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La scansione ebdomadaria della vita sociale: il riposo domenicale.

Angelo Di Berardino

La tradizione cristiana.

I cristiani, già dall’inizio dell’epoca apostolica, hanno cominciato a riunirsi per


le loro celebrazioni cultuali e parenetiche nel primo giorno della settimana ebraica e
lo hanno chiamato il ‘giorno del Signore’. A seconda delle località, dei componenti
delle assemblee cristiane e del calendario seguito, il momento della riunione poteva
essere la sera del sabato oppure la mattina presto del giorno seguente. Un autore
pagano, Plinio il Giovane, nell’anno 111 ha scoperto che nella Bitinia, parte nord-
occidentale della Turchia, i cristiani si riuniscono prima dell’alba in un giorno
determinato (la domenica) (Ep. 10,96,7). Per questo Tertulliano, agli inizi del terzo
secolo, definisce la riunione liturgica come “assemblea antelucana”, cioè prima della
luce (Apologetico 2,6). Anche Cipriano, vescovo nel 249-258, scrive che “noi
celebriamo di mattino la risurrezione del Signore (Ep. 63,16,2); molto raramente la
celebrazione avveniva sera del sabato o della domenica.

Ma come, perché e quando si è passati subito alla mattina del ‘primo giorno’
della settimana (sistema ebraico) o del giorno del sole (sistema ormai diffuso)? Solo
per comodità o in ragione della risurrezione di Cristo? Non abbiamo una risposta
sicura. Credo che abbiano potuto influire due elementi: il desiderio di fare memoria
della risurrezione di Cristo e il sistema romano di scandire il giorno, da mezzanotte a
mezzanotte. Il primo di essi sembra il più valido. Soltanto dopo la mezzanotte
cominciava il dies dominicus, e pertanto la celebrazione non poteva precedere
quell’ora. Il fatto di vivere in ambiente pagano, dove il dies solis cominciava a
mezzanotte, anche il dies dominicus aveva la stessa scansione temporale. La
domenica, il primo giorno della settimana e anche l’ottavo, è il giorno della
creazione; si arricchisce non solo di significati nuovi, ma anche di gesti e atti: era
anche il giorno principale della predicazione e dell’istruzione cristiane.

Riprendendo la tradizione ebraica del sabato gioioso, anche per i cristiani la


domenica è giorno della gioia. «Il primo giorno della settimana dovete trascorrerlo
tutto nella gioia; infatti, si rende colpevole chiunque il primo giorno della settimana
affligge la sua anima», come afferma la Didascalia Apostolica. Anche i pagani,
secondo Tertulliano, sanno «che nel giorno del sole cerchiamo di vivere nella gioia»
(Ad nationes 1,13,1; Apologeticum 16,11.). Pertanto erano vietati, e talvolta molto
severamente, gesti che facessero riferimento ad atteggiamenti penitenziali. Il riposo,
caratteristica peculiare del sabato giudaico, non era minimamente richiesto dai
cristiani, anzi talvolta viene criticato. Un anonimo autore, come tanti altri autori
cristiani, critica il riposo sabbatico: “Non osserviamo più dunque il sabato nel modo
con cui lo osservano i giudei, né riponiamo la nostra gioia nell’inattività” (Ps.
Ignazio, Ai Magnesi 9: PG 5,767).

Il riposo prescritto dal comandamento mosaico viene spiritualizzato: riposo dal


peccato, dal compiere il male, a partire dall’Epistola di Barnaba (15,1-9), che mette
l’accento sulla santità. Giustino scrive che: “La nuova legge vuole che costantemente
osserviate il sabato, mentre voi restando inattivi un solo giorno credete di essere
religiosi […]; se vi è qualche adultero, muti la sua condotta di vita, ed egli ha
osservato così i sabati di Dio, giorni di delizia e di verità” (Dialogo 12,3.). Per gli
autori cristiani il comandamento del riposo del sabato è temporaneo ed era
obbligatorio per il popolo di Israele, come scrive Tertulliano: “Anche l’osservanza
del sabato era temporanea […] Per questo noi intendiamo che piuttosto l’osservanza
del sabato consiste nell’astensione da ogni opera servile e non soltanto ogni sette
giorni ma in ogni momento. E perciò si tratta di chiedersi che tipo di sabato Dio vuole
che osserviamo. Le Scritture infatti parlano di un sabato eterno e di uno temporale
[…] Un precetto che deve cessare non era né eterno né spirituale (Contro i giudei 4)”.
Non si hanno testimonianze di applicazione della prescrizione sabbatica giudaica alla
domenica cristiana; talvolta si fanno paragoni tra il sabato e la domenica,
naturalmente con l’affermazione della superiorità di questa, ma non viene applicata la
legislazione sabbatica ad essa. Ciò avverrà solo molto più tardi.

