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L'invenzione della madre

ISBN: 9788875216597

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nichel
67
Marco Peano
L’invenzione della madre

© Marco Peano, 2015


© minimum fax, 2015
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I edizione: gennaio 2015


I edizione digitale: gennaio 2015
ISBN 978-88-7521-659-7
MARCO PEANO

L’INVENZIONE DELLA MADRE


a mio padre
La storia del deterioramento di mia madre,
durato una vita, è, per alcuni versi, la storia della sua vita stessa.
La storia della mia vita è intrinsecamente legata a questa storia,
la storia del suo deterioramento. È la storia intorno alla quale
ruota costantemente il mio modo di percepire me stesso e gli altri.
Sarà questa storia, o in ogni caso il mio ruolo in questa storia,
a permettermi di non perdere mia madre.

Donald Antrim
1. MATTIA
(L’ANNO PRIMA)
La festa

La madre sarebbe tornata. Dopo più di un mese in ospedale, tutto a casa era
pronto per accoglierla: Mattia e suo padre avevano curato ogni dettaglio.
Era martedì 1° febbraio 2005 e l’aria era fredda, ma c’era il sole. Ogni
cosa sembrava leggera.
Fermi in piedi, fuori dalla stanza di un ospedale di provincia, stavano in
attesa i barellieri: volontari – forse segnati da un lutto personale – che
regalano il proprio tempo ai bisognosi. Hanno il compito di predisporre la
lettiga per il trasporto del paziente da casa all’ospedale (e questo è un
viaggio triste) o, come ora con la madre di Mattia, dall’ospedale a casa (e
questo è un viaggio allegro). Si muovono rigorosamente in coppia – uno dei
due di solito ha più esperienza, l’altro cerca di imparare.
Quella volta i barellieri erano un ragazzo e un uomo anziano, e agli occhi
di Mattia persino il colore squillante delle loro divise sembrava voler
festeggiare la fine del ricovero. Con mille attenzioni avevano protetto sua
madre avvolgendola in una coperta pesante, ruvida al tatto. Non doveva
prendere freddo.
L’ambulanza avrebbe raggiunto la casa della paziente appena dimessa.
Un movimento speculare (ma al rallentatore, aveva pensato Mattia) a quello
che l’aveva condotta fin lì.

Dopo aver compiuto un’ultima ispezione alla stanza – nulla di lei doveva
restare lì dentro, neppure un fazzoletto –, Mattia seguì la madre. Spinta in
barella con molta prudenza dal ragazzo in divisa, attraversarono insieme i
corridoi, poi l’ascensore e infine raggiunsero l’uscita.
Non avrebbe più scordato l’esattezza con cui i raggi del sole, appena la
porta scorrevole si chiuse dietro di loro, colpirono il volto della madre. La
luce era perfetta, moltiplicava il biondo dei capelli radi e le illuminava i
lineamenti come una carezza; lei sorrise, poi disse qualcosa di dimenticabile
su quella giornata.
La festa proseguì a casa. Il padre di Mattia aveva invitato alcuni amici:
coppie con cui negli anni lui e la moglie avevano condiviso esperienze – fra
cui avere figli, tanto che c’erano persino un paio di coetanei di Mattia. E
ovviamente c’era la sua ragazza.
Erano tutti in cucina, attorno al tavolo su cui stavano dei bicchieri colmi
di spumante (il servizio delle grandi occasioni, quello che la madre non
voleva mai usare perché l’occasione non sembrava mai grande a
sufficienza) e una torta con il nome di lei fatto di lettere di cioccolato,
seguito dalla scritta BENTORNATA. Quel nome che qualcuno, sbagliandosi,
pronunciava mettendo una O dove c’era una A.

La nonna di Mattia – l’unica che gli era rimasta, un po’ acciaccata ma


ancora lucida – era accompagnata dalla badante. Durante il ricovero della
figlia le sue condizioni le avevano permesso di farle visita in ospedale
soltanto un paio di volte, e adesso sedeva orgogliosa a capotavola: si
tormentava il foulard con la mano malferma, e la badante glielo risistemava
sibilando nella sua lingua fatta di spigoli qualcosa che suonava come un
rimprovero bonario. La ragazza che da qualche anno si prendeva cura di lei
verificava di continuo che la vecchia fosse presentabile. Soffiandosi il naso
per la commozione di aver riabbracciato la figlia aveva sbavato un po’ il
trucco leggero con cui aveva preteso d’imbellettarsi. E adesso doveva fare
attenzione affinché non si sporcasse con la torta.

Poi alla spicciolata gli amici dei genitori se ne andarono, la sua ragazza
pure, e anche la nonna scortata dalla badante tornò a casa sua. Rimasero
loro tre, in cucina, fra bicchieri di spumante mezzi vuoti e piatti sporchi.
Padre e figlio in piedi, la donna seduta sulla poltrona.
Hai visto, disse lei non si capiva rivolta a chi, c’era anche l’ingegnere.
Perché ti vogliono bene, rispose con eccessiva sicurezza il marito.
Mattia fece sì con la testa.
E poi la madre tentò di alzarsi, senza riuscirci.
Fu allora che Mattia scattò, quasi gettandosi su di lei: Fai attenzione,
disse. Forse dovremmo... Poi rimase in silenzio, fulminato da uno sguardo
del padre.
La presero sottobraccio, disponendosi uno a sinistra e uno a destra, e con
pazienza inesauribile – un passo dopo l’altro, la sedia a portata di mano
quando lei diceva di essere stanca – l’accompagnarono di là.

Qualche ora prima, quando erano arrivati gli ospiti, la madre si era fatta
trovare già seduta in poltrona. Fra chiacchiere e ricordi inoffensivi tutto
aveva suggerito un’idea di normalità.
Ma niente più avrebbe avuto i contorni rassicuranti di una festa in
famiglia: la leggerezza esibita quel giorno era artificiosa, Mattia e suo padre
erano i principali responsabili di quella e delle tante farse che sarebbero
seguite.
Perché se era vero che la madre di Mattia era tornata a casa
dall’ospedale, era altrettanto vero che ci era tornata per morire.

Dorme ancora

Ogni giorno, Mattia si sveglia con la certezza e con il timore che quella che
è diventata la quotidianità – una quotidianità che in altri tempi non avrebbe
tollerato – stia per svanire.
Se ha dormito nel suo letto, c’è un momento sospeso che gli permette di
fingere che nulla esista. Ma quando poggia i piedi a terra, il contatto col
pavimento di legno della sua cameretta di bambino lo riporta all’oggi.
Ignora consapevolmente la stanza da letto dei suoi genitori – vuota – e
mentre scende di sotto incontra per primo il gatto, che gli si struscia
affettuoso sulle gambe per dargli il buongiorno; poi vede se stesso nello
specchio del bagno. Per ultimo ritrova il padre in cucina: un caffè davanti
bevuto per metà, la tv accesa sulle previsioni meteo e una sigaretta già
spenta a impuzzolentire il posacenere.

(Al risveglio, qualche secondo dopo aver aperto gli occhi, Mattia vorrebbe
richiuderli per ignorare la giornata che lo attende. Ma basta un accenno di
progresso – un guizzo inaspettato da parte di quel corpo metastatizzato, ad
esempio – e la giornata viene subito rubricata come piacevole. Tanto che la
sera cerca in ogni modo di ritardare il sonno: mangia dei biscotti, scambia
qualche sms con la sua ragazza, fa ordine fra le sue innumerevoli
videocassette.)

Com’è andata la notte?, domanda Mattia.


Il padre alza le spalle e fa una smorfia. Sembra Jean-Paul Belmondo
invecchiato e ingrassato, pensa Mattia; poi si corregge, perché la
somiglianza fisica non c’entra niente: sembra un uomo che da giovane si
atteggiava a Jean-Paul Belmondo.
Mattia consuma la colazione in silenzio, mentre il conduttore del meteo
dice che la primavera fa i capricci, ma non bisogna disperare.
Vado di là, dice poi, mettendo nel lavello tazze e cucchiaini.
Solo allora il padre si decide a dire le prime parole della giornata: Dorme
ancora.

«Di là» è il modo convenzionale con cui Mattia e il padre hanno preso a
chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo
all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia. Un edificio costruito
una decina d’anni prima nell’ampio cortile: accanto all’officina del padre,
dove un tempo c’era un pollaio sorge una specie di dépendance dotata di
bagno e cucina. Mattia adolescente ci faceva le feste, lì dentro, e in questo
modo – sotto la custodia blanda dei genitori, rassicurati dall’avere il figlio
in casa – riusciva a ricavarsi uno spazio di libertà e divertimento. È in quel
fabbricato che Mattia ha iniziato a scoprire il mondo.
La madre, incapace di affrontare tre rampe di scale per raggiungere la
camera matrimoniale, è ora confinata in quella dépendance. Come se
mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno, dieci? – dalla casa vera e
propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare
l’abitudine di pensarla «al di là».
Il basso fabbricato è diventato il luogo in cui padre e figlio, a giorni
alterni, dormono sul divano-letto a fianco del materasso ortopedico dove la
donna riposa. Vegliano la madre, la moglie, in un tempo che, anche se
sembra averne tutte le caratteristiche, non sarà infinito.

(Si hanno testimonianze di sepolture fin dall’Età della pietra: si tenevano


lontani i morti per timore che tornassero.)
Non appena esce di casa, Mattia incontra persone che gli chiedono notizie.
Dopo quel breve pomeriggio in cui hanno festeggiato insieme il rientro
della madre, nessuno – tranne le amiche che vengono a trovarla di tanto in
tanto – l’ha più vista, e allora la gente fa congetture.
Il figlio come un alunno preparato gestisce quel piccolo assedio fornendo
un resoconto preciso. Non si rende però conto di adattare ogni volta il
responso: contraddice le aspettative dei suoi interlocutori, li depista. Tanto
più negli occhi di chi ha davanti Mattia legge lo scetticismo verso l’idea
della sopravvivenza, più tende a minimizzare la ferocia del morbo,
snocciolando le probabilità di riuscita del trattamento. Tanto più l’altra
persona sembra non percepire l’entità della malattia, più lui cerca di
sottolineare l’assottigliarsi delle speranze, l’allontanarsi della possibilità di
salvezza.
Nel tempo ha appreso strategie sempre più sofisticate per nascondere la
verità. Mente alla madre, alla sua ragazza, alla nonna – forse l’unica a
credere che tutto possa ancora risolversi –, persino a se stesso.

(Mattia ha ventisei anni. Ne aveva diciassette quando sua madre si è


scoperta ammalata. Sono trascorsi nove anni – più di cento mesi – da quel
giorno. Ora lei ha cinquantaquattro anni, e li avrà per sempre.)

Il lungo ultimo anno

Stasera cenano insieme, madre e figlio, di là: due piatti apparecchiati sul
ripiano di un carrellino servitore. Un carrellino uguale a quello degli
ospedali, comprato in un negozio di sanitari ortopedici.
La madre durante il pasto rimane sul letto, ma seduta. Tiene le gambe
ciondoloni – gonfie per la scarsa circolazione – contro un fianco del
materasso, quasi dovesse scendere e mettersi a camminare all’improvviso
stupendo tutti. Ha un bavaglino legato intorno al collo, perché non si
sporchi né rischi di sporcare le lenzuola. Come sempre, si è fatta sistemare
dietro la schiena tre-quattro cuscini che, premendo contro la sponda di
contenimento, facciano da spessore – illudendola così di essere su una vera
sedia.
(Ogni sera, per un anno, si osserveranno l’un l’altra mangiare. I loro
modesti riti della cena subiranno modifiche dapprima impercettibili, poi
sempre più evidenti.)

È venuto il momento dei farmaci. Mattia ha creato un file di Word chiamato


Medicine.doc, dove ha ricopiato le posologie e i nomi di tutti i farmaci che
la madre assume al mattino (molti), nel corso della giornata (pochi) e prima
di dormire (molti). Poi l’ha stampato e ha appeso il foglio accanto al tavolo
dei medicinali.
A leggerlo ad alta voce, sembra di recitare un rosario degli orrori: Ms
Contin, Laevolac, Lasix, Xeloda, Megacort, Tapazole, Limpidex, Osteofos,
Fosamax, Levopraid, Dissenten, Mycostatin, Diflucan, Katoxyn. Accanto a
ogni nome – compresse, sciroppi, gocce, farmaci che aiutano a tollerare
altri farmaci – è indicato un orario, una dose, un’alternativa qualora un
medicinale non fosse disponibile in farmacia. Tutto quell’insieme di nomi
viene costantemente aggiornato a seconda dell’evolversi delle condizioni di
salute della madre, delle intolleranze o resistenze che si sviluppano
nell’organismo di quella donna in fase terminale. Allora Mattia ogni volta
riapre il file salvandolo con un altro nome – Medicine2.doc; Medicine3.doc;
Medicine4.doc (segretamente sogna di ingannare la morte aggiornandolo
all’infinito) – e modifica quel che c’è da modificare, calibrando le
posologie secondo le nuove prescrizioni dei medici.

Ora insieme a suo padre sistema la madre per la notte. Hanno un intero
mobiletto con l’occorrente: bende, pannoloni, traverse monouso, garze
sterili, cerotti, acqua ossigenata. C’è anche un botticino di alcol denaturato
che Mattia però trova sgradevole: ha un odore che non riesce ad associare
all’idea di disinfettante, un odore insistente.
Dapprima la cambiano: seguendo un copione collaudato la donna si
sdraia sul letto, afferra con forza le sponde di contenimento (si sono rese
indispensabili perché all’inizio il terrore della madre era quello di cadere a
terra) e si volta di lato, offrendo la schiena. Allora Mattia, sapendo che in
quella posizione è tutt’altro che comoda, rapido scolla gli adesivi del
pannolone, lo fa scivolare verso di sé e lo getta – pesante di urina – in un
secchio blu. Applica un po’ di pomata sulla ferita che la madre ha
all’altezza dell’osso sacro (un’oscena cicatrice che per fortuna va
rimarginandosi, dovuta ai prelievi di liquido cerebrospinale inflitti tramite
dolorosissime iniezioni lombari), e la spalma con movimenti concentrici
intorno a quella pelle nuova che fino a qualche giorno prima mostrava il
rosso della carne pulsante.
Poi spruzza sulla schiena, sulle natiche e sui polpacci un prodotto che ha
del miracoloso: spray per evitare le piaghe da decubito, aria gelida che –
dando una temporanea pennellata di vita – aiuta la pelle a mantenersi
elastica.
Nel frattempo, il padre ha già riempito la bacinella gialla con acqua
tiepida e sapone.

(Il gatto che hanno in casa sposta la sabbietta della lettiera con le zampe,
annusa il suo stesso odore, poi si accoccola e fa i suoi bisogni, che a Mattia
tocca poi buttare.)

Adesso è il figlio a reggere la bacinella, mentre il marito intinge una spugna


morbida nell’acqua insaponata, e poi tenendola sospesa sotto l’ombelico di
lei la strizza appena: l’acqua, insinuandosi in rivoletti fra le pieghe della
carne, darà una breve impressione di sollievo. L’uomo muove la spugna
umida sulla pelle e deterge così il sudore, le tracce di urina, le eventuali
briciole di pane che sono precipitate nelle parti più intime di sua moglie.
Dopo averla tamponata con un asciugamano, Mattia conclude
l’operazione con un’abbondante spolverata di borotalco. Pesca un altro
pannolone dal pacco, lo svolge, e quando la madre l’ha indossato lo
assicura (ogni pannolone è dotato di doppie strisce adesive, in modo da
poter essere risistemato qualora la prima incollatura non dovesse risultare
soddisfacente). Il padre, che si è già disfatto della vecchia traversa, ne scarta
un’altra e insieme al figlio distende sul letto quel telo impermeabile e
soffice.
La madre di Mattia si volta quindi dal lato opposto – la sponda di
contenimento è stata abbassata per permettere le manovre – e stringe i
fianchi del figlio mentre gli dice: Non mi lasciare, eh.

(C’è una sequenza in Parla con lei di Pedro Almodóvar in cui viene
mostrata la cerimonia di vestizione del torero: prima di una corrida, ci si
abbiglia con cura per dare o ricevere la morte.)
Una volta girata furiosamente la manovella fino a rendere del tutto
orizzontale il materasso, Mattia e suo padre afferrano la madre sotto le
ascelle per trascinarla con un gesto energico ma non brusco verso la
testiera.
Non sempre però il malato riesce a controllare le funzioni corporali. Può
succedere che, proprio nel bel mezzo della preparazione per la notte, uno
spasmo involontario si concretizzi in un getto caldo di urina – l’odore acre
dei medicinali che si palesa negli umori è qualcosa che Mattia ha imparato a
riconoscere – vanificando tutto il lavoro.
E allora non resta che ricominciare da capo.

L’origine

Mattia e la sua ragazza erano in auto, sul ciglio di una strada: lui seduto sul
sedile posteriore, lei al posto del passeggero. Stavano parlando della serata
che si apprestavano a trascorrere insieme, l’alito si condensava in fumetti
intorno alle loro bocche. Aspettavano un’amica, scesa a prendere le
sigarette al distributore automatico. Era l’autunno del 2004, una manciata di
mesi prima di quel ricovero che avrebbe reso necessario l’allestimento di un
nuovo spazio in cui accogliere la madre una volta rientrata dall’ospedale.
All’improvviso il cellulare di Mattia squillò: una telefonata dal numero di
casa. Lui era pronto a rispondere al telefono con indifferenza, non scocciato
ma nemmeno particolarmente curioso. Però restò immobile, come se
qualcosa lo bloccasse.
L’auto aveva il motore acceso, il riscaldamento si sforzava di infondere
un po’ di calore a quell’abitacolo piantato nel cuore della provincia e della
notte del mondo. Il trillo si faceva via via più insistente, riempiendo lo
spazio con le note di una suoneria preimpostata.
La ragazza di Mattia si voltò verso di lui, ribadendogli con gli occhi che
il cellulare stava squillando: cosa aspettava? Ma proprio in quel momento
qualcuno bussò sul vetro con le nocche: era l’amica scesa per comprare le
sigarette, la proprietaria dell’auto. La ragazza di Mattia abbassò il
finestrino, e lui sentì appena la voce dell’amica chiedere in prestito venti
centesimi; era ipnotizzato dal suono del cellulare che stringeva in mano, e
che di lì a poco avrebbe smesso di squillare.
Il finestrino si era abbassato grazie a una semplice pressione su un tasto –
una ghigliottina al rovescio –, e un po’ d’aria calda era scivolata via,
sostituita da quella fresca che subito si era intrufolata.
La ragazza di Mattia, dopo aver frugato nella borsetta, diede alla sua
amica gli spiccioli che le mancavano, e lui nel frattempo rispose. All’altro
capo del cellulare la voce della madre gli chiese (tradendo una nota di
preoccupazione, ma Mattia non l’avvertì o finse di ignorarla) a che ora
sarebbe tornato. E dopo aver ricevuto da parte del figlio una risposta vaga,
lei – simulando una tranquillità sempre più vacillante – aggiunse in modo
apparentemente distratto che era successo un’altra volta.
Così, senza bisogno che la madre dicesse altro, lui capì: era di nuovo
caduta. Ma niente di grave, lo rassicurò lei con dolcezza, non mi sono fatta
male: stavo facendo le scale e devo aver poggiato storto il piede.
Dopo che Mattia ebbe riagganciato, la ragazza lo inchiodò con gli occhi.
Lui conosceva bene quello sguardo, era quello che non ammetteva giri di
parole – poteva soltanto dire la verità. Allora Mattia, quasi dovesse
confessare un tradimento, le raccontò un episodio che le aveva taciuto.

La settimana precedente era in camera sua davanti al pc. Tramite uno di


quei programmi che permettono di avere tutta la musica gratuita che
desideri, aveva appena scaricato una canzone sciocca che era stata un
successo dell’estate, e ora la stava ascoltando.
Non pensava a nulla in particolare, però con una parte del cervello
registrava la presenza della madre nella stanza accanto. Avvertiva il fruscio
di ante che si aprivano e chiudevano, i passi leggeri di lei sui listelli di
legno del pavimento.
La canzone estiva era al ritornello quando Mattia aveva sentito un rumore
provenire dalla camera da letto dei genitori – un rumore sbagliato. Aveva
abbassato il volume proprio mentre la canzoncina lanciava il suo messaggio
composto da parole come «sogno» e «mare», allungando il collo in
direzione della stanza accanto. Aveva chiamato la madre una volta, due
volte, poi si era alzato.
L’aveva trovata stesa a terra, le mani portate alla testa, un taglio profondo
su una spalla che sanguinava. Si era spaventato, ma lei sembrava stare bene:
aveva urtato contro lo spigolo di un comodino e si era ferita.
Solo, aveva detto lei, non so cosa mi è successo, mi è venuto mal di testa
e sono caduta.

(Nella camera dei suoi genitori c’è uno specchio: lungo, rettangolare – se ci
si posiziona a un paio di metri è possibile vedersi a figura intera. Mattia
bambino studiava la madre di nascosto mentre, davanti a quello specchio, si
preparava prima di uscire. Ricorda il trucco che usava per colorire le
guance, ma soprattutto quello per mettere gli occhi in evidenza: un segno
nero ad avvolgere quell’azzurro impetuoso che in futuro, in un involucro di
madre buttato sul letto, il figlio non sarebbe più riuscito a trovare.)

Da quella prima caduta avevano avuto inizio dei dolori alla schiena che
nessuno, nella famiglia di Mattia – forse per motivi scaramantici –, aveva
associato ai due precedenti casi di cancro della madre.
Cancro. Questa parola era stata ripetuta talmente tante volte da tutti loro,
nel corso degli anni, che la forza spaventosa che possedeva – e che faceva
tremare la voce quando ne parlavano – era ormai un ricordo lontano. Mattia
si era convinto che il cancro fosse qualcosa che (se scoperto in tempo, ed
ecco perché la gente moriva: mancava la prevenzione) potesse essere
curato. Perché così era stato per sua madre fino ad allora: il potere feroce di
quel vocabolo assoluto, nel corpo di donna che ha generato Mattia, era stato
disinnescato per ben due volte.

Però quella sera, mentre qualcuno bussava al vetro di un’auto e un


finestrino veniva abbassato – un po’ d’aria calda scivolava via, subito
sostituita da quella fresca – prima ancora di rispondere al cellulare che
andava raffreddandosi nella sua mano, Mattia riuscì a intravedere il quadro
esatto di ciò che era accaduto.
Si era trattato semplicemente di un repentino abbassamento della
temperatura: eppure la morte di ogni organismo avviene così.

Guida alla morte in provincia


Mattia abita in un paese in cui ogni cosa è immobile. A sorvolarlo, appare
come un plastico dai contorni ben definiti. Da un lato c’è un’imponente
cava d’amianto – una miniera bonificata, ormai in disuso, dove nei decenni
precedenti tutti gli abitanti di sesso maschile trovavano impiego. Dall’altro
lato la fonderia – l’azienda del paese, unico posto di lavoro attualmente a
disposizione dei giovani che non hanno genitori con un’attività
commerciale da tramandare.
Le strade, come in tutti i paesi di provincia, si raccolgono intorno alla
piazza dove c’è la chiesa e si tiene il mercato. Raggruppate tutte insieme,
simili ad animali che cercano di scaldarsi, ci sono le case; i tetti, visti
dall’alto, sono un agglomerato sbiadito che suggerisce un’idea di fragilità.
Se a qualcuno dovesse mai venire l’assurda idea di realizzare un
documentario che racconti l’evoluzione topografica del paese ricorrendo
alla tecnica del time-lapse, si otterrebbe un effetto di staticità nel
cambiamento. Ci si renderebbe conto che nella conca in cui quel luogo è
infossato, protetto da vigili montagne, ciascuna famiglia è nel medesimo
punto da generazioni. Chi può, ripete la professione dei propri genitori e dei
propri nonni: il macellaio, il contadino, la maestra, l’edicolante, il lattaio.
Lungo quelle strade male asfaltate si aggirano personaggi che ruminano,
mansueti come le bestie che allevano. E altri che aggrediscono, schiumosi
di rabbia come i cani da difesa che mettono nei loro cortili. Nella parte più a
nord, dove le case si diradano, si trovano le terre da proteggere nei
testamenti e negli atti catastali; si trovano le vigne, dove coltivare l’uva da
cui si ricava un vino aspro e tagliente.
Il nonno di Mattia – che scelse di mantenere la sua famiglia grazie al
lavoro nella cava d’amianto – fu uno dei primi, in paese, ad ammalarsi e
morire a causa del mesotelioma polmonare, una patologia causata
dall’esposizione all’asbesto.

(Quasi nessuno degli abitanti osa allontanarsi troppo, come se quel posto
fosse una maledizione da cui non ci si libera. Se uno di loro – Mattia l’ha
visto succedere ad alcuni suoi amici – sceglie di andarsene per studio o per
lavoro stabilendosi nelle città vicine, viene visto con sospetto. E nel caso in
cui dopo qualche tempo decida di tornare ad abitare in paese, non gli è più
possibile farne di nuovo parte: tacciato di alto tradimento, viene rigettato
dalla comunità e bollato come fallito.)
I genitori di Mattia hanno assecondato con poca convinzione quella che per
lui è una passione: ha studiato cinema. Non si è mai laureato (il file
Tesi.doc, lasciato a metà, dorme da anni nella pancia del suo computer
accanto al file Medicine.doc in continuo aggiornamento). Si è gingillato con
l’idea di poter fare della sua passione qualcosa che lo potesse far apparire
agli occhi altrui come un individuo dotato di talento. Ha diretto un paio di
cortometraggi – autoprodotti e mai distribuiti –, ha provato a partecipare a
qualche festival, ma senza successo.
Incapace di smarcarsi dalla condizione di figlio, l’occasione buona
poteva essere un master nella più prestigiosa scuola di cinema a livello
nazionale. Ma continuava a procrastinare il test d’ammissione: la sua
ragazza cosa avrebbe pensato del fatto che si dovesse trasferire a ottocento
chilometri di distanza? E i soldi dove li avrebbe trovati? In ogni caso, prima
avrebbe dovuto mettere la parola «fine» a quella maledetta tesi. La malattia
della madre è ora la scusa perfetta per rimandare ancora.
Da qualche tempo ha trovato rifugio ad appena tre chilometri da lì, nel
paese accanto, in una videoteca in cui lavora come commesso. Certo,
adesso che le videocassette sembrano condannate all’antiquariato è a tutti
gli effetti un controsenso chiamare videoteca quel negozio di dvd. Del resto
anche commesso è un termine difficile da maneggiare, e fa sorridere Mattia
ogni volta che lo pronuncia – non può impedirsi di ripensare a quel film di
successo di una decina d’anni prima –, è un termine che gli suona molto
meglio al femminile.
La verità è che a lui non interessa granché il suo lavoro.
Se ne sta seduto tutto il giorno su uno sgabello, sfogliando riviste che
parlano delle ultime novità. Sempre seduto sullo stesso sgabello, guarda con
scarsa attenzione un film dopo l’altro nella tv grande, poggiata sul bancone.
La gente entra ed esce dal negozio, gli fa domande di vario tipo, i clienti
scherzano con lui e lui scherza con loro.
A Mattia piace anche annoiarsi, in negozio. Sa che lì non potrà starci per
sempre, sa che è solo una pausa nella sua esistenza: un modo codardo di
prendere altro tempo. Riempire il tempo di nulla è comunque vivere.

(La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in
bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla
sua, ingoiarla e assorbirla – non restituirla più al mondo.)

Se fumasse sarebbe il momento ideale

Quella che si sta per concludere è l’ultima estate che Mattia ha a


disposizione per dire alla madre tutto quello che ha da dirle. Un periodo
dolce e feroce insieme, l’estate del 2005.

Si sveglia all’improvviso ed è notte. Ha lasciato la finestra aperta perché fa


caldissimo, in lontananza si sente un cane abbaiare.
Non ricorda cosa stesse sognando, anzi sì. Era in gelateria, e sceglieva
una gigantesca coppa di gelato al limone. Solo che quando Mattia usciva
dal negozio, le case intorno erano bruciate, distrutte: carcasse di uomini e
animali mezzi carbonizzati stavano in mezzo alla strada, sui balconi, vicino
alle macchine.
Mattia affondava il cucchiaino di plastica nell’impasto morbido del
gelato: non era spaventato, intorno a lui si allargava un silenzio quasi
rilassante. Su una panchina c’erano due corpi fusi insieme, raggiunti dalla
fine del mondo mentre si stavano baciando. Gli sembrava di essere in visita
alle rovine di Pompei, riusciva a pensare Mattia nel sogno. Ma quando
abbassava lo sguardo si accorgeva che la coppa nelle sue mani era sparita.

Si alza dal divano-letto col fiato mozzato, e cerca con gli occhi la realtà: la
madre dorme accanto a lui il sonno della malattia. Alla luce della luna la
osserva respirare, avvolta nelle coperte. I capelli finissimi della
chemioterapia le disegnano sentieri interrotti sulla testa piccola.
Mattia va in bagno: se fumasse sarebbe il momento ideale per farsi una
sigaretta, invece non ha mai fumato in vita sua. Deve solo fare un po’ di
pipì, però si siede sul water e sfoglia una rivista di giardinaggio. È pigro,
preferisce non rimanere in piedi nemmeno per quei pochi secondi necessari;
neanche si accorge di replicare la postura che tiene ogni giorno al lavoro.
La sua faccia appena sveglio (anche se il sonno è stato abbondante) è
sempre contorta, quando si guarda allo specchio del bagno si vede orribile:
gli occhi gonfi come dopo una sbornia, la pelle di un colore insano.
Da un po’ di tempo, inoltre, se è particolarmente affaticato o nervoso, la
vista di Mattia s’indebolisce per alcuni minuti: la parte centrale del campo
visivo è come fuori fuoco. Chi dovesse assistere a una di queste crisi visive
noterebbe nel suo sguardo una vacuità prossima a un dolore. Eppure
l’intervento al laser per la correzione della miopia che Mattia ha fatto anni
prima non gli ha mai dato alcun problema.
Deve decidersi ad andare dall’oculista, anche se il suo capo, sistemandosi
in testa il berretto, gli ha chiarito che se spera di aver trovato una scusa per
starsene a casa, quella è la porta e arrivederci. Mattia però non intende
rinunciare al pur ridicolo stipendio che porta a casa ogni mese, è convinto
che il giorno in cui s’iscriverà a una scuola di cinema quei soldi gli faranno
comodo.

Ogni mattino si sveglia e, osservando il gatto che gli viene incontro


facendogli le fusa, Mattia pensa che quella bestiola – da quando la madre si
è aggravata il gatto non ha più voluto avvicinarsi al basso fabbricato – le
sopravviverà.

Il lavoro che fa

Quando arriva in videoteca, per prima cosa posa la borsa a tracolla dietro il
bancone, poi accende la tv e infila nel lettore un film qualsiasi.
Il suo capo è quasi sempre fuori, dice di avere degli impegni urgenti da
sbrigare. Mattia sa benissimo che in realtà è al bar della stazione: starà
bevendo l’ennesimo aperitivo con gli amici. L’ha visto più volte, gli occhi
piccoli nascosti dal berretto ben calcato in testa, mentre ingoia noccioline
seduto a un tavolino. Glielo confermano anche i clienti – ormai conoscono
bene Mattia, e lui conosce bene loro.

Ci sono quelli che hanno la tessera e noleggiano un dvd ogni due-tre


settimane; ci sono i fedelissimi che hanno deciso di aderire all’operazione
«tesseramento gold» e possono noleggiare tre dvd alla settimana al prezzo
di due; e poi ci sono quelli che non sono tesserati e vengono più che altro in
negozio per acquistare direttamente i dvd o gli articoli regalo. O per parlare
con Mattia.
Ci sono anche quelli che fanno la tessera e spariscono. Noleggiano un
film ogni sei mesi: il minimo previsto dal regolamento del negozio. Il
tesseramento è gratuito, mentre il rinnovo costa due euro. Sembra una cosa
stupida ma non è così: poco prima dello scadere dei sei mesi, infatti, Mattia
invia un sms al costo di dieci centesimi con il cellulare del suo capo,
invitando i clienti a noleggiare almeno un dvd. Forse la cosa non è legale,
ma quelli lo fanno quasi sempre e senza protestare: noleggiare un dvd per
un massimo di quattro ore viene solo un euro (la metà di quanto
spenderebbero se volessero rinnovare la tessera), poi restituiscono il dvd e
spariscono per altri sei mesi. Al proprietario interessa poter dire ai suoi
amici al bar, fra un aperitivo e l’altro, di avere tanti tesserati, ma lo zoccolo
duro dei clienti è davvero scarso.

Quello che nessuno sa è che Mattia è felice di rimanere da solo in


videoteca. Si sente a suo agio fra le pareti fitte di locandine appiccicate
maldestramente con lo scotch che brillano sotto le luci del negozio. Un
cartello all’ingresso recita LE CUSTODIE SONO VUOTE, anche se ogni tanto
qualcuno ne ruba comunque una per la sua collezione di film piratati.
C’è un momento preciso, poco prima della chiusura, quando la serranda è
già abbassata e ormai il suo capo se ne è andato da un pezzo, che lui ama
moltissimo.
Accende il televisore più piccolo, quello che hanno nell’ufficio, e solo
allora recupera la borsa a tracolla da dietro il bancone. Sorride appena, e si
china sul videoregistratore: un apparecchio che quando riavvolge il nastro
emette un rumore in crescendo spaventoso, sembra quasi debba decollare.
Poi Mattia fa quel che deve fare.

Quando ha finito inserisce l’allarme del negozio, verifica che il distributore


automatico sia in funzione e s’incammina verso la fermata della corriera.

Dieci anni in uno

Cos’è che tiene insieme una famiglia? è la scritta che compare sulla parte
bassa dello schermo tv, mentre il conduttore di un programma domenicale
intervista una diva del cinema sposata da trent’anni con un attore; insieme
hanno avuto una mezza dozzina di figli, diventati anche loro più o meno
celebri.
Il volume è azzerato, Mattia sta preparando il caffè del dopo pranzo.
Cos’ha tenuto insieme la sua, di famiglia? Non lo sa, ma ha la presunzione
di pensare che sua madre abbia giocato un ruolo importantissimo negli
equilibri quotidiani: se lei non avesse retto, lui e suo padre non avrebbero
mai trovato le forze per contrastare l’avanzata dell’orrore. Un orrore che ha
il suo inizio nel 1996.

Nel corso di un controllo di routine, alla madre di Mattia (quarantacinque


anni) viene diagnosticato un cancro al seno: è necessario intervenire in
tempi brevi. L’area interessata è la mammella destra, e di fronte alla scelta
cui la mettono i medici – una quadrantectomia, cioè una parziale
asportazione del tessuto mammario «con eccellenti risultati estetici», come
dirà un chirurgo; o una mastectomia, cioè un’asportazione totale, più
aggressiva – lei non esita un solo istante. Anche se non ci sono metastasi
visibili nella zona circostante, anche se ciò comporterà dire addio ai
linfonodi ascellari (e quindi avere, in futuro, una limitazione nell’uso del
braccio destro) si fa togliere tutto.
All’epoca Mattia frequenta il liceo, e non è un adolescente
particolarmente perspicace: di quella situazione gli capita di parlare durante
l’intervallo con l’insegnante di scienze, una signora con lo sguardo bovino
prossima alla pensione. Lei lo mette in imbarazzo dicendogli: Ci sono
passata anch’io, poi lo rassicura sulla frequenza e ormai sicurezza di questo
genere di operazioni. Qualche tempo dopo scoprirà da un ex compagno che
l’insegnante è morta di cancro.

Trascorsi appena nove mesi, conclusa la chemioterapia, la madre di Mattia


si sottopone senza indugi a un intervento – «caldamente consigliato, ma non
obbligatorio» – di svuotamento dell’altra mammella, la sinistra.
Durante la stessa sessione operatoria sceglie di farsi ricostruire entrambi i
seni devastati dai bisturi grazie all’inserimento sottocutaneo di una protesi.
Quando si troverà di nuovo nella sua camera da letto – il luogo in cui ha
condiviso l’intimità matrimoniale col marito –, quella protesi in qualche
modo dovrà suggerire l’idea di femminilità finita a fare compagnia agli altri
rifiuti organici prodotti dall’ospedale.
(Mattia si ritroverà, goffo, a slacciare i primi reggiseni delle coetanee, e gli
capiterà di pensare al seno della madre come a qualcosa che non sarà mai
più uguale a prima. Il figlio non resisterà all’idea di spiarla quando si sveste
– contemplerà con stupore quei capezzoli ricostruiti in sede chirurgica: le
areole due chiazze di un rosa più scuro, bidimensionali, come potrebbe
disegnarle un bambino – e non potrà fare a meno di domandarsi con quali
occhi suo padre, ora, guarderà quella che un tempo era la sua ragazza.)

Dopo una terapia ormonale che le ha indotto una precoce menopausa, la


madre di Mattia negli anni successivi segue con precisione l’iter previsto
per le pazienti operate di cancro al seno: munita di ogni esame richiesto
effettua i controlli medici necessari – forse anche qualcuno di più – e la
presenza di una recidiva viene sempre fatalmente scongiurata.
La vita riprende il suo corso, anche se la donna non può affaticare il
braccio destro: quando prova a stirare per un’ora di fila, il movimento
ripetitivo le provoca un dolore che risale dritto al petto. È una madre-
braccio quella che si aggira per casa in quel periodo, Mattia e suo padre
fanno attenzione a quel punto debole: se c’è un mobile da spostare, una
borsa della spesa troppo pesante, basta che lei faccia una minima allusione
al braccio perché qualcuno accorra in suo aiuto.

Verso la fine del 2002, però (superata di slancio la soglia che i medici
considerano a rischio, cioè quella dei sei anni entro i quali un’eventuale
recidiva può manifestarsi), c’è una sorpresa. Una massa tumorale –
diagnosticata dopo settimane in cui la madre di Mattia accusava mal di testa
e difficoltà nel coordinare i movimenti – viene individuata in
corrispondenza del cervelletto.
Quella cinquantunenne con un curriculum di prim’ordine – un carcinoma
mammario e un successivo svuotamento preventivo – presentava infatti una
sola zona del corpo in cui la chemioterapia non sarebbe potuta arrivare: la
testa. La barriera emato-encefalica aveva svolto egregiamente il suo
compito, impedendo però al liquido chemioterapico iniettato anni prima di
proteggere il tessuto cerebrale da neoplasie.
(Quando sentiamo la mancanza di qualcosa o di qualcuno, noi sentiamo la
mancanza. Allo stesso modo per cui ciò che si ha non è un cancro, ma il
cancro stesso.)

Qualcosa comunque si può fare, dicono i medici, anche se «non si


escludono complicazioni». Così si procede con un nuovo intervento che,
sorprendendo tutti, anche questa volta verrà definito riuscito.
L’asportazione completa di quella massa vede nuovamente trionfare la
donna, che dopo una lunga convalescenza e due interminabili cicli di
radioterapia riprende a guidare e a passeggiare, ad andare a cena con le
amiche e a lavorare. Sembra quasi coperta da una patina di immortalità.
Ora che ha un corpo irradiato e invincibile la madre di Mattia può
rientrare in possesso di tutto ciò che le apparteneva: la sua vita precedente.

Ma nell’autunno 2004, all’età di cinquantatré anni, la madre comincia a


perdere l’equilibrio. La prima volta in cui viene colta da un capogiro è in
camera da letto, e il figlio non dà troppo peso alla cosa: un taglio su una
spalla sembra l’unica conseguenza della caduta.
Spuntano però dei fastidiosi dolori alla schiena, e la sera in cui Mattia
viene raggiunto da una telefonata sospetta – lui è in auto con la sua ragazza,
e non si decide a rispondere al cellulare – è il momento in cui capisce che la
madre è di nuovo in pericolo.
Quest’ennesima evoluzione della malattia dà sfoggio di sé soprattutto di
notte. La donna non riesce a dormire perché il dolore si spinge verso soglie
sempre meno tollerabili. Racconta di sentire una fitta che dalla schiena
raggiunge la testa, e che si acutizza nel momento in cui si alza dal letto. Una
scheggia di intensità variabile le attraversa il corpo come una freccia che va
a conficcarsi sempre nello stesso punto, martellando, insistendo, scavando
un solco invisibile alla base del collo, lì dove ha inizio la colonna
vertebrale.

(C’è una sequenza, nella Stanza del figlio, in cui il personaggio di Silvio
Orlando sta facendo una seduta dall’analista interpretato da Nanni Moretti.
A un certo punto Orlando gli confida di avere un cancro, e dice che
fondamentale ai fini della guarigione è l’atteggiamento psicologico del
paziente verso la malattia. Al che Moretti, neppure troppo seccato, gli
risponde che anche se il malato è combattivo, quando deve andare a finire
male non c’è scampo.)

Chi muore viene spesso accusato di una colpa assurda: quella di volersene
andare. Come se chi guarisce avesse un merito. E poiché tutti – nel tempo
immobile della malattia – hanno sempre lodato la madre per la sua forza di
volontà, forse la salvezza è ancora possibile.
Finché un prelievo di liquido spinale rivela, nel novembre del 2004, la
presenza di una carcinosi meningea inoperabile.

(Qual è stata la cellula originaria che ha dato il via al processo di


formazione del primo cancro che la colpì? In quale frammento di DNA era
contenuta quell’informazione sbagliata, la si poteva arginare? Questo più di
ogni altra cosa terrorizza Mattia: il territorio del possibile. Probabilmente
quell’errore genetico c’era già prima che lei nascesse, attendeva un
organismo in cui abitare, e un tempo in cui manifestarsi.)

Ecco che allora, lunedì 27 dicembre 2004, la madre di Mattia venne


nuovamente ricoverata in ospedale. Incapace di mantenere l’equilibrio
senza qualcuno che l’aiutasse a stare in piedi, ripeteva a chiunque
«Incespico» – e la scelta di quel vocabolo, così insolito, provocava nel
figlio una tenace commozione. Era intrappolata in un letto, i capelli sempre
più sottili appoggiati sul cuscino, il viso sempre più gonfio di cortisone e
due nuove amiche a farle compagnia: una padella per umiliarsi ogni volta in
cui chiedeva aiuto a qualcuno per pisciare, un deambulatore per illudersi di
tornare a camminare. La parte superiore del pigiama sarebbe diventata la
sua divisa, sostituita periodicamente da un altro pigiama come ci si cambia
d’abito, e un pannolone a cingerle la vita avrebbe completato il quadro.

Il nucleo famigliare formato da padre madre e figlio ha resistito a tutti


quegli affondi tanto da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il
legame, ciò che li tiene uniti, ciò che permette di continuare a sommare un
giorno agli altri giorni.

Plastica, acciaio e gommapiuma


Quando una persona viene dimessa dall’ospedale, i motivi di solito sono
due.
Uno: quella persona sta bene, è guarita, si è ripresa.
Due: quella persona sta morendo.

Dopo un ricovero durato poco più di un mese, una volta fissata la data del
rientro a casa della madre (martedì 1° febbraio 2005), il primario aveva
compilato in gran velocità un modello prestampato consegnandolo a Mattia.
Era un documento composto da due fogli. Il primo annunciava una serie di
sedute di fisioterapia a domicilio, nell’altro erano elencate le cose che
sarebbero servite da quel momento in poi: un letto a manovella, un
materasso ortopedico, un cuscino pneumatico antidecubito, un piccolo
compressore, un deambulatore, una sedia a rotelle.
Per via di quella carcinosi meningea la madre non camminava più: faceva
pochi passi – il tragitto dal letto al bagno – reggendosi al girello o al braccio
di un’infermiera, poi le gambe cedevano. A Mattia ronzava in testa una
frase che lei ripeteva spesso, distesa nel letto della sua camera d’ospedale:
Sono entrata qui con le mie gambe, esco che non so più camminare.
Lo diceva al figlio, al marito, ai medici. L’idea di non riuscire a
camminare era ben peggiore di quella di essere malata.
L’altra frase che diceva sempre, questa un po’ più sottovoce, era: Proprio
adesso che stavo per andare in pensione.

(L’inizio del declino che coincide con la pensione appare a Mattia come il
più scontato degli espedienti usati nei telefilm: lo sceriffo di una cittadina di
provincia che nell’ultimo giorno di servizio ci lascia le penne.)

Così, un lunedì pomeriggio in cui il cielo minacciava pioggia, casa di


Mattia cominciò a cambiare forma. Si presentò davanti al cancello il
fattorino del negozio di articoli ospedalieri: un ragazzo giovane – indossava
una tuta verde e ostentava fiero dei baffetti da luccio – che chiese il
permesso di parcheggiare il furgoncino nel cortile.
Uno dopo l’altro, prese a scaricare con foga il compressore (Ora vi
spiego come usarlo, sillabò), il cuscino pneumatico, il deambulatore e tutto
il resto.
La sedia a rotelle Mattia l’aveva vista da vicino solo quella volta in cui
era stato al pronto soccorso per un’indigestione: non c’erano più sedie
libere e lo avevano piazzato lì. Ora invece un fattorino stava recapitando a
domicilio quegli attrezzi minacciosi, illustrandone il funzionamento. Dopo
aver raccolto una firma il ragazzo dai baffi acerbi risalì rapido sul
furgoncino, in tempo per evitare un acquazzone.
Mattia e suo padre rimasero lì, a contemplare in silenzio quei nuovi
bizzarri membri della famiglia.

Padre e figlio decisero senza dirselo di non mostrare subito la sedia a rotelle
alla madre. Anche se Mattia rischiò di infrangere subito quel patto perché,
conclusa la festa per la fine del ricovero, di fronte alla madre incapace di
alzarsi da sola dalla poltrona stava per proporre di usarla.
Per le settimane a venire avrebbero tenuto la carrozzina nascosta in
bagno, quasi fosse qualcosa di cui vergognarsi. Fu il fisioterapista, di
qualche anno più grande di Mattia, molto simpatico e determinato, a
ritenere che dopo le prime sedute fosse venuto il momento per la madre di
confrontarsi con la realtà – di provare a muoversi da quel letto con il quale
era ormai diventata un tutt’uno.
Il letto dà troppa sicurezza al malato: poi non riesce più a staccarsene,
regredisce..., spiegava loro. Il paziente va fatto ritornare a uno stato di
autosufficienza, deve dipendere solo da se stesso. Capivano che aveva
ragione, ma sembrava impossibile trovare il modo di separarla dal
materasso.
Allora, oggi vogliamo provare a farci un giro in carrozzina?, chiese un
giorno il fisioterapista alla sua paziente, sorridendo più del solito. Mattia e
il padre si guardarono: come reagirà?
La madre si passò una mano sopra l’orecchio destro – un gesto che
faceva spesso quando aveva i capelli lunghi – e li sorprese dicendo:
Proviamo.

La carrozzina, per poter entrare di là, aveva bisogno di una pedana: c’era un
gradino all’ingresso.
Il concetto di barriera architettonica non aveva mai attraversato la mente
di Mattia. E neppure i suoi genitori dovevano averci pensato quando
avevano edificato il posto dove sarebbero andati a vivere. Perché quando
costruisci una casa che si sviluppa su tre rampe di scale, e poi un basso
fabbricato dotato di bagno e cucina, non pensi che arriverà un giorno in cui
senza l’aiuto di qualcuno ti sarà impossibile affrontare un misero gradino.
Costruisci i posti per viverci, non per morirci.

Un brindisi

Mattia ha imparato un sacco di parole nuove. Con disinvoltura padroneggia


vocaboli come istologico e meningioma. Durante il pranzo, fra le briciole
sulla tovaglia, fanno capolino termini quali neoplasia e Methotrexate. Nei
sogni, ma anche negli sms e nelle mail di Mattia, spuntano espressioni tipo
circonvoluzione emisferica cerebellare e iperintensità subependimali.

Nel corpo di mia madre è in corso una guerra forte e cruenta – prova a
spiegare Mattia –, per questo fa uso di immunosoppressori: per combattere
il cancro ad armi pari.
Seduto a un tavolino, beve un amaro al bar del centro commerciale: è lì
per comprare dei bavaglini per la madre, doveva andarci con la sua ragazza
ma lei è stata trattenuta da un impegno. Mattia però non è solo: ha
incontrato una coppia di amici che non vedeva dai tempi del liceo. Erano
fidanzati già allora, e adesso che si stanno per sposare girano i negozi per
compilare la lista nozze – un elenco non così diverso da quello compilato
per il negozio di articoli ospedalieri, ha pensato Mattia che, appresa la
notizia, ha voluto a tutti i costi offrire loro qualcosa al bar.
Lei ha optato per un caffè, mentre il futuro marito ha acconsentito con
non troppo entusiasmo all’amaro proposto da Mattia.
Mi spiace, dice la ragazza soffiando sulla tazzina, sapevamo che era
malata ma non ti abbiamo mai telefonato...
Non fa niente, replica Mattia. E riprende imperterrito la spiegazione: Che
poi è improprio chiamarla guerra, perché è il corpo che si ribella, ma
quando ci hanno detto che le metastasi erano meningee, e non andavano
confuse con una leucoencefalopatia progressiva multifocale...
Si accorge che il suo ex compagno anziché ascoltarlo sta guardando il
display del cellulare. Dovete andare?, domanda allora con finta gentilezza,
fissando entrambi.
Ma no, risponde l’altro rimettendo il cellulare in tasca, è che ho detto a
mia suocera che ci saremmo visti davanti all’agenzia viaggi, e siamo un po’
in ritardo...
Capisco, dice Mattia serafico. Allora facciamo un brindisi agli sposi, no?
Mattia si accorge però che i bicchieri sono vuoti, e ignorando le proteste
dell’amico ordina repentinamente altri due amari.
Al futuro, dice Mattia ispirato, sollevando verso i neon del centro
commerciale quel bicchiere oblungo dal vetro spesso. Poi ingolla d’un fiato
il secondo amaro. L’amico ne beve mezzo sorso, dopodiché si alza in piedi
e tira fuori il portafogli.
Ma ho già detto che offro io, ribadisce Mattia battendo il palmo aperto
sul tavolino.
Non insistere, dai, dice lei al futuro marito abbozzando un sorriso.
Si salutano, con la promessa di vedersi perlomeno il giorno delle nozze:
Ti mandiamo l’invito.
Mattia resta ancora un po’ al suo tavolino, mentre i due si allontanano
senza voltarsi neppure una volta.

