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CONFUSIONE INTRODOTTA NELL’ECONOMIA REALE.

MARIANA
CRITICA INOLTRE LA POLITICA DI IMPOSIZIONE DEI PREZZI
MASSIMI COME STRUMENTO PER COMBATTERE GLI EFFETTI
DELL’INFLAZIONE, UNA CAPITOLO III

CARL MENGER E I PRECURSORI DELLA SCUOLA AUSTRIACA

3.1. Introduzione

Pur esistendo ampio accordo sul fatto che la Scuola Austriaca di economia
nasca nel 1871, con la pubblicazione del libro di Menger (1840-1921) dal titolo
Grundsätze der Volkswirthschaftslehre (MENGER, 1871), in realtà il suo principale merito
sta nell’aver saputo raccogliere e stimolare una tradizione di pensiero di origine
cattolica ed europea continentale le cui origini è possibile ricondurre agli albori del
pensiero filosofico in Grecia e, con maggiore intensità, alla tradizione del pensiero
giuridico, filosofico e politico della Roma classica.
In effetti fu nella Roma classica che si scoprì che il diritto è principalmente
consuetudinario e che le istituzioni giuridiche (così come quelle linguistiche e quelle
economiche) sorgono come risultato di un lungo processo evolutivo, incorporando un
enorme volume di informazioni e di conoscenze che supera di gran lunga la capacità
mentale di qualsiasi governante, per quanto saggio e buono possa essere. Così,
secondo quanto riferisce Cicerone (De re publica, II, 1-2), per Catone «il motivo per il
quale il sistema politico [romano] fu superiore rispetto a quello degli altri paesi era il
seguente: i sistemi politici degli altri paesi erano stati creati introducendo leggi e
istituzioni in base al parere personale di singoli individui come Minosse a Creta e
Licurgo a Sparta [...] Al contrario la nostra repubblica romana non si deve alla
creazione personale di un unico uomo, bensì di molti. Non è stata fondata durante la
vita di un individuo particolare, ma attraverso una serie di secoli e generazioni. Perché
non c’è mai stato nel mondo un uomo così intelligente da prevedere qualsiasi evento e, anche se
potessimo concentrare tutti i cervelli nella testa di uno stesso uomo, sarebbe per lui impossibile
tenere a mente ogni cosa nello stesso tempo, senza avere accumulato l’esperienza pratica che si
acquisisce con il trascorrere di un lungo periodo storico».
Come si avrà modo di vedere, il nucleo essenziale di questa idea –che costituirà
poi il cuore dell’argomentazione di Mises riguardo all’impossibilità teorica della
pianificazione socialista– si conserva e rafforza durante il Medio Evo grazie
all’umanesimo cristiano e alla filosofia tomista che intende il diritto naturale come un
corpus etico precedente e superiore al potere di ciascun governo terrestre. Pietro di
Giovanni Olivi, San Bernardino da Siena e Sant’Antonino da Firenze, fra gli altri,
hanno teorizzato il ruolo centrale che la capacità imprenditoriale e creativa dell’essere

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umano ha come stimolo dell’economia di mercato e della civiltà (ROTHBARD, 1995, I:
31-209). Ma l’eredità di questa linea di pensiero sarà raccolta, sviluppata e perfezionata
principalmente dai quei grandi teorici che furono gli Scolastici del Siglo de Oro
spagnolo e che, senza alcun dubbio, devono essere considerati come i principali
precursori della Scuola Austriaca di economia.

3.2. Gli scolastici del Siglo de Oro

Secondo Hayek, i principali teorici dell’economia di mercato, così come i


principali elementi del liberalismo economico, non furono delineati, come
generalmente si crede, dai calvinisti e dai protestanti scozzesi, ma furono il risultato
dello sforzo dottrinale realizzato dai domenicani e dai gesuiti esponenti della
cosiddetta Scuola di Salamanca durante il Siglo de oro (HAYEK, 1973-79; II: 276n.).
Hayek ha perfino citato due di questi, Luis de Molina e Juan de Lugo, nel suo discorso
in occasione della consegna del premio Nobel per l’Economia nel 1974 (HAYEK, 1974:
44n.). Questo economista austriaco iniziò a convincersi dell’origine cattolica e
spagnola dell’analisi economica austriaca a partire dagli anni cinquanta, grazie
all’influenza del giurista italiano Bruno Leoni. Leoni convinse Hayek che le radici
della concezione dinamica e soggettiva dell’economia erano di origine continentale e
che, pertanto, dovevano essere cercate nell’Europa mediterranea e nella tradizione
greca, romana e tomista, più che nella tradizione filosofica dei filosofi scozzesi del
XVIII secolo (LEONI, 1961: 87-107). Inoltre, negli stessi anni, una delle migliori allieve
di Hayek, Marjorie Grice-Hutchinson, specializzata in latino ed in letteratura
spagnola, portò a termine una ricerca sui contributi degli scolastici spagnoli alla teoria
economica, che successivamente è stata considerata un piccolo classico (GRICE-
HUTCHINSON, 1952, 1982 e 1985).
Chi furono, allora, i precursori intellettuali della Scuola Austriaca di Economia?
La maggior parte di essi furono domenicani e gesuiti, professori di morale e teologia in
università che, come quelle di Salamanca e Coimbra, erano i centri più importanti di
pensiero durante il Siglo de Oro (CHAUFEN, 1986).
Il primo a dover essere menzionato è Diego de Covarrubias y Leyva.
Covarrubias (1512-1577), figlio di un famoso architetto, il quale, dopo essere stato per
diversi anni ministro del re Filippo II, fu nominato vescovo della città di Segovia (nella
cui cattedrale è sepolto). Nel 1555 Covarrubias espose, in maniera migliore di quanto
fosse stato fatto fino ad allora, l’essenza della teoria soggettiva del valore (ossia
l’oggetto dell’analisi economica della Scuola Austriaca) affermando che «il valore di
una cosa non dipende dalla sua natura oggettiva ma dalla valutazione soggettiva degli
uomini, anche qualora tale stima sia sconsiderata». Onde meglio illustrare la sua tesi,
aggiunse anche che «nelle Indie il grano vale più che in Spagna perché là gli uomini lo
valutano di più, e ciò a prescindere dal fatto che la natura del grano sia la stessa in
entrambi i luoghi» (COVARRUBIAS, 1604: 131). Covarrubias scrisse inoltre uno studio
sull’evoluzione storica della diminuzione del potere d’acquisto del maravedì,
anticipando molte delle conclusioni teoriche sulla teoria quantitativa del denaro che