La domenica non era un giorno di festa, come questa era comunemente intesa
da pagani e giudei, ma era funzionale all’assemblea riunita che faceva soprattutto
l’anamnesi, elemento fondante della comunità stessa, di Cristo morto e risorto e del
suo messaggio, che attualizza mediante quei riti che ripetevano l’ultima cena, quella
pasquale. L’anamnesi e l’eucarestia dovevano generare la gioia del cristiano – non i
divertimenti come avveniva nella società -, e costruivano la sua identità personale e
comunitaria. La festa cristiana era incentrata esclusivamente sulla celebrazione
liturgica, ma non era una festa con le regole di quella tradizionale: festa, potremmo
dire solo “liturgica”, non sociale e pubblica, ma intima, come per gruppi di iniziati. Il
calendario cristiano, incentrato sul “primo giorno” dopo il sabato, è indipendente e
parallelo a quello pagano; non aveva risonanze esterne alla comunità. Questo loro
calendario apparteneva esclusivamente alla vita interna della comunità, e anche come
segno esterno di identità senza conseguenze per la società civile. La domenica
cristiana non aveva il carattere religioso delle festività giudaiche o pagane, ma era
funzionale ai singoli fedeli e alla comunità per la crescita spirituale e religiosa, perché
ogni giorno è giorno del Signore, giorno di festa (cfr. Origene, Hom. in Gen. 10,3).
Non esiste una qualitas specifica di quel giorno, come avveniva per il mondo pagano
o giudaico in quanto non c’è distinzione tra giorno sacro e giorno profano. Come dice
Clemente Alessandrino: è il “giorno del Signore” (domenica) ogni giorno che si
“rigetta un pensiero vile e si sceglie uno gnostico, perché glorifica la risurrezione del
Signore in se stesso” (Strom. 7,12,76: SC vol. 428, p. 234); “Celebriamo come festa
solenne tutta la vita, convinti che Dio sia dappertutto” (Strom. 7,7,35: SC 434,131).

Durante la seconda metà del terzo secolo le comunità cristiane erano aumentate
di numero e anche di consistenza di membri in ogni comunità. Il numero delle sedi
episcopali al tempo del concilio di Nicea erano circa un migliaio, ma di diversa
grandezza in relazione agli abitanti delle città. Non siamo in grado di offrire una
statistica del numero di cristiani per lo stesso periodo, perché ci mancano gli
strumenti per poterlo fare. Inoltre il fenomeno delle conversioni si espande, una volta
che per opera degli imperatori Galerio (†311), di Licinio e di Costantino era stata
concessa ai cristiani la piena libertà di culto e di riunione. L’opera di
evangelizzazione e di catechesi ora richiedeva maggiori energie, personale più
numeroso e maggior tempo a disposizione. I cristiani, che per tre secoli, erano stati
costretti a riunirsi con difficoltà per ragioni di tempo, e talvolta disturbati nelle loro
riunioni, avvertivano l’esigenza di potersi dedicare al culto non solo indisturbati, ma
anche senza essere assillati da preoccupazioni di tempo con pregiudizio della gioia
festiva.

