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Papert S.

“Forse l’uso del computer potrà allontanare i bambini da alcune realtà ma certamente li avvicinerà ad altre. Dobbiamo

ricordarci che un tempo la società era strutturate in modo diverso, i bambini crescevano in un nucleo familiare ampio,

compatto e solido, dove potevano imparare ascoltando e comunicando costantemente con i nonni, gli zii, i cugini, oltre

che con i genitori. Era un modo molto bello di imparare, forse il più sano e naturale, ma quella realtà oggi non esiste

più. La scuola è un luogo di alienazione, non una alternativa in grado di dare alle relazioni interpersonali la coesione di

cui hanno bisogno. Sono convinto, invece, che l’educazione tecnologica riproduca alcune caratteristiche dell’ambiente

familiare e crei un contesto stimolante in cui il modo di apprendere è simile a quello di molto tempo fa. L’uso del

computer fa avvicinare i bambini fra loro, non li isola”

I bambini e gli spazi tecnologici

R: Computer e bambini è un comunicare diverso da quello tradizionale. Dal

piccolo villaggio chiuso in se stesso per motivi di sopravvivenza identitaria e

culturale siamo giunti al villaggio globale codificato da McLuhan (Media e

nuova Educazione, Armando, Roma, 1998), spazio di azione e reazione che

respira con il mondo e che si nutre degli scambi simultanei e interattivi tra i

nodi sparsi per il pianeta. Se nel passato pre-elettronico era possibile

considerare l’effetto dei media in maniera progressiva, oggi l’istantanietà, la

simultaneità e l’interdipendenza globale, impongono uno sforzo nella

comprensione del nostro ambiente nel suo divenire. L’evoluzione tecnologica

incontra la dimensione educativa, dovuta dalla consapevolezza che soprattutto

i bambini immersi in questa realtà, insieme a genitori, educatori e adulti, si

trovano quotidianamente a confronto. Si tratta quindi di superare la diatriba

tra media ed educazione che sfocia nell’invocata supremazia del libro come

strumento di apprendimento per eccellenza, anzi bisogna mirare alla

progressiva integrazione degli strumenti tecnologici favorendone l’inserimento,

per una posizione di convivenza tra strumenti diversi ma di fatto ugualmente

validi, in relazione alla pluralità di linguaggi della realtà quotidiana.


La famiglia è il primo ambiente sociale in cui è immerso il bambino, in cui

effettua i suoi primi scambi, in cui riceve i suoi primi messaggi; i genitori gli

danno un comportamento sociale particolare, quello della classe e della


categoria sociale cui appartengono, impregnato di numerose componenti

culturali. Pure i giochi che egli pratica in famiglia hanno un valore socio

culturale che riflette quello dell’ambiente familiare. I mutamenti sociali sono

quindi la variabile che vanno ad alterare e a modificare ogni possibile

educazione, ed in questi sono compresi le innovazioni tecnologiche.

Premesso che la relazione è un vincolo, legame che si instaura tra persone o

gruppi di persone portatori di stessi o interessi diversi, si radica nel dialogo,

quindi trovo meccanicistica una relazione di tipo tecnologica perché limitata ad

un rapporto io-macchina a discapito della relazione io-tu; nel fidarsi reciproco,

nell’incontro, nel dialogo, c’è valorizzazione, occasione di unione fra gli uomini

e pieno riconoscimento dell’alterità. Il dialogo è, per Buber, il fulcro su cui si

fonda l’incontro, e, in pedagogia, è la base di tutte le dinamiche della relazione

educativa. Oltre a questo non possiamo pensare di poter sostituire il calore

familiare ed anche le stesse emozioni con un video, un mouse e una tastiera.

La scuola oltre ad essere una istituzione è soprattutto un luogo di incontro di

socializzazione, dove i bambini trovano un mondo a loro misura attorniati da

coetanei.

L’utilizzo delle tecnologie come educazione è certamente di ausilio e supporto

ma non di sostituzione all’istruzione.

Cristina Russo