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I due duellanti

Antonio Baconzo Moretta Mastione, detto Farfalla, era davvero un tipo particolare. Si alzava
all’alba, s’ingozzava di uova fresche di Orsaquilagrigia e polvere di zolfo diluita in latte di
Tigremuschiata, e poi usciva di corsa, gonfiando i polmoni e allargando fieramente il petto. Infine,
allacciandosi lo spadino alla grossa cintura, si avviava sulla strada deserta verso la carovaniera dei
Dragofanti. La lunga falcata lo faceva assomigliare a un esperto podista, ma i pochi che lo
vedevano, perlopiù braccianti e muratori, lo conoscevano bene e gli ridevano dietro, spesso
imitandone l’incedere e sbattendo i gomiti sul dorso come ali di farfalla. Questo succedeva ogni
santa mattina, persino nei giorni di festa, persino durante la Sagra delle Balene Volanti (il giorno
più importante dell’anno). Non che Antonio lo facesse per tenersi in forma, né per farsi credere un
corridore o un salutista; lo faceva solo ed esclusivamente per una cosa: il duello!
-
Il vento gli scompigliava i capelli e i lunghi baffi, e questo lo faceva sentire libero. La veduta sui
boschi della Perdizione era sempre una gioia per il nostro Antonio, che ogni giorno spendeva un
Argentoro per farsi trasportare in città.
Il cuore del Dragofante, sotto di lui, batteva come un tamburo e gli faceva tremare le gambe. Le
ampie e possenti ali di drago, le grosse orecchie, le lunghe zanne e la proboscide fumante, la coda
acuminata come la punta di una freccia, erano sempre un portento agli occhi di Antonio.
Era davvero una bestia meravigliosa quella, e la sua storia lo era ancor di più. Era accaduto tutto al
tempo del Mondo Capitolato: -mille mila anni prima-, gli diceva sempre suo nonno, -quando
l’equilibrio della natura si era spezzato e gli uomini avevano iniziato ad accoppiarsi con le capre, i
cani con i ratti e gli elefanti con i draghi-. Da allora gli esseri della terra si erano mischiati a tal
punto da non distinguere più un cavallo da una iena o un colibrì da un babbuino.
Il babbobrì, infatti, era una di quelle ibride creature, -forse tra le più voraci e temute- diceva sempre
il suo vecchio, prima di citare decine di altri spiacevoli incontri. Secondo i racconti del vetusto -di
guazzabugli ce n’erano al mondo-. Lo erano gli Squaluomini, i Ragnofori, i Gattoratti, i Serpecani, i
Moscopardi, le Zanzavacche, gli Scarapotami, i Mazzalinci, gli Istriciuomini (detti anche
Catagnomi) e le Scrofesante. E lo erano i Barbagalli, i LeonidiS’Antonio, i Mafori, i Biferi, le
Aravongole, le Granchiocozze, gli Scorpiomedari e i Cammerinchi.
E così lo erano i Dragofanti. -Ma a qualcuno un giorno venne l’idea di addomesticarli- gli aveva
detto il vecchio. Fu un Cinghialuomo, infatti, che per primo domò la bestia, e che fu nomato –
IlPorcoDomatore-, fondatore della stirpe reggente della Città degli Spuri, la capitale del regno. Ivi si
potevano incontrare razze d’ogni forma e specie, tutte mischiate tra esse, tutte abbigliate alla
maniera degli uomini, ma tanto vicine alla consuetudine delle bestie. Erano rari gli umani, quelli
veri, che si scorgevano tra i suoi vicoli angusti e nelle piazze impolverate; e Antonio era uno di
questi.
Il guidatore frustò l’orecchio sinistro del Dragofante e l’animale virò paurosamente verso il fiume a
oriente. I tetti delle case in lontananza erano già pervasi dalla luce del mattino e Antonio,
osservandoli, crucciò la fronte. La sua missione, quella per cui era stato istruito dall’età di due anni,
come ogni giorno, lo attendeva: il duello!