Tutta la liturgia si svolgeva sotto la presidenza dei vescovi, coadiuvati dal clero
locale. Nello spazio urbano ridotto i cristiani non abitavano lontano dal luogo di culto
e pertanto non dovevano percorrere lunghe distanze . Invece nelle città grandi non era
possibile che tutti partecipassero alla stessa celebrazione; ciò induce ad un
decentramento pastorale e la celebrazione era affidata ai presbiteri. Inoltre ora si
costruiscono grandi edifici cultuali cristiani sul modello delle basiliche pubbliche
romane. L’imperatore Costantino finanzia la costruzione di molte di esse. Le stesse
comunità cominciano a fare gara nel dotarsi di una grande chiesa. Proprio in quegli
anni Eusebio di Cesarea descrive il clima di entusiasmo con queste parole: “Si ebbe
inoltre lo spettacolo da tutti auspicato e desiderato: feste di dedicazione (di chiese) in
ogni città, e consacrazione di edifici di preghiera appena costruiti, adunanze di
vescovi a tal fine, concorso di gente da terre lontane e straniere” (Storia eccl. 10,3,1).
Eusebio quindi riporta il suo discorso pronunciato a Tiro, in Fenicia, in occasione
della dedicazione della basilica, avvenuta nel 315/316, basilica imponente e ricca di
marmi, che descrive con numerosi dettagli.

Fino all’anno agli inizi del quarto secolo, i cristiani avevano avuto il loro
calendario totalmente staccato dal ritmo del tempo pubblico, con le riunioni
settimanali che culminavano in quella di Pasqua. Quel calendario, di esclusivo
significato religioso, se da una parte emarginava le comunità cristiane dal calendario
religioso pagano e dal ritmo di vita cittadina, dall’altra dava loro un’identità
comunitaria e costituiva un fattore di coesione e di fraternità. L’osservanza della
domenica distingueva i cristiani dagli altri e li accomunava tra di loro, facendoli
sentire partecipi di uno stesso culto e di una stessa comunità. L’individuo s’identifica
con la sua appartenenza che non lo fa sentire solo, ma inserito in una nuova civitas.
Tuttavia i cristiani, per le altre esigenze, si adattavano al calendario comune, e per
questo non davano importanza al riposo di tradizione giudaica.

Legislazione costantiniana.

Fu una felice convenienza la legislazione costantiniana, che rispondeva in


qualche modo alle accresciute esigenze delle comunità cristiane in forte espansione
dopo la concessione della libertà e della pace religiosa nel 313. Con Costantino, la
domenica cristiana si avvia a essere una festa sociale e anche civile. La nuova
regolamentazione del tempo cittadino offriva ampia facilitazione all’attività
missionaria e liturgica della chiesa, che poteva aumentare le sue celebrazioni con
maggiore partecipazione dei fedeli. Questo calendario di ispirazione cristiana, nel
quarto secolo, per legge imperiale diventa sempre di più quello dello società tutta, ma
tuttavia neanche nel quinto se ne ha una piena assimilazione.

Si conservano due estratti di due leggi di Costantino (anzi estratti di rescritti),


emesse ambedue nel 321, per introdurre e regolare il giorno del sole (dies solis),
come era comunemente chiamato, e che nel linguaggio cristiano si denominava dies
dominicus (cfr. A. Di Berardino, La cristianizzazione del tempo nei secoli IV-V: la
domenica, in Augustinianum 42 [2002] 97-125.) La prima legge è stata affissa il 3
marzo 321 (Codice di Giustiniano 7,12,2, del 534), non conservata nel Codice
Teodosiano del 439. Essa fu emanata qualche tempo prima, quando Costantino si
trovava nell’Illirico, prima a Serdica (oggi Sofia) e in aprile a Sirmio (Sremska
Mitrovica, Serbia). Una mia traduzione della legge: “L’imperatore Costantino a
Elpidio. Tutti i giudici e le popolazioni urbane e tutti gli artigiani devono riposare nel
venerabile giorno del sole. I contadini invece, dediti alla coltivazione dei campi
liberamente e senza impedimento, attendano all’agricoltura, poiché sovente avviene
che nessun altro giorno sia più adatto per affidare il frumento ai solchi e le vigne alle
fosse, affinché non si perda il favore concesso in quell’occasione dalla provvidenza
celeste. Affisso il 3 marzo, Crispo e Costantino consoli per la seconda volta” (Codex
Iust. 7,12,2).

