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PD:

IL PARTITO CHE VORREI

Una riflessione di
Filippo Giugni

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Osservazioni, critiche e commenti sono graditi!
Se poi qualcuno si trovasse d’accordo, potremmo studiare come applicare queste idee.
Filippo Giugni
filippogiugni@alice.it

6 novembre 2010

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Sommario

EMOZIONI E VALORI ........................................................................................................... 7


Oltre la storia e le storie .................................................................................................. 8
Valori per il prossimo futuro. .......................................................................................... 8
Valori che aggregano e valori che spingono. ................................................................... 9
Dai valori ai programmi, passando per strutture e processi. ........................................... 9
ORGANIZZARE IL PARTITO: ATTORI E RUOLI. .................................................................... 11
Gli elettori. .................................................................................................................... 11
Partito “dirigista” o partito “espressivo”. ...................................................................... 12
Da orientati a sostenitori .............................................................................................. 14
I militanti e gli iscritti. .................................................................................................... 14
I quadri dirigenti............................................................................................................ 15
Come favorire il passaggio da una categoria all’altra. ................................................... 15
FAR VIVERE IL PARTITO: IL PROCESSO. ............................................................................. 17
Lo statuto come regola, struttura e valore. ................................................................... 17
Il “potere” nel partito: forme, bilanciamento, controllo................................................ 18
Il respiro del partito, la vita quotidiana ......................................................................... 19
Istruire le decisioni: l’analisi dei problemi e delle situazioni. ......................................... 19
Come prendere le decisioni .......................................................................................... 20
Ruoli e impegno volontario. .......................................................................................... 21
Sistemi di indirizzo e di controllo................................................................................... 21
Il problema delle risorse economiche. .......................................................................... 22
FARE CRESCERE IL PARTITO .............................................................................................. 25
Leadership .................................................................................................................... 25
Radicamento ................................................................................................................. 25
Identità ......................................................................................................................... 26

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Un partito politico dovrebbe ascoltare i bisogni dei cittadini, interpretare le loro
aspettative, proporre soluzioni ai loro problemi: in definitiva essere al loro servizio, e
proporre loro una prospettiva di speranza. Ma c’è grande differenza tra il modo di
intendere tutto questo.
Da parte dell’elettorato più consapevole, composto da persone che in qualche misura
incidono sull’opinione pubblica, il partito dovrebbe “essere alle loro dipendenze”, agire in
modo da rispondere al loro sentire, essere una sorta di “cinghia di trasmissione” tra
l’opinione pubblica e le decisioni politiche. Il problema, tuttavia, è che costoro sovente
sono molto affezionati alle proprie idee personali, facilmente in contrasto tra loro, e poco
disposti a farsi carico di una sintesi generale che si discosti dai loro convincimenti.
Per la classe dirigente politica, quella più direttamente impegnata nell’azione politica e
amministrativa a tutti i livelli, invece, il partito dovrebbe “elaborare” una politica, e
aggregare i consensi su questa linea, rispondendo anche ai diversi bisogni, ma
proponendo soluzioni rivolte al futuro. Sono più propensi a trovare accordi tra di loro, in
vista di ottenere consensi in un elettorato che ha bisogno di essere guidato, convinto, o
gestito nei suoi bisogni e aspirazioni individuali. Ritengono sia loro compito individuare,
interpretare e stabilire orientamenti e priorità nell’azione. In una parola, per quanto
possibile, “decidere”.
Tra questi due estremi si pone la grande maggioranza degli elettori, che vota secondo
gradi diversi di consapevolezza, ma in genere più con la pancia che con la testa. Che non
intende sforzarsi più di tanto per capire i meandri della politica o le idee degli elettori più
sensibili.
Tra queste tre categorie, fortemente chiuse e auto referenziali, si crea così uno
scollamento tra il velleitarismo della pubblica opinione, lo scetticismo annoiato della
maggioranza e la tentazione di fare dell’aggregazione dei consensi un fine per mantenere
un certo “potere” politico, a prescindere dai contenuti.
E’ possibile superare questo divario?
Il PD si pone questa intrigante scommessa.

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EMOZIONI E VALORI
La politica scalda i cuori, stimola le passioni, apre alla speranza, crea aspettative, e lo fa a
partire dai valori che richiama, sostiene e persegue, ma tutto questo non è ancora
sufficiente per aggregare le persone e muovere le decisioni.
Valori e passioni ci lasciano ancora sospesi tra l’emozione del ricordo, il calore delle
relazioni e la speranza nel futuro. I grandi filoni culturali, le battaglie combattute e le
straordinarie storie vissute ci hanno consentito di arrivare fino ad oggi, sono la base per
quello che siamo stati, siamo e potremmo essere. Ma non basta: il mondo va avanti,
sempre più rapidamente.
Molti valori che in passato sono costati lotte e sacrifici, che hanno costituito la bandiera
distintiva di generazioni fanno ormai parte del patrimonio comune di tutti gli italiani,
distinguono il nostro sistema culturale, non sono quasi mai contestati di per sé. Anche se
interpretati in modo diverso e talvolta con diversi entusiasmi e credibilità, non
rappresentano più il carattere distintivo di un Partito.
Non bastano dunque i valori di base della nostra comunità, su cui si basa la convivenza
del nostro paese, per definire lo specifico del nostro partito,perché l’idea di un “paese
normale” non scalda i cuori e non muove le menti. Certo, talvolta sembrano minacciati e
vanno difesi, ma questa doverosa difesa non può costituire il nostro unico orizzonte di
riferimento, non possono rappresentare quel “qualcosa di più” che deve differenziarci
dalle altre forze in competizione.
La libertà, la tolleranza, la laicità dello stato, la solidarietà, l’onestà, la trasparenza, non
vengono apertamente sfidati dalla maggioranza delle forze politiche in competizione. E’
solo nella loro interpretazione che nascono le differenze, non nella loro affermazione.
Eppure sui valori ci sono ancora battaglie da combattere.
C’è un valore, sopra tutti gli altri, che ci sfida e ci impegna, ed è il valore della democrazia.
Non solo come tecnica di misura del consenso, ma come strumento di espressione,
valorizzazione e crescita delle persone. Un valore da cogliere non solo nella
amministrazione della comunità, e non sarebbe poco, ma anche nella formulazione delle
nostre prospettive, nell’azione e nell’organizzazione dell’attività politica. Non possiamo
predicare il valore della democrazia all’esterno e non sforzarci di praticarla allo stesso
modo all’interno dell’attività del nostro partito, almeno.

