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UN LAVORO PREISTORICO

Non è facile descrivere la professione di Alessandro Mangione, perché sconfina in tanti ambiti
diversi, per comodità diciamo che ricostruisce fossili, anche se risulta una definizione un po’
riduttiva.

Finiti gli studi alla scuola di disegno anatomico, presso la facoltà di Medicina e Chirurgia di
Bologna, Alessandro è stato subito reclutato per lavorare al Museo di Geologia e Paleontologia di
Firenze dove è partito alla grande, è il caso di dirlo, ricostruendo dinosauri e non solo. Si contano su
una mano, infatti, i professionisti in questo settore così altamente specialistico.

Il lavoro di Alessandro a volte può partire fin dalle operazioni di scavo sul territorio: è sul luogo
infatti, che inizia l’osservazione e il rilievo del reperto che in un secondo tempo deve essere
ricostruito unendo le tecniche più recenti come immagini digitali a 3 dimensioni a quelle più
tradizionali del disegno o della ceroplastica scientifica, un metodo quest’ultimo per fare modelli di
cera che risale al ‘600. Un esempio di quest’arte sono le suggestive cere anatomiche custodite alla
Specola, uno dei Musei di Storia Naturale di Firenze.

“Anche il territorio Italiano – ci spiega Alessandro – è ricchissimo di materiale fossile: dai


vertebrati più antichi come quelli del triassico medio di Monte S. Giorgio e di Besano, al confine
con la Svizzera, risalenti a 200 milioni di anni e caratterizzati da rettili marini e pesci fino agli
enormi scheletri di mastodonti, grossi ippopotami, cervi giganti e rinoceronti, che pascolavano
tranquillamente anche nel nostro valdarno tra 1 milione-1 milione e mezzo di anni”. Indubbiamente
niente a che fare con i Dinosauri, gli enormi rettili che hanno popolato la terra nel Mesozoico e che,
nell’immaginario collettivo rappresentano la forma quasi esclusiva di animale preistorico. Ma anche
nel nostro territorio abbiamo forme alcune volte singolari sia nella forma che nel comportamento,
come nel caso di Oplytomerix Matthei, uno strano ungulato, un po’ cervide, un po’ bovide e un po’
giraffide con 5 corna risalente al Pliocene Inferiore (circa 10 milioni di anni) ritrovato nel foggese
negli anni ’80.
Quando ho iniziato a lavorarci avevamo solo pochissimi elementi, ma grazie al lavoro di equipe con
paleontologi e paleobotanici siamo riusciti a dare forma a questo bizzarro animale. Tempo dopo
sono stati trovati resti della stessa specie che hanno confermato che le nostre intuizioni erano esatte.
Una soddisfazione enorme!

L’artista-paleoanatomico-artigiano ci racconta che, contrariamente a quanto si possa pensare, la


tecnologia non è in grado di sostituire totalmente i vecchi metodi di lavoro. “Spesso mi avvalgo di
fotografie e di indagini radiologiche, ma li uso solo come strumenti manipolabili e interpretabili che
mi permettono di raggiungere lo scopo proposto”.
Per esempio la fotografia di un osso è ovviamente una riproduzione fedele della realtà ma non è
sufficiente allo scopo perché è solo attraverso un disegno “tecnico” che si possono annotare le
informazioni che interessano, il nostro occhio vede e seleziona meglio. “E’ evidente-sottolinea
Alessandro- che alla base ci debba essere una persona preparata su più fronti e che sappia registrare
i dati utili. L’aspetto manuale e artigianale è insostituibile, la tecnologia è solo uno degli strumenti
usati”
Ricordo ad esempio la ricostruzione di un cranio di orso delle caverne (Ursus speleaus) in cui agenti
meccanici esterni avevano fratturato le ossa facendole slittare l’una sull’altra: numerose lastre
radiologiche mi hanno permesso di ricomporre il cranio nella sua interezza con una precisione quasi
millimetrica… ma ho dovuto ovviamente elaborare una serie di disegni.

Un altro aspetto fondamentale e molto interessante di questo lavoro è la collaborazione tra gli
studiosi, solo da questo presupposto è possibile raggiungere un buon risultato.
“Quando si trova un fossile di animale-prosegue lo studioso- uno degli argomenti di studio del
paleontologo è di metterlo in relazione con l’anatomia di altri animali simili, al fine di darmi
indicazioni che mi aiutano ad elaborare la forma di ossa mancanti; lo stesso principio vale per la
muscolatura e per tutto il resto. Il paleobotanico, invece, studia l’ambiente ed è proprio in base alle
sue informazioni che posso tentare di ricreare un habitat verosimile in cui collocare l’animale: dalle
sue indicazioni posso intuire ad esempio la colorazione e la struttura del manto.”
Solo grazie all’aiuto di altri studiosi possono quindi essere messi insieme tanti piccoli tasselli che
daranno la forma finale all’animale, a quelle opere bellissime e affascinanti che vediamo esposte nei
musei di tutto il mondo.

Dettagli apparentemente insignificanti possono rivelarsi illuminanti- sottolinea Alessandro- tempo


fa avevo urgentemente bisogno di ricostruire una foresta di mangrovie e un amico mi ha consigliato
di vedere quel programma che si chiama L’isola dei famosi, dove alcuni personaggi, più o meno
noti, si comportano da naufraghi su un’isola, appunto. Il luogo in questione era perfetto da prendere
come modello per poter ricostruire un ambiente verosimile”.
Del resto qualche sacrificio in nome della scienza bisogna pur farlo….

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