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Egregio Signor Sindaco,

Le scrivo in risposta alla lettera che è pervenuta all’attenzione dell’assemblea comunale di


venerdì scorso, sentendomi legittimato in questo dal fatto di essermi sempre schierato, sin
dall’inizio del mio mandato nella segreteria comunale, non con uno o l’altro dei candidati di
volta in volta prospettati, bensì dalla parte di un principio di lealtà, trasparenza e
correttezza. Principio che più volte ho richiamato sostenendo la necessità di un dibattito
ampio e partecipato all’interno degli organismi collegiali del partito, e improntato ad una
coerenza più volte disattesa da estemporanei cambi di rotta e inopportune prese di
posizione a mezzo stampa.

Le riporto di seguito il significato dell’intervento che avrei voluto sostenere in occasione


dell’ultimo attivo comunale e che mi sono astenuto dall’esporre perché sarebbe risultato
profondamente ridimensionato nella sua efficacia e nel suo significato a causa della Sua
assenza e di quella di molti altri componenti del partito.

Winston Churchill sosteneva che: “La democrazia funziona quando le idee di pochi
riescono a soddisfare i pochi che contano”. È con animo carico di rammarico e amarezza
che devo constatare che anche all’interno del Partito DEMOCRATICO c’è chi intende
esercitare il proprio ruolo politico ispirandosi a questa massima. Pur correndo il rischio di
sconfinare nei domini astratti dei sofismi e dell’utopia, io continuo invece a credere
fortemente nello spirito fondante di questo nuovo partito, spesso tradito dai suoi stessi
fondatori.

Il pensiero unico non è espressione delle società e delle associazioni democratiche, ma


elemento distintivo dei regimi autocratici. Considero invece il pluralismo di idee, di
aspettative, di speranze e persino l’ambizione personale, quando esercitata sul terreno di
una sana competizione costruttiva, un grande privilegio e una grande conquista della
civiltà democratica. Un partito che si ispiri a questi valori dovrebbe saper utilizzare gli
strumenti che la democrazia mette a disposizione nel risolvere le divergenze, gli scontri, le
diversità di opinione e di pensiero. E lo strumento principe della tradizione democratica,
pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, è il VOTO. Voto esteso ad una platea più
amplia e informata possibile. Voto inteso ad individuare una posizione di maggioranza e
una o più posizioni di minoranza, ma che non attribuisce alla maggioranza il diritto di
relegare le posizioni minoritarie in un angolo e di estrometterle dall’elaborazione
programmatica, né legittima la minoranza a dar vita, polemicamente, a scissioni dolorose
di cui la nostra storia è purtroppo costellata.
Maggioranza e minoranza avrebbero invece il dovere di continuare un dialogo costruttivo
per giungere alla formulazione di proposte programmatiche articolate, rispettose dei
diversi orientamenti e in grado di raccogliere il più amplio consenso possibile. Obiettivo,
questo, che risulta praticabile se alla base del confronto, del dibattito e persino dello
scontro più aspro, ci sono LEALTÀ e RISPETTO reciproco. Valori che forse nell’ambito
dell’etica del terzo millennio sono diventate parole vuote sottomesse alle necessità di
quella che Bismark , oltre due secoli fa, definì con il termine di Realpolitik. In assenza di
valori e di principi condivisi anche le migliori intenzioni rischiano di sfociare nel turpiloquio
e nell’offesa personale, e di ridurre la militanza politica a semplice strumento attraverso cui
far leva sulla forza del gruppo per il mero perseguimento di fini personali.

È stato sottolineato nella sua lettera che il partito, a livello locale, sarebbe privo di
organismi collegiali regolarmente costituiti e legittimati a decidere del proprio destino.
Posizione che non mi era nuova, poiché già espressa in segreteria da un alto esponente
del partito. Persona che ho avuto modo di conoscere più per il suo attivismo nella scelta
delle prossime candidature, che non per iniziative di carattere politico, sociale, economico
o culturale, legate al suo nome e promosse nei territori in cui è stato eletto al consiglio
provinciale (ma potrebbe essere una mia lacuna).

Non posso accettare di far parte di un partito in libertà condizionata, un partito


commissariato, imprigionato in cavilli statutari e regolamentari che rischiano di strangolarlo
e di condurlo all’estinzione, e che sono estranei allo spirito di partecipazione popolare che
lo ha animato nei primi mesi della sua breve vita. È assecondando un moto di orgoglio,
emerso in molti interventi dell’ultimo attivo comunale, che rispondo a quell’affermazione
(sottolineata in grassetto) rivendicando il diritto di riappropriarci delle nostre prerogative e
dei doveri che abbiamo nei confronti di quegli elettori che ci hanno votati alle ultime
primarie, convinti che un cambiamento fosse realmente possibile

Non possiamo tradire la speranza e la fiducia che hanno portato tanta gente a credere che
quella sera, anche grazie al loro contributo, stesse realmente iniziando una nuova storia e
una nuova stagione politica di questo paese. È la forza disinteressata di quella
partecipazione che ci legittima a chiedere di poter determinare il nostro futuro e di poter
scegliere la strada che vogliamo percorrere, per individuare chi meglio possa
rappresentarci alle prossime elezioni.

Sottrarsi al confronto e al giudizio, delegittimando un’assemblea che è espressione di


pluralismo e di partecipazione democratica e degradandola a semplice organo consultivo,
significa voler consegnare questo partito, anche a livello locale, nelle mani dei pochi che
contano, come sosteneva Churchill. Una élite di nominati. Una oligarchia litigiosa che si è
dimostrata incapace di fare del PD un’alternativa reale e credibile al modello di governo
proposto dal cosiddetto Popolo delle Libertà, e che per colpa di questa incoerenza ci ha
trascinati di sconfitta in sconfitta. Non basta cambiare nome per definirsi nuovi. Occorre
avere il coraggio di praticare percorsi e metodi realmente nuovi.

I leader di un gruppo e di una comunità che si riconoscano nei valori della democrazia,
non possono derivare la loro autorità e la loro autorevolezza da un’investitura dall’alto,
come monarchi che legittimano il proprio potere per intercessione divina. Io non sono
credente e non sono disposto a sottomettermi ad atti di fede. I leader devono saper
emergere all’interno di un gruppo per la validità delle loro idee e per l’efficacia delle loro
azioni, e affermare la loro autorevolezza attraverso il consenso che riescono ad aggregare
attorno al proprio operato.

È per coerenza con quanto Lei stessa ha sostenuto nel corso di recenti riunioni di circolo
che La invito a non rifuggire il confronto dialettico con posizioni diverse dalle Sue,
accettando di partecipare alle primarie o in alternativa ad una votazione dei membri che
compongono l’attivo comunale, e che sono emanazione diretta del voto di quei cittadini
che, per usare un’espressione tanto sbandierata nei dibattiti pubblici, vengono identificati
con il popolo delle primarie.

Distinti saluti

Emiliano Tortolini