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Conferimento incarico e quesiti

In data 8 novembre 2006 i Sigg. Pubblici Ministeri, Dr. Giuliano MIGNINI e Dr.
Giuseppe PETRAZZINI della Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Perugia, hanno conferito incarico agli scriventi, Ten. Col. Luciano GAROFANO e
Appuntato Scelto Saverio PAOLINO, entrambi in servizio presso il Reparto
Carabinieri Investigazioni Scientifiche di Parma, di espletare una consulenza tecnica
relativa al p.p. nr. 2782 /2005 R.G. N.R. mod. 21 nei confronti di Francesco
CALAMANDREI + altri, formulando i seguenti quesiti :

“Accertare la correttezza della metodologia adottata dalla Dott.ssa Gabriella


Carlesi e dall’Ausiliario Francesco Gavazzeni negli elaborati relativi agli
accertamenti antropometrici compiuti sulle foto del cadavere rinvenuto nelle acque
antistanti la Frazione di Sant’Arcangelo di Magione (PG), nel Lago Trasimeno, la
mattina del 13 ottobre 1985, riconosciuto, all’epoca, in quello di Narducci
Francesco, in atti generalizzato e quelle del cadavere oggetto dell’accertamento
autoptico, effettuato, ex art. 360 c.p.p. dal Prof. Giovanni Pierucci, già Direttore
del Dipartimento di Medicina Legale dell’Università di Pavia, nel giugno 2002,
appartenente a Narducci Francesco, in atti generalizzato, nonché ricostruire, per
quanto sia possibile, le dimensioni corporee e il volto e il capo dell’uomo rinvenuto
il 13 ottobre 1985, sulla base delle foto e dei negativi a disposizione di questo
ufficio e fornire ogni altra indicazione utile alla indagini in corso”.

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Inizio operazioni

Le operazioni tecniche hanno avuto inizio il giorno 8 novembre 2006, presso il


Reparto Carabinieri Investigazioni Scientifiche, con sede in Parma, via Parco Ducale
nr. 3.

Descrizione dei reperti

Sono stati messi a disposizione dei CC.TT.:

- Reperto nr. 1: gli elaborati relativi agli incarichi di consulenza tecnica ex art. 359
e 360 c.p.p. in relazione al p.p. nr. 17869/2001 R.G. mod. 44;

- Reperto nr. 2: i negativi fotografici relativi agli scatti effettuati dal sig.
Crocchioni Pietro il giorno del rinvenimento del cadavere attribuito al prof.
Francesco Narducci, e consegnati agli scriventi in data 20 novembre 2006;

- Reperto nr. 3: le immagini digitali riproducenti foto di famiglia del Narducci e


foto del rinvenimento del cadavere attribuito al prof. Narducci;

- Reperto nr. 4: il fascicolo in originale, relativo alla scomparsa e al rinvenimento


del presunto cadavere del Prof. Narducci Francesco, avente il n. 1868/1985 C del
Tribunale di Perugia, completo di tavole fotografiche.

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Piano di lavoro
Gi accertamenti tecnici sono stati svolti adottando il seguente piano di lavoro:

- esame dei negativi fotografici di cui al Reperto nr. 2, volti a verificare lo stato di
conservazione dei negativi e la qualità delle riprese;

- acquisizione delle immagini negative tramite scanner professionale Imacon, e


successiva fase di ottimizzazione delle immagini mediante l’applicazione di specifici
software di “forensic image processing” (MediaCybernetics Image-Pro Plus,
Cognitech Video Investigator 2000, ABSoft Neat Image, Pro, BenVista PhotoZoom
Pro, TruView PhotoFlair, Adobe Photoshop CS2);

- riprese fotografiche e scansioni laser a 360° (tramite scanner 3D Leica HDS Scan
Station) della zona d’interesse (pontile di Sant’Arcangelo) e successiva elaborazione
ed analisi dei dati acquisiti tramite software Cyclone della Leica Geosystems;

- calcolo della lunghezza del cadavere e del perimetro addominale tramite software
Menci Z-Map Laser;

- validazione sperimentale del metodo di calcolo mediante simulazioni con individui


di altezza nota;

- ricostruzione tridimensionale virtuale del volto del Prof. Narducci, a partire da due
fotografie, mediante l’uso del software Singular Inversions Inc. FaceGen Modeller;

- accostamento del volto 3D virtuale con il volto del cadavere;

- stampa del fascicolo illustrativo allegato alla relazione tecnica mediante l’uso di un
sistema professionale Canon Hyperphoto H-100.

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Premessa
Seguono alcune note di carattere generale circa le operazioni tecniche effettuate, le
branche scientifiche cui ci si è riferiti e di cui si è tenuto conto, gli strumenti e i
sistemi impiegati per acquisire ed elaborare le immagini a disposizione, le procedure
utilizzate per le prove sperimentali e per le comparazioni ed i calcoli conclusivi.

Generalità
La prima fase delle indagini di questo tipo, consiste in un esame oggettivo delle
immagini a disposizione, al fine di decidere quali tecniche di ottimizzazione è
necessario adottare. Dopo aver acquisito i fotogrammi, questi vengono ottimizzati,
evitando però tutte quelle elaborazioni che ne possano modificare i contorni ed i
particolari originali.
L’analisi delle immagini si basa sull’uso di particolari software di Reconstruction,
Restoration ed Enhancement i quali permettono, ove possibile, di migliorare le
caratteristiche qualitative delle immagini.
Le immagini delle persone oggetto d’indagine, vengono attentamente osservate, al
fine di ricercare ed evidenziare le caratteristiche fisionomiche di seguito riportate :

- caratteri morfologici quali ad esempio la forma dell’orecchio, la forma e le


dimensioni del naso, il profilo dell’angolo mandibolare;
- contorni di strutture anatomiche molto caratterizzanti, tra i quali
l’andamento generale del volto, delle arcate sopraccigliari e del profilo della bocca;
- contrassegni quali cicatrici, nei, porri e malformazioni.

Cenni storici sull’antropometria


Il primo metodo scientifico d’identificazione biometrico fu sviluppato dal medico ed
antropologo francese Alphonse BERTILLON (1853 - 1914). Il metodo detto
“Bertillonage” prevedeva una scheda dove veniva riportato il nome del detenuto, la
fotosegnaletica (ripresa frontale e laterale), le descrizioni fisiche e di determinate
parti del corpo del soggetto.

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Ben presto lo stesso BERTILLON divenne critico nei riguardi del metodo
antropometrico, avendo notato che le misure che erano state rilevate su un arrestato,
corrispondevano esattamente a quelle di un altro soggetto già recluso.
Nel 1903 nel penitenziario federale a Leavenworth nello stato di Washington, mentre
si stava schedando un prigioniero di nome Will WEST, gli addetti si accorsero che le
sue misure fisiche risultavano uguali a quelle di un altro detenuto, William WEST,
schedato mesi prima. Solo quando le loro impronte digitali furono prese e confrontate
si accertò che i due soggetti erano diversi. Nel 1971 V. A. LEONARD motivò
l’insuccesso con la possibilità di commettere errori nel rilevare le misure.
Ciò era dovuto alle diverse posture del soggetto e/o a diverse interpretazioni delle
misure, oltre a possibili cambiamenti della struttura ossea.
Quanto precede pone l’accento sulla difficoltà di arrivare ad una Identificazione
Positiva nell’accezione del termine proposta dall’Antropologia Forense.
La tesi fu sostenuta successivamente anche da M. ISCAN (1988) il quale affermò
che, nelle comparazioni fotografiche, le difficoltà sono così numerose che un giudizio
definitivo, positivo o negativo, è precluso.
Alcuni aspetti cardine di tali accertamenti, includono: la qualità delle immagini,
l’inclinazione del Piano di Francoforte rispetto al corpo, i cambiamenti morfologici
derivanti dalla crescita e dall’invecchiamento.
Più recentemente (1991) C. SCOTT, ha invece richiamato l’attenzione sulla
l’importanza che l’esperto sia qualificato, in quanto questi riesce a rilevare nelle
immagini e nelle fotografie delle informazioni dettagliate, basate su conoscenze
specifiche, rispetto all’ordinaria facoltà di osservazione di persone non specializzate.
Egli ha posto l’accento sull’interpretazione degli aspetti peculiari (quali le
dimensioni, la forma, e la simmetria degli occhi, delle sopracciglia del naso, bocca,
orecchie, rughe, calvizie, cicatrici, e caratteristiche morfologiche etniche) di un
singolo soggetto che non possono essere distinte, senza una specifica esperienza, da
quelli che non sono considerati caratteristici dell’individuo.
In conclusione, una identificazione positiva è comunque soggetta ad un’incertezza
intrinseca al metodo utilizzato, anche se questa viene ridotta dall’esperienza
dell’operatore, fino ad annullarsi in presenza di caratteristiche univoche.
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Rilevamento Antropometrico
Il significato etimologico della parola Antropometria è Misura dell’Uomo e raccoglie
un insieme di conoscenze che hanno come fine la valutazione degli aspetti
quantitativi del corpo umano.
L’approccio antropometrico allo studio dell’individuo si presenta in almeno due stadi
fondamentali:
- metrologico che consiste nell’individuare e misurare i caratteri fisici;
- biometrico-statistico che permette di trarre conclusioni generali dai dati
metrici rilevati, (in particolare si tratta di stimare, da un piccolo gruppo di individui
campione, le caratteristiche generali della popolazione).
Tale aspetto della ricerca ha portato all’indagine della misurazione ed osservazione
sia sul cranio osseo che sul volto del vivente e viene descritto ed osservato in base a
precise convenzioni. Per procedere alla osservazione ed alla seguente misurazione del
cranio, occorre stabilire dei principi che consentano di ottenere variabili
standardizzate. Si utilizzano a questo fine i punti craniometrici atti per svolgere
successivamente la misura di distanze ritenute rilevanti (fig. 1).

Fig.1: nomenclatura dei punti di repere craniometrici

Le misure del capo nel vivente sono simili a quelle del cranio osseo. Le differenze,
causa una minore precisione, sono ovviamente dovute allo spessore della cute, del
sottocutaneo e della muscolatura. In questo caso si parla di punti cefalometrici che
corrispondono, nei limiti del possibile, agli equivalenti craniometrici, anche se la loro
nomenclatura può essere differente (fig. 2).
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Fig.2: nomenclatura dei punti di repere cefalometrici

Da puntualizzare che la variabilità di tali punti non dipende dall’età del soggetto e la
sua individuazione non comporta l’introduzione di un errore di misura
percentualmente rilevante ai fini dell’accertamento.

Analisi antropometrica
La procedura per la comparazione di due volti tramite punti di repere cefalometrici è
la seguente:
- individuazione dei punti cefalometrici delle persone d’interesse investigativo
apponendo dei riferimenti sulle fotografie;
- accostamento delle immagini;
- confronto delle distanze tra i diversi punti cefalometrici mediante
sovrapposizione o misurazione.
I punti di repere devono essere significativi dal punto di vista anatomico e devono
poter essere individuati con precisione.
Si prosegue poi con una segmentazione delle immagini per determinare i rapporti
distanziometrici o gli angoli tra più punti esaminati. Il trattamento metrico delle
immagini si basa sulla definizione di punti di repere di identificazione certa e sulla
misurazione delle distanze lineari tra questi. Successivamente si determinano per
rapporto le proporzioni del volto e con esse la loro compatibilità.
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Lo scopo di queste operazioni è quello di derivare dalle misure metriche valori
numerici puri, indipendenti dall’ingrandimento presente nelle differenti immagini.
Inoltre è utile ricordare che la misura non è quella diretta del soggetto, bensì quella
della sua immagine proiettata sulla superficie.
Occorre dunque considerare che la norma antroposcopica varia caso per caso ed il
confronto tra immagini diverse richiede un esatto posizionamento parametrizzato del
soggetto di confronto.

Ricostruzione 3D del volto


Un volto umano `e una forma geometrica estremamente complessa e soggetta a
vincoli di proporzionalità. Un modo per ottenere un buon grado di realismo consiste
nel basare la sua modellazione su una persona reale. In tal senso, le immagini di uno
stesso soggetto catturate da diverse angolazioni forniscono importanti informazioni
inerenti la geometria, la forma e l’apparenza di un volto.
Il problema maggiore consiste nella ricostruzione tridimensionale di un volto umano
attraverso l’utilizzo di immagini ortogonali che lo ritraggono. L’obiettivo è quello di
ottenere un modello 3D in grado di riprodurre la forma e l’apparenza del volto.
In linea generale, due foto ortogonali, che catturano rispettivamente una vista frontale
e una laterale del volto, sono sufficienti per la sua ricostruzione tridimensionale:
ipotizzando la simmetria del volto, è possibile dedurre approssimativamente le
informazioni del profilo non rappresentato nella foto laterale a partire dall’immagine
che ritrae il profilo opposto. Un numero maggiore di immagini non può far altro che
influire positivamente sul risultato finale incrementando il realismo ed il grado di
dettaglio.
Il processo di generazione di un modello di volto umano può essere pensato come
una traslazione da una rappresentazione bidimensionale del volto costituita da
fotografie ad una rappresentazione tridimensionale, ossia un modello di volto 3D.
Prese le due fotografie, fronte e profilo, ed individuati i punti di repere indicati dal
software, si applica una trasformazione morfologica di un volto generico, che viene
deformato fino a raggiungere i parametri impostati precedentemente.

