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ribellamentu du vespru

pari ayeri... nveci j dumani

EDIZIONE IN PDF GRATIS ON LINE n 1 aprile 2010


offina667.net n1 aprile 2010 pagina

officina667.net periodico di in-formazione politica, culturale, storica, satirica, sportiva, ricreativa... edizione in pdf n 1 aprile 2010 iscrizione al tribunale di Catania n 30/2009 editore e direttore editoriale: Placido Altimari; direttore responsabile Salvo Musumeci; edizioni tradizionali stampate a Santa Venerina (CT) presso tipografia TM di Venera Mangano; provider edizione on-line: aruba spa delle pubblicazioni e dei contenuti officina667.net concessa licenza d'uso, permesso di citazione, e facolt di riproduzione e diffusione per fini non commerciali. Per ogni altra utilizzazione necessario inoltrare richiesta all'editore. I contenuti non originali (foto o altro...), prelevati da internet, si suppongono di pubblico dominio.

Sicilia, plebiscito del 1860: SI 432.053 NO 667 officina667.net : in onore e per l'esempio dell'eroismo civico di quegli invitti

EDITORIALE officina 667,net apre le proprie pubblicazioni con un numero speciale dedicato al ribellamentu du vespru. Per una coincidenza certamente temporale, ricadendo il 31 marzo il 728 anniversario, ma anche per una indubbia coincidenza spirituale: il vespro, momento epico e connaturante della nostra storia, per i Siciliani da sempre riferimento ideale per ogni atto di partecipazione civile. Ed un organo d'informazione essenzialmente partecipazione civile. Partecipazione: prendere-parte-agendo. Un'ambizione sovrumana, in un epoca di destrutturazione sociale, di conformismo post-ideologico, di omologazione mediatica. Ma appunto per questo necessaria. Come necessario sar l'apporto di quanti -condividendone l'ambizione- vorranno farsi operai di officina667.net per costruire una partecipazione competente, libera, sinergica e condivisa. E leggerci gi partecipare.

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Le illustrazioni di questo numero, supposte di pubblico dominio, sono tratte da wikipedia.org ; ilportaledelsud.org ; italiamedievale.org : altri...

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Pasqua 1282

RIBELLAMENTU DU VESPRU
Quando le prime luci avevano appena cominciato a diffondersi sulle tenebre medievali, i siciliani avevano gi ottenuto con le armi non solo varie libert municipali, ma anche i rudimenti di un governo costituzionale, quale allora non esisteva in nessun altro luogo. Prima di ogni altra nazione europea, i siciliani stabilirono col voto il reddito dei loro governi e dei loro sovrani. Cos il suolo siciliano si sempre dimostrato letale per gli oppressori e gli invasori, e i Vespri siciliani restarono immortalati nella storia (Marx-Engels, Opere complete, Editori Riuniti, vol. XVII, pagg. 375-377). http:// terraeliberazione.splinder.com/post/21699411

INTRODUZIONE
di Placido Altimari officina667.net 2010 Nell'accostarsi alla conoscenza della grande epopea del Vespro facilmente si pu essere indotti ad indugiare su quegli elementi che pi soddisfano i preconcetti che ognuno reca in s, proiettando in essi significati e valori ad esso estranei. Come anche proprio tali significati e valori -una volta sostituiti alla oggettivit storica, e spacciata per quella- possono attraverso la storia-non-pi-storia essere inculcate nei passivi ricettori dello scibile. E se questo vero per tutta la storia, lo in modo particolare per il Vespro, cardine strutturale della nostra storia. Non deve pertanto stupire se dall'Alpi a Sicilia dovunque Legnano (...) Il suon d'ogni squilla i Vespri suon (inno di Mameli); se Mussolini, all'approssimarsi dello sbarco anglo-americano, evocando lo spirito del Vespro chiamasse i Siciliani alla strenua resistenza; o se questo viene richiamato per demagogiche operazioni di polizia di uno stato apparentemente imbelle, sostanzialmente colluso, e dichiaratamente straniero. normale che il potere assimili, elabori, metabolizzi ed infine riproponga i simboli dei popoli soggetti usandoli a proprio vantaggio e giustificazione. N deve meravigliare che del turpe gioco anche i popoli soggetti si approfittino, lasciando esangue sul terreno -vittima sacrificale- la verit. Resuscitarla il compito che ci proponiamo. E per far ci necessario rimuovere sia la pigra ignoranza dei fatti che l'ancor pi esiziale loro supponenza. Quale spicciolo apporto

