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INDIPENDENTISMO, SEPARATISMO, AUTONOMISMO.

LA SICILIA DIVENTATA
NAZIONE. ITALIANA, PER. ECCO LE RAGIONI

Jerome Ferrante, ex sottufficiale dellArma dei Carabinieri,


palermitano, elesse come sede diplomatica del governo siciliano in
esilio lHotel Etna di sua propriet, sul boulevard Voltaire 14, al
cospetto della stazione Saint Charles di Marsiglia. Sulla vistosa targa,
allingresso dello stabile, scrisse: Statu di Sicilia Libbiru Governu
Siciliano Consiglio dEuropa.
Lepisodio provoc sorrisi e qualche sfott, ma anche compiacimento
ed attenzione. La Sicilia come comunit di destino o come comunit di
carattere si rivela nel bisogno di una identit ed insieme nel suo
rifiuto. Una contraddizione, solo una delle tante. Eppure il Vespro e il
separatismo sono i riferimenti costanti della sicilianit al pari del
gallismo brancatiano e del gattopardismo. Vicende di segno diverso
ma assimilabili nel bisogno inespresso di identit.
La patria siciliana si pu cogliere attraverso una lettura obliqua della
sua storia o una dimensione immaginaria.
Mariano Vinciguerra lavor decenni per dimostrare che la Sicilia fu
sempre isola e mai giunta allItalia. E il catechismo sicilianista,
attribuito a Michele Amari, rende merito a Dio che stenda la Sicilia
dogni intorni i mari per segnarla da tutta altra terra. Linsularismo
uno stato danimo che sospinge verso linterno e costruisce fatalit
esteriori per spiegare la storia.
Ma a fare lidentit siciliana non sono solo i siciliani, anzi.
Viollet Le Due, accademico di Francia, sostenne un secolo fa con
convinzione che finch ci sar un siciliano in Sicilia, egli non
abdicher mai alla sua antica nazionalit. E Carlo Marx, suo
contemporaneo, scriveva sul Daily Tribune di New York che nessuna
terra e nessun popolo hanno lottato cos instancabilmente per la loro
emancipazione come la Sicilia e i siciliani.
Nel corso della storia il sentirsi popolo e nazione dei siciliani ha
guadagnato alcuni favori, ma ha anche raccolto avversioni irriducibili:
questa aspirazione come definirla altrimenti? stata duramente
criticata, negata o semplicemente ignorata.
Massimo Fini, concludendo la sua inchiesta sul separatismo siciliano,
scrive che per met dei siciliani, il sicilianismo e lidea di nazione
esistono e vanno difesi, per laltra met tutto questo non che il
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segno di un intollerabile provincialismo. E si chiede, pertanto, se


queste nostalgie di una Sicilia nazione non siano altro, come pretende
lo scettico Principe di Salina, dei sinistri tentativi di rituffarsi in un
passato che attrae solo perch morto.
Lo storico siciliano Rosario Romeo nega che la sua terra possa
meritare ancora oggi lappellativo di nazione (lo stata, ma non
esiste pi). Marcello Cimino, autore di Fine di una nazione, data la
scomparsa della nazionalit siciliana negli anni cinquanta, quando
lisola assiste impotente al suo declino, alla subordinazione coloniale
del suo territorio, e diviene la pattumiera del Paese a causa delle
industrie peltrolchimiche.
Massimo Ganci, altro storico siciliano, autore de La Sicilia Nazione,
giudica al contrario che la nazione siciliana una realt, perch il
popolo siciliano ha vinto la sola battaglia che meritasse di essere
combattuta, quella della cultura, riuscendo a conservare la propria
identit attraverso i millenni, nonostante il giogo di molte
dominazioni. Opinione questa, che ha avuto insospettabili
precedenti. Antonio Gramsci, fra gli altri, riconobbe per esempio i
caratteri differenziali assai profondi della Sicilia rispetto al
Mezzogiorno e il Memorandum del 1896 della Federazione socialista di
Palermo al Commissario governativo descrisse una Sicilia mai
disgregata e confusa con alcun altro paese.
Ma lepisodio pi recente di questa diversit di opinioni forse il
governo di Silvio Milazzo del 1958, che al Nord ricordato come la
testimonianza esemplare dellintrallazzo politico per via della alleanza
fra destra e sinistra, mentre in Sicilia molti, come lonorevole Ludovico
Corrao, lo considerano un sussulto della permanente aspirazione del
popolo siciliano allindipendenza.
La questione siciliana si snoda nel racconto di viaggiatori e storici
come un rosario di contraddittorie osservazioni. La Sicilia di Alcibiade
una terra di nessuno, le citt brulicanti di uomini e razze diverse,
senza patria n armi di difesa, preoccupati di procurarsi a spese
dellerario ci che ritengono utile al fine di stabilire la loro dimora, ove
necessario. La Sicilia di Tucidide abitata da un popolo amante delle
comodit pi che del bene pubblico; la Sicilia del Duca di Ossuna, nel
1616, un regno che rifiuta Dio e Sua Maest e quella di Martorana
un luogo in cui n le Crociate, n le leggi, n le ideologie hanno mai
trovato terreno favorevole a causa del fatto che si passa con facilit
dalluna allaltra religione.