Carezze

È sera. La madre sta chiacchierando con un paio di amiche. Sono arrivate a


casa poco dopo l’ora di cena, ma non si tratterranno molto perché sanno che
lei deve riposare. Si sono mosse a piedi, attraversando le vie del paese
nell’aria piacevole di settembre: andare a trovare una persona che muore è
più facile se si è in due. Quando si esce dalla stanza di un malato terminale,
i visitatori parlano d’altro – non si dicono mai esplicitamente quanto
ciascuno di loro, dentro di sé, si ritenga un privilegiato.
Adesso le amiche sono sedute su due sedie, accanto al letto. La madre di
Mattia scherza sulla sua condizione, racconta qualche aneddoto ospedaliero
e poi chiede notizie di vari conoscenti. Il padre di Mattia ha offerto alle
donne qualcosa da bere e dei biscotti: proprio come il figlio, negli ultimi
tempi è diventato un ottimo padrone di casa. È premuroso nei confronti di
chi viene lì per spiare la morte da vicino.
In regalo hanno portato dei fiori, la madre ama moltissimo i fiori. Mattia
ha preso un vaso, l’ha riempito d’acqua e li ha deposti dentro, allentando un
po’ la carta stagnola intorno ai gambi delicati.
Sperando di vederti tornare presto a sorridere insieme a noi, dice il
biglietto, assicurato a una foglia da una piccola molletta colorata. Mattia
l’ha intercettato in tempo e l’ha posato in un angolo, dove sua madre –
impossibilitata a muoversi – non potrà vederlo.
Eppure loro, le cosiddette amiche, lo sanno bene che non
la vedranno più sorridere come intendono loro: né presto, né insieme.
Finita la visita, il padre di Mattia si offre di accompagnarle a casa.
Anche la madre è d’accordo: Fuori è buio, fa freddo, dice lei per
convincerle.
Le due si guardano fra loro un istante, poi accettano. Salutano l’amica
sfortunata ed escono dalla stanza. Non sembrano dispiacersi troppo.

(I malati scrutano i loro visitatori, li studiano, osservano le loro mosse e ne


soppesano con cura le parole, per comprendere la gravità della propria
situazione.)

Mi piacerebbe accarezzare il gatto, dice la madre di Mattia all’improvviso.


Come?, fa lui. Ma è solo un modo per guadagnare qualche istante.
Il gatto, ripete la donna.
Certo, dice Mattia, ora guardo se è qui fuori.
Esce, e trova l’animale in attesa, accanto alle sue ciotole: nel trambusto
delle visite nessuno si è ricordato di dargli da mangiare. Mattia lo solleva da
terra, il gatto non oppone resistenza.
Poi apre la porta di là, e quando l’animale vede la madre-letto si dimena
un po’, accenna un miagolio strozzato, ma Mattia per tutta risposta lo
stringe ancora di più.
Ecco, fa avvicinandolo al letto. Eccolo qui.
Micio, fa lei allungando una mano. Lo accarezza sulla testa, sulla
schiena. L’animale è nervoso, Mattia lo sente agitarsi sotto la sua presa.
Micio bello, fa la madre accarezzandolo lentamente.
Con un colpo di reni, la bestia riesce a liberarsi – Mattia, senza
accorgersene, ha allentato la stretta – e correndo veloce sulle zampe infila la
porta aperta, fuggendo fuori.
Pazienza, è scappato, dice la donna.
Ha fame, controbatte Mattia a disagio.
(Nel Labirinto del fauno di Guillermo del Toro, per dimenticare il territorio
bellico in cui si è trasformata la sua famiglia e insieme sfuggire alla guerra
vera che imperversa nel mondo di fuori, la piccola Ofelia s’inventa uno
spazio segreto di cui lei è la principessa.)

Più tardi, Mattia prepara sua madre per la notte. La distende con cura sul
letto e la lava, la pulisce, la cambia.
Poi quando ha finito la bacia, restituendole uno delle migliaia di baci
della buonanotte che quand’era bambino lei gli ha dato.

(Ogni volta che la sua ragazza lo sfiora, con il corpo o con gli occhi, Mattia
si accorge che gli è impossibile non paragonare qualsiasi carezza o sguardo
che riceve – e mai riceverà – con quelli ricevuti da sua madre.)

Poco lontano, protette nei blister da uno strato argenteo e sottile, le


compresse di morfina se ne stanno riposte in un contenitore di vimini sul
tavolo dei medicinali. Proprio come in altre case, in altri tempi, sono a
disposizione i cioccolatini per gli ospiti.

Un amico

Mattia apre la cassetta delle lettere: insieme alla bolletta del gas e alla
pubblicità di una ditta che distribuisce l’olio a domicilio, c’è una piccola
busta bianca. Se la rigira fra le
mani, curioso. Non è indicato nessun mittente, nessun indirizzo di
destinazione. C’è solo il nome di Mattia, scritto in inchiostro blu.
Apre la busta, e ci trova dentro un foglietto ripiegato in due. Non appena
legge quelle poche righe – l’occhio ancora non è arrivato alla fine del
messaggio, il cervello sì –, gli sembra di essere risucchiato dal pavimento.
Deve appoggiarsi al davanzale per non cadere. Il sorriso di curiosità è
scomparso, spazzato via da una smorfia. Chi scrive dice di essere un amico
di Mattia e della sua famiglia, ma è ovvio che quel messaggio non può
essere stato scritto da nessuno che possa definirsi «amico».
Non sa cosa fare, Mattia. Si guarda intorno, come se la persona che l’ha
recapitato a mano – magari di notte, magari per conto di qualcun altro –
potesse ancora essere lì vicino, nascosto da qualche parte a gustarsi la
scena.
Sono un amico di famiglia, recita il messaggio. E mi sembra giusto fare
sapere a Mattia che è una vera vergogna quello che sta succedendo a casa
sua. Suo padre nemmeno aspetta di avere seppellito la moglie al cimitero
prima di andare in giro con le troie. Non c’è rispetto neppure per chi soffre.
Rientra, e trova il padre che sta scendendo le scale. Decide di non dirgli
niente, almeno per ora. Lo osserva mentre sbocconcella un plum-cake,
nessuna espressione sul viso. Lo saluta prima di andare al lavoro, e il padre
ricambia come se quello fosse un giorno qualunque.

Mattia siede sullo sgabello del negozio. Ha il cellulare in mano, vorrebbe


chiamare la sua ragazza e spiegarle l’accaduto. Chiederle un consiglio. Si è
immaginato la precisa sequenza di parole con cui le racconterebbe il
ritrovamento del foglietto, suggerendo già dal tono che si tratta di uno
scherzo crudele e nulla più. Glielo leggerebbe – l’ha messo al sicuro dentro
il portafogli – e insieme potrebbero decidere il da farsi. Non dubita del
padre, e neppure vuole ferirlo. Ma.
Ma se in quel messaggio ci fosse qualcosa di vero?

Quella sera, anziché andare a salutare la madre – la prima cosa che fa


sempre Mattia non appena torna dal lavoro – entra in casa. Il padre è sul
divano che guarda la tv, il gatto acciambellato a occhi chiusi su un cuscino
fa le fusa.
Senza dirgli una parola, Mattia gli allunga il foglietto.
Che cos’è, dice il padre prima di mettersi gli occhiali e leggere.
E dalla sua reazione, dall’espressione insieme sofferta e sconvolta, il
figlio si convince – o vuole convincersi – che davvero non ci sia nulla di
vero.
Decidono di ignorare quel foglio, di non farne parola con nessuno: forse
così non sarà mai successo.

(Quando Mattia bambino guardava gli attori nei film, dopo che gli avevano
spiegato che quello moriva per finta, che quell’altro stava solo fingendo di
sparare, gli era rimasto un dubbio che nessun adulto sembrava capace di
sciogliere. Se un personaggio sta mangiando un panino, lo fa davvero o no?
Finita la ripresa, sputerà il boccone che ha in bocca? Anche lui e il padre
devono diventare attori.)

Mattia attraversa il giardino di casa, percorrendolo in tutta la sua lunghezza;


il gatto lo segue, forse spera sia ora di cena. Fra i rami degli alberi le
ragnatele, bava lucente di ragno architetto, brillano alla luce del tramonto
come tessuti preziosi: Mattia sa bene che, anche se le distruggi, quelle
ostinate ricompaiono, perché il loro artefice è instancabile.
Raggiunge una siepe, proprio sotto la pianta dei cornioli. Quella siepe c’è
da quando lui ha memoria, e anche da prima – da quando i suoi genitori si
sono sposati, almeno.
In mano ha il foglietto, la busta e un accendino. Appoggia il foglio per
terra, sul prato. Prende la busta e con l’accendino dà fuoco a un angolo, poi
lascia cadere la busta sul foglietto. La carta s’arriccia rapida su se stessa. Il
foglio brucia, e le parole che dicono «Non c’è rispetto neppure per chi
soffre» si sollevano nell’aria della sera, più leggere del vento, insieme a
minuscoli pezzettini di carta e sofferenza. Quando il fuoco si è estinto,
Mattia si slaccia la patta e piscia sopra quel piccolo cumulo di cenere
infamante.
Durante tutta l’operazione il gatto è rimasto immobile, disteso sull’erba a
osservare la scena.

(Si dice che uno dei primi sintomi del cancro al cervello sia percepire odori
inesistenti, fra cui puzza di bruciato.)

Poco dopo si darà dello stupido. Forse avrebbe potuto portarlo ai


carabinieri, anche se non sarebbe servito a far sentire meglio nessuno.
Dici che avremmo dovuto conservarlo?, domanda al padre.
L’uomo lo fissa: Non parliamone più, risponde con voce implorante.

Più tardi – era da un po’ che non gli succedeva più – Mattia ha una delle sue
crisi agli occhi. È un buco nella visione, non saprebbe come spiegarlo
diversamente, un cratere bianco che assorbe tutto il resto e impedisce allo
sguardo di registrare una parte di mondo. Può durare anche una mezz’ora, e
in quel lasso di tempo Mattia non riesce a fare niente. Gli conviene tenere
gli occhi chiusi, ma anche così sembra non trovare tregua: è come se avesse
fissato direttamente il sole, e anche nel buio dietro le palpebre quella luce
continuasse a riverberare. Poi passa.

Disteso sul divano-letto, di là, fatica a prendere sonno. Ascolta accanto a sé


il respiro regolare della madre addormentata, immersa in una simulazione di
normalità (il riposo indotto dai farmaci è pur sempre riposo) che le permetta
di scavalcare la notte e raggiungere viva il giorno successivo.
Ma lui è comunque inquieto, si rigira un po’ di volte fra le lenzuola,
infine si alza e va verso il bagno. Mentre fa pipì seduto sul water osserva
dalla finestra il cielo immobile, senza nuvole: una pace intensa domina il
mondo di fuori. Tira lo sciacquone, poi s’affaccia per un attimo alla
finestra: in lontananza gli pare di scorgere una scia luminosa che potrebbe
essere una stella cadente. Vorrebbe abbandonarsi a un gesto infantile di
speranza, ma poi si ricrede.
Si rimette a letto, manda un sms alla sua ragazza: Dormi? Per rilassarsi
prova a fare quell’esercizio che la madre gli ha insegnato quand’era
piccolo: pensare a una cosa bella per scivolare nel sonno. Di solito
funzionava, ma ora ogni cosa bella è collegata alla madre. Ogni suo ricordo
coincide con lei, come se non avesse vissuto un solo secondo felice in cui il
pensiero di lei fosse lontano. E quell’espediente diventa motivo
d’ossessione.
Per tutta la notte Mattia s’aggira fra le macerie dei suoi ricordi,
scandagliando il passato alla ricerca di esperienze che si è lasciato alle
spalle come in Se mi lasci ti cancello di Michel Gondry, dove Jim Carrey è
costretto a fuggire dall’oblio che credeva di volere – e in seguito non vuole
più –, mentre intorno a lui la memoria collassa. Attimi insignificanti, che
all’improvviso potrebbero rivelarsi preziosi.

(Nei suoi incubi, Mattia teme che le cellule impazzite, maligne e dunque
pensanti che divorano il corpo della madre vogliano aggregarsi per uscire,
manifestarsi, diventare qualcosa. Qualcuno.)

Collirio
Un mattino, sfogliando il giornale, Mattia si sofferma sulle notizie locali: un
piccolo biplano ha preso fuoco durante un volo notturno, precipitando non
distante dalla loro zona. Il pilota e i due passeggeri non si sono salvati.
Mattia pensa che qualche notte prima ha rischiato di esprimere il
desiderio di vedere sua madre salva mentre altri morivano.
Fa per uscire di casa, poi cambia idea: telefona al suo capo e gli dice che
si assenterà dal lavoro per una visita medica. Non specifica nel dettaglio di
cosa si tratti, né che la visita la farà lui e non sua madre (non gli ha mai
spiegato le condizioni di lei, ha sempre fatto riferimento a una generica
malattia: non gli va di condividere con quell’individuo il suo dolore).
Sentendo il grugnito nella cornetta, Mattia riesce a vedere il suo capo
mentre gli risponde stringendo gli occhietti piccoli: Però mi raccomando: ti
voglio qui nel pomeriggio.

Più tardi, sta tornando a casa per il pranzo. Si è fatto visitare dall’oculista,
ma – quando si è trovato seduto sulla poltroncina dello studio medico, di
fronte a uno degli apparecchi per controllare la vista – l’unico esempio che
gli è venuto alle labbra per descrivere la crisi che ha avuto alcune notti
prima è stato questo: Come quando guardi per un po’ il sole, e poi gli occhi
ti bruciano.
Quindi hai fissato direttamente il sole?, gli ha chiesto l’oculista regolando
una manopola per scrutare meglio dentro Mattia.
No, ma l’effetto è simile.
Comunque l’occhio è sano, ha stabilito il medico.
Senti, gli ha detto Mattia con voce ferma mentre l’altro era intento a
scrivere sul blocchetto delle ricette. È il suo oculista fin da quando Mattia
era bambino, è un amico di famiglia di cui ha totale fiducia: è stato lui a
correggergli la vista con il laser. Senti, riprende.
Lo so cosa stai pensando, l’ha interrotto il medico porgendogli un foglio
fitto di scrittura, e ti sbagli.
Gli ha prescritto un collirio: due-tre gocce quando sente un po’ di prurito,
uno dei sintomi che a detta di Mattia anticipano quel buco nella visione.
Solo quando è arrivato a casa e ha parcheggiato l’auto nel cortile, ha
trovato il termine di paragone che meglio spiega il suo disturbo. C’è una
tecnica – Mattia l’ha scoperta guardando un documentario sugli spaghetti
western – cui ricorrevano i registi squattrinati quando dovevano ottenere
visivamente l’effetto di uno sparo, di una pistola che esplode un colpo.
Costretti al risparmio per portare a termine le riprese nel minor tempo
possibile, prendevano il fotogramma in cui l’attore fingeva di sparare, e in
corrispondenza del primo piano della pistola bucavano con una sigaretta
accesa la pellicola. Il cerchietto che si otteneva, un foro, evocava tutto: la
polvere da sparo, il proiettile, il fuoco.

(La realtà osservata dagli occhi di Mattia trabocca di inganni. Questo,


avrebbe voluto dire all’oculista. Che la sua visione del mondo, delle cose, è
un effetto da film di serie B.)
Ciò che occupa i suoi pensieri

Per andare al lavoro Mattia prende quasi sempre la corriera, e s’immagina


le persone fissarlo poiché sulla sua fronte c’è scritto «metastasi». Perché è
quella la parola che occupa i suoi pensieri costantemente.
Se la ripete come una filastrocca, o un incantesimo: metastasi, metastasi,
metastasi. Deriva dal greco, e descrive la fuga delle cellule del cancro da un
posto all’altro, lasciando lungo il percorso scie maligne. Letteralmente si
potrebbe tradurre come «al di là dello stato», «oltre la posizione».

Scende dalla corriera tenendo stretta a sé la borsa a tracolla. Sulla panchina


del piccolo parco che deve costeggiare per raggiungere la videoteca c’è una
coppia che si bacia. Lei ha gli occhi chiusi. Lui sembra imbarazzato, ha gli
occhi spalancati e fissa Mattia che subito abbassa lo sguardo.
Da tempo non riesce a baciare la sua ragazza senza pensare al fatto che
anche il corpo di lei, quella carne che Mattia abbraccia e da cui è
abbracciato, è fatto di cellule potenzialmente guaste.
Dopo che avranno finito di baciarsi, quei due amanti si alzeranno dalla
panchina, si daranno appuntamento per quella sera o il giorno dopo,
prenderanno direzioni diverse e continueranno a vivere.
Mattia attraversa la strada ed entra in negozio. Pensa ancora qualche
istante a quella coppia. Con odio.

Il malato terminale, e i famigliari con lui, tendono a deprimersi per la


mancanza di obiettivi. Quando si identifica un progetto comune verso il
quale indirizzare le forze – come il pranzo di Pasqua, e allora si deciderà di
imbandire la tavola di là, dove la madre oltre ad assistere alle preparazioni
potrà dire la sua –, quando si trova qualcosa da condividere, la malattia
diventa un aspetto secondario.
Il vestirla per andare a vedere i fuochi artificiali per la festa del patrono,
ad esempio, è uno dei tanti piccoli obiettivi che si sono inventati, qualcosa
che si sviluppa secondo uno schema semplice (la vestizione, il breve
viaggio, l’evento, il ritorno, i commenti che seguono), e che occupa spazio
mentale. Un episodio così banale come assistere allo spettacolo dei fuochi
artificiali dà il via a una serie di piacevoli aspettative, senza che però
nessuno si dimentichi dei problemi da aggirare: Avrà freddo?, domanda la
ragazza di Mattia estraendo un foulard dal cassetto del comò. Forse è
meglio metterle vestiti un po’ più pesanti, conclude.
Cosa diranno quando mi vedranno?, domanda la madre mentre Mattia le
sistema un berretto che riparandola occulti quel cranio vergognosamente
calvo.
Ti saluteranno, risponde lui.

(Quando Mattia negli anni a venire ripenserà al nome cristallino della


madre – che molti, equivocando, pronunciavano mettendo una O dove c’era
una A – penserà anche alle difficoltà che i suoi nonni avevano incontrato per
farlo accettare al prete che doveva battezzarla. Quel nome raro e insolito
aveva una storia: era quello di una giovane squaw, protagonista di un
romanzo rosa che la nonna di Mattia leggeva nel periodo in cui era incinta
di sua madre.)

Anche solo darle una mano a salire in auto – «darle una mano» significa
trafficare con carrozzina, pannoloni e mille altri impedimenti – per andare
in un bar la domenica pomeriggio, e mangiare una fetta di torta tutti insieme
in un posto diverso dal solito, anche questo diventa un’avventura. Si è grati
persino se al ritorno, in auto, si incontra un acquazzone come non lo si vede
da tempo.
Mattia guida con prudenza, indicando dietro i tergicristalli l’insegna di un
locale nuovo che la madre non ha ancora visto, una fila di giovani platani
appena piantati lungo il viale, una rotonda spartitraffico in via di
allestimento. Il mondo che ha continuato a fare il suo corso, senza che lei
fosse testimone.
Hai visto che pioggia?, dice la madre al figlio una volta tornata al caldo
del suo letto, felice.

Mentre lui è in videoteca, una ragazza di un paese dell’Est gentile e


sorridente dal nome impronunciabile – dà del voi a tutti quanti loro:
sostiene di essere una cugina della badante della nonna, ma nessuno le
crede – aiuta suo padre in quel compito ogni giorno più gravoso.
La vista cederà, la masticazione diventerà faticosa, muovere le braccia le
costerà maggiore sforzo, l’appetito tenderà a svanire, il pensiero si farà
ondivago, la memoria qualcosa di inaccessibile. Sua madre, che per
trent’anni ha lavorato nell’ufficio postale del paese – compilando quintali di
moduli, parlando con migliaia di persone –, si dovrà piegare a una lingua
muta, fatta di occhiate, silenzi, attese.
Il marito imparerà un nuovo alfabeto: lui che per tutta la vita ha curato gli
alberi della città in cui lavorava – per conto del comune ha sorvegliato la
salute di infinite cortecce, scongiurando gli attacchi dei parassiti –, ora che
è in pensione si trova per moglie un essere altrettanto immobile, privo però
di radici che comunicano di nascosto.

Baci schioccati nel vuoto

Qualche anno prima un collega della madre – appena tornato da un paesino


del Sud – aveva portato in dono delle lumache di mare. Gliele aveva
consegnate dentro un sacchetto di nylon per congelare i cibi: erano ottime
cucinate col sugo, le aveva spiegato, ed erano di certo genuine perché le
aveva pescate lui. La madre di Mattia aveva ringraziato, e il sacchetto era
rimasto su un ripiano della cucina.
Quella stessa sera, la ragazza di Mattia era a cena a casa loro. Dopo aver
mangiato, i genitori di lui erano andati al piano di sopra a guardare la tv e
stare un po’ insieme, mentre Mattia e la sua ragazza si erano accomodati sul
divano della cucina a guardare un film.
Si erano appisolati entrambi sul divano, abbracciati. Qualcosa però a un
certo punto aveva disturbato il sonno della ragazza, che improvvisamente si
era svegliata. Scuotendolo per una spalla lo aveva chiamato per nome:
Mattia, cos’è questo rumore?, gli aveva chiesto. Lui, forse ancora un po’
intontito, non sentiva niente. Poi gradualmente era riuscito a riconoscere –
nel buio della cucina rischiarato solo dallo schermo tv – un suono come di
baci schioccati nel vuoto.
Per un attimo entrambi ebbero paura: era come se tante bocche
muovessero le labbra facendo rumori simili a dei risucchi, versi di saliva
trattenuta. Accesa la luce, capirono: quel sacchetto di nylon conteneva
lumache vive. Il collega della madre di Mattia non gliel’aveva detto, ma
quelle che aveva pescato erano sopravvissute al viaggio; magari si erano
rintanate nel guscio e per un giorno e più non avevano fatto capolino fuori,
restandosene al sicuro nella loro piccola casa. Ora però si erano svegliate, e
tutte insieme si erano accorte di stare morendo.
Quel friggere di bava di lumaca che proveniva dal sacchetto chiuso,
erano tante minuscole agonie appoggiate su un ripiano della cucina.

In principio era il cancro

Il cancro affligge da sempre gli esseri umani. In Egitto – l’Egitto delle


piramidi e dei faraoni – vennero registrati quelli che con tutta probabilità
sono da considerare i primi casi di tumore alla mammella intorno al 2500
avanti Cristo.
Il cosiddetto Papiro Edwin Smith è ritenuto il più antico trattato di
medicina pervenuto sino a noi; nella sezione dedicata alle cure del tumore
al seno campeggia una sola parola: «nessuna». Già allora si cercava
un’immagine capace di restituire l’indicibile: il rigonfiamento sul petto
delle donne malate veniva descritto come una palla di stracci, o un frutto
duro e freddo al tatto.

Mattia era seduto davanti al computer, aveva inserito nel motore di ricerca
le parole «cancro mammella», e leggendo queste informazioni si era
allarmato. Era il 1999, lui aveva la connessione a internet da due settimane.
Era la prima volta che gli veniva in mente, da quando aveva iniziato a
navigare – soprattutto di notte, che all’epoca costava meno –, di cercare
informazioni sulla causa che aveva portato la madre ad ammalarsi, tre anni
prima. Ad ammalarsi per poi guarire, questo era chiaro.
Se no per quale motivo lei – dopo aver scoperto di avere un cancro al
seno, ed essere stata operata, ed essere sopravvissuta – aveva smesso di
fumare? Per quale motivo, se non quello di provare a salvarsi?
Solo di tanto in tanto, quand’era particolarmente nervosa o quando
davvero voleva gustarsi il sapore della nicotina, accendeva una sigaretta,
che però spegneva presto, abbandonando il mozzicone a metà. Non era più
abituata al fumo, e quasi la disgustava sentirlo scendere nei polmoni. Mattia
sorrideva dentro di sé per quella reazione, e si convinceva di poter vedere
sua madre invecchiare. Come a tutte le madri dovrebbe essere concesso.
Da ragazza era stata una fumatrice per molti anni consecutivi, ma poi,
una volta scoperto di essere incinta, aveva subito smesso.
Mattia era dunque stato un adolescente con un padre fumatore e una
madre che non fumava più.

Ma prima, ancora prima, è l’estate del 1988. Mattia bambino ha i compiti


delle vacanze da fare e passa le giornate a casa dei nonni, in attesa del mese
di luglio, quando finalmente andrà al mare con i genitori.
Ecco che però un mattino di giugno un furgone esce a tutta velocità dalla
stradina privata che porta alla casa dove Mattia abita con la sua famiglia,
una casa che in quei giorni, a quell’ora, è disabitata.
Un vicino che sta passando di lì nota il furgone. È uscito per le
commissioni quotidiane, comprare il latte, il giornale (si muove con molta
calma, non ha motivo di avere fretta). Fa tappa anche all’ufficio postale,
proprio dove lavora la madre di Mattia, per pagare la bolletta della luce.
Quando è il suo turno si accosta allo sportello contento: è una donna
gentile, la madre di Mattia, che pure quando è stanca ti offre comunque un
sorriso. Passando il bollettino nella fessura, dice distrattamente: Certo che
doveva avere una bella fretta, quel furgone che è uscito da casa tua.
La madre afferra il bollettino, poi con un soffio si solleva un ciuffo di
capelli (fa molto caldo, e il piccolo ventilatore non basta a rinfrescare).
Come?, chiede con una sottile incrinatura nella voce.
Un furgone, ripete quello. A momenti m’investiva, da quanto correva.
La donna effettua il pagamento, ringrazia il vicino e poi recupera le
chiavi della macchina; si precipita a casa.
Quando arriva, quel che è successo è successo da un po’. La pesante
porta di legno è a terra, non è stato certo un ostacolo per chi doveva entrare.
Le stanze sono calpestate dai passi invisibili ma violatori dei ladri, i cassetti
sono aperti, gli armadi vuoti, i due televisori spariti.

(Mattia bambino, rientrando in casa dopo il furto, è l’unico a notare


l’assenza del suo salvadanaio. Per la prima volta nella sua breve vita si
sente non protetto.)

La settimana successiva, senza dire niente a nessuno, la madre sale in auto e


si dirige da sola all’accampamento degli zingari, nel paese accanto – una
delle ipotesi suggerite dai carabinieri.
Appena scende dall’auto incontra un bambino su un triciclo che pedala
come un forsennato, innalzando una nuvola di polvere. Poco più in là, due
ragazze stanno stendendo i panni su un filo di nylon tirato fra le roulotte.
La madre di Mattia chiede alle ragazze (dimostrano quarant’anni
ciascuna, eppure si rende conto che sono più giovani di lei) di riavere
indietro la merce rubata, elencando un oggetto dopo l’altro. Ve la pago
come se fosse nuova, dice. Le due tacciono, e allora lei insiste: Non lo dirò
a nessuno.
Le zingare si scambiano una rapida occhiata. Quand’ecco che un
gruppetto di uomini si avvicina rumoroso, dicendo che loro non c’entrano
niente, non ce l’hanno la sua roba. La madre prova ancora a ribattere
qualcosa, ma di fronte alle braccia incrociate degli uomini, al loro sguardo
sfrontato, se ne va sconfitta.
Quella sera racconterà l’episodio davanti a un marito esterrefatto – la
donna che è sua moglie non smette di sorprenderlo – e poi gli chiederà una
sigaretta: ha ufficialmente ricominciato a fumare.

(Mattia non saprà mai se la prima cellula cancerosa che ha trovato spazio
nella madre risalga a tremilacinquecento anni prima, ai tempi del Papiro
Edwin Smith, o sia da collocare nel giorno in cui riprese a fumare. Sa
soltanto che quando frugava con le sue mani bambine alla ricerca di un
chewing-gum nella borsa di vimini che la madre portava a tracolla, sulle
dita gli rimaneva sempre un po’ di tabacco. Non annusarti le mani, lo
rimproverava lei.)
Allettare

Non riesce ad allontanare i pensieri dal foglietto osceno che ha trovato nella
cassetta delle lettere (l’ha trovato lui, quindi in qualche modo sente che è
anche colpa sua), quel messaggio che accusava suo padre di non aver
aspettato «di avere seppellito la moglie» – neppure fosse lui il becchino –
prima di tradirla.
Aveva letto e riletto quelle parole, per poi distruggerle: la falsa ipocrisia
di qualcuno che si spacciava per un amico e che diceva di volerlo aiutare,
metterlo in guardia. Era colpito dalla scelta del vocabolo – seppellito – e dal
modo in cui era stata calcata la penna su quella parola. La t sembrava
mimare la croce di una lapide, eppure sua madre se ne stava distesa su un
letto («allettata» è un vocabolo dal duplice significato, pensa Mattia: ma se
l’esattezza della lingua è l’unico alleato che ti è rimasto, non ci dovrebbe
mai essere possibilità di equivoco). Era ancora viva, ancora lucida, com’era
possibile che nella cassetta delle lettere si fosse materializzato tutto
quell’odio per lui e la sua famiglia?
Si dice che anziché bruciarlo avrebbe dovuto conservarlo, fotocopiarlo,
farne materiale da volantinaggio. Appenderlo in casa in una cornice,
sottovetro: non avendo una laurea da esibire, avrebbe potuto mostrare agli
amici quel documento, la testimonianza autografa della crudeltà del mondo.
È certo che l’accusa sia infondata, l’ha visto negli occhi di suo padre con
stupefacente chiarezza, ma... Non parliamone più, gli ha detto lui. Perché
non vuole parlarne? Hanno deciso insieme che quello sarà un segreto fra
loro, non devono esserci zone d’ombra. Se c’è qualcosa di irrisolto, un
equivoco, un motivo per cui quel foglietto è finito nella loro cassetta, è
giusto che Mattia lo sappia. Questo pensa, anche se non ha il coraggio di
tornare alla carica con il padre.
Ha in mente un paio di nomi di persone che possono essere responsabili
di quel gesto, ma non ha fatto nulla, finora.

Le mani di un uomo qualunque


Il giorno in cui venne eseguito il delicato intervento al cervelletto, Mattia e
il padre sedevano su scomode panchine d’acciaio dipinte di rosso. Era il
2002, si trovavano nella sala d’attesa di un grande ospedale cittadino e
speravano che qualcuno desse loro notizie.
C’era la possibilità che lei non camminasse più, o che rimanesse
paralizzata in viso, o che addirittura non superasse l’intervento. Tutto si
sarebbe deciso in sede operatoria: le variabili erano così tante da non
consentire ai medici di azzardare un verdetto. Si corre il rischio di creare
false speranze anche solo con mezze frasi, soprattutto quando
l’interlocutore vuole sentirsi dire che andrà tutto bene, che tutto tornerà
come prima.
«Cauto ottimismo», si ripeteva Mattia: una delle espressioni che aveva
sentito pronunciare più spesso negli ultimi anni.

Attendevano che dall’ingresso della sala operatoria (due portelloni muniti di


oblò dai vetri smerigliati, che non permettevano di vedere neppure se la
luce all’interno fosse accesa o spenta) uscisse il chirurgo. Non lo avrebbero
mai ammesso, ma erano disposti anche ad averla indietro storpia o deforme,
piuttosto che non riaverla affatto.
Nei giorni precedenti quel medico, uno dei migliori della regione, era
stato quasi venerato da Mattia. Ogni volta che lo vedeva passare per i
corridoi rifletteva quanto la vita di sua madre fosse letteralmente nelle sue
mani, ed era buffo incontrarlo al bar dell’ospedale mentre faceva colazione,
sembrava impossibile pensare che di lì a qualche giorno quell’uomo che ora
stringeva la tazza del cappuccino con quelle stesse mani – curate, quasi
orgogliose di essere così celebri, probabilmente profumate come si dice sia
odoroso il corpo dei santi – avrebbe scoperchiato il cranio di sua madre.

(Ma «scoperchiare» non era la parola esatta; Mattia in quel periodo era
tormentato dai racconti sulle autopsie che gli erano stati fatti da un amico
medico. Una delle cose più raccapriccianti in assoluto, a quanto pare, non è
tanto vedere il colore degli organi interni, saggiarne il peso e la consistenza,
respirare l’odore di cadavere e sangue: il vero orrore si ha quando l’autopsia
richiede l’apertura del cranio. Dopo aver inciso la cute sagittalmente da
orecchio a orecchio, la si scolla dal cranio: rimane una sottile striscia di
pelle attaccata alla testa del cadavere. Una cerniera sulla fronte, qualcosa
che solo chi ha visto può raccontare: non a caso autopsia significa «vedere
con i propri occhi». Poi viene segata la scatola cranica, producendo un
suono che per Mattia è impossibile associare a qualcosa di umano. La pelle
della calotta nel frattempo è stata adagiata sul viso del cadavere; andrà
ricucita a indagine terminata. Quasi subito quel lembo di epidermide – che
nonostante il decesso mantiene una sua elasticità – si raggrinza sul volto
inerte. Come un frutto perfettamente spellato la cui buccia, rivoltata sul
frutto stesso, è incollata soltanto tramite un’esigua estremità.
Quest’immagine assillava Mattia, tanto che in ospedale, durante l’orario di
visita, si era accorto di fissare la frutta sui vassoi dei degenti quasi con
sospetto.)

Su quelle terribili panchine dipinte di rosso padre e figlio avevano trascorso


le sei ore previste per l’intervento, e anche di più. Mattia mandava sms alla
sua ragazza (quello stesso pomeriggio lei aveva un importante esame
all’università; nelle settimane precedenti la coincidenza con l’intervento li
aveva fatti sorridere e sentire complici), informandola che ancora non
sapevano niente.
La madre credeva fortissimamente nella medicina, anche questa volta
non c’era dubbio che si sarebbe salvata. Mattia e il padre, i parenti e anche i
colleghi d’ufficio che erano venuti a trovarla durante il ricovero
preoperatorio, tutti loro non avevano ragione di preoccuparsi, anzi
dovevano stare tranquilli: ogni cosa sarebbe andata per il meglio. Questo
sembravano dire gli occhi della madre mentre ordinava alle infermiere il
menu per il giorno seguente, assicurandosi così un domani.

Spalancato sulle ginocchia Mattia aveva un manuale di Storia del cinema,


ma si perdeva completamente fra le righe: senza comprendere il senso di
ciò che leggeva teneva un occhio fisso a quei portelloni dove un cartello
giallo diceva a caratteri neri che era VIETATO L’INGRESSO AL PERSONALE NON
AUTORIZZATO, cosa che sarebbe comunque risultata difficile, dato che chi
entrava lì dentro digitava un codice su una tastierina incassata nel muro
neanche si trattasse del caveau di una banca.
Il padre giocava con un pacchetto di sigarette, e ogni volta che stava per
decidersi ad andare sulla terrazza per fumarsene una, proprio in quel
momento i portelloni della sala operatoria si aprivano. Entravano e uscivano
medici e infermieri, ai quali avrebbero voluto chiedere: Cosa succede?
Perché non ci dite nulla?
Si aspettavano una parola, uno straccio di informazione, e tutto il
personale che transitava doveva saperlo perfettamente, infatti tenevano gli
occhi bassi cercando di affrettare il passo.

Ora basta, diceva ogni tanto il padre fra sé e sé. Si alzava, raggiungeva con
due falcate i portelloni chiusi, si guardava intorno e poi si risedeva,
tornando a guardare l’orologio appeso sul muro di fronte.
Adesso sono sette ore, constatò Mattia a un certo punto.
Si accanivano col tempo che passava, come se la stanchezza e il
nervosismo accumulato in quei mesi dovessero trovare un punto di fuga.

Hai presente gli anelli negli alberi?, gli aveva detto il padre all’improvviso.
Come? Mattia aveva chiuso di scatto il manuale, arrossendo neanche
fosse stato un giornaletto porno.
Gli anelli, aveva detto fissando Mattia negli occhi, il fatto che puoi
stabilire l’età di un albero, e il periodo del suo abbattimento, dal numero e
dalla forma degli anelli presenti nella sezione del tronco.
Sì certo, aveva risposto credendo che suo padre stesse dando di matto, lo
sanno tutti...
Be’, lo sapevi che, in certi casi, si può risalire all’età che aveva l’albero
nel momento in cui gli esemplari intorno sono stati abbattuti, e invece lui se
l’è scampata? E poi aveva sorriso, soddisfatto.
Mattia stava per ribattere, ma di punto in bianco un uomo uscito dalla
sala operatoria – i portelloni oscillanti come quando in un western qualcuno
entra nel saloon – si era avvicinato a loro. Per una specie di riflesso
condizionato si erano alzati entrambi, e l’altro aveva detto: L’intervento è
finito.
Padre e figlio si erano guardati. Nessuno dei due sembrava capire quel
semplice messaggio: L’intervento è finito, L’intervento è finito. Una serie di
suoni senza significato.
Nel cervello di Mattia un impulso era partito alla ricerca di una chiave
interpretativa; funziona così, il cervello? Partono impulsi? Lui non lo
sapeva, né sapeva esattamente quale fosse il ruolo del cervelletto, l’organo
della madre su cui i medici erano appena intervenuti. Però di una cosa era
certo: quell’uomo non era il chirurgo che aveva operato sua madre, non era
l’uomo dalle mani bellissime e compassionevoli, su questo non c’erano
dubbi, e forse non era neanche un medico. Infatti, dopo quella sintetica
sentenza, il tizio (di certo un impostore, o qualcuno che li aveva scambiati
per altri) si era già allontanato.
Erano tornati a sedersi, un po’ storditi. Guardando meglio l’uomo che ora
premeva un tasto per chiamare l’ascensore, Mattia si era ricordato: era uno
dei tanti che entravano e uscivano dalla sala operatoria. Forse un’ora prima
– mettendosi fra lui e i portelloni – Mattia stesso gli aveva detto, con la
violenza di chi si sente nel giusto, che loro erano i parenti della signora (e
aveva pronunciato il cognome da nubile della madre) e che attendevano
notizie sull’intervento. Adesso, però, senza il camice, non lo aveva
riconosciuto.
Poi, quasi in sordina – sotto le luci al neon uguali a quelle di tutti gli
ospedali del pianeta –, era uscito finalmente il chirurgo.
Di nuovo Mattia e suo padre si erano alzati in un unico movimento, e gli
erano andati incontro con occhi indagatori. Lui con precisione studiata
aveva allentato la mascherina che teneva sul viso. L’intervento è riuscito,
queste erano le parole che si aspettavano di sentire.
Attendevano così tanto questa notizia che nel momento in cui
effettivamente il medico la comunicò, loro non gli credettero. Non tanto
perché erano tesi o scioccati, ma perché c’era qualcosa di incongruente fra
ciò che il chirurgo diceva con la bocca e ciò che invece sembravano voler
rivelare i suoi occhi. Sembrava che il suo corpo intendesse dire, Mi
dispiace, qualcosa è andato storto; oppure Mi dispiace, abbiamo fatto tutto
il possibile.
Quel chirurgo era carico di significato divino, essendo il messaggero di
qualcosa di definitivo: tornare a camminare o essere storpi per sempre, la
vita o la morte. Ecco a cosa pensava Mattia accorgendosi che anche suo
padre pareva aspettarsi qualcosa in più da quel medico che spostava il peso
da un piede all’altro. Anche se L’intervento è riuscito erano state le sue
parole, era evidente quanto faticasse ad andare avanti.
Solo dopo un po’ gli riuscì di aggiungere: Purtroppo.

(Un uomo, si ripeteva Mattia, questo è solo un uomo che fuori da


quest’ospedale ha la sua vita. Come tutti anche lui ogni tanto lascia l’auto in
seconda fila, e quando i suoi figli erano piccoli ha insegnato loro ad
allacciarsi le scarpe; un uomo che durante le sere estive ama riposare sulla
terrazza di casa bevendo tè freddo insieme alla moglie, e che probabilmente
quando nessuno lo guarda si scaccola il naso. Qualunque notizia ci stia per
dare – questo pensiero ce l’aveva dentro di sé in quel momento, ma sarebbe
riuscito a svilupparlo solo in seguito –, qualunque notizia ci stia per
comunicare, non cambierò giudizio su di lui, è solo un uomo che ha fatto il
suo dovere.)

Ora il medico stava confessando, con il maggior tatto possibile: Purtroppo


la massa si è rivelata più ampia del previsto.
Adesso che era riuscito a dirlo, era evidente quanto fosse più leggero.
Grazie a una formula rodata e affinata nel tempo, una combinazione di
parole capace di circoscrivere il panico, ora quel chirurgo dalle mani
impeccabili poteva ritenersi libero: in qualche modo il suo compito era
finito lì, almeno per quanto riguardava quella famiglia.
Ciò che aggiunse in seguito era che non si potevano escludere «possibili
complicazioni nel controllo degli arti e dei muscoli facciali». Bisognava
attendere che «si esaurisse del tutto l’effetto dell’anestesia per valutare gli
eventuali danni arrecati al sistema nervoso».
Mattia sgranò gli occhi. Era pur sempre di sua madre che stava parlando
quell’imbecille, perché diceva danni arrecati, perché diceva valutazione
postoperatoria? Sembrava stesse analizzando l’oscillazione del mercato
economico, il crollo della borsa, non di un corpo, il corpo di sua madre.

(Spesso le espressioni cui si fa ricorso per descrivere gli interventi


chirurgici lasciano intravedere abissi più virulenti dell’intervento stesso.
«Hanno aperto e, dopo aver visto che non c’era nulla da fare, hanno
richiuso». Ecco cosa si diceva fosse successo a sua zia, la sorella maggiore
della madre di Mattia, morta a trentatré anni – anche lei di cancro – quando
lui aveva pochi mesi.)

Come in una maldestra dissolvenza, il chirurgo che aveva salvato la vita


alla madre (ancora non si sapeva a quale prezzo) era sparito, e al suo posto
era comparsa proprio lei: quattro infermieri accompagnavano la barella
sulla quale era sdraiata.
Era uscita dalla sala operatoria regalando al marito e al figlio un sorriso
di trionfo, come a dire: Che vi avevo detto? Le rughe ai lati degli occhi
erano dipinte di giallo limone, e gialla era anche l’attaccatura dei capelli
biondi tagliati corti – li avrebbe persi dopo qualche mese a causa della
radioterapia (tanto da rendere necessaria una parrucca), ma sarebbero
ricresciuti. Quel colore era dovuto a una tintura utilizzata in chirurgia per
chissà quale scopo, e ora alcune strisce brillavano sul suo volto, rendendola
davvero simile alla squaw di cui portava il nome.

(A Mattia vennero in mente in successione tutte le feste di Carnevale


vissute da bambino, quando la madre si applicava lo stesso cerone con cui
dipingeva il viso del figlio, e insieme gettavano coriandoli lungo le strade
del paese.)

Distesa sulla barella, lei stessa aveva detto: Guardate un po’, e poi aveva
mosso le gambe e le braccia in maniera quasi teatrale. Fu allora che il
marito l’aveva chiamata con quel nomignolo affettuoso che il figlio da
tantissimo tempo non sentiva più, e le aveva accarezzato i capelli, le
guance. Mattia aveva espresso un desiderio: provare quel senso di sollievo
per sempre.
Ora la portiamo in rianimazione, aveva spiegato qualcuno allontanando
la barella che trasportava il corpo amato.
Quando Mattia aveva afferrato il cellulare che teneva abbandonato nella
tasca della giacca – doveva fare un giro di telefonate, subito – aveva fatto
un’altra scoperta: la sua ragazza aveva preso trenta all’esame (ma senza
lode: meglio non disturbare la perfezione, meglio il cauto ottimismo).

Quella sera Mattia e il padre presero del cibo in un ristorante cinese. Una
volta a casa mangiarono avidamente, gustando le pietanze saporite, i palati
grati di quel cibo.
Al riparo dal resto del mondo – le festanti scatoline di alluminio aperte
tutt’intorno, i piatti colmi di riso e pollo, colorati quanto solo i cibi cinesi
sanno essere – si sentirono confortati come non accadeva da tempo. Si
vergognarono persino un po’ quando, alla fine di quella giornata così
complicata eppure così bella, tentarono di scherzare. I due individui seduti
al tavolo della cucina non erano soltanto il marito e il figlio di quella donna
che ora probabilmente stava dormendo nella sua camera d’ospedale. In quel
momento loro erano tornati a essere – senza accorgersene – padre e figlio.

Ieri, quand’ero giovane

La madre l’aveva messo in punizione. Non ricorda più che cosa avesse
combinato di preciso, se non che si trattava di una delle rare volte in cui
Mattia bambino era stato sgridato e punito. Niente di serio, gli aveva
proibito di guardare i cartoni animati per un paio di giorni, ma il figlio
cercava di elaborare una vendetta sufficientemente crudele per riscattare
quello che per lui era un torto gigantesco.
Alla fine aveva aperto un cassetto del salotto, vicino al giradischi, e si era
messo alla ricerca di una musicassetta alla quale la madre teneva molto, con
incise le canzoni di Aznavour (ogni volta che sentiva pronunciare quel
nome – alle sue orecchie terribilmente esotico – gli sembrava di essere al
cospetto di una formula magica). La musicassetta aveva un’etichetta
arancione, con sopra scritto a penna biro il nome dell’artista e nient’altro;
chissà quando e chissà chi l’aveva registrata, forse apparteneva a
quell’oscuro periodo della vita di sua madre in cui ancora non era sposata.
Lei ascoltava la voce malinconica di Aznavour accompagnata dal
pianoforte mentre faceva le pulizie, e ogni volta la faceva sorridere –
dunque forse era vero: quel nome, quella musica, avevano qualcosa di
magico.
Con un pennarello nero Mattia aveva scarabocchiato l’etichetta, tirando
righe fitte che cancellassero del tutto il nome di Aznavour. Non sazio, con
dita piccole e malvagie aveva pizzicato il nastro della musicassetta,
facendolo fuoriuscire dal suo alloggiamento. Voleva estrarre parte del nastro
– una specie di avvertimento –, ma poi ci aveva preso gusto: aveva
aggrovigliato e annodato goffamente il nastro tutt’intorno alla musicassetta
fino a renderne impossibile il recupero.
A delitto compiuto, aveva riposto la musicassetta dove l’aveva trovata, ci
aveva messo sopra altre cassette per nasconderla per bene e si era piazzato
sul divano facendo combattere degli animaletti di plastica con dei robot fino
a quando non era arrivata l’ora di cena.
Ovvio che poi il colpevole era stato scoperto subito: la prima volta in cui
la madre di Mattia era andata a cercare la musicassetta di Aznavour,
qualche settimana dopo (lui nel frattempo aveva già dimenticato tutto), lo
scempio compiuto ai danni del cantante francese non sarebbe stato
imputabile a nessun altro.
Sua madre, come poche volte nella vita, gli aveva dato una bella
sculacciata: incredibile come una mano tanto leggera potesse essere così
tagliente, così precisa.

Un’impresa rischiosa

Comunque, ripete ogni tanto il capo di Mattia, avere una videoteca è


diventata un’impresa molto rischiosa. Non solo devi fare i conti con i
negozi concorrenti o con le maledette catene americane di noleggio e
vendita dvd (ogni volta che il proprietario nomina la più famosa, dopo tira
giù una bestemmia – anche se si sussurra che persino loro, definiti spesso
«colosso», siano in crisi). Non solo c’è il problema della pirateria, ma devi
saper scegliere i film, devi fidelizzare i tuoi clienti con incentivi e cordialità
(e fa davvero ridere il termine fidelizzare pronunciato dal suo capo: chissà
dove l’ha sentito), devi imparare a consigliare cercando di capire i gusti di
chi hai davanti.
All’inizio era il capo a decidere i film da tenere in negozio, Mattia non
aveva voce in capitolo, ecco perché la videoteca era piena di titoli d’azione
o di guerra, qualche film comico, e un paio di horror. Finché, timidamente,
un giorno Mattia ha fatto notare che i loro clienti erano quasi tutti uomini. E
allora?, ha risposto il capo.
Mattia ci ha messo un po’ a convincerlo, ma poi è riuscito a fargli
adottare una politica che funziona: meno titoli d’azione, più storie d’amore.
Meno vicende di guerra, più commedie romantiche. Queste scelte
strategiche – il proprietario ha dovuto ammetterlo – hanno portato in quella
videoteca di provincia anche il pubblico femminile. Da quel momento il
negozio ha ingranato. Hanno inserito nel catalogo persino qualche classico
(ma classico-classico, tipo Hitchcock o Sergio Leone), e i clienti dopo una
titubanza iniziale hanno iniziato a noleggiare pure quelli.
Il venerdì e il sabato sera sono i giorni migliori, ripete spesso il capo. O
peggiori, dal punto di vista di Mattia. Quando sta quasi per chiudere e ha
già detto alla sua ragazza a che ora la passerà a prendere, arrivano un sacco
di rompiscatole a chiedere suggerimenti, spesso clienti che hanno aderito al
«tesseramento gold». Sanno che di Mattia si possono fidare, credono che lui
abbia visto tutti i film che ci sono in negozio – qualcuno, da come gli si
rivolge, crede addirittura che lui abbia visto tutti i film della cinematografia
mondiale – e vogliono un consiglio per la serata.
Ovviamente non ha visto tutti i film che è possibile noleggiare, ma lascia
intendere il contrario. Legge con attenzione le riviste specializzate (nulla di
raffinato, testate che hanno nomi tipo Best Home Video o Movie-mania), e
sa di cosa parla ciascuna pellicola scelta insieme al proprietario ogni primo
lunedì del mese, quando passa da loro il fornitore.
Ora il suo capo si fida a lasciarlo da solo, ora può bere aperitivi e
mangiare noccioline al bar della stazione senza preoccuparsi di nulla.