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Oltre la storia e le storie
Quando a metà del secolo scorso si ristabilì la democrazia in Italia, i nuovi partiti politici, e
in particolare la DC, si posero l’obiettivo di difendere la libertà, diedero a questa difesa,
almeno all’inizio, una concezione dinamica: non solo libertà politica, ma anche
economica, civile, sociale, e così si ristrutturò il paese, con le riforme agraria, della
disciplina dei suoli, della scuola, del sistema economico, della sanità per tutti, del ruolo
internazionale.
Ora tutte queste sono conquiste acquisite, ma ne spuntano di nuove da conquistare.
Perché la libertà non va solo difesa, ma va ampliata.
La formula più chiara e coerente, che contiene tutto quello che viene dopo, è espressa
nell’art. 3 della costituzione. In questa formulazione si pone in evidenza la necessità di
azioni positive volte a mettere il cittadino in condizione di farsi carico sempre di più del
futuro suo e della comunità.
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di
sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di
fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del
Paese.

Queste parole sintetizzano bene la funzione di servizio della politica, rivolta non solo a
creare le condizioni per una vita migliore, ma anche a costruire le condizioni per una
qualità di vita più piena, nella quale il soggetto possa far crescere il suo essere persona,ivi
compreso l’impegno (“compito”) di “rimuovere gli ostacoli” che lo impediscono.
Si tratta di valori ad oggi ben lontani dall’essere compiutamente realizzati, che aprono
quindi un ampio spazio politico e inducono qualche riflessione anche sol nostro modo
attuale di fare politica.

Valori per il prossimo futuro.


Responsabilità, creatività, innovazione, fiducia nelle persone, integrità, amicizia bellezza e
bontà: questi non sembrano valori politici? Eppure sono la base per passare da una
crescita secondo quantità, oggi più che mai problematica, ad un progresso secondo
qualità.
Il che significa qualità della vita e sviluppo secondo qualità: sono temi al tempo stesso
comprensivi e concreti, che suscitano discussioni ma richiamano anche a responsabilità, e
ci aiutano a superare gli schemi del secolo passato.
Per la politica riuscire a tradurre in azioni, comportamenti e istituzioni sociali questi valori
affrontando le relative problematiche, adottando le scelte e le priorità adeguate e
necessarie, rappresenta una sfida alta e intrigante.

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Valori che aggregano e valori che spingono.
Ci sono valori che aggregano, la famiglia, l’amicizia, l’onestà. Raccolgono le persone per il
calore e il senso di conforto che emanano. Dio sa quanto bisogno abbiamo oggi, in un
contesto di incertezze per il futuro, di questi valori aggreganti. Ma attenzione. Questi
possono anche essere, solamente, valori difensivi, che ci inducono a chiuderci nel nostro
privato e nel nostro orizzonte limitato. Non bastano. Presi di per sé possono risultare
statici e non sufficienti ad affrontare le sfide dell’incertezza.
Ecco allora la nostra differenza. Costruire il sogno italiano. Come negli USA si costruì il
sogno americano, ma con i nostri specifici e più attraenti contenuti di “qualità”. I nostri
valori che spingono i sogno italiano sono quelli che fanno la differenza degli italiani nel
mondo, ma anche a casa propria. E sono quelli che ho indicato per il prossimo futuro.
Il gusto del bello, l’apertura alle altre culture, la solidarietà senza spocchia, la flessibilità
creativa sono qualità italiane che hanno già fatto i giro del mondo da tempo, sono la
nostra bandiera. Coltiviamoli.

Dai valori ai programmi, passando per strutture e processi.


La competenza distintiva del PD nasce dai valori, ma non si limita ad essi. Ci troviamo di
fronte ad una sfida enorme, quella di dare gambe e spalle a questi valori, farli vivere nella
vita di tutti i giorni, alimentarli e utilizzarli come propellente sostenibile della vita del
nostro paese.
Per questo poniamo non solo tra gli elementi caratterizzanti del nostro Partito, ma nel
suo stesso nome la qualifica di “democratico”. Ossia di un partito di popolo, che conosce
le persone, le considera una per una, le conosce, le ascolta, le rispetta, le aiuta, le
supporta.
Fare un Partito in cui le persone desiderino esserci e partecipare.

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ORGANIZZARE IL PARTITO: ATTORI E RUOLI.
La forma organizzativa di un partito politico non è indifferente: rispecchia e dipende dagli
obiettivi che il partito si pone e dal modo in cui interpreta la società, che, a sua volta, è
conseguenza dei valori che lo ispirano.
Per fare una riflessione su come si deve organizzare oggi un partito, occorre partire dagli
attori in gioco, che sono gli elettori, i sostenitori, i militanti, i quadri, i dirigenti, gli
amministratori e i leader. Cerchiamo di individuarne le caratteristiche e il ruolo e di
stabilire un collegamento tra comportamenti adottati e obiettivi prefissi.