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successivamente avrebbero esposto, fra gli altri, Martín de Azpilcueta e Juan de
Mariana. Lo studio di Covarrubias, pubblicato in latino con il titolo Veterum collatium
numismatum, incorpora inoltre anche una grande quantità di statistiche riguardo
all’evoluzione dei prezzi nel secolo precedente al suo. Tale opera è molto significativa,
non solo per essere stata lodata nei secoli successivi dai pensatori italiani Bernardo
Davanzati e Ferdinando Galiani, ma soprattutto perché fu citata da Menger nei suoi
Grundsätze (MENGER, 1971: 344).
La tradizione soggettivista, inaugurata da Covarrubias, venne proseguita da
un’altro importante esponente della tradizione scolastica: Luis Saravia de la Calle, che
fu anche il primo a chiarire la reale relazione tra prezzi e costi all’interno del mercato.
Saravia de la Calle osservò infatti che in ogni caso sono i costi che tendono a seguire i
prezzi e non il contrario, anticipando così la confutazione degli errori di quella “teoria
oggettiva del valore” che, successivamente, sarebbe stata sviluppata dai teorici della
scuola classica anglosassone e che si sarebbe convertita nel fondamento della teoria
dello sfruttamento di Karl Marx e dei suoi seguaci. Nel suo studio intitolato Instrucción
de mercaderes, pubblicato in castigliano a Medina del Campo intorno al 1544, Saravia de
la Calle scrisse che «coloro i quali valutano il giusto prezzo delle cose in base al lavoro,
ai costi ed ai pericoli di colui che commercia o produce le merci, commettono un grave
errore; giacché il giusto prezzo è determinato dall’abbondanza o dalla mancanza di
merci, di commercianti e di denaro, non dai costi, dal lavoro e dai pericoli» (SARAVIA
DE LA CALLE, 1949: 53). Il libro, interamente incentrato sulla funzione
dell’imprenditore, chiamato “mercadante”, prosegue così la tradizione scolastica sul
ruolo dinamico dell’imprenditore, che si può far risalire a Pietro di Giovanni Olivi,
Sant’Antonino da Firenze e, soprattutto, a San Bernardino da Siena (ROTHBARD, 1995,
I: 81-95).
Altro rilevante contributo degli Scolastici spagnoli è l’introduzione del concetto
dinamico di concorrenza (in latino concurrentium), intesa come il processo
imprenditoriale di competizione che muove il mercato stimolando lo sviluppo della
società. Quest’idea, che costituisce il cuore della teoria del mercato della Scuola
Austriaca, contrasta radicalmente con i modelli di equilibrio di concorrenza perfetta e
di monopolio che analizzano i Neoclassici. E fu sulla sua base che gli Scolastici
giunsero alla conclusione che i prezzi del modello di equilibrio (che loro
denominarono «prezzi matematici»), utilizzati poi dai teorici neoclassici socialisti per
giustificare l’interventismo e la pianificazione del mercato, non avrebbero mai potuto
essere conosciuti. Così, Raymond de Roover attribuisce a Luis de Molina il concetto
dinamico di concorrenza, inteso come «quel processo di rivalità fra compratori che
tende ad elevare il prezzo» e che non ha niente a che fare con il modello statico di
“concorrenza perfetta”, che nel XX secolo i cosiddetti “teorici del socialismo di
mercato” hanno creduto si potesse simulare in un regime senza proprietà privata (DE
ROOVER, 1955: 169).
La migliore esposizione di tale concezione dinamica della libera concorrenza tra
imprenditori fu tuttavia quella esposta da Jerónimo Castillo de Bovadilla nel suo libro
Política para corregidores, pubblicato a Salamanca nel 1585. In esso si afferma che
l’essenza della concorrenza consiste nel cercare di «emulare» il concorrente (POPESCU,

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1987: 141-159). Castillo de Bovadilla enuncia inoltre la seguente legge economica,
fondamentale per la difesa del mercato da parte di tutti gli economisti austriaci: «i
prezzi dei prodotti diminuiranno con l’abbondanza, l’emulazione e la concorrenza dei
venditori» (CASTILLO DE BOVADILLA, 1985: 2, cap. 4, n.° 49).
Riguardo all’impossibilità che i governanti o gli analisti possano giungere a
conoscere i prezzi di equilibrio e gli ulteriori dati di cui hanno bisogno per intervenire
nel mercato, o per elaborare i loro modelli, si distinguono i contributi dei cardinali
gesuiti spagnoli Juan de Lugo e Juan de Salas. Il primo, Juan de Lugo (1583-1660),
chiedendosi quale potesse essere il prezzo di equilibrio, già nel 1643 concluse che esso
dipendeva da una tale quantità di circostanze specifiche che può conoscere solamente
Dio: «pretium iustum mathematicum licet soli Deo notum» (LUGO, 1642: vol. II, 312). E
Juan de Salas, nel 1617, riferendosi alle possibilità per un governante di poter giungere
a conoscere l’informazione specifica che si crea dinamicamente e che si scopre e si
adopera nel mercato, afferma che «quas exacte comprehendere et ponderare Dei est
non hominum»; in altre parole che solo Dio, non l’uomo, può giungere a comprendere
e ponderare esattamente l’informazione, la conoscenza in tutte le circostanze
particolari di tempo e luogo, che gli agenti economici utilizzano nel processo di
mercato (SALAS, 1617: 4, n.° 6, 9). Si può quindi sostenere che Juan de Lugo e Juan de
Salas anticipano di oltre tre secoli i più raffinati contributi scientifici di alcuni dei
maggiori esponenti della Scuola Austriaca, come Mises e Hayek.
Un altro degli elementi essenziali che si convertirà nell’analisi economica di tale
Scuola fu il principio della «preferenza temporale», secondo il quale a parità di
circostanze, i beni presenti hanno maggiore valore dei beni futuri. Questa dottrina fu
riscoperta da Martín de Azpilcueta (il famoso dottor Navarro) nel 1556; egli, a sua
volta, l’aveva attinta da uno dei migliori discepoli di san Tommaso d’Aquino, Giles de
Lessines il quale, già nel 1285, affermò che «i beni futuri non hanno lo stesso valore dei
beni disponibili immediatamente, né hanno la stessa utilità per i loro possessori. Per
questa ragione il loro valore secondo giustizia deve essere minore (DEMPSEY, 1943:
214).
Anche gli effetti distorcenti dell’inflazione, intesa come politica statale di
crescita dell’offerta monetaria, furono studiati analiticamente dagli Scolastici. In
quest’ambito si distinse in particolar modo il lavoro di padre Juan de Mariana, dal
titolo De monetae mutatione, tradotto successivamente in castigliano dallo stesso autore
con il titolo di Tratado y discurso sobre la moneda de vellón que al presente se labra en
Castilla y de algunos desórdenes y abusos (MARIANA, 1987). In questo libro, pubblicato per
la prima volta nel 1605, Mariana critica la politica, intrapresa dai governanti della sua
epoca, consistente nel continuare a ribassare deliberatamente la quantità di argento
‘fino’ nella lega delle monete in mistura* e, pur non utilizzando il termine ‘inflazione’,