Ciò che Mattia preferisce in assoluto del suo lavoro è un momento preciso,
poco prima della chiusura. Quando la serranda è già abbassata e il
proprietario – e insieme a lui il berretto d’ordinanza – se ne è andato da un
pezzo.
Accende il televisore più piccolo, e recupera la borsa a tracolla. Poi
sorridendo estrae dalla borsa una delle videocassette che si porta sempre
dietro. La infila nella bocca d’acciaio del videoregistratore: la cassetta
scivola dentro, innescando una sequenza di suoni, molle e meccanismi che
lamentandosi s’avviano.
Si siede, al buio, da solo. E attende.

Al termine della proiezione inserisce l’allarme del negozio. Dopo aver


controllato che il distributore automatico sia acceso, si avvia verso la
fermata della corriera.
Per fortuna la corriera arriva quasi subito: Mattia si affretta a salire, si
schiaccia contro il finestrino e manda un sms alla sua ragazza. Alle 21 la
passerà a prendere con la macchina, e insieme decideranno dove andare.
Qualunque locale andrà bene, l’importante sarà parlare, scherzare, anche
litigare. Qualsiasi cosa, pur di tenere lontani i pensieri.
Attenzioni

Ha ormai fatto conoscenza di quasi tutti i barellieri della zona. Con alcuni
di loro ha persino stretto qualcosa di simile all’amicizia, quella fragile
complicità che si può instaurare solo fra gente che non si conosce ma che è
accomunata dalla sofferenza.
Si presentano puntuali a casa di Mattia, e con l’ambulanza scortano la
madre all’ospedale per la visita programmata. Lei li chiama per nome, li
conosce uno per uno – anche se ogni tanto si confonde. Sotto quei
cappellini siete tutti uguali, dice quasi per scusarsi, ma loro rispondono con
un sorriso. Solo Mattia resta serio; legge ogni piccolo appannamento come
una concessione alle tenebre.

Capita talvolta che ci sia da attendere un po’, nei corridoi dell’ospedale,


allora la madre di Mattia si mette a chiacchierare con altre malate che ha
conosciuto durante le precedenti visite di controllo. C’è un senso di
comunione fortissimo, fra di loro, ma anche molta diffidenza. Perché le
donne chemioterapiche quando s’incontrano si riconoscono senza bisogno
di sbandierare i rispettivi marcatori tumorali. Fiutano una loro simile a
distanza, confrontano le esperienze, fanno a gara a chi ha fatto più sedute, a
chi ha vomitato o perso i capelli, a chi ha sofferto di più o resistito meglio.
Si scrutano l’una con l’altra, e di sera raccontano ai mariti quello che hanno
visto. In alcuni casi esibiscono addirittura le cicatrici, mentono senza
preoccuparsi di risultare credibili, tentano di sondare la verità nascosta nei
corpi altrui, si augurano che se davvero una recidiva c’è – come se fosse un
numero della tombola – tocchi a qualcun’altra. E nessuno si azzardi mai a
dire loro: Sai, anche mia madre/nonna/sorella/amica è stata operata come te.
Perché la malattia è come una gravidanza: non esiste un caso paragonabile a
un altro, non c’è un parto – un cancro – uguale a un altro.
Del resto è un’altra parola greca, onkos (utilizzata originariamente per
indicare una massa, un carico), ad aver dato il nome alla moderna disciplina
dell’oncologia. Che sia un carico di morte o di vita, si è accorto Mattia, le
mille attenzioni che si rivolgono a una donna incinta non sono così
differenti da quelle che si rivolgono a un malato terminale.
Le donne chemioterapiche possiedono il dono della preveggenza,
capiscono molto prima chi sarà costretta a seguire il loro stesso destino. Se
potessero, lancerebbero un bouquet come le spose: la prossima ad
ammalarti sarai tu.

Bambino bruciato

Conclusa la degenza postoperatoria successiva all’intervento al cervelletto,


la madre era tornata a casa. Quella cicatrice storta che le brillava sul cranio
prevedeva una lunga rimarginazione, e Mattia l’avrebbe medicata ogni
giorno secondo la procedura indicata dal chirurgo con le mani commoventi.
Dopo aver indossato un paio di guanti di plastica monouso, per prima
cosa il figlio spruzzava il disinfettante sulla ferita. I capelli cortissimi che
avevano resistito ostinati a chemioterapie e radioterapie si muovevano
appena sotto il getto d’aria prodotto dallo spray: si erano assottigliati, molti
erano caduti, ma continuavano a spuntare, a cercare la luce come il
germoglio conficcato nella terra. Poi spalmava la pomata con attenzione su
quell’ispessimento che era – insieme – assenza e ricrescita; assenza di un
pezzo d’osso e di una parte del cervelletto, ricrescita di carne cucita che si
stratificava e ogni tanto pulsava, ricordando a tutti di essere carne viva.
Confrontarsi con quella ferita era per Mattia motivo d’orgoglio. Lui
imparava da quella cicatrice, apprendeva segreti che nessun altro avrebbe
potuto confidargli. Gli piaceva spiare la nuca della madre: appariva fragile e
indifesa, come le nuche di chi non sa di essere spiato.
La ferita, in un primo tempo uno spaventoso slabbro violaceo – Mattia
aveva quasi paura di poterne essere divorato, come da una pianta carnivora
–, adesso era rosea e profumatissima. Produceva delle piccole scaglie
bianche di pelle che si screpolava, cellule epidermiche che cercavano di
aggregarsi per dare forma a tessuti nuovi, senza riuscirci.

(Da quel momento Mattia avrà difficoltà nel mangiare le cervella. Gli
sembrerà un atto violento, qualcosa di simile al cannibalismo.)

Quando poi la ferita si era riassorbita, Mattia per un’estate intera – quella
del 2003: un’estate afosa, con una luce affilata e decisa – ha accompagnato
la madre a fare la radioterapia. Dopo l’intervento, infatti, i medici per
cautelarsi avevano richiesto un ciclo di radiazioni per eliminare tutte le
cellule cancerose che potevano ancora essere presenti.
Madre e figlio partivano insieme per l’ospedale di città (l’ospedale dove
Mattia è nato) caricando in auto una bottiglia d’acqua ghiacciata, perché a
fine terapia lei aveva sempre moltissima sete.

Parcheggiavano sulle strisce gialle grazie a un permesso speciale.


Entravano nell’ospedale, ritrovandosi immersi in una malinconia
appiccicosa. Prendevano l’ascensore e scendevano nei sotterranei: un
intrico di corridoi che puzzavano di palestra delle medie. Seguivano un
camminamento in linoleum corroso dai passi; la sala d’attesa della
radioterapia stava proprio al fondo di uno di quei corridoi.
C’era, all’ingresso, un’intera parete piena di foto di bambini colpiti dal
cancro. A differenza di quelle bacheche in cui sono affisse le fotografie
delle persone scomparse in una tragedia collettiva (dove volti e foto e
bigliettini e lettere si mescolano e si sovrappongono in un ammasso
incapace di dare tregua allo sguardo), quello spazio era dedicato ai
sopravvissuti.
Foto di bambini che ridevano, di bambini senza capelli che regalavano i
loro occhi gioiosi all’obiettivo, di bambini con bandane in testa – e magari
accanto, fissata con una puntina da disegno, una letterina piena di disegni.
Erano tutte dimostrazioni di gratitudine per le cure offerte dal personale
del reparto. Stando ai racconti che Mattia aveva sentito, spesso anche i
genitori si tagliavano i capelli insieme ai figli: È la moda, dicevano al
bambino calvo abbozzando un sorriso.
A un certo punto un’infermiera gentile si affacciava nella sala d’attesa e
faceva il nome della madre di Mattia. Lei si alzava diligente e
raccomandava al figlio di tenerle d’occhio la borsa, poi entrava nella stanza
dove avveniva la sessione di radioterapia.

Prima del trattamento, però, i pazienti devono superare una specie di test,
per verificare che il loro organismo sia in grado di reggere il
bombardamento di radiazioni ionizzanti. Lo scoprire di non essere idonei –
alla madre di Mattia non è mai successo – è umiliante: come venire bocciati
a un esame dopo aver tanto studiato.
Al paziente che invece supera il test applicano sul viso una maschera
fatta su misura: infinite lamine di plastica appositamente deformate a caldo
e modellate secondo le fattezze di chi la deve indossare. La maschera –
dotata di buchi in corrispondenza degli occhi e della bocca, non così diversa
da quella indossata dagli schermidori – è necessaria per tenere la testa
perfettamente immobile durante la sessione. Chi si sottopone alla terapia
non deve tossire né starnutire né muoversi in nessun modo; le radiazioni
durano pochi minuti. In sé sono indolori, ma provocano stanchezza e
fastidiosissime eruzioni cutanee.
Quando la madre tornava in sala d’attesa, Mattia riusciva a sentirle
addosso alla pelle, ai vestiti, un odore simile a quello che c’è nell’aria dopo
una giornata di pioggia: azoto, ma più pungente.
Ho sete, diceva lei. Sul volto, la madre-pioggia aveva un’espressione che
il figlio non riusciva a decifrare. Di smarrimento e spossatezza, ma anche di
quieta accettazione.
Si è disposti a tutto, quando ti viene lasciato intendere che il miracolo
potrebbe avvenire.

Magazzino

Mattia e i suoi genitori sono davanti alla televisione. Guardano un film, una
commedia inglese con attori bellocci dalla battuta pronta e i denti
bianchissimi. È un tempo di poco successivo a quelle sessioni di
radioterapia, di là ancora non c’è un letto a manovella, né un compressore.
Figurarsi se c’è una sedia a rotelle.
Una confezione di wafer è poggiata sul tavolinetto, ogni tanto Mattia
prende un biscotto e lo sgranocchia. Suo padre e sua madre sono l’una
accanto all’altro, non hanno bisogno di tenersi la mano per godersi quel
momento di pace domestica.

Non saprebbe esattamente raccontare come si svolsero i fatti di quella sera,


ma col tempo Mattia ha ricostruito così la vicenda: a un certo punto la
donna dev’essersi girata verso il marito, e deve avergli fatto una domanda.
Anche se ha compreso che la domanda non è indirizzata a lui, il figlio
incuriosito sposta comunque lo sguardo sul genitore in tempo per vederlo a
sua volta distogliere gli occhi dallo schermo e fissarli in quelli della moglie,
chiedendole cosa gli abbia chiesto. La madre di Mattia, senza esitare, ripete
la frase, articolandola maggiormente.
Dalla bocca le esce però una serie casuale di parole, che pur possedendo
un tono interrogativo formulano una domanda alla quale nessuno potrebbe
mai rispondere. Perché è come se lei avesse detto «Freno al chilo bisogna
del coperta uovo?» Una frase il cui significato sta solo nella testa della
madre, all’origine del pensiero. Nel viaggio dal cervello verso la bocca
qualcosa dev’essere andato storto, qualcos’altro si è perso per strada e di
certo un meccanismo s’è inceppato.
Il padre di Mattia istintivamente sorride, e il figlio lo imita: è il passo
falso che conduce nell’abisso, il sorriso stirato di chi non ha ancora capito
se ciò a cui ha assistito sia uno scherzo o cosa. La soluzione è negli occhi
della madre, spaventati, tanto che la donna si porta con lentezza una mano
alla bocca – ferita dalla quale è sgorgato quel grumo di parole – e premendo
le dita contro le labbra mima il gesto di chi ha detto qualcosa di sbagliato.
Ma il gesto è rallentato: ogni cosa si sta cristallizzando in quell’attimo.

(La madre di Mattia forse non è mai stata così bella come in quel periodo;
dopo l’intervento al cervelletto tutto sembra stia andando per il meglio, la
normalità sta tornando a riavvolgere senza fretta gli oggetti nelle stanze, e le
stanze nella casa – pulviscolo di felicità.)

Ora, in quel salotto, c’è solo una cosa: lo spasmo del labbro inferiore della
madre, un muscolo che si contrae e poi si rilassa come se tutto il sangue del
corpo si stesse concentrando nel punto da cui è uscita quella frase. Il padre
stringe con forza il telecomando, Mattia nel frattempo si è seduto vicino a
lei, le ha preso una mano e cerca di tranquillizzarla, anche se in realtà è
atterrito.
La madre prova a dire altro – qualcosa tipo «Balcone rana flacone sul
cenere!» –, ma si blocca quando si accorge che mancano collegamenti fra
ciò che pensa e ciò che dice. Nessuno sa esattamente cosa aspettarsi. Il
padre, intanto, le ha preso l’altra mano.

(Dopo l’ultima operazione, Mattia aveva accompagnato la madre in


ospedale una volta al mese per le visite di controllo. La cicatrice lungo il
cranio aveva preso a spurgare un filo nero, sottile, di cui avevano chiesto
l’origine al chirurgo dalle mani divine. L’uomo aveva spiegato che quel filo
era servito per suturare in profondità le zone lacerate durante l’intervento:
di norma viene completamente assorbito dai tessuti. Ma non c’è nulla di cui
preoccuparsi – aveva aggiunto mentre con un paio di forbicine tagliava via
il filo e disinfettava la ferita –, ho assistito ad altri casi di parziale rigetto,
può succedere. Ora Mattia non ha dubbi: quel filo era una ragnatela che
teneva insieme tutto quanto. Forse in quel groviglio si nascondevano i nessi
logici che avrebbero dato senso a quelle frasi.)

Lentamente, come un corso d’acqua che dopo un’alluvione riguadagna con


placidità il letto del fiume, le parole tornano a scorrere in modo corretto,
rifluendo con qualche piccolo sussulto.
La madre chiede al figlio: Come si chiama la rossa che lavora con me?
Suo padre lo guarda: Mattia non sa cosa stia pensando lui, e si accorge di
non volerlo sapere. Si limita a rispondere con naturalezza alla madre,
dicendo il nome di quella persona.
Lei annuisce, poi dice: Sì.
Lo ripete ancora una volta: Sì.
Poi il labbro inferiore cessa di pulsare, e tutto quello spavento – il
ribellarsi dell’alfabeto – viene accantonato.

Deficit del magazzino fonologico, ipotizzerà un neurologo al quale Mattia


racconterà l’episodio. Come se la paziente avesse cercato in un enorme
deposito fatto di parole quelle adatte per comporre la frase e alla fine,
convinta di aver preso quelle giuste, avesse invece optato per quelle
sbagliate.
E il figlio visualizzerà un magazzino polveroso pieno di scatole, la madre
vestita da operaia alla guida di un muletto imbizzarrito.

Ricrescite

Mattia si accorge senza sorprendersi che sua madre è diventata una lumaca.
Una chiocciola, per essere più precisi, di quelle col guscio a spirale.
Il corpo che la contiene sembra ogni giorno di più un guscio bellissimo
che tende al vuoto: dentro di lei ci sono tunnel profondi in cui gli organi
interni e il sangue e le ossa si consumano – un incendio segreto sta
divampando in quella carne, un incendio doloso come quello di chi brucia
alberi per ricavare terreno coltivabile.

(La madre, negli anni, è stata svuotata per essere salvata. Forse però, si dice
Mattia, è stato proprio lo svuotamento a permettere al cancro di trovare
altro spazio.)

La osserva di là, impegnata a sciacquarsi il volto in una bacinella gialla. È


aiutata da un’infermiera, una di quelle che a domicilio si prendono cura dei
malati terminali: da un po’ di tempo sono diventate una presenza costante in
casa sua.
Vista da fuori, la madre sorride e sembra pronta a vivere altri mille giorni
insieme a loro, eppure Mattia non riesce a non pensare alle chiocciole che
trovava sul prato dopo una giornata di pioggia, quand’era bambino. Le
raccoglieva, convinto di poterci giocare un po’, ma poi si accorgeva che
l’animale si era come liquefatto: quel guscio così lucido e perfetto non
lasciava intravedere il vuoto contenuto al suo interno.
E se da quando esiste la posta elettronica la parola chiocciola sta vivendo
la sua cosiddetta seconda giovinezza, il figlio si convince che la seconda
giovinezza della madre – invecchiata precocemente – sia quella della pelle.
La malattia ha lasciato emergere uno strato di epidermide nuova e fresca,
qualcosa che arriva dal passato. Un colore rosa e uniforme, così lontano da
tutto ciò che riguarda termini quali linfonodo, fleboclisi, recidiva. Mattia
s’aspetta addirittura che l’infermiera dica all’improvviso a lui o a suo padre:
Guardate che sta bene, è guarita, ci siamo sbagliati. Sembra quasi si stia
rigenerando in vista della fine, quasi se dalle cavità del corpo, covata a
lungo durante il tempo della malattia, la pelle di un neonato stesse arrivando
per rivestire ciò che la vista non riesce ad accettare.
Troppo impegnato a osservare affascinato la bellezza che sprigiona, il
figlio non si rende conto che, proprio come le chiocciole sui prati, come le
lumache di mare agonizzanti regalate anni prima alla madre, anche lei è già
scivolata via chissà da quanto.
Dolenti comunicarle

Stavano tornando da un centro ospedaliero privato. Mattia aveva insistito


affinché facesse quel controllo: dopo la sera in cui la madre l’aveva
chiamato per dirgli di essere caduta, in un paio di occasioni lei aveva
nuovamente perso l’equilibrio. L’intervento al cervelletto se l’erano ormai
lasciati alle spalle, e così quell’episodio di afasia. Si sentivano fuori
pericolo, lui e sua madre. L’ipotesi cui erano giunti, senza troppa
convinzione e soprattutto senza un consulto medico adeguato, era che si
trattasse di una lombosciatalgia. A nessuno di loro però bastava come
spiegazione – quelle cadute andavano indagate.
Era un pomeriggio assolato, quando le vacanze sembrano ormai essere
trascorse da un secolo eppure il tempo non ne vuole sapere di guastarsi. Il
padre alla guida, la madre seduta accanto al marito, il figlio sul sedile
posteriore. Imboccavano la tangenziale per fare ritorno a casa dopo aver
ritirato la scintigrafia ossea, simili in tutto a una famiglia che sta andando in
un centro commerciale per fare la spesa «grossa».
Negli ultimi tempi, durante gli spostamenti lunghi o brevi, Mattia aveva
preso silenziosamente possesso del posto accanto al conducente,
spodestando sua madre e relegandola sul sedile posteriore. Quel giorno in
cui andarono insieme al centro ospedaliero, invece, senza averlo davvero
deciso gli era venuto spontaneo accomodarsi dietro.

Non ci sarebbero più state vacanze insieme, per loro: l’agosto precedente
Mattia aveva preferito rimanere a casa da solo anziché andare al mare con i
genitori, forse perché si considerava ormai un adulto; o forse perché avere
la casa tutta per sé e la sua ragazza era un’occasione troppo ghiotta per non
essere colta. Adesso però è ancora presto perché si penta di non esserci
andato.
La donna studiava la propria scintigrafia: la teneva davanti a sé, e Mattia
alle sue spalle osservava ipnotizzato quelle immagini. Sulle lastre c’era tutta
la storia segreta delle ossa di sua madre: le piccole modifiche del bacino
dovute a una caduta dalla bicicletta a sette anni, una lussazione a una spalla
provocata da una partita a tennis a diciotto, interi decenni di posture errate
su una sedia troppo bassa dietro uno sportello troppo alto all’ufficio postale,
e tutta una serie di disattenzioni e cattive abitudini che possono rimodellare
la struttura ossea di una persona.
Mattia ha sempre faticato ad accettare l’idea che la vita sia movimento:
piccoli smottamenti, cambi di gusti, di abitudini. Per lui la vita è sempre
stata un fermo immagine.

Si erano rivolti a un centro ospedaliero privato – ed era una fortuna che


potessero permettersi di sostenere quel costo – perché era l’unico modo per
ottenere nel minor tempo possibile un’indagine radiologica completa.
Mattia e sua madre (persino il padre, distraendosi dalla guida) osservavano
a turno la scintigrafia ossea, senza capirci granché.
Il referto che accompagnava le lastre era un foglio di carta velina con i
caratteri stampati in un inchiostro verdino che ricordava i computer degli
albori. Se davvero di lombosciatalgia si trattava, l’ipocrisia della parola
«lesione» (come se il cancro fosse uno spigolo contro cui ci si poteva ferire)
non era certo incoraggiante. Certo, era semplice forzarne il senso, dare
un’interpretazione rassicurante: la lesione si riferiva a ostacoli superati. Del
resto la frase successiva diceva che «nella regione pineale si apprezzano gli
esiti di una resezione parziale», e cioè le tracce dell’intervento precedente.
Si trattava di questo, non poteva essere altrimenti. Però.
Però sulla busta marroncina consegnata alla madre dopo aver presentato
allo sportello un documento d’identità, era visibile un timbro che recitava la
parola RISERVATO. Quella scritta suonava come una condanna: i
professionisti che lavoravano nel centro, pur non comunicando nulla a voce
ai privati cittadini che ritiravano gli esami, riconoscevano l’eventuale
gravità di alcuni esiti apponendo sulle buste che contenevano informazioni
più delicate di altre un timbrino blu scolorito.

(Anni prima, la madre si era sottoposta a una visita ginecologica per via di
un dolore che la insospettiva. Era agosto, la ginecologa che da sempre la
seguiva era in vacanza, quindi si era rivolta a un altro specialista. Il pap-test
era stato eseguito da un medico molto chiacchierone, che alla fine della
visita, considerando che l’esito non sarebbe stato disponibile prima del 15
del mese, le aveva chiesto il numero di cellulare. In questo modo, aveva
spiegato sorridendo, non appena avesse avuto notizie dell’esame gliele
avrebbe comunicate via sms. E infatti così fu: il 14 di agosto di quell’anno
sua madre ricevette un messaggio con su scritto Pap-test nella norma.
L’attendo la prossima settimana per ritirare l’esito. Buon Ferragosto, e poi
il medico si era firmato con nome e cognome.)

Quando Mattia aveva visto la busta marroncina con su stampigliata la


scritta RISERVATO, gli era tornato in mente quel medico gentile che dava
informazioni ai pazienti via sms. Mentre se ne stava buttato sul sedile
posteriore, si era domandato stupidamente se esistessero medici che
fornivano via sms anche notizie tragiche: Dolenti comunicarle la presenza
di un cancro uterino in fase avanzata. Buone vacanze, e se le goda:
potrebbero essere le ultime.

Tornati a casa, avevano continuato a sbirciare a turno il foglio dell’esito,


inutilmente.
Quella sera ogni membro della famiglia – di nascosto l’uno dall’altro – si
era messo in cerca di maggiori informazioni sul significato del referto,
ciascuno ricorrendo a mezzi diversi.
Mattia si era chiuso in camera sua, e si era rivolto a internet.
Il padre aveva preso a sfogliare l’enciclopedia medica che teneva in uno
scaffale del suo studio.
La madre, in camera da letto, si era messa davanti allo specchio per
interrogare il proprio corpo.

Il giorno seguente il medico di famiglia aveva esaminato a lungo le lastre


col diafanoscopio. Dopo aver fatto un controllo incrociato leggendo l’esito,
ora teneva lo sguardo basso – quasi volesse tardare di proposito nel dire la
sua.
Ci risiamo, aveva pensato la madre.
Ci risiamo, aveva pensato Mattia che l’aveva diligentemente
accompagnata.
Ci mettiamo una toppa, aveva invece detto come prima cosa il medico.
L’aveva detto in dialetto, cercando di rassicurare – il dialetto gli
permetteva una maggiore intimità – se stesso e chi lo stava ascoltando.
La situazione non era facile, questo era chiaro a tutti, ma «metterci una
toppa» sembrava possibile.
Mattia si era immaginato questa madre rattoppata, malconcia, ma viva.
Invece quello che sarebbe successo era uno strappo.

Cuscini

Mattia e la sua ragazza, esausti, sono sul marciapiede di un ospedale di


provincia. Osservano una finestra del terzo piano, l’ultima della fila
contando da sinistra: la camera in cui la madre è ricoverata da qualche
settimana.
È il dicembre del 2004, e lei non ha più la forza di alzarsi e salutarli dalla
finestra, come faceva nei primi giorni della sua degenza. La scintigrafia
ossea non è stata reputata sufficiente, occorrono altri accertamenti per
capire l’origine di quelle cadute, di quella debolezza: le gambe non le
permettono di reggersi in piedi.
Le visite giornaliere si sono fatte via via più pietose, e le preoccupazioni
di tutti loro – visto il silenzio dei medici, che sembrano voler prendere
tempo – aumentano col trascorrere dei giorni. Però Mattia e suo padre,
temendo di sentirsi rispondere il peggio, non fanno domande.
C’è una dottoressa, in particolare, dalla quale prima o poi si aspettano
qualcosa. È la responsabile del reparto di Oncologia; una donna piccola di
statura, indossa occhialini tondi dietro ai quali sono conficcate due perle
nere prive di espressione. Di certo sa tutto, eppure fino a quel momento si è
limitata a comunicare loro il minimo indispensabile.

La visita in ospedale si è conclusa, dalla finestra si vede la luce che di lì a


poco verrà spenta. Mattia e la sua ragazza stanno immobili sul marciapiede
senza scambiarsi una parola, stretti nelle giacche. Quella sera la madre è
stata più insofferente del solito, probabilmente la dose di analgesico (non
sanno che è morfina, molte cose sono ancora senza nome) ha fatto meno
effetto, oppure chissà.
Uno dei pochi aspetti positivi di quel posto – arduo trovare qualcosa di
piacevole in un ospedale – è che non fanno tante storie per gli orari di
visita. Forse, pensa Mattia con un senno del poi che è incapace di guardare
avanti, forse si comportano sempre così con i casi disperati. Forse, se quella
della madre fosse stata davvero una semplice e dolorosa lombosciatalgia, si
sarebbero dimostrati molto più severi con le visite.
Del resto la paziente ricoverata nella stessa stanza – una vecchia che a
qualsiasi ora dorme con la bocca spalancata – è vegliata da una taciturna
signora (la figlia? un’amica? un’infermiera?), ma è chiaro che non durerà
ancora molto.

Prima di salutarla e tornare a casa, Mattia e la sua ragazza come al solito


hanno verificato che tutto fosse pronto per la notte. La bottiglietta d’acqua
fresca a portata di mano sul comodino. Il cellulare ben carico impostato
sulla modalità silenziosa. Il filo da tirare in caso di emergenza adagiato
lungo un fianco, sul materasso. La luce singola del letto è accesa, magari
prima di prendere sonno proverà a leggere uno dei romanzi rosa che ha
portato con sé; un pacco degli stessi romanzi è avvolto nel cellophane,
dentro il suo armadietto (dove rimarrà fino alla fine della degenza). Un
mazzetto di fiori – in bella vista sul davanzale – spunta da una bottiglietta di
plastica tagliata a metà a mo’ di vaso; quei fiori li ha portati la ragazza di
Mattia.
Il materasso ortopedico, però, non era ancora posizionato a dovere: il
figlio si è affrettato, girando le manovelle alla base del letto con le quali ha
familiarizzato, a inclinarlo fino a raggiungere l’angolazione che le risultasse
il più confortevole possibile.
Ma quando Mattia e la sua ragazza stavano per uscire dalla stanza la
madre ha fatto una richiesta: potevano per favore metterle un cuscino lungo
la gamba sinistra?
Viste le particolari condizioni della paziente, che avverte un dolore esteso
a tutti gli arti, le infermiere hanno predisposto per lei un paio di cuscini in
più rispetto ai due che vengono forniti. Allora Mattia e la sua ragazza hanno
sollevato insieme un cuscino – quasi fosse un oggetto fragile che è meglio
maneggiare in due – che stava sotto il braccio destro della donna e lo hanno
spostato accanto alla gamba sinistra, incastrandolo fra la coscia e le sponde
di contenimento. La madre di Mattia ha sussultato quando il cuscino le ha
sfiorato la gamba, come se invece del tessuto della federa le avessero
sfregato contro una spazzola fatta di aculei.
Non va bene?, ha chiesto il figlio con una nota d’irritazione nella voce.
Lei ha risposto di sì, ma ha aggiunto che anche la gamba destra ora le
faceva male.
Con un altro cuscino Mattia ha compiuto la stessa operazione, e sua
madre sembrava aver trovato finalmente un po’ di tregua. Ma la pressione
lungo le gambe era cambiata, e a quanto pare la posizione del materasso
non era più ottimale. Allora Mattia, osservato dalla sua ragazza che già
aveva indossato la giacca, ha ruotato con eccessiva violenza la manovella
che regola l’inclinazione all’altezza dei piedi.
La madre di Mattia si è lasciata sfuggire un timoroso verso di dolore.
Scusa, ha detto sbadatamente il figlio, ma lei ha ribattuto che ora il
cuscino dietro la testa era scivolato un po’ troppo in basso: per favore la
ragazza poteva sistemarglielo?

Hanno preso l’ascensore che li porta a pianterreno senza scambiarsi una


parola, come se per riuscire a parlare fosse necessario mettere distanza fra
se stessi e quel posto. L’ascensore può contenere fino a 28 persone, così
dice la targa di ferro fissata contro la parete: un apparecchio che regge e
sposta due tonnellate di peso, un ascensore enorme pensato per portare un
letto intero e un paziente e un medico e un paio d’infermieri e qualche
parente, anche.
Quando sono usciti dalle porte a vetri dell’ospedale il vento ha graffiato
le loro facce.

Ora guardano la finestra del terzo piano, e Mattia è convinto che se fossero
ancora lì con lei, nella sua stanza, la madre continuerebbe a chiedere di
essere sistemata un pochino qua e un pochino là. Perché il dolore è ormai
diffuso in tutto il corpo, e non trovando più spazio da occupare tra poco
traboccherà, dilagando in ognuno di loro: Mattia e suo padre, la ragazza di
Mattia e tutte le persone vicine sono ormai diventate un’estensione di
quell’organismo canceroso.
Adesso hanno raggiunto l’auto, parcheggiata in mezzo a due blocchi di
neve grigia. Ed è solo nel momento in cui sono seduti una di fianco all’altro
– Mattia al posto di guida, la chiave già inserita nel quadro ma il motore
ancora spento – che lui dice le prime parole da quando è uscito da quella
stanza d’ospedale.
Dice: Mi spiace. E lo dice alla sua ragazza, perché gli spiace davvero che
lei sia stata testimone di quella scena pietosa. Lei lo accarezza, poi lo
abbraccia. Mi spiace, ripete, mi spiace. Ma non piange.

Quella sera faranno l’amore, e sarà come essersi ritrovati. La luce della
camera da letto di Mattia – la lampada orientata contro il muro per creare
penombra – disegnerà sulla schiena della ragazza dei ghirigori. Con un dito
Mattia le accarezzerà le scapole sottili, la pelle tesa.
E, dopo, resterà immobile per un po’ sul letto a una piazza, respirando
quel profumo inconfondibile di fazzoletti appena stirati che il corpo di lei
produce quando è felice.
Oltre la posizione

Un’altra notte, un altro incubo.


Stavolta è più stomachevole del solito. Mattia è in visita da suo cugino,
che ha cinque anni più di lui ed è sposato con una ragazza che ha la stessa
età di Mattia. Il motivo per cui è lì, nel sogno, è la nascita del primo figlio
della coppia.
Nella realtà, il figlio di suo cugino è nato mesi prima, e Mattia non è mai
andato a far loro visita – non ha neppure telefonato. La madre di Mattia, che
tanto vorrebbe diventare nonna e non lo diventerà se non da morta, forse, ha
rimproverato il figlio per quell’ostentazione di scortesia.

(Mattia è senza fratelli, senza sorelle. La sua condizione di figlio unico – da


bambino si vantava di quell’aggettivo, fraintendendolo – ormai è
irreversibile.)

Nel sogno, appena Mattia entra in casa, il cugino lo accoglie festante. Lo


guida in camera da letto, dove c’è la moglie che – reggendo un fagotto di
coperte – sorride. I tratti del viso sono sfuggenti, potrebbe essere una
ragazza qualunque, ma anche se siamo in un sogno a Mattia è chiara una
cosa: ogni donna con un bambino in braccio diventa subito una madre. Nel
momento in cui libera dalle coperte il piccolo per mostrarlo fiera a Mattia,
lui si rende conto che dentro un vestitino azzurro che odora di nuovo c’è un
gatto morto dalla forma oblunga. Gli occhi chiusi, cisposi. Schiacciato fra i
piccoli denti aguzzi, sotto il naso triangolare, stringe un ciucciotto.
Non vuoi prenderlo in braccio?, gli dice qualcuno.
È a quel punto che Mattia si sveglia.

(Quel giorno, in videoteca, costringerà un cliente a noleggiare Rosemary’s


Baby di Roman Polanski.)

Rifugiarsi nelle immagini

Spesso Mattia al lavoro si annoia.


Per fortuna prima o poi la sera arriva, e con essa il momento che Mattia
preferisce in assoluto.
Poco prima della chiusura accende il televisore più piccolo e il
videoregistratore, poi recupera da dietro il bancone la borsa a tracolla.
Estrae una delle videocassette che si porta sempre dietro, la infila nella
bocca dell’apparecchio.
Si siede al buio, da solo.
Quando la proiezione inizia, Mattia si quieta.
Le immagini che scorrono sullo schermo sono quelle della madre
quand’era sana. Riprese che ha fatto lui stesso con la videocamera anni
prima, immagini rubate a una gita, a una festa di compleanno, a una cena
coi parenti: brevi sequenze sgranate, inquadrature imprecise, fuori fuoco,
sovraesposte.
Il negozio è un luogo neutro. Non c’è nulla di legato alla sua famiglia, ai
ricordi. E questo amplifica la potenza delle immagini che si susseguono sul
piccolo televisore, così come il riverbero delle voci che arrivano dal
passato. Quel gracchiare indistinto nelle scene in cui il microfono era
troppo vicino a chi stava parlando è un balsamo per le orecchie di Mattia.
Ogni tanto si sofferma su un dettaglio, contempla il viso della madre come
se lei già non esistesse più, e lui potesse vederla solo in quelle occasioni,
come in sogno.
Eppure se volesse vederla basterebbe andare a casa sua, di là, e la
troverebbe – malata ma viva.

(Un figlio che muore, per un genitore è come un film che hai visto
dall’inizio e del quale sei certo di sapere tutto. Un genitore che muore, per
un figlio è come un film che hai visto da metà e del quale sei certo di
ignorare molto.)

E quando esce dal lavoro riflettendo sul fatto che anche quel giorno è stato
seduto tutto il tempo su uno sgabello mentre la persona che l’ha generato si
consumava distesa in un letto, sulla solita panchina del parco vede un’altra
coppia che si sta baciando. La ragazza assomiglia a quella della volta scorsa
(e di nuovo ha gli occhi chiusi: Forse è proprio la stessa, si dice Mattia),
mentre il ragazzo è sicuramente diverso.
Be’, poco male, pensa mentre raggiunge la fermata, a questa tizia piace
baciare i suoi fidanzati seduta lì, su quella panchina.

Quando i dvd sono usurati, e i clienti si lamentano che a un certo punto il


film s’è inceppato e hanno dovuto far ripartire la proiezione, o sono stati
costretti a saltare alcuni minuti per arrivare alla fine del film, il capo
anziché restituirli alla ditta che li distribuisce li regala a Mattia.
Al figlio piacerebbe potersi muovere random avanti e indietro nell’ultimo
anno in cui la madre è stata accanto a lui (o lui accanto a lei?), attraversarlo
seguendo un nuovo intreccio per recuperare i momenti più preziosi e
mescolarli ai più terribili.
Del resto a Mattia certe giornate sembrano dei montaggi fatti ad arte,
composti da episodi che ha già vissuto.
Il giorno in cui lei ha tentato inutilmente di alzarsi dal letto ed è scoppiata
a piangere; furibonda con se stessa e con il suo corpo, ha preso a colpirsi le
cosce con i pugni.
La sera che si è versata addosso la zuppa, perché il cucchiaio le è
sfuggito di mano.
Ma anche il giorno in cui lei gli ha chiesto se, per favore, poteva spostare
la tenda davanti alla finestra per vedere bene il giardino fuori.
La volta in cui Mattia ha detto Che sonno, poi ha appoggiato la testa sulle
gambe della madre, e lei ha preso ad accarezzargli i capelli cantandogli la
ninna-nanna.
La domenica in cui erano tutti a pranzo insieme e la televisione in
sottofondo si preparava a commentare le partite di calcio; Mattia aveva
diviso un budino con la madre, mangiando nello stesso piatto.
Ma anche quando lei non voleva prendere una medicina e il figlio –
inferocito con la malattia – le ha dato uno schiaffo in faccia, e la madre non
ha reagito.
Persino i ricordi peggiori, quelli di cui Mattia si vergogna, sono da
salvare.

Il bonsai di un amore

Mattia era a casa della sua ragazza. Lei era chiusa in bagno da un po’,
intenta a truccarsi. Lui invece era già pronto – ma non aveva fretta. Mentre
lei finiva di prepararsi (da un momento all’altro si aspettava di vederla
sbucare dalla porta, i capelli sempre ordinatissimi e quell’aspetto da piccolo
elfo che tanto gli piace), Mattia se ne stava seduto sul divano della sala da
pranzo. Da quel punto intravedeva una porzione di piede – un tallone, rosa e
meraviglioso – spuntare appena dalla porta del bagno; si stava provando un
paio di scarpe coi tacchi.
Erano passate da poco le venti, e loro due erano attesi a casa di amici per
il veglione di Capodanno. I genitori di lei, invece, avevano preso parte a
una festa. Ed erano riusciti chissà come a portarsi dietro anche il padre di
lui.
Tutto questo, mentre la madre era ancora in ospedale.

Mattia vide la sua ragazza sfilare seminuda per un solo istante, muoversi
rapida passando da una stanza all’altra, e pensò alla sequenza d’apertura
dell’ultimo film di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut: Nicole Kidman e Tom
Cruise magnifici, ricchi e apparentemente felici che – sulle note di un
walzer dall’incedere regale, eppure decadente – si preparano a uscire per
andare a un ricevimento. I protagonisti del film ignorano come gli equilibri
del loro rapporto di coppia verranno intaccati, mentre Mattia sapeva che il
suo legame con quel corpo femminile prima o poi avrebbe trovato una fine.
Solo, ancora non poteva dire quando, e in che modo: c’era come
un’interferenza. Il pensiero non riusciva ad allontanarsi da quella stanza
d’ospedale.
Quando la ragazza fu pronta, Mattia si alzò dal divano dove tante volte
avevano fatto l’amore e la baciò. Le luci si spensero in quella casa (l’anno
nuovo sarebbe arrivato in silenzio anche lì, nel buio), poi entrarono in auto.
Gli amici li stavano aspettando; sarebbe stata una cena tranquilla, ma lei e
Mattia li avevano già informati che un po’ prima di mezzanotte si sarebbero
assentati. Loro non avevano obiettato, né fatto domande.
Mattia mise in moto, e guardò la sua ragazza un attimo, mentre cercava
qualcosa nella borsetta. Avrebbe voluto dirle quanto si sentiva bene in quel
momento, ma non poté perché nemmeno lui lo sapeva.

Dopo cena, giocheranno a qualche stupido gioco di società sgranocchiando


pistacchi e sorseggiando un whisky torbato – Mattia ne berrà parecchi
bicchierini, ma a Capodanno si può –, fino a quando interromperanno a
metà una partita per dire ai loro ospiti: Ci vediamo dopo.
Andranno in quell’ospedale di provincia, dove un ragazzo gentile con un
ciuffo di capelli biondi sugli occhi – di turno mentre i medici sono con le
loro famiglie – li farà entrare al terzo piano un quarto d’ora prima della
mezzanotte. Raggiungeranno la camera dove è ricoverata la madre,
camminando lungo corridoi addobbati per le feste natalizie che non
smettono di essere corridoi d’ospedale. La ragazza di Mattia avrà preparato
una torta al cioccolato che offrirà, avvolta nella carta stagnola, alla donna
che un giorno – in quel presente in cui le cose note ai medici sono ignote ai
famigliari – potrebbe ancora diventare sua suocera.

(La ragazza ogni tanto dice a Mattia frasi come: Quando avrò un figlio –
mai «quando avremo», perché ha capito che per lui il futuro si coniuga al
singolare. D’altronde Mattia ha fatto in modo di congelare il loro rapporto a
uno stadio adolescenziale: si frequentano nei fine settimana, il resto del
tempo ognuno lo consuma solo con se stesso. Grazie a una subdola forma di
egoismo biforcuto, ha negato alla madre e alla ragazza l’occasione di essere
legate da un vincolo più forte, condannando la relazione a non crescere
mai.)

A differenza di come accade di norma l’ultimo giorno dell’anno, non ci sarà


tempo né coraggio per bilanci o previsioni: il figlio sarà impegnato a
sorridere e tenere stretta nella propria la mano della madre. Guarderanno
insieme i fuochi artificiali che festeggiano l’arrivo del 2005 dalla finestra
dell’ospedale. Sarà uno spettacolo ridicolo e maestoso.
Quando a mezzanotte e trentasette Mattia uscirà dall’ospedale insieme
alla sua ragazza – una fetta di torta anche al ragazzo col ciuffo – riaccenderà
il cellulare che aveva tenuto spento in una tasca dei jeans. Arriveranno
messaggi di auguri un po’ da tutti, alcuni personalizzati e altri generici, e
molti diranno «auguri a te e ai tuoi».
Salendo in auto per fare ritorno dagli amici, Mattia dirà alla sua ragazza:
Non voglio che questo sia l’ultimo Capodanno felice. E lei, sapendo di
mentire ma volendo credere in ciò che sta per dire, risponderà: Non sarà
l’ultimo.
E infatti la madre vivrà ancora un anno, venti giorni e un’ora dopo quel
Capodanno.

Il giorno della memoria

Il 27 gennaio 2005 la madre stava trascorrendo la fine della degenza in


ospedale. A casa di Mattia, la settimana prima – insieme alla brochure
pubblicitaria di un ipermercato –, era stata recapitata una lettera del comune
del paese vicino: informava i famigliari che i resti della madre della nonna
di Mattia sarebbero stati riesumati, insieme ad altri cadaveri sepolti nel
decennio 1945-55, «in vista di una riqualificazione dell’area cimiteriale». Il
personale addetto si sarebbe occupato di «traslare i resti del defunto in
eventuali tombe di famiglia»: diversamente, sarebbero confluiti nell’ossario
comune. Si invitavano i parenti che lo desideravano ad assistere a
quell’insolito spettacolo. Uno sfratto, insomma.
Un po’ come quando, nei film americani – aveva pensato sorridendo
Mattia leggendo quella lettera a sua nonna (lei seduta sul divano, il nipote
attento a scandire ogni parola, mentre la badante sbriciolava una medicina
nel bicchiere) –, telefonano dall’obitorio per il riconoscimento di un corpo.
Ma qui nessuno doveva riconoscere nessuno, semmai si trattava di
reincontrarsi.

Dunque il mattino del 27, prima di raggiungere l’ospedale per la visita


giornaliera alla madre, Mattia e la nonna erano andati insieme al cimitero
per assistere all’esumazione. Lei voleva partecipare a tutti i costi all’evento,
lui non aveva nessun buon motivo per rifiutarsi di accompagnarla – in
fondo era anche curioso –, e così si era preso un permesso dal lavoro.
E ora una donna di quasi novant’anni e un uomo di venticinque stavano
per vedere un corpo estratto da una bara rimasta sigillata per mezzo secolo.

Una piccola folla era raccolta davanti al cancello, all’ingresso del


camposanto. Veniva inaugurata una scultura per ricordare a tutti che anche
in quel preciso cimitero riposavano corpi che in vita erano stati deportati nei
campi di concentramento.
Si fecero largo fra quelle persone con i cappotti pesanti e i volti scuri,
mentre in piedi davanti alla scultura con la stella di David un ex partigiano
stava leggendo da una pergamena qualcosa di simile a una poesia. Mattia
riconobbe alcune autorità, e colse distrattamente la frase che ricorre in
quelle circostanze – «per non dimenticare» – ignaro che, nel tempo, sarebbe
diventato anche il suo motto.
Percorsero il camminamento lastricato che introduceva alle due ali del
cimitero, e anziché il silenzio consueto un po’ alla volta li raggiunsero una
serie di voci. Giù in fondo c’erano gruppetti di operai impegnati a fare
qualcosa. Molte bare erano state già estratte dalle fosse, altre venivano
sollevate con delle carrucole, e spinte a forza sulla terra ghiacciata. Uomini
in tuta blu, profanatori di tombe in pieno giorno, si aggiravano fra le lapidi
trasportando carriole colme di zolle congelate, pietre e detriti. In lontananza
c’erano due grossi bidoni – di quelli che si usano per il gasolio – dai quali
usciva un fumo nero, leggero. Mattia si portò istintivamente una mano alla
bocca e al naso, come per proteggersi. Per nulla al mondo avrebbe voluto
respirare il fumo che saliva da quei bidoni.

Un uomo col cappello si fece loro incontro, una cartelletta in mano e il


passo deciso. Sul petto, una foto lo ritraeva sorridente con qualche anno in
meno. Con professionalità e senza mostrare lo stesso sorriso, anzi con aria
contrita, strinse la mano alla nonna di Mattia, poi chiese se cortesemente
potevano fornirgli le generalità del loro defunto. La vecchia pronunciò,
ferma nella voce, il nome di sua madre. Dopo una rapida scorsa alla
cartelletta seguita da un cenno del capo, l’uomo col cappello li condusse
verso un gruppo di operai intenti a scardinare le lapidi lungo la parete dove
da sempre la nonna di Mattia andava a portare fiori a sua madre.
Gli operai erano poco più che ragazzini, coetanei di Mattia. Rumeni,
albanesi, slavi, chiamati a fare quello che nessuno avrebbe mai voluto fare:
vivi che si occupavano di morti altrui. Le loro madri – anzi, le loro sorelle –
erano le badanti che si prendevano cura tanto di sua nonna quanto di quelle
dei suoi amici, e che di lì a poco avrebbero dato una mano a Mattia per
svuotare la padella della madre.
L’uomo col cappello si rivolse agli operai dicendo il nome della bisnonna
di Mattia ad alta voce, e subito quello che doveva essere il responsabile del
gruppo – le mani guantate come un chirurgo prima di un intervento, o un
netturbino nel pieno del suo esercizio – si mise a cercare accucciato per
terra, tra le bare allineate.
Mattia non riusciva a distogliere lo sguardo dai bidoni fumanti, e neppure
si accorse che alcune di quelle vecchie casse di legno disposte in file
ordinate erano già state scoperchiate e ora erano vuote.
Il responsabile del gruppo individuò la bara giusta e leggendo la scritta su
una targhetta sbiadita ripeté nome e cognome della bisnonna di Mattia, poi
fece segno al ragazzo che teneva in una mano un martello e nell’altra un
attrezzo simile a un piede di porco di aprire la bara.
La nonna di Mattia provò ad avvicinarsi, ma il nipote non sembrava voler
sollevare i piedi per muoversi né in un senso né nell’altro.

(Qual è il suono di una bara scoperchiata? Assomiglia in qualche modo a


quello di un cranio scoperchiato?)

La sorpresa di entrambi fu quella di rendersi conto che la donna morta


cinquant’anni prima era conservata alla perfezione. I capelli una matassa
lanuginosa intorno a un teschio rinsecchito, le mascelle semispalancate
mostravano alcuni denti intatti. Brandelli di vestiti – un tessuto che doveva
essere stato verde – avvolgevano il cadavere, le cui scarpe di cuoio
spuntavano come due colline gemelle dal fondo della bara.
La nonna di Mattia scosse la testa su e giù un paio di volte, per
confermare a tutti loro che sì, quella specie di mummia in effetti era proprio
lei, sua madre.
Li raggiunse allora un altro ragazzo vestito da operaio, mentre l’uomo
con il cappello – preceduto dalla sua cartelletta – stava già andando
incontro ad altri parenti. L’operaio reggeva in mano una cassetta di zinco
luccicante: quattro pareti non più lunghe di un paio di spanne. Mattia pensò
che assomigliava al contenitore del cavalletto della macchina fotografica
che usava un tempo suo padre.
Dove lo mettiamo?, chiese alla nonna di Mattia indicando la salma.
Non ebbe il tempo di domandarsi se la scelta del maschile fosse dovuta
alla non perfetta padronanza dell’italiano, o se per lui i morti erano tutti
quanti «cadaveri» e basta, perché la nonna rispose: Insieme a mio padre,
laggiù – e con un dito storto dall’artrosi indicò l’angolo dov’era sepolto il
padre.
L’ultima parte del lavoro richiedeva di frantumare in tanti pezzetti la
bisnonna per poterla inserire (macabro gioco di prestigio) in quella cassetta
di zinco. Mattia si stupì nel constatare come quelle mani guantate dovessero
applicare pochissima forza: le ossa del cadavere erano arbusti sottili seccati
dal sole. Provò a stornare lo sguardo, ma pochi passi più in là si stava
svolgendo una scena identica a quella, e in qualsiasi punto indirizzasse gli
occhi non vedeva che corpi smembrati e ricomposti.
Una scritta veloce su un’etichetta appiccicata alla bell’e meglio sulla
nuova bara luccicante della sua bisnonna, e poi si fece avanti un ragazzo
robusto dagli zigomi affilati: camminava con il pugno destro chiuso,
proteso in avanti come una minaccia.
Vuoi?, chiese sorridente, mostrando gengive grigiastre. E schiudendo le
dita rivelò nel palmo un anello d’oro: rimasta sigillata in una bara mentre il
corpo tutt’intorno si decomponeva e seccava, quella era la fede della sua
bisnonna.