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Successivamente vengono plasmate le due fotografie, che daranno una visione reale
del volto ricostruito tridimensionalmente.
Mediante punti di controllo detti marker è possibile far aprire o chiudere gli occhi e/o
la bocca o applicare delle espressioni al viso del prototipo, effettuando un morphing
del modello 3D per renderlo simile all’originale.
Il software FACEGEN utilizza un prototipo tridimensionale di un volto generico e su
questa struttura servendosi di marker campionati sulle fotografie digitalizzate della
persona d’interesse, modella il prototipo ottenendo un modello 3D rassomigliante il
più possibile all’originale. L’applicazione, permette di mettere in background le
immagini del personaggio da confrontare ed effettuando delle opportune rotazioni
sugli assi e variazioni delle
dimensioni del modello 3D, si può
posizionare la struttura
tridimensionale in posizione analoga a quella di interesse.
L’immagine 3D del volto ottenuta mediante il FACEGEN, è
esportata in formato grafico tif e tramite il software Adobe®
PhotoShop® CS2 viene comparata con i soggetti d’interesse.

Comparazione
Dopo aver classificato le caratteristiche fisionomiche dell’autore del reato in esame,
si procede alla comparazione con i caratteri provenienti dall’analisi delle immagini
della persona d’interesse, al fine di evidenziare corrispondenze (compatibilità) e/o
dissomiglianze significative (incompatibilità).
Con riferimento alle differenti posture in cui i soggetti sono ripresi nelle fotografie a
disposizione, è possibile considerare tre complementari modalità di confronto:
- comparazione per semplice accostamento: le immagini ritraggono
l’individuo d’interesse, con un’angolazione sensibilmente diversa rispetto a quella
della persona da comparare. In tale circostanza la compatibilità o meno dei soggetti
confrontati è ottenuta attraverso un idoneo accostamento delle immagini che li
ritraggono.

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- comparazione per sovrapposizione: i fotogrammi riprendono il soggetto con
un’angolazione analoga a quella della persona d’interesse. In tale circostanza dopo
un’opportuna trasformazione di scala, traslazione e rotazione del piano, le immagini
della persona sottoposta alle indagini vengono sovrapposte a quelle in esame, facendo
coincidere i parametri discriminatori rilevati in precedenza. Tale azione è
attualmente compiuta con software professionali, che permettono la simultanea
visualizzazione di due immagini e un’opportuna regolazione del grado di dissolvenza.

Forensic image processing


Nelle indagini scientifiche spesso si ha a disposizione materiale video e materiale
fotografico che viene utilizzato come documentazione della scena del reato, sia
durante la commissione dello stesso (si pensi ad esempio al filmato girato dal sistema
C/C TV di una Banca durante una rapina) che dopo la sua consumazione (ad esempio
le foto e i filmati effettuati per cristallizzare la scena del reato). Queste fonti di prova
costituiscono una preziosa fonte di dati e di informazioni, soprattutto in quei casi in
cui risultino l’unico utile strumento di indagine per il perseguimento dei rei.
In tutti questi casi risulta indispensabile essere in grado di ricavare dal filmato,
dall’insieme di immagini o dall’unica immagine disponibile tutte le informazioni
ritenute utili e di interesse per il prosieguo delle indagini. Purtroppo le informazioni
presenti e ricercate nei filmati e nelle immagini sono spesso celate alla vista e si deve
obbligatoriamente ricorrere all’utilizzo di un calcolatore elettronico per metterle in
luce e renderle così fruibili e sfruttabili nel processo di formazione del giudizio.
Si deve, quindi, acquisire il materiale in formato digitale per effettuare il trattamento
delle immagini, image processing, tramite un computer con cui si applicheranno
diversi algoritmi di image enhancement ed image restoration per estrarre i dati di
interesse.
Sebbene si possano utilizzare allo scopo procedure molto sofisticate, si deve
sottolineare che durante le operazioni di image processing, ci si limita a rendere
intelligibile una serie di informazioni già presenti nel video o nelle immagini, che
altrimenti non potrebbero essere apprezzati. In altri termini le informazioni non più

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contenute nelle immagini saranno perse e non potranno più essere recuperate, a meno
di non fornire elementi di dettaglio che permettano di introdurle nuovamente grazie
all’analisi di fatti circostanziali oggettivamente validi.
Vediamo ora il processo di creazione di un video o di una immagine, elencando le
cause dell’eventuale mascheramento delle informazioni di interesse.
Una immagine è il risultato di una prima fase di acquisizione seguita da una seconda
fase di memorizzazione della stessa su supporto idoneo. Durante questi passaggi
vengono introdotti alcuni disturbi che possono rendere le immagini non utilizzabili
direttamente e, come anticipato, rendono indispensabile ricorrere ad una terza fase di
image processing allo scopo di ripristinare i dati di interesse.
L’acquisizione di immagini è la fase in cui viene introdotta la maggior parte dei
disturbi, causati da in insieme di diverse cause concorrenti che non sono solitamente
isolabili. Si può portare l’esempio di un filmato o di una serie di immagini
caratterizzati da un contrasto inadeguato, che può essere causato sia da un sensore
inefficiente all’interno dell’apparato di ripresa sia a scarse condizione di luce:
evidentemente i due effetti si sommano e non è possibile considerarli separatamente.
Tra le fonti di rumore più frequentemente incontrate, si citano:
- le caratteristiche dell’apparato di ripresa (ottica, meccanica, sensori, pellicola, ect) ;
- le caratteristiche ambientali della scena (fonti di luce, posizione dell’apparato di
ripresa, caratteristiche del luogo, etc.) ;
- le caratteristiche dei soggetti e oggetti ripresi (posizione, velocità di movimento,
etc.) ;
L’acquisizione è quindi responsabile dell’introduzione di alcuni difetti nell’immagine
tra cui:
- la sfocatura dovuta ad errata messa a fuoco ed alla profondità di campo limitata
dell’ottica ;
- la sfocatura causata dal movimento del soggetto o dell’oggetto ripreso ;
- la distorsione geometrica causata dall’ottica utilizzata ;
- il disturbo del segnale video o della grana della pellicola ;
- il contrasto, i colori e la luminosità che non rispecchiano la realtà ;

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- altre problematiche derivanti dagli standard di acquisizione adottati (PAL, NTSC,
SECAM)
La memorizzazione può avvenire su supporto classico (ad esempio su pellicola) o su
supporto magnetico qualora si disponga di apparato che memorizza in formato
digitale.
Per quanto riguarda la memorizzazione analogica si possono citare, graffi
nell’immagine (ad esempio nel caso di una videocassetta VHS o pellicola fotografica)
e disallineamento del nastro rispetto alla testa di registrazione.
Per quanto riguarda la memorizzazione digitale questa è preceduta da una
conversione (da analogica a digitale, appunto) seguita dalla memorizzazione su
supporto magnetico. Nella conversione e memorizzazione digitale si ha quindi:
- il disturbo del segnale, causato dalle interferenze elettromagnetiche, dalla
schermatura inadeguata degli apparati o dalla qualità della scheda di acquisizione del
segnale ;
- la compressione dei dati, con perdita di qualità, a causa dell’utilizzo di algoritmi di
riduzione delle dimensioni che non possono essere invertiti (ad esempio quello
utilizzato per la compressine JPEG) ;
- la compressione della dinamica, causata dalla profondità di colore limitata
dell’apparato.
Quindi per poter visualizzare o ottenere i dati di interesse contenuti nei filmati o nelle
immagini che non sono di semplice o diretta lettura, si deve ricorrere a metodi
specifici per renderli fruibili. Si deve quindi operare un image processing, ovvero un
trattamento delle immagini. In particolare si può parlare di image enhancement o di
image restoration.
Per image enhancement si intende ogni processo inteso a migliorare l’aspetto visivo
di una immagine. Questi processi includono sia procedimenti effettuabili in un
laboratorio fotografico di tipo tradizionale, sia quelli che possono essere effettuati
solo tramite tecnologie digitali, che fanno uso di un elaboratore elettronico. Come
esempio di image enhancement tradizionali si possono citare la regolazione della
luminosità, il bilanciamento dei colori, la regolazione del contrasto, il ritaglio di parte
della scena, la regolazione locale della luminosità e la rimozione di artefatti dovuti a
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polvere o graffi. Invece, tra le tecniche di image enhancement non tradizionali si
possono avere il color processing (ad esempio per effettuare trasformazioni tra
diversi spazi di colore), il filtraggio lineare (ad esempio per ridurre la sfocatura e
migliorare i dettagli), la regolazione non lineare del contrasto, il pattern noise
reduction (ad esempio per identificare e rimuovere selettivamente elementi ripetuti
nell’immagine) e la riduzione di rumore casuale.
Per image restoration si intende invece qualsiasi elaborazione applicata ad una
immagine, degradata da una causa nota, atta a rimuovere parzialmente o totalmente
tale degradazione. Le tecniche di image restoration possono essere fortemente
limitate da qualsiasi tipo di rumore nell’immagine e dal fatto che informazioni
interamente perdute o mancanti non possono essere sostituite (si pensi ad esempio a
parti di immagine mancanti). In questo caso si possono dunque impiegare algoritmi
per la rimozione della sfocatura, di linearizzazione della scala di grigi, di
bilanciamento dei colori, di correzione delle distorsioni geometriche e di warping (ad
esempio per correggere le distorsioni prospettiche).

Laser scanner
Già agli esordi del suo lancio commerciale la tecnologia laser scanner 3D è stata
utilizzata in molti campi applicativi. La scansione laser 3D è una tecnologia
solitamente impiegata in situazioni e problematiche ingegneristiche. La più comune è
quella definita “as built”: acquisizione della realtà fisico-spaziale nella sua
configurazione attuale, in altre parole nel breve periodo temporale in cui è eseguito il
prelievo delle caratteristiche morfologiche dell’oggetto e del suo immediato contesto
spaziale. I dati ottenuti con le scansioni possono, in primo luogo, essere utilizzati
come base per il ridisegno, per addizioni, per modifiche
successive, ecc. Le caratteristiche tecniche del dato fornito
hanno creato nuove opportunità operative per le discipline
del rilievo, definibile per tale ragione con il titolo di “Rilievo
ad Alta Risoluzione” (High Definition Survey – HDS). La
nuvola di punti, composta di tutti i punti individuati durante