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di seguito riportato quanto pubblicato su wikipedia, che con buona sintesi ed onest riporta quanto ufficialmente registrato dalla storiografia ufficiale. Solo l'affinata destrezza del lettore sapr individuarne le piccole bugie che incastonate nell'evidenza dei fatti ne traviano il significato: in fondo la storia non dissimile dalla cronaca. In tal senso ci si permetter suggerire qualche piccola considerazione... Innanzitutto il Vespro non fu una insurrezione nazionale: sebbene ebbe quale esito coatto la formazione del Regno di Trinacria -ad un tempo espediente diplomatico e registrazione di una sconfitta ormai compiuta- il concetto di stato-nazione (che verr elaborato solo secoli pi tardi, in corrispondenza ed in funzione della borghesia industriale) estraneo alle sue ragioni. Certamente queste affondano nella consapevole appartenenza alla comune e condivisa civilt giuridica ed amministrativa formatasi con l'innesto del parlamentarismo vichingo nel preesistente impianto dell'Emirato, che trovarono corpo e sintesi nelle Constitutiones Regni Utrisque Siciliae (note anche come costituzioni melfitane, o liber augustalis), raccolte e promulgate per volont di Federico nel 1232, e evocate dal popolo come leggi del buon Guglielmo (cugino di Federico e re di Sicilia dal 1166 al 1189) : bounu statu j libbirt fu infatti il motto ed il programma del ribellamentu, e la promulgazione dei Capitula Regni Siciliae il suo trofeo. Carlo d'Angio pretese introdurre il sistema feudale ancora in auge nella barbara Europa in uno stato di diritto, dove etnie religioni ed enti economici diversi coesistevano nel medesimo spazio giuridico, insieme concorrendo alla formazione del Parlamento. La stessa autorit del monarca promanava dalla legge, ricevendone investitura dal Parlamento. Cos fu per Ruggero, cos per Federico, cos per Manfredi. Ma non

poteva l'avidit dei nuovi padroni francesi riconoscere freni giuridici... e mentre fu gioco facile corrompere le baronie della parte continentale del Regno, rendendo tollerabile l'introduzione di nuovi feudatari francesi per la privatizzazione dei regi possedimenti terrieri (primaria fonte finanziaria pubblica) che soddisfaceva la loro atavica avidit, che retaggio dell'antica amministrazione longobarda fu sempre causa di ribellioni e tradimenti, in Sicilia si trovarono di fronte ad una aristocrazia moderna, urbana, colta, responsabile... le cui (volutamente!) limitate disponibilit terriere -limitando le ambizioni fondiarie- invitavano a relazionarsi e coordinarsi alle altre forze produttive. Le quali, gi prostrate da decenni di guerra, dovettero subire il peso di una doppia imposizione fiscale: quella ordinata al regime pubblico preesistente pi quelle esatte dalla sovrapposta feudalit francese. Al disagio economico si andavano ad aggiungere la diffidenza delle comunit ebraiche, musulmane e bizantine, fino ad allora tutelate dallo speciale regime garantito dalla Legatia Apostolica. Questa, attribuendo funzioni di reggenza ecclesiastica alla monarchia siciliana, aveva permesso la ricomposizione dei potenziali conflitti in assoluta autonomia dal papato. Ma quale autonomia avrebbe potuto garantire un monarca francese imposto da un papa francese? Caduta infatti la strutturale difesa alla libert del papato con la caduta del Regno -progettato sin dal 1059 proprio per volont papale quale deterrente non solo all'espansionismo arabo e bizantino, ma soprattutto all'intransigenza longobarda e tedesca- il papato divenne ostaggio di quel processo che si conclam poco pi tardi nella cosiddetta cattivit avignonese. I quattordici anni che separano dalla disfatta di Corradino prepararono un rancore condiviso da tutte le componenti del popolo siciliano, la cui memoria della

Ruggero II

Guglielmo II

Guglielmo II offina667.net n1 aprile 2010 pagina 3

Pietro III sbarca in Sicilia libert doveva essere quanto mai viva, ed il desiderio di riscatto insopprimibile. Ma dove anche assolutamente chiari erano i principi giuridici che ne motivavano le ragioni e che ne determinarono le scelte. Le citt insorte si autoamministrarono non quali liberi comuni ma da communitas siciliae, partecipando al Parlamento che invest Pietro d'Aragona del regio mandato. Pietro non un improvvisato garibaldino, ma lo sposo di Costanza, figlia di re Manfredi, nipote di Federico II. E per le Costituzioni del Regno, in mancanza di eredi maschi era riconosciuta la trasmissione del patrimonio e dei titoli alle femmine, e date in dote ai loro mariti. Pietro spos la causa siciliana perch spos Costanza, divenendo egli stesso e la sua progenie progenie di Federico e di Ruggero. Come di fatto lo fu, giuridicamente e biologicamente. Era perci la normale logica pi ancora della eccezionale necessit a indicare in Pietro il riferimento per le speranza del Regno. E non solo della Sicilia citra: si noti in tal senso che il principale promotore del Vespro, Giovanni da Procida, gi ministro alla corte di Federico, era -come rivela il nome- da Procida, e che re Manfredi era pugliese. N esistevano le fisime campanilistiche e borghesi d'una attribuzione della capitale, seguendo la sede del Governo la perenne processione del re. Il ribellamentu si propag infatti oltre l'isola, raggiungendo gran parte della Calabria, ma bloccata ed esaurita la spinta propulsiva dovette per forza di cose adeguarsi alle circostanze, ed arroccarsi tenacemente nell'isola. Da allora, fino al 1816, si avranno due distinti regni di Sicilia, a imperituro ricordo della frattura operata per mano del perfido usurpatore. Ma a wuerra j pessa magari ppi ku a vinci. La guerra persa anche per chi la vince. Imponendo procedure amministrative eccezionali a detrimento delle normali prassi civili, i novant'anni dei guerra che seguirono l'insurrezione popolare determinarono la concentrazione delle funzioni pubbliche dei baeli (finanza) e dei giustizieri (giustizia) nelle mani delle amministrazioni militari, che corrispondendo ai distretti feudali retti dai baroni davano a quest'ultimi un potere tale da condizionare i comportamenti della centrale autorit regia. La quale ebbe ulteriore ragione di affiancare alla preesistente aristocrazia normanna la pi fidata (?) nobilt catalana, innescando la competitivit intestina gi letale nei sistemi feudali europei come in quelli saraceni. Ci determiner la scomposizione del movimento unitario nei partiti catalano e latino, le epurazioni interne, i ribaltoni i voltafaccia e tradimenti altrimenti inspiegati. Una concezione estranea alla civilt politica dell'antico regno ne snatur i principi giuridici e le procedure dialettiche, privilegiando la forza militare promanata dal possesso del territorio: ormai non pi affidato ma posseduto.