Sfumature

In ospedale si è da poco concluso il momento del pranzo. Le infermiere si


dileguano perché il loro turno è finito, le finestre lungo i corridoi vengono
aperte e poi richiuse in fretta per cambiare l’aria viziata (l’odore di pollo
bollito e disinfettante non se ne vuole andare), mentre un po’ alla volta
arrivano i parenti: è l’ora delle visite.
Mattia ha lasciato la nonna nella stanza in cui è ricoverata la madre, ed è
andato a prenderle una bottiglietta d’acqua al distributore automatico. Già
che c’era ne ha approfittato per bersi un caffè. Adesso si attarda, convinto
che madre e figlia abbiano cose da dirsi.

Per tornare al reparto donne, Mattia deve attraversare il corridoio in cui


sono ricoverati gli uomini. Sulla porta di una stanza c’è un dottorino
giovane che non ha mai visto. Sta spiegando a un’anziana macilenta (che di
fronte alle conoscenze mediche e all’aria di superiorità del dottorino sembra
ancora più vecchia e malmessa) le condizioni in cui versa suo marito. Il
medico ha la fronte corrugata e le sopracciglia a V come un cattivo dei
fumetti, la donna tiene un fazzoletto stropicciato contro il petto, quasi un
amuleto.
Mattia intercetta un frammento di conversazione.
Insomma, dice lei con una voce pronta a tramutarsi in pianto, mi sta
dicendo che mi devo aspettare il peggio.
Mattia ha rallentato il passo per ascoltare la notizia di morte dalla bocca
del dottorino, ma sente invece qualcosa che lo spinge a girare la testa in
modo plateale verso i due.
No, fa il medico deciso, non sto dicendo questo.
No?, domanda lei, speranzosa. È un miracolo, sembra dirsi, allora
pregare tanto a qualcosa è servito.
Non le sto dicendo di aspettarsi il peggio, chiarisce l’altro corrugando
ancora di più la fronte. Le sto dicendo di prepararsi al peggio.
Il dottorino gira i tacchi e se ne va, lasciando la vecchia e il suo
fazzoletto lì dove li ha trovati.

La madre sta meglio, hanno detto i medici a Mattia, ancora qualche esame e
la dimetteranno. Qualunque cosa voglia dire «stare meglio».
Il nipote riaccompagna la nonna a casa: fra cimitero e ospedale la
mattinata è stata lunga. Mentre lei si accomoda sul divano, lui si mette a
cercare un preciso contenitore di plastica che però non trova. Allora svita il
tappo di un flacone di ammorbidente e lo riempie di alcol etilico. Poi
costringe la vecchia a buttarci dentro la fede appartenuta alla bisnonna, e a
lavarsi con cura le mani.
Il contenitore deve rimanere sul davanzale della finestra almeno per una
notte: Mattia raccomanda alla badante di farci attenzione.
Colata

Signora, oggi torna a casa: è felice?


Questo aveva detto la dottoressa piccola dagli occhialini tondi – la
responsabile del reparto di Oncologia – il mattino del 1° febbraio 2005.
La madre aveva sorriso: Dunque basta con il semolino, aveva
commentato, e la dottoressa era scoppiata a ridere. Mattia e il padre
avevano riso a loro volta.
Quella era, senza dubbio, la felicità: la luce perfetta che di lì a poco
avrebbe colpito la barella sulla quale la madre sarebbe stata distesa mentre
metteva chilometri fra sé e l’ospedale. La festa improvvisata che il marito e
il figlio avevano organizzato per il suo ritorno. La prima serata passata tutti
quanti insieme – di là.
Ma il giorno dopo, in attesa, c’era il 2 febbraio.

Il pomeriggio di mercoledì 2 febbraio Mattia e suo padre tornano in


ospedale. Hanno un appuntamento proprio con lei, la responsabile di
Oncologia. La figura che in questo gioco delle parti è destinata a incarnare
il personaggio più perfido di tutta la vicenda.

(La regola è molto semplice: se un medico dà speranze è un medico buono,


se non ne dà è cattivo.)

Scendono dall’auto. Percorrono il parcheggio dell’ospedale in silenzio,


fianco a fianco. Superano le porte a vetri, prendono l’ascensore e si
muovono agili fra i parenti in visita ai malati. Ora non hanno più nessuno
fra i ricoverati, ufficialmente appartengono al mondo di fuori:
quell’impalpabile fratellanza che li accomunava si è come sciolta, e dalle
occhiate diffidenti che ricevono lo percepiscono ancora di più.
Quando raggiungono il reparto e chiedono della dottoressa, un infermiere
giovane indica una porta. Mattia cerca di capire dal modo in cui si rivolge
loro se lui sa qualcosa, se li ha riconosciuti, se davvero ciò che stanno per
apprendere è così tremendo. Dal suo sguardo però non trapela nulla.
Bussano, e una voce dice: Avanti.
Entrano, prima il padre poi il figlio, e a un gesto della dottoressa
piccolina si accomodano su due sedie di plastica. Seduta dietro la sua
scrivania la donna pare ancora più piccola: Mattia si domanda se abbia un
cuscino sulla sedia che le permetta di arrivare alla scrivania, dove appoggia
con studiata naturalezza i gomiti. Sembra quasi lei sia lì solo per loro,
dopodiché tutto quanto – la scrivania, lo schedario, forse l’intero edificio –
potrà essere smantellato come i fondali di scena di un brutto film
ospedaliero.
Suo padre stringe in mano un portadocumenti con dentro alcuni referti
che la dottoressa ha chiesto di portare a ogni visita successiva. Al telefono
ha usato proprio quella parola, «successiva», ciò significa che di visite ce ne
saranno molte altre, in futuro, e che quindi la situazione di sua madre non è
così disperata come quella dottoressa – che forse cattiva non è – ha lasciato
intendere.
È lei a parlare per prima, da dietro gli occhialini tondi inizia col
riassumere l’intera storia clinica della madre, un ripasso generale
dettagliatissimo di quei nove anni, quando l’ospedale era un altro e anche i
medici erano altri. Solo Mattia e la sua famiglia sono sempre gli stessi.
Ricapitola le tappe della malattia negli ultimi mesi, sottolineandone i
progressi e i tentativi fatti. Loro ascoltano in silenzio; fuori dalla finestra,
sui fili del telefono, un uccello si spulcia sotto un’ala con vigorosi colpi di
becco.
Come per dare ritmo al discorso o forse concedersi una pausa, talvolta la
dottoressa butta lì la frase: La signora è ancora giovane; quasi questa
constatazione potesse essere di conforto. Ma soprattutto: ancora per cosa?
Mattia si accorge che la dottoressa ogni tanto preme la lingua contro
l’interno della guancia sinistra. Mentre lei soppesa le parole, mentre ragiona
sulle informazioni da centellinare ai famigliari, con regolarità la sua guancia
sinistra si gonfia appena, per poi sgonfiarsi. Forse è un ascesso, si dice
Mattia ipnotizzato da quel movimento.
Finalmente, la dottoressa potrà rispondere alla domanda che lui e suo
padre hanno provato a rivolgere ai medici incontrati negli ultimi mesi,
senza successo. L’interrogativo di fronte al quale fior fior di specialisti
hanno sempre snocciolato una serie di statistiche, probabilità, dati vaghi e
contraddittori. La domanda che spesso aleggia nelle conversazioni in
famiglia, ma che ogni volta si cerca di scansare come una tagliola bene in
vista.

(Quanto. Tempo. Resta?)

Ma né Mattia né il padre da quando sono entrati lì dentro l’hanno ancora


formulata, forse perché sanno che questa volta otterranno una risposta. E
non sono per nulla sicuri di volerla sentire.
La dottoressa, sfilandola con gesto da prestigiatore da una pila di altri
esami identici, mostra ai due una radiografia. La alza, mettendola contro la
finestra (l’uccello è volato via, chissà dove): si tratta della schiena della
madre.
Facendo un lento movimento verticale con un dito sulla lastra, la
dottoressa con gli occhiali tondi si lascia scappare questa frase: Capite, è
come se avesse una colata di metastasi lungo la colonna vertebrale.

(E pensare che finora eri stata così brava, pensa Mattia. Eri andata così
bene.)

Il figlio comprende all’istante che, ora che l’ha visualizzata – una cascata di
cellule cancerogene che un po’ alla volta digerisce sua madre dall’interno –,
quell’immagine sarà sua per sempre.
Leggendo, informandosi, domandando a persone che hanno avuto casi di
cancro in famiglia, Mattia ha scoperto che ci sono diversi modi per
descrivere la diffusione delle metastasi, secondo la fantasia dei medici e dei
pazienti. C’è chi parla di macchie bianche che si allargano e tendono a
unirsi nel tempo come olio versato sull’acqua, chi di pallini sparsi come
dallo schioppo di un cacciatore, chi di frammenti appartenuti a una granata.
C’è chi scomoda la pelle del leopardo, chi s’immagina il cancro del marito
come il nodo di una grossa corda, altri invece parlano di una palla da tennis.
Chi racconta di essere stato operato perché aveva in corpo un cancro grande
quanto una susina – Ma una susina di quelle bianche e piccole o una di
quelle viola e grosse? –, oppure di aver perso la propria compagna perché
aveva metastasi disseminate lungo il corpo come tanti fiocchi di corn-
flakes. Le metafore alimentari abbondano. Del resto Mattia si ricorda che la
nonna materna un tempo raccontava sempre che la figlia maggiore, sua zia,
aveva «un grappolo» dentro l’intestino. Mattia bambino s’immaginava che
nel corpo della zia – del quale non aveva memoria: per lui era una signora
ritratta in qualche vecchia foto – ci fosse un grappolo d’uva nera dai chicchi
enormi, perfettamente intatto quasi la zia, ingorda, lo avesse ingoiato tutto
intero.
Per scacciare via le associazioni d’idee che gli si formulano in maniera
confusa in testa, Mattia sputa fuori la domanda. Che poi è il motivo
principale della visita: Quanto tempo resta?

(La carcinosi meningea colpisce i malati di cancro con un’incidenza che


oscilla fra il tre e l’otto per cento. Quasi come vincere la lotteria al
contrario.)

La dottoressa da dietro le lenti lo fissa con coraggio, gli occhi nerissimi ora
sembrano brillare. Appoggia la lingua sul lato sinistro della guancia
facendola appena gonfiare, poi dice: Dieci-dodici... (e abbassa gli occhi.
Mattia prende un lunghissimo respiro e già pensa che dodici, ma anche solo
dieci anni in fondo non sono così pochi), e poi completa la frase: ...mesi.

Tornando a casa in quel 2 febbraio, il padre di Mattia chiederà al figlio: Ma


perché ci hanno dovuto dire che non ce la farà? Perché stavolta non può
salvarsi?
E quell’esplosione di dolore, ingigantita da una rabbia sorda e
arrendevole, sarà l’unico momento – nel lungo ultimo anno – in cui riuscirà
a vedere senza filtro la sofferenza del padre, abilissimo nel tenere nascoste
le sue emozioni. Come un fotogramma subliminale, nascosto in una
sequenza da un montatore perfido, e ora per la prima volta smascherato.

Accompagnamenti

Sarebbe meglio non le diceste niente, li aveva istruiti la responsabile di


Oncologia.
Cosa dobbiamo fare, allora?, aveva chiesto il padre con aria di sfida.
Be’, aveva detto la dottoressa, avete questo tempo a disposizione per...
accompagnarla. Il nostro personale infermieristico vi starà vicino. Ma se
potete, aveva bisbigliato, evitate di darle informazioni. Renderebbe tutto più
complicato.

(Tacere al morente che sta morendo. Negargli la possibilità di sapere.


Morire non è mai stato così difficile.)

Ha detto che camminerò ancora?, chiese speranzosa la madre quando il


marito e il figlio tornarono dall’ospedale. Era già a suo agio nella
dépendance riconvertita in camera da letto, come se di là ci fosse nata – ed
era un bene, perché quella non sarebbe stata una soluzione temporanea.
Mattia si limitò a risponderle cercando di sostenere lo sguardo: Dice che
adesso devi fare un ciclo di chemioterapia, poi vediamo.
La madre lo fissò senza dire nulla. Probabile che nell’espressione del
figlio avesse già letto tutto ciò che nessuno le avrebbe mai confessato. Era
molto abile nel capire quando Mattia mentiva, e lui era stato poco
convincente. Fece comunque finta di crederci.
Fino a quel momento non aveva mai fatto direttamente la domanda (al
figlio o al marito) più importante, molto più coraggiosa di Quanto tempo
resta?, e cioè: Sto morendo? Mattia però si era ripromesso di ignorare i
consigli della dottoressa piccolina e di rispondere con sincerità, se fosse
accaduto.

(Mattia e il padre apporteranno una serie di piccoli cambiamenti al basso


fabbricato per rendere più gradevole possibile la permanenza della donna
che entrambi amano. In primavera inoltrata sistemeranno una tenda colorata
davanti alla porta d’ingresso, e contatteranno un falegname affinché sistemi
un rettangolo di vetro nell’infisso superiore della grossa porta in legno per
fare entrare più luce. Anche questo è «accompagnare».)

Avvolgere, proteggere

Le otto del mattino. In attesa che la madre si svegli, Mattia sta facendo
colazione. Ha dormito accanto a lei, e fra poco uscirà per andare al lavoro.
La donna apre gli occhi quando sente il rumore di un’auto che parcheggia
sulla ghiaia del cortile. Chi è?, domanda rimanendo immobile.
L’infermiera, risponde Mattia senza aver bisogno di controllare.
Silenzio.
Allora la osserva, e si accorge che sta soppesando quell’informazione nel
tentativo di stabilire se è una notizia buona, cattiva o neutra. Il cervello
metastatizzato della madre sembra fare ogni giorno più fatica a sintonizzarsi
sul presente.
Lui è ancora in pigiama, apre la porta del basso fabbricato per accogliere
l’infermiera che si occupa delle cure palliative.

(Il termine palliativo deriva dal sostantivo latino pallium, cioè mantello,
cappa. L’aggettivo, nella terminologia medica, vuole suggerire il senso di
qualcosa che avvolge, copre, protegge. Ma ciò che avvolge può anche
soffocare.)

È una ragazza della stessa età di Mattia; si prende cura di sua madre e di
chissà quanti altri malati terminali ogni giorno. Arriva sorridente, saluta, dà
un’occhiata alle condizioni generali, scambia due chiacchiere con la
paziente come se stesse facendo visita a un’amica, osserva le medicine sul
tavolo, annota qualcosa su un faldone violetto, e poi riparte verso un’altra
casa, un’altra storia. Ha una lunga treccia scura che le carezza le spalle a
ogni passo, seguendola come un cucciolo fedele.

(Spiando gli appunti su quel faldone, un giorno non lontano il figlio leggerà
l’andamento del declino: da un felice la paziente è lucida e collaborativa, a
un tragico la paziente è disorientata, estremamente apatica e risvegliabile
con difficoltà.)

Vuoi un po’ di caffè?, domanda Mattia all’infermiera.


Magari, fa la ragazza. Ah, ho trovato questo, dice mostrando una piccola
busta bianca.
Il cuore di Mattia perde un colpo. Con un balzo, gliela strappa di mano.
La esamina, sopra non c’è nessuna scritta. Osserva la madre: sta ancora
sonnecchiando, forse non s’è accorta di niente.
Dov’era?, chiede lui aggressivo.
Era... infilata fra le sbarre del cancello, si giustifica l’infermiera.
Il figlio si precipita fuori, in pigiama, alla ricerca del colpevole. Guarda
la strada, il cancello, il giardino. A parte il gatto non c’è nulla di vivo.
Con mani tremanti squarcia la busta, e dentro trova un foglietto: Ciao,
eccomi finalmente fra di voi! Ho appena due settimane di vita, ma ho già
tanta voglia di conoscere nuovi amici... Vieni a casa mia martedì prossimo
per festeggiare il mio arrivo? I miei genitori saranno felici di accoglierti.
E accartocciando il foglietto prima di gettarlo nei rifiuti, Mattia si ritrova
a maledire a bassa voce il figlio neonato dei vicini.

Le vite altrui

Quando viene fissata una visita ospedaliera Mattia telefona a un numero


verde, che offre un servizio di prenotazione gratuito per le ambulanze a
domicilio. Il giorno stabilito, di buon’ora, arrivano in coppia i barellieri
nelle loro divise squillanti. Si avvicinano al letto e – dopo aver contato fino
a tre – sollevano insieme la madre e la depongono in barella. Il figlio sale
con loro sull’ambulanza, stipata di defibrillatori, teli sterili, mascherine,
apparecchi sconosciuti.
C’è sempre un barelliere che rivolgendosi alla madre dice scherzando:
Non si spaventi del casino, signora. E lei risponde: Ci mancherebbe. Poi
l’ambulanza parte con la sirena spenta, e insieme vanno a fare una visita.
Una visita inutile, ma come sempre istruttiva.

(A furia di frequentare i forum sui malati terminali, di documentarsi sulla


cosiddetta «letteratura scientifica», di leggere tabelle che descrivono una
casistica che scoraggerebbe chiunque, Mattia ha sviluppato un talento
nell’indispettire i medici che seguono la terapia. Ogni volta che la madre si
sottopone a una visita, lui li incalza con domande, teorie, ipotesi, cure
alternative rispetto a quelle del protocollo seguito. Vuole occuparsi lei di
questo caso?, gli ha detto una volta un medico, diventando rubizzo, quando
Mattia aveva ventilato l’idea di ricorrere alla PET per «verificare la presenza
di eventuali recettori per gli estrogeni sulle cellule tumorali».)

Dai finestrini dell’ambulanza scorre il mondo indaffarato a gestire le vite


altrui, e Mattia immagina il futuro come sarebbe stato se. Riflette sulla
sequenza finale della 25a ora di Spike Lee, che lo riesce a emozionare ogni
volta: vede sua madre anziana (nei matrimoni tradizionali è la madre dello
sposo ad accompagnare il figlio all’altare) con un bimbetto sulle gambe –
suo nipote – mentre gli racconta come si sono conosciuti lei e suo marito,
cioè il padre di Mattia, cioè il nonno di quel bambino che non esiste.

(Perché quando la dottoressa piccolina ha detto loro dieci-dodici mesi, due


universi si sono scissi: in uno la madre di Mattia è riuscita a invecchiare.
Nell’altro, il posto in cui sono intrappolati, il figlio si è dato un compito:
correre più veloce del cancro. Correre, vivere con la madre tutte le
esperienze che la morte arriverà a negare. Correre, per non perdere neanche
un minuto di vita della madre. Ma il cancro ha molto più fiato di lui.)

Luoghi che non appartengono più

C’è stata la volta in cui Mattia e la madre sono scappati. È stata un’idea che
il figlio ha avuto un pomeriggio: architettare una fuga. Loro due soli.
Sua madre sonnecchiava seduta sul letto, i cuscini tutt’intorno e la
televisione accesa in sottofondo. Il figlio ha proposto alla madre la sua idea,
e lei ha detto: Perché no?
Allora lui l’ha aiutata ad alzarsi dal letto – dunque gli esercizi suggeriti
dal fisioterapista funzionano davvero, hanno pensato insieme madre e figlio
– e l’ha fatta sedere con cura sulla carrozzina. Ha aperto la porta del basso
fabbricato, e collocato la pedana di legno di fronte all’ingresso, fuori, sulla
ghiaia del cortile.

(Quando ancora la cava d’amianto del paese era in attività, quando ancora
l’asbestosi era un nemico sconosciuto, proprio da quella miniera si
estraevano le pietre per riempire i cortili in terra battuta delle case private.
Anche la famiglia di Mattia ha subito la stessa sorte: la ghiaia che da
quarant’anni circonda casa loro – la ghiaia sulla quale ha giocato Mattia da
bambino, la stessa che già c’era quando sua madre, che ancora non era sua
madre, si è sposata – arrivava da quel posto maledetto. E all’epoca in cui
ogni nucleo famigliare del paese aveva almeno una persona che lavorava in
quella cava a cielo aperto – una persona che rientrando stanca a casa la sera
buttava in un angolo i vestiti impregnati e si sedeva a tavola per la cena –
gesti semplici come quello hanno contribuito a sparpagliare tutt’intorno
fibre d’amianto che di certo si sono depositate nell’acqua che hanno bevuto,
nella terra i cui prodotti hanno mangiato sia loro sia le bestie che macellate
sono state a loro volta mangiate, nell’aria che hanno respirato ogni giorno.
Una Černobyl’ portatile, silenziosa e molto meno celebre.)

Ha messo sul cranio calvo della madre un cappello di lana, le ha poggiato


una coperta sulle spalle – la madre, divertita, si è stretta la coperta sul petto
con entrambe le mani, come un mantello – e sono fuggiti insieme.
Fuori, un sole tiepido li aspettava. Mattia si è affrettato a spingere la
carrozzina sulla ghiaia – Più piano, ha detto lei –, sollevando un po’ di
polvere e lasciandosi dietro piccoli solchi come tracce nella neve fresca.
Dieci metri più avanti hanno raggiunto il pavimento lastricato che sta
intorno alla casa dove, dopo la festa successiva al suo rientro dall’ospedale,
non era più stata.
Intanto, con una folata improvvisa il vento aveva portato uno sciame di
granuli di polline: orbitavano intorno alla madre neanche fosse una
calamita, sembrava che la natura volesse omaggiarla, o fecondarla. Lei
rideva.
Sempre di corsa, come se qualcuno potesse scoprirli, Mattia è andato a
recuperare la pedana, e l’ha posizionata davanti alla porta di casa – di qua.

Una volta dentro, la madre ha perlustrato con gli occhi lo spazio, sfiorando
con le mani tutto ciò che riusciva ad afferrare – la tenda di gomma della
cucina, un cuscino su una sedia, il portafrutta al centro del tavolo. Ha fatto
subito notare a Mattia le differenze rispetto a quello che ricordava,
differenze che lui altrimenti non avrebbe potuto apprezzare: il divano
leggermente spostato in avanti, l’assenza dei centrini sotto i vasi, quanto
l’edera che lei amava tanto – un’edera ricevuta in dono il giorno delle
nozze: un’altra forma di vita che le sarebbe sopravvissuta – fosse cresciuta
rigogliosa.
Ha voluto vedere anche la dispensa: Apri lì, gli ha chiesto esplicitamente,
e poi ha osservato per un po’ gli scaffali pieni di cibo. Sembrava cercasse
fra i prodotti qualcosa, un indizio, quasi da qualche parte fosse nascosta –
magari in una confezione di cereali, come la pistola all’inizio di Kill Bill –
Volume 1 di Quentin Tarantino – la chiave della sua malattia.
Poi sono andati in salotto, le ruote sulla moquette rossa hanno frenato la
foga con cui il figlio spingeva la carrozzina. Mattia sembrava un agente
immobiliare, impegnato a convincere un potenziale acquirente dei pregi di
uno stabile.
Tutto è andato bene, fino a quando girando per le stanze madre e figlio
sono arrivati davanti alle scale. La madre-carrozzina ha alzato lo sguardo
verso le rampe. Due piani più su c’era la sua camera da letto. Nessuno dei
due ha detto nulla, il giro è finito lì.

Super-occasioni

In negozio entra all’improvviso il suo capo. Mattia guarda istintivamente


l’orologio a muro, perché di norma a quell’ora se ne sta al bar con gli amici.
Ma quel giorno è tornato prima perché ha avuto un’idea. Per esporre
meglio il piano si toglie addirittura il berretto, e si passa una mano sulla
massa di capelli stopposi: Mattia dovrà andare in missione nel nuovo
negozio di audiovisivi che hanno aperto nel paese accanto (dice proprio
così, «missione»). Lui non può perché lo conoscono tutti, quindi meglio se
ci va Mattia. Dovrà semplicemente entrare e dare un’occhiata, magari
chiedere qualcosa a un commesso. Capire soprattutto se anche loro fanno
noleggio, o solo vendita. Dovrebbe ringraziarlo, dice ora il capo, che non è
costretto a starsene tutto il giorno sullo sgabello e può andarsene un po’ in
giro.
Mattia si fa spiegare bene dov’è, questo negozio, perché nemmeno l’ha
notato. Certo che se il proprietario ha rinunciato al bar e agli aperitivi con
gli amici, pensa mentre sta aspettando la corriera, significa che ha davvero
paura della concorrenza.
A un certo punto si accorge che sulla solita panchina del solito parco c’è
la ragazza che ha adocchiato già altre volte, intenta come sempre a baciare
un ragazzo. Osserva un po’ la scena, ma si rende conto subito che il
destinatario di quei baci – un bacio senza contatto fisico, i due non si
abbracciano né si toccano – è un altro ancora rispetto ai due tizi che gli è
capitato di vedere negli ultimi giorni. Gli viene il dubbio che forse è la
ragazza a non essere la stessa, sta per avvicinarsi, vuol capire se è proprio
lei. Ha il tempo di fare un solo passo, quando arriva la corriera.
Rimane immobile, indeciso sul da farsi come un pescatore che stringe in
mano la canna da pesca in una zona vietata: si è accorto che qualcosa ha
abboccato, ma se non si sbriga ad andarsene c’è il rischio che quella che si
sta avvicinando, che sembra proprio una guardia forestale, gli faccia la
multa.
Poi, proprio quando il conducente sta per chiudere le porte, Mattia si
fionda sulla corriera.

(C’è una foto di Mattia bambino in mezzo alla neve, ritratto nel prato dietro
la casa dei suoi nonni. È vestito con un buffo piumino bianco, tiene in mano
un laccio rosso come fosse il guinzaglio di un cane: all’altro capo c’è uno
slittino. D’inverno insieme alla madre si lanciava giù dal prato per quella
breve discesa, e poi quando si stufava dello slittino rotolavano insieme nella
neve, un corpo contro l’altro. Lei lo stringeva a sé, lo abbracciava. Negli
ultimi vent’anni, Mattia non è mai uscito da quell’abbraccio.)

La corriera arriva a destinazione.


Il negozio ha aperto in pieno centro, in un locale ristrutturato, ampio. Ci
lavorano quattro persone: tre commessi più uno, vestito diverso, che
dev’essere il titolare.
Quando Mattia si mette a curiosare lungo le corsie, non può impedirsi di
constatare come non solo nei negozi come quello, ma anche nel reparto
audiovisivi dei centri commerciali, l’angolo dei vhs e delle musicassette è
sempre più esiguo. Tutto ciò gli suscita un senso di tenerezza. Gli dispiace,
per quelle tecnologie credute innovative e poi tristemente destinate a
sparire. E pure i dvd sono già morti, gli ha detto tempo fa un cliente. Vedrai,
ha pronosticato, i Bluray e poi altri supporti dopo di loro li soppianteranno
presto. Sapessi che definizione!, ha concluso il cliente entusiasta.

(Nel 1997, i dvd vennero immessi sul mercato. Pochi mesi prima, nel corpo
della madre si erano manifestati i primi sintomi della malattia.)

Un commesso gentile gli si avvicina, e Mattia – senza ricordarsi che agli


occhi dei suoi clienti anche lui deve apparire così – fa una domanda
generica indicando un lettore dvd in esposizione. Mentre il ragazzo con
perizia si prodiga nell’illustrare tutti i dati tecnici del prodotto, il pensiero di
Mattia va alle centinaia di videocassette etichettate e incolonnate nelle
vetrinette che ha in casa sua. Ha paura che i suoi due videoregistratori
possano rompersi, perché presto non ne verranno più costruiti di nuovi. E
chi se ne frega della definizione, pensa.

(Il 28 dicembre 2008, Mattia all’epoca non può ancora saperlo, l’ultima
azienda distributrice di vhs ancora attiva sul pianeta cesserà la produzione.)

Ha appurato ciò che più di ogni altra cosa tormenta il suo capo: non si
occupano di noleggio.
Proprio vicino all’ingresso, però, c’è un cassone di metallo pieno zeppo
di cd e dvd scontatissimi. Film, e anche album musicali, che nessuno vuole
più: buttati lì alla rinfusa, a disposizione di chi voglia mettersi alla ricerca di
tesori. Sulle custodie le etichette strappate, e altre incollate sopra quelle
strappate, stanno a raccontare la stratificazione temporale di ogni prodotto.
Mattia affonda per curiosità la mano fra le custodie di plastica, rovista un
po’, finché trova quello che fa per lui.

(Il figlio è alla ricerca costante di una promessa di durata. Se compra un


pigiama nuovo o un paio di ciabatte per la madre, qualcosa di destinato a
resistere negli anni, qualcosa di non immediatamente deperibile, ai suoi
occhi appare chiaro che quegli oggetti in qualche modo le allungheranno un
altro po’ la vita.)

Secondo te quando posso tornare a guidare?, domanderà la madre a Mattia


quella sera, mentre consumeranno l’ennesima cena sul carrellino – lei
tenuta in equilibrio precario da una fila di cuscini dietro la schiena, lui
seduto di fronte a lei.
Le risponderà: Eh, ci vuole ancora un po’.
Come fa a essere tanto stupida?, si chiederà più volte Mattia nel corso di
quei mesi. Come fa a non capire che al massimo in auto ci potrà soltanto
salire se alla guida ci sarà suo figlio, o suo marito, o l’autista dell’agenzia
funebre?
Oggi ti ho preso un regalo, dirà lui porgendo alla madre un pacchetto
sgargiante alla fine della cena.
Davvero?, domanderà lei curiosa.
E aiutata proprio da Mattia a scartare il pacchetto, e poi a riconoscere la
copertina, la donna sarà felice di tenere fra le mani un cd con i più grandi
successi di Aznavour.

(Quando il cd venne immesso sul mercato, le case discografiche


assicurarono una qualità del suono garantita per almeno mille anni.)

Lo ascolteranno quella sera stessa – Mattia accenderà il suo computer


portatile di là, diffondendo nell’ambiente quelle note e quella voce
malinconica che tanto lei ha amato in passato –, e poi forse lo ascolteranno
ancora una volta, prima della fine.

Maledizioni

Ovviamente una delle prime cose che fece Mattia, quando la dottoressa con
gli occhiali tondi gli spiegò che per sua madre non c’era scampo, fu quella
di attaccarsi a Google alla ricerca di un altro parere. Sapeva di commettere
una sciocchezza, anche la sua ragazza gli aveva sconsigliato di farlo, ma lui
era cocciuto. Voleva approfondire, cercare il miracolo almeno nella rete,
dato che nella vita vera non sembrava possibile.
Lo faceva tutte le notti in cui dormiva in camera sua, e c’era suo padre a
vegliarla di là; avevano fatto installare un semplice sistema di allarme per
ogni evenienza: era sufficiente premere il tasto di un telecomando perché
una sirena svegliasse Mattia, o suo padre – chi fra loro due quella notte
dormiva in casa –, che rapidi accorrevano. Di solito si trattava di una banale
diarrea, o di un fastidioso principio di fecaloma da sbloccare con un
clistere, ma per cambiarle il pannolone era utile in effetti essere in due.
Bisognava vestirsi, sfidare il freddo della notte, e certe volte, dopo,
riaddormentarsi era difficile: allora se ne stava con gli occhi fissi allo
schermo del pc. Inseriva nel motore di ricerca termini, espressioni, intere
frasi pescate dai referti degli ultimi esami medici, e un po’ alla volta si
addentrava in ricostruzioni di casi clinici che spesso terminavano con la
terribile formula «la prognosi è infausta». C’era tutta una comunità di
persone che si affidavano unicamente ai consigli degli specialisti online –
medici, guaritori o studiosi di terapie alternative –, forum di discussioni fra
malati terminali in cui ciascuno ricapitolava il proprio percorso clinico e
attendeva di confrontarsi con altri disperati. I più coraggiosi ironizzavano
sul tempo di risposta da parte degli specialisti, che per forza di cose si
auguravano non fosse troppo lungo.
Più Mattia cercava notizie in rete, più si deprimeva. Certe volte gli
capitava di infilarsi nel letto – vestito, gli occhi dolenti per via dello
schermo e la bocca asciutta di chi ha camminato nel deserto – quando fuori
cominciava ad albeggiare.

Stanotte, rimbalzando da un sito all’altro, si è imbattuto in Elisabeth Kübler


Ross. Secondo questo medico svizzero, fondatrice della psicotanatologia,
sono cinque le fasi che attraversa il paziente a cui è stata diagnosticata una
malattia: negazione; rabbia; patteggiamento; depressione; accettazione.
Quindi c’è un disegno, si dice Mattia, una trama anche in
quell’andamento misterioso rappresentato da una vita che se ne va. E ora
che ha scoperto questa cosa? Che il processo che ha portato la madre a
prendere coscienza della propria condizione è stato schematizzato? Spegne
il computer (prima ha voluto vedere che faccia ha Elisabeth Kübler Ross, e
le immagini che ha trovato mostrano una placida vecchietta occhialuta) e si
butta sul letto per provare a dormire un po’. Chissà se anche lui, si
domanda, riuscirà a pensare a questo periodo della sua vita come una serie
di fenomeni che si sono organizzati intorno a una storia al cui centro c’era
solo la morte. Ma quando sta per prendere sonno, quando i fantasmi del
giorno sono chiamati a raccolta dalla sua memoria per essere poi covati
dalla fase REM, ecco che la sirena dell’allarme suona.
Ed è allora che Mattia, nell’ordine, maledice tutto questo: lo sfintere di
sua madre che ha deciso di cedere proprio ora, il dito di suo padre che ha
premuto il tasto del telecomando, le sue stesse orecchie che hanno sentito il
suono, il suo corpo che obbedisce al richiamo, il freddo di fuori e pure la
Kübler Ross.
E mentre sta per arrivare di là, si augura che la diarrea della madre,
quella notte, sia così abbondante e così violenta e così pietosa da seppellire
tutti loro quando lui aprirà la porta.
Di parrucche e di aranciate

Un pomeriggio di qualche anno prima, dopo l’intervento al cervelletto, la


madre aveva ricevuto la visita di un’amica. Si erano messe a chiacchierare
sedute all’aperto; l’estate del 2003 era molto calda, e la madre di Mattia si
concedeva delle brevi passeggiate in giardino. Era costretta a indossare un
cappello di paglia, perché la radioterapia le aveva reso la cute del cranio
ipersensibile ai raggi del sole. Poteva rimanere all’aria aperta – amava
sostare all’ombra del corniolo – a patto che si riparasse bene e non si
stancasse troppo.
Questa amica le diceva sorridendo che non si aspettava di trovarla così in
forma; le raccontava quanto le sembrasse impossibile averla vista nemmeno
un mese prima in ospedale, E ora invece: guardati!
Intanto Mattia, da bravo padrone di casa, stava trasportando su un
vassoietto due bicchieri di aranciata per le donne e uno d’acqua e menta per
lui.

(Ogni volta che Mattia berrà un sorso d’acqua fresca in una giornata afosa,
e sentirà il liquido carezzargli le pareti della gola, capirà che quella è la vita:
l’acqua che scende nei recessi bui del suo corpo per permettere alle cellule
di rigenerarsi. Al contrario dell’alcol, che gratta giù in fondo con le sue
unghie ricurve, e spazza via ogni cosa.)

La madre raccontava affabile dettagli del recente intervento: il futuro si


caricava di speranza, la malattia si poteva sconfiggere.
E mentre l’altra annuiva – sorseggiando la sua aranciata con dentro un
piacevole cubetto di ghiaccio –, la madre all’improvviso si era rivolta al
figlio dicendogli se per favore poteva andare a prenderle la parrucca al
piano di sopra, perché voleva mostrarla all’amica.

L’avevano comprata Mattia e la madre in un negozio di città, in centro. Ma


non era stato facile trovare quella giusta. Dapprima si erano rivolti a un
negozio che si chiamava Clinica della parrucca, e già il nome li avrebbe
dovuti far sospettare di qualcosa.
Le commesse, illustrando le caratteristiche artigianali dei loro articoli,
insistevano in particolar modo su un aggettivo: le loro parrucche erano
personalissime, e i capelli – ci tenevano a specificarlo – erano stati forniti
esclusivamente da donatori affidabili. Autentici come i capelli che ho in
testa, aveva detto una ragazza dalla chioma rossiccia avvolgendosi una
ciocca intorno a un dito (e Mattia si era immaginato che da un momento
all’altro una commessa, per dimostrare la validità del prodotto, si sfilasse
dalla nuca quelli che sembravano i suoi veri capelli e mostrasse ai clienti
stupefatti un cranio calvo).
Questi della Clinica sembravano sapere il fatto loro: di ogni cliente
valutavano le sfumature dell’incarnato e la simmetria del viso (nei loro
laboratori facevano parrucche solo su misura, quelle che si potevano
ammirare in vetrina avevano un valore puramente espositivo). Uno
specialista, dopo aver fotografato la testa della madre, stava ora analizzando
al computer le peculiarità del cranio per formulare un preventivo.
Dopo il primo intervento al seno – quello del 1996 – nonostante le
previsioni i capelli non le erano caduti, dunque forse anche questa volta i
medici si sbagliavano. In fondo non erano loro stessi a sostenere che ogni
caso fosse diverso da un altro? La madre si trovava lì perché non voleva
farsi cogliere impreparata. Ma forse si trattava di una precauzione
eccessiva: confrontandosi col figlio si era convinta non valesse la pena
spendere tutti quei soldi. Dunque Mattia e sua madre avevano ringraziato le
commesse, salutato lo specialista col suo preventivo, ed erano scappati da
lì.
Prima di tornarsene a casa avevano preso un caffè in un bar, e guardato le
vetrine camminando sottobraccio; a differenza di qualche tempo prima in
cui si sarebbe vergognato, ora Mattia era ben fiero di passeggiare per le
viuzze del centro al fianco di sua madre.
Stavano ormai per raggiungere la macchina, quand’erano capitati quasi
per caso davanti a un negozio (molto più modesto della Clinica) che
esponeva in vetrina diverse tipologie di parrucche, a un prezzo ragionevole.
Con una fretta eccessiva, come una coppia che deve a tutti i costi fare un
regalo, avevano quasi fatto irruzione e scelto insieme un modello di
parrucca; sua madre l’aveva provata (facendola aderire ai suoi capelli, che
aveva ancora folti), e poiché entrambi sembravano soddisfatti avevano
pagato senza esitare. Erano usciti dal negozio sollevati, stringendo in mano
un sacchetto simile a una busta del pane.
Era stata una giornata perfetta, che madre e figlio si erano regalati. Erano
andati insieme al cinema, e la sera avevano cenato al ristorante – Mattia,
negli anni, avrebbe conservato i biglietti e lo scontrino piegati nel
portafogli, come prova di felicità tascabile.
Usciti dal ristorante, si erano accorti che l’automobile parcheggiata
subito dietro la loro aveva il parabrezza distrutto. Sul cruscotto c’era ancora
il sampietrino che era stato usato per rompere il vetro, insieme ai cocci
polverizzati, brillanti sotto la luce dei lampioni. Salendo a bordo della loro
auto, la madre aveva commentato: Sarebbe potuto capitare a noi.
Rientrati a casa, la madre si era rifugiata subito in camera da letto: era
stanca. Il padre era a una cena con i colleghi, e Mattia aveva telefonato alla
sua ragazza, raccontandole di quella giornata a suo modo memorabile.
Quando si era deciso ad andare a dormire, aveva notato la luce ancora
accesa nella camera dei genitori. Si era affacciato sulla porta e aveva visto
la madre nuda, in piedi davanti allo specchio, le cicatrici dei seni che
denunciavano silenziose quell’ingiustizia. L’unica cosa che indossava era la
parrucca. Non suggeriva nulla di armonico: un animale ferito deposto sulla
testa. Quando lei si era accorta del figlio immobile sulla porta aveva
trattenuto appena un singhiozzo, prima di cominciare a piangere.
Il mattino dopo Mattia si era liberato di quel grottesco ammasso di
capelli finti gettandolo nell’immondizia, e aveva telefonato alla Clinica
della parrucca per dire che quel preventivo fatto dallo specialista andava
benissimo, potevano procedere alla realizzazione di quell’oggetto su
misura, grazie.

E la parrucca sarebbe poi diventata per la madre di Mattia un copricapo a


tutti gli effetti, un oggetto personale – personalissimo, avrebbero detto alla
Clinica – da indossare in qualunque momento con disinvoltura, tanto che
veniva tenuta appesa a un pomello della mantelliera come si trattasse di un
cappotto, o un berretto.
Quando Mattia aveva consegnato la parrucca alla madre, lei subito se
l’era messa sulla testa di fronte all’amica proprio come, magari trent’anni
prima, poteva aver mostrato a una compagna di scuola quanto fossero belle
le sue scarpe nuove.
L’altra si era affrettata a dire che sì, in effetti le stava molto bene, quasi
non si sarebbe detta una parrucca – per fortuna poi la madre se l’era tolta,
dando sollievo a tutti. Mattia temeva che, proseguendo coi complimenti,
l’amica potesse arrivare a dire a sua madre che quella parrucca le donava
più che i suoi veri capelli. Anzi, ora che ci pensava, magari anche lei poteva
fare un po’ di radioterapia per poterne indossare una uguale (del resto,
rientrando a casa, forse quella donna avrebbe concluso il racconto della
visita dicendo al marito: Sarebbe potuto capitare a noi).
Solo Mattia aveva notato come il bicchiere con l’aranciata, mentre la
madre aveva in testa la parrucca, avesse tremato per un attimo nella mano
dell’amica.

Indirizzi

Da quando il bar della stazione è chiuso per ferie il suo capo sembra a lutto,
a volte in negozio non lo si vede per tutta la giornata. Mattia si è accorto di
come i clienti arrivino a ondate: certi giorni, come oggi, nessuno mette
piede in videoteca.
Ha estratto da sotto il bancone un modulo prestampato: lo usano per
registrare i nuovi clienti, ed emettere una tessera plastificata indispensabile
per usufruire del servizio di noleggio. Mattia lo osserva come se non lo
conoscesse a memoria, poi prende a compilarlo con cura.
NOME – COGNOME – INDIRIZZO... Quest’ultimo dato non lo sa. Apre il
motore di ricerca sul computer, e si mette a scorrere un po’ di pagine web.
Si spazientisce perché non trova l’indirizzo che gli serve – un indirizzo
fisico –, quando all’improvviso ne spunta fuori un altro che forse gli è
ancora più utile.
Si mette a scrivere di getto una mail, picchiando sui tasti con particolare
gusto:

Gentile (ma non troppo) dottoressa Kübler Ross,


le scrivo dall’Italia, ho trovato in rete la mail del suo studio medico
di New York. Spero che lei o qualcuno per lei possa leggere il prima
possibile questo mio messaggio. Chiedo scusa se il mio inglese non
è così buono, ma ho urgenza di farle sapere alcune cose. Sono il
figlio di una donna di cinquantaquattro anni affetta da carcinosi
meningea.
Mi scusi se mi permetto, ma mi sembra che le sue teorie sulle
cosiddette cinque fasi siano un po’ offensive non solo per i
famigliari dei malati, ma per i malati stessi...

Cancella l’ultima frase, ci pensa su un attimo. Digita:

Ho l’impressione, cara dottoressa, che le sue teorie sulle cinque fasi


possano essere facilmente messe in discussione anche dall’ultimo
laureato in medicina che trovo per strada...

La cancella di nuovo. Guarda le auto che sfrecciano fuori dal negozio,


scrive:

Ma perché, esimia dottoressa, non si fa i fatti suoi?

Mattia elimina ancora una volta la frase, fa un lungo respiro. Digita una
serie di XXX, ci penserà dopo. In attesa di trovare l’obiezione giusta da
muovere alla Kübler Ross, scrive la conclusione della sua mail:

Per dimostrarle che non le serbo alcun rancore, le allego un


documento in Word da compilare con i suoi dati: è un onore poterle
offrire (a mie spese) un abbonamento presso la videoteca in cui
lavoro. Non appena mi farà avere indietro il modulo compilato,
anche lei farà parte a tutti gli effetti dell’operazione «tesseramento
gold», e potrà noleggiare ben tre dvd alla settimana al prezzo di due.
È il primo caso di vitalizio che stipuliamo, sa?
Secondo me ha bisogno di vedersi qualche buon film, di distrarsi dal
suo lavoro: dia una bella lucidata ai suoi occhiali, dottoressa, faccia
incetta di popcorn e provi a rilassarsi un po’. Alla sua età può
permetterselo...

A quel punto s’interrompe, e verifica in rete quanti anni abbia


effettivamente Elisabeth Kübler Ross. Ma la dottoressa svizzera famosa per
queste teorie, scopre, è morta nel 2004.
Chissà come dev’essere stato, per lei, affrontare la morte. Questo si
domanda Mattia, premendo il tasto «annulla» della sua casella di posta.
Chissà cosa significa individuare in ogni istante che compone i tuoi ultimi
giorni le fasi di un processo che tu stesso hai stabilito, riconoscere nella tua
vita che se ne va tutto quello che hai studiato e teorizzato.

(Quella sera stessa porterà uno di quei moduli a casa, lo compilerà con i dati
personali della madre e con una scusa qualunque glielo farà firmare: la
grafia di lei, ridotta ai minimi termini come ogni altra cosa, gli darà una
stretta al cuore. Il giorno dopo immetterà la data di nascita e le generalità di
sua madre nella memoria del computer, e ne ricaverà una tessera a lei
intestata.)

Farse

Un martedì di novembre si presenta a casa di Mattia l’infermiera dalla


lunga treccia, accompagnata da una collega più anziana che lui non ha mai
visto.
Il figlio fa per andare di là, immaginando che le due – anche se l’orario è
insolito – vogliano visitare la madre, ma è la più giovane a fermargli il
braccio, quasi bruscamente.
Non c’è tuo padre?, gli chiede con uno sguardo dolce, come per
rimediare al gesto affrettato.
Sì, certo, dice Mattia un po’ confuso. E poi rimane in silenzio. In
lontananza, qualcuno sta cercando di avviare un motorino, o una falciatrice.

E così eccoli: Mattia e il padre seduti al tavolo del soggiorno, le dottoresse


che girano in sincrono il cucchiaino nella tazza del tè.
Mattia ha sempre pensato che quella dalla lunga treccia fosse una
generica infermiera, solo oggi ha capito che invece è addirittura una
dottoressa: non tutti i suoi coetanei devono per forza essere in attesa di
affermarsi nel mondo, come lui. Osservandole fianco a fianco, la divisa
identica e lo stesso sguardo sapientemente svuotato di ogni emotività, si
direbbero una la proiezione temporale (del passato, del futuro) dell’altra.
Anche la dottoressa più giovane ha la stessa sensazione studiando Mattia e
il padre, ma ancora non ha capito chi dei due sarà il complice e chi il
sabotatore. Perché c’è sempre un complice e un sabotatore, nelle famiglie
presso le quali lei e la sua collega – che si è presentata come «psicologa del
centro palliativo» – fanno visita.
Come vi sarete resi conto la situazione della paziente è cambiata,
comincia maldestramente la dottoressa dalla lunga treccia.
Il padre prende a grattare con l’unghia dell’indice il legno del tavolo,
quasi cercasse di scavarsi una nicchia.
Dunque?, fa Mattia aggressivo.
Il motivo per cui siamo qui, la soccorre la collega più anziana, è capire
quali sono i prossimi passi da compiere.
Ma non vi ho chiesto se volevate del limone, nel tè, sbotta il padre.
Mattia, per favore, vai a prenderlo?
Non è il caso, accenna la dottoressa più giovane, ma Mattia si sta già
dirigendo verso la cucina. Dopo un secondo – chissà con quale scusa si è
liberato – l’uomo lo raggiunge.
Cosa vogliono?, chiede al figlio.
Mattia è incredulo, gli sembra ovvio. Inspira forte prima di parlare:
Sapere se farla morire qui o in ospedale, spiega al padre stringendo nel
pugno un limone.

(Il figlio però si sbaglia, perché la parola «ospedale» è fuorviante. La morte


dei malati terminali avviene spesso nell’hospice: un luogo in cui ciascun
paziente – di solito un malato oncologico all’ultimo stadio, sottoposto alle
cure palliative – ha a disposizione una stanza tutta per sé, dotata di ogni
comfort e destinata a essere l’ultima dimora. Stanze che cercano di
suggerire un’idea complessiva di serenità e di famiglia, di casa. Mattia li ha
visti, quei posti, e pensa che la totale assenza di ricordi condivisi che ogni
dettaglio sprigiona, l’impersonalità che aleggia lungo quei corridoi, non
siano il luogo giusto per sua madre.)

Quando rientrano in soggiorno, la dottoressa dalla lunga treccia – dopo


essersi confrontata con la psicologa – ha stabilito i ruoli: Mattia è il
complice, suo padre il sabotatore.
E la complicità del figlio servirà a predisporre quel luogo, di là, come
l’anticamera definitiva al trapasso.
Quella sera, durante la cena, la madre – come per un’intuizione –
domanderà al figlio intento a imboccarla: I dottori dicono che morirò?
Mattia però non esiterà, e senza ricordare di essersi ripromesso di dire la
verità nel caso lei gli avesse fatto quella precisa domanda, dirà con la voce
più ferma che riuscirà a trovare: Ma non dire sciocchezze.
E riprenderà a imboccarla con maggior foga.