* Con ‘mistura’ si è inteso tradurre il termine spagnolo vellón, il quale avrebbe un


corrispondente letterale nell'italiano “billone” o “biglione” (derivato dal francese billon) il quale,
tuttavia, risulta ormai totalmente inusitato; col tempo, inoltre, esso era andato ad indicare la
moneta “divisionaria”, formata da pezzi interamente coniati con metallo vile (i cosiddetti
“spiccioli”), il cui valore dipende unicamente dal marchio impressovi dall’autorità riconosciuta, che
se ne pone a garanzia. Viceversa, per “mistura” in numismatica si intende una sottospecie della
lega rame-argento, nella quale la presenza di quest'ultimo sia inferiore al 50%. Nel corso della

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allora sconosciuto, spiega che i suoi effetti sono l’incremento dei prezzi e la generale
politica che considera non solo incapace di produrre effetti positivi, ma anche
decisamente dannosa per il processo produttivo. In questo modo egli migliora l’analisi
più semplicistica, poiché esclusivamente macro-economica, elaborata
precedentemente da Martín de Azpilcueta nel 1556 e da Nicolò Copernico nel suo
libro Monetae cudendae ratio, i quali esposero per la prima volta la versione
semplicistica e meccanicistica della teoria quantitativa del denaro oggi tanto diffusa
(AZPILCUETA, 1965: 74-75).
Importanti sono anche i contributi degli Scolastici spagnoli alla teoria bancaria
(HUERTA DE SOTO, 1997-1998: 141-165). Così, ad esempio, è chiarissima la critica del
dottor Saravia de la Calle all’esercizio della banca con “riserva frazionaria»**, nel senso
che l’utilizzo a proprio beneficio mediante la concessione di prestiti a terzi, del denaro
depositato a vista presso i banchieri è illegittima e suppone un grave peccato; questa
dottrina coincide pienamente con quella già stabilita fin dalle sue origini dagli autori
classici del diritto romano, la quale sorge naturalmente dalla propria essenza, causa e
natura giuridica del contratto di deposito irregolare di denaro (SARAVIA DE LA CALLE,
1949: 180-181, 195-197). Anche Martín de Azpilcueta e Tomás de Mercado sviluppano
un’analisi rigorosa e molto esauriente dell’attività bancaria. Tale analisi, pur non
giungendo ai livelli critici di Saravia de la Calle, include un’impeccabile spiegazione
delle esigenze che in conformità alla giustizia devono essere osservate nel contratto di
deposito bancario di denaro. Tutti questi autori, anche se implicitamente, ritengono
che la banca debba applicare un coefficiente di cassa del cento per cento e tale
proposta diventerà uno dei punti di forza dell’analisi austriaca relativa alla teoria del
credito e dei cicli economici (HUERTA DE SOTO, 1998).

storia –cosa ben attestata fin dall’antichità– si è verificato in maniera ricorrente che le autorità
emittenti, al fine di risparmiare metallo nobile, producessero la moneta in mistura tramite un
procedimento di “imbiancatura” del tondello in rame, semplicemente “bagnandolo” nell'argento
fuso. Da tale operazione si ottenevano esemplari dotati soltanto di una sottile “fodera” argentea,
pari ad appena il 5-10% del metallo totale [N. d. T.].
** Al riguardo, pur in estrema sintesi, occorre tuttavia dire che nel sistema creditizio attuale

v’è uno squilibrio notevole fra quanto una banca riceve con i depositi reali e quanto, per contro,
cede attraverso i prestiti; sebbene lo squilibrio venga tollerato, essa deve però rispettare il duplice
freno della “solvibilità» e della «liquidità”. Essenzialmente per ovviare al pericolo del difetto di
liquidità è stata predisposta, per legge, una “riserva monetaria”, che viene affidata al criterio
prudenziale delle singole banche (generalmente, si aggira intorno al 10%). V'è poi una “seconda
linea di riserva” (secondary reserve) o “riserva bancaria”, costituita sostanzialmente da prestiti ad hoc
della Banca centrale (o anche di altre banche). Anche l’unione di entrambe resta pur sempre
soltanto una frazione dei depositi ricevuti; pertanto, tecnicamente esse costituiscono, di fatto, una
“riserva frazionaria”. A tale impostazione si oppone la corrente di pensiero la quale ritiene che le
banche dovrebbero conservare un “coefficiente di cassa” del 100% per i depositi “irregolari”
(relativi, cioè, a beni “fungibili”), poiché in essi si trasferisce al depositario la proprietà (come nel
“mutuo”) e la disponibilità (come nel “comodato”) della cosa specifica (nella fattispecie, le banconote
con quel determinato numero di serie, che sono state versate in “conto corrente”) e tuttavia, non
essendo dei “prestiti”, bensì mantenendo pur sempre l'essenza di “depositi” (il cui fine primario è
rappresentato dalla “custodia” del bene ricevuto), il depositante conserva la proprietà e la
disponibiltà in ogni momento della quantità e qualità equivalente, pena il reato di “appropriazione
indebita” ascrivibile alle banche insolventi (anche solo potenzialmente o momentaneamente): cfr.
HUERTA DE SOTO, 1998 [N. d. T.].