Federico II: augustale

Corradino

Manfredi

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EPOPEA
testo di pubblico dominio tratto da http://it.wikipedia.org/wiki/ Vespri_siciliani [tra parentesi quadra piccole note di redazione] se mala signoria che sempre accora i popoli suggetti, non avesse mosso Palermo a gridar "mora! mora!" (dalla Divina Commedia di Dante)

Dopo la morte di Corrado, la sconfitta di Manfredi a Benevento il 26 febbraio 1266 e la decapitazione di Corradino a Napoli 29 ottobre 1268, il Regno di Sicilia era stato definitivamente assoggettato a Carlo I d'Angi. Il Papa Clemente IV, che gi aveva incoronato Re di Sicilia Carlo nel 1263, sperava cos di poter imprimere ulteriormente la propria influenza sul Regno dell'Italia meridionale, senza subire gli odiati veti che furono imposti dagli svevi. Tuttavia il Papa si render conto molto presto che in realt gli angioini non manterranno le promesse e perseguiranno una politica espansionistica. Conquistato il Meridione d'Italia, Carlo pensava gi a Costantinopoli. In Sicilia la situazione era particolarmente critica per una riduzione generalizzata delle libert baronali ed una opprimente politica fiscale. L'isola, infatti, che fu sempre una fedele roccaforte sveva [fu sempre roccaforte di se stessa -ndr] e resistette per alcuni anni dopo il tentativo di Corradino, ora era il bersaglio della rappresaglia angioina. Gli Angi peraltro si mostrarono insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento ed applicarono un esoso fiscalismo praticando usurpazioni, soprusi e violenze. Dante Alighieri (che aveva 17 anni nel 1282) nel VIII canto del Paradiso, indica come Mala Segnoria il regno angioino in Sicilia. I nobili siciliani e soprattutto il diplomatico Giovanni da Procida riponevano le proprie speranze per una soluzione della situazione siciliana su Michele VIII Palaeologo, imperatore bizantino in contrasto con Carlo I d'Angi, su Papa Niccol III, che si era dimostrato sensibile e sul Re Pietro III d'Aragona. Il re d'Aragona era favorito in quanto la propria consorte Costanza era figlia di Manfredi ed unica discendente della dinastia sveva [della dinastia normanna -ndr] di cui la popolazione siciliana manteneva ancora il ricordo dello splendore raggiunto con il nonno, l'imperatore Federico II, tuttavia egli era impegnato dalla riconquista della parte della penisola iberica in mano ai mori. A fine 1280 accaddero due eventi storici importanti: mor Papa Niccol mentre l'imperatore Michele era dura-

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Pietro III sbarca in Sicilia i colori di Aragona diverranno quelli di Sicilia mente impegnato da una coalizione dove vi erano fra gli altri gli Angi e Venezia. I baroni siciliani iniziarono a organizzare una sollevazione popolare anche per dare un segno tangibile della loro forza e convincere Pietro, l'unico interlocutore rimasto a poter accorrere in aiuto dei siciliani. In questo contesto avveniva l'elezione di Papa Martino IV il 22 febbraio 1281 su cui in Sicilia si riponevano le ultime speranze. Invece il Papa, che era francese ed era stato eletto proprio grazie al sostegno degli Angi a cui era particolarmente legato, si mostr subito insensibile ai siciliani. Le pressioni internazionali in realt, celate o meno, erano molteplici data la instabile situazione politica europea di fine XIII secolo, la forte opposizione nei confronti dell'ingerenza papale e l'inarrestabile ascesa degli angioini, vassalli del pontefice,i quali ne erano al servizio assoluto. Carlo I d'Angi era sostenuto oltre che dal Papa Martino IV, da Filippo III di Francia e dai guelfi fiorentini. Pietro d'Aragona, che rappresentava la possibilit di frenare l'espansione angioina invece aveva i favori oltre che di Michele VIII Palaeologo, di Rodolfo d'Asburgo, di Edoardo I d'Inghilterra, della fazione ghibellina genovese, del Conte Guido da Montefeltro, di Pietro I di Castiglia, della nobilt locale e catalana e tiepidamente delle Repubbliche marinare di Venezia e di Pisa.