Gli elettori.
Gli elettori sono una massa tutto sommato omogenea, prevedibile nei suoi
comportamenti e riconoscibile nelle sue tipologie, o sono un insieme variegato di
persone, con i loro bisogni e i loro affetti, che vogliono decidere liberamente del proprio
futuro?
Non potrebbe essere proprio la politica la levatrice che si propone l’affascinante sfida di
trasformare gli individui in persone, gli oggetti dello studio sociale che consumano la
propria esistenza in soggetti che amano la possibilità di scegliere determinati a costruire il
proprio futuro?
Gli elettori vengono chiamati periodicamente a eleggere i propri rappresentanti nelle
istituzioni, e vengono chiamati quotidianamente a esprimere il proprio consenso o
dissenso sul progetto di futuro della società cui appartengono e sul modo con cui le
istituzioni sono gestite.
Naturalmente possono anche disinteressarsi di tutto questo, rinunciare a questa
responsabilità, o delegarne l’esercizio. Possono trascurare di informarsi, rinunciare alla
disciplina della riflessione e prendere posizioni in base a fattori marginali, emozionali,
miopi, parziali , erronei o falsi. Anche rinunciare al voto, o trasformarlo in una
manifestazione di stizza, di rabbia. Possono pensare agli altri o solo a sé stessi, al futuro o
solo al presente. Ma comunque esprimeranno sempre, che lo vogliano o no, quel
consenso e dissenso su cui la politica si fonda.
Il problema centrale di un partito politico, dunque, è di aiutare gli elettori a esprimere nel
modo migliore questa loro prerogativa.

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Partito “dirigista” o partito “espressivo”.
Questo “aiuto” può esprimersi in modi molto diversi: da un lato attraverso la costruzione
del consenso e il contenimento del dissenso, dall’altro, nella creazione di condizioni che
permettano loro di conquistare sempre maggiori spazi di libertà e responsabilità.
La politica è dunque sempre in bilico tra pragmatismo e utopia, tra il solido sapore del
potere presente e il sapido profumo della speranza futura. Le circostanze personali, le
condizioni economiche, le stagioni della vita condizionano le persone, e li inducono a
propendere, nel loro particolare, per l’uno o l’altro versante.
In entrambi i casi si avverte la difficoltà di addentrarsi nel processo politico e la
tentazione di affidarsi ad altri per percorrerlo quel tanto o poco che si vuole o si deve.
E’ questo il momento in cui un partito dirigista ha l’opportunità di aggregare o
convincere gli elettori. Si tratta di un’operazione svolta in passato da persone autorevoli,
veri e propri modelli di vita, che oggi invece risulta più facile ed efficace se attuata con i
mezzi di comunicazione di massa.
Nella sua azione il partito dirigista potrà solo basarsi su interessi e aspirazioni già presenti
nelle persone, indotti dal contesto esterno. Non è richiesta nessuna capacità progettuale
dal parte dell’elettore. Sarà il partito a stabilire di cosa ha bisogno l’elettore e a creare gli
strumenti per rafforzare queste scelte. La progressività nell’impegno politico potrà
avvenire solo nel quadro di un sistema di potere dato, non contendibile, funzionale gli
obiettivi individuali primari, magari raffinati dalle nuove opportunità che vengono
aprendosi, a loro volta omogenee al permanere del sistema.
Ma non è questo il partito che vorrei.
Un partito non deve essere per forza dirigista, può essere anche espressivo, ossia può
porsi l’obiettivo di aiutare le persone ad esprimere le proprie aspirazioni nella società in
cui vive, creando le condizioni adatte per il formarsi di opinioni, per favorire gli scambi,
confronti e approfondimenti, e per ricevere un feedback continuo e appropriato sulla
propria azione.
La scommessa di dare voce a più persone possibile, a partire da quelle intellettualmente
ed emotivamente vicine, ma gelose della loro autonomia e non disponibili ad un impegno
politico costante, senza strumentalizzazioni , è una grande sfida, che costituisce
anch’essa un passo verso quell’obiettivo di “rimuovere gli ostacoli” alla partecipazione.
Questi ostacoli sono psicologici, cognitivi, emotivi, informativi ed etici ed hanno una
diversa influenza nei vari strati della pubblica opinione.
Possiamo descrivere un percorso che ciascuno può liberamente attraversare, in tutto o in
parte, verso questa consapevolezza del ruolo politico che tutti dovrebbero o potrebbero
esercitare.

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Per sé Per gli altri
1 Disinteressati La politica non mi interessa, non Che si arrangino
mi riguarda
2 Scettici e distruttivi La politica è sporca, sono un Ci vorrebbe una bella dittatura (o
branco di fannulloni o si fanno i una rivoluzione)
loro interessi
3 Scettici attendisti La politica sarebbe importante, mi Ci sono tante persone in difficoltà
aspetto che qualcuno la migliori e nessuno che le aiuta
4 Incerti Non so, sembra che abbiano E’ normale che tutti cerchino il
ragione tutti, vedremo proprio vantaggio
5 Orientati perplessi Saprei da che parte stare, ma Saprei da che parte stare, ma
non so se ne avrò vantaggio non so se loro fanno una politica
efficace (e mi pare di no)
6 Orientati So da che parte stare, chi non So da che parte stare, ma devo
voterei mai, ma ho più opzioni di trovare ragioni per capire quale
scelta all’interno dello proposta è migliore o più efficace
schieramento
7 Sostenitori Oggi so per chi votare: devo Oggi so per chi votare: è la scelta
tutelare la mia categoria/ migliore nonostante tutto
ambiente/ famiglia/ persona
8 Sostenitori attivi Sono convinto del mio voto e Sono convinto del mio voto e
talvolta intrattengo relazioni con talvolta esprimo il opinioni e
esponenti del partito a cui mi critiche costruttive ad esponenti
riferisco, ai quali se ho bisogno del partito a cui mi riferisco
posso chiedere aiuto
9 Partecipanti Rendo pubblica la mia posizione Rendo pubblica la mia posizione
politica, soprattutto le mie politica, e cerco di confrontarmi
relazioni con operatori politici con altri
10 Impegnati Partecipo regolarmente alle Partecipo regolarmente alle
attività politiche del mio partito. attività politiche del mio partito.
Cerco di ottenere credito e Cerco di contribuire con idee e
ascolto. Sono riferimento per altri. attività di servizio alla presenza
del partito nel contesto sociale.