-
Come ogni mattina, Antonio arrivava in piazza e, come ogni mattina, i curiosi accorsi ad assistere i
numerosi duelli che vi si tenevano, appena vedevano spuntare la grossa mole di Antonio Mastione,
si dileguavano; ormai stanchi delle bizzarre vicende che il Nostro perpetrava dentro la linea dei
duelli. Attorno alle sette piazzuole adibite al combattimento, proprio al centro del Granmercato,
c’era una moltitudine di spettatori che ogni giorno vi si adunavano. Le scommesse erano sempre
aperte e l’esito degli scontri innalzava boati e urla, ululati, squittii, ruggiti e latrati d’incitazione.
Antonio esordì a passi lenti nel cerchio. Gli astanti presero a borbottare, sconsolati; alcuni già si
disperdevano, accalcandosi sui bordi delle altre piazzuole. I pochi curiosi rimasti, alcuni turisti
perlopiù, erano inconsapevoli della fama del Nostro e restarono allibiti di fronte a tanta baldanza.
C’era un Mazzafrusto dalle lunghe vesti che si lisciava il pizzo, due Donneratte che si stringevano
le code, frementi alla vista del bellimbusto. Più in là, solitario, un Puzzodonte era intento a grattarsi
le natiche. Infine c’era una Camalebra dagli zoccoli dorati che nessuno riuscì a vedere; il suo
sembiante era del colore dei lontani palazzi che cingevano la piazza.
“Io sono Antonio Baconzo Moretta Mastione e vi sfido a duello” abbaiò il gigante, sfoderando lo
spadino. La sua voce era rauca, come chi avesse urlato a lungo e per lungo tempo. Solo gli urlatori
di professione, che strepitavano nelle piazze degli oratori presso la porta orientale, avevano
quell’abbaio arrochito al posto della voce. Dalle sue spalle, dalla frotta urlante, uscì un tizio
abbigliato in modo pomposo: camicia bianca con merletti, cappello cilindrico a falde strette,
pantaloni neri infilati dentro lucidissimi gambali.
Antonio lo guardò severamente. L’altro gli sfilò accanto senza esitazione, mentre sfoderava un
fioretto affilatissimo.
Giunse sul lato opposto dello spiazzo e lo fronteggiò.
Nel frattempo era giunta una famiglia di Sagliani (esseri dal sangue incerto, provenienti
dall’estremo sud del mondo). I due figliocci, piccoli tuberi dalle mani senza braccia, parevano
entusiasti, indicando l’alta figura di Antonio.
“Io sono Terenzio Platonio Astaldo Moretta, figlio del gran sultano Geremia Astaldo Moretta
Carvaglio, figlio a sua volta della regina Isabella Moretta Carvaglio Tritone, figlia della pura stirpe
degli uomini di ponente, e raccolgo la tua sfida.”
Il Mazzafrusto scosse la testa e si defilò a mezz’aria, svanendo nella folla.
Antonio lo seguì con lo sguardo e, prima che si dileguasse, gli urlò appresso: “Tu, sangue misto
della malora, torna con i tuoi simili, perché qui, oggi, è il tempo degli uomini.”
A quelle parole, le due Donneratte, indignate, si avviarono verso il mercato. Il Puzzodonte le seguì,
aprendo un varco col suo olezzo nella fiumana che scorreva tra le bancarelle. La famiglia dei
Sagliani rimase interdetta e la Camalebra mutò le sue tinte, divenendo lastricata.
“Io sono Antonio Baconzo Moretta Mastione, figlio di Tobia Moretta Mastione Vanesio, figlio
ancora del gran maestro Alacre Mastione Udesto Petrolio, e il mio ceppo è il valente Mastione:
sangue reale degli uomini puri di levante.”
L’immagine di suo nonno Petrolio gli appariva sempre prima di ogni duello, quasi a ostentare la
fierezza del tempo che fu. E ogni volta ne udiva la voce farsi spazio nei ricordi: - perché, ragazzo
mio, è finito il tempo del mondo perduto degli uomini, il tempo del tempo perduto del mondo e il
tempo del tempo perduto del tempo-, gli diceva sempre la voce del nonno. Antonio scosse la testa,
disorientato. Tutti i perditempo della sua famiglia gli apparvero come spettri di un fato funesto e
destinato alla gloria e dell’antica e pura razza degli uomini.
