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terpretazione di un famoso sonetto del Berni, Chiome dargento fino, irte e attorte: quegli studenti ne fornivano analisi formali

minuziosissime e ineccepibili, ma erano tenuti alloscuro della funzione antipetrarchista del sonetto perch questo avrebbe introdotto un elemento allotrio, diacronico, non ricavabile internamente dal testo; padre Pozzi lasciava dunque montare e smontare bulloni senza lasciar capire a che diavolo servisse la macchina. Anni Settanta: imperversavano formalisti radicali che cercavano di spiegarci che nellopera darte tutto struttura, forma, materia, il resto non conta. Per fortuna intanto continuavano a uscire ottime poesie, ottimi romanzi, e luniverso letterario, bene o male, si rivelava molto pi generoso dellavarizia formalistica. Il logotecnocrate (coniazione di Cases) voleva ridurre tutto alla comprensibilit elementare. Ma a me veniva in mente, in quei frangenti, il passo duna lettera del Magalotti contro lateismo, la tenevo anche in tasca, su un foglietto, come un antidoto, come quel sacchetto delle erbe che i nostri avi portavano al collo per difendersi dalle malattie. Lo lessi alloccorrenza, pi duna volta: Quegli che vogliono ridurre Dio a esser comprensibile dal loro intelletto, mi par che facciano giusto la ricetta di Trappolino per raddrizzare i Gobbi,

Alti su di me
in uscita da Einaudi il nuovo libro di Gian Luigi Beccaria (nella foto a sinistra), linguista e critico letterario che ha insegnato a lungo nellUniversit di Torino, noto anche al grande pubblico televisivo per la partecipazione in qualit di esperto alla trasmissione Parola mia, a met degli Anni 80 e poi di nuovo a cavallo tra 2002 e 2003. In Alti su di me. Maestri e metodi, testi e ricordi (pp. 269, 22) racconta il mondo universitario in cui si formato, i maestri e i compagni di strada, lattivit didattica, i dibattiti sulla critica letteraria. In questa pagina proponiamo un brano dal capitolo terzo, Anni Settanta

GIAN LUIGI BECCARIA

nni Sessanta-Settanta. Patetica mi sembr allora lingenuit di confondere il gioco della lettura e dellinterpretazione di un testo con quello della scienza. Molta critica formale prov a sollecitare i materiali letterari e stilistici al punto da farli rientrare nella misura di un modello prescelto, cos da costruire una finzione sorretta pi che altro dallabuso di apparati (terrorizzanti), riducendo la pagina a formule matematiche (terrificanti), a una inutile ingegneria di sistemi, a un gioco insomma che non interessava nessuno se non il costruttore di quel meccano. Unansia
DALLA LETTURA AL MECCANO

Scrittori alla catena di smontaggio


Lossessione strutturalista nella critica letteraria degli Anni 60-70: nel suo nuovo libro Gian Luigi Beccaria ripercorre ricordi metodi, manie e maestri della sua lunga militanza di linguista
prima del metodo, poi cominciavano a smontaggio gli autori, accantonando chiedersi a quale fenomeno applicarlo. ogni tradizionale discorso di base storiMolti di noi invece pensavano (e pensa- ca o filosofica. Il contenuto andava mesno tuttora) esattamente il contrario: so da parte, ed evitato ogni dato erudito, che occorre avere innanzitutto degli in- o biografico. E avevano le loro buone rateressi e che il metodo seguir poi. gioni i giovani (allora) Ossola e BertinetPer fortuna il mondo cammina, ci si to a sottolineare che la critica contenuimbatte sempre meno in compagni di tistica abituava a una lettura decisastrada colti dal delirio di voler trasfor- mente esterna , col testo in contumare le proprie letture in una descrizio- macia. La comprensibilit del testo vene totale del mondo. Qualche superstite niva riferita alla situazione biografica malato di scientismo a tutti i costi veleg- dellautore in un dato momento, e il testo dunque visto gia ancora solitario, e sopravvive nei MALATI DI SCIENTISMO come appendice promanuali di scuola, Qualche superstite veleggia dellautore eeventi dotto degli che in ritardo si attardano intorno a ancora solitario, e sopravvive pi che della lettenei manuali di scuola ratura. Bisognava inutili griglie e classoprattutto spiegasificazioni... A ogni buon conto, cerano fondati re in termini tecnici come unopera darmotivi reattivi che spingevano a ricer- te era fabbricata. Cesare Cases, in un numero dei Quacare allora una scienza della letteratura. Con tanti anni di ritardo, si erano in derni piacentini (1979), ironizz su tanto Italia scoperti i metodi formali, russi e entusiasmo di casa nostra. Gli pareva americani. In precedenza era prevalsa una perversione. Prese a pretesto un seda noi, per lungo tempo, una critica di minario di studenti capitanati da Giobase intuitiva, troppo soggettiva, di vanni Pozzi, introduttore del volumetto marca crociana. Di qui la reazione. I ne- Analisi testuali per linsegnamento, a cuoformalisti nostrani caddero per nel- ra del Seminario italiano di Friburgo leccesso opposto, cominciarono con (Liviana, Padova 1976), volume in cui si troppo fervore a mettere sulla catena di lasciava che gli studenti dessero unin-