Questa è la situazione di partenza: per un partito dirigista, va bene così. La sua unica
preoccupazione è di acquisire le risorse per diffondere, top down, la sua proposta
politica, e questo lo può fare attraverso la cooptazione. Meglio con soggetti più orientati
al “sé” che agli altri, perché più controllabili.
Per un partito espressivo il problema è più complesso, perché il suo obiettivo è quello di
far migrare il più persone possibile da una categoria a quella superiore, e a confrontarsi
con la loro crescita che può dare talvolta risultati imprevedibili.
L’adozione di forme di consultazione popolare (impropriamente chiamate “primarie”)
può rappresentare un primo passo in questa direzione, perché consente di far
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emergere,all’interno della categoria politica degli orientati, il raggruppamento dei
sostenitori, e quindi allarga la base su cui lavorare per renderli partecipanti e, se
possibile, impegnati. In una parola, contribuisce a migliorare la qualità della democrazia.

Da orientati a sostenitori
Vediamo ora in dettaglio le categorie di sostenitori e partecipanti (numeri 7, 8 e 9).
La differenza tra “orientati” e “sostenitori” sta nel fatto che i secondi preferiscono,
almeno in linea di principio, una proposta politica rispetto alle altre che competono
all’interno del suo orientamento generale.
La differenza tra “sostenitori” e “sostenitori attivi” sta nel grado di frequentazione del
personale politico, e quindi di impegno nei suoi confronti. Un impegno, si badi bene,
ancora esterno alla vita e alle dinamiche interne della vita politica.
Si tratta di persone che a vario titolo hanno deciso di sostenere un Partito Politico, il loro
livello di fedeltà e di giudizio politico è abbastanza articolato e consapevole, ne seguono
per sommi capi la vita, sono anche disponibili a sostenerlo economicamente, talvolta per
qualche fatto episodico anche dal punto di vista organizzativo. Ma sono e si ritengono
esterni alla sua vita e struttura organizzativa, anche se “stanno alla finestra” e la seguono
con una certa curiosità.
E’ ragionevole pensare che rappresentino da un terzo a un quarto del “popolo delle
primarie”, e quindi da 800 mila a un milione di elettori.
Uno dei primi problemi che dobbiamo risolvere, dunque, è quello del rapporto tra questi
due segmenti, entrambi importanti.

I militanti e gli iscritti.


Definisco “militanti” quelle persone che seguono con una certa continuità la vita del
Partito, partecipano a riunioni e manifestazioni, esprimono apertamente la loro idea
politica e cercano di dialogare e se possibile convincere parenti, amici, vicini di casa,
colleghi di lavoro, sono disponibili a fornire manodopera volontaria e gratuita in caso si
manifestazioni, volantinaggi, e, in caso di elezioni sono disponibili anche a svolgere il
ruolo di rappresentante di lista. Sono l’ossatura della presenza del partito sul territorio, e
al loro impegno solitamente non corrisponde alcun vantaggio pratico e concreto. Talvolta
non si pongono neppure problemi di collocazione all’interno del partito stesso, e magari
provano un certo disagio quando sono sollecitati a sostenere qualche personaggio o
qualche posizione politica specifica nel dibattito interno.
Il ruolo di costoro va riconosciuto, valorizzato e in qualche misura sollecitato e
formalizzato nei confronti del variegato mondo esterno.
E’ ragionevole pensare che i militanti siano anche iscritti al partito, anche se non è
sempre così. Ma di certo non tutti gli iscritti sono anche militanti. Per distinguere i due
ruoli, in generale si potrebbe ipotizzare che tutte le decisioni interne al Partito siano

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assunte dagli iscritti, mentre quelle inerenti la presenza nelle istituzioni siano allargate
agli elettori.
Qualcuno esprime riserve per questa duplicità di soggetti, ed in effetti essa può risultare
farraginosa e portare a duplicazioni o contraddizioni, ad esempio nella elezione delle
cariche monocratiche, che richiedono doppie votazioni. Tuttavia essa rappresenta anche
un vantaggio, quello di verificare la capacità degli iscritti di incidere sul comportamento
degli elettori che ad essi fanno riferimento.

I quadri dirigenti.
Definisco “quadri” politici coloro che svolgono, a qualsiasi titolo e a qualsiasi livello una
funzione organizzativa: essi non si limitano a “fare” ma in qualche misura combinano le
energie altrui per ottenere risultati. Fanno in modo che le attività dei singoli militanti, e,
più in generale, delle persone acquistino valore per come sono combinate insieme.
Di solito il quadro politico è un soggetto che svolge la sua azione politica con una certa
continuità, ha una consapevolezza delle dinamiche presenti in un sistema complesso
come il partito, e tiene in collegamenti tra militanti e organismi sovra ordinati.
Sovente il quadro politico è concepito come il livello più basso della categoria dei
“politici”, quello che trae la sua importanza verso i vertici a lui superiori dalla somma di
contatti che è in grado di mantenere con la “base”, e verso militanti e cittadini dalla
relazione più o meno stretta che si presumi lo leghi con qualche politico a più alto livello.
In realtà il quadro politico rappresenta il punto di forza e il limite dell’azione di un partito:
punto di forza, perché è il sensore che raccoglie gli umori e le istanze, trasferisce i
messaggi e partecipa in qualche misura ai processi di decisione. Ma è anche il limite
perché la sua visione delle cose può essere limitata e condizionata dalle circostanze, e
può offrire una visione del partito che corrisponde solo in parte alla sua complessità.

Come favorire il passaggio da una categoria all’altra.


