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La parabola del contadino e dello speculatore

Un contadino ha un campo di grano e produce pasta e pane. Un secondo contadino ha un frutteto. Un allevatore ha un gregge di pecore e produce latte e formaggi. Un artigiano realizza mobili in legno, un altro fila la lana e tesse indumenti. Quello che ha il pane ne scambia una parte con il formaggio dell'allevatore e con i maglioni del secondo artigiano. Quello che ha la frutta ne scambia un po' con un tavolo e quattro sedie, e con qualche chilo di pasta. Ognuno produce qualcosa e tutti hanno le cose essenziali per vivere. La natura, del resto, nel medio termine si pu considerare prevedibile: se un anno c' meno frutta, l'anno dopo ce ne sar di pi. Arriva uno speculatore che, promettendo di scambiare nuovi beni, si prende un po' di pane, un po' di frutta, un po' di latte e un po' di formaggio. Non restandone pi a sufficienza per tutti, scambia quello che ha preso con chi ne ha bisogno ma, data la scarsit di beni che ne deriva, pretende da ciascuno un corrispettivo maggiore di indumenti, di sedie, di pane, di formaggio... Se l'allevatore, mettiamo, non riesce a far fronte alle richieste, perch non dispone di risorse sufficienti a coprire l'aumento artificiale del fabbisogno, lo speculatore gli concede lo stesso il pane e tutto il resto, ma lo impegna a versare l'ammanco ipotecando il formaggio che non ancora stato prodotto. Lo indebita. Arriva un secondo speculatore e si prende la restante parte della produzione locale. I contadini, gli artigiani e l'allevatore accettano, perch hanno bisogno di compensare la carestia indotta, cercando di produrre di pi e di entrare subito in possesso di ci che viene improvvisamente loro a mancare. A questo punto, tutti i beni disponibili sono nelle mani dei due speculatori, i quali sono liberi di decidere come, a chi e per quanto scambiarli. Fanno i prezzi, esigono sempre di pi e indebitano progressivamente i contadini, gli artigiani e l'allevatore che ora non producono pi per vivere, ma vivono per produrre una quantit sufficiente, sempre maggiore, di cibo e di beni, che possa soddisfare le richieste degli speculatori. Con l'arrivo di un terzo speculatore, proveniente da terre lontane, che a sua volta ha indebitato altri artigiani, altri allevatori e altri contadini, i tre iniziano a riunirsi periodicamente per scambiarsi i debiti dei produttori, scommettendo sulla loro capacit di ripagarli con perseveranza, senza morire di inedia. Senza fallire. Quando gli speculatori, tra di loro, esagerano con le speculazioni, scommettendo sulla capacit di ripianare il debito di un allevatore che muore di infarto, per esempio a causa dell'eccessivo lavoro, perdono parte dei loro crediti, che poi sono i debiti di chi produce i beni reali. Cos dichiarano ufficialmente l'apertura della crisi. Lo stato di crisi, dicono, richiede ai contadini di produrre pi grano e pi frutta, agli allevatori di produrre pi latte, agli artigiani di fabbricare pi tavoli e pi indumenti e cos via. Altrimenti verr loro richiesto di saldare i loro debiti immediatamente, e poich chiaro che non possono farlo, le loro fattorie verranno espropriate, i loro allevamenti confiscati, e moriranno di fame. Ma la crisi non dei contadini, che continuano a produrre il grano e la frutta che producevano all'inizio. Non degli allevatori, che hanno sempre lo stesso numero di pecore, anzi di pi, e dunque producono la stessa quantit di formaggi e di latte. Non di chi fabbrica i mobili sempre alla stessa maniera, n di chi tesse indumenti esattamente come faceva una volta. No: sono gli speculatori ad essere in crisi, non i produttori. E' il loro meccanismo di inflazione programmata dei prezzi per i beni di prima necessit ad essersi gonfiato fino ad esplodere. La loro ingordigia, il loro universo artificiale, il mondo parallelo e immaginario che hanno costruito accanto a quello reale: tutto e solo questo ad essere andato in crisi. Fin che i contadini, gli allevatori e gli artigiani mandarono affanculo gli speculatori e ricominciarono a scambiarsi il pane, il latte, il formaggio, i mobili e i vestiti tra di loro, lasciando gli speculatori al loro meritato destino.