-Perché il mondo era cambiato-, come gli diceva il vecchio. -Perché gli esseri che un tempo
popolavano la terra ormai non c’erano più, perché il mondo aveva intrapreso un cammino
deplorevole e si era perduto nell’aberrazione del promiscuo-.
Le due figure, stagliate nel pallore del mattino, erano come due pilastri che reggono le sorti della
terra. Il loro tempo era quello del duello e si reggeva unicamente sull’avidità dei loro spettri: degli
avi che li avevano generati e dei quali erano baluardo a singolar tenzone.
“Non perdiamo tempo, dunque!” strepitò Terenzio, sollevando il fioretto.
Antonio strinse i denti con disprezzo.
“Come osi, maledetto!” urlò. La raucedine gli stava divorando la voce.
“Sono io, col mio puro lignaggio, che soffierò il vento alla tempesta; e tu perirai sotto la mia spada
benedetta.”
Terenzio parve interdetto. Le parole dell’avversario lo avevano turbato non poco.
“Or dunque, il duello abbia inizio perché sono io, Antonio Baconzo Moretta Mastione, che lo
ordino.”
Uno schiamazzo s’udì dalla folla che sciamava verso la porta occidentale. Antonio si volse e vide
un gruppetto di Stercosauri che lo fissavano; se la stavano spassando a ridergli dietro.
“Perché mai ridete, luridi Spargisterco!” strillò Antonio.
“Volete assaggiare il pianto del mio ferro?”
Quelli, nel vedere il Nostro ostentare tutto il suo cipiglio, finirono per stramazzare al suolo,
deliranti.
Terenzio aveva riposto il fioretto e attendeva con le mani sui fianchi. La famiglia dei Sagliani aveva
gli occhi strabuzzati. Erano tutti in balìa del soliloquio.
Antonio agitava lo spadino, fendendo l’aria.
Era furibondo.
Nel frattempo, la Camalebra si era mimetizzata accanto a un grosso Ranalbero, colorandosi di verde
maculato.
La faccenda andò avanti per un po’.
Antonio che strillava, gli Stercosauri che lo schernivano, Terenzio che indugiava e i Sagliani che
ondeggiavano le turgide teste a destra e a manca.
Quand’ecco che si udì uno scampanio dalla torretta che svettava al centro dei sette piazzali.
Tre tizi ne erano appena discesi e si avvicinavano ad Antonio, che ancora si sbracciava verso la
folla dileggiante.
Ormai le risate e i fischi della frotta erano soverchianti.
“Mastio’ seei seempree tu!” disse la voce di quello al centro; assomigliava paurosamente a una
capra. I due enormi Torotalpi che lo spalleggiavano ruggirono minacciosamente.
Antonio rinfoderò lo spadino e sbuffò.
“Signor custode”, disse “ non mi danno il tempo”.
“Ora aveetee rotto Mastio’! Uscite fuori, tu ee queell’altro là. Il teempo èè scaduto.”
Terenzio si apprestò a uscire dal cerchio, mentre Antonio fissava indignato gli occhi del Caproide,
sperando in un ripensamento.
“Ogni giorno la steessa storia: occupatee il campo ee la geentee si rompee. Andateeveenee.”
Il caprone parlava come se il mondo non avesse più bisogno della solennità e della tradizione.
Persino i duelli erano diventati nient’altro che baruffe nella polvere, risse male organizzate senza il
sapore della sfida e della contesa. Anche quelle erano parole che gli ripeteva spesso il nonno.
Antonio osservò la gente che schiamazzava sui bordi delle altre piazzuole. Il mondo era capitolato
nella barbarie, pensò. Lo pensava ogni santo giorno della sua vita.
Il Caproide fece un cenno ai due colossi e si avviò verso la torretta.
I Torotalpi lo presero a braccetto e lo deposero sui margini del piazzale.
Antonio scrollò le spalle e si ricompose con dignità, avviandosi, irriducibile, verso l’altro duellante.
Terenzio e Antonio s’incontrarono proprio accanto alla famiglia dei Sagliani, loro li guardavano
come se fossero due divinità.