Il brano conservato nel Codice di Giustiniano proviene dalla copia indirizzata a


Elpidio, che in quel periodo (321-324) era vicarius urbis Romae. Copie analoghe,
secondo Eusebio di Cesarea, erano state indirizzate ai “governatori di ogni provincia
comandando che essi dovevano osservare il giorno del Signore” (Vita Const. 4,23).
Poco prima aveva scritto: “Il giorno consacrato agli esercizi di preghiera deve essere
quello più insigne nella verità e davvero il primo giorno, il giorno del Signore e
Salvatore, che ricevette anche il suo appellativo dalla luce e dalla vita,
dall’immortalità e degni bene” (Vita Const. 4,18,1). Supponiamo che le leggi fossero
inviate solo ai governatori delle province dipendenti da Costantino, cioè di lingua
latina, e non a quelli sotto il dominio di Licinio, che in quegli anni non si dimostrava
favorevole ai cristiani. L’intestazione della legge riporta solo il nome di Costantino,
ma in realtà era stata emanata, come era prassi, anche a nome del collega Licinio, la
cui menzione è stata poi soppressa nella redazione del Codice. La sottoscrizione
indica la data di affissione della legge nel foro di una città, ma non quella della sua
emanazione da parte dell’imperatore. Il luogo di affissione è quasi sicuramente
Roma, perché lì risiedeva Elpidio. Questa legge e quella successiva del luglio del 321
(CTh 2,8,1) sul riposo festivo domenicale per gli atti processuali e negoziali nella vita
cittadina vennero applicate inizialmente solo in Occidente, e dopo il 324, con la
vittoria su Licinio, Costantino ne estese l’applicazione alle province orientali (cfr.
Sozomeno, Hist. Ecc. I,8).

Conferme sull’applicazione di questa disposizione imperiale si desumano da


altre fonti. Una iscrizione trovata casualmente nelle terme di Aquae Iasae (oggi
Varaždinske Toplice, Croazia), forse del 314 (o 316), afferma che Costantino: per la
provvisione della sua pietà ha stabilito che le nundine (mercato) si tengano nel
giorno del sole per la durata di un l’anno (CIL 3,1, 4121 p. 523; Dessau ILS 1, n.
704). L’eccezione di astensione da certi lavori suppone che la legge sul riposo
domenicale era già stata pubblicata. Due frammenti papiracei di Ossirinco (Egitto)
del 325 (P. Oxy. 3758, 3759), di due sedute giudiziarie, hanno relazione con la
domenica; nel primo l’udienza è rimandata dal sabato a un dopodomani, facendo
capire che il giorno sucessivo era giorno di riposo; nel secondo papiro, di una seduta
giudiziaria nel tempio pagano di Kore, si usa il termine cristiano del ‘giorno del
Signore’.

La data del 321 dei due testi in realtà potrebbe riflettere le difficoltà ad
applicare la legge del riposo domenicale, legge pubblicata diversi anni prima da parte
di Costantino. Il primo indizio è l’iscrizione di Aquae Iasae, già citata. Il secondo
argomento si deduce dalla concessione della manomissione in chiesa degli schiavi
alla presenza del vescovo e della comunità in giorno di domenica (Codice di
Giustiniano 1,13,1) del 316. Questo rescritto imperiale fa riferimento a una legge
generale precedente.

