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M.D.A.

Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

TEORIA E STORIA DEI MOVIMENTI


E DEI PARTITI POLITICI

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Prima parte

DAL PARTITO NOTABILARE AI PARTITI DI


INTEGRAZIONE SOCIALE. LA STAGIONE D’ORO
DEL LIBERALISMO
Seconda metà dell’800 - 1914


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Approcci teorici dell’analisi del partito politico


• Burke (1770) ➝ approccio funzionalista positivo: partiti utili per aprire le istituzioni alla società e
limitare il potere dei re

• Ostrogorsky (1903) ➝ approccio funzionalista negativo: partiti politici come minaccia ai sistemi
liberali in quanto introducono irrazionalità (mentre nei sistemi liberali solo la parte migliore e più
razionale della società esercita il diritto di voto) e sono Stati nello Stato, per cui creano un doppio
livello di fedeltà: verso se stessi e poi verso lo Stato. L’unica forma di partecipazione politica dovrebbe
essere la lega, la quale fonda la propria azione su interessi particolari e poi si scioglie

• Elitisti: Weber, Mosca, Pareto, Michels ➝ approccio organizzativo-strutturale negativo: teoria della
circolazione delle élite secondo cui c’è sempre una minoranza che governa e una maggioranza che
viene governata. Dunque il partito è un sistema oligarchico e la circolazione della classe politica è
quasi inesistente

• Downs (fine anni ’50 - inizio anni ’60) ➝ approccio combinato funzionalista e organizzativo-
strutturale: guardando al partito americano, descrive il partito come una sorta di grande cartello
elettorale, il cui compito è sostanzialmente quello di garantire al candidato di venire eletto alla
presidenza. Partito visto come fondamentale per il funzionamento del sistema democratico

• Duverger (1951) ➝ approccio evolutivo: i partiti politici nascono perché i nuovi sistemi politici sono
basati sulla rappresentanza e sulla sovranità popolare le quali necessitano di una democrazia
rappresentativa e indiretta, a causa dei grandi numeri dovuti al suffragio universale.

• Panebianco (fine anni ’80) ➝ approccio combinato funzionalista e organizzativo-strutturale: analisi


delle differenti forme partito nei diversi sistemi politici

• Pizzorno (fine anni ’90) ➝ approccio combinato funzionalista e organizzativo-strutturale: il partito è


sempre un’entità collettiva che opera come istituzione la cui identità trascende gli individui che la
compongono

Conseguenze della pluralità di approcci


• Manca una definizione univoca di partito e tutto e niente può essere compreso nella categoria di
partito politico

‣ Fazione: gruppo di persone tenute insieme dal perseguimento di un determinato obiettivo specifico,

particolare, settoriale che agisce spesso con metodi intolleranti e talvolta aggressivi ➝ accezione
negativa

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‣ Cartello (Downs): raggruppamento di individui che si mobilitano, prevalentemente in occasione di

tornate elettorali, al fine di conquistare il potere

‣ Istituzione: entità collettiva che ha però una personalità autonoma e regolamentata al suo interno da

un insieme di norme giuridiche statutarie approvate e condivise non solo dai membri del partito, ma
riconosciute legittime anche da chi sta fuori dal partito

‣ Gruppo di pressione: organizzazione esterna al sistema finalizzata al perseguimento di obiettivi

specifici (nella maggior parte dei casi finalizzata al raggiungimento di obiettivi socio-economici)
che ha come strumento di azione la pressione esterna sul sistema politico

• È difficile datare la genesi del partito

‣ Medioevo: corporazioni, società di mutuo soccorso

‣ Sistemi costituzionali (subito prima dei sistemi parlamentari)

‣ Sistemi parlamentari (seconda metà dell’Ottocento)

‣ Democrazie

• È difficile definire il ruolo del partito nel sistema

‣ Parlamentare/extraparlamentare: parlamentare quando nasce all’interno del Parlamento, come Tory

e Whig; extraparlamentare quando nasce fuori dal Parlamento ma poi ci può entrare, come nuclei
operai (Partito socialista tedesco, Partito socialista italiano, Sezione francese dell’internazionale
operaia)

‣ Sistemico/antisistemico: sistemico quando condivide le scelte politiche; antisistemico quando vuole

rompere il sistema, come i partiti operai

‣ Governo/opposizione: governo, quando esprime l’aspirazione a partecipare come forza di

maggioranza all’attività di governo; opposizione quando vuole essere forza di opposizione (per
distruggere il sistema dall’interno?)

Definizione classica di partito politico


Partito politico: collettore del consenso sociale verso le istituzioni.

Collettore: raccoglie, mette insieme.

Consenso sociale: una serie di istanze, valori e principi. Accezione neutrale del termine consenso:
consenso e dissenso.

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Istitutuzioni: insieme di norme, di poteri, di strutture giuridiche che definiscono l’assetto politico di uno
Stato.

Vantaggi di questa definizione:

• Coglie l’essenza dello scopo del partito, e cioè quello di mediazione tra la società e le istituzioni

• Lega la presenza del partito al presupposto di una seppur minima relazione tra la società e le
istituzioni: se le istituzioni sono completamente chiuse rispetto alla società, non si pone il problema di
creare un mezzo di comunicazione tra le prime e la seconda

Limite di questa definizione:

• È troppo generica

Definizione specifica di partito politico


Questa definizione deriva dall’idealtipo weberiano, il quale fa una costruzione ipotetica astraendo dei
caratteri. Dunque, l’idealtipo della forma partito riguarda le modalità di articolazione della sfera
pubblica mediante strutture organizzative che raccolgono parti sociali trasformandole in istituzioni.

Partito politico: istituzione destinata a intervenire nella decisione politica come canale di
regolamentazione dell’obbligazione politica.

Istituzione: soggetto collettivo che ha personalità autonoma rispetto ai suoi membri.

Decisione politica: il partito politico è parte attiva del processo decisionale politico. Questa definizione
esclude quindi il gruppo di pressione.

Obbligazione politica: consenso sociale, ossia una parte delle istanze sociali pro o contro il sistema.

Da qui deriva un rapporto reciproco tra partito e cittadini.

• Il sistema si basa sul principio di responsabilità e di rispetto degli interessi che il partito veicola

• Il partito forma gli interessi dei cittadini, influenza le istanze sociali, forma le istanze sociali: partiti
ideologici, i quali sono ritenuti pericolosi perché creano fedeltà verso se stessi

Origine del partito politico


Il partito politico è un fenomeno esclusivamente moderno. I partiti politici nascono esclusivamente
all’interno dei sistemi costituzionali e istituzionali moderni frutto delle rivoluzioni liberali di fine ’600 in

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Gran Bretagna (Gloriosa Rivoluzione - 1688) e di fine 19700 in Francia e nel resto dell’Europa
continentale (Rivoluzione francese - 1789), grazie alla rottura del modello assolutistico e alla nascita di
sistemi costituzionali e istituzionali nuovi: i sistemi rappresentativi. Dopo queste rivoluzioni cambia la
relazione tra la società e l’autorità politica.

Caratteri della modernità

• Accettazione del pluralismo politico: le rivoluzioni segnano la fine dell’assolutismo e il potere si


frantuma, si scinde. Si ha la possibilità di esercitare il dissenso nei confronti del potere

• Laicizzazione della politica: prima dell’avvento delle grandi rivoluzioni la base di legittimità del
potere è di origine divina e la società non conta nulla; dopo le rivoluzioni l’autorità poggia sul
principio della rappresentanza, che proviene dal basso, dalla società

• Affermazione della rappresentanza politica: la sovranità è esercitata dal popolo attraverso propri
rappresentanti

• Legittimazione popolare della sovranità: la rappresentanza avviene attraverso il momento elettorale

• Separazione dei poteri: articolazione del potere nei tre poteri fondamentali (legislativo, esecutivo,
giudiziario)

Avvento della modernità


Le ondate rivoluzionarie sono ricordate come l’inizio del liberalismo. È nella cultura politica del
liberalismo che maturano le condizioni per la nascita del partito politico.

Liberalismo Costituzionalismo

Libertà Poteri

Individuo Rappresentanza

Sovranità Cittadini

Resistenza

Laicità

Gli uomini da sudditi diventano individui e cambiano i diritti nei confronti del potere, il più importante
dei quali è il diritto di resistenza: posso oppormi al potere perché deriva da me (e non più da qualche
divinità).

La cultura liberale crea i presupposti per la nascita del partito politico, ma i liberali saranno i più acerrimi
nemici della nascita del partito politico.

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Dal punto di vista degli assetti istituzionali, il liberalismo crea istituzioni in grado di consentire
l’affermazione di partiti politici, in quanto crea istituzioni costituzionali che si basano sulla sovranità
popolare.

Evoluzione dei sistemi politici


La struttura di un sistema politico è definita da tre concetti:

• Sovranità: chi comanda, l’autorità e la sua fonte di legittimazione

• Legge: chi approva le norme che regolano la convivenza sociale

• Diritto di resistenza: esistenza o meno di forme di resistenza al potere politico

Sistemi politici

• Medioevo

• Stati assoluti

Rivoluzioni liberali

• Sistemi rappresentativi

• Sistemi costituzionali

• Sistemi parlamentari

• Sistemi democratici

Medioevo
La sovranità è frammentata in una precisa scala gerarchica. Ciascuno è signore su una porzione di
territorio. Più è ampio il territorio di controllo più si sale nella scala gerarchica.

La legge poggia su un insieme di usi, tradizioni e consumi e viene elaborata dal Consiglio, organo che
tiene insieme i signori feudali.

Il diritto di resistenza viene esercitato solo attraverso le corporazioni: organizzazioni di mestiere che
cercano di tutelare gli interessi del singolo. Non viene esercitato direttamente dall’individuo ma passa
attraverso la mediazione della corporazione.

Elementi che i partiti ereditano dalle corporazioni

• Principio del mutuo soccorso

• Gestione economica: per gestire il patrimonio c’è bisogno di personale specializzato

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• Aspetto organizzativo: base degli iscritti, gruppo dirigente intermedio, vertici

• Statuto: il funzionamento dell’organizzazione è codificato e tradotto in norme statutarie che


disciplinano la vita interna dell’organizzazione

Stati assoluti
La sovranità è esercitata in maniera assoluta dal monarca. L’autorità del potere è legittimata da Dio e non
c’è articolazione dei poteri.

La legge è stabilita dal sovrano.

Il diritto di resistenza è inesistente.

La differenza col Medioevo è che nello Stato assoluto esiste un rapporto diretto tra l’individuo (suddito) e
il potere. Questo sarà un elemento determinante nel momento in cui questo ordine si scardinerà grazie alle
rivoluzioni liberali per cui gli individui si atomizzano.

Sistemi rappresentativi
Nei sistemi rappresentativi nascono i partiti di interesse nazionale, i quali non sono partiti moderni come
definiti, ma formazioni che raggruppano famiglie/culture politiche (p.e. il Country Party inglese, il Partito
moderato italiano e il Juste milieu francese) che lottano per l’interesse nazionale e per un passaggio da
una monarchia assoluta ad una monarchia almeno costituzionale.

Sono una forma embrionale di partito politico ma non hanno tutte le caratteristiche dei partiti moderni.

Le istanze della rappresentanza iniziano a essere riconosciute da alcune famiglie politiche, ma non si
hanno ancora costituzioni.

Non c’è storicamente un sistema specifico, ma è una fase di transizione dalla fase in cui non c’è ancora
una costituzione a quella in cui c’è (nascita degli Stati costituzionali).

Sistemi costituzionali
Nei sistemi costituzionali si passa ai partiti parlamentari (o partiti notabilari o personali). Neanche il
partito parlamentare è il partito moderno, ma costituisce il modo in cui dentro alle assemblee elettive si
strutturano le famiglie politiche. I partiti parlamentari sono le grandi famiglie politiche che siedono, nei
sistemi costituzionali, in Parlamento (p.e. Destra e Sinistra storica).

I partiti notabilari si distinguono dai partiti moderni perché:

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• Non c’è un’identità (programma politico) talmente marcata da operare una differenziazione tra queste
famiglie politiche

• Il loro ambito d’azione è tutto interno alle istituzioni, non hanno struttura, non hanno radicamento sul
territorio, perché nei sistemi costituzionali il suffragio elettorale è talmente stretto che i partiti non
hanno bisogno di organizzazioni. Essi, dunque, non hanno organizzazioni esterne al Parlamento

Sistemi parlamentari
La differenza tra i sistemi costituzionali e quelli parlamentari sta nel fatto che cambia il meccanismo della
fiducia. Nelle monarchie costituzionali (nate intorno alla metà dell’Ottocento), il governo è ancora
nominato dal re, e il primo risponde esclusivamente al secondo. Nei sistemi parlamentari, il governo è
espressione della maggioranza parlamentare. Il Parlamento diventa il fulcro della vita politica e questo
accentua l’importanza del momento elettorale (la Camera bassa è elettiva e, poiché compete al
Parlamento formare il governo, il momento elettorale diventa un momento chiave nella formazione del
governo).

Nel passaggio tra i sistemi costituzionali e i sistemi parlamentari si allarga la fascia dei votanti,
nonostante non cambino le leggi elettorali, perché, con l’effetto delle due rivoluzioni industriali, è più
ampia la fascia dei ricchi. Un elettorato più grande in termini numerici mette in crisi il sistema di partito
notabilare, in quanto diventa più difficile utilizzare solo il canale del contatto personale e diretto. Si ha
bisogno di una serie di strumenti che creino consenso mettendo in relazione il candidato col gruppo di
elettori da cui deve essere votato.

Nel momento in cui diventa centrale il Parlamento — perché da esso dipende la vita del governo — per
conquistare nuovi elettori emergono le proposte programmatiche: mi voti perché sarò rappresentante
presso le istituzioni.

Dentro questi sistemi nasce il partito moderno, ossia il partito di integrazione sociale: il compito specifico
che il partito è chiamato a svolgere è quello di raccogliere una serie di istanze sociali e veicolarle verso le
istituzioni.

Caratteristiche del partito di integrazione sociale

• Ha un’organizzazione parlamentare e soprattutto un’organizzazione extraparlamentare e, dunque, una


presenza radicata e diffusa sul territorio

• La raccolta del consenso avviene (diversamente rispetto ai partiti notabilari) sulla base di una precisa
proposta programmatica. Da ciò deriva che, nel momento in cui c’è un elettorato raccolto sulla base di

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un programma, la comunicazione con le altre forze politiche è sempre più rigida e, di conseguenza, si
riduce la possibilità di trasformismo

Sistemi democratici
Mettono in crisi il sistema liberale perché coniugano l’ideale di libertà con l’ideale di uguaglianza.
Questo porta allo smantellamento dell’ultimo argine di difesa dei liberali: il suffragio ristretto.

Dopo la prima guerra mondiale, tutti i Paesi europei (ad esclusione della Gran Bretagna), introducono il
sistema elettorale proporzionale e non più a maggioranza, e quasi tutti introducono il suffragio universale
maschile. I sistemi liberali, a causa di queste novità, saltano, in nome di una riconciliazione fra la massa e
la politica.

Cambia anche lo strumento che serve da canale di collegamento tra la società e la politica: con la
realizzazione delle istanze democratiche, il partito di integrazione sociale diventa partito di massa, così
chiamato perché cade in maniera definitiva il diaframma fra società e politica che i liberali avevano
tentato di mantenere.

Caratteristiche del partito di massa

• È molto più forte l’elemento ideologico: in seguito alla rivoluzione bolscevica, la saldatura fra partito
ideologico e rivoluzione condiziona profondamente i partiti europei di sinistra ma anche gli altri partiti
politici. I partiti vengono da allora strutturati sulla base di una precisa ideologia di riferimento

• Le dimensioni sono molto più ampie, consistenti e solide

Confronto tra due modelli


1. Nascita del partito moderno in Gran Bretagna

2. Nascita del partito moderno nell’Europa continentale

Modello anglosassone
• Un Parlamento esiste già dal 1200

• La Grande Rivoluzione (1642-1651), in cui terreno di scontro sono:

‣ la politica fiscale. Gli Stuart cercano di accentrare il potere della monarchia limitando le prerogative

del Parlamento, e lo fanno tentando di aggirare il Parlamento per utilizzare liberamente la politica
fiscale

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‣ la religione. Gli Stuart cercano di affermare esclusivamente l’anglicanesimo come religione di

Stato, non considerando altre religioni, che in alcune zone non erano minoranze (presbiterianesimo
e calvinismo)

‣ Carlo I tenta più volte di non convocare il Parlamento. A ciò reagisce Cromwell con un colpo di

stato, con il quale instaura un regime dittatoriale. Alla morte di Cromwell il figlio si rivela incapace
e si ripristina la monarchia, con Carlo II che sale al potere, ritessendo un filo di continuità con la
storia politica precedente. Le trasformazioni, in Gran Bretagna, non si concludono mai con
l’affermazione di un ordine politico nuovo: c’è sempre costruzione del nuovo attraverso il recupero
di un elemento tradizionale. Non sono mai eventi dirompenti, conflittuali.

• La Gloriosa Rivoluzione (1688-1689), in cui terreno di scontro era:

‣ la volontà di Carlo II di imporre a tutti gli inglesi il cattolicesimo come religione ufficiale. Alla fine

della Gloriosa Rivoluzione, Guglielmo III d’Orange fa approvare il Bill of Rights, che segna il
passaggio dalla monarchia assoluta alla monarchia costituzionale. Esso imponeva:

✦ l’obbligo del sovrano di chiedere il parere del Parlamento in materia fiscale e in materia di
guerra

✦ il divieto per il sovrano di sciogliere il Parlamento

✦ il divieto per il sovrano di mantenere gli eserciti mobilitati in tempo di pace senza l’approvazione
del Parlamento

Dalla Gloriosa Rivoluzione il monarca esce ridimensionato nell’esercizio delle sue funzioni mentre il
Parlamento vede ampliarsi le sue competenze.

Rotture e continuità insieme non creano una rottura istituzionale, grazie al fatto che a essere messa in
discussione è prevalentemente la religione. Gli inglesi non si dividono sull’assetto della forma di Stato
e di governo. La trasformazione istituzionale inglese è lenta, graduale, ma mai cruenta, caratteristica,
questa, delle trasformazioni dei Paesi dell’Europa continentale.

Un’altra caratteristica che segna la differenza fra la Gran Bretagna e l’Europa occidentale continentale
è l’elevatissima alfabetizzazione politica (non generale → l’analfabetismo si aggira anche in Gran
Bretagna intorno al 95%) della società inglese.

Formazione di un sistema politico moderno


A seguito delle rivoluzioni, i rapporti istituzionali sono moderni.

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• Il rapporto tra sovrano e Parlamento è risolto definitivamente: il regime politico inglese è una
monarchia parlamentare: permane la figura del sovrano, che resta capo dello Stato, ma si riconosce il
ruolo centrale dell’autorità parlamentare

• Vi è la partecipazione popolare. Il Parlamento ha un assetto bicamerale e il potere della Camera dei


lord — la Camera alta — in cui siede la nobiltà (prima ereditaria e poi nominata dal sovrano), già alla
fine del ’600 viene ridimensionato a un semplice potere consultivo. Assume importanza la Camera dei
Comuni — la Camera bassa — elettiva, la quale rappresenta gli interessi della borghesia. Alla Camera
bassa appartiene tutta la competenza legislativa. Questa viene eletta in base a due tipi di circoscrizioni:
contee e borghi. Le contee eleggono un rappresentante (tra i grandi proprietà terrieri) alla Camera dei
Comuni. I borghi eleggono due rappresentanti, con una serie di problemi: il numero dei rappresentanti
è uguale per tutti i borghi, ma l’ampiezza dei borghi non è uguale. Inoltre, in alcuni casi coincidono
con città molto avanzate dal punto di vista economico, in altri casi corrispondono a piccolissimi centri
rurali poveri. Questo crea, sin dall’origine, un problema di rappresentanza. Non soltanto non c’è un
principio di equità nel meccanismo di rappresentanza, ma gli elettori dei borghi più piccoli e arretrati
possono essere facilmente raggirati. La legge elettorale è maggioritaria, uninominale e a turno unico
(vince chi prende più voti). Il primo ministro viene scelto nella maggioranza parlamentare

• Si ha una dinamica bipartitica nell’organizzazione delle forze politiche. Si sviluppano le due grandi
famiglie tradizionali:

‣ Tory: essi sono il partito del re, espressione di un ceto sociale più benestante, costituiscono la

componente conservatrice e sono fermi difensori della religione anglicana. È il partito conservatore
di destra ➝ Court Party: monarchici, conservatori, anglicani, gentry

‣ Whig: essi sono il partito delle contee, sono i liberali progressisti, espressione di una base sociale

borghese, non anglicani ma fermi sostenitori della pluralità religiosa (tolleranza), acceleratori di un
processo di trasformazione il più rapida possibile delle istituzioni politiche ➝ Country Party:
progressisti, monarchia costituzionale, non anglicani

Le due grandi famiglie non sono partiti, perché solo il 3-4% della popolazione totale ha il diritto di
voto, e la rappresentanza non ha bisogno di assumere la forma partitica (non c’è appoggio
extraparlamentare). Esse hanno confini piuttosto fluidi: non c’è un confine programmatico e
ideologico netto.

Questa struttura si mantiene abbastanza stabile fino all’inizio dell’800, quando entrano in gioco gli effetti
delle rivoluzioni industriali. La crescita economica determina:

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• la nascita di tipi sociali nuovi. L’avvento dell’industria modifica profondamente l’articolazione delle
società europee

• la nascita del problema riguardante le circoscrizioni elettorali

Per questi motivi, a partire dall’inizio dell’800, dal basso si comincia a esercitare sul sistema una
pressione affinché queste istanze sociali nuove trovino espressione. Il vecchio sistema non è più in grado
di rispondere alle novità apportate dalle rivoluzioni industriali.

Primo Reform Act


Nel 1832 viene approvata la nuova legge elettorale — il Primo Reform Act — presentata dal ministro
Whig, Lord Gray.

La legge è considerata la madre di tutte le riforme in quanto con essa viene istituzionalizzato il
cambiamento nato dalle rivoluzioni industriali. La forbice tra società e politica, in Gran Bretagna, è
stretta: si cerca di tenere il Paese legale vicino al Paese reale (nell’Europa continentale avviene l’esatto
contrario), per evitare che la società si ribelli (si depotenzia il conflitto ➝ come con il Movimento 5
stelle).

La legge interviene su due punti:

• Ridisegna le circoscrizioni, togliendo rappresentanza ai borghi putridi e riassegnando quei seggi alle
città e ai centri in espansione a seguito della rivoluzione industriale

• Concede il diritto di voto a quanti possono dimostrare di possedere beni immobiliari. Si passa così dal
5 al 7% di elettorato

Conseguenze del Primo Reform Act

• Effetti istituzionali

‣ Si rafforzano gli schieramenti parlamentari

‣ Vi è una definizione della fisionomia delle forze politiche, in quanto si allarga il numero degli

elettori e c’è bisogno di una più rigida identità:

✦ l’ala Tory diventa partito conservatore: conservatorismo moderno (Peel, 1834)

✦ l’ala Whig diventa partito liberale: liberalismo avanzato (Russell, 1839)

Entrambi sono partiti parlamentari, che non hanno una forte struttura esterna (extraparlamentare). In
molti collegi l’elezione è personale, senza competizione. Vi è assenza di disciplina interna ai gruppi
(indipendenza del mandato)

• Effetti sociali

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‣ Si affermano dei gruppi di pressione, forme specifiche di mobilitazione che assumono un ruolo

importante nel rapporto con le istituzioni ➝ p.e. Cartismo (1838-48, Lovett e Place), movimento
che si mobilita per far approvare la People’s Charter, documento in sei punti che chiedeva
l’allargamento del suffragio a tutta la popolazione maschile incensurata dai 21 anni; la retribuzione
della carriera politica, che desse modo a tutti di partecipare alla vita politica; l’introduzione del
meccanismo del voto segreto, per svincolare i parlamentari. Il gruppo di pressione nasce sulla base
dell’esigenza di difendere un interesse specifico, ma la sua azione si ferma fuori dalle aule
parlamentari (i sindacati sono un gruppo di pressione). Esercita pressione sul sistema agendo
dall’esterno. Il partito politico eredita dal gruppo di pressione strumenti finalizzati a ottenere
consenso popolare: sit-in, risorse simboliche, manifestazioni. Il problema di acquistare il consenso è
fondamentale. Col gruppo di pressione viene affrontato in maniera più facile, in quanto i gruppi di
pressione si mobilitano rispetto ad un obiettivo specifico.

Secondo Reform Act


Nel 1867 viene approvato il Secondo Reform Act, proposto dal primo ministro conservatore Disraeli. La
ratio anche in questo caso è quella di tenere stretta la forbice tra Paese reale e Paese legale, con
l’immissione di nuove istanze sociali.

La legge interviene su due punti:

• Perfezionamento della distribuzione dei collegi, a seguito di nuovi cambiamenti

• Estensione del diritto di voto dal 7 al 15%: possono votare anche gli artigiani e gli operai più
benestanti

Conseguenze del Secondo Reform Act

• Effetti istituzionali

‣ Allargamento dell’elettorato attivo

‣ Accentuazione delle differenze tra Tory e Whig

‣ Uso di bandiere, simboli, ecc.

‣ Nuove forme di comunicazione politica: strumenti per far capire alla popolazione il programma

elettorale

‣ Avvento dei leader “nazionali”: l’elettorato più ampio spinge a una forte personalizzazione della

politica e della leadership. Diventa determinante la figura del leader perché lo stesso leader diventa
un simbolo del partito e la personalizzazione/identificazione con il leader diventa determinante per
l’acquisizione del consenso ➝ Gladstone (liberali) e Disraeli (conservatori)

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‣ Discorso pubblico e diffusione della stampa: nazionalizzazione della politica

‣ Cominciano a nascere delle organizzazioni extraparlamentari:

✦ National Union of Conservative and Constitutional Associations (Nucca), Tory: si mobilita


esclusivamente a ridosso delle tornate elettorali e, chiusa la fase elettorale, l’organizzazione di
fatto cessa di esistere, in quanto vi è un pregiudizio nei confronti dei partiti (non servono se non
come strumento di mobilitazione)

✦ National Liberal Federation (Nlf), c.d. Caucus di Birmingham: è un vero e proprio partito
moderno, un’organizzazione extraparlamentare permanente che rappresenta la struttura
organizzata esterna del partito liberale, ossia diventa lo strumento permanente di mobilitazione
elettorale e di costruzione continua di consenso verso il Parlamento. È un partito-macchina.
L’iniziativa nasce dalla parte del partito che siede in Parlamento. L’Nlf è un partito moderno
extraparlamentare. La nascita dell’Nlf verrà fortemente criticata dall’opinione pubblica europea.
Con la nascita dell’Nlf verrà ridotto il ruolo del Parlamento. Questo totale rifiuto nei confronti
del partito extraparlamentare porterà i liberali europei a fare molti più casini di quanti ne
avrebbero fatti quelli inglesi.

Caratteri dell’Nlf:

✴ Iniziativa di una parte del partito liberale, per cui non è un’organizzazione a servizio dei
vertici del partito

✴ Corpo politicizzato con baricentro ideologico a sinistra

✴ Organizzazione finalizzata all’automazione di un programma

✴ Primo partito extraparlamentare inglese

• Effetti sociali

‣ La società inglese assume un carattere politico più definito

‣ Sorgono club liberali e conservatori

‣ Nascono organizzazioni ricreative di natura politica, organizzazioni aperte alle donne, alle quali si

apre così il dibattito politico

✦ Primrose League (1883, Churchill):

✴ Organizzazione e intrattenimento

✴ Organizzazione gerarchica/verticistica: i vertici sono composti dall’aristocrazia; la base


rappresenta la porzione di società coinvolta dall’associazione organizzativa ricreativa

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Con il Secondo Reform Act si passa alla costruzione di un braccio politico partitico organizzato che agisce
fuori dalle istituzioni. Il centro della vita politico-istituzionale si sposterà fuori dal Parlamento.

Il partito è pericoloso in quanto snatura il modello classico parlamentare. Il primato deve essere delle
istituzioni, e quindi del Parlamento.

Terzo Reform Act


Nel 1884-85 viene, su iniziativa del progressista Gladstone, approvato il Terzo Reform Act.

La legge prevede:

• Redistribuzione dei seggi

• Estensione ai collegi rurali delle regole stabilite nel 1867 per i collegi urbani (dal 16% al 28,5%), ossia
l’estensione del voto ai lavoratori agricoli, purché dimostrino di pagare una certa cifra di imposte

Conseguenze del Terzo Reform Act

• Effetti istituzionali

‣ Rafforzamento del bipartitismo

‣ Radicalizzazione del confronto: il rapporto fra i due schieramenti partitici parlamentari si

irrigidisce. Il 28% mette ulteriormente in crisi il principio della rappresentanza personale

• Effetti sociali

‣ Elettorato di massa

‣ Funzione educativa dei partiti

Peculiarità del modello inglese


• Il sistema elettorale rimane sempre maggioritario: per l’Inghilterra non conta la rappresentanza dei
numeri, ma conta un principio di rappresentanza che sia espressione delle grandi culture politiche che
attraversano la storia politica inglese ma che non investono direttamente la natura e la caratterizzazione
del regime. Questo consente che il sistema maggioritario resti un elemento di continuità nella storia
politica

• Rimane e permane il bipartitismo di fondo anche quando nascono partiti operai (fine ’800:
nascita del partito laburista) — evento che scardina il bipartitismo negli altri sistemi politici liberali —,
perché il conflitto politico sociale non determina fratture politico-istituzionali in quanto in Gran
Bretagna il partito laburista nasce sostanzialmente come braccio politico del sindacato. Da un

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bipartitismo iniziale (Tory/Whig), quasi in maniera indolore si passa a un altro tipo di bipartitismo
(partito laburista/partito conservatore). I partiti politici moderni extraparlamentari non sono mai
pericolosi per il modello liberale inglese, perché sono espressioni extraparlamentari del partito politico
parlamentare: è il partito parlamentare liberale (nel caso del Caucus di Birmingham) che si apre alla
società, che si dota di uno strumento di organizzazione e di lotta politica che però rimane
completamente nelle mani del gruppo dirigente liberale. Il primato spetta sempre e comunque al partito
parlamentare, ed è il partito parlamentare che guida e dirige il partito extraparlamentare

Caratteri fondamentali del modello anglosassone

• Processo lento e graduale

• Assenza di scosse e fratture

• Combinazione di rotture e continuità

• I partiti extraparlamentari hanno natura parlamentare e mai antisistemica: sono emanazioni dei gruppi
parlamentari

Modello continentale
Nel modello continentale i partiti moderni nascono fuori dal Parlamento, con nessun legame con le
istituzioni e, anzi, con l’obiettivo di distruggere quelle istituzioni.

La Rivoluzione francese è un evento di rottura con le istituzioni, in quanto da questa deriva un processo
che mette in discussione proprio l’assetto politico, dalle strutture della monarchia assoluta alla monarchia
costituzionale/a sistemi parlamentari.

La Rivoluzione francese porta in sé il riferimento ideologico di Rousseau e della volontà generale, intesa
come rappresentanza organica e integrale. Questa concezione della volontà generale cozza con il modello
partitico, necessariamente di parte. Dunque, la Rivoluzione francese è contro i partiti. I giacobini creano
questo modello unitario salendo al potere e instaurando un potere dittatoriale, rappresentanza del tutto, in
cui non c’è spazio per altre forme organizzate che rappresentino interessi alternativi, settoriali, o parziali.
Tra la società e il potere non vi sono strutture intermedie, se non quella del partito unico, il quale incarna
gli interessi nazionali.

In termini di conflitto politico, l’idea di volontà generale si traduce, in Francia, in una contrapposizione
che investe proprio l’assetto politico-istituzionale: grandi linee di frattura politica che investono
direttamente l’assetto istituzionale (monarchia/repubblica; rivoluzione/controrivoluzione), che porteranno
a una conseguenza, che sarà l’elemento di differenziazione fra Francia da una parte e Italia e Germania

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

dall’altra: queste grandi fratture semplificano il dibattito parlamentare in Francia e si traducono in una
scarsa legittimazione del partito politico.

Nel modello francese, almeno fino alla Quarta Repubblica, il ruolo del partito politico è molto contenuto
e contano più le collocazioni rispetto ai grandi temi politici istituzionali (repubblica/monarchia,
rivoluzionari/controrivoluzionari). Questo è possibile perché la Francia non sperimenta, in questo
passaggio storico, una sfida politica pesante: la costruzione dello Stato e poi della nazione (con cui
devono fare i conti Italia e Germania). La Francia ha l’organicismo sociale della Gran Bretagna dietro la
nazione e questo consente che al di là delle grandi fratture sulla forma di governo, ha luogo un diverso
tipo di conflittualità: la nascita di forze antisistemiche che vogliono rovesciare il modello non c’è, o
quando c’è — come il partito socialista francese — ha un potenziale antisistemico molto ridotto e una
legittimità molto bassa. La rivoluzione è diventata un simbolo dell’identità nazionale, che non crea
fratture.

Per Germania e Italia c’è un doppio livello di frattura:

• Una frattura istituzionale che investe la forma di Stato

• Una frattura che riguarda la costruzione dello Stato stesso, che si traduce in:

‣ Assoluta predominanza di una precisa classe politica, che è quella che vuole e fa l’unità

‣ Difesa dell’ordine nuovo (Stato unitario) in nome della pericolosità che istanze o esigenze diverse

possono rappresentare per quell’ordine. Bismarck (in Germania) e i liberali (Destra e Sinistra
storica — in Italia) fanno una rivoluzione dall’alto ➝ Bismarck: unità «con il ferro e con il fuoco»;
Italia per vie diplomatiche e militari ➝ il nuovo ordine viene interamente imposto alla società.
Questo implica due effetti:


Forte ortopedia pedagogica da parte delle classi dirigenti: gli Stati vanno formati, i cittadini
vanno educati, e questo è un processo che va attuato dall’alto

✦ Protezione dello Stato nuovo, proprio perché si è appena costruito. Va anche protetto dalla
“massa ignorante”: concezione elitaria dei liberali. Le classi dirigenti di questi Stati, per
proteggere il sistema, tengono il sistema politico-liberale chiuso, costringendolo entro una serie
di paletti (p.e. legge elettorale). Questa è la grande differenza col sistema inglese. Inoltre, in
Italia lo Stato unitario viene fatto tenendo fuori dal nuovo sistema non solo un potere forte come
la Chiesa, ma anche una porzione enorme di società civile — quella cattolica — che finisce per
comportarsi come un “controstato”. La stessa cosa succede in Germania (Paese protestante) con i
cattolici. Per questo i processi di unità nazionale creano già delle enormi aree di dissenso, che
vengono tenute fuori dal sistema. Questo meccanismo si perfeziona con il non expedit di Pio IX.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Non si vuole chiudere la forbice tra Paese legale e Paese reale per paura che ne risentano le
stesse istituzioni. Il Paese legale è costituito da una classe dirigente chiusa, che ha come obiettivo
la difesa dello Stato unitario. A un certo punto la società si stufa di non contare nulla, la sordità e
la chiusura delle classi dirigenti fanno esplodere la conflittualità sociale (meccanismo inverso a
quello inglese) e la società comincia ad organizzarsi fuori dalle istituzioni: società di mutuo
soccorso, leghe, inizialmente, e successivamente lotta politica organizzata, ossia partito politico.
Più i liberali si chiudono, più i cittadini premono, in quanto vogliono un sistema diverso. La
chiusura del sistema comporta una radicalizzazione del conflitto sociale sotto forma di partito
politico

Il caso italiano
In Italia la rivoluzione dall’alto estende l’ordinamento costituzionale del Regno sabaudo a tutto lo Stato
unitario con un’operazione di forza, imponendo:

• Un certo impianto costituzionale: monarchia costituzionale. Il governo è ancora direttamente alle


dipendenze del re, ossia il meccanismo della fiducia dipende dal re. Il Parlamento è composto da:

‣ Senato del Regno d’Italia, non elettivo

‣ Camera dei Deputati, elettiva in base alla legge elettorale sabauda: modello maggioritario

uninominale; diritto di voto ristretto: nel 1861 vota circa il 2% della popolazione: cittadini maschi
di almeno 25 anni di età e che paghino 40 lire di imposte l’anno o che abbiano la licenza elementare
superiore. C’è una profonda identificazione (sociale) tra elettori ed eletti e si ha una rappresentanza
di tipo notabilare. La Destra storica ha 3/4 dei seggi

• Un certo impianto politico: le due grandi famiglie politiche che hanno portato a compimento il
processo di unificazione nazionale, ossia la Destra e la Sinistra storica

Destra storica

1861-1876, Cavour e cavouriani: liberali

• Rapporto con la monarchia e lo Statuto: fedeltà al re e allo Statuto, per cui la maggioranza della Destra
storica accetta la monarchia costituzionale. La Destra toscana e in parte anche quella emiliana
vogliono, invece, il passaggio alla monarchia parlamentare nella quale rimane la fedeltà al re, ma si
mette in discussione il rapporto fra la monarchia e il potere, e dunque il governo (istituto della fiducia)

• Rapporto con la Chiesa e gli altri territori ancora non annessi al Regno: rispetto alla Chiesa si segue
l’ideale casoriano “Libera Chiesa in libero Stato”. La questione romana va risolta per via diplomatica
(e non rivoluzionaria), sfruttando il rapporto con la Francia

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Unificazione amministrativa ed economica: la Destra è compatta sulla posizione dell’accentramento


mediante l’estensione dello stesso insieme di norme, dello stesso apparato legislativo a tutto quanto il
Regno, e sulle strategie di politica economica: protezionismo, passaggio al sistema industriale per
quanto riguarda il Sud, attenzione generale per il progresso meridionale

• Composizione sociale dell’elettorato e del corpo dirigente:: c’è una certa uniformità, sia rappresentati
che rappresentanti sono espressione prevalentemente dei grandi proprietari fondiari oppure della
borghesia illuminata (liberi professionisti)

Nel passaggio tra destra piemontese e Destra storica, viene a mancare l’alto grado di omogeneità, perché
le diverse realtà territoriali che vengono rappresentate dentro la Camera elettiva cominciano ad essere
portatrici di interessi diversificati. A partire dagli anni ’70, il blocco omogeneo comincia ad essere più
articolato. Da questa maggiore articolazione deriverà la formazione di una serie di aree politiche che
andranno a costituire i primi partiti (Piemonte: Lanza; Lombardia: Jacini; Emilia: Minghetti; Toscana:
Ricasoli; Campania: Spaventa).

Sinistra storica

Punto di riferimento dei democratici (spesso repubblicani) sono Garibaldi e Mazzini.

• Rapporto con la monarchia e lo Statuto: i democratici si dividono in due correnti:

‣ Corrente più moderata che accetta la monarchia costituzionale e lo Statuto Albertino, ma in

previsione di una sua trasformazione (soluzione di compromesso transitoria)

‣ Corrente radicale che vuole la rottura immediata e radicale della monarchia costituzionale per

costruire un ordine nuovo col superamento dello Statuto Albertino

• Rapporto con la Chiesa: lo Stato è laico, deve essere laico; la conquista di Roma va fatto con le armi e
con il moto insurrezionale (rifiuto della soluzione diplomatica)

• Politica economica e amministrativa: federalismo di Pisacane e Cattaneo, per cui lo Stato unitario va
fatto, ma nel rispetto delle diversità. Da ciò deriva la soluzione del decentramento amministrativo,
perché soltanto col decentramento si rende forte lo Stato

• Composizione politica: prevalentemente borghesia produttiva (commercianti, artigiani, ma anche


professori)

A differenza della Destra, la Sinistra storica ha già fermi due obiettivi:

• Maggiore democratizzazione delle istituzioni: spingere perché si passi ad uno Stato sempre più aperto
alle istanze sociale e alla società

• Sensibilità nei confronti di due temi:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

‣ Organizzazione: idea che la politica si faccia anche attraverso forme organizzate;

‣ È compito specifico delle classi politiche quello di occuparsi dei lavoratori: i problemi del lavoro

devono rappresentare un elemento essenziale delle scelte politiche delle classi dirigenti

Anche la Sinistra non è un blocco unico, già Mazzini e Garibaldi non sono uguali rispetto al progetto
politico. La Sinistra, forse anche più della Destra, sperimenta al suo interno, a partire dagli anni ’70, delle
forti forme di articolazione. Da queste forti articolazioni deriva il fatto che parti della Sinistra (così come
parti della Destra) comincino a staccarsi. La linea di frattura è il 1876 e consiste nella scelta fatta da
Depretis del trasformismo: a fronte della scelta trasformista, le premesse per la nascita dei partiti di fatto
in Italia si sono create proprio grazie al fatto che Destra e Sinistra non sono più al loro interno blocchi
compatti.

Trasformismo

Destra storica Sinistra storica

Moderata Moderata (compromesso istituzionale transitorio)

Estremista (ultramonarchica) Estremista (ultramonarchica)

Due fasi:

• 1861-1870: convergenza sul completamento dell’unità

• 1870-90: maggiore differenziazione ma trasformismo. Dalla mancata formazione di partiti politici. La


Destra e la Sinistra storica nascono da un’operazione di ortopedia pedagogico-politica.

La struttura bipartitica del sistema cambia a partire dal 1876, quando cade il governo Minghetti e la
presidenza del Consiglio viene affidata al leader della Sinistra storica Depretis. È l’unica volta nella storia
d’Italia in cui si assiste ad un’alternanza fra le due principali forze politiche. A partire dal 1976 non si
avrà più il meccanismo dell’alternanza, in quanto nasce quella che gli storici chiamano l’anomalia
italiana: tutta la storia successiva non sarà mai caratterizzata da questo meccanismo di alternanza. Questo
succede per l’operazione che fa Depretis: il trasformismo.

Convergenza tra Destra moderata e Sinistra moderata (Depretis) per assicurare la stabilità dei governi al
fine di costruire lo Stato. Se c’è qualcuno che vuole minacciare il sistema (Sinistra radicale: vuole la
repubblica; Destra estremista: status quo e non trasformazione della monarchia costituzionale in
monarchia parlamentare), si fa un accordo tra le due ali moderate degli schieramenti politici: convergenza
al centro, da cui possa strutturarsi una maggioranza larga che assicuri la governabilità, ossia una tenuta
maggiore e dunque una capacità politica maggiore e più concreta, alla classe dirigente del Paese.

Da uno schema sostanzialmente bipolare si passa a uno schema tripolare:

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Sinistra radicale — Sinistra moderata (Depretis) + Destra moderata (Minghetti) — Destra estremista

Il trasformismo contribuisce a far sì che i liberali (seguaci di Depretis e Minghetti) ritengano inutile non
soltanto dialogare con le forze estremiste (che sono pericolose, minacciose), ma anche (data la legge
elettorale ristretta) dotarsi di un’organizzazione. Finché il suffragio rimane ristretto, questo meccanismo
funziona.

Nel 1882 viene approvato, su iniziativa di Depretis, un provvedimento di modifica del sistema elettorale,
l’unico fino alla guerra mondiale.

• Il diritto di voto viene esteso:

‣ Si abbassa l’età minima da 25 a 21 anni

‣ Si abbassano sia il requisito di censo sia il requisito di alfabetizzazione: da 40 lire a 20 lire; terza

elementare e non più quinta elementare

• Rimane il sistema elettorale maggioritario, ma il collegio non è più uninominale (un nome per un
collegio), ma plurinominale: ogni collegio può eleggere più di un rappresentante.