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la raccolta di dati dal laser scanner, rappresenta, infatti, una nuova realtà oggettiva
certa, punto di partenza alla determinazione quantitativa della materia. La “nuvola di
punti” può essere considerata quale nuovo oggetto/ambiente CAD: un’entità
composta di una collezione di coordinate (x, y, z), in grado di descrivere un
oggetto/scena fisico, catturate da uno strumento di raccolta-dati (generalmente, ma
non solo, un 3D laser scanner). Nel suo stato originale, il sistema di coordinate della
nuvola di punti è definito dalla posizione/orientamento dello strumento di
acquisizione, si “muove” dunque in solido con esso ad ogni suo cambio di posizione.
Per “registrazione” si intende il processo di allineamento (registering) di nuvole di
punti ad un sistema di coordinate comune e predefinito (Plant Coordinate System) a
condizione che vi sia una certa sovrapposizione tra le nuvole di punti o siano presenti
oggetti comuni (mire). Il termine “segmentazione” è invece utilizzato per individuare
le suddivisioni della nuvola di punti (un oggetto unitario) in differenti oggetti (diverse
nuvole di punti più piccole) ai quali possono essere collegati dei precisi significati (ad
esempio: tubi, profili, travi, ecc.). Si parla in questo caso di “decomposizione della
nuvola di punti in oggetti significativi”. La scansione laser è parte di un processo
ibrido che contribuisce alla risoluzione di un problema conoscitivo: per sua stessa
natura non può essere e non è affatto la soluzione unica e compiuta. Generalmente
richiede l’uso congiunto di strumentazioni, di tecniche e di cognizioni addizionali
(fotogrammetria ravvicinata, stazione totale, GPS, laser manuale, notebook, camera
digitale, cordella metrica, ecc.), che di regola possono portare alla semplificazione del
processo conoscitivo, più occasionalmente ad aumentarne la complessità. Nella
maggior parte dei casi indagati ancora oggi non esistono documentazioni tecniche
(disegni) aggiornate degli impianti. La documentazione cartacea, non sempre
disponibile se non addirittura inesistente, normalmente differisce molto dalla realtà
costruita. Il rilievo di questi oggetti con i mezzi convenzionali (cordella metrica e
annotazioni, stazioni totali, ecc.) richiede una enorme quantità di tempo, e soprattutto
è comunemente soggetto ad errori ed incompletezze.
Il rilievo diretto è quel metodo di acquisizione di informazioni utili a produrre un
documento grafico che fornisce dati e indicazioni sulla geometria e gli aspetti
tipologici dell’oggetto o dell’area indagati. Al rilevatore è richiesta capacità
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interpretativa del reale e conoscenza dei metodi scientifici di misurazione per
l’utilizzo di leggi geometriche ed elementi di geometria proiettiva. Detto ciò si
comprende come possa essere soggettiva la qualità di un rilievo che dipende non solo
dalle caratteristiche della strumentazione ma spesso, e in maggior misura, dalle
capacità e dall’esperienza dell’operatore.
L’esigenza di ottenere misure oggettivamente corrette, indipendentemente dalle
conoscenze e capacità tecniche degli operatori del rilievo, ha portato i produttori di
strumenti di misura a costruire oggetti sempre più complessi dal punto di vista
produttivo, ma nel contempo a ridurre il rischio di errore causato dall’operatore. I
metodi utilizzati con la luce per ricavare forme tridimensionali basati su luce non
strutturata sono: triangolazione, fotometria stereo, messa a fuoco, ombreggiatura,
fotogrammetria e stereometria. La necessità di migliorare le prestazioni di questi
sistemi ha portato in prima istanza all’utilizzo di sorgenti luminose con caratteristiche
fisiche note e il più possibile costanti, giungendo alla produzione di sistemi a luce
strutturata (active vision: utilizzo di sorgenti luminose con intensità, lunghezza
d’onda e frequenza prefissate).
La parola LASER è un acronimo che deriva da Light Amplification by Stimulated
Emission of Radiation. Il laser (1960) è un generatore di luce a elevato grado di
coerenza, con un valore determinato di frequenza, ampiezza e fase. Il primo laser
costruito, quello a rubino, impiegava come materiale attivo un rubino sintetico. In
esso, una lampada a flash allo Xeno veniva avvolta intorno alla barretta di rubino, con
due specchi posti alle estremità, uno dei quali semitrasparente; attraverso
quest’ultimo specchio si vedeva uscire un fascio di luce rossa a 694 nm, dotato di
particolari proprietà. Al primo sono seguiti altri laser, a vetri e cristalli ionici come il
rubino, a semiconduttore, a gas, a liquidi, a coloranti organici, a elettroni liberi (FEL)
e, infine, a raggi X. La scelta di impiegare onde luminose emesse da laser nella
produzione di strumenti di misura è dettata dal ridotto costo di produzione del laser
rispetto all’elevata affidabilità che la luce emessa garantisce relativamente alle
caratteristiche fisiche controllabili su cui si basa la qualità della misura. Tali
caratteristiche sono:
- frequenza: la frequenza emessa è unica e il raggio è monocromatico;
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- coerenza: tutti i raggi luminosi emessi hanno la stessa fase (frequenza e ampiezza
costanti);
- collimazione: tutti i raggi emessi sono paralleli;
I primi impieghi della luce laser per ottenere delle misure sono stati effettuati con la
tecnologia LIDAR (Light Detection and Ranging), il suo funzionamento è simile ad
un radar e si basa sulla lettura del dato di ritorno dopo che l’onda luminosa ha colpito
un corpo in grado di rifletterla. Questa tecnologia è tuttora impiegata perché
consente, mediante l’analisi dello spettro retro diffuso da zone di atmosfera
illuminate da un laser, di effettuare misure sulla composizione dell’atmosfera stessa,
di fumi, di inquinamento, analisi sul buco nell’ozono. L’introduzione nel mondo
commerciale del laser per il rilievo tridimensionale risale al 1995 quando la Cyra
Technology produsse il primo laser scanner. Lo strumento era basato su una
tecnologia di misura del tempo di volo (time of flight) tuttora utilizzata nelle versioni
più recenti.
I modelli di laser scanner più recenti, prodotti da Cyra in collaborazione con Leica
Geosystems (attualmente riconoscibili per la sigla HDS che significa High Definition
Survey), si basano su un emettitore laser di classe II che lavora a 532 nm (con
potenza di 1 milliwatt) ed emette una luce verde che pulsa con una frequenza
superiore a mille Hz. Durante l’emissione il raggio laser viene direzionato con degli
speciali specchi mobili, che ruotano sia verticalmente che orizzontalmente, in modo
che ogni pulsazione colpisca un punto diverso della scena inquadrata dallo strumento
(il movimento del raggio avviene lungo una serie di colonne verticali). Ogni singola
emissione del laser, che colpisce oggetti all’interno del campo di impiego dello
strumento, è riflessa nello spazio sotto forma di onda luminosa e lo scanner riceve nel
sensore interno tale onda misurando il tempo che questa ha impiegato per compiere il
tragitto emettitore-oggetto-sensore. Il sensore memorizza anche il dato relativo alla
intensità con cui l’oggetto ha restituito la luce del laser (riflettanza). Il tempo
misurato dall’orologio interno viene dimezzato e moltiplicato per la velocità della
luce ottenendo la distanza dell’oggetto colpito rispetto all’emettitore-ricettore. La
luce si propaga nel vuoto ad una velocità c = 299792458 m/s mentre nell’aria l’onda
luminosa ha una velocità maggiore, il cui valore si ottiene moltiplicando il valore di c
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per un fattore n=1.00025 di conseguenza si assume che c sia uguale a circa 3.108 m/s.
Utilizzando la formula S = c . T/2 si comprende come sia necessario disporre di un
timer in grado di misurare il tempo al picosecondo (sec x 10 -12) per ottenere distanze
nell’ordine del millimetro. Risolto il problema della determinazione della distanza del
punto quotato dallo strumento, si deve quindi risolvere il posizionamento di tale
punto nello spazio. Lo strumento possiede un sistema di riferimento interno (locale)
secondo cui i vari punti vengono posizionati con il metodo delle coordinate polari.
Tali coordinate si basano su tre informazioni per definire il posizionamento di un
punto nello spazio rispetto ad un origine prefissata: queste informazioni sono una
distanza e due angoli disposti su piani ortogonali e secanti l’asse di riferimento dello
scanner. L’informazione della distanza viene recepita con il metodo precedentemente
descritto, mentre i due angoli sono determinati dalla posizione degli specchi rotanti su
cui viene riflesso il raggio laser. Nello specifico dei modelli Leica HDS2500,
HDS3000, HDS ScanStation si ha un emettitore laser verticale che proietta un raggio
verde attraverso uno specchio di prima riflessione disposto su un asse verticale e un
asse orizzontale dei quali è nota l’inclinazione (angolo) rispetto al piano di
riferimento. Il ritorno del raggio, riflesso dall’oggetto da misurare, avviene attraverso
lo stesso percorso su un sensore foto-sensibile che registra il dato di riflettanza. I
quattro dati di cui sopra (distanza, angoli e riflettanza) vengono assegnati
univocamente ad ogni punto misurato, vengono bufferizzati e trasmessi via ethernet
al computer utilizzato per il controllo dello strumento sul quale, via software, è
possibile vedere in tempo reale lo svolgersi delle operazioni di scansione; infatti
l’operatore può visualizzare la nuvola di punti, ruotarla, zoomare e quotare già in fase
di acquisizione dei dati.
Durante le fasi del rilievo con strumenti laser lo strumento dovrà rimanere as-
solutamente immobile e stabile poiché un eventuale movimento andrebbe ad inficiare
la qualità di tutta la fase di acquisizione. Avendo un riferimento locale, lo strumento
disporrà i punti rilevati secondo le coordinate locali e ogni spostamento dello
strumento durante la fase di acquisizione coinciderà con lo spostamento del
riferimento e conseguente errata collocazione spaziale delle distanze rilevate.
Inversamente, mantenendo stabile la posizione, sarà possibile effettuare più scansioni
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dalla stessa posizione che si referenzieranno tutte allo stesso riferimento, con il
vantaggio di avere un’unica nuvola di punti che potrà essere composta da griglie
generali, dettagli, raffittimenti. Tale metodo è particolarmente efficace nei casi in cui
si desideri ottenere un database tridimensionale utilizzabile a più livelli, decidendo ad
esempio di compiere un rilievo con griglie di definizione diverse (una generale e una
di dettaglio).
Dalle diverse postazioni scelte dall’operatore lo strumento raccoglie informazioni
metriche organizzate per sistemi locali (ad ogni spostamento dello strumento
corrisponde un nuovo sistema di riferimento, fisso rispetto allo strumento). Tali
scansioni devono essere assemblate in modo da costituire un unico modello
tridimensionale. Le coordinate di ogni nuvola di punti sono sottoposte ad un processo
di rototraslazione rispetto ad un sistema di riferimento globale che può anche essere
costituito da un rilievo georeferenziato eseguito con una stazione totale. Per
determinare la matrice di rototraslazione cui sottoporre ogni scansione, sono
necessari almeno tre punti omologhi (appartenenti sia alla scansione che al sistema di
coordinate a cui si deve far riferimento) individuati con elevata precisione ed
univocità, tali punti sono solitamente costituiti da apposite mire sui quali viene
effettuato un riconoscimento particolare (con assegnazione di un vertice codificato)
da parte dello scanner al termine della fase di acquisizione degli altri dati.
La registrazione dei dati rilevati consiste nel ricomporre fra loro le nuvole di punti in
base ai punti omologhi (come minimo 3) per ogni coppia di scansioni; ciò significa
che tra scansioni contigue dovrà essere garantito un minimo di sovrapposizione che
consenta di rilevare in entrambe gli stessi tre target. Il procedimento di assemblaggio
può essere automatico o semiautomatico. Il primo richiede semplicemente di
selezionare le scansioni su cui il software andrà ad individuare, con operazioni di
iterazione, tre punti omologhi (tra i vari presenti all’interno della scansione) che
meglio si sovrappongono ai punti omologhi delle altre scansioni. L’individuazione
della sovrapponibilità tra scansioni contigue avviene tramite il metodo dei triangoli
simili (poiché la posizione spaziale dei singoli punti non è confrontabile data
l’appartenenza a sistemi locali indipendenti). Il secondo metodo (semiautomatico)
richiede che l’utente nomini tutti i target in modo univoco; questo consente che nella
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fase di assemblaggio siano chiamati in causa tutti i target scansiti (e non solo tre) e
che la sovrapposizione avvenga per singoli punti (riconoscibili dal software per la
stessa etichetta o nominativo) e non più tramite il metodo dei triangoli simili.
Per meglio comprendere quali siano le caratteristiche fondamentali su cui basarsi per
il confronto tra strumenti di rilievo tridimensionale elencheremo una serie di
definizioni. Non va dimenticato che, per differenti esigenze possono essere
fondamentali alcune caratteristiche piuttosto che altre, e che un confronto assoluto di
valore tra gli strumenti in commercio sia quasi improponibile.
Accuratezza: Valore che esprime l’assenza di errori sistematici nella misura. Una
misura è tanto più accurata quanto più la media delle misure si approssima al valore
vero della grandezza;
Coefficiente di variazione: solitamente espressa in percentuale; nel caso del Leica
HDS con una deviazione standard di 4 mm su una distanza di 50 m si ha una
accuratezza del 0,008%. Il valore dell’accuratezza può essere indicato
semplicemente con un campo sferico entro il quale si attesta la deviazione standard
oppure può essere individuato dai tre assi di riferimento;
Precisione: Fattore che dipende dagli errori casuali;una misura è tanto più precisa
quanto più i singoli valori misurati si concentrano intorno alla media della serie di
misure effettuate, si fa riferimento pertanto ad un concetto di qualità della misura;
Errore sistematico: Errore intrinseco alle condizioni operative in atto; a parità di
condizioni, si mantiene costante sia in grandezza sia in segno;
Errore strumentale: Errore intrinseco agli strumenti usati, di norma sistematico;
Diametro del raggio a specifica distanza: Valore (solitamente espresso in
millimetri) che indica il raggio dello spot creato dal laser ad una distanza nota.
Importante caratteristica del laser che influenza la capacità dello strumento di
acquisire misure con precisione è data dalla collimazione del fascio luminoso ; la
possibilità di mantenere quanto più possibile ridotta la dimensione dello spot è infatti
fondamentale per garantire che la luce abbia colpito un punto piuttosto che un intorno
del punto. Per comprendere meglio il problema si può immaginare di proiettare un
raggio contro lo spigolo di un gradino; se lo spot è sufficientemente piccolo da
rimanere all’interno del gradino la distanza verrà calcolata correttamente, se invece lo
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spot ha dimensioni tali da essere proiettato sia sullo spigolo che sulla parte retrostante
si avrà l’indeterminatezza della misura che potrebbe essere rappresentativa dello
spigolo o della parte retrostante. Il valore di questo parametro solitamente è misurato
a 50 metri e i valori variano notevolmente in un campo compreso tra un minimo di 3
mm e un massimo di 25 mm;
Velocità di acquisizione dati: Determinata in base alla quantità di punti al secondo
(pps) che lo strumento è in grado di acquisire con continuità; tale valore oscilla tra i
1.000 e i 19.000 punti al secondo per gli strumenti a tempo di volo, mentre gli
scanner a variazione di fase (interferometri) arrivano a raccogliere fino a 600.000
punti al secondo;
Densità di scansione: Parametro che rivela la capacità dello strumento di far
compiere piccole rotazioni all’emettitore laser (o agli specchi che ne dirigono il
raggio); più piccole sono tali rotazioni e maggiore è la capacità di acquisire punti
vicini fra loro (una elevata densità corrisponde ad una elevata definizione dei
dettagli). In altri termini tale parametro è indicativo del livello di definizione
raggiungibile ad una determinata distanza (solitamente 50 m); se uno strumento è in
grado di rilevare distanze elevate ma non possiede una buona densità angolare non
sarà in grado di restituire informazioni dettagliate a tali distanze;
Accuratezza angolare: Espressa solitamente in milligon (mgon), indica il grado di
precisione con cui si individua angolarmente una direzione, nella fattispecie ci si
riferisce ai valori di deviazione standard degli angoli (verticale e orizzontale) entro i
quali viene individuato il punto rilevato rispetto alla sua reale posizione nei confronti
dello strumento. Più basso risulta questo valore e maggiore è la precisione dello
strumento;
Distanza di utilizzo: Definisce, attraverso una distanza minima ed una distanza
massima, il campo di operatività dello scanner, come si è visto in precedenza, tale
informazione è utile per capire a quale tipo di rilievo possa essere adatto lo
strumento;
Campo visivo: Indica in gradi l’apertura del cono ottico dello strumento ed è
indicativo della quantità di informazioni che si è in grado di inquadrare e rilevare
senza spostare lo scanner, quindi sempre secondo lo stesso sistema di riferimento. I
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recenti sistemi (tipo l’HDS 3000) consentono di avere un campo visivo costituito da
una cupola sferica poiché costruiti con ottiche rotanti su assi a controllo elettronico
che eliminano la necessità di ruotare manualmente l’attrezzatura al termine del rilievo
di ogni settore;
Campo operativo: Indica in gradi, l’ampiezza del campo visivo raggiungibile con
più scansioni da una sola stazione ciò è consentito dalla possibilità di ruotare
manualmente la testa dello strumento ampliando il campo visivo senza spostare
l’attrezzatura. Quasi tutti gli strumenti consentono di operare a 360° sull’orizzontale,
ma in merito alla operatività verticale può accadere che uno scanner con campo
visivo limitato possa consentire rotazioni maggiori rispetto a strumenti dall’ampio
campo visivo ma dalle scarse possibilità di direzionamento verticale;
Temperatura di utilizzo: Indica l’intervallo di temperature entro le quali la
strumentazione rimane nel campo di accuratezza dichiarata.