Interpretazioni e applicazione della legge costantiniana

Qualche studioso pensa che Costantino, ancora adoratore del Sol Invictus, con
il riposo settimanale lo abbia inteso onorare, perché usa il sintgama dies solis. Ora
tale sintagma era comprensibile da tutti, pagani e cristiani, che dovevano leggere la
legge affissa nei fori cittadini. I governatori, a cui la legge era indirizzata, erano
ancora quasi tutti pagani. Inoltre la denominazione dies solis sarà adoperata ancora
per molto tempo dalla cancelleria imperiale, anche sotto imperatori certamente
cristiani e impegnati ad abolire il paganesimo, come per esempio da Valentiniano I
nel 368 (o 370, oppure 373) con una legge che proibisce l’esazione delle tasse nel
dies solis (CTh 8,8,1, ripetuta in 11,7,10). L’emanazione di questa legge, nonostante
fossero passati molti anni dal 321, fa intravedere la difficoltà pratica che s’incontrava
per l’uso di un nuovo calendario nell’amministrazione della giustizia fiscale proprio
da parte delle stesse autorità, che non rispettavano ancora l’astensione da certe attività
giudiziarie nel dies solis. Anche altre leggi successive usano l’espressione dies solis:
da parte di Teodosio la disposizione del 20 maggio del 386 (oppure nel 394), (Codice
Teodosiano 15,5,2), quella del 392 (o.c. 2,8,20) che proibisce gli spettacoli circensi
nei festis solis diebus. La ragione addotta per la proibizione è che l’affluenza agli
spettacoli (spectaculorum concursus) impedisce la celebrazione dei divini misteri, sia
perché alcuni cristiani preferiscono tali spettacoli alla partecipazione al culto e sia
perché il grande coinvolgimento popolare e le agitazioni nelle strade impediscono un
corretto svolgimento del culto nelle chiese. La prima volta che ricorre la dicitura
cristiana dies dominicus nei testi ufficiali è in una legge, emessa in Occidente da
Valentiniano II ad Aquileia il 3 novembre del 386 e ricevuta a Roma il 24 novembre;
in essa si parla del dies solis per indicare la domenica, anche se si specifica meglio
con l’aggiunta della terminologia cristiana: solis die, quem dominicum rite dixere
maiores (CTh 2,8,18; ripetuta in 8,8,3; 11,7,13). In questa legge l’espressione dies
dominicus viene abbinata a quella pagana tradizionale e corrente nella cancelleria
imperiale. Ancora in una legge del 389, la quale riorganizza tutto il calendario
giudiziario, per indicare la domenica si usa una circonlocuzione: dies solis, qui
repetito in se calculo revolvuntur (CTh 2,8,19). Un testo, che tradisce la redazione di
una mano cristiana (CTh 2,8,23), pubblicato nel 399 a Costantinopoli da Arcadio, usa
per la prima volta esclusivamente la terminologia cristiana: die dominico, cui nomen
ex ipsa reverentia inditum est.

La seconda osservazione sulla valenza cristiana della legge costantiniana è la


seguente. Il testo di una legge era redatto dalla cancelleria, ancora quasi del tutto
pagana in quel periodo. Non risulta che i cristiani condannassero l’uso pagano dei
nomi dei giorni della settimana; anzi è probabile che abitualmente li usassero
anch’essi specialmente nei rapporti sociali con i non cristiani. Per esempio
Tertulliano, tra la fine del secondo secolo e gli inizi del terzo, fa un uso differenziato
di terminologia in relazione al pubblico a cui sono indirizzate le sue opere: in quelle
rivolte ai pagani usa il termine dies solis (Ad nationes 1,13; Apol. 16), mentre in
quelle scritte per i cristiani adopera l’espressione dies dominicus (De idol. 14,7: PL
1,759; De corona 3; 11: PL 2,99 e 112). In Clemente Alessandrino troviamo le due
forme nello stesso contesto, dove parla del “quarto giorno” (di Hermes) e della
parasceve (di Venere) (Strom. 7,12,75: SC 428,234). Il diffondersi del cristianesimo
in ambiente popolare comportava anche l’uso comune della terminologia tradizionale
pagana anche nell’epigrafia cristiana (E. Diehl, Inscriptiones Latinae Christianae
Veteres, Berolini 1925, vol. 1, n. 11).