Hayez: il vespro offina667.net n1 aprile 2010 pagina 6

GLI ORGANIZZATORI Secondo la tradizione, la rivoluzione del Vespro fu organizzata in gran segreto dai principali esponenti della nobilt siciliana. Quattro furono i principali organizzatori: Giovanni da Procida, della famosa Scuola medica salernitana, medico di Federico II; Alaimo di Lentini, Signore di Lentini; Gualtiero di Caltagirone, Barone, Signore di Caltagirone; Palmiero Abate, Signore di Trapani e Conte di Butera. Secondo I Raguagli Historici del Vespro Siciliano di Filadelfo Mugnos, nell'organizzazione della rivolt questa fu la ripartizione: Ad Alaimo di Lentini fu assegnato il Val Demone con la citt di Messina. A sua volta questi affid: Milazzo e le terre vicine a Natale Anzalone e Bartolomeo Collura; Castroreale a Bartolomeo Graffeo; il territorio da Patti a Cefal a Tommaso Crisafi e Cefaldo Camuglia; il territorio da Taormina a Catania a Pandolfo Falcone; San Filippo a Girolamo Papaleo; Nicosia a Pietro Saglinpepe e Lorenzo Baglione; Troina a Iacopino Arduino. A Palmiero Abate fu assegnato il Val di Mazara e a sua volta questi affid: Trapani ed Erice ai fratelli; Marsala e le terre vicine a Berardo Ferro; Termini a Giovanni Campo; Enna, Calascibetta e altre terre ad Arrigo Barresi; Salemi, Polizzi e Corleone a Guido Filangeri; Licata a Rosso Rossi e Berardo Passaneto; Agrigento a Giovanni Calvelli; Naro a Niccol Lentini e Lucio Putti. A Gualtiero di Caltagirone fu assegnato il Val di Noto, il quale si riserv di organizzare la rivolta in prima persona a Caltagirone, Piazza e Aidone. Affid invece: Mineo e alcune terre vicine al figlio Perotto; Catania a Pietro Cutelli e Cau Tedeschi; Lentini a Giovanni Balsamo e Lanfranco Lentini; Siracusa a Perrello Modica e Pietro Manuele; Modica, Ragusa e altri luoghi a Manfredi Mosca; Vizzini ad Arnaldo Callari e Luigi Passaneto; Noto a Luigi Landolina e Giorgio Cappello.

La Guerra dei Novant'anni Tutto ebbe inizio all'ora del vespro del 31 marzo 1282, luned dopo la Pasqua, sul sagrato della Chiesa dello Spirito Santo, a Palermo. A generare l'episodio fu - secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa ad una giovane donna accompagnata dal consorte, mettendole le mani addosso con il pretesto di doverla perquisire; a difesa di sua moglie, lo sposo riusc a sottrarre al soldato francese la propria spada e lo assassin. Tale gesto fu appunto la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne segu i palermitani - al grido di "Mora, mora!" - si abbandonarono ad una vera e propria "caccia ai francesi" che dilag in breve tempo in tutta l'isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa. Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth (cfr. Giudici 12,5-6), mostrando loro dei ceci e chiedendo di pronunziarne il nome; appena i francesi dicevano "siser", anzich "ciciru", venivano uccisi.

Alaimo da Lentini

La prima fase del Vespro All'alba, la citt di Palermo si proclam indipendente. Ben presto, la rivolta si estese a tutta la Sicilia. Dopo Palermo fu la volta di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone e, via via, tutte le altre citt. Successivamente, gli insorti richiesero il sostegno del Papa Martino IV, affinch appoggiasse l'indipendenza dell'isola e la patrocinasse; tuttavia, il pontefice era stato eletto al soglio papale grazie all'appoggio dei suoi connazionali francesi e pertanto non accolse le richieste degli isolani, bens appoggi l'azione repressiva degli angioini. Carlo I d'Angi tent invano di sedare la rivolta con la promessa di numerose riforme; alla fine decise di intervenire militarmente. Secondo un cronista siciliano, Carlo I invi in Sicilia una flotta con 24.000 cavalieri e 90.000 fanti. In realt, tali numeri erano per l'epoca effettivamente esagerati: pi accreditata la stima del Villani, che parla di un totale di 5.000 uomini, di cui 500 provenienti da Firenze. A fine maggio 1282, l'esercito sbarc tra Catona e Gallico (a nord di Reggio) iniziando l'assedio di Messina e bloccando di fatto l'intervento di Reggio a sostegno della citt siciliana. La citt dello Stretto era allora comandata da Alaimo di Lentini, che nominato Capitano del Popolo, organizz la resistenza nella citt. Il primo assalto navale fu il 2 giugno, respinto dai siciliani; indi sbarc sulle coste di Messina il 25 luglio 1282, ben sapendo che non avrebbe mai potuto avanzare all'interno della Sicilia se non dopo aver espugnato la citt sullo stretto. Il 6 e l'8 agosto si ebbe un assalto guelfo italo-francese alle spalle della citt, dai colli, respinto dai siciliani. Alla guerra parteciparono tutti i centri dell'isola, tranne Sperlinga (EN), che divenne l'unico caposaldo angioino e dove i soldati si asseragliarono per circa un anno. Nel castello della cittadina infatti, si pu ancora leggere di questa fedelt: "Quod Siculis placuit, sola Sperlinga negavit" ("Ci che piacque ai Siciliani, solo Sperlinga lo neg"). L'assedio di Messina dur fino a tutto il mese di settembre, ma la citt non fu espugnata. Al periodo storico sono legate due leggende: il Vascelluzzo e Dina e Clarenza.

