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15. Il criticismo kantiano

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Il criticismo kantiano […] 2.

L’inconoscibilità delle cose in sé Con la filosofia di Immanuel Kant la filosofia moderna compie una svolta radicale: mostra nel modo più perentorio che le cose in se stesse, esterne e indipendenti dalla conoscenza umana, non possono essere conosciute. Mostra cioè che l’opposizione tra certezza e verità è definitiva. Non nel senso che la filosofia kantiana rinunci a essere epistéme, ma nel senso che, proprio per essere la forma più rigorosa di epistéme, deve escludere la conoscibilità della "verità", ossia la conoscibilità delle cose come esse sono in se stesse. Infatti, anche qualora si fosse in grado di escogitare lo strumento conoscitivo più perfetto, che consentisse di "passare" dall’ordine delle rappresentazioni all’ordine delle cose in se stesse (nella terminologia cartesiana: dall’ordine delle "idee" o "essere oggettivo", all’ordine dell'''essere formale"), anche in questo caso tale "passaggio" sarebbe pur sempre un conoscere, e il contenuto di tale conoscere sarebbe, appunto, qualcosa di conosciuto e non le cose come sono in se stesse al di fuori del conoscere. In tale presunto "passaggio", cioè, si qualificherebbe arbitrariamente come "cosa in sé" ciò che invece sarebbe soltanto un contenuto della nostra conoscenza. Il "dogmatismo" è appunto - rileva Kant -la convinzione che il contenuto conosciuto, in cui si imbattono le costruzioni conoscitive edificate dall’uomo, possa essere l’insieme delle cose in se stesse. E quindi è la pretesa contraddittoria di poter uscire dal conoscere, mediante il conoscere stesso. Una pretesa analoga a quella di chi voglia saltare al di là della propria ombra. Dogmatismo è stata appunto la filosofia razionalistica; e dimostrare l’esistenza di Dio per ottenere la garanzia della corrispondenza tra le nostre rappresentazioni e le cose in se stesse è un circolo vizioso, perché anche Dio è una nostra rappresentazione, e se lo si vuole intendere come una cosa in sé si riapre il problema del come sia possibile uscire dal conoscere mediante il conoscere, per raggiungere questa presunta cosa in sé. In contrapposizione al dogmatismo, il "criticismo" kantiano è la consapevolezza (epistemica) dei limiti della ragione umana. […] Kant, invece, rileva l’impossibilita di conoscere una qualsiasi cosa in sé: la cosa in sé, come tale, è inconoscibile. E poiché la metafisica intende appunto essere una conoscenza delle cose in sé, ne segue che la metafisica è impossibile come scienza. La metafisica non appartiene all’episteme, cioè alla conoscenza che, anche per Kant, non è un'" opinione", non ha nulla a che vedere con "ipotesi", ma è "assolutamente necessaria" Se cioè la "verità" metafisica delle cose in sé è assolutamente inaccessibile all’epistéme d’altra parte quest’ultima è verita "assolutamente necessaria": innanzitutto, nel senso che è la verità che compete al contenuto del conoscere, ossia alla "certezza" - a ciò che in Cartesio si presenta come "essere oggettivo" (oggetto della mente) e in Kant come "fenomeno"; termine, questo, che secondo il suo etimo greco significa "ciò che appare" a noi, che si rivolge e si apre verso di noi e non se ne sta chiuso in se stesso, come cosa in sé. Ma vedremo che in Kant il significato del termine "fenomeno" è molto piu complesso. Intanto, proprio perché la "verita" metafisica delle cose in sé ci è inaccessibile, l’opposizione tra questa "verità" e la certezza si mostra, nel pensiero kantiano, come insuperabile, definitiva. 3. L’esistenza della cosa in sé A differenza di Hume, per il quale l’esistenza di una cosa in sé è inevitabilmente richiesta dal modo in cui egli intende la "natura umana" e tuttavia non viene da lui mai presa direttamente in considerazione, Kant rileva invece in modo esplicito che dal concetto stesso di "fenomeno" segue che al fenomeno debba corrispondere qualcosa che non è in se stesso fenomeno. Il fenomeno è infatti il contenuto del conoscere e quindi non è niente in se stesso, al di fuori del nostro modo di rappresentare: le cose dell’universo che ci circonda sono fenomeni, ma il fenomeno è rappresentazione e quindi è riferimento a qualcosa che da ultimo non è fenomeno, ma è una cosa in sé. La