Il popolo siciliano di Edmondo De Amicis debole, mutevole nella


volont, facile egualmente allentusiasmo ed allo scetticismo, eroico
nei suoi impeti generosi, eppure capace di ferire a morte i suoi
governanti di fine ingegno. Il popolo siciliano di Tornasi di
Lampedusa crede di avere un passato imperiale che gli dia diritto a
funerali sontuosi.
Il Vespro del siciliano Elio Vittorini racconta un popolo inarticolato
che dal primo suddito non barone allultimo servo di barone legato
allidea monarchica, perch tenendolo unito entro la sedentaria
continuit feriale, separato da tutto il resto dei popoli e degli uomini,
sembra addirittura proteggerlo.
Lindipendentismo, il separatismo, lautonomismo, il partito siciliano,
la nostalgia della patria siciliana, che spesso nascono e muoiono sulle
pagine della volubile informazione quotidiana, vengono giudicati con
severit: un modo furbo per rivendicare prebende e privilegi, uno
strumento ingegnoso per vivere fuori dalle regole dello Stato, un
comodo alibi per quanti considerano lisola una fastidiosa appendice
estranea alla vita della nazione italiana.
Oggi i siciliani non hanno amor di patria siciliana. Considerano
anacronistico lindipendentismo, una pagina lontana di storia il
separatismo, e guardano con sospetto lautonomismo.
Le ragioni? Sono sotto gli occhi di tutti. La specialit stata
unoccasione perduta. Finora.
http://archivio.siciliainformazioni.com/politica/indipendentismoseparatismo-autonomismo-la-sicilia-e-diventata-nazione-italianapero-ecco-le-ragioni/
Jerom Ferrante nella primavera del 1978 arriv nel mio ufficio parigino
dellEuropeo un plico bizzarro.
Istoriato di colorati francobolli e timbri del Libbiru guvernu di Sicilia.
Il valore dei francobolli era espresso in tar, antica moneta siciliana
soltanto avevo sentito nominare in certe filastrocche della mia infanzia.

che

Ivu a la fera accattari cuttuni, mi ci mann lu me patruni, mi ci mann u tri


tar, unu, rui e tri.
Me lo rigiravo in mano, quel plico, divertito e curioso. Che a mia insaputa ci
fosse stata in sicilia una guerra di indipendenza sfociata in un Libbiru guvernu?