Altre caratteristiche da prendere in considerazione sono relative più alla praticità


d’uso che alla precisione delle misure ottenibili. In ogni caso anche la leggerezza
dell’attrezzatura, l’autonomia delle batterie in dotazione, le dimensioni e gli ingombri
degli imballaggi o degli attrezzi stessi sono fattori fondamentali da valutare sulla base
del campo di applicazione in cui si dovrà impiegare l’attrezzatura.

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Z-map Laser (ZML)

ZML è un CAD tridimensionale specificamente progettato e realizzato per il disegno


e la generazione di ortofoto su nuvole di punti acquisite mediante scansione laser. La
caratteristiche salienti di ZML derivano
dalla sua struttura CAD, completamente
proprietaria ed ottimizzata per il disegno geometrico di tipo cartografico, sia aereo
che terrestre. La massima possibilità di personalizzare i tipi, gli spessori, le
campiture, le multilinee ecc, in aggiunta alla gestione di immagini di qualsiasi
dimensione, consente la realizzazione di disegni finiti di eccellente qualità geometrica
e grafica.
Il software consente una produzione di elevata qualità anche con nuvole di punti
affette da rumore ed ombre. Ciò è consentito dalla particolare gestione degli UCS
(User Coordinate System) e dalla possibilità di disegnare contemporaneamente sulla
nuvola o sulle immagini.
La nuvola di punti è perfettamente integrata all’interno del CAD; essa si comporta, di
fatto, come se fosse una vera e propria entità, sia nella visualizzazione che
nell’utilizzo degli snap ad oggetto.
Oltre al disegno sulla nuvola, ZML è ottimizzato per la produzione di ortofoto. Non
vi sono limiti alla dimensione delle immagini utilizzabili ed alla dimensione del
mosaico producibile.
ZML consente la stampa diretta di vettoriale, nuvola di punti e immagini raster, sia
separata che ibrida.
ZML consente la generazione di DEM (Digital Elevation Maps “modelli digitali delle
altezze”) su qualsiasi piano comunque orientato nello spazio.
Questo agevola la produzione di elaborati di tipo cartografico, quali ad esempio curve
di livello ed ortofoto, anche in applicazioni architettoniche e geologiche, dove è
frequente la necessità di operare su prospetti genericamente disposti rispetto al
sistema di riferimento “mondo”.

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Disegno sulle immagini e/o nuvola:
La nuvola di punti viene inizialmente importata e convertita in un formato
conveniente, dopo di che la si inserisce nel CAD. La visualizzazione interattiva
avviene mediante rotazione dinamica di CAD e nuvola assieme.
L’utente, sulla base della selezione di alcuni punti, ha modo di definire un sistema di
riferimento locale sul quale procede nel disegno. Egli può scegliere di disegnare
direttamente sull’UCS prescelto, avendo in background la nuvola, oppure far sì che
ad ogni click il vertice disegnato senta lo snap sulla nuvola di punti.
Il tracciamento è molto rapido. Sono infatti disponibili tutte le principali entità e
funzioni di disegno, potendo pertanto fare copia, sposta, scala, offset ecc, su ogni
entità disegnata.
Talvolta può essere più comodo (o addirittura indispensabile) disegnare sulle
immagini piuttosto che sulla nuvola di punti. Le immagini devono preventivamente
essere “orientate” mediante la selezione di punti omologhi su modello e
sull’immagine stessa.
Quando sono disponibili i dati di orientamento interno ed esterno della foto, forniti
insieme alla nuvola di punti – quando lo strumento laser è sormontato da camera
fotografica - non è richiesto il processo di collimazione.
Quando le immagini sono orientate è possibile scegliere la superficie di lavoro per far
sì che il disegno sulla nuvola e quello sull’immagine siano realmente equivalenti.
Questo rende possibile il disegno di tutti i particolari non visibili sulla nuvola di
punti. È il caso della quasi totalità degli oggetti di piccole dimensioni o di piccolo
spessore, quali ringhiere, pali, aggetti o sfondati, finestre, ecc.
Il principio utilizzato per la ricostruzione dei singoli punti tridimensionali di controllo
da linee di proiezione proviene dalla geometria descrittiva, che permette, di
rappresentare in modo inequivocabile su uno o più piani, oggetti bi- e tridimensionali.
La rappresentazione può essere finalizzata a visualizzare oggetti già esistenti, come
nel rilievo e/o di oggetti mentalmente concepiti, come nella progettazione di
manufatti tridimensionali.

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I metodi di rappresentazione (di prospettiva, di assonometria è di Monge) della
geometria descrittiva si basano principalmente su due operazioni fondamentali, dette
operazioni di proiezioni e sezioni.

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I piani principali del corpo umano

La fisiologia associa al corpo umano tre piani,


detti piani principali, che hanno
un’importanza fondamentale nella descrizione
del movimento articolare. La posizione di
riferimento del corpo (posizione anatomica)
che si usa per definire questi piani è quella
eretta con gli arti inferiori uniti. I piani
principali normalmente definiti sono tre:
Il piano sagittale, definito come il piano di simmetria del corpo;
Il piano frontale, definito come il piano perpendicolare a quello sagittale che passa
per il centro di massa del corpo nella sua posizione di riferimento;
Il piano orizzontale, definito come il piano ortogonale agli altri due e passante per il
centro di massa del corpo.
E’ importante notare come questa descrizione venga effettuata in modo oggettivo,
essendo legata all’identificazione del centro di massa che non è un punto anatomico
ed è interno al corpo. Questo pone grossi problemi quando si desidera esprimere la
posizione di punti anatomici rispetto alla terna ortogonale individuata dalle
intersezioni dei piani principali. Il problema si complica ulteriormente quando si
considerano i singoli segmenti corporei o ossei. In questo caso in fisiologia si
continua a parlare di piano sagittale, frontale, e orizzontale del segmento corporeo o
del segmento osseo specifico. Poiché però i segmenti corporei ed ossei, salvo casi
rari, non presentano ovvie simmetrie, difficilmente si riesce ad individuare in modo
unico il piano sagittale e di conseguenza anche gli altri piani.

L'anca

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L'anca è l'articolazione prossimale dell'arto inferiore ed è caratterizzata da tre gradi di
libertà descritti secondo i seguenti assi:
- un asse trasversale o medio laterale situato su un piano frontale passante per il
centro dell'articolazione ed orizzontale. Rispetto a questo asse si effettuano i
movimenti di flesso-estensione;
- un asse antero posteriore, posto su un piano sagittale passante per il centro
dell'articolazione ed orizzontale. Rispetto al quale si effettuano i movimenti di
adduzione-abduzione,
- un asse verticale che, quando l'anca è nella posizione di riferimento (soggetto in
postura eretta), è molto vicino all'asse longitudinale dell'arto inferiore (asse che
congiunge la testa del femore con il centro dei malleoli, nella posizione di postura
eretta del soggetto). Rispetto a questo asse, si effettuano movimenti di rotazione,
esterna ed interna.
Questi movimenti si svolgono a livello di un’articolazione singola, articolazione che
realizza, infatti, un giunto sferico. La posizione anatomica o di riferimento per i
movimenti dell'anca è quella con il soggetto in postura eretta. Questa posizione è
valida anche per l'articolazione del ginocchio e della caviglia.

I movimenti di flessione e di estensione


La flessione è il movimento che porta la parte
anteriore della coscia verso il tronco, per cui la
coscia e tutto l'arto inferiore si trovano
anteriormente a un piano frontale passante per il
centro dell'articolazione. L'ampiezza massima
della flessione è condizionata da diversi fattori: a seconda che essa sia di tipo attivo o
passivo e dalla flessione del ginocchio. Nei movimenti attivi dell'anca la flessione è
di circa 90° con ginocchio esteso e di 120° con ginocchio flesso. Nella flessione
passiva i valori cambiano rispettivamente in 120° e 140°.

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L'estensione è il movimento che porta l'arto inferiore posteriormente al piano
frontale. Come per la flessione la sua ampiezza è differente a seconda che sia di tipo
attivo o passivo e che avvenga a ginocchio flesso o esteso. I valori tipici per
un’estensione attiva sono: 20° e 10° rispettivamente per ginocchio esteso e ginocchio
flesso. I valori caratteristici per un’estensione passiva sono 20° e 30°, rispettivamente
per un affondo a ginocchio esteso e per ginocchio flesso tirato all'indietro.

I movimenti di abduzione e adduzione


L'abduzione è il movimento che porta l'arto inferiore esternamente allontanandolo dal
piano di simmetria del corpo. L'abduzione dell'anca, misurata come angolo tra l'asse
longitudinale dell'arto inferiore e l'asse formato dall'intersezione del piano sagittale e
frontale, raggiunge i 45° se è di tipo attivo ma può arrivare a 180° in movimenti
passivi come nella "spaccata frontale" di una ballerina.

L'adduzione è il movimento che porta l’arto ad avvicinarsi al piano di simmetria del


corpo umano. A causa del contatto degli arti inferiori non esiste un movimento di
adduzione "puro"; esso è possibile solo se accompagnato da una lieve flessione o
estensione dell'anca. Poiché li movimento di adduzione dipende dal grado di flessione
o estensione dell'anca non si parla di escursione angolare tipica.

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I movimenti di rotazione interna ed esterna
Questi movimenti avvengono rispetto all'asse
verticale dell'articolazione. La rotazione esterna è il
movimento che porta la punta del piede in fuori,
quella interna lo porta in dentro. La relativa
escursione massima viene misurata con il ginocchio
flesso di 90°. A partire da questa posizione quando
la gamba si inclina in fuori si misura la rotazione interna, la cui ampiezza massima
varia da 30° a 40°. Quando la gamba si inclina in dentro si misura la rotazione
esterna, che ha un'ampiezza massima di 60°.

Il ginocchio
Il ginocchio è l'articolazione intermedia dell'arto inferiore. E' un'articolazione che ha
principalmente due gradi di libertà, la flesso-estensione, e la rotazione interna-
esterna. Il primo predomina in ampiezza sul secondo, il quale può avvenire solamente
quando il ginocchio è in posizione di flessione.

I movimenti di flessione e di estensione


La flessione è il movimento che avvicina la faccia posteriore della gamba alla faccia
posteriore della coscia. E' considerato come il movimento che avviene rispetto ad un
asse posto sul piano frontale e che attraversa orizzontalmente i due condili femorali
(asse di flesso-estensione). Poiché l'asse di flesso-estensione è orizzontale, a causa
del valgismo fisiologico del ginocchio, esso forma un angolo di 93° con l'asse della
gamba, e di 81° con il così detto asse anatomico del femore (asse della diafisi
femorale). Ne consegue che durante la flessione completa, l'asse longitudinale, della
gamba non si mantiene sul piano sagittale: il tallone si sposta medialmente, e quindi
ad una flessione si accompagna sempre una adduzione.

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L'estensione è il movimento per il quale, a partire dalla posizione anatomica, è
possibile provocare, passivamente, movimenti di estensione limitati a 5° o 10° a
partire dalla posizione di riferimento.
I movimenti di rotazione interna ed esterna
La rotazione interna-esterna della gamba attorno al suo
asse longitudinale avviene solamente quando il ginocchio
è flesso. La posizione di riferimento utilizzata per la sua
misura è con il soggetto seduto a gambe pendenti, con
una flessione del ginocchio pari a 90° gradi. In queste
condizioni la rotazione interna, porta la punta del piede in dentro mentre la rotazione
esterna la porta in fuori. L'angolo è quello che l'asse del piede forma con la sua
posizione di riferimento. I valori tipici sono di 30° e 40°, rispettivamente per la
rotazione interna ed esterna.

I movimenti di abduzione-adduzione
Il ginocchio non possiede questo grado di libertà. Esiste tuttavia un lieve movimento
che la gamba può compiere intorno ad un asse perpendicolare all'asse di flesso-
estensione e all'asse della gamba. Nella posizione di riferimento utilizzata per la
valutazione della rotazione intera-esterna la gamba presenta un breve movimento
passivo di abduzione-adduzione che però scompare del tutto a ginocchio esteso; se
questo movimento persiste anche a ginocchio esteso il comportamento va ritenuto
patologico. Ad ogni modo, a causa del valgismo fisiologico del ginocchio durante la
flessione, la gamba si porta verso il piano di simmetria del corpo, movimento che sul

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piano frontale può essere visto come un movimento di adduzione. Il valore tipico di
questo angolo è 10°- 15°.

