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FINITA In questo passaggio alla finit si compie in qualche modo quel processo di interiorizzazione della negativit che comincia

dallessere determinato in generale. La negazione, nel finito, immanente alla determinatezza ed anzi il principio sulla base del quale in essa si realizza il finito in quanto finito: il finito realizza il proprio essere nel proprio non essere, e nel proprio non essere non trova altro che la propria compiuta e concreta determinazione. Infatti allinizio del capitolo c) La finit Hegel fa riferimento proprio allo sviluppo dialettico della negazione allinterno del qualcosa. Proprio il qualcosa, da quieto esserci affermativo mostra di avere in s questa negazione. Cito: quando delle cose diciamo che son finite, con ci sintende che [] la lor natura, il loro essere, costituito dal non essere (128). Ma se il qualcosa in quanto finito ha in s il proprio non essere, la propria negazione, il qualcosa in quanto finito nega se stesso e passa nel proprio non essere. Questo passare non altro che la sua finitezza, il processo del divenire declinato sul piano dellessere determinato. Questo passare quindi generato dallinteriorizzazione della negativit, il che significa compiuto auto-riferimento di questa negativit costitutiva allessere del finito. Infatti Hegel scrive, cito: Le cose finite sono, ma la lor relazione a se stesse che si riferiscono a se stesse come negative, che appunto in questa relazione a s di mandano al di l di se stesse, al di l del loro essere (128). Questo mandarsi al di l di se stesse delle cose finire la loro auto-negazione, il loro finire, ingenerato dal loro avere in se come elemento essenziale il loro non essere. Fin qui si ha linquadramento generale della struttura del finito, che data proprio dallautoriferimento della negativit ad esso intrinseca. Lo sviluppo dialettico del finito si struttura poi, come il limite, in tre momenti. ) La concezione immediata del finito, in cui, come nel limite, gli elementi opposti dellessere e del non essere del finito sono semplicemente il negativo luno dellaltro, per cui nel proprio non essere il finito semplicemente finisce, si perde, svanisce. ) il secondo momento: il termine e il dover essere, in cui i due elementi sono luno esterno allaltro. Il finito ha nel proprio non essere la propria realizzazione, una realizzazione che per gli rimane in qualche modo sempre esterna. ) Il terzo momento: il passaggio del finito nellinfinito, in cui il finito ha nel proprio non essere, nel proprio togliersi, la propria concreta realizzazione, il suo concreto esserci. Il finito come tale non altro che il proprio processo di toglimento nellinfinito. Ora analizzer pi in dettaglio i tre momenti:

) Limmediatezza della finit Nel primo momento, come anticipato, abbiamo concezione immediata del finito, dove il termine immediato sta sia per la concezione pi astratta e unilaterale, sia per la concezione del finito tipica del senso comune. Larticolazione immediata del finito quella che si sviluppa a partire dalla prospettiva del qualcosa limitato, un qualcosa che in quanto limitato, come abbiamo visto prima, un qualcosa di finito. In questo senso la prospettiva unilaterale e astratta, perch non considera il finito nel suo realizzarsi in quanto finito, cio non considera il processo del finire. La prospettiva quella che prende le mosse dal finito come fosse qualcosa di dato, dotato di una propria auto-sussistenza. La negazione interna al finito, la sua auto-negatione, quella per cui esso inevitabilmente portato a trapassare nellaltro da s, non pu che portare alla semplice estinzione del finito. Ogni finito, in quanto finito, destinato a finire, ad estinguersi. visto quindi solo lesito negativo della struttura del finito, cio quello per cui il qualcosa nellavere in s il proprio non essere si nega e passa in questo non essere. Il finito viene considerato semplicemente solo come questo non-essere. Non viene ancora preso in considerazione lesito positivo di questo passare, ossia la realizzazione del finito come tale proprio in questo processo di auto-negazione. La finit, nella sua immediatezza, ancora solo, cito la negazione come fissata in s, epper si erge rigida di contro al suo affermativo. Il finito [] consiste appunto in questo, nellesser destinato alla fine, ma soltanto alla sua fine; - anzi il rifiuto di lasciarsi affermativamente portare al suo affermativo, allinfinito, di lasciarsi unire con quello (129). Se si sottolinea quindi la prospettiva unilaterale con cui viene considerata la negativit costitutiva del finito in questo primo momento si capisce allora il riferimento al Verstand, che si contraddistingue per lo stesso modo unilaterale di considerare la negazione. Per lintelletto la negazione il vuoto e astratto non essere di qualcosa. Lintelletto non ne intravede il ruolo costitutivo, la funzione determinante. Potremmo quindi dire che larticolazione immediata del finito corrisponde allarticolazione intellettualistica del finito, al modo in cui lintelletto concepisce il finito. Questa concezione intellettualistica del finito si mostra essere per in se stessa contraddittoria, cito: lintelletto persiste in questa mestizia della finit, facendo del non essere la destinazione delle cose e prendendolo insieme come imperituro e assoluto (129). Lintelletto tiene il finito nellastratta identit con se stesso, non intaccata del suo opposto, dallinfinito. Il finito il semplice non essere delle cose. Lintelletto si tiene fermo a questa determinazione negativa del finito proprio per evitare la contraddizione, per evitare lidentit del finito con il suo altro. Ma proprio nellevitare la contraddizione, secondo largomentazione hegeliana, lintelletto resta impigliato nella