Giovanni da Procida

Ruggero da Lauria

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Nel frattempo i nobili siciliani [il Parlamento siciliano -ndr] avevano offerto la corona di Sicilia a Pietro III d'Aragona, marito di Costanza, figlia del defunto Re Manfredi di Svevia [di Sicilia -ndr]. L'aver fatto cadere su Pietro III la scelta quale nuovo Re di Sicilia significava per gli isolani la volont di ritornare, in certo qual modo, alla dinastia sveva [normanna-ndr], incarnata da Costanza. La flotta di re Pietro, comandata da Ruggero di Lauria sbarc il 30 agosto 1282 a Trapani accolto da Palmiero Abate. Linsurrezione divenne cos un vero conflitto politico fra Siciliani ed Aragonesi da un lato e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie fazioni guelfe dall'altra. Appena insediatosi Pietro nomin Alaimo di Lentini Gran Giustiziere, Giovanni da Procida, Gran Cancelliere e Ruggero di Lauria Grande Ammiraglio. Inoltre assegn incarichi di primo piano ai suoi fidati Berengario Pietrallada, Corrado Lancia e Blasco I Alagona. Il 26 settembre 1282 Re Carlo, sconfitto, fece ritorno a Napoli, lasciando la Sicilia nelle mani di Pietro III. Ebbe inizio cos un lungo periodo di guerre tra gli angioini e gli aragonesi per il possesso dell'isola. Nel novembre 1282 il Papa Martino IV lanci la scomunica su Pietro ed i siciliani. Gli Aragonesi presero l'impegno di tenere distinti i Regni di Sicilia e di Aragona: il Re nominava un luogotenente che in sua assenza avrebbe regnato in Sicilia. Cos quando Pietro fu richiamato in Spagna lasci la luogotenenza ad Alfonso III d'Aragona e dopo questo verr investito dell'incarico Giacomo II d'Aragona. Gli aragonesi per frustrarono quasi subito le aspirazioni dei siciliani, quando Pietro, finita l'occupazione dell'isola, sbarc a Reggio Calabria e punt a risalire la Calabria in direzione di Napoli. I malumori dei baroni siciliani sfociarono in ostilit aperta ed a farne le spese furono alcuni dei capi dei Vespri, come Gualtiero di Caltagirone, che il il 22 maggio del 1283 venne condannato al patibolo da Giacomo, figlio di Pietro e luogotenente di Sicilia; la condanna fu eseguita nel "piano di S.Giuliano" a Caltagirone. Davanti a Malta, l'8 giugno 1283 si affrontarono per la prima volta la flotta catalano-siciliana di Ruggero di Lauria e quella angioina nella cosiddetta Battaglia navale di Malta. L'ammiraglio Ruggero inflisse un duro colpo agli angioini, che furono costretti alla fuga. Il Papa Martino IV, che sosteneva fortemente la causa angioina, scomunic nuovamente Pietro nel gennaio, e quindi nel febbraio 1283 ed indisse una vera e propria crociata da Orvieto il 2 giugno 1284