Votano nuove categorie sociali, che vanno però a ingrandire le fila degli estremisti (le elezioni successive
alla nuova legge elettorale sono le prime che portano in Parlamento uno dei leader del movimento
socialista italiano: Andrea Costa), perché la società fino a quel momento esclusa dal sistema si è iniziata
ad organizzare (cooperative di consumo, società di mutuo soccorso, associazioni che difendono gli
interessi di queste categorie sociali). Depretis non si aspetta che le forze estremiste entrino in Parlamento,
convinto di poter controllare il nuovo elettorato (che però è organizzato). Per questi motivi, la legge
elettorale viene ritirata due anni dopo e si torna alla legge elettorale precedente, non tanto per i requisiti di
censo e di alfabetizzazione ma per ciò che riguarda i collegi (di nuovo collegi uninominali), perché la
classe dirigente è convinta che tenendo il collegio uninominale il voto sia più facilmente controllabile,
perché basato sulla forma di personalizzazione della politica.

In Italia la formula che blocca il rapporto fra le istituzioni e la società è il trasformismo: le aree di
dissidenza rispetto al trasformismo costituiscono le premesse per la nascita di partiti politici.

Bloccando il sistema al centro attraverso la formazione di queste grandi maggioranze, i liberali


continueranno a lungo a non dotarsi di un partito politico, rimanendo convinti che il centro della vita
politica e istituzionale rimane il Parlamento e, nello specifico, la maggioranza che sostiene il governo. Il
Paese si governa da lì, attraverso le manipolazioni elettorali, senza organizzazioni esterne. La
maggioranza si identifica con lo Stato: partito della nazione.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Per iniziare a parlare di partito liberale bisogna aspettare il primo dopoguerra. Fino al primo dopoguerra,
tutta la galassia liberale non dà vita a partiti politici, al massimo comitati locali, circoli intellettuali,
strutture ricreative. Non ha partito perché gli basta essere forza parlamentare.

La maggioranza del dissenso si concentra nella Sinistra radicale/repubblicana, perché è la componente


che a livello ideologico e programmatico ha un programma rivoluzionario, è la componente in cui le
istanze democratiche e repubblicane sono più forti, per cui accetta con minore facilità l’idea di un
compromesso con la Destra moderata.

Dissenso: componenti della Sinistra estrema

Repubblicani

Quella repubblicana è la componente politica e culturale più direttamente collegata ai valori, ai principi e
agli ideali del risorgimento. I repubblicani sono eredi di Mazzini (Giovine Italia: Francia, 1831; Giovine
Europa: Svizzera, 1834; Alleanza Repubblicana Universale: Londra, 1836).

Obiettivi politici ben definiti:

• Unità nazionale dal basso, ossia frutto di una sollevazione popolare e non di un’imposizione dall’alto

• Indipendenza rispetto alle potenze straniere

• Costruzione di un ordine politico e istituzionale repubblicano (Repubblica) e democratico (sovranità


popolare, uguaglianza sostanziale)

Lo strumento che consente di tenere insieme un sistema valoriale rispetto agli obiettivi politici che
devono essere raggiunti è l’organizzazione: per tutti i mazziniani vi è l’idea che la politica si faccia
attraverso strutture associative, perché se si devono portare le masse verso le istituzioni, la soluzione
non può essere l’anarchismo. L’associazione diventa lo strumento per sviluppare nelle masse anzitutto la
coscienza di se stesse e per consentire alle masse di raggiungere l’obiettivo politico, serve per educare,
per formare alla politica e alla partecipazione. La società va formata e guidata culturalmente e
socialmente. Lo strumento di questa guida è l’organizzazione. Non esiste una politica che abbia a che fare
con grandi numeri e che non utilizzi strumenti organizzativi: raccogliere consenso formando consenso.

L’organizzazione:

• Ha una struttura a grappolo: centro decisionale e strutture periferiche presenti su tutto il territorio

• Si autofinanzia mediante l’iscrizione: rapporto diretto tra individuo e organizzazione

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• Segue la tecnica dell’apostolato: a creazione del consenso verso il programma e verso l’organizzazione
avviene attraverso un meccanismo che mira a proporre un ideale di società che ancora deve venire che
chi si iscrive all’associazione accetta come atto di fede

Il movimento politico repubblicano, a partire dal 1848, vive una fase di trasformazione, perché — dopo
l’esperienza della Repubblica romana — di fatto, la tradizione mazziniana pura scompare: Mazzini viene
sconfitto dai moti del 1948-49. Il movimento repubblicano si divide in una serie di tendenze politiche
(una parte converge con le idee garibaldine, un’altra parte si allineerà: Sinistra storica piemontese). La
componente più fedele al movimento mazziniano opererà una scelta di rottura rispetto al sistema: a partire
dagli anni ’50-60 i repubblicani stanno nella società. Dopo il ’61 non vanno più in Parlamento, non
vogliono il compromesso con la monarchia, non vogliono il sistema chiuso, non accettano l’assetto
politico-istituzionale dello Stato unitario. Strumenti della loro politica diventano le cooperative di
consumo, le società di mutuo soccorso, le leghe operaie.

I repubblicani si collocano così in una posizione antisistemica: opposizione al sistema dall’esterno,


cominciando anzitutto a costruire consenso sociale fuori dalle istituzioni. L’azione è tutta esterna ed è
principalmente rivolta a raccogliere le istanze di quelle parte sociali che dentro a quel sistema non si
riconoscono. Ciononostante, il sistema non crolla. Questo soprattutto perché i liberali non trovano forze
politiche che abbiano come obiettivo fondamentale (almeno in questa fase) quello di inserirsi nelle
istituzioni e rovesciarle, perché le forze che nascono come antisistemiche alla fine non lo sono mai,
perché o scelgono di concentrare la propria attenzione solo sulla società (i repubblicani) e quindi non
contano perché non hanno alcuna forza politica, o finiscono per accettare (per una serie di ragioni che
vedremo) di inserirsi nel sistema e quindi di continuare a utilizzare la bandiera marxista della rivoluzione
solo come risorsa ideologica, senza mai concretizzare la posizione antisistemica, perché tutto sommato gli
conviene stare dentro le istituzioni liberali e provare a cambiarle dall’interno.

Radicali

I radicali sono i federalisti italiani e poi Garibaldi. La rottura con i repubblicani avviene alla fine
dell’esperienza mazziniana. La posizione di intransigenza che viene assunta dai mazziniani non viene
accettata dagli eredi di Mazzini più vicini a Garibaldi, i quali ritengono che il movimento democratico
debba partecipare al processo di unificazione, ossia debba dare al processo di unificazione la propria linea
politica. Obiettivi politici:

• Unità, ma nel lungo periodo si deve approdare a una confederazione di Stati

• Democrazia: riconoscimento del principio di eguaglianza sostanziale

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• Repubblica, ma senza la pregiudiziale antimonarchica: accettazione della monarchia come fase


transitoria dell’Italia per creare le premesse per passare ad un ordine nuovo, attraverso la
partecipazione politica

• Concezione elitaria della politica: la politica è fatta dalle menti più progredite e più formate della
società

I rappresentanti dei radicali vengono eletti nella Sinistra storica e rimangono lì dentro fino al 1977, cioè
fino al momento in cui Depretis lancia la strategia del trasformismo, quando il sistema cambia
configurazione. Il movimento radicale rimane dentro al Parlamento, ma si stacca dalla Sinistra storica e,
per iniziativa del suo leader Augusto Bertani, forma il primo gruppo parlamentare autonomo della storia
politica italiana, l’Estrema.

I partiti della società

Conseguenze della prima rivoluzione industriale

Già la prima rivoluzione industriale aveva portato all’attenzione delle classi dirigenti la questione
sociale, la quale viene affrontata attraverso le idee e le soluzioni di quelli che Marx chiamerà i socialisti
utopisti. Il socialismo utopistico è un attacco ai presupposti fondamentali delle società capitalistiche, ossia
ai capisaldi su cui si reggono il capitalismo e la società capitalistica — l’individualismo, la proprietà
privata, lo Stato borghese, il profitto — in nome del riconoscimento di un principio di uguaglianza
formale e sostanziale che porti ad una generale elevazione delle condizioni di vita delle classi lavoratrici.

I partiti socialisti sono il frutto di una serie di problemi sorti a seguito della seconda rivoluzione, ma
anche della prima, appunto, la questione sociale. Il socialismo nasce già alla fine del 19700 in Francia e in
Gran Bretagna con Saint-Simon, Owen, Proudhon. È questa la corrente socialista utopistica che aveva
elaborato il progetto di costruire una società diversa partendo dall’analisi delle conseguenze economiche
prodotte dalla prima rivoluzione industriale. È però una versione romantica della società, perché
immagina una società che non si potrà mai realizzare, perché non capisce le leggi fondamentali che
stanno dietro il funzionamento della storia: le ricette dei socialisti utopistici miravano non allo scontro di
classe — non ci sono ancora classi sociali definite dopo la prima rivoluzione industriale — ma a battaglie
generiche, che mirano alla costruzione di una società del benessere per tutti, sulla base dell’idea che le
società possano evolvere, progredire, migliorare il loro livello di benessere in maniera generalizzata.

Spinte nuove e diverse rischiano di mettere in crisi questi sistemi liberali a partire dagli anni ’50 e ’60
dell’800, quando la società comincia a cambiare radicalmente. L’interlocutore sociale delle classi liberali

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

comincia ad essere un interlocutore nuovo, che scaturisce dalle profonde trasformazioni di tipo
economico che hanno interessato tutte le società economiche, dovute alla seconda rivoluzione industriale.

Conseguenze della seconda rivoluzione industriale

• Il boom economico rafforza enormemente la classe borghese, soprattutto l’imprenditoria e dunque la


borghesia capitalistica, che si pone alla testa di questo processo di sviluppo economico (l’800 è il
secolo in cui la borghesia vince sul piano della costruzione dei sistemi politici liberali e dal punto di
vista produttivo ed economico)

• La seconda rivoluzione borghese determina il consolidamento di un nuovo tipo sociale: il proletariato


di fabbrica. La diffusione non è uniforme su tutto quanto il territorio europeo, molto più forte e
accelerata è in Gran Bretagna e in Germania. Marx, nel Manifesto dei comunisti (1848), lo definisce
’lumpenproletariat’: proletariato degli straccioni: impiegati nelle piccole e medie industrie; lavoratori
delle botteghe artigiane; disoccupati; vagabondi; prostitute ➝ tutti effetti di una scomposizione sociale
portati dalla prima rivoluzione industriale, che crea le premesse per la nascita di questo tipo sociale
nuovo, ma che esplode e si radicalizza dopo la seconda rivoluzione industriale).

A un ceto sociale sempre più ricco e sempre più minoranza corrisponderà progressivamente un ceto
sociale sempre più povero e, soprattutto, sempre più consistente dal punto di vista numerico. La maggiore
consistenza numerica del proletariato, che comincia a nascere in tutta Europa dopo la seconda rivoluzione
industriale, fa sì che questa nuova classe sociale cominci a percepire in maniera diffusa la propria
situazione. Inizia a diffondersi, in tutta quanta Europa, una coscienza di classe che unisce trasversalmente
il proletariato di fabbrica di tutti quanti i Paesi europei, in un obiettivo fondamentale che riguarda tutti: il
miglioramento delle proprie condizioni di vita.

Marxismo
Marx, mettendosi alla testa di un nuovo movimento, nel 1848 redige insieme ad Engels il primo
documento programmatico che pone, su basi nuove, il problema della difesa della nuova classe
lavoratrice il Manifesto del Partito comunista. L’esigenza è quella di gettare le radici programmatiche e
ideologiche affinché la tutela di questa classe lavoratrice che sta nascendo in tutta Europa possa avvenire
sulla base di un’interpretazione univoca dei fatti storici. Marx getta le basi per il passaggio dal socialismo
utopistico al socialismo scientifico, sulla base di alcune premesse: una lettura della storia e del processo
dell’evoluzione e delle trasformazioni storiche su basi materialistiche e dialettiche.

Marx parte dall’idea che la storia procede attraverso scontri di classe. Tutta quanta la storia si legge, va
ricostruita ed evolve attraverso lo scontro di classe. Questa concezione dialettica della storia poggia
sull’idea che lo scontro di classe produce la struttura di tutte quante le società, e la struttura delle società è

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

prevalentemente dettata dall’assetto economico della società stessa. La struttura delle società è
l’economia, ed è l’economia che determina l’andamento dei rapporti sociali. Lo Stato, le istituzioni, il
potere sono la sovrastruttura, sono gli strumenti di cui si serve la classe in quel momento dominante per
imporre la propria supremazia sulle altre classi che vengono dominate. Marx ritiene che per cambiare la
società si debba cambiare il sistema economico (a differenza dei socialisti anarchici: Bakunin e
Proudhon).

L’obiettivo di Marx non è distruggere lo Stato, bensì la costruzione di uno Stato nuovo, ma attraverso
l’intervento sulla struttura della società, cioè sulle dinamiche di tipo economico. Anche la borghesia è
arrivata al potere seguendo queste stesse leggi storiche. La borghesia, alle sue origini, è stata una forza
rivoluzionaria che ha sconfitto l’antico regime, operando una rivoluzione economica anzitutto e poi
politico-istituzionale, ha rotto con le strutture tradizionali dell’assolutismo monarchico e ha costruito un
sistema nuovo, il quale, tuttavia, contiene in sé i germi del suo fallimento: l’economia capitalistica
borghese ha prodotto il suo antagonista, in quanto il capitalismo industriale borghese ha bisogno di un
lavoratore da impiegare nelle nuove industrie. Quel tipo sociale nuovo di cui l’industria ha bisogno per
poter funzionare — il proletariato — sarà il nuovo soggetto sociale che metterà in crisi il sistema
borghese e rovescerà il sistema economico borghese, costruendo un ordine nuovo. Il capitalismo genera,
per sua stessa necessità, il proletariato, ma per le contraddizioni interne al capitalismo stesso, quel
proletariato a un certo punto prenderà il potere (rivoluzione), rovescerà l’ordine borghese (dittatura del
proletariato: la fase dittatoriale, in cui esisterà solo il potere del proletariato e non ci sarà spazio per altro,
è necessaria per difendersi dalle controrivoluzioni, ossia i tentativi della borghesia di riprendersi il potere)
e costruirà un sistema sociale ed economico completamente nuovo e opposto rispetto a quello borghese
(costruzione della società senza classi basata sulle seguenti leggi: ognuno produrrà in base alle proprie
capacità e riceverà in base ai propri bisogni. È questo l’obiettivo finale del processo politico descritto da
Marx. Poiché è una legge storica, non ci sarà nulla che potrà impedire questo corso degli eventi.

Cosa innesca il processo rivoluzionario? Teoria del plusvalore. Il valore è una merce. L’imprenditore paga
una merce nel momento in cui l’acquista: l’imprenditore paga il salario ai lavoratori. Tuttavia, quella
merce produce un prodotto che poi viene venduto. Dalla vendita di quel prodotto, l’imprenditore ha un
guadagno. Quel guadagno è decisamente superiore rispetto a quanto l’imprenditore ha pagato il lavoro.
L’accumulazione di capitale dell’imprenditore viene in parte reinvestita in strutture, in nuovo personale,
in potenziamento dei macchinari, in parte accumulata (il plusvalore). Il sistema capitalistico ha in sé i
germi della sua rovina perché è un sistema che continua a produrre e la sovrapproduzione, se non si ha la
possibilità di smerciarla — perché un consumatore sempre più povero non ha la capacità di assorbire i
prodotti —, rimane invenduta, e questo comporta una crisi di produzione interna del capitalismo, che si

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

traduce in una difficoltà del mercato di assorbire le merci che vengono prodotte. L’obiettivo economico
della classe borghese è l’accrescimento del profitto, per cui la borghesia ha bisogno di operare nel sistema
economico una rivoluzione economica permanente, perché è dalla rivoluzione economica che si
produce ricchezza. La borghesia è il ceto sociale che ha introdotto in campo economico le innovazioni più
radicali: ha potenziato i mezzi e le tecniche di produzione, ha sviluppato l’industria, ha introdotto nuove
tecniche di produzione e questo è un processo continuo e costante; ha creato strutture economiche nuove;
ha creato nuovi strumenti di comunicazione (che facilitano lo scambio di merci); ha consentito lo
sviluppo industriale e urbano, creando un nuovo assetto della società; ha aiutato i progetti di
alfabetizzazione sociale, creando nuova forza-lavoro e creando nuove strutture in cui questa forza-lavoro
si aggrega, facilitando i contatti tra i nuovi settori sociali e il progredire generale di un livello più elevato
di alfabetizzazione e di istruzione; ha creato i mercati internazionali, impostando un sistema economico e
produttivo che ha consentito di superare la semplice produzione economica degli Stati nazionali,
trasformando così anche l’interrelazione fra le economie degli Stati; ha avuto inevitabilmente bisogno di
creare il suo antagonista: il proletariato, l’operaio di fabbrica che gli produce profitto.

Dal marxismo alla nascita dei partiti operai


Una serie di fattori porterà allo scoppio della crisi.

• La ricerca continua del profitto porterà il sistema capitalistico a vivere una crisi di sovrapproduzione

• La borghesia, in mancanza di profitto, reagisce con una serie di misure:

‣ Abbassando i salari, per cui aumenterà il gap tra la borghesia e il proletariato

‣ Riducendo il numero degli impiegati

• La classe lavoratrice è quella che paga il prezzo più alto della crisi intrinseca del capitalismo:

‣ Aumento della povertà, a causa della contrazione dei salari

‣ Aumento della concorrenza: più persone (p.e. donne e bambini) disposte a vendere il proprio lavoro

per un salario inferiore

‣ Penalizzazione come esseri umani: lavoratore percepito non come persona ma come uno degli

ingranaggi della catena di montaggio della produzione industriale

In questo momento la classe che avrà in mano le sorti del processo storico sarà quella che il sistema
borghese ha prodotto, ovvero il proletariato, che intanto ha maturato nel corso del tempo una propria
coscienza condivisa basata su un elemento fondamentale: i cleavages non nascono più su problemi di tipo
politico, ma nascono su un terreno che investe direttamente gli aspetti economici e quindi la società.

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È sulla conflittualità sociale che ci si deve concentrare, perché è a partire da quella conflittualità che si
può scardinare il sistema. Da qui nascono i partiti della società.

A partire da Marx, il terreno su cui le nuove esperienze politiche nascono non riguarda in prima battuta
l’assetto politico-istituzionale, ma è quasi esclusivamente di natura sociale, come riflesso di situazioni e
condizioni che hanno origine in processi di trasformazione economica. Di qui nasceranno formazioni
politiche che guardano prima di tutto alla società e che dentro la società si muovono. La società senza
classi, che è l’obiettivo politico, non è l’obiettivo principale. L’obiettivo principale è andare a trasformare
i rapporti di forza economici, perché, una volta trasformati questi — attraverso l’abolizione della
proprietà privata e la collettivizzazione dei mezzi di produzione —, quello che si creerà sul piano
istituzionale sarà un riflesso di ciò che è stato creato nella società. Se si cambia l’assetto economico,
cambia l’assetto degli Stati, ma per cambiare l’assetto economico si deve investire direttamente nella
società e muovere dalla società. Dallo scontro sociale si determina anche una trasformazione di tipo
politico.

L’economia capitalistica ha creato una grande massa di lavoratori, ma l’ha concentrata in poche aree.
Questo ha consentito agli operai di sperimentare la loro vicinanza. Le fabbriche diventano delle strutture
di aggregazione per questa classe sociale nuova, dunque facilitano la convivenza e il contatto fra i membri
di questa nuova classe sociale.

Il capitalismo ha sviluppato nei lavoratori la percezione di un forte senso di uguaglianza. La borghesia


farà di tutto per evitare che si aggreghino. Alla luce dei freni che la borghesia porrà allo sviluppo di una
borghesia sociale di classe, occorrerà pensare a uno strumento che dia voce a questo ceto sociale nuovo.
Gli operai, se lasciati da soli, non faranno niente, perché:

• Saranno schiacciati dalla borghesia, che detiene le leve del potere economico e politico

• Preferiranno la strada della contrattazione per ottenere qualche piccola concezione da parte del datore
di lavoro, proprio perché non hanno forza

Dunque, occorre uno strumento che interpreti le esigenze di questa classe sociale: il partito politico.

Le funzioni del partito sono:

• Funzione educativa: promuove, definisce, crea la coscienza sociale di classe, insegna agli operai che
hanno diritti, che possono rivendicare quei diritti, e consente che quella coscienza di classe maturi e si
sviluppi, si rivolga a questa figura sociale nuova

• Funzione difensiva: difende gli operai, i proletari, dalle aggressioni/dal soffocamento che subiranno da
parte della borghesia

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Funzione pedagogica: fissa obiettivi di medio e lungo periodo del percorso rivoluzionario. Spetta al
partito definire non solo l’obiettivo finale (società senza classi, collettivizzazione dei mezzi di
produzione, abolizione della proprietà privata), ma anche guidare la massa proletaria nella definizione
delle tappe intermedie per giungere all’obiettivo finale. Il partito non è solo un contenitore della classe
proletaria, ma ha una funzione storica determinante nell’indicare la strada ai proletari

Caratteristiche del partito secondo Marx

• Partito che si ponga come espressione di tutta la classe operaia e solo della classe operaia. La
rivoluzione non si fa con altre classi sociali. Su questo punto Lenin chiuderà con la tradizione marxista

• Il gruppo dirigente è composto prevalentemente da un’avanguardia rivoluzionaria, ossia da un gruppo


ristretto più cosciente e consapevole, intellettualmente più evoluto, capace di leggere i processi
economici, di utilizzare quegli stessi strumenti economici che ha utilizzato la borghesia a fini di
rivoluzionari e di insegnare ai proletari dove va la storia e dove deve andare

• Struttura verticistica (tipica di tutti i partiti moderni): c’è un gruppo dirigente che conosce la teoria e
che la sa tradurre in prassi e c’è una base che viene educata alla teoria e viene guidata al
raggiungimento dell’obiettivo politico. È l’alto che detta le tappe rivoluzionarie e c’è una base che
viene condotta dal vertice verso l’esito rivoluzionario. Questo modello partitico è proprio di tutti i
partiti di stampo marxista (si ritrova in Lenin: il partito bolscevico è un partito di rivoluzionari di
professione, non un partito di massa), in cui c’è ovviamente un rapporto orizzontale con la base, ma
quello che conta in prima battuta è la dimensione verticale: un vertice che guida la base, perché la base
non è pienamente cosciente

• Questione ideologica: è l’elemento di novità del marxismo. Tutto l’impianto marxista poggia sul
nocciolo ideologico, che crea consenso intorno ad un’idea di storia, di evoluzione e di trasformazione
della società che non c’è, si deve credere per atto di fede che a un certo punto verrà una società senza
classi. Questo giustifica l’organizzazione verticale del partito. Le direttive che vengono dal gruppo
dirigente non possono essere discusse dalla base, perché il vincolo ideologico è rigido: non c’è
dibattito, non c’è democrazia, non c’è partecipazione dal basso, ci sono solo direttive dall’alto verso il
basso

Per passare dalla teoria alla pratica, Marx, nel 1864, tenta di raccogliere dentro un’unica struttura
organizzata tutte queste forme di organizzazioni, società, raggruppamenti che si erano diffuse in Europa al
fine di coordinarne l’azione in maniera unitaria. Nasce così la Prima Internazionale a Londra:
Associazione internazionale dei lavoratori (1864). L’Associazione internazionale dei lavoratori è più

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

un’organizzazione simbolica che non contenutistica vera e propria, perché getta le basi per l’assoluto
predominio del marxismo rispetto alle altre correnti culturali e politiche che si erano occupate delle
questioni sociali.

Due scontri nella Prima Internazionale

• Frattura simbolica tra il socialismo scientifico e il socialismo utopistico: Marx afferma che quella
utopistica è una lettura romantica delle conflittualità sociali e non esiste l’ipotesi di creare una società
migliore per tutte le classi sociali. In realtà non c’è scontro: la corrente utopistica viene sconfitta

• Scontro tra Marx e Bakunin: Bakunin (erede di Proudhon), leader del socialismo anarchico, è difensore
di una forma di comunismo libertario. Secondo i socialisti anarchici, non è tanto da contestare
l’ordine economico; il problema delle società è il principio di autorità, in base al quale un uomo o un
gruppo di uomini pensa di poter esercitare potere, controllo e dominio sugli altri. Non si tratta di
contestare il dominio borghese, ma il dominio stesso, ossia l’esercizio di autorità di un individuo o di
un gruppo di individui sugli altri. Questo significa che non si deve abbattere il capitalismo, ma lo
Stato, ossia tutte quelle forme di esercizio del potere rispetto al quale si deve riconoscere la capacità e
la libertà degli individui di autogovernarsi. Se lasciati da soli, gli individui troveranno un equilibrio
nella convivenza civile, non c’è bisogno di nessuno che insegni e che imponga regole ad altri, sarà
l’incontro delle libertà individuali che definirà gli spazi della convivenza civile, senza passare
attraverso nessuna forma di esercizio di autorità.

Per gli anarchici, non serve a nulla neanche il partito, perché il partito è un’altra forma di autorità, un
altro gruppo dirigente che si mette in testa di comandare a una base. Dunque rifiuto del comando,
rifiuto del potere, rifiuto del partito. Gli anarchici sono individualisti estremi, nella convinzione che
questa esaltazione individuale porterà al giusto.

Su una cosa gli anarchici sono d’accordo con Marx: a una società di individui liberi che si
autogovernano si arriva mediante la rivoluzione, fatta però non sotto la guida del partito (come vuole
Marx), ma dagli individui singoli: ci deve essere uno spontaneismo rivoluzionario che parta
esclusivamente dall’individuo. È l’individuo singolo che deve ribellarsi contro il sistema e abbattere il
principio di autorità, sulla base della convinzione che gli individui abbiano una capacità di
autoregolamentarsi nella convivenza civile. Per Bakunin non esiste conflitto di classe: anche la classe è
una sovrastruttura e ingabbia la libertà dell’individuo di esprimersi, di realizzarsi, di affermarsi.

Altra differenza tra Marx e Bakunin è l’idea che non ci sia una precisa classe di riferimento per l’esito
rivoluzionario: il processo rivoluzionario partirà inevitabilmente dalle classi oppresse, ossia da coloro
che più sentono il peso del principio di autorità, ma il proletariato non è la sola classe oppressa. Non si

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

può identificare la rivoluzione con una sola classe sociale. Semmai, si può espandere il concetto a tutta
la classe lavoratrice oppressa.

Germania unificata
È in Germania che nasce il primo partito di ispirazione marxista. Ciò avviene a causa dello sviluppo
economico: tra i Paesi dell’Europa occidentale, la Germania è il Paese in cui più forti e più rapide sono le
trasformazioni derivate dagli effetti della seconda rivoluzione industriale, per cui lì il problema della
coscienza di classe si avverte prima.

Tutto il discorso sulla nascita di un partito operaio tedesco avviene durante il primo periodo di Bismarck
al potere, in una situazione preunitaria (l’unificazione tedesca avviene nel 1870), mentre Bismarck sta
costruendo il processo di unificazione nazionale.

Il Partito socialdemocratico tedesco (Spd) nasce dalla convergenza di due eventi

• Associazione generale degli operai tedeschi — Lassalle (1863): Marx ha già scritto il Manifesto, ma
non c’è stata ancora la Prima Internazionale. Questo primo nucleo nasce caratterizzato da una precisa
visione ideologica e politica della difesa delle classi lavoratrici, che:

‣ Recepisce alcune idee del marxismo (è marxista rispetto agli obiettivi):


idea della necessità di un partito che difenda gli interessi di una classe lavoratrice

✦ suggestione rivoluzionaria: i proletari prenderanno il potere con la rivoluzione)

‣ Recupera ancora elementi del socialismo utopistico: non è detto che questo processo sia imminente,

cioè non è detto che per costruire una società migliore si debba immediatamente pensare all’esito
rivoluzionario: è possibile che in una fase transitoria — come quella preunitaria tedesca — l’idea
di un processo rivoluzionario rimanga una risorsa ideologica e politica importante, ma non è
detto che nel breve periodo sia la soluzione adatta, per due ragioni:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi


Esiste un proletariato, ma non è ancora sufficientemente forte;

✦ Vi è l’idea di tentare, intanto, a riformare il sistema dall’interno (riformismo): le condizioni


storiche, economiche e sociali per passare al processo rivoluzionario non esistono, per cui intanto
si prova la via dell’inserimento nelle dinamiche istituzionali cambiando lo Stato, le istituzioni e
le legislazioni economiche dall’interno del sistema stesso aspettando che i tempi siano maturi per
una vera e propria rivoluzione

• Partito operaio socialista tedesco — Bebel, Liebknecht (1869): è già nata la Prima Internazionale
(1864), Marx ha già vinto; il processo di unificazione tedesca è alle sue fasi finali: c’è stata già la
guerra austro-prussiana (1866) e ci sarà a breve l’ultima guerra, che precede l’unificazione, ossia la
guerra franco-prussiana (sconfitta di Sedan e incoronazione di Guglielmo imperatore di Germania).

Il Partito operaio socialista tedesco è un partito marxista vero (marxista ortodosso), ossia che sposa
integralmente i dettami della Prima Internazionale, ossia tutti i concetti chiave del marxismo: la lotta
dev’essere lotta di classe, lo strumento deve essere la rivoluzione, la storia evolverà attraverso una fase
di dittatura che rovescerà il potere costituito.

Il Partito operaio non è disposto a scendere ad alcuna forma di compromesso col potere costituito, non
è disposto ad accettare la via legale, anche se transitoria. O rivoluzione o niente. Finché non si fa la
rivoluzione, la soluzione è agire fuori dalle istituzioni (nella società) come forza antisistemica.

Fino al momento dell’unificazione (costituzione del Reich), le due componenti del movimento operaio
tedesco sono divise, non tanto sui fini quanto sulle fasi che portino all’obiettivo finale: per l’Associazione
generale è possibile una doppia fase (compromesso, rivoluzione), per il Partito operaio socialista tedesco
no (rivoluzione e basta). Fino a un certo punto il Partito operaio agisce solo nella società e come forza
antisistemica (per distruggere le istituzioni). Questi due nuclei si muovono come forze divergenti che per
più di qualche anno non si incontrano. Sia Lassalle sia Bebel faranno diversi tentativi per cercare di
fondere le due esperienze politiche all’interno di un organismo unitario, allo scopo di un proprio
rafforzamento. Questi tentativi falliranno perché i due nuclei rimarranno fermi sulle loro posizioni
originarie fino a quando non si consoliderà il potere bismarckiano, ossia fino a quando l’interlocutore di
Bebel e di Lassalle, sul piano istituzionale, non diventa Bismarck (e il suo sistema). Il contesto politico,
sociale e istituzionale in cui da divisi i due nuclei si trovano ad operare unitamente è un contesto diverso,
dettato dal processo di unificazione tedesca: un processo dall’alto, imposto attraverso operazioni quasi
esclusivamente militari, che si conclude, un po’ a differenza di quello che accade in Italia, con una forte
svolta autoritaria. Il potere di Bismarck è un potere autoritario: il cancelliere è la figura più forte dopo
quella dell’imperatore, è il titolare del potere esecutivo e risponde di questo suo potere solo
all’imperatore. Il Parlamento tedesco è diviso in due rami: da una parte, il Bundesrat (ossia il consiglio

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

federale — l’unificazione è fatta sotto il segno di una struttura confederale), in cui vi sono i rappresentanti
dell’Impero; dall’altra parte, il Reichstag, ossia la camera elettiva (a suffragio universale maschile, con
l’unico vincolo del raggiungimento dei 25 anni di età). Tutto questo impianto si regge su una concezione
conservatrice e autoritaria del potere e delle istituzioni, che informa di sé tutto l’assetto politico-
istituzionale.

Quando questa diventa la struttura della Germania unificata, cambia la strategia di quei due nuclei
originari, che poi avrebbero portato alla formazione del Partito socialdemocratico tedesco, perché si deve
combattere contro questo sistema autoritario e conservatore, che non apre alle classi sociali al fine di
difendere la propria struttura (con le armi e le repressioni di qualsiasi organizzazione politica che operi
fuori dal sistema bismarckiano).

Per sfidare un potere così forte, i due tronconi originari hanno bisogno di trovare un terreno di
convergenza, e per farlo aspettano un anno cruciale, quando è chiaro che il nemico principale da
combattere sarà Bismarck: nel Congresso di Gotha del 1875, i rappresentanti delle due formazioni danno
vita al Partito socialista operaio tedesco, che diventerà nel 1890 il Partito socialdemocratico tedesco.
L’individuazione di un nemico comune — il modello bismarckiano — diventa l’elemento tramite cui far
convergere due istanze diverse. Nel Congresso di Gotha viene fissata e definita una piattaforma politica
programmatica comune (il nome del partito cambierà non a caso). Questo primo nucleo nasce, sì,
dall’unione dei due tronconi, ma mantiene un’identità fortissima dei due, che definisce la strategia con
cui, dal 1875 fino al 1890, il Partito si comporta nel modello bismarckiano.

Queste due componenti continueranno a vivere nel Partito socialista operaio tedesco, il quale seguirà un
doppio livello d’azione (politica del doppio binario): cercare di mantenere in qualche modo un piede
dentro le istituzioni (Lassalle) agendo contemporaneamente dentro la società per preparare la rivoluzione.
Si arriva a questa decisione a causa di Bismarck e per il tipo di legislazione che questi fa approvare:
Kulturkampf e leggi antisocialiste, che perseguitano qualsiasi forma organizzata, strutturata e politica che
agisca nella società in chiave antisistemica. Cosa rimane da fare a questo partito unificato, se Bismarck lo
perseguita sul piano dell’organizzazione politica extraparlamentare? Agire in Parlamento: l’unico modo
per sopravvivere alle persecuzioni bismarckiane è scegliere la via delle istituzioni, perché la costituzione
del Reich prevede l’indennità di mandato, ossia che il parlamentare non possa essere perseguitato per le
proprie posizioni politiche. In questo modo il Partito socialista operaio tedesco ottiene un doppio risultato:

• Entra nelle istituzioni, mettendosi così sotto l’ombrello delle garanzie costituzionali

• Nonostante le politiche repressive bismarckiane, il Partito si rafforza nella clandestinità, perché è un


partito pensato proprio per rispondere alle persecuzioni. Nascono sezioni del Partito socialista operaio
tedesco in tutta la Germania. Nel 1890, il Partito — che sta per prendere il nome di Spd — raggiunge

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

circa un milione di iscritti, diventando il partito politico europeo più grande di tutta Europa che
svilupperà tutti i caratteri ideologici e organizzativi che costituiranno poi il modello che il resto dei
partiti socialisti che nasceranno in Europa finiranno per imitare.

L’origine del moderno partito politico in Europa continentale è nella società (origine sociale): l’obiettivo
politico dei partiti continentali non è di inserirsi nelle istituzioni, ma è quello di cambiare quelle
istituzioni. Questo vale a maggior ragione per i partiti di classe, che nascono sulla base di una precisa
spinta ideologica: quella marxista. Questi partiti hanno una fortissima vocazione antisistemica (a
differenza dei partiti inglesi, che nascono per allargare il sistema). In realtà, però, la vocazione
antisistemica rimane solo potenziale, in quanto le scelte concrete che operano, la via politica che questi
partiti scelgono di seguire è una via politica legalitaria. Questi sono quindi partiti che rimangono
rivoluzionari nei fini ma legalitari nei mezzi. Il marxismo ortodosso teorizzato da Marx non verrà
applicato da nessun partito politico. Questo almeno fino alla rivoluzione russa, quando però l’ideale
rivoluzionario viene declinato nella versione leninista, che non è il marxismo ortodosso. L’Spd, perciò,
non è un partito antisistema, bensì un partito di integrazione sociale, ossia un partito che nasce con
vocazione antisistemica ma finisce per esercitare la funzione di forza di integrazione sociale. La via
legalitaria comporta che tali partiti finiscono per essere partiti che raccolgono quel consenso sociale
(quella domanda sociale) che le classi dirigenti hanno tenuto fuori e lo portano dentro, diventando così
partiti che integrano all’interno delle istituzioni porzioni sociali escluse dentro i sistemi liberali,
democratizzando questi sistemi liberali. I partiti continentali dunque, per quanto nascano fuori dalle
istituzioni con ideali antisistemici, finiscono per agire dall’interno del sistema al fine di modificarlo
dall’interno.

DUE FASI DELL’SPD

• Fase bismarckiana.

La condizione che pesa più di tutte rispetto alle scelte che vengono compiute dall’Spd consiste nelle
persecuzioni bismarckiane. L’Spd inaugura un doppio binario d’azione: da una parte, potenziare
l’organizzazione partitica; dall’altra, perseguire e continuare sulla via legalitaria, ossia sulla via
parlamentare, per l’ombrello che le garanzie costituzionali assicurano ai parlamentari. Sul piano del
partito, l’Spd esplode e sviluppa tutte le caratteristiche del vero partito politico moderno, ossia:

‣ Fortissima radicalizzazione dell’ideologia: a fronte delle minacce persecutorie di Bismarck, si

serrano le fila attorno al primato assoluto dell’ideologia marxista. Importanza dell’ideologia come
strumento che non soltanto definisce la strategia politica (che poi cambia) ma anche come
l’elemento che fa l’organizzazione.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

‣ Disciplina interna ferrea: l’organizzazione è funzionale per sopravvivere nelle fasi di clandestinità

‣ Stretta organizzazione verticistica: c’è una base — la base degli aderenti al partito — ma esiste

un gruppo dirigente forte che costituisce il nucleo centrale dell’organizzazione, a maggior ragione
in clima di clandestinità ➝ bassa democratizzazione interna (critica che Michels fa al Partito:
manca la democrazia interna, in quanto la partecipazione della base al processo decisionale era
praticamente nulla)

‣ Culto assoluto dell’organizzazione

‣ Utilizzo e diffusione di tutti i più moderni strumenti di comunicazione: l’Spd sarà praticamente

il primo partito politico moderno ad utilizzare come strumento di comunicazione e di reclutamento


del consenso la stampa; nasceranno fogli di partito, opuscoli, case editrici

‣ Diffusione su tutto il territorio: l’Spd diventa un partito nazionale: c’è un fortissimo legame fra il

nucleo centrale (la dirigenza) del Partito e le sezioni periferiche che nascono su tutto il territorio
nazionale; c’è un altissimo incremento degli apparati del Partito e, tuttavia, un fortissimo
accentramento dovuto al clima di clandestinità

‣ Iscrizioni individuali, altro elemento che rompe con le tradizioni

‣ Statuto: per la prima volta viene approvato dalla dirigenza del Partito quell’insieme di norme che

definiscono e regolano il funzionamento interno, fissando contemporaneamente gli obiettivi della


lotta politica

Tutti i caratteri che l’Spd sviluppa in questa fase sono i caratteri che si troveranno nei partiti che
nasceranno (sia di matrice marxista che non) sul modello dell’Spd, seppur con un tasso di democrazia
interna molto basso.

• Fase post-bismarckiana.

Nel 1890 viene approvato un importante programma del Partito (programma di Erfurt) nel quale si
definiscono le nuove linee strategiche. Usciti dalla fase bismarckiana, occorre capire che tipo di
strategie adottare. Dentro all’Spd vengono a delinearsi tre tipi diversi di percorsi, che corrispondono a
tre visioni diverse del marxismo e che costituiscono tre soluzioni diverse rispetto al ruolo politico
dell’Spd. La Seconda Internazionale, fondata a Parigi nel 1889, segna la vittoria del marxismo
declinato secondo il modello dell’Spd (tutti i vertici della Seconda Internazionale sono i vertici
dell’Spd, perché l’Spd è il partito socialista più forte in Europa ➝ le scelte dell’Spd sono le scelte della
Seconda internazionale):

‣ Sinistra (componente operaista) ➝ marxisti ortodossi: modificare completamente la linea politica

rispetto al periodo bismarckiano (cessata la necessità di operare all’interno delle istituzioni per

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

servirsi dell’ombrello costituzionale). La scelta di mantenere un piede nelle istituzioni, compiuta tra
il 1878 al 1890 è una scelta di tradimento: non sono state seguite le direttive marxiste. Una volta
usciti dalla fase emergenziale del periodo bismarckiano, occorre tornare al marxismo ortodosso,
ossia occorre rifiutare completamente la via legalitaria e tornare all’idea di usare la rivoluzione per
distruggere lo Stato borghese (sia economico che politico) e costruire lo Stato nuovo, ossia una
società senza classi

‣ Destra: Bernstein ➝ revisionisti: sostengono la posizione opposta a quella dei marxisti ortodossi.

Secondo i revisionisti, la storia dimostra che Marx ha sbagliato, perché non ha letto correttamente
l’evoluzione della storia per vari motivi:

✦ Né la borghesia né il proletariato possono essere considerate classi omogenee (come fa Marx) al


loro interno: c’è la borghesia imprenditoriale ma anche la piccola borghesia (composta di
lavoratori), che fa bene all’economia

✦ Il capitalismo ha portato un’innalzamento generale del benessere sociale (benessere più diffuso)

Non ha senso parlare di rivoluzione né di lotta di classe. La strada da seguire è la soluzione


riformista: bisogna lavorare dentro le istituzioni affinché il miglioramento delle condizioni di vita
della classe operaia possa avvenire attraverso l’approvazione di una serie di riforme che investano
anzitutto il mondo del lavoro (salario, ore di lavoro, regolazione del lavoro femminile e minorile)

‣ Centro: (gruppo dirigente, che vince perché è più forte ➝ Bebel, Kautsky: linea intermedia che è

frutto, da una parte, dell’esperienza appena vissuta; dall’altra, della necessità di non staccarsi troppo
da Marx. Doppia strategia: la soluzione migliore è quella di procedere secondo una strategia in due
tempi: programma minimo e programma massimo: ossia tenere insieme le istanze della sinistra
estrema a quelle difese dai revisionisti:

✦ Programma massimo: tenere il riferimento ideologico fermo a Marx (marxismo ortodosso), e


cioè rivoluzione, dittatura del proletariato, società senza classi

✦ Programma minimo: fino a che le condizioni non saranno opportune per realizzare il programma
massimo, si sceglie una strategia di attesa, e cioè la soluzione riformista. In realtà, nei fatti il
programma massimo non si attuerà mai: l’Spd diventa un partito che sceglie a tutti gli effetti la
via riformista/legale (riforme come strumento di lotta politica ed elezioni come strumento di
consenso e come pressione sul sistema). Il riferimento a Marx e al programma massimo rimane
soprattutto come risorsa ideologica. L’importanza di non abbandonare il riferimento alla
rivoluzione come risorsa è, sì, verso la società, come strumento di raccolta del consenso, ma è
anche un elemento di pressione sul sistema, ossia sulle istituzioni; viene utilizzato come arma di

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

ricatto nei confronti delle istituzioni: “se non venite incontro alle esigenze che noi difendiamo —
per ora con mezzi legali —, state attenti che vi scateniamo contro il Paese”.

Non si applica un metodo scissionista, almeno fino alla prima guerra mondiale, quando l’Spd è il
primo partito europeo che si schiera assolutamente a favore dell’interventismo. Alle soglie della prima
guerra mondiale si stacca la componente di sinistra dell’Spd (parte della Luxemburg) che andrà a
formare la Lega di Spartaco (Marx non è per l’imperialismo, bensì contro la lotta fra le nazioni). La
dialettica interna dell’Spd cambia, perché di fatto l’Spd si allinea completamente sulla strada della
socialdemocrazia europea, prendendo molto più marcatamente le distanze dal programma massimo e
dal marxismo ortodosso. L’Spd è un partito socialdemocratico, ossia completamente allineato sulla
soluzione riformista: la lotta in difesa delle classi lavoratrici si fa ormai definitivamente dentro le
istituzioni. Si passa dalla prevalenza della strategia di centro alla strategia della destra dell’Spd. Gli
equilibri fra le tre correnti dell’Spd diventano gli stessi equilibri che si trovano all’interno della
Seconda Internazionale: la linea politica che vince è quella del centro, ossia quella del programma
minimo e del programma massimo. Tutti i partiti socialisti europei si debbano adeguare a questa
strategia: rimandare per il momento la rivoluzione e perseguire la via legale in difesa degli interessi e
dei diritti delle classe lavoratrici. Se Marx (marxismo ortodosso) ha vinto nella Prima Internazionale,
l’Spd diventa il partito egemone della Seconda Internazionale, e la sua scelta politica diventa la scelta
alla quale i partiti socialisti europei devono ispirarsi e a cui si ispireranno.

