista) fondono assieme metallo, disegno e luce, e sembrano piegare in onda morbida la luce stessa… Che ci sia in questi lavori anche l’influenza di Margareta Niel moglie di Ettore

e della sua preziosa ricerca sul gioiello d’arte e sul-

l’argento? Credo proprio di sì: dopo tutto, assieme a Margareta, Ettore ha già realizzato opere, allestimen- ti, mostre: felici incontri di luce, colori, gioielli e ferro. Dentro questa varia attività creativa l’artista sta

vivendo una nuova, feconda stagione si scorgono però delle costanti: e sono le figure. Soprattutto le forme umane, che attraversano l’opera di Moschetti come immagini epiche e originali (nel senso etimo-

logico, che stanno all’origine), dentro cui vi è certo il gioco delle sue personali radici partenopee, ricche

di frammenti di classicità, e — chissà — forse anche

il suo destino. Quello racchiuso in un nome antico:perché tutti noi abbiamo ammirato il divino Achille, ma abbiamo amato l’umano,umanissimo Ettore! Ora,a partire dal 25 settembre, potremo vedere alcune opere di Moschetti esposte nel prezioso spazio della libreria Bocca, in Galleria: saranno grafiche e alcuni quadri. Quella sera stessa verranno pre- sentati per la collana “I Girasoli”, diretta da Franco Colnaghi, edita dalla libreria Bocca due volumetti:nel primo Moschetti accompagna una poesia di Biagio Cepollaro, nel secondo Margareta Niel accosta piccole, preziose, coloratissime onde d’argento a un mio breve racconto… e per me è un pia- cere e un onore “uscire” assie- me a questi due artisti e amici! Da ultimo, Ettore Moschetti e Margareta Niel saranno presen-

ti con le loro realizzazioni (assieme ad altri artisti)

anche nello spazio espositivo di via Solferino 31, a partire dal 10 ottobre. Quest’autunno Ettore tra i libri, dunque. Ma anche Ettore a Milano.

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JOHANNES HANNOT

Leiden 1633-1685

JOHANNES HANNOT Leiden 1633-1685 PER L’ARTE
JOHANNES HANNOT Leiden 1633-1685 PER L’ARTE

PER L’ARTE