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Meno rigorosa e, pertanto, più accondiscendente verso l’esercizio della banca
con “riserva frazionaria”, è l’analisi di Luis de Molina, Juan de Lugo e Leonard
Lessius, per quanto secondo Dempsey, se tali autori avessero conosciuto in dettaglio il
funzionamento e le implicazioni teoriche della banca con “riserva frazionaria” così
come essi furono posteriormente messi in luce da Mises, Hayek e dagli altri teorici
della Scuola Austriaca avrebbero considerato il processo di espansione creditizia e di
inflazione fiduciaria a cui essa dà luogo come un vasto ed illegittimo processo di usura
istituzionale (DEMPSEY, 1943: 225-228).
È comunque interessante sottolineare che Luis de Molina fu il primo teorico a
segnalare che i depositi, e in generale il danaro bancario che egli denomina in latino
chirographis pecuniarum, fanno parte, così come i soldi contanti, dell’offerta monetaria.
In effetti, Molina, nel 1597, espresse, ben prima di James Pennington, nel 1826, l’idea
fondamentale secondo la quale il volume totale delle transazioni monetarie che si
effettuano durante una fiera, non potrebbe essere pagato con la quantità di denaro
contante che in essa si scambia se non fosse per l’utilizzo di denaro che generano le
banche attraverso l’annotazione dei depositi e l’emissione di assegni da parte dei loro
depositanti. In questo modo, come risultato dell’attività finanziaria delle banche, si
crea dal nulla una nuova quantità di denaro in forma di depositi utilizzata nelle
transazioni (MOLINA, 1991: 147).
Infine, padre Juan de Mariana scrisse anche un altro libro dal titolo Discurso
sobre las enfermedades de la Compañía, pubblicato postumo nel 1625. In esso Mariana
anticipa argomentazioni propriamente ‘austriache’ quando sostiene l’impossibilità,
per mancanza di informazione, da parte di un governo di organizzare la società civile
in base a mandati coattivi. In effetti, è impossibile che lo Stato si realizzi tramite
l’informazione di cui ha bisogno per coordinare i suoi mandati e, così, il suo intervento
tende a creare disordine e caos. Mariana, riferendosi al governo, dice che «è un grosso
sbaglio che il cieco pretenda di guidare colui che vede», aggiungendo che i governanti
«non conoscono le persone, né i fatti, con le circostanze ad essi legate, da cui dipende il
risultato. È naturale che si cada così in numerosi e gravi errori, che pertanto la gente si
disgusti e che disprezzi un governo così cieco». Mariana conclude dicendo che «è
pazzo il potere ed il comando» e che quando «le leggi sono in eccesso, dal momento
che non tutte si possono osservare, né tanto meno conoscere, si perde il rispetto di
tutte» (MARIANA, 1768: 151-155, 216).
Si può quindi affermare che gli Scolastici spagnoli del Siglo de Oro furono capaci
di enunciare quelli che sarebbero divenuti poi i principali principî teorici della Scuola
Austriaca di Economia, vale a dire: primo, la teoria soggettiva del valore (Diego de
Covarrubias y Leyva); secondo, la scoperta della corretta relazione sussistente fra prezzi
e costi (Luis Saravia de la Calle); terzo, la natura dinamica del mercato e l’impossibilità
di raggiungere il modello di equilibrio (Juan de Lugo e Juan de Salas); quarto, il
concetto dinamico di concorrenza inteso come processo di rivalità fra i venditori
(Castillo de Bovadilla, Luis de Molina); quinto, la riscoperta del principio della
“preferenza temporale” (Martín de Azpilcueta); sesto, il carattere profondamente
distorcente dell’inflazione sull’economia reale (Juan de Mariana, Diego de
Covarrubias e Martín de Azpilcueta); settimo, l’analisi critica dell’attività bancaria

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gestita attraverso la “riserva frazionaria” (Luis Saravia de la Calle e Martín de
Azpilcueta); ottavo, la scoperta che i depositi bancari formano parte dell’offerta
monetaria (Luis de Molina e Juan de Lugo); nono, l’impossibilità di organizzare la
società attraverso mandati coattivi per mancanza dell’informazione necessaria al fine
di dare un contenuto di coordinazione ai medesimi (Juan de Mariana); decimo, la
tradizione liberale secondo la quale ogni intervento ingiustificato sul mercato
costituisce una violazione del diritto naturale (Juan de Mariana).
Vi sono, pertanto, fondate ragioni per concludere che la concezione
soggettivistica e dinamica del mercato, pur se ripresa e definitivamente teorizzata da
Menger nel 1871, abbia avuto inizio in Spagna. Il pensiero economico della Scuola
Austriaca ha quindi le sue origini intellettuali in Spagna e più concretamente nella
Scuola di Salamanca la quale, come la moderna Scuola Austriaca, ed in netto contrasto
con il paradigma neoclassico, si caratterizza in modo particolare per il grande realismo
ed il rigore dei suoi presupposti analitici.

3.3. Dalla seconda Scolastica ad Adam Smith

Per comprendere l’influenza degli Scolastici spagnoli sul successivo sviluppo


della Scuola Austriaca, è necessario ricordare, in primo luogo, che nel XVI secolo
l’imperatore e re di Spagna Carlo V destinò suo fratello Fernando I alla corona
d’Austria. ‘Austria’ significa, etimologicamente, “parte orientale dell’Impero”; Impero
che in quei tempi comprendeva la quasi totalità dell’Europa continentale, con l’unica
importante eccezione della Francia, isolata e circondata da forze spagnole. È così facile
comprendere l’origine dell’influenza intellettuale degli Scolastici spagnoli sulla Scuola
Austriaca; non si tratta quindi di una semplice coincidenza o di un mero capriccio
della storia, ma tale relazione sorse dalle strette relazioni storiche, politiche e culturali
sviluppatesi tra la Spagna e l’Austria a partire dal XVI secolo (BÉRENGUER, 1993: 133-
335). Tali relazioni si sarebbero mantenute per vari secoli e nel loro perdurare svolse
un ruolo importantissimo l’Italia: il ponte attraverso il quale passarono le relazioni
culturali tra i due estremi dell’Impero (Spagna e Austria). A motivo di tutto ciò vi sono
numerosi elementi a favore della tesi secondo la quale, almeno in origine, la Scuola
Austriaca, è in ultima istanza, una scuola di tradizione spagnola.
Di fatto, possiamo affermare che il principale merito di Menger consistette nella
riscoperta e nello sviluppo di quella tradizione cattolico-continentale di origine
spagnola che era stata dimenticata ed era caduta in decadenza come conseguenza da
un lato del trionfo della Riforma protestante e dei pregiudizi nei confronti di tutto ciò
che era spagnolo (la leyenda negra) e, dall’altro, soprattutto per l’influenza
estremamente negativa che ebbero nella storia del pensiero economico i contributi di
Adam Smith e dei suoi seguaci della Scuola Classica. In effetti, come indica
giustamente Murray N. Rothbard, Smith abbandonò i precedenti contributi alla teoria
soggettiva del valore, la funzione imprenditoriale e l’interesse come strumento per
spiegare i prezzi presenti nel mercato reale, sostituendoli con la teoria del “valore-
lavoro”, sulla quale, successivamente, Marx avrebbe costruito, come conclusione