Il passaggio dall’una all’altra di queste categorie (elettore, sostenitore esplicito, militante,
quadro e dirigente) avviene in modo informale, spontaneo e non controllato. E’ il
risultato di un processo di maturazione personale su cui oggi incidono le primarie e
l’azione politica quotidiana. Ma le dinamiche con cui avvengono potrebbero essere
meglio monitorate e regolate.
Ad esempio. Il passaggio da semplice elettore (che può anche non voler dichiarare la sua
scelta) a sostenitore esplicito avviene attraverso le primarie e la sottoscrizione della
dichiarazione sui principi base del Partito. (Bisognerebbe rispolverare questa
sottoscrizione, così come si era fatto nelle primissime primarie).
Il passaggio da sostenitore esplicito a militante dovrebbe avvenire attraverso una qualche
forma di elezione locale, cosa che richiederebbe ai militanti di mantenere un rapporto
continuo con l’elettorato di riferimento, ad esempio prevedendo che i circoli prevedano

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una assemblea di coordinamento operativo le cui dimensioni dovrebbero essere,
poniamo in rapporto di 1 a 10 o 1 a 20 con gli elettori delle primarie.
Ciò, a differenza del semplice tesseramento (una formula che vincola di più della
semplice adesione di principio che si esprime nelle primarie, ma che vincola di meno
rispetto al porsi come “militante”), richiederebbe alle persone un impegno ed una
responsabilità più esplicita verso l’elettorato di riferimento, e quindi una maggiore
continuità e qualità di impegno.
A loro volta i militanti, proprio sulla base del loro impegno, potrebbero selezionare la
categoria dei “quadri” e controllarne meglio l’azione. Con quali strumenti, lo vedremo più
avanti.

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FAR VIVERE IL PARTITO: IL PROCESSO.
La vita del partito è una avventura continua, un susseguirsi di scoperte, confronti,
decisioni, esperienze: un “processo” nel quale a vario titolo e in varia misura tutti noi
siamo coinvolti.
Il risultato di questo processo è il formarsi delle idee, delle posizioni, l’aggregarsi dei
consensi, la presa di decisione ai vari livelli.
Segue una “ossatura” che è data dalle sue regole di funzionamento, in particolare gli
statuti, i regolamenti e le prassi operative.
E’ importante capire come e perché di sviluppa.
Ci sono tre modi in cui può svilupparsi la vita di un partito: possiamo definirli come
Il partito come strumento di potere, che gestisce un “potere” (di governo, di
opposizione, di nicchia)
Il partito come strumento di consenso, ”illuminato” e razionale, che deriva le sue
decisioni da alcune linee generali
Il partito come strumento di partecipazione, “partecipante” e partecipato, che trae
le sue azioni dalla spinta delle persone.

Lo statuto come regola, struttura e valore.


Ala sua nascita il PD aveva già capito che un semplice strumento di potere centrato solo
sull’immagine di un leader non avrebbe scaldato i cuori e non avrebbe portato lontano.
Certo la tentazione di un partito plebiscitario che fornisce al leader un consenso generico
e poco approfondito, che non è in grado di giudicare l’azione dei suoi leader se non a
posteriori, è ancora forte e diffusa. Ma non fa parte della nostra storia e della nostra
cultura.
Lo statuto approvato in fase costituente nasce dal compromesso tra le altre due visioni
del partito, in qualche misura ancora contrastanti: quella che nasce da una classe
dirigente che ritiene di avere la capacità e il dovere di fornire soluzioni politiche sulle
quali aggregare iscritti ed elettori, e quella che deriva dalla convinzione per cui
l’elettorato è “più avanti” della dirigenza, e quindi deve essere ascoltato e messo nelle
condizioni di esprimersi.

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In realtà la scelta non è così netta, ed entrambe le posizioni hanno una parte di ragione:
la maturazione, il confronto, l’integrazione di queste “parti di ragione” sono la nostra
scommessa di oggi, che si manifesta nei modi in cui il partito esprime la sua vita
quotidiana.

Il “potere” nel partito: forme, bilanciamento, controllo.


Potrà sembrare una parola grossa. Eppure quando si prendono decisioni che possono
influenzare, anche molto, la vita di altre persone, è la parola giusta da utilizzare: ad essa
si collegano altre due parole altrettanto importanti: autonomia e responsabilità.
L’autonomia è l’esercizio dello spazio discrezionale che risiede in qualsiasi decisione,
soprattutto se deve essere presa entro una tempistica specifica e deve contemperare
esigenze discordanti. Responsabilità è la necessità di rispondere ad altri per ogni singola
decisione adottata, e di farsi carico delle conseguenze, volute o no, che ne derivano.
La personalizzazione della vita politica, con l’elezione diretta alle cariche pubbliche
monocratiche, ha indotto ad accentrare il potere di rappresentanza e di decisione anche
all’interno del partito. Tuttavia, nonostante questa spinta, la composizione degli
orientamenti e degli interessi rispunta nella costituzione degli organi collegiali, che viene
formalmente attribuita alla carica monocratica, ma di solito deriva da un accordo
precedente,che può essere stipulato nel momento in cui si individua chi ricoprirà la carica
monocratica, o, nel caso di competizione effettiva, stipulato successivamente tra vincenti
e sconfitti.
Questo sistema presenta due inconvenienti.
Il primo consiste nel fatto che favorisce gli accordi tra poche persone, le soluzioni
“caminetto”, e attribuisce alle assemblee elettive poco più di un potere formale di
convalida, cosa che fa sovente sorgere situazioni di malessere.
Il secondo che limita a pochi momenti topici l’effettiva possibilità di allargare la
partecipazione al processo decisionale e quindi non consente il respiro di un fecondo
confronto permanente.
Ci sono dunque due livelli di esercizio del processo decisionale del partito: uno,
sostanziale, dovuto alle relazioni tra persone, e in questo caso chi è più presente e ha più
relazioni (per ruolo o per sua iniziativa) può incidere di più, ed uno formale, nel quale le
persone possono solo dare indirizzi generali, esprimere posizioni generiche e confermare
o rifiutare in blocco le proposte del gruppo dirigente espresso dalla carica monocratica.
In realtà la necessità di individuare precise allocazioni di responsabilità ha reso meno
trasparente il processo decisionale, al di là delle intenzioni di chi lo sviluppa, e ha
trascurato la necessità di bilanciare la responsabilità personale con un confronto
collegiale.
Un modo per ritrovare questo bilanciamento sarebbe quello di eleggere organismi
collettivi che affiancano le cariche monocratiche, come le Direzioni, sulla base di liste
concorrenti che consentano le preferenze, magari aggiungendo la possibilità di attribuire
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una preferenza anche ai candidati di una lista diversa da quella scelta. (il sistema del
“panachage” che può portare ad elegger persone che godono di consensi trasversali). Tali
organismi dovrebbero essere costituiti da un numero contenuto di soggetti, in modo tale
da consentire al loro interno un confronto reale. Questo favorirebbe anche un controllo
più efficace e continuo dell’azione delle cariche monocratiche. Ma su funzionamento e
controllo ne parleremo tra poco.