La disposizione costantiniana, se da una parte dà le motivazioni dell’astensione


domenicale dal lavoro, ragioni esclusivamente religiose e non sociali, dall’altra
ammette due eccezioni, cioè il compimento di due precisi atti giuridici con la
possibilità di redigere anche i rispettivi atti legali: l’emancipazione di chi è sotto la
potestà di altra persona e la manomissione degli schiavi. In ciò si segue la tradizione
precedente, come già si è accennato. Questa stessa concessione viene ribadita nel 321
(CTh 4,7,1). L’istituzione dell’astensione da certi tipi di lavoro nel dies solis aveva
fatto sorgere il dubbio sulla validità degli atti giuridici compiuti in quel giorno, nel
nostro caso per quegli atti di emancipazione e di manomissione che si compivano di
domenica durante la celebrazione liturgica. Forse sono stati gli stessi vescovi a
sollecitare la precisazione, perché, probabilmente, nella mentalità di qualche
governatore, la qualitas del dies nefastus, era stata trasferita al dies solis, cioè alla
domenica. In ambito cristiano la domenica non acquisterà mai quella qualitas, perché
viene negata proprio la distinzione sostanziale tra i diversi giorni. In altre parole ci si
avvia verso la concezione del tempo secolarizzato e non religioso. Il problema già è
presente in san Paolo, quando scrive ai Romani: “C’è chi distingue giorno da giorno,
chi invece li giudica tutti uguali; ciascuno però cerchi di approfondire le sue
convinzioni personali. Chi si preoccupa del giorno, se ne preoccupa per il Signore.
Uno considera un giorno più importante di un altro, mentre un altro considera tutti
uguali” (15,5-6).
La legge costantiniana rivoluziona totalmente il sistema romano della
scansione del tempo pubblico e quindi del ritmo della vita urbana, sociale, politica,
amministrativa e scolastica. Essa introduce la scansione settimanale del tempo ancora
oggi in vigore nei paesi occidentali e in molti altri, quel sistema che si diffonde
sempre di più. Tuttavia le leggi successive sul riposo non parlano della possibilità
dell’esenzione dall’astensione dal lavoro nelle campagne. Questo aspetto non
interessava più al legislatore, ma esse neppure fanno menzione delle altre categorie
cittadine di persone. Se le stesse autorità non osservano la legge, tanto meno c’è da
supporre che lo facessero gli artigiani. E perché mai un pagano o un giudeo doveva
riposare se non partecipava al culto cristiano? Che cosa doveva fare in quei giorni
non essendoci una qualche organizzazione del tempo libero? I predicatori cristiani e i
concili non si preoccupano del riposo festivo, in quanto tale, ma solo della frequenza
dei fedeli alle assemblee liturgiche. Sono solo poche le testimonianze di richiesta ai
fedeli dall’astensione dal lavoro nei giorni di domenica. Infatti anche il concilio di
Cartagine del 401 non richiede il riposo festivo, ma solo che in occasione delle feste
cristiane, specialmente della domenica, non si tengano spettacoli (Reg.ecc.Carth. exc.
61, ed. Munier CCL 149, p. 197).

Non conosciamo la reazione pagana e popolare a questo radicale cambiamento


dell’organizzazione del tempo pubblico e sociale. Possiamo solo immaginare la
grande difficoltà incontrata nell’applicazione della legge. Le autorità sono le prime a
non osservare il nuovo calendario, quindi tanto meno sono interessate a fare osservare
la legge, o le numerose leggi pubblicate al riguardo. Ancora nel 469 l’imperatore
Leone I ripete che la domenica è giorno inviolabile (dominicum itaque diem semper
honorabilem). Proibisce ogni spettacolo di teatro e del circo, ogni procedura
giudiziaria e fiscale in quel giorno e anche la riscossione delle tasse (Codice di
GIustiniano 3,12,9 del 9 dicembre; cfr. Teodoro il Lettore, Hist ecc 1,14: PG
86,173A). L’anonimo autore del Liber iuris Syro-Romanus, che attribuisce questa
legge all’imperatore Leone, scrive che “accrebbe l’onore del giorno della risurrezione
di nostro Signore, cioè della domenica, stabilì la cessazione dei processi e ordinò che
i magistrati e i potenti non devono usare dei loro poteri, ma ognuno si deve riunire in
umiltà nella chiesa di Cristo. Ordinò che nessuno di domenica chiami in giudizio il
suo socio e non cerchi il processo per qualsiasi causa, né per un’obbligazione né per
un delitto che ha commesso, né per altro motivo”( Parag. 118, in: J. Baviera, J.
Furlani, edd., Fontes iuris romani antejustiniani, Firenze 1968, vol. II, p. 794). A chi
era rivolta la legge se non soprattutto alle autorità incaricate di farla osservare?