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naturale, tutta la teoria socialista dello sfruttamento. Inoltre, Smith si sofferma a
spiegare dettagliatamente il “prezzo naturale” di equilibrio a lungo termine; un
modello di equilibrio nel quale la funzione imprenditoriale si distingue per la sua
assenza ed in cui si suppone che tutta l’informazione necessaria sia già disponibile.
Ragione per la quale esso sarà successivamente utilizzato dai teorici neoclassici
dell’equilibrio per criticare i supposti “errori del mercato” e giustificare il socialismo e
l’intervento dello Stato nell’economia e nella società civile. Smith impregnò, poi, la
scienza economica di tutta una serie di elementi teologici desunti dal calvinismo,
appoggiando, ad esempio, il divieto dell’usura e la distinzione fra occupazioni
“produttive” ed “improduttive”. Infine, Adam Smith ruppe con il laissez-faire radicale
dei suoi predecessori giusnaturalisti continentali (spagnoli, francesi e italiani),
introducendo nella storia del pensiero un “liberalismo” molto timido e tanto
contaminato da eccezioni e sfumature che numerosi teorici “socialdemocratici” odierni
potrebbero addirittura accettarlo (ROTHBARD, 1995, I: 435-503).
Dal punto di vista della Scuola Austriaca, la negativa influenza che la Scuola
classica anglosassone esercitò sulla scienza economica si accentuò con i successori di
Smith e, in particolar modo, con Jeremy Bentham, che inocula nella disciplina il bacillo
dell’utilitarismo più rigido stimolando così lo sviluppo di un’analisi pseudo-scientifica
di costi e benefici (che si crede possano giungere ad essere conosciuti) e la nascita di
una tradizione di “ingegneri sociali” che pretendono di modellare la società a loro
piacimento utilizzando il potere coercitivo dello Stato. In Inghilterra, John Stuart Mill
portò al culmine tale tendenza con la sua apostasia del laissez-faire e le sue numerose
concessioni al socialismo; mentre in Francia il trionfo del razionalismo costruttivista di
origine cartesiana spiega il dominio degli interventisti dell’École Polytechnique e del
socialismo scientista di Claude-Henri de Saint-Simon ed Auguste Comte (HAYEK,
1952a: 143-285).
Fortunatamente, a prescindere dall’opprimente imperialismo intellettuale che i
teorici della scuola classica anglosassone esercitarono sull’evoluzione della disciplina
economica, la tradizione continentale di origine cattolica, stimolata dagli Scolastici del
Siglo de Oro, non fu mai totalmente dimenticata. Infatti, tale corrente dottrinale influì
su due importanti economisti, uno irlandese, Richard Cantillon, e l’altro francese, A. R.
J. Turgot, che possono essere considerati in larga misura i fondatori della scienza
economica. Cantillon, infatti, intorno al 1730, scrive il Saggio sulla natura del commercio
in generale, che William Stanley Jevons considera il primo trattato sistematico di
economia. In questo libro Cantillon mette in risalto la figura dell’imprenditore quale
motore del processo di mercato e spiega, inoltre, che l’aumento della quantità di
denaro non influisce di colpo sul livello generale dei prezzi, bensì ha sempre un
impatto graduale sull’economia reale, vale a dire successivamente ed attraverso un
processo che ineludibilmente condiziona e distorce i prezzi relativi che sorgono nel
mercato. Si tratta del famoso “effetto-Cantillon”, recepito successivamente da David
Hume e ripreso, poi, da Mises e da Hayek nelle loro analisi della teoria del capitale e
dei cicli (CANTILLON, 1755).
Successivamente, il marchese D’Argenson nel 1751 e, soprattutto, Turgot, già
molto prima di Smith, avevano perfettamente descritto il carattere disperso della

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conoscenza incorporato dalle istituzioni sociali intese come ordini spontanei, la cui
analisi costituisce uno degli elementi essenziali del programma di ricerca hayekiano.
Così Turgot, nel suo Elogio di Gournay, già nel 1759 concluse che «non è necessario
dimostrare che un individuo è l’unico che può giudicare con cognizione di causa l’uso
più vantaggioso delle sue terre e dei suoi sforzi. Solamente lui possiede la conoscenza
particolare senza la quale anche l’uomo più saggio si troverebbe smarrito. Impara
grazie ai suoi ripetuti tentativi, dai suoi successi e dai suoi fallimenti e, così, acquisisce
una particolare sensibilità per gli affari, molto più efficace di quella conoscenza teorica
che potrebbe acquisire un osservatore indifferente, poiché egli è stimolato dalla
necessità». Turgot fece inoltre riferimento, seguendo il padre Juan de Mariana, «alla
totale impossibilità di dirigere attraverso regole rigide ed un controllo continuo, la
moltitudine di transazioni che in grande quantità non possono essere interamente
conosciute e che, inoltre, dipendono da tutto un insieme di circostanze in continuo
cambiamento, le quali non si possono controllare né, tanto meno, prevedere» (TURGOT,
1844: 275, 288).
Anche in Spagna, durante la lunga decadenza dei secoli XVIII e XIX, la
tradizione degli Scolastici non scomparve del tutto e ciò a prescindere dall’enorme
complesso di inferiorità, tipico di quell’epoca, nei confronti del mondo intellettuale
anglosassone. Ne è prova il fatto che un altro scrittore spagnolo di tradizione cattolica
fu capace di risolvere il cosiddetto “paradosso del valore” e di enunciare con chiarezza
la legge dell’utilità marginale 27 anni prima che Menger pubblicasse i suoi Grundsätze.
Ci riferiamo al catalano Jaime Balmes (1810-1848) il quale, durante la sua breve vita
divenne il filosofo tomista più importante della Spagna della sua epoca. Nel 1844,
infatti, egli pubblicò un articolo dal titolo Veritiera idea del valore, o riflessione sull’origine,
natura e varietà dei prezzi, nel quale non soltanto risolse il paradosso del valore, ma
espose anche, con tutta chiarezza, la legge dell’utilità marginale.
Alla domanda: «come mai vale di più una pietra preziosa di un pezzo di pane,
di un vestito confortevole e talvolta di una salubre e gradevole casa?», Balmes così
risponde: «non è difficile spiegare il perché; essendo il valore della cosa la sua utilità o
attitudine a soddisfare le nostre necessità, quanto più precisa sia nel soddisfacimento
di quelle, tanto maggior valore deterrà; bisogna infatti considerare che se il numero dei
mezzi aumenta, diminuisce la necessità di ognuno di essi in particolare; perché potendo
scegliere tra molti, nessuno è indispensabile. Vi è infatti una dipendenza necessaria come
una proporzione tra l’aumento e la diminuzione del valore e la penuria o abbondanza
di una cosa. Un pezzo di pane ha poco valore, ma questo avviene perché ha una
relazione necessaria con l’appagamento dei nostri bisogni, perché vi è molta
abbondanza di pane; ma se si stringe il circolo dell’abbondanza cresce rapidamente il
valore, fino a giungere ad un qualsiasi grado; fenomeno che si verifica in tempo di
carestia e che è ancor più evidente in una piazza provata da un assedio prolungato»
(Balmes, 1949: 615-624). In questo modo Balmes fu in grado di chiudere il circolo della
tradizione continentale e lasciarlo pronto in modo che la stessa fosse completata,
perfezionata e stimolata, pochi decenni dopo, da Menger e dai suoi discepoli.