Italia
• Presupposti ideali e ideologici della nascita del Partito socialista italiano:

‣ Fortissima influenza culturale e ideologica del socialismo risorgimentale (Ferrari e Pisacane)

‣ Unificazione imposta dall’alto che crea una frattura fra Paese legale e Paese reale. Questo

influenzerà l’ambito in cui nasce il Psi (come l’Spd), ossia la società (e non le istituzioni) cioè
quella forbice che esiste fra il contesto istituzionale e la società che viene rappresentata dalla classe
dirigente liberale

• Riferimenti politico-organizzativo:

‣ Il Psi non nasce dal nulla, ma raccogliendo una serie di esperienze, che già si erano diffuse sul

territorio nazionale: erano nate associazioni (società di mutuo soccorso, cooperative) che avevano
posto al centro della loro attività principale proprio l’attenzione per i temi del mondo del lavoro
(questione sociale). Difatti, i repubblicani avevano spostato la loro area di azione nella società,
rinunciato alla politica e cominciato a creare, all’inizio degli anni ’60-70, una serie di strutture per
rispondere alla questione sociale. Le esperienze associative, dunque, già esistono su tutto il

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

territorio, con una particolare concentrazione nell’area padana — dove più forte era la tradizione
mazziniana — e in parte in alcune regioni più progredite dell’area settentrionale

• Presupposto socio-economico:

‣ Gli effetti della prima e, soprattutto, della seconda rivoluzione industriale con la conseguente

comparsa di nuovi tipi sociali. il contesto sociale non permette, però, di recepire Marx

• Influenze internazionali:

‣ Prima e Seconda Internazionale

Tutto ciò è vero anche per l’Spd.

Differenze tra modello tedesco e modello italiano

• Peculiarità della classe operaia: è profondamente diverso il processo che porta alla nascita di una
classe operaia e proletaria. L’Italia è il Paese in cui gli effetti della seconda rivoluzione industriale sono
più lenti. Da un punto di vista economico, l’Italia è, ancora a metà dell’800 — quando in Germania sta
già nascendo il movimento di Lassalle —, un Paese arretrato, con un’economia prevalentemente
agricola e un’economia industriale concentrata in piccolissime aree, soprattutto nel Nord. Quando
cominciano a diffondersi le nuove istanze a favore delle classi operaie e proletarie, in Italia di fatto un
proletariato non esiste. Esso è fatto di pochissimi operai e di una maggioranza di lavoratori impiegati
prevalentemente in aziende artigiane

• Totale estraneità allo Stato unitario: è diverso il processo che porta dal movimentismo alla nascita di
un vero e proprio partito politico. Quasi sempre i lavoratori italiani non hanno la minima idea di che
cosa significhi la parola Stato, non capiscono l’unificazione, non capiscono le scelte politiche
dell’unificazione. Nella maggior parte dei casi, questo senso di estraneità allo Stato si traduce in vere e
proprie azioni di ribellione nei confronti dello Stato. Difatti, soprattutto nelle zone dell’Italia
meridionale, era preferibile tornare allo Stato precedente l’unificazione rispetto allo Stato unito. È su
questo che farà leva la nascita del movimento operaio: il divario fra le istituzioni e il Paese reale è
fortissimo in Italia, molto più forte rispetto agli altri Paesi dell’Europa occidentale, e non soltanto
perché si viene da una situazione di Stati preunitari con caratteristiche diverse, ma anche perché il fatto
che l’industrializzazione è molto lenta non produce in Italia gli effetti positivi dell’industrializzazione,
primo fra tutti l’alfabetizzazione politica (nel caso tedesco, uno degli aspetti positivi delle fabbriche
era che mettevano tutti gli operai insieme; erano centri di contatto e di formazione di una coscienza
comune. Questo in Italia non c’è). Il livello di alfabetizzazione politica dell’Italia è molto più basso
rispetto a quello del resto dei Paesi dell’Europa occidentale e, più nello specifico, rispetto al caso

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

tedesco. Questo significa che le ondate di malcontento e di protesta antistatalista sono molto più forti
che non negli altri casi nazionali.

Questo senso di estraneità allo Stato unitario viene accresciuto e potenziato dalle scelte che vengono
compiute dalla classe dirigente: la chiusura effettuata da parte della classe dirigente aggrava una
situazione di conflittualità già esistente, allargando il divario fra la società e la politica. Questo crea le
premesse affinché la nascita di forme organizzate a tutela del mondo del lavoro abbiano in Italia una
serie di peculiarità che non si trovano negli altri casi nazionali:

‣ In Italia, i nuclei originali che hanno come obiettivo principale la difesa degli interessi delle masse

lavoratrici sono di ispirazione prevalentemente anarchica. Marx decide di inviare Bakunin


affidandogli il compito di dare vita alle sezioni italiane della Prima internazionale, ritenendo la
soluzione politica proposta da Bakunin più adatta a rispondere alla situazione contingente
dell’Italia, perché Bakunin non leggeva la storia esclusivamente come lotta di classe e non aveva in
mente una classe specifica di riferimento, ma difendeva l’idea del comunismo libertario,
dell’insurrezione armata, violenta, spontanea e individuale, avendo perciò come classe di
riferimento tutta la classe lavoratrice (lavoratori di fabbrica e agricoli). Le sezioni italiane fondate
da Bakunin, però, si rivelano un fallimento, perché le ondate rivoluzionarie vengono costantemente
represse dall’uso dell’esercito da parte della classe dirigente liberale

‣ Era difficile conoscere Marx. L’anarchismo non funziona e c’è bisogno di una soluzione diversa,

che matura dentro le file stesse dell’anarchismo bakuniniano, ad opera di un anarchico vicino a
Bakunin, che aveva anche maturato la consapevolezza dei limiti di quell’esperienza associativa e
politica: Andrea Costa. Costa si allontana da Bakunin leggendo Marx e iniziando ad avere contatti
col mondo socialista sovietico. Costa recepisce l’esigenza di imprimere un nuovo corso alla lotta
politica in Italia e pubblica, nel 1879 — la Prima Internazionale è già terminata nel 1976
(decisamente in ritardo rispetto al socialismo europeo) —, la Lettera agli amici di Romagna, in cui
espone tutti i limiti dell’esperienza anarchica, partendo da un elemento di forte rottura rispetto
all’anarchismo: la linea cospirativa e insurrezionale non basta più, non porta a nessun risultato;
occorre fare un salto di qualità nella direzione della formazione di un vero e proprio partito
politico. Occorre modernizzare gli strumenti della lotta politica dando vita anzitutto ad un partito
che abbia il compito non soltanto di coordinare la difesa degli interessi della classe lavoratrice, ma
anche di educare la classe lavoratrice alla lotta politica e agli ideali difesi e promulgati da Marx.
Costa ipotizza questa soluzione prima ancora che in Italia si formi una classe operaia.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi


Sulla base di questa idea, Costa crea le premesse per la nascita di questo primo gruppo: nel 1881
nasce il primo troncone organizzato a difesa della lotta dei lavoratori, il Partito socialista
rivoluzionario di Romagna. Il primo nucleo originario nasce dall’organizzazione e dalla fusione
di quelle strutture organizzate (insediate prevalentemente nell’area romagnola) che già
esistevano, di tradizione repubblicana. Questo nucleo ha una precisa identità: è collocato
territorialmente esclusivamente in una zona del Paese (non ha dimensione nazionale) ed è
fortemente allineato ideologicamente (ma poi non nella pratica) al marxismo ortodosso. L’Spd
invece sta già andando avanti. Nel 1882 nasce il quotidiano ufficiale del Partito, L’Avanti!, che
rimarrà sempre il quotidiano ufficiale del Psi (quando nascerà).

✦ Il secondo nucleo, da cui nascerà poi il Psi, è concentrato prevalentemente nelle aree italiane a
più forte industrializzazione, ossia in quelle zone d’Italia in cui gli effetti della rivoluzione
industriale erano stati più forti (Lombardia); nasce per iniziativa di due leader del movimento
operaista lombardo (Lazzari, Croce) con una matrice leggermente diversa a quella di Costa.
Questo nucleo è più operaista (come in Germania: Bebel), cioè nasce esclusivamente per
raccogliere e difendere gli interessi dei lavoratori di fabbrica, ossia dei proletari ➝ nel 1882
nasce a Milano il Partito operaio italiano.

Differenze tra i due nuclei

Sono molto simili alle differenze fra Lassalle e Bebel.

• Costa è un marxista, per cui il primo nucleo ha un impianto ideologico vicino ai presupposti e alle
teorie ortodosse del marxismo, ma nasce in un contesto caratterizzato da un basso livello di
proletarizzazione, per cui la sua classe sociale di riferimento è costituita prevalentemente da lavoratori
agricoli, benché Costa formi un partito proletario nelle sue intenzioni

• Gli operaisti sono marxisti veri, perché il partito operaio nasce per tradurre Marx in politica, ossia sulla
base di una concezione della storia come lotta di classe, e per difendere esclusivamente i lavoratori di
una classe sociale: gli operai di fabbrica. Non c’è niente al di fuori di questo per gli operaisti. Non
conta l’altra massa dei lavoratori.

Questa differenza è importante perché comporta una scelta politica diversa:

• Gli operaisti si pongono completamente fuori dal sistema: non partecipano alle elezioni e sono fermi in
una posizione di rivoluzione. Lo Stato borghese si distrugge attraverso la rivoluzione; bisogna formare
la coscienza di classe per distruggere lo Stato borghese. I Partito operaio italiano è un vero partito
antisistema (molto simile a Bebel). Gli operai a Milano ci sono, pochi ma ci sono, per cui fino a
quando non sono abbastanza forti da scardinare il sistema, rimangono fuori dallo stesso

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• La componente di Costa ha un ceto sociale variegato. Fino a che non esiste la classe di riferimento, si
tenta di rompere il sistema dall’interno, partecipando alle elezioni. Nel 1882, Costa viene eletto in
Parlamento (il primo deputato socialista italiano)

Per circa un decennio, si tenta la fusione fra questi due nuclei, a partire soprattutto dalla metà degli anni
’80. Non si arriva mai alla fusione. Il processo di formazione del Psi è, perciò, molto più lento rispetto a
quello dell’Spd, anche nell’incontro fra le due anime del socialismo italiano, perché gli operaisti saranno
fermi sulla loro posizione di rigida intransigenza rispetto al sistema, mentre i socialisti romagnoli
riterranno più utile proseguire sulla strada legalitaria. Occorrerà l’avvento della svolta dei governi
autoritari degli anni ’90 per indurre questi due tronconi a convergere all’interno di un contenitore unitario.

Fin dalle origini, come in Germania, la storia del socialismo italiano si gioca a cavallo di due prospettive
diverse in cui viene letto il marxismo, per motivi contingenti:

• Una sensibilità più vicina agli ideali riformisti, legalitari, istituzionali: Costa

• Una sensibilità più vicina a difendere i principi del marxismo ortodosso: Lazzari e Croce

Questo influenzerà tutta la storia successiva del Psi: divisioni ideologiche, politiche e culturali. La
divisione fra centro, destra e sinistra all’interno del Psi è esattamente la stessa divisione presente nell’Spd.
È vero che l’ideologia è rigida, ma quando va messa in pratica, comporta interpretazioni diverse, e questo
crea la frammentazione e il pluralismo ideologico che caratterizzano tutta la storia dei movimenti
socialisti europei.

La differenza tra i due nuclei è all’origine di una serie di ambiguità interne alla storia del partito socialista
che si ritroveranno sempre nella storia socialista italiana.

• Costa parte dal presupposto che in Italia bisogna fare come in Europa, ossia imitare, nella difesa delle
classi lavoratrici, il modello tedesco, il che significa riconoscere che la difesa delle istanze e delle
esigenze della classe operaia e lavoratrice non può prescindere dal contatto con la politica — borghese
—: Costa sosterrà che la politica sia una cosa orribile, che la politica borghese sia una cosa orribile, ma
che non si può pensare di difendere gli interessi della classe lavoratrice senza sporcarsi le mani con la
politica per provare a cambiarla. Per questo è necessaria la creazione di un partito politico, un partito
socialista rivoluzionario che rompa con la tradizione spontanea e insurrezionale degli anarchici e che si
faccia carico di un impegno e di una funzione fondamentale (come in Germania), ossia guidare le
masse lavoratrici verso la rivoluzione ed educare le classi lavoratrici alla rivoluzione. Nel frattempo è
necessario utilizzare le strutture/istituzioni borghesi per portare dentro lo Stato le istanze di queste
masse lavoratrici

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Il Partito operaio parte da un presupposto completamente diverso: il recupero del marxismo ortodosso.
Bisogna dare il potere, che adesso gestisce la borghesia, agli operai. Questo, rispetto alla scelta politica
si traduce nella nascita di un partito che abbia le caratteristiche del partito ipotizzato da Marx: un
partito di avanguardie rivoluzionarie che guidi gli operai di fabbrica (e solo loro) verso la rivoluzione.
Dunque, borghesia contro il proletariato. Il fulcro della vita degli operai è la fabbrica e quindi le lotte
economiche e sindacali. Gli operaisti non si sporcano le mani con la politica, sono fuori dal sistema, e
agiscono come forza antisistemica

Avvicinamento tra i due nuclei

Nell’86 vi è un tentativo di fusione dei due nuclei, ma non ce n’è la possibilità perché non si trova un
terreno di convergenza sia perché ormai il Partito socialista rivoluzionario è un partito che sta in
Parlamento (mentre il Partito operaio italiano no) sia perché le linee politiche e ideologiche continuano ad
essere estremamente divergenti.

Due fattori incidono sull’ammorbidimento dei rapporti fra i due nuclei

• Esiste e diventa sempre più evidente un fortissimo scarto fra il socialismo italiano — diviso in questi
due nuclei — e il socialismo europeo del resto dell’Europa:

‣ L’Spd è diventato un partito fortissimo, conquistando una centralità politica, istituzionale e sociale

enorme e anche per quanto riguarda l’organizzazione, ossia lo sviluppo territoriale nazionale del
partito stesso

‣ Nasce la Seconda Internazionale (1889) e dentro la Seconda Internazionale il ruolo chiave dell’Spd

detta ormai completamente i tempi dello sviluppo dell’azione dei partiti socialisti europei

• Anche in Italia si comincia a conoscere Marx: nel 1886 viene tradotto Il Capitale, nel 1888 viene
tradotto anche Il manifesto del Partito comunista).

Inoltre, comincia a svolgere un ruolo fondamentale un filosofo, il cui contributo sarebbe stato
fondamentale alla nascita del Psi: Arturo Labriola. Labriola legge Marx e ha grandi contatti con la
socialdemocrazia tedesca e comincia a tenere alla Sapienza delle lezioni proprio sul marxismo,
diffondendo le istanze e i principi dei documenti fondativi del socialismo europeo anche in Italia.

Un contributo altrettanto rilevante nel tentativo di superare la divisione fra i due tronconi viene da Filippo
Turati. Il pensiero di Turati era che l’ideologia e il pensiero politico erano arrivati in Italia, tuttavia
mancava un partito che riunisse tutte le associazioni esistenti in difesa del mondo del lavoro e le
costringesse all’interno di un progetto politico unitario. Turati, per superare questa situazione di impasse
rispetto alla mancanza del partito, comincia fondando, nel 1889, un’altra organizzazione (la Lega
socialista milanese) e un nuovo foglio stampa: Critica sociale. Vi sono dunque due ambiti di azione, con

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

l’idea di dare vita ad un organismo completamente nuovo, che deve servire per la fondazione di un partito
unitario. Le idee della Lega socialista milanese vengono interamente affidate a Critica sociale, che
diventa l’organo sociale del nuovo raggruppamento politico e che si propone sostanzialmente l’obiettivo
di educare al nuovo progetto politico, ossia alla diffusione delle istanze e delle idee del marxismo.
L’obiettivo principale di Turati è proprio quello di riavvicinare i due tronconi del socialismo italiano.

La prima sfida per Turati e Labriola è la ricerca di un terreno di convergenza fra i romagnoli (Costa e i
socialisti rivoluzionari) e gli operaisti milanesi.

La seconda sfida è la rottura definitiva anche con quel poco che restava della tradizione anarchica (in
Italia la persistenza degli ideali anarchici è fortissima). Per arrivare alla formazione di un partito unitario
bisogna sconfiggere completamente tutte quelle tendenze che ancora in Italia esistevano (soprattutto
nell’Italia centro-meridionale). A tal fine, nel 1891 Turati convoca un congresso internazionale, il
Congresso nazionale operaio di Milano, in cui riunisce il partito operaista e fa approvare una mozione
di maggioranza con cui di fatto gli anarchici vengono completamente espulsi da qualsiasi organizzazione
del partito. Il socialismo va in una direzione opposta rispetto a quella prevista dagli anarchici: la vittoria
operaista sugli anarchici.

Per fondere i romagnoli con gli operaisti milanesi, nel 1892, si deve trovare una piattaforma
programmatica e ideologica comune. Viene convocato un secondo Congresso nazionale operaio di
Genova al quale partecipano la componente operaista e quella romagnola. Turati spiega ai delegati
romagnoli e operaisti l’esigenza di un partito operaio. Lasciare che la difesa della classe lavoratrice venga
sparpagliata e frantumata significa avere un elemento di forte debolezza politica rispetto alle istituzioni e
alla classe dirigente liberale; il socialismo è più efficiente se combatte in maniera unitaria.

Si apre un enorme dibattito, che vede soprattutto la componente operaista fortemente contraria alla
proposta politica turatiana. Di fronte al timore della sconfitta della propria proposta politica, il giorno
seguente Turati, Anna Kuliscioff e un altro esponente della loro corrente politica, Trampolini, organizzano
una riunione segreta vicino alla sede in cui si svolgeva il Congresso, durante la quale inizia una serie di
trattative che riesce a convincere molti dei delegati sia operaisti sia romagnoli sull’esigenza di
compattarsi intorno alla linea politica proposta da Turati.

Tornati in Congresso, viene messa ai voti la mozione di fusione dei due nuclei all’interno di nucleo
unitario e questa ottiene la maggioranza dei delegati presenti al Congresso. Il 15 agosto 1892 nasce il
Partito dei lavoratori italiani (Pli); non socialista ma dei lavoratori (per evitare che si creino, intorno al
nome, le stesse fratture che avevano impedito per circa 7 anni ai due tronconi del socialismo di
convergere su una piattaforma unitaria). La definizione definitiva di Partito socialista italiano si avrà

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

soltanto nel 1897, quando gli equilibri interni cambiano ed è possibile cambiare anche la definizione del
Partito.

FUSIONE DEI DUE NUCLEI

La conversione più grossa la fanno gli operaisti (tutto sommato, Costa è abbastanza d’accordo col
progetto politico di Turati), sulla base di una garanzia che Turati dà loro, ossia che l’obiettivo
fondamentale dell’azione politica del partito nuovo che sta sorgendo sarà la rivoluzione. Turati sa già che
non farà la rivoluzione nell’immediato, perché non ci sono le condizioni in Italia, ma se avesse detto al
Congresso di Genova che dava vita a un partito riformista, non avrebbe ottenuto alcun risultato, per cui fa
un po’ quello che fa il centro dell’Spd, ossia sostiene che il Partito dei lavoratori italiani sia un partito
marxista (Turati è un marxista) e che perciò non rinuncia alla rivoluzione, che è l’obiettivo principale del
Partito, lo strumento di lotta politica fondamentale. Tuttavia, se e fino a che le circostanze non
consentiranno di dare vita al processo rivoluzionario, si sceglie una via legalitaria (così recupera il
sostegno di Costa). Sin dalle origini, il Partito nasce strutturato secondo la doppia strategia (programma
minimo e programma massimo) seguita dall’Spd. Su questa base, Turati riesce a far convergere i due
nuclei del socialismo italiano. La convergenza, dunque, avviene sulla base di un compromesso,
compromesso che avviene sull’impostazione della strategia in due tempi, fermo restando che sul piano
ideologico il Partito dei lavoratori italiani è un partito di chiara matrice marxista (non è ancora un partito
socialdemocratico).

Una volta operata la fusione dei due tronconi, Turati ha tre sfide davanti a sé:

• Cercare di omogeneizzare la classe di riferimento, cioè fare di questa disomogeneità sociale (a base
sociale è composita, proletaria, sì, ma molto popolare, anzi forse molto più popolare che proletaria,
considerando la condizione soprattutto dell’Italia centro-meridionale) un’unica classe sociale di
riferiemento. Il programma è di ispirazione marxista, per cui anche il Partito deve essere fondato sulla
base del riferimento a quel modello ideologico

• Lasciare integro il riferimento al marxismo, ossia adattare il marxismo anche alle diverse istanze
economiche e sociali della società italiana

• Dare vita a un vero e proprio partito nazionale, uscendo dall’esperienza romagnola e milanese e
creando un partito nazionale

In questo tentativo di trovare un’identità per il Partito c’è una serie di circostanze che segna una battuta di
arresto del tentativo di rafforzamento e consolidamento del Partito dei lavoratori italiani: nel 1894 va al
potere Crispi — a causa della pesantissima crisi economica che colpisce tutta l’Europa, che dà vita a
sollevazioni contro le quali si reagisce attraverso una coalizione fra i grandi proprietari del Nord e i grandi

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

proprietari terrieri e agricoli del Sud, che chiedono l’instaurazione di un governo forte, che sia in grado di
approvare tutta una serie di misure capaci di soffocare l’ondata di rivolta che si sta diffondendo in tutto il
Paese — e l’Italia vive una prima svolta autoritaria: fortissimo accentramento dei poteri da parte del
governo, forte esautoramento delle prerogative parlamentari, massiccio uso della forza rispetto alle
contestazioni sociali.

Crispi proclama lo stato d’assedio per le regioni dell’Italia meridionali, manda l’esercito e soffoca
qualsiasi moto di ribellione. Inoltre, fa adottare delle misure — le leggi antianarchiche — che avevano
l’obiettivo di distruggere completamente l’anarchismo, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, ma che
finiscono di fatto per tradursi in leggi antisocialiste, visto che ormai l’anarchismo era pesantemente
indebolito. Nel 1895, il Partito dei lavoratori italiani, sulla base delle restrizioni imposte dal governo
Crispi, viene messo fuori legge (è un po’ quello che fa Bismarck contro il partito socialista tedesco). In
questo nuovo contesto (terza fase) inizia, all’interno del Partito dei lavoratori italiani, una forte riflessione
sulle strade che devono o possono essere seguite in questo nuovo contesto di clandestinità viene da
Engels. Turati scrive ad Engels e gli chiede quale sia la via che il Partito deve seguire, di fronte a due
possibili alternative:

• Rimanere di fatto in una posizione antisistemica, nella clandestinità, e attendere il momento adatto
perché si possa fare la rivoluzione

• Cercare di abbandonare per il momento i termini rigidi della lotta di classe e trovare un accordo con
tutte quante le altre forze di opposizione che provano a contrastare l’autoritarismo crispino. Engels
suggerisce questa soluzione come l’unica strada possibile per la sopravvivenza del socialismo italiano
➝ grosso fronte di opposizione ➝ nel 1894, a Milano, nasce la Lega italiana per la difesa delle libertà:
organizzazione che raggruppa tutti quanti i movimenti dei partiti politici che intendono fare
opposizione al progetto crispino, ossia socialisti, radicali e repubblicani.

È un momento importante di affermazione del socialismo italiano, perché questo fronte comune
consente un compromesso con le altre forze politiche, che legittima — forte dell’investitura autorevole
di Engels, che aveva scritto il Manifesto — l’ipotesi che in condizioni di emergenza del sistema
politico e sociale si possa istituzionalizzare il marxismo: il Partito è legittimato ad abbandonare
temporaneamente il programma massimo e ad elaborare una strategia intermedia ufficiale che passi
attraverso le altre forze politiche di opposizione. Nel momento in cui l’esigenza sarà finita, il Partito
recupererà l’intransigentismo di classe. Ancora una volta viene seguito il programma in due tempi.

In questa fase si fa anche un progresso importante. Dal punto di vista politico e strutturale/organizzativo
va imitata l’Spd, vanno create le premesse affinché, pur in clima di clandestinità, il Partito possa
sviluppare una struttura organizzata il più possibile simile al modello della socialdemocrazia tedesca:

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• Adesioni individuali: quando nasce il Pli, le adesioni sono collettive, ossia si aderisce per gruppi
(società, cooperative, gruppi di mutuo soccorso). Nel clima di clandestinità va adottato il modello
dell’Spd, perché è più facile l’adesione individuale in clima di clandestinità

• Diffusione nazionale: va potenziata la diffusione su tutto il territorio nazionale, creando sezioni

• Struttura: base, composta da militanti/iscritti riuniti in sezioni; sezioni raggruppate in un organismo


superiore (le federazioni); delegati delle federazioni, che in Congresso eleggono la direzione
nazionale; direzione nazionale

Il Pli svilupperà una struttura leggermente diversa da quella dell’Spd, per una serie di ragioni:

• Non riuscirà ad avere una diffusione effettivamente nazionale, in qunato l’Italia ha tutta una serie di
difficoltà legate al territorio, ai mezzi di comunicazione, ecc., per cui il Partito si sviluppa ma rimane
localizzato soltanto in alcune zone specifiche del Paese (le regioni dell’Italia settentrionale e centrale)

• Ci sarà uno scarsissimo coordinamento centro-periferia. Il modello piramidale che funziona in


Germania non funziona in Italia per le stesse ragioni che rendono difficile il raggiungimento
dell’obiettivo del partito nazionale, nonché dalla clandestinità

• La base sociale di riferimento rimane ancora fortemente eterogenea, perché ancora alla metà degli anni
’90 non esiste un proletariato diffuso in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale

Tutti questi fattori fanno del Pli, ancora negli anni ’90, un partito socialista anomalo. Le peculiarità della
classe di riferimento e delle componenti interne (massimalismo vs riformismo; rivoluzione vs riforma) del
Pli/Psi rimarranno sempre. Nel 1921 nascerà, col Congresso di Livorno, a sinistra del Psi, un partito
veramente proletario, il Partito comunista d’Italia. Si stacca dal Psi l’ala sinistra, ma le contraddizioni
interne al Partito socialista rimangono. Questo continua anche dopo la seconda guerra mondiale. Il partito
che rinasce dopo la seconda guerra mondiale — Psiup: Partito socialista italiano di unità proletaria — ha
dentro queste due componenti: la componente più riformista e quella più massimalista; tant’è che nel
1947 si spaccherà e ne uscirà Saragat, che darà vita al Partito socialdemocratico. Il vero problema
originario del Partito socialista italiano è che è veramente l’unico partito socialista europeo che nasce
senza che ci sia una specifica classe sociale di riferimento, eppure nasce sulla base di un’istanza
ideologica che prevede che la lotta abbia una sua precise classe sociale di riferimento. In Italia ci si trova
più volte costretti ad operare con quello che si ha, sviluppando tutte le peculiarità del caso italiano.

Struttura bicefala e dicotomia transigenti/intransigenti

Sul piano politico, la scelta del fronte comune delle opposizioni significa importanza del gruppo
parlamentare (come succede per l’Spd di fronte alle persecuzioni bismarckiane). Il Pli agisce, dunque,
su due fronti, sviluppando una struttura bicefala:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Fronte esterno: potenziare il Partito nel rapporto con la società

• Fronte interno: unione di tutte le opposizioni, ossia potenziamento del ruolo del gruppo parlamentare,
perché il parlamentare non può essere perseguitato, in quanto coperto, nel caso italiano, dalle garanzie
dello Statuto Albertino

Non è soltanto una struttura bicefala: nel Partito sono più forti i massimalisti, quelli che all’epoca si
chiamano ancora intransigenti (Ferri, Labriola, Lazzari, Croce: matrice operaista), mentre nel gruppo
parlamentare dominano i riformisti, quelli che all’epoca vengono chiamati transigenti (Costa e,
soprattutto, Turati). A partire da questa fase si cominciano a delineare due centri direttivi del Partito, uno
che agisce dentro le istituzioni, riformista/transigente, un altro che agisce prevalentemente fuori dal
Parlamento, gli operaisti intransigenti. Durante l’autoritarismo crispino la situazione regge.

Ci sono dei momenti in cui, invece, la conflittualità diventa più forte:

• Alla fine della stagione crispina: le due componenti del Psi, durante il Congresso di Imola del 1897, si
scontrano e si spaccano, perché, chiusa la fase di emergenza, come aveva prescritto Engels, non si
doveva più cooperare. Scelgono due soluzioni diverse:

‣ Gli intransigenti vogliono tornare solo ed esclusivamente al programma massimo: rivoluzione,

dittatura del proletariato, società senza classi; nessuna collaborazione con la classe borghese

‣ I transigenti, guidati da Turati, vogliono continuare invece sulla fase intrapresa durante la fase

crispina, perché il riformismo è la strada che consente di ottenere, per il momento, maggiori
vantaggi per la classe lavoratrice. Turati vince, con una mozione maggioritaria, il confronto del
Congresso di Imola. Il controllo del Partito rimane, dunque, ai riformisti, senza che questo provochi
scissioni

• Dopo il Congresso di Imola si ha una nuova svolta autoritaria (Rudinì e Pelloux) in Italia, che avvalora
la tesi di Turati. Il Partito socialista, di fronte a questa nuova svolta autoritaria — che mette di nuovo al
centro della politica autoritaria la repressione del Partito socialista, reagisce agendo su due fronti (per
cui rimane la dicotomia transigenti/intransigenti):

‣ Perseguendo la strada di collaborazione con il fronte delle opposizioni democratiche e rafforzando

l’istituzionalizzazione del Partito (lotta parlamentare: transigenti))

‣ Continuando a potenziare l’azione di organizzazione di diffusione del Partito sul territorio. Nascono

tutti strumenti di propaganda (opuscoli, giornali, case editrici, manifesti) che hanno proprio
l’obiettivo di potenziare la presenza del Partito sul territorio (organizzazione d partito: intransigenti)

• A seguito della crisi di fine secolo ha inizio l’età giolittiana, che dà un impulso ancora diverso non
soltanto all’azione strategica del Psi, ma anche alla dialettica interna. Cambia completamente il quadro

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

della storia del Partito socialista italiano (i riformisti sono ancora la maggioranza interna al Partito, per
cui dettano la linea d’azione del Partito), in quanto cambia completamente il rapporto tra la classe
politica e la società civile. Fino all’età giolittiana, i partiti di classe avevano agito interpretando istanze
di una società, o di una parte di essa, che la classe dirigente liberale non riconosceva e non accettava e
che non intende rappresentare. Con Giolitti (liberale di sinistra) questo sistema cambia, perché Giolitti
parte, nel definire la sua strategia di governo, da un presupposto completamente diverso rispetto a
quello da cui erano partiti i suoi predecessori: egli è convinto che il rafforzamento dello Stato passi
attraverso l’apertura del sistema al maggior coinvolgimento delle classi popolari, perché giunge a capo
del governo dopo quarant’anni di vita unitaria, consapevole dei rischi che il sistema ha corso lasciando
fuori fasce importanti della società. Parte, dunque, dal presupposto della necessità di aprire a quelle
forze politiche che quella società hanno voluto difendere. Con Giolitti avviene il passaggio dal
liberalismo classico alla liberaldemocrazia, sulla base della convinzione che l’allargamento della base
sociale dello Stato potesse avere come effetto quello di ridurre fortemente la conflittualità politica
(seguendo il modello inglese).

L’apertura democratica di Giolitti crea le premesse affinché questi partiti, soprattutto il Psi, possano
giocare un ruolo diverso dentro al sistema, tant’è che uno dei primi atti di Giolitti è quello di rivolgere
l’invito a Turati a sostenere i suoi governi, entrando nella maggioranza. Giolitti opera, dunque, una
fortissima apertura nei confronti dei socialisti (transigenti). Questo avrebbe portato a due effetti:

‣ Avrebbe ancor più imbrigliato il Partito socialista dentro una logica istituzionale (come per il M5s),

depotenziando il suo potere antisistemico

‣ Portandosi dentro Turati, da una posizione di forza rispetto al Psi, avrebbe acquisito il monopolio

degli interventi riformisti, ossia avrebbe tolto a Turati l’egemonia politica e ideologica riformista
(Giolitti è un riformista), ponendosi così lui alla testa del processo di riforma economica

Questa operazione non riesce, perché Turati sapeva benissimo che se avesse accettato l’offerta di
Giolitti avrebbe perso tutta la parte intransigente/massimalista del suo partito, con una probabilissima
spaccatura del Psi, che avrebbe indebolito fortemente il Partito. Difatti, i massimalisti sono
maggioritari nell’organizzazione partitica. Questo gli consente di tenere unite le due componenti del
Partito, nonché di tenere in piedi la strategia del doppio binario (perseguimento del programma
minimo attraverso la rappresentanza parlamentare, senza perdere di vista il programma massimo).

Dunque, durante tutta la fase giolittiana, il Partito segue la strategia del doppio binario, con la
prevalenza della componente riformista.

• Questi equilibri cambiano di fronte alla guerra in Libia: quando Giolitti (1912) approva e sostiene la
spedizione italiana in Libia, la strategia di Turati viene messa profondamente in crisi dall’ala sinistra

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

del Partito, perché i marxisti ortodossi sono internazionalisti e contrari all’imperialismo. Il Partito
socialista raggiunge uno dei momenti di massima tensione, in quanto Turati non prende
immediatamente posizione rispetto alla guerra in Libia, e di fronte a questo atteggiamento di Turati il
gruppo di sinistra si ribella, sostenendo la necessità di una presa di posizione compatta da parte del Psi
di condanna dell’imperialismo giolittiano. Si avrà, dunque, all’interno del Psi, un capovolgimento dei
rapporti di forza, dovuto a due fattori:

‣ La componente di sinistra del Partito si è molto rafforzata rispetto agli anni precedenti, perché è

entrata una generazione più giovane (Gramsci, Terracini, Bordiga), che ha sviluppato una maggiore
sensibilità nei confronti delle istanze del marxismo ortodosso e che ritiene che la linea politica che
Turati ha imposto al Psi sia un tradimento al marxismo (come anche l’Spd è un tradimento al
marxismo)

‣ I riformisti (fino al 1910-12 molto compatti: Salvemini, Bonomi, Bissolati) cominciano a spaccarsi.

Si vengono a creare, all’interno dell’ala riformista, tre componenti diverse:

✦ Una sinistra (riformisti di sinistra): Salvemini, il quale attaccherà in maniera frontale Giolitti
riguardo alla guerra in Libia. Occorre scegliere una via completamente diversa rispetto a Giolitti
e al sistema giolittiano, e cioè occorre operare come forza di opposizione molto più radicale,
rafforzando i termini polemici del Psi nei confronti del sistema, spostando il Psi più a sinistra
rispetto a Turati

✦ Un centro: Turati afferma di aver fatto tutto ciò che poteva fare, evitando che il Partito si
spaccasse, e proclama la necessità di proseguire per questa strada

✦ Una destra (riformisti di destra): Bonomi e Bissolati (che verranno poi espulsi dal Psi)
sostengono che il Psi sia ormai un ramo secco, in quanto, tra compromessi tra transigenti e
intransigenti e tra programma minimo e programma massimo, non ha raggiunto nessun risultato.
Occorre fondare un partito nuovo, che sia effettivamente socialdemocratico, ossia un partito
progressista, disposto anche, qualora sia necessario, a collaborare con le maggioranze di governo

Per la prima volta nella storia del Psi post-nascita, i riformisti perdono al Congresso e vanno in
minoranza (perché vanno spaccati in queste tre correnti), mentre i massimalisti si presentano compatti
dietro la crescente leadership forte e carismatica del socialismo rivoluzionario di Benito Mussolini, il
quale chiede addirittura l’espulsione di Bonomi e Bissolati, i quali non sono socialisti, in quanto
vogliono andare al governo con Giolitti. A partire dal 1912, dunque, il Psi si schiaccia completamente
su posizioni massimaliste. Alla vigilia dello scoppio della prima guerra mondiale, segretario del Partito
non è più Turati ma Menotti Serrati, uno dei leader di primo piano della componente massimalista del
Partito. Le fasi che portano l’Italia all’ingresso in guerra creano per i socialisti tutta una serie di

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

problemi grossi che determineranno un’ulteriore spaccatura, prima quella con Mussolini, che verrà
espulso dal Partito, e poi, nel primo dopoguerra, alla definizione di nuovi equilibri che porteranno
all’uscita della componente massimalista di Gramsci, Bordiga, Togliatti e Terracini. Quando scoppia la
prima guerra mondiale, il Psi è schierato molto più a sinistra di quanto non fosse stato dal momento
della sua fondazione.

Effetti della nascita del Psi: radicali e repubblicani

Quando nasce, nel 1892, il Partito socialista italiano è il primo partito moderno d’Italia. Esso nasce sulla
frattura fra istituzioni e società in rappresentanza di classi sociali che le istituzioni non rappresentano.Ha
origini antisistemiche, ma non esprime una prassi politica antisistemica. È dunque, un partito di
integrazione sociale: solo vocazione antisistemica non politica.

Dalla nascita del Psi deriva una conseguenza importante, che si riflette sulle scelte politiche che vengono
fatte dalle altre famiglie politiche di sinistra: repubblicani e radicali. I radicali (l’Estrema) stanno in
Parlamento, mentre i repubblicani hanno scelto di privilegiare l’interesse per la questione sociale, tant’è
che avevano fondato associazioni, ecc. Tutte le forze politiche che nascono a sinistra dopo la nascita del
Psi nascono per imitare quel modello, ma vengono completamente esautorate proprio da quel modello, sia
in termini di ruolo politico sia in termini di composizione sociale, di referente sociale, che viene
completamente assorbito dal Psi. La nascita del Psi incide sulle scelte di queste due famiglie politiche,
cambiando il loro indirizzo politico e stabilendo la necessità di dotarsi di strutture di organizzazione
politica, la necessità di creare dei partiti politici. Il processo delle due forze politiche è però inverso: i
repubblicani si organizzano e vanno dalla società verso le istituzioni; i radicali stanno dentro le istituzioni
e devono andare verso la società. Scegliendo la soluzione istituzionale, non hanno sviluppato apparati
organizzativi

• Repubblicani. Nel 1895, col Congresso di Bologna, viene fondato il Partito repubblicano italiano
(Pri), in cui converge tutto il mondo associativo di matrice repubblicana. Primo segretario del Pri sarà
Gaudenzi. Verrà fondato anche il quotidiano del Partito: Il pensiero romangolo.

I repubblicani approdano alla formazione di un partito politico, perché capiscono che, a fronte di un
avversario politico forte come il Psi, che va in gran parte a pescare sullo stesso terreno sociale ed
elettorale dei repubblicani, l’unica alternativa per poter contrastare la forza crescente del Psi è dotarsi
di una struttura, eguagliando il modello del Psi sia dal punto di vista organizzativo sia dal punto di
vista programmatico (darsi un programma unitario). Senza partiti non esiste più lotta politica. Il partito
è lo strumento determinante e strategico della lotta politica, soprattutto nei casi in cui il referente
sociale è prevalentemente lo stesso, cioè la classe dei lavoratori italiani.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

I repubblicani hanno inoltre un’ulteriore sfida: chiarire in maniera definitiva il rapporto fra l’impegno
sociale e l’impegno politico. Se fino a questo momento i repubblicani si sono mossi prevalentemente
nell’ambito sociale, il salto di qualità che devono compiere è quello di sporcarsi le mani con la
politica, giocando, attraverso il partito politico — la macchina partito —, un ruolo dentro le istituzioni,
tant’è che dal 1897 partecipano alle elezioni politiche, superando, almeno temporaneamente, la
pregiudiziale antimonarchica. Si collocano all’opposizione, all’estrema sinistra. Da quel momento la
sinistra estrema sarà formata da radicali e repubblicani. Rimane in piedi il sistema tripolare, ma il polo
di sinistra diventa più articolato.

Il programma del Partito repubblicano è molto simile a quello del movimento repubblicano:

‣ Difesa dell’ordine repubblicano, benché si accetti transitoriamente la soluzione monarchica

‣ Democrazia politica: approdo al suffragio universale (ossia passaggio da un sistema liberale a un

sistema democratico)

‣ Fortissimo e avanzato programma di democrazia sociale e dunque riformismo fortemente

progressista: riforme che vadano ad emancipare e a tutelare la condizione della classe lavoratrice.
La base sociale del partito è interclassista. I repubblicani non leggono la storia come lotta di classe
(grande differenza con il Psi e i partiti marxisti). La loro politica sociale non procede per
contrapposizione di classe, ma mira ad una generale elevazione del livello di vita delle classi
lavoratrici (artigiani, contadini, proletari).

Caratteristiche del Partito repubblicano italiano:

‣ Partito non di massa, ma che continua a ricalcare un modello fortemente notabilare

‣ Partito di intellettuali: classe dirigente di un’alta borghesia imprenditoriale

‣ L’insediamento territoriale non supera quasi mai le regioni in cui più forte era stata la tradizione

mazziniana. Non diventa, fino al secondo dopoguerra, un partito nazionale; rimane un partito
piccolo, insediato territorialmente soltanto in alcune zone del Paese (Emilia, Romagna, Toscana,
Marche)

I repubblicani pensano di parlare a una società larga, ma non lo fanno, bensì tengono la politica stretta
nelle mani di un’élite dirigente che non ha la capacità o l’attitudine ad aprirsi a un maggior
coinvolgimento della società nell’attività politica del Partito. Il Pri, oltre ad una concezione elitaria
della sua classe dirigente, soffre la fortissima concorrenza organizzativa, strutturale, propagandistica
del Psi, che schiaccia completamente il tentativo di queste forze di bilanciare l’egemonia socialista, sia
dal punto di vista politico che dal punto di vista organizzativo. Il Partito repubblicano non riesce, per

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

una lunga fase, a superare questa fase di partito notabilare/personale/individualistico che ha un piccolo
nucleo federativo insediato in alcune zone.

Il Pri è un partito al limite rispetto al modello di partito moderno. Del partito moderno ha la
dimensione organizzata esterna alle istituzioni parlamentari. Rispetto ai partiti moderni manca di una
capacità di penetrazione omogenea sul territorio, ossia della capacità di realizzare la vocazione di
partito nazionale, l’essenza del partito-macchina. Secondo la definizione di partito moderno, il Partito
repubblicano è un partito moderno (tutti i partiti che nascono dopo la nascita dei partiti socialisti
europei sono ormai partiti moderni, ossia collettori del consenso sociale verso le istituzioni).

• Radicali. Hanno già un ruolo politico-istituzionale, l’Estrema. Sono all’opposizione dei governi
autoritari (Crispi, Pelloux, Depretis). La base sociale è più vicina alla medio-alta borghesia. Si dotano
di una struttura organizzativa, ossia di un partito extraparlamentare. Lo fanno quasi dieci anni dopo i
repubblicani. Il primo Partito radicale nasce nel Congresso di Roma del 1904. Ci mettono dieci anni a
nascere come partito politico per almeno due ragioni:

‣ Il contesto storico politico con cui si trovano ad operare: svolta autoritaria e cappa dei governi

autoritari

‣ Mancano le forme di associazionismo, di lotta politica organizzata (i repubblicani hanno alle spalle

40-50 anni di esperienza associazionista): mancanza di una tradizione politica organizzata. Non
avere idea di come si insedi una forza politica in un territorio è un grande problema. I repubblicani
prendono tutto ciò che c’era prima, convocano il Congresso e fondano il Partito. I radicali non
hanno strutture esterne, se non qualche piccolo comitato elettorale che si mobilita quando ci sono le
elezioni.