Il respiro del partito, la vita quotidiana


La vita del partito è formata da diversi elementi:
Il dibattito e il confronto politico tra iscritti e tra iscritti ed elettori, sui grandi temi
politici
L’analisi e la discussione politica a livello di base dei problemi politici locali (ivi
compresi ricerche, studi, manifestazioni, messaggi pubblici)
L’istruzione e la presa di decisione su problemi politici, amministrativi e di
orientamento culturale che avviene all’interno degli organi collegiali
La discussione sui problemi di organizzazione interna e sulle regole della vita del
partito negli organi intermedi
Il controllo, confronto e supporto ai rappresentanti del partito negli incarichi
pubblici istituzionali (dai consigli di circoscrizione, fino al parlamento europeo).
La ricerca e la destinazione delle risorse economiche, a ciascuno per il suo livello di
competenza.
Da questo punto di vista la vita del partito non è sostanzialmente diversa ai diversi livelli
di competenza: il modo in cui un circolo territoriale si confronta con il gruppo PD nel suo
consiglio comunale non dovrebbe essere diverso da come la direzione nazionale si
confronta con i gruppi parlamentari, anche se diversi sono gli effetti della sua azione.
Naturalmente è evidente che, in ogni caso, il baricentro delle decisioni e il peso delle
opinioni e delle posizioni potrà essere diverso in basa alla capacità di azione (di analisi,
mobilitazione, confronto, sintesi e controllo) che gli organismi avranno.

Istruire le decisioni: l’analisi dei problemi e delle situazioni.


Sovente in un partito tutti vorrebbero prendere le decisioni. O, in alternativa, si
aspettano che qualcuno le prenda per poterle valutare. Ma il processo decisionale non
funziona così.
Ogni decisioni va istruita, raccogliendo tutti gli elementi necessari, che a loro volta vanno
messi insieme, collegati e raffrontati per poter costruire delle ipotesi di alternative alla
decisione. Solo condividendo il più largamente possibile gli elementi del problema e i
fattori che possono influenzare le decisioni, scomponendo le grandi decisioni in grappoli
di decisioni minori, per ciascuna delle quali occorre ripetere lo stesso percorso, si può
arrivare a prendere decisioni ponderate, consapevoli, informate.
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Solo separando i pur legittimi interessi di parti e di persone dall’interesse generale si può
formulare un quadro decisionale completo. Solo con una visione di medio o lungo
periodo si possono collocare in modo appropriato anche decisioni a breve termine.
L’istruzione della decisione ha a che fare con l’analisi del problema, e non solo con la
raccolta e l’attribuzione di un peso alle posizioni individuali o di singole categorie
interessate. La mediazione politica non può essere svolta in sede di analisi del problema,
ma solo nel momento in cui, a problema per quanto possibile chiarito, si cerca il
bilanciamento delle esigenze. Anteporre questo alle analisi rende gli accordi più difficili,
meno efficaci e più miopi.
La raccolta dei dati dovrebbe essere un’attività pre-politica svolta a tutti i livelli del
partito, e dovrebbe permettere, attraverso la diffusione di questi dati, di prendere
decisioni informate con il contributo di più persone possibile.

Come prendere le decisioni


A seconda del modello di partito che si vuole realizzare, il processo decisionale si
articolerà in modo diverso, e la stessa struttura, il clima e la cultura del partito ne sarà
influenzata.
Se ad esempio le decisioni “discendono” dall’alto verso il basso, come capita
normalmente in un partito nel quale il vertice propone una linea e cerca di aggregare il
consenso su di essa, il problema principale sarà quello di spiegare le ragioni delle
decisioni prese, le conseguenze che possono avere, gli ambiti di allocazione delle
responsabilità che il vertice lascerà in cascata alle posizioni intermedie.
In questo caso si produrranno due effetti: una parte di cittadini rimarrà in attesa delle
decisioni, riservandosi di aderirvi o meno, e un parte di cittadini cercherà di influenzarle
con prese di posizione preventive. In tutti e due i casi la frustrazione derivante da questi
comportamenti sarà proporzionale alla lontananza dai centri di decisione e alla carenza di
una adeguata informazione.
Se invece le decisioni “salgono” dal basso verso l’altro, è probabile che il processo sia più
lungo e complesso, ma è anche probabile che i risultati saranno più condivisi. Ma anche
in questo caso il ruolo della leadership è cruciale.
Qui si presenta infatti una scelta cruciale: chi propone una decisione deve fornire ai
propri interlocutori le informazioni necessarie per ottenere il consenso alla sua proposta,
oppure deve illustrare il contesto, le alternative con i loro vantaggi e svantaggi, per dare
ad essi l’opportunità di fare una scelta informata?
La scelta che proviene dal basso non è una scelta emotiva, spontanea o selvaggia, è il
risultato di un percorso nel quale il leader svolge una funzione di supporto e servizio, e
cioè, “rimuove le difficoltà” che impediscono al cittadino una scelta consapevole.
Insomma, è il leader a servizio del cittadino, e non viceversa.