3.4. La prospettiva soggettivistica della Scuola Austriaca

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Già da giovane Menger si era reso conto che la teoria classica dei prezzi, così
come era stata elaborata da Smith e dai suoi seguaci, lasciava molto a desiderare. Le
sue personali osservazioni riguardo al funzionamento del mercato azionario (per un
certo periodo fu corrispondente di borsa per il “Wiener Zeitung”), così come le sue
ricerche personali, lo portarono a scrivere, a trentun anni e, come scrive Hayek, in uno
«stato di febbrile eccitazione» (HAYEK, 1992: 45ss.), il libro che avrebbe segnato
ufficialmente la nascita della Scuola Austriaca di Economia. In questo libro Menger
volle stabilire i fondamenti sui quali stimava fosse necessario riedificare l’intera
scienza economica. Tali principî sono costituiti essenzialmente tanto dallo sviluppo di
una scienza basata sull’essere umano inteso come attore e protagonista di tutti i
processi e gli eventi sociali (soggettivismo), quanto dall’elaborazione, in base al
soggettivismo, e per la prima volta nella storia del pensiero economico, di una teoria
formale riguardo alla nascita spontanea ed all’evoluzione di tutte le istituzioni sociali
(economiche, giuridiche e linguistiche) intese come schemi di comportamento. Tutte
queste idee sono presenti nei Grundsätze, pubblicato nel 1871, che diventerà uno dei
testi più influenti nella storia del pensiero economico.
L’obiettivo fondamentale di Menger era di costruire l’intera economia partendo
dall’essere umano, considerato come attore creativo e protagonista di tutti i processi
sociali. Egli reputava imprescindibile l’abbandono dello sterile “oggettivismo” della
Scuola classica che gli appariva ossessionata dalla supposta esistenza di enti esterni di
tipo oggettivo (classi sociali, aggregati, fattori materiali di produzione, etc.). A suo
avviso, al contrario, lo scienziato dell’economia doveva porsi sempre nella prospettiva
soggettiva dell’essere umano che agisce, in modo che tale prospettiva possa gettar luce
in maniera determinante sull’elaborazione di tutte le teorie economiche. Hayek,
commentando questa nuova concezione soggettivista proposta da Menger, è giunto a
scrivere che «probabilmente L. von Mises, con estrema coerenza, si è spinto più avanti
di qualunque altro studioso, ed io credo che gran parte delle peculiarità della sua
concezione, che, sulle prime, sorprendevano molti lettori al punto da sembrare strane
e inaccettabili, siano dovute al fatto che egli, nello svolgimento coerente
dell’impostazione soggettivistica, si è trovato di parecchio tempo in anticipo sui suoi
contemporanei» (HAYEK, 1952a: 30n.).
Forse una delle manifestazioni più tipiche ed originali del nuovo impulso
soggettivista proposto da Menger è stata la sua «teoria sui beni economici di ordine
distinto». Per Menger, sono «beni economici di primo ordine» i beni di consumo,
ossia, quelli che soggettivamente soddisfano le necessità umane in modo diretto e che
costituiscono il contesto soggettivo e specifico di ogni azione, il fine ultimo che l’attore
intende raggiungere. Per ottenere questi fini, beni di consumo o beni di consumo di
prim’ordine, è necessario aver già attraversato una serie di tappe intermedie, che
Menger denomina «beni economici di ordine superiore» (secondo, terzo, quarto e così
via). Infatti, l’ordine di ogni tappa è tanto più elevato quanto più lontano si trova il
bene di consumo finale. In pratica Menger afferma che «quando disponiamo dei beni
complementari di un qualsiasi ordine superiore, essi devono essere trasformati prima
in beni del più prossimo ordine inferiore e così via gradualmente fino a trasformarli in

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beni di primo ordine che potremo poi impiegare direttamente per la soddisfazione dei
nostri bisogni» (MENGER, 1871: 68).
Questa fondamentale idea di Menger altro non è se non la logica conseguenza
della sua concezione soggettivistica. Nella misura in cui ogni essere umano vuole
raggiungere un fine che per lui possiede un determinato valore soggettivo –in funzione
di questo fine e motivato dal suo valore soggettivo–, egli concepisce ed intraprende un
programma costituito da una serie di tappe, che lui considera necessarie per il
raggiungimento di detto fine. Tali tappe acquisiscono inoltre un’utilità soggettiva in
funzione del valore del fine che l’attore spera di conseguire grazie all’utilizzo dei
mezzi economici di ordine superiore. Ciò equivale a dire che l’utilità soggettiva dei
mezzi o dei beni economici di ordine superiore sarà determinata in ultima istanza dal
valore soggettivo del fine o bene finale di consumo che quei mezzi permettono di
ottenere o di raggiungere. Così, dal punto di vista soggettivo dell’agente, per la prima
volta nella scienza economica, grazie a Menger vengono teorizzati i principî di un
processo dinamico costituito da una serie di tappe intermedie che l’agente intraprende,
svolge e tenta di portare a termine fino al perseguimento dello scopo, o bene finale di
consumo (bene economico di prim’ordine) che si propone.
Agendo, ogni essere umano vuole infatti raggiungere determinati fini che
ritiene importanti per sé. Viene detto valore l’apprezzamento soggettivo,
psichicamente più o meno intenso, che l’attore attribuisce al proprio fine. Mezzo è tutto
ciò che l’attore considera adeguato al suo raggiungimento. L’utilità è allora
l’apprezzamento che l’attore dà al mezzo, in funzione del valore del fine che egli ritiene
che quel mezzo gli permetterà di raggiungere. In questo senso, visto che attraverso il
concetto di utilità il valore soggettivo che l’attore attribuisce al fine che persegue si
proietta verso il mezzo che reputa utile per ottenerlo, valore ed utilità sono le due facce
di una stessa medaglia.
Il più originale ed importante contributo di Menger alla scienza economica è la
sua concezione soggettivista di ogni processo di azione umana e non, come fino ad
allora si era creduto, la sua scoperta, indipendente ma contemporanea a William S.
Jevons e Léon Walras, della legge dell’utilità marginale. La teoria soggettiva del valore e
la scoperta della legge dell’utilità marginale altro non sono che l’evidente corollario
della concezione soggettiva del processo di azione appena esposto, e che si deve
esclusivamente a Menger. Infatti, l’agente, durante una serie di tappe, valuta, in
funzione del fine, i mezzi che ritiene gli permetteranno di raggiungerlo. Tale
valutazione viene effettuata non in una maniera globale o aggregata, bensì in funzione
delle distinte unità intercambiabili di mezzo rilevanti nel contesto di ogni azione
specifica. In questo modo l’attore tenderà a valutare ciascuna delle unità
intercambiabili di mezzo in funzione del rilievo che l’ultima di esse assume all’interno
della sua scala di valori. L’importanza di acquisire o di perdere un’unità di mezzo è
determinata dal peso che tale unità può avere all’interno della scala individuale dei
valori per il conseguimento di quella finale. Per la Scuola Austriaca, pertanto, la legge
dell’utilità marginale non ha niente a che spartire con la sazietà fisiologica né con la
psicologia, ma è una legge strettamente prasseologica (secondo la terminologia di