Punti di contatto tra radicali e liberali:

‣ Scetticismo nei confronti della massa: i liberali schifano la massa; i radicali la considerano, ma

come elemento da plasmare, da educare, da guidare

‣ Presunzione che essendo forza parlamentare (non di governo ma parlamentare) la politica si faccia

da lì, ossia dal Parlamento: l’ordine supremo del potere politico nei sistemi parlamentari è il
Parlamento e non deve esserci nessun centro decisionale fuori dal Parlamento. Solo quando non si
può fare a meno di dotarsi di un’organizzazione esterna, si crea un partito politico (in questo i
radicali vanno molto più avanti dei liberali).

Programma del Partito radicale:

• Dal punto di vista politico, i radicali insistono sull’idea di una democrazia politica, con una differenza
rispetto ai repubblicani: i repubblicani vogliono subito il suffragio universale; i radicali (e in questo si

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

avvicinano ai liberali) sono favorevoli a un progressivo allargamento del suffragio: siccome c’è un
rapporto conflittuale con la società e questa va educata, man mano il suffragio può essere esteso a
masse educate e politicizzate

• Democrazia sociale: programma di vero riformismo, soprattutto in tema di regolamentazione del


diritto dei lavoratori. Rispetto ai repubblicani c’è una differenza: il progetto di politica economica, per
i radicali, viene costruito prevalentemente sulla base dell’interesse di un ceto sociale leggermente
diverso. Non confliggono molto i referenti sociali fra repubblicani e radicali: quello dei repubblicani è
molto simile a quello del Psi, quello dei radicali è molto simile a quello della sinistra liberale, ossia la
piccola e media borghesia

‣ Scelte politiche e scelte strategiche: a un certo punto la linea politica dei radicali cambia. Se fino

all’età giolittiana erano stati all’opposizione, la svolta liberale di sinistra che Giolitti imprime al
sistema ai primi del ’900 comporta l’uscita dei radicali dall’opposizione: vi è convergenza sul
programma politico giolittiano, per cui scelgono di entrare almeno temporaneamente nelle
maggioranze parlamentari che sostengono i governi guidati da Giolitti. Questo determina due
conseguenze importanti sul piano sistemico:

✦ L’area di centro del trasformismo si allarga: non ci sono più solo il vecchio centro-destra e il
vecchio centro-sinistra (Depretis, Minghetti, Giolitti), ma entra dentro la grande area della
governabilità il Partito radicale

✦ Si rafforza il ruolo di opposizione giocato da quella che ormai (repubblicani a parte) diventa
l’unica forza di opposizione a sinistra al progetto giolittiano, ossia quella del Psi: si perfeziona
la logica tripolare del sistema, con l’opposizione forte a sinistra che diventa e rimane in
maniera incontestabile fino allo scoppio della prima guerra mondiale il Psi e la componente del
Pri che siede nelle aule parlamentari

Finché sono stati all’opposizione, i radicali hanno avuto dei tratti ideologici, culturali e programmatici
molto precisi. Quando decidono di convergere sul programma giolittiano, di fatto l’identità di questo
raggruppamento viene completamente assorbita dalla maggioranza giolittiana, anche perché se i
repubblicani hanno difficoltà a diventare partito nazionale, i radicali proprio non ci riescono. Quando
nascono, dato il grosso sforzo organizzativo che devono compiere, non riescono a superare facilmente
la sfida della costruzione di un progetto nazionale, tant’è che, come i repubblicani, rimangono insediati
solo in alcune regioni, quelle dell’Italia centro-settentrionale (a differenza dei repubblicani), dove più
forte era la presenza del ceto sociale di riferimento (Toscana, Piemonte, Lombardia, Veneto, le zone
economicamente più progredite del Paese). Questo insediamento fa sì che non si possa parlare di
partito di massa/partito-macchina/partito-organizzazione. È comunque un partito moderno.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Cattolici
Altra grande frattura nel rapporto fra la politica e la società che caratterizza la storia dei sistemi politici
europei, in particolare quelli continentali. Se per i socialisti a un certo punto arriva (in tutta Europa) il
momento di dare vita a un partito che difenda i loro interessi, per i cattolici questo processo è molto
diverso per una serie di ragioni, diverse da Stato a Stato.

Germania - Zentrum
Il primo partito a ispirazione cattolica nasce in Germania, esattamente nelle stesse condizioni che avevano
portato alla nascita dell’Spd: Germania bismarckiana, unificazione tedesca.

Nasce in Germania e in alcune regioni specifiche dell’Impero tedesco, per rappresentare la difesa di
interessi religiosi e culturali che il Reich non rappresenta: l’unificazione tedesca viene fatta nel segno di
valori che contraddicono almeno in parte i valori del cristianesimo, e cioè il liberalismo e l’illuminismo
(seppur letti in maniera autoritaria), e, soprattutto, l’affermazione assoluta del primato del protestantesimo
rispetto alle altre culture religiose. C’è, però, una parte delle regioni della Germania meridionale di
cultura cattolica (Baviera, Monaco). Dunque, l’esigenza di dare vita, dentro la struttura dell’Impero, a un
partito che difenda gli interessi dei cattolici, nasce dall’interesse di questi Stati a maggioranza cattolica di
vedere riconosciuto il proprio diritto a difendere la religione cattolica rispetto alla religione anglicana. Il
retroterra culturale è dato dagli interessi degli Stati del Sud di vedere riconosciuto sul piano politico,
economico, sociale, culturale e istituzionale il diritto dei cattolici di professare la propria religione. Il
cleavage è diverso rispetto a quello su cui nascono i partiti di sinistra. Quello dell’identità culturale è un
cleavage forte, che in Germania in qualche modo si supera, ma che in Italia (con la Santa Sede in casa) è
molto più difficile da superare. Per rappresentare gli interessi degli Stati del Sud, nel 1870, nasce il primo
partito cattolico, lo Zentrum — il centro tedesco —, il cui fondatore è Windorst, partito che ottiene
immediatamente un grandissimo successo, in quanto — non avendo cleavage economici, di classe,
istituzionali — prende esattamente la maggior parte dei voti della popolazione di quegli Stati da cui il
Partito nasce. Nel 1871 lo Zentrum nelle elezioni del Reich prende circa il 18% dei voti.

Caratteri dello Zentrum

• È un partito non nazionale, per il carattere che ha portato alla sua nascita: è insediato territorialmente e
geograficamente esclusivamente negli Stati cattolici dell’Impero

• Da un punto di vista della matrice ideologica e culturale è fortemente conservatore, a causa del legame
diretto che c’è tra il Partito e la difesa dell’identità e degli interessi culturali dei cattolici

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Formula un programma sociale piuttosto avanzato (nonostante sia molto conservatore), che porti nella
cornice politica della Germania bismarckiana a una risoluzione della questione sociale in termini di
riconoscimento di maggiori diritti a tutta la classe lavoratrice (anche in questo caso interclassista, in
quanto il cleavage non è un cleavage di classe). La base sociale cattolica è sempre interclassista: fascia
intermedia di lavoratori. Uno dei tratti che definiscono la fisionomia dei partiti cattolici è che non è
l’identità di classe che fa il partito a matrice cattolica, ma un’identità di tipo religioso

A un certo punto cambia qualcosa, in quanto, affermandosi subito, finisce sotto il mirino della politica
bismarckiana: Kulturkampf (battaglia per la civiltà), cioè persecuzioni anticattoliche. Esattamente come
era successo per i socialisti, che dopo le persecuzioni bismarckiane esplodono in termini di
organizzazione e diffusione, la stessa cosa accade per i cattolici. Se nel 1871 lo Zentrum prende circa il
16,5% dei voti, nel 1874 prende circa il 20% dei voti. Dunque, l’effetto che si ottiene rispetto alle
previsioni bismarckiane è lo stesso dell’Spd, ossia quello diametralmente opposto, che però ha delle
conseguenze nel definire sia la fisionomia organizzativa dello Zentrum sia le sue scelte politiche.

Programma dello Zentrum

• Scelta politica: difendere il ruolo parlamentare (anche in questo forte somiglianza fra lo Zentrum e
l’Spd), ossia diventare partito della costituzione, ossia partito che si pone sotto l’ombrello delle
garanzie costituzionali al fine di evitare le persecuzioni bismarckiane. Vi è un fortissimo rafforzamento
del ruolo parlamentare

• Scelte organizzative e strategiche:

‣ Fortissimo potenziamento del Partito al di fuori del Parlamento, potenziamento dei suoi apparati,

delle sue strutture di base, delle sue sezioni: lo Zentrum si radica in maniera molto più uniforme non
soltanto nelle regioni in cui è nato, ma espandendosi anche nelle altre regioni che costituiscono
l’Impero, attraverso un’organizzazione interna molto simile a quella dell’Spd (sezioni, federazioni,
congressi e direzioni) — sebbene lo Zentrum nasca prima

‣ Ampissimo uso dei mezzi di comunicazione: questo in Germania è possibile molto più di quanto

non sia negli altri Stati nazionali (stampa, manifesti, discorsi pubblici/comizi);

‣ La base politica è interclassista, mentre la classe dirigente, come succede per tutti i partiti politici, è

soprattutto alle origini piuttosto notabilare. Progressivamente questa distanza tra base e vertice, con
il cambiare dei tempi storici e della situazione sociale, si affievolirà, ma solo raramente ci sarà una
totale identificazione

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Italia

Prima fase: anni ’60-70

Nell’Italia liberale non nasce un partito cattolico che difenda gli interessi del cattolicesimo. Fino alla fine
della prima guerra mondiale — e la nascita del Partito popolare di Sturzo —, in Italia non si forma un
partito cattolico né di ispirazione cattolica, per varie ragioni, che prendono le mosse da una questione
originaria, ossia la questione romana: il processo di unificazione italiano ha, fra le altre particolarità,
quella che crea un fossato invalicabile nei rapporti tra la Chiesa e lo Stato: a partire dal 1870 (la breccia di
Porta Pia) c’è una totale delegittimazione da parte del pontefice e della Santa Sede nei confronti delle
istituzioni del Regno d’Italia. In realtà, c’era stata già una fortissima condanna: nel 1864, Pio IX aveva
promulgato un’enciclica chiamata Quanta cura nella quale aveva condannato tutte le ideologie, in quanto
frutto di processi di secolarizzazione che rompono in maniera definitiva, netta, il rapporto fra Dio e
l’uomo. Sulla base di questa premessa, Pio IX aveva condannato la Rivoluzione francese e i sistemi
politici liberali nati dalla Rivoluzione francese, perché spezzano il principio dell’autorità divina e
costruiscono il mito della dea Ragione. Pio IX condanna anche il marxismo, perché attraverso il
materialismo storico e la lotta di classe ancora una volta la storia viene letta non più attraverso
l’intervento divino ma attraverso una laicizzazione dei rapporti sociali. Questa condanna di tutte le
principali ideologie viene fatta in un momento in cui lo Stato pontificio non ha ancora ricevuto un attacco
formale da parte del Regno di Sardegna e di quello che già esiste del Regno d’Italia.

I rapporti fra Stato e Chiesa si radicalizzano in termini di esclusione reciproca in tre fasi:

• 1870: la breccia di Porta Pia e la presa di Roma, con l’annessione dei territori dello Stato pontificio

• 1871: la legge delle guarentigie, approvata dalla classe liberale, un provvedimento unilaterale (non
viene concordato con la Santa Sede) che costituisce l’atto con il quale la classe dirigente liberale
ribadisce il principio cavouriano della libera Chiesa in libero Stato e, quindi, della totale separazione
tra Chiesa e Stato e della totale laicità dello Stato. Questo provvedimento riconosce una certa identità
— anche politica — alla Chiesa: si stabilisce che la Chiesa eserciti l’attività temporale sulla Città del
Vaticano e sulla Basilica di San Giovanni in Laterano. La legge delle guarentigie garantisce la cessione
da parte dello Stato alla Chiesa di una quota annua di finanziamento e di sostentamento. Pio IX lo
condanna in maniera netta

• 1874: condanna e delegittimazione assoluta dello Stato unitario, fatto contro i cattolici, con la
promulgazione del non expedit, per cui non è opportuno che i cattolici partecipino alla vita dello Stato.
A partire dal non expedit, la frattura fra i cattolici e lo Stato è netta

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

È possibile che i cattolici continuino ad operare nello Stato unitario come parte separata? Due posizioni
diverse, a partire dal 1874:

• Intransigenti: assolutamente fedeli alla linea di Pio IX, ossia convinti che il piano delle priorità per un
cattolico sia definito anzitutto dall’obbedienza alle direttive del pontefice, il che significa che non
esiste alcuno spazio per pensare ad ipotesi di partecipazione dei cattolici alla vita politica dello Stato
unitario. Fino a che il papa non lo riterrà opportuno, i cattolici agiscono come è stato loro indicato da
Pio IX. Sul piano teorico la figura intellettuale principale di riferimento è Tapparelli D’Azeglio. La
componente intransigente sarà, almeno fino all’inizio del ’900, la componente maggioritaria dentro il
mondo cattolico. Per difendere la posizione di intransigenza, nel 1874 non c’è solo il non expedit, ma
nasce anche l’Opera dei congressi: struttura associativa presso la Santa Sede, direttamente dipendente
dai vescovi, che ha sostanzialmente l’obiettivo di coordinare l’intervento, l’organizzazione e la
presenza sociale delle organizzazioni cattoliche in modo unitario. È una struttura che serve a dettare
l’indirizzo organizzativo delle associazioni che gravitano intorno alla Chiesa (parrocchie, oratori, ecc.),
al fine di tenere insieme l’organismo associativo cattolico, tenendo ferma sul piano dottrinale la linea
dell’intransigentismo. Finché esiste, l’Opera dei congressi è la casa degli intransigenti

• Transigenti: eredi di Gioberti e Baglio (neoguelfi). Idea che sia possibile una conciliazione tra
salvaguardia dei valori cattolici e modernità politica: in termini pratici questo significa che è possibile
dotarsi di un partito i cattolici possono partecipare alla vita politica moderna senza rischiare di cadere
nella spirale della secolarizzazione, perché nel cattolicesimo stesso è prescritta l’idea della modernità,
il cattolicesimo non è un’idea statica: i principi contenuti nel Vangelo prevedono la trasformazione dei
modi di convivenza sociale. Nell’idea stessa che Dio ha fatto l’uomo libero c’è la previsione di Stati
liberali, per cui non c’è incompatibilità tra le forme moderne della politica e il dovere (non solo la
possibilità) dei cattolici di partecipare alla vita politica degli Stati moderni, perché il compito dei
cattolici è quello di indirizzare lo Stato, cioè contribuire a costruire uno Stato sensibile agli interessi e
alle istanze del mondo cattolico stesso. Sono una componente assolutamente minoritaria

Seconda fase: anni ’80 — Terza fase: anni ’90

Alcuni fattori determinano il cambiamento di questa totale egemonia della linea intransigente del Papa:

• Si pone, anche per i cattolici, la questione sociale in termini diversi (v. supra: Psi): occorre dare un
impulso maggiore all’impegno sociale della chiesa

• L’ideologia marxista è diventata una realtà anche in Italia, per cui la Chiesa ha un nemico ormai ben
strutturato, sia sul piano politico che ideologico, contro il quale combattere

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Il cambio di linea politica di Leone XIII: Rerum novarum (1894), importante perché sul piano
dottrinale getta le premesse per tutta quella che è la moderna linea cattolica. Sul piano sociale e sul
piano dell’ipotesi di un’organizzazione politica, Leone XIII apre le porte della Chiesa alla modernità,
soprattutto per quanto riguarda il piano sociale: è dovere fondamentale della Chiesa assistere,
sostenere, aiutare i lavoratori e le classi sociali meno agiate. Impegno specifico che distingue i cattolici
da tutte le altre forze sociali e politiche è appunto quello di difendere tutti i lavoratori e che vivono in
stato di bisogno, senza distinzione di classe (principio di sussidiarietà). Questa svolta è importante
perché per la prima volta il Papa non soltanto spinge, ma riconosce formalmente il primato che devono
avere i cattolici nell’attività sociale: questo atteggiamento sociale dei cattolici fa maturare in una parte
della dirigenza (Romolo Murri) dell’Opera dei congressi l’idea che se i cattolici possono agire, devono
agire in base alla dottrina sociale della Rerum novarum nella società, e possono farlo anche sul piano
politico. Se la Rerum novarum riconosce il dovere di costruire associazione che difendano la società,
questa difesa può essere fatta anche sul piano politico. Murri è un intransigente, convinto che i
cattolici debbano essere separati rispetto allo Stato, ma, sia su impulso della Rerum novarum sia
perché comincia a leggere autori francesi, comincia a elaborare l’idea che se può essere accettato un
coinvolgimento dei cattolici nella vita sociale dello Stato, può essere accettata anche una
partecipazione politica dei cattolici all’interno della vita di quello stesso Stato, perché è possibile — e
la storia lo dimostra — leggere la modernità non solo in senso negativo (crisi della tradizione), come
evoluzione della tradizione, e l’evoluzione della tradizione è in qualche modo contenuta nel Vangelo,
perché in esso è prevista tutta la storia. I cattolici, attraverso questa conciliazione fra modernità e
spiritualità/principi del Vangelo, possono effettivamente dotarsi di strutture moderne di lotta politica,
che non possono essere altro che un partito, perché il moderno strumento di lotta politica è il partito

Quarta fase: inizio ’900

Questa revisione dei principi dell’intransigentismo comincia a maturare all’interno dell’Opera dei
congressi, tant’è che, non appena diventa papa, Pio X scioglie l’Opera dei congressi (1904).

In corrispondenza dello scioglimento dell’Opera dei congressi, Murri (era un sacerdote) formalizza la sua
proposta politica e annuncia (rimane un annuncio) la nascita della prima democrazia cristiana. Murri
viene prima sospeso a divinis (1907) e poi scomunicato. Va notata l’importanza dei termini: Murri parlerà
di democrazia cristiana (Sturzo — che era uno strettissimo collaboratore di Murri nonché esponente
della fazione intransigente — non ne parlerà mai, chiamando la sua formazione politica Partito popolare),
in un contesto in cui è ancora vigente il non expedit (che viene solo parzialmente superato coi blocchi
nazionali di Giolitti: il Patto Gentiloni), proprio a sottolineare la compatibilità tra tradizione e modernità,
tra cristianesimo e democrazia (concetto che esprime potere temporale e non certo potere spirituale),

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

perché i cattolici sono pronti a conciliare se stessi con la modernità. In realtà, i cattolici non sono affatto
pronti. Non appena Murri afferma il suo programma, parte l’azione da parte della Santa Sede ed egli
viene di fatto costretto a ritirarsi dalla vita politica. I tempi non sono maturi, ma il progetto è abbozzato ed
è autonomo dalla Chiesa, in quanto non mira a fare del partito cattolico il braccio armato della Chiesa in
politica, ma mira a creare un’organizzazione che, indipendentemente dal condizionamento della Chiesa,
lotti in campo politico per difendere gli interessi dei cattolici. Anche quando i tempi saranno un po’ più
maturi, ossia dopo la prima guerra mondiale, in ogni caso la creazione di un partito di identità cattolica
che abbia nella sua matrice politica e ideologica il riferimento al cristianesimo avverrà, ma senza richiami
espliciti al cristianesimo. L’esperienza murriana segna la storia del cattolicesimo organizzato in Italia:
tutto quello che conta dopo Murri è che non bisogna fare come lui, perché l’esperienza di Murri ha
segnato il solco entro il quale la storia di un’organizzazione di ispirazione cattolica deve muoversi e i
paletti oltre i quali quella storia non può essere spinta, pena la reazione da parte della Santa Sede, che
avrebbe posto fine a quelle esperienze, proprio come era accaduto per Murri. Sturzo creerà il suo partito,
sulla base di presupposti completamente diversi da quelli su cui si era mosso Murri: l’unico modo per
vincere è non coinvolgere la Chiesa e il cristianesimo nella lotta politica, impostando un progetto politico
diverso in cui non ci sia immediata vicinanza fra democrazia e cristianesimo.

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Seconda parte

DALLA PRIMA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE


1914 - 1949


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Primo dopoguerra
La prima guerra mondiale rappresenta uno spartiacque per la storia, è una rivoluzione perché:

• È una guerra globale: il conflitto non coinvolge solo gli Stati, ma anche gli uomini, non solo quelli
impegnati al fronte. Coinvolge integralmente le popolazioni civili

• È la guerra dei grandi numeri, per risorse mobilitate e per il numero di popolazioni

• È una guerra fortemente democratica, il cui esito avvicina la condizione dei vinti e dei vincitori

Rivoluzione della politica


Con lo scoppio della WWI avviene una rivoluzione della politica che coinvolge vari ambiti:

• Le istituzioni politiche e le forme di governo: in quasi tutti i Paesi coinvolti dal conflitto si innescano
due processi, una volta che il conflitto si è concluso

‣ Allargamento del sistema politico in senso democratico: quasi tutti i sistemi entrano in guerra

come sistemi liberali ed escono dalla guerra come liberal-democrazie. Sono sistemi che non
possono più prescindere dal rapporto fra la politica e la massa che i governi hanno mobilitato per
sostenere l’impegno bellico e alla quale non si può dire che non conta più niente

‣ Ripristino della normalità politica: la guerra viene combattuta, in nome delle eccezionalità,

attraverso governi forti. Durante la fase di svolgimento effettivo del conflitto, il centro decisionale
della vita politica degli Stati diventa il governo, piuttosto che il parlamento. I parlamenti sono
sostanzialmente impoveriti, esautorati, rispetto alla loro funzione nella fase del liberalismo puro. In
quasi tutti i Paesi, era stato sospeso il potere del parlamento e il potere era stato concentrato nelle
mani dell’organo decisionale forte, il governo. Bisogna tornare ad una condizione di normalità

‣ Sistema proporzionale: la risposta che le classi dirigenti danno a una società che vuole contare in

maniera diversa è il cambiamento delle leggi elettorali e, di conseguenza, l’introduzione di un


principio di legittimazione diverso. Tutti i Paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale, dopo la
guerra cambiano i sistemi elettorali, con una sola eccezione (la Gran Bretagna, dove la proposta di
passaggio al sistema proporzionale viene rifiutata dalla Camera dei Lord). Dunque suffragio
universale maschile e legge elettorale proporzionale: il potere politico deve poggiare su un suffragio
che proviene dal basso, legittimato dal popolo. Deve diventare effettivo il principio per cui la
sovranità è una sovranità popolare. In Italia la modifica del sistema elettorale viene introdotta nel
’19: legge elettorale proporzionale pura che consente che vengano eletti alla Camera deputati
socialisti (156) e popolari (100). Le conseguenze di questo cambiamento sono:

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Crisi delle liberaldemocrazie: nel momento in cui viene introdotto il sistema proporzionale si
avrà un progressivo declino delle classi dirigenti liberali, che si erano illuse di poter mantenere
una posizione centrale nel sistema, esattamente come l’avevano mantenuta prima della guerra

✦ Avvento sul piano politico e istituzionale dei grandi partiti, dei partiti che sono diventati ormai
partiti di massa: non sono più i vecchi partiti di integrazione sociale che il sistema cercava in
qualche modo di contenere il più possibile attraverso leggi elettorali restrittive, ma sono ormai
partiti che possono esprimere appieno la loro identità politica, partiti che possono legittimamente
— perché la legge elettorale glielo consente — diventare soggetti attivi del processo di decisione
politica. Cambia il rapporto del partito sia con la società (il partito, in una società che partecipa
in massa alla politica, è lo strumento moderno di lotta politica: la politica, se ha a che fare con
grandi numeri, vuole organizzazione) sia con le istituzioni (grazie alle nuove leggi elettorali è
legittimato). Questo processo vale per quasi tutti i Paesi coinvolti dal conflitto

• Il rapporto fra masse e politica: la guerra elimina completamente qualsiasi filtro tra masse e politica.
Nel 1929, un sociologo-filosofo, Ortega y Gasset, scrive La ribellione delle masse, in cui descrive, in
termini chiari e netti, il processo che ha innescato la guerra, ossia le conseguenze che determina la
guerra rispetto al rapporto masse/politica: «massa è tutto ciò che non valuta se stesso — né in bene né
in male — mediante ragioni speciali, ma che si sente “come tutto il mondo”, e tuttavia non se ne
angustia, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri». La guerra ha catapultato la
dimensione di massa nella vita politica. Ortega parla di politicismo integrale: con la guerra, la società è
stata completamente permeata dalla politica, e la politica è stata completamente permeata dalla massa.
La politica è entrata nella vita degli individui. Ortega però non parla tanto di individuo singolo, bensì
di massa, cioè di un’entità collettiva, la quale è un’entità collettiva particolare perché non è definibile
dal punto di vista quantitativo, ma è composta da due categorie prevalenti:

‣ Chi ha combattuto in guerra, vivendo in prima persona i sacrifici

‣ Il “signorino soddisfatto”, ossia colui che pensa che, una volta uscito dal conflitto, tutto quanto gli

sia dovuto: componente maggioritaria.

Questa massa che è uscita fuori dal conflitto è caratterizzata da un elemento comune, ossia la delega in
bianco e totale allo Stato di tutta l’autorità e di tutte le misure necessarie affinché la massa stessa stia
meglio. Ortega ritiene che questa massa debba svegliarsi: arriverà il momento in cui questa massa
uscirà dall’idea di collettivismo informe in cui tutto è soffocato dallo Stato e diventerà consapevole di
se stessa e, inevitabilmente, si ribellerà anzitutto contro quello Stato da cui è stata oppressa fino a quel
momento e cercherà nuove forme per autogovernarsi. Si potrà arrivare a sistemi più democratici o,
come nel caso dell’Italia, si potrebbe arrivare alla scelta dell’uomo forte, e quindi andare verso

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

soluzioni più autoritarie. Il pensiero di Ortega era già stato espresso da Gramsci: con la prima guerra
mondiale hanno fatto il loro ingresso in politica le “masse vergini”, cioè tutte quelle parti sociali che
fino a quel momento le condizioni avevano consentito di tenere fuori dalla vita politica ma che a
partire dalla guerra non possono più essere tenute fuori dal sistema

• Forme nuove di comunicazione politica: è con la prima guerra mondiale che la propaganda politica
diventa uno strumento di formazione politica di massa

• Nesso guerra-rivoluzione: l’avvento della rivoluzione russa determina conseguenze nel rapporto fra i
sistemi politici e le società altrettanto rilevanti rispetto a quelli fino ad ora descritti. Febbraio e ottobre
’17: presa del potere da parte di Lenin, due rivoluzioni, inizio della costruzione del potere bolscevico e
dello Stato socialista. Per la prima volta si salda in maniera definitiva il nesso tra guerra, rivoluzione e
partito: non soltanto quello che fino ad allora era un obiettivo ideologico diventa un obiettivo
realizzato (la rivoluzione si attua: dittatura del proletariato), e diventa uno spettro per tutti i Paesi
coinvolti nel conflitto, ma inoltre, l’avvento della rivoluzione russa introduce nel dibattito e nelle
forme organizzate della politica tre elementi nuovi:

‣ Cambia il riferimento e il peso dell’ideologia nella lotta politica, perché Lenin l’ideologia l’ha

realizzata: l’ideologia non è più un universo metafisico e ideologico che descrive un mondo
migliore. In termini di ricaduta politica, ciò significa che si chiudono in maniera definitiva, a partire
dalla rivoluzione russa, i margini e gli spazi del compromesso e del dialogo politico: dal ’18 in
avanti la politica è ideologia, per cui non esistono più quei margini di cui le classi dirigenti liberali
prebelliche si erano servite per realizzare i compromessi istituzionali. C’è, cioè, un margine oltre il
quale i partiti ideologici non trattano con gli altri partiti ideologici, perché l’ideologia segna i limiti
oltre il quale il compromesso non può essere accettato: le ideologie diventano confini netti.
Mussolini va al potere perché nessuno si mette d’accordo per bloccare l’ascesa del fascismo, anzi, i
liberali pensano che sia il fascismo lo strumento per difendersi dai nemici dello Stato: popolari e
socialisti. Questa rigidità del sistema ideologico condiziona in maniera determinante l’evoluzione
successiva delle forme di governo e della storia dei singoli Stati che escono dalla guerra

‣ Compare un nuovo tipo politico: il partito bolscevico, che fa la rivoluzione. Il partito bolscevico è

un partito di avanguardie rivoluzionarie (ossia di rivoluzionari di professione). Dalla guerra non


nasce solo il partito di massa, ma anche il partito di avanguardie rivoluzionarie

‣ iIl partito di avanguardie rivoluzionarie invera l’ideale rivoluzionario, lo attua, e costruisce un

nuovo tipo di Stato: dalla guerra escono le liberaldemocrazie, ma anche lo Stato creato in seguito
alla rivoluzione bolscevica dell’ottobre, ossia lo Stato a partito unico, ossia uno Stato in cui tutto

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

l’assetto politico e istituzionale è inglobato e identificato con il partito bolscevico. Il ruolo del
partito si sostituisce integralmente allo Stato

Rivoluzione russa
Al partito di avanguardie rivoluzionarie si arriva dalla militanza che Lenin vive nelle file del Partito
operaio socialdemocratico russo, che viene fondato a Minsk nel 1898 e all’interno del quale convergono
fin dall’origine due anime, il cui rapporto ricorda molto il rapporto interno dei partiti socialisti europei:

• Anima riformista, all’epoca capeggiata da Martov, ossia l’ala del Partito socialdemocratico russo che
in qualche modo sposa la stessa linea sostenuta dai socialisti democratici tedeschi, ossia l’idea che a
maggior ragione, per le condizioni in cui versa la Russia (a. la Russia è un regime imperiale; b. non
esiste la classe operaia: il sistema imperiale zarista è fortemente autocratico e caratterizzato per la
maggior parte da un’economia che poggia sull’agricoltura ed esistono pochissime zone di
insediamento industriale su un territorio enormemente vasto), non si può pensare ad una traduzione
effettiva e concreta dei principi del marxismo, ma si deve invece proseguire e cercare di lottare in
difesa della classe lavoratrice attraverso una soluzione riformista: cercare di venire incontro alla
istanze dei lavoratori attraverso soluzioni di tipo riformista

• Anima massimalista, che si trova a sinistra ed è capeggiata da Lenin, convinta che invece la soluzione
riformista non sia affatto ortodossa, e che rischi di tradire gli obiettivi descritti da Marx e che
dovrebbero essere seguiti da un partito di origine marxista

Prima tappa del pensiero leniniano


Prendendo le distanze dalla linea riformista, Lenin comincia a gettare le basi teoriche di quello che poi
sarebbe stato l’esito rivoluzionario del ’17, e lo fa prendendo le mosse da uno scritto che viene pubblicato
nel 1902 — Che fare? — in cui Lenin parte da una serie di presupposti:

• La storia europea ci ha insegnato che, se lasciato da solo, l’operaio non ha capacità rivoluzionarie
autonome, per cui tende naturalmente a sviluppare una tradizione tradeunionista/sindacale: sceglierà
sempre la strada della contrattazione, della concertazione, il che significa che inevitabilmente finirà per
essere soggetto e schiacciato al dominio borghese

• Tutta la teoria di Marx poggia sulla concezione dell’assetto economico come struttura e dell’assetto
politico come sovrastruttura. L’obiettivo della rivoluzione non è distruggere solo l’assetto economico,
ma — e Marx lo descrive attraverso le fasi della dittatura del proletariato e della società senza classi —
distruggere anche l’ordinamento politico, ossia lo Stato borghese. Per fare questo c’è bisogno di uno
strumento che non sia solo uno strumento di lotta economica (ossia il sindacato, che non basta), ma

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

che sia anche uno strumento di lotta politica (il nemico storico di Lenin è l’Spd: Lenin contesta da
sinistra l’Spd, perché questo ha tradito la causa rivoluzionaria marxista, e afferma che bisogna tornare
a quella causa rivoluzionaria), che d’altronde Marx ha previsto, perché non ha detto che la lotta la
faranno i sindacati, bensì un partito. Quale partito?

• In nessuno dei casi europei, l’iniziativa di creare un partito di classe proviene dagli operai, ma, in tutti
quanti i casi, i partiti operai marxisti sono stati creati da una minoranza più intellettuale di origine
borghese. Come ha descritto Marx, c’è bisogno di una minoranza consapevole delle leggi economiche
e politiche che possa, da una parte, aiutare gli operai a creare una coscienza di classe; dall’altra, ideare,
impostare e attuare la rivoluzione: avanguardisti rivoluzionari.

Questo modello di partito politico, per Lenin, serve a creare un nesso tra la teoria e la prassi: senza il
partito non esiste la rivoluzione e senza il partito non esiste il movimento operaio nella declinazione
marxista. Il partito precede la classe operaia (Marx non aveva detto che il partito dovesse precedere la
classe operaia, bensì che ci fosse bisogno di un’avanguardia rivoluzionaria che la guidasse). Lenin
comincia ad adattare la teoria marxista alla situazione russa, per cui non si limita a dire che c’è un partito
di avanguardisti che guida gli operai, ma dice addirittura che il partito deve in qualche modo precedere la
formazione e la strutturazione della classe operaia.

Nel Che fare? Lenin sostiene che il partito degli avanguardisti difende la causa operaia, ma non si
identifica con essa, non è fatto dagli operai di fabbrica. Successivamente cambia leggermente idea: nel
1902 non c’è stata ancora la prima rivoluzione — 1905 — e non sono ancora nati i soviet, che nascono a
seguito della rivoluzione del 1905, per cui non ci sono ancora i primi consigli di fabbrica. In questa fase è
tutto interamente nelle mani del partito di avanguardisti rivoluzionari illuminati, che sono cosa distinta
dalla classe operaia, dal movimento operaio. Sono gli avanguardisti che detengono la coscienza di classe
e che poi faranno la rivoluzione, costruiranno lo Stato senza classi, ma solo dopo interagiranno con la
base. Il rapporto partito/società, nel modello leninista, è un rapporto estremamente verticistico, in cui solo
dopo aver compiuto il progetto rivoluzionario si ingloberà la base nel nuovo tipo di regime che è stato
costruito. Il protagonista della rivoluzione è il partito, perché c’è una sorta di diffidenza rispetto agli
operai, perché si ritiene che gli operai non abbiano ancora sufficiente coscienza di classe per schierarsi in
difesa di un obiettivo rivoluzionario. Nel primo scritto, dunque, Lenin pone sostanzialmente le premesse
per l’avvento del processo rivoluzionario. Le tappe successive determinano un perfezionamento del
pensiero politico di Lenin.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Seconda tappa del pensiero leniniano


La seconda tappa del pensiero leniniano è contenuta in uno scritto del 1905: Due tattiche della
socialdemocrazia nella rivoluzione democratica! Prima della sua pubblicazione sono avvenuti alcuni
fatti:

• Un congresso del Partito socialdemocratico russo, che si è svolto nel 1903, che ha definito in maniera
più chiara i rapporti di forza fra la corrente di Lenin (bolscevichi) e quella di Martov (menscevichi)
per cui si sono formalizzate le due diverse strategie per impostare la lotta politica in difesa della classe
operaia:

‣ Martov e i menscevichi sono fermi sulla loro idea che la rivoluzione si possa fare attraverso un

percorso riformista

‣ Lenin e i bolscevichi sono convinti che la rivoluzione si possa fare creando lo strumento più

rivoluzionario, ossia il partito delle avanguardie rivoluzionarie

• La prima rivoluzione russa. Al di là della creazione dei soviet, in realtà la rivoluzione del 1905 è un
fallimento. Di fatto il potere dello zar non viene minimamente intaccato, se non per il fatto che lo zar
promette di convocare la Duma, assemblea elettiva. La Duma viene creata ed eletta, ma, risultando
un’assemblea sostanzialmente ingovernabile, viene sciolta.

Lenin, di fronte al fallimento della rivoluzione, elabora ulteriormente il suo progetto politico. È uno degli
scritti più importanti di Lenin, perché nelle Due tattiche Lenin definisce le modalità e i tempi del processo
rivoluzionario. Nel Che fare? definisce lo strumento: il partito di avanguardie rivoluzionarie. Nelle Due
tattiche dà per acquisito lo strumento e detta i tempi. La rivoluzione del 1905 ha insegnato che in quel
modo la rivoluzione russa non si può fare. Si deve, dunque, pensare a un processo rivoluzionario in due
fasi. Anzitutto deve avvenire la rivoluzione borghese: gli operai della fabbrica che vanno sotto il Palazzo
d’inverno a manifestare contro lo zar non hanno nessuna possibilità di ottenere alcun risultato. Bisogna
creare lo Stato borghese. D’altro canto questo è quello che Marx dice: la storia evolve e, per arrivare alla
rivoluzione proletaria, si deve passare attraverso il capitalismo e lo Stato borghese (materialismo
borghese: si seguono tutte le tappe dello sviluppo dialettico della storia, per cui va anche creato lo Stato
borghese sia sul piano politico che economico). Dunque, la prima tappa rivoluzionaria consiste nel
passaggio dall’autoritarismo dell’Impero zarista all’affermazione dello Stato borghese, sia dal punto di
vista politico sia dal punto di vista economico. Questo passaggio avviene per impulso della borghesia,
come è accaduto in Europa, e dei lavoratori. Tutti i lavoratori, compresi gli operai, insieme alla borghesia,
devono fare fronte comune per distruggere l’Impero e il potere autocratico e monocratico dello zar e
costruire un sistema liberale borghese e democratico. A tal fine bisogna anche sviluppare un capitalismo

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

autonomo, che non sia più dipendente dall’estero (all’epoca lo sviluppo industriale russo dipendeva dagli
investimenti esteri). La seconda tappa rivoluzionaria è il marxismo: nel momento in cui si saranno create
le premesse per lo sviluppo della società (politica borghese ed economia capitalistica) il marxismo si
potrà verificare anche in Russia, gli operai potranno — sempre guidati dal partito di avanguardie
rivoluzionarie — compiere la loro rivoluzione e si potrà creare la società senza classi.

Terza tappa del pensiero leniniano


Lenin riprende, con una grandissima forzatura, questa impostazione del processo rivoluzionario nei due
scritti finali, pubblicati nel 1917, dopo che era stato esiliato a seguito della prima rivoluzione russa.
Quando scoppia la rivoluzione del febbraio ’17 Lenin non è in Russia (ma in Svizzera). Rientra in Russia
e sostiene che si possa finalmente fare la rivoluzione.

• Tesi di aprile: la prima ondata rivoluzionaria c’è già stata (febbraio ’17) ed è nato lo Stato borghese.
La rivoluzione di febbraio è stata prevalentemente liberaldemocratica: è stato abbattuto lo zar. Si sono
create le premesse per passare al secondo esito rivoluzionario: rovesciare definitivamente il potere
borghese e costruire il processo rivoluzionario marxista, grazie al contributo fondamentale del partito
bolscevico. È una forzatura delle due tappe perché vi è un’interpretazione della rivoluzione di febbraio
come di una rivoluzione liberaldemocratica fatta dalla borghesia e che, dunque, ha consentito di porre
le premesse per lo sviluppo di un sistema borghese e capitalistico che spetta ora ai bolscevichi
abbattere. Nonostante la forzatura, nel momento in cui torna il Russia, ci sono le condizioni perché la
componente bolscevica possa fare la rivoluzione (nell’ottobre, i bolscevichi muovono verso il Palazzo
d’inverno, destituiscono lo zar e prendono il potere). Sul piano storico le affermazioni di Lenin non
reggono, ma gli servono per dare una giustificazione filosofica e teorica all’idea che Lenin non ha fatto
la prima parte della rivoluzione ma farà la seconda parte, quella che poi raggiunge l’obiettivo finale di
rovesciare in maniera definitiva il potere dello zar e di costruire il sistema nuovo, e per porre la
componente bolscevica alla guida dello Stato nuovo.

• Lo Stato nuovo viene teorizzato nell’ultima opera: Stato e rivoluzione. Viene definita, sul piano
teorico, riprendendo i principi del marxismo, la nuova forma di Stato che si andrà a creare: una società
senza classi, in cui il ruolo egemone all’interno del sistema viene svolto da un partito unico — ossia
una dittatura a partito dominante —, che ha il monopolio della cultura politica e dell’ideologia politica,
partito che rimane di avanguardisti rivoluzionari ma che ha un preciso modello organizzativo e
strutturale, che diventerà il modello di tutti i partiti che nascono sull’esperienza leninista (questo sarà il
modello del Partito comunista d’Italia — Pcd’I). Per arrivare a cambiare la fisionomia dei partiti di
matrice leninista (partiti comunisti) si dovrà aspettare il secondo dopoguerra, e ciò non vale neanche in

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

tutti i Paesi. Fino alla fine della seconda guerra mondiale la struttura rimane sempre la stessa, e, tra
l’altro, alcuni di questi caratteri rimangono anche dopo.

Caratteristiche del partito bolscevico

• Partito di minoranza, di un’élite composta dai rivoluzionari di professione

• Rapporto vertice/base strettamente piramidale, con un bassissimo livello di partecipazione della base al
processo decisionale

• Struttura militare al proprio intero: i rapporti fra gli organismi interni sono rapporti gerarchicamente
disciplinati.Iil segretario è il massimo organo del partito; sotto al segretario c’è una direzione;
consiglio nazionale del partito; congresso. Soprattutto nelle prime fasi, la carica del segretario è una
carica ad investitura e vitalizia: non c’è nessuna possibilità di ricambio

• Questa struttura viene tenuta ferma dall’ideologia: la struttura del partito è riflesso del ruolo che viene
attribuito all’ideologia, per cui ci deve essere un unico centro decisionale forte, il segretario, che è
colui che effettivamente interpreta l’ideologia. Tutto ciò che c’è al di sotto è dipendente dal vertice.
Tutta questa struttura si regge attraverso l’adesione di tutti i livelli al vincolo ideologico, che il
segretario interpreta e traduce in scelte politiche. Questo fa dei partiti marxisti - e varrà anche per i
partiti comunisti — i partiti più solidi, meno frastagliati, meno correntizzati della storia dei partiti
moderni. La forza del vincolo ideologico è tale che sono partiti estremamente monolitici al loro interno
(appena c’è qualcuno che dissente viene fucilato). È forse l’unico partito che non sviluppa questa
dialettica interna e questo elemento è quello per cui il Pci non crolla (mentre Dc e Psi sì) quando il
sistema crolla, bensì si trasforma: la forza del vincolo ideologico e la compattezza del partito intorno
del vincolo ideologico sono tali per cui, quando c’è da fare un rovesciamento, una revisione, il partito
nella sua completezza rovescia e revisiona, mentre i partiti a basso livello di identità ideologica si
frammentano, si scindono, si spaccano

• Centralismo democratico: idea che ci sia un livello di coinvolgimento della base (ecco il riferimento
democratico) nel processo decisionale, ma ci sia un altrettanto fermo livello in cui le scelte politiche,
nonostante il coinvolgimento della base, vengono prese al vertice. Si tenta di conciliare il riferimento a
un principio democratico di partecipazione dentro ai partiti, ossia il coinvolgimento di una base, con la
legittimazione e il centralismo da parte di una minoranza di definire, prendere in mano le scelte
politiche concrete da effettuare: la base viene coinvolta fino a un certo punto, poi decide il vertice e,
nel momento in cui il vertice ha deciso, la base o si adegua o viene espulsa. In questa fase storica i
partiti sono molto molto poco democratici, anche perché sono partiti che nel caso della Russia si
trovano a dover costruire un sistema nuovo e per farlo serrano le fila

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Internazionalismo: uno dei primi atti dopo la rivoluzione russa e l’andata al potere di Lenin è la Terza
Internazionale (1919, Mosca): non più internazionale socialista (le prime due), ma la prima
internazionale comunista (Komintern = Comintern). Ciò che viene deciso al secondo congresso del
Komintern è quello che inciderà sul processo che porta alla nascita dei partiti comunisti occidentali.
Lenin, nel secondo congresso (1920, Pietrogrado), fa approvare le 21 condizioni, ossia i requisiti per
essere ammessi alla Terza Internazionale. Due di questi requisiti sono più importanti:

‣ Acquisire la definizione di partito comunista. L’obiettivo è quello di rompere con la tradizione

socialista, di marcare la netta differenza: il nemico di Lenin è il socialismo europeo, che ha tradito
la rivoluzione. Lenin la rivoluzione l’ha fatta, perciò detta le condizioni della lotta di classe:
affermazione del primato del comunismo sovietico, il che significa che tutti i partiti che aderiscono
alla Terza Internazionale devono chiamarsi partiti comunisti. Non c’è spazio per il socialismo

‣ Espellere dalle fila dei partiti la componente riformista del socialismo europeo (Bernstein in

Germania; Bonomi, Bissolati e Turati in Italia). Le componenti massimaliste del socialismo europeo
per aderire alla Terza Internazionale devono liberarsi delle componenti riformiste. Questo è
praticamente impossibile, tant’è che non ci saranno adesioni da parte dei partiti socialisti europei
alla Terza Internazionale, ma nasceranno dai partiti socialisti europei gruppi a sinistra che si
staccheranno dai partiti socialisti e andranno a formare le sezioni nazionali della Terza
Internazionale (è il caso della Francia e dell’Italia — con la nascita del Pcd’I. Questi caratteri
consentono al Pcd’I di essere l’unico partito che sopravvive durante il fascismo. Scompariranno
tutti: socialisti, cattolici. L’unico partito che mantiene in vita delle cellule operative sul territorio
italiano — e che, non ha caso, ha un ruolo fondamentale nella resistenza — durante il ventennio
fascista è il Partito comunista d’Italia, tant’è che è l’unico partito che, quando crolla il fascismo,
non si rifonda: cambia modello, cambia struttura, ma non si rifonda; gli altri partiti si fondano o
rifondano).