“Non finisce qui” asserì, rivolgendosi a Terenzio con tono di sfida.
“A domani allora!” rispose l’altro, pizzicando la tesa del cappello.
Mentre stavano per lasciarsi l’ennesima disfatta alle spalle, si avvicinò il tozzo Sagliano, con tutta la
sua famiglia al seguito.
“Fiete favvero foi fi famosi fumani?” chiese in uno strano idioma.
I due lo osservarono attoniti.
“Fu Fei Fantonio Faconzo Foretta Fastione”, disse ad Antonio, poi si rivolse a Terenzio.
“Fe fu fei Ferenzio Flatonio Fastaldo Foretta. Foretta fu e Foretta fu” affermò, additando entrambi
con la sua manina incollata al busto. I due si guardarono negli occhi.
“Fu fei foretta fe fu fei foretta, foi fiete foretta.” ripeté il Sagliano, entusiasta. Dopo un breve
silenzio, i due parvero aver intuito il nesso.
Presi dal duello, in tutti quegli anni, non avevano mai pensato a quella coincidenza.
Simultaneamente sfoderarono gli alberi genealogici da sotto la cintura e scorsero le due liste fino ai
rami più grossi. In entrambi i documenti, tra i vari Mastione, Carvaglio, Platonio e Petrolio,
campeggiava un nome comune.
I due strabuzzarono gli occhi.
Da dietro le loro teste, inosservata, la Camalebra sbirciava con i suoi bulbi viperini. Aveva ancora
una volta mutato il sembiante: era come il colore del cielo sempiterno.
-
Antonio e Terenzio, decisi a ritrovare le origini della loro stirpe, dopo essersi ubriacati e dopo aver
incendiato la casa del Caproide, si diedero alla fuga; abbandonando per sempre l’invereconda Città
degli Spuri.
Come reietti, percorsero in lungo e in largo le terre del levante e del ponente, oltrepassando i boschi
della Perdizione e scampando a indicibili pericoli.
Affrontarono le tribù dei Babbobrì, uscendone miracolosamente illesi. Fuggirono dai branchi di
Lupenastri: orrende figure che ululavano alla luna. Scalarono le vette dei Monti Trepertre, perdendo
quattro dita dei piedi, due a testa, e causando una valanga che le genti del nord ricorderanno per
sempre come la Seiperseifatrentasei. Furono braccati dai Narvadilli, scampando alla morte grazie a
un drappello di guardie che il Re del nord aveva inviato in loro soccorso. Re Uno e suo figlio, il
principe Dueemezzo, li accolsero nelle loro stanze regali, per farne, con l’inganno, fenomeni da
baraccone; eppure, persino dalle aule di Quattrogatti (la capitale del nord) riuscirono a salvarsi,
grazie a un inatteso intervento del fato.
Difatti la Camalebra, che li aveva seguiti fin dai tempi della Città degli Spuri e li aveva sovente
protetti dai pericoli della vita selvaggia, anche stavolta era riuscita a trarli in tempo dalla schiavitù.
Essa è, dunque, la vera eroina di questa vicenda, perché i due non si avvidero mai della sua
presenza, fino alla fine di questa peripezia; e più volte essi furono in procinto di perire,
inconsapevoli che qualcuno vegliava sulle loro teste. Le loro avventure furono udite fino ai quattro
angoli del mondo, le loro gesta annoverate nei canti, la loro fortuna declamata come inno
all’audacia.
Decisi a tutto e con i suggerimenti reconditi della Camalebra, dei quali essi erano all'oscuro,
reputandoli sussurri del destino, tornarono sui loro passi, verso meridione, e s’inoltrarono per le
sconfinate sabbie di Spiaggialunga, dove il bagnasciuga distava mille mila lunghi passi.

“Santo, Eccelso, Maestà, Cuore di luce, Detentore della verità, Occhio onniveggente, Triplice
essenza…”
Il re lo interruppe, mostrando il palmo della mano. Il gendarme Ghepaone parve esitare, poi
dichiarò freddamente:
“cercavano di scalare gli steccati del chiosco centrale.”
Antonio e Terenzio, arsi dal sole e disarmati, ristavano dritti e impavidi di fronte alla vetusta
presenza del re.