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Mises), ossia, inserita nella logica propria di ciascuna azione umana, imprenditoriale e
creativa.
Risulta pertanto imprescindibile, “disomogeneizzare” la teoria dell’utilità
marginale così come fu naturalmente sviluppata da Menger, dalle leggi di utilità
marginale che simultaneamente furono enunciate da Jevons e da Walras. In effetti in
Jevons e Walras l’utilità marginale è una semplice “aggiunta” all’interno di un
modello matematico di equilibrio (in un caso, quello di Jevons, parziale e nell’altro,
quello di Walras, generale) nel quale l’azione umana si distingue per la sua assenza;
un modello che rimane inalterato a prescindere dal fatto che in esso si introduca o
meno la legge dell’utilità marginale. Al contrario, per Menger, la teoria dell’utilità
marginale è una necessità ontologica, o conseguenza essenziale, della propria
concezione dell’azione umana vista come processo dinamico (JAFFÉ, 1976: 511-524).
Non deve quindi sorprendere che il principale fondatore della scuola
neoclassica di Chicago, Frank H. Knight, abbia affermato che la teoria di Menger sui
beni economici di prim’ordine e di ordine superiore costituisca uno dei suoi apporti
“meno rilevanti” (KNIGHT, 1950). Tuttavia, con tali affermazioni, in realtà, Knight pone
in evidenza le insufficienze teoriche del paradigma neoclassico dell’equilibrio e, in
particolar modo, di quello della scuola di Chicago da lui fondata, secondo la quale il
processo di produzione è obiettivo ed istantaneo, il tempo non gioca nessun altro
ruolo che non sia quello meramente parametrico, mentre la creatività e l’incertezza,
proprie di ogni azione imprenditoriale, sono eliminate alla radice dall’equilibrio
ricardiano sul quale si concentrano le sue ricerche.

3.5. La teoria economica delle istituzioni sociali

I Grundsätze di Menger furono un libro decisamente innovativo per l’epoca: in


esso, infatti, non soltanto venne messo in evidenza l’importante ruolo che rivestono
nell’economia reale il concetto di tempo, l’ignoranza, la conoscenza imprenditoriale,
l’errore come qualcosa di inseparabile dall’agire umano, i beni complementari che
lentamente si uniscono nel processo di mercato, così come i disequilibri ed i
cambiamenti continui che caratterizzano ogni mercato reale, ma venne anche
enunciata tutta un’incipiente teoria sull’origine e l’evoluzione delle istituzioni sociali
che successivamente Hayek avrebbe sviluppato fino alle sue ultime conseguenze.
Il secondo importante contributo di Menger consiste nell’aver spiegato
teoricamente la nascita spontanea ed evolutiva delle istituzioni sociali a partire dalla
propria concezione soggettiva dell’azione e dell’interazione umana. Non è, pertanto,
un caso che egli dedichi i suoi Grundsätze ad uno dei più autorevoli storicisti tedeschi:
Wilhelm Roscher. Nella polemica fra i sostenitori di una concezione evolutiva, storica
e spontanea delle istituzioni (rappresentati da Savigny nel campo del diritto e da
Montesquieu, Hume e Burke nel campo della filosofia e della scienza politica), ed i
sostenitori della concezione cartesiana strettamente razionalista (rappresentati da
Thibaut nel campo del diritto e da Bentham e gli utilitaristi inglesi nell’economia),

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Menger crede d’aver fornito col suo contributo quell’apporto teorico definitivo di cui i
primi avevano bisogno.
La concezione soggettivista di Menger, il quale considera l’essere umano come
attore, spiega la nascita spontanea e l’evoluzione di quell’insieme di comportamenti
regolati (istituzioni) che in ambito giuridico, economico e linguistico rendono possibile
la vita in società, attraverso un processo evolutivo nel quale agiscono innumerevoli
esseri umani, ognuno provvisto del suo piccolo, personale ed esclusivo bagaglio di
conoscenze soggettive, di esperienze pratiche, di aneliti, di sensazioni, etc. Menger
scopre che la nascita delle istituzioni è il risultato di un processo sociale costituito da
una molteplicità di azioni umane compiute da una serie di esseri umani (uomini e
donne reali), i quali, in circostanze storiche particolari di tempo e di luogo, sono stati
capaci, adottando determinate regole di condotta, di scoprire e di raggiungere prima e
più facilmente i proprî fini.
Si pone così in azione un processo decentralizzato di prova ed errore, nel quale
tendono a prevalere i comportamenti che meglio coordinano gli squilibri sociali. In
questo modo, grazie ad un costante processo di apprendistato ed imitazione, la
leadership iniziata dagli individui più creativi e fortunati si estende al resto dei
membri della società. Per quanto Menger sviluppi la sua teoria applicandola ad una
istituzione economica concreta: quella della nascita ed evoluzione del denaro
(MENGER, 1892-1909), egli mette anche in evidenzia che lo stesso schema teorico può
essere applicato, senza ulteriori difficoltà, anche alle istituzioni giuridiche ed alla
nascita ed evoluzione del linguaggio. Lo stesso Menger formula in modo impeccabile
la nuova domanda sulla quale edifica l’intero suo nuovo programma di ricerca
scientifica per l’economia: «come possono mai sorgere istituzioni che servono il bene
comunee che hanno un’importanza fondamentale per il suo sviluppo senza una volontà
comune orientata alla loro fondazione?»(MENGER, 1883: 150-51).
Ci si trova così di fronte alla situazione paradossale per cui, proprio le
istituzioni più importanti ed essenziali per la vita sociale dell’uomo (linguistiche,
economiche, legali e morali), sono «conseguenze non intenzionali delle azioni
individuali» o, nella terminologia di Menger, “risultato irriflesso”. Esse, infatti, non
possono essere state create deliberatamente dall’uomo stesso, per la mancanza della
necessaria capacità intellettuale di assimilare l’enorme volume di informazione
dispersa e dinamica, che le stesse possiedono, ma si sono formate in modo spontaneo
ed evolutivo nel processo sociale di interazione umane che, secondo Menger e gli altri
Austriaci, costituisce il principale oggetto della scienza economica.