La caviglia e il piede
La caviglia e le articolazioni del piede permettono a quest'ultimo un movimento
caratterizzato da tre assi e tre gradi di libertà:
- un asse trasversale passante tra i malleoli: esso corrisponde all'asse di rotazione
dell'articolazione tibio-tarsica, su cui si effettuano i movimenti di flesso-estensione
(flessione dorsale e flessione plantare rispettivamente),
l'asse longitudinale della gamba intorno al quale si effettuano i movimenti di
abduzione ed adduzione,
l'asse longitudinale del piede intorno al quale si effettuano i movimenti di rotazione
interna-esterna.
Mentre il movimento di flesso-estensione è conferito alla caviglia, gli altri due gradi
di libertà del piede sono da attribuire, anche se in rapporti differenti, all'articolazione
astragalo-calcaneale, medio-tarsica, tarso-metatarsica e scafo-cuboidea. Il ruolo che
le articolazioni del piede rivestono in realtà é duplice, infatti oltre a dare al piede i
gradi di libertà menzionati hanno l'importante compito di adattarlo alle asperità del
terreno modificandone la sua forma, e di creare tra suolo e gamba un sistema di
ammortizzatori che dia al passo elasticità e scioltezza. Le caratteristiche cinematiche
del piede risultano quindi piuttosto complesse, data anche la natura di questa
estremità e la diversità delle funzioni che è chiamata/deputata a compiere: compiti di
presa, compiti di equilibrio stazionario, compiti sensitivi, etc. Dal punto di vista della
sua riproduzione robotica questo giunto viene quindi spesso semplificato ed
analizzato solo per la sua funzione nel compito di camminamento.

I movimenti di flessione e di estensione


La posizione di riferimento per la flesso-estensione del piede si
realizza quando il piano plantare è perpendicolare all'asse
longitudinale della gamba. Partendo da questa posizione, la
flessione del piede (che come si è detto può essere attribuita alla
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caviglia), è il movimento che avvicina il dorso del piede alla faccia anteriore della
gamba, mentre l'estensione del piede allontana il dorso dello stesso dalla faccia
anteriore della gamba e lo porta a disporsi sul prolungamento della stessa. L'angolo di
flesso-estensione del piede viene misurato come l'angolo che la pianta dei piede
forma con l'asse verticale della gamba. In flessione questo angolo ha valori massimi
tipici che variano da 20° a 30°, mentre in estensione la sua ampiezza varia da 30 a 50
gradi.

I movimenti di abduzione-adduzione
La posizione di riferimento è con il piede sul piano orizzontale, in queste condizioni
si ha un movimento di abduzione quando la punta del piede si porta in dentro, verso il
piano di simmetria del corpo, mentre si ha un movimento di adduzione quando la
punta del piede gira all'esterno e sì allontana dal piano di simmetria. L'ampiezza dei
movimenti di adduzione-abduzione eseguiti unicamente nel piede varia dai 35° ai
45°. Va tenuto presente che il movimento del piede sul piano orizzontale può essere
aumentato grazie alla somma delle rotazioni esterne-interne del ginocchio e dell'anca
che possono portare il piede ad abduzioni di 90°.

I movimenti di rotazione interna-esterna


La posizione di riferimento è quella definita per il movimento di flesso-estensione. La
rotazione interna è il movimento che orienta la pianta del piede verso l'interno, questo
movimento viene indicato come supinazione. L'ampiezza di questo movimento è di
circa 50°. La rotazione esterna è il movimento che orienta la pianta del piede verso
l'esterno, viene indicato come movimento di pronazione. L'ampiezza di questo
movimento è circa la metà di quello di supinazione e varia dai 20° ai 25°.

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La fisiopatologia e la diagnosi medico-legale dell’annegamento
Consiste nella penetrazione di acqua nei polmoni, la quale, sostituendo l'aria provoca
l'asfissia acuta. Questa sostituzione può conseguire sia alla sommersione del corpo
nel liquido annegante sia all'immersione in esso dei soli orifici respiratori.

Fisiopatologia dell'annegamento
a) annegamento in acqua dolce: l'acqua dolce essendo ipotonica rispetto al sangue,
viene rapidamente assorbita dal sistema dei capillari polmonari e in pochi istanti
penetra nel torrente circolatorio in grande quantità, fino al raddoppio del volume
totale del sangue. Ciò determina ipervolemia, emodiluizione, emolisi, iperpotassiemia
(da liberazione del potassio eritrocitario) e anemia. L'anossia, lo squilibrio plasmatico
e l'eccesso di potassio causano gravi alterazioni miocardiche per cui insorge la
fibrillazione ventricolare pochi minuti dopo l'immersione, con rapido arresto del
cuore.
b) annegamento in acqua salata: l'acqua di mare, ipertonica, provoca il passaggio di
plasma e di proteine dai capillari sanguigni verso gli alveoli. Si ha ipovolemia,
emoconcentrazione senza emolisi e senza le marcate alterazioni della potassiemia a
questa conseguenti, per cui non si stabilisce la fibrillazione ventricolare, ma un

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graduale indebolimento dell'attività cardiaca con collasso cardiovascolare e asistolia
irreversibile, dovuti all'anossia del miocardio ed all'ipovolemia.

Fasi dell'annegamento
1. Fase di sorpresa: consiste in un unico atto inspiratorio riflesso che compie
l'individuo appena caduto nell'acqua;
2. Fase della resistenza: in stato di completa immersione le prime boccate d'acqua
provocano uno spasmo serrato della glottide che impedisce la penetrazione di altra
acqua nei polmoni. Questa fase di apnea iniziale durante la quale l'individuo si agita e
cerca di riemergere, dura circa 1 minuto;
3. Fase della dispnea respiratoria: quando non è più possibile trattenere il respiro per
l'ipercapnia sopraggiunta, la glottide si rilascia ed iniziano affannose respirazioni
sott'acqua che durano un minuto e provocano l'introduzione di grande quantità di
liquido nei polmoni e nello stomaco;
4. Fase apnoica: si ha perdita di coscienza, abolizione dei riflessi e coma profondo
con arresto del respiro;
5. Fase terminale: boccheggiamento ed arresto cardiaco. La durata complessiva della
sindrome asfittica è di 3-5 minuti nell'annegamento in acqua dolce e di 6-7 minuti
nell'annegamento in acqua di mare, ma può variare notevolmente nei singoli casi.

Segni dell'annegamento
a) Fenomeni cadaverici. Le ipostasi sono accentuate e diffuse per la fluidità della
massa sanguigna; sono rosso chiare per al riossigenazione dell'emoglobina attraverso
la cute imbibita; sono disposte al viso, alle spalle ed alle regioni anteriori del torace
perchè il cadavere degli annegati assume nell'acqua una posizione prona con la testa
in basso e gli arti semiflessi. La rigidità cadaverica può fissare il cadavere in questa
posizione da lottatore. La putrefazione è ritardata finché il cadavere è immerso, ma si
accelera appena è fuori dall'acqua. La permanenza in acqua determina la macerazione
della cute, cioè il rigonfiamento dello strato corneo, che fa assumere alla cute un
aspetto finemente rugoso, bianco ed opaco ed è ovviamente più evidente nelle sedi

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dove lo strato corneo è più spesso. Se la sommersione si protrae per alcuni mesi può
aversi la saponificazione per formazione di adipocera.
b) Segni esterni. Il più importante è la presenza del "fungo schiumoso" alla bocca ed
alle narici. Questa schiuma si forma a livello bronchiale per commistione del muco
con l'aria residua ed il liquido annegante durante la fase dispnoica, è quindi un
importante segno vitale, viene poi progressivamente espulsa per l'aumento della
pressione intratoracica, dovuto sia all'aumento della temperatura corporea, dopo
l'estrazione del cadavere dall'acqua, che allo sviluppo di gas putrefattivi ed assume
appunto un aspetto fungoide. L'evaporazione lo rende asciutto e compatto nei suoi
strati più periferici e questo consente di distinguerlo dalla schiuma acquosa che
fuoriesce dalla bocca e dalle narici dei soggetti deceduti per edema polmonare. Altri
segni sono la cianosi, la cute anserina per contrazione dei muscoli erettori dei peli e la
presenza di sabbia sotto le unghie e nella bocca. La sommersione provoca un rapido
livellamento della temperatura corporea con quella del liquido.
c) Segni interni. Nelle vie aeree superiori ed inferiori si apprezza la schiuma
caratteristica; commiste con la schiuma potranno trovarsi particelle in sospensione
nel liquido annegante. Nonostante i polmoni siano imbibiti ed edematosi è spesso
presente un enfisema acuto, talora con aspetto finemente bolloso dei margini
anteriori, indicato con il termine di enfisema acquoso o idroaereo, ed è riconducibile
alla fase dispnoica per cui assume significato di carattere vitale.

Diagnosi di annegamento
Mediante il rilievo dell'indice refrattometrico, del punto crioscopico, della
conducibilità elettrica, ecc. è possibile dimostrare una emodiluizione del sangue del
ventricolo sinistro rispetto a quello del destro nell'annegamento in acqua dolce, una
emoconcentrazione nell'annegamento in acqua di mare; il test è attendibile solo nei
cadaveri non putrefatti. L'esame microscopico dei polmoni dimostra piccolissime
particelle solide sospese nell'acqua inalata fino nelle diramazioni ultime dell'albero
bronchiale.
La diagnosi differenziale si pone con:

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1) la morte nell'acqua dovuto verosimilmente ad arresto cardiaco riflesso da
stimolazione di acque fredde della mucosa nasale o faringea (idrocuzione). E' stato
ipotizzato anche un fenomeno anafilattico scatenato dal freddo soprattutto se
l'immersione è a breve distanza dai pasti (crioallergia). L'asfissia è estranea a questo
genere di morte e mancano i reperti dell'annegamento. Il viso è pallido anzichè
cianotico. La bassa temperatura dell'acqua determina un rapido raffreddamento del
corpo e dei vari organi, compresi il cervello ed il cuore, salvaguardandoli in parte
dalle lesioni anossiche: sono state descritte rianimazioni eccezionali di soggetti
rimasti immersi alcune decine di minuti.
2) la sommersione del cadavere mostra i reperti dovuti alla permanenza nell'acqua,
quali il deposito di sabbia o di alghe sugli abiti e sul corpo, le lesioni traumatiche
postmortali e la lacerazione degli abiti provocati dal trascinamento della corrente, le
morsicature degli animali acquatici, la macerazione e la saponificazione. Mancano le
particelle solide negli alveoli polmonari ed il fungo schiumoso.
Causale dell'annegamento
La maggior parte degli annegamenti è accidentale in seguito a disgrazie durante i
bagni nel mare o nei fiumi o per caduta improvvisa nell'acqua. L'omicidio è raro e
riesce soltanto se la vittima è colta di sorpresa o è debole, è possibile osservare sul
cadavere fatti lesivi che testimoniano di una colluttazione o di una aggressione: si
tratta di lesioni escoriative e contusive. E' necessario comunque tener presente che
eventuali urti del corpo durante la precipitazione producono lesioni con i caratteri
della vitalità. Altre lesioni si producono per gli urti del corpo trascinato dalla
corrente, senza i caratteri di vitalità, caratteri che sono sempre di difficile
apprezzamento perchè una lunga permanenza nell'acqua può cancellare le
caratteristiche di maggiore evidenza, quali le emorragie superficiali. L'infanticidio è
stato realizzato talvolta con la semplice immersione della testa del neonato in un
recipiente d'acqua. Il suicidio rappresenta una discreta percentuale degli annegamenti
ed è facilitato dalla autolegatura dei polsi o dall'apposizione di pesi al collo o ai piedi.

Sommersione interna

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E' rappresentata dalla inondazione delle vie respiratorie da parte di liquidi
dell'organismo: sangue, raccolte essudatizie o trasudatizie, cisti da echinococco,
contenuto gastrico. Avvengono sommersioni interne durante lo scannamento, o ferite
del laringe della trachea del torace, dell'aorta, del naso e del retrobocca. Inondazioni
bronchiali si possono verificare anche per rottura accidentale di vasi nei bronchi
(aneurismi, caverne tubercolari, tumori ulcerati, ecc. Vittime di asfissia per
aspirazione di materiali rigurgitati dallo stomaco sono i lattanti, a seguito di rigurgiti
alimentari, i soggetti in preda a etilismo acuto, a malattie neurologiche, ad anestesia,
a traumi cranici.

Confinamento
L'asfissia da confinamento si manifesta allorché l'ossigeno dell'aria ambientale
scende sotto al 7%, perchè consumato senza possibilità di ricambio; affinché
sopraggiunga la morte il tasso di ossigeno deve calare sotto al 3%. Questa forma di
asfissia è lenta e non si distinguono le varie fasi schematiche delle asfissie acute, pure
il quadro anatomo-patologico è povero dei reperti classici: le ecchimosi puntiformi
viscerali sono scarse, la cute è cianotica e bagnata di sudore, frequente è il reperto di
edema polmonare.

Causale del confinamento


E' spesso accidentale, ne sono vittime bambini che si chiudono per gioco in bauli,
casse, frigoriferi, gli adulti bloccati nei sotterranei di stabili crollati, nei sommergibili
affondati, nelle miniere parzialmente crollate. Spesso l'infanticidio è commesso
nascondendo il neonato in sacchetti, scatole, bauli ecc. Il suicidio è eccezionale, e può
avvenire mediante l'introduzione del capo in contenitori di plastica.