Partito milizia
Da tutte quante le caratteristiche del conflitto bellico sono usciti tre diversi modelli di partito:

• il partito di massa, che è quello attraverso cui si salda il nuovo nesso società/politica, che, nel caso
italiano, acquista le dimensioni del Psi di Menotti Serrati e del Partito popolare di Sturzo

• il partito che passa attraverso l’esperienza rivoluzionaria russa e crea una forma di partito
completamente opposta al partito di massa, ossia un partito di minoranze avanguardiste rivoluzionarie
che hanno con la base un rapporto completamente diverso rispetto ai partiti di massa

• il partito milizia.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Dalla guerra, soprattutto dalle reazioni che la guerra e la rivoluzione russa determinano, comincerà a
delinearsi per reazione un altro modello di partito (oltre a quello rivoluzionario e a quello di massa): il
partito milizia, che assume i tratti, in Italia, dei Fasci di combattimento, e che rappresenta in qualche
modo una sorta di modello intermedio fra i due partiti precedenti, ossia un partito che all’origine è
composto prevalentemente e ha volontà prevalentemente rivoluzionarie nella sua fase movimentista, ma
che, nel passaggio dalla fase movimentista alla fase del fascismo regime, finirà per saldare in maniera
indissolubile il rapporto fra la massa e lo Stato.

A partire da un certo tipo di modello politico, la milizia, si realizzano una forma di Stato e un certo tipo di
partito politico in cui il partito diventa, in maniera diversa dall’Unione sovietica e dalla Germania
hitleriana, l’elemento di connessione tra la società e le istituzioni. Questo aspetto è importante, perché
rappresenta la vera identità che il fascismo lascia all’Italia repubblicana: l’importanza, il riconoscimento,
il definitivo ingresso del partito politico come strumento di organizzazione della lotta politica dentro le
istituzioni è la vera, unica e non controversa eredità che la classe politica dell’Italia repubblicana si
troverà a gestire una volta caduto il fascismo. Con il fascismo si perfeziona l’inserimento dei partiti nello
Stato, al punto tale da diventare Stato a partito unico, per cui, nel momento in cui il fascismo cade, la
politica non può che essere fatta attraverso i partiti. Dopo il fascismo e attraverso il fascismo, i partiti
saldano in maniera indissolubile la loro dimensione sociale alla loro dimensione istituzionale. Dopo il
fascismo la storia politica e istituzionale italiana non può che essere fatta attraverso la storia dei partiti che
dentro quelle istituzioni siedono e che in qualche modo quelle istituzioni le costruiscono: ruolo dei partiti
antifascisti nella stesura della Costituzione.

Caso italiano
Dopo la prima guerra mondiale anche in Italia il sistema cambia:

• È cambiato il rapporto fra società civile e politica

• Cambia la legge elettorale: fino a quel momento maggioritaria e uninominale, diviene, nel 1919, a
suffragio universale (cittadini maschi dai 21 anni) e proporzionale pura. Si afferma così la piena
legittimazione sul piano istituzionale del partito come organizzazione politica. Per la prima volta
vengono introdotti i regolamenti parlamentari, per cui si prevede che in Parlamento i rappresentanti
siano suddivisi in gruppi politici. Gli eletti divengono emanazione degli elettorati dei partiti e quindi
per forza di cose sono controllati dai partiti stessi. Tuttavia, questo non vuol dire che venga meno la
libertà di mandato. Si avvera l’incubo dei liberali, l’azione istituzionale si sposta dall’interesse

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

nazionale all’interesse di partito, perciò la storia politica dal 1919 in avanti non può essere letta se non
considerando il sistema dei partiti

• compaiono nuovi modelli di partito (v. supra).

Effetti politici
Conseguenza di tutto ciò è il tramonto del liberalismo politico.

Liberali
Con l’avvento della modernità i liberali si spaccano, in quanto non tutti sono concordi con la scelta
partitica:

• L’idea del Partito liberale italiano (Pli), che nasce nel 1922, viene da Sonnino

• Prevalse per qualche tempo la posizione giolittiana contraria alla formazione di un partito politico e la
cui parola d’ordine era “trasformismo”. Ma questa era una formula antiquata ormai rispetto
all’evolversi dei tempi

• Amendola conveniva con Sonnino per la costituzione del partito, ma indicava come modello il partito
della nazione, per contrastare partiti di classe (Psi) o religiosi (Ppi). Così facendo, un grande partito di
centro avrebbe tagliato le ali estreme.

Con l’introduzione del sistema proporzionale il sistema liberale, pur credendo di riuscire a controllare il
risultato elettorale, nei fatti invece declina e scompare. Rimarrà la cultura liberale ma dal punto di vista
organizzativo i liberali non saranno mai più in grado di unirsi e costituire una forza politica rilevante. Il
Pli è un partito che nasce e muore a seguito dello scioglimento dei partiti non fascisti (dopo l’Aventino).
Con la caduta del fascismo i liberali saranno l’unica forza politica ad avere problemi a riorganizzarsi,
perché non hanno avuto il tempo di formare una base e perché rimane forte la natura variegata e
pluralistica della corrente. Ulteriore elemento di debolezza dei liberali è la mancanza di una cultura
sostanzialmente istituzionale: la loro forza era nel controllo del Parlamento e del governo; una volta
venuto meno questo elemento essi divengono insignificanti nel fare politica al di fuori delle istituzioni,
nella società.

Radicali
L’altra famiglia che prova a darsi una organizzazione politica un po’ più ampia è quella dei radicali, i
quali nel 1922 fondano il Partito della democrazia sociale e radicale. Questo partito nasce per
rafforzare l’asse contro i popolari di Sturzo e i fascisti. Anche loro cadranno con la messa al bando dei
partiti, addirittura più sfigati dei liberali. Il partito dei radicali è personalistico notabilare e clientelare.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Socialisti
La rivoluzione russa, con la produzione del partito di avanguardie rivoluzionarie, produce conseguenze in
Italia su tutte le famiglie politiche ma soprattutto sul Partito socialista italiano, perché rompe
definitivamente con la tradizione socialista europea. Il Psi, poco prima della prima guerra mondiale, si era
spostato sulle posizioni della componente massimalista. Quando scoppia la guerra, gli interventisti —
come p.e. Mussolini — all’interno del Psi vengono espulsi. Il partito, dopo una iniziale posizione di
neutralismo attivo, cambia a causa delle posizioni dei partiti socialisti europei: viene abbracciata così la
formula “né aderire (massimalisti) né sabotare (riformisti)”. Durante il conflitto però avviene la
rivoluzione russa e nel Psi la corrente massimalista si rinforza, anche grazie al parziale successo del
biennio rosso. Ad un certo punto, però, Lenin chiede ai massimalisti di scegliere: aderire alla Terza
Internazionale significava troncare con la storia del partito ed espellere l’area minoritaria del partito. Ci
sono tre risposte differenti nel Psi:

• Turati (riformista) dice no: bisogna seguire il socialismo europeo

• Menotti Serrati (massimalista) vuole attendere e vedere come si sviluppano gli equilibri interni

• la sinistra estrema (nata a seguito della rivoluzione russa a sinistra dell’ala massimalista) vorrebbe
aderire alla Terza Internazionale. La sinistra estrema è molto più giovane, non ha vissuto la genesi del
Psi e ha una profonda fede nel pensiero marxista. Essa si articola intorno a due nuclei principali:

‣ Napoli ➝ rivista Soviet (Bordiga)

‣ Torino ➝ Ordine nuovo (Tasca, Togliatti, Gramsci).

Il gruppo dirigente (Menotti Serrati) decide infine di non aderire per il momento alla Terza Internazionale.
La sinistra estrema rompe, perciò, nel Congresso di Livorno (gennaio 1921), con il Psi e dà vita al
Partito comunista d’Italia (Pcd’I). Turati aveva percepito che il modello leninista avrebbe prodotto una
forma dittatoriale di gestione del potere. La sinistra italiana è dunque spaccata in due tronconi: Psi e
Pcd’I. Dopo la spaccatura di Livorno, e con l’emergere dello squadrismo fascista, il Psi si spacca
ulteriormente sulla strategia politica da adottare. Turati ritiene che l’unica strategia per arginare il
fascismo sia creare una opposizione trasversale di tutte le opposizioni democratiche, i massimalisti invece
chiudono a qualsiasi forma di collaborazione con le altre forze politiche, opposizione isolata a tutto il
sistema. Si valuta l’ipotesi di aderire alla Terza Internazionale e così rifondersi con il Pcd’I. La
conseguenza è un ulteriore scissione del Psi nel Congresso del 1922: la componente di Turati esce e
fonda il Partito socialista unitario (Psu).

La sinistra quindi, alle soglie dell’avvento del fascismo, è divisa in tre parti:

• Pcd’I

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Psi

• Psu.

Tutto ciò si interrompe con il regime fascista: dopo la caduta del fascismo la famiglia socialista si
riconsolida: i socialisti si riuniscono nel Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup).
Ovviamente il Pcd’I resta fuori da questa logica.

Il simbolo del Psi: falce e martello (lavoratori delle fabbriche e delle campagne) che poggiano su un libro
(cultura) con sfondo il sol dell’avvenire (rivoluzione).

Partito comunista d’Italia

Il Pcd’I quando nasce è un partito leninista, il braccio italiano della Terza internazionale.

Caratteristiche del Pcd’I

• Primato del partito

• Culto, ideologia e organizzazione

• Centralizzazione

• Fedeltà internazionale.

Nel Pcd’I si crea subito una frattura fra Bordiga e Gramsci, relativamente al rapporto fra il partito e la
massa:

• secondo Bordiga, il partito deve agire come una forza meccanica: il fine è la rivoluzione,
l’abbattimento dello stato borghese e l’avvento della dittatura del proletariato. Questa visione
prescinde dalla massa: gli operai sono cosa diversa dal partito e da soli non sviluppano coscienza di
classe. Solo una volta realizzata la rivoluzione c’è l’avvicinamento alla massa

• Gramsci parte da una concezione del rapporto fra partito e masse secondo cui il partito è una totalità
vivente e organica che non esiste senza la sua massa: esso non può essere solo una macchina
rivoluzionaria. Il partito deve quindi coinvolgere la massa nella fase della sua educazione alla politica.

Inizialmente prevale la posizione di Bordiga: quello di Bordiga rappresenta, infatti, il modello di partito
più funzionale. Esso sarà l’unico partito a sopravvivere durante il fascismo.

Caratteri definitivi

• Organizzazione: partito milizia

• Antisistemico: lotta di classe e lotta clandestina

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Elitario, di avanguardie

• Verticistico

• Agisce per cellule: unità, disciplina, gerarchia.

Togliatti, a seguito della caduta del fascismo, riprende il pensiero di Gramsci.

Dopo la seconda guerra mondiale il modello elitario salta. I partiti comunisti avranno caratteristiche
diverse dall’originario partito di avanguardia rivoluzionaria divenendo partiti di massa.

Partiti di massa
Il modello forte che esce dalla guerra è il partito di massa che ha come caratteristiche:

• dimensione:

‣ quantità

‣ qualità

• organizzazione:

‣ statuto

‣ struttura

• ideologia: un riferimento programmatico che poggia su una ideologia precisa e punta su una funzione
educativa della società

• la sfera d’azione dei partiti diviene sociale e politica; è legittimo che i partiti partecipino al gioco
politico

• la comunicazione sviluppata durante la guerra diviene strumento di educazione sociale e propaganda


politica.

Partito socialista italiano


Il Psi, dopo la prima guerra mondiale, è già un partito di massa.

Partito popolare italiano


Il Partito popolare italiano (Ppi) è il primo partito politico di massa che si riferisce sul piano valoriale al
cattolicesimo.

Viene fondato da don Luigi Sturzo nel 1919 ed è un appello agli uomini liberi e forti.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Caratteristiche del partito

• Nazionale

• Aconfessionale: non è il partito della Chiesa cattolica. Il programma è laico e il partito accetta le
istituzioni secolarizzate dello Stato. La questione romana è ancora aperta, non ci sono rapporti
diplomatici fra Chiesa e Stato: la questione sarà chiusa solo nel 1929, coi Patti lateranensi. Per Sturzo
il cristianesimo e la politica non sono compatibili perché il primo è universale e trascendentale mentre
la seconda è secolarizzata. Sturzo non voleva fare la fine di Murri per cui afferma che non è il
cristianesimo che definisce direttamente la linea del Ppi. Il Ppi non è emanazione diretta delle
gerarchie ecclesiastiche ma agisce in maniera del tutto autonoma: l’autonomia amministrativa è uno
dei cavalli di battaglia di Sturzo, che fu uno dei primi fautori della creazione delle Regioni. I cattolici,
già impegnati nel sociale devono fare il salto di qualità e scendere in politica

• Interclassista: intercetta le istanze della classe media avendo poco appeal sugli operai e sulla vecchia
aristocrazia. Generalmente l’elettore italiano è definito come moderato e Sturzo vuole intercettare il
grosso di questo centro

• Popolare e democratico: lotta per la democratizzazione dello Stato

• Programmatico ➝ la ricerca di voti viene portata avanti sulla base del riconoscimento del
programma:

‣ difesa della famiglia

‣ allargamento del suffragio anche alle donne

‣ legislazione sociale avanzata: riformismo

‣ riconoscimento delle autonomie

‣ ordine internazionale pacifico e pieno sostegno alla Società delle Nazioni ➝ libera determinazione

dei popoli

• Centrista: il centrismo definisce l’identità del partito. È il partito dei moderati

• Organizzato

• Pedagogia

All’interno del Ppi c’è un conflitto abbastanza forte con l’avvento al potere di Mussolini. Sturzo è
contrario e viene messo in minoranza. Nel 1923 prende una posizione netta contro la legge elettorale

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Acerbo, per cui Mussolini si rivolge al Papa che manda via Sturzo dal Ppi. Dopo una piccola fase del
triumvirato, viene nominato segretario De Gasperi che andrà sull’Aventino.

Il Ppi verrà sciolto con gli altri partiti.

Dopo la seconda guerra mondiale nascerà la Democrazia cristiana che non va considerata erede del Ppi;
solo il simbolo è lo stesso (scudo crociato con scritta libertas, che richiama la libertà dei vecchi comuni).

Partito milizia
Nell’alveo dei rivoluzionari integralisti dopo la prima guerra mondiale troviamo anche i cosiddetti
massimalisti dei ceti medi, che trovarono espressione nel Partito fascista. Questi movimenti
consideravano la democrazia liberale l’ostacolo principale da abbattere per potere avviare la realizzazione
della loro concezione politica. Pur servendosi della Camera come tribuna, i movimenti rivoluzionari
disprezzavano il regime parlamentare e dichiaravano apertamente di volerlo abolire. Intanto, in attesa del
potere, contrapponevano la politica della piazza alla politica del Parlamento.

Due rapporti fondamentali:

• partito/società

• partito/Stato.

Caratteristiche del partito milizia dei fascisti

• Organizzazione

• Gerarchia

• Disciplina

• Militarizzazione della politica: punto più saliente, gli altri punti sono simili al partito d’avanguardia.
Il movimento fascista delle origini aveva come struttura di base le squadre d’azione e seguiva il
principio di unità, disciplina e violenza. Con la denominazione di partito milizia non si intende definire
solo le caratteristiche militaresche e neppure la peculiarità di un partito armato. Il partito fascista
incorporava nella sua stessa essenza e identità politica, nella concezione della propria natura e
funzione, l’idea di una milizia armata di credenti e di combattenti, uniti dalla fede in un’ideologia
integralista trasformata in religione politica, fondata sul mito della nazione, concepita come una
divinità laica, e come tale, collocata al vertice supremo dei valori individuali e collettivi. La
militarizzazione e la sacralizzazione della politica erano elementi complementari nella concezione
fascista. Lo squadrismo non era solo una forza armata, ma era anche una mentalità, una cultura
politica, uno stile di vita, fondato sull’esaltazione della violenza, della virilità, che ebbero espressione

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

non soltanto nell’organizzazione militaresca, ma anche in un vistoso apparato di riti, miti, simboli, inni
e canti, che divennero uno dei caratteri principali del partito fascista. Dallo squadrismo derivò anche la
pretesa del partito fascista di avere una condizione di diversità privilegiata, che si poneva al di sopra
degli altri partiti e al di sopra della legge, perché i fascisti si consideravano gli eletti della nazione, i
difensori della sua integrità contro qualsiasi palese od occulto nemico interno, i custodi della sua
sacralità artefici della sua futura grandezza

• Risorse simboliche.

Partito nazionale fascista


Il passaggio alla creazione del partito è voluta da Mussolini, nel 1921: si va verso l’istituzionalizzazione,
la prima tappa di costruzione del regime. Questo crea una frattura interna, che segnerà tutta la storia del
partito fascista:

• Augusto Turati: gli oppositori al progetto mussoliniano sono gli ex squadristi e i ras locali. Sono
fermi oppositori della costruzione del partito, perché ritengono che, rinunciando all’azione
rivoluzionaria costante, venga di fatto rinnegato completamente il significato del fascismo.
L’istituzionalizzazione della lotta determina la rinuncia alla rivoluzione e alla lotta stessa

• Mussolini: il progetto del duce era quello di controllare il partito dalle istituzioni, mentre i vari
segretari del Pnf cercheranno di riservare al partito delle prerogative. Per questo l’Italia fascista non
viene considerata un esempio di totalitarismo. Il partito deve educare e formare la società fascista, esso
costruisce il consenso e mobilità la società.

Si crea un cortocircuito:

• Primato riconosciuto alle istituzioni, perché Mussolini non costruisce il regime dal partito, ma grazie a
esso. La sede da cui si costruirà il regime sarà lo Stato

• Primato del partito (quindi doppio livello di potere): il partito non sarà mai assorbito nello Stato.
Questo doppio livello permane, ed è una delle ragioni per cui il fascismo non viene considerato un
totalitarismo perfetto. Mussolini costruisce il regime grazie al partito ma è tramite lo Stato che esercita
il vero potere. Non ci sarà mai identificazione tra l’assetto istituzionale e il partito. Questo è l’elemento
di vulnerabilità del fascismo (infatti il duce sarà sfiduciato dal gran consiglio del fascismo). Mussolini
ha bisogno del partito per mobilitare la società e per il carattere pedagogico ed educatore. La
personalizzazione del potere ha bisogno del consenso, costruito grazie al partito. Non esiste regime
senza partito: il partito è il braccio armato del regime dentro la società. Deve costruire una rivoluzione
civile. Il partito è il grande strumento di collegamento tra la società e le istituzioni. Questo determina il
dualismo. Permane il dualismo, ma c’è un’importanza fondamentale del partito. Con il fascismo il

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

partito entra definitivamente nelle istituzioni, nonostante il fascismo sia stato un regime anomalo. Il
rapporto tra la massa e la politica sarà indissolubile. La politica senza partiti non si farà più. Gli aspetti
che servono per studiare l’Italia repubblicana sono le anomalie del fascismo: una di queste è il rapporto
partito/istituzioni. Questa doppia anima non si troverà in nessun altro Paese. Ma senza il partito il
fascismo non esiste. Questo peserà quando il fascismo cadrà, perché non si passerà da un totalitarismo
perfetto alla democrazia, ma ci sarà anche una certa continuità.

Interpretazioni del fascismo


• Liberale (Croce, Pli): il fascismo è una parentesi della politica italiana, un momento di crisi valoriale,
di smarrimento di coscienza dei popoli europei. La messa in crisi della difesa delle libertà individuali
ha favorito l’avvento dell’uomo forte. Con la caduta del fascismo torneranno la libertà e la dignità
dell’uomo. Il sistema nuovo che va costituito deve guardare al passato pre-fascista: monarchia liberale
e democratica

• Marxista (comunisti e socialisti): il fascismo è espressione del dominio dell’alta borghesia per cercare
di contrastare la sollevazione popolare, una forza politica volta a soffocare il movimento degli operai e
dei lavoratori nell’interesse dei capitalisti. Esso è l’ultimo stadio della lotta di classe. La resistenza
antifascista assume un valore morale ideologico e politico (la rivoluzione degli oppressi): dopo il
fascismo deve nascere uno Stato nuovo in totale discontinuità sia con il fascismo che con il liberalismo

• Cattolica (Augusto del Noce): il fascismo è lo stadio finale del processo di forte secolarizzazione
ideologica che spezza in maniera definitiva il legame fra Dio e l’uomo e di conseguenza rompe il
rapporto diretto fra religione e potere. È l’ultima conseguenza derivante dalla Rivoluzione francese,
esaltazione del primato della ragione, che si perfeziona nel marxismo e infine nel fascismo. Quindi il
nuovo ordine deve rompere il processo di secolarizzazione e riallacciare il rapporto fra Dio e l’uomo: il
nuovo Stato deve essere cristiano

• Radicale (Salvemini): lettura più debole, secondo cui il fascismo e il nazismo sono espressione di mali
endemici delle due società, italiana e tedesca. Era inevitabile che il fascismo arrivasse perché l’uomo
forte era l’unica soluzione a cui un Paese incivile e analfabeta come l’Italia potesse arrivare: ad un
certo punto sono gli italiani stessi che chiedono la dittatura perché è l’unico sistema che garantisce la
governabilità. Il fenomeno è visto come ciclico, nel caso in cui gli italiani non acquisiscano un minimo
senso civico. In Germania ad un certo punto la società ha caratteri che si rispecchiamo nell’uomo forte.

Nel momento in cui le forze politiche devono confrontarsi con l’esperienza politica del fascismo lo fanno
sulla base di due problemi, ai quali daranno risposte diverse:

• Continuità o rottura con lo stato fascista (modello costituzionale)

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Limite oltre il quale il partito non possa spingersi nel rapporto con le istituzioni. Per questo la
storiografia leggerà la storia come storia dei partiti. Il primato assoluto dei partiti nel sistema, la storia
delle istituzioni e della società è storia dei partiti (La Repubblica dei partiti di Scoppola). Ma questo è
vero? C’è uno spazio tra le istituzioni e i partiti?

I partiti dei Cln daranno risposte differenziate, sulla base delle interpretazioni.

Già l’innovazione dei regolamenti parlamentari portò all’affermazione del primato del partito nei
confronti dei parlamentari, collocando i partiti organizzati al centro della rappresentanza politica e
facendo dei partiti i protagonisti principali della vita politica. Era nato lo Stato dei partiti, cioè uno Stato
nel quale i partiti politici sono organi indispensabili e fondamentali per l’espressione della volontà dei
governati, per la mediazione fra lo Stato e la società, per la formazione della classe politica, per il
funzionamento delle istituzioni rappresentative, per la scelta e la revoca dei governanti. Ma l’Italia
divenne anche il campo di battaglia fra partiti che si consideravano antesignani e futuri artefici di uno
Stato nuovo, e che fra di loro erano incompatibili per la radicale diversità di concezione della politica,
dello Stato e anche del partito. E in questa battaglia, che segnò la fine dello Stato liberale, l’incapacità dei
partiti democratici di unirsi per salvaguardare le libertà civili e politiche, con le istituzioni del nuovo Stato
dei partiti, fu la condizione principale che rese possibile la nascita di uno Stato-partito dopo l’ascesa del
fascismo al potere.

Fasi del fascismo

1922-1925 Dalla marcia su Roma al discorso del 3 gennaio: stabilizzazione del potere fascista caratterizzata dal
costituirsi di un determinato tipo di rapporti tra il fascismo e la classe dirigente e le istituzioni
tradizionali
1925-1929 Dal discorso di Mussolini del 3 gennaio alla Conciliazione e al ’plebiscito’ del 1929: il regime
fascista venne progressivamente prendendo corpo a tutti i livelli
1929-1936 Dal ’plebiscito’ del 1929 alla conclusione della vicenda etiopica nell’estate 1936: crisi del 1931 con
la S. Sede per l’Azione Cattolica determinata dalla necessità per il fascismo di non farsi sfuggire il
monopolio della formazione della gioventù
1936-1945 Dalla guerra d’Etiopia alla fine della seconda guerra mondiale: politica espansiva; politica estera
sempre più legata a quella hitleriana

Dal partito dominante al partito unico


Nel periodo a cavallo del 1925-26, il fascismo attuò lo smantellamento del regime parlamentare e,
simultaneamente, pose le fondamenta dello Stato a partito unico.

Ma le idee dei fascisti per la creazione dello Stato nuovo non erano univoche (p.e. il segretario del Pnf —
Bianchi — aveva parlato della necessità di una riforma costituzionale subito dopo la marcia su Roma: la
sua proposta di legge elettorale maggioritaria doveva essere un primo passo verso questa direzione).

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• I fascisti sindacalisti proponevano progetti vari di un nuovo Stato sindacale, concepito come
organizzazione politica delle forze produttive unificate sotto l’egida del fascismo.

• Con l’adesione al fascismo di Giovanni Gentile e di giovani filosofi, il problema della trasformazione
dello stato era Stato più saldamente congiunto al problema della rigenerazione del popolo italiano. Nel
1924 il Pnf affrontò il tema della trasformazione dello Stato, proponendo la formazione di una
commissione di studio (sostituita in seguito da una commissione governativa presieduta da Gentile).
Le proposte presentate a Mussolini lo irritarono e scontentarono i fascisti, perché erano modesti
correttivi autoritari piuttosto che riforme rivoluzionarie.

Dopo il 3 gennaio 1925, i membri del direttorio nazionale furono tutti confermati. Erano esponenti del
fascismo integralista, rappresentanti del fascismo giovane e rivoluzionario. L’interprete della nuova
politica del Pnf fu Farinacci, nominato segretario nel 1925. Mussolini aveva bisogno della piena
collaborazione e del consenso unanime di un partito unito, forte ed efficiente, come strumento di
pressione e di ricatto nei confronti degli avversari e degli stessi fiancheggiatori, e come principale
cooperatore nell’impresa di trasformazione dello Stato. Per il duce la scelta di Farinacci era obbligata. Ma
Farinacci, oltre ad essere uno dei ras provinciali più forti, godeva di molto prestigio tra la massa dei
fascisti intransigenti, di cui era diventato interprete. Criticava spesso Mussolini, proclamando la
necessità di una seconda ondata per continuare la rivoluzione fascista. La sua azione di riorganizzazione e
di epurazione fu, tuttavia, efficace per ridare al Partito una organizzazione più unitaria. Impiegò il Partito
anche nel campo sindacale (accordi di Palazzo Vidoni: riconoscimento reciproco). Contrastò ogni
tentativo delle altre organizzazione del fascismo di avere una propria autonomia.

Al Congresso nazionale del 1925, Mussolini tratteggiò il programma totalitario del regime, che a prima
vista poteva coincidere con la politica di Farinacci. Il ras di Cremona voleva tenere il partito sul piede di
guerra per sconfiggere i nemici della rivoluzione (primato del partito, una diarchia tra partito e
governo, tra segretario e duce). Farinacci fu costretto a rassegnare le dimissioni nel 1926, e non tornò mai
più al centro della politica.

Altri passaggi

• Leggi fascistissime

• Lotta con la massoneria

• Scioglimento di tutti i partiti

• Istituzione del tribunale speciale e dell’Ovra (Organizzazione per la vigilanza e la repressione


dell’antifascismo)

• Legge elettorale (porta il regime al plebiscito)

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Costituzionalizzazione del Gran consiglio del fascismo

• Rappresentanza organizzata: inquadramento delle masse nelle istituzioni politiche e sociali

• Rivoluzione antropologica per rigenerare la nazione e creare una nuova razza di italiani.

Partito totalitario
Tra il 1925 e il 1929, il partito fascista subì una trasformazione che lo inquadrò nel nuovo ordinamento
costituzionale. Non perse la sua identità di partito milizia, ma i compiti vennero adattati alle diverse fasi
della costruzione dello Stato totalitario. Si comincia a parlare di religione fascista. Dalla necessaria
convivenza di vecchio e nuovo nel regime fascista, derivò una divaricazione tra chi era fautore di un
fascismo autoritario (in cui si considerava esaurito il suo compito con la soppressione dello Stato dei
partiti) e chi prevedeva un modello totalitario (in cui il Partito doveva essere la base del nuovo Stato
fascista).

Ma l’evoluzione del Partito (statuto 1926) sarà all’antitesi del progetto di Farinacci: venne abolita la
democrazia interna, fu eliminato l’organo del Congresso nazionale, fu eliminato il principio della
elettività delle cariche. Il duce volle eliminare anche ogni conflitto di poteri nelle province fra
rappresentanti del Partito e del governo, ribadendo che la più alta autorità della provincia era il prefetto, al
quale il segretario federale doveva rispetto e obbedienza. Mussolini nel 1929 disse: «Il partito non è che
una forza civile e volontaria agli ordini dello Stato. Ogni dualismo di autorità e di gerarchia è scomparso
[…] se nel fascismo tutto è nello Stato, anche il Partito non può sfuggire a tale inesorabile necessità, e
deve quindi collaborare subordinatamente cogli organi dello Stato».

Cesarismo totalitario: il duce è un’istituzione politica. Il primato del duce ebbe uno sviluppo parallelo
nell’ordinamento del Pnf e nello Stato. Si cercò di ridurre la figura del monarca ad un simulacro
simbolico (forse la maggioranza dei fascisti avrebbe voluto la fine della monarchia). Spettava soprattutto
al partito svolgere la funzione di grande pedagogo.

La formula della subordinazione del partito allo Stato fu in realtà una finzione giuridica, dietro la quale si
agitavano le ambizioni del partito totalitario, che si considerava il depositario dell’idea rivoluzionaria e
non si era rassegnato a vivere un sistema politico ancora ibrido, dove le istituzioni del vecchio Stato
monarchico convivevano ancora, in contrasto con le nuove istituzioni dello Stato totalitario in
costruzione. I segretari che furono alla guida del Pnf dopo il 1925, senza mai contrastare il duce,
compirono un lavorio paziente e costante per ampliare il potere del Partito, tramite:

• L’infiltrazione (per esempio, lotta del partito all’ascesa nella gerarchia militare)

• Il controllo diretto nei confronti delle organizzazioni di massa del regime, come i sindacati fascisti

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• L’annessione verso organizzazioni ritenute strumenti indispensabili per l’attuazione dell’esperimento


totalitario, come i Balilla.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Terza parte

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA


1943 - 2006


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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

La parabola dei partiti della Prima Repubblica

Macrodinamiche della transizione

Transizione (1943-48)
La prima fase dell’affermazione dell’istituzione partito si apre con il 1943, anno in cui cade il fascismo: si
apre la lunga transizione verso la nascita e la costruzione di un nuovo ordine politico e istituzionale.
Questa complessa fase di transizione dura cinque anni.

Centrismo degasperiano (1948-53)


La fase di transizione si conclude nel 1948, anno in cui vi è un momento di volta per la storia italiana,
perché:

• entra in vigore la Costituzione (1° gennaio)

• con le elezioni del 1948, comincia la I legislatura dell’Italia repubblicana.

Inizia la stabilizzazione del sistema. Questa prima fase repubblicana va dal 1948 al 1953, altro momento
di svolta per la storia politica italiana, perché finisce l’età del centrismo: presenza ininterrotta di De
Gasperi alla presidenza del Consiglio. Il primo governo De Gasperi è del dicembre 1945; l’ultimo e
ottavo governo De Gasperi, che non ottiene la fiducia, è del 1953.

Numerose svolte (1953-63)


• Nel 1953 inizia la II legislatura, con una modifica che investe il sistema elettorale: a partire dal 1948
(in realtà già per le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946) la legge elettorale era una legge
elettorale proporzionale, che prevede che il territorio nazionale venga diviso in collegi plurinominali di
eguale grandezza e che possano esercitare il diritto di voto tutti i cittadini senza distinzione di sesso
che abbiano raggiunto il ventunesimo anno di età. Nel 1953 questo sistema cambia, e viene introdotta

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

quella che le opposizioni chiameranno la legge truffa: un tentativo di correggere il sistema elettorale
approvato nel 1946 in senso maggioritario, che prevedeva l’assegnazione al partito o alla coalizione di
partiti che avesse ottenuto il 50% + 1 dei voti i 2/3 dei voti. La logica è quella di rendere più stabili le
maggioranze che sostengono il governo, a fronte dell’instabilità mostrata dai governi De Gasperi. La
legge passa nonostante le fortissime opposizioni, ma il premio di maggioranza non scatta, perché
nessun partito o coalizione di partiti raggiunge il quorum necessario per far scattare il premio.
L’operazione di De Gasperi non riesce. A partire dal 1953, fatte le elezioni per la II legislatura, si
ritorna al sistema proporzionale puro.

• Il 1953 è un momento di svolta anche sul piano delle forze partitiche. Nel 1954 muore De Gasperi e
alla guida della Dc, partito cardine del sistema, succede Fanfani, politico che dà alla Dc un’indirizzo
economico, di politica interna ed estera completamente diverso rispetto a quello dato da De Gasperi.
Fanfani è della seconda generazione democristiana, la quale ha vissuto in maniera più forte rispetto
alla prima generazione la fascistizzazione e che, perciò stesso ha tentato di elaborare una proposta
cattolica antifascista, ma risentendo delle forti influenze che il fascismo aveva avuto sulla sua
formazione.

• Nel 1953 muore Stalin, e pare esserci la prima distensione: idea che la tensione tra i due blocchi possa
leggermente scendere e ci possano essere i presupposti per avviare un dialogo tra forze politiche fino a
quel momento chiuse nella logica della guerra fredda, dialogo che poi non si avvia.

Tutto questo insieme di fattori interni ed esterni fa pensare che si possano creare nuovi sistemi di
alleanze. Tra il 1953 e il 1954 il partito cardine del sistema, guidato dalla seconda generazione, a fronte
delle modifiche internazionali, comincia a pensare che si possa guardare oltre il centrismo, cioè comincia
a pensare che il fallimento della legge truffa, e quindi il fatto che non si possano costruire maggioranze
stabili attraverso il sistema elettorale, possa essere superato modificando il sistema di alleanze. Il
centrismo è ormai insufficiente, in quanto troppo instabile.

Neocentrismo: si cerca di governare il sistema in vista dell’apertura verso forze politiche nuove: il Psi.

Centro-sinistra (1963-73)
Dal 1963 al 1973 in Italia si inaugura la stagione del centro-sinistra. Nel dicembre del 1963, Aldo Moro
(che è l’uomo di questa fase) dà vita al primo governo organico di centro-sinistra, che è il governo in cui
il Partito socialista (uscito dal governo, poco dopo la scissione di Palazzo Barberini, ovvero nel maggio
1947, in cui finiscono i governi tripartiti, ossia di coalizione nazionale) rientra in maggioranza: governo
Moro-Nenni.

È un processo lungo.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Compromesso storico (1973-78)


Dal punto di vista formale, questo centro-sinistra rimane in piedi abbastanza, benché con delle dinamiche
interne piuttosto conflittuali tra Psi e Dc, finché non avviene un’altra svolta nella costruzione dei sistemi
di alleanze nonché rispetto alle linee politiche dei partiti che ne sono coinvolti, ovvero la strategia del
compromesso storico lanciata da Berlinguer (Segretario del Pci): ricompattare insieme le forze dell’arco
costituzionale (quelle che hanno scritto la Costituzione: Dc e Partito comunista) e riportarle insieme al
governo. Per far accettare alla Dc questa proposta Moro impiega 5 anni: nel 1978 — il giorno del
rapimento di Moro — il governo che avrebbe dovuto ricevere l’appoggio — voto di fiducia — anche del
Partito comunista (il governo Andreotti) non lo fa. Di fatto il compromesso storico non si realizza mai,
rimane un’ipotesi accennata, costruita, ma concretamente non si avranno mai maggioranze Democrazia
cristiana-Partito comunista che sostengono lo stesso governo.

Crisi del sistema dei partiti (1978-92)


Si apre l’ultimo grande periodo, periodo di iniziale e poi strutturale crisi dei partiti.

La Prima Repubblica non cade nel 1992-94, o meglio, lì cambia il sistema: compaiono forze politiche
nuove, c’è Tangentopoli. Tangentopoli però è l’ultima spallata a un sistema che è già in crisi da tanti anni.

Il crollo della Prima Repubblica è un processo lungo, che affonda le proprie radici in questa fase storica.
Una parte importante della storiografia afferma che la crisi dei partiti inizia tra la fine degli anni ’60 e
l’inizio degli anni ’70: la crisi di uno scollamento crescente fra la società civile e i partiti politici: la
società non riconosce più quei partiti come i soggetti titolati a rappresentare le proprie istanze, partiti
arrotolati sempre più su se stessi. A cavallo degli anni ’60 e 1970 si manifestano per la prima volta forme
aperte di contestazione nei confronti del sistema: nascita di movimenti autonomi, che si distaccano dai
partiti tradizionali e che hanno l’obiettivo di legittimare il sistema. Negli anni ’80, però i quorum
elettorali dei vari partiti cambiano pochissimo (cresce un po’ il Pci, cresce il Psi di Craxi ma non quanto
avrebbe voluto, vi sono piccole contrazioni della Dc). Dal punto di vista elettorale, questi partiti
rimangono forti e rimane alto il quorum del partito che più si è identificato con questo schifo che la
società ha rivolto addosso ai partiti, ossia la Dc. Allora perché diciamo che c’è un trend di lungo periodo
che porta alla crisi del sistema? Il quorum elettorale che non cambia è un quorum diverso. La Dc è il
partito cardine di tutta la storia politica italiana, è un partito che, col picco del 48% nel 1948, tiene una
percentuale stabile che oscilla fra il 34% e il 48%. Cambia però chi vota la Dc, soprattutto per quanto
riguarda la distribuzione territoriale: fino a un certo punto la Dc è fortissima in alcune zone — le
tradizionali Regioni bianche: Lombardia, Veneto; a partire dagli anni ’70, per la Dc cambia
completamente l’insediamento territoriale del voto: si rafforza moltissimo nelle regioni dell’area centro-

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

meridionale — soprattutto in Campania, Puglia e Molise. I partiti hanno perso il voto di appartenenza, il
voto di identità. Il quorum non cambia perché quel voto di identità viene sostituito dal voto di scambio, il
voto comprato. Questo fa sì che, nel momento in cui i partiti non hanno più soldi da spendere (Sme,
vincoli monetari) e quindi non hanno più la possibilità di comprare il voto, questi partiti (che erano stati al
centro delle dinamiche politiche e istituzionali e che più avevano lavorato in questa commistione fra
economia, società e politica) esplodono o implodono. La perdita del voto di identità, come zoccolo duro,
è un processo di lungo periodo che di certo non comincia con Tangentopoli, bensì nel momento in cui i
partiti perdono il contatto con la società, e questo processo di perdita del contatto con la società vale,
soprattutto per i partiti di governo, che sono nella posizione più scomoda rispetto a questi processi, già a
partire dall’inizio degli anni ’70: non capiscono il ’68, non sanno dare una risposta al ’68, non capiscono
la strategia della tensione (anni di piombo: terrorismo fascista e terrorismo di Stato), danno solo risposte
critiche alla strategia della tensione e a un certo punto si perdono la società e questa società o trova altre
forme di partecipazione (movimenti: la Lega nasce proprio erodendo il voto identitario della Dc) oppure
si astiene, ma questo è un periodo di lungo periodo. I partiti cominciano ad agire, all’inizio degli anni ’70,
come giganti dai piedi d’argilla: i partiti crescono, le maggioranze di governo crescono, colonizzano tutta
l’economica pubblica, ma perdono un elettorato che si riconosca a livello identitario in quel partito
politico.

Due letture della parabola italiana

Bipartitismo imperfetto
Di fronte a questa parabola, c’è una lettura complessiva della storia del sistema data da Giorgio Galli che,
in un libro pubblicato negli anni ’60 — Bipartitismo imperfetto —, sostiene che l’Italia sia un sistema
sostanzialmente anomalo: essa è una forma di democrazia parlamentare anomala in quanto
ipoteticamente potrebbe funzionare come modello perfetto, bipartitico, perché ci sono due grandi partiti
— Dc e Pci, che, in sostanza, rappresentano i due riferimenti principali della vita italiana —, tuttavia la
competizione avviene in condizioni che impediscono in assoluto la regola dell’alternanza. Non succede
mai che il Pci da forza di opposizione possa diventare forza di governo e non succede mai, per una serie
di vincoli interni ed esterni — guerra fredda, quorum elettorali —, che la Dc possa diventare
effettivamente partito di minoranza.

Pluralismo polarizzato
A questa lettura risponde, dopo qualche anno, Giovanni Sartori, che parte dall’interpretazione della storia
del sistema italiano (come aveva fatto Galli) e sostiene che il modello disegnato da Galli non funziona
bene, perché è troppo semplicistico: la storia politica italiana non è fatta solo da questi due soggetti

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

politici — e vero che sono i più grandi in termini elettorali e di iscritti —; bisogna considerare l’insieme
degli attori che compongono il sistema, per cui non si può parlare di bipartitismo imperfetto, perché non è
sufficientemente aderente a descrivere il caso italiano, bensì di pluralismo polarizzato: i sistemi pluralisti
sono quelli a cui partecipano almeno cinque attori (partiti) politici, ossia sistemi caratterizzati da un’alta
frammentazione politica. Se dall’analisi degli attori politici si passa ad analizzare il sistema, non si trova
solo un alto tasso di frammentazione politica, ma anche una formula costante di stabilizzazione dei partiti,
ossia un partito — o una coalizione di partiti — di centro e, esattamente corrispondenti ed equidistanti,
forze antisistemiche, partiti antisistemici: c’è un centro che va stabilmente al governo e ci sono due aree
estreme che hanno come obiettivo quello di muovere nei confronti del centro una doppia opposizione, in
chiave antisistemica. Di fondo, il modello politico-istituzionale italiano, dunque, non è bipartitico, ma
pluripartitico. Come si aggregano queste forme partitiche e a che schema istituzionale danno luogo? Non
a un bipartitismo imperfetto, ma a un sistema in cui il Paese si governa dal centro ed esiste un partito — o
una coalizione di partiti — che governa il sistema dal centro. Rispetto a questo centro esisteranno sempre
delle forze più polarizzate di destra e di sinistra che agiranno in chiave antisistemica con lo scopo di
esercitare una pressione centrifuga sul centro (non è altro che il modello trasformistico di Depretis, che si
autoalimenta in continuazione nella storia politica italiana). Mai nella storia politica italiana a un’elezione
(fino alla Seconda Repubblica) con un tasso alto di frammentazione partitica, con una legge elettorale
proporzionale, con un partito di centro forte in termini elettorali e numerici si verifica la regola
dell’alternanza; al massimo la governabilità si ottiene allargando l’insieme dei partiti che sostengono il
governo stesso, ossia che fanno parte della maggioranza parlamentare. Si esce da questa logica quando si
entra, negli anni ’80, nella logica del pentapartito, che altro non è che un recupero di un centro-sinistra
mezzo scassato con forze politiche nuove con Craxi da una parte e De Mita dall’altro che cercano di
tenere in piedi il sistema. La storia della Prima Repubblica ruota tutta intorno all’allargamento all’infinito
(fino addirittura a comprendere il Partito comunista) dell’area di centro, con una totale e continua
esclusione della destra missina: la pregiudiziale che rimane in piedi è sempre quella nei confronti del
Movimento sociale italiano, che rimane sempre fuori da quell’area politica.