3.6. Il Methodenstreit

La mancata comprensione del suo contributo da parte dei esponenti della


Scuola Storica Tedesca dovette produrre in Menger una grande disappunto; a maggior
ragione per il fatto che i medesimi lo consideravano come una pericolosa sfida nei
confronti dello ‘storicismo’. Invero, essi, una volta resisi conto che l’apporto di Menger
rappresentava la difesa teorica di cui necessitava la concezione evoluzionista dei

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processi sociali, considerarono che il suo genere di analisi astratto e teorico fosse
incompatibile con il ristretto storicismo che propugnavano. Nacque, così, la prima e,
forse, più famosa polemica in cui furono implicati gli Austriaci: il Methodenstreit, che
impegnò le energie intellettuali di Menger per vari decenni.
Gli storicisti della Scuola Tedesca capeggiati da Gustav Schmoller, così come
sarebbe poi accaduto agli istituzionalisti americani della scuola di Thorstein Veblen,
furono vittime di una sorta di iperrealismo che li indusse a negare la possibilità
dell’esistenza di una teoria economica di validità universale e, di conseguenza, a
difendere strenuamente la tesi secondo la quale l’unica conoscenza valida era quella
che poteva ricavarsi dall’osservazione empirica e dalla compilazione dei dati di
ciascun periodo storico.
Contro essi Menger scrive il suo secondo importante libro, dal titolo
Untesuchungen über die Methode der Socialwissenschaften (Ricerche sul metodo delle scienze
sociali) (MENGER, 1883), nel quale, partendo da Aristotele, afferma che la conoscenza
della realtà sociale esige due discipline ugualmente importanti le quali tuttavia, per
quanto complementari, sono radicalmente ed epistemologicamente diverse. Da un lato
la teoria, che è in qualche modo la “forma” (in senso aristotelico) che raccoglie
l’essenza dei fenomeni economici. Questa forma teorica si scopre per introspezione,
vale a dire attraverso la riflessione interiore del ricercatore, il che è possibile per il fatto
che l’economia è l’unica scienza in cui il ricercatore ha il privilegio di condividere la
stessa natura dell’oggetto osservato, cosa che gli procura una preziosissima
conoscenza di prima mano. Inoltre la teoria è elaborata in modo logico-deduttivo a
partire da alcune conoscenze evidenti di tipo assiomatico. Distinta dalla teoria è la
storia, che in qualche modo sarebbe costituita dalla “materia” (in senso aristotelico) che
si manifesta nei fatti empirici di ogni avvenimento storico. Secondo Menger, entrambe
le discipline, teoria e storia, forma e materia, sono ugualmente necessarie per
conoscere la realtà, tuttavia egli nega risolutamente che la teoria possa mai essere
ricavata dalla storia. Al contrario di quanto avviene per la storia la quale invece può
essere interpretata, ordinata e resa comprensibile soltanto se già si dispone di una
teoria economica. In questo modo Menger, appoggiandosi su posizioni metodologiche
già intuite in larga parte da Jean-Baptiste Say, stabilisce i fondamenti di ciò che
successivamente sarebbe diventata la metodologia “ufficiale” della Scuola Austriaca.
È necessario chiarire che esistono almeno tre significati differenti del termine
‘storicismo’. Il primo, che si identifica con la Scuola storica del diritto (Savigny, Burke)
ed è opposto al razionalismo cartesiano, è difeso e ripreso dalla Scuola Austriaca nella
sua analisi teorica sulla nascita delle istituzioni. Il secondo è quello della Scuola Storica
di economia dei professori tedeschi del XIX secolo e degli istituzionalisti americani del
XX secolo, i quali negano la possibilità dell’esistenza di una teoria economica astratta
di validità universale, che è invece difesa da Menger e sviluppata successivamente
dagli altri esponenti della Scuola Austriaca. Il terzo tipo di ‘storicismo’ è quello che si
trova nella base del positivismo metodologico della Scuola Neoclassica e che intende
utilizzare l’osservazione empirica (vale a dire, in ultima istanza, la storia) per
falsificare o contrastare le teorie. Quest’ultimo tipo, secondo Hayek, altro non è se non

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una manifestazione ulteriore di quel razionalismo cartesiano così fortemente criticato
dagli Austriaci (CUBEDDU, 1993: 1-13).
È interessante notare che Menger ed i suoi seguaci, difendendo le proprie tesi
dalle critiche degli storicisti tedeschi, ebbero quali stretti alleati i teorici del paradigma
neoclassico dell’equilibrio e, tra di loro, Walras e Jevons tra i marginalisti matematici,
ed i già Neoclassici Alfred Marshall in Inghilterra e John Bates Clark negli Stati Uniti.
Per quanto i sostenitori Austriaci della tradizione soggettivista e dinamica dell’analisi
dei processi di mercato fossero consapevoli delle grandi differenze esistenti fra il loro
modello e quello dei teorici dell’equilibrio (generale o parziale), in molte occasioni essi
ritennero che l’obiettivo di sconfiggere gli storicisti e di difendere il corretto status
scientifico della teoria economica giustificasse un’alleanza temporanea con i teorici
dell’equilibrio. Solo vari decenni più tardi fu evidente l’elevato costo di questa
alleanza, quando, negli anni trenta del XX secolo (“the years of high theory”, nella
felice espressione di G.L.S. Shackle), il trionfo dei difensori della teoria rispetto agli
storicisti venne da molti interpretato come la vittoria della teoria dell’equilibrio
formalizzata matematicamente e non come quella della teoria dei processi sociali
dinamici che, fin dal principio, Menger ed i suoi seguaci si erano sforzati di sviluppare
e sostenere.
In ogni caso, contro le versioni più diffuse presenti nei libri di testo, che
generalmente definiscono il Methodenstreit come un’infruttuoso spreco di energie, tale
dibattito sul metodo fornì l’occasione per delineare concettualmente le profonde
differenze metodologiche esistenti tra le scienze dell’azione umana e le scienze della
natura. Di conseguenza, le gravi confusioni che ancora oggi persistono in questo
ambito, son dovute, senza alcun dubbio, al fatto che molti economisti non hanno
prestato sufficiente attenzione alle importanti tesi che Menger ebbe occasione di
esporre e di criticare nel corso di tale dibattito (HUERTA DE SOTO, 1982).

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