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Sistemi di acquisizione digitale

I vari sistemi di acquisizione digitale si distinguono per una serie di caratteristiche


che riguardano la loro architettura e la loro tecnologia.
Innanzi tutto si distinguono gli scanner veri e propri dalle fotocamere digitali e dalle
telecamere con output digitale.

Fotocamere digitali
Per alcuni tipi di applicazioni, le fotocamere digitali assicurano già buone prestazioni.
La tecnologia che fornisce direttamente l’immagine digitale dalla scena ripresa è
quella che fa uso di sensori elementari di tecnologia CCD (Charged Coupled
Devices) o CMOS (Complementary Metal-Oxide Semiconductor), alloggiati anche in
dorsi da applicare ad una normale macchina fotografica. Ogni sensore fornisce i dati
di luminosità di un’areola della scena e quindi è relativo a un pixel dell’immagine
digitale ottenuta. La “ripresa” può avvenire in due modi diversi: con un banco lineare

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di sensori, che esplora la scena in sequenza generando i dati digitali, o tramite una
matrice di sensori che consente di riprendere la scena con un solo scatto (one shot).
Qui la risoluzione è determinata dal numero di sensori sul banco lineare e dal passo
dello spostamento di scansione del banco o dal numero di righe e colonne della
matrice. Le fotocamere digitali di fascia alta consentono già matrici di qualche
migliaia di righe e colonne. Per riprese a colori professionali ad alta definizione
cromatica, ad ogni pixel sono assegnati tre sensori, uno per il rosso (R), uno per il
verde (G) e uno per il blu (B), mentre per il mercato consumer di solito nell’insieme
dei sensori si alternano sensori dei tre tipi e per ogni pixel relativo a un sensore R(o G
o B) i valori GB (o RB o RG) definitivi si ottengono tramite calcolo dai valori dei
sensori GB (o RB o RG) circostanti (interpolazione cromatica). Le immagini digitali
prodotte sono memorizzate in supporti magnetici all’interno delle macchine stesse o
inviate direttamente ad un computer. Malgrado le risoluzioni sempre più elevate, il
rapporto prezzo/prestazioni delle fotocamere digitali professionali rimane ancora
abbastanza elevato.
Scanner piani o a tamburo
Gli scanner veri e propri, in grado di acquisire da immagine analogica, sono distinti
in base a una serie di caratteristiche:
􀂉 acquisizione CCD, CMOS o a fotomoltiplicatori, anche con tecnologia laser
􀂉 acquisizione a colori in un solo passaggio o a tre passaggi
􀂉 acquisizione da supporti opachi (per riflessione: carta, stampe in positivo etc.) e/o
da supporti trasparenti (per trasparenza: negativi su pellicola, diapositive etc.)
􀂉 acquisizione di una sola immagine o più immagini contemporaneamente
􀂉 a letto piano o a tamburo
In linea generale gli scanner a letto piano, simili a una fotocopiatrice, usano una
tecnologia CCD o CMOS a banco lineare e quelli a tamburo una tecnologia a
fotomoltiplicatori. A parte il dettaglio architetturale (letto piano o tamburo) c’è da
dire che il panorama dei vari dispositivi in commercio è reso complicato dalla
combinatoria delle varie tecnologie usate (non sempre indicate dalle case costruttrici).
Per quanto riguarda le prestazioni, di solito gli scanner a tamburo appartengono ad
una categoria di fascia alta (alte prestazioni e alto costo) e quelli a letto piano a quella
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di fascia medio-bassa. Inoltre, gli scanner a tamburo sono macchine molto
ingombranti, sebbene si stiano diffondendo scanner a tamburo da tavolo più
maneggevoli e a costi inferiori. D’altra parte, le prestazioni degli scanner a letto
piano sono in continuo incremento, tanto da insidiare quelle degli scanner a tamburo
da tavolo, con risoluzioni geometriche che arrivano normalmente a 1200 dpi e
profondità di colore fino a 48 bit (16 bit per ogni canale R, G e B).

Risoluzione ottica e interpolata


La tecnologia CCD o CMOS degli scanner a letto piano, però, stenta a competere con
quella a fotomoltiplicatori degli scanner a tamburo per quanto riguarda la possibilità
da parte dell’utente di scegliere la risoluzione geometrica ottica nativa più appropriata
alle immagini da digitalizzare. Infatti, stabilita l’ampiezza del letto (di solito A4 o
A3) e il numero di CCD presenti sul banco lineare di scansione, rimane anche
stabilita una volta per tutte la risoluzione geometrica ottica, cioè il numero di
campioni per unità di lunghezza. Inoltre, la tecnologia a banco lineare di scansione
individua areole non quadrate, con un passo di campionamento orizzontale (che
dipende dal numero di sensori sul banco) in genere maggiore di quello verticale,
dovuto al passo di spostamento del banco stesso, e quindi con una risoluzione
verticale maggiore di quella orizzontale. Questo fa sì che bisogna comunque ricorrere
ad un calcolo di interpolazione per ottenere un pixel “quadrato”, da cui deriva la
cosiddetta risoluzione interpolata. In base a considerazioni di tipo informativo, la
risoluzione ottica effettiva è approssimativamente la minore fra quella orizzontale e
quella verticale, di solito quella determinata dal numero di sensori sul banco. Molto
spesso, nelle specifiche di prodotto, piuttosto che quella ottica viene riportata la
risoluzione interpolata.

Acquisizione per trasparenza e disturbi


Un’altra caratteristica che rende problematica la collocazione di uno scanner in una
certa fascia di rapporto prezzo/prestazioni è quella dei cosiddetti optional, ovvero di
tutti quei dispositivi aggiuntivi non presenti nei modelli base. Tipico è il caso del
dispositivo per l’acquisizione in trasparenza negli scanner a letto piano, nel cui
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modello base è consentita solo l’acquisizione per riflessione, mentre in uno scanner a
tamburo si possono usare indifferentemente i due tipi di acquisizione.
Per quanto detto circa la densità di informazioni contenute su un fotogramma
cinematografico, nel caso di acquisizione per trasparenza sono disponibili scanner
specializzati ad altissima risoluzione, progettati per digitalizzare al meglio in negativo
e in positivo, con risoluzioni che arrivano sino a 8000 righe di scansione per
fotogramma a 35 mm.
Nella valutazione complessiva di uno scanner, soprattutto se del tipo per trasparenza,
un posto molto importante dovrebbe occupare quella dei disturbi introdotti dai
processi fisici della scansione e dalla successiva quantizzazione. L’entità di questi
disturbi, in generale, è tanto maggiore quanto più piccole sono le aree dei campioni e
quanto più elevata è “la risoluzione radiometrica” ovvero la profondità in bit del
colore fornito. In generale, il contenuto informativo ottenuto risulta inferiore al
numero di bit dichiarato per la quantizzazione. Ciò spiega la diffusione del cosiddetto
formato RGB True Color, in cui ogni colore è fornito a 24 bit (3 x 8 bit), anche se
sono sempre più comuni acquisizioni a 36 bit (3 x 12 bit) o a 48 bit (3 x 16 bit). La
riduzione a 8 bit per primario (R, G o B) con una semplice proporzione e/o con
correzioni più complesse, infatti, compensa in parte la perdita di precisione indotta
dai disturbi di scansione e quantizzazione.

Gamma dinamica
Una caratteristica importante che permette di distinguere fra scanner, o fotocamere,
di fascia bassa e di fascia alta è la sensibilità agli stimoli luminosi che colpiscono i
sensori di lettura, cioè l’intervallo di luminosità che ciascun digitalizzatore può
quantizzare, detta gamma dinamica (dynamic range). La gamma dinamica di uno
scanner è definita come rapporto fra l’intensità luminosa fornita dalla fonte luminosa
interna di riferimento (Dmin: densità minima, bianco di riferimento) e la minima
luminosità rilevata (Dmax: densità massima, nero di riferimento), ed è misurata in
scala logaritmica (ogni unità corrisponde a un fattore 10). La gamma dinamica varia
fra 2.2 per gli scanner di fascia bassa e 4 per gli scanner di qualità.

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Infine, non sono da trascurare la qualità e la quantità dei servizi forniti dai software
che pilotano gli scanner, cioè i driver, dotati di interfaccia grafica a menù. I più
importanti servizi offerti da un buon driver sono i seguenti:
􀂉 calibrazione dello scanner
􀂉 modifica della frequenza di campionamento tramite interpolazione
􀂉 scelta dell’area di scansione sul supporto
􀂉 compensazione del moiré (detta anche deretinatura)
􀂉 compensazione dei grigi nelle acquisizioni di disegni al tratto
􀂉 inversione dei negativi
􀂉 correzioni varie delle immagini acquisite, le quali, però, possono essere apportate
anche in un secondo momento usando un qualunque sistema applicativo.
Gli scanner di fascia bassa nella grande maggioranza dei casi usano driver realizzati
sullo standard TWAIN e usabili direttamente dai sistemi applicativi più diffusi.
Quelli di fascia alta possono avere driver dedicati (proprietari) in grado di offrire
funzioni molto sofisticate, come l’acquisizione diretta in CMYK.

Moiré
La digitalizzazione di immagini retinate, così come escono da una comune stampante,
o di disegni a tratto, introduce degli artefatti a volte inaccettabili.
Lo schema del retino delle stampe monocromatiche o a colori, infatti, viene rilevato e
amplificato dal processo di campionamento degli scanner, dal momento che un
campione può cadere esattamente su una linea del retino e un’altro invece, anche
appartenendo ad un’area percettivamente uguale, in un interstizio, ciò che introduce
delle regolarità statistiche visibilissime (soprattutto sulle componenti più scure della
quadricromia, come blu e nero), generando una risonanza visiva (moiré) che abbassa
la qualità dell’acquisizione.
Negli scanner più sofisticati è il driver stesso che consente in una certa misura la
correzione del moiré, ma risultati migliori si ottengono usando frequenze di
campionamento multipli esatti della frequenza del retino, che consentono una
ricostruzione del retino minimizzando la risonanza del moiré, e correggendo
l’immagine acquisita tramite procedure che prevedono sempre una sfocatura, una
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riduzione delle dimensioni, per ritornare alla frequenza del retino originaria, e un
passo di sharpening.
L’effetto della sfocatura è quello di aumentare l’integrazione percettiva che riduce la
percezione della tessitura del retino, ovvero , in altri termini, di ridurre le armoniche
di alta frequenza responsabili del moiré. Nel caso di acquisizione tramite telecamera,
la sfocatura si ottiene regolando l’ottica dell’obiettivo.
In ogni caso, le digitalizzazioni di questo tipo di immagini consentono scarse
possibilità di ingrandimento di particolari, proprio per la presenza del moiré di fondo.
L’acquisizione di disegni a tratto, invece, provoca sia artefatti regolari per ragioni
sostanzialmente simili a quelle delle immagini retinate, sia vere e proprie lacune di
campionamento per risoluzioni geometriche insufficienti per rilevare tratti sottili.
Anche se viene richiesta una risoluzione geometrica inferiore a quella ottica,
l’acquisizione viene comunque fatta con quest’ultima e poi l’immagine viene ridotta,
e la risoluzione portata a quella richiesta, suddividendo l’immagine in piastrelle
regolari di campioni e assegnando il livello di grigio medio in ogni piastrella ad un
campione della nuova immagine. In questo modo, anche se il disegno originario era
un’immagine in bianco e nero (B/W), l’immagine originale prodotta è a livelli di
grigio e inoltre in ogni campione si trovano le informazioni contenute in una areola
circostante che, alla risoluzione richiesta, non sarebbero state acquisite.

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Fig.3: scheda tecnica dello scanner professionale della ditta IMACON modello Flextight 848 utilizzato per le
acquisizioni dei negativi fotografici

Valutazioni

La scelta di una o più metodologie di analisi da adottare dipende sia dalla qualità
del materiale da analizzare, che dalle condizioni ambientali delle riprese. La
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formulazione del giudizio finale si basa sulla valutazione globale dei dati emersi dalla
comparazione antropomorfica, antropometrica, dall’esperimento giudiziale e dal
calcolo della statura, legati sia al numero dei riscontri evidenziati che al loro valore
identificativo.

Constatazioni

Le immagini oggetto dei nostri accertamenti, sono risultate affette dalle seguenti
limitazioni :

1. Immagine_01:

 cadavere coperto da un telo


trasparente, evidenziando solo
pochi particolari (punta scarpe,
punto barella, addome);
 mancanza del negativo, che non
ha permesso un’acquisizione a
risoluzione maggiore;
 fotografia di bassa qualità (grana evidente);
 stampa in bianco e nero, che non permette di esaltare con chiarezza le
differenze cromatiche;
 scena molto luminosa e poco contrastata.

2. Immagine_02:

 cadavere posto ad una distanza


notevole dal fotografo;

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 pellicola utilizzata per scattare la fotografia di bassa qualità (grana molto
evidente);
 stampa in bianco e nero, che non permette di esaltare con chiarezza le
differenze cromatiche dei soggetti ripresi;
 scena molto luminosa e poco contrastata.

Le altre immagini a disposizione hanno evidenziato le stesse problematiche delle due


immagini precedenti e ulteriori limitazioni riguardano proprio il calcolo della
lunghezza e la valutazione antroposomatica del volto, e pertanto, non sono state
utilizzate per l’accertamento.