Manuale d’istruzioni

Si sveglia di là, ed è notte. L’ambiente è fiocamente illuminato. Come


accade agli insonni, Mattia si sente l’unico al mondo sveglio mentre tutti
dormono. Quello che gli viene dato è un surrogato di sonno, è il sonno che
non riposa, che non ristora: logora ancora di più.
Sua madre invece dorme beata. Anche se è infastidita dalle fonti
luminose, non sopportando l’intollerabile crudeltà del buio ha preteso e
ottenuto una luce a tenerle compagnia durante il sonno. Mattia ha poggiato
un paralume giallo su una sedia accanto al letto, e ha comprato una
lampadina a basso consumo – una di quelle che irradiano una luce morbida,
che non affatica la vista. Una luce che sua madre non può vedere, ma di cui
può percepire la presenza: una carezza come un alito tiepido.
Quando Mattia ha letto sulla confezione della lampadina «durata sette
anni», qualcosa dentro di lui ha cercato di protestare. Ha recuperato dalla
memoria un oggetto apparentemente innocuo: quei pieghevoli che trovi in
aereo. Ciascun passeggero ha a disposizione nella tasca del sedile davanti a
sé le norme da seguire in caso di un guasto al motore. Solo apparentemente
però sono istruzioni per salvarsi, in realtà sono suggerimenti per morire con
più grazia. «Se il giubbotto non dovesse gonfiarsi automaticamente tirando
il nastro rosso, soffiare nell’apposito tubo di gomma», dice il pilota o chi
per lui dagli altoparlanti, mentre le hostess sono protagoniste di quella
performance artistica che avviene nei corridoi dell’aereo poco prima del
decollo. Eppure, tonnellate di racconti televisivi e cinematografici sui
disastri aerei dovrebbero averci insegnato che nel trambusto di un velivolo
che precipita è molto difficile capire cosa fare.
Mattia vorrebbe qualcuno che gli insegnasse come comportarsi in caso di
morte. Vorrebbe un manuale d’istruzioni capace di dare un ordine a quel
caos di giornate che scivolano lungo un piano inclinato.

Palloncini

La ragazza di Mattia ha fatto una torta salata, è stato il padre di lui ad


aprirle la porta e a ricevere dalle sue mani il pacchetto argentato: È con la
ricotta e gli spinaci, ha detto lei timida, spero sia venuta bene.
Poi è andata di là, ma sbirciando dalla finestra si è accorta che la madre
dorme distesa sul letto e Mattia non c’è. È indecisa se entrare lo stesso –
rischiando di svegliare la donna –, quando sente un forte ronzio provenire
dall’officina del padre di Mattia, proprio lì a fianco. In effetti la porta è
accostata: forse Mattia è in officina.
Entra, e lo vede di spalle: il rumore è assordante. Sta trafficando con un
macchinario, proprio lui che è la persona con meno manualità al mondo. Un
pensiero affettuoso la sfiora, fa un passo verso di lui e si rende conto che è
alle prese con un compressore.
Che fai?, gli domanda con tenerezza.
Mattia si volta, e ha un’espressione indecifrabile. Oh, dice, ciao. Ha una
pistola ad aria in mano, il beccuccio inserito nel collo di un palloncino
giallo.
Solo allora lei si rende davvero conto: tutto il pavimento dell’officina è
cosparso di palloncini colorati, centinaia – come per una festa. Ma poiché
sa che non c’è proprio niente da festeggiare, poiché sa che lui non si sta
perdendo un solo istante di quegli ultimi giorni in cui può stare accanto alla
madre, si spaventa. E ripete la domanda, stavolta seria: Che fai?
Niente, dice lui posando la pistola. Una prova. E con due falcate,
spingendola col corpo, la fa uscire dall’officina, esce a sua volta e si tira
dietro la porta.
Ho fatto una torta salata, dice lei mentre lo bacia, incerta su cosa pensare.

(Come avrebbe potuto spiegarle, Mattia, l’idea folle e magnifica che aveva
avuto? Da giorni stava tentando di capire in quanto tempo i palloncini, una
volta gonfiati, si afflosciano. E se c’è un modo perché ciò non accada.
Osservando la madre respirare, gli era venuto in mente di riempire dei
palloncini con il suo fiato, per poi tenerli da qualche parte come provviste
per l’inverno. Quando la mancanza sarebbe stata insostenibile, Mattia
avrebbe potuto prendere uno di quei palloncini preziosi, avvicinarlo alla
bocca e aspirare quel fiato. Inalare sua madre.)

Il percorso degli addii

Intanto è passato un Natale, e poi un altro veglione di Capodanno. Mattia ha


sempre pensato agli anni trascorsi con la sua famiglia come a qualcosa che
non aveva inizio, e perciò non poteva avere fine.
Scavalcati in un battere di ciglia i dieci mesi, si fa vicina l’ipotesi più
ottimistica formulata dalla dottoressa piccolina. È il mattino del 1° gennaio
2006: manca ancora un mese ai dodici che le sono stati regalati, ma la
madre di Mattia si fermerà a un passo dalla meta.

(La sua vista è peggiorata e peggiorerà ancora: un occhio è ormai cieco,


espelle un siero biancastro che il figlio tampona con una garza sterile. Tiene
gli occhiali scuri tutto il giorno, e pretende che le tapparelle siano sempre
abbassate: un’altra concessione alle tenebre che incalzano.)

Il cancro si è manifestato dieci anni prima, e da allora – ragiona Mattia


preparando la colazione al buio – è come se madre e figlio non avessero
mai smesso di congedarsi dalle cose.
In ogni giornata di quell’anno appena trascorso la madre ha detto addio a
qualcosa una volta per tutte: al sapore delle ciliegie o all’odore dell’erba
appena tagliata, ai pomeriggi estivi e alle brezze autunnali.

(Il cinema gli ha insegnato che tutto il mondo può stare in un’inquadratura.
Ciò che è fuori da quel recinto magico non esiste, così come per Mattia non
ha importanza ciò che è fuori da quella stanza. E allora forse quelle
rassicuranti quattro pareti che accolgono sua madre possono immortalarla.)

Lancette
La domenica, se non piove, il pranzo lo si fa tutti insieme in cucina, di qua,
non di là. È dal giorno in cui Mattia ha organizzato la piccola fuga in casa –
utilizzando la pedana come ponte levatoio – che è iniziato quel rito.
Come ogni domenica la badante fa vacanza, e la nonna è a pranzo a casa
di Mattia.
Il tavolo della cucina è sufficientemente alto perché i braccioli della
carrozzina non siano d’ostacolo e la madre possa (un cuscino antidecubito
sulla seduta e un bavaglino al collo) pranzare allo stesso posto che
occupava abitualmente quand’era sana. Se Mattia chiudesse gli occhi,
potrebbe illudersi che tutto sia normale.

Hanno da poco finito di prendere il caffè, in televisione c’è un astrologo che


fa gli oroscopi ai vip, il padre sta fumando una sigaretta, il gatto gironzola
in cortile.
All’improvviso un odore pungente di urina pizzica l’aria, raggiungendo
in fretta le narici di tutti. La madre di Mattia scoppia a piangere, le lacrime
che scivolano dietro gli occhiali scuri.
Tornano nel basso fabbricato. Le cambiano il pannolone, la rinfrescano
con un po’ di talco, ma lei si è già riaddormentata.
La nonna – sua madre – vuole comunque salutarla. Le dà un bacio in
fronte, chiamandola per nome. Poi, mentre si chiude il cappotto, dice ad alta
voce: L’orologio è fermo.
Nessuno bada a quell’informazione, anche se in effetti le lancette sono
immobili, e disegnano sul quadrante una forbice stretta: quella grande è
bloccata sulle 12, quella piccola sull’1.

(A una visita successiva, la dottoressa dalla lunga treccia si renderà conto di


come la vescica della madre sia tesa per la presenza di molta urina. Nelle
ultime fasi della malattia la ritenzione urinaria è un fenomeno assai comune
– sia per il decadimento generale dell’organismo, sia per la terapia a base di
oppiacei. Diventerà allora necessario posizionare un catetere vescicale, che
costringerà marito e figlio a dire addio ai pannoloni e alla padella.)

Mattia sta tornando da casa della sua ragazza, dove ha passato la prima sera
dell’anno. Mai avrebbe pensato di ritrovarsi a rimpiangere il Capodanno
precedente, trascorso in un ospedale, ma anziché dirlo alla sua ragazza,
anziché sfogarsi con lei – che forse custodisce le parole per consolarlo – si è
limitato a piluccare svogliatamente una fetta di panettone.
Ora guida, concentrandosi sulla linea continua tracciata sull’asfalto.
Cerca di stare sveglio, incantato nell’osservare le zone d’ombra sulla strada,
che – man mano che i fari dell’auto si avvicinano – svaniscono al suo
passaggio. Vista da lì la provincia è un mare oscuro pronto a inghiottire tutti
loro, e Mattia si sente quasi a suo agio, all’idea di gettarsi in quei flutti.
È costretto a fermarsi al lato della carreggiata: la strada davanti a lui,
assecondando il suo desiderio di abbandono, è letteralmente scomparsa.
Chiude e riapre gli occhi, il bocchettone del riscaldamento gli spara aria
calda in faccia mentre il motore continua a ruggire. Non si è trattato di un
colpo di sonno, ne è certo: dopo tanto tempo in cui il problema non si era
più ripresentato, ha avuto di nuovo un buco nella visione.
Mentre attende che quel fenomeno se ne vada così come si è presentato,
Mattia pensa al fatto che se tutto ciò che lo circonda sparisse all’improvviso
– proprio come è successo con la strada – lui sarebbe felice. A patto che,
prima di scomparire, ogni cosa si decomponesse. Brama il giorno in cui
sopra il suo paese esploderanno le stelle, in cui creperà il terreno su cui
sorgono le case dei suoi vicini: gli strati di asfalto spezzandosi riveleranno
allora i tubi e i fili che corrono sotto come serpenti, mentre tutt’intorno i
palazzi collasseranno e i loro abitanti, che nulla sanno di quella madre e di
quel figlio, verranno sepolti dalle macerie.

Amicizia virile

La situazione peggiora ancora: non riesce più a deglutire le pastiglie,


neppure se vengono spezzate in due. Il figlio insiste: Prova ancora; se
potesse caccerebbe due dita in gola a quella madre dispettosa, gli sembra un
oltraggio non poter onorare la sacra lista dei farmaci appesa accanto al
tavolo. Da oggi solo cibi liquidi, dice Mattia con piglio da caposala
osservando un filo di bava che le scende sul mento.
Il padre intanto ha avuto un’idea: sminuzza le pasticche con una
mezzaluna da cucina, le mette in un mortaio e dà pochi colpi decisi, fino a
ottenere una polverina bianca che mescola all’acqua. Le fanno trangugiare
quella poltiglia, e per un paio di giorni il metodo sembra funzionare.
Quando si accorgono che le pastiglie tritate rimangono a marcire sulle
gengive, fra i denti, o quando con un sussulto di volontà la madre sputa il
pranzo, è già il 4 gennaio. Non sanno che fare, si sentono sconfitti.
E allora fuggono.
Quasi avessero a che fare con un bambino che fa i capricci, la lasciano
sola, in punizione. Non le tolgono nemmeno il bavaglino: sono certi che
entro l’ora di cena le verrà fame. Rimanga pure nel suo amato letto con i
suoi occhiali scuri, vediamo chi ha ragione.

Ed è con una rinnovata, improvvisa complicità, che padre e figlio la sera si


ritrovano a preparare insieme un minestrone. Dapprima si accaniscono sulle
verdure: zucchine, carote e patate finiscono a fette sul tagliere. I fagioli e i
piselli vengono sciacquati sotto un getto rapido d’acqua. Il prezzemolo, il
sedano e il pomodoro: sembra ci sia tutto.
Mentre la pentola a pressione bolle sul fuoco, Mattia prepara due Martini.
Brindano a chissà cosa e si sorridono, i due uomini – sanno che per non
crollare devono restare uniti.
Una volta che il minestrone è pronto, lo frullano: deve essere vellutato. Il
padre immerge un cucchiaio per saggiarne sapore e consistenza: È squisito,
dice con una luce negli occhi.
Quando vanno di là la madre sembra non essersi mossa di un millimetro,
ma respira. Sul bavaglino il cibo e il muco si sono seccati. Mattia le solleva
gli occhiali da sole, e vede che le palpebre sono chiuse: È pronta la cena,
dice.
Solo nel momento in cui il piatto colmo di minestrone fumante è davanti
a lei, la donna si sveglia quel poco che a loro basta per mettere in scena
l’ennesima farsa.
Mattia è alla sua destra, il padre alla sinistra. Il primo cerca di aprirle
dolcemente la bocca con le mani, il secondo regge paziente il cucchiaio. La
imboccano una volta, poi un’altra, facendo attenzione a quegli scatti della
testa accentuati da una smorfia di disgusto che accompagna ogni
cucchiaiata. Lasciatemi stare, ecco cosa direbbe se ne avesse la forza.
Il suo respiro si sta facendo più rumoroso: che il minestrone la stia
soffocando?
(Una volta il padre ha rivelato a Mattia che, statistiche alla mano, la
maggior parte delle piante d’appartamento muore per eccessiva irrigazione:
le radici non possono ottenere l’ossigeno necessario se il terreno è saturo.)

Basta così, dice il marito posando il cucchiaio sul ripiano del carrellino.
Non se ne parla, risponde il figlio raccogliendolo.
La bocca della donna però è chiusa, sigillata.
Ma non vedi che ha sonno?, ribatte il padre cercando di allontanare la
mano insistente di Mattia.
Uno spintona l’altro, e il contenuto del cucchiaio si sparge: sulle
lenzuola, sulla coperta, sulla mano destra della madre. Lei scoppia a
piangere, non si sa se per il liquido bollente o per cosa.
Sei contento, adesso?, ringhia Mattia, cercando di rimediare al danno con
dei tovagliolini di carta.
Al che il padre si china, sparendo dietro il letto dove c’è quel corpo
catatonico con un tovagliolino al collo, e riemerge stringendo in mano una
ciabatta, che lancia contro il figlio.
Mattia è talmente sorpreso da quel gesto che rimane immobile: si prende
in piena fronte la ciabatta, che ricade sul carrellino urtando il piatto, in
un’ulteriore esplosione di minestrone tutt’intorno.
Prima di rendersi conto che la madre nel frattempo si è riaddormentata,
indifferente, padre e figlio si umilieranno ancora per qualche interminabile
secondo.
Quella sera nessuno di loro mangerà, e quel minestrone così
perfettamente vellutato verrà surgelato, pronto a essere disseppellito dai
ghiacci nei mesi a venire.

Consultata telefonicamente da Mattia, la dottoressa dalla lunga treccia


suggerirà l’unica via percorribile: posizionare un «catetere venoso centrale»
nel torace, in modo che i farmaci e i sali minerali necessari
all’alimentazione – anzi, al mantenimento, come se anziché di un corpo si
parlasse di un macchinario – possano essere somministrati per infusione.
Ma glielo potremo togliere in qualsiasi momento, proseguirà lei sapendo di
mentire.
Dice che è necessario, riferisce Mattia al padre riagganciando il telefono.
Spicchi

Il dolore è diventato insopportabile, la pelle un tappeto di nervi


ipersensibili. Il solo sfiorarla la fa urlare, e ogni volta che bisogna
risistemare un cuscino la madre geme disperata – una carezza si trasforma
in sevizia.
Mattia e il padre si guardano in silenzio, augurandosi che quell’orrore
trovi una conclusione eppure al contempo che possa in qualche modo non
finire mai.

Oltre alle dosi normali di solfato di morfina, compresse da assumere ogni


otto ore, sua madre al bisogno può ricorrere a delle fiale di analgesico.
Mattia, ferendosi spesso i polpastrelli con il vetro, spezza le fiale e versa il
contenuto direttamente sulla lingua della madre; la lingua sulla quale
cadono quelle poche gocce miracolose è biancastra e immobile, un
mollusco assopito.
Da quando le hanno applicato il catetere al petto (Non forzatela a
mangiare, si sono raccomandati i medici, ha già lì tutto il nutrimento di cui
necessita), trascorre le giornate in uno stato di incoscienza spesso agitato,
come se incubi tremendi la visitassero. Quando si sveglia biascica parole il
più delle volte incomprensibili. Le pupille dilatate, enormi e inespressive,
sono due precipizi sui quali è meglio non affacciarsi.
Mattia e la sua ragazza le stanno seduti accanto. È il 6 gennaio. Nei
giorni precedenti è caduta un po’ di neve. La luce è spenta e la televisione
accesa, il volume al minimo.
A un certo punto, la madre – ingannando per un attimo l’oblio
farmacologico – dice con la voce di un tempo: Quasi quasi mangerei una
pera.
Mattia si alza, e sotto lo sguardo partecipe della sua ragazza (ha sentito
anche lei?) prende la mano della madre nella sua. Fiducioso come un
giovane padre davanti a un bambino che dice le sue prime parole (temendo
che il prodigio non si ripeterà) si limita a dire: Cosa?
Una pera, ribadisce invece la madre. Avrei proprio voglia di mangiare
una pera.
Vado a comprartela subito, dice lui.
Avvitandosi la sciarpa al collo sbircia l’orologio: mancano pochi minuti
alla chiusura dei negozi. E poi, chi gli assicura che quello di frutta e verdura
– il più vicino, nel quale ha già immaginato di andare – sia aperto? È pur
sempre un giorno festivo.
Lascia la sua ragazza a fare da guardia alla madre – sono diventati soldati
che vigilano la fortezza in attesa dell’attacco finale – ed esce. Il gatto sta
cercando un po’ di calore sul cofano dell’auto, Mattia lo scaccia con un
gesto nervoso e mette in moto.
Non appena si ritrova per le vie del paese (rischiarate da ridicole
illuminazioni natalizie: le stesse da anni), si accorge del complotto in atto
per ostacolare il suo piano. L’auto davanti a lui che va a dieci all’ora. La
coppia di fidanzatini abbracciati che attraversa le strisce proprio in quel
momento. Il tizio che cerca di far spostare dal centro della strada un enorme
cane recalcitrante tirandolo per il guinzaglio.
Il campanile batte le 19.30 del 6 gennaio 2006 proprio mentre Mattia
inchioda di fronte al negozio di frutta e verdura – per fortuna è aperto: cose
che accadono solo in provincia.
Inserisce le quattro frecce, si fionda dentro il negozio e senza guardare in
faccia nessuno va verso il banco della frutta. Si trova davanti a una cassa
piena di pere luccicanti: sono quelle lunghe e sottili, che sua madre ama
dividere in quattro spicchi. Sembrano tutte invitanti, Mattia le sfiora coi
polpastrelli, ne solleva un paio, le porta vicino al naso, chiude gli occhi e
inspira.

(L’Annona muricata è una pianta originaria delle Antille, che vive solo in
zone tropicali. Già nel 1976 è stato studiato come gli estratti ricavati dai
suoi semi – mai usati per fini farmaceutici – abbiano lo stesso principio
attivo dei farmaci chemioterapici, con la differenza che non intaccano le
cellule sane.)

E allora?, fa il negoziante, che nel frattempo ha già abbassato a metà la


serranda.
Le voglio tutte, risponde Mattia, sprezzante.

Torna a casa con due sacchetti di carta traboccanti di pere. Erano in offerta,
si giustifica prima di qualsiasi obiezione. La sua ragazza ne lava e sbuccia
una, e dopo averla tagliata – In quattro fette mi raccomando, intima Mattia
– la poggia su un piatto: gli spicchi, disposti a raggiera, formano una X. Lui
intanto ha ruotato in fretta la manovella che alza lo schienale del letto e ha
messo un bavaglino sul petto della madre.
La donna assaggia un pezzetto di quella pera – la punta di un angolo di
uno spicchio – tenendolo in bocca per un tempo che pare interminabile.
Mattia immagina quel frammento di frutto zuccherino muoversi
lentamente dentro la bocca di sua madre, rimbalzare da un interno guancia
all’altro, sfarinarsi sul palato, sotto la lingua, fra i denti.
Che buona, dice lei. Poi si addormenta di nuovo.
Il resto della pera rimane sul piatto, poggiato accanto al lavandino, a
scurirsi nel caldo della stanza.

Sarebbe molto facile

Mattia e la sua ragazza sono in auto. Stanno tornando a casa dopo essere
stati in città. Hanno mangiato una pizza, visto un film (lui non si è messo a
fare la solita lezioncina che imbastisce dopo ogni film che vedono insieme),
passeggiato sotto i portici del centro.
Lui ha parlato poco per tutta la sera, lei ha cercato di distrarlo in qualsiasi
modo. Adesso però tacciono entrambi da un po’. In tangenziale non c’è
nessuno a parte loro.
Sei poi riuscita a incontrare il relatore della tesi?, dice Mattia
all’improvviso.
Come?, la ragazza quasi balbetta. Non si aspettava la domanda. È vero
che le manca un solo esame, ma sa che Mattia non tocca mai
quell’argomento.
La tesi, insiste lui.
Dà una risposta vaga, e Mattia se la fa andare bene. Lei non riesce a
trovare null’altro da aggiungere, ma poco dopo è di nuovo lui a parlare: Sai,
dice, e si zittisce.
Lei si è voltata verso di lui, nel buio, e attende che il suo ragazzo
prosegua.
Ho pensato una cosa, accenna Mattia.
Cosa?
Il silenzio si allarga nell’abitacolo rischiando di prendersi tutto lo spazio
disponibile, come un gas. È lui a spezzarlo: La scuola di cinema, dice.
Sì..., fa lei senza capire.
Forse dovrei provare quel famoso test.
A lei scappa una risatina isterica: Adesso?, domanda.
Be’, sì, dopo che... Adesso, dice Mattia.
E noi?, chiede lei.
Noi cosa?
È incredula: è ottuso o ci fa?
Sì, è vero, concede Mattia, dovrei trasferirmi a ottocento chilometri da
qui. Ma... tu potresti venire con me, azzarda.
Come no.

Il giorno dopo chiede al suo capo di poter restare a casa dal lavoro, senza
dare spiegazioni e senza sapere il perché. L’altro non oppone resistenza.
Fatti vedere quando vuoi, gli accorda persino.
Dopo un po’ che gironzola per casa, decide di andare dalla nonna.
La temperatura è scesa ancora, e così la neve di gennaio si è trasformata
in ghiaccio. Le strade sono pericolose, ma lui guida piano: la nonna accanto
a lui – gli ha chiesto se poteva accompagnarla a casa di un’amica –
commenta il freddo di quell’inverno. Si ritrovano insieme una volta a
settimana, questi vecchi. Prima di uscire di casa la nonna ha frugato nella
sua borsetta dei trucchi e si è ripassata le labbra con un po’ di rossetto. Il
nipote è sbalordito dalla forza di volontà di quella donna, che con una
leggerezza invidiabile somma ogni giorno a una lista infinita di altri giorni.
È capace di domandarsi ancora cosa mangerà la domenica successiva. E di
decidere che l’anno prossimo nell’orto vorrebbe piantare anche le patate.

(Il libretto di circolazione dell’auto che guida Mattia è intestato alla madre.
Di lì a qualche mese, quando lei non ci sarà più, il postino recapiterà la
prima di alcune multe. Il verbale della polizia racconterà – in quella lingua
innaturale propria delle comunicazioni ufficiali – come la madre, chiamata
per nome e cognome, sia transitata con il veicolo targato in una zona
riservata solo ai residenti alle ore del giorno eccetera. Una data che striderà
terribilmente con quel nome raro e insolito – che ha assonanza, il figlio lo
scoprì al liceo, con la parola greca che significa «dolore» –, ma che getterà
un altro ponte fra il mondo dei vivi e quello dei morti.)

Ora che è tornato a casa, e ha nuovamente constatato che non può fare nulla
per sua madre – la donna continua a dormire di là, il rombo caldo dei
termosifoni in sottofondo come una colonna sonora costante –, si rende
conto che non sa come impiegare quelle ore in cui di solito sta seduto su
uno sgabello.
Se ne sta davanti alla tv, una bottiglia di coca sgasata sul tavolinetto
accanto a lui. Ci ha aggiunto un po’ di rum, giusto per insaporire la
bevanda. Si è sintonizzato su un canale che trasmette un documentario sugli
animali della savana: parlano di leonesse, di gazzelle, di gnu.
Pensa che sarebbe molto facile eccedere con la morfina. Ha letto su un
sito che incrementando in maniera significativa la dose somministrata
quotidianamente si possono ottenere effetti letali. Direbbe di essersi
sbagliato nel dosaggio, e tutti gli crederebbero senza fatica.

Quando ha dato di matto

È in vacanza in qualche posto di mare. Ha tre, forse quattro anni. È l’inizio


della stagione felice, quella che nei racconti di famiglia sarà rubricata come
un periodo in cui il tempo lentamente stemperava i lutti che avevano colpito
i due coniugi – la morte del nonno paterno e della zia materna di Mattia – e
cominciava finalmente la loro vita da genitori.
Forse si tratta della prima estate in cui, dopo la nascita di quello destinato
a rimanere il loro unico figlio, la giovane coppia si concede una vacanza.
Hanno affittato un bungalow, e un giorno decidono di andare a trovare
l’uomo che all’epoca è il medico di base della famiglia di Mattia: ha una
casa sul mare non distante da dove alloggiano loro, e trascorre lì le vacanze.
Non esistono ancora i telefoni cellulari, il padre prima di partire ha trascritto
l’indirizzo del medico su un pacchetto di fiammiferi; sperano di trovarlo in
casa, e infatti lo trovano.
La moglie del medico insiste perché gli ospiti si fermino a pranzo. Anche
il marito dice che è una bella idea: per l’occasione preparerà il suo famoso
risotto alla pescatora. Dopo un breve tentennamento, il padre e la madre di
Mattia accettano.
Si mettono dunque a tavola, e la moglie del medico trova naturale
sistemare Mattia accanto al figlio, che all’epoca può avere quattordici anni.
Mattia bambino però attacca a piangere, a scuotere la testa: non ne vuole
sapere di stare seduto lì. Non appena il ragazzino gli si sistema a fianco,
Mattia lo colpisce sul braccio con una scarica di deboli schiaffi. Il figlio del
medico si mette a strillare, stringendosi in modo plateale il braccio offeso
con una mano. La madre di Mattia si scusa, e dopo aver sgridato il figlio
con una sola, sonora sculacciata, cerca ora di calmarlo avvicinandolo a sé.
Ma quello prende a dimenarsi ancora di più, rosso in viso, schiumante di
una rabbia senza motivo.
Non c’è niente da fare: Mattia per tutto il pranzo se ne rimane
cocciutamente seduto su un gradino della porta, fuori, a giocare con un
pupazzo robot e a smangiucchiare un grissino.
E così le due famiglie – quattro adulti e un ragazzino – consumano il
pranzo ignorando del tutto il bambino, che solo rimanendosene chino in
quell’angolo sembra essersi calmato.

Anche dopo il caffè la madre di Mattia continua a scusarsi con il medico e


la moglie, mentre questa accompagnandoli all’uscita cerca di minimizzare –
Pure il mio a quell’età faceva i capricci, dice accarezzando sulla testa il
figlio. Come per condividere quel momento, e cercare il perdono del
ragazzino, anche la madre di Mattia allunga la mano per scompigliare i
capelli del figlio del medico. Lui intanto fissa Mattia negli occhi con odio,
probabilmente se qualcuno in quel momento glielo chiedesse sarebbe
disposto a giurare che il braccio gli fa ancora male. Gli adulti si scambiano
un altro paio di sorrisi e di frasi di circostanza, poi si salutano.
Per tutto il resto della vacanza, e anche negli anni a venire, non capitò
mai più nulla di simile. Quel bizzarro episodio di isteria del bambino
divenne un aneddoto divertente da raccontare di tanto in tanto durante i
pranzi di famiglia: E ti ricordi quando Mattia ha fatto il matto a casa del
medico?

Ostacoli
Da tre giorni non parla più. Quell’unico occhio dal quale fino a qualche
tempo prima osservava il mondo si muove invano, forse alla ricerca di una
luce, di un volto. Mattia è lì accanto ma sa che la madre-occhio non lo sta
vedendo, sa che ciò a cui sta assistendo (lo sguardo cieco di lei, perso nel
vuoto) è privo di volontà e di intenzione, è un fenomeno meccanico: è solo
una palpebra che si è aperta e un bulbo che ruota. Anche se la madre è
ormai ridotta a un corpo da accudire, il figlio sarebbe disposto a rinunciare
a tutto pur di averla accanto per sempre così. Anche se lei sta soffrendo e lui
lo sa, vuole – pretende – che quel poco di vita che è rimasto in lei si possa
egoisticamente perpetuare.
Mattia si vede già con la sua ragazza il giorno delle nozze – la madre in
carrozzina, le flebo e tutti i macchinari che occorrono per permetterle di
vegetare – giurarsi amore per la vita. Rimboccando le coperte per la notte ai
suoi figli, racconterebbe la favola di una principessa addormentata, che
mentre attendeva la loro venuta al mondo – Non sapete quanto vi ha
sognato prima che arrivaste – è rimasta adagiata in un letto pieno di cuscini
morbidissimi. E poi li porterebbe a far visita alla nonna: così i nipoti che
tanto lei aveva desiderato la osserverebbero dormire immersa in quel sonno
eterno.

(Durante lo stadio finale del processo canceroso, le cellule dei


tessuti interessati dalla neoplasia si trasformano in un ammasso di
organismi unicellulari. Se il processo potesse svolgersi in maniera uniforme
senza la morte dell’organismo, il corpo dell’individuo colpito dal cancro –
rimandando all’infinito il momento del trapasso – si ridurrebbe a un cumulo
di protozoi.)

Si ritrova a fissare ciò che resta della donna che lo ha generato e si dice:
ogni respiro suo che mi perdo, non accadrà mai più.
Mattia è diventato una videocamera di carne e sangue che registra
incessantemente la madre. Quando però prova a immaginarla prima della
malattia, incontra una specie di ostacolo mentale che frena il ricordo. È
incapace di visualizzare il volto di lei se non sovrapponendolo con quello
che conosce ora: gonfiato dal cortisone, deturpato dalla chemioterapia, il
cranio calvo e rinsecchito, l’azzurro svanito dagli occhi. Ogni ricordo è un
corpo in cui l’ovale del viso è assente: un buco, come in una fotografia di
cui qualcuno ha ritagliato il volto del soggetto.
Insieme al padre, sulla spiaggia, Mattia bambino osservava la madre che
nuotava sul dorso, dando le spalle al sole che tramontava.
Salutala, gli diceva il padre.
E Mattia, vedendola diventare un punto sempre più lontano immersa in
quella sterminata distesa d’acqua, scoppiava a piangere: non capiva se era
lei a sparire alla vista di lui, o viceversa.
Mentre Mattia ripensa a se stesso bambino su quella spiaggia, vede un
ovale che si sposta nell’acqua, come una macchia bianca nel mare. Ecco
dunque il fenomeno che il suo oculista non è riuscito a spiegare, ecco forse
cosa sono quei buchi nella visione che tanto gli tormentano la vista: il volto
sano della madre. Il volto che vuole emergere a tutti i costi e che la sua
memoria rigetta come un organo sconosciuto.

Nebbia

Ha l’impressione che ci sia troppa gente, intorno al letto in cui sua madre
sta trascorrendo le ultime ore. Eppure, non saprebbe esattamente dire chi:
l’avvicendarsi di parenti, amici e conoscenti ficcanaso è difficile da
ricostruire, ha la consistenza di una nebbia indistinta.
Mattia se ne sta seduto di lato, stringendole la mano, carezzandole il viso,
perfetto nel ruolo di figlio addolorato.

Doveva essere andata così: in quel continuo viavai, qualcuno si era


all’improvviso preoccupato per il destino spirituale della madre, tanto che
una voce – rendendosi più riconoscibile rispetto alle altre – aveva chiesto al
padre: Avete già chiamato il prete per l’estrema unzione?
A quelle parole Mattia aveva sobbalzato di nascosto; era la parte più
oscura del catechismo e della religione che gli era stata inculcata: l’ultimo
sacramento, spaventoso fin dall’aggettivo che sempre lo accompagna.
Suo padre doveva aver detto che no, non ci avevano ancora pensato. E
quella persona si era presa l’incarico di avvertire il prete.
E un pomeriggio, forse il giorno stesso, forse quello dopo, il prete arriva. In
quel momento con la madre c’è soltanto Mattia.
Il prete contempla il corpo morente della donna, poi con occhi pietosi si
rivolge al figlio: Da quant’è che è così?
Tre giorni, risponde lui.
Il prete fa un cenno col capo e dal marsupio tira fuori una boccetta. Svita
il tappo, e nell’aria si sparge subito un odore che solletica il naso.
Borbottata una rapida preghiera tracciando il sacro segno a mezz’aria, una
croce invisibile sospesa sopra il letto della madre, e poi – versandosi un po’
di quell’olio sulle dita grassocce – le disegna sulla fronte e su entrambi i
dorsi delle mani delle piccole croci odorose.
Quando il prete chiude la porta dietro di sé, e Mattia torna con gli occhi
sul corpo della madre, quelle croci di olio santo sulla pelle di vetro sono già
evaporate.

(Qualche settimana dopo avrà un incubo: mentre il prete pratica l’estrema


unzione, la madre spalanca all’improvviso entrambi gli occhi – anche
quello dal quale non vedeva quasi più nulla, che per l’occasione tornava a
brillare come un tempo – e fissa il figlio con sguardo accusatorio: Perché?,
gli domanda.)

Inventare per continuare a esistere

Mattia fissa il soffitto, ascolta il vento che fischia fuori. Conosce quel
suono, ha imparato a decifrarne il rumore tra le foglie: è il ventre vuoto
della terra che cerca la madre. Di notte le viscere del mondo si spalancano,
rivelando una porzione di terreno grande esattamente quanto il corpo di lei.
Ma finché madre e figlio riescono a stare barricati lì dentro sono al
sicuro, finché quella notte persiste lasciando tutte le cose addormentate –
finché la tessera della videoteca, il libretto dell’automobile e tante altre cose
possiedono il suo nome –, la morte non potrà arrivare a reclamarli.

(C’è chi ipotizza che il cancro possa essere originato da una cellula rimasta
in qualche modo «giovane» in un organismo adulto. Come se la giovinezza
tentasse di aggredire dall’interno la vecchiaia. A Mattia piacerebbe poter
entrare in quella cellula della madre, e abitarci dentro, portare lì tutta quanta
la sua memoria, depositarla in scatoloni pronti per essere aperti quando si
cerca qualcosa da qualche parte nel tempo.)

Ogni giorno, col pensiero, Mattia inventa per sua madre nuove vite: lui che
da lei è nato, lui che da lei è stato inventato, la fa costantemente rinascere
perché possa continuare a esistere, almeno nell’invenzione. Perché sa bene
che quando anche il padre non ci sarà più, e quando Mattia stesso non ci
sarà più, nessuno potrà ricordare ciò che lei è stata.

Emme

Le legge un libro. Non è importante quale sia la storia, o chi l’abbia scritta.
Le uniche cose importanti sono le parole dirette alle orecchie di lei, che
dorme un sonno dal quale non si risveglierà.
Il figlio immagina le frasi da lui pronunciate riempirle il corpo. Toccarsi
fra di loro, urtarsi – le lettere che s’agganciano, che formano organi di
sintassi, intestini grammaticali. Le parole si infrangono e ricombinano come
solo le onde. Mescolandosi, danno origine a termini nuovi. Una seconda
circolazione sanguigna che percorre il corpo della madre e lo rigenera.

La prima emissione vocale dotata di senso, nel corso della vita umana,
spesso è quella che serve a chiamare la madre. I neonati con un verso
creano il loro mondo: utilizzano la parola chiave – depongono la prima
pietra – che permette fin da subito di edificare le fondamenta dei giorni che
verranno.
La lettera emme, dunque, è quella che di solito s’impara a pronunciare
per prima. È quella con cui inizia anche il nome di Mattia, oltre a essere la
stessa con cui inizia la parola madre, e ciò lo rassicura. Da sempre lui
preferisce visualizzarla per esteso, emme: un suono dolce e lungo, una
fisarmonica di quattro lettere chiusa fra elle ed enne, in quello che sembra il
ventre malleabile dell’alfabeto. A volersela figurare, con quelle due m,
risulta sorretta da tante gambette allineate una dopo l’altra come un esercito
in marcia.
Il fatto che quella lettera sia il principio di due vocaboli così importanti
garantisce, nella testa del figlio, una forma di speranza difficile da spiegare.

Ma emme – e Mattia non ci aveva mai pensato prima, davvero buffo notarlo
ora – è anche la prima lettera dell’ultima fra le cose. E all’improvviso, quel
tempo immobile sembra finalmente acquistare un significato. Perché
disponendo le tre parole in ordine alfabetico – mettendo le cose in fila si
annulla il caos – si sente protetto, perfettamente a suo agio in mezzo a
madre e morte.
Non si è mai pensato minuscolo, Mattia, la sua emme ha sempre svettato
su qualunque altra, ma accorgersi che le due emme che lo accerchiano sono
le iniziali di parole così centrali, e ripetersi che emme (come molte lettere,
se scritte per esteso) è anche un palindromo, gli infonde ancora più
sicurezza: comunque la si veda, gli estremi si toccano in ogni momento.
Madre e morte saranno per sempre in contatto, e chi le tiene insieme è
proprio lui – le braccia ben tese e i pugni serrati per stringerle entrambe a
sé.
2. MENTRE
(ALCUNE NOTTI DI GENNAIO)
Gesti

Svegliandosi accanto alla madre viva, Mattia decise di spogliarsi nudo.


Mancava davvero poco. Dovevano allertare il comune affinché quelli
delle onoranze funebri provvedessero a liberare un loculo nella tomba di
famiglia, ma né Mattia né il padre sapevano dove cercare il coraggio.
Il figlio osservava il mondo circostante con sospetto. Anche il gesto più
inoffensivo, come cambiare le lenzuola, nascondeva un’insidia. Tutto, in
quei giorni, sembrava avvenire per l’ultima volta.

(L’espressione «in quei giorni», di solito, si usa per indicare due situazioni
precise, codificate: le sacre scritture, In quei giorni Gesù se ne andò sul
monte, e le mestruazioni negli spot, In quei giorni voglio sentirmi libera di.
Per raccontare il sangue di un uomo unico e quello di tutte le donne.)

Si tolse i vestiti con la lentezza di uno sposo, e si piazzò di fronte a lei. Le


parlò, quel ragazzo di ventisei anni parlò a quella donna morente di
cinquantaquattro anni ormai incapace di rispondere; davanti a quegli occhi
strettamente chiusi disse: Questa è l’ultima volta che mi vedi così com’ero
quando sono nato.
Poi si avvicinò, e dopo aver sollevato una di quelle mani incoscienti se la
portò sulla pancia, all’altezza dell’ombelico. Non avrebbe mai smesso di
restituirle ciò che aveva ricevuto.
Miracolosamente, o forse per via di uno spasmo, gli occhi della madre si
mossero. E se m’infilo nel letto con te?, chiese stringendole più forte la
mano. Al che lei biascicò un: Va bene – o qualcosa che il figlio volle
interpretare come un assenso.
Con solennità Mattia liberò i ganci che reggevano le sponde di
contenimento e s’infilò in quel letto, stando un po’ in bilico e un po’
raccolto per non costringerla a spostarsi (cosa che le sarebbe risultata
impossibile).
Sotto le coperte, nudo, si addormentò.

Temporale

Il pomeriggio del 18 gennaio, mentre si trovava in videoteca, il suo


cellulare prese a squillare. Comparve il numero di casa, e Mattia con un
presentimento crescente – nessuno lo disturbava mai quand’era al lavoro –
rispose.
Sono io, disse la voce di suo padre.
Sì..., ribatté Mattia. E poi, visto che all’altro capo c’era silenzio, osò un:
Come sta?
Il padre non mentì: È andata via da poco la dottoressa, dice che forse è
meglio se vieni qua.
Mattia riattaccò, chiuse la videoteca (durante il viaggio in corriera
avrebbe mandato un sms al proprietario) e raggiunse casa sua.
Attraversò il cortile, osservando per un attimo l’indifferenza con cui il
gatto si stava facendo le unghie sulla corteccia di un albero (un siliquastro –
la memoria di Mattia recuperò involontariamente il nome, attingendo a una
lezione di botanica tenutagli dal padre chissà quanto tempo prima).
Ad aspettarlo, oltre al padre, c’erano la sua ragazza, la nonna e persino la
badante. Nessuna delle tre sarebbe dovuta essere lì, e allora Mattia pensò di
essere arrivato troppo tardi. Si avvicinò al letto. Stava accadendo ciò che
tanto aveva immaginato e temuto.
Si accorse invece che la madre – a fatica, sì, trasfigurata nel colore della
pelle, certo – respirava ancora.

(Per quasi tre giorni – tanto sarebbe durata l’agonia – l’avrebbe avuta
ancora accanto a sé. Terminato quel tempo non ci sarebbero state altre
deroghe.)

Il mattino del 20 gennaio le apnee si fecero via via più lunghe e ravvicinate.
Il respiro – già compromesso dai polmoni pieni di liquido – si arrestava
all’improvviso, e il tempo che lei impiegava per tornare a buttare fuori
l’aria era ogni volta maggiore. Mattia contava i secondi in cui il respiro si
assentava come chi calcoli l’intervallo che si frappone tra il lampo e il
tuono, e ogni volta, quando sembrava che non potesse più esserci niente da
fare, il respiro tornava.
Sua madre era un temporale in progressivo allontanamento, e nessuno
poteva opporsi.

(Nei film dove qualcuno è in coma c’è sempre un momento in cui un


personaggio chiede a un altro: Può sentirci? E l’altro risponde: Mi piace
credere di sì. Ogni volta in cui Mattia si chinava sulla madre per dirle
qualcosa all’orecchio, il respiro di lei si faceva più forte.)

La sera del 20 la dottoressa dalla lunga treccia fece quella che sarebbe
diventata l’ultima visita. Con due dita sul polso ascoltò il battito (era molto
debole), provò la febbre (la temperatura stava salendo: diede loro qualche
consiglio per alleviare quel fastidio), regolò la flebo, finse di non dare peso
al rantolo che cresceva – al respiro che mutava forma –, e infine la
accarezzò.
Prima di uscire con la sua treccia al seguito lanciò un ultimo sguardo alla
donna e, indicando la sacca di plastica all’altra estremità del catetere
vescicale – ciondolava ai piedi del letto, mezza vuota –, disse: Quella potete
girarla. Non dovrebbe più farne altra.
Una frase che colpì molto il figlio: la pietà contenuta in
quell’osservazione gli parve un regalo inaspettato.

Vuoi un caffè?, domandò il padre alla ragazza di Mattia nel corso di quella
notte.
Lei ci pensò un istante: Sì, grazie, disse, cercando di rendersi utile in ogni
modo – anche semplicemente dicendo di sì.
L’uomo abbandonò la stanza, uscì chiudendo piano la porta, ma il rumore
fu sufficiente a spezzare il sonno fragilissimo di Mattia che si era assopito
sul divano.
Si rialzò con uno scatto scomposto, lasciandosi sfuggire un suono
strozzato: gli occhi corsero subito alla madre distesa sul letto, e con sollievo
Mattia constatò che il petto, anche se con crescente difficoltà, si alzava e si
abbassava. Allora si tranquillizzò, e la sua ragazza – quel piccolo elfo dai
capelli ordinatissimi – gli sorrise. Erano ancora una coppia felice.
Improvvisamente il respiro della donna cambiò ancora. Un suono roco
proveniva dalle profondità di quel corpo, un gorgoglio assoluto.
Gli occhi di Mattia incontrarono quelli della ragazza: Vallo a chiamare, le
disse.
Lei corse, cercando di fare il più in fretta possibile.

(Rimase solo per l’ultima volta con la madre viva: non gli venne in mente
neppure un pensiero.)

Il disegno era compiuto. Si strinsero intorno al letto. Le loro orecchie erano


invase da quel respiro: non c’era nient’altro da sentire. Nient’altro da fare.
L’orologio appeso alla parete di fronte al letto segnava l’una di notte: da
appena un’ora quella stanza, di là, era precipitata in sabato 21 gennaio
2006. La data che, per Mattia, sarebbe diventata il suo personale giorno
della memoria.

Specchi

Ed è allora che Mattia – la mano destra stringe la sinistra della madre, come
per trattenerla – dice al padre: Prendi lo specchio!
L’uomo corre in bagno, fruga nei cassetti, una spazzola cade sulle
piastrelle. Finalmente lo trova, torna indietro e rapido lo porge al figlio, che
con la mano libera lo appoggia – delicatamente – sotto il naso della madre,
proprio davanti alla bocca aperta. Ma il miracolo non avviene, la superficie
non si appanna.

(Durante tutta quest’operazione, la ragazza di Mattia è rimasta nell’angolo,


lo sguardo interrogativo.)

Alcuni mesi prima, una volta in cui avevano fatto l’amore a casa di lei,
Mattia dopo l’orgasmo era rimasto dentro per qualche secondo – il
preservativo come un riparo sicuro tra i due corpi.
Poi si era sfilato; con stupore, si era accorto che il serbatoio del
preservativo sembrava vuoto. Lo aveva alzato verso la luce notando come
lo sperma – uscito da lui come un singhiozzo – proprio non si vedesse.
Allora senza dire niente si era precipitato in bagno, nudo, aveva aperto il
getto del rubinetto e (replicando un rituale che da bambino, d’estate, chissà
quante volte aveva fatto coi gavettoni) aveva riempito il preservativo
d’acqua. Il lattice si era deformato, e il contraccettivo si era allungato fino a
toccare la ceramica del lavandino. Poi con cautela Mattia l’aveva sollevato
gonfio e pesante davanti agli occhi: nessuna perdita. La sua ragazza si era
infilata le mutandine e l’aveva seguito fin lì, senza capire. Stava osservando
Mattia, preoccupata: lui continuava a interrogare con gli occhi il
preservativo come se da quel pezzo di lattice dovesse trarre un vaticinio.
Il fatto trovò una spiegazione che rassicurò entrambi nel momento in cui,
cercando in rete, lessero di fenomeni simili causati dalla poca consistenza
dello sperma in alcuni giorni. E poi venne dimenticato quando, con
regolarità, lei ebbe le mestruazioni.

Ma ora, mentre lo specchio è ancora lì di fronte alla bocca della madre,


Mattia ha finalmente chiara la simmetria di quei due gesti. Entrambi
compiuti di fretta, in uno stato di panico.
Il primo, per capire se stava per avere inizio una vita. Il secondo, per
capire se invece una vita si era appena conclusa.

Il pianto

Dicono che il cervello di un essere umano, dopo che il cuore ha smesso di


pulsare, abbia ancora sette minuti di autonomia.
In quei minuti il figlio – tenendo la mano di lei, incapace di mollare la
presa – non fa altro che singhiozzare. La mente un po’ alla volta gli si
svuota di pensieri vecchi, e altri nuovi di zecca prendono il loro posto. È
allora che gli viene l’idea che forse quelle lacrime dovrebbe in qualche
modo conservarle. Seguire come Pollicino la pista disegnata dal pianto per
poter ritornare – in futuro, quando lo desidererà – a quel preciso momento
di dolore perfetto.

Se alzasse lo sguardo, nello schermo muto e nero della tv spenta Mattia


vedrebbe riflesso se stesso e la madre, e intorno tutti quanti. Al centro –
come nelle immagini della deposizione del Cristo – campeggia il vero
protagonista: un corpo senza vita. La tv si ostina a mostrare quell’immagine
come l’unica diretta possibile, quasi la morte della madre sia un evento
trasmesso in tutto il mondo.

Cosa faranno

Toccherà a Mattia telefonare al medico di guardia in modo che possa


constatare il decesso, mentre il padre contatterà l’agenzia funebre.
Lascerà finalmente la mano della madre, e guiderà nel buio della
provincia. Insieme alla sua ragazza andrà a casa della nonna, per
comunicarle che la sua ultima figlia è morta.
La badante aprirà loro la porta in pigiama, gli occhi socchiusi. Mattia
andrà in camera da letto e – con ancora addosso tutto il freddo di una notte
di gennaio – racconterà a quella donna di quasi novant’anni, la faccia
impaurita, quello che è accaduto. Lo farà come si può spiegare la morte a
un bambino.
A che ora è successo?, sarà l’unica domanda che rivolgerà al nipote.
All’una, dirà lui (e a nessuno verrà in mente che era l’ora esatta in cui si
era fermato l’orologio di là, qualche tempo prima).
Poi Mattia non potrà opporsi quando la nonna – le calze di lana, una
giacca a vento enorme – insisterà nel voler salire in auto insieme a loro:
Devo vedere mia figlia.

Gli occhi

Mattia studia da minuti il corpo della madre. Da bambino, ricorda, aveva


così tanta paura che qualcuno entrasse all’improvviso in camera sua durante
il sonno per rapirlo, che spesso si addormentava con gli occhi puntati sulla
maniglia. E tale era l’intensità con cui fissava la porta, che a un certo punto,
quando la stanchezza stava per avere la meglio, la vista lo tradiva e lui si
convinceva che la maniglia si stesse muovendo, impercettibilmente.
Mi sembra abbia mosso un occhio, diceva ogni tanto la nonna nella
camera ardente del marito, senza che nessuno badasse troppo a lei.
Osservando gli occhi chiusi della madre, Mattia prova la stessa
sensazione: ha l’impressione che un fremito le attraversi le palpebre, pronte
ad aprirsi da un momento all’altro.