contraddizione stessa per cui il finito viene assolutizzato: di contro allinfinito si continua a tener fermo il finito, come suo negativo. Posto come tale che non si possa unire collinfinito, il finito rimane assoluto da parte sua (130). Il problema consiste ancora una volta nel fatto che la struttura logica in questione, il finito, non viene compreso nella sua concreta dinamicit, come il processo del finire di ogni cosa determinata, ma come lastratto e statico non essere in cui ogni cosa determinata destinata a trapassare. In questa astrattezza e staticit, il non essere in cui consiste il finito un assoluto, un eterno, un imperituro in cui ogni cosa finisce. Il finito un infinito. Questa contraddizione interna alla struttura del finito, e come ogni contraddizione allinterno del processo dialettico, ha due lati. Da una parte mette in luce linsostenibilit delliniziale e immediata concezione del finito, che entra appunto in contraddizione con se stessa. Dallaltra per mostra anche lo sviluppo concreto della dialettica del finito, il finito che appunto portato dalla propria stessa natura a passare e realizzarsi nella determinazione opposta, nellinfinito. In questo primo momento immediato della finitezza per emerge ancora solo il lato negativo della contraddizione, per cui essa ha una funzione ancora meramente critica rispetto allarticolazione intellettualistica della finitezza. Per questo Hegel scrive, e cito: la contraddizione appare nel finito come soggettiva (130). La contraddizione ancora solo il segnale dellunilateralit e della non sostenibilit della concezione astratta del finito. Implicitamente per si intravede gi il valore speculativo della contraddizione, perch proprio la contraddittoriet del finito posto di contro allinfinito, non fa altro che mostrare la non sussistenza di questo finito assolutizzato e imperituro, il suo distruggersi e il suo passare nella determinazione opposta, nellfinito. La contraddittoriet si mostrer come la struttura di questo passare, che corrisponde alla concreta articolazione dinamica del finito stesso, al fatto che il perire non lultimo, ossia il definitivo, ma perisce (130). Questo perisce che perisce il finito stesso nella sua vera natura, e questa sua vera natura in se stessa contraddittoria. proprio questo che, come scrive Hegel in conclusione a questo primo momento, si deve, cito portare alla coscienza (130), ossia il fatto che la contraddittoriet che nel primo momento appare come soggettiva, in realt non lo , perch costituisce, cito lo sviluppo del finito (139) che, cito ancora essendo questa contraddizione, [] si distrugge da s (130). ) il termine e il dover essere Il primo momento della dialettica del finito ha portato allesplicitazione della contraddizione interna al finito stesso, cio la contraddizione per cui, cito il finito 1. La contraddizione consiste nel fatto che il finito sostanzialmente un non essere, ma se il finito , il finito un non essere che .
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WdL, p. 130.