Operazioni compiute

Miglioramento immagini
L’immagine_02 dopo essere stata acquisita con scanner professionale per negativi a
8000 dpi, ha esibito i particolari del corpo disteso sul molo con migliori dettagli. Le
zone maggiormente in ombra sono state rese più leggibili, e quelle ad elevato
contrasto sono state regolate per il recupero delle informazioni, tramite la tecnica
“adaptive contrast”.
Tali elaborazioni hanno permesso di evidenziare meglio i punti di repere necessari
per poter intraprendere la misurazione della lunghezza e della circonferenza del
cadavere. Sull’immagine_01, invece, si è optato per una elaborazione con tecniche di
image enhancement, in quanto avevamo a disposizione un file in formato digitale (e
non un negativo come per l’immagine_02).
Ricostruzione tridimensionale del pontile
Analizzando attentamente le predette fotografie, è stato così possibile osservare il
soggetto ripreso da posizioni differenti (immagine_01 e immagine_02).

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Immagine_01 e 02: immagini in bianco e nero ritraenti il cadavere sul pontile effettuate da due angolazioni quasi
ortogonali tra di loro

Queste hanno la peculiarità di avere punti di presa quasi ortogonali tra di loro ed
avere elementi al contorno visibili in entrambi gli scatti.
Peraltro, si è notato che alcuni elementi costruttivi del pontile erano ancora esistenti,
nelle medesime posizioni e con le stesse forme e dimensioni. A seguito di queste
osservazioni, utilizzando il software fotogrammetrico (Z-map laser) per

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l’elaborazione delle immagini, si è proceduto ad una acquisizione tridimensionale
della scena.
In data 30 novembre 2006 si è proceduto al rilievo tridimensionale tramite laser
scanner 3D Leica HDS 3000 Scan Station, strumentazione laser a tempo di volo con
possibilità di acquisire da un singolo punto di scansione lo spazio che lo circonda a
360° in orizzontale e per 270° in verticale, con portata sino a 300 m e accuratezza di
alcuni millimetri. Il sistema utilizzato ci ha permesso, inoltre, di acquisire l’immagine
fotografica direttamente in posizione coassiale con l’uscita del raggio laser e di
sovrapporla in automatico al rilievo della nuvola di punti.
Per eliminare le zone non visibili dal punto di stazionamento dello scanner, sono state
effettuate 3 scansioni attorno alla posizione del nostro soggetto che sono state poi
registrate con l’ausilio di mire appositamente inserite (immagine_03; immagine_04;
immagine_05).

Immagine_03: fotografia scattata dal sistema di scansione laser, che ritrae il pontile dalla posizione prossima al
cadavere verso il lago Trasimeno

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Immagine_04: fotografia scattata dal sistema di scansione laser, che ritrae il pontile dalla posizione prossima al
cadavere verso la terra ferma

Immagine_05: fotografia scattata dal sistema di scansione laser, che ritraela zona dove era collocato il cadavere

Le mire sono costituite da piccoli quadri di materiale a riflettanza


calibrata su cui si trovano un cerchio di centramento ed un elemento
centrale ad alta riflettanza. Tali mire vengono poste all’interno della
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scena per mezzo di un semplice supporto che consente la rotazione di 360° sia
orizzontale che verticale, mantenendo il centro nella stessa posizione spaziale.
L’acquisizione di tali elementi avviene in modo automatico attraverso tre fasi:
A) riconoscendo (poiché diversa rispetto a tutti gli altri punti acquisiti della scena) la
particolare riflettanza della pellicola superficiale applicata sulle mire, il software ne
individua la posizione sulla scena;
B) per ognuna di queste posizioni lo scanner effettua una scansione con la maggiore
risoluzione disponibile in modo da riconoscere la posizione del cerchio di
centramento;
C) dopo questa fase la scansione così infittita consente l’individuazione del punto
centrale ad alta riflettanza della mira che viene marcato con un vertice.
Con l’ausilio del software Cyclone della Leica Geosystems, si è proceduto alla
registrazione delle 3 nuvole di punti con un errore massimo di 3 mm (immagine_06),

Immagine_06: risultati della registrazione delle tre scansioni laser in una unica ricostruzione tridimensionale

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che ci ha permesso di creare un modello tridimensionale complessivo della scena
(immagine_07).

Immagine_07: visione virtuale della ricostruzione tridimensionale del pontile sito in Sant’Arcangelo

Questa base di dati, che contiene tutte le informazioni metriche del contesto, è stata
successivamente trasferita nel software Z-MAP Laser della Menci Software.

Calcolo della lunghezza del cadavere


Il modello tridimensionale è stato importato (documento PTX) all’interno del
programma Z-Map Laser.
Sono state quindi importate anche le due immagini inizialmente selezionate per
l’analisi dimensionale del corpo. Importata l’immagine_01 si è proceduto con la
selezione di punti omologhi tra il modello 3D, ottenuto mediante la scansione
effettuata il 30/11/2006 e la fotografia, selezionando su quest’ultima, gli elementi
strutturali ancora riconoscibili nel modello 3D rilevato dal laser scanner.
Prevalentemente, sono stati utilizzati i paletti in ferro, sia quelli posti alla base di
attacco del lastricato di pavimentazione, sia quelli di innesto orizzontale dei parapetti
(immagine_08).

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Immagine_08: particolare che simula l’individuazione di un punto sia nella ricostruzione tridimensionale che
sull’immagine di riferimento (in questo caso è presente l’immagine_01)

Non è stato invece possibile utilizzare il cartello che riporta il nome del paese
(Sant’Arcangelo) in quanto, da un’attenta analisi, esso risulta essere stato spostato
verso l’alto rispetto alla fotografia originale dell’epoca. Selezionati sul modello 3D
laser e sull’immagine fotografica, i punti di collimazione individuati tramite le mire,
si è proceduto al calcolo della posizione della macchina fotografica che riprese la
scena il 13 Ottobre 1985 con il relativo report degli errori (stima dell’errore causato
dalla collimazione delle tre scansione laser)(immagine_9).

Immagine_09: report degli errori di approssimazione del punto di ripresa della macchina fotografica
dell’immagine_01
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Si è proceduto allo stesso modo con l’immagine_02 selezionando nuovamente i punti
di collimazione tra fotografia e modello e ottenendo il calcolo del punto di ripresa
con il relativo report degli errori (immagine_10).

Immagine_10: report degli errori di approssimazione del punto di ripresa della macchina fotografica
dell’immagine_02

Orientate entrambe le immagini fotografiche sul modello 3D abbiamo verificato dove


potesse essere posizionato il centro di ripresa dei due fotogrammi ed abbiamo quindi
generato (calcolato) il centro delle piramidi inverse relative all’immagine_01 e
immagine_02, che sono state inserite all’interno del software Cyclone per verificare
se, all’interno del modello acquisito, esse esibivano posizioni realisticamente
attendibili

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Immagine_11, 12, 13 e 14: misurazione effettuate sulla ricostruzione 3D

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Abbiamo infine misurato la posizione altimetrica e distanziometrica di scatto
dell’immagine_01 che risulta pari a 116 cm e dell’immagine_02 risultata pari a 156
cm (immagine_11, 12, 13 e 14).
Per ricreare il posizionamento originario della macchina fotografica sul pontile,
fissato il punto di origine “A” coincidente con la base del paletto più prossimo al
corpo e, il punto “B”, identificato come punto sul versante opposto dell’allineamento
dei paletti, il punto “R1” riferito alla posizione dell’apparato di ripresa
dell’immagine_01 è risultato distante AR1 = 430 cm e BR1 = 262 cm ; in modo
analogo è stato calcolato il punto “R2” considerando il paletto di riferimento “C”
insistente sullo stesso allineamento di paletti di “A” ad una distanza AC = 3352 cm e
CR2 = 140 cm e considerando “D” come paletto sul versante dell’allineamento dei
paletti, ottenendo DR2 = 357 cm.
Verificato che le due posizioni di ripesa della scena risultavano attendibili, abbiamo
proceduto all’analisi dimensionale del corpo oggetto della nostra valutazione iniziale.
Si è utilizzato il metodo dei raggi proiettanti che si basa sul principio che lo stesso
punto visto da posizioni diverse (cioè da diverse fotocamere) nello spazio reale viene
individuato come l’intersezione delle rette formate congiungendo il punto sul singolo
fotogramma con il punto stesso. Seguendo questo metodo, all’interno del software Z-
MAP Laser, abbiamo selezionato i punti sull’immagine_01 corrispondente alla punta
del piede sinistro, del vertice della testa e sono state generate le relative rette passanti;
identica procedura è stata fatta utilizzando l’immagine_02.
Le rette generate essendo sghembe hanno una intersezione apparente nel punto_testa
(per la posizione di questo punto come dei successivi “punto_piede_sx” e
“punto_barella” si veda “immagine_15”) con una differenza secondo l’asse Z
(verticale) di 3 cm, e punto_piede_sx con una differenza secondo l’asse Z di 2 cm.
Per verifica abbiamo selezionato un terzo punto posizionato sulla barella nella parte
della struttura anteriore (punto_barella) con una differenza secondo l’asse Z di 3 cm,
di cui si è assunto, come punto rappresentativo, il punto mediano del segmento di
minima distanza tra le due rette.
L’attenzione di questo terzo punto è importante in quanto è possibile verificarne la
sua posizione in pianta (immagine_15) e anche sull’immagine_01.
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Immagine_15: individuazione dei tre punti d’interesse nello spazio tridimensionale

Riportando il punto_barella nel modello tridimensionale risulta un’altezza da terra di


7,6 cm.
Analizzando l’ombra prodotta dal pilastrino in metallo (immagine_16) sulla sinistra e
del corrente orizzontale più basso che nella realtà risulta essere ad un’altezza da terra
di 47 cm, si vede che esso proietta un’ombra a distanza di 9 formelle (75cm) che
equivale ad un’angolo di 38.8° : questo vuol dire che lo
spigolo della barella riproiettato in pianta
nell’immagine_01 dista 12 cm rispetto alla sua ombra vale
a dire 1,5 formelle in avanti rispetto alla posizione della
sua ombra quindi in linea con l’attacco del piastrino in
ferro con la pavimentazione, come risulta dalla proiezione
in pianta del punto ricavato dall’intersezione dei raggi
proiettanti (immagine_17).

Immagine_16: particolare dell’immagine_01


dove si evince l’ombra proiettata dal paletto

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Immagine_17: individuazione delle linee di riferimento per la distanza della barella nell’immagine_01

Stabilita l’attendibilità del metodo, si è proceduto alla misurazione della lunghezza


proiettata a terra tra punto_testa e punto_piede_sx che risulta essere di 160,5 cm (±
6 millimetri).
Analizzando l’immagine_01 non è possibile stabilire quale sia l’angolo di rotazione
del piede sinistro rispetto alla sua verticalità, ma è possibile desumerlo utilizzando il
piano sagittale (definito come piano di simmetria del corpo) e il punto selezionato
sulla punta della scarpa sinistra come intervallo tra 0° e 30°.
In base alla teoria della fisiologia posturale degli arti, osservando l’arto inferiore
sinistro e, più precisamente, la rotazione dell’anca correlata con l’angolo del piede, è
possibile desumere che la gamba è nella sua massima distensione. Circa l’arto
inferiore destro, dove è invece maggiormente visibile la conformazione della scarpa è
possibile determinare con maggiore precisione l’angolazione della gamba rispetto al
piano sagittale, che risulta essere di circa 50°, svelando la flessione del ginocchio.

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Sperimentazione sul pontile di Sant’Arcangelo
Nella seconda fase, è stata effettuata una sperimentazione sul pontile dove era stato
recuperato e depositato nel 1985 il cadavere, come si evince dalle foto in reperto.
Grazie alle misurazioni effettuate con lo scanner laser della Leica e l’elaborazione
delle immagini in reperto tramite il software Z-Map Laser, è stato possibile
determinare a quale distanza e a che altezza il fotografo abbia effettuato gli scatti
fotografici all’epoca dei fatti; ed in che posizione nello spazio tridimensionale si
trovasse il cadavere.
A tal proposito, si è costruito un basamento alto da terra 7,6 cm (tale altezza è stata
calcolata sempre tramite le fotografie), lungo 2 metri e largo 50 cm, che simula la
barella, che si trovava al di sotto del cadavere.
Sul posto si è proceduto come di seguito descritto :

1. sono state prese le distanze dei punti di interesse rispetto ai paletti del molo
posti nelle vicinanze del cadavere per individuare i punti sul pontile
corrispondenti a “punto_barella”, “punto_testa”, “punto_piede_sx”
(immagine_18), “punto_presa_immagine_01” e “punto_presa_immagine_02”,
dove queste ultime due sono le posizioni delle fotocamere che hanno eseguito
le foto 1 e 2 rispettivamente;

Immagine_18: individuazione dei punti d’interesse per il posizionamento della barella e dei soggetti sperimentali

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2. nel “punto_presa_immagine_01” individuato a terra è stato posizionato un
cavalletto in modo baricentrico, con installata una macchina fotografica
digitale munita di obiettivo simile a quello dell’epoca, con il centro dell’ottica
ad una altezza di 116,4 cm; la stessa procedura è stata effettuata per
l’immagine_02, posizionando la fotocamera ad una altezza di 156 cm;
3. sono state regolate le fotocamere, rispettando il più possibile l’inclinazione
verticale e la rotazione orizzontale e, tramite un mixer software, abbiamo fatto
coincidere i paletti lungo il pontile nell’inquadratura. La compatibilità delle
inquadrature così ottenute, ha avvalorato l’esattezza dei valori del calcolo
inverso, effettuato dal software Z-Map;
4. si è proceduto al posizionamento della barella ricostruita nei punti già fissati a
terra ed è stata poi orientata tramite la visione dalla macchina fotografica più
vicina (immagine_19);

Immagine_19: inquadrature dai due punti di vista

5. sono stati utilizzati tre figuranti di diverse altezze e con circonferenza


addominale diversa; gli stessi sono stati fatti coricare sulla barella e abbiamo
fatto coincidere il “punto_testa” con il
capo dei nostri soggetti. Poi da
“punto_piede_sx” è stata fatta passare la
retta dell’asse del piede per poter dare
così l’inclinazione giusta di tutto il
corpo (immagine_20);
Immagine_20: posizionamento dei figuranti sulla
barella

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6. scattate le fotografie dalle due posizioni quasi ortogonali, abbiamo potuto
valutare visivamente quale potesse essere la sperimentazione più prossima
ai fatti dell’epoca: infatti il soggetto lungo 160,5 cm risulta quello che più
si avvicina al cadavere in esame, con il piede sinistro che si vede al limite
dei paletti come nell’immagine_02 di riferimento. Con gli altri due
soggetti, invece si nota che il piede sinistro scompare dietro i paletti fino ad
arrivare quasi all’altezza del ginocchio del soggetto lungo 182 cm. Altra
analogia con il soggetto di 160,5 cm, è la posizione e lunghezza dell’arto
superiore sinistro che si colloca ad una distanza dai paletti simile
all’immagine_02. Questo è in contrasto, invece, con la posizione assunta dagli
altri due figuranti (immagine_21);

Immagine_21: simulazione dei tre soggetti di altezze note (da sinistra a destra 160,5 cm, 173 cm e 182 cm)

7. di tutti e tre i soggetti sperimentali è stata fatta, al momento del loro


posizionamento sulla barella, una scansione laser per poter successivamente
effettuare delle misurazioni utili al calcolo del perimetro addominale
(immagine_22).