Il contenuto non era meno stupefacente. Fotocopie su fotocopie di documenti,


petizioni alla Cee, allOnu, ai governi di mezza Europa, riproduzioni di progetti
di aeroporti internazionali a Palermo, Licata, Catania, libelli storico-politici sulle
prevaricazioni e rapine subite dalla sicilia per mano di Garibaldi, dei governi
monarchici e repubblicani. Riproduzioni di tarcartacei e di tarin oro, moneta
ufficiale. Resoconti sulle infinite ricchezze dellisola, dal petrolio alloro. Il tutto
in una lingua squinternata e ibrida, franco-siculo-italiana. Ogni documento
firmato da Jerom Ferrante, portavoce e responsabile del Libbiru guvernu di
sicilia in esilio a Marsiglia. Un meraviglioso delirio che non poteva non farmi
venire il desiderio di incontrare il pirotecnico Jerom. Andai a Marsiglia.
Arrivai la mattina presto. La monumentale e coloniale scalinata della
stazione Saint-Charles cominciava a popolarsi delleterogenea umanit di
questa molto mediterranea citt di mare. L di fronte, al 14 di boulevard
Voltaire, dalla bianca terrazza di un piccolo ristorante sentii zampillare le note
scintillanti dellinno dei Puritanidi Vincenzo Bellini: Suoni la
tromba, e intrepido
Un uomo corpulento, sui sessantanni, dal volto mite, la barba di tre giorni,
con laiuto di un bastone issava su un ferro una colorata bandiera che subito si
mise a sventolare nellaria del mattino. la bandiera blu verde e bianca con al
centro le tre gambe della Trinacria, il sole e la testa del leone. Luomo scatta
sullattenti e saluta la bandiera con le tre dita della mano destra aperte: Viva
la sicilia libbira e indipindenti!
Jerom Ferrante rientra per togliere dal grammofono il disco rigato dai troppi
passaggi. La sede del Libbiru statu di sicilia in esilio e il ristorante Etna
Mungibeddu che la ospita sono aperti.
Uninsegna e uno stemma indicano la doppia funzione delledificio, cos
che a Marsiglia si trova lunica sede diplomatica dEuropa dove possibile
ordinare un piatto di pasta con le sarde o le melanzane ripiene.
Questa surreale cerimonia dellalzabandiera si ripeteva tutte le mattine ormai
da molti anni, da quando Jerom si era persuaso che il Consiglio dEuropa
lo aveva autorizzato, con il protocollo numero 6507/64 del dicembre
1974, ad aprire una rappresentanza di quel libero governo siciliano di cui lui
si era nominato portavoce. Il ristorante era vuoto. In un angolo, seduto
davanti a un lercio tavolino, Jerom Ferrante. Dietro di lui un accatastamento di
oggetti da rigattiere siciliano, bandiere con la Trinacria, carrettini multicolori,
marranzani, piccole ceramiche, manifesti che inneggiavano al Libbiru guvernu,
carte geografiche dellisola, pietre dellEtna.
Allorigine del suo gentile, innocuo, appassionato delirio cera quel cornuto del
prefetto Mori, mandato dal fascio a perseguitare i galantuomini. Diciottenne,
Jerome scapp dal suo villaggio, Isola delle Femmine, vicino a Palermo,
assieme a uno zio e a sessanta patrioti capitanati da Guido Fortini, figlio di
don Carlo Fortini, grande capo della lotta per lindipendenza siciliana, per