dove. che significa appunto "pensato"). nel pensiero kantiano. sta al di fuori del fenomeno. ma questo pensiero non ci fa conoscere nulla di esse. sono appunto un "noumeno" in senso negativo e non in senso positivo. "questo uomo corre") . […]. l’uomo non potrebbe avere alcuna conoscenza universale e necessaria. questo. il fenomeno è rappresentazione. quello che per Cartesio è soltanto il primo passo nella ricostruzione dell’episteme diventa l’unico passo. in Kant l’epistéme. come in Hume. Episteme e inconoscibilità delle cose in sé Ma se Kant rafforza la tesi humiana della impossibilità della metafisica. ma sarebbe a posteriori. 4. non ha bisogno di uscire dal soggetto: è all'interno stesso del soggetto che è possibile mettere in luce una complessa struttura di conoscenze universali e necessarie. e cioè che la semplice esperienza ci dice ciò che è. l’epistéme presenta. ma non dicono che è necessariamente così. […] Non solo. Giacché. nell’indubitabilità degli oggetti della mente) alla quale Hume ha identificato l’epistéme. essa non potrebbe essere una conoscenza a priori. secondo quanto sin dal suo inizio la filosofia moderna ha messo in luce. Innanzitutto egli richiama un principio ben noto nella storia del pensiero filosofico. questo "qualche cosa" non è il contenuto immediato del fenomeno. ossia a posteriori . Si può certamente ancora dire che anche in Kant. che ritiene di poter conoscere positivamente con la ragione ciò che sta al di là dell’esperienza.ma è a priori rispetto all’esperienza. Anche Leibniz aveva rilevato che le "verità di fatto" . solo se esse fossero "date" all’uomo. In Leibniz e Hume il rilievo di Kant non solo è già presente. ma Kant mostra come sia proprio l’essenza dell’epistéme. ma non ci dice che è necessariamente così e non può essere altrimenti. una imponenza e complessità di struttura del tutto sconosciuta alla dimensione estremamente ridotta (e consistente. si badi.che se la nostra conoscenza degli oggetti fosse tale da cogliere le cose come sono in sé. nell’ipotesi (per Kant assurda) che la conoscenza umana colga le cose come sono in se stesse. "questo uomo è fermo") può essere pensata senza contraddizione. per il motivo che il contenuto stesso del fenomeno è rappresentazione. cioè della conoscenza universale e necessaria.che esprimono appunto il modo in cui di fatto si dispongono gli oggetti dell’esperienza (ad esempio "questo libro è aperto". che dunque hanno una natura radicalmente diversa dalle conoscenze universali e necessarie con cui la metafisica (1’epistéme metafisica) pretende cogliere le cose in se stesse. il conoscere potrebbe sapere che cosa è contenuto in esse. e cioè solo se esse fossero presenti all’uomo come oggetti di esperienza. ad esigere ‘ affermazione dell’inconoscibilità delle cose in se stesse. come cosa in sé.non può essere cioè derivata dall’esperienza. come avviene nel dogmatismo. ma è espresso con gli stessi termini. in quanto pensate. .per quanto si è visto qui sopra a proposito del valore delle conoscenze attinte dall’esperienza . come sappiamo.sono tali che la loro negazione (ad esempio "questo libro non è aperto". ma ciò che. anche se la sua immediata rappresentazione è sensibile. se (per assurdo) la nostra conoscenza cogliesse le cose come sono in se stesse. per svilupparsi. Il concetto di "fenomeno" è cioè inevitabilmente connesso al pensiero dell’esistenza delle cose in sé.quale è quindi indipendente anche dalla nostra sensibilità. Infatti. Ma è a questo punto che Kant introduce un elemento che porta oltre la filosofia precedente. cioè sarebbe una esperienza del suo oggetto. cioè apparenza: se non esistessero le cose in sé "seguirebbe l’assurdo che ci sarebbe un’apparenza senza qualche cosa che in essa appaia" . La conoscenza universale e necessaria non può dunque essere il semplice rispecchiamento di ciò che di fatto si presenta nell’esperienza . Appunto per questo essa non dà all’uomo una conoscenza universale. ossia non è ottenuta sulla base dell’esperienza ed è quindi indipendente da essa. ma quest’unico passo presenta un’articolazione che va ben oltre il semplice seppur fondamentale . le verità di fatto ci dicono ciò che di fatto è. Il che significa .riconoscimento dell’indubitabilità del pensiero. In altri termini. sono un "noumeno" (termine. sì che esse.