L’uomo seduto sul trono di Palmacactus li guardò in modo circospetto.
“Sapete, dunque, dove vi trovate?” chiese loro.
Antonio fece un segno di diniego.
“Questo è lo regno di Chioscopub, ossia la terra del sole.”
Antonio e Terenzio piegarono le labbra e annuirono.
“Sapete cosa spetta alli marioli da queste parti?”
“Li buttiamo in mare con un cappio legato ai testicoli”, annunciò uno dei gendarmi.
Mentre i due già meditavano sulla fine che li attendeva, accadde qualcosa d’inaspettato: comparve
la Camalebra, e stavolta i suoi colori, quelli veri, erano miriadi di scaglie verdognole.
Il re strabuzzò gli occhi, come chi avesse scorto un portento.
“Oh Santaschiuma! Tu!”
La sua sorpresa era molto diversa dallo stupore dipinto sulle facce di Antonio e Terenzio.
“Alla fine li hai trovati!”
La Camalebra non fece una piega, si limitò a chinare la testa.
“Or dunque lo tempo è giunto, ossia l’ora del giubilo!”
Il re balzò in piedi e sollevò le braccia.
“Lo fato si è compiuto!” urlò, correndo ad abbracciare i due attoniti avventurieri.
“Compiuto?” chiese Antonio sbigottito.
Il re si ricompose e lo guardò lungamente.
“Or dunque, avete diritto a una spiegazione.”
La sua voce tremava per l’emozione.
“Tanto tempo fa inviai le migliori spie dello mio regno onde cercare di rinvenire li miei ultimi eredi
viventi. Le mie dodici spose, purtroppo, maledette dall’infertilità, non erano riuscite a donarmi un
rampollo; non un erede umano, voglio dire.”
Il re indicò le due figure tronfie di Antonio e Terenzio, poi si morse le dita della mano,
commuovendosi.
“Allora decisi di consultare la dinastia delli miei oriundi e li nobili avi della mia progenie, della
NOSTRA progenie” puntualizzò il re.
Antonio e Terenzio si guardarono esterrefatti.
“Le inviai nelli quattro angoli della terra” disse, indicando la Camalebra, “onde rintracciarne li
giovani virgulti per dare un seguito allo mio lignaggio… e questo è quanto. Io sono Ilario Moretta
Tricella Balcone, e sono lo sovrano di Chioscopub e delle terre meridionali, e voi siete li miei figli
prediletti. Finalmente!”
Il re li riabbracciò, sotto lo sguardo intenerito dei gendarmi e quello un po’ più scettico della
Camalebra.
Alla fine il fato era stato generoso nei loro confronti.
E fu, quello, un finale gioioso, seppure il tempo del mondo fosse davvero perduto, e la Camalebra
lo sapeva bene. La scempiaggine di quei due avrebbe portato il regno in rovina, pensava,
ricordandone le grullerie. Come quella volte che, esasperata dalla sbadataggine dei due, fregiò il
buzzo di una pietra con una freccia rivolta a sud, e loro, dopo aver titubato a lungo, decisero che
quello fosse un segno infausto, andando dalla parte opposta. Si erano dimostrati davvero due
imbecilli, pensò; lo erano sempre stati. Se solo avesse potuto dirglielo la poveretta! Purtroppo la
lingua le era stata mozzata tanto tempo prima: -causa discrezione professionale- c’era scritto sul
contratto. Alla fine gli uomini, quelli veri, quelli puri, si erano dimostrati più stolti di qualsiasi
bestia o chi per essa, d’altronde era stato così da sempre.
Si avviò verso l’esterno del chiosco imperiale, lasciandosi alle spalle la squallida riunione di
famiglia.
Il sole picchiava a capofitto. Il mare schiumava sulla riva.
Scosse la testa e diede un ultimo pensiero in pasto alla fatalità del mondo.
“Siamo rovinati” considerò, prima di mutare per l’ennesima volta il suo sembiante.
Sputò sul bagnasciuga e divenne del colore della spiaggia a mezzogiorno: mille mila granelli di
sabbia che brillavano sotto il sole cocente.