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contro i siciliani. Il 5 giugno 1284 e poi nel 1287 nelle due Battaglie navali di Castellammare, combattute nel Golfo di Napoli, la flotta aragonese con al comando l'ammiraglio Ruggero di Lauria vinse nuovamente quella angioina, comandata da Carlo lo Zoppo, che in occasione del primo scontro venne catturato e tenuto in prigionia nel castello di Cefal e rischi la pena capitale. Giacomo infatti premeva per la condanna a morte, mentre il padre Pietro, tramite Alaimo di Lentini, spinse per cercare un trattato di pace; tale situazione cost la fiducia ad Alaimo. Quest'ultimo avrebbe pagato di persona con la deposizione da Giustiziere e l'esilio sino al 1287 quando Alaimo venne giustiziato. Il Papa Onorio IV, successore di Martino, pur mostrandosi pi diplomatico del predecessore non accett la sollevazione del Vespro e l'11 aprile 1286 conferm la scomunica per il Re Giacomo di Sicilia ed i vescovi che avevano preso parte alla sua incoronazione a Palermo il 2 febbraio 1286; tuttavia, n il Re n i vescovi se ne preoccuparono. Il re invi addirittura una flotta ostile sulla costa romana e distrusse col fuoco la citt di Astura. Nel 1288 Roberto d'Angi venne catturato e tenuto in ostaggio dal Re Giacomo per costringere gli angioini a firmare un armistizio nel 1295. Nel 1291 Alfonso III d'Aragona firm a Tarascon un trattato con Papa Niccol IV e Carlo II d'Angi che prevedeva l'espulsione del fratello Giacomo dalla Sicilia, ma l'accordo non ebbe alcun effetto nella guerra. Federico III d'Aragona Alfonso mor nel 1291 e Giacomo, suo successore sal quindi sul trono di Aragona lasciando la luogotenenza in Sicilia al fratello Federico che da subito si mostr molto attento alle istanze dei siciliani. Il Trattato di Tarascon rimase inapplicato e Papa Nicola IV colse l'occasione per lanciare una crociata contro il regno d'Aragona comandata da Carlo di Valois. Nello stesso momento erano in difficolt anche gli angioni cos Giacomo II di Aragona e con Carlo II d'Angi cercarono con il Trattato di Anagni firmato il 12 giugno del 1295 una via d'uscita dal conflitto del Vespro. Il trattato avrebbe previsto la ritirata degli aragonesi dall'isola e la riconsegna agli Angi. Cos i siciliani si sentirono abbandonati ed in questo contesto il Parlamento siciliano, riunito al Castello Ursino di Catania, elesse a Re di Sicilia Federico [col titolo tradizionale di Rex Siciliae, ducatus Apuliae et principatus Capuae -ndr] disconoscendo Giacomo. Il piano di alleanze fu stravolto: da questo momento i Siciliani continuarono la lotta sotto la reggenza di Federico, contro sia gli Angioini che gli Aragonesi di Spagna del Re Giacomo. La reggenza di Federico acu per il malcontento di alcuni grossi feudatari fra i quali l'ammiraglio Ruggero di Lauria che si asseragli prima nel castello di Aci e successivamente entro le mura di Castiglione di Sicilia, suo feudo impegnando gli aragonesi in un logorante assedio (1297). L'ammiraglio Ruggero pass quindi dalla parte angioina-aragonese di Spagna e vinse Federico il 4 luglio del 1299 nella Battaglia navale di Capo d'Orlando. Il 31 dicembre del 1299 durante la Battaglia di Falconara, tentativo dei francesi di riconquistare la Sicilia e che venne combattuta fra Mazara del Vallo e Marsala, il generale aragonese Martino Perez de Roisviene vincitore fece prigioniero Filippo I d'Angi figlio di Carlo II. Il 4 luglio del 1300 nella Battaglia navale di Ponza Ruggero di Lauria batteva nuovamente gli aragonesi facendo prigioniero Federico III e Palmiero Abate. Il re riusc poi a fuggire, mentre Palmiero mor di stenti in prigionia pochi mesi dopo.

chiesa dello Spirito Santo

castrum sinus - castello Ursino

castello di Aci

Nascita di Federico II: la miniatura attenta a rappresentare le circostanze di quella nascita, voluta pubblica, nella piazza di Jesi, protetta appena da una tenda all'uopo predisposta. Tenda che recano le insegne di Aragona quale presagio e legittimazione della futura evoluzione storica.

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Con la fine di Palmiero, scompariva l'ultimo dei promotori del Vespro, dopo Gualtiero e Alaimo che vennero giustiziati e Giovanni da Procida, l'unico, quest'ultimo a morire di morte naturale. Le fazioni latine e catalane Alla conclusione del XIII secolo il regno di Trinacria iniziava ad essere logorato da fazioni che facevano capo alle principali famiglie nobiliari: alla fazione latina, legata al partito svevo-ghibellino appartenevano principalmente i Ventimiglia, i Chiaramonte, i Palizzi, i Lanza, gli Uberti; alla fazione catalana, legata agli aragonesi appartenevano gli Alagona questi specialmente alla corte di Sicilia ed i Moncada maggiormente vicini alla corte di Barcellona, e Matteo Sclafani i Rosso ed inoltre si possono menzionare i Lentini anche se spesso vennero accostati alla casata angioina (Nel corso dei successivi anni '30 del 1300 si aggiungeranno a questa fazione i Peralta). La guerra civile proseguir ben oltre il Vespro, in questo periodo e con alcuni trattati si tent invano di ricomporre la pace fra le fazioni. Il maggior trattato del 4 ottobre 1362 che venne firmato tra le fazioni latina e catalana. La Pace di Caltabellotta La pace di Caltabellotta fu il primo accordo ufficiale di pace firmato il 31 agosto 1302 nel castello della cittadina siciliana fra Carlo di Valois, come capitano generale di Carlo II d'Angi, e Federico III d'Aragona; tale trattato concluse quella che viene indicata come la prima fase dei Vespri. L'accordo limitava il regno di Carlo II al meridione peninsulare d'Italia [alla parte continentale del Regno siciliano -ndr] ed il titolo di Re di Sicilia, mentre stabiliva che Federico continuasse a regnare in Sicilia, con il titolo di Re di Trinacria. Inoltre, prevedeva che Federico sposasse Eleonora, sorella del duca di Calabria Roberto d'Angi e figlia di Carlo I. Infine, la pace prometteva che, alla morte di Federico il regno sarebbe tornato agli angioini. Grazie a questo accordo si avvi anche una ricongiunzione fra la corte aragonese e diversi signori ribelli come Ruggero di Lauria. La seconda fase del Vespro L'accordo di Caltabellotta serviva a Federico per riorganizzare il proprio regno fortemente indebolito dai duri anni di guerra e ci riusci al