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Un partito dirigista si occupa della bontà delle sue proposte illuminate, un partito
espressivo si occupa anche della qualità dei contributi di tutti gli aderenti al loro processo
di formulazione. Le idee prodotte sono di tutti, perché tutti hanno fatto del loro meglio
per contribuire.
Sviluppare questo concetto nella vita di un partito non è facile. Occorre mettersi in gioco
continuamente e mettere in conto che i risultati potranno essere diversi da quanto ci si
aspettava. Abituare i nostri interlocutori a ragionare in termini di vantaggi e svantaggi, di
rischi e di scelte, di scommesse e di opportunità.

Ruoli e impegno volontario.


L’impegno politico può essere anche molto assorbente, e concorrere a disegnare le
personali priorità di vita. In certi ruoli e in certi momenti può anche essere così
impegnativo da escludere altri impegni lavorativi. Ma qui nasce un problema, perché
quando l’impegno politico diventa alternativo alla vita di lavoro, la libertà di giudizio e di
decisione ne può risentire.
Mentre infatti l’impegno lavorativo giustamente aspira ad essere permanente, quello
politico deve sempre permettere una possibilità di uscita, un ritorno alla vita civile, e
questo per garantire che le mie posizioni politiche non saranno mai influenzate dal
bisogno (economico o psicologico) di continuità dell’impegno in politica. Non si dovrà mai
pensare di dover “garantire un posto” a qualcuno, o di assicurare un atterraggio morbido
in una carica amministrativa collaterale al politico che ha esaurito il suo incarico.
Ma questo sarà possibile a condizione che fin dall’inizio nella scelta dei potenziali
candidati a posizioni di responsabilità si tenga conto di questo fattore, la possibilità di un
rientro nel “mestiere” già esercitato, e non si affermi l’idea, in qualche misura già diffusa,
che l’impegno politico possa rappresentare anche uno strumento per migliorare la
posizione professionale, quale che sia.
Questo lo si deve per rispetto all’impegno volontario di tanti, che si spendono con
generosità per assicurare la vita del partito senza chiedere in cambio altro che non sia il
riconoscimento dell’utilità e dell’importanza del loro sforzo.
Già non è facile gestire l’impegno del volontariato, che sovente manca di continuità e di
professionalità, che è legato a meccanismi psicologici, motivazioni etiche e senso di
responsabilità che non possono essere dati per scontati e devono essere rispettati,
coltivati e ne deve essere riconosciuta l’importanza determinante nel disegno di una
presenza politica. L’allargamento degli spazi di partecipazioni passa anche da questo
stretto crocevia.

Sistemi di indirizzo e di controllo


E’ abbastanza facile pensare a sistemi di indirizzo politico, anche se poi è ancora più facile
dare a questi indirizzi un contenuto talmente generico da non consentire alcuna
valutazione oggettiva del loro rispetto.

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Se ad esempio si definisce un indirizzo generico, quale “migliorare l’assistenza sociale”,
non sarebbe difficile dimostrarne l’applicazione, ma anche la disapplicazione. Se invece si
stabilisce un indirizzo più specifico, ad esempio, aumentare il numero di prestazioni
erogate in un certo periodo, si potrebbe valutarne il raggiungimento.
I sistemi di controllo, del resto, non sono fatti per premiare o punire, ma per sapere dove
si sta andando e focalizzare gli sforzi per arrivarci.
Sovente si confondono i sistemi di controllo con i processi di decisione: in realtà sono due
cose ben diverse. Ad esempio si dice che l’elettore esercita il controllo sull’eletto perché
alla fine del mandato può evitare di rieleggerlo. Ma questo è un controllo ex post poco
efficace e facilmente aggirabile. In realtà occorre un controllo nel corso del processo, per
aiutare l’eletto a fare ciò per cui è stato eletto.
Naturalmente il controllo va esercitato da chi ha la posizione adatta per farlo, in momenti
e con criteri definiti in anticipo. Ad esempio nel partito che vorrei tutte le cariche
monocratiche dovrebbero essere sottoposte ad una valutazione periodica da parte degli
organismi che li hanno eletti, secondo voci ben definite. L’insieme delle valutazioni
costituiranno la base informativa per la valutazione del mandato complessivo.

Il problema delle risorse economiche.


Quanto contano oggi i contributi dei sostenitori nella vita del partito, e quanto contano i
finanziamenti elettorali? E chi gestisce queste risorse? E’ evidente che la politica costa, e,
in qualche misura, è necessario che elettori, sostenitori, iscritti e quadri ne siano non solo
consapevoli ma anche responsabili.
Ad oggi le risorse per la vita del partito provengono, in linea di massima, da quattro fonti
principali: i rimborsi elettorali, i contributi degli eletti, le adesioni degli iscritti, le
contribuzioni spontanee. Le prime due fonti di finanziamento sono largamente
prevalenti. Questo è il risultato del referendum sull’abolizione del finanziamento dei
partiti: non son più finanziati i partiti, ma solo gli eletti.
Se queste risorse sono nella disponibilità degli eletti, non è strano che costoro cerchino il
più possibile di mantenere la loro condizione, magari con forme di cooptazione quando
necessario, e tendano a costruire un partito dirigista, del quale mantenere il governo. Del
resto, l’impiego di risorse personali, o di risorse erogate a ciascuno di loro
personalmente, in occasione delle competizioni elettorali, rafforza questo orientamento.
Oggi il partito non potrebbe funzionare senza questi contributi, e ciò evidenzia il
velleitarismo di chi vorrebbe considerare gli eletti solamente come propri “dipendenti” e
di loro cosa dovrebbero fare.
Ma un partito espressivo non può funzionare così.
Nel partito espressivo tutti coloro che vi si riconoscono hanno uguale pese e sentono
uguale responsabilità. Dunque debbono farsi carico anche dei suoi bisogni economici e