Transizione (1943-48)
Il re scappa, c’è l’armistizio, c’è la Repubblica di Salò al Nord, l’Italia è divisa in due, vi è un vuoto di
potere, l’esercito è allo sbando, gli alleati sono in casa. L’unica cosa che rimane in piedi è la Chiesa.

È caduto il compromesso autoritario (che aveva consentito al fascismo di reggersi). Questo vuoto
politico-istituzionale con qualcosa va colmato.

Questa fase si suddivide a sua volta in tre sottofasi:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• 1943-45:

‣ due governi Badoglio (luglio 1943 — giugno 1944): governi militari, non ci sono forze che li
sostengano, sono i governi del fascismo senza Mussolini. A giugno del 1944, in Italia Vittorio
Emanuele III cede i poteri al figlio Umberto II e viene istituita la luogotenenza: soluzione di
compromesso in attesa che si faccia il referendum istituzionale

‣ due governi Bonomi (giugno 1944 — giugno 1945): da Bonomi in avanti governi di unità
antifascista, ossia i governi dei Comitati di liberazione nazionale (Cln)

• 1945-47: governi Parri (giugno 1945 — dicembre 1945)

• 1947-48: governi De Gasperi (dicembre 1945 — 1947)

Prima sottofase della transizione


Quel vuoto politico e istituzionale causato dalla caduta del fascismo e dallo sbando dei poteri esistenti
(fatta eccezione per la Chiesa) viene parzialmente colmato. Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, nella
fase di declino del regime fascista, quelli che saranno i partiti antifascisti hanno cominciato a ricostituirsi
o a costituirsi. Il giorno dopo la caduta di Mussolini (che avviene il 25 luglio 1943), essi danno vita al
Comitato delle opposizioni: organismo unitario (molto ristretto) in cui siedono i leader delle forze
politiche, che, dopo il proclama di armistizio di Badoglio dell’8 settembre 1943, diventerà Comitato di
liberazione nazionale. I partiti antifascisti (struttura esarchica: i governi dell’esarchia sono quelli
sostenuti dal Cln) che non solo siedono nel Comitato di liberazione nazionale ma cominciano a impostare
delle linee politiche che servono a dare una risposta al vuoto istituzionale in cui si trova il Paese sono, da
sinistra a destra:

Pcd’I Psiup Pda Dl Dc Pli

Partito comunista d’Italia (Pcd’I)

In mano a Secchia e Longo (non c’è Togliatti, che è in Unione Sovietica come braccio destro di Stalin).
Quando rinasce è esattamente lo stesso partito, più piccolo, che era nato nel 1921. Stato nuovo: partito di
avanguardie rivoluzionarie (carattere che gli aveva consentito di sopravvivere durante il ventennio
fascista); partito della rivoluzione palingenetica; partito schierato, almeno fino ai primi mesi del 1944, su
una posizione fortemente estrema all’interno dei Cln (sinistra estrema):

• Posizione di rottura immediata dell’ordine istituzionale: chiedere la destituzione del monarca (perché
non si può fare nessuna distinzione, per quanto riguarda le responsabilità per l’avvento del fascismo e
per il disastro della guerra, fra l’istituto monarchico e il re: condanniamo il re e, di conseguenza,

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

l’istituto monarchico) e immediatamente procedere alla convocazione di un’Assemblea costituente che


decida sulla forma di Stato

• Posizione rigida di mantenimento dell’ordine pubblico: cercare di normalizzare al più presto la vita
politica e, soprattutto, disarmare i partigiani: mantenimento armato delle bande partigiane

Su questi due punti il Pcd’I mantiene una posizione rigida, minacciando di uscire dai Cln se non fosse
stato accontentato. Questa posizione porta il Cln ad una fase di fortissima tensione. Si teme che questo
equilibrio si spezzi. Per fortuna, a fine febbraio del 1944, torna Togliatti e annuncia la svolta di Salerno
(compromesso tra partiti antifascisti, monarchia e Badoglio, che consentisse la formazione di un governo
di unità nazionale al quale partecipassero i rappresentanti di tutte le forze politiche presenti nel Comitato
di liberazione nazionale, accantonando quindi temporaneamente la questione istituzionale), che viene
fatta passare come una decisione presa da quello che sarebbe diventato il leader del Partito comunista in
totale autonomia rispetto alle direttive di Stalin. Togliatti congela le tensioni interne al Cln portando il
Pcd’I su un nuovo corso, fatto di due concetti nuovi, sintetizzati dalla svolta di Salerno:

• Partito nuovo: basta con il partito di avanguardie rivoluzionarie. Bisogna interrompere con la
tradizione leninista e dare vita a un partito di massa: il Partito comunista deve essere un partito che
sposa, insieme alla direzione verticale della politica (tipo del partito avanguardista: la base conta
comunque sempre solo fino a un certo punto; infatti il segretario viene scelto per cooptazione — e non
eletto dalla base — e la carica è vitalizia), la dimensione orizzontale, cioè deve essere un «partito di
integrazione di massa»

• Democrazia progressiva: abbandono dei toni rivoluzionari e ultimativi utilizzati fino a quel momento e
capire che la rivoluzione va costruita. L’Italia del 1944 non ha le condizioni (soprattutto internazionali:
eserciti angloamericani in casa) per poter fare la rivoluzione. Democrazia progressiva significa
progetto comunista in due tempi:

‣ il sistema va intanto cambiato dall’interno (quindi niente rottura col Cln) alle condizioni date

‣ la rivoluzione possa avverarsi in una situazione in cui le condizioni lo consentano (non si avvererà

mai).

Inoltre, Togliatti afferma che il Partito comunista debba accreditarsi come forza politica nazionale, cioè
che non debba più agire solo come braccio armato dell’Unione Sovietica, ma costruirsi e consolidare la
propria identità nazionale ed essere percepito come un attore politico nazionale: non soltanto legare le
sorti del comunismo italiano alle sorti del comunismo sovietico, ma identificare profondamente la storia
del Partito comunista alla storia della nazione, in modo da guidare la nazione verso l’esito rivoluzionario
finale. La svolta di Salerno, con l’abbandono “temporaneo” dell’ipotesi rivoluzionaria, fatto da Togliatti e

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poi ripetuto, consente di stabilizzare il sistema politico italiano ma è un suicidio per i comunisti, in quanto
porterà il Partito comunista a perdere, a partire dagli anni ’60, pezzi della sua sinistra che contesteranno il
tradimento dell’ideale rivoluzionario.

La svolta di Salerno, rispetto al Cln, cambia le carte in tavola, perché ricompone quelle fratture che tra la
fine del 1943 e l’inizio del 1944 si erano cominciate a creare. Proprio per rimarcare il carattere nazionale
del partito, Togliatti stabilisce anche che il partito non si chiami più Pcd’I (ossia sezione italiana della
Terza Internazionale), ma Partito comunista italiano (Pci). La svolta di Salerno comporta l’accettazione
del compromesso istituzionale, almeno momentaneo fino a quando un’Assemblea costituente — non il
popolo — non si fosse pronunciata sulla forma di Stato: la Luogotenenza, istituita a fine maggio/inizio
giugno del 1944. Primi atti di Umberto II: a. voto alle donne; b. istituzione di una Assemblea costituente,
che avrebbe avuto, tra gli altri incarichi, il compito di decidere sulla forma di Stato, ossia fra monarchia e
repubblica. Poi non sarà così, perché a decidere sarà, con il referendum del 2 giugno, il popolo. Il Pci
accetta la Luogotenenza, ma in cambio vuole che a decidere tra monarchia e repubblica non sia il popolo,
bensì un’assemblea, sì, eletta dal popolo, ma in cui siedono i partiti antifascisti.

Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup)

In mano a Nenni. Ripropone le stesse dinamiche pre-fasciste: rinasce (perché dal fascismo è stato
scardinato) sostanzialmente da due tronconi: il vecchio Psi, alla cui guida c’erano Romita e Nenni e una
componente ancora più di sinistra, proveniente dal Movimento di unità proletaria (Mup), che era la
componente più radicale dell’antifascismo socialista.

Nel Psiup (che rimane Psiup fino al 1947) ritroviamo le stesse fratture dell’epoca pre-fascista. Tre grandi
correnti:

• i vecchi massimalisti, ora fusionisti: la componente più di sinistra, che in questa fase vogliono tornare
con Pci e mirano a ricomporre un fronte unitario delle sinistre italiane, ossia a ricucire la scissione di
Livorno

• i riformisti: la componente più di destra, ossia il gruppo riunito intorno a Saragat, che nel 1947
daranno vita alla scissione. Idea che il partito socialista italiano debba avere esclusivamente una
vocazione istituzionale e riformista, e dunque debba prendere marcatamente le distanze rispetto, in
casa, al Partito comunista e, fuori casa, all’Unione Sovietica (ricucire i rapporti con la corrente
socialista europea e non con la dittatura staliniana);

• centro: gruppo dirigente del partito, guidato da Nenni.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Il Psiup è, in questa fase, molto orientato a sinistra. È un partito antifascista per eccellenza. Il
compromesso che viene realizzato da Nenni è quello di fiancheggiare e non fondersi con il Pci. In questa
fase il Psiup è più forte del Pci. Anche il Psiup, come il Pci, è un partito di massa.

Partito d’azione (Pda)

Di Ferruccio Parri. È un partito di intellettuali, notabilare (vecchio modello di partito), di rappresentanza


individuale, che si ispira ad alcuni elementi del socialismo e ad alcuni elementi del liberalismo di sinistra.
Ha una fortissima identità antifascista. Nasce intorno alla metà del 1942 (nel 1947 di fatto è già morto).
Quando si scoglierà vedrà i pezzi sparpagliarsi tra il Psi e il Pli.

Democrazia del lavoro (Dl)

Di Bonomi. Partito di intellettuali e a rappresentanza individuale. La famiglia politica è abbastanza simile


a quella del Pda sul piano ideologico e valorizzare: sensibilità repubblicane e socialiste. I demolaburisti
sono antifascisti più moderati: vogliono alcuni elementi di continuità col periodo pre-fascista (alcuni
demolaburisti hanno una preferenza monarchica: Vittorio Emanuele III ha sbagliato, va rimosso dalla
carica, ma l’istituto monarchico va salvato). Nel 1942 si costituisce (la base di insediamento è l’Italia
centro-settentrionale), nel 1946 è già sciolto, e i suoi componenti confluiranno in parte nel Psi e in parte
nella Dc.

Democrazia cristiana (Dc)

In mano a De Gasperi: la Dc si fonda (tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943) nella fase di transizione tra
fascismo e post-fascismo. Nasce dalla convergenza di tre gruppi:

• Gli ex popolari (De Gasperi, Gronchi, Spataro): gruppo di maggioranza. Sono quasi tutti uomini del
liberalismo classico, che hanno vissuto la loro formazione politica nella stagione dell’Italia e che, di
conseguenza, si rendono interpreti di un preciso progetto di ricostruzione dello Stato, ossia di una certa
continuità delle istituzioni politiche che si richiama alla stagione dell’Italia pre-fascista, ossia l’ultima
fase dell’Italia liberaldemocratica:

‣ Centralità del Parlamento

‣ Silenzio momentaneo sulla questione istituzionale: ➝ molti sono monarchici, ma in realtà non si

sbilanciano

‣ Importanza del partito politico come strumento di lotta politica (in questo l’influenza del fascismo è

stata forte: la politica di massa non si fa senza i partiti), ma con una clausola: il partito non deve mai
prevaricare il Parlamento. Il fulcro della vita politica di uno Stato rimane il Parlamento. Più che

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

sulla forma di Stato, insistono sulla forma di governo: governo parlamentare, che riconosca un
preciso ruolo alle istituzioni parlamentari (Parlamento e governo).

‣ Dal punto di vista del rapporto con la Chiesa è il gruppo che detta la strategia politica che deve

definire il rapporto Chiesa-partito nel nuovo sistema politico-istituzionale: sono stati firmati, nel
1929, i Patti lateranensi, che rappresentano una svolta importante perché chiudono la questione
romana, attraverso un reciproco riconoscimento tra Chiesa e Stato. Con il superamento della frattura
del 1870, non c’è più il problema contro cui si era scontrato Sturzo (ossia l’impossibilità di definire
esplicitamente il partito come cristiano) e i cattolici possono partecipare alla vita dello Stato come
cattolici. De Gasperi non deve dichiarare l’aconfessionalità del suo partito. Inoltre, il vero partito
della nazione è quello cattolico, in quanto il cattolicesimo, come cultura politica e religiosa, è un
elemento che definisce l’identità stessa della storia italiana: assoluta centralità dei partiti cattolici
nella vita post-fascista. Il nuovo partito che vogliono gli ex popolari è un partito cattolico ma non è
un partito confessionale, perché un partito è confessionale fonda il programma politico sui principi
religiosi e le istituzioni politiche sono il riflesso di quanto c’è scritto nella legge fondamentale su
cui si basa l’ordinamento religioso. Gli ex popolari, proprio perché provengono dalla tradizione
liberale, sono fermi sostenitori del principio di laicità istituzionale: le istituzioni sono laiche, non c’è
nessun progetto di cristianizzazione dello Stato, ma c’è l’obiettivo di riconoscere ai cattolici il fatto
di essere una massa di manovra fondamentale per lo Stato nuovo

• Il Movimento neoguelfo d’azione (esclusivamente nell’Italia settentrionale, dove più forte è la guerra
partigiana): i cattolici resistenti (Malvestiti; Malavasi). Sono, all’interno del movimento resistenziale,
la frangia più attiva del movimento cattolico e vogliono uno Stato nuovo, che nasca in totale
discontinuità sia dal liberalismo sia dal fascismo, ossia uno Stato confessionale, che nasca, dal punto di
vista istituzionale, come riflesso delle idee, dei principi e dei valori cristiani: all’interno del nuovo
contesto istituzionale il ruolo centrale non deve averlo il Parlamento, ma va attribuito al partito, perché
è il partito cattolico che deve costruire lo Stato cattolico

• Il gruppo proveniente dalle organizzazioni giovanili del mondo cattolico (Federazione italiana dei
cattolici italiani: Moro; Movimento dei laureati cattolici: Andreotti), molto più eterogeneo. Sta più a
destra: esponenti del Partito più direttamente collegati alla Chiesa. Moro poi si distaccherà, ma
Andreotti (destra della Dc) guarda più verso i liberali, proprio perché questa componente è più
conservatrice, spesso monarchica e mira ad una certa continuità politico-istituzionale con la storia
dell’Italia liberale. La componente più giovane, che ha trascorso gli ultimi anni del fascismo alla
Cattolica di Milano (Dossetti, La Pira, Fanfani, successivamente anche Moro) forma la seconda
generazione dei giovani cattolici, tutti professori universitari e sostenitori di un progetto di costruzione

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

dello Stato che assomiglia per certi versi a quello del Movimento neoguelfo: sono collocati a sinistra
del gruppo dirigente ex popolare. Sono antifascisti che si formano dentro al fascismo e che di fronte
alle tare del fascismo cominciano ad elaborare un percorso di partecipazione politica diverso per i
cattolici, un percorso fatto di riforme, di antifascismo, di costruzione di uno Stato democratico nuovo
in cui il partito abbia un ruolo centrale nelle istituzioni.

L’emergenza induce queste diverse forme del mondo cattolico a compattarsi all’interno di uno stesso
contenitore unitario. Il processo di adesione alla Dc non è scontato né consequenziale. Il gruppo dirigente
diventa immediatamente quello ex popolare e segretario diviene De Gasperi. Queste differenze interne
(che per il momento non sono correnti, ma tendenze ideali portatrici di sensibilità diverse, che
convergono dentro uno stesso contenitore unitario) porteranno la Dc a fare scelte diverse a seconda del
periodo storico. La Chiesa non è contenta della nascita della Dc. De Gasperi ha un grandissimo nemico:
papa Pio XII, il quale non vuole un partito dei cattolici che agisca laicamente in politica e, soprattutto,
non vuole che nasca un’unica organizzazione che raccolga tutti i cattolici. L’autorità che ha il potere di
organizzare e difendere gli interessi cattolici è solo il papa. La Dc non è sempre il braccio della Chiesa, e
De Gasperi farà delle lotte atroci con Pio XII per difendere l’autonomia dell’azione politica dei cattolici.
L’unica cosa che consente al Papa di non ostacolare direttamente la nascita della Dc è l’intermediazione
di uno dei suoi segretari di Stato: monsignor Montini (il futuro Paolo VI), che conosce bene De Gasperi e
che convince il papa della necessità di non schierarsi apertamente, almeno momentaneamente, contro la
Dc.

Pli

Benedetto Croce cerca di ritessere le fila di questo mondo liberale diviso in molte correnti che il fascismo
ha completamente distrutto e, fra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, queste correnti liberali convergono
all’interno di un partito unitario, di cui segretario sarà Leone Cattani. È un partito che sta
fisiologicamente a destra della Dc sui temi politici e istituzionali e che difende sul piano politico la
continuità con l’Italia pre-fascista: è un partito che ha vissuto la resistenza, ha lottato, ha fatto la guerra di
liberazione, ma considera quella fase una parentesi. Nel momento in cui ci si è liberati del fascismo e
delle truppe tedesche, il nuovo sistema che deve essere costruito è un sistema che recupera molti dei tratti
istituzionali dell’Italia liberale. Su questo fanno sponda con gli ex popolari: centralità del Parlamento e,
nella maggior parte dei casi, monarchia.

A queste forze antifasciste si unisce il Partito repubblicano (ricostituito alla fine del 1942) — di cui
segretario è Pacciardi — che però rimane fuori dal Comitato di liberazione nazionale (a causa della

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

pregiudiziale monarchica) fino a quando le forze politiche non si siano pronunciate rispetto alla
democrazia e non appoggia i governi che si formano in questa prima fase di transizione: fino a quando
sarà in piedi l’istituto monarchico, i repubblicani non intendono accettare alcuna forma di
collaborazione con partiti che non hanno risolto in maniera definitiva il problema istituzionale a
favore della repubblica.

Genesi del nuovo ordine costituzionale

Il vuoto istituzionale piano piano si colma con i partiti che cominciano a sostenere i governi, a partire dal
governo Bonomi. Soprattutto, comincia a funzionare una serie di istituti il cui compito è proprio quello di
colmare, dal punto di vista istituzionale, il vuoto che si è aperto attraverso il fascismo. Il primo di questi
organismi è la Consulta nazionale. I governi Bonomi sono Stati governi di Cln.

Nel giugno 1945 succede alla guida dei governi Ferruccio Parri, leader del Partito d’azione. Il risultato
più importante del governo Parri è il lavoro della Consulta nazionale, organo non elettivo nel quale
siedono i rappresentanti di tutti i partiti antifascisti più alcuni rappresentanti del Movimento di ex
combattenti, con una funzione prevalentemente consultiva rispetto agli atti del governo, che viene
incaricata di vagliare i provvedimenti del governo in tema di materia legislativa, soprattutto per quello
che riguarda la politica fiscale, e che ha soprattutto due compiti:

• Definire la legge elettorale per eleggere l’Assemblea costituente

• Stabilire attraverso quali regole verrà scelta la forma di Stato.

La Consulta apre con i partiti un dibattito importante su quello che dovrà essere il rapporto con il
fascismo. Qui le posizioni dei partiti cominciano a cambiare rispetto ai primi anni di stretto antifascismo,
perché attraverso il dibattito in seno alla Consulta emergono due aspetti importanti:

• Il nuovo ordine politico-istituzionale non nasce sulla base di un riferimento esplicito all’antifascismo:
comunisti e socialisti, in sede di Consulta, avrebbero voluto che il nuovo ordine istituzionale nascesse
fortemente intriso dei valori antifascisti, facendo precedere il nuovo assetto costituzionale, e dunque la
carta costituzionale che avrebbe dovuto dare la nuova forma allo Stato, da una sorta di punti ideali in
cui fosse esplicito il richiamo all’antifascismo, ma questo non accade. Tutto ciò che vi è a destra della
Democrazia del lavoro (Dl compresa) fa opposizione fortissima rispetto a questo inserimento di
principi e di valori perché ritiene che l’antifascismo non sia un elemento unificante sul quale far
nascere il nuovo ordine politico istituzionale; al massimo, dicono le forze più moderate, si può dire che
il nuovo ordine nasca afascista, ma non antifascista, perché non c’era una memoria comune
dell’antifascismo: l’Italia era divisa in due, vi era la Repubblica di Salò, e la destituzione di Mussolini
era stato un colpo di stato. Un esplicito richiamo antifascista avrebbe spaccato l’Italia in due. Questo

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

non vuol dire che non si prendano le distanze dal fascismo, ma tutte queste forze non fanno
dell’Antifascismo il loro punto di riferimento ideale, politico e culturale. L’antifascismo vale per tutti,
l’Antifascismo invece solo per comunisti e socialisti. Questa coalizione di forze ha dentro
l’antifascismo (con intensità diverse) ma anche l’anticomunismo (da parte della destra democristiana e
di ciò che vi è alla sua destra): Dc e Pli sono molto più anticomunisti che antifascisti. La convivenza di
antifascismo e anticomunismo sarà il motivo del successo democristiano

• Non bisogna ripetere l’esperienza fascista relativamente al monopolio del partito unico, elemento sul
quale tutte le forze politiche convergono: legge elettorale di tipo proporzionale, che dia ad ogni partito
una forza parlamentare (seggi) in base ai voti che ha ottenuto, per evitare situazioni di concentrazione.
Viene approvata una legge proporzionale e plurinominale a suffragio universale (anche
femminile). Questa decisione è dettata anche dal fatto che nessun partito voglia accollarsi da solo la
responsabilità di portare da solo l’Italia fuori dalla guerra.

Caduta di Parri e primo governo De Gasperi

La Consulta lavora dalla fine di settembre del 1945 fino alle elezioni dell’Assemblea costituente (2
giugno 1946). Se nella Consulta queste forze trovano un compromesso sul piano di governo (il governo
Parri è un governo dell’esarchia), la situazione sarà meno armonica, perché tra la fine di novembre e
l’inizio di dicembre del 1945 il governo Parri va in crisi (mentre i partiti continuano a convivere in
Consulta) su due questioni:

• Il problema dell’ordine pubblico: partigiani armati

• Il problema dell’epurazione: giustizia rispetto a chi si era compromesso col fascismo.

Sono i liberali ad aprire la crisi, perché temevano che rispetto a queste due questioni il governo Parri (che
è un governo della resistenza — Parri è il leader della resistenza) sia un governo troppo spostato a
sinistra, ossia che sposi troppo le richieste e la linea politica del Pci e del Psiup e che non aiuta la
normalizzazione del Paese. Rispetto a questo spostamento a sinistra, i liberali minacciano ripetutamente
l’uscita dal governo. Nelle diverse consultazioni che si susseguono per cercare di risolvere la crisi del
governo Parri la parte di sinistra chiede di riformare il governo tagliando fuori i liberali (governo a
cinque), ritenendo di essere sufficientemente forti. Completamente contraria a questa via è la Dc (la quale
perderebbe la sua sponda di ancoraggio sul principio dell’anticomunismo, della quale ha bisogno perché
da sola la componente della Dc non ce la fa a reggere l’anticomunismo: ha bisogno dell’appoggio esterno
del Pli. È in questo contesto che si afferma L’uomo qualunque, contro gli upp — uomini politici
professionisti: la Dc vuole tenere insieme tutto il Paese e quindi deve tenere insieme il governo
esarchico). Si apre una crisi profonda in seno al Cln, di cui sono protagonisti, da una parte, Togliatti e

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Nenni; dall’altra, De Gasperi e Cattani. Umberto II chiama De Gasperi e gli suggerisce di non rinunciare
al governo esarchico. I liberali chiedono una serie di garanzie per rimanere al governo. A un certo punto
De Gasperi mette le sinistre di fronte al fatto compiuto: o riprendiamo i liberali o spacchiamo il governo/
la struttura del Cln. Di fronte a questa pressione di De Gasperi, Togliatti e Nenni accettano il ritorno alla
formula a sei e propongono a De Gasperi di presiedere il nuovo governo. La situazione si risolverà
definitivamente il 16 dicembre 1945 con De Gasperi come nuovo Presidente del Consiglio. Questa crisi di
governo è importante per una serie di ragioni:

• L’unità del fronte esarchico non è più così compatta: man mano che l’Italia esce dalla crisi nera del
1943-45 si cominciano a definire i rapporti di forza e i progetti politici

• La successione Parri-De Gasperi segna una successione dai piccoli ai grandi partiti politici alla guida
degli esecutivi

• La crisi del governo Parri segna, dal punto di vista delle interpretazioni storiografiche, delle letture
diverse: alcuni sostengono che sia la sconfitta dei partiti della resistenza, per cui alla coppia
totalitarismo-antitotalitarismo si sostituisce la coppia progressisti-conservatori (a destra della Dc
compresa): cambia la frattura e gli equilibri del Cln si spostano a destra.

Seconda sottofase della transizione


Tutta la prima parte del 1946 è in proiezione per l’importantissimo appuntamento del 2 giugno, in realtà
doppio appuntamento:

• Referendum costituzionale

• Elezioni per lo svolgimento dell’Assemblea costituente.

Tutti i mesi che precedono questi due appuntamenti sono caratterizzati dalla strategia, da parte dei partiti
politici, per arrivare a quegli appuntamenti con la massima forza possibile.

Per quanto riguarda il referendum costituzionale, i congressi dei partiti — salvo quelli di sinistra — non si
pronunciano esplicitamente. L’unica mossa esplicita oltre le sinistre la fa il re detronizzato, Vittorio
Emanuele III, che a un mese dallo svolgimento del referendum abdica in favore del figlio Umberto II
luogotenente (re di maggio) nella convinzione che un ricambio ai vertici dell’istituto monarchico potesse
rafforzare l’immagine della monarchia e cementare ulteriormente il voto a favore dell’istituto monarchico
intorno a Umberto II.

Viene ufficializzata la legge elettorale per l’elezione dell’Assemblea costituente mediante il d. lgs.
luogotenenziale n. 74: sistema elettorale proporzionale, liste concorrenti, circoscrizioni, soglia dei 21 anni
per l’esercizio del voto. Devono essere eletti 573 deputati in totale che andranno a sedere nell’Assemblea

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

costituente: i partiti si contano e la Dc è il primo partito del Paese con un quorum che va al 35,5%; a
grandissima sorpresa, il secondo partito è il Psiup (20,7% circa); il Pci prende il 19%; decisamente
staccati gli altri: Pri (4,4%); Udn (Unione democratica nazionale: blocco che riunisce il Pli e i
demolaburisti — 7,4); Bnl (Blocco nazionale delle libertà - 2%); Uq (L’uomo qualunque — 5,4%). La Dc
deve arginare la crescita di quel fronte qualunquista, movimento di protesta contro i partiti, che toglie voti
al Sud alla Dc e al Pli.

Da questo risultato che tipo di equilibrio in termini governativi esce? Alcuni partiti dell’esapartito
scompaiono: Pda e Dl. Il governo è sostenuto dagli altri quattro più i repubblicani, essendo stata chiusa la
pregiudiziale repubblicana. Il governo è comunque nelle mani De Gasperi, il Presidente della Repubblica
provvisorio è De Nicola. L’autunno del 1946, per i rapporti di forza interni, è un periodo delicato per due
ragioni:

• Ragioni internazionali: cortina di ferro (discorso di Fulton di Churchill); rapporti più tesi con Urss (la
guerra fredda si comincia ad affacciare)

• Si svolgono delle elezioni amministrative (in alcuni comuni dell’Italia centro-meridionale) in cui la Dc
perde molti voti nelle regioni in cui era stata più forte, a vantaggio dell’Uq (c’è qualcosa che non va
bene del governo De Gasperi all’elettorato tradizionale; era chiara la crescita della destra anti-politica
in opposizione ai professionisti della politica).

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Di fronte ai risultati delle elezioni del 1946 le tre parti della Dc danno tre interpretazioni:

• Destra (Andreotti, Pelle): il nostro elettorato ci punisce perché siamo al governo con i comunisti (forze
atee, che rispondono all’Urss e sono violente, armate). La soluzione è staccarsi dal Pci e dal Psiup
(infatti l’elettorato che vota L’uomo qualunque è moderato e conservatore)

• Sinistra: la Repubblica è nata sull’accordo antifascista. Lo scopo della Dc è mantenere in piedi questo
accordo antifascista (quindi proseguire nell’accordo con la sinistra)

• Maggioranza degasperiana: sono stati persi voti, ma alle amministrative, che sono elezioni diverse
da quelle politiche. La linea da seguire sarà attendista, senza scelte di rottura.

Visione di De Gasperi del rapporto Stato/partito

La concezione degasperiana della politica è piramidale: la sede della decisione politica è nel Parlamento e
nel governo (legato al Parlamento dal rapporto di fiducia), il che significa che, rispetto a questi rapporti,
c’è una precisa collocazione del ruolo del partito. Difatti, nelle società di massa il partito è uno strumento
fondamentale, ma c’è un punto in cui l’azione del partito cessa, ossia nel momento in cui si passa dalla
dialettica partitica alla scelta istituzionale.

Il giorno in cui De Gasperi accetta di formare il governo, lascerà la Dc, dimettendosi da segretario del
partito. Dietro questo c’è una precisa visione politica. Motiva questa decisione con due ragioni:

• Ragione pratica: da Presidente del Consiglio, dovrà assumere una serie di decisioni pesanti per l’Italia
e non intende far ricadere direttamente sulla Dc la responsabilità di quelle scelte

• Ragione politica: non vuole confondere il ruolo partitico con il ruolo politico istituzionale. Non può
essere sia segretario che Presidente; un conto è la politica del partito e un conto è il ruolo istituzionale.
Le due dinamiche non possono essere confuse.

Queste ragioni nascondono una visione dello Stato. De Gasperi è un liberale, che prima di aver militato
nel Ppi era stato deputato nel Parlamento asburgico. La sua formazione sta nella storia mitteleuropea.

La sua concezione della politica è piramidale. La politica la fanno le istituzioni. Governo e Parlamento al
vertice; il partito, che è uno strumento fondamentale per la politica, alla base: l’azione del partito cessa di

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

fronte alla scelta istituzionale. È uno dei più ferrei sostenitori della libertà di mandato. Bisogna far sì che
il centro della politica non sia la segreteria del partito (con Fanfani, nella seconda metà degli anni ’50,
cambierà completamente). De Gasperi è l’unico argine contro l’ingerenza dei partiti. I gruppi
parlamentari hanno una forza politica in più rispetto alla segreteria, che non deve dettare la linea politica.
Non si può parlare di Repubblica dei Partiti da subito. L’argine contro i partiti è De Gasperi. Questa
concezione è così forte che sarà lui a far approvare la legge truffa: la proporzionale rafforza il ruolo del
partito; per avere governi efficienti, bisogna avere maggioranze stabili.

Questa visione è esplicitata proprio nel dicembre del 1945. Tranne per l’eccezione di Fanfani, la regola di
non cumulazione delle cariche verrà sempre rispettata.

De Gasperi, dunque, lascerà la segreteria, ma rimarrà il leader della Dc. La Dc si muove dietro De
Gasperi, che la dirigerà dal governo. Le doti di leadership sono accettate dalla Dc, ma De Gasperi non ha
doti carismatiche, ha le caratteristiche dello statista, un uomo che sa governare e che capisce l’indirizzo di
governo. Si parla di leadership fredda. C’era una fortissima stima reciproca tra Togliatti e De Gasperi.

Terza sottofase della transizione


Il 1947 è un anno di svolta: inizia il centrismo degasperiano.

Inoltre, nel giugno 1946 era nato il Partito nazionale monarchico, nel dicembre il Movimento sociale
italiano. All’inizio del 1947 si accelerano i fenomeni per tali ragioni:

• De Gasperi va negli Usa (primo viaggio come Presidente del Consiglio) a chiedere soldi (accredita il
suo governo presso quelli Usa per chiedere fondi per la ricostruzione. L’Italia era un Paese distrutto:
servivano soldi, investitori esterni, interni non ce ne sono)

• In coincidenza di ciò, si svolge un congresso straordinario del Psiup richiesto dalla minoranza interna
guidata da Saragat, che lo chiede in merito al rapporto con i comunisti. Saragat è vicino a De Gasperi
su questo tema e ritiene che un Psiup schiacciato alle posizioni del Pci e legato a Mosca (come vuole
Nenni) porterà alla sua rovina: «noi siamo socialisti europei, non staliniani». Il Psiup non deve essere
un partito marxista. Indirizzo più legato all’Spd. Questo porta alla scissione di palazzo Barberini: la
componente di Saragat decide di uscire e fonda il Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli, che poi
diventerà Psdi). Il partito socialista riacquista il suo nome Psi dal gennaio 1947.

De Gasperi viene informato (era il secondo partito che sosteneva il governo). De Gasperi fece un rimpasto
e non aprì una crisi di governo (il Psli esce dalla maggioranza), perché voleva mantenere la struttura (Pci-
Psi vs Pri-Dc-Pli) fino al raggiungimento di alcuni obiettivi:

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Fare approvare il Concordato in Costituzione (art. 5, poi art. 7) col voto delle sinistre (vuole che sia
riconosciuto anche da esse)

• Firma del trattato di pace (firmato nel febbraio 1947, prevede clausole punitive e De Gasperi non vuole
firmarlo da solo: la responsabilità deve cadere su tutti i partiti, è un atto di responsabilità nazionale.
Verrà ratificato nel settembre 1947).

Nascita del governo monocolore

Chiuse queste questioni, a maggio, De Gasperi apre la crisi di governo.

Nell’aprile 1947, Truman inaugura una cristallizzazione delle relazioni fra i due blocchi (atto più
importante che precede la dottrina Truman: contenimento). Segue il piano Marshall: un piano di aiuti
economici a cui possono accedere tutti i Paesi che devono affrontare la ricostruzione (non fu offerto solo
agli occidentali). Per aderire, i governi devono dare agli Usa garanzie di stabilità interna. Deve essere
assicurata la governabilità.

De Gasperi diffonde via radio a maggio un discorso in cui, senza preavviso, dichiara che la
collaborazione con Psi e Pci chiusa. Crea un governo monocolore, il quarto governo De Gasperi,
composto esclusivamente da democristiani. Egli spiega tale scelta come una necessità contingente, non
tanto legata alla condizione posta dagli Usa, ma soprattutto adducendo una motivazione interna: il nostro
sistema economico ha bisogno di investimenti per riprendersi; fino a che saremo al governo con Psi e Pci,
i capitalisti non investiranno poiché il governo non è affidabile per investite capitali (sono collettivisti).

Il primo atto: nomina Einaudi (liberale e liberista) al ministero dell’Economia.

Reazione delle sinistre, patto di Varsavia, scontro ideologico

Inizialmente non succede nulla. Togliatti ritiene che sia una scelta temporanea, che la Dc non potrà fare a
meno delle sinistre e che sarà una decisione contingente. Ma, nel settembre 1947, nasce il Cominform,
ufficio d’informazione dei partiti comunisti creato in seguito a decisione della conferenza tenutasi fra i
rappresentanti dei partiti comunisti di Urss, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria,
Iugoslavia, Italia e Francia — aderirono in seguito il partito olandese e quello albanese. Rispetto al
disciolto Comintern, il C.ominform rappresentava una forma di collegamento meno impegnativa, limitata
peraltro ai partiti comunisti europei (Patto di Varsavia: 1955). Ciò si traduce in una radicalizzazione della
scelta fatta dalla Dc: non è più possibile riammettere le sinistre. L’Italia già gravità nel blocco
occidentale. La scelta che era transitoria diventa definitiva. Il governo comincia ad identificarsi con la
difesa della nazione e del mondo cattolico. Si creano le premesse perché il confronto politico rifletta i

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

termini del confronto dialettico sul campo internazionale: i rapporti di forza sono speculari a quelli
internazionali (bipolari).

I termini in cui si imposta il dibattito politico per la prima campagna elettorale sono quelli di uno
scontro di civiltà: bene (moderati) contro il male (comunisti), i nemici della patria; si scontrano sui valori
di fondo. Il governo del 1947 si rimpasta presto: alla fine del 1947 (a guerra fredda già scoppiata), per
rafforzare la Dc rispetto alle sinistre di opposizione, entrano al governo i partiti della piccola intesa, i
partiti laici, ossia Psli, Pri e Pli.

Questa è la formula finale centrismo degasperiano (Dc + centro-sinistra + centro-destra). In un solo


anno si passa ad una coalizione in cui i partiti Antifascisti non ci sono più.

Centrismo degasperiano (1948-53)

Elezioni del 18 aprile 1948


Sono le prime elezioni con il proporzionale puro. Vi è un’affluenza del 92% (la maggior nella storia
italiana). Votando Dc gli italiani abbracciano il capitalismo e il Patto atlantico. Da qui ci sarà l’inizio
dell’egemonia della Dc.

Scontro bipolare, riflesso interno del quadro internazionale:

• Fronte democratico popolare: i nemici sono l’America, De Gasperi e il Vaticano. De Gasperi è


attaccato in quanto straniero (austriaco), ma in realtà sono più i comunisti ad essere legati a Mosca

• altri:

‣ La Dc punta sugli aiuti americani e sul considerare i comunisti come i cattivi (Stalin in primis);

‣ Msi ➝ «non rinnegare e non restaurare»

‣ Uq ➝ grande lascito elettorale ➝ «Si stava meglio quando si stava peggio».

La Dc vince con il quorum più alto della sua storia (quasi 48,5%). Avrebbe potuto fare un governo
monocolore, ma non lo fa: centrismo. Dal 1948 (dal dicembre del 1947), la Dc sceglie non un governo
monocolore (anche se potrebbe) ma un governo di alleanza: il centrismo è una formula rigida, che

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prevede le mezze ali di sinistra (Psli e Pri) e mezza ala di destra (Pli). De Gasperi ha bisogno di
coprire la Dc a sinistra e a destra poiché ha forze fuori dall’area di maggioranza con le quali rapportarsi e
dalle quali non può essere schiacciato. La sua logica è governare il sistema dal centro (mediazione e
centrismo ripresi da Sturzo) attraverso un accordo tra il partito maggioritario di centro e quelle forze
politiche parlamentari che rappresentano i valori moderati dell’uno e dell’altro schieramento (centro-
sinistra e centro-destra).

Centrismo come modello tripolare


• Livello di sistema: il centrismo è un modello tripolare che ha:

‣ un centro (Dc e mezze ali)

‣ un’ala di sinistra (Pci e Psi)

‣ un’ala di destra (Pnm — Partito nazionale monarchico — e Msi)

• Livello di governo: lo stesso modello tripolare. De Gasperi costruisce sul piano di governo un
equilibrio che rifletta i rapporti sul piano sistemico ma costruendoli in chiave moderata. Le ali
moderate gli servono per dialogare con quelle estreme. La Dc è la sintesi di anticomunismo e
antifascismo (con la a minuscola: che si avvicina alle mezze ali). La Dc unisce le a minuscole
nell’equilibrio centrista. Tale rete di equilibri ha come scopo sottrarre la Dc dall’accusa di costituire
governi di destra o sinistra e di assorbire antifascismo (dell’Assemblea costituente) e anticomunismo
(dal 1947 specialmente), ovvero i principi di legittimazione dell’Italia repubblicana che de Gasperi
vuole tenere nella loro versione moderata.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Livello di partito: le parti di destra e sinistra della Dc gli servono per comunicare con le mezze ali,
così come le mezze ali gli servono per comunicare con le ali estreme. È un sistema piramidale che
mantiene sempre lo stesso andamento (in tutti i livelli).

Crisi del centrismo


La destra è ancora poco importante (0,7%), ma in questi anni crescerà e creerà le condizioni per
l’instabilità dell’equilibrio centrista: la crescita delle ali estrema rischia di schiacciare il centro, ma esse
non hanno un progetto politico comune e non possono costruire quello che può fare il centro.

Per sottrarre il governo a una logica di contrattazione che rischia di essere instabile, De Gasperi introduce
il premio di maggioranza con la legge truffa: 50% + 1 dei voti = 2/3 dei seggi (al partito o alla coalizione
che lo raggiunge). Dunque, sottrarre al potere condizionante dei partiti il governo e farlo poggiare su una
maggioranza solida con un premio largo. Nel 1953 si vota con questa legge elettorale, ma il premio non
scatta (nessuno raggiunge il 50%). Di conseguenza finisce la stagione degasperiana e si inaugura la
ricerca di un nuovo sistema, in cui una Dc meno forte deve fare i conti con un sistema partitico forte. La
Dc nel 1953 è nel mirino di chi è contrario alla legge truffa, che renderebbe la Dc fortissima e gli altri
partiti irrilevanti. Bloccare il dominio della Dc sul sistema è ciò accomuna destre e sinistre. Gli
estremismi stanno crescendo e sono più attivi nella propaganda antidemocristiana.

Neocentrismo e nascita del centro-sinistra (1953-63)

Elezioni del 7 giugno 1953


Con le elezioni del 1953 si forma l’ottavo governo de Gasperi. La Dc perde voti nel centro-sud. L’Msi
passa dallo 0,72% al 5,84% (voti tolti alla Dc). Il Partito nazionale monarchico passa dallo 0,7% al
6,85%. C’è stata la legge agraria che ha penalizzato i latifondisti, quindi la Dc perde i voti a vantaggio
delle destre. La Dc ha paura della sinistra ma non compete con essa in termini di elettorato, mentre vi
compete con le destre.

Dunque, qualcosa cambia. Per De Gasperi il sistema politico post-fascista che si sta costruendo non può
che costituirsi con gli equilibri che abbiamo visto, stabilizzando le maggioranze che sostengono i governi,
facendo rientrare tutti e due i motivi ideologici in cui la Repubblica è stata creata (anti). Senza il quadro
internazionale il centrismo non sarebbe stato possibile: la logica bipolare introduce, accanto
all’antifascismo, l’anticomunismo. La Dc diventa la diga contro il comunismo, l’argine estremo contro la
minaccia totalitaria. Nel modello degasperiano tutto si tiene: troviamo idee moderate con canali di
comunicazione con la sinistra e la destra. Se ti sposti dal centro si deriva a destra o a sinistra. Tutti
parleranno di democrazia debole. La strategia del centrismo deriva anche dalle minacce eversive di destra

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e sinistra, dall’interno, non solo a livello internazionale. Dal 1948 in avanti si capisce che l’Italia è un
Paese ad altissima frammentazione partitica. Occorre trovare delle formule di governo (centrismo) che
diano una soluzione alla frammentazione. Tutto questo nel 1953 salta.

Tra il 1950 e il 1952 cambiano alcune cose:

• Piano internazionale: c’è il grande rischio di una terza guerra mondiale (guerra di Corea). Poi scemerà
dopo il 1953, ma in questa fase la guerra fredda è acutizzata, quindi la Dc può utilizzare con forza la
bandiera dell’anticomunismo.