Si ridusse la pagina a formule matematiche terrificanti, a una inutile ingegneria di sistemi


I FORMALISTI RADICALI

Imperversavano cercando di spiegarci che tutto struttura, forma, materia, il resto non conta
di intimidazione, miraggio di una scienza della letteratura? (ma di unopera darte che ci scodelli senza residui il suo contenuto, che trovi lequivalente esatto in una formula, non sappiamo che farcene: tanto varrebbe accontentarsi della formula commentava saggiamente Segre). Ci si misero anche i linguisti, che cessarono, alcuni, di esercitare il loro mestiere, e, di gi che cerano, tentarono di fare la parte dei letterati, introducendo nella lettura e interpretazione dei testi un alfabeto che spesso non era pi parola bens grafico, numero, e talvolta gergo violentemente oscuro. Se torno a quando eravamo strutturalisti, ricordo quanti erano allora ossessionati dal metodo, e dalla malattia infantile della terminologia corretta, e dallapparato di apparenza scientifica (freccette dicevo, grafici, simboli matematici ecc.). Si preoccupavano

freedom not
opere dalla collezione murderme di damien hirst pinacoteca agnelli lingotto via nizza 230 torino 10 novembre 2012 10 marzo 2013

genius

ch di mettergli nello strettoio, e badare a stringere, e quando fa crich, il gobbo raddrizzato. vero, risponde il primo Zanni, ma egli anche morto. In fondo i formalisti radicali forse avevano poco appetito di letteratura, non ne sentivano il bisogno (inappetenti sacerdoti della scienza, diceva Contini). Non dir niente che sia mio era il motto che secondo il Pasquali compendiava la disposizione mentale della letteratura bizantina: quel motto potrebbe riassumere latteggiamento di timore per il soggettivo, per larbitrario, che era appunto il limite del formalisti: la paura di sbagliare. In fondo, molti formalisti avrebbero benissimo potuto fare a meno della letteratura. Il piacere per loro stava soprattutto nellesibire i ferri del mestiere, come fine a se stessi. Ci fu un alto tasso di provincialismo in quegli entusiasmi. Come scriveva Timpanaro in un saggio del 1982, dopo una chiusura provinciale molti furono per reazione travolti da un altrettanto provinciale entusiasmo acritico dinanzi a una cultura europea, specialmente francese, fatta in gran parte di esibizionismo pseudoscientifico, di civetterie terminologiche, di un misto di epistemologismo e di irrazionalismo. Comunque sia, di tanto accanimento formale spesso il testo in esame, anzich guadagnarne, ne pativa. Poi, nel giro di poco, si passati sul versante opposto. Dalla strutturazione alla destrutturazione. E la critica perdeva la sua forza. Latonia della critica letteraria oggi sta difatti dinanzi ai nostri occhi.