sfuggire alle persecuzioni e cercare in Francia rifugio e armi per linsurrezione


che avrebbe liberato lisola
dalloccupazione coloniale degli italici e evitato la guerra.
Da allora erano passati quarantadue anni, ma Jerom Ferrante, detto Mommo
Al municipio avevano scritto Gerolamo, ma mio padre mi chiamava Girolmo,
alla francese; per questo mi firmo Jerom , non aveva mai rinunciato alla sua
missione redentrice e rivoluzionaria. Un profluvio di appelli su carta intestata
del Libbiru statu cominciarono a partire dal ristorante allindirizzo di tutti i capi
di stato e di ogni istituzione mondiale riconosciuta.
Aveva persino scritto un libro il portavoce, Sicile droit dun peuple, nel quale
illustrava a popoli e governi le ragioni storiche della santa battaglia e il
programma rivoluzionario che sarebbe stato applicato allo scoppio
dellinevitabile insurrezione che avrebbe restituito alla sicilia bella la sua
libert. saputo che ero giornalista, e per giunta siciliano, Jerom si alz e mi
abbracci con trasporto, commosso. Un paesano, un fratello. Cominci a
parlarmi in un dialetto palermitano imbastardito, francesizzato.
La Sicilia, mi spieg Girolmo, sempre stata un paese francofono, per
questo i francesi ci appoggiano. In che senso francofono?, chiesi. Don Jerom si
infervor: Ma dalla nostra stessa lingua si capisce. Come diciamo noi per dire
che uno vestito trasandato? A sanfas, diciamo, francese spiccicato, sans
faon. E quando si chiama la contradanza che cosa grida chi la dirige? Dames
et chevaliers, un passu narrier. E che cosa c dipinto sui laterali dei nostri
belli carretti siciliani? La storia dei paladini di Francia c dipinta, certo non la
storia degli italici. I siciliani hanno accolto Garibaldi perch era francese.
Per questo lo fecero presidente della Sicilia, se no a calci in culo lavrebbero
cacciato. Tanto vero che quando a Bronte gli presentarono la bandiera
italiana i contadini si ribellarono.
Che cos questa pezza da piedi? noi vogliamo la nostra bella bandiera
siciliana, la bandiera di Archimede e di Federico ii, blu come il Mediterraneo,
verde come i giardini e le vigne della Conca doro, bianca come la spuma
del mare orientale, col sole a leone cocente e la Trinacria, una gamba per
Messina, una per Catania e la terza per Paliermu. Allora arriv nino Bixio e li
scann tutti i contadini di Bronte, questa stata labilit di quel bel pezzo di
eroe. Quando Garibaldi lo seppe si spavent tanto che gli si scaten una
diarrea, ma una diarrea, che fin solo quando finalmente pass dallaltra parte
dello stretto.
Allora, don Jerom, dopo la rivoluzione verr abolito litaliano, in Sicilia
parleremo soltanto siciliano. Ma quando mai! non ci siamo capiti proprio. Loro
lo hanno chiamato italiano, ma in realt la lingua che stata inventata dalla
scuola poetica siciliana dove la studi lo stesso Alighieri dEtna.
Alighieri dEtna?
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E certo! DEtna, Dante la stessa cosa ! Poi lui, partendo dalla Sicilia, disse
Vado a lavare i panni in Arno, per dire che andava a insegnare il siciliano agli
italici. siamo sicuri, don Jerom, che non ci sbagliamo di secolo e di persona?
Ma quando mai! Lo so che poi quei cornuti hanno cercato di cambiare le carte
in tavola e la raccontano in un altro modo. Ma la storia vera questa .
E il programma rivoluzionario? Meriterebbe unapprofondita relazione. Ma mi
parve che si basasse molto sui traumi giovanili di Jerom.
Fuori gli italici, ovviamente; prigioni non solo abolite, ma rase al suolo. niente
tasse fino a un guadagno di sessantamila dollari, proprio cos, espresso in
dollari; abolizione degli esami di riparazione nelle scuole, ch i ragazzi, con
quel sole meraviglioso, si devono godere lestate. Giustizia: occhio per
occhio, dente per dente. Rubi un asino?, devi rifondere lasino. Ammazzi
qualcuno?, niente pena di morte, per carit, ma giudizio di Dio: lassassino
viene condotto in nave a met strada tra la sicilia e lAfrica e gettato a mare.
se si salva, meglio per lui.
Le peripezie che portarono lo zio a farsi una nuova vita a Marsiglia devono
essere state complicate e dolorose. Finch non aprirono il ristorante Etna
Mungibeddu, aiutati da una mezza parente, naturalmente siciliana, che si
improvvis cuoca.
Il rancore e la nostalgia di cui era avvelenato lo zio un sentimento della
sicilia come terra di latte e di miele, di fuoco e di ricchezza rubata, di uomini
umiliati e spogliati della dignit finirono per invadere la coscienza e
limmaginario del ragazzo Jerom, che forse era sempre stato un po strambo
e fragile di cervello, e per questo lo zio se lera portato dietro. Morto lo zio,
Jerom decise di fondare il Libbiru guvernu, avamposto in esilio dellinevitabile
riconquista, della certissima liberazione.
Governo riconosciuto da tutte le grandi istituzioni internazionali e da almeno
venti governi, che godeva della benevolenza di Chirac, mi conferm Ferrante,
mostrandomi come prove orgogliose le ricevute di ritorno delle raccomandate
che da anni spediva a chiunque gli passasse per la testa governi, banche,
persone di cui leggeva il nome sui giornali o che sentiva nominare alla
televisione. Tutti solidali, come inconfutabilmente provavano quelle ricevute di
ritorno.
Torna questa sera, mi disse, ti invito a cena e ti presento alcuni dei tanti amici
con i quali stiamo preparando lesercito di liberazione della Sicilia. Tornai.
Cerano molti avventori.
Altri ne entravano e tutti salutavano trinacriamente. A un tavolo
abbastanza grande, un gruppo di persone di diverse et alle quali fui
presentato. Da quel tavolo sorgeva una conversazione in una lingua dolce,
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intricata e zoppicante, misteriosa. Vi si parlava di unisola bella, benedetta