Una macchina si è fermata in cortile, Mattia dalla finestra vede quello che
dev’essere il medico di guardia: sta parlando con suo padre, e dal modo che
hanno i loro corpi di tendere uno verso l’altro – le parole non riesce a
sentirle – giurerebbe che i due si conoscano.
Quando apre la porta si trova davanti il medico: entrando borbotta
qualcosa, svogliate condoglianze.
Bisogna toglierle il catetere, dice Mattia constatando l’ovvio. Sì, risponde
questo medico che potrà avere sui trentacinque anni. E poi – mentre si
arrotola le maniche della camicia – fa una cosa che ferisce il figlio: sbuffa.
Come se fosse stato chiamato a svolgere un compito che non ha a che fare
con la sua professione. Sbuffa.
Magari vuoi uscire, mormora guardando Mattia. Lui fa cenno di sì a
quella che non è suonata come una richiesta ma un’imposizione, e
raggiunge il padre, seduto fuori.
Fa molto freddo, dice accomodandosi nella sedia a fianco.
Sì, risponde l’uomo aspirando una lunga boccata di fumo.
Il giardino di fronte a loro è immerso nell’oscurità. Mattia sa di essere
fuori luogo, fuori tempo, eppure si ascolta parlare: Di’ la verità, tu sai chi è
stato?
L’uomo soffia il fumo dalle narici, poi si volta e fissa il figlio: A fare
cosa?
Mattia riesce solo a pensare che il padre sembra improvvisamente
ringiovanito. Non sa come proseguire quella conversazione, è terrorizzato
dalle possibilità. Niente, dice alzandosi, quasi scappando via.
Entra in casa: la nonna è seduta sul divano della cucina, non sa bene cosa
fare.
Mattia si riempie un bicchiere d’acqua. La caffettiera è aperta, svitata
poco prima dal padre e poi abbandonata sul lavello. La ragazza armeggia
col barattolo del caffè.
È ora di andare a dormire, nonna. Ti riporto a casa, vuoi? Lei si limita a
scuotere la testa.
Quando anche il padre li raggiunge, la vecchia fa una domanda senza
rivolgersi a nessuno in particolare: Il gatto dov’è?
Perché?, domanda Mattia.
La nonna lo guarda come se lui non sapesse nulla del mondo, e in effetti
forse è così: Perché i gatti non devono stare vicino ai morti, dice lei.
È vero, incalza il padre.
Mattia e la sua ragazza si scambiano un’occhiata, lui con un bicchiere in
mano, lei mentre appoggia la caffettiera sui fornelli.
Come mai?, domanda la ragazza, muovendosi nervosa.
Ma come, non lo sapete?, dice la nonna, passando dall’italiano al dialetto.
I gatti mangiano gli occhi ai morti.
Mattia posa il bicchiere sul tavolo: Ma figuriamoci.
E mentre lo dice, visualizza la scena: immagina il loro gatto rosso –
quello che sua madre ha amato e accarezzato e nutrito e coccolato – chino
sul viso indifeso di lei, intento a divorarla.
Comunque di là c’è il dottore, osserva il padre.
Proprio in quel momento il medico bussa alla finestra della cucina.
Mattia esce subito fuori di casa – per poco non travolge il medico – e
raggiunge il basso fabbricato. La porta è socchiusa, Mattia la spalanca e la
madre è sempre lì, il catetere riposa in un angolo, disteso sopra un
asciugamano.
Il figlio si avvicina terrorizzato, ma la donna ha entrambi gli occhi chiusi,
apparentemente intatti. Le labbra appena aperte, così com’erano al
momento del trapasso.
Del gatto non c’è traccia.

Orme

Il cognome del medico, scritto sul referto in bella vista sul tavolo, non
lascia dubbi: si tratta del figlio del loro vecchio medico di base. Lo stesso
che Mattia bambino – in vacanza al mare – non aveva voluto come vicino
di posto, facendo il diavolo a quattro. Quel ragazzino è diventato un uomo
che, in virtù del suo ruolo, le ha estratto il catetere dalla vescica, ma
soprattutto l’ha auscultata e ne ha decretato la morte. Perché, a differenza di
Mattia, lui ha concluso gli studi, si è laureato seguendo le orme paterne e
adesso è stato disturbato per visitare la donna che durante l’estate di
vent’anni prima, con quelle stesse mani che ora riposano inerti, l’aveva
accarezzato.

Il padre di Mattia nel frattempo ha chiamato l’agenzia funebre. Dunque a


casa loro, in quella notte interminabile, si presenta lesto un ragazzone dagli
occhi chiari, una borsa di pelle in una mano e un’espressione di cordoglio
che, sebbene stracollaudata, riesce a toccare Mattia.
Si toglie il cappotto, apre la borsa, s’infila un paio di guanti e come prima
cosa gli chiede se per favore riesce a procurargli un paio di sciarpe, o
qualcosa di simile.
Mattia non capisce il motivo della richiesta, ma dal cassetto del comò –
andando a colpo sicuro – estrae due foulard: sua madre li usava per
proteggersi dal vento. Il ragazzone dagli occhi chiari li afferra e sorride, poi
ne annoda uno alle caviglie in modo che i piedi s’irrigidiscano stando
vicini, e il secondo intorno alla testa come se la madre avesse mal di denti,
facendo aderire le labbra.

(Perché non entrino le mosche, gli spiegherà la nonna. E perché non escano
i vermi, proseguirà l’immaginazione di Mattia. Ma il motivo non è quello:
per acconciare i morti ed esporli alla vista dei vivi si cerca di fare in modo
che i muscoli si blocchino per sempre in una posa che prevede – oltre alle
canoniche mani intrecciate sul grembo – una più armonica bocca chiusa.)

Poi il ragazzo chiede a Mattia, sempre con gentilezza, se può avere un po’
d’alcol.
È contento che l’abbia chiesto a lui; è certo che suo padre non ci avrebbe
fatto caso, gli avrebbe dato l’alcol sbagliato: quello che hanno nel
mobiletto, e che ha un odore insopportabile, insistente, tipo merce di
seconda scelta.
Mattia fa una rapida corsa in casa, apre l’armadietto dei medicinali e
recupera un boccettino di alcol. È piccolo, vuoto per metà, ma gli basta
svitare il tappo per sentire l’odore di disinfettante – stordente al punto
giusto – che l’altro non ha. Corre di nuovo di là, e lo porge al ragazzone.
Mia madre non è merce di seconda scelta, pensa.
(A poco serve il lavoro del tanatoprattore: la morte non risparmia i dettagli
peggiori. Gas nauseanti si sprigionano dai cadaveri, umori acquei e
putrescenti fuoriescono da ogni orifizio. Occorre procedere con la pulizia
preliminare tramite antisettici; con l’aspirazione dell’aria residua che stagna
nei polmoni; con un massaggio addominale per favorire l’evacuazione delle
formazioni gassose; con l’iniettare nelle arterie un liquido che rallenta i
processi di decomposizione; con l’applicazione di due piccole conchiglie di
plastica sotto le palpebre per evitare che si aprano gli occhi; con un punto di
legatura interna alla bocca che tenga serrate le mascelle; con l’introduzione
di cotone – imbevuto di una sostanza insetticida – nelle narici e nei
padiglioni auricolari, affinché nulla dal di fuori venga percepito. Un’ultima
mistificazione, insomma, che permetta ai vivi di tollerare l’intollerabile. La
miseria dei corpi.)

Il mattino dopo esiste, è vero

Si sveglia schiaffeggiato dai ricordi.


Si veste in fretta, buttandosi acqua fredda in faccia (non perde tempo
davanti allo specchio, dove noterebbe che i segni sul viso che da tempo
accompagnano il suo risveglio stanno già svanendo). Il padre dorme ancora,
e Mattia scende di corsa le scale. Decide che non ha tempo per prepararsi
un caffè, mangia un biscotto con avidità facendo mentalmente ordine circa
il da farsi.
È a quel punto che il gatto, all’oscuro di tutto, balza sul davanzale
affacciandosi alla finestra. Come ogni mattina, reclama i suoi croccantini.
Mattia però lo ignora, ed esce di casa quasi dovesse andare al lavoro.
Sta per aprire la porta, di là, ma quando infila la chiave nella toppa esita
un attimo.

(Finché la madre era viva, il figlio attendeva ogni giorno l’emergenza, il


tracollo, la fine. Era come possedere un ordigno inesploso, da un istante
all’altro tutto poteva saltare in aria.)

Ogni cosa è come l’ha lasciata qualche ora prima: il corpo sul letto con le
mani intrecciate, la bocca sigillata, gli occhi chiusi, le palpebre rosa prive di
qualsiasi vita. Nell’aria c’è un odore simile a vernice.

Alle onoranze funebri li accoglie un tizio elegante e discreto. Offre a Mattia


e al padre una stretta di mano molliccia, e li fa accomodare a una scrivania.
Apre un registro foderato in pelle scura, estrae da un astuccio una
stilografica con sopra uno stemma elaborato (le iniziali del fondatore di
quell’agenzia, forse) e insieme a loro sceglie la strategia d’attacco.
«Come e a chi comunicare quella morte?» è l’obiettivo, e Mattia – per
mantenere un po’ di lucidità – immagina di essere capitato dentro a un
episodio qualunque di Six Feet Under.
Bisogna scegliere un cofano, capire se si vuole una corona di fiori, un
copricassa o si preferisce lasciare la bara nuda (quale legno scegliere? Il
padre è in grado di capire dal colore se si tratta di una cassa di noce o di
ciliegio, Mattia no). Bisogna avvertire il prete, comporre l’annuncio che
verrà stampato sul manifesto mortuario, e poi contattare le pagine dei
necrologi dei quotidiani locali. Bisogna stabilire il numero esatto di
ricordini da stampare (valutando a quante persone possano davvero
interessare quei dépliant sull’aldilà), che foto mettere, che frase scrivere.
Come si chiamava?, domanda il tizio.
Mattia e il padre sfogliano tenendolo sulle gambe un catalogo che
raccoglie le foto delle bare (come gli sposi scelgono la torta nuziale),
quando un cagnolino rumoroso viene a saltellare accanto ai loro piedi,
festante.
Scusatemi, fa il tizio elegante rivolto ai suoi ospiti. Si alza, rimprovera
l’animale chiamandolo per nome – un nomignolo ridicolo, che in quel
contesto riesce a far sorridere Mattia – e poi lo accompagna col piede fino a
farlo uscire dalla porta principale.
Scusatemi, ripete imbarazzato.
Perché questa costa di più?, domanda il padre di Mattia indicando la foto
di una bara.
Be’, prova a spiegare il tizio risistemandosi alla scrivania, intanto il legno
è intarsiato a mano da un maestro artigiano. Poi l’interno è di cachemire,
inoltre le maniglie sono placcate d’oro...
Mentre l’altro si dilunga in descrizioni tecniche, Mattia prende a fare dei
calcoli fra sé e sé. La pensione del padre è una buona pensione, e in ogni
caso sono fortunati: non hanno mai avuto problemi economici. È inoltre
possibile che, dopo la morte della madre, sia prevista anche una pensione di
reversibilità per il coniuge superstite. Nel paese in cui Mattia è cresciuto, da
sempre per i matrimoni e per i funerali, per i viaggi di nozze e per le
cerimonie funebri, non si bada a spese. Se quello fosse stato il suo
matrimonio, è certo che i genitori avrebbero curato ogni dettaglio senza
preoccuparsi del portafogli. Anche lui si sente pronto a prosciugare il conto
che hanno presso l’ufficio postale – il luogo dove lei lavorava – pur di fare
le cose in grande. Non gli capiterà mai più di seppellirla.
E una messa cantata quanto costa?, domanda Mattia all’improvviso.
È lui a condurre la discussione, e poi la trattativa economica con il tizio
dell’agenzia funebre. Il padre si limita a osservare il figlio, senza
intervenire.
Mattia – un piglio sicuro come mai prima di allora – è diventato uno
stratega del decesso.

Sbrigate tutte queste formalità, decidono di andare a fare la spesa. Il pane, il


latte, un pezzo di formaggio, due fette di tacchino, una scatola di biscotti:
devono pur mangiare. È una spesa essenziale, la prima spesa del mondo.
Il carrello che spingono Mattia e il padre (non spingeranno mai più la
carrozzina con sopra lei), per quanto lo riempiano di prodotti appare
squallidamente vuoto.
Si aggirano per i corridoi del supermercato stordendosi di offerte speciali
e jingle radiofonici e composizioni cromatiche – schiere di prodotti disposti
con cura sui ripiani.

(Il cervello di Mattia lo porta automaticamente a valutare cosa deve


prenderle, cosa le piace mangiare. Ma poi si rende conto che l’indicativo
presente non appartiene più a sua madre.)

Oggetti destinati a sparire

Posso averne una copia?, chiede Mattia a uno degli impresari delle
onoranze funebri, spiazzandolo. Si riferisce al manifesto mortuario con su
scritte le generalità del defunto e i dettagli della cerimonia; è stato appena
sottoposto all’approvazione della famiglia.
Nemmeno lui sa cosa se ne farà, eppure negli anni a venire lo conserverà
nell’armadio della camera da letto: per evitare che si gualcisca – per evitare
di vederlo –, lo metterà fra la locandina plastificata di un film horror che gli
piaceva tanto quand’era adolescente e il poster di un gruppo di musica
metal ormai in declino.

(Decine e decine di copie di quello stesso annuncio saranno affisse lungo le


strade del paese e di quelli vicini, e ogni volta che Mattia ci passerà davanti
non potrà fare a meno di fermarsi a leggerlo. E quando verrà eroso un
brandello alla volta, e scolorandosi si scollerà dalle pareti, e quando sarà
mescolato agli annunci di altri morti incollati sopra, sotto, di lato, e quando
infine e finalmente anche il più piccolo frammento sarà sparito e l’ultimo
annuncio sarà stato definitivamente sostituito da altri, lui sentirà sorgere nel
petto un piccolo dolore.)

Il letto a manovella è stato smontato e chiuso in garage in attesa di essere


restituito, la carrozzina e il deambulatore occultati in bagno, tutt’intorno
sono stati disposti vasi di ottone colmi di fiori. Accanto alla cassa è attivo
un apparecchio refrigerante (con sul fianco, in rilievo, la scritta
CONGELSALM: un nome così assurdo che sembra un marchio finto uscito da
un fumetto).
Ma la cosa più spaventosa è il coperchio della bara. Il cofano di legno
poggiato minacciosamente contro una parete, come una promessa di fine.

Mentre varie persone si presentano a casa di Mattia agli orari più disparati
per rendere omaggio alla madre e fare le condoglianze ai parenti, il figlio
ragiona su quali possano essere gli oggetti da sigillare per sempre con lei.
C’è gente – persone che Mattia conosce – che ha infilato nella bara insieme
al cadavere del marito o della sorella il portafogli con dei soldi, o dei
gioielli preziosi, o chissà cos’altro si pensa possa tornare utile nell’aldilà. Il
padre di Mattia ha chiarito di non volerne sapere niente, sostenendo che
queste cose da tribù primitiva le lascia volentieri a chi ci crede.
Un amico dei genitori, in mezzo a quel trambusto, lo prende da parte con
gentilezza. Guardandolo negli occhi lo ammonisce affinché non cada nella
facile tentazione di mettere nella bara insieme al corpo della madre oggetti
che magari, in futuro, Mattia adulto potrebbe rimpiangere. A lei ormai non
servono più, gli dice l’uomo.
Nonostante quel consiglio, il figlio cede alla tentazione.

Il primo oggetto è estetico, ed è già lì con lei.


Quando il corpo stava per essere esposto, Mattia aveva sistemato la
parrucca sulla testa della madre. L’elastico si era stretto intorno al cranio
così che gli occhi dei visitatori non fossero distratti dalle cicatrici: anche un
morto ha diritto alla sua vanità.
Adesso visualizza il momento in cui, cinquant’anni dopo, un Mattia
ormai anziano e in sedia a rotelle – spinto da una giovane badante di chissà
quale paese – varcherà l’ingresso del cimitero per assistere alla
riesumazione. La cassa sarà stata sventrata da un gruppo di operai pieni di
energie, e il corpo mummificato della madre ostenterà fiero sul cranio
rinsecchito quell’oggetto personale progettato su misura dalla Clinica della
parrucca, perfettamente conservato.

Il secondo oggetto è religioso.


Dal comodino di lei, nascosto fra un romanzo rosa e un pacchetto di
fazzoletti, estrae la Preghiera del malato alla Vergine. Si tratta di un
cartoncino spiegazzato, consumato, e proprio per questo ancora più
prezioso; quell’immaginetta che ora tiene in mano, e che raffigura la
Madonna con le mani rivolte al cielo, è stata regalata da qualcuno alla
madre durante il primo ricovero ospedaliero dovuto al cancro. Se l’ha
voluta tenere in camera da letto per tutto quel tempo, riflette con rigore
Mattia mentre sistema l’immaginetta nel taschino del tailleur, forse le fa
piacere averla con sé.

Il terzo oggetto è affettivo.


Molte volte Mattia si è fatto raccontare dai genitori la loro storia
d’amore: come si sono conosciuti – a una festa, a casa di un’amica comune
–, chi abbia corteggiato per primo l’altro – era stato il padre, che durante il
servizio militare le scriveva lunghe lettere –, dove e quando è avvenuto il
matrimonio – in una piccola chiesa sperduta di campagna, nell’agosto del
1974 –, qual è stata la meta del viaggio di nozze – l’Europa dell’Est –,
dov’è stato concepito lui – in Spagna, durante una vacanza.
Rovistando in un portagioie, trova una collanina leggera di pietre
turchesi: uno dei regali che il padre di Mattia, quand’erano fidanzati, aveva
fatto alla donna che sarebbe diventata sua moglie. Approfittando di un
momento in cui non c’è nessuno, la distende (senza allacciarla) sul collo
della madre.

Il quarto oggetto è simbolico.


Spesso la fede nuziale finisce nelle bare, anche perché molte persone
muoiono indossandola. La madre di Mattia da tempo non portava più nulla
al dito, ma lui sa dove custodiva l’anello nuziale, e va a recuperarlo.
Però il corpo è ormai composto, le dita intrecciate sul grembo paiono
inamovibili. È uno dei becchini a rassicurare Mattia: Ci penso io. E così il
figlio gli consegna la fede.
A posto, gli comunica sorridendo il becchino qualche minuto dopo.
Mattia, incredulo, si avvicina alla bara, osservando la precisione con la
quale l’anello è stato effettivamente infilato all’anulare della mano sinistra.

Il quinto oggetto è Mattia.


Ha escluso fin da subito la possibilità, egoista come sa di essere, di
nascondere qualcosa di suo lì dentro. Poi gli è venuto in mente un giorno di
qualche anno prima, in cui per il compleanno di lei madre e figlio hanno
comprato insieme un cellulare – l’ultimo telefono – al centro commerciale.
Ed ecco allora l’idea di inserire nella cassa la scheda SIM.
Di soppiatto (l’ennesimo segreto fra di loro) fa scivolare la scheda nel
taschino del tailleur, proprio sotto l’immaginetta sacra.

Alla fine, Mattia comunica trionfale al padre (impegnato a ricevere


abbracci, a fumare sigarette) di essere riuscito a mettere nella bara una serie
di oggetti.
L’uomo che da giovane deve essersi atteggiato a Jean-Paul Belmondo – e
che adesso è per tutti «il vedovo», come in quel vecchio film con Alberto
Sordi – alza gli occhi verso il figlio senza domandargli nulla. Limitandosi
ad annuire gli lancia un’occhiata che più o meno dice: «Ti credevo più
intelligente».
Distillato

In quei due giorni e mezzo in cui il corpo è esposto Mattia si sveglia


prestissimo, si lava in fretta e cerca di stare il più possibile accanto a lei.
Controlla ossessivamente il registro che l’agenzia funebre ha posizionato
vicino al catafalco: verifica le firme, i nomi. Vigila su ogni cosa, non
intende perdersi nemmeno una visita, una stretta di mano, un
«condoglianze». Gli sembra fondamentale scrutare i visi di tutte le persone
che sono lì per accertarsi coi propri occhi che quella donna che lavorava
all’ufficio postale se ne è andata.

(Alcune cose che non l’hanno uccisa: la caduta dal balcone quand’era
piccola – per miracolo rimbalzò sui fili del bucato –, il cane dei vicini il
giorno in cui la aggredì – ebbe la prontezza di voltarsi mentre l’animale
spiccava un salto –, la nuotata al lago col crampo che ne seguì – era con suo
marito, che si spaventò tantissimo –, il fibroma all’utero – Mattia aveva un
anno.)

Per non diventare schiavo delle proprie fantasie spesso il figlio si concentra
sull’apparecchio refrigerante. Somma o sottrae ossessivamente le cifre del
numero di serie, scomponendolo e cercando di trovare un senso in quella
sequenza numerica. Si allena a tenere al massimo livello di allerta i sensi
anche quando la stanchezza lo aggredisce: non vuole stordirsi con il sonno,
con gli psicofarmaci o con l’alcol come qualcuno gli ha suggerito.
Sotto l’apparecchio refrigerante – che «mantiene la cassa a una
temperatura costante di -3 gradi sottozero grazie al gas R404», così dice la
targhetta che Mattia non riesce a smettere di fissare – i tizi delle onoranze
funebri hanno piazzato un vaso di ottone: serve per raccogliere l’acqua che
sgocciola dal frigorifero formato persona che contiene la bara.
Quando il vaso è pieno di quel distillato di madre, Mattia lo versa nello
scarico del water. Tirando lo sciacquone, gli sembra di stare gettando via un
po’ di lei.

L’inizio di tutte le cose


Il giorno del funerale il cielo è sgombro di nuvole, ma fa freddo. Il cortile di
Mattia si è riempito di gente: non ha mai visto così tante persone raccolte
davanti a casa sua. Forse fra loro c’è anche il proprietario della videoteca, di
sicuro ci sono alcuni suoi ex compagni di scuola, amici di cui Mattia ha
progressivamente perso i contatti, volti noti e altri sconosciuti. Ma la cosa
non gli importa molto.
Stringe mani, chiacchiera, sorride persino. Si comporta come un
collezionista che – dopo aver rincorso per anni quella farfalla colorata e
letale – ha catturato la morte, e ora la mostra al pubblico.
Quello che dev’essere il capo dei becchini (lo stesso ragazzone che era
venuto ad acconciare la madre qualche ora dopo la morte) si avvicina a
Mattia e al padre con passi discreti, lo sguardo quieto e chiaro dietro gli
occhiali. Dice: Dobbiamo chiudere.
Sì, certo, fa il padre.
Mattia ha un sussulto.

(Sarebbe ridicolo dire che fino all’ultimo ha sperato accadesse qualcosa?


Qualcosa che facesse invertire il flusso del tempo e gliela riportasse
indietro?)

Gli impresari delle onoranze funebri invitano i presenti a uscire. Qualcuno


si fa un rapido segno della croce davanti al corpo, poi libera la stanza.
Quelli che ancora non si erano decisi si sporgono sulla bara per l’ultimo
saluto, e i più intimi addirittura la chiamano per nome – il suono cristallino
che talvolta, per errore, veniva pronunciato mettendo una O dove c’era una
A.
Il ragazzone sta coordinando gli altri che lavorano con lui: il capiente
bagagliaio del carro funebre viene spalancato rivelando un vuoto
insostenibile.
Aspettate, fa Mattia precipitandosi verso di loro.

(È il figlio, dopotutto, stanno pensando. Un sottile piacere solletica Mattia


nel vedere quegli uomini ascoltarlo, obbedienti.)

Voglio stare ancora un momento con lei, dice.


La sua ragazza fino ad allora ha cercato a fatica di controllarsi. Adesso,
gli occhi gonfi, esce in tutta fretta.
Va bene, risponde il ragazzone con una voce inaspettatamente piena di
calore. Dà un’occhiata all’orologio che ha al polso e concede: Solo un
momento, però.
Mattia si barrica dentro, chiudendo la porta a chiave. Poi si siede accanto
a lei. Non sa dove mettere le mani, dove posare lo sguardo.

(Nel suo dialetto c’è questo modo di dire: se una persona ha un aspetto
particolarmente mogio si dice che «sembra che abbia sua madre morta in
grembo».)

Sono rimasti soli, e lui vorrebbe poterle parlare.


Si china su di lei e dice qualcosa sottovoce, qualcosa che nessuno può
sentire. L’orecchio della madre è una conchiglia capovolta che assorbe
suoni e li porta per sempre con sé.
La bacia.
Poi si volta ed esce.

La morte è scomoda

Uno dei primissimi approcci con la morte, Mattia bambino lo ebbe quando
ancora non frequentava la scuola.
Il padre era appena tornato dal lavoro, mancava una manciata di giorni al
Natale. Entrando in cucina quella sera, per prima cosa, l’uomo aveva dato la
notizia alla moglie: quel loro amico non aveva retto a un infarto. I due
adulti si erano guardati, e poi di comune accordo avevano stabilito: Stasera
andiamo a trovarlo. (E quanto di assurdo conteneva già quella frase.)
Terminata la cena, la madre era andata a cambiarsi d’abito senza lavare i
piatti; il padre era rimasto zitto di fronte alla televisione accesa, senza
mettersi comodo sul divano come sempre faceva la sera – non si era
nemmeno tolto le scarpe. La morte è lasciare i piatti sporchi sul lavello
perché può arrivare in qualunque momento, non indossare le ciabatte.
In quella casa Mattia c’era stato solo un paio di volte. La figlia del morto
era di poco maggiore rispetto a lui. Sarebbe stata tristissima, si diceva, e lui
avrebbe dovuto fare qualcosa per consolarla.
I suoi genitori avevano abbracciato la moglie del morto – Mattia aveva
notato all’ingresso un albero di Natale con le luci spente –, mentre qualcuno
l’aveva accompagnato al piano di sotto, dove c’erano altri bambini. E fra
quelle testoline, quasi subito, Mattia aveva individuato la bimba rimasta
orfana: era insieme a un’amica e – non ci poteva credere – stava giocando a
ping-pong.

Questo ricordo riaffiora nel momento in cui Mattia esce dalla stanza che è
diventata la camera ardente di sua madre.
Mescolata a volti più o meno dispiaciuti, tutti con le mani in tasca per il
freddo, nel cortile scorge quella stessa bambina, di qualche anno
irrimediabilmente più grande di lui. Quella donna, che oggi è venuta a fare
le condoglianze. Lei gli si fa incontro, lui la saluta. Lei recita la formuletta
di circostanza, e Mattia non resiste.
Rievoca la sera in cui era andato a far visita al padre morto di lei. Lo fa in
maniera subdola, omettendo la sorpresa che aveva avuto nel vederla giocare
a ping-pong, e racconta nei dettagli la sensazione di dolore provata quella
sera, l’albero di Natale spento e tutto il resto (fa come gli sceneggiatori dei
brutti film, insiste sui particolari che più facilmente muovono alla
commozione). Ed è a quel punto che lei non riesce a trattenere le lacrime, e
abbracciandolo singhiozza il suo cordoglio. Lui, compiaciuto, la abbraccia a
sua volta e la ringrazia.

Fare compere

C’è stato un momento, quando la madre era ancora viva ma per tutti non lo
era già più, in cui Mattia e il padre hanno dovuto decidere come l’avrebbero
vestita.

(Nell’Uomo senza sonno di Brad Anderson, un allucinato Christian Bale


dice che s’immagina la madre mentre acquista – ignara, felice – il vestito
con cui poi il figlio l’avrebbe sepolta.)
Si erano interrogati a lungo sul da farsi. Avrebbero voluto farle indossare
l’abito a righe bianche e blu che amava tanto, e che metteva nelle sere
d’estate. Ma il freddo di gennaio stonava con quel vestito smanicato;
neppure metterci sopra un inutile golf, sembrava una soluzione
soddisfacente.
Erano allora andati nel negozio di abbigliamento dove lei spesso faceva
compere. È imbarazzante fare compere per un morto. Anzi, per un non-
morto, ma le storie di zombi qui non c’entrano niente.
Mentre sceglievano un tailleur, la commessa aveva detto a Mattia: Il blu
piaceva molto a tua madre. Lui si era sentito in dovere di correggerla,
piccato: Sì, è vero, il blu le piace molto.

(Alcuni anni prima Mattia, come ogni domenica, era al cimitero. Davanti
alla tomba di famiglia la nonna – all’epoca energica, indipendente – aveva
preso a sistemare i fiori, mentre la madre stava togliendo le erbacce che
caparbie crescevano nelle commessure tra le piastrelle. Mattia era
ipnotizzato dai nomi e dalle date, da quei pezzi di plastica incollati alle
lapidi di pietra che col passare delle stagioni si staccavano e lasciavano un
vuoto. Molti cognomi si ripetevano: i morti in provincia sono tutti parenti.
All’improvviso si era fatto una domanda, talmente stupida da non poterla
tenere per sé: Ma quello spazio sotto il nonno, aveva chiesto ad alta voce,
come mai è libero? La madre l’aveva fissato con uno sguardo pieno di
compassione. Si era assicurata che la distanza dalla vecchia, sua madre,
fosse sufficiente e gli aveva sussurrato: È il posto che avrà nonna. Lui aveva
esclamato un: Oh, e dopo era arrossito. Per tutto il viaggio di ritorno Mattia
non aveva più detto una parola. La donna però si sbagliava: quel posto
sarebbe toccato a lei.)

Invasione

Fra le persone in attesa che la bara venga caricata sull’auto funebre, Mattia
riconosce il fisioterapista. Lo saluta, e prendono a chiacchierare un po’ –
come se si trovassero lì per caso. Mattia non può impedirsi di ripensare alle
primissime volte in cui veniva a casa loro e faceva fare esercizi di
mantenimento muscolare e articolare alla madre.
Con una pressione morbida e decisa delle mani esperte le piegava le
ginocchia, invitandola a flettere le gambe: gli occhi le si dilatavano, le
guance gonfie di cortisone si tendevano ancora di più nello sforzo; a quel
punto spalancava la bocca come un animale ferito producendosi in un urlo
dilaniante.
Mattia scorgeva un puntino marrone sulla lingua bianca: la compressa di
morfina che aveva assunto poco prima, ma non ancora inghiottito. Lei
gridava, e Mattia si domandava se tutta quella sofferenza fosse necessaria,
si domandava se quella bestia calva schiumante di rabbia fosse davvero la
persona che lui aveva tanto amato e dalla quale era stato tanto amato, se lì
dentro ci fosse lei o la malattia: proprio come in quel film di fantascienza
che da ragazzino non si stancava di rivedere (una delle scene più paurose
dell’Invasione degli ultracorpi di Don Siegel è quando il bambino si ostina
nel dire che quella non è sua madre). Si domandava, Mattia, se il cancro
l’avesse sostituita.

Le ultime visite del fisioterapista furono inutili. Il ragazzo si limitava a


guardare la madre senza poter fare nulla. Le accarezzava la testa dai capelli
radi, contemplandola per un po’ immersa nel suo sonno comatoso.
Accettava da Mattia e suo padre un bicchiere d’aranciata, e scambiava due
parole prima di andare dal paziente successivo.

Attraversare

Sarà eternamente elegante in quell’abito blu che hanno scelto per


seppellirla. E ora che il corteo funebre ha inizio, ora che il padre e la sua
ragazza si mettono al suo fianco, e dietro di loro li segue la folla, Mattia ha
un solo scopo: farsi attraversare nel modo più violento possibile dal dolore.

(Uno degli inconfessabili desideri del figlio, uno di quelli che gli avevano
solleticato la mente mentre studiava compiaciuto il viavai di gente che
entrava di là, era stato quello di poterla spogliare. Avrebbe voluto che tutti
loro potessero vederla nuda, osservare quel corpo sfatto, sfregiato dai
bisturi all’altezza dei seni, dalla cicatrice sul cranio vuoto di ossa, torturato
fino agli ultimi giorni dal catetere conficcato nella vescica, da cannule per
infusione posizionate nel torace. Avrebbe voluto che la gente capisse che la
morte è quello, non un po’ di trucco sul viso a tenderti la pelle in un sorriso
che non ti appartiene.)

Il carro avanza lentamente davanti a Mattia, e lui ha tempo per guardarsi


intorno. Morire in una città o in un paese è diverso, considera, e lo
testimonia anche il rito del funerale. In città il corteo si mescola al traffico,
ai motorini che superano le auto, ai mendicanti fermi ai semafori. Invece, in
provincia, ogni cosa contribuisce a comporre un enorme quadro ricco di
dettagli che Mattia trova strazianti.
Le serrande dei pochi negozi (in cui si vende di tutto, e i vestiti stanno
accanto ai detersivi), abbassate in segno di rispetto.
Il tizio all’angolo di una via che si fa il segno della croce e poi bacia la
catenina che porta al collo.
I curiosi che dalle finestre socchiuse si affacciano un attimo e guardano
giù.
I ragazzini in bici, che aspettano con un piede contro l’asfalto ghiacciato
che sfili il corteo, per poi riprendere la corsa.
Il vecchio con uno stuzzicadenti in bocca che, seduto davanti al bar
chiuso, rumina forse una preghiera, forse uno scongiuro, al passare della
salma.

Elenchi

Suo padre è seduto accanto a lui, durante la messa. Occupano il primo


banco, quello che nessuno vorrebbe occupare. Ogni tanto con la mano
l’uomo dà un leggero colpo sulla gamba del figlio, forse per confortarlo o
forse per trovare in lui la forza che gli manca.
Mattia, gli occhi fissi sull’altare, stringe la mano alla sua ragazza.

Madre purissima, prega per noi; Madre castissima, prega per noi; Madre
sempre vergine, prega per noi; Madre degna d’amore, prega per noi...

La bara viene prima cosparsa d’acqua santa con l’aspersorio (e l’attenzione


di Mattia si concentra su una goccia appesa a una foglia del copricassa) e
poi facendo ciondolare tutt’intorno il turibolo il prete la avvolge con i fumi
dell’incenso. A sua madre non è mai piaciuto l’odore dell’incenso.
Il prete della sua parrocchia è un abile oratore, ma – proprio come gli
addetti delle onoranze funebri – anche lui è un individuo che fa il suo
lavoro. Imbastisce un sermone basandosi su qualche informazione raccolta
lì per lì, e per il resto ricorre al repertorio. E così l’orazione funebre – come
una lettera prestampata piena di vuoti da colmare: «Gentile Xy» – si
riempie di coloriture grazie al nome del morto, ad aneddoti che la comunità
è in grado di cogliere e apprezzare.

(Quand’è stata l’ultima volta che i suoi genitori hanno fatto l’amore?)

Si gira verso la sua ragazza, che durante la cerimonia piange lacrime


silenziose. Vorrebbe non sentirsi responsabile anche del suo dolore, in
fondo l’ha costretta ad assistere a una lunga agonia privata. E lei gli è stata
accanto senza pretendere nulla in cambio. Lui probabilmente non avrebbe
saputo fare altrettanto, riflette prima di distrarsi: le scarpe eleganti che
indossa gli fanno male ai piedi.
Il prete ha quasi terminato quando – forse troppo sicuro di sé – cala una
carta che appare come un espediente: nomina Mattia. Dice che, il giorno in
cui è stato chiamato dalla famiglia per dare l’estrema unzione, ha trovato
una madre morente e un figlio addolorato. E così riesce a commuovere chi
ancora non lo era.

(Ma se la memoria è fatta di cataloghi e di elenchi, Mattia vorrebbe


ricordare a tutti – e forse per primo a se stesso – che sua madre è stata anche
altro, qualcosa in più e qualcosa in meno di quella signora gentile che
lavorava all’ufficio postale ricordata dal prete. Sua madre era la licenza di
terza media conseguita senza poi aver concluso le scuole superiori, era
l’idiosincrasia – maturata negli anni di ragazza quand’era commessa in una
pasticceria – per i pacchetti regalo tenuti insieme dallo scotch, era quella
che a tavola preferiva i formaggi e i salumi ai dolci, quella che faceva le
pulizie ascoltando Aznavour, quella che amava così tanto le moto da averne
comprata una usata a quarant’anni suonati, quella che non sopportava il
colore verde, che fumava e rideva anche quando le cose andavano male, che
tagliava le pere in quattro spicchi, che si stupiva della sua facilità ad
addormentarsi nei momenti difficili. Era una persona, non un personaggio.)

Il primo orfano del mondo

Forse questa morte, pensa Mattia mentre la madre-bara percorre l’ultimo


tratto di strada entrando nel cimitero, ha fatto sì che nessuno possa più
morire. È stata un’ipermorte, dopo la quale non ce ne saranno altre. Mattia è
il primo e ultimo orfano della storia dell’umanità.
Vuoi portarla anche tu?, gli chiede all’improvviso, quasi a tradimento, il
ragazzone delle onoranze funebri.
Eh?, fa Mattia.
Per fargli quella domanda il giovane becchino si è chinato su di lui,
l’esperienza gli ha insegnato che qualche figlio non esterna quel desiderio.
Mattia non capisce subito che l’altro intende la bara.
Sono a un passo dalla tomba di famiglia, si tratta di pochi metri: è
disorientato, certo che vorrebbe portarla, se potesse si caricherebbe il corpo
della madre sulle spalle come un eroe mitologico – ma la verità è che
Mattia non ha muscoli, né forza fisica, né sufficiente coraggio.
La cripta è già aperta, in attesa di ingoiare la madre. Cosa deve fare? Se
non accetta, pensa stupidamente Mattia, tutto il paese si domanderà perché
il figlio non abbia voluto compiere quel gesto.
No grazie, risponde comunque Mattia, come se stesse rifiutando un
bicchiere d’acqua fresca in una giornata di sole.

Quando anche il funerale sarà finito e la cripta sarà stata richiusa, dopo gli
ultimi abbracci, gli ultimi baci sulle guance, gli ultimi fiori, Mattia e il
padre si ritireranno in casa. Saranno stanchi, e inspiegabilmente sollevati.
Ero felice e non lo sapevo, penserà Mattia spegnendo il cellulare,
togliendosi le scarpe.
Entrerà a piedi scalzi nella sua cameretta di bambino, e il passato si
chiuderà su di lui.
3. MADRE
(L’ANNO DOPO)
Tutto è fatidico

Perché non soffriva?


Si sentiva colpevole: gli sembrava di pensare troppo poco alla madre;
non piangeva quasi mai; non riusciva a stare vicino al padre come avrebbe
dovuto; non sfiorava neppure la borsa a tracolla che conteneva le
videocassette. Si sentiva colpevole perché ogni tanto, nel corso della
giornata, per brevi istanti avvertiva qualcosa di simile alla serenità.
Forse non era un buon figlio, non gli era ancora nemmeno capitato di
sognarla.

Ora che davvero lei non c’era più, tornava col pensiero alle chiacchiere
delle amiche fuori dalla stanza della madre. Quelle donne si scambiavano
parole e occhiate piene d’intesa, sussurrando a mezza bocca verdetti
spietati. Mattia però sentiva tutto, registrava, e si riprometteva di versare
quei bisbigli addosso a ciascuna di loro come lava bollente.
Gli ci vorrà un po’ per accettare, vittima dei pregiudizi e forse anche di
una certa formazione cattolica, che quelli sulla sofferenza che tarda ad
arrivare, sul senso di colpa, in realtà sono falsi problemi.
Non c’è altro da fare se non provare quel che c’è da provare, e lo spazio
per i sogni, per il dolore e per le lacrime – tutte queste cose arriveranno.

Un nuovo uso

Mattia ora non è più figlio.


Questa parola si è come svuotata di significato. Se fosse accaduto
l’opposto, se fosse stata la madre a perdere lui, un terribile interrogativo
sarebbe sorto: si è ancora madri quando sono i figli a morire? La nonna di
Mattia forse conosce la risposta.
Suo padre non è più un marito perché ora è vedovo. E la sua ragazza non
potrà più essere la nuora che la madre si aspettava. Le parole, a partire da
adesso, vengono rimodellate per un nuovo uso.

Infettando ogni cosa la morte della madre ha imposto un anno zero, è come
se avesse resettato il mondo, dando il via a un secondo corso dell’esistenza.

(Se di un morto restano le ceneri, si potrà ricavarne polvere per una


clessidra dove far scorrere il tempo privato per pensare a chi non c’è più?)

Mattia non solo sente la mancanza di sua madre, ma sa che lei, ovunque sia,
qualunque cosa sia – puro spirito, energia, pensiero, nulla assoluto – avverte
(in misura ancora maggiore, eterna) la mancanza di lui. Dev’essere una
sofferenza intollerabile.

Una rosa e una cioccolata

Qualche giorno dopo il funerale arriva la neve. Per una notte intera fiocchi
enormi cadono nel cortile di Mattia, sui tetti delle case vicine, sul paese
addormentato. Lui immagina i cristalli di ghiaccio posarsi sopra le lapidi
del cimitero, stratificarsi un po’ alla volta, fino a ricoprire anche la tomba di
famiglia.
Il telefono finalmente tace. Nessuno più li chiama per avere
aggiornamenti, né per fare condoglianze tardive. Mattia e il padre, immersi
nella quiete della casa, decidono di andare insieme al camposanto.
È la prima volta che ripercorrono quella strada, dopo la sepoltura. Binari
di neve schiacciata e sporca sono tracciati lungo le strade del paese: si
aggrovigliano e poi si separano per ricongiungersi di nuovo. Ma la via che
porta alla chiesa e infine conduce al cimitero è intatta, immacolata. Nessun
vivo, con quella neve che continua a cadere fitta, ha sentito il bisogno di
andare nella casa dei morti.

Non c’è ancora la foto, ma solo quella che l’agenzia funebre ha chiamato
«lapide provvisoria»: un rettangolo di pietra con il nome scritto su un
adesivo. A Mattia non dispiace affatto. Se la lapide è provvisoria, si dice,
forse c’è ancora la possibilità di tornare indietro.
I mazzi di fiori lasciati sulla tomba, e le corone generosamente disposte
tutt’intorno, spuntano appena occhieggiando in quel bianco perfetto che la
neve ha dipinto.
Dopo aver recuperato due piccole scope, Mattia e il padre prendono a
spazzare la neve fresca, cercando di far saltare i blocchi di ghiaccio che si
sono formati qua e là.
Si mettono d’impegno. Il figlio ha l’impressione di non aver mai
condiviso, prima, qualcosa di così intimo col padre: sarebbe potuto
accadere, se la madre fosse stata ancora viva? Per esprimere quella felicità
che gli sta crescendo dentro, Mattia vorrebbe quasi cantare. Spezzare il
silenzio del camposanto con la propria voce.
Una rosa che dev’essere appartenuta a un mazzo più ampio se ne sta da
sola vicino al muretto di cinta, leggermente al riparo dalla neve. Nonostante
il freddo non sembra essersi rovinata troppo. Mattia l’afferra per il gambo,
liscissimo sotto le dita. Depongono la rosa accanto alla lapide.

(È stato il padre a rivelargli, quand’era piccolo, che le rocce si sono formate


migliaia di anni fa in una situazione irripetibile, e che una volta esaurite non
ce ne saranno di nuove. Anche quella lapide, come gli alberi da cui è stata
ricavata la bara, è qualcosa che esiste da prima, indipendentemente dalla
madre.)

Sulla strada di casa si fermano in un bar e ordinano due cioccolate calde. Il


barista è gentile, al tavolino di fianco al loro c’è una coppia con un neonato.
Nulla sembra poter guastare quel momento, tranne una cosa, la più
improbabile: approfittando del fatto che il padre va in bagno, Mattia
compone in maniera febbrile il numero della madre. Poi avvicina il
cellulare all’orecchio, in un’attesa nervosa. Quando la voce registrata gli
dice che la persona cercata non è disponibile, prova una strana gratitudine
per quella parola.
Il padre torna, e prima di sedersi di fronte a Mattia gli dà un buffetto sulla
spalla. Che la neve continui a cadere, pensa il figlio girando il cucchiaino
nella tazza bollente, che cada e ricopra anche tutto quanto: presto o tardi
saranno di nuovo lì a toglierla ancora, e ancora.
Corrispondenza

Oggi è successo.
Mattia aveva messo in conto il fatto che prima o poi sarebbe accaduto,
ma non pensava così presto.
Davanti allo specchio del bagno si sta rifinendo il pizzetto alternando
colpi leggeri – col tagliabasette del rasoio elettrico – ad altri più decisi –
aiutandosi con un paio di forbicine. A un certo punto suona il telefono fisso.
Lascia che si sfoghi per qualche squillo, poi risponde.
Dall’altro capo del telefono una voce maschile con un velato accento
meridionale dice qualcosa che Mattia è sicuro di aver capito, ma se la fa
ripetere comunque.
Contrordine: forse è stata solo un’allucinazione acustica, infatti ora la
persona in linea – anziché il nome e il cognome della madre, come gli
sembrava avesse detto – gli domanda se sta parlando con la famiglia il cui
numero è sull’elenco telefonico, e dice quindi il cognome di Mattia. Il
cognome del padre, non quello della madre da nubile. Ecco, si convince lui,
vedi che ho frainteso?
Ma poi, quando Mattia conferma il cognome, la voce maschile – stavolta
non c’è possibilità d’equivoco – chiede di parlare con la madre.
Mattia non riesce a pronunciare ciò che sarebbe naturale dire, e che molte
volte si è immaginato di dover comunicare – a un parente lontano, a un
vecchio amico o a un ex collega di lavoro del padre, a qualcuno che non ha
saputo – e infatti dice: Chi la desidera?
Il tizio abbozza una spiegazione: Noi siamo un’agenzia – e scandisce il
nome dell’agenzia –, ieri una mia collega ha parlato con la signora – ripete
il nome della madre – e ha lasciato un appunto di richiamare oggi.
Mentre il tizio gli riferisce queste cose, a Mattia sfuggono di mano le
forbicine. Con una sola emissione di voce dice: Guardi, non so con chi ha
parlato ieri ma lei si sbaglia, mia madre è mancata qualche settimana fa.
Dall’altro capo della linea – dopo un silenzio interrogativo – parte una
serie di: Mi scusi, Non sapevo, Mi scusi, Non sapevo (e l’accento
meridionale viene fuori con prepotenza). Allora la mia collega si dev’essere
sbagliata, dice la voce maschile. Poi aggiunge un altro: Mi scusi. La loro
agenzia – ripete il nome – vende biancheria intima femminile per
corrispondenza. La madre è nell’elenco perché evidentemente ha comprato
dei capi tempo fa, e loro ogni due-tre anni fanno un giro di telefonate per
contattare i vecchi clienti. Non la disturberemo più, dice il tizio. E riattacca.
Mattia prende in mano le forbicine da terra, torna in bagno. La mano gli
trema troppo perché riesca a radersi, se ne accorge quando si ferisce al collo
e una goccia di sangue cade nel lavandino.

Simulazioni

Ha ripreso ad andare al lavoro. Il capo gli ha dato qualche giorno libero e


ora in negozio tutto è tornato alla normalità. Mattia si sente quietamente
disperato: sono cambiate le sue priorità, ma le abitudini si ostinano a
rimanergli addosso.
La morfina da prendere ogni otto ore, ad esempio. I medici si erano
raccomandati circa l’assunzione di quel farmaco. La scansione era
semplice: alle otto del mattino, alle quattro del pomeriggio e a mezzanotte
la madre inghiottiva una compressa di solfato di morfina. Quella del
mattino e quella della notte era lui stesso a dargliela, lo faceva prima di
andare al lavoro e prima di dormire. Ma il pomeriggio era il padre a
occuparsene. Ogni giorno alle 16.15 Mattia telefonava dal negozio per
salutarla. E nella conversazione diceva sempre a un certo punto, quasi per
caso: Hai preso la pastiglia, sì? (La parola morfina era tabù.)
Adesso, a quella stessa ora del pomeriggio, l’istinto gli fa afferrare il
cellulare, ma la razionalità che incalza glielo fa posare subito dopo sul
bancone.

(Qualche sera fa, a casa di Mattia è venuta a cena la sua ragazza. Era la
prima volta che avevano ospiti da quando la madre non c’era più. Con la
scusa di voler festeggiare il suo ultimo esame all’università lei ha portato il
dolce, e il padre ha cucinato un arrosto delizioso. Ma lo sapevi che Mattia
da piccolo era convinto di fare le uova?, ha detto il padre alla ragazza,
facendole l’occhiolino. Non è vero!, ha replicato lui arrossendo, la bocca
ancora piena di patate al forno. E invece sì, ha insistito il padre, un giorno
mentre faceva colazione gli abbiamo fatto trovare un uovo sul letto, e lui
c’è cascato... Hanno riso, erano improvvisamente una famiglia. Quand’è
arrivato il momento del dolce, Mattia ha aperto il cassetto delle posate e
senza pensarci ha preso una forchettina in più. Resosi conto dell’inutilità di
quel gesto, stando ben attento che nessuno lo vedesse l’ha lasciata cadere, e
le stoviglie cozzando le une contro le altre hanno prodotto un rumore
sordo.)

Non ha più il coraggio di riguardare quelle registrazioni tanto preziose che


conserva nella borsa a tracolla, e che come un rito contemplava ogni giorno
prima di chiudere il negozio.
Si domanda cosa succederà quando osserverà le foto di sua madre,
quando ascolterà i nastri con su incisa la sua voce, quando tornerà a
guardare quelle videocassette che gli davano conforto (a patto che in futuro
esista ancora un apparecchio adatto a riprodurle). Si domanda se riuscirà a
ricordarsela tutta intera, a rievocare i suoi lineamenti precisi (qualcosa che
va oltre la fotografia, qualcosa dove dietro c’è il sangue), l’intonazione
della voce (qualcosa che va oltre la voce registrata, qualcosa dove intorno
c’è l’aria), il colore dei capelli, il modo di socchiudere gli occhi, la
morbidezza della pelle. Il profumo. Tutte cose che hanno bisogno di un
mondo tridimensionale per accadere davvero, non di un supporto che
simula la vita.
Teme che il ricordo della madre gli si possa sfocare nella memoria: forse
è quello il motivo per cui i fantasmi sono rappresentati come degli spiriti
evanescenti.

Ciò che ci trattiene

Negli ultimi tempi lei aveva sempre la febbre. Mattia – con la scusa di
sentirle la temperatura – le appoggiava le labbra sulla fronte, depositando
baci silenziosi. Poi le scostava la camicetta del pigiama, e le infilava sotto
un’ascella il vecchio termometro a mercurio.
Oggi Mattia è influenzato. Prende il termometro, lo estrae dall’astuccio e
prima di scuoterlo gli occhi vanno alla colonnina di mercurio, ferma su
38.5. È l’ultima temperatura della madre, un paio d’ore prima che morisse.
Quell’oggetto inanimato ha conservato il suo tepore.
(Il nome di Mattia, per un curioso destino, è incistato nella parola malattia:
questa coincidenza gli dà un leggero capogiro.)