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castello di Aci incastonato nella riviera dei ciclopi offina667.net n1 aprile 2010 pagina 10

monarca sino a quando cercando di eludere il trattato di pace di Caltabellotta assegn la corona di Re al figlio Pietro, evitando cos di far ereditare la corona agli angioini come previsto dagli accordi. Pietro regn cos a partire dal 1321, ben quindici anni prima della morte di Federico (1336), e ci provoc la inevitabile reazione angioina e la ripresa della guerra. Alla morte di Pietro (1342) succedeva il figlio Ludovico sotto tutela di Giovanni d'Aragona, perch di soli cinque anni. Fu probabilmente grazie alla diplomazia di Giovanni che si raggiunse un accordo con gli Angioini siglato nel Castello Ursino di Catania l'8 novembre 1347 e che andava a chiudere quella che viene definita la seconda fase dei Vespri. Il trattato Avignonese: la fine della guerra dei novant'anni Tuttavia Giovanni contagiato dalla epidemia di peste per ed il giustiziere Blasco II Alagona mal visto dal Parlamento siciliano non riusc a far ratificare l'accordo. Cos la guerra prosegu, con il debole regno di Sicilia nelle mani di Federico IV d'Aragona incalzato dall'esterno dagli angioini, che erano riusciti a riconquistare buona parte dell'isola e dall'interno dall'anarchia causata da vari e potenti signori ribelli. Nel 1349 Eleonora, figlia di Pietro II andava in sposa a Pietro IV d'Aragona in base ad un importante accordo che prevedeva la rinuncia della Spagna alle pretese sulla Sicilia. Una ulteriore ed importante svolta si ebbe nel 1356 quando il governatore di Messina, Niccol Cesareo, in seguito a dissidi con Artale I Alagona, richiese rinforzi a Ludovico d'Angi, che invi il maresciallo Acciaiuoli. Le truppe, assistite dal mare da ben cinque galee angioine saccheggiarono il territorio di Aci, assediando il castello. Proseguirono quindi in direzione di Catania cingendola d'assedio. Artale usc con la flotta ed affront le galere angioine, affondandone due, requisendone una terza, e mettendo in fuga le truppe nemiche. La battaglia navale, che si svolse fra la borgata marinara catanese di Ognina ed il Castello di Aci, fu detta Lo scacco di Ognina e segn una svolta definitiva a favore degli aragonesi nella guerra del Vespro. Dallo Scacco di Ognina gli angioini non si sarebbero pi ripresi tuttavia la guerra fra Sicilia e Napoli si trascin sino al 20 agosto 1372 quando si concluse dopo ben novanta anni con il Trattato di Avignone firmato da Giovanna d'Angi e Federico IV d'Aragona e con l'assenso di Papa Gregorio XI.

Federico III, figlio di Costanza, figlia di Manfredi, figlio di Federico II, figlio di Costanza, figlia di Ruggero II, figlio del gran conte Ruggero, fu dapprima reggente aragonese in Sicilia per 4 anni, quindi Re di Sicilia dal 1296 al 1302, infine Re di Trinacria dal 1302 fino al 1337, anno della sua morte. Volle assumere il nome di Federico III per sottolineare la continuit di sangue e di governo col nonno, simbolicamente ribadita con l'inserire le insegne di Manfredi accanto a quelle di Aragona. Riposa nel duomo di Catania, a pochi metri dalle reliquie di Sant'Agata liberationem patriae, in un sarcofago di pietra lavica: suggello d'amore della terra di Sicilia per il grande combattente per la sua libert.

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sarcofago di Federico III offina667.net n1 aprile 2010 pagina 11

Hayez: il vespro

CAPITULA REGNI SICILIAE


alcuni punti del Patto costituzionale concordato tra Federico III ed il popolo di Sicilia (Testa, Capitula Regni Siciliae): punto 1. Il re di Sicilia ed i suoi eredi assumono come loro primo compito difendere la Sicilia da qualsiasi nemico di qualunque ordine, grado e dignit punto 2. Il re di Sicilia ed i suoi eredi devono sempre rimanere in Sicilia, rifiutando la concessione di altro regno o lo scambio del regno di Sicilia con altre offerte. punto 3. Il re di Sicilia ed i suoi eredi non possono e non devono stringere alleanze, dichiarare guerra o concludere pace con chicchessia, compreso il papa e la chiesa di Roma, senza lespresso consenso e la piena conoscenza dei Siciliani. punto 4. Il re di Sicilia NON un re assoluto, ma governa il paese e ne decide i provvedimenti necessari al suo sviluppo insieme con il Parlamento. punto 5. Il Parlamento si riunisce una volta lanno, il giorno di Tutti i Santi, in un luogo dellisola da stabilire di volta in volta. Il governo di un paese non consiste infatti nella ordinaria quotidiana attivit amministrativa e politica, ma anche e soprattutto nel por riparo agli errori, correggere i difetti, incrementare le virt, rinsaldare la giustizia, accrescere la prosperit della cosa pubblica, favorire la crescita di ricchezza del paese, perseguire la desiderata prosperit. punto 6. Il Parlamento convocato dal re, che lo presiede, ed composto dai conti, dai baroni, dai feudatari, dai sindaci delle citt che siano idonei e sufficientemente istruiti, nonch da altri soggetti opportuni ed utili in grado di dare un efficace contributo alle decisioni da prendere. (il clero era originariamente escluso, solo in seguito sar chiamato a farne parte). punto 7. Il compito di ogni membro del parlamento di provvedere insieme al re a tutto quanto procuri ed esalti lo stato sano e felice della monarchia, della stessa isola ed in modo particolare di tutti i siciliani. punto 8. Il Parlamento deve anche funzionare come camera di giustizia ordinaria esaminando e punendo i difetti, le negligenze, gli eccessi dei giustizieri, dei giudici, dei notai e degli ufficiali, sui quali i sindaci delle citt devono portare tutte le informazioni necessarie. punto 9. Il Parlamento deve anche funzionare come camera alta di giustizia eleggendo a tal fine 12 uomini nobili ed assennati che esaminino e decidano con sentenze inappellabili le cause criminali dei conti, dei baroni e dei feudatari.