• Elezioni amministrative: prevalentemente al centro-sud. Nel 1952 si vota anche a Roma, una città
strategica, perché sono forti le estreme destre. In queste elezioni amministrative la Dc perderà molti
voti, che accresceranno la consistenza elettorale dei monarchici e del Msi. La destra crescerà per due
ragioni:

‣ L’elettorato democristiano ritiene che la Dc abbia nei confronti dei comunisti una linea troppo
morbida, che porta a prendersela con i neofascisti (vorrebbero la messa fuori legge del Pci come il
Pnf);

‣ La riforma agraria, approvata nel 1950: interverrà sulle grandi proprietà, ridistribuendole ai
lavoratori. Questa misura per l’elettorato democristiano sarà impopolare.

Scarto tra costituzione formale e costituzione materiale


La sinistra crescerà perché non starà al governo. Cresceranno anche le destre. La formula centrista rischia
di essere schiacciata dalla crescita delle due estreme. Da qui nasce l’esigenza di De Gasperi di introdurre

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

il correttivo, blindando la maggioranza, intervenendo sul meccanismo elettorale. Fallisce il meccanismo


della legge truffa e quindi fallirà il centrismo.

Il primo atto del nuovo Parlamento sarà abrogare la legge truffa. De Gasperi morirà nel 1954, provando a
formare un governo, ma non ci riuscirà. Prima di morire tornerà a fare il segretario della Dc. La stagione
degasperiana è l’ultimo tentativo di arginare i partiti. De Gasperi dal 1947 rompe il rapporto con i partiti,
sposando i valori della costituzione formale. La storia del decennio successivo mira a cambiare questa
formula, cercando soluzione diverse al centrismo. Il degasperismo ha rappresentato l’ultimo tentativo di
arginare l’invadenza dei partiti dentro le istituzioni, con un atto estremo che è la legge truffa. Dal 1953 in
avanti non sarà più così.

• Costituzione formale: antifascismo. Pci, Psiup, Pda, Dl, Pri, Pli sono le forze politiche (antifasciste)
che hanno scritto la costituzione.

• Costituzione materiale: antifascismo e anticomunismo. Psli, Pri, Dc, Pli — area della legittimità —
sono le forze che sostengono i governi.

La storia italiana è la storia di questo scarto tra costituzione formale e costituzione materiale.

La Repubblica dei partiti


Dal 1943 i partiti politico concorrono a colmare il vuoto politico lasciato dalla caduta del fascismo.

Tuttavia la totale invadenza del partito nelle istituzioni non può essere fatta partire dal 1943, perché De
Gasperi li ostacolerà. Una volta che si chiude la stagione degasperiana, i partiti acquistano un potere
istituzionale assoluto. Si può parlare concretamente di Repubblica dei partiti dal 1953. Da lì il partito avrà
il dominio indiscusso della politica italiana. Tutta la politica di governo passa attraverso i segretari di
partiti. Il centro decisionale sarà fuori dal Parlamento. Dal 1953 al 1963, si succederanno sei governi (LIII
legislatura) e cinque governi (LIIX legislatura). Tutte queste crisi di governo non passano attraverso il
voto di fiducia: il Presidente del Consiglio sarà dimissionario dal Presidente della Repubblica. La crisi
politica di un governo non passa, perciò, attraverso il Parlamento. I centri del potere saranno Fanfani,
Togliatti, Nenni, La Malfa e i Presidenti della Repubblica. Tutto questo succede perché è completamente
cambiata la classe politica ai vertici della Dc e, di conseguenza, anche l’interpretazione del rapporto tra
partiti e istituzioni. In particolare dopo l’elezione al congresso di Napoli di Amintore Fanfani, uomo della
seconda generazione, cresciuto durante il fascismo, dossettiano. L’organismo centrale del sistema per i
dossettiani è il partito politico. Fanfani farà il contrario di De Gasperi. La prima cosa che farà Fanfani
sarà investire nell’organizzazione del partito, sarà l’inventore del partito pesante, imitando il più
possibile il Pci.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Lungo cammino verso la sinistra


Da questo momento si comincerà a guardare a sinistra, perché si considera il centrismo una formula
troppo debole. Questa idea viene sostenuta da Gronchi. Il primo governo organico Moro-Nenni ci sarà
solo nel 1963.

Cosa succede in questo decennio?

Prima fase (1953-58/59)

Due avvenimenti importanti:

• Nel 1958 si chiude la II legislatura

• Nel 1959 cambia di nuovo la segreteria della Dc: Fanfani sarà defenestrato e sostituito da Aldo Moro.

I due pilastri della costituzione di questa maggioranza (e mediazione) sono la Dc e il Psi. C’è un
problema di equilibri politici, la Dc si deve coprire anche a destra, per non perdere pezzi.

C’è un altro problema per la Dc, legato all’affidabilità del Psi. Nel ’48 il Psi stava nel Fronte popolare e
nel ’49 il papa ha scomunicato i comunisti. Il Psi deve dare certe garanzie per essere ammesso a sostenere
la maggioranza di governo. Il Psi non dà alla Dc sufficienti garanzie di democraticità. La Dc ha
comunque dietro la Chiesa e un elettorato anticomunista. Da questo punto di vista Nenni andrà incontro
alla Dc.

Aperture del Psi

• 1955: il Psi riconosce la Nato e la legittimità dell’appartenenza dell’Italia a quel sistema.

• 1956: tre eventi particolari:

‣ A febbraio, durante il XX congresso del Pcus vi sarà la denuncia dei crimini di Stalin da parte di
Krusciov (a causa dell’eccessiva personalizzazione del potere e della burocratizzazione). Da qui il
Psi cambia completamente la linea politica, prendendo le distanze dal comunismo sovietico, con
un’opera di profonda divisione ideologica, cercando di reinserire il Psi nella socialdemocrazia
europea. Il Pci reagirà in maniera diversa. Togliatti pubblicherà su Nuovi Argomenti una
lunghissima lettera in nove punti, allineandosi a Krusciov, considerando l’età staliniana una
parentesi, ma la fedeltà sarà sempre al modello sovietico

‣ I fatti di Ungheria (invasione sovietica dell’Ungheria), con una condanna totale da parte del Psi.
Questo sarà un altro passo di avvicinamento alla Dc (mentre i carristi — Basso, Vecchietti e Valori
— nel Psi si schiereranno a favore dell’intervento sovietico). Il Pci invece resterà sempre allineato.

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‣ La crisi di Suez (Egitto contro Francia, Gran Bretagna e Israele), con conseguente nascita di un altro
teatro di scontro tra i due blocchi. Il Psi appoggerà la linea politica dei governi democristiani.

Risposte della Dc

Peccato che la Dc non sia pronta a seguire Fanfani, a causa delle resistenze interne (moderati della Dc) e
dell’elettorato cattolico. Il Psi si mette in regola per dare garanzie di affidabilità. Il problema sarà la Dc.
Fanfani è un uomo di sinistra, e se pensa ad un incontro con il Psi, lo pensa in termini programmatici e
riformisti, con un programma di riforme al quale inchiodare sia la Dc che il Psi. Però la Dc non è un
partito programmatico, ma di potere, che colonizza la maggior parte degli enti pubblici dello Stato. Non
è un partito abituato ad impostare la politica in termini programmatici, non come lo era il Ppi. La Dc è un
partito di mediazione di interessi confliggenti, quindi non può avere un tasso di programmaticità
alto. Per non perdere pezzi, il tasso di riformismo deve essere il più basso possibile. La maggior parte
della Dc non vuole seguire Fanfani a sinistra. Fanfani sarà un leader troppo autoritario, e quindi non
apprezzato dal suo stesso partito. Per questo sceglieranno Moro, quando Fanfani diventerà segretario,
Presidente e ministro. Anche gli alleati della Dc non volevano minimamente l’ingresso del Psi nell’ala di
governo.

Seconda fase (1959-63)

Al congresso di Santa Dorotea, Fanfani si presenta dimissionario alla riunione di partito. Gli scissionisti
interni voteranno un altro segretario. Moro diventerà segretario. Moro viene scelto da una parte del suo
partito perché è un personaggio di bassissimo profilo, al contrario di Fanfani. La Dc non vuole
riconoscere la leadership di nessun segretario politico. Questo perché nel corso degli anni ’50 la Dc ha
cambiato faccia, diffondendosi in tutto il territorio, monopolizzando l’economia. Il grande consenso della
Dc non passa più dalle associazioni cattoliche, ma dai capi corrente, facendo capo quindi a singoli leader.
Il partito di De Gasperi è stato in un certo senso il partito del leader unico. Fanfani è stato bocciato,
perché la Dc è un partito di correnti, che gestisce soldi e voti (insieme). È cambiata la fisionomia della Dc
grazie anche alla definizione di partito pesante. A capo di ogni corrente c’è un leader, in tutte le
ramificazioni del territorio. Nessuno vuole essere comandato. Quindi quale miglior capo se uno di basso
profilo? Per questo è stato scelto Moro, un non-leader. La Dc di Moro non si spaccherà mai. Moro riesce
a portare tutto il partito compatto verso il centro-sinistra, cosa che a Fanfani non è riuscita. Moro giocherà
la carta della mediazione, sarà un raffinatissimo stratega (facendo capire che non c’era nessuna
alternativa: la carta della necessità). Moro parte da una lettura degli equilibri italiani: «O apriamo al Psi o
il Paese precipita nel caos». Al Psi non c’è nessuna alternativa, per due ragioni:

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• Politica economica: allo stato attuale il Psi è l’unico partito seriamente riformista in Italia. Questo
periodo richiede governi che sappiamo fare riforme, perché siamo nel momento del boom economico.
Bisogna evitare che la crescita economica non porti a tanti poveri e pochi ricchi;

• Sviluppo dell’industria, con conseguente crescita dei lavoratori di fabbrica, che avrebbero votato
comunisti o socialisti. Non solo la Dc deve governare lo sviluppo, ma c’è la crescita di un nuovo
elettorato. Portarsi dentro il Psi, potrebbe consentire di portarsi dentro l’area della legittimità un partito
che potrebbe creare non pochi problemi.

Il modo in cui Moro costruisce il centro-sinistra è altamente strategico. Il bastone del comando è
democristiano, la Dc non deve perdere la posizione di controllo del sistema. Per non perdere questa
centralità, di fronte al rischio dell’avanzamento delle sinistre, l’unico modo per tenere sotto controllo
quell’area elettorale nuovo è portasela dentro. Moro ci riuscirà perché Nenni è un calzino nelle mani di
Moro. Chi pagherà il prezzo più alto sarà proprio il Psi.

Moro farà una mossa strepitosa, mandando, nel 1960, al governo Tambroni (anche se è un uomo della
sinistra, gronchiano), il quale, per delirio di onnipotenza, fa svolgere il congresso dell’Msi a Genova,
quando Moro riferirà alla Camera che se si spostano gli equilibri a destra si ritornerà nella guerra civile,
tornando alla tensione fascismo/antifascismo.

Moro fino al 1962 dirà di fare una base programmatica, ma poi non farà approvare niente. Moro è un
formulista, il centro-sinistra è solo una formula politica. Non si attuerà mai il programma. La Dc questo lo
capirà, e quindi accetterà il centro-sinistra, come un contenitore vuoto. Questo avverrà perché
l’interlocutore sarà Nenni. L’unico che si oppone sarà il vescovo Siri, conservatore di destra. Tutti gli altri
si compatteranno intorno alla politica di Moro. Il centro-sinistra sarà un successo personale di Moro. Il
Psi pagherà per questo alle elezioni.

Centro-sinistra (1963-73)
Dagli anni ’60 cambia il rapporto tra politica e società. Lo zoccolo duro della centralità dei partiti tende
ad allentarsi. La società comincia a chiedere al sistema istanze nuove, che il sistema politico non è in
grado di dare. Il sistema politico sarà sempre più autoreferenziale. La società cercherà nuove soluzioni,
sia pacifiche che non.

Si esaurisce la stagione politica del centrismo, e, tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, il
sistema politico si trasforma. La base di governo si allarga a sinistra per la prima volta dal 1947. C’è la
necessità dell’apertura a sinistra, verso il Psi, che in più si affranca dall’Urss.

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Interpretazioni storiografiche del centro-sinistra


Gli storici si sono divisi.

• La maggioranza della storiografia ricorre a due categorie interpretative fondamentali. Il centro-sinistra


è stato sia necessario che fallimentare:

‣ necessario:


Secondo Colarizi o Scoppola, in quel momento la società italiana è avviata verso una fase di
rapida modernizzazione e per governare il boom economico c’è bisogno di una forza
progressista, di sinistra

✦ Il centro-sinistra è necessario perché la democrazia italiana è flebile, senza radici solide e


profonde. Se non si fosse coinvolto il Psi si sarebbe corso il rischio di una deriva reazionaria o
addirittura autoritaria

‣ fallimentare: alle ambizioni iniziali non hanno corrisposto le realizzazioni, cioè non ci sono state le

grandi riforme.

• Una parte minoritaria della storiografia (Giovanni Orsina) si oppone, perché dice che queste ipotesi
sono ingannevoli. Il centro-sinistra non era affatto necessario, perché esistevano alternative, in primis
il centrismo del quadripartito, in base ai numeri che c’erano in Parlamento. Non è necessario anche
perché una fase di modernizzazione può essere anche guidata da forze moderate. Nonostante quello
che si dica non vi è alle porte nessuna deriva autoritaria. Il Msi è una forza politica tenuta ai margini
della legittimità democratica, se coinvolta potrebbe consentire anche la nascita di un governo diverso.
Si potrebbe aprire anche ad una maggioranza di centro-destra, coinvolgendo monarchici e missini.
L’uso della categoria della necessità è fondamentale per la creazione del centro-sinistra stesso (Moro
ne parlerà abbondantemente).

Esponenti del centro-sinistra


Gli esponenti politici principali sono Moro, Fanfani, Nenni e Antonio Giolitti (Psi). I protagonisti del
centro-sinistra possono essere divisi in due scuole:

• Formulisti (Moro, Nenni): sono interessati ad incassare il successo politico della formula dell’apertura
a sinistra. Si chiude la fase del centrismo, avviandosi verso la formula del centro-sinistra,
rappresentando la rottura con la fase precedente. Sono poco interessati a quello che il centro-sinistra
effettivamente realizza

• Programmisti (Fanfani, Giolitti): puntano l’accento sui programmi. Sono più importanti le riforme,
che però non verranno realizzate.

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Da un punto di vista politico è chiaro che vincono i formulisti, da un punto di vista ideologico e culturale
(ovvero fallimentare perché non ha realizzato le riforme promesse) prevalgono i programmisti, che
influenzeranno gran parte della storiografia.

In questa fase si realizza un doppio conflitto:

• Fino agli anni ’60 trovavamo i democratici e i totalitari (in questa contrapposizione non c’è spazio
per la categoria della necessità, infatti parliamo di centrismo)

• La dicotomia viene meno negli anni ’60 e al suo posto troviamo una divaricazione tra:

‣ Progressisti, interessati a governare il processo di modernizzazione, avviando le riforme.

‣ Conservatori, interessati alla gestione dello status quo e alla gestione del potere (alcuni esponenti

della Dc). In base a questa struttura interpretativa, il centro-sinistra può apparire necessario.

Questione comunista
Il Pci è legato a Mosca, che non ha reciso i legami organici con l’interpretazione leninista del marxismo.
Ha contribuito a scrivere la Costituzione, ma è un partito che non è legittimato a governare, perché esiste
la conventio ad excludendum: la scelta del Pci di far riferimento al blocco orientale non gli consente di
porsi come forza governativa.

Bilancio del centro-sinistra


È stata una stagione fallimentare? Se la si osserva con gli occhi di Fanfani e Giolitti, sicuramente è
fallimentare. Sicuramente rispetto alle promesse. Ma non è l’unica categoria interpretativa. Alcune
riforme sono state fatte:

• Nazionalizzazione energia elettrica

• Istituzione delle Regioni

• Messa appunto dello statuto dei lavoratori

• Riforma della scuola media unificata

• Inserimento in Costituzione di quelle regole che avrebbero consentito lo svolgimento dei referendum
abrogativi (divorzio -1974).

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Partiti

Governo

Democrazia cristiana

Arriva profondamente divisa all’apertura a sinistra. Un partito che nella sua storia si è sempre opposto
come diga della sinistra, non può che trovarsi diviso. Servirà la leadership di Aldo Moro per portare il
partito compatto all’appuntamento. Moro insisterà sulla categoria della necessità: le basi della
Democrazia italiana sono talmente deboli che il dispiegarsi dei conflitti sociali può portare al collasso del
sistema. Prima che ci sia questo collasso, bisogna coinvolgere una forza politica e masse sociali che prima
erano escluse. Il centro-sinistra rispetto al collasso del sistema è il male minore. Moro ripeterà questo
discorso anche alle alte sfere ecclesiastiche (oltre che agli americani), che guardano con sospetto
all’apertura a sinistra. In realtà, il centro-sinistra non è davvero indispensabile. Non è impossibile pensare
ad una maggioranza di centro-destra con i monarchici e i missini. Moro, per sbarrare le polemiche,
afferma che occorra eliminare la possibilità dell’ingresso delle forze di destra al governo (esempio del
governo Tambroni).

Partito socialista italiano

Non è da escludere che un coinvolgimento del Psi possa essere funzionale ad un indebolimento del Pci,
che resterebbe isolato all’opposizione. Questo è vero solo in parte, perché se guardiamo i risultati
elettorali dagli anni ’60, il trend elettorale del Pci sarà di continua crescita. Non ci sarà l’indebolimento,
anzi il centro-sinistra aiuterà il Pci a raggiungere i suoi massimi storici, perché l’opposizione dura lo
proietterà come l’unico baluardo progressista in Italia.

Durante questo decennio il Psi verrà fagocitato all’interno del governo Dc. Il Psi non si farà vedere. Una
parte dell’elettorato italiano vedrà nel Pci l’unica forza di sinistra. Il Psi sarà accusato di aver smarrito i
suoi valori di sinistra.

Anche il Psi arriva diviso all’appuntamento del centro-sinistra. Convivono due anime:

• Anima ministeriale, guidata da Nenni;

• Anima rivoluzionaria e massimalista, guidata da Riccardo Lombardi.

Le correnti nel Psi sono diventate dei veri gruppi di potere organizzati. Ideologicamente sono
assoggettati al Pci — perché negli anni ’50 sono fortemente rivoluzionari (si richiamano fino al 1956 a
valori rivoluzionari) —, che ha nel suo statuto l’obiettivo di una transizione ad un regime comunista, con
la distruzione del sistema capitalista. Per un partito del genere è difficile arrivare al centro-sinistra, al
governo con la Dc. Anche nel Psi ci vorrà tutto l’impegno del leader, che porterà il partito

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

all’appuntamento insistendo sul concetto di trasformazione radicale della società italiana. Nenni sostiene
di poter fare le riforme di struttura che da soli non avrebbero mai potuto fare, imponendo alla Dc la
visione politica. Le riforme di struttura sono quelle finalizzate ad introdurre elementi di socialismo nella
società italiana. Con questo aspetto Nenni riceverà l’ok della sinistra socialista.

Partito socialista democratico italiano

Partito repubblicano italiano

Opposizione

Partito liberale italiano

Terrà ferma la pregiudiziale a sinistra: con i socialisti, che andavano a braccetto con i comunisti, non
hanno nulla a che fare (Malagodi).

Partito socialista democratico italiano

I socialdemocratici sono allettati dall’idea di recuperare l’unione con il Psi, persa nel 1947. È giunta l’ora
di una nuova ricomposizione del Psi, per incalzare il Pci, anche se Saragat non ha fiducia in Nenni.

Partito repubblicano italiano

Guidato da La Malfa, non ha dubbi che la stagione del centrismo sia finita. Dopo la legge truffa del 1953,
La Malfa sarà indisponibile a rifare il centrismo.

Scissioni e unioni
Nel dicembre del 1963 nasce il primo governo organico di centro-sinistra, il governo Moro-Nenni.

• Il trionfalismo dura poco, perché nel Psi ci sarà una scissione, di una parte marxista-leninista, che darà
vita al Partito Socialista di Unità Proletaria (Psiup). Questa scissione sarà alla base del fallimento del
centro-sinistra, perché il Psi non sarà più in grado di dare un impronta socialista al governo.

• Nenni starà più a contatto con i socialdemocratici. Nel 1966, tre anni dopo il primo governo, il Psi e il
Psdi si riuniscono dando vita al Partito socialista unificato (Psu). Sarà un’unificazione di vita
brevissima, nel 1969 ci sarà di nuovo una scissione. L’unificazione sarà fallimentare, perché non ci
sarà una base valoriale e programmatica comune. Sarà una fusione di apparati. Quello socialista si
sovrappone a quello socialdemocratico. La classe dirigente sarà sempre la stessa.

Nel 1968 il Psu avrà un risultato elettorale inferiore rispetto alla somma dei partiti divisi nella
precedente tornata elettorale. Questo porta ad una contestazione del centro-sinistra di Nenni: si
preferisce tornare verso il Pci. Il Psi è già pentito del centro-sinistra dopo 6-7 anni. Tra il 1969 e il

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1973, il Psi non perde occasione per dialogare con il Pci. Questo atteggiamento non può essere
condiviso dal Psdi, per questo si mette una pietra sopra questa unione.

Dinamiche parlamentari
L’avvio del centro-sinistra cambia i rapporti tra le forze.

• Dal 1947 in poi abbiamo i partiti laici minori (Pri, Pli, Psdi) che hanno rivestito uno status ancillare
alla Dc, dettato dai numeri. L’impossibilità di avere alternative fa lievitare i partiti laici minori, perché
la Dc senza di loro non può governare. Il potere di veto dei piccoli partiti cresce enormemente.
Questo spiega perché nella storia italiana partiti tanto piccoli abbiano avuto un peso così enorme.

• Nel 1963, con l’ingresso di un partito di dimensioni medie come il Psi, viene indebolita la capacità
contrattuale e il peso specifico dei partiti laici minori, che sono posti di fronte alla necessità di creare
nuove strategie. Emblematico è il riferimento al Psdi: «Perché un elettore dovrebbe continuare a votare
il Psdi? Tanto vale votare una forza governativa come il Psi, se sono socialista». I partiti minori devono
ridefinire la propria identità.

Le divisioni nel campo socialista saranno il fenomeno che porterà alla fine del centro-sinistra. I
socialisti si rendono conto che stare al governo non comporta i vantaggi che vengono ipotizzati. Le
riforme non vengono fatte nella misura sperata, perché la Dc capisce che occorre sterilizzare la forza
propositiva del Psi: il Psi serve per il governo, ma non si deve consentire al Psi di mettersi al petto la
spilla delle grandi riforme di struttura.

Quattro pilastri del centro-sinistra


• La logica della contrapposizione rigida tra maggioranza e opposizione viene abbandonata e soppiantata
dalla logica di espansione della maggioranza.

• La politica prende il sopravvento sulle istituzioni, il sistema dei partiti si colloca al centro dello spazio
pubblico nazionale.

• Il sistema dei partiti ritrova quale proprio fondamento storico l’antifascismo.

• Qualsiasi ipotesi di rafforzamento in senso maggioritario delle istituzioni viene delegittimata, in quanto
ostacolo alla partitocrazia e anti-antifascista.

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Compromesso storico (1973-78)

Ipotesi dell’alternativa socialista


Nelle elezioni del 1972 il Paese si sposta destra. La Dc recupera voti, il Msi arriva all’8%, calano Psi e
Pci.

Questo allarmerà ancora di più il Psi. Il vecchio segretario Mancini viene messo in minoranza, Nenni
ritorna alla guida. Emerge la personalità di Francesco Di Martino, che diventa segretario sulla base di un
mandato: ritornare al dialogo con il Pci. La strategia cambierà, diventando forza politica che si pone di
aprire le porte del governo al Pci. È meglio non contrapporsi al Pci, anzi coinvolgerlo al governo. Il Psi si
mette in mezzo, infatti parliamo di intermediazione socialista tra Dc e Pci.

Siamo a metà degli anni 70, quando accadono due eventi importanti:

• Nel 1974 si tiene il referendum sul divorzio, fortemente voluto dalla Dc e soprattutto da Amintore
Fanfani, con esiti disastrosi. La società italiana mostra segni di una secolarizzazione sfuggita alla Dc. Il
referendum verrà bocciato.

• Nel 1975 si tiene un importante turno di elezioni regionali: le forze della sinistra italiana raggiungono
percentuali insperate (il Pci arriva al 33%). In tantissime grandi città diventa sindaco o un comunista o
un socialista (giunte di sinistra).

Psi Psdi Pri Dc Pli

Tutto questo dà fiato all’alternativa socialista, un ricongiungimento di Pci e Psi, che mandi la Dc
all’opposizione. Questa formula è stata codificata da Lombardi, che si rivolge al segretario Berlinguer.
Pci, Psi e Psdi hanno i voti per creare un polo alternativo di governo. Il problema è che il Pci di
Berlinguer dice no a questo disegno. Berlinguer non è interessato a un’ipotesi di alternativa socialista,
perché si viaggia già verso il compromesso storico.

Nel settembre/ottobre 1973, dopo il colpo di stato in Cile da parte dei militari di Pinochet, che
rovesciano il governo socialista di Allende, Enrico Berlinguer scriverà tre saggi su Rinascita. Prende
come riferimento quanto avviene in Cile, per dire che la situazione in Italia è così grave (emergenza
economica e di ordine pubblico, terrorismo nero e rosso), che non si può escludere che si possa arrivare
ad un esito simile di quello del Cile. Per questo respinge l’alternativa socialista. Le forze socialiste
possono arrivare al 50% dei voti, ma un governo di sinistra non è possibile in Italia, anche per la
situazione internazionale. Ciò porterebbe ad una deriva reazionaria.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Berlinguer si rivolge direttamente al leader Aldo Moro: il compromesso storico è una formula politica
che prevede un accordo tra le forze popolari (Pci, Psi, Dc), per superare l’emergenza, come nel triennio
1944-47. C’è bisogno dell’unione di queste forze per consentire al Paese di ripartire.

Un discorso simile fa breccia nel cuore di Aldo Moro, che è preoccupato della tenuta del sistema politico
italiano.

Due visioni del compromesso storico

• Visione morotea. Moro vede nel compromesso storico uno strumento di difesa della democrazia in una
fase drammatica. Il governo deve prendere delle misure dure drastiche per la situazione economica,
dovuta alla crisi energetica. Se bisogna fare una stangata del genere, serve una copertura di sinistra, dei
sindacati. Il Pci assicura questa copertura. Oltre alla crisi economica il paese è sconvolto dal
terrorismo: in questo momento le Brigate Rosse gettano i semi di una loro crescita. C’è bisogno di
misure urgenti per l’ordine pubblico (legge della sicurezza reale)

• Visione berlingueriana. Per Berlinguer significa tutt’altro. Oltre alla difesa della democrazia, vede nel
compromesso storico uno strumento di radicale trasformazione della società. Questa è la discriminante
tra Moro e Berlinguer. Il Pci non è legittimato a governare, dove trova questa legittimità?
Semplicemente nel rapporto con lo storico avversario. La proposta di Berlinguer è strumentale. Se
da solo non trova legittimità, questa può venire dal principale avversario. Anche in questo caso Moro
dovrà sudare tanto per portare la Dc compatta all’appuntamento. La Dc è sempre stato il baluardo
anticomunista.

Elezioni politiche del 1976 e governi di solidarietà nazionale

Si arriva a questa apertura con le elezioni politiche del 1976. Pci e Dc faranno una campagna elettorale di
grande contrapposizione (divorzio ed elezioni regionali). Queste elezioni sono dominate dalla paura del
c.d. sorpasso comunista, ricordando le elezioni del 1948, talmente sono accessi i toni. I risultati delle
urne ci dicono che la Dc recupera un po’ di consensi con il 39%. Il sorpasso non avviene però il Pci tocca
il suo massimo con il 34,4%. Insieme arrivano al 74% alle due grandi forze politiche: vittoria delle due
chiese. È chiaro che non si può governare senza i comunisti: nel 1976 non ci sono alternative.

• Il centrismo non si può riproporre (i partiti laici minori ottengono basse percentuali)

• Il Psi ha detto basta al centro-sinistra senza Pci

• Non c’è altra strada che coinvolgere il Pci.

Fino al 1979 parliamo della fase di compromesso storico, dei governi di solidarietà nazionale.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

C’è una fase di collaborazione, il Pci non entra mai nel governo. Nel 1976 la formula sarà stravagante,
nasce il governo Andreotti con le astensioni: monocolore Dc con l’astensione di tutte le altre forze
politiche. Abbiamo un governo minoritario, i voti che sostengono Andreotti sono meno delle astensioni.
Questo governo durerà due anni. Il Pci appoggerà tutte le misure in campo legalitario per superare
l’emergenza.

Nel 1978 la situazione precipita, perché il Pci non può accettare. Il Pci comincia a chiedere di entrare
nella maggioranza di governo. Lo concede, ma non verrà mai alla luce. Proprio nel momento in cui si
insedia il governo Andreotti, Aldo Moro viene rapito dalle Br. Fino al 1979 abbiamo dei governi che si
reggono sul Pci, poi basta.

Crisi del sistema dei partiti (1978-92)

Partiti in Italia

L’Italia si può considerare un caso di partitocrazia realizzata. Il punto di svolta è sicuramente il 1953
con il fallimento del progetto di riforma elettorale. Con la legge truffa fallisce la possibilità di avere un
sistema maggioritario. Fino al 1993 avremo un sistema elettorale di tipo proporzionale. I partiti politici
diventano il domus del sistema, più forti del governo, dei sindacati e dei corpi intermedi.

Fine del compromesso storico

Sul finire degli anni ’70 in un certo modo il Pci si avvicina all’area di governo. Ma già nel 1979 il Pci
toglie l’appoggio al governo Andreotti. Questo per due motivi:

• Situazione internazionale. Dopo un periodo di stabilità della guerra fredda, due eventi danno il segno
di questa tensione internazionale:

‣ 1978: partecipazione dell’Italia allo Sme. Il Pci vota in maniera contraria rispetto alle altre forze

‣ 1979: Mosca punta i suoi missili contro le maggiori capitali europee, crisi degli euromissili. In

questo modo muta l’equilibrio sul continente europeo in favore di Mosca. L’Occidente reagisce
installando dei missili americani che possano fronteggiare la minaccia sovietica. Il primo a lanciare
l’allarme è il cancelliere Schmidt, con la clausola della non singolarità (la Germania non vuole
essere sola a fronteggiare l’Urss). Francia e Gran Bretagna avevano già un sistema di sicurezza
nucleare, quindi anche l’Italia deve accogliere i missili americani per fronteggiare la minaccia
sovietica. Anche in questo caso il Pci vota contro l’installazione degli euromissili in Italia. Il Psi di
Craxi vota a favore.

Questi eventi allontano il Pci dal governo. Il Pci resta una forza politica legata a Mosca.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

• Livello interno. Il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro creano uno spartiacque. Secondo Graveri,
segnano l’inizio della fine della Repubblica dei Partiti. Con le elezioni del 1979 il sistema politico
italiano perde la sua capacità di riformarsi, la sua capacità propulsiva. Tutte le forze politiche si
rendono conto che bisogna mettere mano ad una grande riforma delle istituzioni, cosa che non si
farà. Bisogna cambiare la Costituzione, dando vita a un mutamento istituzionale. Per esempio:

‣ La Dc insiste sul secondo turno

‣ Il Psi insiste sul presidenzialismo.

Saranno tutte proposte che non prenderanno luce. Il decennio degli anni ’80 sarà una fotocopia del
centro-sinistra. Alle quattro partiti del centro-sinistra si affianca il Pli. Le cinque forze che
governeranno il paese per tutti gli anni ’80 danno vita al pentapartito:

La grande differenza con gli anni ’60 è la maggiore debolezza della Dc, la quale non è più una forza di
attrazione delle forze politiche verso il centro. La Dc comincia a perdere sempre più voti, mentre
incrementano i partiti laici minori. Ecco perché il Psi riuscirà ad eleggere il Presidente del Consiglio,
nonostante l’11% dei voti. Nel 1983 Craxi diventa premier.

Leadership negli anni ’80 e personalizzazione della politica

Sul finire degli anni ’70, l’Italia sente il bisogno di un leader, di un individuo che si senta in grado di farsi
carico della responsabilità. La tendenza di rimandare all’infinito le soluzioni ai problemi è una delle
critiche maggiori dell’opinione pubblica. Non si cerca un uomo forte, ma un uomo che risolva i problemi.
Non a caso nasce il termine decisionismo. Il decisionista è uno in grado di parlare chiaro, uno che mostra
spessore, tutte caratteristiche che erano mancate alla classe politica democristiana. Alla politica si chiede
maggior carisma.

La richiesta di politica di decisori non è solo la risposta ad una classe politica inefficace, ma è anche la
nascita di un nuovo tipo di italiano, più individualista e meno collettivista. L’individuo si identifica
sempre di più con la velocità dei media e del mercato, che producono un elettore difficile da soddisfare.
Diventa sempre più numerosa la richiesta di volti politici differenti. Già il fatto di parlare di volti indica
un rapporto tra politico ed elettore mediato dall’immagine televisiva. Il partito, essendo l’organizzazione
collettiva per eccellenza, diventa mal accolta dagli elettori. Sono soprattutto i piccoli partiti a
comprendere questa necessità (il Pri di Spadolini e il Psi di Craxi). Nel 1979 durante la campagna
elettorale per la prima volta il volto del segretario compare sui manifesti elettorali appare accanto al
simbolo. Questa innovazione fece scandalo. La campagna elettorale del 1979 ci dà il segno di una politica
che comincia a cambiare. Craxi si rivolge direttamente agli elettori e propone un contratto con gli elettori.

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

La personalizzazione della politica non significa che i partiti diventino subito partiti personali, cosa che
avviene solo negli anni ’90. Cresce l’identificazione del leader del partito e del partito stesso, che rimane
sempre un partito di integrazione di massa.

Craxi rimane sempre un politico a tutto tondo, che ha fatto tutta la trafila fino ad arrivare nel 1976 alla
guida del suo partito. Al contempo Berlusconi non parlerà mai di partito, fino al 1998. Non è un politico
a tutto tondo. Berlusconi è la risposta antipolitica alla crisi della politica: Berlusconi si pone come un
antipolitico.

Trasformazioni nel Psi

Bettino Craxi

Nel 1976 il Psi tocca il suo minimo storico, paragonato al 34% del Pci. Tutta la vecchia classe dirigente,
che aveva fatto la costituzione, viene posta sul banco degli accusati. Si tiene un comitato centrale presso
l’hotel Midas, verranno fuori i cosiddetti quarantenni. Si farà leva su Bettino Craxi, in quel momento il
più debole tra tutti i candidati segretari: faceva parte della corrente di Nenni (aveva il 10% nel partito).

La strategia di Craxi si muove in una doppia direzione:

• Revisione dell’ideologia. Nel 1976 il Psi era ancora succube del Pci. Nel suo statuto prevede ancora la
fuoriuscita dal sistema capitalista

• Intervenire sul modello di leadership. Il Psi è una federazione di correnti, è difficile esprimere una
linea condivisa.

Intellighenzia

Craxi risolve il problema delle correnti affidandosi agli intellettuali di area socialista, che gli forniscono
le armi ideologiche per una battaglia e la legittimazione difficile da ottenere. Questo gruppo di
intellettuali comincia a riscrivere i tratti del Psi e tutto ciò significa fare i conti con il Pci. Per dire che il
Psi non è più marxista, bisogna condannare tutta quella parte storica, cominciando a polemizzare con
Berlinguer. Mandano Gramsci, Marx e Lenin in soffitta. Accusano il Pci di non aver portato fino in fondo
il processo di democratizzazione. Da qui nasce la guerra a sinistra, che attraverserà tutti gli anni ’80. La
polemica sarà così forte, che addirittura nel 1989 con la caduta del muro, Pci e Psi non riusciranno più a
ricomporsi.

L’Italia sarà l’unico Paese dell’Europa occidentale, in cui ci saranno:

• La trasformazione del Pci

• La scomparsa del Psi.

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Motivi della scomparsa del Psi

• Errori strategici di Craxi

• Tangentopoli

• Crisi del sistema politico della Prima Repubblica.

Secondo alcuni storici la magistratura avrebbe posto il carico da novanta, ma le fondamenta erano già
marce. Infatti la riforma delle istituzioni non si farà e ci si rivolgerà direttamente ai cittadini con i
referendum 1991-93 voluti da Mario Segni (esponente politico democristiano).

Cambiamenti

Non è solo la faccia di Craxi o il contratto con gli italiani, cambia la dinamica interna organizzativa dei
partiti. Fino alla fine degli anni ’70 un partito che deve eleggere un segretario va incontro ad una via
crucis (correnti, comitato centrale, direzione del partito), al cui interno non si trova una fine. La grande
innovazione organizzativa è quella di ricevere legittimazione direttamente dalla platea congressuale. Nel
1981 Craxi modifica questa norma nel congresso di Palermo: il segretario sarà eletto direttamente dal
congresso. Si rafforza l’identificazione diretta tra leader e base del partito. Questo processo crea giudizi
negativi tanto all’interno quanto all’esterno. Nel 1981 provoca accuse di autoritarismo, con paragoni con
l’esperienza della dittatura nazista. L’immagine che il nuovo leader proietta all’esterno è quella di un
uomo quanto più vicino possibile ai cittadini. Mentre gli altri politici si fanno ritrarre sempre in giacca e
cravatta, il Psi comincia a diffondere le immagini di Craxi in altre vesti. In più si usano i proverbi
popolari.

I mezzi di comunicazione di massa incidono tantissimo nella costruzione della leadership. La televisione
contribuisce al mutamento in modo più significativo. Negli anni ’80 le televisioni entrano direttamente
nella vita quotidiana degli italiani. Quelli più dinamici saranno i socialisti. Piazze vuote, urne vuote,
salotti pieni. I luoghi di consenso si svuotano, ma c’è la televisione. Ecco perché l’utilizzo della
televisione incide. L’elaborazione politica viene decisa altrove, i congressi sono spettacoli.

Questa leadership però non produce un aumento dei voti. Nonostante Craxi sia il personaggio politico più
popolare, il trend elettorale cresce ma di poco. Il picco massimo si raggiunge nel 1987 con il 14% dei
consensi. Cresce così poco, perché sta avvenendo qualcosa di più profondo. Fanno la comparsa nuove
forme di movimenti, per esempio le leghe. Si rompe qualcosa tra la classe politica italiana e l’opinione
pubblica: il patto di non aggressione. L’opinione pubblica non ha più convenienza a fidarsi di questo
regime partitocratico. L’inizio della crisi è da ricondursi a dinamiche internazionali. Hanno governato il
consenso con la leva della spesa pubblica: tenere basse le tasse e i servizi, però inondare allo stesso

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tempo il sistema produttivo di risorse. Nel momento in cui entra il vincolo comunitario esterno, bisogna
rispettare dei parametri, non si può più far leva sulla spesa pubblica. Ecco perché si rompe il patto.

Decennio lungo
Quando si parla di anni ’80 si parla di decennio lungo. Essi si aprono nel 1979 e si chiudono nel 1992 con
lo scoppio di Tangentopoli. Il 5 aprile del 1992 saranno le ultime elezioni in cui ci saranno i vecchi
simboli.

• 1979-87: dinamismo

• 1987-92: stagnazione (o immobilismo).

Anni ’80: decennio di svolta

Già sul finire degli anni ’70 prende corpo un insieme di eventi che erode il ruolo del partito politico, di
cui si esaurisce la spinta propulsiva. Il partito perde la sua tradizionale funzione di mediazione sociale e di
stabilizzazione politica.

Fattori endogeni

• Biennio 1978-79: assassinio di Aldo Moro e fine del periodo di solidarietà nazionale. Lo storico
Craveri sottolinea questo aspetto, perché la Repubblica dei partiti con l’assassinio di Moro e le
elezioni del 1979 muore. Fra le prove che Craveri porta per questa tesi, vi è un fatto: la constatazione
che le forze politiche prendono consapevolezza che all’ordine del giorno c’è un problema non più
eludibile, il problema della riforma delle istituzioni.

‣ I socialisti sposano in pieno l’ipotesi delle riforme (lanciano la grande riforma delle istituzioni)

‣ I comunisti si oppongono strenuamente a ogni progetto di riforma

‣ La Dc partecipa alla discussione con un fondo di ambiguità.

Tutti sono consapevoli del mutamento irreversibile in corso. Questo farà sì che gli anni ’80
diventeranno un decennio residuale, dal punto di vista politica. C’è un equilibrio tra il centrismo e il
centro-sinistra, attraverso il pentapartito. È una forma politica debole, la Dc non ha più la forza che
aveva nei decenni precedenti, non è più in grado di aggregare verso il centro le altre forze politiche. La
debolezza della Dc fa sì che aumenti il potere di interdizione e di rendita dei partiti più piccoli, ad
iniziare con il Psi. Nel 1981 il Pri (4%) esprime il presidente del consiglio, Giovanni Spadolini. Dopo
due anni, il Psi (9%) esprime Bettino Craxi come presidente del consiglio. La rottura del monopolio
democristiano è dettato dalla debolezza del partito

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• La cacciata dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1978, perché sospettato di
essere coinvolto in una vicenda di tangenti (Scandalo Lockheed: illeciti nell’acquisto da parte dello
Stato italiano di velivoli dagli USA). Tra i politici italiani coinvolti ci sono dirigenti Dc (lo stesso
Rumor) e Leone. A portare alle dimissioni sarà anche una crociata giornalistica, portata avanti dal
gruppo Caracciolo: Repubblica e l’Espresso. Fa la sua apparizione sul circuito politico la questione
morale, che avrà un peso significativo nel travolgere il sistema politico all’inizio degli anni ’90

• Adesione dell’Italia allo Sme, che imporrà dei vincoli che il Paese deve rispettare, pena
l’estromissione dai grandi Paesi europei. Fa la sua apparizione un vincolo esterno al potere italiano.
Nel corso della storia della Repubblica i partiti avevano utilizzato la leva della spesa pubblica per
aumentare il consenso, da qui le c.d. clientele. Dal momento in cui c’è un vincolo esterno, i partiti non
hanno più la possibilità di utilizzare la leva della spesa pubblica

Fattori esogeni

• “Seconda guerra fredda”, con crisi degli euromissili e invasione sovietica dell’Afghanistan (1979).
Questi due eventi mettono fine ad una fase di distensione che aveva caratterizzato gli anni ’70. Il Pci
voterà contro l’installazione e così finirà la stagione del compromesso storico

• Mondo anglosassone: due personalità sconvolgono l’Italia, Margaret Thatcher e Ronald Reagan.
L’altra sfida rimanda al mondo anglosassone, due personalità sconvolgono l’Italia: Thatcher e Reagan.
La loro stagione è quella della deregolamentazione dell’economia e della società. Prende corpo
l’autonomia della politica, perché a lei tocca prendere le misure per uscire dalle crisi e dalle
emergenze, con la rottura del sindacato. Viene meno la mediazione corporativa che sta alla base del
sistema politico italiano

• Ripresa dell’integrazione europea, riavviata nel 1986 con la firma dell’Atto unico europeo, con una
spinta alla creazione del mercato unico europeo. L’Atto unico europeo segna la strada che poi condurrà
a Maastricht nel 1992.