infatti. mentre l'''oggetto''. La stesso Kant paragona questo rovesciamento di impostazione alla rivoluzione di Copernico che. ma gli oggetti dell’esperienza). ma Dio (e quindi per Vico la fisica non ha l’universalità e necessità della "scienza"). egli è ben lontano dall’immaginare che esso debba valere anche per la conoscenza universale e necessaria della natura. Kant mostra quindi che. Pertanto. conformarsi. e quindi anche gli oggetti che ancora non sono dati: appunto perché ogni possibile oggetto dell’esperienza deve sotto stare a quelle condizioni (o leggi) a priori degli oggetti dell’esperienza. di cui si dice che tale conoscenza non può regolarsi su di esso (pena la vanificazione dell’epistéme). non è la cosa in sé. ossia è la produzione della loro "forma" (quest’ultimo termine indica appunto quell’ordinamento). inverte il rapporto tra il movimento della terra e quello degli astri del cielo. è l’oggetto che appare nell’esperienza. per quanta ciò possa sembrare paradossale agli occhi del comune modo di pensare. sono invece gli oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza la quale. e cioè dovessero regolarsi sulla natura delle cose in sé. proprio perché la produce. La “rivoluzione copernicana” Ma questa tesi kantiana possiede un ulteriore significato fondamentale. esso rende impossibile. ma. come Kant (che non conosceva Vico). si è visto. Ma per Kant si tratta innanzitutto della struttura fondamentale della ragione . l'''oggetto''. In altri termini. non derivata dall’esperienza. alcun sapere universale e necessario. Ma Kant mostra appunto che se le cose in sé fossero conosciute. regolarsi più o meno immediatamente sugli oggetti. Kant mostra invece che l’uomo può conoscere la natura. significa che il conoscere a priori è la legge secondo cui gli oggetti dell’esperienza si realizzano. È per questo motivo che l’uomo può conoscere le leggi alle quali dovranno sottostare tutti gli oggetti possibili dell’esperienza. La "natura". Se le rappresentazioni della conoscenza cogliessero le cose in sé. ma sarebbe a posteriori. fino a Kant si è ammesso che. non potrebbe esistere. È appunto quanto accade nella matematica e nella fisica. cioè dello stesso tipo della conoscenza empirica. Ma se Vico. 6. rispetto alla concezione astronomica tolemaica. che sono prodotte dalla conoscenza umana.sul cui fondamento è possibile il sapere fisicomatematico. cioè a priori. A parte i risultati contrastanti. proprio perché non dipendono dalla conoscenza umana. questa conoscenza non potrebbe essere a priori. è appunto la cosa in sé. Hume trae appunto questa conseguenza. la conoscenza debba adeguarsi. In questo modo. 5. L’esistenza di tale sapere (cioè dell’epistéme) richiede quindi che non sia la conoscenza umana a regolarsi sulla natura degli "oggetti". vede l’applicabilità di tale principio alla matematica. È indubbia l’affinità tra l‘articolazione di questi concetti e il principio di Vico (ma non solo di Vico) che si conosce veramente ciò che si produce (verum ipsum factum […]). può essere una conoscenza a priori e avere quindi il carattere dell’universalità e necessità. l’universalità e necessità del sapere. Vico pensa ancora che l’uomo non possa conoscere la natura perché non è lui a produrla. ossia è la produzione dell’ordinamento essenziale e fondamentale degli oggetti dell’esperienza. ciò che la nostra conoscenza conosce a priori degli oggetti è appunto ciò che la nostra conoscenza produce in essi: «Noi delle case non conosciamo a priori se non quello stesso che vi mettiamo». Produttività del conoscere Ancora. Per il razionalismo le cose in sé possono essere conosciute solo mediante una conoscenza a priori. È chiaro che in quest’ultima affermazione il termine "oggetto" compare con due significati diversi: poiché le cose in sé sono tali. che siano gli "oggetti" a regolarsi sulla natura della conoscenza umana. di cui si dice che si regola sulla natura della conoscenza. si è visto. e quindi insoddisfacenti di questo atteggiamento. ma è l’oggetto dell’esperienza in quanto esso si realizza conformemente alle leggi della conoscenza. dire che sono gli oggetti a doversi regolare sulla nostra conoscenza in quanto essa è conoscenza a priori (e tali oggetti sono pertanto non le cose in sé.Per Kant è quindi l’essenza stessa del sapere universale e necessario (ossia dell’epistéme) a richiedere che le cose in se stesse siano inconoscibili. per avere valore. la fisica e sì scienza universale e necessaria (e . proprio per questo. all’opposto.

scavalcando. che non è la produzione in cui consiste l’usuale agire umano e sulla quale la filosofia riflette sin dal proprio inizio. Kant mostra che le leggi che regolano il mondo sono prodotte dalla spirito umano. riesca a gettare sulle cose in sé. ma è la coscienza che l’uomo ha della propria produzione delle leggi del mondo . questo la filosofia moderna lo sa sin da Cartesio.di quella produzione. Che il mondo sia rappresentazione. La conoscenza a priori non è uno sguardo che l’uomo. appartiene all’epistéme).quindi. ma ha tale valore. praprio perché non è scienza delle cose in sé. si badi. ma è la produzione in cui consiste il cono cere stesso. insieme alla matematica. l’esperienza. cioè dell’esperienza. . ma dei fenomeni.

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