Proprio questa contraddizione quella che porta allabbandono della concezione astratta del finito come sussistente di contro allinfinito. Il finito, in quanto un non essere che , o un essere che ha per sua natura il non essere, necessariamente portato a passare nellaltro da s. La contraddizione la struttura stessa di questo passaggio, come la contraddizione del divenire era la struttura logica del passaggio dellessere nel nulla. Questo passaggio pu essere considerato innanzitutto come negativo. Il passaggio del finito nel proprio altro non visto cio come il luogo in cui il finito si realizza se stesso, la propria finitezza; ma come il punto in cui semplicemente finisce, come il suo termine. Si tratta naturalmente di una considerazione unilaterale del passaggio del finito nel proprio altro, di una considerazione cio ancora una volta astratta del finito. La differenza rispetto alla considerazione precedente consiste nel fatto che mentre prima il finito veniva tenuto fermo di contro al suo altro, ora invece viene riconosciuto il suo necessario passaggio in esso: la struttura del finito contiene immanentemente in s questo passare nel proprio altro. Questo stesso passaggio viene quindi qui considerato nel suo valore costitutivo, un valore costitutivo che per qui assume una valenza meramente negativa: il proprio limite del qualcosa, posto cos da lui come un negativo, che in pari tempo essenziale, non soltanto limite come tale, ma termine 2. Nel termine cio la negazione della negazione che porta il finito a determinarsi come tale nel passaggio nel proprio altro vista come il semplice negarsi del finito, e non ancora come il processo in cui il finito realizza la sua stessa finitezza. Il termine per non rivolto solo negativamente verso il finito, rivolto anche verso laldil del finito. Solo che questo al di l non ancora considerato come la realizzazione positiva del finito, ma ancora come un negativo rispetto al finito: esso ci che il finito deve essere, il dover essere che proprio in quanto dover essere non ancora lessere del finito stesso.
Ma il termine non soltanto quello che posto come negato; la negazione a due tagli, in quanto quello che posto da essa come negato il limite. Il limite infatti in generale il comune del qualcosa e dellaltro []. In quanto relazione negativa al suo limite, che da lui anche distinto, e a s come termine, questo essere in s cos dover essere3.

In questo modo, nella relazione tra il termine e il dover essere, il necessario passaggio del qualcosa nel suo altro considerato solo nella sua valenza negativa nella misura in cui esso non ci che permette al qualcosa come finito di realizzarsi come tale, ma al contrario ci che impedisce la piena compiuta realizzazione del qualcosa. Nel termine il qualcosa si riferisce in lui stesso ad esso come a un non essere 4. Nel dover essere, al di l del termine, il qualcosa quindi sussiste, ma solo come quellin s che non trova possibilit di realizzarsi proprio in virt del termine in cui esso trova

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WdL, p. 131. WdL, p. 131. 4 WdL, p. 131-2.

invece il suo tramonto. Al di l del proprio termine, il qualcosa cio il negativo essere in s contro di esso 5. Ma come nel primo momento del finito Hegel mostra la non sussistenza della determinazione astratta, unilaterale e fissa di un finito posto di contro al proprio altro, e il suo necessario passaggio in altro; cos qui mostra la non sussistenza del dover essere come determinazione astratta, unilaterale e fissa posta di contro al finito, e il suo necessario accogliere in s il finito stesso. La dimostrazione della non sussistenza della concezione astratta del dover essere viene messa in atto nello stesso modo in cui era stata mostrata la non sussistenza della concezione astratta del finito, cio mostrandone la contraddittoriet interna, a significare il suo necessario passaggio e unit con la determinazione opposta:
il dover essere contien dunque la determinazione raddoppiata, cio una volta la determinazione come determinazione che in s contro la negazione, e laltra volta la determinazione come un non essere, che come termine distinto da quella, ma nello stesso tempo per esso stesso determinazione che in s6.

Il dover essere quindi: Da una parte essere, in quanto lessere in s del qualcosa, ci che il qualcosa appunto deve essere. Dallaltra parte esso questo vero essere solo in s. In realt esso come dover essere permane solo come non essere rispetto al qualcosa, come quel non essere che rappresenta la sua vera natura, ma una vera natura che il qualcosa in quanto affetto dal termine non realizza. In questo senso, Hegel afferma che il dover essere, nello stesso rispetto, e in pari tempo non 7, cio sia lessere sia il non essere in relazione al qualcosa affetto dal termine. Questa contraddizione ha due lati, uno negativo e uno positivo: Il lato negativo quello per cui essa esprime il dover essere come lessere in s del finito, la sua vera natura, una vera natura che per in questo rapporto fisso del termine di contro al dover essere sussiste sempre e solo come negata, qualcosa al di l del finito. Il dover essere, proprio in quanto dover essere, non mai qualcosa che compiutamente . Il lato positivo della contraddizione quello per cui essa lauto-contraddittoriet come concreta struttura del vero finito nel suo passaggio nellinfinito. Infatti, nel rapporto tra il

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WdL, p. 131-2. WdL, p. 132. 7 WdL, p. 132.