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Immagine_22: visione della scansione tridimensionale del soggetto sperimentale disteso sulla barella

In fase di post-elaborazione si è proceduto ad ulteriore verifica di compatibilità tra i


soggetti sperimentali e il cadavere ripreso nell’immagine_01. Accostate e
successivamente sovrapposte le immagini riprese a quella d’interesse, sono state
verificate sia la correttezza del posizionamento e la compatibilità del soggetto lungo
160,5 cm (immagine_23) sia l’incompatibilità con gli altri due. Tale risultanza risulta
ad esempio dalla sagoma sbordante della scarpa (immagine_24 e 25).

Immagine_23: sovrapposizione tra l’immagine del soggetto sperimentale di 160,5 cm e l’immagine_02

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Immagine_24: sovrapposizione tra l’immagine del soggetto sperimentale di 173 cm e l’immagine_02

Immagine_25: sovrapposizione tra l’immagine del soggetto sperimentale di 182 cm e l’immagine_02

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Validazione del calcolo della lunghezza del cadavere
Allo scopo di verificare l’attendibilità del metodo sopra esposto ed impiegato per
calcolare la lunghezza del cadavere ripreso nelle foto in reperto, i tre soggetti di
altezza nota, sono stati fatti sdraiare in posizioni analoghe a quella del corpo posto
sulla barella ed immortalato come “nell’immagine_01” ed “immagine_02”, scattate
all’epoca del ritrovamento del cadavere.
Dopo aver posizionato la fotocamera in modo da riprendere la scena dallo stesso
punto di vista e con le stesse modalità, è stata acquisita l’immagine ritraente il
figurante di altezza nota ed è stata ricavata la lunghezza a terra utilizzando il metodo
esposto precedentemente. Questa verifica ha permesso di ricavare il seguente dato:
 il soggetto alto 160,5 cm risulta lungo 161,1 cm;
che ha permesso di verificare l’assoluta affidabilità del metodo impiegato, esibendo
un errore di solo 6 millimetri.

Calcolo della circonferenza addominale del cadavere


E’ stato selezionato un quarto punto, su entrambe le fotografie, posizionato
sull’addome del cadavere dando una differenza secondo l’asse Z di 1,5 mm tra le due
rette sghembe. L’altezza risultante dal piano barella è di 25,8 cm. Purtroppo tale
misura è risultata insufficiente per poter calcolare della circonferenza addominale del
cadavere, in quanto necessita del secondo punto in prossimità della zona addominale
laterale che non è stato possibile reperire dalle fotografie. Si è quindi effettuata una
sperimentazione su alcuni individui di dimensioni simili a quella del cadavere,
riposizionando i corpi sulla barella e acquisendo tramite scanner laser la loro struttura
corporea. Calcolata anche in questo caso l’altezza addominale dal piano barella, si è
potuto riscontrare in un caso, una quasi perfetta coincidenza del valore risultato di 26
cm, quindi con una differenza di soli 0,2 cm. Presumendo che la circonferenza del
nostro soggetto possa coincidere con quello del cadavere ritrovato sul molo, abbiamo
determinato il punto nella zona addominale laterale e misurati i due semiassi
dell’ellisse che sono AB = 13 cm e AC = 18 cm, dando come valore di circa 99 cm.
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Tale valore è risultato coincidente con la misurazione effettuata con una cordella
metrica sul soggetto da noi posizionato sulla barella.
Si può quindi desumere che la circonferenza addominale del cadavere ritrovato sul
molo è all’incirca 99 cm. (immagine_26).

Immagine_26: punti presi sul corpo ed utilizzati per calcolare la circonferenza addominale

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Ricostruzione tridimensionale dei tre volti d’interesse
La ricostruzione tridimensionale del volto del Narducci in vita è stata effettuata
utilizzando una fotografia frontale dello stesso (immagine_27).

Immagine_27: fotografia frontale che riprende il Prof. Narducci

La valenza morfologica della ricostruzione è stata validata sovrapponendo altre


immagini del Narducci in vita, dando risultati soddisfacenti (immagine_28).

Immagine_28: ricostruzione tridimensionale del volto del Prof. Narducci

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Non è stato invece possibile ricostruire il cranio della salma del Narducci, in quanto
la fotografia che lo riprendeva frontalmente, in realtà non è stata scattata
ortogonalmente. La deformazione prospettica che ne risulta non ci ha permesso di
ricostruirlo in modo fedele e quindi di poterlo utilizzare per un confronto
antropometrico. Per quanto riguarda la testa del cadavere sul molo la ricostruzione
tridimensionale non è assolutamente affrontabile, in quanto le condizioni di ripresa
non permettono un risultato affidabile per effettuare tale comparazione.
L’unico tentativo plausibile con la ricostruzione del Narducci in vita è stata quella di
riposizionare il nostro volto 3D nelle stesse posizioni del capo del cadavere, in modo
da cercare di capire se i chiaro scuri che si evidenziano sulla testa appoggiata sulla
barella possano corrispondere con delle caratteristiche ben precise del volto umano.
Tali risultati, avvalorati anche dalla sperimentazione effettuata con i soggetti distesi e
ripresi dagli stessi punti di scatto, come precedentemente descritto, ci ha confermato
che quello che si vede è compatibile con un volto: si evidenziano infatti alcune
caratteristiche morfologiche come l’arcata sopraciliare, la palpebra dell’occhio
sinistro, la zona labiale, la zona mentale, la zona zigomatica (caratteristico riflesso
luminoso) e l’orecchio sinistro. La parte del capo, più prossima alla barella, che è
risultata di tonalità più scura, potrebbe essere ricondotta alla zona dei capelli, da
come si evince dall’accostamento effettuato con il soggetto sperimentale. Tuttavia,
anche se plausibile, non è stato possibile determinare se la testa è con capelli o senza
(immagine_29).

Immagine_29: accostamento tra ilvolto del soggetto sperimentale posizionato sulla barella (foto a sinistra), il volto del
cadavere (foto centrale) ela ricostruzione tridimensionale del volto del Prof. Narducci (foto a destra)

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Alcune osservazioni relative alla relazione della Dott.ssa Carlesi

1. In riferimento alla diapositiva 8 della relazione di C.T. della d.ssa Carlesi, la


lunghezza del piede non è determinabile se non con tabelle statistiche (vedi W.
Bodziak, “Footwear Impression Evidence” CRC Press, 2004, seconda
edizione); il vertice, utilizzato per il calcolo della lunghezza, è stato selezionato
dalla proiezione d’ombra del vero vertice (vertex testa) sul cadavere in
proiezione verticale sul piano barella e non vi è indicazione del piano sagittale
utilizzato (immagine_30).

Immagine_30

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2. nella diapositiva 9, la posizione della testa della persona sperimentale risulta
essere non coincidente con la posizione della testa del cadavere come si può
evincere dall’immagine_01 analizzando l’ombra prodotta dalla barella sul
pavimento (immagine_15) che risulta essere a filo della fuga delle mattonelle
come precedentemente evidenziato e dalla proiezione del vertice coincidente
con il filo della barella (immagine_31).

Immagine_31

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3. Relativamente alla lunghezza sperimentale, analizzando in particolare
l’immagine della diapositiva 10 della relazione, si evince che il punto di scatto
della fotografia non è lo stesso dell’immagine storica (originale) di riferimento;
il punto da selezionare nella zona dei piedi doveva essere spostato di circa
mezza formella per posizionarlo nel mezzo dei due piedi (piano sagittale) il che
comporta una differenza nella misura della persona a 175,8 con uno scarto del
2,33% rispetto alla misura dichiarata della persona; inoltre, non è possibile
determinare il punto C in quanto non visibile (immagine_32).

Immagine_32

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4. In merito al calcolo della circonferenza toracica, evidenziata nella diapositiva
11 della relazione, l’analisi viene fatta sui pixel dell’immagine non
considerando la fuga prospettica e la giacitura del piano generatore dell’ellisse,
che non corrisponde al piano della fotografia. L’area selezionata per il calcolo
della circonferenza non è compatibile con la circonferenza toracica in quanto è
stata selezionata l’area bianca che comprende anche la fodera interna dei
pantaloni che risultano essere sbottonati; si ritiene più corretto effettuare la
misura sulla linea più scura della camicia (immagine_33), per non sovrastimare
la dimensione dell’ellisse.

Immagine_33

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5. dalla diapositiva 12 alla 21 i precedenti CC.TT, hanno raffrontato il volto del
cadavere con quello del Narducci in vita e della salma riesumata, tramite
l’utilizzo di un filtro digitale “find edges”, che permette di esaltare i contorni
chiaro scuri dell’immagine. A nostro parere non è possibile scindere i dettagli
dei capelli e del volto del cadavere, in quanto l’immagine_02 di riferimento,
causa la scarsa risoluzione/distanza e il disturbo introdotto dalla grana della
pellicola, occulta tali particolari. Quindi il raffronto con gli altri due soggetti
risulta incompatibile data la loro risoluzione maggiore e la distanza ravvicinata
(immagine_34 e 35).

Immagine_34 e 35
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6. nella diapositiva 22 il modello tridimensionale del manichino è stato
posizionato con la testa e parte del tronco in posizione elevata rispetto alla
pavimentazione, mentre la parte degli arti inferiori risultano aderenti al suolo.
Nella foto “immagine_02” il corpo del cadavere è invece completamente
appoggiato sulla barella senza parti del corpo rialzate rispetto alle altre. Inoltre
vi è una inclinazione della retta tra natica e nuca con la pavimentazione che in
realtà non dovrebbe esistere in quanto il corpo appoggia sul piano barella.
Osservando l’ombra riportata dalle gambe e più precisamente dal piede destro
si noti il distacco elevato del tallone rispetto alla pavimentazione. La direzione
della gamba sinistra non è coerente con la fisiologia del corpo morto che
prevede una rotazione del piede in esterno molto più accentuata rispetto a
quella della diapositiva 7 (immagine_36).

Immagine_36

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7. Per quanto riguarda l’elaborazione al computer relativa alla sovrapposizione
dei contorni della diapositiva 23 della relazione, risulta assente il materiale
originale che ci permetterebbe di calcolare la distanza e l’altezza del punto di
presa sperimentale del fotogramma; si noti che i paletti ai lati sono spostati e le
fughe della pavimentazione non sono coerenti con l’immagine d’archivio,
quindi l’immagine è stata fatta coincidere con la sola forma corporea, cosa che
può sempre avere differenze minime se non si considerano gli aspetti di
dilatazione degli oggetti al contorno. E quindi la sovrapposizione delle 2
immagini non è attendibile (immagine_37).

Immagine_37

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Conclusioni

Gli studi e gli accertamenti fatti, così come ampiamente documentato nelle pagine
che precedono, ci consentono di rispondere come segue:

Il cadavere dell’uomo rinvenuto il 13 ottobre 1985 nelle acque antistanti la


Frazione di Sant’Arcangelo di Magione (PG), nel Lago Trasimeno, secondo i
calcoli e le approfondite verifiche sperimentali da noi effettuate, è risultato
avere una altezza di cm 160,5 (± 6 millimetri) ed una circonferenza corporea che
corrisponde all’incirca a 99 cm.

Gli accertamenti antropometrici espletati dalla D.ssa Carlesi, come meglio


esplicitato precedentemente, hanno esibito alcune carenze che riguardano
l’approccio metodologico utilizzato e che, unitamente ad alcune imprecisioni di
calcolo, hanno portato a valutazioni, a nostro avviso, francamente inesatte.

Non appare invece possibile ricostruire il volto del cadavere ritrovato il 13


ottobre 1985, poiché le riprese a disposizione, non offrono sufficienti elementi di
valutazione e/o di elaborazione, da cui deriva anche la materiale impossibilità di
qualsivoglia confronto.

Parma, lì 22 maggio 2007

I Periti

Ten. Col. Luciano Garofano App.Sc. Saverio Paolino

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