Prima fase: dinamismo (1979-1987)

È aperta dalla diffusa consapevolezza di mettere mano ad una riforma delle istituzioni. A partire dalla fine
degli anni ’70 avviene una sorta di rivoluzione copernicana rispetto alla Costituzione. Non si parla più di
una Costituzione da attuare, ma da riformare. In realtà non è vero che non si farà nulla con le riforme.
Sono interventi che vanno in direzione del rafforzamento del potere dell’esecutivo (problema cronico:
scarso potere dell’esecutivo nei confronti del Parlamento, stesso problema che si poneva De Gasperi nel
1953). Negli anni ’80 questo discorso si accentua perché cresce il potere dei piccoli partiti politici. Ci
sono tre uomini politici che vogliono riformare il sistema:

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• Giovanni Spadolini (Pri): cerca di riformare il sistema, attraverso il decalogo, con i punti centrali nel
rafforzamento dell’esecutivo e nella necessità di governare la spesa pubblica attraverso la riforma della
legge finanziaria

• Bettino Craxi (Psi): le sue riforme furono volte a rendere più veloce il potere decisionale del governo,
attraverso l’abolizione del voto segreto (che si usava quasi sempre, e i franchi tiratori impallinavano
quotidianamente il governo)

• Ciriaco De Mita (Dc): porta a termine i processi di riforma voluti da Craxi e Spadolini, realizzando la
riforma dell’ordinamento della Presidenza del Consiglio.

Crisi dei partiti

Sono riforme minime che non vanno a incidere sulle deformazioni del sistema istituzionale italiano.
Questa volontà di riformare si scontra con la crisi dei partiti di integrazione di massa. Il processo di
velocizzazione dei mercati globali e della stessa opinione pubblica mal si concilia con la stabilità del
sistema politico. Il sistema reagisce accentuando la personalizzazione del partito, mettendo in essere tutta
una serie di riforme che vanno a incidere sulla struttura direzionale del partito. Il partito deve affidare
tutto il potere al leader che decide, evitando il rallentamento a causa del partito stesso. Da un certo
punto di vista sarà deleterio. La base del partito priva di riforma. Avremo un leader che decide, staccato
dalla pancia del partito, dove cominciano a pullulare una serie di lobby, di clan e signori delle tessere.
Non è il leader che controlla le risorse, ma i signori locali e le strutture di base. Sullo sfondo di questa
frattura, i leader giocano la loro partita fuori dai partiti, cercando di istituzionalizzare la figura del
segretario.

• Dc. Nel 1981 la popolazione è chiamata a votare sul referendum sull’aborto. Come nel 1974 vince il
fronte laico, con quasi il 70% dei voti. Questo è il sintomo di una modernizzazione e di una
secolarizzazione non percepita, non colta dalla Dc. È anche un sintomo della sua perdita di potere. Si
cerca di correre ai ripari portando alla segreteria De Mita, il quale cercherà di mettere la Dc in
sintonia con i nuovi interessi sociali, con quei ceti medi e piccoli-medi imprenditori (partite IVA) che
stanno sconvolgendo il tessuto sociale italiano che sta cambiando. La Dc sta cominciando a perdere
potere nei tradizionali feudi (lombardo-veneto). Dal 1987 sarà proprio in quella zona che la Dc perdere
i consensi in favore della Lega Lombarda

• Pci. Il Pci esce dalla solidarietà in crisi elettorale e ideale. Puntava tutte le sue carte sul compromesso
storico, respingendo l’alternativa di sinistra. Nel 1979 nasce il governo Cossiga, che si regge con
l’astensione del Psi. Il Psi si avvicina alla maggioranza. Nel 1980 nasce un nuovo governo Cossiga,
con l’appoggio pieno del Psi. Il Pci si trova in una situazione di isolamento, all’opposizione, senza

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sponda del Psi, che non è più interessato all’alternativa di sinistra. Berlinguer chiede a Craxi di
mettersi insieme, ma quest’ultimo non è più interessato a questo discorso. Il Pci entra in una fase di
splendido isolamento (Colarizi), che dura fino al 1984, quando c’è la sfida del decreti sulla scala
mobile al governo Craxi. Il governo Craxi, per far fronte a un’inflazione altissima, decide di
intervenire sulla scala mobile. Ci sarà la reazione del Pci perché è stato escluso dai temi sociali. Ma nel
1984 Berlinguer muore e nel 1985 il Pci sarà sconfitto al referendum.

Seconda fase: immobilismo (1987-92)

La prima è una fase di estrema mobilità del sistema italiano. Questa fase creativa dei partiti non è infinita:
il periodo 83-87 dei governi Craxi costituisce uno spartiacque.

Dal 1987 si entra in una fase di immobilismo che porterà alla crisi della Repubblica. Si rompe il patto di
non aggressione tra la società politica e la società civile. La società civile italiana non reputa più
vantaggioso affidarsi a questo sistema politico che mostra i sintomi del fallimento.

Il Psi nel 1897 tocca il suo massimo storico. Sale anche la Dc. Scendono le forze laiche. Nasce il
fenomeno della Lega Lombarda, portando in Parlamento un deputato e un senatore (Umberto Bossi). In
termini di consenso il sistema regge (80% di affluenza). I partiti di governo reggono, il Pci scende fino al
26%. Dal 1987 aumenta la conflittualità tra i partner di governo, tra il Psi e la Dc, perché quest’ultima si
rende conto che la strategia del Psi, di rivendicare pari dignità, gli sta togliendo il terreno sotto i piedi. Il
Psi, con un 10%, partecipa di pari diritto alla spartizione del governo. L’obiettivo della Dc sarà quello di
riottenere la Presidenza del Consiglio. Il Pci vuole riavvicinarsi alla Dc.

L’opinione pubblica si sente lontana perché vede le stesse logiche di potere. Non c’è ricambio fisiologico.
Ma non è solo questo, ci sono tre fattori (tre pietre).

Prima di tutto: l’abbandono e il declino delle grandi ideologie fa venire meno il voto di appartenenza,
che fa aumentare il voto di opinione, il quale viene sostituito agli inizio degli anni ’80 con il voto
clientelare o di scambio. Ecco perché spesa pubblica e debito continuano ad aumentare
vertiginosamente, i circuiti clientelari voti-benefici possono venire alimentati attingendo dalla spesa
pubblica. La spesa e il debito sono sganciate dal sistema economico

• Pietra morale: la perdita di fiducia dei cittadini nella partitocrazia, è accentuata dai fenomeni di mal
costume e di corruzione. Gli imprenditori per ottenere un appalto devono pagare una tangente, e
dunque l’indignazione sarà il sentimento dominante allo scadere del decennio degli anni ’80.
L’indignazione sarà potentemente amplificata dai media. I programmi giornalistici cambieranno, fanno
la comparsa i talk show (Santoro, Mentana, Funari). La caratteristica di questi programmi è l’alta
tensione: dare spazio all’indignazione e di disaffezione dei cittadini nei confronti della partitocrazia.

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La Lega e il Msi avranno gioco facile. La politica-spettacolo, tanto cara a Craxi, alla fine del decennio
si ritorce contro i partiti stessi. All’inizio degli anni ’90 la televisione diventa soggetto politico, perché
per la prima volta il crollo di un sistema politico viene vissuto in diretta dai cittadini (monetine
all’hotel Raphael, l’immagine conclusiva di una Repubblica, aprile 1993)

• Pietra fiscale: lo scambio tra cittadini e partiti politici, può funzionare soltanto nel momento in cui si fa
leva sulla spesa pubblica, quindi le forze di governo sono sganciate da qualsiasi parametro. Dal
momento in cui bisogna rispettare i vincoli, di conseguenza bisognerà aumentare la pressione fiscale
per risanare il buco del debito pubblico. I servizi pubblici rimangono comunque scadenti, così la
società non trova più conveniente affidarsi alle forze di governo. Entra in crisi il meccanismo virtuoso
voti-benefici

• Pietra istituzionale: in nessun sistema occidentale il sistema politico crolla dall’oggi al domani.
L’incapacità delle forze politiche di mettere mano alla riforma del sistema accompagna la loro agonia.
All’inizio degli anni ’90 le vere riforme si compiono grazie a un referendum. Verrà definita una
democrazia referendaria, grazie ai referendum che colpiscono al cuore il sistema.

‣ 1991: referendum sulla preferenza unica. Fino ad allora il cittadino poteva esprimere un massimo di

3-4 preferenze. Questo meccanismo aumentava i caratteri degenerativi e corruttivi. I referendari


(Mario Segni) portano avanti il referendum su una preferenza sola. Era un referendum
estremamente tecnico, ma l’abilità di Mario Segni sarà quella di caricare il referendum di senso
politico (“Con questo referendum possiamo dare un calcio nel sedere alla partitocrazia”). Le forze
politiche non ne capiscono l’importanza, sarà una grande sconfitta per Craxi, che aveva detto di
“andare al mare” (l’80% si esprime per la preferenza unica)

‣ 1993: referendum sulla legge maggioritaria, per la certezza sul vincitore.

Se prima i referendum si occupavano di temi etici, adesso colpiscono il cuore della democrazia. Le
campagne referendarie, oltre a scrivere la pagina conclusiva della Seconda Repubblica, rappresentano
il terreno ideale per la nascita del capo carismatico. I cittadini sono stufi dei partiti, cercano un nuovo
leader. In questo caso è Segni per i referendum, nel 1994 è Silvio Berlusconi.

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La Seconda Repubblica

Leadership negli anni ’90


Con i referendum di inizio anni ’90 si bypassa la volontà stessa dei partiti politici. Le campagne
referendarie costituiscono l’ambiente propizio per il ritorno in Italia di un fenomeno da molti esorcizzato
e dimenticato: l’ascesa del capo carismatico.

Differenza con i leader degli anni ’80


• Quelli degli anni ’80 (Craxi e Spadolini) fanno riferimento ad un retroterra organizzativo del partito di
integrazione di massa

• Negli anni ’90 abbiamo un nuovo tipo di leadership, in cui il retroterra partito viene sconfessato e
abbandonato. Mario Segni è un personaggio quasi esterno al sistema partiti. Il rapporto di Segni con
gli italiani è l’ambizione di una nuova sfida, in sintonia con la società civile.

Ascesa di Berlusconi
Nell’immaginario popolare la Repubblica fondata sui partiti viene soppiantata, con un nuovo pilastro
nella legge maggioritaria del 1994. Il debito principale del successo del referendum è verso il clima di
opinione favorevole che si crea verso la democrazia diretta, anche nella selezione del leader. Da questo
clima culturale Berlusconi attingerà per l’impresa (4-5 mesi) che lo trasformerà da capitano d’azienda in
Presidente del Consiglio. La scelta di Berlusconi non può essere analizzata al di fuori dal clima
particolare politico agli inizi degli anni ’90:

• Crisi verticale dei vecchi partiti politici

• Clima di sfiducia generalizzata dei cittadini nei confronti di una classe politica, che gli avvenimenti di
Tangentopoli del 1992-94 delineano come corrotta.

Punti di forza di Berlusconi

Televisione

Berlusconi deve far arrivare il suo messaggio politico in tempi brevissimi (in due mesi dal discorso della
discesa in campo alle elezioni). La televisione diventa lo strumento fondamentale. La forza di Fininvest è
la chiave del successo berlusconiano. Per tre mesi da gennaio a marzo 1994, Canale 5, Italia 1 e Rete 4
tempestano gli italiani con dei messaggi elettorali a favore dell’astro nascente berlusconiano (tecniche
sofisticate di marketing e comunicazione politica, appoggio dei vip).

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Creazione del nemico

Il ruolo chiave dell’impero televisivo però non è sufficiente. Un fattore decisivo è nella possibilità di
utilizzare lo stesso codice comunicativo affermatosi nella campagna referendaria, si inserisce sul terreno
già tracciato da Mario Segni: un terreno in cui è individuato un nemico a cui contrapporsi. Con
Berlusconi la posta in gioco è quella di evitare che l’Italia finisca in mano ai comunisti (individuazione di
un nemico, scontro amico/nemico, pro/contro, identificazione con un nuovo capo che si pone contro il
sistema dei partiti). Secondo Berlusconi i comunisti non erano estranei al sistema, ma erano a margine.

Alleati di destra

Negazione stessa del termine destra. Le forze politiche della destra entrano a far parte del sistema dei
partiti. La grande scommessa sarà quella di coinvolgere:

• Msi di Fini per il sud

• Lega di Bossi al nord.

Vicenda personale

Berlusconi si offre agli italiani come uno di loro, il suo appeal sarà quello di proporre la vicenda
personale e di uomo di successo (self made man). Abbiamo l’esempio di un uomo ricco, in rottura con la
cultura che demonizzava il denaro. Non è solo il modello di un uomo ricco, c’è qualcos’altro. Il leader di
Fi si presenta come l’eroe che mette a repentaglio se stesso per uccidere il nemico, rinunciando alla
tranquillità domestica. È una strategia comunicativa studiata nei piccoli dettagli, per alimentare lo scontro
amico-nemico che rimanda a Mario Segni. L’idea del cavaliere che interviene in extremis per salvarci da
comunisti sarà la parola d’ordine della campagna elettorale del 1994.

Programma semplice

Berlusconi offre un programma semplice, non in politichese, liberale:

• Meno tasse per tutti

• Minore presenza dello Stato

• Maggiore apertura dello Stato alla libera iniziativa privata.

Publitalia

Straordinaria professionalizzazione dell’esercito massmediologico. Berlusconi fa riferimento in tutto e per


tutto alla struttura e ai professionisti di Publitalia, esperti di comunicazione e marketing politico. Sono
tutti uomini che dispongono di una conoscenza tecnologica e organizzativa non paragonabili al passato. I

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vecchi partiti vengono presi di sorpresa. L’uso intensivo degli esperti nel campo della comunicazione è
diffuso da tempo negli Usa e con il new labour in Gran Bretagna, ma anche in Francia. In Italia non era
ancora così. Negli anni ’80 la televisione diventa fondamentale nell’orientare l’opinione pubblica, non
nell’imprimere un indirizzo alle strategie politiche: questo i vecchi partiti lo rifiutano.

Forza Italia: partito ufficiale

• Il partito di Silvio non ha nulla in comune con i partiti del passato, non nasce da fratture religiose o
ideologico, e non nasce da dirigenti e burocrati parlamentare. È un partito artificiale, costruito a
tavolino sull’analisi di tipo elettorale. Agli inizi degli anni ’90 con la scomparsa dei partiti del centro-
destra, viene a crearsi un vuoto. L’elettorato moderato non sa a chi rivolgersi. Il grande corpo che
votava Dc, non guardava alla Lega e al Msi. Il vuoto sarà riempito da Berlusconi

• Fanno la comparsa i club di Forza Italia, spuntano come funghi, secondo l’azienda (in realtà sono
provvisori e aleatori, non sono eventi spontanei). Il messaggio serve per sensibilizzare il corpo
elettorale

• Il confezionamento del partito deve corrispondere all’elettorato. Berlusconi utilizza i sondaggi di


opinione per pilotare i suoi messaggi politici, che vengono adeguati di volta in volta sulla base delle
diverse fasce orarie e dei diversi programmi televisivi. Il sondaggio di opinione si fa contenuto del
messaggio politico. Diventa una fonte di validazione delle scelte. Si stringe la distanza tra il leader e la
fascia elettorale

• Ovviamente non tutte le introduzioni fatte da Berlusconi sono farina di Fininvest. In pochi sanno che
gli strateghi della comunicazione di Berlusconi hanno il merito di portare tecniche di comunicazione
già sperimentate in quegli anni da Ross Perot (miliardario messicano), il quale costruisce il Partito
della Riforma in pochissimi mesi, scardinando il bipartitismo americano e inserendosi nella
competizione democratici-repubblicani. Per accedere ai dibattiti devi avere il 15%, Ross Perot ci sarà.
La chiave del successo risiede nella scelta di evitare il filtro dei giornalisti, rifiutando il contradditorio
delle interviste: non ci deve essere mediazione. Berlusconi guarderà a questi esempi, evitando qualsiasi
confronto diretto o mediato. Perot inviava le videocassette registrate ai telegiornali, lo stesso farà
Silvio, lasciando al grande comunicatore completa carta bianca nei confronti dell’audience.

Clima favorevole

Tutto questo non può succedere se non in un clima favorevole di crisi dei partiti. La videocrazia e il
videopotere ha successo grazie alle condizioni ambientali, che non dipendono dalla forza dei media ma
dallo stato cattivo di salute della vecchia partitocrazia. Berlusconi è abilissimo a cavalcare questo clima,
si presenta come la risposta non politica alla crisi della politica. Berlusconi insiste sulla fine delle

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

ideologie, anche appellandosi all’anticomunismo. Utilizza un linguaggio da uomo della strada:


pragmatismo. Convincerà una parte di elettorato che votava per il pentapartito. Tangentopoli influisce su
questo, perché una parte della Dc e del Psi attribuisce la colpa al Pci.

Leadership di Berlusconi su Forza Italia


Berlusconi non utilizzerà mai la parola partito fino al 1997, proprio perché il partito rappresenta una
stagione da dimenticare. I poteri del Presidente sono ovviamente illimitati. Da sempre Berlusconi incarna
Fi non solo agli occhi degli elettori, ma anche degli stessi dirigenti del partito. Questa personalizzazione
viene vista come un fatto naturale (è lui che ha fatto tutto). Senza di lui Fi non esisterebbe. La
personalizzazione esasperata della leadership si spiega anche una debolezza organizzativa: è più facile
per elettori e quadri dirigenti rivolgersi ed appellarsi al potere di una sola persona.

Due problemi

Fase dell’istituzionalizzazione

I problemi arrivano in un secondo momento. Il movimento messo in piedi da Berlusconi si dimostra


eccezionale nel momento della cattura del voto e del consenso. Quando si passa alla fase
dell’istituzionalizzazione e dell’assunzione della responsabilità di governo il discorso si fa più complesso.
Nelle mani di Berlusconi Presidente del Consiglio, lo strapotere televisivo genera più antipatie che
consensi, ed in secondo luogo la proprietà privata di un’azienda che prospera grazie alle concessioni
pubbliche diventa il vero tallone d’Achille del premier. Al di là di tutto rimane la straordinaria
innovazione impressa da Fi e dal suo leader: il politico come imprenditore e come comunicatore. Lo
stesso successo di Berlusconi è facilmente interpretabile rileggendo l’esempio di Schumpeter (teoria
economica della democrazia): “il leader politico come imprenditore vincolato alla logica e all’opportunità
del mercato dei voti che deve catturare”.

Problema della leadership

Il problema finale rimanda alla leadership. Fi è un partito personale, che senza leader non esiste. Una
forte leadership politica da solo non basta a fare un partito e far emergere una classe dirigente, tarpa le ali
a un meccanismo di una leadership alternativa. Chi potrebbe prendere il suo posto? Non a caso si parla di
uno dei figli che possa raccogliere il testimone del padre. L’obiettivo della leadership è proprio quello:
negare l’esistenza stessa di un’alternativa selezionata democraticamente all’interno del partito. L’ufficio
di presidenza di Fi, che potrebbe mettere in minoranza il Presidente, è un organismo politico
completamente nominato da Berlusconi (coordinatori regionali, provinciali e dei cittadini).

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Elezioni del 1992

Caduta del muro.

Ultima volta dei tradizionali simboli.

Come si comportano i vecchi partiti?

Il Pci attraversa gli anni ’80 rifugiandosi nello splendido isolamento, smettendo di fare politica, entra in
crisi.

L’errore di Dc e Psi di interpretare la caduta del muro come un fatto che interessa solo ed esclusivamente
il Pci. Craxi pensa che la crisi del Pci li spingerà a votare per il Psi e spingerà la classe dirigente del Pci a
venire a patti con lui. La Dc e Andreotti continuano a mantenere in vita la teoria dei due forni (strizzano
l’occhio al Pci sulle riforme istituzionali). Questo perché un Pci in crisi si sarebbe fatto coinvolgere più
facilmente in un possibile governo di unità nazionale, indebolendo i disegni di Craxi. Il crollo del muro ha
indebolito tutto il sistema politico italiano. Nel momento in cui cade, salta il tappo che aveva tenuto in
piedi il sistema. La Dc perde la ragione storica della sua esistenza: la diga al comunismo.

Nuovi partiti e nuovi movimenti

Le leghe
• Si premia il fenomeno delle leghe, che emerge per la prima volta nel 1983, con il successo della Liga
Veneta, che sfonda nel cuore del Veneto bianco. Gli obiettivi principali della Liga Veneta sono difesa e
recupero della tradizione culturale veneta. Dopo il 1983 radicalizza le proprie posizioni, rivendicando
autonomia fiscale e amministrativa. L’ostilità al centralismo si coniuga con posizioni di netta chiusura
con lo straniero

• Fanno la loro comparsa anche i movimenti leghisti del Piemonte, ma soprattutto la Lega Lombarda.
La Lega Lombarda è diversa dagli altri movimenti perché punta a creare un’identità territoriale in
termini di interessi economici (operoso popolo lombardo e inerti meridionali, considerati beneficiari
della distribuzione delle risorse pubbliche accumulate grazie ai cittadini lombardi). Questo messaggio
comincia trovare corrispondenza nel corpo elettorale, proprio quando si rompe il patto di non
aggressione, quando aumenta anche la pressione fiscale. Il mondo del nord abbandona la Dc e
comincia a rivolgersi ai movimenti leghisti. Nel 1990 alle elezioni regionali, la Lega tocca il 20%.
Bossi promuove una federazione tra tutte le leghe, nel 1991 nasce la Lega Nord. Accanto alle
rivendicazioni, la lega intercetta il malessere diffuso verso la classe dirigente. Si propongono come la
forza della polizia, soprattutto morale.

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Alleanza Nazionale

Ad accompagnare la lega si pone anche il Msi di Gianfranco Fini, fino a quel momento ai margini del
sistema politico. Si pone come un’alternativa seria alle storture del vecchio sistema. Il problema di Fini è
il riferimento a un passato storico che larghe fasce di elettorato guardano con timore. Fini si impegnerà in
un processo di ridefinizione ideologica e identitaria della destra italiana, che sfocerà nel 1994 nella
nascita di Alleanza Nazionale.

Partito democratico della sinistra e Rifondazione comunista

Questa ridefinizione identitaria trova un corrispettivo anche nella parte sinistra. Crolla il muro di Berlino
e crollano le grandi ideologie.

I comunisti di Achille Occhetto cercano di lasciarsi alle spalle il passato, con l’abbandono dell’ideologia
marxista, attraverso la rivisitazione storica del ruolo di Gramsci e Togliatti, attraverso l’assunzione della
democrazia come cardine di un progetto politico che non punta più alla trasformazione socialista della
società, ma a effettuare conquiste nella società. La nascita del Partito Democratico della Sinistra
interessa un biennio (1989-91): dal congresso di Rimini il Pci non esisterà più. Questo provoca la
scissione della parte sinistra guidata da Armando Cossutta che dà vita al partito della Rifondazione
Comunista.

Nel 1992 il partito più grande della sinistra italiana tocca il suo minimo storico (16%). Il Psi si attesta sul
13%. Socialisti e post-comunisti sono ormai separati da solo 3 punti percentuali. Sembra realizzarsi il
vero progetto craxiano, quello di imitare Mitterand, invertire i rapporti di forza tra comunisti e socialisti,
rendendo il Psi il primo partito, creando un polo alternativo capace di candidarsi alla guida del governo.
Questa operazione fallisce, perché interviene Tangentopoli come un ciclone, sbarrando ogni ipotesi di
dialogo. Questa è la ragione principale per cui il sistema politico italiano non avrà più dal 1992 un partito
socialista.

Ruolo e funzione del Presidente della Repubblica

A differenza dei partiti, dei movimenti e delle singole leadership, la storiografia sul Presidente della
Repubblica è abbastanza carente. Non è casuale che gli studi sul Presidente abbiano ripreso negli ultimi
20 anni in concomitanza con la ripresa di vigore del Presidente. Il ruolo è mutato. Si è passati dal
Presidente notaio e silente, al Presidente interventista. Dalla fine degli anni ’70 il Presidente diventa il
pivot della vita politica italiana.

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Prima del 1978: Presidente notaio (ed eccezioni)


Il luogo comune vuole il Presidente come un ostaggio dei partiti, la cui sola funzione è quella di
ratificare le scelte che i partiti compiono. Anziché accompagnare e indirizzare il mutamento politico, il
presidente (prima di Pertini) si limitava solo a registrare il mutamento. Ogni fase politica nuova veniva
messa in atto dai partiti.

Ci sono delle eccezioni:

• Presidenza Gronchi: caso Tambroni (1960), che si fa appoggiare dal Msi. Gronchi si fa interventista,
imponendo una nuova formula di apertura a destra. Il Presidente della Repubblica interventista
rappresenta una specie di pericolo

• Presidenza Segni: I partiti si rafforzano, nella convinzione che il Presidente debba essere una sorta di
testimone muto, che non deve interferire. Anche qui la presidenza Segni si distingue per alcune
caratteristiche interventiste. Segni sarà colui che si opporrà all’apertura a sinistra e al coinvolgimento
del Psi. Un attivismo, quello di Segni, che lo costringerà alle dimissioni dopo solo 2 anni, giustificate
da condizioni di salute, che hanno alla base l’operato del Presidente.

La battaglia tra le prerogative del Quirinale e quelle dei partiti si risolve con la vittoria dei secondi. I
partiti sempre più mal digeriscono un Capo dello Stato che esce dai poteri costituzionali. Le presidenze
Saragat e Leone saranno quelle classiche del Capo dello Stato muto. Quella di Leone, la più silente della
storia, si conclude con le dimissioni, sei mesi prima (1978), sulla base dello scandalo Lockheed. Le
dimissioni di Leone rappresentano l’ultimo atto di imperio dei partiti: sarà sottoposto a una campagna
scandalistica, che imporrà le sue dimissioni.

Dopo il 1978: Presidente interventista


Il problema che si apre: viene a mancare Aldo Moro, che avrebbe potuto ambire più di tutto alla
presidenza, raccogliendo i consensi di tutti i partiti maggiori. Si apre il problema dell’alternanza tra un
esponente Dc e uno laico: le forze laiche cominciano a reclamare l’elezione di un Capo dello Stato che
non sia espressione della Dc. Nel frattempo a palazzo Chigi c’è Andreotti. Dopo queste presidenze
minime, i partiti vogliono ancora ricercare un Presidente silente.

Pertini
La scelta cade su un socialista (il candidato ufficiale di Craxi era Giolitti), che sarà Sandro Pertini.
L’elezione di Pertini sarà un gioco di sponda tra democristiani e comunisti, che puntano sul candidato
socialista meno vicino a Craxi, per arginarlo.

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Alcuni mesi prima Pertini, durante la fase del sequestro Moro, si scontrò con Craxi (fronte fermezza
contro la trattativa da parte di Craxi). Pertini si oppose alla linea umanitaria. Si elegge Pertini perché non
ha un seguito nel partito (anche perché ha 82 anni). Pertini è un fautore della solidarietà nazionale, e
spingerà per questa, oltre comunque ad essere un padre della resistenza, un candidato silente che non
poteva interferire.

Le aspettative saranno deluse, con Pertini c’è un punto di svolta. È il Presidente più interventista che la
Repubblica abbia mai avuto. Pertini capisce che il discredito della partitocrazia è ormai grande nel Paese,
punta sin da subito quel fossato che divide cittadini e istituzioni, presentandosi come un italiano
qualunque, non come espressione dei partiti. Un Presidente qualsiasi, che rifiuta di andare a vivere al
Quirinale, scegliendo la sua casa privata. Il suo linguaggio sarà differente, anche dal punto di vista del
corpo, cercando un contatto diverso con i cittadini, utilizzando lo strumento principe: la televisione.
Inaugura uno stile comunicativo nuovo con molta propaganda, retorica e populismo. Pertini non manca a
nessun appuntamento, ai funerali delle vittime del terrorismo e all’abbraccio ai parenti, facendo trasparire
la sua commozione e lato umano. Un lato umano che confligge con le maschere di cera (Berlinguer,
Andreotti e La Malfa), distanziandosi dal lato partitico. I leader dei partiti saranno fischiati, mentre Pertini
sarà acclamato.

Le forze politiche per adesso non hanno nulla da ridire sull’attivismo di Pertini, perché colma il divario
tra i cittadini e le istituzioni. I problemi sorgono quando il Presidente entra nelle dinamiche del sistema
politico, quando cioè comincia a criticare l’operato dei partiti. Nel 1979, in occasione di un viaggio nella
Repubblica Federale di Germania, Pertini si spinge a un elogio del sistema costituzionale tedesco, a tal
punto da auspicare un’introduzione di questo sistema in Italia. È scandaloso, perché il Presidente cerca
un’alternativa politica. Questo attivismo non si limita qui, perché comincia a intervenire quotidianamente
prendendo di petto i ritardi della classe politica nel capire il cambiamento. Pertini nel 1979 tratta in prima
persona con i controllori di volo (sciopero generale di una settimana contro il governo). Anche questo
caso provoca una sorta di cortocircuito e Pertini interviene per mettere una toppa all’inefficienza politica.
Questo aumenta lo scetticismo dei partiti nei confronti del Capo dello Stato.

Nel 1980 di fronte al terremoto dell’Irpinia, il Presidente critica il governo Forlani, per la lentezza nei
soccorsi. La Dc non accetta queste accuse ed inizia a guardare a Pertini come un nuovo Mussolini. Tutte
le accuse potevano essere fatte a Pertini tranne questa. La Dc che ha creduto in Pertini ne diventa il più
grande avversario.

Anche con il Pci si lacerano i rapporti. Pertini prende di petto Rossana Rossanda (“Nel linguaggio delle
Brigate Rosse vedo alcune parole della tradizione comunista”), dicendo ai comunisti di fare i conti con il

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proprio passato, indicando una corresponsabilità del Pci con la stagione del terrorismo. Così rimarrà
inviso anche al Pci.

Rimane il Psi di Craxi, che all’inizio era meno contento e che sarà quello che ci guadagnerà di più.

Pertini ha un disegno preciso: scalfire la centralità della Dc, con un’alternativa. La Dc si indebolisce
prima di tutto spezzando il tabù che vede un Presidente del Consiglio della Dc. Con Pertini abbiamo
Spadolini e Craxi, rompendo il meccanismo che andava avanti dal 1947 (nel 1981 e nel 1983). Già nel
1979 Pertini prova a fare un governo Craxi o La Malfa, ma queste ipotesi falliscono. Il concetto che
Pertini vuole far passare è di affidare il ruolo di Presidente del Consiglio a un partito minoritario, ponendo
in discussione il diritto della Dc a esprime il Presidente (questo perché comunque è un primus inter
pares). Quando Craxi diventa Presidente, l’attivismo di Pertini si attenua e questo fa aumentare le accuse
da parte della Dc, che vede la conferma di un disegno, quello di aver puntato solo al rafforzamento della
componente socialista nel sistema politico italiano. La centralità della Dc si mette in discussione creando
un ponte tra socialisti e comunisti, creando un grande polo dell’alternativa, che potrebbe rendere
marginale la funzione della Dc. Ecco perché nei momenti di grande conflittualità tra Craxi e Berlinguer
cerca di tenere aperti i canali di confronto tra Via del Corso e Botteghe Oscure. Pertini a differenza dei
suoi predecessori comincia a valutare le singole personalità che il premier propone come ministri, un fatto
politico sconvolgente. Comincia a mettere bocca anche nell’attività legislativa, respingendo i decreti
legge del governo. Ogniqualvolta non rispetta le condizioni di necessità e urgenza lo respinge, rompendo
con la tradizione del passato.

Cossiga
Altrettanto dirompente sarà la presidenza di Cossiga, che inaugura nel 1985. Sarà patrocinato solo dalla
Dc, che punta a rimettere un suo uomo a Capo dello Stato. La scelta cade su uomo in teoria fuori dai
giochi, che non ha seguito nel partito e che non appartiene a una corrente. Anche in questo caso le
premesse non corrispondono ai risultati finali: con Cossiga si inaugura una presidenza distruttiva nei
confronti della partitocrazia. Nei primi 5 anni (1985-90) Cossiga si comporta effettivamente come un
notaio. Dal 1990 con la caduta del muro Cossiga dirà “Nel 1989 si chiude un mondo. Il muro di Berlino
rischia di cadere addosso a una politica immobile”. Di fronte all’immobilità Cossiga punta
esclusivamente sulla consapevolezza che il sistema istituzionale va modificato, la Costituzione è un abito
bellissimo ma invecchiato (rompe il tabù della Costituzione più bella del mondo). La Costituzione non si
deve solo attuare ma anche riformare. Le c.d. picconate suscitano il malumore della classe politica. Per la
prima volta il Capo dello Stato viene messo in stato d’accusa per alto tradimento e attentato alla
Costituzione (voluto dal Pds di Occhetto).

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

A partire dal 1978, con forme e modalità diverse i due hanno inaugurato la stagione della presidenza
interventista, inaugurando la Seconda Repubblica. Mario Segni: il dialogo che punta a cambiare
l’impalcatura istituzionale si instaura con Cossiga. Segni delude Cossiga, perché il movimento
referendario punta a cambiare la legge elettorale, invece Cossiga vuole qualcosa in più. Ecco perché le
presidenze di Scalfaro e Napolitano (in un certo senso anche Ciampi), vengono interpretate come la
prosecuzione del presidente interventista.

Nel 1994 si salda l’attivismo del Capo dello Stato e la scelta di una figura tecnica, segnalando la crisi dei
partiti della partitocrazia (per la prima volta i partiti cedono lo scettro del governo a personalità tecniche
non scelte dai cittadini).

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

DAL PARTITO NOTABILARE AI PARTITI DI INTEGRAZIONE SOCIALE. LA


STAGIONE D’ORO DEL LIBERALISMO
Approcci teorici dell’analisi del partito politico ....................................................................3
Conseguenze della pluralità di approcci .......................................................................................3
Definizione classica di partito politico ..................................................................................4
Definizione specifica di partito politico ................................................................................5
Origine del partito politico..................................................................................................... 5
Caratteri della modernità ..........................................................................................................................6
Avvento della modernità ...............................................................................................................6
Evoluzione dei sistemi politici............................................................................................... 7
Medioevo ......................................................................................................................................7
Elementi che i partiti ereditano dalle corporazioni ...................................................................................7
Stati assoluti..................................................................................................................................8
Sistemi rappresentativi .................................................................................................................8
Sistemi costituzionali.................................................................................................................... 8
Sistemi parlamentari .....................................................................................................................9
Caratteristiche del partito di integrazione sociale .....................................................................................9
Sistemi democratici ....................................................................................................................10
Caratteristiche del partito di massa .........................................................................................................10
Confronto tra due modelli....................................................................................................10
Modello anglosassone ................................................................................................................10
Formazione di un sistema politico moderno.......................................................................................11
Primo Reform Act...............................................................................................................................13
Conseguenze del Primo Reform Act .......................................................................................................13
Secondo Reform Act...........................................................................................................................14
Conseguenze del Secondo Reform Act ...................................................................................................14
Terzo Reform Act ...............................................................................................................................16
Conseguenze del Terzo Reform Act .......................................................................................................16
Peculiarità del modello inglese ...........................................................................................................16
Caratteri fondamentali del modello anglosassone ..................................................................................17
Modello continentale .................................................................................................................. 17
Il caso italiano .....................................................................................................................................19
Destra storica ...............................................................................................................................................19
Sinistra storica..............................................................................................................................................20
Trasformismo ...............................................................................................................................................21
Dissenso: componenti della Sinistra estrema ...............................................................................................23
Repubblicani ...........................................................................................................................................23

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Radicali ...................................................................................................................................................24
I partiti della società............................................................................................................. 25
Conseguenze della prima rivoluzione industriale ...................................................................................25
Conseguenze della seconda rivoluzione industriale ...............................................................................26
Marxismo ....................................................................................................................................26
Dal marxismo alla nascita dei partiti operai .......................................................................................28
Caratteristiche del partito secondo Marx ................................................................................................30
Due scontri nella Prima Internazionale ...................................................................................................31
Germania unificata .............................................................................................................................32
Italia ....................................................................................................................................................38
Differenze tra modello tedesco e modello italiano .................................................................................39
Differenze tra i due nuclei .......................................................................................................................41
Avvicinamento tra i due nuclei ...............................................................................................................43
Struttura bicefala e dicotomia transigenti/intransigenti ..........................................................................47
Effetti della nascita del Psi: radicali e repubblicani ................................................................................51
Cattolici ...................................................................................................................................... 55
Germania - Zentrum ...........................................................................................................................55
Caratteri dello Zentrum ...........................................................................................................................55
Programma dello Zentrum ......................................................................................................................56
Italia ....................................................................................................................................................57
Prima fase: anni ’60-70 ................................................................................................................................57
Seconda fase: anni ’80 — Terza fase: anni ’90 ............................................................................................58
Quarta fase: inizio ’900 ................................................................................................................................59

DALLA PRIMA ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE


Primo dopoguerra ................................................................................................................62
Rivoluzione della politica ....................................................................................................62
Rivoluzione russa .......................................................................................................................65
Prima tappa del pensiero leniniano .....................................................................................................65
Seconda tappa del pensiero leniniano .................................................................................................67
Terza tappa del pensiero leniniano .....................................................................................................68
Caratteristiche del partito bolscevico ...........................................................................................................69
Partito milizia .............................................................................................................................70
Caso italiano ........................................................................................................................71
Effetti politici.............................................................................................................................. 72
Liberali ...............................................................................................................................................72
Radicali ..............................................................................................................................................72
Socialisti .............................................................................................................................................73

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Partito comunista d’Italia .............................................................................................................................74


Caratteristiche del Pcd’I..........................................................................................................................74
Caratteri definitivi ...................................................................................................................................74
Partiti di massa ...........................................................................................................................75
Partito socialista italiano .....................................................................................................................75
Partito popolare italiano .....................................................................................................................75
Caratteristiche del partito .............................................................................................................................76
Partito milizia .............................................................................................................................77
Caratteristiche del partito milizia dei fascisti ...............................................................................................77
Partito nazionale fascista ....................................................................................................................78
Interpretazioni del fascismo ...............................................................................................................79
Dal partito dominante al partito unico ................................................................................................80
Altri passaggi ...............................................................................................................................................81
Partito totalitario .................................................................................................................................82

DALLA PRIMA ALLA SECONDA REPUBBLICA


La parabola dei partiti della Prima Repubblica ................................................................... 85
Macrodinamiche della transizione.............................................................................................. 85
Transizione (1943-48) ........................................................................................................................85
Centrismo degasperiano (1948-53) ....................................................................................................85
Numerose svolte (1953-63) ................................................................................................................85
Centro-sinistra (1963-73) ...................................................................................................................86
Compromesso storico (1973-78) ........................................................................................................87
Crisi del sistema dei partiti (1978-92) ................................................................................................87
Due letture della parabola italiana .............................................................................................. 88
Bipartitismo imperfetto ......................................................................................................................88
Pluralismo polarizzato ........................................................................................................................88
Transizione (1943-48) ................................................................................................................89
Prima sottofase della transizione ........................................................................................................90
Partito comunista d’Italia (Pcd’I).................................................................................................................90
Partito socialista italiano di unità proletaria (Psiup) ....................................................................................92
Partito d’azione (Pda) ..................................................................................................................................93
Democrazia del lavoro (Dl) .........................................................................................................................93
Democrazia cristiana (Dc) ...........................................................................................................................93
Pli .................................................................................................................................................................95
Genesi del nuovo ordine costituzionale ..................................................................................................96
Caduta di Parri e primo governo De Gasperi ..........................................................................................97
Seconda sottofase della transizione ....................................................................................................98

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Visione di De Gasperi del rapporto Stato/partito ..................................................................................100


Terza sottofase della transizione .......................................................................................................101
Nascita del governo monocolore ..........................................................................................................102
Reazione delle sinistre, patto di Varsavia, scontro ideologico ..............................................................102
Centrismo degasperiano (1948-53) ..........................................................................................103
Elezioni del 18 aprile 1948 ...............................................................................................................103
Centrismo come modello tripolare ...................................................................................................104
Crisi del centrismo ............................................................................................................................105
Neocentrismo e nascita del centro-sinistra (1953-63) ..............................................................105
Elezioni del 7 giugno 1953 ...............................................................................................................105
Scarto tra costituzione formale e costituzione materiale ..................................................................106
La Repubblica dei partiti ..................................................................................................................107
Lungo cammino verso la sinistra ......................................................................................................108
Prima fase (1953-58/59) ............................................................................................................................108
Aperture del Psi ....................................................................................................................................108
Risposte della Dc ..................................................................................................................................109
Seconda fase (1959-63) ..............................................................................................................................109
Centro-sinistra (1963-73).......................................................................................................... 110
Interpretazioni storiografiche del centro-sinistra ..............................................................................111
Esponenti del centro-sinistra .............................................................................................................111
Questione comunista.........................................................................................................................112
Bilancio del centro-sinistra ...............................................................................................................112
Partiti.................................................................................................................................................113
Governo ......................................................................................................................................................113
Democrazia cristiana .............................................................................................................................113
Partito socialista italiano .......................................................................................................................113
Partito socialista democratico italiano ..................................................................................................114
Partito repubblicano italiano .................................................................................................................114
Opposizione ................................................................................................................................................114
Partito liberale italiano ..........................................................................................................................114
Partito socialista democratico italiano ..................................................................................................114
Partito repubblicano italiano .................................................................................................................114
Scissioni e unioni ..............................................................................................................................114
Dinamiche parlamentari....................................................................................................................115
Quattro pilastri del centro-sinistra ....................................................................................................115
Compromesso storico (1973-78) .............................................................................................. 116
Ipotesi dell’alternativa socialista ......................................................................................................116
Due visioni del compromesso storico ........................................................................................................117

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Elezioni politiche del 1976 e governi di solidarietà nazionale .........................................................117


Crisi del sistema dei partiti (1978-92) ...................................................................................... 118
Partiti in Italia ...................................................................................................................................118
Fine del compromesso storico ..........................................................................................................118
Leadership negli anni ’80 e personalizzazione della politica ...........................................................119
Trasformazioni nel Psi ......................................................................................................................120
Bettino Craxi ..............................................................................................................................................120
Intellighenzia ..............................................................................................................................................120
Motivi della scomparsa del Psi .............................................................................................................121
Cambiamenti ..............................................................................................................................................121
Decennio lungo .................................................................................................................................122
Anni ’80: decennio di svolta ......................................................................................................................122
Fattori endogeni ....................................................................................................................................122
Fattori esogeni.......................................................................................................................................123
Prima fase: dinamismo (1979-1987) ..........................................................................................................123
Crisi dei partiti ......................................................................................................................................124
Seconda fase: immobilismo (1987-92) ......................................................................................................125
La Seconda Repubblica ..................................................................................................... 127
Leadership negli anni ’90 .........................................................................................................127
Differenza con i leader degli anni ’80 ..............................................................................................127
Ascesa di Berlusconi ................................................................................................................ 127
Punti di forza di Berlusconi ..............................................................................................................127
Televisione .................................................................................................................................................127
Creazione del nemico .................................................................................................................................128
Alleati di destra ..........................................................................................................................................128
Vicenda personale ......................................................................................................................................128
Programma semplice ..................................................................................................................................128
Publitalia ....................................................................................................................................................128
Forza Italia: partito ufficiale ......................................................................................................................129
Clima favorevole ........................................................................................................................................129
Leadership di Berlusconi su Forza Italia ..........................................................................................130
Due problemi ....................................................................................................................................130
Fase dell’istituzionalizzazione ...................................................................................................................130
Problema della leadership ..........................................................................................................................130
Elezioni del 1992 ......................................................................................................................131
Come si comportano i vecchi partiti? ...............................................................................................131
Nuovi partiti e nuovi movimenti ......................................................................................................131
Le leghe ......................................................................................................................................................131
Alleanza Nazionale ....................................................................................................................................132

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M.D.A. Teoria e storia dei movimenti e dei partiti politici Schemi

Partito democratico della sinistra e Rifondazione comunista ....................................................................132


Ruolo e funzione del Presidente della Repubblica ............................................................132
Prima del 1978: Presidente notaio (ed eccezioni) .................................................................... 133
Dopo il 1978: Presidente interventista .....................................................................................133
Pertini ...............................................................................................................................................133
Cossiga .............................................................................................................................................135

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