termine e il dover essere messo in evidenza come lessenza stessa di ogni cosa finita, il suo proprio essere, sia il suo stesso non essere8. Lo sviluppo dialettico delle determinazioni in questione porta al riconoscimento di come il qualcosa, nonostante sia affetto dal termine, e anzi, proprio in quanto affetto da questo termine, sia necessariamente il superamento il termine stesso, in quanto ha il suo essere in s, la sua vera natura, al di l del termine: come dover essere, il finito oltrepassa anche il suo termine9. evidente qui come si sviluppi un cambiamento totale di prospettiva rispetto al non essere. Il dover essere, concretamente compreso, non pi un al di l assolutamente distinto rispetto al finito; non si caratterizza cio come quellin s del finito che per rimane irrealizzabile per il finito stesso. Il dover qui al contrario un non essere che ha una valenza primariamente ontologica, semplicemente ci in cui il finito in quanto finito deve necessariamente passare superando il suo termine10, il dover essere ci che ogni cosa deve diventare nel suo concreto sviluppo. Nellesempio hegeliano, il germe deve diventare pianta, poi fiore e quindi frutto e cos via11. La concreta natura della relazione tra termine e dover essere mette quindi in luce come il necessario passaggio del finito nel proprio altro non debba essere considerato solo in termini negativi, per cui in questo passaggio il finito perisce, finisce, o, in altri termini, un nulla. Al contrario, in questo passaggio il finito si realizza come tale, appunto in quanto finito. Il finito come tale in questo senso non solo ci che necessariamente ha una fine, ma anche ci che nella sua costitutiva mancanza e insufficienza non pu permanere nellastratta e perenne identit con se stesso, e che quindi intrinsecamente destinato al passare in una altro, nel suo non essere, un non essere in cui va incontro per alla propria compiuta realizzazione. Da questa articolazione concreta del rapporto tra termine e dover essere emerge ora esplicitamente lauto-contraddittoriet del finito come tale. Si passa quindi al terzo momento della dialettica del finito. ) passaggio del finito nellinfinito I termini della contraddizione del finito sono il qualcosa in quanto affetto dal termine e il dover essere di questo stesso qualcosa. Ognuno di questi termini la negazione dellaltro, per cui il dover essere rispetto al qualcosa affetto dal termine il suo non essere; allo stesso tempo anche il

The core of a finite things being is nonbeing; and what it should be but is not is unambiguous being. No wonder Hegel thinks that finite things are inherently self-contradictory (S. Houlgate, The Opening of Hegels Logic, cit., p. 388). 9 WdL, p. 133. 10 In questo modo si spiega in che senso Hegel affermi che quella stessa determinatezza, che la sua negazione, anche tolta, ed cos il suo essere in s. Il suo limite in pari tempo non il suo limite (WdL, p. 133). 11 Cf. WdL, 134.

qualcosa in quanto affetto dal termine il non essere rispetto al dover essere, perch in s non ancora ci che deve essere. Ma si detto come questi termini contraddittori non stanno in una semplice relazione negativa luno rispetto allaltro, per cui ognuno rimarrebbe costitutivamente separato dallaltro: Il dover essere, per s, contiene il termine, e il termine il dover essere 12. Il risultato del loro sviluppo dialettico si mostrato essere proprio il fatto che il finito il continuo sorpassare il proprio termine nel proprio dover essere, il suo continuo essere il suo non essere: Il finito cos la contraddizione di s in s; si toglie via, perisce13. Questa contraddizione per cui il finito il suo passaggio nel suo dover essere, e quindi il proprio non essere, non altro che il continuo e interno svilupparsi di ogni cosa finita in cui la cosa continuamente muta, diventa qualcosaltro, e in questo diventare qualcosaltro realizza compiutamente se stessa, la propria concreta natura. La contraddizione del finito non fa altro che dare voce alla dinamicit intrinseca alla realt, e in effetti la contraddittoriet che contraddistingue il finito ha la stessa struttura della contraddittoriet del divenire, ossia lidentit dellidentit e della non identit di essere e non essere. Lunica differenza consiste nel fatto che questa struttura, nel finito, si trova trasposta di livello ed declinata qui sul piano della determinatezza. proprio questo dar voce allaspetto dinamico della realt che, secondo Priest, segna la differenza fondamentale tra logica formale e logica speculativa, questa differenza ha a che fare proprio con la capacit della logica speculativa di dare spazio, al suo interno, alla contraddizione, in un valore non semplicemente critico-negativo:
The law of non-contradiction holds in formal logic; but formal logic is correctly applicable only in a limited and well defined area (notably the static and changeless); in dialectical logic, which applies in a much more general domain, the law of non-contradiction fails (G. Priest, Dialectic and Dialetheism, 1980, p. ?).

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WdL, p. 137. WdL, p. 137.