Promesse

Arrivando in videoteca e passando come sempre accanto al parco, ha di


nuovo visto la ragazza della panchina. Quella che bacia gli uomini. Stavolta
era insieme a un uomo che avrà avuto il doppio dei suoi anni. Mattia è
arrivato vicinissimo ai due, rallentando in maniera plateale, ma la coppia è
rimasta indifferente. Lei ha continuato a fare ciò per cui sembra nata: non
ha smesso un solo secondo di baciare il tizio, con una grazia invidiabile, e
lui non ha smesso di farsi baciare. A ciascuno il suo ruolo. Perché tutte le
volte in cui l’ha vista – ne è sicuro, anche se non saprebbe spiegare il
perché – era sempre lei a baciare gli uomini, e non viceversa.

Quella stessa notte, Mattia si ritroverà in mutande. Nella camera da letto


postadolescenziale della sua ragazza, in piedi, intento a baciarla; la luce dei
lampioni che filtra dalle persiane chiuse, un motorino che sgasa qualche via
più in là. Lui cercherà di essere concentrato solo sulla sua erezione, e
osserverà la ragazza sfilarsi il reggiseno color carne ostentando – dietro agli
occhi poco truccati – uno sguardo colmo di promesse.
Il seno sarà pieno, invitante: una leggera pressione e le dita
s’imprimeranno, la forma delle sue mani che lo circonda alla perfezione.

(Ogni tanto Mattia riflette sul fatto che vorrebbe ingravidarla. Il desiderio
ridicolo di poter accontentare la madre – si è nonni anche da morti? –
invade i suoi pensieri.)

Ma quando noterà sulla spalla sinistra di lei quella piccola cicatrice che
conosce bene – se l’è procurata a dodici anni, cadendo dalla bicicletta – non
ci sarà più nulla da fare. Mattia scanserà la ragazza come se fosse una
sconosciuta, e si getterà sul letto: nelle sue narici le sale chirurgiche, i
copricassa, l’odore di disinfettante. Lei gli siederà accanto, insinuando una
mano dove il gonfiore intanto è sparito.
Lui dirà: Scusami, e rivestendosi si sentirà perduto.

Cimelio

A volte pare che la gente se le vada proprio a cercare.


Mattia sta andando in tintoria per ritirare alcune camicie del padre, e per
portare altra roba da lavare. La campanella dell’ingresso vibra ancora
nell’aria (è un negozio con una vera campanella, non un aggeggio elettrico
che ne simula il suono – queste campanelle stanno sparendo, pensa Mattia),
quand’ecco che la tizia della tintoria gli butta lì un: Ma tu fai sempre i film?

(Questa storia di lui che fa i film, col tempo è diventato un equivoco che
non ha più tanta voglia di chiarire. Mattia ha collaborato come aiuto regista,
un paio di pomeriggi di qualche anno fa, ad alcune piccole produzioni
locali: roba che non è mai arrivata nelle sale, film cosiddetti «indipendenti»
– uno è un thriller vagamente soprannaturale scopiazzato dall’Esorcista,
l’altro un giallo incasinatissimo in cui lui fa anche la comparsa; opere che
sono circolate solo in qualche festival semisconosciuto. Le copie personali
di quei film sono impilate in uno scaffale di casa sua insieme alle altre
videocassette, eppure la gente ormai lo associa al cinema, tanto che ogni
tanto gli fanno battute imbecilli del tipo: Allora, quando lo vinci l’Oscar?)

Quindi, alla domanda: Ma tu fai sempre i film?, Mattia, posando un pacco


di vestiti sul banco, risponde: Più o meno.
Eh, riprende quella della tintoria, tua madre mi aveva promesso di
prestarmi i film che avevi fatto... le cassette, dico. Poi... Sai com’è...
No, com’è?, chiede Mattia.
Ecco..., dice lei, sperando che sia Mattia a completare la frase.
È morta, dice lui, compassionevole e sadico.
Ti voleva bene, sai?, risponde lei a sua volta.

(La tizia della tintoria omette di dirgli che in magazzino ha una gonna che la
madre aveva portato a smacchiare, e che nessuno è mai venuto a ritirare.
Quella gonna rimarrà per mesi nel negozio, fino a quando un giorno Mattia
– frugando in una borsetta della madre, uno dei tanti cimeli del suo
personale mausoleo – troverà un talloncino di quella lavanderia. Con
smarrimento ed eccitazione lo porterà alla tizia, e in cambio riceverà
l’ennesimo oggetto da inventariare.)

Quanto ti devo?, taglia corto lui.


L’altra dice una cifra, e Mattia lascia sul banco più del dovuto.

Tutto a metà prezzo

Tocca a lui scrivere i bigliettini di ringraziamento. Il padre gli ha affidato


quel compito, e Mattia ne è felice: ha raccolto in una scatola da scarpe tutti i
telegrammi ricevuti, le lettere, i foglietti fissati con una graffetta alle
composizioni floreali, le stampate delle mail che testimoniavano cordoglio;
ha perfino trascritto i testi degli sms di condoglianze. La sua ragazza gli ha
suggerito di suddividere i messaggi per categoria: i parenti, gli amici della
madre, quelli suoi o del padre, gli ex colleghi di lavoro dei genitori.
Intende rispondere a ciascuno di loro, secondo una precisa gerarchia: ai
più prossimi manderà un bigliettino personalizzato insieme alla fotografia
della madre; a quelli che si collocano a metà strada solo un bigliettino
personalizzato; ai più lontani (alcuni di loro non sa davvero chi siano, e
anche suo padre di fronte a certi cognomi scuote la testa) un bigliettino con
una frase standard.

(Anni dopo, a cena da un amico, scoprirà che lui – per chissà quale motivo
– conserva ancora nella memoria del cellulare l’sms con cui Mattia gli
aveva comunicato la morte della madre. Gli chiederà di mostrarglielo.
Mattia leggerà il testo, e poi in calce comparirà la data che conosce così
bene: quella lo emozionerà più di tutto.)

Sfoglia il registro che l’agenzia funebre ha messo loro a disposizione:


qualcuno ha firmato con cognome e nome, qualcuno solo con il nome, altri
col cognome preceduto da «famiglia», altri indicando l’indirizzo di casa.
A un certo punto, trasecola: gli sembra di aver trovato una t identica a
quella di seppellito. Anzi, se ne convince: perché chi ha scritto quel
foglietto che insultava suo padre e la sua famiglia è come un assassino, e di
certo è tornato sul luogo del delitto.
Mattia esamina le firme con attenzione, e scorrendo l’occhio su quelle
grafie – alcune ricercate, altre elementari – trova un possibile indiziato, il
cui cognome però non gli dice nulla. Trascrive l’indirizzo perché vuole
recapitare lui stesso il bigliettino di ringraziamento: vedere in faccia chi
potrebbe aver avuto il coraggio di mettere insieme quelle parole ingiuriose.

Prende l’auto, e guida tenendo la seconda quasi volesse memorizzare ogni


cosa. Percorre la tangenziale: nastri di guardrail ammaccati da infiniti
incidenti, ciuffi di erba infestante che s’aggroviglia senza costrutto,
sequenze di carrozzieri, solarium, tavole calde, tabaccherie dove si gioca al
lotto, centraline del teleriscaldamento, negozi di abbigliamento con perenni
cartelloni gialli TUTTO A METÀ PREZZO, bidoni della raccolta differenziata
schierati davanti agli ingressi come cani da guardia. Ogni tanto, qualche
rotonda spartitraffico dove asfittiche piante sembrano giudicare le rare auto
in circolazione.
Ripassa a mente un discorso che si è ripetuto spesso. A un certo punto gli
viene il dubbio, per la prima volta, che chi ha scritto quel foglietto volesse
davvero proteggerlo da qualcosa.

Raggiunge una serie di palazzine tutte uguali. Trova il civico giusto, suona
il campanello. Chiunque gli verrà ad aprire, decide Mattia, dovrà fare i conti
con lui. Suona di nuovo, premendo con forza sul citofono.
Da una finestra del primo piano si affaccia una bambinetta, arriva a
malapena al davanzale: Chi è?
Mattia cerca di sfoderare il migliore dei sorrisi: Non c’è tuo padre o tua
madre?, dice. Devo dargli questo, e sventola il bigliettino di ringraziamento.
No, risponde la bambina. E poi, con un certo orgoglio: Io non posso
aprire a nessuno.
La guarda. È distante, in mezzo c’è una striscia di verde e una
staccionata, ma gli pare di vedere una somiglianza. Un’aria di famiglia.
E se quella non fosse semplicemente la figlia di chi ha scritto quelle
cose? Se il padre avesse davvero un’altra vita?
Poi per formulare il pensiero successivo allarga leggermente le gambe
assicurandosi di avere i piedi ben piantati, che non lo tradiscano.
E se invece un’altra vita l’avesse avuta sua madre, e ora che le ha perse
entrambe l’unica testimone di quel tradimento fosse quella bambinetta
insulsa?
Senti, sbotta Mattia come se il bigliettino scottasse, lo metto nella
cassetta. Posso lasciare un messaggio per quando tornano?
La bambina non sembra aver capito.
Mi fate tutti schifo, dice Mattia – o forse crede di dire – chiudendo gli
occhi.

Tentativo di esaurire un luogo dell’anima

Mattia guarda la televisione.


Si è fatto una tazza di latte caldo con il cacao amaro. Gli piace prepararlo
così: depone due-tre cucchiai colmi di cacao in fondo alla tazza, poi versa
un po’ di latte bollente sopra la polvere, ma solo un po’; dopodiché
comincia a mescolare, ad amalgamare. Alla fine, quando quella pappetta di
latte e cacao amaro densissima e concentrata raggiunge un’uniformità di
colore e di sostanza, versa il resto del latte. Questo procedimento gli
permette di ottenere una bevanda liscia, senza quei grumi che danno
fastidio al palato quando li incontri.

In televisione, il presentatore di un preserale svela un po’ alla volta al


concorrente il contenuto di alcune scatole al cui interno ci sono premi di
diversa natura: cinquecentomila euro, un aspirapolvere, dieci centesimi, un
viaggio a Creta. Sullo sfondo, di taglio, un po’ sfocata, un’immagine turba
Mattia. All’improvviso – ne ha la certezza – la vede. Eccola, è lì seduta fra
il pubblico. Sorride, ha l’abito a righe bianche e blu che usava spesso in
vacanza. Mattia si guarda intorno, spaesato. Si avvicina allo schermo e si
accorge che non è un sogno: la madre è davvero in tv.
La telecamera stacca all’improvviso sugli occhi del concorrente: è teso,
potrebbe vedere sfumati i duecentocinquantamila euro che sembrano così
vicini. Poi l’obiettivo torna sulla scatola che lentissimamente il presentatore
apre, sbirciando dentro per verificarne il contenuto. Nel pubblico c’è
sempre quella donna vestita con un abito a righe. Sorride ancora, sembra a
suo agio in mezzo agli altri. A Mattia appare come l’incongruenza di una
rivista di enigmistica, «scova l’intruso»: è sua madre, non può essere lì.
Poi l’effetto svanisce, e quella donna del pubblico torna a essere solo una
donna del pubblico: gli zigomi sono troppo sporgenti, il naso è lungo e
stretto. Come ha fatto a confondersi così? Il latte si è raffreddato, e lui allora
lo butta tutto nel lavandino, quel latte e cacao perfetto senza grumi.

La ragazza della panchina

Si è deciso. Stamattina andrà dalla ragazza della panchina, e cercherà di


capire come mai ha tutto quell’affetto a di-
sposizione. Tenterà di prenderne un po’, di farsi baciare come solo lei
sembra saper fare.
Ma quando arriva nel parco, la panchina è vuota. Allora si siede lì, sul
lato dove di solito sono seduti gli uomini che lei bacia, e aspetta di vedere
che succede.
Gli viene in mente che quella ragazza è il contrario di una prostituta: lei i
suoi clienti li bacia, non è una meretrice ma una baciatrice. Magari su ogni
panchina del parco ce n’è una; dispensano baci, regalano affetto, si
prendono cura dei bisognosi. Sono le badanti degli affetti. Forse allora la
parola più adatta per definirle è bacianti.
Aspetta un altro po’, ma non arriva nessuno.

(Per molti mesi a venire Mattia non riuscirà più a mettere piede di là –
s’inventerà ogni volta un pretesto diverso per non entrare, una scusa non
importa quanto verosimile: ciò che conta è non avvicinarsi a quel luogo.)

Si dice che forse può affrontare questi giorni di lutto fingendo di essere un
animale. La scomparsa della madre, per un cucciolo, possiede una forma di
dolore che gli sembra accettabile. Potrebbe fare come un gatto che è stato
allontanato dalla madre gatta. Cercarla negli angoli del cortile, aspettarla
fiducioso vicino alla cuccia, contemplare la possibilità di un ritorno,
pensarla fuori dal tempo. Fino ad accettare che lei non c’è più, o forse
dimenticandosi che ci sia mai stata.
(Ogni tanto vorrebbe essere come il protagonista di Memento di Christopher
Nolan. Ma con la memoria resettata un attimo prima, in un loop continuo e
virtuoso in cui sua madre gli canta la ninna-nanna.)

Comparse

È dal benzinaio, sta facendo il pieno. Lo affianca un’auto, una pompa di


benzina a dividerli. Scende un ragazzo che, senza badare a Mattia, inserisce
una banconota da venti euro nel pannello dell’erogatore e comincia a
rifornirsi.

(Uno dei film di M. Night Shyamalan forse meno amati dal pubblico è
Signs: tutti si ricordano Il sesto senso, e Mattia in videoteca cerca sempre di
suggerire anche gli altri del regista. In una scena di Signs, appunto, i
protagonisti assistono in silenzio alla comparsa di un personaggio che ha
cambiato le loro vite. Il film è famoso soprattutto per i «cerchi nel grano»,
perché fra le altre cose parla di un attacco alieno, ma in realtà racconta
sentimenti e situazioni umanissime. Mel Gibson è un reverendo che dopo la
morte della moglie ha perso la fede e abbandonato l’abito; il fratello
minore, Joaquin Phoenix, per dargli una mano con i bambini si è trasferito
da lui, in una fattoria piazzata in mezzo a sterminati campi di grano. Lo
spettatore percepisce un nucleo doloroso intorno a questa famiglia
rappresentato dall’assenza della madre, che sappiamo da alcuni flashback
essere morta in un incidente automobilistico. A un certo punto l’intera
famiglia – Gibson, Phoenix e i due bambini – è riunita intorno al tavolo di
un ristorante. Si apprestano a mangiare, spensierati. Ma all’improvviso Mel
Gibson intravede un uomo fuori dal locale, e il suo sguardo si congela; un
po’ alla volta, tutti gli altri alzano il capo e osservano quell’uomo che lo
spettatore ha visto a malapena ed è ora fuori dal campo visivo. E qualcuno,
forse uno dei bambini, chiede se si tratta di lui, al che gli altri confermano:
Sì, è lui. Dopodiché si vede l’uomo in questione – il regista stesso, che fa
un cameo – alzare lo sguardo come chi si senta osservato. Lo stanno
fissando perché l’incidente mortale è stato causato da una sua disattenzione
alla guida. E la sua esistenza, l’ostentazione di vita prodotta dal suo
aggirarsi per la città, rende ancora più insopportabile la morte della donna.)
Fermo in piedi mentre sta facendo benzina, Mattia ci mette un po’ a
riconoscerlo, poi capisce: quello è uno dei barellieri che gentili si
presentavano a casa sua con l’ambulanza per accompagnare la madre in
ospedale. Quel ragazzo, al contrario del personaggio del film di Shyamalan,
è una comparsa che in qualche modo ha contribuito a prolungare la vita
della madre.
Nei mesi a venire, incontrare per caso lui e gli altri barellieri mentre è
distratto e sta pensando ad altro, incappare al supermercato o al bar nei loro
corpi sorretti da due gambe, sarà per Mattia l’ennesima occasione per non
dimenticare – anche suo malgrado.

Immaginazioni

È domenica pomeriggio, fuori la primavera dà spettacolo ma a Mattia non


interessa. Ha provato di nuovo a comporre il numero del cellulare. La voce
registrata dice che il numero non è più attivo, del resto la SIM è nel taschino
del tailleur che ha indosso la madre.
Ora se ne sta sdraiato sul letto, un libro che non ha voglia di leggere sulla
pancia, le gambe incrociate – la sinistra arcuata, la caviglia destra
appoggiata sulla rotula sinistra, a formare un’ipotesi di p (quella postura
assurda aiutava Mattia bambino a prendere sonno). Sta immaginando di
raggiungere di notte il cimitero, e di poter chissà come disseppellire la bara.
Immagina di aprirla; i dettagli sono così nitidi che tutto sembra accadere
davvero, ma si rende conto quasi subito che qualcosa non va.
La parrucca bionda gliel’hanno calcata in testa a forza, tanto che qualche
ciuffo scuro fa capolino da sotto, e sulle labbra c’è un rossetto osceno: la
pelle delle guance è imbrattata da chiazze incapaci di simulare un colorito
sano. Quello sepolto è lui. Il sorriso di Mattia – del Mattia composto nella
bara – è rilassato, tranquillo.
Allora Mattia il profanatore urla, urla mentre il libro cade per terra e lui
balza in piedi. Cerca di respirare normalmente, ma ci vuole un po’ prima di
riuscire a calmarsi.
Posso consigliarti Psyco, dice il giorno dopo a un ragazzo con due generose
spruzzate di brufoli sugli zigomi: è entrato in negozio e gli ha chiesto un
horror bello, non come i film di paura giapponesi dove non succede mai
niente, un horror che faccia saltare sulla sedia lo spettatore (non ha usato
esattamente queste parole, ma il senso è quello). Solo, prosegue Mattia
quando già l’altro sembra convinto, è un film molto vecchio, in bianco e
nero.
Il ragazzo tace.
È di Alfred Hitchcock, aggiunge allora Mattia. Uno bravo.
Meglio di no, dice il butterato, lo devo vedere stasera con la mia tipa, se è
in bianco e nero quella si addormenta. Mattia allora gli passa la versione di
Gus Van Sant: È quasi uguale all’originale, dice. Non è un vero remake, il
regista ha ripreso ogni inquadratura. Pure gli errori – gli occhi di Mattia
brillano, quando dice questa cosa –, pensa: ha mantenuto persino quelli...
Solo, è a colori.
Mentre il ragazzo prende con un po’ di diffidenza la custodia del dvd
dalle mani di Mattia, gli chiede: Scusa, eh, ma come mai questo regista l’ha
fatto uguale?
Perché gli piaceva molto quel film, abbozza lui.
Sì, continua l’altro, questo l’ho capito, e poggia la custodia sul bancone,
ormai sfiduciato. Ma che senso aveva, non gli bastava l’originale?
Ogni tanto la realtà va rifatta, commenta Mattia.

Posture

Oggi c’è un pranzo con i parenti, il padre ha invitato anche un paio di suoi
ex colleghi che a Mattia sono sempre stati simpatici. Comincia a fare caldo,
dunque si mangia all’aperto. Le risate si rincorrono sulla tavola, ogni tanto
Mattia tenta un sorriso. Gli sembra di stare sprecando il suo tempo, ma del
resto se non fosse lì dove altro potrebbe essere?
Si domanda se ha ancora un posto da chiamare casa, se possiede ancora
qualcosa che possa essere classificato sotto la parola «famiglia». Casa sua
non esiste più. O meglio, quello che continua a esistere è un involucro di
calce mattoni pareti oggetti, incapace di contenere quella che una volta era
la famiglia di Mattia.
(A scuola era affascinato dal criterio con cui si stabiliscono l’inizio e la fine
delle epoche. Le frasi riportate sui libri di storia, come: Il Medioevo
comincia e finisce con.)

Col trascorrere dei giorni, Mattia ha imparato a riconoscere degli


automatismi nel padre che sono traccia del fantasma della madre.
Succede che a pranzo finito, mentre sul fuoco c’è già la caffettiera che
borbotta, una nipote si offra di lavare i piatti. Il modo in cui il padre di
Mattia improvvisamente si rivolge a lei – piazzandosi fra il lavello e il
piano di lavoro –, i gesti con cui si avvicina a quell’angolo, gli fanno
assumere la stessa postura che adottava dopo cena mentre sua moglie, nel
medesimo angolo, lavava i piatti. Come se i neuroni e le cellule
viaggiassero a ritroso, alla ricerca di un’informazione sopita.

(Durante le superiori, con la classe era andato in visita nella capitale


francese: i giardini, i viali, la cattedrale, il museo. Molte foto vennero
scattate dagli insegnanti e dagli alunni, ma le macchinette fotografiche di
allora permettevano di riempire un rullino alla volta – e quindi di scattare
un numero limitato di ritratti. Anche Mattia aveva con sé il suo apparecchio
fotografico: finita la gita, gli mancava una sola foto. L’ultimo giorno erano
in stazione, si tornava a casa; Mattia e i compagni erano stanchi ma
elettrizzati al pensiero di riprendere il treno tutti insieme. Ebbe l’idea di fare
una foto al treno che li avrebbe riportati in Italia, e dopo averla scattata se
ne scordò. Quando andò a ritirarle in negozio, sviluppate, quell’ultima foto
ritraeva il muso del treno e alcuni suoi compagni con lo zaino in spalla. Ma
a colpire Mattia fu un cartello accanto ai binari, al quale non aveva fatto
caso: Un train peut en cacher un autre. Era un avviso ai passeggeri più
distratti, un invito a non farsi ingannare dall’effetto ottico dei treni disposti
su binari paralleli. «Un treno può nasconderne un altro» significa che dietro
il treno che transita sul binario 2 può nascondersi il treno del binario 4.
L’immaginazione di Mattia fu accesa da quella frase piena di vertigine,
perché spesso due cose possono assomigliarsi così tanto, possono essere
così profondamente radicate una nell’altra, da farti correre il rischio di
confonderle.)
Sono proprio io

La sveglia di Mattia non ha suonato. O meglio, ha suonato – e pure all’ora


giusta – ma lui l’ha spenta e ha ripreso a dormire. Quindi è come non
avesse suonato.
Quando spalanca gli occhi sulla sua giornata, Mattia si accorge che non è
affatto presto. Lancia il pigiama in un angolo della stanza e si lava al volo,
ma una scarica di diarrea gli fa perdere altri minuti preziosi. Impreca contro
l’influenza intestinale mentre butta giù un caffè molto amaro, s’infila una
maglietta ed entra in auto – impensabile affidarsi alla corriera – già
imboccando il cancello.
La distanza da casa al posto di lavoro è davvero minima, tre chilometri
appena. Li percorre in gran velocità, nella speranza che nessun cliente sia
venuto proprio quel mattino – gli seccherebbe che qualcuno lo vedesse
aprire la serranda del negozio a quell’ora, anche se di sicuro il proprietario
neppure s’è accorto della sua assenza. A un certo punto il cellulare si mette
a suonare, tenendo una mano sul volante Mattia risponde senza decelerare:
il padre lo informa che ha dimenticato il portafogli sul tavolo della cucina.
Lui impreca di nuovo, pensa rapidamente al da farsi e poi si decide:
pazienza.
Mancano pochi metri alla videoteca quando dietro una curva, su una
piazzola di terra e ghiaia di fronte a un paio di brutte palazzine di cemento,
s’imbatte in una volante dei carabinieri. Hanno fermato un automobilista, è
in piedi davanti alla sua macchina e sta parlando con uno dei due uomini in
divisa. Istintivamente Mattia butta il cellulare sul sedile a fianco ma non
serve a nulla: un carabiniere biondastro mostra la paletta e lo invita ad
accostare. Mattia sospira, inserisce la freccia e si prepara a quello che
accadrà.
Abbassa il finestrino senza spegnere il motore, e alla canonica richiesta
di patente e libretto risponde con un sorriso imbarazzato (un po’ gli scappa
da ridere per la situazione, ma un po’ è effettivamente preoccupato),
dicendo che non ce l’ha. L’uomo in piedi, di qualche anno più vecchio di
Mattia, resta impassibile sotto il cappello.
Guardi, aggiunge allora Mattia, stavo proprio per tornare a casa a
prendere il portafogli con dentro la patente...
Quindi non ha neanche un documento d’identità.
No, fa Mattia (l’altro automobilista nel frattempo è rientrato in auto, e ora
si allontana indisturbato), come le stavo dicendo mi hanno appena avvisato
che ho scordato il portafogli a casa, abito proprio qui vicino e...
Favorisca il libretto, per favore. Il carabiniere lo dice fissando un punto
in alto, sopra la capote dell’auto, dove Mattia non può vedere.
Nello spiazzo in cui l’hanno costretto a fermarsi, Mattia nota un merlo
intento a beccare furiosamente il terreno. L’altro carabiniere, più anziano, se
ne sta in disparte; stringe fra le mani un piccolo mitra legato a una tracolla,
e osserva le auto che passano sulla strada.
Mattia si contorce appena sul sedile, ma si accorge che con la mano non
riesce a raggiungere la tasca posteriore dove tiene il libretto, quindi sfila
platealmente la cintura dal suo alloggiamento – come a dimostrare che sì, è
vero, non ha la patente, ma la cintura c’era (non so quand’è scoppiata la
seconda guerra mondiale, signora maestra, ma so risolvere un’espressione
con frazioni) –, si volta e afferra la custodia di plastica nera.
Prende a rovistare fra i documenti: bollo, assicurazione, fotocopie varie...
il libretto però sembra non saltare fuori.
Un momento, eh, dice Mattia.
Basta che non ci mettiamo tutta la giornata, fa l’altro stizzito.
Mattia si convince di aver perso il libretto di circolazione, e teme che
magari per un’infrazione simile (guida senza patente e senza libretto) gli
possano venire decurtati dei punti della patente, sarebbe una bella seccatura.
Il carabiniere sta per dire qualcosa, quando da un angolo della custodia
stretta fra le mani frenetiche di Mattia spunta la carta gialla e blu del
libretto.
Ecco, dice trionfale.
L’uomo in divisa esamina il documento, facendo scorrere lo sguardo dal
libretto all’auto, dall’auto al libretto. Si allontana di qualche passo, verifica
che la targa, il modello, tutto corrisponda, poi si riavvicina al finestrino.
Il merlo poco più in là compie un breve salto, forse spaventato dall’aria
spostata (il continuo viavai delle auto in movimento), poi riprende coraggio
e torna a beccare il punto di prima.
L’auto è intestata a sua madre, fa il carabiniere biondastro – è
un’affermazione, non c’è un punto di domanda.
Sì, dice Mattia. Certo, aggiunge quasi con orgoglio. Ed è morta, vorrebbe
spiegare. È stata malata dieci anni, nell’ultimo si pisciava addosso ogni
giorno. Aveva metastasi cerebrali così diffuse che le pupille erano dei
grandi buchi neri pronti a tirarti dentro. È morta mentre le tenevo la mano,
le ossa delle dita sembravano pronte a spezzarsi, il suo corpo era imbottito
di morfina.
Lei ha il libretto ma non la patente, ribadisce l’uomo. Io però le devo fare
lo stesso la contravvenzione.
Stringe ancora fra le mani il documento, e sembra quasi dispiaciuto di
quella situazione.
Ma io..., e poi Mattia non sa come proseguire.
C’è una pausa in cui ogni cosa è sospesa.
Spenga il motore, per favore.
Mattia gira la chiave nel quadro, intorno ora è tutto silenzioso. Si sta
arrendendo.
Intanto l’altro carabiniere si avvicina, e domanda al collega se c’è
qualche problema (ma è un’evidente domanda retorica, perché il significato
è «Qual è il problema?»).
Non ha la patente, lo informa il biondastro.
Il carabiniere col mitra prende a fissare Mattia, lui sostiene lo sguardo
cercando comprensione.
Gli occhi del carabiniere armato si posano sul libretto di circolazione
tenuto in mano dal carabiniere biondastro.
Poi succede.
Il libretto è intestato a sua madre, dice quello col piccolo mitra, non si
capisce se rivolto al collega o rivolto a Mattia.
Sì infatti, ribadisce il più giovane.
Ma sua madre è morta e stramorta, dice infine l’altro. Il mitra ora gli
pende dalla tracolla, ha strappato il documento dalle mani al collega e lo sta
leggendo.
Come?, dice il biondastro (e da quel momento in poi non dirà più nulla).
È allora che Mattia individua nei tratti del carabiniere armato un
conoscente: una volta forse è pure stato a casa loro, deve aver bevuto un
caffè nelle tazzine del servizio buono. È morta da pochi mesi, imbecille, e il
fatto che tu non la vedessi da chissà quanto tempo non vuol dire che non ci
fosse più. Stava in un letto, e tu dov’eri?
Lo sa che il suo libretto di circolazione non è valido?, domanda quello
più anziano.
E Mattia commette il primo errore, risponde chiamando il carabiniere per
nome, come a dirgli: «Ma sei proprio tu?» Non credeva neppure di
ricordarselo, quel nome, invece è emerso da qualche piega della memoria.
Così facendo ha stabilito un’intimità che l’altro non gradisce, infatti
l’uomo si limita a fare uno sbrigativo cenno della testa, quasi stesse
ammettendo: «Sono proprio io, ma questo non cambia le cose».
Perché gira con l’auto intestata a un morto?, chiede il carabiniere a
Mattia. La domanda assume le sfumature di una provocazione (solo più
tardi Mattia si renderà conto che quello che ha ingaggiato dialetticamente
con quell’uomo in divisa era un duello western a tutti gli effetti).
E qui Mattia commette il secondo errore.
Solo perché sei armato e sei un carabiniere non puoi parlare di mia madre
in questo modo. La frase gli esce tutta d’un fiato.
Come dice?, fa l’altro. E poi subito dopo, per non perdere un solo
secondo di autorità: Scenda dalla macchina, prego.
Il biondastro guarda in basso, forse è uno di quei momenti in cui si
domanda perché ha scelto di fare il lavoro che fa.
Mattia esce dall’auto sbattendo la portiera. Dalle finestre delle palazzine
intorno non si vede anima viva.
Favorisca un documento d’identità, prosegue l’altro ostinandosi in quella
recita e facendogli cenno di avvicinarsi alla volante. L’auto dei carabinieri
ha il bagagliaio aperto, un apparecchio che sembra una vecchia radio
piazzato al centro. L’uomo in divisa inizia a compilare un modulo
prestampato mentre i led dell’apparecchio s’illuminano a intermittenza.
Come dicevo prima al suo collega – Mattia cerca di salvare la situazione
recuperando un po’ di gentilezza, tornando al lei che il carabiniere non ha
mai cessato di usare – non ho il portafogli, stavo andando a casa a
prenderlo.
Poi Mattia trattiene il respiro, per capire se deve chiarire il concetto.
Fissa il biondastro in cerca d’aiuto, ma quello non ricambia. Dunque non ho
la carta d’identità, conclude.
Il carabiniere sorride, senza mai smettere di compilare il modulo. Si
ferma un istante per osservare rapidamente l’auto di Mattia, e gli dice: Il
fanale anteriore destro è rotto, lo sapeva?
Se le interessa oggi ho pure la diarrea, vuole multarmi anche per questo?,
dice Mattia con un coraggio idiota (Sei pazzo – commenterà qualche giorno
dopo un cliente della videoteca al quale racconterà quella storia –, potevano
anche sbatterti dentro).
Non alzi la voce con me, fa l’altro, mentre il mitra gli sbatacchia in vita.
Conoscevo sua madre, ma questo non la autorizza a sfottermi.
Mattia rimane in silenzio. La parola «madre» stavolta gli fa un effetto
calmante.
E comunque, prosegue il carabiniere, le devo fare una multa per guida
senza patente. Poi fa una pausa prima di concludere: Inoltre sono costretto a
sequestrarle il libretto di circolazione.
Cosa?, Mattia sgrana gli occhi.
Può usare l’auto per tornare a casa e prendere la patente, ma il libretto lo
teniamo noi, dice quello con pedanteria. E riprende a scrivere.
Mattia scuote la testa, incredulo. Chissà dov’è volato il merlo che –
ormai una vita fa – beccava il terreno con tanta violenza. Chissà dov’erano i
carabinieri quando Mattia ha ricevuto a casa il foglietto firmato «un amico»
che infamava la sua famiglia.
Posso tornare in macchina o devo stare qua a guardarla?, dice Mattia.
Non faccia lo spiritoso, e si accomodi pure nel suo veicolo.
Il biondastro è rimasto immobile a vegliare l’auto di Mattia quasi quella
potesse mettersi in moto da sé e fuggire, e si dilegua solo quando lui come
una furia apre la portiera e si siede al posto di guida.
L’orologio del quadro comandi segna ormai le dieci meno dieci, e mentre
il carabiniere si prende tutto il tempo necessario a compilare il verbale,
Mattia chiama il suo capo per dirgli che non sta bene, ha una brutta
influenza intestinale, un male di stagione, si scusa molto ma aprirà il
negozio nel pomeriggio. Sì, ma oggi fatti trovare, dice il capo prima di
chiudere la telefonata.
Quando finalmente il carabiniere gli porge il modulo con la
contravvenzione, il figlio non può fare a meno di notare che il nome
cristallino della madre è scritto in modo errato: c’è una O dove dovrebbe
esserci una A. Stavolta è lui a sorridere.
Sarà stato anche amico di mia madre, non si trattiene dal dire Mattia, ma
ha sbagliato a scrivere il suo nome.
Mi faccia un esposto per questo, replica il carabiniere con insolenza. Se
imbracciasse il suo mitra sembrerebbe una minaccia in piena regola.
Mattia, sconfitto, si allaccia la cintura. Inserisce la freccia e lascia quei
due al loro lavoro dicendo uno sbrigativo: Buona giornata.

Porzioni di mondo

Ora è estate, mesi pieni di nulla sono passati. Mattia è al mare, disteso sul
lettino, al fianco della sua ragazza. Lei nel frattempo si è laureata, a
settembre inizierà uno stage: il giorno in cui ha discusso la tesi, guarda
caso, a Mattia è venuta la febbre – Te lo giuro!, ha urlato nel telefono – ed è
rimasto a casa. Lei non gliel’ha perdonata, ma ora è con la testa da tutt’altra
parte: sta leggendo un libro concentratissima, gli occhiali da sole
leggermente scivolati sul naso, la pelle brunita luccicante di crema solare.
In spiaggia ci sono poche persone, è quasi ora di pranzo.
Mattia si gode il vento debole che gli accarezza la pelle, bagnata dopo
una breve nuotata al largo. Osserva una palma, poco distante. Era già così
alta quando la madre è morta? E gli edifici intorno, che visti dalla spiaggia
appaiono come una lunga teoria di teli mare sventagliati dall’aria e costumi
appesi ai balconi, quegli hotel erano già così, o c’è stata qualche modifica
(anche piccola, la ristrutturazione del tetto, il colore diverso dato a una
parete) da quando lei non c’è più?
È avido di capire il modo in cui la realtà è cambiata. Cerca di raccogliere
il maggior numero di informazioni, come se conservandole nella memoria,
cogliendo lo scarto fra il mondo della madre viva e quello della madre
morta, potesse condividere queste differenze con i ricordi che ha di lei,
mettendo in comunicazione due zone che stanno separate. (Quasi dovesse
poi riferire – chissà quando – questi cambiamenti a qualcuno.)
Secondo te ha sofferto?, domanda Mattia di punto in bianco alla sua
ragazza. Ma con un tono di voce come se stesse constatando la scomodità di
quel lettino.
Come dici?, chiede lei senza distogliere gli occhi dal libro.
Niente, fa Mattia, dicevo che ho fame.
Io no, obietta lei.
(Poiché durante l’ultimo periodo la pelle della madre scottava, la dottoressa
dalla lunga treccia aveva consigliato di avvolgere in uno straccio dei cubetti
di ghiaccio da appoggiare sulla fronte e sull’inguine, per dare un po’ di
sollievo al corpo sofferente. Mattia e il padre avevano preparato tanti
sacchetti di ghiaccio, più di quanti sarebbero stati necessari. Adesso era
giunto il momento di sciogliere nell’acqua, nel vino, nella cola, nella birra,
tutti quei cubetti formatisi in quei giorni di gennaio.)

Mattine in cui è distratto

Il giorno in cui torna dal mare – il padre è via chissà dove, la ragazza è già
dai suoi, il bagagliaio dell’auto ancora pieno di valigie da disfare – il
telefono fisso prende a squillare.
Pronto?, dice Mattia. Il gatto gli si fa incontro affettuoso, strusciandosi
contro le caviglie: pretende che la ciotola gli sia riempita il prima possibile.
All’altro capo della cornetta c’è un tizio che si spaccia per «cugino di tua
madre». Lei è morta da otto mesi, e tanto ci ha impiegato questo
sconosciuto prima di telefonare: perché fa capolino proprio ora? Dice che
c’è una cosa importante di cui vorrebbe parlargli, se per favore gli può dare
il suo indirizzo. A Mattia la voce di quell’estraneo non piace, né intende
proseguire oltre la conversazione.
Non so chi tu sia, dice il figlio, ma adesso non ho proprio tempo. Ciao.
E per un po’ il tizio scompare.

Accende il computer di casa, durante le vacanze non ha mai controllato la


posta elettronica. Lo sfondo del desktop è un’immagine che Mattia ha
trovato su un sito di cinema indipendente: una pergamena – o meglio, il
fumetto di una pergamena – con una scritta in inglese, THIS DAY WILL NEVER
HAPPEN AGAIN. E sotto, più piccolo, INSERT DATE HERE, con uno spazio
tratteggiato dove riportare la data di quel giorno che, come tutti gli altri,
never happen again. Ma i giorni del lutto, nel lutto, a partire dal lutto, si
assomigliano tutti.
Scarica la posta, e insieme a mail di amici che gli augurano buona estate,
moleste catene di sant’Antonio, aggiornamenti da newsletter cui aveva
dimenticato di essersi iscritto, riceve – la grafica serissima e pretenziosa
delle onoranze funebri di provincia – la fattura del funerale. Comprese le
tasse, Mattia apprende che la cifra finale è molto più alta di quanto aveva
capito dal preventivo.

Ci sono mattine in cui è distratto, altri giorni in cui magari sta osservando il
paesaggio dal finestrino della corriera, domeniche pomeriggio trascorse
senza pensare a nulla in particolare. Attimi in cui gli viene in mente che
quella cosa che gli è capitata al lavoro, quella notizia sentita al telegiornale,
dovrebbe raccontarla a lei, dovrebbe proprio commentarla insieme a lei.
Dev’essere simile alla sensazione dell’arto fantasma: un prurito invisibile,
ecco cos’è diventata sua madre.

Il cellulare di Mattia si è rotto all’improvviso. Lui, senza perdersi d’animo,


recupera quello della madre e vi inserisce la sua SIM.
Poi nel pomeriggio va al supermercato a fare la spesa. La sua ragazza ha
una cena in famiglia, e lui andrà al cinema con un amico che non vede da
molto tempo: l’ha appena chiamato per accordarsi. Ora è immobile di fronte
al banco frigo, ragiona su cosa mettere dentro il carrello.
A un certo punto Mattia – bisogna immaginarselo ancora col cellulare in
mano, mentre sta esaminando una confezione di hamburger surgelati –
sente che dal telefono proviene una voce. Non è abituato a maneggiare
quell’apparecchio, crede di aver inavvertitamente richiamato l’amico.
Avvicina il cellulare all’orecchio, e quella che sente assomiglia
moltissimo, è, la voce della madre. Con l’altra mano si aggrappa al carrello.
Non ha nessun dubbio: sta ascoltando sua madre, la voce tremula e flebile
che aveva nell’ultimo periodo. Subito dopo riconosce anche un’altra voce:
la madre sta discutendo insieme alla nonna. Poi la conversazione
s’interrompe, il supermercato torna alla quotidianità. Mattia rimane per
qualche secondo col telefono all’orecchio, e il suo cervello ci mette un po’ a
capire.
Ogni sera la madre e la nonna si sentivano telefonicamente; una di quelle
volte, la madre doveva aver involontariamente premuto il tasto che registra
le conversazioni. Pochi secondi appena, ma il figlio scopre all’improvviso
di avere questo bene prezioso archiviato per caso nella memoria di un
oggetto che – per il semplice fatto di poter essere toccato, usato – già
riteneva in qualche modo sacro.
(Un treno può nasconderne un altro.)

Diamanti di sangue

Ogni tanto in negozio vengono le ragazzine per sapere se è uscito il film


che aspettavano da tanto, quello della scuola per ballerini americani, ad
esempio, o quello sui maghi bambini. Ciò che è interessante, ciò che
affascina Mattia, è che gli adolescenti vogliono solo e soltanto sentirsi
raccontare storie di altri adolescenti.
Queste ragazzine flirtano con Mattia, fanno le sceme. Lui pure si sente un
po’ scemo – ma anche un po’ lusingato – e le lascia fare, anche se
probabilmente (Sam Mendes ce l’ha mostrato in American Beauty) sono
molto meno coraggiose di quello che sembrano.
Eppure rimane di sasso quando un giorno, chiacchierando con lui, gli
chiedono se ha la ragazza.
Sì, risponde lui.
E da quanto state insieme?, domanda una poggiandosi sul bancone, la più
ardita.
Da... un po’, risolve lui, fissando un angolo del negozio.
E chi c’ha provato per primo, fra voi due?, insiste quella, esplicita.
Mattia non ha più tanta voglia di proseguire la conversazione, comunque
risponde mentendo: Io.
Ma senti, argomenta lei, quando ti piaceva una e avevi la nostra età, come
facevi senza il cellulare?
La risposta sarebbe lunga, e lui non intende mettersi a spiegare quanto
invece fosse liberatorio uscire di casa e non esistere più, quanto eccitante
fosse rientrare la sera e trovare scritto su un blocchetto accanto al telefono
(se i tuoi genitori erano stati lungimiranti) i nomi delle persone che avevano
chiamato, e il nome che più speravi di trovare ovviamente non c’era quasi
mai. Non gli va proprio, per cui conduce la conversazione inserendo il
pilota automatico della cortesia, e la sua giornata lavorativa procede senza
intoppi.
Si avvicina l’orario di chiusura. Mattia ha rinunciato del tutto all’idea di
guardare le videocassette che tiene ancora nella borsa a tracolla, ma quella
sera di settembre trova la forza per fare un’altra cosa: estrae dal portafogli
la tessera della videoteca intestata alla madre.
Di fronte all’elenco di titoli, però, non riesce a decidersi – dovrebbe
noleggiare un film che sua madre amava? Uno che hanno visto insieme al
cinema loro due?
Alla fine sceglie fra le novità: Blood Diamond – Diamanti di sangue, con
Leonardo DiCaprio e Jennifer Connelly, diretto da un certo Edward Zwick.
Un film di cui non gli importa niente, ma che è uscito in Italia il 26 gennaio.
Fra quelli arrivati in sala il venerdì successivo alla morte della madre, è il
primo in ordine alfabetico. Ma la soddisfazione maggiore, per Mattia, è
vedere sullo schermo del computer, nella pagina dell’archivio che registra
tutte le transazioni dei clienti, il nome di lei posto accanto a una data
successiva a quel 21 gennaio.

Convenevoli

Se fatica ad accettare che le cose finiscano, non si capacita invece di come


altre sembrino non avere mai fine. Ad esempio, quando si esauriranno le
persone che ancora non sanno?
Mattia sta leggendo un fumetto al ristorante – in piedi contro una colonna
– mentre attende che le pizze da asporto che ha ordinato siano pronte.
Quando alza gli occhi, si trova davanti un volto noto: un elettricista, o forse
un idraulico, che veniva spesso a casa loro per fare dei lavoretti. I due si
guardano, si riconoscono, e solo dopo un po’ si salutano. Potrebbe finire
qua.
Come va?, gli chiede invece il tizio.
Abbastanza bene, risponde Mattia, sincero.
I tuoi come stanno?
Non è sicuro di aver capito. Anzi sì, ma vuole temporeggiare ancora un
po’. Il falegname, o tappezziere, era a conoscenza della malattia della
madre, ma nell’ultimo periodo non s’era più visto.
Come, scusa?, fa dunque Mattia, cercando col viso di non tradire nessuna
emozione.
Tua madre, dice l’altro, come sta?
Ah, non hai saputo, replica dosando le parole. È morta, affonda.
Mi spiace (guardandolo negli occhi, Mattia capisce cosa s’intende per
faccia da funerale).
Sì, prosegue Mattia non interpellato, nel... uhm... a gennaio. Finge di non
ricordare la data precisa, l’ora, la temperatura, il colore della stanza, il
modo in cui era vestito lui stesso.
L’altro tenta di controbilanciare, in una sorta di idiota gara di lutti, con
una frase tipo: Anche mio padre è morto due anni fa.
Troppo facile, pensa Mattia come un giocatore di scacchi che riconosce
le mosse imprudenti dell’avversario, infatti risponde: Ah, mi spiace. Era
anziano?
E il tizio dice: Be’, aveva ottantatré anni.
E Mattia chiude gli occhi compiaciuto. È un rettile sazio, perché sa di
aver già vinto. Quando li riapre, le sue pizze sono arrivate, paga e se ne va.
Non prima però di aver detto – buttandola lì come uno schiaffo – l’età della
madre, quei trent’anni di scarto che fanno la differenza.

Ogni interminabile giorno

La salute mentale della nonna si è incrinata. Ma è stata d’accordo sulla


decisione che la famiglia ha preso anche per lei: liberarsi dell’officina in cui
il nonno di Mattia teneva gli attrezzi da lavoro. Vendere quel posto pieno di
scatoloni, polvere e topi, in cui il tempo continua a scorrere inutilmente.

(Nella dispensa di casa di Mattia riposano sughi, marmellate, sacchetti di


noci e nocciole, piccoli frutti raccolti – scelti – dalla madre per guarnire
dolci che non vedranno mai la luce. Estensioni del corpo di lei destinate a
esaurirsi. Con timore e isteria, il figlio consumerà quei cibi centellinandoli,
nei mesi a venire. E dire che aveva quasi sorriso, quando in una puntata dei
Soprano aveva visto un personaggio non riuscire a mangiare le lasagne
preparate dalla moglie defunta.)

Andare dal notaio – una giovane donna che si augura di raggiungere l’età
della signora più o meno con lo stesso grado di consapevolezza – è
umiliante, perché si scopre ciò che già si sapeva. Cioè che la nonna, in
qualità di vedova, ha ereditato metà dell’officina – «il lotto in questione»,
specifica il notaio – mentre l’altra metà che spetterebbe ai figli l’ha
ereditata il nipote, Mattia, in quanto orfano.
Orfano è una parola che stringe nelle spire delle o in apertura e in
chiusura chi la indossa: due catene circolari che ammanettano a un infinito
presente. Eppure è così facile da pronunciare, un suono che ricorda le fusa
dei gatti, un soffio morbido che arriva da dentro e getta fuori l’aria: orfano.

C’è molta roba, in quella vecchia officina che ormai è stata venduta e che
odora di muffa e gasolio. Mattia si è munito di un rotolo di sacchi neri della
spazzatura: se troverà anche una sola cosa che riguarda sua madre o la
propria infanzia – e si rende conto di come le due cose coincidano
indissolubilmente – le ore che avrà impiegato lì non saranno state sprecate.
Frugando nelle tasche di alcuni vestiti sdruciti, Mattia s’imbatte in
orologi, occhiali, pettini, oggetti logori e calcificati che hanno perso
l’aspetto originario e sono indecifrabili, simili a ossa di animali cotte dal
sole, pronte a sbriciolarsi fra le dita. Nascosta nella tasca interna di un
portafogli trova una fotografia della nonna materna. Nei suoi occhi – lei è
giovane in quel ritratto in bianco e nero, fiera – Mattia intravede i giorni che
la attendono. Pensa alla disperazione muta di chi perderà il marito e le figlie
e, nonostante tutto, non impazzirà.

Fare pulizia significa anche esaminare uno per uno i numeri della rivista di
automobili che suo nonno aveva collezionato per una vita intera. Due tavoli
da lavoro su cui stanno in ordine pile di riviste che raffigurano, in una bella
stampa a colori, i più svariati modelli automobilistici. Ogni esemplare della
rivista sembra incollato dal peso del tempo a tutti gli altri, ma può
succedere che fra una copia e l’altra si nasconda qualcosa.
Lui non ha fretta: fuori c’è un sole freddo che dà la luce giusta
all’officina. Anziché afferrare le riviste tutte insieme – come il buonsenso
detterebbe di fare, e Mattia è felice di essere lì da solo perché chiunque altro
a parte lui seguirebbe il buonsenso – si è imposto di spostarle una alla volta.
Può così capitare d’imbattersi in un sottile fascio di lettere di colore
verdino, tenute insieme da una cordicella dorata che lascia sulle dita dei
brillantini.
(L’idea stessa di dvd ha senso per lui solo per via dei contenuti speciali, che
offrono numerose curiosità rispetto alla narrazione canonica, o svelano i
retroscena. Dove sono nascosti – si è sempre chiesto lui – quelli
appartenenti alla storia della sua famiglia?)