dal cielo, circondata da un mare pi azzurro, illuminata da un sole pi caldo,
ridente di giardini, ricca di petrolio, zampillante di pure acque e di ogni ben di
Dio.
Eldorado perduto, irraggiungibile terra promessa.
Che si mangia? Qui abbiamo solo specialit della nostra terra: sarde a
beccafico, melanzane ammuttunate, pasta coi broccoli arriminati, pasta con le
sarde, naturalmente, panelle, rascaturee tutto quello che di siciliano si pu
immaginare.
A mano a mano che le pietanze arrivavano fiorivano i commenti, secondo un
rito che conosco benissimo. C meglio degli ziti col sucufatto con le cotenne e
la salsiccia con i semi di finocchio? Buone queste sarde. In questa stagione
sono buone per i beccafico; per la pasta, invece, sono un po troppo grasse.
Buona sta ricotta, chi te la porta? C un pecoraro siciliano che ha la mandria
vicino a Marsiglia e me la fa portare dal figlio. La parola sicilia ritornava
continuamente, come un talismano o un tormentone da blues.
Il cibo dava corpo alla nostalgia e al viaggio dentro una favola struggente.
Ma chi erano quei personaggi? Cominciai a interrogarli.
E rimasi stupefatto. La maggior parte erano figli di siciliani emigrati in Egitto,
Tunisia, Algeria le cui famiglie, cacciate via dai nuovi governi indipendenti, si
erano rifugiate in Francia.
Ma cerano anche arabi, immigrati clandestini per la maggior parte,
indistinguibili dagli altri figli di siciliani, che si erano aggregati alla ricerca di
una comunit. La cosa pi incredibile era che nessuno di loro era nato in
sicilia, nessuno cera mai stato. neanche Jerom Ferrante vi era pi ritornato,
dopo la fuga con lo zio.
Preferivano non mettere alla prova della realt il sogno, la nostalgia dellisola
Eden, ricolma di tutti i doni che la natura le aveva concesso.
Tanto se la sentivano in bocca, nella memoria, quella terra, attraverso i
sapori delle pietanze
dellinfanzia che gi con nostalgia cucinavano le loro mamme.
Ma per gli immigrati cera anche unaltra ragione. Jerom, in quanto portavoce e
responsabile del Libbiru guvernu di sicilia in esilio, oltre a coniare moneta e a
stampare marche da bollo e francobolli, rilasciava documenti di identit. ne
fece uno anche a me la mattina seguente. Quattro fotografie fatte alla
photomaton della stazione, una bella carta piena di marche da bollo e di timbri
a secco e a inchiostro, e le canoniche firme. Una copia rimaneva in sede,
unaltra veniva data al cittadino, una, sempre con la sua bella raccomandata
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con ricevuta di ritorno, veniva spedita alla sede della Comunit europea e
lultima al comune di origine. non ho mai visto niente di pi autentico.
Parecchi immigrati clandestini vivevano da anni tranquilli grazie a quel
documento di identit che mai aveva suscitato perplessit o sospetti nei
poliziotti che lo controllavano.
Qualcuno ci viaggiava anche allestero.
La cena andava per le lunghe, si era fatto tardi. Gli altri avventori erano andati
via. I miei commensali uscirono e io con loro.
Jerom mise sul piatto del giradischi il vecchio settantotto giri da cui si levarono,
gracchianti e commoventi, le note dellinno dei Puritani.
Tutti sullattenti a salutare col braccio teso e le tre dita aperte, tre,
come le gambe della Trinacria, mentre Jerom ammainava la bandiera del
Libbiru guvernu.
Alzo le tre dita e saluto anchio: Viva il libbiru guvernu di Sicilia!
file:///C:/Documents%20and%20Settings/Valy/Desktop/007.-b.-Ti-mangiocon-gli-occhi-il-libro.pdf

A CURA DEL COMITATO CITTADINO ISOLA PULITA ISOLA DELLE FEMMINE


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