Federico II

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dracma, Siracusa 336 a.C.

TRACCE ICONOGRAFICHE
l'identit dei popoli nascosta nel substrato dei suoi simboli: colori, suoni, segni... semi. Essi resistono alle maschere che la contingenza ha indotto o costretto ad indossare. Senza recuperarne i segni non potremmo attingerne i significati. Persi i quali perso anche il significato del nostro presente. necessario ricercarli ad uno ad uno, interpretandone gli ideogrammi cos da ricostruire a ritroso il percorso di Pollicino, nel tentativo di approssimarci alla sua origine. Non c' infatti identit che prescinda dall'origine, n originalit scissa dall'identit. Che non mai univoca: noi siamo crogiolo -o groviglio- delle generazioni che ci hanno preceduto, e pietra milare per quelle che seguiranno. bandiera di combattimento adottata dall' EVIS, esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia (1944)

Hautoville: rosso (principato di Capua) argento (ducato di Puglia) azzurro (Sicilia)

Manfredi: figlio illegittimo di Federico II e Bianca Lancia, riconosciuto solo in punto di morte, non potendosi avvalere delle insegne avite si invent l'aquila di chiara derivazione germanica su campo argento della sua Puglia. Laquila diverr il segno distintivo delle istituzioni del Regno di Sicilia. Scudo degli Aragona, riferimento all'attuale bandiera di Catalunya (Catalogna) -> Emblema adottato da Federico III, sintesi delle dinastie di Aragona e Manfredi, che per secoli rimarr simbolo del Regno siciliano

particolare dello stemma della real casa Borbone

Linsegna del Regno sovrastante lingresso delluniversit di Catania

Tar coniato sotto Ferdinando III di Sicilia e I delle Due Sicilie

Gonfalone della Regione Siciliana

Bandiera della Regione Siciliana offina667.net n1 aprile 2010 pagina 13

L'EREDIT
di Placido Altimari officina667.net 2010 Iniziato per la volont di restaurare l'antico ordinamento del Regno, il vespro percorse fino in fondo la tragedia dell'ineluttabilit della storia, finendo per crearne uno assolutamente nuovo. Profondamente pi vecchio. Le concessioni offerte all'aristocrazia frantumarono l'unit di comando della corona, frammentarono l'amministrazione erariale, privatizzarono il gettito, disarticolarono la produzione, permettendo il formarsi di quel latifondo feudale il cui retaggio ancora presente nel comparto agricolo. Novant'anni di guerra combattuta non solo per terra e per mare ma anche fra le diverse fazioni siciliane ebbero la conseguenza di prostrare le produzioni ed i commerci. Una Sicilia divisa, isolata e impoverita si ritrov impreparata a gestire la crisi dinastica che di l a poco esaur la stirpe degli Hautoville (1412), scatenando una europeizzata lotta feudale per il trono il cui esito fu l'associazione della corona siciliana alla monarchia aragonese. Fu allora che la Sicilia entr fatalmente in Europa. (E nu-nni niscju ki). (E non ne uscita pi). In tanta rovina non mancarono fulgidi atti d'eroismo e mirabili elaborazioni giuridiche, che non solo costruirono il mito del ribellamentu ma anche i presupposti della inviolabile sovranit siciliana. Le Constitutiones regales, i Capitula alia e le Ordinationes generalis, promulgate da Federico III al suo insediamento (1295), indicando nel Parlamento -e quindi nelle sue componenti- l'ente supremo dell'amministrazione del Regno, della cui volont procede l'autorit regia, e per la cui volont amministrato il governo, costringeranno le corone straniere al perpetuo riconoscimento della sostanziale indipendenza del Regno. Cosa non difficile per le dinastie che da allora si succederanno, Trastamara, Asburgo e Borbone, use ad amministrare federazioni di autonomie locali (civili, come i fueros di Spagna, o militari come i feudi di Germania). Ma che imprimer l'ancor presente concezione di estraneit di un potere non-proprio per il quale ogni privato diritto sar ricondotto al compromesso o alla elusione. Una indipendenza certamente congiunta alle dinamiche europee, di cui seguir le sorti e condivider glorie ed abomini... Una indipendenza che assumer a vessillo i simboli del vespro, l'aquila di Manfredi nell'argento del ducato di Puglia e le bande rosse e gialle di Aragona, ad imperitura memoria delle radici della nostra libert.

castrum sinus - castello Ursino offina667.net n1 aprile 2010 pagina 14

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