Nel maneggiare quei pochi grammi di carta indirizzati alla madre c’è
devozione, struggimento, ma di certo anche tanta paura: quella di aver
ripescato dai fondali del passato una storia diversa da quella che Mattia
conosce. Una variante della madre, e quindi anche una sua variante:
qualcosa che rischia di contaminare le certezze. Quanti film, quanti libri,
quante narrazioni si basano proprio su un personaggio che illumina per caso
i luoghi oscuri del passato e scopre cose sconvolgenti?
Sta per sciogliere il nodo della cordicella dorata, poi riflette:
probabilmente è stato stretto proprio dalle mani di lei. Valuta che si possono
comunque sfilare una alla volta, man-
tenendo intatto il nodo. Ne prende una, e vede stampigliata sulla busta
una data anteriore non solo al matrimonio dei suoi genitori, ma anche
all’epoca in cui si sono conosciuti.
Ne legge una, poi un’altra, poi un’altra ancora. Il mittente è sempre lo
stesso: un militare con cui la madre ha chiacchierato un po’ durante una
festa di Capodanno. Sta facendo il servizio di leva come marconista, e
lettera dopo lettera racconta di quanto sia dura la naja, delle incomprensioni
col maresciallo, del tempo che non passa mai. Ma racconta anche – in modo
sdolcinato e però autentico – quanto senta nostalgia di lei in attesa della
prossima licenza, quanto la pensi e quanto sogni di rivederla al più presto.
In ogni lettera il giovane militare (che si firma «il tuo soldatino») chiama la
madre di Mattia per nome più e più volte, e il figlio ha un brivido nel
leggere il nome cristallino di lei.
S’immagina la madre, poco più che ragazzina, che sceglie di non buttare
quelle lettere quando conosce il suo futuro marito, ma decide di
impacchettarle da qualche parte nell’anima, e dimenticarle.
A un certo punto si concentra sulla t di «soldatino». La confronta con le
altre t, poi cerca con affanno crescente alcune parole precise: esamina la
parola «famiglia». E poi nelle altre lettere via via trova «casa», «rispetto»,
«giro», «vergogna», «amico». Ha fatto di tutto per non pensarci più, eppure
– sa che è assurdo, che non ha senso – sembrerebbe proprio quella grafia
che lo ossessiona. Quella che ha scritto la parola seppellito.

Trappole

Ha litigato con la sua ragazza. Lei voleva andare in città a vedere un piccolo
appartamento in affitto: il suo stage sta andando molto bene, ci sono buone
probabilità che la tengano, dunque vorrebbe trasferirsi. Gli ha chiesto di
accompagnarla, ma Mattia ha temuto fosse una trappola: e se invece
quell’appartamento lei lo stesse cercando per loro due? Se si fosse messa
d’accordo con il padrone di casa, e l’avesse già affittato, già arredato, e
volesse fargli una sorpresa? Riesce persino a immaginare una stanza
pensata come ripostiglio, pronta a essere riconvertita in cameretta quando
avranno un bambino.
Mia madre è morta e tu pensi a questo?, l’ha aggredita.
Ma sei impazzito? Cosa c’entra?
C’entra sempre, ha detto chiudendo la conversazione.

Ha condotto una lunga lotta perché nulla mai cambiasse, e adesso sente che
tutto gli sta fuggendo di mano. La sera decide di andare da solo al cinema,
prende l’auto e guida fino alla città: c’è il nuovo film di Richard Linklater,
Un oscuro scrutare.
In fila davanti a lui osserva distrattamente un uomo che paga il biglietto
per sé e per i suoi figli: Tre per Monster House, dice con voce sicura. Lo
vede porgere le banconote al cassiere, ricevere i biglietti, darli ai suoi figli,
e mentre l’uomo attende il resto – la mano destra nel gesto di chi chiede la
carità – Mattia si accorge che quelle mani appartengono al chirurgo che
operò la madre al cervelletto. Sono trascorsi anni, ma è certo di non
sbagliarsi.
Risalendo con lo sguardo raggiunge il volto: quel viso gli sembra
anonimo, anche se le mani sono inequivocabilmente le sue. Vorrebbe farsi
riconoscere, come si fa con i personaggi famosi: «Forse lei non si ricorda di
me, ma ci siamo visti quella volta...» E se non fosse lui? Se la sua memoria
lo stesse tradendo?
Poi Mattia si ritrova davanti al cassiere che gli domanda: Quale sala?
Lui tace, e l’altro lo incalza: Allora?
Non riesce a rispondere, esce dal cinema proprio nel momento in cui
scoppia un temporale. Non ha l’ombrello, ha parcheggiato distante e si
maledice: i pochi minuti che impiega per raggiungere l’auto lo inzuppano.
Mentre guida tiene il riscaldamento al massimo, i bocchettoni puntati
addosso; in radio c’è un concerto di musica classica, i tergicristalli
sembrano danzare.

È quasi arrivato quando squilla il cellulare: un numero anonimo.


Pronto?, dice Mattia.
Sono il cugino di tua madre, attacca la voce all’altro capo. Ho chiesto il
tuo numero al negozio dove lavori, prosegue. Ti disturbo perché..., e Mattia
riattacca, prima di spegnere il telefono.
Torna a casa, getta i vestiti bagnati in un angolo e s’infila a letto.

Strisce di ricordi

Dieci mesi da quando lei non c’è più.


Quella domenica il padre è in gita con degli amici; Mattia è a casa da
solo. È finalmente pronto.
Recupera da un angolo di casa la borsa a tracolla e sceglie una
videocassetta con un’etichetta mezza scollata. La infila nel
videoregistratore, si siede sul divano. Non appena preme il tasto REWIND,
però, sente un suono che non gli piace. Estrae subito la videocassetta, la
esamina e scopre che il nastro si è spezzato. Allora afferra un cacciavite e la
apre: sulla superficie delle bobine c’è una patina grigiastra, forse muffa.
Perché non ha fatto riversare quelle immagini su dvd, perché tutto intorno a
lui si corrompe?
Prova a pulire il nastro con un cotton fioc, disperato, ma si aggroviglia
ancora di più.
Dio ti prego non privarmi anche di questo, pensa Mattia.
Abbandona la videocassetta sul davanzale, sventrata. Raduna le altre che
contengono dei fotogrammi della madre: sono tredici, quasi tutte da
centottanta minuti. Coprono l’arco temporale che va dai quindici ai diciotto
anni del figlio, il tempo di filmare tutto l’insignificante con la videocamera
e stufarsi di averla e dimenticarla come un giocattolo che non diverte più.
Le impila, e aiutandosi con entrambe le mani – tenendo le videocassette
ferme con il mento in un gioco d’equilibrio – esce di casa, al freddo. Posa
tutto quanto sul tavolo di plastica che c’è in giardino, il tavolo dove insieme
alla sua famiglia Mattia ha consumato grigliate di Ferragosto, e compleanni,
e cene estive, e anniversari, e semplici pranzi domenicali.
Col cacciavite apre la prima della pila, una a caso fra le tredici (non legge
nemmeno la data sull’etichetta: vuole che tutto si mescoli), e ne estrae il
contenuto. Posa l’involucro sul tavolo, e soppesa le bobine: una è bianca e
leggera, vuota; ha all’inizio del rullo una strisciolina trasparente che – se è
perfettamente riavvolta, come in quel caso – trasmette sullo schermo ondine
bianche e nere. È la parte di nastro in cui non si può registrare nulla, dove
non è possibile imprimere né immagini né suoni (Mattia la pensa come
l’infanzia della videocassetta: quella zona immemore che continua a
riverberare negli anni). Posa la bobina per terra, e stringendo fra le mani la
gemella – quella gonfia di nastro magnetico, pesante e piena e nera –
comincia a srotolare con pazienza.

(I cd e i dvd sono troppo sottili, hanno fatto perdere la manualità delle cose:
Mattia amava le videocassette perché erano un organismo complesso.)

Quando ha finito, per terra c’è un groviglio di budella di polietilene


tereftalato che si muove e si contorce al vento. A quel punto entra in casa,
apre una lattina di coca e la versa in un bicchiere. Ci aggiunge tre dita di
rum, e beve il tutto in pochi sorsi, la coca che frizza nel palato e il rum che
dà un leggero torpore.
Mattia è pronto per ricominciare, ora. S’infila la giacca perché il freddo
di fuori è aumentato, prende la seconda videocassetta della pila e fa la
stessa cosa. Va avanti così per moltissimo tempo; di tanto in tanto è
costretto a cambiare mano perché la destra gli fa male. Ne srotola dodici in
tutto, quando gliene manca una si ferma. È sera.
Per terra c’è un intestino di nastro fremente, chilometri di ricordi che
ricoprono le mattonelle di fronte al giardino. Mattia ci può camminare,
rischiando di rimanere invischiato come la ragazza di Suspiria intrappolata
nel fil di ferro (essendo un film di Dario Argento, nessuno si domanda cosa
ci faccia una stanza piena di matasse di fil di ferro in un’accademia di danza
tedesca). Più si muove, la ragazza del film, e più il ferro – simile alle sabbie
mobili – la graffia, avvitandosi intorno al corpo.
All’inizio l’intento di Mattia era solo quello di liberarsi di quelle
videocassette, sfiorare con i polpastrelli ogni centimetro di nastro per
trasferirlo nella memoria tattile e poi bruciare tutto. Il nastro è resistente, e a
mani nude si assottiglia e si piega, ma è difficile strapparlo. Meglio il fuoco,
si è detto. Srotolando, però, ha avuto il tempo di pensare. E con l’ultima
videocassetta tenta un esperimento. Entra in auto e mette in moto, i fari
illuminano il giardino. Guidando come un sonnambulo per le strade del
paese si ritrova al cimitero.
Davanti alla tomba della madre svolge di un poco la bobina, la assicura
intorno all’unico lumino. Stringe bene il nastro, e poi con l’altro rotolo
s’incammina verso l’uscita del cimitero. Un fiume nero si svolge poco a
poco, serpeggia fra i ciottoli del camposanto, aggira le lapidi, i lumini
accesi, i vasi, e segue Mattia fino a quando raggiunge la sua auto. Con il
finestrino abbassato, la mano sinistra che regge la bobina, procede guidando
a passo d’uomo in linea retta: vista dal parabrezza, la strada si proietta di
fronte a lui come una promessa.
Il nastro continua a svolgersi, mentre Mattia attraversa la via principale
del paese. Chissà se da qualche parte si è spezzato, ma lui crede di no – la
memoria è resistente –, senza mai incontrare nessuno continua a guidare
facendo al contrario lo stesso percorso che il corteo funebre aveva compiuto
con la bara.

(Non ha confidato a nessuno la sensazione che provò il giorno del funerale,


quando – il padre da un lato, la ragazza dall’altro – gli sembrò che insieme
a loro tre, oltre a tutta la folla alle spalle, ci fosse qualcun altro. Chi ha
compiuto spedizioni fra i ghiacci la chiama «sensazione dell’uomo in più».)

La bobina va alleggerendosi sempre più: quando raggiunge il cortile di casa


il nastro finisce. Mattia voleva che le cose andassero esattamente così, e per
una volta è stato accontentato.
Mai nessuno è tornato dal cimitero, si dice spesso. Eccetto sua madre.
Simbiosi

Da qualche tempo il gatto ha dei comportamenti insoliti rispetto al cibo:


Mattia l’ha sorpreso più volte nutrirsi della terra dentro i vasi del giardino.
Sa che non ci sarebbe nulla di insolito se mangiasse le foglie, o l’erba (i
gatti lo fanno per ripulire l’intestino, o qualcosa del genere), ma vedere il
muso dell’animale imbrattato di terra – oltre che disgustoso – è una scena
che lo turba. Quando fa così, Mattia lo solleva per piazzarlo davanti ai
bocconcini di pollo e manzo. Il gatto, parecchio dimagrito, è un sacchetto
d’ossa, un involucro di viscere che si fa spostare con docilità.
L’animale annusa i bocconcini, poi con la zampa cerca di spostarli, di
coprirli, come fossero escrementi. Quanti anni ha? Forse sta semplicemente
invecchiando, si dice Mattia.

(Frugando nel vano portaoggetti dell’auto alla ricerca di un cd, un giorno


affiora un boccettino d’alcol pieno per metà. Mattia lo riconosce subito: è
quello usato dal ragazzone dell’agenzia funebre per fare pulizia sul corpo
senza vita della madre, chissà come è capitato lì. Lo risospinge con forza in
fondo a tutto il resto.)

È una sera di novembre, piove. Mattia dovrebbe uscire con la sua ragazza –
ma non ne ha voglia, ed è convinto che neppure lei ne abbia. In realtà, tutti
e due sanno bene che a mancare davvero è il coraggio di constatare la fine.
Le manda un sms dicendole che il gatto sta male, preferisce restare a
casa.
Ho capito. Buona serata, è ciò che risponde laconicamente lei.
In effetti, il gatto se ne sta immobile a fissare un angolo del muro,
inappetente. E quando Mattia lo chiama – osservandolo avvicinarsi su
quelle zampe instabili – sembra sempre sul punto di perdere l’equilibrio.

(Assieme all’edera decennale ricevuta dai suoi genitori in dono per le nozze
– un’edera che cresce felice e che Mattia cura quasi tutti i giorni, anche solo
rivolgendo un’occhiata affettuosa al contorcersi delle foglie – quel gatto è
uno dei prolungamenti del rapporto sempre più sottile con la madre.)
Il giorno dopo si decide a chiamare il veterinario, che lo palpa a lungo
prima di esprimersi (e il gatto si fa fare tutto, quieto come non mai).
È curabile?, chiede Mattia.
No, ma è trattabile, risponde il veterinario da dietro gli occhiali. Prescrive
una serie di iniezioni di cortisone, e intanto ricorre a espressioni ben note a
Mattia come «migliorare» o «salvaguardare» la «qualità della vita». Poi, già
sulla soglia e con la sua valigetta in mano, conclude: Capisci, è come se
avesse un grumo di metastasi lungo la colonna vertebrale.
Mattia si vedrà costretto a somministrare al gatto, inoperabile, lo
sciroppo per evacuare, le punture di cortisone – la stessa tipologia di
medicine che a suo tempo i medici avevano prescritto alla madre.

(Un’amica di Mattia che viveva in simbiosi col suo cane, dopo la morte
dell’animale ingrassò di undici chili – l’esatto peso del cane. Per
compensare la scomparsa della madre, Mattia dovrebbe ingrassare di
cinquantaquattro chili.)

Preghiera per le ultime cose

È fermo con l’auto all’unico semaforo del paese. Osserva una vecchina
intenta a passare con energia la ramazza sul marciapiede dove, da vent’anni,
c’è un negozio di alimentari.
Il semaforo diventa verde, ma Mattia non se n’è accorto perché sta
continuando a osservare la vecchina che ramazza davanti a quello che un
tempo è stato il suo negozio, mentre ora ci lavora qualcun altro (ricorda
almeno tre cambi di gestione, tutti più o meno fallimentari). Abitando lei
presumibilmente sopra il negozio, quello continua a essere il suo
marciapiede.
Qualcuno suona il clacson, allora Mattia distoglie lo sguardo e riparte.
Pensa, con un cinismo che imparerà ad affinare col tempo: È ancora viva.
È ancora lì.

(Conserva, piegato in un quaderno, un foglietto con l’ultima cosa scritta


dalla madre. Non riusciva più a tenere la penna o le posate in mano, né a
premere i tasti del telefono o del telecomando, non ci vedeva più da un
occhio, eppure l’istinto l’aveva portata a fare una piccola, straziante, lista
della spesa: fagiolini, panno di carta, olio.)

Intanto il gatto è peggiorato, e Mattia si domanda se anche l’animale possa


assumere la morfina. Vale ancora la pena di spendere soldi in scatolette, in
sabbietta, in croccantini? Quanto durerà? Lo piazza ostinatamente davanti
ai bocconcini e l’animale li annusa svogliato. Se potesse, lo imboccherebbe.
Scorge in quello sguardo sofferente – che non capisce quello che gli sta
accadendo e si lascia fare i grattini dietro le orecchie – la stessa
rassegnazione che aveva la madre, bloccata a letto e coccolata da tutti loro.
Quando ritrova sul pavimento di casa le ciocche di peli del gatto, ripensa ai
capelli di lei.

(In ogni angolo delle sue giornate, il figlio scopre la madre-gatto pronta a
fargli un agguato.)

Ha chiamato il veterinario, ed è d’accordo con lui per sopprimere il gatto il


pomeriggio seguente. Già si vede mentre, insieme al padre, scava una
piccola fossa sotto il nocciolo.
Mattia sente che il suo dolore sta cambiando forma, gli sembra il
momento più triste che abbia mai attraversato – anche più triste di quel
giorno di gennaio. Decide di passare col gatto l’ultima notte, sul divano: lui
lo accarezza e l’animale lo fissa ostile, spaventato, avvolto in una coperta
perché non macchi d’urina i cuscini. Nonostante il freddo Mattia ha lasciato
la finestra socchiusa; l’odore dell’animale – il pelo sempre più opaco – è
diventato fastidioso col progredire della malattia.
Il mattino, quando si sveglia scomodo su quel divano, il gatto non c’è
più. Una traccia di escrementi conduce alla finestra.
Esce fuori, convinto di trovarlo – cadavere o agonizzante – nei pressi: era
molto debole, non può essersi trascinato troppo lontano. Eppure sembra
sparito. Ha scelto di morire altrove, di nascondersi. Di negargli l’ennesima
simmetria.

CID
Mattia e la sua ragazza non si sentono più da qualche settimana. Dopo un
paio di volte in cui hanno provato invano a organizzare un’uscita, a darsi
appuntamento senza troppa convinzione, ora entrambi hanno desistito.
Spesso lui si è immaginato di dirle: «È finita». Ma è troppo codardo.
Il coraggio che gli manca, però, lo trova la sua ragazza. Che in quel
processo infinito in cui le cose cambiano stato è pronta ora per diventare la
sua ex ragazza.
È una domenica mattina di inizio dicembre. La sera precedente Mattia si
è visto con un paio di amici che non incontrava dai tempi del liceo. Ha
bevuto troppo, e quando è rientrato a casa non si è nemmeno tolto i vestiti:
si è buttato sul letto così, abbandonandosi a un sonno senza sogni.
Lo sveglia il telefono. Apre gli occhi e scopre che sono le undici passate.
Il telefono continua a suonare per un bel po’ e nessuno lo fa tacere – il
padre dev’essere fuori casa.
Quando finalmente Mattia riesce a rispondere, sente dall’altro capo la
voce della sua ragazza che gli dice: Hai il cellulare staccato.
Lui prova un formicolio alla base della nuca.
Decidono di vedersi quello stesso pomeriggio. Entrambi sanno che
avranno delle cose cruciali da dirsi, e il fatto che sia stata lei a farsi viva –
in quella ridicola gara del silenzio – è per Mattia motivo di fastidio e
piacere.

(Pensa al padre, nervoso ed eccitato, nel caldissimo mattino di giovedì 1°


agosto 1974. È già vestito per la cerimonia – la cravatta sembra stringersi
ancora di più intorno al collo – mentre tutti in casa sono indaffarati con i
preparativi. Ma è lui quello che si sposa, non loro. È inquieto, e
all’improvviso capisce cosa deve fare: si dirige verso il mobile dei liquori.
C’è una grappa artigianale sul ripiano, non ha nessuna etichetta. Se ne versa
mezzo bicchiere, e senza nemmeno gustarsela butta giù d’un fiato la dose:
subito riprende lucidità. Visualizza il profilo di quella che sta per diventare
sua moglie stagliarsi perfetto nella luce del giorno; sorride, e va incontro al
futuro.)

Hanno scelto un bar dove vanno spesso. Da poco è stata ingrandita una sala,
ridipinti i muri, sostituiti i tavolini: Mattia e la sua ragazza si sentono
entrambi a disagio, in quel luogo familiare eppure estraneo. Lei (i capelli
come sempre perfetti, quell’aspetto da piccolo elfo che già ora sa quanto gli
mancherà) ha un vestito che Mattia non ricorda di aver mai visto, mentre lui
si è rasato con una cura che non aveva da tempo.
A un tavolino, di fronte a due bicchieri, avviene la resa di un amore.
Lui non se l’era immaginata così. Seduti, scomodi, in mezzo ad altre
persone. A sussurrare la sconfitta. Non ci sono urla, c’è un rilevare da parte
di entrambi l’evidente impossibilità a proseguire: come se stessero parlando
di altri. Non di amore, ma di fatture commerciali.
Quello stesso luogo dove tante volte avevano bevuto un caffè
chiacchierando inconsapevoli, facendo progetti, rivelandosi debolezze e
condividendo gioie, si preparava in realtà ad accogliere quel preciso giorno.
Covava una fine, la loro.

(Si ricorda di quando lo tamponarono in auto. Mattia aveva fatto una falsa
partenza, l’auto dietro non era riuscita a frenare in tempo. Lui e l’altro
automobilista compilarono il modulo della constatazione amichevole sul
cofano dell’auto di Mattia, ai bordi della strada. Durò molto poco, poi
entrambi tornarono a casa.)

Lo dice prima lei, poi lo ripete lui. Ma a un certo punto Mattia ha un


sussulto: E se ci prendessimo ancora un po’ di tempo per pensarci, dice.
E mentre pronuncia questa frase – nel momento esatto in cui arriva
all’ultima parola, quel «pensarci» che in realtà non è seguito da un punto
interrogativo – si accorge della banalità. Si accorge di come la fiction abbia
agito su di lui, lavorandolo sotterraneamente, condizionandolo nel modo di
esprimersi e forse addirittura nelle volontà.
Ma per fortuna lei dice: No.
E lui ripete: No.
Il sollievo che provano dopo è impareggiabile. Lei si mette a rivangare
episodi divertenti che riguardano le loro vacanze, lui ricorda la prima volta
che lei era venuta a cena a casa sua – la timidezza nello stringere la mano al
padre, i piatti che la madre aveva cucinato –, e lei aggiunge dettagli che
Mattia aveva scordato.
Scherzano, ordinano persino un’altra cosa da bere. Sono due corpi a cui è
accaduto qualcosa. Lui si sente inebriato, inspira a pieni polmoni e avverte
una fragranza liberarsi nell’aria: quel profumo inconfondibile di fazzoletti
appena stirati che il corpo di lei produce quando è felice. Forse era da anni,
che non stavano così bene insieme.

Quando quel piacevole – eppure terribile, necessario – pomeriggio sarà


finito, riaccompagnerà la ragazza, e poi tornerà a casa sua.
Prima di cena, Mattia farà un errore di valutazione. Con la
consapevolezza di stare sbagliando compirà un gesto automatico che era il
loro codice finché erano una coppia (lei glielo diceva ogni volta che si
separavano: Fammi uno squillo appena arrivi a casa; una specie di garanzia
del suo essere rientrato sano e salvo, al quale la sua ragazza rispondeva con
un altro squillo).
Farà dunque suonare il cellulare della ragazza – anche l’amore ha le sue
recidive – ben sapendo che quel gesto non ha più significato. E lei quella
sera non risponderà con uno squillo uguale.

Luna park

Un paio di settimane prima delle vacanze di Natale, mentre è al lavoro,


ricompare il disturbo agli occhi che Mattia credeva fosse sparito. Come se
qualcosa nella sua testa premesse, da dentro, e non gli permettesse di vedere
bene.
L’oculista amico gli dice quello che Mattia vuole sentirsi dire: È
impossibile, ma se ti senti più tranquillo fai questa risonanza magnetica e
togliamoci il pensiero.
La sera prima fatica a prendere sonno: è un bambino a cui è stata
promessa una gita al luna park. Si presenta in anticipo nel centro
ospedaliero – lo stesso che diagnosticò la fine della madre –, sorridente
neanche fosse il giorno del suo matrimonio.
Entrare nella stessa apparecchiatura dove lei è stata troppe volte lo
emoziona.
Mi raccomando, stia perfettamente immobile, gli dice l’operatore. Ma
Mattia è così felice di trovarsi dentro quel tubo rumoroso che non batte
ciglio.
(Nei giorni in cui avverte fortissima la mancanza – nei giorni in cui ogni
cosa ti ricorda lei – il figlio sa che per stemperarla è sufficiente uscire sul
balcone. Basta posizionarsi nell’angolo estremo a destra per ritrovare
l’oggetto del suo desiderio: allunga il collo sporgendosi appena, ed ecco che
si offre alla vista il monte in cima al quale è sepolta. Lo sguardo del figlio
vola sulla vallata, supera gli alberi, aggira i cespugli, risale sui tetti delle
case, sfiora la punta più alta del cancello in ferro battuto del cimitero, e
precipitando a picco svicola fra lapidi e croci e corre da lei, fino ad
abbracciare la madre, ad avvolgerla col proprio calore per non farla sentire
sola.)

Ovviamente nel cervello di Mattia non c’è nulla che non vada. Nulla che le
apparecchiature possano rivelare, almeno.
E allora cos’ho?, domanda all’oculista a cui ha portato i risultati.
Dall’occhio sinistro Mattia ogni tanto ci vede male come prima
dell’intervento laser, quando ha una delle sue crisi gli sembra di impazzire.
Spasmo del nervo ottico, risponde quello. Ci ho pensato, mi sembra
l’unica possibilità.
E quindi?
E quindi è come se il tuo occhio avesse... ripristinato le condizioni visive
di qualche anno fa.
Gli assicura che quel disturbo, così come è arrivato, se ne andrà.

Cesoie

L’anno precedente nessuno aveva pensato all’albero di Natale.


Ora invece Mattia e il padre intendono allestirlo, come sempre in salotto.
Non hanno nemmeno preso in considerazione l’ipotesi di recuperare dalla
soffitta il vecchio albero di plastica, mezzo spelacchiato: sono andati a
comprarne uno nuovo, vero, in un grande negozio fuori dal paese. È un
magazzino che vende un po’ di tutto, dove spesso andavano a fare spesa
tutti e tre insieme.
E tua madre come sta?, gli chiede all’improvviso una commessa.
Prima di rispondere, Mattia si volta: il padre è indaffarato a valutare delle
cesoie per il giardino. Si sente il clac-clac metallico delle lame che tagliano
il vuoto.
(Come, non hai saputo?)
Bene, risponde. Sta meglio.
La commessa sorride: È sempre stata forte, vedrai che se la caverà anche
stavolta.
Certo, risponde Mattia trattenendo la nausea. Anzi... le porto i tuoi saluti,
dice in preda a un inaspettato entusiasmo, sono certo che le farà piacere.

Bianco

A casa di Mattia sono attesi gli imbianchini, è stato il padre a contattarli


perché le pareti di casa hanno bisogno di «una bella ripassata di bianco».
La vernice verrà data dappertutto, anche di là. A Mattia spiace, perché
quelle chiazze di umidità sul soffitto, quelle imperfezioni sul muro accanto
alla porta del bagno, sono tutte impronte. Un semplice strato di bianco, e
non ci sarà più quella strisciata che aveva prodotto la gomma delle ruote
della carrozzina i primi tempi, quando quel mezzo sembrava impossibile da
governare; due colpi di pennello, e sparirà l’ombra del tè finito nell’angolo
della stanza il pomeriggio in cui alla madre, le mani ormai malferme, era
caduta la tazzina a terra.

Quel giorno stesso, non appena Mattia metterà piede in negozio, il capo –
sistemandosi il berretto – gli dirà che è costretto a chiudere la videoteca.
Anche se hanno alcuni clienti fedeli, i costi complessivi dell’attività sono
diventati troppo alti. Ma gli verrà versato comunque l’ultimo stipendio, lo
rassicurerà il proprietario.
E quando Mattia, dispiaciuto ma sollevato, gli dirà con totale assenza di
tempismo: Questo comunque non era più il mio posto, il proprietario gli
risponderà stringendo gli occhietti piccoli: Questo non è mai stato il tuo
posto.
Farà per andarsene, quando l’uomo – Mattia ormai sulla soglia, l’ultima
volta in cui può contemplare le luccicanti locandine dei film – gli dirà: Ah,
poco fa ti ha cercato uno.
Gli allungherà un foglietto con su appuntato un numero di telefono:
cugino di tua madre, ci sarà scritto accanto.
Profondo è il pozzo del passato

C’era stato un periodo in cui le persone intorno a lui – visto che Mattia era
spesso in città, dove c’erano i suoi studi, le sue amicizie, e si pensava anche
la sua vita adulta – gli ripetevano «devi trasferirti». Intanto la sua ragazza,
un’estate dopo l’altra, giustamente pretendeva «devi venire in vacanza con
me». E gli amici, quando li sentiva al telefono, continuavano a dirgli «devi
uscire con noi»... Era come se tutti volessero sottrargli ore preziose in cui
poteva stare con la madre viva.
Il tempo ora è esploso prendendo direzioni inutili: il passato – fatto di
colori pastello, di tinte morbide e rassicuranti – è stato chiuso nella bara con
lei, il futuro – una luce in lontananza che ondeggia a ogni passo – si è
polverizzato. Resta un presente virato al seppia: quelle tonalità di colore di
cui spesso abusa chi ha da poco la videocamera, e cerca effetti visivi
particolari.

(Da qualche parte procede una linea temporale dove lei continua a vivere,
dove loro due esistono ancora come madre e figlio. Ma non è mai un
pensiero consolatorio. Perché questa vicinanza di spirito – che c’è, deve
esistere, Mattia ne è convinto: se due persone sono state tanto legate in vita
qualcosa dovranno avere smosso nell’ordine del cosmo – lo costringe a
domandarsi a quante di queste unioni lui non abbia accesso.)

È in camera sua, davanti all’armadio alla ricerca di un maglione pesante e


dei calzettoni. Alla fine si è deciso, e sta preparando la valigia. Passerà
qualche giorno in montagna, tutti si ostinano nel dirgli che un po’ di riposo
non può che fargli bene, che per forza è così stressato, che le vacanze di
Natale sono fatte per non pensare, eccetera. Persino il padre gli ha chiesto
se ha intenzione di andarsene da qualche parte.
Ha finito per dare retta a tutti loro, si aggregherà a un gruppo di
conoscenti che hanno preso in affitto una baita.
La valigia è aperta, spalancata sul letto. Mattia rovista nell’armadio,
quando fra jeans che non gli vanno più – non si decide mai a buttarli – e
lenzuola nuovissime di cui ignorava l’esistenza trova un asciugamano che
non ricordava. È di panno bianco, più ruvido da un lato e più morbido
dall’altro. Stampigliato sopra, in azzurrino, il marchio di un hotel.
Quell’asciugamano arriva dall’estate del 2004, che sembrava promettere
solo cose buone. I suoi genitori erano andati al mare, e lui non li aveva
seguiti. Aveva preferito restarsene a casa: quindici giorni da solo erano pur
sempre una pacchia.
Al ritorno da quelle vacanze la madre si era accorta di essersi portata
dietro per errore un asciugamano.
Quando in autunno lei perse un po’ alla volta la mobilità alle gambe, il
padre un giorno avrebbe detto al figlio: Eppure quest’estate nuotava come
un pesciolino.
Mattia se l’immagina così l’ultima vacanza: quel corpo di figlia, di madre
e di moglie sorretto dall’acqua – un corpo già cosparso di cicatrici – che si
muove leggero, sospinto dalle correnti.
Avvicina speranzoso il naso al logo dell’hotel. Si augura di riacciuffare il
suo odore: un profumo biondo, tiepido, salato. Invece le narici captano solo
il detersivo. Rimette l’asciugamano nell’armadio, esce dalla camera e
manda al diavolo tutti quelli che gli hanno consigliato di riposarsi un po’.

1300

E poi è la sera del 31 dicembre.


Mattia apre il frigo e si accorge che non ha niente da mescolare alla
vodka. Un paio di amici verranno a cena da lui: ha già allestito il tavolo – in
quella dépendance dove non aveva più messo piede – con posate e bicchieri
di plastica. A mezzanotte brinderanno al 2007.
Con l’auto si precipita al supermercato, guidando a tavoletta sulla strada
ghiacciata.
C’è un che di patetico e insostenibile nei supermercati verso l’ora di
chiusura: le cassiere fanno la spesa per sé, un inserviente lava il pavimento,
il salumiere quasi non lo riconosci mentre vestito in abiti borghesi esce
dalla porta posteriore.
Le mani di Mattia arraffano in automatico qualche pacchetto di arachidi
salate e di bastoncini al sesamo, e una confezione da sei di una bibita
energetica.
Quando arriva alle casse si accorge che c’è un sacco di gente in coda. Si
piazza in fondo alla fila che a una rapida occhiata sembra scorrere di più, e
aspetta.
A un certo punto nota un tipo con il carrello traboccante, proprio a metà
fra le due file. Avrà sessant’anni, il viso rubizzo, e se ne sta immobile come
se non sapesse quale coda scegliere. Forse sta aspettando una persona che
ha fatto la spesa insieme a lui, pensa Mattia. È vestito con una tuta sformata
che non vede una lavatrice da chissà quanto, e sulle guance e sul mento ha
una peluria unta. Gli spia il carrello: è colmo di bottiglie di birra e pizze
surgelate, impilate in modo da sfruttare tutto lo spazio disponibile. C’è
anche un cartone di vino da un litro. Il tizio in fila davanti a lui – un po’ più
giovane, distinto, due bambini che lo chiamano papà – lo vede e lo saluta
scandendo bene il suo nome. L’altro ricambia con un’alzata del capo.
Il tizio coi bambini lo scruta, come si aspettasse qualcosa, ma il vecchio
si volta platealmente per non guardarlo in faccia. Allora il padre di famiglia
gli dice, in dialetto: L’hai fatta la spesa, eh?
Ha una voce pacata. Nel suo tono, che è poco più di un sussurro, c’è una
nota di sfottò che si riserva agli amici. Fino a qui si potrebbe ancora pensare
che nelle sue parole non ci sia cattiveria. Il vecchio però non si gira, rimane
con lo sguardo verso il ripiano dei dentifrici.
Intanto la fila va avanti.
Oh, parlo con te, dice il tizio in un tono più duro ma senza mai alzare la
voce. I bambini fissano il vecchio con fare interrogativo, lo fissano con una
curiosità animale negli occhi.
L’altro ora è costretto a voltarsi, e fa di sì con la testa, come per dargli
ragione ed essere lasciato in pace. Ma il padre non molla: Dovresti
vergognarti. Lo dice sempre sottovoce, tanto che Mattia è l’unico a rendersi
conto di quella conversazione, che conversazione non è. Teme che l’uomo
in tuta possa scagliarsi all’improvviso con rabbia sul padre di famiglia, e lui
finisca in mezzo a quella rissa privata.

(Tutto ciò che normalmente ci permette di riconoscere a prima vista una


persona ubriaca – la perdita dell’equilibrio, la difficoltà nell’espressione
verbale, l’aggressività, l’assenza di coordinazione – è dovuto all’azione
dell’alcol sul cervelletto.)
Quando finalmente tocca a Mattia posare la merce sul rullo della cassa, e il
padre sta imbustando i prodotti aiutato dai figli, uno dei bambini chiede:
Papà, ma perché il signore deve vergognarsi?
E l’uomo, senza abbassare lo sguardo sul figlio, ma anzi tenendolo
piantato sul vecchio: Te lo dico dopo, risponde.
Mattia paga, la cassiera gli augura buona serata e buon anno, lui ricambia
e va verso l’auto. Il padre distinto sta caricando nel bagagliaio la sua spesa
– Mattia ha parcheggiato proprio di lato alla sua macchina, una familiare.
Sente solo questo brandello di frase, ma gli basta perché il sangue per un
attimo smetta di scorrergli nelle vene: Ancora sto aspettando i soldi del
funerale di sua madre.
Mattia s’infila in auto, ma non mette in moto.

(Il giorno precedente, sul sedile del passeggero, ha trovato un capello della
sua ragazza – della sua ex ragazza, deve iniziare a pensarla così. Mattia si è
leccato l’indice come faceva sua madre alla posta quando contava le
banconote e l’ha poggiato sopra il capello, che subito si è incollato
all’epidermide. Portandoselo vicino agli occhi, ha osservato con meraviglia
quella microcarezza che chissà quanto tempo prima la sua ragazza aveva
abbandonato lì per lui.)

Ancora fermo nel parcheggio del supermercato, osserva dai finestrini


l’uomo che abbassa con violenza il portello posteriore della sua familiare, i
figli salgono, la macchina fa manovra ed esce dal parcheggio. Solo allora
Mattia si accorge che l’auto del distinto padre di famiglia quarantenne è in
realtà un’auto funebre.

(Una fibra di amianto è 1300 volte più sottile di un capello umano.)

Autopsia del presente

Il 10 di gennaio suo padre decide che è ora di smontare l’albero di Natale.


Controvoglia Mattia raccoglie una a una le decorazioni, i fili di luci
colorate vengono riarrotolati su se stessi, le palline riposte con cura nelle
loro scatole in attesa del prossimo dicembre. Le confezioni di alcuni
addobbi sono un po’ malconce, e il padre si presenta in salotto – come se
niente fosse – reggendo uno scatolone.
È impossibile per Mattia non notare che su un fianco c’è stampigliato il
cognome di lei. Si tratta di uno di quegli scatoloni che vengono passati ogni
mese dall’ospedale ai parenti di un malato terminale, e che contengono tutto
ciò che serve: le compresse di cortisone, i flaconi di soluzione fisiologica, le
sacche di ricambio del catetere e i teli sterili.
Non ha compreso subito la richiesta del padre – Portami un pennarello –,
e alla fine, non trovandolo, l’uomo si è dovuto accontentare di una di quelle
matite rosse e blu che usano gli insegnanti: sulla scatola ha scritto LUCI DI
NATALE. L’ha scritto in rosso. Con il blu invece ha pietosamente cancellato il
cognome della moglie, perché sperava – invano – che il figlio non vedesse.
Mattia ha preso coscienza che la sua condanna è continuare a vedere.
Dissezionare il tempo con la semplice osservazione degli eventi, fare
un’autopsia – «vedere con i propri occhi» – del presente.

Nel silenzio del bosco intatto

Si sveglia con un senso di oppressione al petto, il battito del cuore è


irregolare, non riesce a calmarsi. È notte, e non ha un lavoro. È notte, e fra
pochi giorni sarà orfano da un anno.

(Le allucinazioni ipnagogiche sono un disturbo del sonno, e colpiscono il


soggetto nel dormiveglia o in prossimità del risveglio: suoni e visioni
oniriche fino a un attimo prima credute vere dal cervello si fondono alla
realtà che sta riprendendo possesso delle capacità cognitive.)

Mattia si alza, scende le scale, entra in cucina e si piazza sul divano.


Accende la televisione, fa zapping per qualche minuto, poi riconosce le
immagini di un vecchio telefilm che non vedeva da un po’. Prende una
coperta, se l’avvolge intorno al corpo e guarda la tv con occhi assenti.
Percepisce fin dentro le orecchie il battito del cuore che riacquista la giusta
velocità. Gli tornano in mente le domeniche mattina in cui, da bambino,
andava per funghi con il padre. Mano nella mano quando c’era da saltare un
fosso, si muovevano con armonia – stando ben attenti a calpestare le foglie
con i piedi leggeri. Tutto era enorme e lucente. Anche allora, nel silenzio
del bosco intatto, se si concentrava poteva sentire dentro le orecchie il
battito del suo cuore.

Quando si risveglia sono le otto del mattino, ha passato la notte sul divano.
Ha una gamba indolenzita e il segno del cuscino sulla faccia.
Indossa la giacca sopra il pigiama, vuole fare una passeggiata in cortile
per sgranchirsi un po’. Ma non appena s’infila una mano in tasca, trova un
foglietto: il numero del presunto cugino della madre. Come un automa,
compone sul cellulare quella sequenza di cifre.
Che vuoi?, lo aggredisce quando l’altro risponde al telefono con voce
assonnata.
Scoprirà allora che l’uomo – effettivamente un cugino di terzo grado
della madre, che abita in un’altra regione e di cui nessuno aveva fino ad
allora sospettato l’esistenza – possiede una foto di Mattia bambino, ritratto
insieme alla madre durante una rara visita presso casa sua. Vuole fargliene
omaggio perché ha scoperto molto tardi che lei è morta, e chiede l’indirizzo
a cui inviarla. Mattia gli detta il recapito, cercando di trattenere le lacrime.

Oltre quel punto

Osserva il soffitto di là, ridipinto da poco. Non è più dispiaciuto, anzi, è


segretamente grato agli imbianchini. Capisce che la presenza della madre è
stata come sigillata in quella stanza, le pennellate hanno catturato per
sempre il suo respiro, e ora quella stanza è viva di lei.
Mattia sa che è così anche per lui, che sotto i suoi strati di pelle,
nell’impasto di carne e sangue di cui è fatto, all’interno di quell’impalcatura
così fragile e perfetta che chiamiamo corpo, c’è lei. E Mattia non è più solo.

(Si dice che i fantasmi perseguitino gli umani che hanno abbandonato la
casa dove essi risiedono.)

Ci sarà un punto, nel suo futuro, ancora così lontano da non poter essere
immaginato, in cui supererà l’età della madre. Avrà cinquantacinque anni,
Mattia, e vedrà cosa c’è al di là di quel punto.
Linea libera

Sta leggendo un quotidiano locale. È fermo alla stessa pagina da alcuni


minuti, incredulo. A quanto pare il comune del suo paese ha approvato il
progetto per l’edificazione di un impianto fotovoltaico: sorgerà dove ora c’è
l’enorme cava d’amianto dismessa. Dei pannelli cattureranno l’energia
solare, trasformandola in energia elettrica. Come se tutte le persone
ammalatesi e poi decedute per via della miniera emanassero all’improvviso,
dall’aldilà, un’onda d’energia capace di illuminare quel buco di provincia
sperduto fra le montagne.
Sono numerose le famiglie della zona colpite da patologie riconducibili
all’amianto: il giornalista si è dilungato nell’elencare, a mo’ di promemoria,
le vittime degli ultimi anni. Un nome fra i tanti spicca: quello di un uomo
morto qualche anno prima. Ha lo stesso cognome del suo ex capo; da
quando la videoteca ha chiuso Mattia non l’ha più visto, neppure nel bar
dove di solito ciondolava. Ci metterà poco a scoprire che si trattava del
fratello di lui. E proprio come in un film con il ribaltone finale, dovrà
rileggere retrospettivamente le azioni compiute dal proprietario della
videoteca: quel suo essere schivo e refrattario al tema della malattia, quel
dolore che – come tutti gli esseri umani – anche lui affrontava con i mezzi a
sua disposizione.

Il pomeriggio del 19 gennaio, rientrando a casa dopo un giro a vuoto in cui


ha finto di cercarsi un lavoro, Mattia non trova il padre in cucina, non lo
trova in salotto, non lo trova davanti alla tv, non lo trova in camera da letto
né in giardino.
Prima di farsi travolgere dall’ansia si accorge che è di là. Può spiarlo dal
vetro che hanno fatto installare sulla grossa porta in legno l’ultima estate in
cui lei era viva.
Si è addormentato sul divano dove un tempo c’era il letto a manovella.
Intenerito dalla fragilità che intravede, il figlio capisce che il sentimento che
quell’uomo ha avuto e che ha per sua moglie, ancora per anni e anni a
venire – forse per sempre – gli impedirà di trovare qualcuno con cui
condividere l’ultimo tratto di vita.
(Ripensa alla sequenza conclusiva di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc
Godard, quando Jean-Paul Belmondo poco prima di andare incontro alla
morte guarda in camera e dice allo spettatore: Sì, sono stufo. Sono stanco.
Ho voglia di dormire.)

Mattia estrae dalla tasca il telefono, e tenendo fissi gli occhi sull’uomo
addormentato chiama il numero di lei.
Ma a differenza delle altre volte in cui l’ha fatto, quel giorno la voce
registrata – che per un certo periodo gli ha detto che la persona cercata non
era disponibile, e poi lo ha informato che quel numero non era più attivo –
adesso non c’è più. È stata sostituita da uno squillo di linea libera, e Mattia
per poco non perde l’equilibrio sentendo quel suono solleticargli il timpano.
Poi un altro squillo, e un altro ancora – come una condanna. Sta per
riattaccare, quando una voce maschile dice: Sì?
Sembrerebbe un ragazzino. Mattia tentenna – cosa mai potrebbe dirgli? –
e riattacca. Poi d’istinto spegne il telefono, e solo allora capisce: il numero
che è appartenuto a sua madre è stato riassegnato a qualcun altro. Succede.
Del resto ogni cosa viene sostituita da un’altra, e lui non potrà di certo
opporsi.

Quella stessa sera, davanti al computer, le sue mani risponderanno a un


impulso cui lui non farà resistenza: scaricherà il modulo online per
iscriversi al test d’ammissione che, se superato, gli darà accesso alla più
prestigiosa scuola di cinema del paese.

(Un giorno, forse, potrà dire quella frase che dicono i registi: Sto girando un
film. Gli piace quel gerundio, perché è un verbo che si contraddice
all’evidenza: in quel preciso attimo quei registi sono intervistati, stanno
facendo altro, non stanno girando un film. È come quando affermi: Sto
leggendo un libro molto interessante, e lo dici stando in piedi alla fermata
dell’autobus con le mani in tasca. Sono verbi in cui passa la vita, in mezzo
alle azioni soffia l’alito delle cose che accadono, le pagine che leggi si
riempiono d’aria e di pensieri, le immagini che filmi si gonfiano di azioni e
di parole.)
Se «metastasi» significa anche «cambiamento», ora il figlio è pronto ad
affrontare quelli che gli si pareranno davanti. E che venga pure,
quell’anniversario. E quello dopo, e poi quello dopo ancora.
Subdoli, arriveranno anche gli anni della disperazione. Perché non è vero
che perdere un genitore a ventisei anni fa diventare adulti più in fretta:
Mattia resterà a lungo cristallizzato nella sua adolescenza.
Si è orfani una volta e per sempre.

Tutte le parole del mondo

Una notte Mattia e sua madre parlano, e si dicono tutto.


Le luci sono spente, soltanto la lampadina a basso consumo energetico
vigila come un occhio insonne la porta del bagno. Fuori da lì il mondo non
esiste. Immerso in quell’atmosfera amniotica, Mattia immagina di rivolgere
e di ottenere tutte le domande e le risposte possibili: quelle del futuro,
quelle che sarebbero venute poi. E di imparare in una sola notte tutte le
lingue del mondo, i dialetti, gli slang, i gerghi e i codici di comunicazione
per protrarre all’infinito le parole. Consumare l’alfabeto, e poi esaurire ogni
suono che comunica qualcosa, compreso il frusciare silenzioso dei pianeti
che ruotano nel buio eterno dello spazio.
Mattia e la madre, ciascuno disteso nel proprio letto come due amanti il
cui desiderio di cercarsi è stato smussato dalla consuetudine, sono
estensione e origine di tutto ciò che li circonda. È un tempo nuovo,
rifondato. Madre e figlio, ora, con le sole parole, stanno creando l’universo.

Se ci pensa bene, se ci riflette con attenzione, Mattia sa che quel momento è


perfetto. Lo può portare sempre con sé, lo proteggerà e lo cullerà quando
avrà bisogno di protezione; gli permetterà di continuare a fare le cose.
La realtà non sta nelle immagini, come ha sempre creduto, ma nelle
parole. Perché sua madre è lì con lui, è viva, e se loro possono parlarsi una
salvezza è ancora possibile.

Le labbra gli si chiudono, facendo pressione l’una sull’altra. La bocca di


Mattia sembra prepararsi a qualcosa: il rombo silenzioso della lingua – un
muscolo carico di tutti i fonemi esistenti – è pronto a scattare fra le guance,
al servizio delle corde vocali.

(E ora, concentrati. Trattieni tutto ciò che non riesci a dimenticare.)

Le labbra allora si schiudono ed esce un suono che è un canto, un verso che


si ripete, come se chi parla avesse un dubbio. E poi quel verso mima se
stesso raddoppiando la consonante in mezzo, in un mugugno fatto con la
bocca chiusa che precede un’altra apertura, e infine un altro dubbio – come
due poppate, una leggera pressione delle labbra.
E tutto insieme, quel suono dà forma alla parola più docile e più forte che
lui abbia mai pronunciato e mai pronuncerà: Mamma.
INDICE

1. MATTIA (L’ANNO PRIMA)


La festa
Dorme ancora
Il lungo ultimo anno
L’origine
Guida alla morte in provincia
Se fumasse sarebbe il momento ideale
Il lavoro che fa
Dieci anni in uno
Plastica, acciaio e gommapiuma
Un brindisi
Carezze
Un amico
Collirio
Baci schioccati nel vuoto
In principio era il cancro
Allettare
Le mani di un uomo qualunque
Ieri, quand’ero giovane
Un’impresa rischiosa
Attenzioni
Bambino bruciato
Magazzino
Ricrescite
Dolenti comunicarle
Cuscini
Rifugiarsi nelle immagini
Il bonsai di un amore
Il giorno della memoria
Sfumature
Colata
Accompagnamenti
Avvolgere, proteggere
Le vite altrui
Luoghi che non appartengono più
Super-occasioni
Maledizioni
Di parrucche e di aranciate
Indirizzi
Farse
Manuale d’istruzioni
Palloncini
Il percorso degli addii
Lancette
Amicizia virile
Spicchi
Sarebbe molto facile
Quando ha dato di matto
Ostacoli
Nebbia
Inventare per continuare a esistere
Emme

2. MENTRE (ALCUNE NOTTI DI GENNAIO)


Gesti
Temporale
Specchi
Il pianto
Gli occhi
Orme
Il mattino dopo esiste, è vero
Oggetti destinati a sparire
Distillato
L’inizio di tutte le cose
La morte è scomoda
Fare compere
Invasione
Attraversare
Elenchi
Il primo orfano del mondo

3. MADRE (L’ANNO DOPO)


Tutto è fatidico
Un nuovo uso
Una rosa e una cioccolata
Corrispondenza
Simulazioni
Ciò che ci trattiene
Promesse
Cimelio
Tutto a metà prezzo
Tentativo di esaurire un luogo dell’anima
La ragazza della panchina
Comparse
Immaginazioni
Posture
Sono proprio io
Porzioni di mondo
Diamanti di sangue
Convenevoli
Ogni interminabile giorno
Trappole
Strisce di ricordi
Simbiosi
Preghiera per le ultime cose
CID
Luna park
Cesoie
Bianco
Profondo è il pozzo del passato
1300
Autopsia del presente
Nel silenzio del bosco intatto
Oltre quel punto
Linea libera
Tutte le parole del mondo