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vigilare perché nessuno faccia “il passo più lungo della gamba”, esponendosi così a
condizionamenti.
Per rendere espressivo il nostro partito, dunque, in attesa di una auspicabile disciplina
diversa dei finanziamenti, il primo passo è quello di contenere il peso del contributo
finanziario degli eletti, e il secondo è quello di intervenire nella gestione dei contributi
elettorali. Infatti se l’apporto dei candidati al risultato elettorale può essere sicuramente
significativo, anche la proposta e l’influenza del partito, il clima generale e la situazione
complessiva del contesto influiscono in modo rilevante e forse determinante. Dunque il
risultato elettorale è merito di tutti, non solo degli eletti, e tutti debbono essere in grado
di decidere sull’utilizzo delle risorse che ne derivano.
Il terzo passo riguarda la capacità di sollecitare e ottenere contributi spontanei da privato
o organizzazioni, da esercitarsi in modo tale che non vi sia neppure il sospetto che questa
possa provocare una situazione di vantaggio o di preferenza verso alcuni soggetti. Sia
nella vita ordinaria di partito che, ancor di più, in occasione delle competizioni elettorali.
Ciò significa rifiutare contributi anonimi, rendere pubblici i nomi e gli importi donati, e, in
caso di elezioni, richiedere che i contributi offerti a singoli candidati debbano passare,
almeno in quota significativa, nella disponibilità del partito.
Questo, a sua volta, dovrà inserire anche queste voci nei progetti di bilancio preventivo
che ogni organi direttivi dovranno redigere ogni anno ed ogni campagna elettorale,
approvare e rendere pubblico almeno agli iscritti.

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FARE CRESCERE IL PARTITO
In un mondo che sta vivendo tassi straordinari di crescita, e vede in via di
ridimensionamento il ruolo dei tradizionali “paesi sviluppati” occorre ripensare
seriamente il ruolo della politica, come strumento di governo del nostro futuro.
Il partito che vorrei non può dunque limitarsi alla gestione del presente, ma deve
crescere, per contribuire alla costruzione del ruolo dell’Italia nel mondo nuovo. Per
poterlo fare, ha bisogno di sviluppare al suo interno tre elementi fortemente
interconnessi: la capacità di leadership, il radicamento nel contesto sociale, e una identità
che possa essere riferimento per molti.

Leadership
C’è un grande bisogno di leadership nel partito. Nel nostro partito più leader ci sono e
meglio è. Tutti noi possiamo essere leader in qualche contesto specifico. In ciascuna
realtà territoriale, di ambiente o tematica occorre qualcuno che si faccia carico di
individuare le mete, scegliere il percorso, e mettere insieme le risorse necessarie per
l’azione politica.
Ma dobbiamo essere chiari su cosa è o non è un leader. Un leader non è il più bravo, il
più intelligente, il più bello, il più fortunato, il più ricco. Non è quello che si pone davanti a
tutti e trascina la squadra. Non è l’attaccante che segna. Il leader è una persona che nel
suo contesto, piccolo o grande che sia, esprime una visione su qualcosa (un progetto, un
problema), la condivide con altre persone, la scompone in una serie di attività minori,
accoglie suggerimenti, sostiene le persone che lo aiutano, le aiuta a superare le difficoltà,
combina i loro sforzi talvolta divergenti, persiste nel suo percorso, e quando l’obiettivo è
raggiunto, si ritira soddisfatto in buon ordine, lasciando a tutte le persone coinvolte il
merito di quanto realizzato.
Essere leader è un compito oscuro, ma forse per questo, più bello!

Radicamento
Un partito può ritenersi radicato quando gli elettori ne chiedono e ne apprezzano la
presenza, si aspettano qualcosa da lui. E’ radicato sul territorio quando le persone si una
certa comunità lo ritengono un utile interlocutore per risolvere i loro problemi.
Un partito radicato è un partito che ascolta. Che conosce. Che sa rispondere a tono.

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Un partito radicato conosce i bisogni della sua comunità. Sa quando dire di sì e quando
dire di no. Sa chi all’interno di una comunità può fare cosa. E’ in grado di combinare sforzi
ed iniziative anche coinvolgendo soggetti esterni.
Un partito radicato è in grado di prevedere le tendenze di voto della sua comunità, e può
sviluppare in modo tempestivo le azioni per rinforzare quelle positive e contenere quelle
negative.
Fa della sua presenza capillare un punto di forza.

Identità
Valorizzare le differenze, rimuovere gli ostacoli. Una interpretazione positiva e
propositiva dell’articolo 3 della costituzione mi sembra possa costituire la base per la
nostra identità. Tutte le storie e le esperienze passate ci portano a questo. Tutte le
istanze di libertà, autonomia, responsabilità e valorizzazione delle persone che la
Costituzione sottolinea si basano su questa doppio valore, quello di tutte le specificità
(individuali, di gruppi, etnie, storie) e quello della rimozione di ogni ostacolo (economico,
sociale, culturale, organizzativo) che si frappongono alla realizzazione delle nostre
potenzialità.
Se l’opinione pubblica saprà che esiste una forza politica che capisce l’anima dell’Italia,
che non si ferma di fronte agli ostacoli, ma si propone di rimuoverli, che non solo rispetta
ma vuole valorizzare le persone, che guarda più lontano e ha la capacità di bilanciare
utopia e realtà, che li può accompagnare sostenendoli senza motivazioni strumentali,
allora questa opinione pubblica potrà guardare a noi con interesse, aspettandosi da noi
comportamenti conseguenti.

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