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ELABORATO

Nel mio percorso da tirocinante all’interno del Policlinico di Tor Vergata, ho potuto
osservare diversi approcci che appartengono a quello che è il modo di relazionarsi tra
la figura del fisioterapista e il paziente. In base a queste vedute mi sono posto una
serie di domande che stanno alla base proprio di questo rapporto, cercandone un
significato che ancora devo trovare. In questa esperienza, mi colpì particolarmente
una tutor che mi venne assegnata quando capitai nel reparto di cardiochirurgia;
questo perché ogniqualvolta le si presentasse un paziente particolarmente
“complicato” o “difficile” per uno status psico-fisico, cercava di “bypassarlo”, a volte
palesando il suo dissenso e la sua svogliatezza nel dover trattarlo, “cedendo così il
testimone” a noi (ancora inesperte matricole tirocinanti).
Paradossalmente vedendola all’opera in determinate situazioni, non mi diede neanche
adito a pensieri critici, fino a che non si compiesse questo fatto.
Perciò iniziai a porre maggiore attenzione, non solo alle abilità tecniche che poteva
utilizzare o meno con alcuni pazienti, ma anche alle motivazioni che c’erano dietro
determinate scelte, percependone quindi le modalità a seconda delle situazioni che si
proponevano.
Proprio per questo cercai di valutare in base ad una scala personale di valori sia il
fatto che lasciasse a noi il compito e la responsabilità di dover prenderci cura del
malato, sia per quanto concerne la scelta di non voler trattare un certo tipo di pazienti.
Partendo dal presupposto che in un primo momento vedendola all’opera mi sembrò
una terapista abbastanza competente, per il rispetto degli orari di lavoro e per le
modalità con cui si interfacciasse con il paziente, successivamente mi diede
l’impressione che forse seguisse molto alla lettera i protocolli della struttura
ospedaliera, al fine di lavorare solo in maniera tale da garantire in primis la sicurezza
per sé stessa e poi all’efficienza del servizio offerto; così facendo si affidava molto ai
precetti di quell’etica che sta alla base di una società chiusa come il nosocomio,
esulando quindi tutte quelle che fossero le responsabilità derivanti da un eventuale
libera scelta che presupponesse inevitabilmente qualche rischio. Non so bene ancora
oggi se la mia fosse stata solo una lettura sbagliata sulla competenza di quella
persona o se quest’ultima sfruttasse il fattore della “comodità” che c’era nell’avere a
disposizione due tirocinanti, che fondamentalmente dovevano imparare a cavarsela
da subito anche in situazioni più complesse, sta di fatto che se giudicare significa
“avere l’esclusività della verità” e immedesimarsi vuol dire “attuare un processo
egoistico” mi limiterò a confrontare questi comportamenti ponendoli come dei
tasselli nel confronto con le domande e i punti fermi di un mio percorso di crescita.
DECALOGO DELLE SKILLS

PROFESSIONALITÀ PREPARAZIONE
COMUNICAZIONE
CURIOSITÀ PAZIENZA
PASSIONE CURA SENSIBILITÀ
EMPATIA RISPETTO

Edoardo Surraco n° 0258319